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Giuseppe Ressa, Il Sud e l’unità d’Italia - edizione marzo 2007 in formato pdf

Fonte:
http://www.ilportaledelsud.org

GIUSEPPE RESSA

IL SUD E L’UNITÀ D’ITALIA

dalla storiografia ufficiale alla realtà dei fatti

Edizione completamente rivista, arricchita ed aggiornata
Edizione elettronica a cura del Centro Culturale e di Studi Storici
“Brigantino - Il Portale del Sud”, Napoli
Questa edizione risale al dicembre 2005
L'edizione marzo 2007 - in formato zip - puoi scaricarla dal sito:
http://www.ilportaledelsud.org

webmaster: ALFONSO GRASSO
COPYRIGHT 2003
Tutti i diritti riservati
INDICE

Premessa

Introduzione:


IL REGNO DELLE DUE SICILIE PRIMA DELL'UNITA'


LE CONSEGUENZE DELL’ANNESSIONE

Premessa

La voglia di saperne di più sulla storia del Sud d'Italia, al momento della sua annessione al resto della Penisola, mi è venuta anni fa sulla spinta di movimenti culturali che avevano cominciato a esporre gli avvenimenti in una luce diversa dalla solita; in più, un mio paziente, il dottor Augusto Santaniello, mi aveva regalato un libro sull’argomento che mi ha aperto, finalmente, gli occhi.

Impiegando tutto il mio tempo libero degli ultimi sei anni, ho letto, riletto e confrontato migliaia di pagine appartenenti a decine di testi, comuni e rari, sono venute fuori delle nozioni che vengono qui proposte. Speriamo che servano ad alimentare una più serena ed obiettiva visione degli avvenimenti dell’epoca; il momento mi sembra propizio, dato che oramai si guarda al di là dei confini del proprio paese e si aspira a diventare cittadini del mondo.

La cosa curiosa è che, generalmente, sono proprio uomini provenienti dal Sud i più restii ad una revisione sistematica della storiografia nazionale, cercano di cancellare ogni traccia linguistica della propria regione di origine, ne disprezzano gli usi e i costumi, ne infangano la memoria, esaltando nel contempo tutto ciò che è "non meridionale". Spesso l’ostacolo è solo ideologico ma "la storia non può essere studiata secondo le direttive del partito in cui si milita o di cui si condivide l’ideologia e il programma politico. Dobbiamo liberamente ricostruire il nostro passato anche se ciò significa porsi controcorrente, con il risultato di non essere congeniali né agli storici di destra che di sinistra.”[1] I primi storici liberali, servili adulatori del sovrano Vittorio Emanuele II di Savoia, hanno costruito una storiografia risorgimentale distorta, sacrificando la verità sull’altare dell'ideale di unità nazionale; dopo più di centoquarant’anni, incredibilmente, la storia viene insegnata nelle scuole allo stesso modo non tenendo conto di acquisizioni che dovrebbero farla modificare radicalmente: viene ancora detto che l'unità d'Italia ha salvato il Mezzogiorno dalla sua arretratezza economica e culturale.

Una persona intellettualmente onesta deve, però, essere disposta a guardare con obiettività i fatti perchè "il dominio dei luoghi comuni non è tanto la biblioteca dello studioso di storia, quanto lo scrittoio dell’uomo di media cultura[2]. Contemporaneamente non bisogna farsi ammaliare dalle sirene di un meridionalismo arrabbiato; intendiamoci: il Sud d’Italia ha ragioni da vendere, per lo scempio che e’ stato fatto, dopo l’unificazione, del suo tessuto economico e sociale, ma gli stessi motivi che ci inducono ad affermare che la storiografia ufficiale e’ falsa non ci fanno cedere a discorsi del tipo "tutto andava bene al Sud, non abbiamo commesso errori ma abbiamo ceduto alla forza militare del nemico”.

Per comodità di lettura ho posizionato le oltre quattrocentocinquanta note, con i relativi riferimenti bibliografici, a piè di pagina. Fondamentale, per questo testo, l’opera di Alfonso Grasso con i suoi suggerimenti continui e la revisione generale dello scritto.

Ringrazio per i contributi: Antonio Pagano, Alessandro Romano, Umberto Pontone, Marina Salvadore, Carmine Colacino, Maria Russo, Nicola Zitara, Aldo Musacchio, Mauro Tacca e Giulia Taglialatela.

Dopo la prima stesura del testo, il dottor Marco Cappetta mi ha inviato la sua pregevolissima tesi di laurea "L’industria della Campania tra il Regno delle Due Sicilie e Italia unita”, discussa alla facoltà di Giurisprudenza della Libera Università Maria SS. Assunta di Roma il 22 luglio 2004 e dalla quale, dietro sua autorizzazione, ho tratto molte altre preziose informazioni.

Introduzione

Lo Stato e la rappresentazione storiografica "ufficiale”

 

Le Due Sicilie erano lo stato italiano preunitario più esteso territorialmente e comprendevano tutto il Sud continentale d’Italia, l’Abruzzo, il Molise, la parte meridionale del Lazio e la Sicilia, nel 1860 vi erano poco più di nove milioni d’abitanti (poco più di un terzo di tutta la Penisola); era diviso in 22 province di cui 15 nel Sud continentale e 7 in Sicilia: Napoli e la sua provincia; Abruzzo Citeriore con capoluogo Chieti; Primo Abruzzo Ulteriore con capoluogo Teramo; Secondo Abruzzo Ulteriore con capoluogo L’Aquila; Basilicata con capoluogo Potenza; Calabria Citeriore con capoluogo Cosenza; prima Calabria Ulteriore con capoluogo Reggio; Seconda Calabria Ulteriore con capoluogo Catanzaro; Molise con capoluogo Campobasso; Principato Citeriore con capoluogo Salerno; Principato Ulteriore con capoluogo Avellino; Capitanata con capoluogo Foggia; Terra di Bari con capoluogo Bari; Terra d’Otranto con capoluogo Lecce; Terra di Lavoro con capoluogo Capua e poi Caserta; in Sicilia i capoluoghi di provincia erano: Palermo, Trapani, Girgenti (Agrigento), Caltanisetta, Messina, Catania, Noto.

La storia delle Due Sicilie era cominciata nel lontano 1130 con i Normanni e il loro sovrano Ruggero II, il regno durò 730 anni e i suoi confini rimasero in pratica invariati comprendendo comuni che avevano spesso origine greca; le dinastie che si susseguirono ebbero origini straniere e questo avvenne per l'oggettiva incapacità di generarne una propria ma occorre rilevare che i loro sovrani divennero in breve dei Meridionali a tutti gli effetti, assumendone la lingua e le usanze. Ai Normanni (1130-1194), seguirono gli Svevi (1194-1266), gli Angioini (1266-1442) e gli Aragona (1442-1503); a loro subentrarono gli Spagnoli (1503-1707) e poi gli austriaci per solo ventisette anni (1707-1734); i più importanti sovrani delle varie casate furono nell’ordine: Ruggero II d’Altavilla , Federico II di Svevia, Carlo I d’Angiò, Alfonso I d’Aragona e il vicerè spagnolo Pedro de Toledo. Nel 1734 la Spagna rioccupò il Regno strappandolo agli Asburgo e iniziò l’era borbonica con i suoi re: Carlo (1734-1759), Ferdinando I (1759-1825), Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859) e Francesco II (1859-1861).

Carlo, figlio di Filippo V, re di Spagna e di Elisabetta Farnese, entrò in Napoli il 10 maggio 1734, sconfisse il 25 maggio gli Austriaci nella battaglia di Bitonto[3] e mise la Nazione sotto uno scettro "che unisce ai gigli d’oro della Casa di Francia ed ai sei d’azzurro di Casa Farnese le armi tradizionali delle Due Sicilie: il cavallo sfrenato, vecchia assise di Napoli e la Trinacria per la Sicilia[4]; l’incoronazione di Carlo si celebrò, l’anno successivo, nel duomo normanno di Palermo, a testimoniare la continuità della monarchia meridionale nata nello stesso luogo nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II.

Nella successiva guerra contro l’Austria, del 1744, Carlo fu vittorioso a Velletri, e si confermò nuovo interprete e simbolo della secolare Nazione: il Sud d’Italia non aveva più a capo un semplice vicerè ma un sovrano tutto suo: "Amico, cominciamo anche noi ad avere una patria, e ad intendere quanto vantaggio sia per una nazione avere un proprio principe. Interessianci [interessiamoci] all’onore della nazione. I forestieri conoscono, e il dicono chiaro, quanto potremmo noi fare se avessimo miglior teste. Il nostro augusto sovrano fa quanto può per destarne[5]; successivamente, con la Prammatica del 6 ottobre 1759, re Carlo stabilì la definitiva separazione tra la corona spagnola e quella delle Due Sicilie.[6] restituendole la piena indipendenza.

L’opera dei sovrani della dinastia borbonica, che durò 126 anni, fu meritoria, vista nel suo complesso, il Sud non solo riaffermò la propria indipendenza ma ebbe un indiscutibile progresso nel campo economico, culturale, istituzionale; purtroppo "La storiografia ufficiale continua ancora oggi a sostenere che, al momento dell’unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d’Italia e il resto dell’Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato. Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario ma gli studi in proposito, già pubblicati all’inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati, dai difensori della storiografia ufficiale: faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili "[7] .

In realtà, all’epoca dell’ultimo re meridionale, Francesco II, l’emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse, come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo, l’economia in crescita, la percentuale dei poveri  era pari al 1.34% (come si ricava dal censimento ufficiale del 1861) in linea con quella degli altri stati preunitari. La popolazione dai tempi del primo re della dinastia borbonica Carlo III (1734) a quelli di Francesco II si era triplicata e questo indicatore, a quei tempi, era un indice di aumentato benessere (è chiaro che si parla di livelli di vita relativi a quei tempi quando il reddito pro capite in Italia era meno di un quarantesimo di quello di oggi e molte delle comodità attuali erano inesistenti), la parte attiva era poco meno del 48%.

Contrariamente a quanto affermato dalla storiografia ufficiale, la politica dei sovrani borbonici fu improntata a diversificare le attività produttive del Sud favorendo lo sviluppo dell’artigianato, del commercio e della prima industrializzazione degli stati preunitari italiani, superando, in questo modo, i confini di un’economia basata quasi esclusivamente sull’agricoltura, che, in realtà, rappresentava l’attività prevalente anche nel resto d’Italia e di gran parte d’Europa.

All’inizio, fu necessario, per permettere alle giovani fabbriche meridionali di raggiungere un livello competitivo, un sistema di protezioni doganali, analogo a quello esistente in altri Stati[8]; il "protezionismo” fu poi gradualmente mitigato dal 1846, l’obiettivo, in quel momento, era di inserire l’industria, ormai matura, nel meccanismo del commercio europeo: si abbassarono i dazi d’importazione, che precedentemente potevano arrivare anche al 20%, si strinsero numerosi trattati commerciali compresa la lontana India dove, dal 1852, era attivo un console delle Due Sicilie e dove arrivò, primo tra gli italiani, un bastimento meridionale.[9]

La critica liberista, con in prima fila economisti meridionali come Villari e Scialoja, già esuli per motivi politici, ha bollato la politica economica dei sovrani meridionali, definendola un "fallimento autarchico”, figlia del loro "paternalismo” e del "protezionismo” (le industrie meridionali, ad esempio, sono state chiamate "baracconi di regime”) ma questa bocciatura appare in gran parte ideologica e strumentale agli interessi della monarchia sabauda e dei suoi sostenitori, ai quali venivano forniti argomenti per calunniare i sovrani meridionali da loro spodestati; al contempo, era anche utilissima agli stessi economisti ai quali venivano assegnate le cattedre universitarie solo se erano "allineati” a questa impostazione critica.

È vero che il principio su cui era basata l’economia borbonica era quello di uno sviluppo guidato e sostenuto dallo Stato che salvaguardasse gli interessi dei ceti popolari e l’autosufficienza del Mezzogiorno in tutti i settori, ma è altrettanto vero che ci si deve pur chiedere dove finissero i prodotti delle fabbriche meridionali che erano ai vertici delle industrie italiane (come vedremo in seguito) e che avevano una produzione di manufatti chiaramente superiore alla capacità di assorbimento del mercato interno meridionale, come pure a cosa servisse la poderosa flotta mercantile del Sud, che era la quarta del mondo come tonnellaggio, la cui bandiera garriva in tutti i porti (per esempio, in Francia, era seconda, come presenza, solo a quella inglese).

È vero che i dazi sull’esportazione dei prodotti alimentari non erano certo di impostazione liberista, ma essi facevano parte di una politica economica statale che permetteva di vendere i generi di prima necessità ad un prezzo bassissimo, oggi si direbbe "politico”, soddisfacendo in questo modo le esigenze alimentari della popolazione; tutte le fonti, anche le più accese antiborboniche, concordano unanimemente nel confermare che nel meridione d’Italia si viveva con pochissimo; questo, però, non soddisfaceva gli interessi dei proprietari terrieri che divennero, anche per questi motivi, i più acerrimi nemici della Monarchia meridionale e interessati fautori dell’unità d’Italia.

Del resto dobbiamo anche riflettere sul fatto che un sistema economico meridionale che si dipinge, dai critici, come puramente "assistenziale” e che avrebbe dato un’occupazione improduttiva pur di dar lavoro a tutti, si poteva reggere in piedi (ma solo per un breve periodo) ricorrendo ad un prelievo fiscale spietato, che ben sappiamo non sussistere nelle Due Sicilie dove anzi era molto leggero, oppure aumentando il debito pubblico a livelli catastrofici, cosa anche questa non vera tanto che il corso borsistico dei titoli pubblici del Sud d’Italia era elevato su tutte le piazze europee (fino a quota 120) e le sue finanze più che floride erano floridissime (come vedremo in dettaglio nei prossimi capitoli); i conti quindi non tornano a chi vuole conoscere i fatti depurati dai pregiudizi.

Aggiungiamo, infine, che a uno stato come il Piemonte, che era sull’orlo del collasso economico, sarebbe stato fatale appropriarsi di una nazione che la critica antimeridionale vuole per forza dipingere come economicamente a terra e sarebbe stato stupido, e stupido certo non lo era, il banchiere Rothschild, che teneva in pugno lo stato sabaudo grazie ai suoi prestiti e che aveva quindi tutto l’interesse che fosse solvibile, non "avvertire” Cavour della non convenienza dell’operazione; in realtà, per i motivi suddetti, il Sud era un frutto golosissimo che avrebbe risolto tutti i problemi finanziari della nazione subalpina.

In conclusione possiamo dire che l’economia meridionale non era nè completamente liberista nè completamente autarchica a guida statale, era una via di mezzo e, proprio per questo, scontentava i sostenitori più accesi delle due "fazioni”: i liberisti a tutto tondo affermavano che "una politica economica che pretendeva di produrre tutto e di trovare all’interno i consumatori di tutto, non poteva che fallire ed un progresso industriale ottenuto a forza di dazi non poteva che essere rachitico[10]; di contro, i sostenitori della politica economica a guida statale, affermavano che le Due Sicilie, essendo un piccolo stato, non erano e non potevano diventare l’Inghilterra o la Francia e che quindi era più logico sviluppare il più possibile una "economia protetta” dai dazi di importazione e di esportazione, la quale mirasse solo alla soddisfazione dell’occupazione e dei consumi interni rendendo la vita dei suoi abitanti facile e a buon mercato.

È, però, vero che i re Borbone avevano una radicata diffidenza per il "capitalismo puro” delle altre nazioni industriali, in parte per motivi nazionalistici, in parte per motivi ideali, con una sostanziale ripulsa di orari di lavoro disumani, come pure dello sfruttamento, molto diffuso, dei bambini, questo non ci sembra disdicevole. ”In molte industrie lombarde non veniva osservata la legge sull’istruzione obbligatoria e due quinti degli operai dell’industria cotoniera lombarda erano fanciulli sotto i dodici anni, per la maggior parte bambine, che lavoravano dodici e persino sedici ore al giorno”[11]. Scrive lo storico inglese Trevelyan, nella Storia dell’Inghilterra nel secolo XIX: "Ancora nel 1842 la Commissione reale delle miniere, che per prima gettò luce sulle condizioni di lavoro nell’Inghilterra sotterranea ebbe questi dati [dai minatori]: … "porto una cintura e una catena che mi passa tra le gambe e devo camminare a quattro zampe. L’acqua mi arriva in cima gli stivaloni; me la sono vista anche sino alle cosce. Dalla fatica del tirare sono tutta scorticata. La cintura e la catena ci fanno soffrire di più di quando siamo incinte”. Venne scoperto anche che bambini sotto i cinque anni lavorano al buio[12]; contemporaneamente in Irlanda (non ancora indipendente) si moriva di fame tanto che le migliaia di famiglie emigrarono in America portandosi appresso un odio inestinguibile verso l’Inghilterra.

Non possiamo ignorare, in questa disputa "liberismo assoluto”- "liberismo calmierato”, che anche a livello del pensiero accademico le opinioni furono a lungo discordi (il Sud vantava una scuola di primissimo ordine, tanto che proprio a Napoli nacque nel 1754 la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi) e solo verso il 1850 prevalse la corrente di pensiero che appoggiava il liberismo puro fautore della libera iniziativa privata, della caduta di ogni barriera doganale protezionistica e del divieto da parte dello Stato di intervenire, come parte dirigente, nello sviluppo economico.

Non sappiamo chi avesse ragione nel contesto socioeconomico dell’epoca ma, comunque sia, in Europa, le Due Sicilie si comportavano dignitosamente con un incremento annuo del PIL di circa l’1%, a distanza, logicamente, da superpotenze mondiali come Francia e Inghilterra che veleggiavano sul 2,3%[13]; ma, nel Mezzogiorno, pur non essendo ricchi, non si moriva di fame e, come già detto, l’emigrazione non esisteva.

Re Ferdinando II incentivò l’opera dell’Istituto d’Incoraggiamento, che era inizialmente alle dipendenze del Ministero dell’Interno e poi, nel 1847, del neonato Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio; questa istituzione centrale coordinava l’attività delle varie società economiche che erano nate già nel 1810, sotto la dominazione francese, e che furono potenziate dal Borbone, estendendo il loro campo di azione dalla sola agricoltura all’industria, al commercio ed all’artigianato. Il compito di queste società era non solo quello di fornire ai funzionari statali provinciali (gli intendenti) informazioni e analisi statistiche sulle attività produttive, ma soprattutto quello di diffondere "l’istruzione tecnica specifica” agli addetti dei vari settori economici, con lo scopo di ottimizzare il loro lavoro. Negli altri stati italiani ed europei esistevano analoghe associazioni ma, di solito, erano private, mentre nelle Due Sicilie erano strumento del governo centrale, pur se negli anni si guadagnarono una certa autonomia. Furono, inoltre, creati incentivi economici anche per industriali stranieri che impiantassero le loro attività nelle Due Sicilie così imprenditori svizzeri, francesi, inglesi, accorsero nel regno, si organizzavano periodicamente fiere ed esposizioni locali e nazionali (a Napoli) dove i vari produttori potevano esporre i loro manufatti e ricavarne riconoscimenti e premi.

Così, grazie alla guida di re Ferdinando II, già nel 1843 gli operai e gli artigiani raggiunsero il 5% dell’intera popolazione occupata per poi raggiungere il 7 % alla vigilia dell’unità, con punte dell’ 11% in Campania (che era la regione più industrializzata d’Italia), queste percentuali erano in linea con quelle degli altri stati italiani preunitari.

Complessivamente, per quanto riguarda la parte continentale del Regno, nel 1860 vi erano quasi 5000 fabbriche e dal censimento ufficiale del 1861 si deduce che, al momento dell’unità, le Due Sicilie, pur avendo il 36.7% della popolazione totale italiana, davano impiego nell’industria ad una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva degli stati italiani[14] grazie alla cantieristica navale, all’industria siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria e alimentare. Dalla stessa fonte, inoltre, si ricava che il Sud, che contava 36.7% della popolazione italiana, aveva il 56,3% dei braccianti agricoli e il 55,8% degli operai agricoli specializzati, in tutto circa 2milioni 600mila unità.

Il ceto operaio meridionale fu, inoltre, il primo in Italia ad inscenare manifestazioni di protesta per reclamare aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro[15]; era il datore di lavoro, infatti, a fissare il salario e l’orario, eppure in occasione del Congresso degli Scienziati, tenutosi a Napoli nel 1845, si affermò che essendo nel Regno delle Due Sicilie "più facile e meno caro il vitto, non è il caso di apportare variazioni salariali”[16].

La bilancia commerciale del Regno delle Due Sicilie era in attivo negli scambi con gli altri stati preunitari italiani, eccettuata la Toscana; con le potenze europee era in passivo, eccetto con l’Austria, ma se paragoniamo i dati del 1838 con quelli del 1855 si notano dei segni di ripresa a confermare una progressiva espansione economica[17]; le Due Sicilie smerciavano i prodotti meridionali (agricoli e manifatturieri) per 85% del totale verso Inghilterra, Francia e Austria, paesi che erano in grado di acquistarli, cosa che non potevano fare gli altri stati italiani[18] a causa della loro scarsa ricchezza; nei confronti del regno di Sardegna il Sud aveva un saldo molto attivo[19]. Negli ultimi anni di indipendenza del regno si cominciò a volgere lo sguardo anche verso i paesi del Mediterraneo, di cui le Due Sicilie ambivano essere la nazione guida nello sviluppo economico.

Tenendo presenti questi fatti possiamo concludere affermando che "La rappresentazione del Mezzogiorno come un blocco unitario di arretratezza economica e sociale non trova fondamento sul piano storico ma ha genesi e natura ideologiche. I primi a diffondere giudizi falsi sugli inferiori coefficienti di civiltà su quell’area sono gli esuli napoletani che, nel decennio 1850-1860, con la loro propaganda antiborbonica non solo contribuiscono a demolire il prestigio e l’onore della Dinastia, ma determinano anche una trasformazione decisiva nell’immagine del Sud[20]. Dopo la caduta del regno del Sud al coro di lagnanze degli esuli rientrati in Patria si aggiunsero anche quelle degli uomini che avevano servito i Borbone e, come faceva rilevare Francesco Saverio Nitti ai primi del 1900: "Una delle letture più interessanti è quella dell’Almanacco Reale dei Borboni e degli organici delle grandi amministrazioni borboniche. Figurano quasi tutti i nomi di coloro che ora esaltano più le istituzioni nostre [del regno d’Italia] o figurano, tra i beneficiati, i loro padri , i loro figli, i loro fratelli, le loro famiglie"[21].

Purtroppo, grazie all’opera di denigrazione sistematica del Meridione preunitario, "La memoria dei vinti è stata sottoposta ad un’incredibile umiliazione … più grave è stato il taglio del filo genetico per cui c’è un pezzo d’Italia che ha dovuto vergognarsi del proprio passato, e poi ci si lamenta che manca la dignità, ma la dignità proviene dal riconoscimento della propria ascendenza … bisogna prima di tutto ridare al Mezzogiorno il senso della sua precedente grandiosità, riscattare questa presunta inferiorità etnica del Sud da operazioni di tentata cancellazione della sua memoria. Ricordo che Rosario Romeo scrisse nella sua storia su Cavour un elogio a Ferdinando II, confrontandolo con il vincitore Vittorio Emanuele II, con grande scandalo dei risorgimentalisti che consideravano ciò intollerabile[22]

In realtà la "Questione meridionale”, tutt’oggi irrisolta, nacque dopo e non prima dell’unità; persino un ufficiale piemontese, il conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale, scrisse nel 1864 che "Il 1860 trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto. La pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso veruna cattedra scientifica……Nobili e plebei, ricchi e poveri, qui tutti aspirano, meno qualche onorevole eccezione, ad una prossima restaurazione borbonica”[23].

Il Congresso di Vienna e il Regno delle Due Sicilie

Dopo gli oltre 20 anni di guerra tra la Francia rivoluzionaria-napoleonica e le altre nazioni europee, il Congresso di Vienna, iniziato nel 1814 e conclusosi nel 1815, basò il riassetto politico del vecchio continente sul "principio di legittimità in virtù del quale ai sovrani spodestati venivano restituiti i loro possedimenti: in realtà esso fu applicato con molta "elasticità”. Ci furono molte modifiche territoriali per cui in Italia, ad esempio, la Repubblica di Genova fu aggregata, suo malgrado, al Piemonte in modo da creare uno stato cuscinetto in funzione antifrancese, la secolare Repubblica Veneziana non fu restaurata, il Regno Meridionale, pur avendo contribuito con uomini e mezzi a sconfiggere Napoleone, perse l’isola di Malta, punto strategico al centro del Mediterraneo, che divenne possedimento inglese e la giurisdizione dello Stato dei Presidi (che comprendeva Orbetello, Porto Ferraio, Porto Santo Stefano, Porto Ercole, porto Longone, l’isola di Giannutri e il promontorio del Monte Argentario), non ottenne neanche l’inglobamento delle enclavi papali di Benevento e  Pontecorvo; il regno del Sud era formalmente indipendente dal 1734 ma, nella sfera geopolitica europea "la gerarchia internazionale di grandi e piccoli stati era cosa fatta, e il Regno, pur autonomo, continuava ad essere dentro un gioco internazionale e commerciale che controllava molto parzialmente, poteva soltanto subirlo, adattandosi alla sponda spagnola o austriaca o inglese[24].

Re Ferdinando, quindi, pago’ a caro prezzo il suo reintegro sul trono, dovette rinunciare a Malta in favore dell’Inghilterra "… il punto dei miei diritti di sovranità su Malta deve cedere all’interesse maggiore, di cui oggi si tratta, qual è quello di riavere il mio Regno di Napoli” la quale imponeva anche (con convenzioni firmate nel 1816 e 1817) la riduzione del 10% sui diritti doganali di importazione dei suoi prodotti, nonche’ la concessione dello status commerciale di "nazione più favorita”. Ma non basta, il re meridionale dovette firmare il 12 giugno 1815 un trattato segreto con l’Austria, in base al quale si impegnava a non mutare le istituzioni politiche delle Due Sicilie ed a fornire alla potenza danubiana un contingente di 25mila uomini (poi ridotti a 13mila il 4 febbraio 1819) in caso di guerra. In ottemperanza a quanto deciso dal Congresso di Vienna, Ferdinando di Borbone emanò uno speciale decreto in cui unificavano i regni di Napoli e di Sicilia nel nuovo Regno delle Due Sicilie.

Nei giorni 8 e 11 dicembre 1816 la costituzione siciliana del 1812 veniva soppressa e con essa gli istituti parlamentari indipendenti, il regno di Sicilia cessò di esistere e venne accorpato nel neonato Regno delle Due Sicilie: il re assunse, così, il titolo di Ferdinando I re del Regno delle Due Sicilie (in precedenza era contemporaneamente re di Napoli e di Sicilia)

Il problema siciliano

La perdita della indipendenza, che pure era già dal 1734 praticamente solo formale, fu accolta malissimo dai siciliani che, per secoli, sin dai tempi degli Angioini (scacciati con la rivolta dei Vespri), avevano rifiutato la sottomissione a governi continentali [25]; inoltre, la Sicilia perdeva, confluendo nel regno delle Due Sicilie, la Costituzione del 1812, di ispirazione inglese.

Anche questo fatto esacerbò gli animi contro "i napolitani” perchè, in realtà, questo istituto era di antichissima origine nell’isola tanto che era in vigore già dai tempi dei Normanni, era una Costituzione di cui i siciliani erano orgogliosi e gelosissimi ed alla quale giuravano fedeltà tutti i sovrani succedutisi nel dominio nell’isola, lo stesso Carlo di Borbone, quando prese possesso del regno nel 1734, si recò a Palermo per cingere nel duomo la corona che era stata di Ruggero II d’Altavilla e di Federico II di Svevia. In quel momento storico "nessuno dei vecchi Stati d’Italia era in possesso di un patto, che determinasse le attribuzioni del potere supremo e riconoscesse dei diritti, attraverso una assemblea rappresentativa, alla Nazione[26]. In realtà, però, questo Parlamento non aveva nulla di democratico ma rappresentava solo lo strapotere dei baroni i quali, tramite questa istituzione, pretendevano di avere un rapporto alla pari col sovrano, tanto che le leggi non potevano essere modificate senza l’approvazione di questa Assemblea.

I rapporti tra il Re e i vicerè borbonici da una parte, e i baroni siciliani dall’altra, erano comunque rimasti cordiali fino al 1780 quando, però, sulla spinta dell’assolutismo riformatore di stampo illuministico che trovava nel re di Napoli Ferdinando IV e della sua consorte Maria Carolina dei validissimi interpreti, fu inviato nell’isola il marchese Domenico Caracciolo, col compito di ridurre al minimo il loro potere. La reazione a questo attacco fu fortissima, ma il dado era tratto e i successivi vicerè cercarono di continuarne l’opera aumentando così il distacco e la diffidenza reciproca tra Napoletani e Siciliani: nel 1788 furono limitati i diritti di trasmissione in eredità dei feudi, il 4 maggio 1789 abolite tutte le servitù personali, nel 1790 fu approvato il progetto di un nuovo Catasto, che doveva essere la base di un sistema fiscale al quale i baroni, fino a quel momento, si erano sottratti per i loro privilegi feudali.

Durante l’occupazione francese del regno di Napoli, i sovrani si erano rifugiati in Sicilia con la protezione degli inglesi e, sotto la spinta di questi ultimi, nel 1812 era stato abolito il feudalesimo e promulgata una nuova Costituzione sul modello inglese, con due camere, una di "pari”, nominata dal Re, ed una elettiva con sistema censitario. L’aristocrazia terriera appoggiò questa svolta costituzionale che rafforzava le secolari tradizioni parlamentari siciliane e ne accentuava il carattere antimonarchico. Gli inglesi, promotori della trasformazione da monarchia assoluta a rappresentativa, intendevano estendere all’isola un istituto di cui andavano fieri e, soprattutto, per ingraziarsi le classi dominanti siciliane, ponendo così le basi per un protettorato sull’isola più grande ed importante del Mediterraneo (dopo essersi già appropriati di Malta, che faceva parte delle Due Sicilie). La riprova di tale sottintesa intenzione si ebbe nel gennaio 1814, allorché il plenipotenziario inglese Lord Bentinck avviò dei negoziati con emissari del Murat, che si svolsero nell’isola di Ponza: fu promesso al Francese il mantenimento del suo potere sul regno di Napoli, una volta che Napoleone fosse stato definitivamente sconfitto, in cambio della definitiva rinuncia alla Sicilia, da cedere all’Inghilterra.[27].

Successivamente, al Congresso di Vienna, fu Metternich a perorare le ragioni che imponevano la restituzione a Ferdinando I di tutti i suoi possedimenti: egli faceva senza dubbio gli interessi dell’Austria che mirava ad estendere la sua influenza sulle Due Sicilie, ma anche i propri visto che come "tangente per il suo impegno personale per la restituzione della Sicilia al regno dei Borboni, pretese due milioni di franchi. Ferdinando avrebbe voluto limitarsi a pagarne 1.200.000 ma il famoso statista austriaco fece sapere di non potersi accontentare di questa cifra perchè il suo patrimonio familiare era stato dilapidato dal padre"[28]. Gli inglesi si "accontentarono” dell’isola di Malta, appoggiando il fatto che l’Austria dominasse l’Italia; in quel momento storico era più importante, per l’Inghilterra, evitare ogni futura velleità di espansione della Francia sulla Penisola (come era accaduto nell’epoca napoleonica) e gli Asburgo erano molto utili a questo scopo. In Sicilia "gli inglesi non hanno lasciato alcun monumento degno di un potere che meriti il nome di sovrano…e tuttavia non c’è classe sociale che non li rimpianga, semplicemente perchè, almeno per un certo tempo hanno salvato i siciliani da Napoli "[29].

I siciliani non si accontentarono del fatto che un’apposita nuova legge di Ferdinando I riservasse ad essi la maggior parte delle cariche amministrative dell’isola, l’amministrazione della giustizia e che persino la coscrizione obbligatoria non fosse introdotta nell’isola. Anche il clero era fortemente antinapoletano e rimpiangeva la rappresentanza politica di ben 65 membri nella Camera dei Pari che la Costituzione del 1812 gli garantiva.

Nel 1819 la legislazione amministrativa centralizzata ed antifeudale fu estesa anche alla Sicilia ma trovò ancora moltissime resistenze tanto che solo nel 1838 si riuscì ad abolire la giustizia patrimoniale dei baroni. Il feudalesimo opponeva una strenua resistenza: alla fine del 1700 si contavano 142 principi, 95 duchi, 788 marchesi, 95 conti, 1274 baroni; ancora nel 1840 Frederic von Raumer, uno scrittore di libri di viaggi, riferisce che aveva constatato che nell’isola, su una popolazione di circa 2 milioni di anime, si contavano 127 principi, 78 duchi, 130 marchesi, innumerevoli conti (per tacere dei baroni), "molti dei quali ben di rado hanno visto i loro possedimenti e mai hanno posto mano alla loro amministrazione[30]. Si dovette arrivare addirittura al 17 giugno del 1850 quando Re Ferdinando II riuscì a strappare ai baroni siciliani i diritti sui fiumi che essi avocavano a sè in quanto la legge che metteva fine al feudalesimo parlava di ritorno al demanio pubblico dei corsi d’acqua navigabili, i latifondisti obiettavano che i fiumi siciliani non erano navigabili, suscitando continue liti col potere centrale.

Il primato civile del regno delle Due Sicilie in Italia nell’era post napoleonica

Mentre gli effetti politici della Restaurazione post napoleonica ebbero piena attuazione in tutti i ricostituiti stati italiani preunitari, col reazionario Piemonte in prima fila, viceversa nelle Due Sicilie re Ferdinando I e i suoi ministri ebbero il merito di lasciare immutate gran parte delle innovazioni dei francesi. Persino Tito Manzi, che era stato un influente esponente del governo del Murat, ebbe ad affermare che, nonostante la presenza nel regno delle truppe austriache fino all’agosto del 1817, Napoli spiccava nel quadro a tinte fosche [della Restaurazione] come la sola capitale italiana dove ci si premurasse con successo di "accrescere la forza del governo" e di migliorare insieme ad essa "la sorte del popolodi concentrare saldamente il potere nelle mani sovrane e organizzare amministrazioni efficienti e funzionali, dare forza allo Stato, sottrarne ai vecchi corpi privilegiati, la nobiltà e il clero[31].

Infatti, rimase intatta l’amministrazione dello Stato, trasformata dai francesi da feudale (con i mille "poteri” periferici baronali ed ecclesiastici) in centralizzata. A Napoli vi erano sette ministeri (Interni, Esteri, Grazia e Giustizia, Affari ecclesiastici, Finanze, Guerra e Marina, Polizia). In Sicilia vi erano altrettanti ministri responsabili più un luogotenente generale. In periferia, l’amministrazione era composta da una gerarchia di funzionari, nominati dal Re, che rispondevano al ministro dell’Interno: a capo delle Province vi erano gli intendenti, dei Distretti (frazioni territoriali delle province) i vice intendenti; a fianco dell’intendente c’era un consiglio provinciale responsabile della giustizia amministrativa. I comuni, infine, erano amministrati da un consiglio, chiamato decurionato, i cui componenti (decurioni, tre per ogni 1000 abitanti o frazione di mille) erano nominati dall’intendente con l’approvazione del Re, sulla base di liste di "eleggibili” (compilate per censo o per capacità personali). Il consiglio proponeva ogni tre anni una terna di candidati tra i quali l’intendente, di concerto con il Re, sceglieva il sindaco. L’amministrazione comunale aveva alle sue dipendenze gli impiegati amministrativi, gli addetti ai pubblici servizi e il medico condotto.

Re Ferdinando I attuò una politica di pacificazione nazionale, la cosiddetta "amalgama”; gli uomini che avevano servito i re francesi vennero in gran parte conservati ai loro posti facendo inorridire i legittimisti più convinti, come Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, il quale faceva notare che "Trattatasi dello scandalo che miratasi nel confronto di vedere sdraiato in un cocchio adorno e carico di nastri e di ciondoli colui che oltr’essere stato un inimico fiero della Monarchia, era di mille delitti e vessazioni e stragi ricolmo, nel momento che nello stesso pubblico cammino osservatasi lacero e mendico accattare pane muffito quel vecchio infelice che aveva perduto i figli sotto la scure rivoluzionaria; e non sono figure retoriche[32]. Si avviò l’avanzata dei funzionari provenienti da ceti non nobiliari, che acquisirono titoli (cavaliere e commendatore) e altre onorificenze del lavoro dal Re (come l’ordine cavalleresco di San Giorgio della Riunione, istituito nel 1818). Le Due Sicilie, in conclusione, erano all’avanguardia in Italia nello sviluppo della nuova istituzione di uno stato moderno fortemente centralizzato e, come vedremo negli avvenimenti del 1820 e 1848, anche nelle successive riforme che portarono per prime a dotarsi di una Costituzione. Per questi motivi il regno del Sud era guardato dai liberali italiani come un punto di riferimento, per stimolare analoghe iniziative negli altri stati italiani.

 "La libertà di parola e di stampa rimase piuttosto ampia, anche se intervallata da periodi di aggravata censura; a patto di non toccare le istituzioni della monarchia, si poteva dire tutto e scrivere quasi tutto. Le società segrete furono messe fuori legge … Seppure reazionario, Ferdinando I non fu un fanatico … ritenne di poter promuovere una certa modernizzazione senza concedere la liberalizzazione politica. Il pomo della discordia tra il trono e l’intellighentia nel periodo 1815-1848 furono le questioni della costituzione e del governo rappresentativo che generò una storia di cicli ripetuti di promessa, negoziato, rivoluzione, concessione, abrogazione, repressione e perdono. Il clima culturale in quel periodo era vivace e gli spiriti accesi. Soprattutto tra i giovani delle scuole e delle università si sentiva un gran fermento. Luigi Settembrini, che andò a Napoli per studiare nel 1828, ricorderà i suoi compagni di studio come "buoni, dotati di un cuore generoso pronto ad ogni azione bella e tutti liberali”… i giovani provinciali erano da sempre andati a Napoli per studiare, ma in quegli anni furono più numerosi che mai … in aggiunta all’Università era sorta una moltitudine di scuole pubbliche e private, istituti Reali ed accademie … circa ottocento istituti d’insegnamento privati nel regno, a Foggia, Teramo, Lecce, Altamura, Salerno, Cosenza, Troppa, e in tante altre città oltre che Napoli. Tutte queste istituzioni cercavano di attirare i giovani provinciali di talento con borse di studio, libera ammissione e premi di incoraggiamento … andavano a studiare legge, medicina, arti militari, e filosofia, ma anche economia politica, storia, ingegneria ed architettura ...si gettarono sulla letteratura francese divorando tutti i romanzi…leggevano anche Manzoni e Hegel, le tragedie di Alfieri e quelle di Shakespeare e la Divina Commedia … infine i salons intellettuali la cui importanza nella vita letteraria e teatrale della capitale cresceva con l’inasprirsi della censura. Nel Regno si pubblicava molto e vi circolavano oltre ai giornali, riviste, libri e opuscoli; anche nelle province operarono altri veicoli del discorso culturale: i caffè letterari ed artistici … importante il ruolo di convitti e di collegi che facevano parte del sistema universitario. La vita nelle provincie "era di una meravigliosa monotonia”[Raffaele De Cesare]. Eppure , in quegli anni apparve meno noiosa … le "vendite” della Carboneria si moltiplicarono … e si cospirava molto, le cospirazioni erano spesso seguite da arresti, processi, prigioni, pene esemplari, persino esecuzioni … ma malgrado la severità delle pene, l’esperienza di rivolta, di carcere, di fuga e di esilio generò una certa aura romantica che continuò ad attrarre i giovani. Quella della repressione brutale non fu peraltro l’esperienza di tutti. Nei "tempi normali” c’era spazio per la circolazione di idee e di opinioni[33]

Nel frattempo, lo scenario politico europeo postnapoleonico era dominato dalle solite superpotenze: l’Inghilterra, la Francia, l’Austria, la Russia e la emergente Prussia, tutte in lotta tra loro per la supremazia . Dopo il Congresso di Vienna, fu sancita, il 26 settembre 1815, la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria che si impegnavano a darsi reciproco soccorso per il mantenimento dello status quo; il 15 novembre 1818 le quattro potenze vincitrici: Gran Bretagna, Austria, Russia e Prussia firmarono un Protocollo ad Aquisgrana in cui si ratificava l’impegno reciproco al "mantenimento della tranquillità generale fondata sull’inviolabilità dei diritti e dei patti sottoscritti e non riconoscere da quel momento alcun cambiamento nei titoli dei Prìncipi sovrani che dopo aver preventivamente stabilito a questo riguardo un concerto tra loro”. Due anni più tardi, il 19 novembre 1820, venne firmato il Protocollo di Troppau che sanciva il "principio di intervento armato per la repressione di svolte rivoluzionarie, l’Inghilterra ufficialmente non firmò ma, nella prima parte del 1800, di fatto lo appoggiò.

Il primo stato europeo a subirne le conseguenze furono proprio le Due Sicilie dove re Ferdinando I, nel luglio del 1820, era stato costretto a concedere la Costituzione: "Venerdì, 7 luglio 1820. Passata la nottata e mattinata in forte agitazione ed angustia. A Mezzogiorno preso un boccone e poi messomi a riposare. Mentre dormivo venuto a svegliarmi Francesco [il principe ereditario] con un foglio in mano, col quale io promissiono di formalmente giurare la diretta osservanza della costituzione di Spagna del 1812, che era quella desiderata dalla nazione; sulla minaccia che non firmandola subbito, il generale Pepe alla testa di tremila uomini della già organizzata armata costituzionale sarebbe piombato sopra Napoli. Per il bene e la tranquillità della nazione, alzatomi dal letto e firmato il foglio, che subito pubblicatosi[34].

Seguì la sfilata a Napoli delle truppe costituzionali guidate dal generale Guglielmo Pepe, che inalberavano la bandiera tricolore rossa, turchina e nera, il 13 luglio Ferdinando giurò fedeltà ala Costituzione, ma è chiaro che lo fece sotto la minaccia della forza perché in cuor suo la aborriva: si sentiva, come tutti i monarchi dell’epoca, re per diritto divino. In concomitanza della rivoluzione incruenta avvenuta a Napoli sotto la guida di Guglielmo Pepe, ci furono moti indipendentisti nella Sicilia, dove si voleva riottenere la costituzione del 1812. Fu inalberata la bandiera della Trinacria e venne formato un governo provvisorio. La rivolta fu repressa nel sangue dalle truppe napoletane. Ma l’Europa conservatrice non stava a guardare e il re fu convocato a Lubiana, dove giunse l’8 gennaio 1821. Gli fu imposto di revocare lo Statuto (con sua gioia), e l’Austria, per ottenere lo scopo, invase il regno, battè le truppe guidate dal Pepe e trattenne nelle Due Sicilie i suoi quasi quarantamila soldati per ben sette anni (con enorme aggravio dell’erario meridionale che doveva provvedere al loro sostentamento).

Il Regno delle Due Sicilie era già all’avanguardia, dal punto di vista dell’istituto della Costituzione, tanto che quella siciliana era stata promulgata addirittura nel 1812, ed era la seconda dei regimi monarchici, in Europa, preceduta solo da quella inglese, ma di questa molto più avanzata e, comunque, la prima Costituzione italiana in assoluto; per questo motivo fu guardata da tutti i rivoluzionari della Penisola come un esempio. Non si sottolinea mai abbastanza, che il Sud era considerato, dai liberali del tempo, come il faro che indicava la nuova strada nello sviluppo delle istituzioni dalla monarchia assoluta a quella costituzionale. Questa leadership politica del Sud è generalmente molto poco considerata nei libri di testo ufficiali di storia, fu addirittura ignorata nelle celebrazioni del centenario dell’unità d’Italia del 1961.

Fu così che, sull’onda degli avvenimenti meridionali, anche negli altri stati italiani preunitari ci furono dei moti analoghi, al grido di "Viva Napoli, Viva la Sicilia”, repressi dai propri governanti.

In Francia, uscita sconfitta nelle guerre napoleoniche che causarono il ritorno dei Borbone nella persona di Luigi XVIII al quale succedette Carlo X, nel luglio del 1830 ci fu una nuova rivoluzione e prese il potere il nuovo "Re Cittadino” Luigi Filippo d’Orleans, figlio di colui che  aveva votato a favore della decapitazione di Luigi XVI. Il suo ministro Sebastiani dichiarò, nel 1831 "La Santa Alleanza si fondava sul principio dell’ Intervento, distruttore dell’indipendenza degli stati minori, la Francia dovrebbe invece imporre il principio contrario, assicurando così la libertà e l’indipendenza di tutti”[35]: era nato il "principio del non intervento; i successivi avvenimenti nello scenario europeo dimostrarono che questa era ovviamente un’enunciazione puramente strumentale che aveva solo la funzione politica di opporsi allo strapotere delle potenze vincitrici.

L’Inghilterra, dal canto suo, cominciava ad elaborare una strategia politica diversa da quella delle potenze conservatrici, tendente a favorire la nascita di nazioni nuove, dotate di statuti costituzionali simili ai suoi, le quali potessero fare da cuscinetto alle pretese egemoniche della Francia e dell’Austria; ovviamente era un espediente politico per contrastare lo strapotere franco-austriaco sull’Europa continentale; in realtà l’Inghilterra, dietro il paravento delle costituzioni e del liberalismo badava, come tutte le potenze, esclusivamente alla salvaguardia dei propri interessi, in politica non c’è spazio per i sentimentalismi.

Nel 1846, con la famosa Corn Law, i latifondisti inglesi avevano, dopo cinquanta anni di resistenze, ceduto al Parlamento che impose la sua visione economica liberista la quale prevedeva l’abolizione dei dazi di importazione dei prodotti esteri e contemporaneamente tendeva a favorire in Europa la caduta delle barriere doganali delle singole nazioni: il commercio inglese ne avrebbe tratto enorme giovamento perché aveva alle spalle la già solida economia (la rivoluzione industriale era nata per prima in Inghilterra) e la flotta mercantile che era la più potente del mondo.

Liberalismo politico e liberismo commerciale formavano un tutt’uno inscindibile che l’Inghilterra tentò, con la tutta la sua forza, di esportare in Europa.

 

L’era ferdinandea e il rafforzamento delle Due Sicilie nel contesto europeo

Negli anni immediatamente seguenti alla bufera napoleonica, il Regno delle Due Sicilie, guidato da Ferdinando I e successivamente dal figlio Francesco I, continuò a soggiacere all’influenza sia dell’Austria sia dell’Inghilterra, ma successivamente, sotto la ferma guida di Ferdinando II, divento’ uno stato veramente indipendente anche se la Francia, l’Austria e l’Inghilterra cercarono, comunque, di attirarlo nella loro sfera di influenza perchè la sua posizione strategica al centro del Mediterraneo era strategicamente decisiva, sia a livello politico sia commerciale.

Succeduto nel 1830 al padre Francesco I, che aveva regnato dal 1825 (anno della morte del padre Ferdinando I), Ferdinando II, appena ventenne, aveva subito mostrato la sua forte personalità  che avrebbe segnato i suoi 30 anni di regno.

Nel giro di pochi mesi diede seguito al programma di risanamento finanziario, già avviato dal precedente primo ministro Medici, abolì i cumuli di più retribuzioni, diminuì drasticamente il suo appannaggio, restituì al pubblicò le riserve di caccia dei sui avi, ridusse le imposte, quella sul macinato addirittura della metà, concesse un’amnistia; fatto questo, diede un forte impulso all’economia, costruì strade, ponti e ferrovie, stipulò numerosi accordi commerciali (solo tra il 1845  e il 1847 ce ne furono ben sette con: Gran Bretagna, Francia, Russia, regno di Sardegna, Stati Uniti, Danimarca e Prussia). Stipendiò i parroci nei comuni dove non c’erano le scuole elementari per fornire una istruzione di base al popolo, proibì l’accattonaggio avviando i mendicanti in istituti nei quali era insegnato loro un mestiere.

Potenziò l’esercito e la marina con l’intento di affermare in via definitiva l’indipendenza del Sud d’Italia dalle potenze straniere, covava un grande rancore verso l’Inghilterra a causa delle sue brame di protettorato verso la Sicilia, che si erano palesate durante l’occupazione della stessa durante la crisi napoleonica,  aveva in antipatia l’Austria, la cui occupazione militare del Regno dal 1821 al 1827 aveva, oltretutto, pesato in maniera disastrosa sul bilancio dello stato. Non nutriva nessuna avversione per la Francia, anzi, il suo modello di governo fu la monarchia amministrativa di stampo napoleonico con uno stato fortemente centralizzato, per questi motivi chiamo’ al suo fianco uomini che avevano servito il Murat e anche esiliati politici per i moti del 1820, fin dall’inizio dichiaro’ di essere contrario alla concessione di una Costituzione perché, secondo la sua opinione, il popolo meridionale non era maturo per un sistema rappresentativo.

Comincio’ ad affermare la sua presenza militare con due dimostrazioni della flotta davanti alle coste africane che convinsero, nel 1833 i tunisini e nel 1834 i marocchini, a non intralciare più, come avevano fatto per secoli, i commerci della flotta mercantile meridionale [erano i temutissimi "pirati barbareschi” che si cercava di avvistare dalle quasi 400 "torri saracene” costruite sulle coste meridionali e di contrastare con un pattugliamento navale che durava da maggio a novembre]. I primi cinque anni del regno di Ferdinando II furono così proficui che persino il premier Robert Peel, in pieno parlamento inglese, ne fece lode.

Dopo le piccole potenze, furono le grandi a dover saggiare la caparbietà di Ferdinando II il quale cominciò a "dare fastidio" nel 1836; all’epoca lo sviluppo dell’economia e della marina mercantile meridionali imponevano la ridiscussione di contratti commerciali stipulati anni addietro, quando non erano cosi’ floride, e nacque così la "questione degli zolfi” (la Sicilia deteneva il 90% delle riserve mondiali di quel minerale, indispensabile per l’industria chimica dell’epoca, in particolare quella degli esplodenti). "La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione più favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano a poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto più che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi ad una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi.[36]

I britannici, poiché non avevano ricevuto soddisfazione dallo scambio di note diplomatiche sempre piu’ dure con il regno delle Due Sicilie, fecero ricorso alla forza: "Palmerston mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrì, ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione [anche perche’ l’Austria aveva negato il suo appoggio, consigliando di cedere]. Il risultato fu che lo Stato napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiar tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero regno napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.[37]

L’ esperimento costituzionale ed il suo fallimento, il Re Bomba

Il 29 gennaio del 1848, Ferdinando II fu il primo sovrano italiano a concedere la Costituzione (promulgata il 10 febbraio), pressato, com’era, da una grave rivolta siciliana, iniziata alla fine del 1847, e dalle istanze sempre più incessanti dei liberali napoletani (sempre nel 1847 era stata scritta la "Protesta del popolo delle Due Sicilie” di Luigi Settembrini, giudicata, a posteriori, strumentale e esagerata sia dall’autore sia da altri liberali). Non era, pero’, un caso, come molti pensano, che le Due Sicilie fossero il primo stato italiano che ottenesse la Costituzione, abbiamo già visto che il Sud d’Italia era assolutamente all’avanguardia nel pensiero liberale italiano e non solo, prova ne sono le Costituzioni del 1812 e del 1820, rispettivamente la seconda in Europa (dopo quella inglese) e la prima in Italia. Tutta la stampa liberale italiana applaudì Ferdinando II, come pure gli invitati al ricevimento di gala al teatro San Carlo. A Torino duemila persone con torce e bandiere si recarono davanti alla residenza del Console delle Due Sicilie per congratularsi con lui; la pensava diversamente il loro re, Carlo Alberto, il quale dichiarò che "mica sono come quel Borbone che ha accettato il diktat degli insorti, facendo la cosa più deleteria che si potesse immaginare[38].

Fu formato un primo ministero che comprendeva Francesco Paolo Bozzelli, autore del testo della Costituzione, con essa il "suddito” diventava "cittadino”, con la definitiva sanzione della inviolabilità della libertà personale, di stampa, di associazione, della proprietà; oltre a questa "cittadinanza civile” veniva decretata una "cittadinanza politica” perchè al Re si affiancava un Parlamento composto da due camere: una di 164 Deputati eletti dal popolo su una base censitaria (25 ducati per gli elettori, 240 per gli eleggibili); l’altra camera di 50 "Pari” era nominata dal sovrano. In aprile fu formato un nuovo governo che incluse i nomi migliori della liberalità del regno: Troya, Poerio, Dragonetti, Scialoja, Ferrara, i fratelli Amari, Imbriani, Conforti, Settembrini: fu  decretata un’amnistia politica, abolito il Ministero della Polizia, tolta l’istruzione popolare al clero e si istituirono scuole anche nei più piccoli villaggi; in un primo tempo fu equiparato il minimo di censo tra gli eleggibili e gli elettori, poi fu abolito per cui poteva bastare il possesso della "pubblica stima” per poter essere eletto deputato. In questa fase re Ferdinando era considerato, dai componenti della classe dirigente, perfettamente in grado di svolgere il compito di reggitore della monarchia costituzionale che era l’istituzione preferita dalla maggior parte di loro, infatti solo una frangia era di sentimenti repubblicani.

Il 3 aprile la bandiera delle Due Sicilie (bianca con lo stemma dei Borbone al centro) aggiunge sui bordi dei quattro lati una cornice verde e rossa. Ma "la rumorosa e quasi bambinesca festosità dei napoletani provocò lo sconquasso. Le strade di Napoli …furono percorse e ripercorse da cortei quasi quotidiani e sempre più infiammati. Fu un pullulare di giornali e giornalucoli, redatti spesso da uomini ancora incerti nel mestiere, che spingevano l’opinione pubblica sino al parossismo. Giorno e notte si discuteva sui perfezionamenti da apportare all’appena ottenuta Costituzione, quasi che teoria e pratica fossero in politica due campi totalmente separati. Si disquisiva, si declamava, nell’incessante ricerca di eleganti distinguo dialettici. La vanità della minutaglia intellettuale straripava. I "paglietti”, come Ferdinando chiamava gli avvocati, i greculi, gli azzeccagarbugli, infervoravano il popolo, denunciando macchinazioni anche quando non era il caso sicchè, come disse il liberale Nicola Nisco, "invece di procacciare amici al libero reggimento, lo facevano prendere in odio e dispetto anche da quelli che l’amavano[39]

Le elezioni si tennero il 18 aprile, l’affluenza alle urne fu scarsa; lunedì 15 maggio, in coincidenza con l’apertura del primo Parlamento, nel palazzo comunale di Monteoliveto di Napoli, un gruppo di deputati rivoluzionari, con a capo Giovanni La Cecilia e Pietro Mileti, dichiarò di considerare insoddisfacente la Costituzione appena proclamata, propose delle modifiche come l’abolizione della camera dei Pari e rifiutò di prestare giuramento alla persona del Re; in realtà voleva rovesciare la monarchia proclamando la repubblica. Ferdinando II, sebbene obiettasse che i deputati non avevano diritto di mutare la Costituzione prima che si aprisse il Parlamento, accettò persino il mancato giuramento alla sua persona pur di far partire i lavori dell’assemblea e fece molti tentativi di conciliazione con i ribelli tramite degli emissari mandati a trattare: furono momenti che misero a dura prova l’autocontrollo del Re, nato ed educato secondo i principi della regalità "per diritto divino”, ma egli non cedette alle provocazioni.

Malgrado i suoi tentativi di accomodamento, gli animi dei rivoltosi non si placarono ed essi proclamarono, nell’aula del Parlamento, che le truppe del Re stavano marciando verso l’Assemblea, questo era completamente falso e gli stessi emissari del sovrano dichiararono di essere disposti a condurre una delegazione dei deputati a verificare l’inconsistenza di queste accuse, dato che le truppe erano consegnate, per ordine del Re nelle caserme, ma non servì a nulla: vennero erette per le strade decine di barricate (circa 90) e furono sparati alcuni colpi all’indirizzo dei militari in servizio fuori al palazzo reale facendo morti e feriti.

Solo a quel punto, la mattina del 16 maggio, il Re diede ordine di reagire, ci furono scontri, devastazioni e vittime; a un comandante che prometteva di ridurre "la canaglia” alla ragione, Ferdinando rispose bruscamente "State calmo, signore e non chiamate canaglia il popolo. Sono napoletani…sono i miei compaesani, miei sudditi. Qualche cattivo elemento li ha fuorviati, ma si tratta sempre del mio popolo!…se vi lasciate travolgere dalle passioni ci sarà un massacro, ed è quello che voglio evitare ad ogni costo. Fate prigionieri ma non uccidete ! Nelle strade c’è molta gente che domani si sarà pentita del suo errore”[40].  Nonostante ciò ci furono molte vittime (le cifre più attendibili parlano complessivamente di un migliaio) e devastazioni; i deputati, malgrado il loro proclami insurrezionali antimonarchici, non subirono violenze.

 "Non facciamo i nomi dei sostenitori delle varie spiegazioni [dei fatti del maggio napoletano] perché ne ha fatto un esame accuratissimo il Paladino usando pubblicazioni rare, atti processuali…..Ruggero Moscati, ai giorni nostri, ha finito sostanzialmente con l’accettare, a proposito della giornata del 15 maggio, la tesi di Giuseppe Paladino, cioè che esso fu "un’esplosione imprevista e impreveduta di poche centinaia di persone in gran parte non napoletani, che scimmiottando i casi parigini del febbraio, e stoltamente illudendosi di ottenere aiuti dalla squadra francese nella rada, oppure di trascinare gli Svizzeri [che formavano la milizia scelta del Re] e le truppe napoletane a far causa comune con loro, eressero prima delle barricate contro un pericolo immaginario, si rifiutarono poi di disfarle perché sospettavano e diffidavano del re, del governo, di tutto e di tutti, ed infine si dispersero per le case vicine da dove aprirono il fuoco contro le truppe. Moto anarchico ed inconsulto”. E tale giudizio fu la conclusione di un movimento culturale iniziatosi dopo il 1860 da parte di un illustre storico tedesco (il Reumont) e di due onesti patrioti come il Settembrini e Vittorio Imbriani”[41]

Questi luttuosi avvenimenti impressionarono moltissimo il re meridionale e non poteva essere altrimenti, lasciandogli nel cuore una ferita inguaribile e condizionando tutti i suoi comportamenti fino alla fine del suo regno, nel 1859: la frattura del 15 maggio non si ricompose più e questa, alla fine, fu fatale per la sopravvivenza del regno meridionale; il re si convinse, infatti, che "Costituzione eguale Rivoluzione”, convincimento che espresse più volte e da quale non recesse più.

Comunque, in un primo momento, la Costituzione venne confermata, furono indette nuove elezioni per il 15 giugno, con una nuova soglia censitaria (120 ducati per gli eleggibili e 12 per gli elettori) che furono liberissime ma con scarsa affluenza. Il 1° luglio il parlamento finalmente aprì i lavori ascoltando una relazione programmatica del Re (approvata il 1° agosto dalla Camera dei Deputati ed il 5 da quella dei Pari). Un gruppo di deputati ricominciò un duro ostruzionismo verso il sovrano rimproverandogli lo scioglimento della precedente Camera, a causa dei fatti del 15 maggio; essi ribadirono anche la loro volontà di far continuare alle Due Sicilie la guerra contro l’Austria contro l’opinione del Re.  "Le due camere svolsero una modesta attività…non formularono alcun progetto di legge…il 6 febbraio 1849 il Ministro delle Finanze fece un discorso sul bilancio dello Stato con le relative tasse, alcuni deputati si opposero affermando che per esigere imposte occorreva un voto del parlamento e che il governo in carica [nominato, come la Costituzione prevedeva, dal Re] non riscuoteva la loro fiducia, inoltre si censurò la politica interna del sovrano; i contrasti non si appianarono e il conflitto governo-Re da una parte e deputati dall’altra fu risolto il 12 marzo da Ferdinando II il quale sciolse la Camera stabilendo nuove elezioni che mai si tennero[42].

Alla fine del marzo 1849 il Re offrì alla Sicilia un parlamento proprio, un vicerè, amministrazione separata con abolizione della promiscuità di impiego tra siciliani e napoletani, riconoscimento dei debiti fatti dal governo rivoluzionario, amnistia. Questo non bastò ai siciliani che, per bocca del loro capo Ruggiero Settimo, respinsero le proposte del sovrano. Alla Camera dei Comuni di Palermo echeggiò il grido "Guerra, guerra!” ma il 15 maggio 1849 le truppe napoletane, dopo numerosi successi, entrarono in Palermo spegnendo definitivamente la rivolta indipendentista della Sicilia e sottraendo anche l’isola alle brame degli inglesi, che la avevano sostenuta nella lotta sperando in un futuro protettorato britannico. Ferdinando II, già nel settembre del 1848, aveva inviato in Sicilia parte della sua flotta da guerra (all’epoca la terza del mondo) al comando del generale Carlo Filangieri; essa aveva cominciato a bombardare Messina dal 3 settembre, coprendo lo sbarco delle milizie in essa imbarcate e continuando a martellare le postazioni degli indipendentisti per cinque giorni. I combattimenti furono molto accaniti tanto che le truppe borboniche ebbero 1500 morti, non si è mai fatto un consuntivo di quelle siciliane.

In seguito a questi cruenti avvenimenti e alla repressione dei moti repubblicani del 15 maggio 1848, Ferdinando II, già osannato precedentemente dai liberali con gli appellativi di "novello Tito” o "pacifico Giove”, collezionò diversi nuovi soprannomi: "Mostro coronato”, "Nerone del Sebeto”,"Tigre borbonica”,"Caligola di Napoli”, ma soprattutto "Re Bomba”. C’è da dire, però, che reprimere le insurrezioni all’interno dei loro domini, era il comportamento "usuale e normale” di tutti i sovrani dell’epoca che le consideravano opera di "sudditi ribelli”; l’ipocrisia generale volle che solo a Ferdinando, per motivazioni politiche molto lontane da altre "umanitarie”, fosse appioppato il soprannome di Re Bomba, gli altri suoi pari rimasero indenni da simili appellativi tanto che nessun liberale chiamò Vittorio Emanuele II in modo diverso da "re galantuomo” anche se quest’ultimo poté impunemente cannoneggiare, causando migliaia di morti: Genova (1849), Ancona (1860), Gaeta (1860-’61) e Palermo (1866).

Il 19 maggio 1849 tornò in uso la tradizionale bandiera bianca con lo stemma dei Borbone; il 7 agosto 1849 fu nominato presidente del Consiglio e delle Finanze il lucano Giustino Fortunato, ex aderente alla Repubblica Napoletana e al governo di Murat. Lo statuto fu sospeso, ma non abrogato: così fallì il primo esperimento costituzionale d’Italia.

Le interpretazioni, formulate dai fautori della Costituzione, sulle cause dell’insuccesso furono essenzialmente due: i più accesi accusavano il Re di spergiuro e addebitavano solo a lui la colpa, viceversa i più moderati affermavano esattamente il contrario: "la rivoluzione era "politicamente immatura” principalmente per responsabilità proprio dei democratici più estremisti con le loro "balorde utopie repubblicane”, progetti astratti, insensati e rischiosi.”[43]; 1559 municipi mandarono delle petizioni per invitare il Re a sospendere la Costituzione[44]. In realtà nessuno sa con certezza cosa pensasse Ferdinando circa la Costituzione; gli storici affermano, in grande maggioranza, che nel suo intimo la avversasse (come del resto tutti i sovrani dell’epoca, convinti che il loro potere derivasse direttamente da Dio) e che il suo modello fosse quello della monarchia amministrativa del regime napoleonico, ma non c’è dubbio che l’atteggiamento massimalista di molti liberali napoletani lo spinse a nutrire per la monarchia rappresentativa un’avversione crescente, tanto più che, successivamente, essi aderirono al movimento unitario italiano a guida piemontese e poi curiosamente accettarono un nuovo monarca e lo Statuto Albertino che s’ispirava agli stessi principi della Costituzione Napoletana del 1848, che avevano precedentemente avversato con la violenza.

Il sovrano rimase solo con il suo potere assoluto e "non si rese conto che i pennaruli avevano bisogno di una camera di compensazione per sfogare la loro libidine politica e per sentirsi protagonisti, cittadini, del progresso civile ed economico del paese … non per altri motivi le rivoluzioni che colpirono tutta l’Europa nel 1848, lasciarono indenne unicamente la terra della Regina Vittoria, segno questo che la via inglese "riformare per non dover innovare” era una carta vincente "[45].  I liberali meridionali esuli si rifugiarono in tutta Europa sviluppando negli anni diversi sentimenti: all’inizio profonda malinconia, struggente nostalgia della Patria e noia per la vita intellettuale degli altri stati giudicata poca cosa rispetto a quella vivacissima di Napoli, poi critica spietata della monarchia meridionale risparmiando la popolazione del regno, in seguito toni accesi anche nei confronti del popolo che non dimostrava alcuna aspirazione alla rivolta né tanto meno all’ideale unitario, infine l’auspicio che un atto di forza esterno costringesse i napoletani ad unirsi al costituendo regno d’Italia perchè essi "si sono così abituati a considerare la loro città come un mondo a sé” e che il nuovo governo unitario dovesse basarsi nel Mezzogiorno "sulla forza, almeno per lungo tempo[46]

La massima parte del popolo meridionale, invece, non desiderava evoluzioni politiche, anzi le osteggiava considerandole una lesione alle prerogative assolute del sovrano; il monarca era amatissimo e ne aveva prova nelle innumerevoli manifestazioni di affetto esternate dai sudditi nei suoi numerosi viaggi di ispezione nelle province nel regno; egli veniva infatti considerato "il nostro padre” cioè il garante supremo dei diritti del popolo contro le pretese dei baroni, del clero e della emergente borghesia. Le masse, insieme ai loro sovrani, consideravano i loquacissimi intellettuali liberali come dei demagoghi, pescatori nel torbido ed infatti tutte le volte che dovettero scegliere tra monarchia napoletana o straniera, tra il Re e i liberali hanno scelto sempre il proprio sovrano come ben dimostrano i fatti del 1799, del 1820, del 1848 e infine la reazione postunitaria.

D’altra parte l’ideale monarchico era ancora molto vivo nei popoli di in tutt’Europa, a dispetto delle idee costituzionali o repubblicane e i fratelli Goncourt facevano notare, nei primi decenni del 1900, che "Le menti mediocri che giudicano l’ieri da quello che è l’oggi, si stupiscono della grandezza e della magia della parola Re…essi credono che fosse solo servilismo, ma il Re rappresentava la religione popolare di allora, coma la patria è la religione di oggi "[47]. Il popolo provava affetto per Ferdinando II anche per la sua "meridionalità” tanto simile alla propria che egli, pur nella profonda consapevolezza della regalità, manifestava negli atti della sua vita: dal senso della famiglia alla religiosità (che lo spingeva ad assistere quotidianamente alla Messa ed alla recita serale del rosario), dall’uso abituale del dialetto ai gusti alimentari, fino ad arrivare ai panni stesi ad asciugare nelle sale della reggia di Caserta. I suoi svaghi preferiti erano le parate militari e una corsa in carrozza, che guidava personalmente, assieme ai suoi cari; le cerimonie ufficiali della Corte annoiavano lui e la sua consorte, l’austriaca Maria Teresa, "Tetella[48]. Nemmeno i più accessi oppositori poterono muovere critiche riguardo la sua integrità come marito e padre, virtù non molto diffusa nei sovrani del suo tempo, basti pensare, solo per rimanere in Italia, a Vittorio Emanuele II che dilapidò somme enormi per le sue innumerevoli amanti con i relativi figli illegittimi.

Dopo la fine del regno borbonico la fedeltà all’ideale monarchico rimase intatta e cominciò ad esternarsi persino nei confronti dei nuovi sovrani, i Savoia, nonostante la loro pessima condotta nei confronti del Sud. A chi gli ricordava il perdurante affetto del popolo meridionale, l’esiliato Francesco II (ultimo re delle Due Sicilie) rispondeva amaramente: "Sì, è vero i Napolitani sono fedeli al Re, ma a qualunque Re del tempo, non alla mia persona”, parole profetiche tanto che nel referendum repubblica-monarchia del giugno 1946, il Sud votò massicciamente per quest’ultima.  Scrisse, all’epoca, nel suo diario, il ministro degli Interni Romita "nella notte tra il 3 e il 4 giunsero, però, improvvisamente i dati di un nutrito gruppo di sezioni meridionali e la Monarchia passò in vantaggio. Fu la notte più terribile: intorno alle ventiquattro sembrò che ogni speranza fosse perduta …mi accasciai sulla poltrona, gli occhi fissi verso l’alto soffitto in ombra …il telefono squillò più volte… proprio a me, repubblicano da sempre, sarebbe spettato dire ai lavoratori che l’ultimo rappresentante della più inetta casa regnante d’Europa sarebbe restato al proprio posto ed enormemente rafforzato dalla riconferma popolare? E che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri, che non volevano l’avventura del referendum?”[49]. Quando Umberto II, ultimo re sabaudo, si imbarcò all’aeroporto di Campino di Roma per l’esilio in Portogallo "un vicebrigadiere dei carabinieri lo saluta, egli si ferma a stringergli la mano: "Vi aspettiamo sempre, Maestà!”, dice il giovane con accento napoletano[50].

Re Ferdinando II, restaurando la monarchia assoluta, assunse verso i liberali un atteggiamento sprezzante, chiamandoli "pennaruli[51], iniziò una politica repressiva con le liste degli "attendibili” (cioè dei sospetti) compilate da un corpo speciale di polizia i cui membri erano chiamati "i feroci”; "La repressione fu dura, come in altri paesi europei [che avevano sperimentato i moti del 1848],  ma poco sanguinosa…come se il suo scopo fosse lo sradicamento più che la vendetta…più che feroce, fu una repressione pervicace e capillare, protrattasi per un tempo lunghissimo. Per più di un decennio continuarono tanto i processi politici che la caccia ai latitanti…i beni degli esuli furono sequestrati e le famiglie sistematicamente perseguitate. Tanto le corti che il governo fecero un ampio ricorso a varie forme di espulsione, dalla condanna all’esilio alla deportazione, alla tolleranza verso le fughe. La censura, tanto governativa quanto ecclesiastica, imperversò…nel 1850 fu ufficialmente abolita la libertà di stampa, addirittura nel 1859 per pubblicare un libro fu necessaria anche l’autorizzazione preventiva del Vescovo; l’insegnamento fu riconsegnato alla Chiesa cattolica, il reclutamento dei maestri affidato al clero, l’ispezione scolastica ai vescovi e l’esame di catechismo reso obbligatorio per tutti gli insegnanti.

Il regno si trasformò in uno stato di polizia [anche se il pubblicista Giacinto dè Sivo faceva notare che "chi non aderiva alle sette godeva di amplissima libertà di fare quello che voleva”[52]], il Ministero della Polizia, che era stato abolito nel 1848, fu ristabilito nel 1852, esso disponeva di una rete immensa di collaboratori e spie. I licenziamenti [per motivi politici] colpirono praticamente tutta l’intellighentia del regno, dagli impiegati di banca al direttore del museo di Napoli e degli scavi di Pompei; i progetti di riforme, persino i più cauti, furono abbandonati….la metafora della "muraglia della Cina” rende bene il leitmotif della politica post-quarantottesca, cioè la reclusione[53] . L’allontanamento dal regno di molti esponenti di spicco delle scienze e delle arti, tutti sbrigativamente bollati dal Re come "liberali”, portò ad un indebolimento complessivo delle Due Sicilie privandole dei cervelli migliori.

Ferdinando II incarnò sempre più la figura di un autocrate con ministri che erano dei semplici esecutori dei suoi ordini e quindi non responsabili personalmente dei loro atti; egli voleva essere tenuto personalmente al corrente di tutto quello che succedeva nel suo regno e questo lo costrinse ad un impegno massacrante diviso tra lavoro a tavolino e lunghe udienze nelle quali ascoltava pazientemente i numerosi interlocutori che potevano arrivare anche a più di cento in una sola giornata; molto temute le sue improvvise ispezioni nelle varie province in cui chiedeva conto agli intendenti del loro operato. L’autocrazia di Ferdinando II impedì la maturazione di una classe politica dirigente responsabile, il Sud legò il proprio destino alla sopravvivenza della persona del Re e lo si vide alla sua prematura scomparsa quando il figlio, Francesco II, si poté valere, nell’esercizio del potere, quasi solo di personaggi di settanta e più anni, figli di altre epoche ed incapaci ad affrontare i problemi dei tempi nuovi. "Temuti gli uomini di testa, [Ferdinando II] s’andò cercando la mediocrità, perchè più mogia; non si volle o non si seppe cercare i migliori e porli ai primi seggi….e per non fidarsi di nessuno, e non aver bisogno d’intelletti, fu ridotta a macchina l’amministrazione ed il governo…..la nave dello Stato non provveduta di piloti andò in tempo di calma più anni barcollando; poi al primo buffo, non trovandosi mano esperta al timone, senza guida affondò[54].

Inoltre va rimarcato il fatto che la difesa ad oltranza dell’istituto monarchico assoluto, da parte di Ferdinando II, non solo era politicamente debole nei confronti delle istanze liberali delle "intellighentiae” interne ed internazionali (pur essendo queste ultime asservite ad interessi non ideali ma di supremazia economica) ma gli inimicò soprattutto i ceti borghesi meridionali i quali, rafforzatisi proprio grazie alla grande politica di sviluppo economico del Re, reclamavano anche una partecipazione politica.

In conclusione, nei momenti della crisi decisiva del 1860, la monarchia borbonica si trovo’ alleato solo il popolo minuto e nemiche tutte le altre componenti della societa’: gli intellettuali,  la borghesia e i latifondisti che essa, a vario titolo, aveva avversato (mancato progresso delle istituzioni in senso costituzionale e provvedimenti antifeudali); per questi motivi, dopo l’annessione del regno meridionale, furono i contadini e  pastori che reagirono alla nuova realtà col fenomeno del brigantaggio, le altre componenti della societa’ furono ben liete della caduta dei Borbone.

 

L’Italia nel 1800

La situazione politica preunitaria, le piccole patrie, il principio di "nazionalità”

Bisogna risalire ai tempi dell’imperatore romano d’oriente Giustiniano per trovare, in Italia, uno Stato unitario; dopo l’invasione dei Longobardi del 568 si ruppe l’unità politica e ci furono 1300 anni di divisioni che generarono nazioni diverse, almeno nel comune sentire del popolo, ognuna delle quali ebbe storia, cultura, usi e costumi propri, questi ultimi erano molto diversi tra le vari Stati preunitari italiani, persino l’alimentazione prevedeva, al Sud, cibi di cui il Nord ignorava persino l’esistenza e viceversa. Questo processo si esaltò nel Mezzogiorno perchè esso "rimase in parte estraneo alla penetrazione longobarda sia per le persistenze bizantine sia per la costituzione subito dopo l‘anno Mille, grazie ai Normanni, del primo stato unitario dell’Italia postromana una "nazione napoletana”, ossia meridionale, comprendente tutte le genti dal fiume Tronto allo stretto di Messina[55].

Pe questi motivi, a livello popolare, l’idea di un  Stato Italiano unitario come Patria comune, era completamente assente, tanto che, per esempio, la popolazione delle Due Sicilie chiamava "forestieri” gli altri abitanti d’Italia e i piemontesi, quando si spostavano dal loro stato, affermavano che andavano "in Italia"; il popolo includeva nel suo concetto di  "patria” lo stato italiano d’appartenenza e questo gli bastava.

A metà del 1800 ce n’erano ben 7 di cui solo 3 erano pienamente indipendenti: Regno delle Due Sicilie, che era il più esteso e il più ricco, il Regno di Sardegna e lo Stato della Chiesa; gli altri 4 erano sotto il dominio diretto o indiretto dell’Austria: regno Lombardo Veneto; ducati di Parma e Modena; granducato di Toscana (alla fine del Settecento gli stati italiani erano addirittura 12, ridotti a 9 dal Congresso di Vienna del 1815). Afferma Giorgio Rumi, professore ordinario di storia contemporanea: "Queste Italie diverse, che c’erano prima dell’unità, erano nazioni che avevano ciascuna una propria dignità, esistevano indipendentemente dall’esito risorgimentale e la cui rispettabilità non può essere certo misurata solo secondo la loro adesione al progetto risorgimentale.” [56] Ben diversa la realtà degli altri stati europei che da tempo avevano raggiunto la loro unità politica statale: la Spagna nel 1469; la Francia dal 1492; l’Inghilterra nel 1066; la Russia nel 1580; la Svezia dal 1632.

La lingua "ufficiale” di Stato era l’italiano in tutti i regni italiani, tranne che nel Piemonte (dove era il francese), ma in realtà nella Penisola non esisteva una lingua comune parlata e gli italiani italofoni nel 1861 erano solo una sparuta minoranza, il 2.5% secondo T. De Mauro[57], il 9.5% secondo A. Castellani[58] e, di questi, i toscani erano la massima parte; tutti si esprimevano nel proprio dialetto; ancora a metà degli anni Cinquanta del 1900 il 60% degli italiani parlava solo il dialetto locale. [59] In Piemonte si parlava, si scriveva e si pensava in francese, il poeta Giacomo Leopardi scriveva che: "i francesi fossero considerati dai piemontesi come veri compatrioti[60]; i ricchi mandavano i figli studiare in Francia, questi giovani, una volta adulti, leggevano giornali francesi e s’interessavano dei fatti d’Oltralpe, lo stesso Statuto Albertino fu scritto prima in francese e poi tradotto in italiano[61]; tutto questo faceva dire che "se tra le varie contrade italiane vi è più e meno d’italianità è indubitato che il Piemonte è il meno italiano di tutte, ed ha a capo un principe che men di tutti ha in bocca l’idioma del sì.[62] "I Savoia si erano italianizzati scendendo con i secoli e con il Po, come dice beffardo Carlo Cattaneo, ma a Corte, abbandonata ogni formalità, il re e i suoi ministri parlavano più volentieri il dialetto…nelle scuole piemontesi era obbligatorio parlare in dialetto. Cavour e, dopo di lui la regina Margherita, consorte di Umberto I, secondo re d’Italia, non si trovarono mai a completo agio con l’italiano, Margherita [e Cavour] teneva la sua corrispondenza in francese; quando si cimentava con l’italiano sbagliava tutti i verbi e non riusciva a scrivere una semplice lettera senza infarcirla di errori di sintassi e di ortografia, come un bambino delle elementari[63].

L’analisi genetica degli italiani (dallo studio di 40 frequenze geniche del DNA) mostra come ancora oggi il nostro paese sia un mosaico di gruppi etnici ben differenziati che coincide con la distribuzione delle lingue parlate in Italia nel VI secolo avanti Cristo, questo suggerisce che la romanizzazione dell’Italia non abbia inciso in maniera sostanziale dal punto di vista genetico né tanto meno dal punto di vista linguistico se è vero che, anche oggi, ciascuna regione della penisola parla un dialetto diverso in cui si ritrovano "relitti” delle lingue usate dalle popolazioni pre-romaniche le quali erano distinte in più di 10 gruppi diversi .[64]

Non c’era, ai tempi dell’unità d’Italia, un’economia integrata tanto che solo il 20% dei commerci degli stati preunitari erano diretti verso le altre regioni della penisola. Alla fine possiamo dire che solo la religione era patrimonio comune di tutti gli abitanti della Penisola, quest’ultima, in sostanza, era come un condominio, si viveva sotto uno stesso tetto (le Alpi) ma ci si ignorava e spesso si litigava. La composizione sociale della popolazione italiana complessiva era: 55-60% contadini; addetti al settore manifatturiero 18% al Sud, 15 % al Nord; al commercio e alla navigazione 20% (quest’ultimo settore quasi a totale carico delle Due Sicilie); il rimanente 10% era composto da professionisti, ecclesiastici e persone che vivevano di rendita.[65]

Prima di parlare dei progetti politici unitari italiani dobbiamo distinguere due concetti: quello di Stato e quello di Nazione e per questo trascriviamo le definizioni del Dizionario della Lingua Italiana Zingarelli[66]: "Stato” è "persona giuridica territoriale sovrana, costituita dalla organizzazione politica di un gruppo sociale stanziato stabilmente su un territorio” mentre "Nazione” è "il complesso di individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi, aspirazioni, specie quando hanno coscienza di questo patrimonio comune”; da questo ne deriva che possa esserci uno stato costituito da più nazioni come possa anche esistere una nazione senza stato (come esempi dei giorni nostri possiamo pensare nel primo caso alla Gran Bretagna, nel secondo ai Curdi).

Il 1800 fu il secolo in cui si sviluppo’, a livello di ristrette elites, il "principio di nazionalità” che reclamava, inizialmente, il diritto all’autodeterminazione, cioe’ autonomia amministrativa e culturale (come l’insegnamento della propria lingua nelle scuole) dei gruppi definiti come nazioni; nella seconda parte del secolo, invece, qualsiasi gruppo che si autodefiniva "nazione” si sentì giustificato a reclamare non solo una semplice autodeterminazione ma uno Stato indipendente politicamente: si passo’, cosi’, dalle dodici entita’ nazionali che Giuseppe Mazzini vedeva destinate, a metà dell’ottocento, alla costituzione dell’ "Europa dei popoli” ai ben 27 stati nati alla fine della prima guerra mondiale, che vide il dissolvimento dello stato multinazionale per eccellenza, quello asburgico, che conteneva ben 11 gruppi etnici ed era diventato incompatibile, ormai, con questa nuova visione "nazionale”, non piu’ autonomistica ma indipendentistica.

Questo principio di nazionalità era sentito, almeno nei primi due terzi del secolo, solo dalle classi dominanti, culturali ed economiche, delle singole nazioni nelle quali, al contrario, la maggioranza degli individui, da sempre, si sentiva legata  solo alla propria comunità di appartenenza (villaggi, borghi, piccole citta’) dove era nata e dove, nella massima parte dei casi, trascorreva quasi totalmente la propria esistenza. Solo pochi privilegiati, infatti, si potevano concedere il lusso di un viaggio che poteva anche aprir loro piu’ vasti orizzonti mentali e che, peraltro, si conduceva con mezzi di trasporto simili a quelli dei tempi degli antichi romani: cavallo e navi; il treno cominciava  a muovere i primi passi, non esisteva il telefono, gli unici mezzi di comunicazione a distanza erano la posta e il telegrafo (ancora rudimentale).

Questi milioni di persone senza il senso di appartenenza a una "nazionalità” furono plasmate, dalle classi dominanti degli stati nazionali, a sentirsi parte degli stessi perche’ lo Stato, per mantenersi coeso, aveva bisogno di creare un sentimento comune di nazione che divento’, la nuova "religione civica”, nacque, cosi’, il "patriottismo”.  La scuola fu il piu’ formidabile mezzo di propaganda laico che formava, fin dalle elementari, il nuovo cittadino "statale”. Persino i monarchi europei, i quali appartenevano molto di  piu’ alla loro grande famiglia aristocratica (essendo tutti apparentati tra loro), che alle entita’ nazionali dei propri sudditi, dovettero cedere al principio di nazionalità, trasformandosi in britanni (come la regina Vittoria) o in greci (come Ottone di Baviera) o imparando la lingua (che spesso parlavano con un accento goffamente straniero) della nazione della quale erano a capo, nella veste di sovrani o coniugi degli stessi.

Fu questa la premessa da cui si scivolo’, quasi fatalmente, nella seconda parte del 1800, dal "principio di nazionalità” ai "nazionalismi” in cui le singole nazioni non si consideravano piu’ "alla pari” delle altre ma "migliori”; si autodefinivano, infatti, a seconda dei casi, piu’ "civili”, piu’ "libere”, piu’ abili a mantenere l’ "ordine” o la "legge”. Le decine di milioni di persone che imbracciarono il fucile, e che morirono, nei due conflitti mondiali del 1900, non erano andate alla guerra per il gusto di combattere, per amore della violenza e di eroismo; al contrario, la propaganda interna dei singoli stati nazionali "nazionalisti” dimostra che il punto da mettere in risalto non era la gloria e la conquista ma il fatto che "noi” eravamo vittime dell’aggressione, dell’accerchiamento di nazioni ostili che rappresentavano una minaccia per la civilta’ incarnata da "noi”; il mondo sarebbe diventato migliore grazie alla "nostra” vittoria, cosi’, ad esempio, i Tedeschi venivano chiamati, nella prima guerra mondiale, gli "Unni”, anche dal fante semplice di trincea. [67]

La "logica” del nazionalismo offusco’ la mente anche di personaggi culturalmente superiori, e quindi poco "manipolabili” dalla propaganda, essi si aggregarono entusiasticamente al comune sentire delle masse popolari le quali rimasero in gran parte insensibili ai richiami dell’Internazionale socialista che affermava la guerra non essere nei loro interessi di proletari ma solo delle classi dominanti, e che si recarono entusiasticamente nei luoghi di raduno delle truppe in partenza per i vari fronti di guerra, lanciando fiori e proclamando ad alta voce "Sarete presto a Berlino!”, "Sarete presto a Parigi!”.

I progetti politici unitari del Risorgimento e la loro caratteristica elitaria

Così, anche nella Penisola, nella prima metà dell’800, a livello di ristrette e colte elites, borghesi ed intellettuali, divenne sempre più presente e forte la convinzione dell’esistenza di un’unica Nazione Italiana che si faceva ascendere da alcuni all’impero romano, da altri al Medioevo; ad essa si facevano risalire i fasti del Rinascimento con il suo primato culturale indiscusso (che coincideva, con apparente paradosso, col punto più basso della rilevanza politica dell’Italia nel contesto europeo).

Giovani universitari, avvocati, medici, giornalisti, scrittori, avevano formato il loro pensiero leggendo le opere di Foscolo, Berchet, Giusti, Giannone, Manzoni, Poerio, Pellico, Cuoco, D’Azeglio, Balbo, Botta e Gioberti (solo per citarne alcuni) e credettero fosse arrivato il momento di battersi per dare a questa Nazione uno Stato unitario; erano una esigua minoranza anche perchè solo pochissimi italiani sapevano leggere e scrivere (persino al momento dell’unità il loro numero superava a malapena il 20%).

Questa aspirazione ad un’unione statale della Penisola divenne il loro ideale da realizzarsi però tramite quattro progetti politici molto diversi e in palese conflitto tra loro: quello repubblicano-centralistico di Mazzini: repubblica e stato fortemente centralizzato; quello repubblicano-federale di Cattaneo il quale affermava che "gli italiani senza federalismo saranno sempre discordi, invidiosi, infelici[68]; quello monarchico-federale a guida papale di Gioberti, il quale, in antitesi al pensiero di Mazzini, faceva notare che "il popolo italiano" non può essere soggetto d'azio­ne politica perché non è ancora altro che «un desiderio e non un fat­to, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa», per questo motivo la guida del risorgimento nazionale deve essere «monarchica ed aristocratica, cioè risedente nei prìncipi e avvalorata dal concorso degl'ingegni più eccellenti, che sono il patriziato naturale e perpetuo delle nazioni»; infine, quello monarchico-centralistico, il "tutto mio” dei Savoia.

Alberto Banti, a proposito delle incompatibilità tra i quattro progetti politici unitari, scrive [69]:"Le fratture che correvano all'interno del mo­vimento nazionale erano di un tipo tale per cui chi avesse vinto la partita, avrebbe vinto tutto, e chi avesse perso sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano, in posizione politica (e spesso anche personale) del tutto marginale". Anche per questo i massimi esponenti delle varie correnti di pensiero, si detestavano a vicenda, ad esempio Cavour affermava: ”Ciò che manca a Mazzini per essere un sommo rivoluzionario è il coraggio morale, l’intrepidità a fronte dei pericoli, il disprezzo della morte”, gli dava, insomma, del codardo, accusa peraltro ribadita da molti che criticavano "l’agiatissimo esilio” del Genovese e la sua contemporanea accesa retorica che spingeva altri soggetti a prendere le armi in pugno e a morire; "infame cospiratore e autentico capo di assassini” rincarava Cavour; di contro Mazzini gli rispondeva che "Io vi sapevo, da lungo tempo, tenero alla monarchia piemontese più assai che della patria comune; adoratore materialista del fatto più che di ogni santo, eterno principio…perciò se io prima non vi amavo, ora vi sprezzo”. Garibaldi, a sua volta, chiese a più riprese a Vittorio Emanuele II di liquidare Cavour il quale affermava che "Garibaldi è il più fiero nemico che io abbia”.

Bisogna, inoltre, rimarcare il fatto che "L’ingombrante presenza austriaca della penisolaponeva due ordini di problemi. Innanzi tutto, creava uno squilibrio permanente nei rapporti tra Stati italiani, dato che nessuno di essi aveva il peso ed il prestigio militare sufficienti a bilanciare l’influenza asburgica. In secondo luogo, catalizzava il problema italiano intorno alla parola d’ordine della cacciata dello straniero, ricca di suggestioni emotive …tali da far passare in secondo piano, come minimalista e inadeguato, qualunque programma volto a ottenere riforme costituzionali o amministrative nell’ambito degli ordinamenti esistenti…questa peculiarità italiana fece sì che la dimensione cospirativa di stampo settario (Mazzini)…avesse un peso rilevante[70] anche perchè i programmi federalisti del Gioberti e di Cattaneo, rispettivamente monarchico e repubblicano, pur se rispettosi delle realtà secolari degli stati italiani, sostanzialmente fallivano nella soluzione del "problema Austria”.

Tutti questi progetti unitari "raccoglievano ostilità e soprattutto indifferenza nel popolo italiano[71], nella prima metà dell’Ottocento, infatti, l’idea di un’Italia unita e indipendente non si era formata, com’era del tutto assente una coscienza nazionale; né sono da contrapporre a queste asserzioni le "spontanee insurrezioni popolari unitarie" che si manifestarono nei vari stati italiani, esse erano notoriamente organizzate da agenti sabaudi, né tanto meno i risultati dei "plebisciti" confermativi le annessioni piemontesi, che seguirono alla cacciata dei sovrani preunitari, e che nessuna mente intellettualmente onesta può definire, guardando alle modalità del loro svolgimento, libera espressione di volontà popolare.

Persino nel fervore delle guerre di indipendenza il sentimento di appartenenza ad un'unica patria era molto labile: nella prima, del 1848, i soldati piemontesi non mostrarono nessuna aspirazione alla causa unitaria e nazionale tanto che quando Gioberti e Brofferio (due importanti esponenti liberali e unitaristi) si presentarono al loro cospetto e tentarono di istruirli sul significato”risorgimentale” della guerra "le mille imprecazioni dei nostri Ufficiali il fecero desistere dalla sua impresa. [Brofferio] si fece accompagnare in vettura da tre Ufficiali per paura che per strada lo ammazzassero. Gioberti gli toccò la stessa sorte e un soldato finì per tirargli addosso un torsolo di cavolo”[72].

Nella seconda guerra (del 1859) "i soldati dell’esercito sardo, quasi esclusivamente contadini e popolani … non erano ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia, tanto è vero che ai volontari provenienti dalle altre regioni d’Italia rivolgevano la domanda: "Vieni dall’Italia?”[73]. Furono solo 10mila i volontari accorsi dalle altre regioni d’Italia (la popolazione complessiva di queste regioni era di 20 milioni di abitanti), un’ulteriore prova, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto poco era sentita l’istanza di una unione politica dell’Italia, questo fatto riempì d’indignazione Cavour che si sfogò ripetutamente nella sua corrispondenza privata, i volontari arruolati a Torino, provenienti dalle Due Sicilie, furono 20.[74] Il conflitto si svolse tra l’avversione del popolo piemontese, oppresso fiscalmente a causa della onerosissima politica estera governativa, l’indifferenza dei lombardi (protagonisti nel marzo del 1848 delle Cinque giornate di Milano) e l’ostilità dei veneti che si batterono valorosamente nelle fila dell’esercito austriaco.

Durante la terza (1866) quando a Lissa il comandante austriaco von Teghethoff annunciò agli equipaggi delle sue navi, composti quasi integralmente da veneti, che la battaglia contro la marina del regno d’Italia era stata vinta, essi lanciarono i berretti in aria in segno di giubilo e gridarono "Viva San Marco” [simbolo di Venezia].

Questo stridente contrasto tra gli ideali di una minoranza e le aspettative della grande maggioranza della popolazione fece causticamente commentare che "Il liberalismo, che pretende di essere l’interprete dei destini nazionali e della volontà popolare, è in realtà una parte che pretende di stare per il tutto, una minoranza ideologica che si autoconferisce l’identità di nazione…Italia fittizia che si sovrappone al Paese reale senza rappresentarlo[75] .

Passando dagli idealisti senza secondi fini, alle persone che invece avevano concreti interessi materiali, non vi è dubbio che dietro l’ideale unitario si creò una alleanza tra la borghesia settentrionale e i latifondisti meridionali; la prima, forte dell’appoggio politico del Piemonte, vedeva nell’unità la possibilità di espandere gli affari a danno di quella meridionale, la seconda patteggiò il sostegno ai Savoia in cambio della futura vendita sotto costo delle terre demaniali ed ecclesiastiche, privando in questo modo i contadini degli usi civici (cioè dell’uso gratuito delle terre dello Stato per la semina e il pascolo).

La classe che fu fortemente penalizzata dal Risorgimento fu quella popolare la cui condizione economica peggiorò causando il tragico fenomeno dell’emigrazione "il popolo minuto era per il resto del tutto irrilevante ai fini del movimento nazionale, e ciò giova a spiegare come nessun elemento dirigente di quest’ultimo si prendesse la briga di conquistarne le simpatie[76]. Solo Garibaldi lo fece, ma solo strumentalmente, all’inizio della spedizione dei Mille: promise, con degli editti, le terre a chi lo avesse aiutato nella lotta contro i Borbone, poi, una volta ottenuto l’appoggio dei contadini, egli stesso ordinò la repressione di focolai di rivolte popolari, l’episodio più grave fu quello del paese di Bronte, in Sicilia. Qui ci fu la resa dei conti circa le promesse fatte: il 1° agosto 1860 i contadini, insorti contro i proprietari terrieri; uccisero una decina di "galantuomini”; il Nizzardo, sollecitato dal console inglese che gli intimava di far rispettare le proprietà britanniche lì presenti, e spinto anche dal verificarsi di rivolte contadine simili a Linguaglossa, Randazzo, Centuripe e Castiglione, inviò il 6 Agosto sei compagnie di soldati piemontesi e due battaglioni di cacciatori al comando di Nino Bixio, "una forza atta a sopprimere li disordini che vi sono in Bronte che minacciano le proprietà inglesi[77] . Bixio, arrivato a Bronte, uccise subito a freddo un rivoltoso ed emise un decreto con cui intimava la consegna delle armi, l’esautorazione dell’amministrazione comunale e la condanna a morte dei responsabili più una tassa di guerra per ogni ora trascorsa fino alla "pacificazione” della cittadina; nei giorni successivi incriminò cinque persone, tra cui un insano di mente, le quali dopo un processo farsa furono condannate a morte; gli accusati, che erano innocenti (i responsabili erano scappati prima dell’arrivo di Bixio), furono fucilati il giorno successivo e i loro cadaveri esposti al pubblico insepolti[78]. "Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo [Bixio] videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! Ma niuno osò più muoversi….se no ecco quello che ha scritto:"Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo [distruggiamo] come nemici dell’umanità "[79].

I "galantuomini" avevano vinto su tutti i fronti e Garibaldi si dimostrò, quindi, come dice Denis Mack Smith, "il più religioso sostegno della proprietà"; lo aveva capito, già all’inizio della spedizione dei Mille, un frate siciliano, padre Carmelo, che declinò l’invito del garibaldino Giuseppe Cesare Abba di unirsi alle camicie rosse dicendogli:”Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero; ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia…così è troppo poco.[80]

Marcello Veneziani[81] osserva, inoltre, che il Risorgimento provocò, per la sua preminente matrice liberale ed anticlericale, anche ”la frattura con l’anima religiosa del popolo italiano, la frattura con il mondo rurale e con i valori tipici di una civiltà contadina, la frattura con il Meridione”. Interessanti, a quest’ultimo proposito, le opinioni di Denis Mack Smith e Paolo Mieli[82], dice il primo: "Contrariamente alla versione raccontata sui libri della storia ufficiale il popolo meridionale non partecipò al Risorgimento" e aggiunge il secondo: "La stagione risorgimentale e post-risorgimentale è fatta di migliaia di morti, lotte, spari, massacri. Abbiamo vissuto una lunga guerra civile, di reietti contro buoni. Il popolo, soprattutto dell’Italia meridionale, è stato all’opposizione; lo era dai tempi delle invasioni napoleoniche [le cosiddette "insorgenze” contro i francesi che causarono decine di migliaia di vittime], c’erano stati moti molto forti, per diciannove anni, sino al 1815. Il popolo rimase sordamente ostile, perché legato all’autorità borbonica non percepita come nemica e alla Chiesa cattolica, che era una delle fonti istituzionali alle quali abbeverarsi. Il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio in realtà fu una guerra civile che sconvolse l’intero Sud, gli sconfitti lasciarono le loro terre e alimentarono la gigantesca emigrazione verso l’America ".

1848: il fallimento delle ipotesi federali e di quella centralistica repubblicana

La storiografia ufficiale ha bollato Ferdinando II come un re insensibile al richiamo del principio di nazionalità italiana, ma la cosa è piu’ complessa di quello che puo’ sembrare e, per approfondire il giudizio, è indispensabile rivedere gli avvenimenti dall’inizio.

Infatti, prima che naufragasse definitivamente il progetto federale, Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, era stato più volte sollecitato ad accettare la presidenza di un’ipotetica Lega degli Stati Italiani[83] e già nel 1831 "i liberali italiani, riuniti in congresso a Bologna, decidevano di offrire al Re di Napoli la Corona d’Italia[84] perché lo riconoscevano come il sovrano italiano più aperto verso i loro ideali.

Nel 1832, Ferdinando II propose un accordo per ben due volte, in primavera e in inverno, al Regno di Sardegna, prima di mutua assistenza e poi allo scopo di abolire ogni influenza straniera in Italia; il governo piemontese si rifiutò [85] anche perché il 23 luglio del 1831 aveva stipulato con l’Austria un trattato difensivo e questo gli bastava per sentirsi al sicuro contro eventuali attacchi francesi; questa proposta del re meridionale fu interpretata a Vienna come una mossa antiaustriaca tesa a liberare la Penisola dal dominio asburgico e provocò le ire di Metternich.

Ferdinando II ci riprovò l’anno successivo, come riferisce Angela Pellicciari [86] " nel novembre del 1833,  tramite il proprio ambasciato­re a Roma, conte Ludorf, egli invitava il papa Gregorio XVI a farsi promotore di una Lega difensiva e offen­siva fra i vari governi della penisola", ma l’invito non fu accolto; persino il mazziniano Attilio Bandiera, autore nel 1844, col fratello e altri, di un tentativo insurrezionale unitario, prima di morire, scrisse una lettera a Ferdinando II esplicitando la sua fede repubblicana ma anche la sua disponibilità a seguirlo nel caso volesse diventare il Sovrano costituzionale di tutta l’Italia.

L’Austria, dal canto suo, coglieva i frutti dei mancati accordi tra gli stati preunitari italiani e ribadiva, in maniera forte, la sua egemonia su gran parte dell’Italia: nel 1847 (il 24 aprile) ammonì, con una nota diplomatica (inviata successivamente, per conoscenza, anche a Carlo Alberto del Piemonte) il Granduca di Toscana a non concedere riforme; il 17 luglio, data del primo anniversario della concessione dell’amnistia da parte di papa Pio IX, occupo’ Ferrara; la cosa era formalmente legittima, perché prevista dall’articolo 103 del trattato di Vienna, ma è chiaro che era un atto di rilevanza politica come lo erano le due note inviate il 2 agosto alle potenze firmatarie dei trattati del 1815 in cui si denunciavano i fermenti liberali in Italia. In questo gioco di supremazia politica si innesto’ l’Inghilterra che mando’ in missione, in autunno, presso le Corti italiane, Lord Minto per intimorire l’Austria e farsi garante dell’appoggio inglese a tentativi di riforme liberali e dei principi di nazionalità italiani. La risposta degli Asburgo fu l’occupazione militare dei ducati di Modena e Parma, stringendo cosi’ da vicino la Toscana e lo Stato della Chiesa.

Ma già ad agosto , papa Pio IX, sull’onda delle idee federaliste del Gioberti espresse nel libro "Il Primato morale e civile degli italiani”, aveva preso l’iniziativa, cominciando a sondare l’adesione d’alcuni sovrani italiani al progetto di una "lega doganale", sulla falsariga di quella realizzata l’11 maggio 1833 tra i venticinque stati tedeschi (il Zollverein); a novembre fu firmata una bozza d’intesa tra Roma, Firenze e Torino e ci furono contatti con Napoli e Modena per un allargamento della stessa.

Il momento cruciale per mettere alla prova i progetti di una unione federale italiana avvenne nell’anno 1848: il 13 marzo, a Vienna, scoppiò un’insurrezione liberale che chiedeva la Costituzione; appena giunta la notizia, il 17 insorge Venezia e poi, dal 18 al 22 marzo [le Cinque giornate] Milano; i borghesi milanesi erano esasperati dagli austriaci i quali mortificavano le loro attività economiche, rivolte per lo più verso l’Italia, mentre Vienna le voleva subordinate a quelle del resto dell’impero multinazionale asburgico, si arrivò addirittura al rifiuto di prolungare oltre Pavia la rete ferroviaria.

I soldati del comandante Radetzky furono costretti ad abbandonare Milano e i rivoltosi mandarono dei messaggeri al re piemontese Carlo Alberto sollecitando un suo aiuto: il 24 marzo 1848 (avuta notizia del ritiro del maresciallo austriaco) il Piemonte dichiarò guerra all’Austria (la cosiddetta prima guerra d’indipendenza) dopo aver fornito, in tutta fretta, le sue truppe di vessilli tricolori con lo scudo dei Savoia al centro, visto che la bandiera azzurra sabauda era malvista "e per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana[87].

Il 26 marzo il ministro degli Esteri delle Due Sicilie sollecitò la convocazione di un Congresso a Roma, sotto l’egida del papa, in appoggio al progetto toscano di una "lega politica” detta italica. Carlo Alberto, a sua volta, manda in missione il conte Rignon il quale si reca prima dal Papa e poi da Ferdinando II per sollecitare un aiuto militare; malgrado in Sicilia fosse in atto da gennaio una grave rivolta indipendentistica.

Il 7 aprile Ferdinando II dichiarò guerra all’Austria e stabilì di inviare al nord un contingente di ben 16mila uomini (di cui 3 mila volontari) [88] al comando del generale Guglielmo Pepe; il 20 aprile, col richiamo dei rispettivi ambasciatori, la rottura tra Due Sicilie e Austria era completa. Nell’occasione Ferdinando II emanò un proclama: "Noi consideriamo com’esistente di fatto la Lega Italiana, dacché l’universale consenso dè Prìncipi e dè popoli della Penisola ce la fa riguardare come già conchiusa, essendo prossimo a riunirsi in Roma il Congresso che Noi fummo i primi a proporre; e siamo per essere i primi a mandarvi i rappresentanti di questa parte della gran famiglia italiana [il 4 aprile erano stati già designati e l’11 si stabilì che essi aderissero comunque al progetto di lega doganale] … le sorti della comune patria vanno a decidersi sui piani di Lombardia ...unione, abnegazione, fermezza e l’indipendenza della nostra bellissima Italia sarà conseguita. Tacciano davanti a tanto scopo le meno nobili passioni e 24 milioni di italiani avranno una patria potente, un comune ricchissimo patrimonio di gloria, e una nazionalità rispettata che peserà in Europa[89].

Il granduca di Toscana Leopoldo II, per suo conto, aveva già mobilitato 3mila regolari ai quali si erano aggiunti altrettanti volontari, dallo Stato della Chiesa partirono 7mila regolari e 10mila volontari; invece i duchi di Modena, Parma e Piacenza fuggirono e le giunte cittadine si pronunciarono per una fusione col Piemonte; a Venezia Daniele Manin e Niccolò Tommaseo proclamarono la repubblica e il distacco da Vienna.

Nonostante la mobilitazione alla guerra, da parte degli altri stati italiani, fosse acquisita, Carlo Alberto fece fallire il progetto di federazione politica italiana, si limitò infatti a proporre, ai rappresentanti diplomatici a Torino degli altri stati italiani, che si riunissero nella sua capitale i delegati militari di Piemonte, Toscana, Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie per discutere i particolari delle operazioni contro l’Austria. Questo intendimento fu riferito dal cardinale Antonelli agli inviati delle Due Sicilie, giunti il 18 aprile a Roma per il Congresso della costituenda Lega politica; essi rimasero di sasso perchè l’adesione al conflitto contro gli Asburgo era già acquisita, le truppe meridionali erano pronte e anche parte della flotta meridionale si era diretta nel mar Adriatico per unirsi a quella piemontese contro l’austriaca. Pio IX dichiarò: "Io non solo approvo la Lega, ma la riconosco necessaria; per questo ho invitato pertanto i sovrani di Napoli, di Toscana e di Sardegna a concluderla; disgraziatamente il Governo di Torino si mostra restio[90].

I delegati piemontesi non arrivarono mai a Roma, il loro re aveva gettato la maschera, il progetto monarchico-federale doveva essere sepolto perchè egli aveva ambizioni diverse, voleva diventare l’unico Re d’Italia fedele emulo di quello che aveva affermato il suo antenato Emanuele Filiberto:"L’Italia? È un carciofo di cui i Savoia mangeranno una foglia alla volta”. Di opinione esattamente opposta il re Ferdinando II, il quale, come riporta lo storico De Cesare, non certo sospetto di simpatie per i Borbone, dichiarò nel letto di morte: "Mi è stata offerta la corona d’Italia, ma non ho voluto accettarla; se io l’avessi accettata, ora soffrirei il rimorso di aver leso i diritti dei sovrani e specialmente i diritti del Sommo Pontefice[91] .

Il 29 aprile il Papa si disimpegnò dall’adesione alla guerra federale, rimarcando la preminenza del suo magistero spirituale, respinse l’idea di mettersi a capo di una federazione politica italiana, contemporaneamente mandò un messaggio all’Austria invitandola a rientrare nei suoi "naturali confini”: fu il colpo di grazia al progetto monarchico-federale a guida papale propugnato da Gioberti.

Dopo giorni di inutile attesa, il 4 maggio, vista la sospensione delle trattative per la lega politica, la delegazione meridionale si ritirava e nello stesso giorno il generale Pepe si imbarco’ sulla corvetta a vapore Stromboli, raggiunse Ancona l’8 maggio e si diresse verso i campi di battaglia del Nord; era uno dei pochi ad esserne entusiasta, non lo erano ne’ i suoi ufficiali sottoposti, ne’ tantomeno i soldati semplici perchè "come scrisse Giuseppe Paladino: "Nel Sud non erano popolari ne’ la guerra, ne’ il nazionalismo, ne’ l’indipendenza [italiana si intende, perché il popolo meridionale già si sentiva pienamente tale non essendo minacciato dall’Austria]”, la guerra voleva dire nuove imposte e la partenza degli uomini che procuravano il pane”[92]

Dopo l’insurrezione antimonarchica napoletana del 15 maggio (gia’ descritta nei capitoli precedenti) Ferdinando II ordinò, il 22 maggio, al contingente militare meridionale di terra e di mare di rientrare in patria anche perché molto preoccupato della contemporanea rivolta indipendentista siciliana in corso e di altri moti liberali in Calabria. Per questo gesto  fu molto criticato dai liberali  ma dobbiamo osservare due cose: non c’era nessun patto scritto tra le Due Sicilie e il Piemonte, per cui, in caso di sconfitta dei subalpini, l’Austria avrebbe potuto invadere il Sud; in caso invece di vittoria comune, nessun beneficio si sarebbe riversato sul regno meridionale che, in definitiva, ci avrebbe rimesso uomini e denari in tutte e due le eventualità; in più il Re si trovava a dover contemporaneamente domare una gravissima insurrezione che minacciava di fargli perdere una parte importante del regno quale era la Sicilia ed egli sospettava che i liberali si nascondessero dietro gli ideali unitari allo scopo di favorire la secessione siciliana; secondo lui la partenza verso il Nord delle forze di terra e di mare faceva parte di un piano di destabilizzazione interna che avrebbe potuto portare alla caduta del regno, tanto è vero che, subito dopo la partenza erano avvenuti i luttuosissimi fatti del 15 maggio

Ma le operazioni al fronte erano in pieno svolgimento e i soldati meridionali contribuirono, in maniera decisiva alle vittoriose battaglie di Curtatone e Montanara, del 29 maggio, e di Goito del 30, malgrado fossero in netta inferiorita’ numerica ("si erano battute con un coraggio da leone”, scrisse Radetzky nelle sue memorie); stranamente, però, sull’obelisco eretto nei luoghi degli scontri i loro nomi non compaiono assieme a quelli dei citati soldati toscani.

Il bellicoso generale napoletano Guglielmo Pepe, ricevuto l’ordine di ritirarsi da parte di Ferdinando II, rifiutò di abbandonare la partita e rimase al fronte con una piccolissima parte delle truppe che lo seguirono, disubbidendo agli ordini del sovrano; fu nominato, da Daniele Manin, comandante in capo delle truppe di terra della neonata repubblica di Venezia, anche altri ufficiali meridionali come Cesare Rossarol, Alessandro Poerio, Enrico Cosenz, Carlo e Luigi Mezzacapo restarono al fronte e si coprirono di imperitura gloria. I soldati meridionali  furono, invece, definiti indesiderati da Carlo Alberto il quale dichiarò che avrebbe fatto "da sé e solo da sé”. Di parere opposto i cittadini di Goito che nel loro "manifesto di commiato” dichiararono: "Prodi napoletani del 10° di linea Abruzzo! Voi che appena arrivati vi uniste a noi con fratellevole simpatia, voi che per tutto il tempo che abbiamo passato insieme vi siete distinti per una condotta esemplare, voi che la memoranda giornata del 30 maggio pugnaste così valorosamente nella battaglia combattuta alle soglie del nostro paese e noi dall’alto delle case vi abbiamo veduti e ammirati, accettate i ringraziamenti degli abitanti di Goito, riconoscenti…” oppure per citare il saluto dei commilitoni toscani che avevano combattuto a Montanara: "Vi abbiamo amati come fratelli negli accampamenti, vi abbiamo ammirati come prodi soldati sul campo di battaglia. Siete chiamati in Patria e noi sentiamo la forza del vostro dovere[93] .

Nel frattempo il 29 maggio si era svolto un plebiscito per l’adesione "condizionata” della Lombardia al Piemonte (561mila voti favorevoli e 681 contrari) che doveva essere confermato da una Assemblea Costituente da eleggere in un prossimo futuro.

L’ 11 giugno ci fu la sconfitta di Vicenza del contingente pontificio, agli ordini di Durando; scrisse Pellegrino Rossi:” Io dico solo che chiunque…sia l’autore [degli avvenimenti del 15 maggio] si fece colpevole di un enorme delitto, avendo quei moti fermato le armi napoletane che già toccavano le sponde del Po. Indi l’indebolimento dell’esercito (non veneto) posto a custodia di Venezia, indi l’audace rivolgersi di Radetzky, e la gloriosa, ma infelice giornata di Vicenza, indi i pericoli gravissimi onde per quella vittoria austriaca è minacciata l’ Italia” e aggiunge Ranalli”se il moto di Napoli…fosse stato di altri pochi giorni indugiato, forse non sarebbe sì alle cose della guerra funesta; avendo già il generale Pepe ricevuto ordini da Carlo Alberto di passare nel paese veneto….e con un esercito di più di ventimila uomini, e con buona artiglieria, non solo avrebbe potuto sostenere Vicenza, ma dare l’appoggio al re, da indurlo forse a passare l’Adige. Tanto puo’ il caso ne’ detsini delle nazioni”[94]

Ma la guerra continuava, gli austriaci ripresero in mano il comando delle operazioni e così seguì la sconfitta piemontese di Custoza (23 luglio). Carlo Alberto si ritirò a Milano dove fu assediato dai milanesi nel palazzo in cui soggiornava, fatto segno di grida "Traditore!” e colpi d’arma da fuoco, per cui, mestamente e protetto dall’oscurità della notte, ritornò a Torino. Fu siglato un armistizio nel quale, però, non si faceva nessun cenno al Granducato di Toscana, i cui uomini avevano combattuto fino all’ultimo con i piemontesi e la cui integrità territoriale era quindi in balia dell’Austria vincitrice, questa fu un’ulteriore riprova che Carlo Alberto considerava questo primo conflitto contro lo straniero solo come una guerra dinastica, gli altri italiani servivano solo per i suoi scopi egoistici. Radetzky rientrò a Milano accolto da grida di "Evviva” della festante popolazione; l’anno successivo, alla ripresa delle ostilità, ci fu la definitiva sconfitta piemontese di Novara (3 marzo 1849).

Scrisse Gramsci nell’opera "Il Risorgimento”: "La politica incerta, ambigua, timida e nello stesso tempo avventata dei partiti di destra piemontesi fu la cagione della sconfitta; essi furono di una astuzia meschina, essi furono la causa del ritirarsi degli eserciti degli altri stati Italiani, napoletani e romani, per aver troppo presto mostrato di volere l’espansione piemontese e non una confederazione italiana; essi non favorirono ma osteggiarono il movimento dei volontari…pensando di poter vincere gli Austriaci con le sole forze regolari piemontesi [e non si capisce come potessero avere una tale presunzione], o avrebbero voluti essere aiutati a titolo gratuito [e anche qui non si capisce come politici seri potessero pretendere un tale assurdo]"[95]; gli avvenimenti del 1848 causarono, quindi, il fallimento dell’ ipotesi monarchico-federalista del Gioberti.

Le due ipotesi repubblicane, quella centralistica di Mazzini e quella federale di Cattaneo, erano quasi impossibili da realizzare nell’Europa di quei tempi in cui l’istituto monarchico era la regola ed era amato dal popolo (costituito per il 70% dai contadini); alla fine del processo unitario guidato dai Savoia, Cattaneo, pur se eletto successivamente per tre volte al Parlamento del regno d’Italia, coerentemente rifiutò l’incarico per non giurare fedeltà al Re; Mazzini, a sua volta, si chiuse sempre più in se stesso e morì isolato da tutti; egli aveva affrontato solo il problema dell’unità nazionale e della cacciata dello straniero senza elaborare progetti atti a risolvere le esigenze pratiche del popolo italiano: la questione contadina, la depressione economica, l’analfabetismo; il solco con le classi inferiori, che però erano la schiacciante maggioranza, rimase incolmabile per cui i numerosi moti da lui suscitati non ebbero mai nessun seguito popolare e con essi fallì il progetto repubblicano-centralistico.

Per tutti questi motivi rimase in piedi solo il programma monarchico-centralista dei Savoia che ebbe in Cavour un formidabile esecutore, lo stesso Garibaldi scrisse il 26 febbraio 1854 a Giuseppe Mazzini: "… appoggiarci al governo piemontese è un pò duro, io lo capisco, ma lo credo il miglior partito, e amalgamare a quel centro tutti i differenti colori che ci dividono; comunque avvenga, a qualunque costogli Inglesi unici che ponno tollerare una nazione italiana, e appoggiarci, quando loro convenga, sono del mio parere, e voi lo sapete[96]; nacque così la formula "Italia e Vittorio Emanuele”.

La classe politica piemontese si atteggiò a punto di riferimento per il movimento liberale con il quale ostentava un ruolo di "supremazia politica" del regno di Sardegna rispetto agli altri stati italiani in quanto in esso, contrariamente che altrove, era stato mantenuta in vigore la Costituzione anche dopo gli sconvolgimenti del 1848-49. Enorme la differenza tra i fatti di Napoli, già descritti, e il comportamento pacato e responsabile dei torinesi che accolsero con soddisfazione e curiosità l’esperimento costituzionale senza dar vita a provocazioni ed intimidazioni di piazza che potessero scatenare la reazione di Carlo Alberto.

Nel Piemonte, a differenza delle Due Sicilie, la borghesia si affiancava alla nobiltà, dedita anch’essa agli affari e che non viveva solo di rendita come nel Sud d’Italia, nel servire fedelmente la monarchia; l’aristocrazia prevaleva ma non aveva il monopolio delle cariche: logica conseguenza di queste premesse fu il rafforzamento del sistema parlamentare. A Napoli, invece, già culla dell’Illuminismo italiano, era tutto l’opposto, come già ben dimostrato dagli avvenimenti del 1799 della Repubblica Napoletana, essa era stata fatta proprio dai nobili e dai borghesi napoletani contro il re e il popolo; quest’ultimo era, quindi, l’unico che appoggiava, senza riserve, la monarchia meridionale; la politica amalgamatrice dei Borboni non era riuscita, dal 1815 al 1848, a sopire gli ideali repubblicani dei liberali meridionali, tanto che la stessa Carboneria nacque e prosperò soprattutto al Sud d’Italia.

In realtà lo Statuto Albertino non era una costituzione più avanzata di altre, prevedeva, all’articolo 5 :"Al Re solo appartiene il potere esecutivo” e all’articolo 65 " Il Re nomina e revoca i ministri”, da ciò ne derivò una debolezza congenita dei premier che si susseguirono a ritmo serrato fino alla fine dell’epoca liberale nel 1922; inoltre l’estensione dei diritti politici ai cittadini era limitatissima (gli aventi diritto al voto erano un’esigua minoranza), scarsissima la centralità legislativa del parlamento tanto è vero che dall’ascesa al potere di Cavour (4 novembre 1852) all’apertura del primo parlamento unitario (18 febbraio 1861) , su 3000 giorni disponibili per il dibattimento la Camera fu chiusa per ben 2145 e questo fu "costituzionalmente " possibile grazie agli articoli dello Statuto.[97]

Comunque sia, lo stato sabaudo divenne il polo d’attrazione per tutti gli esuli politici d’Italia, il cui numero raggiunse alla vigilia dell’unità un massimo di 50mila persone, essi furono "cooptati dalla classe dirigente subalpina, arrivando ad occupare posti di rilievo nell’Università, nell’editoria, nel giornalismo, nel parlamento, senza risparmiare l’esercito…numerosi gli ufficiali integrati nell’esercito sardo…un quarto dell’organico complessivo"[98]. "Torino diventa la Mecca degli italiani e in particolare di una colonia di napoletani …saranno loro l’officina ideologica dello statalismo piemontese, esteso poi, come in una guerra coloniale, a tutta la penisola assoggettata con le armi. È il caso di Beltrando e Silvio Spaventa, Pasquale Stanislao Mancini, Francesco de Sanctis, Ruggero Borghi, Angelo e Camillo De Meis, i quali avranno un ruolo di primo piano nella conquista sabauda”[99]

Gli esuli ricevevano dei sussidi dal governo piemontese ma per essi il prezzo da pagare per queste "attenzioni” fu altissimo: abbandono degli ideali repubblicani o federalisti e adesione al processo unitario monarchico-centralista sotto la guida dei Savoia; così, sulle ceneri delle precedenti associazioni con vari orientamenti programmatici, nacque il 1° agosto 1857 la "Società Nazionale” con segretario il siciliano Giuseppe La Farina, essa raggruppò i nomi più importanti del movimento unitario (Manin, Montanelli, Depretis, Bastogi, Visconti Venosta, Garibaldi, Verdi, Pallavicino Trivulzio), tutte le pregiudiziali repubblicane e federaliste vennero messe da parte e si rinsaldò l’alleanza con Cavour; quest’ultimo ufficialmente negava ogni rapporto con i "rivoluzionari” ma, in realtà, li finanziava e se ne serviva per destabilizzare, con sommosse ed attentati, gli altri Stati italiani, tutto questo in funzione del suo progetto espansionistico di annessioni forzate al Piemonte.

Il Risorgimento perse in questo modo la gran parte della sua idealità e dello spirito democratico avendo come misero risultato finale il mantenimento dell’istituto monarchico e il progressivo "allargamento” del Piemonte con l’abbattimento delle frontiere interne. "Anche un innamorato del Risorgimento come Giovanni Spadolini non nascose che, accanto alle luminarie patriottiche si trovavano le ombre di questioni rimaste insolute: "Quella dei Savoia - scrisse - era una dinastia ambiziosa ed intraprendente all’estero, retrograda e conservatrice all’interno. Più astuta che geniale. Più fortunata che gloriosa. Più abile che audace. Una sola meta: estendere lo Stato sabaudo verso est e cioè verso le pingui pianure lombarde.Il Risorgimento era stato troncato a mezzo delle sue aspirazioni…..i Savoia sono rimasti gli stessi, utilitari ed esclusivisti piemontesi di prima e hanno tentato di piemontizzare l’Italia, appoggiandosi alla sua ottusa e superba consorteria militare e accaparrandosi con concessioni e compromessi i diversi ed eterogenei partiti politici, espressioni più di clientele che di popolo[100]

Aggiunge Gigi Di Fiore[101]:” La tendenza dei Savoia fu sempre quella, a partire da Vittorio Emanuele II, di far identificare la Nazione con la dinastia e non viceversa. Mai furono rinnegate le radici piemontesi tanto che il re cercava di stare il meno possibile a Roma, fuggendo, quando poteva a Torino. La festa nazionale, collegata alla concessione dello Statuto albertino, la bandiera con al centro lo stemma di casa Savoia…….erano tutti segni esteriori che contribuivano all’identificazione dell’Italia con la casa regnante….a questi vanno aggiunti la fedeltà giurata dai militari prima al re e poi alla Nazione, nonché il grido di battaglia che accompagnò per anni i soldati italiani "Savoia!”. Evidente identificazione del sacrificio militare con la monarchia.”

La calunnia come arma politica: la "negazione di Dio”

La politica destabilizzante inglese nei confronti delle Due Sicilie, dopo la questione degli "zolfi” già citata, continuò con William Gladstone, deputato e già ministro delle Colonie del governo Peel, che fu inviato dal suo governo per seguire il processo che si sarebbe dovuto svolgere nelle Due Sicilie contro gli aderenti alla società segreta ”Unità d’Italia" i cui scopi erano impliciti nella sua stessa denominazione.

Le loro attività sovversive andavano dalla diffusione di proclami antimonarchici che invitavano alla disobbedienza civile, all’organizzazione di attentati come quello del settembre 1849, quando un ordigno esplose davanti al palazzo reale di Napoli mentre si svolgeva una festa di giubilo per Papa Pio IX il quale, fuggito a suo tempo da Roma a causa dell’instaurarsi della Repubblica Romana, si apprestava a benedire le centomila persone presenti. "Qualsiasi governo avrebbe perseguitato una setta segreta che minacciava la sua stessa esistenza e propugnava l’assassinio politico con proclami come questo: "Voi soli, o fratelli, voi soli rimanete indietro. È vero che voi avete cotesta tigre Borbonica, che vi lacera le membra e vi beve il sangue, cotesto ipocrita, cotesto furbo, cotesto scelleratissimo Ferdinando. Ma non siete italiani voi? Non avete un pugnale? Nessuno di voi darà la sua vita per 24 milioni di fratelli? Un uomo solo, una sola punta darebbe libertà all’Italia, farebbe mutar faccia all’Europa. E nessuno vorrà questa bella gloria?"[102]; e ancora "Noi vogliamo la libertà, e dobbiamo conquistarla col sangue, col sangue anche dei nostri figli se sono traditori…gli scellerati devono essere uccisi, presto, e tutti, senza pietà. All’armi …non parlate, ma fate; non gridate, ma uccidete, ferite, bruciate…morte al tiranno, morte alla polizia, morte agli amici del tiranno[103]

Il processo iniziò il 1 giugno 1850 e si concluse il 1 febbraio del 1851 (non era quello contro i 39 imputati per i disordini del 15 maggio 1848 che si celebrò dal 9 dicembre 1851 all’ 8 ottobre 1852). Tra gli imputati, in tutto 42, ricordiamo i nomi di Agresti, Faucitano, Settembrini, Poerio, Pironti, Romeo; condannati alla pena capitale furono i primi tre, subito graziati da Ferdinando; ad altri due fu comminato l’ergastolo, ai rimanenti condanne fra trent'anni e quindici giorni, otto furono assolti; l’11 gennaio 1859 tutti i condannati per il reato di lesa maestà furono amnistiati e costretti all’esilio.

Tornato a Londra nel 1851, d’intesa col primo ministro Lord Palmerston, Gladstone fece diffondere alcune lettere da lui inviate al ministro degli esteri, lord Aberdeen, nelle quali si etichettava il regno del Sud come la "negazione di Dio”; nella prima (del 7 aprile, pubblicata l’11 luglio) il Gladstone riferiva di una visita, mai avvenuta, alle carceri napoletane e così concludeva: «II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissimo volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo»”.[104]

L’Inghilterra gridò così al mondo intero il proprio sdegno per le asserite disumane condizioni in cui erano tenuti i detenuti politici e queste notizie rimbalzarono da una cancelleria all’altra, trovando ampie casse di risonanza sui giornali di Torino e nella stessa Napoli negli esterofili ambienti degli oppositori; a nulla servirono le smentite del governo borbonico che invitò anche commissioni di giornalisti a verificare de visu la realtà, poi, a "giochi fatti", cioè dopo l'annessione piemontese, sarà lo stesso deputato inglese ad ammettere candidamente la menzogna: «Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del cosi detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la loro rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari»[105].

In quegli stessi anni il sistema carcerario della "civilissima" Inghilterra faceva fremere di orrore la penna dello scrittore Charles Dickens, e lo stesso Cavour ne aveva visitata una commentando nel suo diario"La prigione è orribile…nella quale sono rinchiusi, come bestie feroci, 360 individui. Niente può dare idea del misero stato in cui si trovano. Stanno rinchiusi in 60 dentro una sola camera, respirano aria mefitica e si coricano su delle miserabili stuoie di giunco. Fanno pena a vederli. Sono ammucchiati uno sugli altri senza nessuno ordine né distinzione…la disciplina è severa. I detenuti sono sottoposti alla legge del silenzio assoluto. Non possono parlare in nessun momento e per nessuna circostanza. Le punizioni sono il pane e acqua, i ferri e la cella oscura. Siamo discesi in uno di questi buchi. In verità non ho visto niente di più tetro in vita mia[106]; contemporaneamente la Francia inviava oltre 10 mila prigionieri politici in Algeria e alla Cayenna, negli Stati Uniti c’era ancora lo schiavismo, tutto questo non scandalizzò Gladstone.

In realtà la situazione nelle carceri napoletane non era peggiore di quella del resto d’Europa [107], anzi, leggendo alcune corrispondenze di noti liberali reclusi si potrebbe pensare il contrario. Da una lettera di Carlo Poerio: "Ho ricevuto la vostra lettera del 1 di questo mese, che mi è giunta non so dire quanto gradita. Sono lietissimo di sentire che la vostra preziosa salute vada sempre di bene in meglio e posso assicurarvi che è lo stesso di me. Oggi abbiamo avuto una magnifica giornata di primavera e ho avuto la consolazione di passeggiare a mio piacere …Vi ho scritto per la posta d’inviarmi, col corriere di Pasqua, dè frutti, dè piselli, dè carciofi e del burro, come di costume. Vostro affezionatissimo nipote.”[108]. Molti inglesi si stupivano vedendo le floride condizioni degli esuli delle Due Sicilie che arrivavano in Gran Bretagna, alcuni di essi erano addirittura sovrappeso.

Di contro, il sistema giudiziario meridionale è stato riconosciuto da tutti gli studiosi come il più avanzato d’Italia preunitaria, in linea con la grandissima scuola meridionale di diritto, basti pensare al Codice Penale del 1819. I magistrati erano reclutati per concorso e non per nomina regia come in altre parti d’Italia; quelli che componevano le Gran Corti Criminali, presenti nei 15 capoluoghi della parte continentale e in 6 siciliani, erano in numero pari poiché in caso di equilibrio nel giudizio " L’opinione è per il reo". Paolo Mencacci[109] a proposito del sistema giudiziario in vigore nelle Due Sicilie, riporta che:"A giudicare coi criteri odierni che ritengono la pena di morte una barbarie, il Regno delle Due Sicilie, nel decennio che precede l'unificazione, è senz'ombra di dubbio uno stato modello.", ma già con l’ordinanza del 18 novembre 1833 "Ferdinando II prescriveva ai Procuratori Generali del Reame di segnalare al Ministro, con rapporto circostanziato, i pronunziati delle Corti a pene capitali, affinché il Re fosse messo in condizioni di provvedere - motu proprio - per l’eventuale grazia o commutazione di pena. Infatti su 175 condanne a morte emesse dalle Corti, negli anni che vanno dal 1838 al 1846, ne furono eseguite soltanto 16[110], dal 1851 al 1854 di 42 condanne a morte non ne fu eseguita nessuna, fatto unico in Europa; Ferdinando II aveva inoltre abolito, il 25 febbraio 1836, la pena dei lavori forzati perpetui che invece decenni più tardi fu comminata, in gran copia, dal governo "unitario" piemontese ai cosiddetti "briganti" meridionali.

Viceversa "Nel Regno di Sardegna la realtà è molto diversa. Se assumiamo la pena di morte come indice della violenza di un regime, il regno sardo è uno stato brutale perché da quando i liberali vanno al potere, le esecuzioni capit­ali aumentano a dismisura, dal 1851 al 1855 sono ben 113 contro le 39 avvenute in un quin­quennio di governo assoluto (1840-44). Regno violento, pieno di debiti, con un altissimo tasso di criminalità, il regno sardo, tramite il suo presi­dente del Consiglio, i suoi ministri, la sua stampa, pro­segue nella calunnia sistematica degli altri stati della penisola su cui proietta la propria realtà e, contempora­neamente mitizza le condizioni di vita dei paesi libera­li”[111].

Va però osservato che "Il governo borbonico non fu certo esente da colpe, come dimostra la sua assoluta insensibilità nel comprendere la necessità della battaglia culturale per contrastare attivamente con libri o pubblicazioni (che non mancavano ed erano qualificatissimi) la calunniosa propaganda massonica e liberale che invece dilagò presso le classi colte e conferì una giustificazione intellettuale alla loro brama di potere".[112]

 

Il cammino verso l’unità

L’espansionismo piemontese (1855-1860)

Dopo la disfatta della prima guerra del Piemonte contro l’Austria (1848-49), quest’ultima continuava a tenere saldamente in mano la penisola sia con domini diretti sia con stati alleati ma la politica di Napoleone III mirava a subentrare in Italia agli Asburgo favorendo, strumentalmente, le mire espansionistiche del Piemonte. Si sarebbe creato un nuovo e primo ampio stato italiano vassallo, primo anello di una catena che voleva fare del Mediterraneo un lago francese, l’occupazione dell’Algeria (1830) faceva parte di questo piano; anche l’Inghilterra, perse da tempo le colonie americane, mirava al controllo del commercio marittimo nel Mediterraneo e temeva, oltre all’aumento della sfera d’influenza di Napoleone III in Italia, le mire espansionistiche transalpine in Egitto dove era in costruzione, da parte di un’impresa francese, il canale di Suez, prossima via d’accesso rapido all’India che era un dominio inglese; quest’ultima era minacciata contemporaneamente anche dalla Russia che, impadronendosi del Mar Nero, mirava a portare l’impero ottomano alla dissoluzione.

La storia unitaria italiana si inserì in questo contesto geopolitico europeo ed è assurdo attribuire i suoi sviluppi esclusivamente ai fermenti rivoluzionari come se si fosse potuta sviluppare "sotto vuoto” senza il benestare di Francia e Inghilterra, le due superpotenze che avevano rispettivamente l’esercito e la marina più potenti del mondo (l’Inghilterra con il suo impero controllava addirittura un quinto delle terre emerse): l’Italia era politicamente zero, gli altri erano in sella da secoli.

Camillo Benso, conte di Cavour, "uocchie ‘e cane e vocca ‘e lupo[113] andò al potere nel 1852 e cominciò l’opera di "grande tessitore” tentando di rompere l’isolamento internazionale del piccolo Piemonte con lo scopo di trovare appoggi stranieri al suo obiettivo politico: l’espansione territoriale del suo Stato. Egli cercava l’alleanza di Francia ed Inghilterra, le uniche potenze che potevano essere disposte ad appoggiarlo allo scopo di ridimensionare l’influenza dell’Austria sulla penisola, queste nel marzo 1854 entravano in guerra contro la Russia a fianco dell’Impero Ottomano per opporsi alla politica espansionistica dello Zar il quale aveva occupato due principati danubiani che erano sotto il dominio turco (guerra di Crimea del 1854-56).

Quando gli inglesi chiesero al Piemonte di inviare truppe di rinforzo, Cavour accettò malgrado la dura opposizione interna: 18mila piemontesi partirono inalberando il vessillo tricolore con lo stemma sabaudo nel mezzo, le spese di guerra (50 milioni di lire dell’epoca) furono coperte con un prestito al 3%, concesso naturalmente dall’Inghilterra; l’accordo non prevedeva nessuna contropartita a favore del Piemonte. All’opposto Ferdinando dichiarò la sua neutralità nel conflitto in corso, respingendo le profferte di alleanza Francia e Gran Bretagna (chiedevano 40 mila uomini e tre navi) [114] alle cui flotte rifiutò di concedere l’uso dei porti meridionali come scalo per le operazioni di guerra; inutile dire che questo fermo atteggiamento gli attirò ulteriormente le ire delle due superpotenze che reagirono con azioni diplomatiche e propagandistiche aizzando la stampa "liberale” dei loro due stati contro il re meridionale.

Viceversa Cavour se ne era ingraziato i favori anche se l’apporto sul campo del suo esercito fu molto modesto: "I morti erano stati duemila ma quasi tutti per malattia, di modo che anche quel contributo non fu tale da pesare molto sul piano politico, dovendosi necessariamente commisurare ai 14 caduti nel combattimento e ai 15 morti a seguito delle ferite riportate: quanto a dire a perdite non superiori a quelle che le forze alleate subivano ogni notte nelle operazioni davanti a Sebastopoli.” [115]

C’è da aggiungere che anche oppositori acerrimi del Borbone, come Luigi Settembrini, pur se costretti al carcere, plausero la decisione del Re il quale, in questo modo, riaffermava la sua autonomia perché "è forse il regno infeudato alla Francia o ad Inghilterra?”[116]; quelli, invece, costretti all’esilio si espressero per una partecipazione delle Due Sicilie alla guerra.

La Grande Trama piemontese di espansione territoriale, ben mascherata dall’ideale unitario, si sviluppò ulteriormente al congresso di Parigi (14 febbraio-16 aprile 1856) seguito alla guerra di Crimea. Già il 28 dicembre del 1855 Cavour aveva inviato agli ambasciatori a Torino di Francia e Inghilterra una nota nella quale si chiedeva di parlare, nel prossimo consesso europeo, anche della situazione italiana; poi si era recato a Parigi a conferire con Napoleone III al quale consegnò un memoriale nel quale si pregava l’Imperatore di "obbligare l’Austria a rendere giustizia al Piemonte e sollevare le condizioni di Veneti e Lombardi, di sforzare il Re di Napoli a non più scandalizzare l’Europa (sic!), di far allontanare le truppe austriache dalla Romagna”[117].

Così l’8 aprile, in una seduta suppletiva del Congresso, a pace oramai firmata da dieci giorni, prese la parola il ministro degli esteri francese Walewskj il quale, congiuntamente al successivo intervento del rappresentante inglese Lord Carendon (entrambi precedentemente catechizzati da Cavour), sollevò la questione politica italiana puntando l’indice contro lo Stato della Chiesa e il regno delle Due Sicilie accusati, col loro malgoverno, di fomentare spinte rivoluzionarie che potevano mettere in serio pericolo l’assetto europeo se fossero esplose, si invitò quindi questi stati a concedere amnistie generali per i condannati per reati politici e avviare profonde riforme.

Poi parlò Cavour che si scagliò contro l’Austria affermando che teneva oppressa con le sue truppe mezza Italia; i delegati austriaci e prussiano fecero delle obiezioni, rimarcando il fatto che il Congresso non si era riunito per deliberare sulla situazione italiana e che, quindi, questi interventi erano fuori tema; quello russo non spese una parola a favore di Ferdinando II, malgrado questi avesse impedito che le flotte alleate, in navigazione per il fronte, facessero scalo nei porti delle Due Sicilie, disse che le istruzioni avute dal suo governo riguardavano esclusivamente le questioni inerenti al trattato di pace.

Dietro le quinte Cavour ebbe colloqui privati con gli altri inviati diplomatici, esplicitando le sue mire sui ducati padani e sulle Due Sicilie: la cosa non era nei patti prebellici e i suoi colleghi ne ricavarono una pessima impressione, salvo dargli dei "contentini” con vaghe promesse, come accadde in un incontro ufficiale con il rappresentante del governo inglese Lord Clarendon: il piemontese disse: "Milord, Ella vede che non vi è nulla da sperare dalla diplomazia; sarebbe tempo di ricorrere ad altri mezzi, almeno per quanto riguarda il re di Napoli” e l’inglese, di rimando: "Bisogna occuparsi di Napoli”. "Verrò a trovarvi e ne parleremo insieme rispose il Cavour [118] che nella stessa sede sondava, col Palmerston, primo ministro inglese, la possibilità di acquisire la Sicilia. In realtà egli tornò a Torino a mani vuote, la sua missione fu un fallimento, come anche egli ammise nella corrispondenza col suo ministro degli esteri, nonostante ciò non si può sminuire la circostanza che il problema politico italiano era stato ufficialmente sollevato per la prima volta in un consesso europeo, questo fatto ebbe una grossa risonanza a livello dei liberali italiani.

Successivamente ai pronunciamenti avversi manifestati al congresso di Parigi, Ferdinando fece pervenire una nota di protesta alla Francia rimarcando il fatto che "Aver egli la coscienza di governare i popoli secondo giustizia, né l’altrui licenza poterlo spingere a mutar la sua via……Egli non transigerebbe mai sul diritto di sua indipendenza, pronto a soffrir qualunque abuso di forza, ed alla forza opporre la ragione”[119]. Il 19 e 21 maggio i rappresentanti diplomatici, accreditati a Napoli, di Francia e Inghilterra presentarono delle note ufficiali di biasimo che Ferdinando rispedì ai mittenti interpretandole come una lesione alle sue prerogative di sovrano di uno stato indipendente e affermando che "Se il Congresso stabilì che nessuno Stato aver diritto di ingerirsi nello Stato altrui [il principio del non intervento] i proposti consigli son derogazioni a tale principio……..da ultimo egli mai non essendo entrato nelle cose altrui, credesi del pari essere egli solo giudice dè bisogni del suo Regno”[120]; il 24 maggio l’Austria si ritira dalla Toscana.

Nell’ottobre del 1856, la Francia e l’Inghilterra ruppero le relazioni diplomatiche con le Due Sicilie e minacciarono anche l’invio di una spedizione navale punitiva nel porto di Napoli che però non ebbe luogo. Persino Luigi Settembrini, dal carcere di Santo Stefano, affermò con orgoglio:"Io fui condannato a morte, io sono nell’ergastolo per causa dello Stato, ma io darei il mio sangue e la mia vita a Ferdinando, se lo straniero volesse insultare lo Stato, occuparlo, invaderlo, impadronirsene[121].

Il 20 ottobre apparve sul "Moniteur”, il giornale governativo francese, un articolo in cui si affermava che "Gli Stati d’Italia ammettono la opportunità di clemenza e di riforme. Solo Napoli rigetta con alterigia i consigli…il rigore napoletano agita l’Italia e compromette l’Europa”. Era fumo negli occhi e, in realtà, queste parole mostravano chiaramente quali fossero le pretese egemoniche delle superpotenze dell’epoca verso gli stati più piccoli, il principio del "non intervento”, da esse tanto solennemente proclamato in più occasioni, rimaneva sulla carta tanto che lo stesso ministro degli esteri francese Walewsky ebbe a dichiarare all’ambasciatore delle Due Sicilie Antonini che "Napoli deve sottostare o a Francia o ad Inghilterra, e deve impedire che esse si congiungano a suo danno”; Ferdinando II, che difendeva con orgoglio e con le sue sole forze l’indipendenza del Sud dell’Italia, stava diventando sempre più scomodo e inviso a tutti. Il 15 novembre Cavour convocava il rappresentante diplomatico delle Due Sicilie a Torino, Canofari, complimentandosi della brillante figura fatta da Ferdinando II e proponendo un riavvicinamento col Piemonte, la proposta fu rigettata adducendo come motivo l’ospitalità che il regno di Sardegna dava agli esuli politici meridionali che tramavano contro il governo legittimo, molti di essi volevano collocare sul trono meridionale Luciano Murat, discendente di Gioacchino.

I liberali continuavano l’opposizione a Ferdinando II ricorrendo ad atti di violenza: l’8 dicembre 1856, durante l’annuale sfilata militare nel Campo di Marte di Napoli (zona Capodichino), il mazziniano Agesilao Milano, arruolatosi nella milizia borbonica nel terzo battaglione cacciatori, allorché venne a trovarsi a pochi passi dal Re, esce dalle righe e tenta di ucciderlo con la baionetta, riuscendo solo a ferirlo leggermente, mentre stava per provarci una seconda volta fu fermato dal tenente colonnello delle Ussari La Tour. Il contegno del sovrano fu impeccabile, non perse la calma e rimase al suo posto, continuando a osservare il resto dei reparti che sfilavano davanti alla sua persona, l’azione fu fulminea e pochissimi si accorsero dell’accaduto, l’attentatore fu immediatamente condotto in Gendarmeria dopo l’opposizione del re ad una esecuzione immediata. È probabile che Milano fosse la mano di un più vasto complotto che sembra includesse addirittura la persona di Alessandro Nunziante, aiutante di Campo di Ferdinando II, prediletto dal Re che lo colmava di benefici e al quale dava addirittura del "tu”; non ci sono ovviamente prove definitive ma indizi: Milano fu arruolato malgrado il suo nome fosse nella lista degli "attendibili”, cioè dei sospetti politici, e questo poteva essere possibile solo per l’azione di un alto ufficiale dell’esercito in combutta con altri complici, fu proprio Nunziante a insistere perché il re non commutasse la pena di morte stabilita nel processo [in modo da evitare eventuali accuse di complicità da parte dell’attentatore], ci fu un colloquio in carcere a quattr’occhi tra i due, il generale dispose che nessuno potesse parlare con Milano e lo fece sorvegliare strettamente. Quattro anni dopo lo stesso Nunziante abbandonò il figlio di Ferdinando, re Francesco II, incitando i soldati delle Due Sicilie a disertare. Messosi agli ordini di Vittorio Emanuele conservò i gradi e finì la sua carriera addirittura come senatore del Regno d’Italia.

Ferdinando II ricevette le felicitazioni, per lo scampato pericolo, da parte di tutti i rappresentanti diplomatici accreditati a Napoli eccetto quelli degli Stati Uniti, Svezia e Regno di Sardegna che inviò una nota solo il 29 dicembre, su sollecitazione pressante del suo rappresentante nella capitale del Sud, il quale manifestò il suo grande imbarazzo per questa grave omissione.[122]

Il 17 dicembre, per un altro attentato, salta in aria un deposito di munizioni vicino alla reggia, con 17 morti; il 4 gennaio del 1857 tocca la stessa fine alla fregata a vapore Carlo III carica di armi e munizioni dirette a Palermo, ci furono trentotto vittime; il 25 giugno parte la spedizione di Pisacane con il "Cagliari”, un battello della società genovese Rubattino (la stessa che successivamente fornì le navi per la spedizione dei Mille), essa fu esecrata ufficialmente da Cavour e repressa nel sangue a Sapri, in Calabria. Ai comandi dell’imbarcazione c’erano dei macchinisti inglesi (perchè il Piemonte non ne aveva di suoi, contrariamente alle Due Sicilie), furono incarcerati e ne seguì un contenzioso con l’Inghilterra a cui Ferdinando II dovette cedere con la loro liberazione e con un indennizzo in denaro, non prima di aver protestato che faceva ciò "restando tutto alla volontà assoluta della Gran Bretagna”.

Cavour, all’opposto di Ferdinando, non solo era appoggiato dai liberali ma non era isolato diplomaticamente e giocò spregiudicatamente su due tavoli sfruttando a suo vantaggio l’appoggio sia della Francia che dell’Inghilterra: accettò, in tutta segretezza, la proposta di alleanza della prima, ponendo le basi per una seconda guerra contro l’Austria, contemporaneamente si tenne amica la seconda con intensi contatti diplomatici; il suo obiettivo immediato era l’unificazione dell’Italia settentrionale e centrale sotto i Savoia.

Napoleone III aveva, infatti, superato indenne l’attentato del mazziniano Felice Orsini del 14 gennaio 1858 e ricominciò a brigare con Cavour riproponendo un programma già esplicitato nel 1840 quando "il ministro degli Esteri francese Thiers andava proponendo all’ambasciatore sardo a Parigi… un’alleanza militare franco piemontese contro l’Austria…Unitevi a noi e vi daremo Milano in cambio della cessione di Nizza e della Savoia, in modo che la Francia raggiunga i suoi confini naturali e voi possiatevi finalmente espandervi nella pianura del Po…nulla trapelava dal chiuso delle cancellerie ma la Francia continuava ad accarezzare il progetto formulato per la prima volta nel 1610 da Enrico IV di Borbone col duca Carlo Emanuele”.[123]

L’imperatore fece sapere a Cavour che avrebbero potuto vedersi segretamente a Plombiers, una località termale, il primo ministro piemontese si presentò il 21 luglio 1858, munito di passaporto falso, il colloquio durò otto ore, come precisa lo statista piemontese, che il giorno 24 scrive al suo Re una lunghissima lettera dalla quale si possono ricavare particolari illuminanti "Appena fui introdotto nel Gabinetto l’Imperatore mise la conversazione sull’oggetto che aveva motivato il mio viaggio, cominciò a dirmi che era pronto ad aiutare la Sardegna con tutte le sue forze per una guerra contro l’Austria, purchè questa guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria, la quale potesse giustificarsi agli occhi della diplomazia e avanti l’opinione pubblica della Francia e dell’Europa. La ricerca di questa causa presentando la principale difficoltà……la mia posizione diveniva imbarazzante perchè non avevo niente altro a proporre……l’Imperatore mi venne in aiuto e ci mettemmo a percorrere insieme tutti gli stati d’Italia per cercarvi questa causa di guerra tanto difficile a trovare…… passammo alla seconda questione:”Quale sarebbe lo scopo della guerra?”-l’Imperatore mi concesse senza difficoltà che bisognava cacciare gli Austriaci dall’Italia, e non lasciare loro un pollice di terreno al di là delle Alpi e dell’Isonzo. Ma in seguito come si organizzerebbe l’ Italia?”[124]

Su quest’ultimo punto essi siglarono un pre-accordo, che rimase segreto a tutte le altre potenze europee per lungo tempo, che stabiliva un ampliamento del regno di Sardegna con i territori strappati al nemico austriaco in caso di vittoria, l’incorporazione dei ducati di Parma, Piacenza e Modena, nonché le Legazioni pontificie (Bologna e Ferrara) e la Romagna con la creazione di un Regno dell’Alta Italia; prevedeva, inoltre, la creazione di un Regno dell’Italia Centrale comprendente Toscana, Marche, Umbria e parte del Lazio, dato al cugino Gerolamo Napoleone che aveva anche in "dote” la figlia di Vittorio Emanuele, Clotilde; questi 4 stati (regno dell’Alta Italia, dell’Italia centrale, Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie) sarebbero stati riuniti in una confederazione sotto la presidenza onoraria del Papa ma che, di fatto, sarebbe stata sotto l’influenza francese.

In cambio dell’appoggio alla guerra la Francia avrebbe ottenuto, oltre al risarcimento delle spese militari, i territori di Nizza e la Savoia. Le Due Sicilie, nel progetto, venivano lasciate a Ferdinando II, anche se Napoleone III non faceva mistero del suo desiderio di rovesciarlo per metterne a capo suo cugino Luciano Murat (figlio di Gioacchino, già re francese di Napoli) il quale lanciò anche un proclama ai popoli delle Due Sicilie, invitandoli a rovesciare "l’odioso mostro” [Ferdinando II]. Nel gennaio 1859 ci fu la stesura definitiva in cui non si parlava più specificatamente di quali territori da annettere al Piemonte ma solo di quelli che la Francia avrebbe ottenuto, cioè Nizza e la Savoia. Rosario Romeo afferma che il convegno di Plombiers "fu un singolare intreccio di franchezza e di ipocrisia, la guerra di aggressione progettatavi sarebbe stata condannata da qualunque tribunale chiamato a giudicare secondo il diritto internazionale vigente"[125].

Il 10 gennaio 1859, nel discorso della Corona del Parlamento piemontese, fu concordato con Napoleone III, che Vittorio Emanuele pronunciasse la famosa frase, bellicosa ma non compromettente, per la quale "Non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che vengono fino a noi da tante parti d’Italia”. Gli rispose sarcasticamente l’ "Armonia” organo dei gesuiti che "E il Piemonte che si duole che dopo dieci anni di libertà non si è potuto ottenere un bilancio normale e si dispera per l’avvenire, mentre i Napoletani non invidiano la libertà piemontese, i Toscani di nulla si dolgono e da Roma non partono che benedizioni”.

Contemporaneamente si irretiva l’Austria con l’accoglienza data in Piemonte ad alcuni renitenti di leva lombardi e con il progressivo potenziamento dell’esercito piemontese che veniva provocatoriamente schierato nel pressi del fiume Ticino (al confine con il regno Lombardo Veneto austriaco): "Nel parlamento di Torino è approvata una legge per la sottoscrizione di un prestito di cinquanta milioni di lire "per difendersi dalle mire espansionistiche dell’Austria”. Nella discussione del 9 febbraio 1859 il marchese Costa di Beauregard denuncia: "Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso”, il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno "ha un deficit di 24 milioni di lire che porta il debito pubblico complessivo ad un totale spaventoso di 750 milioni di lire" [126]

Era quindi sull’orlo della bancarotta sia a causa della bilancia commerciale, da anni in passivo, sia soprattutto per la costosissima politica estera, in questa situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori e come disse l’influente deputato sabaudo Boggio : "Ecco a dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta”. Nel marzo del 1859, Cavour era oramai divenuto a pieno titolo "dittatore parlamentare” visto che assommava sulla sua persona gli incarichi di presidente del Consiglio, ministro degli Interni, ministro degli Esteri e, dopo l’inizio delle ostilità, anche ministro della Guerra e in quel frangente si fece addirittura sistemare il letto al ministero della Guerra. Così lo descriveva l’ambasciatore americano a Torino, John Daniel, persona che rappresentava una nazione assolutamente non coinvolta nei giochi politici europei, "Uno di quei temperamenti tirannici e testardi che nutrono un disprezzo profondo per ogni legge che non sia la loro volontà…totalmente privo di scrupoli nelle parole e nelle azioni…ama il denaro e mentre si occupava degli affari della sua nazione si è costruito un’ingente fortuna privata. Ama appassionatamente il potere, che non può mai indurre  a dividere con gli altri; né sopporta la minima opposizione”[127]

La cosiddetta seconda guerra d’indipendenza, in realtà una vera e propria guerra franco-austriaca, iniziò il 29 aprile 1859: l’Austria aveva lanciato al Piemonte, il 23 aprile, un ultimatum di 3 giorni, con la richiesta di disarmo; esso venne respinto dal Cavour il quale, tramite la sua politica provocatoria e sfruttando l’inesperienza dell’Imperatore austriaco Francesco Giuseppe, riuscì a far apparire, agli occhi dell’Europa, il suo stato come vittima e gli Asburgo come aggressori, scattava così la clausola degli accordi di Plombiers e la Francia doveva scendere in campo. In realtà questo era già avvenuto nei mesi precedenti con la mobilitazione dell’esercito francese che era, all’epoca dei fatti, pienamente operativo, prova ne sia che esso fu trasferito verso Piemonte via terra (con un ordine di Napoleone III del 21 aprile, quindi prima che gli avvenimenti precipitassero) e via mare (il 26, quindi il giorno stesso della scadenza dell’ultimatum), una guerra non si prepara in poche ore; per questi motivi, molti storici affermano che l’Austria fu costretta ad entrare in guerra, giocando d’anticipo, per cercare di battere gli avversari sul tempo prima che organizzassero le loro forze alleate; questo, però, non fu possibile per la pessima conduzione dell’esercito, nella fase iniziale del conflitto, da parte dell’irresoluto comandante Giulay, succeduto al leggendario maresciallo Radetsky, morto l’anno precedente.

Contemporaneamente cominciò l’opera di destabilizzazione interna di alcuni stati preunitari con "spontanee insurrezioni unitarie” da parte d’agenti sabaudi infiltrati (spesso carabinieri travestiti), che avevano provocato la fuga dei sovrani regnanti (il 27 aprile del Granduca di Toscana, il 9 giugno della duchessa di Parma, l’11 giugno del duca di Modena; tutti e tre si rifugiarono nelle braccia dell’Austria; sempre l’11 giugno scoppiano, con le stesse modalità, dei moti in Emilia Romagna e in Umbria, possedimenti del Papa). Vi fu la costituzione di governi provvisori con a capo dei rapacissimi "commissari” piemontesi che misero le mani sulle casse pubbliche, saccheggiandole, "per sostenere la causa unitaria”. "La destabilizzazione interna [dei piccoli stati italiani fu] condotta dagli agenti cavouriani con le tecniche abitualmente usate dalle potenze europee in un contesto coloniale: invio di agenti provocatori, acquisto dei notabili locali, promesse di carriera ai quadri militari”.[128]

La fine dell’era ferdinandea

Ferdinando II comunicò il 1 maggio 1859, con una nota inviata alle cancellerie europee, la sua ennesima "perfetta neutralità", fedele alla sua massima "amici di tutti, nemici con nessuno”, a questo proposito c’è però da rilevare la validità dell’altro aforisma: "tanti amici, nessun amico”; infatti, mentre Cavour teneva i fili di una diplomazia agguerrita ed attivissima, all’opposto "L’atteggiamento di Ferdinando lo isolava sempre più: Francia e Inghilterra gli erano ostili, il Piemonte non gli era certo amico, l’Austria si era disgustata per la politica velleitaria di lui che si tirava indietro se c’era da assumere impegni per la paura delle posizioni nette, quando invece sarebbe stato opportuno prenderle. L’indipendenza, la neutralità sostenute da Ferdinando finivano infatti col coincidere con un atteggiamento passivo, rinunciatario, che poteva lasciarlo in balia dei nemici se fosse stato assalito".[129]

Le ragioni di questa politica estera isolazionista erano in gran parte causate dalle continue intromissioni diplomatiche, e non, di Francia e Inghilterra nelle questioni interne del regno, che abbiamo già precedentemente descritto; non va, però, trascurato il fatto che Ferdinando II si sentiva illusoriamente al sicuro perché il suo regno "era protetto per tre quarti dall’acqua salata e per un quarto dall’acqua santa” [lo Stato della Chiesa, considerato ingenuamente un antemurale inviolabile] e di lui Metternich ebbe a scrivere:" egli non sopporta intrusioni, è convinto che il suo regno, per posizione geografica, non ha bisogno dell’Europa” [130]; per questi motivi erano rimaste amiche del regno delle Due Sicilie solo la Spagna e la Russia, l’una militarmente insignificante, l’altra lontanissima geograficamente.

Qualcuno, al contrario, fa osservare che questo atteggiamento isolazionista di Ferdinando II era l’unica dignitosa alternativa, per un piccolo stato come le Due Sicilie, rispetto a una politica servile e di subordinazione alle grandi potenze; i patti internazionali riconoscevano l’integrità del suo regno che egli però voleva rendere intangibile con delle forze armate all’altezza, per questo riorganizzò completamente l’esercito e dotò il Sud della terza marina da guerra del mondo. La sua opera aveva reso il suo regno veramente indipendente, forte finanziariamente ed economicamente, aveva stretto trattati commerciali con molti stati e la sua flotta mercantile era la quarta del mondo, c’erano quindi tutti i presupposti per essere padroni a casa propria; alcuni studiosi pensano che proprio per questi motivi se il Re fosse vissuto più di soli 49 anni, nulla avrebbero potuto ottenere le trame di Cavour e dei suoi alleati: le Due Sicilie sarebbero rimaste indipendenti e avrebbero probabilmente "contrattato” l’adesione ad un Italia federale, come era già stato accettato nel 1848, evitando gli enormi danni di una annessione ottenuta con una conquista militare.

Ma la ruota della storia aveva deciso diversamente perchè il 22 maggio del 1859, dopo trent’anni di regno, moriva Ferdinando II, "i miei nemici balleranno, com’ ‘e sùrece quanne ‘a gatt’ è morta[131]. Leggendo De Cesare [132] si capisce, pur calandosi nella realtà delle conoscenze del tempo, come tardiva sia stata la decisione di incidere una raccolta di pus in zona femorale in un paziente che n’aveva tutti i sintomi e segni. Il diabete mellito si conosceva da secoli e Ferdinando ne soffriva senza dubbio, in più si sapeva benissimo che questo tipo di malattia predispone alle infezioni della pelle e del sottocutaneo. Un certo dottor Nicola Longo, a Bari (dove il re si era recato per accogliere la sposa del primogenito Francesco, Maria Sofia, sorella della regina d’Austria Sissi), voleva fare un’incisione e disse al sovrano che la sua sventura era di non essere un paziente qualunque ma il Re, se non lo fosse stato sarebbe già stato operato e molto probabilmente guarito. Malgrado Ferdinando gli dicesse "Don Niccola, mo me trovo sotto, facite chello che vulite" la camarilla di Corte decise di trasportarlo via mare a Napoli e poi Caserta, lì giunto si perse altro tempo prezioso e quando ci si decise a procedere chirurgicamente, la raccolta di pus era diventata molto grande ma, quel che è peggio, c'era stata una disseminazione per via sanguigna (setticemia) con conseguente formazione di nuovi ascessi sulla pelle e negli organi interni.

Il breve regno di Francesco II   

Gli successe il figlio ventitreenne Francesco II; lo storico risorgimentale Alfredo Panzini, negli ultimi giorni di agonia del re meridionale, a proposito della strategia di Cavour per la conquista del Sud, osservava: "Col Bomba egli capiva che non c’era nulla da tentare; ma il Bomba, vivaddio, è spacciato. Rimane il figlio, come sarà?"[133].

Francesco "è giovane [23 anni] , senza esperienza, non è un idiota, come ne hanno spesso detto, parla molto bene di tutto con un certo possesso e con molto buon senso; talvolta ha l’aria di capire l’epoca, è imbevuto dei più esagerati principi del sanfedismo: di carattere molto debole e molto timido, costantemente circondato da una camarilla furiosamente retrograda e reazionaria, la quale impedisce che la verità arrivi fino a lui[134]. Al suo genitore era stato affibbiato il soprannome di "Re bomba” a lui quello di "Franceschiello” ma "la ridicolizzazione attraverso cui la storiografia post-risorgimentale ha consegnato ai posteri un’immagine storpiata di quel sovrano, è nient’altro che un’ennesima manifestazione di infierimento su un vinto[135]; in realtà era stato il popolo meridionale a dargli questo soprannome il cui significato non era dispregiativo, ma affettuoso; profonda era la sua conoscenza delle leggi e dei regolamenti amministrativi "egli li possedeva come un giurista”[136], per il resto era completamente inesperto perche’il padre lo aveva tenuto distante dalla vita di Corte, probabilmente perche’ non credeva di dover morire a soli 49 anni e lasciare cosi’ presto il timone della Nazione.

Francia ed Inghilterra riallacciarono subito i rapporti diplomatici e mandarono a Napoli i propri rappresentanti i quali cercarono, con modi che andarono dai "consigli” ad appena velate minacce, di attrarre il giovane e inesperto Re nella loro sfera di influenza politica; gli argomenti ufficiali delle conversazioni riguardavano, però, la riattivazione della monarchia rappresentativa costituzionale, la fine del regime poliziesco con la concessione di un’ampia amnistia politica e l’eventuale ingresso del regno nella guerra in corso; al contrario, gli ambasciatori delle potenze conservatrici (Austria, Prussia e Russia) premevano per il mantenimento dello status quo politico del regno delle Due Sicilie.

Francesco aveva bene in mente l’ammonimento del padre "Costituzione eguale Rivoluzione” e temeva che, rimettendola in vigore, si scatenassero i torbidi del 1848 con la possibilità di perdere il trono, o, come minimo, la Sicilia la quale avrebbe proclamato il distacco dalla parte continentale del regno; in piu’, in quel momento, la riattivazione dello Statuto, che ricordiamo era stato sospeso ma non abrogato nel 1849, avrebbe quasi certamente significato l’alleanza col Piemonte nella guerra in corso, cosa che egli assolutamente non voleva.

Il 7 giugno nominò presidente del Consiglio e ministro delle Guerra Carlo Filangieri, 75 anni, figlio del famoso giurista Gaetano, in possesso di un "curriculum vitae” invidiabile: valoroso combattente nelle guerre napoleoniche, ispiratore delle riforme di Ferdinando II degli anni trenta, aveva domato la rivolta siciliana nel 1849 restandone come Luogotenente fino al 1855 e dando ottima prova di sé anche in campo civile, una figura di militare e di politico di primissimo livello, conosciuta e rispettata anche a livello internazionale. Francesco II diede subito un vigoroso impulso alla progettazione di nuove opere pubbliche, concernenti soprattutto l’ampliamento delle linee ferroviarie e dei porti; i liberali, da parte loro, ricominciavano a battersi per il ripristino della Costituzione, caldeggiato anche dalla giovane e bellissima diciottenne regina Maria Sofia, sorella dell’imperatrice austriaca Sissi.

Il 9 giugno arrivò, a Napoli, Ruggero Gabaleone, conte di Salmour, un diplomatico inviato da Cavour, il quale invitò Francesco II a ripristinare la Costituzione, propose un’alleanza con il Piemonte nella guerra in corso contro l’Austria che aveva già visto la prima vittoria francese del 4 giugno a Magenta e parlò anche di una spartizione dell’Italia con l’inglobamento da parte delle Due Sicilie delle Marche e dell’Umbria, territori del Papa. Il diplomatico piemontese era visto con forte sospetto, per il ruolo di sostegno che il regno di Sardegna ricopriva con gli esuli meridionali e per quello avuto da Boncompagni,  rappresentante sardo in Toscana, il quale aveva provocato, il 27 aprile, la caduta del Granduca Leopoldo e la formazione di un governo ”provvisorio” a guida piemontese. Tutte le istanze, espresse da Salmour, furono così respinte per cui il plenipotenziario piemontese così scriveva al suo primo ministro: ”Almeno per il momento l’alleanza con Napoli è impossibile, poiché, vista la situazione esterna e lo stato dei partiti all’interno, il Re e il governo si sentono perfettamente rassicurati. Il solo e unico modo di arrivare al nostro scopo è di agire qui come nelle altre parti d’Italia, ossia di provocare la caduta della dinastia e l’acclamazione di Vittorio Emanuele "[137]. Del resto, nell’ottobre successivo, quando sia Salmour che Cavour non erano più al loro posto, il primo si scusò col secondo di aver fallito la sua missione e Camillo Benso rispose irritato:”Come ha potuto, solo per un momento, uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati”[138]

Secondo alcuni storici questa era l’ultima occasione offerta dalla Storia alla dinastia borbonica per salvare se stessa e soprattutto il popolo meridionale da una annessione forzata; essi, infatti, sono convinti che ripristinando subito la Costituzione ed alleandosi col Piemonte si sarebbe tolto a quest’ultimo ogni "pretesto” per l’invasione del Sud del 1860. Questo punto di vista è tutto da dimostrare, nondimeno c’è da dire che i liberali meridionali pretendevano che il giovane Francesco ribaltasse immediatamente, e di 180 gradi, la politica seguita dal padre dalla cui personalità egli era stato sempre schiacciato e che era defunto solo da un mese, un pò troppo per un personaggio del suo calibro.

A questo proposito c’è, però, da rimarcare il fatto che neanche gli oppositori politici del governo borbonico la pensavano allo stesso modo tanto è vero che essi, il 4 giugno, avevano stilato due manifesti diversi: gli esuli erano tutti convinti della necessità di entrare in guerra a fianco del Piemonte mentre quelli rimasti nelle Due Sicilie erano più realisti e rimarcavano il fatto che l’alleanza con regno di Sardegna non solo non era voluta dal Re [il quale affermava di conoscere solo l’indipendenza napoletana e di non sapere cosa fosse l’indipendenza italiana] ma anche e soprattutto dal popolo meridionale che era insensibile alla "sacra causa dell’Indipendenza”; esso infatti si sentiva già pienamente tale e non minacciato in alcun modo dall’Austria. Questo realismo fu interpretato, dai propugnatori della guerra, come codardia e l’irritazione reciproca tra le varie correnti degli oppositori al regime borbonico raggiunse toni aspri, gli uni si sentivano parte integrante delle Due Sicilie e rimarcavano il fatto che "il Piemonte non potrà dispensarsi dal trattare e accordarsi con noi se vuole riordinare l’Italia”, gli altri invece desideravano un "moto esterno” che annettesse definitivamente il Mezzogiorno al regno subalpino, sacrificando le tradizioni e le libertà locali sull’altare dell’Unità d’Italia”[139].

Per ultimo, ricordiamo che la stessa Inghilterra, per voce di Elliot, suo ambasciatore a Napoli, consigliava vivamente il Re alla neutralità; temeva, infatti, che una probabile vittoria della Francia sull’Austria, con le Due Sicilie ad essa alleata, avrebbe fatto inevitabilmente passare lo stato meridionale nell’orbita di influenza dei temutissimi francesi, in questo modo essi avrebbero messo una forte ipoteca sul controllo del Mediterraneo. Elliot, il 6 giugno, aveva consegnato al Re una lettera autografa della regina Vittoria la quale esortava Francesco II a mantenere la neutralità e, a garanzia dell’integrità del regno, mandava nel porto di Napoli una squadra navale che manifesto’ a lungo, con salve di cannone e manifestazioni di giubilo, il ritrovato clima di amicizia tra i due paesi che erano alleati naturali, vista la loro forte propensione al commercio marittimo con, rispettivamente, la prima e la quarta flotta mercantile del mondo.

Alla fine, per tutti questi motivi, la precedente politica estera isolazionista di Ferdinando II rimase immutata; Francesco II rimase immobile proprio quando in Europa erano in pieno svolgimento le manovre delle potenze grandi e piccole.

Egli decretò, il 16 giugno, un’amnistia politica limitata solo ai responsabili dei fatti del 1848-49, furono cancellate dalla lista poliziesca degli "attendibili", cioè dei sospetti, quelle persone incluse per "le politiche turbolenze” dei medesimi anni; condonava, inoltre, diversi anni di pena per alcuni reati comuni; nonostante queste misure, lo strapotere della polizia rimase quasi intatto. Questi provvedimenti non soddisfarono, per la loro limitatezza, i rappresentanti diplomatici francese, inglese e sardo che protestarono per il fatto che i numerosi arresti politici, effettuati dopo i fatti del 1848-49, non erano inclusi nel provvedimento, rimarcavano anche  la persistenza dell’illegale detenzione, dal 1857 e senza processo, di 48 persone, di cui 16 accusate di complicità nel tentativo di regicidio di Ferdinando II. Filangieri tentò di ribattere che altri e più ampi provvedimenti di clemenza si sarebbero succeduti nel tempo e che bisognava, quindi, avere solo un pò di pazienza; valutò la lista degli "attendibili” del regno in 180mila persone invece delle 400mila calcolate dal diplomatico francese.

Il 7 luglio, si verificò, a Napoli, una rivolta di parte dei soldati della milizia svizzera, da tempo al soldo dei sovrani meridionali e fino a quel momento fedelissima; fu sedata dai loro stessi commilitoni a prezzo di morti e feriti nelle cui tasche fu trovato il prezzo del tradimento: monete d’oro che un’indagine successiva fu appurato essere state distribuite da agenti sabaudi; tutto il corpo svizzero fu congedato e rimandato in patria, dietro consiglio del generale Alessandro Nunziante.

Nel frattempo, la cosiddetta seconda guerra d’indipendenza (in realtà, principalmente, una vera e propria guerra franco-austriaca per il predominio sull’Italia) aveva fatto il suo corso ed ebbe due principali e cruentissime battaglie svoltesi entrambe nel giugno 1859: quella di Magenta del 4 e quella di Solferino del 24. In esse l’esercito piemontese dette pessima prova di sé: nella prima si presentò allo scontro quando era concluso, nella seconda l’episodio "vittorioso” di S. Martino fu determinato dal fatto che il generale austriaco Benedek, che in giornata aveva respinto più volte gli attacchi dei sabaudi, pur avendo a disposizione la metà dei loro effettivi, ricevette verso sera l’ordine di ritirata dall’imperatore Francesco Giuseppe.

Questo scarso contributo delle armate piemontesi deluse molto l’imperatore francese Napoleone III che capì di dover condurre la guerra praticamente da solo, il prezzo di sangue pagato dai francesi era già altissimo, la Prussia aveva mobilitato e si temeva che entrasse nel conflitto a fianco dell’Austria. Napoleone III avvertiva anche l’irritazione dell’Inghilterra che mal sopportava l’idea che la Francia subentrasse agli Asburgo come potenza egemone in Italia, temeva che andasse in fumo il trattato commerciale di libero scambio con gli inglesi, prossimo alla firma. Infine, e soprattutto, constatava che Cavour non era stato ai patti sottoscritti a Plombiers: nei ducati padani e in Toscana egli aveva provocato, con sommosse provocate ad arte, la fuga dei regnanti ma non per formare quel progettato stato dell’Italia Centrale guidato da Gerolamo Bonaparte, lo scopo, invece, era l’annessione di questi Stati italiani al Piemonte. Per tutte queste motivazioni l’imperatore francese mandò, tramite un suo aiutante di campo, una lettera a Francesco Giuseppe, presente a Verona, e così si giunse all’armistizio franco-austriaco di Villafranca, firmato l’11 luglio 1859 senza nemmeno informare Cavour, il quale, dopo una isterica sfuriata davanti al sovrano in cui dichiarò "Il vero Re sono io!”, si dimise.

Fu concordata la cessione della Lombardia, eccettuate le fortezze di Mantova e di Peschiera, alla Francia che la "girò" al Piemonte senza che ci fosse un plebiscito per verificare il consenso dei lombardi. Napoleone III aveva speso per le necessità di guerra 360 milioni di franchi, ne chiese solo 60 di rimborso a Vittorio Emanuele, non ebbe né Nizza né la Savoia e tanto meno il progettato regno dell’Italia Centrale sotto la guida di Gerolamo Bonaparte, l’Austria manteneva il controllo sul nord-est dell’Italia, malgrado la sconfitta militare: un fiasco politico e finanziario completo.

I sovrani austriaco e francese si impegnavano anche a dar vita ad una confederazione italiana, sotto la presidenza onoraria del Papa, alla quale avrebbero aderito i reintegrati sovrani dei ducati padani e della Toscana, nonchè il Veneto che rimaneva comunque sotto la corona asburgica. "È innegabile: l’idea di una Confederazione italiana allarmava i dirigenti delle Due Sicilie…… La politica di re Francesco II, lo disse lui stesso a Martini [ambasciatore austriaco], sarebbe stata quella di temporeggiare. In sostanza il re si rendeva perfettamente conto che "confederazione” voleva dire "mutamento” nella politica degli Stati della Penisola….sarebbe stato un focolaio di rivoluzioni perchè il Piemonte avrebbe corrotto tutti e tutto”[140].

Terminata la guerra, si poneva, per le Due Sicilie, il problema di posizionarsi nel gioco delle alleanze del nuovo scacchiere internazionale, Francesco II, pero’, volgeva la sua attenzione solo alla politica interna e ricomincio’ a temere la recrudescenza di moti liberali e unitari che potessero mettere in pericolo il suo trono, si cominciava, infatti, a parlare di uno sbarco in Calabria di rivoltosi provenienti via mare, con partenza da Genova, guidati da Garibaldi. Il 28 settembre tenne una riunione con i principi di sangue e i suoi consiglieri, prospettando ad essi la scelta tra due vie da seguire: semplici miglioramenti dell’amministrazione oppure apertura liberale a nuove istituzioni. "Le risposte a noi pervenute sono poche ed orientate verso la soluzione conservatrice….seguì un’immediata ondata di arresti…che scredito’ il governo non solo di fronte ai sudditi, ma anche di fronte all’opinione pubblica internazionale. La cosa non stupì i contemporanei; e meno che mai Elliot [l’ambasciatore inglese che cercava, su mandato del governo inglese, di adoperarsi per porre fine allo strapotere della polizia nella repressione dei dissidenti e di favorire una svolta liberale nel paese, con lo scopo di stringere un’alleanza].

Questi, conversando con Carafa [ministro degli Esteri delle Due Sicilie]…sentendo il ministro napoletano parlare di "partito rivoluzionario”, gli domando’ cosa intendesse con quel termine, e si sentì rispondere che egli, Carafa, considerava rivoluzionari tutti coloro che desideravano cambiamenti nelle istituzioni dle paese in senso contrario al parere del governo…Carafa, e con lui tutto il governo, erano del parere che qualsiasi mutamento delle istituzioni del paese avrebbe generato la rivoluzione, e che i loro sforzi , i suoi e dei colleghi, dovevano essere limitati a tentare di introdurre qualche miglioramento nell’amministrazione……quando Elliot aveva accennato alle persone dtenute in carcere nonostante le leggi, Carafa replico’ che "al Sovrano deve essere lasciato un potere discrezionale di sostituire norme regolamentari quando giudica di pubblico interesse farlo”. Elliot non pote’ trattenersi dal dirgli di aver ascoltato con rincrescimento i principi che gli erano stati enunciati.”[141]

Il primo ministro Carlo Filangieri, dopo alcuni tentennamenti, tentò di imporre una svolta della politica interna ed estera delle Due Sicilie: per la prima egli diede incarico al giurista Manna di redarre il progetto di una nuova Costituzione che sostituisse quella "sospesa” da Ferdinando II e che lasciasse al Re gran parte dei poteri, per evitare si ripetessero i fatti del 15 maggio 1848; per la seconda suggerì una uscita del Sud d’Italia dall’orbita asburgica e un avvicinamento alla Francia. Con questi intendimenti egli cercava di allontanare le nubi che si avvicinavano minacciose al reame meridionale, il 4 settembre presentò il progetto della Costituzione a Re, dopo averlo fatto visionare all’ambasciatore francese Brenier per l’approvazione di Napoleone III; Francesco II rifiutò di concederla e Filangieri si dimise; successivamente andarono a vuoto altri tentativi del primo ministro di convincere il sovrano a cambiare idea (in realtà sembra che anche il primo ministro, in diverse occasioni, avesse manifestato a Corte delle grosse perplessita’ sulla svolta liberale e che il suo ritiro fu dettato da motivi di opportunismo perché preconizzava la fine del regno).

Il re meridionale, fermo sulle sue posizioni, cominciava, pero’, a sentire il peso dell’isolamento diplomatico:l’Austria lo aveva abbandonato, l’Inghilterra, dopo aver sostenuto e garantito la neutralità delle Due Sicilie nella guerra appena combattuta, gli fece sapere che, dato che egli non apriva il suo regno a svolte costituzionali, non avrebbe garantito l’integrità del trono in caso di rivoluzioni "Il 1 ottobre….Elliot fu ricevuto dal re al quale doveva consegnare una lettera della regina Vittoria…….lo stesso governo inglese, a fine mese, dichiarava di arrendersi per il momento, ma per il futuro prevedeva che sarebbe giuntogli giorno in cui Napoli non avrebbe avuto alcun diritto di chieder all’Inghilterra un aiuto eccezionale, dato che aveva disprezzato tutti i suoi consigli ed i suoi ammonimenti”[142].

Si era cosi’ persa l’ultima occasione per rinsaldare, con un’alleanza, il riavvicinamento inglese del 1859, che sarebbe stato utilissimo ad entrambe le nazioni per arginare l’influenza della Francia sulla Penisola; al contrario, le simpatie di Francesco II erano rivotle al di là delle Alpi ma anche i transalpini chiedevano riforme in cambio di un appoggio politico. Il re meridionale si oppose ad ogni apertura politica, sempre convinto dell’asserzione paterna di "Costituzione eguale rivoluzione”: questa linea di condotta causo’ il completo isolamento delle Due Sicilie sullo scenario internazionale che fu fatale alla sua sopravvivenza.

Il 10 novembre 1859 fu firmata la pace di Zurigo che prevedeva la nascita di una Confederazione italiana composta dal regno di Sardegna "allargato” alla Lombardia, dal regno delle Due Sicilie, dal Granducato di Toscana, i ducati di Parma e Piacenza e quello di Modena restituiti ai legittimi sovrani; tutto questo andava discusso al Congresso Europeo di Parigi che si doveva tenere il 5 gennaio del 1860.

L’Inghilterra, dal canto suo, comincio’ ad elaborare una nuova strategia: si rese conto che era diventato impossibile, per la paladina del liberalismo, continuare a presentarsi come sostenitrice e garante di un regno, come le Due Sicilie, il cui sovrano non aveva la minima apertura liberale, in più la Confederazione italiana rischiava di cadere nelle mani della Francia, uscita vincitrice dal conflitto, per cui cambio’ registro: le Due Sicilie e gli altri stati italiani dovevano sparire dalla carta geografica per far posto a uno Stato unitario italiano.

Le motivazioni ideali di facciata , del tipo "gli italiani devono decidere da soli del loro destino” erano sbandierate per coprire quelle politiche ed economiche che erano molto concrete: per le prime, l’Inghilterra valuto’ che era piu’ probabile che la formazione di un Regno d’Italia esteso a tutta la Penisola avesse la forza di limitare l’influenza francese su di esso, cosa che un Piemonte "allargato” all’Italia settentrionale o una semplice confederazione italiana non potevano garantire; per le seconde, l’abbattimento delle barriere doganali degli stati italiani preunitari avrebbe anche creato un nuovo appetibile mercato per la nazione che teneva in mano i commerci del mondo con la sua poderosa flotta; quest’ultimo convincimento era, da anni, nei suoi auspici: «L'Inghilterra non è gelosa d’alcun impero già esistente; essa è pacifica ed ha bisogno d'amici, è trafficante ed ha bisogno d'avventori. Ben vede qual vasto mercato pei suoi prodotti le fornirebbero 25 milioni d’uomini, abitanti una contrada prediletta dalla natura e correnti la via del progresso [l’Italia]. Non ignora che deplorabili barriere sono poste al commercio dal moltiplicarsi delle dogane, conseguenza delle divisioni territoriali, e saluterebbe con gioia un’unificazione che tutte le togliesse di mezzo. Sa che l'Austria, signoreggiando in qualche parte d'Italia, non cesserà mai d'adoprarsi con ogni studio per escludere i prodotti britannici quasi fossero britanniche idee, affinché i prodotti austriaci e l'austriaca melensaggine abbiano campo di penetrare senza competitori e senza ostacoli [143] .

Per la realizzazione dei suoi progetti, gli occhi di Londra erano puntati, già da anni, sul Piemonte anche per mancanza di valide alternative: il regno Lombardo Veneto era sotto la diretta dominazione austriaca, i ducati padani e la Toscana sotto la sua tutela, lo Stato della Chiesa era improponibile per la forte avversione inglese al cattolicesimo romano, il Regno delle Due Sicilie era fuori dai giochi politici europei. Già il 15 giugno 1848, Lord Palmerston (allora ministro degli Esteri britannico) scriveva a Re Leopoldo del Belgio: "Io amerei di vedere tutta l'Italia Settentrionale unita e un solo reame che comprendesse il Piemonte, Genova, Lombardia, Venezia, Parma e Modena…una tale sistemazione per l’Italia settentrionale sarebbe altamente favorevole alla pace d’Europa con anteporre tra Francia e Austria uno Stato neutrale forte abbastanza da farsi rispettare da solo”.[144] Il Piemonte conseguì questo obiettivo con l’aiuto francese nella guerra del 1859, ci pensò poi l’Inghilterra a completare l’opera favorendo la conquista anche del florido Regno delle Due Sicilie.

E così, nel dicembre 1859, l’ambasciatore inglese a Torino, Sir James Hudson, a nome del suo governo, chiede all’aiutante di campo del re Vittorio Emanuele II di far nominare Cavour inviato ufficiale piemontese all’assise internazionale di Parigi di prossima convocazione, il Conte ottenne immediatamente l’incarico. Nello stesso tempo, Napoleone III, visti falliti i suoi piani di espansione territoriale tramite la guerra appena conclusa, per superare lo stallo politico elaborò una nuova strategia volta a minare il potere temporale papale e permettere al Piemonte l’annessione delle Legazioni pontificie (Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna), in questo modo avrebbe potuto ottenere, in cambio, Nizza e la Savoia .

La sera del 23 dicembre 1859 fu messo in circolazione, a Parigi, un opuscolo anonimo, "Le Pape et Le Congrès”, riconosciuto a posteriori come suo dall’imperatore francese, nel quale si affermava che l‘esercizio del potere spirituale universale del Papa mal si conciliava con quelli di un Sovrano se i suoi possedimenti restavano estesi, meglio che questi ultimi si limitassero al un piccolo territorio, quale poteva essere la sola città di Roma, garantito e finanziato nella sua esistenza dalle potenze cattoliche; in esso il pontefice potesse esercitare "un potere paterno che debba rassomigliare piuttosto a una famiglia che a uno Stato”. Contemporaneamente, nell’opuscolo, si diffidava esplicitamente il Regno delle Due Sicilie a prendere le difese del Papa per il mantenimento dei suoi possedimenti "Napoli, non più che la Francia e l’Austria, non può dunque intervenire a Bologna" [il Piemonte invece stranamente sì].

 

1860

Il congresso europeo di Parigi non si tenne e il 14 gennaio 1860 l’Inghilterra inviava una nota, che aveva il sapore di un ultimatum, alle cancellerie europee diffidando la Francia e l’Austria ad interferire ulteriormente nella questione italiana, ufficialmente in nome del principio di "non intervento”; era il via libera definitivo per l’espansione territoriale del governo sabaudo che si sentì coperto alle spalle dalla più forte superpotenza mondiale oltre che dalla Francia. Non ci voleva certo un grande genio politico per far capire a Cavour, ritornato a capo del governo il 21 gennaio 1860, che la strada delle annessioni era spianata: l’Austria, dopo la sconfitta militare era impotente, Francia e Inghilterra lo appoggiavano.

Napoleone III, nel frattempo, aveva già sostituito, l’8 gennaio, il ministro degli Esteri Walewsky, firmatario degli accordi di Zurigo, con Thouvenel, e il 25 gennaio concluse con l’Inghilterra il Trattato sul libero scambio delle merci, ottenendo quindi l’appoggio incondizionato della classe borghese francese e il totale accordo tra le due nazioni.

Il 27 gennaio Cavour inviò alle potenze europee un messaggio nel quale dichiarava che, sfumata l‘idea del Congresso ed essendo impossibile la restaurazione dei sovrani italiani spodestati, egli aveva il "dovere di fare l’Italia” per evitare che questi stati cadessero nell’anarchia; questa fu la sua linea di condotta per tutte le annessioni piemontesi che vennero mascherate, ufficialmente, come il solo mezzo per arginare la "rivoluzione” italiana, impedendo rivolgimenti repubblicani. Negli stati padani, nella Toscana e nelle legazioni pontificie, dopo che i commissari piemontesi avevano fatto rientro a Torino in ottemperanza a quanto previsto dalla pace di Zurigo, i governi provvisori, sempre ispirati dal regno sabaudo, avevano indetto elezioni a suffragio ristretto che avevano dato vita ad assemblea costituenti; queste, nei giorni 11 e 12 marzo organizzarono dei plebisciti per sondare la volontà popolare all’annessione al Piemonte che si espresse favorevolmente, anche se il voto contadino fu pilotato dai proprietari terrieri.

Cavour aveva già riallacciato i rapporti con Napoleone III e così, il 23 marzo, ci fu il consenso dell’imperatore all’annessione piemontese della Toscana, dei ducati padani e delle Legazioni papali, in cambio ricevette la città di Nizza e la Savoia nonché l’impegno piemontese ad onorare il rimborso parziale, già pattuito, delle spese di guerra francesi del 1859; papa Pio IX lanciò, il 26 marzo, la scomunica "contro tutti coloro i quali hanno perpetrato la nefanda ribellione nelle province del Nostro Stato Pontificio, e la loro usurpazione, occupazione ed invasione … come pure i loro mandanti, fautori, aiutatori, consiglieri, aderenti”. Garibaldi, il 12 aprile, protestò alla Camera torinese contro la cessione della sua città natale (Nizza) ma Cavour gli rispose che "Quella cessione non esser isolata, ma fatto della serie dè compiuti, e di quei che rimangono a compiere”

L’Inghilterra era stata ingannata dalla proverbiale doppiezza di Cavour il quale aveva negato ufficialmente di voler cedere ai transalpini questi possedimenti; il ministro degli esteri Lord John Russel affermò che il primo ministro piemontese non era altro che un agente di Napoleone III "quasi un prefetto francese e che si doveva formulare l’ipotesi che l’alleanza franco sarda celasse altri accordi segreti a danno degli interessi inglesi[145] ma, nonostante ciò, il proverbiale pragmatismo anglosassone prevalse e si proseguì nella politica che tendeva a favorire la formazione di uno Stato italiano più grande in funzione antifrancese intimando, però, nel contempo, al Piemonte di non cedere anche la Sardegna alla Francia (come si andava progettando).

In conclusione la seconda guerra d’indipendenza, sebbene il contributo delle truppe sabaude fosse stato scarso, determinò per vie diplomatiche un grosso allargamento territoriale del Piemonte; queste modeste qualità belliche furono poi ribadite, nel 1866, nella terza guerra d’indipendenza quando il regno d’Italia fu sconfitto per terra e per mare dall’Austria e riuscì ad ottenere il Veneto solo grazie ai successi dell’alleata Prussia; per questi motivi gli Asburgo non cedettero questa regione direttamente agli italiani ma alla Francia, che la girò successivamente all’Italia. In quell’occasione Napoleone III commentò, salacemente, nei confronti degli italiani:”Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi!” e Bismarck "corvi che volano si campi di battaglia per nutrirsi degli avanzi”; più caustico Giuseppe Mazzini:”È possibile che l’Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola che non possa ricevere il suo se non per beneficio d’armi straniere e concessioni umilianti dell’usurpatore nemico ? "[146]; nel 1919, alla conferenza di pace di Parigi che seguiva alla prima guerra mondiale, fu il plenipotenziario francese Georges Clemenceau a commentare:”Ma che vuole l’Italia? Aumenti territoriali? Non sapevo che avesse perso un’altra guerra”.

Dopo i plebisciti e le annessioni si svolsero le elezioni politiche, stavolta a suffragio ristretto, nel Piemonte "allargato" dalle recenti acquisizioni territoriali: la Lombardia, la Toscana, gli Stati Padani e l’ Emilia Romagna; il 2 aprile si aprirono i lavori alla Camera dei deputati di Torino (la numerazione della legislatura non cambiò e fu la settima).

Mancavano solo le Due Sicilie e lo Stato della Chiesa a completare il quadro dei sei stati, di tradizioni plurisecolari, che in complessivi venti mesi furono cancellati dalle carte politiche, la popolazione che li componeva assommava a 20 milioni di persone contro i 5 del regno di Sardegna.

A Capodanno del 1860 Francesco II e la regina Maria Sofia erano stati protagonisti della consueta cerimonia del baciamano al palazzo reale, il 16 gennaio grande festa per il compleanno del Re che compiva 24 anni, il 16 altro avvenimento festoso a Castellammare di Stabia con il varo della modernissima fregata a vapore armata "Borbone”, poi le celebrazioni della settimana santa nella quale il religiosissimo Francesco II  lavò i piedi di una dozzina di poveri. Tutto sembrava scorrere senza scossoni, come negli ultimi anni di regno di Ferdinando II, ma, in realtà, tutto era in movimento: già a fine gennaio 1860, tramite il rappresentante piemontese accreditato a Napoli, Marchese di Villamarina, Cavour aveva fatto pervenire a Francesco II un messaggio di Vittorio Emanuele II : «La Casa Savoia non è mossa da fini ambiziosi o da brama di signoreggiare l’Italia …lungi dal volere e dal desiderare che sia turbato alla reale casa di Napoli il pacifico possesso degli Stati che le appartengono … non sarebbe migliore salvaguardia dell’indipendenza d’Italia che il buon accordo fra i due maggiori potentati di essa»[147]. Questo accordo veniva successivamente esplicitato come una spartizione dell’Italia tra il nuovo regno del Nord, "allargato” dalle recenti annessioni, e il Regno delle Due Sicilie "allargato” anch’esso perchè veniva invitato, con il beneplacito di Napoleone III, ad entrare con le sue truppe nelle Marche (territorio papale); in realtà, probabilmente, era un tranello per dare al Piemonte il pretesto di reagire con una guerra contro Napoli; Francesco II aborriva l’idea di sottrarre al pontefice, di cui era devotissimo, i suoi possedimenti (rispose a Filangieri "Vuie che dicite mai. Chella è robba d’ ‘o papa!”) e la cosa cadde nel nulla.

Un’analoga proposta di alleanza venne reiterata in aprile, sotto forma di un mascherato ultimatum, perchè il Savoia faceva presente che era l’ultima occasione di aderire, altrimenti sarebbe stato "troppo tardi”, il re meridionale rifiutò, ma la malafede di Vittorio Emanuele e del suo primo ministro è provata dal contemporaneo invio di emissari piemontesi incaricati di prendere contatto con i rivoluzionari siciliani che stavano per insorgere di nuovo contro il governo di Napoli; ad essi si prometteva l’appoggio piemontese per una futura autonomia dell’isola, pur se inserita nel costituendo regno d’Italia che sarebbe nato dopo la cacciata dei Borbone.

Il 16 marzo erano state accolte le dimissioni che Carlo Filangeri aveva dato da mesi, egli non era riuscito a convincere il re a farsi promotore di una svolta costituzionale delle istituzioni meridionali, ad accettare la proposta di alleanza col Piemonte e a mettersi nell’orbita francese, gli successe l’ottantenne siciliano Antonio Statella, principe di Cassaro, nuovo ministro della Guerra il generale Francesco Antonio Winspeare, di 82 anni, agli Esteri andò Luigi Carafa, incapace di qualsiasi iniziativa.

In Inghilterra si affermò che Francesco II era ancora più tirannico del padre, ma, purtroppo, egli "non poteva seguire nè i consigli di Elliot [l’ambasciatore inglese] né quelli di nessun altro uomo politico perché era rimasto schiavo di un mondo nel quale lo aveva collocato la nascita, l’educazione, la religione da un lato, l’ambiente di Corte, la struttura dell’esercito e dell’amministrazione ereditata dal predecessore, dall’altra. La situazione internazionale, affrontata con cultura, mezzi e uomini assolutamente inadatti, lo trascinò alla rovina. Egli pure come suo padre si comportò da sovrano del XVII e del XVIII secolo in un momento in cui sarebbe stato necessario avere il coraggio di affrontare questa nuova realtà[148]

Il 3 aprile, un mese prima che gli avvenimenti precipitassero, il fratello del defunto Ferdinando II, Leopoldo Borbone, Conte di Siracusa, inviava una lucidissima e preveggente lettera al nipote Francesco invitandolo ad impostare una politica estera che fosse più adeguata ai tempi nuovi, in essa scriveva: ”Il principio della nazionalità italiana, rimasto per secoli nel campo dell’idea, oggi è disceso vigorosamente in quello dell’azione. Sconoscere noi soli questo fatto sarebbe di una cecità delirante, quando vediamo in Europa altri aiutarlo potentemente, altri accettarlo, altri subirlo come suprema necessità dei tempi. Il Piemonte … facendosi iniziatore del novello principio … oggi usufrutta di questo politico concetto, e respinge le sue frontiere fino alla bassa valle del Po … la Francia  … sarà sempre mai sollecita a crescer d’influenza in Italia … l’Inghilterra, che pure accettando lo sviluppo nazionale d’Italia, dee però contrapporsi all’influenza francese … nel Mediterraneo … l’ Austria, dopo le sorti della guerra…sente ad ogni ora vacillare il mal fermo potere … né occorre che io qui dica a V.M. dell’interesse che le potenze settentrionali prendono in questo momento  … giovando in fine più che avversando loro la creazione di un forte Stato nel cuore d’Europa, guarentigia contro possibili coalizioni occidentali. In tanto conflitto di politica influenza, qual è l’interesse vero del popolo di V.M. e di quello della sua dinastia? Sire! La Francia e l’Inghilterra, per neutralizzarsi a vicenda, riuscirebbero …da scuoter fortemente la quiete del paese ed i diritti del trono, l’Austria cui manca il potere di riafferrare la perdute preponderanza e che vorrebbe rendere solidale il governo di V.M. col suo, più dell’Inghilterra stessa e della Francia tornerebbe a noi fatale, avendo a fronte l’avversità nazionale, gli eserciti di Napoleone III e del Piemonte, la indifferenza britannica. Quale via dunque rimane a salvare il paese e la dinastia minacciata da così gravi pericoli ? Una sola. La politica nazionale che riposando sopra i veri interessi dello Stato, porta naturalmente il Reame del Mezzogiorno a collegarsi con quello dell’Italia superiore…operandosi tra due parti del medesimo paese, egualmente libere ed indipendenti tra loro. Anteporremo noi alla politica nazionale uno sconsigliato isolamento municipale?”[149], queste parole rimasero inascoltate. Sfortunatamente lo stesso personaggio arrivò a un tale disprezzo per la causa che i suoi natali gli imponevano, da dichiarare di volere essere salutato "colla bandiera allo stemma dei Savoia e non col borbonicosi professa suddito di S.M. Vittorio Emanuele II, solo Re degno di regnare sull’Italia”. ricevendo dall’ammiraglio piemontese Persano, a cui aveva rivolto queste parole, la proposta di "Luogotenenza in Toscana" a cui egli rispose con un sorriso di compiacenza.[150]

La storiografia ufficiale lascia, comunque, nell'ombra la mano della nazione che più d’ogni altra intendeva beneficiare di una nuova realtà politica italiana indipendente: l'Inghilterra; "Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mundy non avrei giammai potuto passare lo stretto di Messina"questo dichiarò Garibaldi , in un discorso tenuto al Crystal Palace, nel corso del suo viaggio in Inghilterra nell’aprile 1864[151] .

 

L’invasione e la caduta del Regno delle Due Sicilie

L’antefatto    

Già nel 1820 e poi nel rivoluzionario 1848 era stata la Sicilia a manifestare i primi fermenti, "in questa fase nell’isola scarso era il seguito popolare (esso esisteva solo tra gli intellettuali) per le idee mazziniane e il programma di unificazione dell’Italia; l’unico obiettivo era la liberazione dal dominio napoletano[152]; si arrivò a proclamare, il 13 aprile 1848, la decadenza di Ferdinando II e ad offrire la corona ad un principe di casa Savoja che declinò l’invito anche perchè il re delle Due Sicilie mandò una nota diplomatica al Piemonte in cui fece intravedere la possibilità di un conflitto in caso di accettazione. All’inizio della prima guerra di indipendenza del 1848, i siciliani "dai forti di Messina spararono contro le navi di Ferdinando II che si dirigevano in Adriatico per operare, congiuntamente con la flotta sarda, contro la marina austriaca. Era la riprova che per la Sicilia, il nemico ereditario era Napoli e non Vienna”[153].

Eppure sotto il governo dei Borboni la Sicilia godeva di eccezionali privilegi: le imposte non erano gravose, non esisteva, come già detto, la coscrizione obbligatoria, la vita e la proprietà erano sicure tanto che la famosa guida turistica del Murray[154] affermava che i Borbone "ebbero almeno il merito di rendere le strade della Sicilia sicure come quelle del Nord Europa"; nel decennio 1850-1860 si costruirono nuove arterie, si ampliarono i porti, si eressero scuole ed ospedali, nondimeno i Siciliani erano scontenti e desideravano il distacco dalla parte continentale del regno.

Ma la forte presenza commerciale e finanziaria inglese aveva generato una diffusa anglofilia la quale andava di pari passo con la convinzione che si potesse realizzare l’indipendenza sotto un protettorato inglese per fare della Sicilia un'altra Malta, protesa tra Europa e Africa; questa soluzione era stata incoraggiata da Londra ma, nella primavera del 1860, Napoleone III dichiarò che se l’Inghilterra, approfittando dell’ennesima rivolta isolana appena scoppiata, avesse occupato anche solo in parte la Sicilia ci sarebbe stata la guerra e la Francia si sarebbe annessa il Belgio.

Con la successiva invasione garibaldina e piemontese dell’isola: "la Sicilia, impegnata come tràvasi in una guerra contro Napoli e non potendo sperare d’altri che dagli Italiani e dal sentimento italiano, deve seguire e se si vuole anche subire, senza condizioni, almeno per adesso, questo sentimento e neppur mostrare semplici velleità separatiste[155]. Nel luglio 1860, quando gli avvenimenti erano nel vivo, il siciliano Francesco Ferrara così scriveva a Cavour "in Sicilia la rivoluzione operatasi e il partito da prendere hanno un solo movente: il desiderio irresistibile di emanciparsi da Napoli. Le grida che si innalzano, i principii che s’invocano, sono semplici frasi a cui si ricorre per politica necessità, e che possono da un’ora all’altra mutare col mutarsi delle circostanze: la nazionalità, l’unità, sono propriamente mezzi e non fine….il Piemonte non ha soltanto l’interesse di secondare alla cieca l’attuale voga di annessione, ma gli deve molto più importare di operarla in modo che essa dallo stato di semplice necessità passi a quello di volontà, e che la Sicilia non divenga la piaga del regno italiano com’è stata quella del regno borbonico[156]

Dopo l’annessione al regno d’Italia i siciliani stettero molto peggio che sotto quello delle Due Sicilie: Cavour non concedette nessuna forma di autogoverno, impose nuove e più gravose tasse come pure la coscrizione obbligatoria; i nuovi funzionari piemontesi, che si succedettero ad un ritmo serrato fallendo tutti nei loro compiti, erano completamente insensibili nei confronti della Sicilia della quale ignoravano usi e costumi, per non parlare della lingua. L’ordine pubblico non venne più garantito tanto che solo a Palermo si contarono millecinquecento assassinii nei primi due anni dall’unità; i latifondisti che avevano così tenacemente appoggiato i piemontesi continuarono a perpetrare i loro soprusi, bande di malfattori si scontravano quotidianamente in tutta la regione, iniziava l’era della mafia e bisognerà aspettare il 1937 per avere la prima legge di colonizzazione del latifondo siciliano. Ricordiamo, infine, la brutale repressione che nel 1866 insanguinò Palermo: c’era stata una rivolta contro i nuovi padroni piemontesi e nell’occasione la seconda capitale delle ex Due Sicilie fu bombardata dal mare e devastata dalle truppe di Raffaele Cadorna, in un sol giorno si ebbero 2000 morti e 3600 prigionieri.

L’azione

I rivoluzionari unitari soffiavano sul fuoco del malcontento siciliano; il 27 novembre 1859 il capo della polizia siciliana, Salvatore Maniscalco, fu pugnalato sugli scalini della cattedrale di Palermo mentre stava entrando in chiesa con moglie e figli per assistere alla messa, rimase gravemente ferito (il sicario fu ricompensato, mesi dopo, da Garibaldi con una pensione).

Il 2 marzo 1860 Mazzini incitava alla ribellione i siciliani, mettendo da parte le sue convinzioni repubblicane che venivano sacrificate all’ideale unitario sotto lo scettro della monarchia sabauda.

Il 25 marzo l’ambasciatore inglese a Torino, Sir James Hudson, scriveva al suo ministro degli Esteri Lord Russell "… dobbiamo desiderare ardentemente lo scontro tra l’Italia del Nord e quella del Sud. Il risultato non può essere dubbio. Il Papa e il Re di Napoli saranno battuti, la Sicilia si dichiarerà per i suoi diritti costituzionali e per l’annessione. Napoli sarà alla mercè di tutti…Cavour per le molte necessità della sua posizione è ora più che mai gettato nelle vostre mani se la vostra politica nell’Italia meridionale è vigorosa ed armata….Per parte mia io sono per la costruzione di un’Italia forte e per il raddoppiamento della nostra forza navale nel Mediterraneo: quando tratteremo con Luigi Napoleone sulla Questione Orientale dovremo volere l’Italia per noi[157] .

"Rosalino Pilo, di nobile famiglia palermitana esule a Genova, ai primi di marzo del 1860 si rivolse a Garibaldi per avere aiuti onde suscitare un moto rivoluzionario a Palermo, e domandò armi da portare in Sicilia. ….Alla Sicilia e Napoli Garibaldi pensava già quando nel settembre 1859 lanciava il grido "un milione di fucili, un milione di uomini” e voleva che questi fucili e questi uomini si raccogliessero "sotto il vessillo unificatore del Re Vittorio Emanuele…..il 15 marzo rispose al Pilo con questa lettera:”…..Io non ripugno da qualunque impresa per azzardata che sia, ove si tratti di combattere i nemici del nostro paese…però nel momento presente non credo opportuno moto rivoluzionario in nessuna parte d’Italia, a meno che non fosse con non poca probabilità di successo”. Rosalino Pilo rispose "…Io penso di partire per la mia isola natia, per assicurarmi io stesso delle cose, prepararvi tutto ciò che ancora manca al fine di venire all’azione[158]

"Il 25 marzo…………..Giovanni Corrao e Rosalino Pilo, su suggerimento di Giuseppe La Masa, capo indiscusso dei siciliani rivoltosi, si recarono in Sicilia con la paranza "Madonna del soccorso” per ottenere il sostegno dei baroni alla prossima spedizione dei Mille; sbarcati nei pressi di Messina contattarono gli esponenti delle famiglie più importanti”[159]; con essi fu concordato che appena sbarcato Garibaldi, i "picciotti”, appartenenti alla malavita locale e alle bande al soldo dei latifondisti, accorressero "spontaneamente” in suo aiuto.

Il 4 aprile 1860 il comitato rivoluzionario di Palermo, coordinato da Genova da Francesco Crispi, accese la miccia della rivolta, nel convento della Gancia, la quale aveva due principali riferimenti: il barone Riso che capitanava l’anima aristocratica, formata da uomini molto simili al Tancredi del romanzo il "Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa[160], e un suo omonimo, Francesco Riso, di mestiere idraulico, che guidava i popolani; la reazione borbonica, guidata dal capo della polizia Salvatore Maniscalco fu pronta, il 14 aprile tredici rivoluzionari furono fucilati a Palermo ma le sommosse continuarono nelle campagne di tutta la Sicilia fino alla fine del mese quando cessarono; il Re diede disposizioni affinché nessun altra condanna a morte fosse eseguita senza il suo esplicito consenso. Il 7 aprile un’assemblea degli esiliati napoletani a Torino aveva approvato una deliberazione in cui tutti, salvo quattro, auspicavano l’unione delle Due Sicilie al Piemonte[161].

Il 18 aprile, Cavour, nelle sue vesti di ministro della Marina invia due navi da guerra, Governolo e Authion, in Sicilia, ufficialmente per proteggere i sudditi piemontesi presenti nell’isola ma in realtà ”per giudicare con perfetta conoscenza di causa delle forze che si trovano nell’isola così dalla parte degli insorti come da quella delle truppe reali”[162], poco dopo lo stesso primo ministro chiede all’ambasciatore piemontese a Napoli, anche a nome del ministro della Guerra Fanti, l’invio di carte topografiche del regno delle Due Sicilie che giungono nel regno sabaudo con la nave Lombardo, utilizzata nove giorni dopo da Garibaldi per la spedizione dei Mille.

"Il giorno 28 aprile a Garibaldi, che viveva a Quarto…arrivò un telegramma che tradotto….diceva che la rivoluzione in Sicilia era fallita. La disperazione dei volontari intimi di Garibaldi fu enorme e Garibaldi decise di non partire più. Ma il 29 aprile giunse un nuovo telegramma, che poi si disse inventato da Crispi, e in tale messaggio si diceva [falsamente]che l’insurrezione vinta a Palermo, seguitava nelle province. E i Mille partirono.”[163]

A fine aprile lo stesso Cavour si reca a Genova, dove rimane due giorni per controllare i preparativi dei garibaldini, il 3 maggio fu stipulato un accordo, a Modena, tra Vittorio Emanuele II, Cavour e l’armatore Rubattino (presenti l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi che avevano avuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio); esso venne regolarmente formalizzato con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli in data 4 maggio 1860; con esso si stabiliva la vendita temporanea di due navi al regno di Sardegna e si precisava che il beneficiario era Giuseppe Garibaldi, rappresentato nello studio del professionista, sito in via Po a Torino, dal suo uomo di fiducia: Giacomo Medici; garanti del debito il re sabaudo e il suo primo ministro.[164]

Partiti da Quarto il 6 maggio, i vapori Lombardo e Piemonte (che quindi non erano stati rubati dai garibaldini, come recita la storiografia ufficiale) giungevano la mattina dell’11 presso le isole Egadi, a bordo i famosi Mille: "Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto" come affermò lo stesso Garibaldi il 5 dicembre 1861 in un discorso nel Parlamento di Torino. La ricerca storica non può più permettersi di accreditare la versione romantica di questa "impresa”: i "Mille” non erano un gruppo di goliardi ed improvvisati rivoluzionari ma, per la gran parte, veterani delle campagne del 1848-49 e del 1859, folta la rappresentanza straniera di inglesi, ungheresi, polacchi, turchi e tedeschi; inoltre furono indispensabili: l’appoggio del Piemonte, degli ufficiali borbonici "convertiti” alla causa, dei latifondisti siciliani e quello inglese; del resto questo è ovvio in quanto tutti comprendono che nulla avrebbero potuto 1000 uomini contro i 25 mila soldati perfettamente equipaggiati dell’esercito meridionale stanziati in Sicilia, senza considerare gli altri 75 mila presenti nel Sud continentale.

Lo stesso Garibaldi, che nessuno accredita di una intelligenza superiore, si rese conto del problema ed esitò a lungo nell’accettare il comando della spedizione perchè temeva di far la fine dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane che avevano tentato in passato (rispettivamente nel 1844 e nel 1857) delle sortite simili fallite miseramente e pagate col loro sangue; a fine aprile stava per rientrare a Caprera e si convinse, quando Cavour stava per affidarla al generale Ribotti (che rifiutò) perché "i capi militari della spedizione, Garibaldi, Bixio, Cosenz , Medici, sapevano di poter soprattutto contare sul supporto logistico del governo sardo, una volta effettuato il primo sbarco" [165].

"Due milioni di franchi oro erano stati raccolti dal Cavour per le occorrenze della spedizione dei Mille … e altri tre milioni dalle logge massoniche inglesi, americane e canadesi, trasformati da governo sabaudo in un milione di piastre oro turche perchè quella era la moneta più accettata nei porti mediterranei”.[166] [valore stimabile intorno ai 50 miliardi di lire dei giorni nostri, cioè 25 milioni di euro]; l’appoggio economico piemontese fu addirittura computato nel bilancio del neostato italiano tanto che quando nel 1864 il ministro delle Finanze Quintino Sella lasciò il dicastero a Marco Minghetti, nel passargli le consegne "preparò uno specchietto riassuntivo dei debiti…fra le voci: 7.905.607 lire attribuite a "spese per la spedizione di Garibaldi” [circa 60 miliardi di lire, 30 milioni di euro] ".[167]

Tre pirofregate sarde erano già state inviate in Sardegna il 3 maggio al comando di Carlo Pellion conte di Persano il quale annotava sul suo diario[168]  il giorno 9  "Volgo per la Maddalena….devo arrestare i volontari, partiti da Genova per la Sicilia….ove tocchino a qualche porto della Sardegna…ma devo lasciarli procedere nel loro cammino, incrociandoli per mare…mi fermo a Tortoli tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S.E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine ricevuto. Gli dico che la spedizione, che ho il mandato di arrestare, non avendo potuto effettuarsi all’insaputa del governo…..io chiedeva di telegrafarmi "Cagliari”, quando realmente si volesse l’arresto, e "Malta”, nel caso contrario” e aggiungeva il giorno 11 :"S.E. il conte di Cavour mi telegrafa:” Il Ministero ha deciso per "Cagliari”. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero, mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente…e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino” e poi il giorno 16 "Ricevo lettera autografa di S.E. il conte di Cavour, in data 14 corrente….e m’invita a trasmettergli, in via privata e confidenziale, il mio parere sul da farsi in caso di una dichiarazione di guerra da parte del re di Napoli”. Contemporaneamente il vicecomandante della Mediterranean Fleet inglese, contrammiraglio Mundy, aveva ricevuto ordini di pattugliare il Tirreno, il canale di Sicilia e soprattutto di fare frequenti scali nei porti delle Due Sicilie a scopo intimidatorio.

L’arrivo dei Mille era noto al governo meridionale, grazie ad una comunicazione del console meridionale di Genova, si sapeva anche che sarebbero sbarcati nella parte occidentale dell’isola, per cui in quelle acque erano state allertate alcune navi da guerra: la pirocorvetta Stromboli con 6 cannoni, comandata da Guglielmo Acton, futuro ammiraglio, senatore e Ministro della nuova Marina Italiana; il brigantino Valoroso con 12 cannoni, comandata da Carlo Longo; la fregata a vela Partenope con 60 cannoni, con al comando Francesco Cossovich ed il vapore armato Capri con due cannoni, al comando di Marino Caracciolo [che successivamente si mise agli ordini dell’ammiraglio piemontese Persano e inalberando la bandiera sabauda, dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli, andò ad intimare la resa al comandante del forte di Baia ricevendone come risposta "A chiunque altro sì, a voi no”]; queste navi non avevano truppe da sbarco perchè l’ordine era di intercettare i nemici in mare e ”colarli a fondo salvando le apparenze”[169]. I due vapori piemontesi, per eluderne la sorveglianza, non seguirono la rotta normale ma si spinsero fino quasi fin alla Tunisia, poi tornarono indietro e stavano per puntare sulla costa meridionale della Sicilia, a Sciacca, quando la mattina del giorno 11 incrociarono un veliero inglese da cui giunse ai Mille l’informazione che a Marsala non c’erano navi nemiche; a quel puntò la rotta fu posta verso quel porto nei pressi del quale un pescatore, di nome Antonio Strazzera, avvicinato in mare, li informò che le navi meridionali di pattuglia avevano lasciato la città siciliana, che la città era sprovvista di guarnigione armata, dato che il 10 maggio era stata insensatamente richiamata a Palermo dopo aver sedato un’insurrezione, e che i due pennoni che si vedevano a distanza appartenevano a due cannoniere inglesi: l'Argus e l'Intrepid.

Queste ultime erano partite da Messina pochi giorni prima, avevano fatto scalo a Palermo il 9 maggio e in quell’occasione, a bordo dell’Argus, c’era stata una piccola festa per celebrare l’arrivo oramai imminente di Garibaldi che era di dominio pubblico; il giorno dopo (10 maggio) ricevettero l’ordine di salpare per Marsala, ufficialmente per "proteggere le proprietà dei sudditi inglesi", i ricchissimi commercianti del vino marsala: Woodhouse, Ingham, Whitaker, padroni di una fortuna immensa. Essi erano stati obbligati a consegnare le loro armi personali al generale borbonico Letizia, il quale aveva represso un focolaio di rivolta marsalese, iniziato nell’aprile e definitivamente domato il 6 maggio; i commercianti britannici comunicarono, così, di sentirsi indifesi contro "le numerose bande di briganti di zona”; alcuni storici, alla luce del successivo appoggio inglese all’azione garibaldina, non credono a questa versione ufficiale dei fatti e si chiedono come mai le navi britanniche arrivassero proprio in quei giorni, a rivolta spenta, e non all’inizio di aprile quando era iniziata l’insurrezione di Marsala,  altri, viceversa, la ritengono plausibile; comunque sia, le navi inglesi giunsero alle ore dieci del giorno 11 maggio, proprio la data dello sbarco dei Mille [170].

"Era una bellissima giornata, il sole splendeva e il mare era liscio come l’olio…due vapori a ruota [il Piemonte e il Lombardo], che erano stati visti incrociare al largo durante gran parte della mattinata, alle tredici mossero rapidamente verso la spiaggia e, giunti nei pressi di questa, inalberarono i colori sardi”[171]; lo sbarco delle "camicie rosse” ebbe inizio con l’ordine di non indugiare nel porto ma di entrare subito nella città. Il telegrafista di Marsala prontamente mandò al comandante supremo dell’isola, principe di Castelcicala, un messaggio:”Due battelli a vapore con bandiera sarda sono entrati nel porto e stanno sbarcando gente armata”, dopo dieci minuti dalla ricezione la notizia era già trasmessa a Napoli; da Palermo si chiesero a Marsala notizie sulla consistenza numerica dell’invasore, la risposta fu "Mi ero ingannato. Si  tratta di mercantili nostri che vengono a caricare zolfo”; "Imbecille” fu la risposta da Palermo, ma subito dopo si cominciò a dubitare del contenuto di questa smentita e si era nel giusto perchè il messaggio era stato inviato dal garibaldino Pentasuglia, che aveva puntato la pistola contro il telegrafista meridionale.

Nel frattempo lo sbarco era già compiuto dal Piemonte e in parte anche dal Lombardo quando arrivarono le navi meridionali che avevano ricevuto notizia dello sbarco dai semafori di Favignana; per prima, verso le quattordici, arrivò la pirocorvetta Stromboli, poi la  Capri  e la Partenope. Le due navi inglesi si frapposero a quelle garibaldine e il comandante dell’Argus disse a quello dello Stromboli che lo avrebbe ritenuto personalmente responsabile se qualche colpo di cannone avesse danneggiato le proprietà britanniche di Marsala; per questi motivi il fuoco fu aperto solo quando le navi inglesi si fecero da parte (passarono circa trenta minuti) e peraltro fu anche inefficace perchè i colpi non raggiunsero il molo; ci furono solo due feriti, il vapore "Piemonte” fu preso e rimorchiato a Napoli come preda di guerra, il "Lombardo”, che si era arenato, fu cannoneggiato, misero risultato per le tre navi da guerra meridionali.

Lo stesso Garibaldi ammise nelle sue memorie che "la presenza dei due legni da guerra inglesi influì alquanto sulla determinazione dei comandanti dè legni nemici, naturalmente impazienti di fulminarci, e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostroe io, beniamino di codesti Signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto[172] e "Quasi tutti a Palermo erano convinti che l’Argus si fosse recata a Marsala con il preciso scopo di aiutare Garibaldi, quando Winnington-Ingram [il comandante inglese dell’Argus] e i suoi si mostrarono per le strade, furono accolti da grida "Viva Arguse[173].

I garibaldini, contrariamente a quanto si narra nelle agiografie risorgimentali, furono accolti dalla popolazione con tale diffidenza che il garibaldino Giuseppe Bandi ebbe, poi, a scrivere in una sua cronistoria: "Fummo accolti dai marsalesi come cani in chiesa"[174]; per questi motivi si rifugiarono nelle proprietà del ricchissimo commerciante di vino marsala Benjamin Ingham. La notizia dello sbarco suscitò, invece, un vivo entusiasmo in Piemonte e a Londra, si aprirono subito sottoscrizioni pubbliche in favore dei garibaldini: nelle liste del Morning Post la prima ad aderire fu la viscontessa Palmerston e si costituirono in tutte le città comitati pro Italia, frotte di volontari corsero ad arruolarsi. Il giorno successivo il governo borbonico, per voce del ministro degli Esteri Carafa, protestò contro quell’atto di pirateria sostenuto dal Piemonte ma Cavour dichiarò che il governo era estraneo alle gesta dei "filibustieri garibaldini”.

Francesco II strigliò il suo Luogotenente in Sicilia: ”Se la crociera fosse stata bene eseguita, non sarebbe certo accaduto lo scandaloso avvenimento che, a ciel sereno, in pieno pomeriggio, con mare tranquillo e con una lunga giornata, ha avuto luogo…dico essere urgente affrontare distruggere quest’orda discesa, e ciò subito…se da questo scontro si otterranno felici risultamenti…la rivoluzione siciliana sarà sedata, e più non se ne parlerà. Se per contrario, le conseguenze saranno le più tristi e più lacrimevoli[175], parole lucidissime, queste del Re. Commentava Massimo d’Azeglio:”Quel che non capirò mai (salvo aiuto inglese, o tradimento dei comandanti napoletani) è come il Re, con ventiquattro fregate a vapore, non abbia potuto guardare tre quattrocento miglia di costa. Una fregata ogni venticinque miglia, faceva dalle dodici  alle sedici fregate, e mai più bella occasione di servir bene” [176]

In appoggio a Garibaldi si cominciarono a muovere, per primi, come era già stato concordato, i baroni latifondisti, già ribattezzatisi "liberali ed unitari", i quali avevano come interesse primario quello di abbattere i Borbone e di spostare il centro del potere in una capitale lontanissima come Torino, in questo modo avrebbero accresciuto la loro influenza sul territorio conservando i loro latifondi senza la fastidiosa intrusione dei vari intendenti mandati da Napoli che cercavano di opporsi alle usurpazioni dei beni demaniali per restituirli agli usi civici dei contadini. Questo atteggiamento "liberale e unitario” fu successivamente adottato anche dai proprietari terrieri della parte continentale del Regno delle Due Sicilie, il loro appoggio fu ricompensato dal nuovo governo "italiano” con la vendita sottocosto dei beni demaniali ed ecclesiastici, fu un grosso affare per loro e l’ennesimo raggiro per la classe dei contadini; i baroni, d’accordo con quanto deciso in aprile con gli emissari di Garibaldi, avevano reclutatato numerosi «picciotti» che furono inquadrati agli ordini di "Calibbardo"[177].

"La Masa nei suoi scritti sostenne di aver arruolato "da solo” oltre 6 mila uomini, per la sola prima fase dell’operazione dei Mille, attraverso i contatti presi nell’aprile. Fu lo stesso La Masa ad ammettere…che noti "galantuomini” come i capibanda Scordato e Miceli (prima e dopo i Mille conosciuti da tutti per la loro ferocia) furono determinanti per il successo dei Mille in Sicilia, e –com’è ovvio- i capibanda non si muovevano senza l’impulso dei Baroni”[178].

I primi scontri

A fronteggiare il Nizzardo c’era un’armata forte, nella sola Sicilia, di ben 25mila uomini più altri 75 mila stanziati nella parte continentale del regno meridionale, essa fu descritta dal giornale satirico "Charivari”, in una vignetta intitolata "Voilà l’armèe du roi de Naples in Sicile!”, in questo modo: soldati con la testa di leone, ufficiali con la testa d’asino e generali senza testa; i fatti dettero subito ragione a questa caricatura.

Il 12 maggio, alle quattro del mattino, i Mille iniziarono la marcia verso l'interno dell’isola e il giorno dopo Garibaldi fu informato che i borbonici si stavano muovendo da Palermo contro di lui; il giorno 14, Garibaldi, dal paese di Salemi, dichiarò decaduta la dinastia borbonica, si autoproclamò dittatore della Sicilia, in nome re Vittorio Emanuele di Savoia; istituì una leva tra i siciliani che fallì completamente in quanto per essi valeva il detto”megghiu porcu ca surdatu” (dei 250mila previsti non si arrivò in tutta la campagna siciliana a 10mila). Si era, però, già aggregato al Nizzardo un corpo di 1200 "picciotti” reclutati dai baroni e messi al comando di La Masa e Acerbi[179], persone descritte nelle memorie del garibaldino Giuseppe Cesare Abba, in data 14 maggio, come "montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre e certi occhi che paiono bocche di pistole; tutta queste gente è condotta da gentiluomini, ai quali obbedisce devota [180]; Abba è l’autore del più pregevole diario tra quelli redatti dai partecipanti alla spedizione dei Mille.

Il corpo di spedizione garibaldino lasciò Salemi diretto verso Palermo; nel campo opposto il sessantanovenne Luogotenente della Sicilia Paolo Ruffo di Castelcicala aveva, il giorno 11, quello dello sbarco, informato Napoli dell’accaduto e chiesto altre truppe, infine aveva ordinato al settantaduenne generale Francesco Landi di muoversi da Palermo per affrontare Garibaldi; l’anziano ufficiale borbonico seguiva le sue truppe rimanendo sempre in carrozza e giunse ad Alcamo il 12, poi il giorno 13 a Calatafimi, cittadina posta in posizione dominante, a quel punto decise di non avanzare oltre, attendendo l’avanzata del nemico. Le truppe di rinforzo, richieste dal governatore Castelcicala, partirono da Gaeta la notte del giorno 12 e arrivarono a Palermo solo il giorno 14, rimanendo pertanto inutilizzate; il Luogotenente, non vedendole arrivare, ordinò, il giorno 13, al tenente colonnello Sforza, medaglia d’oro al valor militare per la campagna di Sicilia del 1848-49, che era in quel momento di guarnigione a Trapani, di raggiungere con i suoi uomini il generale Landi a Calatafimi, quest’ultimo si trovò così al comando di circa 3000 uomini divisi in tre battaglioni. Egli mandò in ricognizione, in tre direzioni diverse, tre colonne di soldati (in tutto circa 1500) una delle quali, di appena 600 uomini, agli ordini dello Sforza, avvistò il nemico verso mezzogiorno del 15 maggio e decise immediatamente di attaccare da sola i Mille garibaldini, il terreno era in pendio con alcune terrazze, i meridionali erano sulla sommità e i garibaldini in basso. I soldati meridionali avanzarono "Che sicurezza nei loro movimenti! Fra poco……Ma le loro trombe, che suoni lugubri!” [181] e cominciarono a sparare facendo le prime vittime, dall’altro campo si rispose al fuoco e poi si iniziò un assalto alla baionetta che impressionò l’avversario il quale, però, non perse la testa e arretrò ordinatamente, con poche perdite, mettendosi al riparo sul gradone più basso del luogo dello scontro. I garibaldini tentarono due assalti ma furono respinti "Là vidi Garibaldi a piedi, con la spada sguainata sulla spalla destra, andare innanzi lento e tenendo d’occhio tutta l’azione. Cadevano intorno a lui i nostri…..Bixio corse di galoppo, a fargli riparo col suo cavallo, e tirandoselo dietro alla groppa gli gridava:”Generale, così volete morire?”…..credei d’indovinare che al Generale paresse impossibile il vincere e cercasse di morire”[182] .

Nel frattempo erano giunte le altre colonne dei soldati meridionali e si tentarono alcuni contrattacchi che, anch’essi, fallirono; le camicie rosse tentarono un nuovo assalto e conquistarono il primo gradone per cui i meridionali arretrarono sul secondo da dove respinsero un primo attacco guidato dallo stesso Garibaldi, ma non il successivo che li fece indietreggiare sulla terza terrazza, quella in cima al pendio. Ci fu una pausa nei combattimenti "Riposate, figliuoli, riposate ancora un poco” diceva il Generale "Ancora uno sforzo e sarà finita”; alle 3 del pomeriggio il Nizzardo sferrò l’ultimo attacco ma il combattimento si stava risolvendo a favore dei meridionali: Schiaffino, il portabandiera dei garibaldini perse la vita e l’insegna, Menotti, il figlio del Nizzardo fu ferito, lo stesso Garibaldi scampò alla morte per l’eroismo del volontario Augusto Elia che fece scudo col proprio corpo ed ebbe la mascella fracassata. I garibaldini erano esausti ma, a quel punto, il generale Landi, che osservava il combattimento dal paese, invece di lanciare gli altri 1500 uomini che erano rimasti inoperosi e che gli chiedevano insistentemente di essere comandati al combattimento, prese la bandiera sottratta a Garibaldi, recatagli dai soldati meridionali che se n’erano impossessati e cominciò a gridare "Vittoria, vittoria!”, diede quindi il segnale della ritirata senza neanche avvertire lo Sforza, lasciandolo solo e senza munizioni. Uno dei Mille, Francesco Grandi, scrisse nel suo diario ”[i garibaldini] si meravigliarono, non credendo ai loro occhi e orecchie, quando si accorsero che il segnale di abbandonare la contesa non era lanciato dalla loro tromba ma da quella borbonica[183], un'altra camicia rossa, Giuseppe Cesare Abba, aggiungeva: "Quando questi cominciarono a ritirarsi protetti dai loro cacciatori, rividi il Generale che li guardava e gioiva ……dal campo stemmo a vedere la lunga colonna salire a Calatafimi .……ci pareva miracolo aver vinto[184]. "L’esercito napoletano [scrisse Garibaldi [185]] combatté valorosamente e non cedette la sua posizione che dopo accanite mischie corpo a corpo ...i soldati napoletani avendo esausti i loro cartucci, vibravan sassi contro di noi da disperati”; alla fine sul campo rimanevano 32 morti e 182 feriti tra i garibaldini e 36 morti (quasi tutti erano stati colpiti nel capo e non alle spalle a testimonianza del loro ardimento)[186] e 150 feriti tra i borbonici, un bilancio non drammatico, ma fu il modo in cui si concluse la partita che sfiduciò le truppe che cominciarono a dubitare fortemente sull’abilità e sulla fedeltà del loro comandante. Questo fu il motivo dominante di tutta la campagna di invasione delle Due Sicilie, nella quale, come vedremo, i soldati si batterono sempre valorosamente mentre i loro capi si dimostrarono degli inetti e, spesso, addirittura collusi coi piemontesi.

Il generale Landi, alle otto di sera lasciò Calatafimi ritornando verso Palermo, dove giunse all’alba del giorno 17, con le truppe sfiduciate ed affamate; a Partitico fu anche assalito da bande di picciotti i quali non avevano dato un grosso contributo alla battaglia di Calatafimi ma erano più adatti a fare terra bruciata ai borbonici tagliando fili del telegrafo e devastando il territorio. Gli storici si sono divisi nel giudizio sull’operato del comandante borbonico: alcuni, come Giacinto dè Sivo, affermano che nel marzo 1861 egli produsse al Banco di Napoli una fede di credito, a suo favore, di quattordicimila ducati [224mila €, 430milioni di vecchie lire][187] e che quando questa si rivelò contraffatta (valeva solo 14 ducati), il militare confessò di "averla avuta personalmente da Garibaldi”[188], dal dispiacere ne morì di colpo apoplettico; altri affermano che era solo un incapace, desideroso solo di ritornare al più presto a Palermo; i suoi 5 figli, comunque, fecero tutti carriera nell’ "esercito italiano”.

Vera o no questa circostanza è certo, però, che Cavour aveva provveduto a profondere a piene mani denaro per comprare i membri dei vertici militari delle Due Sicilie in modo da neutralizzare ogni capacità di reazione, il tramite di questa operazione fu il contrammiraglio sardo Carlo Pellion di Persano che "disponeva di un fondo spese ammontante all’enorme somma di un milione di ducati, [16 milioni di €, 31 miliardi di vecchie lire] destinati alla corruzione degli ufficiali borbonici[189].

Cavour dichiara ufficialmente il 17 maggio 1860, con la sua proverbiale doppiezza, che "il governo disapprova la spedizione del generale Garibaldi. Non appena fu informato della partenza dei volontari, la flotta reale ha ricevuto l’ordine di inseguire i due battelli a vapore e di opporsi a uno sbarco"; con la nota del 22 maggio al ministro delle Due Sicilie a Torino, cav. Canòfari, affermava inoltre che:"Il sottoscritto per ordine di Sua Maestà, non esita a dichiarare che il governo del Re è completamente estraneo a ogni atto del generale Garibaldi, che il titolo da lui assunto [la dittatura] è una vera usurpazione, e che il governo del Re non può non disapprovarlo "[190].

Gli uomini agli ordini di Garibaldi erano diventati, nel frattempo, circa 3500 grazie ai contributi di: 350 uomini del Barone di Sant’Anna, dei 250 del fratello Giovanni, dei 750 del cavaliere Coppola di Erice, dei 600 di Calogero Amari Cusi di Castelvetrano, tutti questi "picciotti” si erano messi agli ordini di Giovanni Corrao e Giuseppe La Masa, in seguito promossi generali da Garibaldi. I garibaldini, da Calatafimi, si mossero in direzione di Palermo e, strada facendo, trovarono i miseri resti di alcuni soldati borbonici della colonna in ritirata del generale Landi, erano stati assaliti dai picciotti ed orrendamente mutilati.

Gli editti di Garibaldi e la caduta di Palermo

Il secondo partito che appoggiò Garibaldi, per motivi diametralmente opposti a quelli dei baroni, era quello dei contadini i quali guardavano con fiducia e speranza il Nizzardo il quale "fece intravedere la possibilità di un ordine nuovo in cui i contadini avrebbero avuto la terra e sarebbero stati riconosciuti i diritti di libertà: tutti o quasi furono con lui ”[191]. Col decreto del 17 maggio erano stati aboliti i dazi per il granone, i cereali, le patate ed i legumi, soppressa la tassa sul macinato; il 2 giugno 1860, da Palermo:

GIUSEPPE GARIBALDI, Comandante in Capo le forze nazionali in Sicilia DECRETA:

art. 1 - Sopra le terre dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota certa senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la patria. In caso di morte del milite, questo diritto apparterrà al suo erede.

art. 2 - La quota di cui è parola all'articolo precedente sarà uguale a quella che sarà stabilita per  tutti i capi di famiglia poveri non possidenti e le cui quote saranno sorteggiate. Tuttavia se le terre di un comune siano tanto estese da sorpassare il bisogno della popolazione, i militi o i loro eredi otterranno una quota doppia a quella degli altri condividenti.

art. 3 Qualora i comuni non abbiano demanio proprio vi sarà supplito con le terre appartenenti al demanio dello Stato o della Corona.

È da notare con attenzione che si parla di terre "demaniali ", non di quelle di proprietà dei baroni; inoltre il decreto rimase, subito dopo, inosservato e cancellato.

 

A Napoli, già il 14 maggio, il giorno precedente alla battaglia di Calatafimi, si era riunito, alla presenza del Re, il Consiglio di Stato a cui fu invitato l’ex primo ministro Carlo Filangieri il quale fu pregato da tutti di prendere in mano la situazione della Sicilia, come aveva fatto dodici anni prima. Egli, dopo qualche esitazione, e pregato anche dalla regina Sofia, accettò ponendo alcune condizioni: al comando delle truppe siciliane doveva esserci di persona il Re, lui avrebbe assunto l’incarico di Capo di Stato Maggiore, bisognava inoltre proclamare subito la Costituzione. I ministri si opposero alla partenza del Re perchè temevano (o dicevano strumentalmente di temere, perchè già tramavano contro di lui, essendo collusi con i piemontesi) lo scoppio di una rivolta nella Capitale e Francesco II approvò questa deliberazione, malgrado le continue insistenze di Maria Sofia che lo incitava a montare a cavallo e farsi vedere dai fedelissimi soldati che senza dubbio sarebbero stati galvanizzati dalla presenza dell’amatissimo sovrano; fu l’errore fatale che decise il destino del regno delle Due Sicilie.

Il comandante della polizia siciliana, il temutissimo e risoluto Salvatore Maniscalco, mandava il giorno 15 maggio un memorandum a Napoli, accusando il luogotenente del re in Sicilia, Paolo Ruffo di Castelcicala, di "inanizione”; quest’ultimo fu rimosso e re Francesco propose il comando ai due migliori generali dell’esercito meridionale: Francesco Pinto y Mendoza, principe di Ischitella, e Alessandro Nunziante entrambi uomini di grande valore (il primo era stato addirittura aiutante di campo di Murat) ma, inaspettatamente, entrambi ricusarono con conseguente grosso avvilimento del sovrano. A quel punto, pare su nefasto consiglio di Filangieri, fu scelto l’inetto generale Ferdinando Lanza, di settantatré anni, completamente inadatto a fronteggiare la situazione, al quale fu conferito il titolo di "Commissario straordinario in Sicilia con i poteri di alter ego”, con la potestà, quindi, di prendere da solo le decisioni che le circostanze richiedevano.

Giunto in Sicilia il 17 maggio, ebbe subito la notizia della sconfitta di Calatafimi e mandò immediatamente un primo rapporto a Napoli nel quale descriveva la situazione della seconda capitale del regno in termini molto foschi, con una popolazione pronta all’insurrezione; paralizzato dalla situazione ambientale, entrò subito in conflitto con il comandante della piazza e gli altri generali alle sue dipendenze a causa della sua mancanza di iniziativa.

Nel frattempo, l’ammiraglio inglese Mundy, vicecapo della Mediterranean Fleet, era giunto il 19 maggio a Palermo al comando del vascello ad elica Hannibal di 90 cannoni e ricevette a bordo, il giorno 22, la visita del Lanza il quale gli fece delle proposte su una mediazione inglese per un armistizio con Garibaldi e per il ripristino della Costituzione del 1812 che a suo dire avrebbe placato la rivolta siciliana; questo atteggiamento "forniva ampia prova della sua ineguatezza per il posto che occupava in una crisi del genere. Un pugno di avventurieri [i garibaldini] era alle porte della capitale, e un esercito ben equipaggiato di 25mila uomini era pronto a dar loro addosso”[192] . Lanza pensava all’armistizio prima ancora di combattere malgrado lui stesso, in un rapporto ufficiale del 23 maggio sullo stato della guarnigione di Palermo, dichiarasse di avere ai suoi comandi "571 ufficiali, 20.291 soldati, 681 cavalli, 175 muli e 36 cannoni; forze molto più cospicue di quelle che nel ’49 erano riuscite a riconquistare la certamente più fortificata ed indipendente Sicilia”[193]

Nei pressi di Palermo ci fu qualche scaramuccia con alcune compagnie borboniche nelle quali i garibaldini ebbero quasi sempre la peggio: morì il giovane Rosolino Pilo, lo stesso Garibaldi, il 25 maggio, sfuggì per un pelo all’accerchiamento rifugiandosi su un’altura che lasciò nottetempo per scampare alla cattura. A quel punto, dopo una riunione con i suoi principali aiutanti, divise i suoi uomini in due gruppi: uno, sotto la sua guida, rimase nei pressi di Palermo, l’altro, agli ordini di Orsini, si diresse verso l’interno con una manovra diversiva atta a far credere che tutti i garibaldini si stessero dirigendo al centro dell’Isola.

Il 26 maggio, a fornirgli preziosissime informazioni sui dispositivi di difesa della seconda capitale del regno giunse Ferdinand Eber, accreditato come corrispondente inglese del Times a Palermo, in realtà un rivoluzionario che aveva già prestato i suoi servigi in Ungheria contro l'Austria, il Nizzardo lo nominò colonnello del suo esercito. Anche ufficiali delle navi inglesi e americane, ancorate nel porto,  portarono mappe della città "cò segni dove sono barricate i posti di regi [cioè dei borbonici]” [194]; in più, emissari del comitato rivoluzionario cittadino assicurarono che Palermo sarebbe insorta all’entrata di Garibaldi in città.

Il nuovo comandante borbonico era venuto a conoscenza, nel pomeriggio del giorno 26, che Garibaldi era alle porte della città e che si stava preparando anche la rivolta dei palermitani, non prese nessun provvedimento malgrado i suoi sottoposti lo pregassero di far uscire le truppe in campo per andare incontro al "Dittatore” e impedire il suo attacco, egli rispondeva a tutte le sollecitazioni con un rifiuto e con l’affermazione: "Bombarderò !”. In questo modo, lasciò solo 260 reclute a protezione delle porte S.Antonino e Termini, e proprio da queste, nella notte tra il 26 e 27 maggio, alle quattro di mattina, entrarono 4000 garibaldini mentre rimanevano più di sedicimila uomini chiusi ed inoperosi nei forti della città; le poche truppe meridionali, presenti nel punto dell’attacco, si opposero valorosamente e poi ripiegarono per le vie di Palermo in direzione del palazzo reale. Garibaldi si acquartierò, col suo stato maggiore, nel Palazzo Pretorio da dove fece un discorso per incitare il popolo alla rivolta; i comitati rivoluzionari palermitani, dopo una prima esitazione, si attivarono: fecero suonare le campane a stormo, cominciarono ad erigere moltissime barricate e a sparare, dai tetti delle case, sui borbonici.

Questi ultimi furono blandamente rinforzati da pochissime compagnie lanciate nella contesa dal Lanza il quale, verso le tre del pomeriggio, non trovò di meglio da fare che bombardare la città  con i cannoni del  forte di Castellammare e delle navi alla fonda nel porto (continuò anche il giorno 28 e 29 facendo, secondo alcuni, circa 600 vittime civili ma non modificando il corso degli avvenimenti bellici a terra). Ci si batteva accanitamente anche in sanguinosi corpo a corpo e la sera del 27 tutta la parte bassa della città era in mano ai garibaldini eccettuati il palazzo delle Finanze, il forte di Castellammare e il palazzo reale; Lanza interrogò l’ammiraglio inglese Mundy sulla possibilità che facesse da intermediario tra due suoi sottoposti e la controparte per ottenere un’armistizio, gli fu risposto positivamente con l’unica condizione che si trattasse direttamente con Garibaldi, la proposta fu rifiutata.

All’alba del giorno 28 giunsero nel porto due battaglioni inviati da Napoli, richiesti dallo stesso comandante Lanza, il quale però li fece sbarcare solo il giorno successivo rinserrandole nel palazzo reale, malgrado il loro comandante, il maggiore Migy, assicurasse essere desiderosissimi di combattere. L’esito degli scontri dei giorni 28 e del 29 maggio volgeva a favore delle camicie rosse ma nel primo pomeriggio del 29, dal forte di Castellammare, furono avvistate le truppe al comando di Von Meckel e di Bosco che avevano sconfitto i garibaldini direttisi all’interno dell’isola e che tornavano in città, l’ufficiale Agostino di Palma ne diede notizia al comandante supremo Lanza che non prese nessun provvedimento. Garibaldi, invece, una volta saputolo, mandò un messaggio scritto a tutti i suoi capoposto "In caso di attacco di forze soverchianti, ritiratevi al Palazzo Pretorio”[195].

Le nuove truppe, arrivate nella serata del giorno 29, all’alba del 30 cominciarono il contrattacco, sfondarono con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano si avvicinarono al palazzo Pretorio dove Garibaldi aveva il suo quartiere generale. La situazione per le camicie rosse era disperata perché avevano praticamente esaurito le munizioni ma a quel punto arrivarono sul campo i capitani di Stato Maggiore Bellucci e Nicoletti con l’ordine del comandante supremo Lanza di sospendere i combattimenti perché egli aveva chiesto e ottenuto da Garibaldi, nella prima mattinata, una tregua di 24 ore. "Laggiù, in fondo alla via…si vedeva il colonnello Bosco aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s’egli avesse potuto giungere mezz’ora prima! Entrava di filato, e se ne veniva al Palazzo Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre ombre……vedemmo non so quante migliaia di soldati accampati sulla piazza del palazzo Reale ……ci guardavano da ammazzarci cogli occhi[196]. A Garibaldi, viceversa, non parve vero di uscire da una situazione oramai compromessa, vedendo i suoi uomini fuggire davanti ai borbonici si preparava ad imbarcarsi sulle navi inglesi presenti nel porto e temette che Lanza lo avesse ingannato chiedendo un falso armistizio, si convinse solo quando il comandante borbonico mandò i suoi sottoposti ad ordinare la fine dei combattimenti.

Alcuni affermano che fu cosa strana che Lanza chiedesse un tregua quando era a conoscenza della vittoriosa controffensiva delle sue truppe, altri negano la veridicità di questa circostanza. La cessazione del fuoco fu formalizzata, alle ore quattordici, sulla nave Hannibal dell’ammiraglio inglese Mundy, nelle qualità di mediatore; Garibaldi si presentò con divisa da generale piemontese  "Non fu certo una riunione cordiale…i napoletani non sapevano se e in quale misura Garibaldi stesse bluffando e ignoravano che scarseggiava gravemente di munizioni. Winnington-Ingram [comandante dell’Argus] anch’egli a bordo dell’Hannibal , vide Garibaldi, uscito dalla cabina dell’ammiraglio Mundy, prendere da parte il capitano Palmer [comandante della nave americana Iroquois, alla fonda nel porto di Palermo] ”e tra loro ebbe luogo una seria conversazione”. Risultò poi che Garibaldi aveva chiesto che nottetempo dall’Iroquois fossero sbarcate munizioni , ma che Palmer aveva "invocato la propria neutralità”. Certo è però che, alcune settimane più tardi, Henry Elliot [ambasciatore inglese a Napoli] ebbe a notare essere "una curiosa coincidenza che la nave americana, trovatasi a Palermo durante l’assedio, al suo arrivo a Napoli era a tal punto a corto di polvere, da non poter neppure eseguire una salva di saluto”[197]

Fu concesso un armistizio fino alle 12 del giorno successivo con lo scopo di seppellire i cadaveri e di curare i feriti; il giorno successivo (31 maggio) Lanza avrebbe potuto riprendere le ostilità dando il colpo di grazia a Garibaldi che già stava pensando di ritirarsi nelle campagne ma, invece, inopinatamente, chiese una ulteriore proroga di 3 giorni, la rabbia dei soldati borbonici fu tale che si registrarono episodi di disobbedienza, sull’altro campo si commentava così: ”Solenne questo mezzodì! ma l’armistizio fu prolungato. Fino all’alba del tre giugno potremo riposare, lavorare, prepararci[198].

Garibaldi la concesse, ma pretese gli fosse consegnato il denaro del Banco delle Due Sicilie di Palermo, oltre cinque milioni di ducati in oro e argento, una cifra enorme corrispondente a circa 80 milioni di € [150 miliardi di vecchie lire] equivalenti a circa 21 milioni di lire sarde ovvero quasi la metà delle spese per la guerra franco piemontese contro l’Austria dell’anno precedente. Essa era costituita in gran parte da depositi di privati cittadini che si videro perciò privare dei loro risparmi che furono distribuiti ai garibaldini, a collaboratori del posto e per la "conversione" alla causa "unitaria” di altri ufficiali meridionali; Garibaldi "lasciò un pezzo di carta con scritto "per ricevute di spese di guerra” e la promessa che il nuovo stato avrebbe restituito tutto e rimesso i conti in ordine. Questo foglietto restò negli archivi dell’istituto: prima in quello contabile e poi in quello storico. La promessa si perse fra le migliaia di assicurazioni di quel tempo[199]

Re Francesco II, dopo aver convocato due consigli di Stato per deliberare, diede il consenso a firmare il 6 giugno la vergognosa capitolazione di Palermo, anche perchè l’ipotetica ripresa della città era stata definita dagli inviati del comandante Lanza "immensamente sanguinolenta”, il sovrano era inoltre fiducioso che la città di Messina avrebbe resistito (come aveva fatto dodici anni prima, nell’insurrezione siciliana del 1848) consentendo una futura riconquista. Il giorno 8 giugno le truppe meridionali lasciano la seconda capitale del regno per imbarcarsi sulle navi: sono 24 mila uomini perfettamente equipaggiati, la cui rabbia, provata da molte rotture di sciabole e alcune diserzioni, è ben interpretata da un soldato dell’8° di linea il quale, al passaggio a cavallo del Lanza, uscì dalle file e gli disse: "Eccellè, òvii quante simme. E ce n’avimma ì accussì?", l’ineffabile comandante gli rispose: "Va via, ubriaco!”. "Gli abbiamo visti partire. Sfilarono dinanzi a noi alla marina per imbarcarsi, una colonna che non finiva mai, fanti, cavalli, carri. A noi pare sogno, ma a loro!”[200]. Fu una ritirata umiliante che disgustò persino il comandante inglese Mundy, al passaggio dei borbonici i garibaldini presentarono sprezzantemente le armi. Lo stesso comandante si imbarcò, il 20 giugno, con tutto lo Stato Maggiore alla volta di Napoli, ma per ordine di Francesco II fu fatto fermare ad Ischia dove lo attendeva la Corte Marziale, gli avvenimenti successivi lo salvarono da un inevitabile condanna e il 7 settembre lo ritroveremo intento ad omaggiare Garibaldi e addirittura a dirigere l’organizzazione delle luminarie per i festeggiamenti. La presa di Palermo era costata ai meridionali la perdita di 200 uomini (di cui solo 4 ufficiali) e più di 500 feriti (33 tra gli ufficiali); ai garibaldini 30 morti e 60 feriti. Essendo oramai la città priva di truppe meridionali cominciarono le vendette contro i poliziotti borbonici, dispregiativamente soprannominati "sorci”, e le loro famiglie; il 16 giugno fu la giornata peggiore e nessuno ostacolò questi assassini, torture e stupri.

Precedentemente, il 31 maggio, anche Catania era stata attaccata dai garibaldini ma in sette ore fu liberata dal tenente colonnello Ruiz con il prezzo di 180 morti più i feriti tra i soldati meridionali; il giorno successivo il generale Clary ricevette l’ordine, dal brigadiere Afan de Rivera, appena arrivato in Sicilia, di sgomberare la città ritirando le truppe a Messina; nelle casse comunali c’erano 16.300 once d’oro, una vera fortuna che cadde in mano degli uomini di Garibaldi; rimasero così nelle mani dei borbonici, oltre a Messina solo Siracusa, Agusta e Milazzo.

"Nel frattempo cominciarono a sbarcare in Sicilia numerose navi provenienti da Genova e da Livorno cariche di armi e "volontari” che erano in realtà soldati piemontesi ufficialmente fatti congedare o disertare come si rileva nella circolare n. 40 del Giornale Militare del Piemonte del 12.8.1861 (per i "volontari”) e dalla Nota n.159 del 5.9.1861 (per i "disertori”) le quali prescrivevano per loro l’iscrizione a matricola della "campagna dell’Italia meridionale 1860 in Sicilia e nel Napoletano, i disertori vennero in seguito opportunamente amnistiati con decreto reale del 29.11.1860 "[201]; a causa di questi rinforzi, ad agosto, si era passati dai Mille ai 21.000 "volontari”. Tutte le ventuno spedizioni marittime furono effettuate senza che la marina meridionale effettuasse serie manovre di intercettazione.

Ricordiamo che l’"Armata di Mare” meridionale era la più potente flotta da guerra del Mediterraneo, era nata col primo re Carlo che istituì anche il collegio nautico e fu sviluppata da Ferdinando I e dai suoi successori, comprendeva più di 100 unità tra cui : 2 vascelli con 84 e 86 cannoni, 18 fregate (di cui 14 a vapore, tra cui la "Borbone” con propulsione ad elica e artiglieria "rigata”, varata proprio nel 1860), 2 corvette, 5 brigantini, 11 avvisi e molte altre unità minori. [la Marina Italiana adottò da quella meridionale le uniformi, il sistema delle segnalazioni e delle manovre, le ordinanze e parte del gergo]. L’ammiraglio piemontese Persano, fornito da Cavour di appositi fondi di denaro che elargiva a piene mani, in una lettera al suo primo ministro del 6 agosto 1860[202] comunicava che: "Gli Stati Maggiori di questa marina si possono dire tutti nostri, pochissime essendo le eccezioni " ma già il 1 giugno Cavour comunicava all’Ammiraglio che i primi ufficiali della Marina meridionale avevano espresso "sentimenti italiani” e raccomandava per essi di "assicurare gradi e promozioni vantaggiose….ove Ella dovesse spendere qualche somma di denaro, potrà farlo dandomene immediato avviso col telegrafo[203]. Il 20 giugno Garibaldi sale sulla nave di Persano "gli ho detto come il governo del Re fosse pronto alle più ardite imprese pel compimento dell’indipendenza italiana, così valorosamente da lui sostenuta in Sicilia”.[204]

Le illusioni e gli errori fatali di Francesco II

La diplomazia europea faceva, intanto, sentire i suoi innocui mugugni per questa politica spregiudicata del Piemonte che violava il codice "etico” del diritto internazionale, ma nessuno si mosse in soccorso delle Due Sicilie.

L’Imperatore Francesco Giuseppe era reduce dalla sconfitta dell’anno precedente con la Francia che aveva ridimensionato le pretese dell’aristocrazia austriaca guerrafondaia rilanciando, nel contempo, le istanze della borghesia, interessata solo allo sviluppo dei suoi affari; il Kaiser, alle prese anche con problemi interni di coesistenza tra le varie etnie dell’impero e con la emergente potenza della Prussia, si trovò con un bilancio statale fortemente in passivo e con la classe borghese che non voleva sottoscrivere il debito pubblico a suo sostegno, una situazione senza sbocchi che lo indusse ad una politica più attenta ai bisogni della classe produttiva, diede così l’avvio alla rivoluzione industriale dell’Austria; la politica estera di difesa dei "protettorati” italiani si annacquò e addirittura si parlò di "vendere” il Veneto al Piemonte per risanare i conti. In questo quadro era assurdo pensare che Francesco Giuseppe mobilitasse per muovere guerra al Piemonte, reo di aver invaso il regno delle Due Sicilie: le ripetute lamentazioni di Francesco II sul mancato aiuto dell’Austria erano, quindi, fuori dalla nuova realtà dell’Impero asburgico; tutte le potenze europee erano, poi, intimorite dal discorso fatto al Parlamento, il 24 giugno, dalla regina Vittoria nel quale ella rimarcò gli intenti inglesi affermando che "Mi sforzerò di ottenere per i popoli d’Italia la libertà di decidere da loro stessi delle proprie sorti senza intervento straniero” [fatta esclusione per il suo, ovviamente].

Mentre in Sicilia avanzavano le truppe garibaldine e piemontesi, Francesco II, invece di contare sulle sue forze e mettere la sua persona in campo per guidare la difesa del regno, come la regina Maria Sofia ripetutamente gli chiedeva, cercò un’impossibile alleanza con una superpotenza e, non sapendo a chi rivolgersi, cercò l’appoggio della Francia; era esattamente il contrario di quanto aveva fatto il padre Ferdinando II il quale, per conservare l’indipendenza del regno, lo aveva sì isolato sullo scenario internazionale ma, allo stesso tempo, provvisto di validi ed autonomi strumenti di guerra per conservare la sua integrità territoriale da qualsiasi aggressione.

Era illusorio pensare che Napoleone III si sarebbe messo contro gli alleati piemontesi con cui, appena l’anno precedente, aveva intrapreso una guerra sanguinosissima e potesse ora correre in soccorso di Francesco II. Ma il re meridionale non tenne conto di queste considerazioni e inviò in missione a Parigi, il 12 giugno, il cavaliere De Martino con una sua lettera autografa; l’imperatore, conosciuto come maestro di doppiezza, promise un suo appoggio (che gli avvenimenti successivi dimostrarono essere molto blando), imponendo però al re meridionale di far cose che mai avrebbe voluto: così la mattina del 25 giugno 1860 l’Atto sovrano era firmato: si rimise in vigore la Costituzione del 1848 (mai formalmente abolita) e si indicevano i comizi elettorali per il 19 agosto con l’apertura del parlamento il 10 settembre; si stabilivano inoltre il cambiamento del vessillo nazionale delle Due Sicilie (diventava tricolore con le armi dei Borbone nel campo bianco) un progetto di alleanza col Piemonte e di autonomia della Sicilia sotto un vicerè della Real Casa Borbone e un’amnistia generale per tutti i reati politici fino ad allora commessi; il tutto sotto l’egida di un nuovo ministero presieduto dal liberale Cavalier Spinelli; nel vecchio gabinetto avevano espresso la loro contrarietà al provvedimento i ministri Troja, Scorza e Carascosa, quest’ultimo affermò che "la Costituzione sarà la tomba della Monarchia e dello Stato”.

Artefice di questa svolta fu un altro zio del Re, Luigi Borbone conte d’Aquila, "sul quale premeva l’ambasciatore [francese] Brenier interessato ora più che mai a far trionfare la politica e l’influenza francese. La mattina del 25 l’Atto sovrano era firmato non senza un’estrema resistenza … convinto [il Re Francesco] che la costituzione avrebbe affrettata la rivoluzione….talchè ebbe un’invettiva contro l’Austria alla quale attribuiva la sua presente umiliazione [il cambio della bandiera nazionale] … la mattina del 25 Francesco II, deciso a non firmare il deliberato del Consiglio dei Ministri, ordinò che non fosse lasciato passare il conte d’Aquila che ne avvertì il Brenier. L’ambasciatore francese fece una scenata al Re, minacciando di andarsene se non accettava le condizioni suggerite dalla Francia”[205]; triste epilogo per il figlio di Ferdinando II il quale, nei 30 anni del suo regno, aveva vigorosamente impedito alle superpotenze di ingerirsi nei fatti interni del Sud d’Italia.

"L'atto sovrano si rivelò un errore fatale. Con una massa di invasori presenti sul territo­rio, l'unica soluzione ragionevole sarebbe stata di serrare le file e combattere. Invece la costituzione, concessa il 25 giugno 1860, chiuse la partita prima ancora di averla realmente inizia­ta, consegnando il potere amministrativo e giudiziario nelle mani della minoranza liberale, complice dell'aggressione mili­tare….. La conces­sione reale fu vista dalla popolazione come una legittimazione delle pretese dei galantuomini liberali, in larga parte complici della congiura piemontese. La costituzione ebbe dunque l'effet­to di dividere il campo borbonico e seminare confusione, inde­bolendo, attraverso l'equivoco, il notevole potenziale reattivo diffuso tra le masse popolari e nelle istituzioni. Cruciale, in par­ticolare, si rivelò il controllo, da parte dei liberali, delle forze di polizia, attraverso la ricostituita Guardia Nazionale, che, in sostituzione della Guardia Urbana, di estrazione popolare e fedele alle istituzioni patrie, si sarebbe poi dimostrata un'auten­tica polizia privata a protezione delle classi alte. " [206]; il liberale Francesco De Sanctis scrisse[207]: "[...] queste concessioni precipiteranno la crisi, rilevando gli animi e dandoci armi per render più pronta e più facile l'insurrezione. Il Governo si vuol servire di noi per abbattere Garibaldi e la rivoluzio­ne; e noi dobbiamo servirci dè mezzi che ci dà per farlo cadere al più presto.”

Tutti gli intendenti (che erano i capi delle province) e numerosi capi della polizia, procuratori generali, presidenti dei tribunali e funzionari dei ministeri devoti alla monarchia vennero sostituiti con persone di orientamento liberale, inutile dire che questo indebolì fortemente la posizione del Re accusato di debolezza dai suoi fedelissimi, in questo modo egli se ne alienò le simpatie e si accorse di avere un pauroso vuoto intorno a sé. La libertà di stampa fece sì che nascessero numerose pubblicazioni, la massima parte delle quali era antiborbonica e unitarista, solo  "L’Italia” mantenne una linea a favore della dinastia e di una unione italiana federale, non una semplice annessione del Sud al Piemonte. Il capo riconosciuto della casata Borbone, il duca di Chambord, aveva tentato di dissuadere Francesco dal concedere la Costituzione, ricordandogli che "Nel momento in cui Catilina è alle porte, non c’è tempo per le concessioni e le riforme. Il re deve montare a cavallo e condurre le sue truppe contro il nemico[208]: questo era l’unico consiglio sensato in quel momento storico ma, solo dopo lo svolgimento complessivo degli avvenimenti , il sovrano meridionale ne riconobbe la validità; in quelle circostanze, invece, si dimostrò assolutamente fedele a quella scelta costituzionale che non volle mai rinnegare fino al momento dell’esilio.

A suo discarico va addotta la sua giovane età e soprattutto la mancanza di uomini, al suo fianco, che potessero consigliarlo in questo senso; al contrario, i suoi ministri gli paventarono sempre la possibilità di disordini insurrezionali nella capitale lasciata sguarnita da una sua eventuale partenza per il fronte; di questo entourage facevano parte uomini collusi col governo piemontese compresi alcuni membri della stessa famiglia reale come i fratelli del defunto padre (Leopoldo Borbone, conte di Siracusa e Luigi Borbone, conte d’Aquila), era l’ambizione a guidarli più che un ideale unitario, a essi erano stati promessi degli alti incarichi nella nuova Italia a guida piemontese. Comunque sia, questa possibile insurrezione contro il governo legittimo non avvenne neanche quando Garibaldi era alle porte della città, sebbene la delegazione piemontese, con a capo il Villamarina, approfittando della immunità diplomatica, fosse da anni il punto di riferimento per tutti gli antiborbonici e complottasse in tal senso distribuendo a piene mani denaro e promesse.

La Costituzione entrò in vigore il 1 luglio, il 3 fu resa operante l’amnistia politica.

Il 5 luglio il capitano di fregata Amilcare Anguissola, già gratificato, in passato, dai Borbone con il conferimento del comando della nave reale, era in missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento da Messina a Milazzo, egli, invece di rientrare alla base, proseguì per Palermo dove consegnò la pirofregata Veloce all’ammiraglio piemontese Persano che la cedette a Garibaldi, dei 144 uomini di equipaggio si aggregarono al Nizzardo in 41; Anguissola divenne successivamente viceammiraglio della flotta del nuovo regno d’Italia. I suoi fratelli, rispettivamente maggiore e colonnello, scrissero al generale Clary di volersi unire, come semplici soldati, al colonnello Bosco per lavare l’onta dalla loro famiglia e continuare a combattere per il re a cui avevano giurato fedeltà.

L’ufficialità delle forze armate meridionali, la caduta della Sicilia, l’invasione del Sud

L’esercito delle Due Sicilie era nato il 25 novembre del 1743 e si era fatto ammirare per il valore sul campo come ben dimostrano la battaglia di Velletri contro gli austriaci, quella di Tolone contro i rivoluzionari francesi e tutte quelle combattute dalla cavalleria meridionale, guidata da Murat, al servizio di Napoleone il quale la giudicava la migliore del mondo e chiamava i suoi membri "diavoli bianchi”; erano stati proprio questi ultimi a scortare il Corso nella ritirata della campagna di Russia.

Era stato riorganizzato completamente da re Ferdinando II nel 1830 ma la coscrizione era limitata come si rileva dal rapporto militari \ civili che era fra i più bassi d’Europa: nel 1845, nelle Due Sicilie vi era un soldato ogni 130 abitanti, mentre il rapporto era di 1 a 106 nel regno di Sardegna, 1 a 75 in Russia, 1 a 77 in Francia, 1 a 95 in Baviera, 1 a 115 in Prussia ed 1 a 116 nell’Impero Asburgico. [209]

A parte il validissimo contributo nella prima guerra d’indipendenza del 1848, l’esercito era da più di un decennio inoperoso dal punto di vista bellico e si era trasformato sostanzialmente in un esercito di pace dedito al mantenimento della sicurezza interna e alla salvaguardia dell’indipendenza del regno, nonché di sostegno alle realizzazioni in campo civile del sovrano; per questo i capi militari erano diventati tali per avanzamenti di carriera basati sulla semplice anzianità di servizio, essi erano adatti più alla vita di guarnigione che a quella di battaglia e avevano, per lo più, un’età molto avanzata.

L’ufficialità delle forze armate meridionali è così descritta da uno storico del tempo, il pugliese Michele Farnerari[210]: "Nell’armata navale un’accozzaglia di ufficiali, più bellimbusti che soldati, dal fanciullone alfiere, di fresco uscito di collegio, al vecchio capitano imbellettato ed armato, tu non vedevi che mozze effigie, nature incomplete di uomini sol vaghi di splendere, la mercé di quei Principi che dovean più tardi abbandonare e tradire…non dissimili le condizioni erano dell’esercito. Traevasi l’ufficialato da Collegi aperti a privilegiati, zeppa di nobili dissoluti… la striscia di sangue che dall’estrema Sicilia va segnata sin dentro Gaeta, fu dei figliuoli del popolo. Veggosi tuttora uomini dalle braccia o gambe monche, dagli occhi ciechi, immaturamente invecchiati, trascinarsi a stento per le pubbliche vie in isperanza di generosi, che pagano loro un’elemosina ".

È da rilevare, però, che mentre i comandanti in capo meridionali si vendevano all’invasore, furono pochissimi i soldati e marinai che aderirono all'appello di Garibaldi di unirsi ai suoi, sia nella campagna di Sicilia che in quella della parte continentale del regno, la massima parte chiese di essere rimpatriata a Napoli. I vertici militari, invece, avevano in tasca, oltre al denaro profuso a piene mani dai piemontesi, la promessa di essere inseriti nelle forze armate del costituendo nuovo regno italiano conservando il loro grado e le pensioni, cosa che fu resa operativa per tutti i collaborazionisti che comprendevano persino il ministro della Guerra delle Due Sicilie: Giuseppe Pianell. Scrisse Massimo d’Azeglio nei suoi Ricordi "La rivoluzione militare è la più brutta, la più corruttrice,la più dannosa per cattivi esempi e interminabili conseguenza. Se io non stimo e non amo un sistema , non lo servo; se ho accettato di servirlo mentre io amavo e stimavo, e se poi a ragione o a torto mi sono mutato, lascio di servirlo,. Ma violare la fede data, mai.”[211]

Malgrado questi voltafaccia e i giudizi sprezzanti dello storico Farnerari bisogna, per verità storica, aggiungere che gli ufficiali usciti dal collegio della Nunziatella, sopravanzavano di gran lunga per preparazione quelli piemontesi, lo si vide nelle successive prove dell’esercito italiano unitario: nel 1866, a Custoza, fu il generale napoletano Giuseppe Pianell, contravvenendo agli ordini del suo superiore, generale Durando, a impedire l’occupazione del ponte di Monzambano da parte di una colonna austriaca salvando così dal massacro la ritirata delle truppe italiane, contemporaneamente il generale dell’ex esercito piemontese Cialdini si teneva inoperoso con le sue truppe ed era solo capace di inviare ridicoli telegrammi ai suoi superiori; sempre nel 1866, nella disastrosa sconfitta della battaglia navale di Lissa, mentre l’ammiraglio piemontese Persano mostrò tutta la sua inettitudine e falsità dichiarando di "essere rimasto padrone del mare” e fu degradato, il meridionale Guglielmo Acton, comandante della fregata "Principe Umberto”, fu decorato al valore. Nella prima guerra mondiale furono i piani di difesa della linea del Piave, elaborati già anni prima dal "Maestro dell’arte militare, l’illustre generale Enrico Cosenz”, primo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito italiano, anche lui uscito dalla "Nunziatella”, a salvare l’Italia dalla sconfitta definitiva dopo la rotta di Caporetto.


Nel frattempo, la madre del re, ai primi di luglio, lascia Napoli e si reca a Gaeta con i figli, salvo i conti di Trani e di Caserta, la cosa fece una pessima impressione sull’opinione pubblica, si cominciò a parlare della possibilità che anche il Re lasciasse la Capitale.

Francesco II fece nuove nomine nel governo: i posti chiave erano occupati dal generale Giuseppe Salvatore Pianell, nei panni del ministro della Guerra, di 42 anni, il quale si era distinto nella campagna di Sicilia del 1848-49 diventando il più giovane colonnello dell’esercito e dall’avvocato Liborio Romano che assumeva l’incarico di prefetto di polizia e poi Ministro dell’Interno. Quest’ultimo fu contattato immediatamente da emissari del Cavour ai quali promise il suo pieno appoggio alla causa sabauda, si progettò di sollevare Napoli contro il suo Re per costringerlo all’abdicazione ma l’impresa fallì; lo scopo di Cavour era quello di togliere a Garibaldi il controllo delle operazioni facendogli trovare una Capitale "spontaneamente” insorta contro il Borbone. Liborio Romano, in giugno, aveva già preso contatti col capo della Camorra Salvatore De Crescenzo, detto Tore ‘e Criscienzo, che era stato ospite delle galere napoletane per otto degli ultimi dieci anni, contrattò la liberazione sua e dei suoi affiliati in cambio del loro sostegno alla rivoluzione; nel luglio, nelle vesti di ministro della Polizia li arruolò nella guardia urbana col compito di mantenere l’ordine pubblico fino all’arrivo di "Don Peppino” [Garibaldi].

Il 17 luglio, il consigliere militare del re, Alessandro Nunziante, dava le dimissioni e lanciava un proclama alle truppe invitandole a non usare le armi contro i garibaldini e a unirsi a Vittorio Emanale "nel quale s’incarna l’Italia”, dopo di ciò fuggì in Svizzera e fece segretamente recapitare, tramite l’avvocato Nicola Nisco, una lettera a Cavour in cui affermava di essere disposto "a mettere la sua spada ai piedi del sovrano sabaudo”. L’abbandono della causa borbonica, da parte di persone, come la sua, che avevano avuto dalla dinastia solamente dei benefici, è stata portata dai fautori dell’unità d’Italia come "prova irrefutabile” della irresistibile forza attrattiva del loro ideale; altri, all’opposto, fanno notare che questi soggetti si trovavano a dover decidere tra l’appoggiare una dinastia sull’orlo del baratro, con la prospettiva di perdere cariche, gradi e pensioni, o appoggiare un nuovo monarca, non rimettendoci nulla; si sa che in questi casi sono proprio gli ideali di fedeltà e di coerenza ad avere spesso la peggio, rispetto a considerazioni "pratiche”.

Francesco II rimase molto scosso dall’abbandono di Alessandro Nunziante, nondimeno cercò, per ingraziarsi l’appoggio della Francia, di dar corso alle deliberazioni dell’Atto sovrano del 25 giugno proponendo al Piemonte: alleanza militare, unità monetaria, convenzione postale, unificazione delle reti ferroviarie e contemporaneo riconoscimento, da parte del regno delle Due Sicilie, dell’ingrandimento territoriale sabaudo già avvenuto, a marzo, nell’Italia centrale, escluse, quindi, le Legazioni pontificie. A questo scopo il governo aveva inviato, il 12 luglio, a Torino due diplomatici (Giovanni Manna e Antonio Winspeare) e contemporaneamente aveva ordinato ai generali presenti in Sicilia di non attaccare il nemico perché si temeva che questo potesse essere un pretesto per far fallire i negoziati; si stenta a credere che qualsiasi uomo dotato di un minimo di raziocinio potesse pensare che il Piemonte aderisse, a questo punto, a una lega italiana; per questi motivi molti storici parlano di tradimento dei membri dell’esecutivo meridionale. Cavour disse che le proposte di Francesco II dovevano essere sanzionate dal Parlamento meridionale, che però si sapeva sarebbe stato eletto solo a settembre, era una chiara manovra dilatoria dello scaltro e cinico diplomatico il quale contemporaneamente incitava i suoi agenti a Napoli a provocare un moto per rovesciare il sovrano.

Il Re, però, non si era illuso sulla riuscita di queste trattative e già il giorno 13 (scavalcando le direttive dei suoi ministri) aveva mandato al comandante la piazzaforte di Messina, generale Clary, un messaggio personale con l’ordine di attaccare i garibaldini; così il colonnello Bosco, con circa 4000 uomini, uscì all’alba del 14 e sconfisse il giorno 17 alcuni contingenti garibaldini comandati da Medici. Il ministro della Guerra Pianell, a sua volta, ordinò, il 17, a Clary di non prendere alcuna ulteriore iniziativa contro i garibaldini perché le trattative diplomatiche con il Piemonte erano "già migliorate di molto”[212]. Medici chiese urgenti rinforzi a Garibaldi che accorse in tutta fretta da Palermo; anche l’ufficiale borbonico chiese truppe al suo comandante Clary di Messina che gliele negò e gli ordinò di restare sulla difensiva.

Ma il 20 Luglio, a Milazzo, il combattivo colonnello meridionale Beneventano del Bosco, con un contingente di circa 4000 uomini, attaccò, senza indugio, le truppe nemiche. Garibaldi, al comando di oltre 5000 uomini, finì in un fosso e fu assalito da due soldati borbonici, stava per soccombere quando questi ultimi furono uccisi con un revolver dal garibaldino Missori; il mancato arrivo di rinforzi da Messina e dalla guarnigione del forte di Milazzo (comandata dall’inetto colonnello Pironti che, essendo più anziano, si rifiutò di mettersi agli ordini di Bosco, appena promosso a colonnello) costrinse i meridionali, che stavano vincendo, a ritirarsi nel forte.

Contrariamente a molti ufficiali che lo avevano preceduto e che lo seguirono nelle battaglie contro gli invasori, Bosco si battè sempre in prima fila, roteando la sua sciabola ed incitando i suoi uomini che combatterono valorosamente sotto il micidiale sole estivo di Sicilia, il cruento scontro del 20 luglio causò 120 morti tra i borbonici mentre i garibaldini ebbero 780 tra morti e feriti; inutile aggiungere che se la marina meridionale avesse protetto Milazzo dal mare sarebbe stato impossibile perdere la cittadina, invece i meridionali se la trovarono addirittura contro perchè la nave Veloce, ceduta dall’Anguissola a Garibaldi e ribattezzata Tukory, bombardò Milazzo dal mare col Nizzardo a bordo. "Il trionfo di Melazzo fu comprato a ben caro prezzo, il numero dè morti e feriti nostri fu immensamente superiore a quello dei nemici … quella giornata, se non fu delle più brillanti, fu certo delle più micidiali. I borbonici vi combatterono e sostennero le loro posizioni bravamente per più ore[213]; fu firmata la resa, le truppe furono imbarcate per Napoli, Bosco fu promosso generale, Pironti fu destituito.

Il maresciallo Clary, comandante della piazza di Messina, che aveva risposto negativamente alle richieste di rinforzi fatte dal Bosco lasciando inoperosi i suoi 22mila uomini, il 26 luglio raggiunse, per suo conto, un accordo verbale con il comandante garibaldino Medici concordando la resa delle sue truppe "per evitare spargimento di sangue”; esse avrebbero lasciato la Sicilia tranne il presidio di 4000 uomini della cittadella. Il giorno 28 arrivarono le deliberazioni del governo di Napoli che impartiva le seguenti istruzioni "Si facesse tregua, senza ledere i diritti del Re sulla Sicilia, e serbando la cittadella; il governo, sebbene potesse continuare con forza e a lungo la guerra, rinunzia alla lotta fratricida per facilitare l’alleanza sarda, e liberare l’Italia dal Tedesco [gli austriaci]”[214] Nel suo diario il Clary così si discolpò: " Il 21 luglio un ordine formale del ministro della Guerra Pianell mi ingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria…attendendosi che a questo prezzo le potenze dell’Europa consentissero a garantirci la pace nel continente…sugli ordini reiterati del ministro Pianell [che poi servì con i gradi di generale nell’esercito di Vittorio Emanuele II] io consentii di entrare in rapporti con il signor Garibaldi…la Storia renderà, io spero, un conto esatto della condotta del ministro in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà come egli ha impedito che soccorressimo Milazzo, come per i suoi ordini io fui costantemente forzato a rinunciare a tutti i piani di aggressione, per tenermi in una ontosa e letargica aspettativa…io non dovevo combattere, quella era la volontà del ministro. "[215]

In realtà, come già detto, il comandante aveva ricevuto altri messaggi personali del Re il quale scavalcava il suo ministro della Guerra e gli ordinava di soccorrere il Bosco; egli rispose, come i generali che lo avevano preceduto e che lo seguirono nella campagna militare del 1860, che disponeva di forze esigue (!!) e chiese rinforzi; il 1 agosto partì per Napoli, poi tornò in Sicilia il 4, e potè constatare di persona il malumore delle truppe tanto che il 7 scampò per poco a un tentativo di omicidio, ripartito definitivamente per la Capitale non fu ricevuto al palazzo reale dal Re. La Sicilia, in due mesi e mezzo, era così praticamente perduta, tranne le fortezze di Siracusa e di Agusta, che furono cedute, a settembre, ai garibaldini dai loro inetti comandanti; alla fine solo la cittadella di Messina restava in mano dell’esercito delle Due Sicilie.

Il giorno della battaglia di Milazzo il Re, parlando al Consiglio di Stato, espresse la convinzione che il Piemonte stesse inequivocabilmente cercando di abbattere non solo la sua dinastia ma l’autonomia stessa del Sud d’Italia e propose di restituire il passaporto all’ambasciatore piemontese Villamarina; il governo replicò, invece, che le trattative erano a buon punto e che si sarebbero concluse positivamente il giorno 25 luglio, giorno fissato per l’incontro della delegazione meridionale con il re Vittorio Emanuele (in realtà, in quell’occasione non si concluse nessun accordo). Ma Cavour scriveva a Persano, proprio il 25 luglio "Pregiatissimo signor Ammiraglio…son lieto della vittoria di Melazzo che onora le armi italiane…dopo sì splendida vittoria io non vedo come gli [a Garibaldi] si potrebbe impedire di passare sul continente…l’impresa non si può lasciare a metà”[216]

In alcune città del Sud continentale cominciavano, nel frattempo, dei "moti unitari” capeggiati dai galantuomini che si apprestavano ad accogliere l’annunciato arrivo di Garibaldi; ad essi si aggregò anche parte del popolo, illuso dalle promesse degli editti siciliani del Nizzardo circa la spartizione delle terre.

Il 1° Agosto Cavour scriveva (come al solito in francese) al suo diplomatico preferito, Costantino Nigra: ”Mio caro Nigra …se Garibaldi passa sul continente e si impadronisce del regno di Napoli e della sua capitale, come ha fatto della Sicilia e di Palermo, diventa padrone assoluto della situazione. Il Re Vittorio Emanuele perde quasi tutto il suo prestigio; agli occhi della maggioranza degli Italiani egli non è più che l’amico di Garibaldi. Conserverà probabilmente la corona, ma questa corona non brillerà più che per riflesso della luce che un avventuriero giudicherà bene proiettare su di essa. Garibaldi…disponendo delle risorse di un Regno di 9 milioni di abitanti, ed essendo circondato da un prestigio popolare irresistibile, noi non potremo lottare con lui. Egli sarà più forte di noi…Il re non può ricevere la corona d’Italia dalle mani di Garibaldi…per quanto sia preso il nostro partito dall’ipotesi di un successo completo dell’impresa di Garibaldi nel regno di Napoli, io credo essere nostro dovere di fronte al Re e di fronte all’Italia, di fare tutto ciò che dipende da noi, affinché questa impresa non si realizzi. Per giungere a questo risultato, non c’è che un mezzo …fare che il Governo di Napoli cada prima che Garibaldi passi sul continente, o almeno impadronirsene. Una volta partito il Re, prendere nelle nostre mani il Governo in nome dell’ordine, dell’umanità, strappando dalle mani di Garibaldi la direzione suprema del movimento italiano…un battello a vapore carico di armi si recherà a Napoli…L.L.; G.G.; e B.B., continueranno ciò che si deve fare per provocare un movimento, al quale parteciperanno il popolo, l’esercito e la marina. Se il movimento riesce, si forma un Governo provvisorio, alla cui testa L.L., che senza indugio, invoca la protezione del Re di Sardegna. Il Re accetta la proposta di mandare una divisione, che mantiene l’ordine e arresta Garibaldi”. Ma i generali dell’esercito borbonico, presenti a Napoli, rifiutarono di sottoscrivere un "pronunciamento” contro re Francesco II, proposto da emissari piemontesi e la popolazione non insorse mai contro il sovrano, malgrado gli infondati timori dei generali e politici meridionali.

Il 4 agosto il Depretis, deputato al parlamento sardo, "commissario” del Cavour in Sicilia e prodittatore dell’isola per Garibaldi, pubblicò un bando con il quale lo statuto del regno di Sardegna fu esteso alla Sicilia, l’annessione dell’isola era praticamente compiuta ma già il 25 giugno il cinico Cavour aveva commentato: "Gli aranci [la Sicilia] sono già in tavola; ma i maccheroni [Napoli] non sono ancora cotti!” [traduzione da una sua lettera scritta, al solito, in francese e spedita a Costantino Nigra].

Sempre il 4 agosto il governo di Napoli emanò un proclama ai cittadini nel quale si affermava, oltre all’impegno di attuare la Costituzione e favorire lo sviluppo economico del paese, che "all’estero, la condotta del governo è nettamente tracciata. È deciso a mantenere, a prezzo di qualunque siasi sacrificio, fiero e glorioso il vessillo italiano, che il giovane principe ha confidato per patriottismo ed alla devozione del valoroso nostro esercito. Una deputazione del governo è a Torino per negoziare l’alleanza col Piemonte, ed il ministero farà ogni sforzo per affrettarne i negoziati, e ciò nel doppio scopo di vedere la grande Italia unita da indissolubile ligame, sicura, confidente, e senza ostacoli di passioni ostili, abbandonarsi al compimento della sua novella sorte…..il ministero è dunque deciso a intraprendere tutto, a mettere tutto in opera per conseguire il grande scopo della consolidazione della monarchia costituzionale e dell’indipendenza italiana….spera che nelle prossime elezioni vi sarà una nobile e viva emulazione in ogni classe di elettori”[217] [stranamente nessun accenno all’occupazione della Sicilia da parte dei garibaldini e dei "volontari” piemontesi].

Il 5 agosto il conte di Siracusa, Leopoldo Borbone, zio del re ed autore, in aprile, della epistola rivolta al sovrano, già citata, saliva a bordo della nave piemontese Maria Adelaide, che era alla fonda del porto di Napoli, e proferì parole di adesione all’unità d’Italia sotto Vittorio Emanuele II come unico re. Dalla Svizzera era tornato a Napoli anche il generale Nunziante il quale, d’accordo con Cavour e insieme al barone napoletano Nisco, cercò di promuovere un moto insurrezionale contro la dinastia da cui lui e i suoi avi avevano ricevuto solo apprezzamenti e gratifiche, il piano fallì per la mancata adesione del popolo.

Il 6 agosto Garibaldi cominciò a prepararsi allo sbarco nella Calabria, facendo approntare 200 imbarcazioni dietro Capo di Milazzo, il generale meridionale Mendelez avvertì il ministro della guerra Pianell che non prese alcun provvedimento, le fregate Fulminante ed Ettore Fieramosca che pattugliavano la costa "non videro" gli sbarchi che cominciavano a verificarsi alla spicciolata; il comportamento del capitano del Fieramosca, Guillamat, indignò profondamente l’equipaggio che lo chiuse nella stiva insieme ad altri ufficiali, dirigendo poi la nave verso Napoli, ma qui gli ufficiali "collaborazionisti” furono liberati e i fedeli marinai rinchiusi nel Castel S. Elmo come insubordinati.

Il 9 agosto Cavour scriveva all’ammiraglio Persano:”Ho dovuto pregarla, per mezzo del marchese di Villamarina, di dar ordine ai legni della Squadra di tenersi lontani dai luoghi delle ostilità che possono accadere durante lo sbarco del generale Garibaldi sul continente…ma si assicura che d’altronde il generale non troverà alcun grave ostacolo durante lo sbarco, stante il contegno della Marina napoletana”[218]

La sera del 18 agosto Garibaldi e Bixio su due piroscafi (Franklin e Torino) giunsero alla spiaggia di Rombolo, presso Melito di Porto Salvo a sud est di Reggio; dopo lo sbarco arrivarono le navi meridionali Fulminante e l’Aquila comandate dal Capitano Salazar che incrociò la nave Franklin (battente bandiera americana) la quale stava rientrando a Messina, la lasciò passare ma a bordo c’era Garibaldi il quale nelle sue Memorie rende omaggio alla Marina Borbonica, grazie alla cui "tacita collaborazione " la marcia verso Napoli non fu ostacolata; lo sbarco in Calabria " non si sarebbe potuto fare con una marina completamente ostile ".

In realtà fu una "attiva” e non "tacita” collaborazione tanto che sono state ritrovate alcune lettere dei comandanti di quest’ultima che davano istruzioni al Nizzardo su dove e quando effettuare lo sbarco[219]; del resto già il 1 luglio il comandante in capo della flotta, Luigi Borbone, fratello del defunto Ferdinando II, aveva indirizzato al ministro della Marina, Francesco Saverio Garofalo, una lettera nella quale usava espressioni molto ambigue come quelle secondo cui l’Armata di Mare si sarebbe battuta "fino allo spargimento dell’ultimo sangue” per difendere i principii "italiani e nazionali” e col suo comportamento "contribuisca alla gloria ed al lustro di una marina vera italiana”[220].

In realtà, Salazar, comandante della flotta meridionale di stanza in Calabria "semplicemente non obbediva all’ordine del Re di impedire la navigazione nemica nello stretto e i tentativi di sbarco sulle coste calabresi, né servirono i ripetuti solleciti a lui rivolti in tal senso, essendo egli ed i suoi abilissimi nell’arte di fingere di fare in realtà nulla facendo. Non potevano ribellarsi apertamente a causa della certa fedeltà dei marinai, scegliendo la strada di correre qua e là riuscendo però sempre ad arrivare in ritardo e facendo molto fumo senza alcun arrosto…..la nostra flotta durante il giorno si aggirava nei pressi del faro mentre la notte usciva fuori vista, in modo tale da lasciare completamente libero lo stretto e consentire il suo attraversamento ad una moltitudine di piccole imbarcazioni che alla spicciolata trasportarono oltre 20mila uomini senza perderne nemmeno uno”[221] . Il garibaldino Abba scriveva, il 18 Agosto, nel suo diario:” Io, immaginando la Corte di Napoli quale deve essere all’annunzio del Dittatore [Garibaldi] in Calabria…o quella Regina, che pianti!… e Francesco II perché non monta a cavallo e non viene…? …perire là o ricacciarci, affogarci tutti in questo mare[222]

In Calabria c’erano ben 17mila soldati dell’esercito meridionale ma si ripeterono altri stupefacenti esempi di comportamento degli ufficiali superiori borbonici: quello di Reggio, Gallotti, definito da Garibaldi "uno dei miei migliori amici” si arrese pur avendo nel forte uomini, mezzi e scorte alimentari per resistere almeno un mese; altri alzarono le braccia senza sparare un colpo, i pochissimi che avevano intenzione di reagire, come il comandante di brigata Bartolo Marra, furono rimossi, degradati e imprigionati dal ministro della Guerra Pianell oppure  furono uccisi in combattimento dai garibaldini, come il colonnello Dusmet e suo figlio.

La truppa, esasperata dal tradimento e dall’incapacità’ dei capi, fece giustizia sommaria di uno di loro, il Generale Briganti, il cui corpo, crivellato di colpi, fu fatto a pezzi; dopo questo episodio gli altri comandanti "persero tutti la testa, innocenti o colpevoli”[223]; alla fine, a Soveria Mannelli, nel catanzarese, il generale Ghio, arrendendosi senza combattere, sebbene fosse al comando di ben 10mila uomini perfettamente equipaggiati, fece sì che le province meridionali rimanessero senza difesa fino a Salerno (lo ritroveremo come comandante della piazza di Napoli su nomina di Garibaldi).

Il 13 agosto era stato espulso dal Regno Luigi Borbone, conte d’Aquila, zio del Re e comandante della Armata di Mare, sospettato di aver ordito una congiura per detronizzare Francesco II.

Il 20 agosto il ministro dell’Interno e della Polizia delle Due Sicilie Liborio Romano scrive un memorandum a re Francesco invitandolo a lasciare la Capitale, con il pretesto di evitare un grave spargimento di sangue, ben consapevole della sensibilità del Re su questo punto: "L’unico partito a prendere è che Vostra maestà si allontani lasciando la reggenza ad un ministero onorevole…….non bisognerà però mettere alla sua testa un principe reale…Voi piazzerete a questo posto un uomo ben conosciuto e virtuoso il quale meriti la confidenza Vostra, e quella degli altri” [alludeva a se stesso] .  "Da chi è tradito Francesco II ? Innanzi tutto dal re di Sardegna, suo cugino, poi dal ministro dell’interno Liborio Romano che lo convince a lasciare la capitale senza opporre resistenza …induce il sovrano a un vero e proprio suicidio, un gesto insensato dal punto di vista politico ...e succede l’incredibile: il giovane re lascia il campo senza combattere per risparmiare ai napoletani la guerra e a Napoli la distruzione[224]

Il 24 il fratello di Ferdinando II, Leopoldo, conte di Siracusa, gli invia un’epistola con l’appello a rinunciare al trono delle Due Sicilie in favore di Vittorio Emanuele II; poi il 27 scrive all’ammiraglio piemontese Persano " Sono in questo momento con D. Liborio Romano, il quale mi sembra deciso di servir bene la causa italiana con Vittorio Emanuele”[225]. Lo stesso ammiraglio scrive nel suo diario, il 29 agosto " Il generale Garibaldi procede rapidamente verso Napoli alla testa di più che ventimila combattenti…..il Re non si dispera però ancora; anzi ha fede in una seria resistenza a Salerno…nè lo scoraggiano le mille e mille defezioni avvenute”[226]

Il 30 agosto viene affisso in tutta Napoli un Appello alla Salvezza Pubblica, redatto probabilmente da un prete francese realista per conto di un altro zio del Re, il conte di Trapani, che invita il sovrano a sciogliere il governo, la polizia (considerati entrambi dei traditori della nazione) ed a scendere sul campo in sella al suo cavallo e con la spada sguainata "La Patria è in pericolo e il popolo ha diritto di domandare al suo Re di difenderlo. Il nemico è alle porte…fra poco egli ci aggiogherà, noi diventeremo piemontesi…da molti secoli siamo napoletani, il vostro avo Carlo ci ha liberati dallo straniero, noi vogliamo rimanere napoletani”; Liborio Romano immediatamente informa il re della "congiura” e Francesco II gli risponde ironicamente che è "più bravo a scoprire i complotti realisti che quelli delle sette segrete”.

Il 2 settembre si tenne a Napoli un Consiglio militare per decidere se tenere la linea difensiva posta tra Avellino e Salerno, dove rimanevano 12 mila uomini ben equipaggiati, i pareri dei generali furono discordi e non si prese nessuna decisione; il ministro della Guerra Pianell, invitato dal re a prendere il comando delle truppe, ricusa adducendo il pretesto che esse erano "indisciplinate”, poi si dimette andandosene a Parigi ma con il posto di tenente Generale già stabilito da Cavour; subito dopo tutti i ministri seguono il suo esempio e il 3 settembre il Re le accetta invitandoli però a rimanere al loro posto per gli affari correnti in attesa di nuove nomine. Nel frattempo, nelle corrispondenze tra Cavour e Persano si esprime ripetutamente la grossissima preoccupazione circa la notizia che il governo delle Due Sicilie intenda far uscire da Napoli la flotta da guerra con rotta verso l’Adriatico e l’ordine di porsi ai comandi dell’Austria.

Il re lascia Napoli

A questo punto, Francesco II dà ascolto agli esperti militari dello Stato Maggiore, essi, oramai in assoluta maggioranza, pensano che per battere i garibaldini si debba riorganizzare completamente l’esercito senza mandarlo subito all’attacco, lo invitano, quindi, il 4 settembre, ad arretrare la linea di difesa sul fiume Volturno, convinti di potersi "appoggiare" a nord sullo Stato della Chiesa (da loro stupidamente considerato sicuro ed inviolabile) e da lì organizzare la controffensiva; era, però, assurdo pensare che lo stato pontificio fosse un antemurale inviolabile quando da più parti se ne chiedeva la soppressione e lo stesso re francese aveva fatto pubblicare l’opuscolo antipapale nel dicembre dell’anno prima.

"Si ha notizia che le Real truppe napoletane si sono ritirate a Salerno, e che il generale Garibaldi si trova a Eboli alla testa di circa ventimila combattenti…..Non è più possibile che il Re rimanga nella capitale. Avendo egli mancato di mettersi alla testa delle sue truppe, per opporsi all’invasione e far fronte al moto insurrezionale…non gli rimane che rifugiarsi a Capua o a Gaeta[227] . Secondo molti fu un errore fatale lasciare la Capitale al nemico, "nessuno osa dire al Re:”Sire, la vostra vita, il vostro onore vi fanno in dovere di combattere a tutta oltranza, perché i figli di Carlo III non abbandonano il trono che al prezzo del loro sangue"[228], anche il più grande dei fratelli del re, Alfonso, la pensava a quel modo; altri, invece, asserivano che se il Re avesse guidato le truppe a Salerno, a Napoli si sarebbe scatenata, ad opera dei agenti piemontesi, una rivolta lasciandolo così con le spalle indifese.

Francesco II, il 5 settembre, emana un proclama che annuncia al popolo il suo trasferimento a Gaeta per impedire che la capitale possa subire vittime e danni materiali dall’avanzata nemica, contemporaneamente invia a tutte le Corti europee una protesta contro l’acquiescenza di queste ultime agli accadimenti rivoluzionari nel Sud d’Italia. Uscito, poi, il sovrano in carrozza, con la moglie Maria Sofia e due gentiluomini di Corte, vicino la reggia c’era la farmacia reale del dottor Ignone, fino ad allora devotissimo al Re, il quale aveva dato incarico ad alcuni operai di staccare dall’insegna i gigli borbonici, i reali videro tutta la scena "Tutto sarebbe mutato perchè nulla mutasse, con noi o senza di noi, contro di noi o contro i Savoia che stavano per succedere a noi. Le vere dinastie erano quelle dei farmacisti Ignone, dei don Liborio: le dinastie a due anime. Dinastie immutabili, dinastie eterne[229]

Da Napoli il Re porta via pochissime cose lasciando tutti i suoi averi personali in banca, nella Reggia rimangono perfino il guardaroba e i gioielli della regina Maria Sofia; nella città restano cinquemila uomini a presidio delle fortezze cittadine: di S.Elmo, Castelnuovo (Maschio Angioino), dell’Uovo, del Carmine, tutte al comando supremo del generale Cataldo, con l’ordine di difenderle senza però sparare per primi sul nemico, in questo modo nessun colpo fu esploso contro Garibaldi e i suoi uomini; l’Arsenale rimaneva sorvegliato dai fanti della Marina, presente anche un battaglione di gendarmi per la tutela dell’ordine pubblico; al governo Francesco II raccomandò la tutela della neutralità di Napoli, per serbarla da eventuali violenze, e del Tesoro, patrimonio della Nazione; lasciando tutte queste disposizioni, il sovrano meridionale si illudeva, ingenuamente, che la Capitale del regno, pur se raggiunta da Garibaldi, sarebbe rimasta intatta e neutrale di fronte alla guerra, pronta ad essere ripresa alla prima occasione favorevole.

Il 6 settembre, il Re, saluta i ministri rivolgendo a uno di loro parole profetiche "Voi sognate l’Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete infelici”; poi il corpo diplomatico al completo, eccettuati i rappresentanti del Piemonte, della Francia e dell’Inghilterra, infine i cortigiani venuti ad ossequiarlo; parte alle sei di pomeriggio con la nave a vapore "Messaggero”, insieme a una trentina di persone al seguito, alla volta di Gaeta [per una sorta di nemesi storica il figlio di Umberto II, Vittorio Emanuele di Savoia, rientrato ai nostri giorni in Italia, partì per l’esilio, il 6 giugno 1946, dalla stessa scala d’imbarco del molo Beverello usata da Francesco II].

Si fecero delle segnalazioni per ordinare alla flotta da guerra, ormeggiata nel porto di Napoli, di seguire il Re ma solo una nave si mosse perché i comandanti, dietro lauti compensi elargiti dall’ammiraglio piemontese Persano, erano tutti passati al nemico; avevano anche spaventato gli equipaggi dicendo loro che Francesco II  voleva trasferire la flotta a Trieste (allora sotto il dominio dell’Austria) ed erano ricorsi anche ad atti di sabotaggio sulle caldaie e i timoni delle navi impedendone materialmente la partenza. I marinai semplici, invece, non tradivano e decisero di raggiungere il loro re a Gaeta via terra e anche via mare con la fregata Partenope, l’unica a salpare, per fare ciò si tuffarono dai vascelli lasciandoli senza equipaggio e quindi non utilizzabili tanto che, successivamente, Persano comunicava a Torino che poteva contare solo su due "avvisi” [piccole navi] "nessun altro legno essendo in pronto per seguirmi” e un altro capitano piemontese Piola Caselli aggiungeva che "le ciurme, fuggite in gran parte, non offrono sicurtà alcuna agli stati maggiori, che non osano partire dal porto temendo di essere portati a Gaeta”.[230]

Delle cento navi da guerra della superba marina meridionale, all’epoca la terza del mondo, ne restarono sotto gli ordini del re, a Gaeta, solo sei. Durante la traversata, rivolgendosi al comandante del Messaggero, il fedelissimo Vincenzo Criscuolo, unico suddito a potersi rivolgere al Re e alla Regina con l’appellativo di "Signore” e "Signora”, Francesco II pronunciò una frase profetica sul futuro del sud: "Vincenzino, i napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere". Nel frattempo il governo interruppe i contatti telegrafici col Re, non dando risposta alla sua richiesta di far pervenire a Gaeta un milione di ducati, per le prime necessità, la somma era garantita da un prestito già concordato con l’onnipresente banchiere Rotschild.

Liborio Romano, la sera del 6, convocò gli altri ministri e il sindaco di Napoli, la discussione si accese tra chi voleva consegnare la città direttamente a Garibaldi, salvando almeno per il momento l’autonomia del plurisecolare regno e i fautori della annessione immediata a Vittorio Emanuele. Intervenne anche l’ambasciatore sabaudo Villamarina, non si capisce bene a che titolo, chiedendo esplicitamente che il governo di Francesco II deliberasse l’annessione del regno meridionale a quello del suo re. In un sussulto di legalismo la proposta fu rigettata, ritenendola giustamente assurda, ma invitando, nel contempo, il diplomatico a formularla direttamente al sindaco di Napoli, principe d’Alessandria. Questi, seppur minacciato da Villamarina, che gli paventò la possibilità di un grave spargimento di sangue in città in caso di rifiuto, rispose che la Capitale aveva già il suo re; poi si rivolse al De Sauget, capo della Guardia Nazionale, investita da re Francesco della consegna di tutelare l’ordine pubblico, ma questi gli rispose che non era necessaria nessuna misura speciale e gli mostrò un telegramma nel quale si annunciava per l’indomani l’ingresso di Garibaldi a Napoli, riuscendo a convincerlo del fatto che l’unica cosa che si poteva tentare di fare era di concordare con Nizzardo un suo arrivo in solitario, senza esercito. Immediatamente dopo De Sauget telegrafò a Garibaldi, a Salerno, comunicandogli il loro arrivo per concordare i dettagli della sua entrata nella Capitale; lì giunti, ma preceduti da emissari del governo che avevano già informato il Nizzardo dello stato delle cose, il sindaco chiese dove fosse accampato l’esercito delle camicie rosse e, con sommo stupore, si sentì rispondere che l’ "eroe dei due mondi” aveva solo pochissimi uomini al seguito e non c’era nessun esercito.

L’inganno era stato scoperto, egli chiese, allora, di essere lasciato ritornare a Napoli, ma fu convinto a conferire con Garibaldi al quale riferì le pressioni dell’ambasciatore piemontese, dichiarando, nel contempo, che il corpo municipale di Napoli era fedele al suo Re e di trovarsene, quindi, un altro accondiscendente ai suoi voleri (fu formato dal Nizzardo il giorno 8); il consiglio della città si dimise dall’incarico, comunicandolo direttamente a Francesco II. Contemporaneamente, nella notte tra il 6 e il 7 settembre, si dimise anche il governo nominalmente in carica e se ne formò uno Provvisorio che si riunì e comunicò la cosa alla popolazione tramite manifesti affissi ai muri; Garibaldi andò su tutte le furie ordinando al prefetto l’arresto dei suoi componenti e ingiungendogli di comunicarlo pubblicamente sul giornale ufficiale del giorno 7, già riportante lo stemma dei Savoia; poi recedette dal proposito quando essi, al suo arrivo in città gli cedettero il potere, tutti ebbero importanti incarichi.

Il Nizzardo, prima della sua partenza per Napoli aveva telegrafato a Liborio Romano annunciandogli il suo arrivo, quest’ultimo aveva assicurato l’ordine pubblico nella capitale inserendo nella guardia cittadina i capi della camorra e così rispose: "All’invittissimo general Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie - Con maggiore impazienza Napoli attende il suo arrivo per salutarla il redentore dell’Italia e deporre nelle sue mani il potere dello stato e i propri destini. In questa aspettativa io starò saldo a tutela dell’ordine e della tranquillità pubblica. La sua voce, già da me resa nota al popolo, è il più grande pegno del successo di tali assunti. Mi attendo ulteriori ordini suoi e sono con illimitato rispetto, di lei, Dittatore invittissimo – Liborio Romano” .

I 62 giorni di Garibaldi e il saccheggio di Napoli

Garibaldi, il 7 settembre, entrò a Napoli appena 17 giorni dopo essere sbarcato in Calabria,  seduto comodamente in treno, senza sparare un colpo, con pochi uomini al seguito (il resto delle camicie rosse giunse il giorno 9); dopo l’arrivo alla stazione si formò un corteo di dieci carrozze che attraversò la Capitale. Un severo giudizio sulla " grandezza militare " della spedizione del Nizzardo fu espresso anche da uomini che avevano condiviso con lui l’impresa, come Maxime Du Camp che parlò[231] di "passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno " e di Agostino Bertani che le definì "facili vittorie ” causando l’ira di Garibaldi nelle sue memorie[232] ; "Oggi va riconosciuto con Jaeger che "... a Francesco II non mancavano argomenti per sostenere che il nemico Garibaldi non era arrivato a Napoli con mezzi leali, spada contro spada, petto contro petto, bensì soltanto grazie ad un’incredibile serie di voltafaccia, di cambiamenti di campo, di vigliacche fughe dei capi militari, di vendita delle proprie navi da parte di comandanti della marina, e ancora di abbandoni dei soldati al loro destino e di inconcepibili dimostrazioni di incompetenza[233]

Le accoglienze furono entusiastiche ma secondo alcuni questo non dovrebbe far pensare acriticamente ad un appoggio incondizionato per diversi motivi: nelle manifestazioni c’era la regia occulta degli agenti piemontesi che da mesi si erano infiltrati a Napoli e, tramite Liborio Romano con i suoi camorristi, avevano mobilitato a pagamento (si dice 24 mila ducati) "la feccia della popolazione che imprecava con orribili urli”[234] mentre il resto degli abitanti se ne stava rinserrato in casa; qualche altro osservatore fa, invece, notare la volubilità del popolo della Capitale che aveva, nei secoli, accolto festosamente i più disparati conquistatori e nei tempi più recenti in successione: gli Austriaci che avevano cacciato gli Spagnoli, i Borbone spagnoli che cacciarono gli Austriaci, Giuseppe Buonaparte e Murat che avevano costretto alla fuga Ferdinando e quest’ultimo quando rientrò nella capitale dalla Sicilia dopo la cacciata dei Francesi. Garibaldi fece un discorso, prese alloggio a palazzo d’Angri del principe Doria e, per ingraziarsi la popolazione, rese omaggio al patrono di Napoli, proprio lui che ostentava un feroce anticlericalismo che lo portò, successivamente, a definire le reliquie di S.Gennaro "umiliante composizione chimica” [235], al pari di papa Pio IX che fu bollato come un ”metro cubo di letame” che presedeva un "concistoro di lupi”[236]. Per inquadrare compiutamente la personalità dell’ "eroe dei due mondi” va tenuto conto anche di una lettera scritta ad un amico, da Montevideo, in Uruguay, "Se vedeste fosse possibile servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano, e ci desse del pane”[237].

Egli formò immediatamente un suo governo dittatoriale con a capo proprio il ministro di Francesco II, Liborio Romano, e come primo atto cedette la poderosa flotta da guerra meridionale (circa 100 navi e 786 cannoni) al Piemonte, alle più grandi fu subito cambiato il nome: il "Monarca” divenne "Re Galantuomo”, la "Borbona” divenne "Garibaldi”. Il giorno seguente il ministro della guerra Cosenz telegrafò le seguenti disposizioni: "A tutti i comandanti le armi nelle province ed a tutti i comandanti , o governatori delle piazze – Questo ministero di guerra manifesta agli ufficiali di ogni grado ed ai militari dell’esercito napoletano, essere volere del signor generale dittatore, che tutti siano conservati nelle loro integrità, sì nei gradi, che negli averi: però si avranno le seguenti norme: 1) Tutti i militari dell’esercito che bramano servire, si presenteranno ai comandanti, o governatori delle piazze dei luoghi più prossimi al loro domicilio, rilasciando ad essi debito atto di adesione all’attuale governo ed il loro recapito. 2) Gli ufficiali che si presenteranno con le truppe saranno conservati nella loro posizione con gli averi di piena attività , ma quelli che si presenteranno isolatamente, saranno segnati alla seconda classe, per essere poscia opportunamente impiegati nella imminente composizione dell’armata. 3) Quegli ufficiali militari, che non si affrettino di presentarsi al servizio della patria, resteranno di fatto esclusi e destituiti, se non faranno atto di adesione nella maniera indicata, tra dieci giorni, a contare dalla pubblicazione della presente disposizione – Tanto le comunico per lo esatto adempimento di sua parte – Napoli 8 settembre 1860 – Firmato Cosenz " [238].

Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto, gli oggetti più preziosi furono spediti a Torino, altri venduti al miglior offerente. L’11 settembre l’oro della Tesoreria dello Stato, patrimonio della Nazione meridionale ( equivalente a 3235 miliardi di lire dei giorni nostri, 1670 milioni di euro) e anche i beni personali che il Re aveva lasciato nella Capitale "sdegnando di serbare per me una tavola, in mezzo al naufragio della patria” (assommavano a 40 milioni di lire dell’epoca, circa 300 miliardi di vecchie lire, 150 milioni di €), tutti depositati presso il Banco di Napoli furono requisiti e dichiarati "beni nazionali”.

Con i frutti del saccheggio furono decretate svariate e lucrose pensioni vitalizie: ai vertici della Camorra, di cui la prima beneficiaria fu Marianna De Crescenzo [detta la Sangiovannara] sorella di Salvatore che era il capo assoluto della malavita e che aveva garantito l’ordine pubblico a Napoli dietro l’incarico del ministro Liborio Romano; alla famiglia di Agesilao Milano (mancato regicida nel 1856 e definito "eroe senza esempio tra antichi e moderni, superiore a Scevola” ), ad ufficiali piemontesi e garibaldini; per questi ultimi, grazie all’inflazione dei gradi militari nelle camicie rosse (il rapporto tra ufficiali e truppa era diventato 1:4 quando la regola era 1:20) ci fu un notevole esborso; 800 comandanti non prestavano alcun servizio perché non avevano nessun soldato agli ordini ma percepirono lo stesso il soldo. Sei milioni di ducati [180 miliardi di vecchie lire, 90 milioni di €], con un decreto firmato il 23 ottobre, vennero spartiti tra coloro che avevano sofferto persecuzioni dai Borboni (la maggior parte di essi in ottima salute), undici anni di stipendi arretrati furono corrisposti ai militari destituiti nel 1849 "tenendo conto delle promozioni che nel frattempo avrebbero avuto”, sessantamila ducati andarono a Raffaele Conforti per stipendi arretrati dal 1848 al 1860 spettatigli perché "ministro liberale in carica ancorché per poche settimane" e molti altri denari finirono in altrettante tasche con le più disparate e a volte pittoresche motivazioni come al Dumas padre "perché studiasse la storia” al De Cesare "perché studiasse l’economia "[239].

Il saccheggio fu così completo che ad un certo punto Garibaldi fece minacciare di fucilazione i banchieri napoletani in caso di rifiuto "a questo modo venne uno dei primi banchieri di Napoli e sborsò uno o due milioni”; illuminanti alcuni commenti di contemporanei non borbonici sulla situazione creatasi a Napoli:"indescrivibile è lo sperpero che si fa qui di denaro e di roba; furono distribuiti all’armata di Garibaldi, che non arriva a 20mila uomini, più di 60mila cappotti e un numero proporzionato di coperte, eppure la gran parte dei garibaldini non ha nè coperte nè cappotti; in un solo mese, oltre alle ordinarie, si pagarono dalla Tesoreria per le sole spese straordinarie dell’Armata non giustificate 750mila ducati”;"nelle cose militari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole…le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese razioni per il triplo degli uomini che devono mantenere”; "in questo momento il disordine è spaventoso in tutte le branche dell’Amministrazione…i mazziniani rubano e intrigano”; "la finanza depauperata, i dazi non si pagano, il commercio è perduto…tutto è furto ed estorsioni”; "qui si ruba a man salva, tutto andrà in rovina se non si pensa a un riparo”; "l’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino a ricevere circondati da què capopoli canaglia, che qui diconsi camorristi[240].

"Lo stesso Garibaldi si dimostrò, in futuro, insolvente con le banche ed evasore con il fisco: chiese un prestito al Banco di Napoli per suo figlio Menotti, l'equivalente di 1 miliardo e mezzo delle nostre vecchie lire, ma quest’ultimo non rimborsò nemmeno il mutuo; la banca si fece avanti con il padre, "Ma che volete voi? lo vi ho liberati, sono stato anche dittatore e voi pretendete anche che restituisca un prestito" fu la risposta; gli archivi del Monte dei Paschi di Siena ci danno invece uno spaccato dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con il Fisco. "Signor Esattore, mi trovo nell'impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile. Distinti saluti". Punto e basta. Segue la firma.”[241]

Nei rapporti del ministro inglese a Napoli, Sir Elliot, certamente non filoborbonico, si legge: "In realtà le condizioni del paese sono le peggiori immaginabili. Tutti i vecchi soprusi continuano, a volte esagerati dai nuovi funzionari, i quali gettano in carcere la gente o la fanno fustigare per il minimo sospetto, per il più lieve indizio di cattiva condotta politica, mentre i veri crimini rimangono affatto impuniti…c’è una spiccata inclinazione ad accaparrarsi le proprietà altrui[242]. Nel rendiconto che il rivoluzionario La Farina manda, il 12 gennaio 1861, a Carlo Pisano si legge: "Impieghi tripli e quadrupli di quanto richieda il pubblico servizio ... cumulo di quattro o cinque impieghi in una medesima persona….ragguardevoli offici a minorenni ... pensioni senza titolo a mogli, sorelle, cognate di sedicenti patrioti". Lo stesso scrive all’amico Ausonio Franchi: "i ladri, gli evasi dalle galere, i saccheggiatori e gli assassini, amnistiati da Garibaldi, pensionati da Crispi e da Mordini, sono introdotti né carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e fino nei ministeri"[243] .

Del resto, le "prime prove” del saccheggio erano state fatte negli altri stati preunitari precedentemente annessi; in questi ultimi, dopo aver provocato delle insurrezioni "pilotate" che avevano provocato la fuga dei legittimi sovrani, Cavour aveva spedito dei rapacissimi "commissari" col compito ufficiale di ristabilire l’ordine contro "la rivoluzione” ma in realtà con lo scopo di svuotare le casse pubbliche "per sostenere la causa italiana”: "Il governo riparatore di Torino, quando ebbe realizzato i suoi disegni con l’annessione rivoluzionaria degli altri Stati, si vide in mezzo a grandissime risorse..….ben presto ci si accorse del modo singolare con cui gli unitari volevano che l’Italia "una” fosse amministrata. Il dittatore Farini, in pochi giorni, aveva aggravato il debito pubblico di Modena e Parma di 10 milioni; Pepoli aveva aggravato di 13 milioni le Romagne e il barone Ricasoli di 56 milioni la Toscana”[244].

Cominciò la rivoluzione anche nella toponomastica delle strade di Napoli dove venne eliminata ogni traccia dei Borbone, anche il Museo Borbonico (tra i primissimi del mondo per importanza) divenne "Nazionale”; rischiarono molto anche le statue equestri dei sovrani meridionali, realizzate da Canova e poste nella piazza antistante al palazzo reale, si progettò di cambiar loro le teste sostituendole con quelle di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Era anche cominciata la persecuzione del clero con la confisca dei beni ecclesiastici, le incarcerazioni e l’esilio dei sacerdoti che si opponevano al nuovo corso.

La situazione a Napoli era, quindi, molto confusa, dopo i primi facili entusiasmi, reali o costruiti ad arte, era subentrata nella gente una diffusa insofferenza per via della completa anarchia e dei molti soprusi perpetrati dalle camicie rosse; erano frequenti molti fatti di sangue, giustificati come resa dei conti con i nemici della rivoluzione, ma che in realtà erano spesso solo delle vendette personali (non dimentichiamo che la Camorra era stata messa da mesi ai vertici delle forze di polizia); scrisse Costanza Arconati, testimone oculare degli avvenimenti, ad un amico lombardo: "Le sciocchezze fatte da Garibaldi (definito dal garibaldino Francesco Crispi ”Grande anima, cervello incapace di governare un villaggio”) e le prepotenze lasciate fare impunemente ai suoi militi passano il segno…Napoli è piena di uniformi garibaldine; vanno in carrozza tutto il giorno, giù e su per il corso a far bella mostra dei loro abiti di fantasia. Si fanno dare i migliori alloggi dal Municipio gratis…insomma si rendono insopportabili causa la loro arroganza. E pensare che è opinione generale che se duravano ancora un poco a regnare i soli garibaldini, Francesco II era di ritorno a Napoli…”[245].  La capitale, così duramente colpita, vide cessare all’improvviso i suoi scambi commerciali così che il movimento nel suo porto divenne insignificante; seguirono fallimenti a catena delle imprese, il cantiere di Castellammare fu chiuso e le maestranze licenziate, i prezzi dei generi di prima necessità cominciarono a salire; già un mese dopo l’arrivo di Garibaldi si commentava ”da per tutto trovai la confessione dello sfracellamento del governo di Napoli…..il prestigio di Garibaldi caduto, la popolazione desolata” e quest’ultima ne aveva ben donde visto che il denaro saccheggiato era dello Stato, cioè di tutti i meridionali e dei Mille "parecchi, partiti miserabili (da Genova) sono ritornati con la camicia rossa e con le tasche piene di biglietti da mille”[246].

Il 13 settembre furono destituiti i capi delle province del Regno, i cosiddetti Intendenti che vennero sostituiti con Governatori fedeli al nuovo regime, ai quali vennero concessi poteri illimitati. Il 17 settembre fu approvata la formula del giuramento che ogni pubblico ufficiale doveva prestare al nuovo re Vittorio Emanuele, molti aderirono al nuovo padrone abiurando il precedente che avevano servito fino a pochi giorni prima, compresi quasi tutti i rappresentanti del potere giudiziario: la Magistratura, la Corte dei Conti ed il Consiglio di Stato, che pure erano state sempre molto rispettate dai re Borbone che avevano garantito la loro massima autonomia..

L’invasione piemontese dello Stato della Chiesa e delle Due Sicilie

In Piemonte, a fine agosto, Cavour aveva capito che la situazione nel regno delle Due Sicilie stava per sfuggirgli di mano, l’avanzata del "nemico più fiero che ho” [Garibaldi] era stata troppo rapida, il Nizzardo era alle porte della Capitale e a Napoli non c’era stato nessuna rivolta contro il sovrano legittimo; a quel punto egli capì che doveva agire ed elaborò un piano di invasione che inizialmente prevedeva l’entrata delle truppe piemontesi nei territori del Papa e, successivamente, nel regno meridionale.

Prima di metterlo in opera, Cavour chiese il ”permesso” e la necessaria copertura a Napoleone III inviandogli, il 28 agosto a Chambery, i generali Farini e Cialdini; ad essi l’Imperatore rispose: ”Voi non siete più energici, il conte di Cavour indietreggia alla vista dello spauracchio rappresentato dai volontari legittimisti che Pio IX ha accolti sotto la sua bandiera. Credete voi dunque che la Francia intiera si tiri dietro questi disoccupati malcontenti per precipitarsi al loro soccorso? La Francia sono io; questi tali sono degli spostati l’esistenza dei quali che potrebbe onorare un governo legittimo, non può à tempi nostri che eccitare il disprezzo nel cuore delle persone oneste…..una sola cosa vi raccomando….di combattere tutti i soldati pontifici eccetto quelli che compongono la guarnigione di Roma”. Uscendo, il Farini aggiunse:”Ma per Napoli che dovrà farsi?” "Fate che Garibaldi entri colà, e voi andrete appresso[247]

Il 31 agosto Cavour comunica a Persano che "Onde impedire che la rivoluzione si estenda nel nostro regno, non havvi oramai che un mezzo solo: renderci padroni senz’indugio dell’Umbria e delle Marche….a questo scopo, ecco ciò che fu stabilito…un movimento insurrezionale scoppierà in quelle provincie dal dì 8 al 12 settembre. Represso o non represso, noi interverremo”[248] .

Sentendosi le spalle coperte, Cavour, il 12 settembre, invia una nota alle cancellerie europee nella quale si rimarcava il fatto che nel Sud dell’Italia era avvenuta una "rivoluzione meravigliosa” ma che era arrivato il momento di evitare l’anarchia, per questo motivo Vittorio Emanuele si incaricava di riportare l’ordine passando prima sui possedimenti del Papa dove c’erano state delle "insurrezioni " [in realtà quasi inesistenti e organizzate come al solito da agenti piemontesi] contro il malgoverno pontificio, lo stesso re aveva inviato il giorno 11 una lettera a Garibaldi in cui lo informava del piano di invasione per "congiungere le forze dell’Italia settentrionale e dell’Italia meridionale” …al tempo stesso [poneva] la domanda "di quante e quali delle vecchie truppe napoletane io possa disporre”……tali truppe erano tutte dietro il Volturno e a Capua, risolute a battersi per la monarchia borbonica”[249]. Scriveva Cavour all’amico Nigra ”Il Re si è deciso a marciare su Napoli per ridurre alla ragione Garibaldi e gettare a mare quel nido di rossi repubblicani e di demagoghi socialisti che si è formato intorno a lui”.[250]

Nel frattempo, a Napoli, il generale Cataldo si era affrettato, il 9 settembre, a cedere i forti della città a Garibaldi ma le truppe di Castel Nuovo, del Castel dell’Ovo e del Carmine uscirono a passo cadenzato con le bandiere spiegate e, senza essere disturbate dalla popolazione, si diressero verso il Volturno per raggiungere Re Francesco; egli, libero oramai dagli ufficiali che gli avevano voltato le spalle, riorganizzò l’esercito che era ancora composto da 40 mila soldati ben equipaggiati, molti dei quali lo avevano raggiunto dalla Calabria e dalla Puglia con mezzi di fortuna ed erano ansiosi di vendicare i tradimenti dei loro superiori; chiedevano prima il fucile e poi il pane. Rimise in piedi anche l’organizzazione civile, pur essendo il regno in "stato di guerra”, come era stato proclamato l’11 settembre; il tricolore sparì e tornò la bandiera bianca con lo stemma dei Borbone, i comizi elettorali furono rimandati per causa di forza maggiore, ma la Costituzione non fu mai né abrogata né sospesa. Dal 14 settembre cominciò ad uscire il giornale ufficiale "Gazzetta di Gaeta” che fu stampato fino agli ultimi giorni dell’assedio della città. Primo ministro e titolare anche degli Esteri e della Guerra fu nominato Francesco Casella.

Egli iniziò un’offensiva diplomatica che contestò la palese violazione del diritto internazionale da parte del regno di Sardegna che, seppur formalmente in pace con le Due Sicilie e con un ambasciatore presente a Napoli fino alla partenza del Re, aveva dato l’appoggio alla azione di Garibaldi fornendo basi logistiche e l’invio di migliaia di "volontari”; si rimarcò anche l’illegalità degli atti promulgati a Napoli dal Nizzardo e, successivamente, dei metodi usati nei plebisciti; Francesco II, con un messaggio a tutte le corti europee, sottolineò il fatto che era stato lasciato da solo a combattere la rivoluzione appoggiata dal Piemonte "Ciò stabilisce un nuovo dritto pubblico fondato sulla distruzione dè trattati e del dritto delle genti. Questa causa che io difendo non è mia soltanto, ma di tutti i sovrani, e di tutti gli stati: qui si combatte una questione di vita o di morte per gli altri stati d’Europa”.

Nel Sud, sul piano militare, le cose cominciarono a mutare: Re Francesco sembrava uscito dal cupo fatalismo dei mesi precedenti, spronava all’offensiva, con parole e proclami, le truppe del riorganizzato l’esercito, ora depurato dai comandanti traditori; di contro "dal punto di vista militare, Garibaldi doveva constatare il fallimento dei tentativi di portare sotto le sue bandiere vittoriose le forze vive delle regioni conquistate. Per un uomo d’azione, quale egli era, il confronto tra l’apparenza del successo pieno e la realtà, assai meno brillante, doveva costituire una grossa delusione”[251]. Cominciarono così ad arrivare le prime vittorie dell’esercito meridionale, malgrado Garibaldi avesse annunciato la prossima presa della fortezza di Capua, i ripetuti tentativi fallirono; il 21 settembre, a Caiazzo, le truppe borboniche sconfissero i "garibaldesi” (come venivano chiamati) causando loro quasi 350 morti e 300 tra prigionieri e feriti; a dar loro man forte si erano uniti popolani e contadini che avevano cominciato ad insorgere contro quelli che essi consideravano degli invasori. Erano anche presenti al combattimento, e valorosamente, anche due fratellastri del Re, il conte di Caserta e di Trani; era rimontato a cavallo anche l’anziano maresciallo Rossaroll, collocato a riposo, che rispolverò la vecchia divisa e si gettò nella mischia rimanendo anche ferito. La civiltà dei combattenti meridionali si manifestò con il salvataggio di numerosi garibaldini che si erano dati alla fuga e rischiavano di  annegare nel Volturno, uno di loro venne anche decorato per aver salvato i nemici

L’effetto psicologico di tale vittoria fu enorme e sembrava essere il prologo della tanto desiderata riscossa; sull’onda di questi successi il comandante in capo Ritucci, invece di sferrare l’azione decisiva e puntare risolutamente su Napoli, fece trascorrere inutilmente preziosissimi giorni per elaborare un piano di attacco finale, frapponendo anche molti dubbi sulla riuscita dell’offensiva; le truppe, al contrario, non chiedevano altro che continuare le operazioni per vendicarsi dei smacchi subiti nei mesi precedenti, dovuti in gran parte al tradimento e\o l’incapacità dei loro capi; il loro morale era altissimo, avevano capito, da Caiazzo, che le camicie rosse erano battibili, ma Ritucci, uomo retto, però eccessivamente prudente, non colse il momento e si attardò nei preparativi di battaglia.

Alla fine presentò un piano che prevedeva un’azione frontale a ranghi compatti ma il Re gliene contrappose un altro (probabilmente elaborato dal generale francese Lamoriciere) che invece divideva l’armata meridionale in diverse colonne le quali dovevano operare una manovra di accerchiamento a tenaglia dei garibaldini, per tagliare loro la via di ritirata verso la Capitale, e annientarli completamente; era un piano ardito che però presupponeva la perfetta coordinazione di armate che solo con estrema difficoltà (visti i mezzi di comunicazione dell’epoca) potevano scambiarsi informazioni sull’andamento dei rispettivi scontri.

Il Re montò finalmente a cavallo e si battè vicino ai suoi uomini nella battaglia del 1° ottobre, vicino al fiume Volturno; si fronteggiavano circa 24 mila uomini per parte, con la differenza che Garibaldi attinse a tutte le forze disponibili, compresi alcuni effettivi dell’esercito piemontese, mentre l’esercito meridionale lasciò inoperosi almeno 17 mila uomini. Le truppe borboniche partirono all’attacco all’alba e avanzarono sconfiggendo, nella prima parte della contesa, le camicie rosse; Garibaldi, che era a conoscenza del piano di attacco del nemico, rischiò di essere ucciso, il cocchiere ed il cavallo della sua carrozza furono abbattuti e fu costretto a balzare a terra; la gran quantità di morti e feriti trasportati a Napoli col treno, carrozze e carri fece ritenere fondate le voci che Francesco II, oramai vittorioso, stesse marciando sulla sua Capitale tanto che fu mobilitata la Guardia Nazionale nel timore che la popolazione realista insorgesse.

Garibaldi riuscì comunque a mantenere le posizioni che i suoi uomini avevano all’inizio del combattimento, questo grazie sopratutto all’azione delle truppe di riserva gettate velocemente nel combattimento quando l’esito della battaglia era in bilico; il trasferimento rapido sul campo fu possibile grazie all’uso della linea ferroviaria costruita dai Borbone! Garibaldi nelle sue Memorie dichiarò che "Chi decise la battaglia furono le riserve giunte sul campo verso le tre del pomeriggio. Se esse fossero state trattenute da un Corpo nemico, la giornata risultava per lo meno indecisa. Ciò prova essere state le disposizioni dei generali borbonici non tanto cattive"[252]

A fine giornata l’esercito meridionale si ritirò con calma e ordine verso le posizioni di partenza, senza essere inseguito dal nemico, non era riuscito a sfondare completamente il fronte avversario per il mancato coordinamento dei vari corpi di armata e, per ultimo, a causa del pessimo comportamento del corpo scelto della Guardia reale, più adatto alle parate che al combattimento; chiamato a sferrare l’attacco decisivo, si sbandò subito dopo essere stato fatto segno dai primi colpi d’arma dei garibaldini e non si rianimò neanche quando il Re in persona si gettò nella mischia tra i suoi uomini. Bilancio finale: tra i garibaldini 506 morti, 1528 feriti e 1389 prigionieri e dispersi; nell’esercito meridionale 308 morti, 820 feriti e 2507 prigionieri e dispersi dei quali, però, più di 2000 appartenevano alla brigata Ruiz che, a battaglia terminata, il 2 ottobre, si arrese senza combattere grazie anche all’intervento di 400 soldati regolari dell’esercito piemontese [che intervenivano contro uno stato col quale ufficialmente si era in pace] e di una legione di volontari inglesi.

Malgrado la "vittoria difensiva”, lo stato d’animo dei garibaldini era di scoraggiamento per via delle numerosissime perdite e della consapevolezza di non poter reggere ad un ulteriore attacco dei borbonici, per questo i comandanti in camicia rossa inviarono immediatamente dei pressanti appelli a Vittorio Emanuele e a Cavour perchè mandassero truppe in loro aiuto, i loro nemici erano, infatti, ancora superiori per uomini ed armamento, in più erano ancora in possesso delle fortezze di Capua e Gaeta. Per fortuna di Garibaldi i contrasti tra i componenti dello Stato Maggiore meridionale ed il Re continuavano paralizzando ogni ulteriore iniziativa; il sovrano, informato sulle precarie condizioni dei garibaldini, spronava i suoi generali ad un nuovo attacco risolutivo già per il 2 ottobre (il giorno successivo alla battaglia) ma le opinioni erano diverse: alcuni facevano notare che le truppe erano stanche e non pronte ad un nuovo combattimento, altri che l’esercito piemontese aveva, già da venti giorni, invaso le Marche e l’Umbria e paventavano un attacco alle spalle, altri ancora, i più ardimentosi, sostenevano che si doveva giocare il tutto per tutto e che proprio riprendendo la Capitale si sarebbe scoraggiato un’eventuale invasione delle Due Sicilie. Il Re invitò il generale Ritucci, personalmente (14 ottobre) e tramite un appello del consiglio di Stato (19 ottobre) a riprendere Napoli, ma egli rispose negativamente; si perse tempo prezioso e, quando arrivarono le prime notizie dell’entrata delle truppe piemontesi nel Sud, il piano borbonico per riprendere la Capitale fu abbandonato.

I circa 40mila uomini del corpo di invasione piemontese avevano, in venti giorni, sconfitto i pontifici, che erano in numero quattro volte inferiore; questi ultimi erano impreparati all’invasione sabauda, l’ambiguo Napoleone III, mentre tramava alle loro spalle, li aveva rassicurati, tramite il proprio ambasciatore a Roma, che mai truppe sabaude avrebbero osato entrare dello Stato della Chiesa; era, quindi, convinzione generale che il pericolo potesse semmai venire da Sud da dove Garibaldi, già entrato in Napoli, poteva mettere in atto il suo piano dichiarato di conquistare Roma ed offrire al re Savoia la corona d’Italia.

Il 1° ottobre Cavour cominciò ad inviare una pioggia di dispacci invitando i generali piemontesi a "dirigere le truppe verso la frontiera [delle Due Sicilie]…non pensate alla diplomazia, è oramai rassegnata a vedere il re di Napoli buttato a mare…bisogna marciare su Napoli presto…l’Inghilterra apertamente e la Francia sottomano, ci incitano a finirla…avanti avanti e viva Vittorio Emanuele re d’Italia[253]; e una lettera al suo amico Nigra:"Il Re si è deciso di marciare su Napoli per ridurre alla ragione Garibaldi e gettare a mare quel nido di rossi repubblicani e di demagoghi socialisti che si è formato intorno a lui[254] . Vittorio Emanuele, via mare, arrivò il 3 ottobre ad Ancona e il 12 ottobre le truppe piemontesi varcarono il fiume Tronto che segnava il confine tra lo Stato della Chiesa e le Due Sicilie, invadevano quindi, senza nessuna dichiarazione di guerra, uno stato indipendente. Malgrado tutti gli avvenimenti già accaduti, solo cinque giorni prima (il 7 ottobre) era stato richiamato da Torino l’ambasciatore delle Due Sicilie e solo per protesta contro una nota di Cavour nella quale si affermava che Francesco II , lasciando Napoli, aveva abdicato "di fatto”.

Erano intanto cominciati, in tutto il meridione continentale, i primi focolai di una rivolta popolare, che proseguì per 10 anni e che fu sbrigativamente etichettata con il nome di "brigantaggio”, gli Abruzzi e il Molise erano insorti per primi contro gli unitari; Garibaldi nel tentativo di riconquistare Isernia, inviò uno dei suoi principali luogotenenti, Francesco Nullo, le cui truppe furono fatte letteralmente a pezzi, il 17 ottobre, con almeno 500 morti molti dei quali linciati dalla popolazione con fucili da caccia, attrezzi agricoli o addirittura pietre "Tornano gli avanzi della colonna Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d’avere ancora intorno l’orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria…dove Nullo combatteva, e i nostri morivano qua, là, a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvaggie, dalla furia delle donne cagne scatenate, più che dalla moltitudine degli armati…Ah! quel Sannio, quel Sannio!…mi suonò nella memoria il nome delle Forche Caudine[255] . In conseguenza di tutti questi avvenimenti, Garibaldi si affrettò a mandare dei dispacci ai suoi uomini presenti in Abruzzo, invitandoli ad accogliere i piemontesi "come fratelli”, in cuor suo cominciava a maturare l’amara convinzione che i progetti di continuare la sua impresa fino a Roma e Venezia, per consegnarle a Vittorio Emanuele, erano irrealizzabili in quel momento e che, anzi, solo il re sabaudo poteva salvarlo dalla reazione militare e civile che montava nel regno del Sud.

L’esercito sabaudo aveva la litoranea adriatica spianata dalla resa del comandante borbonico della fortezza di Pescara, Luigi de Benedictis, colluso coi piemontesi; il 20 ottobre avvenne il primo scontro con un piccolo distaccamento dell’esercito meridionale, al passo del Macerone. Qui si dimostrò l’inettitudine del comandante borbonico Douglas Scotti il quale, pur avendo avuto notizia dai contadini del luogo dell’arrivo di truppe sabaude, non vi credette e omise di fare ricognizioni sul terreno dove marciavano i suoi uomini; essi si trovarono improvvisamente davanti il nemico che aveva accortamente occupato le alture sovrastanti; arresosi, fu spedito ai campi di prigionia del Nord scampando per miracolo al linciaggio nella città di Sulmona. Il 21 ottobre, Lord Palmerston si congratulava per la vittoria con l’ambasciatore piemontese a Londra, Emanuele d’Azeglio, assicurandogli nel contempo che l’Austria non si sarebbe mossa a soccorrere le Due Sicilie invadendo la Lombardia (cosa temutissima da Cavour).

I plebisciti

Il 2 ottobre, Cavour aveva letto alla Camera dei Deputati un lungo discorso nel quale affermava, tra l’altro, che "Napoli deve votare come Toscana, incondizionatamente " [cioè per l’annessione al Piemonte]. L’ 8 ottobre fu emesso un decreto che indiceva per il giorno 21 ottobre 1860, a Napoli e in tutto il Sud continentale, un plebiscito a suffragio universale maschile per ratificare l’annessione al Piemonte del Regno delle Due Sicilie "sono chiamati a dare il voto tutti i cittadini [maschi] che abbiano compiuto gli anni ventuno, e si trovino nel pieno godimento dei loro diritti civili e politici”; la formula sulla quale esprimersi era: "Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per sé e i suoi legittimi successori".

Il 9 ottobre, re Vittorio Emanuele, prima di invadere le Due Sicilie, aveva lanciato un proclama in cui affermava: "Popoli dell’Italia meridionale! Le mie truppe avanzano tra voi per riaffermare l’ordine, io non vengo per imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra. Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza che protegge le cause giuste, ispirerà il voto che deporrete nell’urna”. L’11 ottobre, ancora prima dello svolgimento del referendum, la Camera del parlamento sabaudo decretò l’annessione, il 16 la discussione passò al Senato dove il senatore Brignole Sale affermò che "Quel reame è di un principe indipendente che vi sta, che cinto d’un resto di soldati fedeli resiste alle orde rivoluzionarie. Noi non eravamo con esso in pace ? Non aveva egli qui il suo Ministro? Un nostro Ministro non era presso di lui?…Perché ora fargli guerra, e soccorrere la rivoluzione che disapprovammo? Che ragione di sì rea condotta daremo? Protesto alto a pro dè grandi principii su cui l’ordine sociale riposa”; anche il Senato approvò l’annessione.

Il 12 ottobre fu spedita, a cura del ministro dell’Interno, una circolare, che equivaleva ad un ordine, a tutti i governatori delle province in cui si rimarcava che "Il Re magnanimo è alle nostre porte. Invitato dal Dittatore [Garibaldi] egli non viene sospinto da ambizione di nuovi domini, ma dall’ambizione nobilissima di rendere l’Italia agli italiani ...la più bella accoglienza che noi possiam fargli è quella di proclamarlo con libero e unanime suffragio Re d’Italia

Gli oppositori dell’idea annessionistica, come i repubblicani Mazzini e Cattaneo, già accorsi a Napoli, i quali erano a favore dell’elezione popolare di Assemblee autonome, furono messi a tacere impedendo le loro riunioni, proscrivendo la loro propaganda, mobilitando a pagamento manifestazioni intimidatorie di piazza, lo stesso Garibaldi arrivò ad affermare di voler "far fucilare chiunque si dice repubblicano”; anche garibaldini come Francesco Crispi, contrari all’annessione, diedero le dimissioni dai loro incarichi ma Garibaldi affermò, in una riunione del 13 ottobre,”Non voglio assemblee, si faccia l’Italia” e con il decreto del 15 ottobre / 275 dichiarava che "Le Due Sicilie fanno parte integrante dell’Italia, una e indivisibile, con il suo re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi discendenti”.

La consultazione popolare si svolse nella più completa assenza di segretezza, il voto, infatti, era pubblico e si svolgeva nelle piazze, negli edifici pubblici, nelle chiese: tre urne erano in bell’evidenza, due erano aperte e contrassegnate con le scritte "Sì” e "NO” a caratteri cubitali e contenevano le schede prestampate, un'altra era chiusa con la feritoia al centro; il votante doveva per prima cosa consegnare il certificato elettorale al presidente del seggio, ritirare la scheda estraendola dall'urna del " Sì " o da quella del "NO" e deporla nell'urna centrale dipinta col tricolore; le schede prestampate, chiamate ufficialmente "bullettini”, erano di colore diverso: bianco per i "NO” e rosa per i "SÌ”

Nei giorni immediatamente precedenti alla consultazione erano stati affissi in molte città dei manifesti in cui era dichiarato "nemico della patria" chi non si recasse ad esprimere il suo voto o che votasse per il NO; spesso erano presenti, nei seggi, soldati piemontesi armati, non mancarono le minacce fisiche come pure quelle di essere incarcerati qualora si manifestassero "sentimenti antiunitari "; si fece ricorso anche a meschine astuzie: ai molti elettori analfabeti, per lo più contadini, fu fatto credere che votare il simbolo " Sì " volesse dire far tornare il loro re Francesco II; i garibaldini votarono più volte uscendo e rientrando nel seggio e con loro espressero il voto anche tutti i numerosi stranieri che ne facevano parte, ai 40.000 soldati di Francesco II, asserragliati nell’ultima disperata difesa, non fu certo concesso di votare. Risultati finali: 1.032.064 "Sì" e 10.302 "NO", la percentuale dei votanti fu del 79.5 % gli aventi diritto; il 12 ottobre si era già svolto in Sicilia il primo plebiscito del Sud con la partecipazione al voto del 75.2 % degli iscritti, si contarono 432.053 "Sì" e 709 "NO".[256] Persino l’ammiraglio inglese Mundy, amico di Garibaldi, che tanto aveva fatto in favore del progetto sabaudo, ebbe ad affermare che "Secondo me un plebiscito a suffragio universale regolato da tali modalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un paese"[257] ; il risultato dei plebisciti, fu, invece, propagandato dagli unitaristi come la prova che il popolo approvasse la perdita della propria indipendenza e la cacciata di un re nato a Napoli, che parlava in napoletano e che era meridionale da quattro generazioni, in favore dell’annessione da parte di un sovrano che pensava, parlava e scriveva in francese.

La prova della avversione meridionale al nuovo corso è però dimostrata dai fatti, dappertutto cominciò la reazione e Cavour, indispettito dall’insurrezione del Sud si scagliò contro i meridionali, il 14 dicembre 1860 scrisse al re Vittorio Emanuele : "...lo scopo è chiaro; non è suscettibile di discussione. Imporre l’unità alla parte più corrotta e più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica[258].

"Le parole del Conte, dunque, vanno considerate com’espressione di rabbia, di stizza, perché significherebbe fare un torto al grande statista ritenere che egli credesse realmente all’esito dei plebisciti da lui stesso prefabbricati" [259]; colto e ricchissimo, conosceva meglio Parigi, Londra e Edimburgo che il resto d’Italia tanto che non mise mai piede a Roma, Napoli, Palermo e Venezia, una sola volta si recò a Firenze. Iniziò così una vera e propria guerra civile con decine di migliaia di morti, alcuni affermano che assunse i connotati di una vera guerra coloniale e persino l’ex ministro piemontese D’Azeglio fu costretto ad affermare, nella lettera del 2 agosto 1861 diretta all’on.Matteucci e pubblicata dai quotidiani "La Patrie" e "Monarchia Nazionale": «A Napoli abbiamo cacciato ugualmente il sovrano per stabilire un governo col consenso universale. Ma ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno. Ma, si diranno, e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là sì. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti e trovar modo di sapere dai Napoletani, una buona volta, se ci vogliono sì o no. Capisco che gli Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i Tedeschi in Italia, ma agli Italiani che, rimanendo Italiani non volessero unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate» [260]                                                          

Il 26 ottobre, a metà mattina, nei pressi di Teano, Vittorio Emanuele II si incontrava con Garibaldi, i convenevoli furono rispettati con i vari "Evviva” ma alla fine del colloquio l’umore del Nizzardo era molto depresso; si allontanò con i suoi uomini rifiutando l’invito a pranzo del sovrano, dicendo che aveva già mangiato, e con essi "mangiò pane e cacio conversando su un portico di una chiesetta…mesto, raccolto, rassegnato …”ci metteranno alla coda” dicono che il Generale lo disse a Mario[261]. Il Savoia aveva imposto la sua autorità tanto che il generale Farini poteva scrivere a Cavour "Il re mi dice che Garibaldi, pur facendo sempre i suoi sogni [la ipotizzata conquista di Roma e di Venezia], si mostrò pronto ad ubbidire in tutto e per tutto[262] .

Vittorio Emanuele non di peritò di passare in rivista, a Caserta, le truppe garibaldine, ivi schierate, "ma disertò l’appuntamento…. Fu un’umiliazione per quei soldati, per un esercito che sarebbe presto stato sciolto per decreto….il più arrabbiato si dimostrò Charles Stuart Forbes, inglese, che scrisse ricordando quella giornata: " Avesse almeno Vittorio Emanuele incaricato i ministri di fare le sue veci! Fu come se lui, ricettatore di proprietà rubate, non contento di farle sue, a titolo affatto gratuito, si fosse rivolto ai capi e avesse detto loro siete una massa di ladri e assassini. Verso sera il ricettatore manda a dire che, quel giorno, non gli è possibile mescolarsi in alcun modo a una congrega di ladri, ma incarica il capobanda [Garibaldi] di rappresentarlo, e di dare un ultimo cordiale saluto alle bande prima di disperderle”[263]

Il sigillo inglese

Il 27 ottobre, l’onnipotente Inghilterra, per mano del suo ministro degli esteri Russel, dà l’imprimatur all’invasione piemontese tramite un dispaccio indirizzato ufficialmente a sir James Hudson, ambasciatore inglese a Torino, uno dei pochi rimasti nella capitale sabauda dopo che quasi tutti i rappresentanti diplomatici europei si erano ritirati per protesta contro l’illegale invasione militare. In realtà esso era diretto alle altre potenze europee e, avvallando l’azione piemontese, le diffidava indirettamente dall’intervenire perché "il governo di Sua Maestà non vede motivi sufficienti per partecipare alla severa censura che l’Austria, la Francia, la Prussia e la Russia hanno inflitto all’operato del re di Sardegna … piuttosto preferisce volgere lo sguardo alla lusinghiera prospettiva di un popolo che costruisce l’edificio della sua indipendenza". Come riferisce l’Acton [264], secondo il racconto fatto dall’Hudson, Cavour dopo aver letto il dispaccio "gridò, si fregò le mani, balzò in piedi … quando sollevò gli occhi vidi che erano bagnati di lacrime”; l’ambasciatore inglese a Napoli, Elliot, confermava analoghe reazioni di Vittorio Emanuele manifestate all’ammiraglio inglese Mundy.

Le ultime battaglie

Nel frattempo, il 27 ottobre, il Re con nuovo comandante in capo Salzano, chiamato quattro giorni prima a sostituire Ritucci, aveva passato in rivista i soldati appostati vicino al fiume Garigliano, fu accolto molto festosamente. Il generale dell’esercito piemontese Cialdini chiese un abboccamento presso Caianello, vicino Teano, col generale napoletano Salzano, invitandolo a presentarsi al suo cospetto senza la scorta armata del seguito, gli disse che oramai era inutile proseguire la resistenza all’invasione ma gli fu risposto che il legittimo Re era a Gaeta; tornato indietro, Salzano non trovò più la sua scorta, era stata fatta prigioniera dai garibaldini, fatto contrario a tutte le nozioni del diritto di guerra, alla consuetudine e all’onore militare.

Il 29 ottobre ci fu un primo attacco piemontese che fu respinto, come pure il successivo tentativo di attraversamento di un ponte, i cacciatori meridionali misero in fuga i bersaglieri piemontesi, ne restarono sul campo 80 insieme a 11 soldati delle Due Sicilie tra cui il loro più abile artigliere, il generale Matteo Negri. Questo buon risultato fu ottenuto malgrado le truppe meridionali fossero molto mal nutrite e dormissero per terra con una stagione che era già insolitamente fredda.

Il 31 ottobre, nel corso di un consiglio di guerra, il generale Salzano, propose al Re di impartire l’ordine, alle truppe residue, di rifugiarsi sulle montagne ed iniziare una guerra partigiana a fianco delle popolazioni civili che già erano insorte contro l’invasore. Francesco II respinse l’idea perché era ancora illuso che le grandi potenze sarebbero prima o poi venute in soccorso e quindi il suo piano era di resistere il più possibile sul campo e, alla peggio, trincerarsi a Gaeta per dar tempo alla diplomazia di riprendere in mano la situazione, dopo che aveva egli stesso inviato, il 24 ottobre, una nota a tutti i regnanti europei .

Il 2 novembre, dopo cinque giorni di assedio, capitolava Capua con il suo presidio di 11mila uomini e 290 cannoni, quasi tutti ad anima liscia, contrariamente a quelli piemontesi che erano rigati con una gittata molto più lunga; i 7 mila piemontesi destinati all’attacco erano stati affiancati da 11 mila garibaldini; le truppe meridionali, rientrate a Napoli, furono mandate nei campi di prigionia di Genova.

La notte tra il 2 e il 3 novembre le truppe delle Due Sicilie, appostate nei pressi del fiume Garigliano, che erano uscite vincitrici nello scontro di pochi giorni prima, furono improvvisamente abbandonate dalla flotta francese che aveva promesso di proteggerne il fianco dal mare (era stato Napoleone III ad ordinarlo, pressato dai rappresentanti diplomatici del Piemonte e dell’Inghilterra, sempre nel nome del principio del "non intervento” che, sfortunatamente per i borbonici, valeva solo per la Francia); cominciò allora il cannoneggiamento da parte di altre navi, erano quelle dell’ex flotta meridionale diventate piemontesi. La lotta era oramai impari, fu ordinata allora la ritirata ai soldati meridionali e, nei pressi del ponte "Real Ferdinando", circa 300 soldati dal 6° battaglione "Cacciatori", dal comandante, il capitano Domenico Bozzelli, fino all'ultimo tamburino si fecero uccidere per rallentare l'avanzata dell'esercito piemontese e consentire il ripiegamento delle truppe, in parte verso la fortezza di Gaeta, in parte verso il confine con lo Stato pontificio, passato il quale dovettero, però, tutti e 17mila deporre le armi nelle mani della guarnigione francese impedendo un loro eventuale ritorno armato in patria.

Il 7 novembre, esattamente dopo due mesi dall’ingresso solitario di Garibaldi a Napoli, la scena si ripeteva ma stavolta al suo fianco, nella carrozza, c’era Vittorio Emanuele II; nell’occasione erano stati spesi ben duecentomila ducati per i preparativi di festa, compresi archi e statue di cartapesta che il tempo inclemente distrusse. Le truppe piemontesi facevano ala al corteo sotto una pioggia scrosciante "l’accoglienza a Vittorio Emanuele è stata tutt’altro che entusiastica, benché l’intera città aspettasse con ansia il suo arrivo[265]. L’8 novembre andava a prendere possesso del superbo Palazzo reale di Napoli dove gli stuccatori si erano dati da fare per sostituire il giglio dei Borbone con la croce dei Savoia; "i 780 gigli di argento dorato che decoravano la sala del trono erano già stati rimossi da funzionari di casa Savoia e fusi il 14 settembre; le 20 libbre d’argento ricavate erano state vendute”[266].

Garibaldi fu "liquidato” insieme alla maggior parte delle leggi, disposizioni e nomine che aveva fatto durante il suo governo; egli, vistosi rifiutata la sua richiesta di Luogotenenza con pieni poteri per un anno, partì per Caprera già il 9 novembre. Interessante la lettera che nell’occasione Vittorio Emanuele II scrisse al Cavour (in francese come il solito): "Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa ".

Luogotenente del re per i territori delle Due Sicilie fu nominato il generale piemontese Luigi Farini, era una specie di vicerè assistito da un Consiglio di Luogotenenza che aveva funzioni simili a quelle di un Consiglio di ministri; questi istituti facevano pensare ad una sorta di decentramento ma fallirono miseramente nella loro opera (per essere poi aboliti il 9 ottobre 1861), il centralismo aveva definitivamente vinto. Con decreto dell’ 8 dicembre 1860 furono stabilite pensioni per i militari e gli impiegati civili delle Due Sicilie che erano stati esclusi dal servizio per motivi politici, successivamente questi privilegi furono estesi alle loro vedove e agli orfani.

Vittorio Emanuele si trattenne nelle Due Sicilie fino al 26 dicembre (il 30 novembre aveva visitato Palermo), nel suo lungo soggiorno nel Sud ebbe un comportamento da conquistatore, si dedicò a lunghe partite di caccia nelle riserve già appartenute ai re spodestati e snobbò alcune cerimonie organizzate in suo onore, "durante il soggiorno che Sua Maestà ha fatto a Napoli, è diventato estremamente impopolare, anzi contro i Piemontesi in generale prevale un forte senso di antipatia, causata senza dubbio dal modo altezzoso in cui trattano i Napoletani[267]. Dopo la sua partenza nella lettera di Ruggero Borghi spedita a Cavour da Napoli [n.3298, datata 20 marzo 1861] si legge: "Il 14 fu la festa del Re [Vittorio Emanuele], non lumi, non feste, non un evviva; … proclamazione del Regno d’Italia, silenzio di morte…”[268]. L’ immeritato soprannome di "re galantuomo” fu inteso dal popolo come "re dei galantuomini" cioè il protettore degli usurpatori dei demani pubblici contro gli interessi dei contadini.

L’assedio di Gaeta

Il 12 novembre ci furono altri combattimenti nei pressi di Gaeta dove poi Francesco II, con gli ultimi 20mila uomini[269], fu stretto d’assedio dal 12 novembre 1860 al 13 febbraio 1861, per opera del generale Cialdini (per la storiografia ufficiale il quinto "Padre della Patria”, per altri un criminale di guerra) che aveva con sè circa 18 mila uomini.

Il 26 novembre il Re emanò un ordine del giorno rivolto ai soldati che erano nello stato pontificio invitandoli ad aggregarsi alle bande partigiane degli insorgenti che si erano già sollevate in tutto il Sud contro gli occupanti stranieri. L’8 dicembre, festa Nazionale delle Due Sicilie perchè giorno dell’Immacolata Concezione della Madonna che era la protettrice dell’Esercito e del Regno, il Re emanò un proclama nel quale affermava: «Da questa piazza ove difende, più che la corona, l’indipendenza della Patria comune, il vostro Sovrano alza la voce per consolarvi delle vostre miserie e per promettervi tempi più felici… quando veggo i miei amatissimi sudditi in preda a tutti i mali della dominazione straniera… il mio cuore napoletano bolle d’indignazione nel mio petto…Io sono napoletano, nato tra voi, non ho respirato un’altra aria, non ho visto altri paesi, non conosco altro suolo che il suolo natale. Tutte le mie affezioni sono nel Regno; i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua è la mia lingua, le vostre ambizioni sono le mie ambizioni…II mondo intero l’ha visto; per non versare sangue, ho preferito rischiar la mia corona. I traditori, pagati dal nemico straniero, sedevano nel mio consiglio, a fianco dei miei fedeli servitori; nella sincerità del mio cuore, non potevo credere al tradimento…In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una sola goccia di sangue, e si è accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore più tenero per i sudditi, se la confidenza naturale della gioventù nella onestà altrui; se l’orrore istintivo del sangue meritano tal nome, sì, io certo sono stato debole. …Ho preferito abbandonare Napoli, la mia cara capitale, senza essere cacciato da voi, per non esporla agli orrori d’un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi a Capua e ad Ancona. Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, che si protestava disapprovare l’invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per i veri interessi dell’Italia, non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra. …Avevo dato un armistizio, avevo aperto la porta a tutti gli esiliati, avevo accordato ai miei popoli una costituzione e non ho certo mancato alle mie promesse…Vedete la situazione che presenta il paese. Le finanze non guari sì fiorenti, sono completamente minate, l’amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni son piene di sospetti, in luogo della libertà, lo stato d’assedio regna nelle provincie e un generale straniero pubblica la legge marziale decretando le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinano innanzi alla bandiera di Sardegna. L’assassinio è ricompensato, il regicida ottiene una apoteosi, il rispetto al culto santo dei nostri padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori del loro paese ricevono pensioni che paga il pacifico suddito. L’anarchia è dovunque. Gli avventurieri stranieri han messo la mano su tutto per soddisfare l’avidità o le passioni dei loro compagni…in luogo delle libere istituzioni che vi avevo date e che desideravo sviluppare, avete avuto la dittatura più sfrenata e la legge marziale sostituisce ora la costituzione…le Due Sicilie sono state dichiarate provincie d’un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da prefetti venuti da Torino»

La storia di questo assedio impressionò vivamente l’opinione pubblica europea soprattutto per il comportamento eroico della regina Maria Sofia, di soli 19 anni, la quale, incurante delle bombe, rischiò la sua vita per soccorrere notte e giorno i soldati feriti o moribondi; fu così che ella conquistò l’attenzione e la simpatia di cronisti e letterati di tutta Europa: di lei scrissero Daudet, Proust, D’Annunzio che coniò l’appellativo di "aquiletta bavara”; i giornali di mezzo mondo le dedicavano articoli e poesie, la sua immagine in mezzo ai cannoni era riprodotta dappertutto; temutissima per questa fama dagli "unitari", si cercò persino di diffamarla, nel 1863, facendo ricorso a squallidi fotomontaggi pornografici ma gli esecutori del raggiro furono ben presto smascherati.

Non si era mai visto, nella storia europea recente, una coppia di sovrani affrontare con i propri soldati "76 giorni di fuoco, sì spesso, ostinato e micidiale che anche nei propri letti venivano uccisi i malati e i feriti "[270], in media venivano sparate contro la piazzaforte 500 colpi di cannone al giorno ai quali si rispondeva dalle circa 700 bocche di fuoco della fortezza ma il maggiore limite dell'artiglieria borbonica era la mancanza di cannoni rigati e nonostante gli sforzi dell’inviato La Tour, che percorreva la Francia e il Belgio alla loro ricerca, era stato impossibile acquistarne; si decise allora, con ingegnosità tutta meridionale, di fabbricarli in casa utilizzando strumenti di fortuna; sotto la direzione del colonnello d’artiglieria Afàn de Rivera (da non confondere con l'omonimo inetto generale della battaglia del Volturno), una macchina per fabbricare viti fu adattata alla rigatura delle canne: con un lavoro d’infinita pazienza, furono alla fine preparati quattro cannoni da quattro pollici e un obice da otto, l'impresa era talmente eccezionale, considerati i mezzi a disposizione, che i piemontesi credettero che i borbonici aves­sero ottenuto cannoni rigati, sbarcati dalle navi francesi e spa­gnole. Nel diario di guerra di due ufficiali borbonici, Nagle e Anfora, troviamo scritto: "L’artiglieria era poverissima di materiali, di macchine e di strumenti; scarsi erano i mezzi di cui poteva disporre il genio per l’esecuzione dei lavori richiesti da una buona difesa …v’era inoltre scarsezza di legname e poca quantità d’istrumenti; sufficiente l’approvvigionamento della polvere da sparo, scarsissimo quello dei viveri”.[271]

I piemontesi, viceversa, con il loro Stato Maggiore comodamente alloggiato in una residenza di Francesco II, che era nei pressi, e che si trastullava tra champagne, giochi di società e addirittura concerti, avevano a disposizione un’artiglieria di prim’ordine, opera del generale Cavalli, che riusciva a colpire senza essere a sua volta offesa (perchè aveva una gittata più lunga di quella meridionale); furono costruiti chilometri di strade, ponti e viadotti per il trasporto dei pezzi. Tutti gli ufficiali della fortezza esortavano Francesco II alla resistenza e sottoscrissero, in dicembre, un messaggio che si concludeva con le seguenti parole: "Che il nostro destino sia presto deciso o che un lungo periodo di sofferenze e di lotte ci attenda ancora, noi affronteremo la nostra sorte con docilità e senza paura, colla calma fiera e dignitosa che si conviene ai soldati; noi andremo incontro alle gioie del trionfo o alla morte dei prodi, innalzando l’antico nostro grido di Viva il Re!".

Il 19 gennaio si allontanò la flotta francese presente nel porto di Gaeta la quale garantiva la possibilità dell’approvvigionamento alimentare della piazzaforte; cominciò così il blocco navale che isolò completamente la città dal mondo, il 22 gennaio 1861 la marina piemontese tentò un assalto via mare che fallì miseramente tra gli sberleffi dei soldati meridionali.

Il 5 febbraio un colpo scagliato da terra, dietro indicazione di un certo Guarinelli che aveva diretto i lavori di rafforzamento della fortezza ed era passato ai piemontesi, centrò in pieno un deposito munizioni che conteneva sette tonnellate di polvere e 40.000 cartucce, si aprì un cratere di oltre quaranta metri, morirono 216 militari più di cento civili; mentre si estraevano dalle macerie i feriti e i morti, il cannoneggiamento piemontese s’intensificò proprio sulla zona dell’esplosione; solo il giorno dopo fu concluso un armistizio di 48 ore per seppellire le vittime ed evacuare i feriti; tra i morti anche il 75 enne comandante del Genio militare, il pugliese Francesco Traversa, che fu trovato col cranio fracassato.

"La situazione degli ospedali era destinata a diventare tra le più critiche. Raccontò il cappellano Giuseppe Buttà :”Dopo che ci sfamavamo un poco col solo pane, dovevamo assistere alle amputazioni di gambe e braccia. Il cappellano [cioè lui] doveva trovarsi presente, perchè spesso i pazienti morivano sotto l’operazione. Io, lo confesso, non ero sempre buono a quel ministero…..vedere a sangue freddo tagliare una gamba o un braccio, o sentire gridare spesso i poveri pazienti, era una scena alla quale non sapevo assistere”[272] [ricordiamo che, all’epoca, non esistevano anestetici efficaci].

Francesco II si rivolse più volte ai regnanti europei ribadendo l’interesse comune che fossero condannati i metodi basati sull’inganno e la forza, nello stesso tempo respinse i loro inviti a lasciare la fortezza; alla fine, però, ogni resistenza parve inutile e si cominciò a parlare della resa.

Il 13 febbraio, mentre si stavano concludendo le trattative per la capitolazione, il volume di fuoco piemontese s’intensificò perchè il generale Cialdini si rifiutò di sospendere le ostilità, si fece saltare in aria un altro deposito munizioni con altre decine di morti; questo avvenne tra le urla di gioia dei plenipotenziari piemontesi e la costernazione di quelli meridionali che erano tutti seduti attorno allo stesso tavolo; due ore dopo il protocollo fu firmato.

Il congedo del Re alle truppe era contenuto in un proclama che si concludeva con le seguenti parole:”Quando tornerete in seno alle vostre famiglie, gli uomini d’onore si inchineranno al vostro passaggio e le madri mostreranno ai figli come esempio i prodi difensori di Gaeta. Io vi ringrazio tutti; a tutti stringo le mani con effusione di affetto e riconoscenza. Non vi dico addio ma a rivederci. Serbatemi intatta la vostra lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro Re”, sembra che il sovrano confidasse ad un semplice soldato che da lì a un anno sarebbe rientrato in patria.

Da queste parole si deduce che Francesco II  non congedò il suo esercito, dopo la resa di Gaeta, il cui protocollo, non a caso, porta la firma solo del comandante della piazzaforte, Generale Francesco Milon, nè tantomeno abdicò, serbando per sè e i suoi successori il titolo di Re delle Due Sicilie, che era garantito dai Trattati internazionali vigenti.

Alle sette di mattina del 14 febbraio 1861 il Re e la Regina lasciarono la piazzaforte per imbarcarsi sulla nave francese "Mouette” che li avrebbe portati a Terracina nel territorio del papa. Riporta lo storico Michele Farnerari , presente agli eventi[273]: "Uffiziali d’ogni grado, soldati d’ogni arma, feriti fasciati, alcuni avvolti in lenzuola lacere, che lasciavano gli ospedali e pur febbricitanti si gettavano con pianto ai loro piedi…. i memori suoni dell’inno di Casa Borbone[274], percotean l’ultima volta, nell’esterrefatta aria, degli accorsi gli animi convulsi. I cannoni delle Batterie davano i lor saluti, in quel che s’imbarcavano i reali esuli; i piemontesi, che avevano già occupato i bastioni di Porta di Terra, guardavan dall’alto attoniti l’ultima scena; e la secolare Insegna della Monarchia su Torre Orlando cadeva, coprendo ruine”.

Un altro testimone oculare, Garnier, aggiunge "Il Re indossava la semplice uniforme di ufficiale con sciabola e spalline, la Regina portava un cappellino ornato di una piuma verde ... seguì il corteo a breve distanza …fu una scena di augusta solennità e di immensa tristezza …molti si affrettavano a baciare la mano del Re; nelle strade la gente singhiozzava …questa popolazione, così aspramente provata …dimenticava le proprie tribolazioni per piangere su quelle dei suoi principi …il Re appariva emaciatissimo, di un pallore spettrale. Non ho veduto in volto la regina…Ho guardato altrove. Quando varcarono la porta che dà verso il mare, un alto coro di evviva al Re [viva ò Rre] si alzò dal popolo. A bordo della Mouette i Sovrani vennero ricevuti con tutti gli onori dagli ufficiali e dai marinai in uniforme di gala; la bandiera borbonica sventolava sull’albero maestrosi imbarcarono circa 100 passeggerianche a me fu concesso l’onore di salire a bordo…la squadra sarda si portò in mezzo alla rada per meglio gioire del trionfo…la Mouette rimase all’ancora più di un’ora: durante tutto quel tempo, il Re e la Regina fissarono con occhi gelidi la squadra. Quando finalmente la corvetta si mise in moto…i resti della guarnigione, raggruppati sullo spiazzo della batteria, continuarono ad applaudire il Re sino a quando la Mouette non ebbe doppiato il promontorio….per molto tempo il Sovrano indugiò appoggiato al parapetto della poppa, lo sguardo rivolto ai dirupi di Gaeta. Poi mentre i Francesi cenavano in sala, si affacciò sulla soglia e disse con graziosa affabilità "Bon appetit”. Balzammo in piedi, ma egli scivolò subito via[275]

I piemontesi che entrarono nella cittadina non videro che macerie ammucchiate, cannoni smontati, caserme diroccate, il terreno era talmente devastato dalle bombe e dalle granate che era difficile rinvenire un tratto di metro lineare che non fosse stato colpito da qualche proiettile, i parapetti erano quasi tutti disfatti; da tutte le parti esalava un odore nauseabondo di morte che proveniva dai cadaveri giacenti sotto le rovine e che non era stato possibile seppellire (molti altri lo furono sotto le strade).

La guarnigione ebbe, inizialmente, poco più di 800 morti : 506 per ferite e 307 per un’epidemia di tifo petecchiale causata dalle pessime condizioni igieniche a cui erano costretti i soldati impossibilitati a lavarsi, a cambiarsi e che spesso dormivano per terra; oltre a 743 dispersi e circa 800 feriti fuori della piazzaforte[276]; al giugno 1861 i morti erano arrivati a 895 per il decesso di molti feriti gravi o ammalati di tifo; gli assedianti ebbero 50 morti e 350 feriti, non presero la fortezza con un assalto, ma dall’alto della loro superiorità di mezzi, per fame e malattia. Tra i difensori ricordiamo il tenente Savio, colpito mentre puntava un cannone, e il fratello Attilio che cadeva sopra il suo cadavere; il vecchio generale Traversa e il colonnello Paolo di Sangro, del genio militare, che continuarono le loro opere di difesa, incuranti delle bombe e ci lasciarono la vita; il sedicenne Carlo Giordano, allievo della Nunziatella, che sacrificò la sua giovane vita l’ultimo giorno dell’assedio. "Gli uomini non si battono con tanta tenacia senza un ideale. La guarnigione che difese l’estremo baluardo borbonico con lievi speranze di vittoria non si sacrificò soltanto per riscattare il suo prestigio perduto, non fu soltanto martire dell’onore militare. Quei soldati combattevano nel nome di un Re amato ad onta di ogni sua manchevolezza … per una indipendenza che i loro corrivi compatrioti avrebbero di lì a poco amaramente rimpianto”.[277] Erano anch’essi italiani ma il loro sacrificio non è onorato dalla storiografia ufficiale. Per questa "impresa militare” Enrico Cialdini fu insignito da Vittorio Emanuele II del titolo di "Duca di Gaeta”; i difensori della città ebbero prima l’onore delle armi e poi furono fatti prigionieri e spediti nelle isole pontine.

Nonostante i tentativi di Cavour di comprarne la resa, altre due roccaforti continuarono ad issare la bandiera gigliata: Messina e Civitella del Tronto.

Messina, presidiata da 4300 uomini, si arrese il 13 marzo ai cannoni di Cialdini pagando il tributo di 47 vittime; nell’occasione furono chieste dai piemontesi, come preda di guerra, le 6 bandiere delle Due Sicilie che sventolavano sulla cittadella, non furono accontentati perchè i soldati le avevano fatte a pezzi come ultimo gesto di fedeltà al Re, essi avevano anche rinunciato al soldo e addirittura misero a disposizione una parte dei loro risparmi per le necessità di guerra; gli ufficiali furono imprigionati e poi processati "per ribellione”, ne uscirono assolti.

Civitella del Tronto (in provincia di Teramo), ultimo baluardo, si arrese il 20 marzo 1861, ci si difese con tutti i mezzi, anche con una colubrina del 1610 che fu trascinata da un museo e funzionò alla perfezione (dopo la resa fu portata a Torino come bottino di guerra; il 13 agosto 2003, dopo reiterate richieste e petizioni, il Museo dell’Artiglieria piemontese si è dichiarato disponibile a restituirla); erano 382 soldati meridionali e 17 cannoni contro 3379 piemontesi e 20 cannoni, dopo la resa un centinaio riuscì a fuggire, gli altri furono fatti prigionieri. Alcune stime parlano di 58 morti e 18 feriti tra i difensori e 11 morti e 31 feriti tra gli attaccanti, "Non si è mai saputo quante fossero le vittime ma è certo che i due capi della resistenza ad oltranza, Domenico Messinelli e Zopito da Bonaventura, furono fucilati due ore dopo la presa della fortezza [senza formulazione di capi d’imputazione e senza processo], un altro, il frate Leonardo Zilli fu catturato successivamente e il 3 aprile condannato a morte e fucilato, gli fu negata la santa Comunione; l’aiutante di artiglieria Santomarino fu condannato a 24 anni di prigione, fu trasferito nelle carceri di Savona e qui trucidato; intanto nei resti della fortezza, per giorni, le fucilazioni si susseguirono sinchè non rimase più in vita nessuno degli ultimi difensori "[278]

N.767 TELEGRAFI SARDI Stazione Ricevimento Torino-Presentato ad Ascoli giorno 21 marzo ore 5.40 p.m.- Ricevuto 21 marzo ore 6.45: "A S.E. Primo ministro Cavour-Torino, le nostre truppe entrarono ieri alle 11 a.m. nella piazza di Civitella.La guarnigione a discrezione tradotta prigioniera ad Ascoli, si arrestarono tutti i malfattori. I guasti prodotti dalla nostra artiglieria sono immensi, il forte è un mucchio di rovine.”[279]

L’esilio di Francesco II e sua morte

Il venticinquenne Francesco II andò in esilio a Roma, ospite di Pio IX, alloggiò prima al Quirinale e poi, dal novembre 1862, a Palazzo Farnese (allora di proprietà dei Borbone).

Il 10 dicembre 1861 l’ambasciatore francese presso il papa, La Valette, fu incaricato da Napoleone III di convincere Francesco II a rifugiarsi in Francia in un castello promettendo, in cambio, che si sarebbe adoperato per favorire la restituzione del suo patrimonio personale che gli era stato sottratto indebitamente, il motivo di questo abboccamento era politico perché la presenza del Re nel territorio papale era un costante punto di riferimento per la reazione del popolo meridionale contro il nuovo ordine dei Savoia che stava assumendo un carattere estremamente preoccupante. per i  nuovi re. Francesco II respinse questa "proposta” e rispose: "Io sono un principe italiano illegalmente spogliato del suo potere, è qui l’unica casa che mi è rimasta, qui è un lembo della mia patria, qui sono vicino al mio Regno ed ai sudditi miei…..vengono chiamati assassini e briganti quegli infelici che difendono in una lotta diseguale l’indipendenza della loro patria e i diritti della loro legittima dinastia. In questo senso anche io tengo per un grand’onor di essere un briganteper ciò che concerne la mia fortuna confiscata…quando si perde un trono, importa ben poco perdere anche la fortuna…sarò povero come tanti altri che sono migliori di me ed ai miei occhi il decoro ha pregio assai maggiore della ricchezza”[280]

Poi, spinto dall’indomabile regina Maria Sofia, fece pervenire ai suoi rappresentanti diplomatici all’estero alcune note in cui manifestava il proposito di mettersi alla testa dei suoi sudditi per restituire l’indipendenza alle Due Sicilie ma il momento favorevole non venne mai ed egli sprofondò in un cupo fatalismo. Nel 1866, all’approssimarsi della guerra tra il nuovo regno d’Italia e l’Austria, Francesco II diede ulteriore prova della sua nobiltà d’animo (che peraltro, per i tempi correnti, fu un difetto più che un pregio in relazione alla difesa dei diritti dei cittadini del Sud e dei suoi, di sovrano); egli infatti, scontentando gli oltranzisti della sua corte, che vedevano finalmente l’occasione tanto attesa per riprendere il regno, scoraggiò un’ulteriore e definitiva insurrezione auspicando la concordia e la tranquillità.

L’anno successivo, il 1867, Francesco II sciolse il governo borbonico in esilio. Gli stati europei, uno dopo l’altro, lo abbandonarono al suo destino, avvallando il fatto compiuto; riconobbero il nuovo regno d’Italia (per ultima la Spagna, il 1° giugno 1865), malgrado le note di protesta diplomatiche del Re, così egli rimase sempre più solo; dal 1866 nessun diplomatico straniero mise più piede a palazzo Farnese eccezion fatta per l’austriaco Hubner.

Il 21 aprile del 1870 lasciò la Città Eterna mentre ancora c’erano episodi di "brigantaggio” nel suo ex regno, "ora comincia il vero esilio” commentò nel suo diario[281];  si trasferì a Parigi e poi in varie località europee, dove condusse una vita molto ritirata; era malato di diabete e morì, all’età di 58 anni, il 27 dicembre del 1894, ad Arco di Trento, cittadina che faceva ancora parte dell’impero asburgico, dove si era recato per le cure termali. Muore "In un albergo delle Alpi nel cuor dell’inverno all’ultimo confine d’Italia, quasi da tutti abbandonato, da tutti ignorato, mentre i suoi nemici stanno nelle gloriose sue capitali di Napoli e Palermo…e vi danno quegli esempi di una nuova morale…..”[282] . Solo allora gli abitanti del posto seppero che il cortese "signor Fabiani”, che ogni giorno assisteva alla Messa, recitava il Rosario, si metteva compostamente in fila con i contadini del luogo per baciare le reliquie, era il deposto re meridionale; gli furono tributate esequie solenni e tuttora esiste in quella località una via a lui intitolata (l’unica in Italia, recentemente la giunta partenopea ha risposto negativamente alla richiesta di inserirne una a Napoli).

L’ultima frase scritta nel diario personale, che redigeva quotidianamente dal 1862, sono del 24 dicembre "Lavoro un poco ma mi fatico”[283]; in quelle pagine, negli anni precedenti, aveva riportato tutta la sua amarezza per il destino che lo aveva costretto all’esilio dalla sua Patria, della quale ricordava i paesaggi quando questi assomigliavano a località straniere che ogni tanto visitava, ma soprattutto per la sorte del suo popolo, schiacciato dal malgoverno e dalla repressione armata del nuovo re Savoia. Nel corso della prima guerra mondiale, l’imperatore austriaco Carlo , preoccupato che la tomba di Francesco II non subisse danni dalla guerra, il cui fronte era vicino, ordinò il trasferimento della salma a Trento dove rimase per 6 anni. Finito il conflitto la regina Maria Sofia chiese al governo italiano di poterla riportare ad Arco, ebbe risposta positiva "purchè la traslazione avvenisse in silenzio e senza pompa”, ma le cose si complicarono perché, con l’avvento del fascismo i suoi seguaci opposero un netto rifiuto. La regina Maria Sofia morì a Monaco di Baviera il 19 gennaio 1925 (aveva 83 anni), le sue spoglie, l’8 dicembre 1926, furono poste su un treno alla volta dell’Italia, a Trento fu caricato il sacello del marito Francesco II e furono tumulate, insieme a quelle dell’unica figlioletta, nella  chiesa di S. Spirito dei Napoletani di Roma da cui furono traslate il 10 aprile 1984 e trasportate finalmente a Napoli nella Chiesa di S. Chiara, il Pantheon dei Borbone.

"Probabilmente Francesco avrebbe conseguito maggiori successi se nella sua indole ci fosse stata una vena di crudeltà; invece restava il "Figlio della Santa”[284], sempre cavalleresco, mite, cortese, pieno di fiducia nella bontà e nella sincerità altrui. Senza mai dubitare della giustezza della sua causa, perdette la partita per eccesso di virtù. Era un perfetto gentiluomo…disgraziatamente dalla parte opposta abbondava lo spirito aggressivo[285]

Come pretendente al titolo di Re delle Due Sicilie successe a Francesco II il fratellastro Alfonso, conte di Caserta e già colonnello nelle milizie pontificie dove "servì il Papa con fede di principe, con ardor di cristiano cattolico mirandissimo"[286]; egli cessò a fine secolo di distribuire le decorazioni di Casa Borbone; Alfonso è il bisnonno dell’attuale re di Spagna Juan Carlos di Borbone.  Alla sua morte (1934) gli successe, come Capo della Real Famiglia, il primogenito Ferdinando Pio, morto nel 1960; dei suoi figli maschi sopravvissuti, Carlo rinunciò al diritto di  successione nel 1900, per cui la linea dinastica passò a Ranieri (1883-1973) e, alla sua morte, al figlio Ferdinando (1926) tuttora vivente, che ha in Carlo Borbone, nato nel 1963 il suo legittimo erede.

I Savoia non permisero mai il ritorno dei Borbone dall’esilio cosa che invece fece la Repubblica Italiana dopo il riconoscimento della stessa da parte dei discendenti della casata meridionale. I Borbone Due Sicilie sono anche a capo dell’ordine cavalleresco più antico del mondo: Il Sacro Militare Ordine Costantiniano di S.Giorgio, la cui origine risale all’imperatore romano Costantino il Grande, la cui Guardia imperiale era composta proprio dai Cavalieri Costantiniani.

Prigionieri di guerra

Che fine hanno fatto i componenti dell’Esercito Nazionale delle Due Sicilie che, all’inizio del 1860, erano circa 95.000 ?

Dobbiamo distinguere tre fasi della guerra: la prima è compresa dal 11 maggio 1860 (invasione della Sicilia da parte dei Mille) al 7 settembre (giorno successivo all’abbandono della Capitale da parte di re Francesco II), dopo di essa rimasero attivi circa 40 mila uomini, gli altri si sbandarono, tornarono alle loro case o andarono a rinforzare le prime insorgenze popolari antiunitarie; la seconda fase va dal 7 settembre al 13 novembre 1860 (inizio dell’assedio di Gaeta) quando rimasero in piedi solo i 3 focolai di resistenza "ufficiali” rappresentati dalle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto; la terza e ultima fase arriva fino al 20 marzo 1861, data della capitolazione di Civitella che fu l’ultimo baluardo a cedere.

I militari che ebbero la peggio furono quelli che combatterono la seconda fase della guerra:  a Capua furono fatti prigionieri circa 11.500 soldati, altri 2.500 sul Volturno, altri nella battaglia del Garigliano, tutti furono immediatamente avviati, per primi, ai campi di prigionia del Nord d’Italia. Successivamente, il 13 febbraio 1861 a Gaeta si arresero, circa 11.000 soldati; a tali prigionieri bisognerà poi aggiungere quelli delle fortezze di  Messina e Civitella del Tronto ma i dispositivi delle capitolazioni prevedevano alcune condizioni speciali per le milizie sconfitte "Per loro i patti di resa prevedevano un periodo di prigionia e poi 2 mesi di tempo per decidere cosa volessero fare. Il Piemonte premeva per recuperare quanta più truppa possibile dall’unificazione, carne da cannoni da inviare anche al confine con l’Austria in vista di nuove guerre”[287]  Ma, fin dalla seconda fase della guerra, non fu facile convincere i prigionieri ad arruolarsi nelle milizie che essi consideravano "piemontesi” o comunque straniere «tra le parecchie migliaia di prigionieri, tramutati nell'Italia superiore, benché tentati colla fame, col freddo in clima per essi rigidissimo, e, con ogni genere, di privazioni, appena i tre o quattro sopra cento si piegarono ad arruolarsi nelle milizie di un altro Re, e quasi tutti, all'invito, non fecero altra risposta, che questa molto laconica: Il nostro Re sta a Gaeta»[288]. "Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e in Lombardia, si ebbe ricorso a un spediente crudele e disumano che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie. E ciò perché fedeli al giuramento militare ed al legittimo Re"[289].

La fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, è una antesignana dei gulag siberiani, abbarbi­cata ad un costone del monte Orsiera (metri 2893), può nevicarci anche a giugno; è composta da un imponente sistema difensivo di più forti, collegati fra loro da una scala coperta di 3996 gradini; per la sua costruzione occorse più di un secolo; come riferisce la guida agli ester­refatti visitatori, di qui nessuno poté mai evadere: la vita nella fortezza, anche per i più robusti, non superava i pochi mesi, si usciva solo per essere disciolti, per motivi "igienici", in una gran vasca di calce viva. Furono smontati i vetri e gli infissi nei cameroni dove erano rinchiusi i prigionieri meridionali, rimasero solo le inferriate "Le vittime dovettero essere migliaia, anche se non vennero registrate da nessuna parte. Morti senza onore, senza tombe, senza lapidi e ricordo. Morti di nessuno. Terroni "[290]  . E dopo la caduta di Gaeta, la Civiltà Cattolica ( la rivista dei gesuiti) commenta: «In Italia esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano né bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di què spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati furono distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in via Assarotti dove è un deposito di questi sventurati. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle, qui cospirarono e se non si riusciva in tempo a sventare la congiura, essi ímpadronivansi del forte di Fenestrelle, e poi unendosi con altri napoletani incorporati nell'esercito, piombavano su Torino. Un 8.000 di questi antichi soldati Napoletani furono concentrati nel campo di San Maurizio, ma il governo li considera come nemici, e, dice l'Opinione, che «a tutela della sicurezza pubblica sia dei dintorni, sia del campo, furono inviati a S. Maurizio due battaglioni di fanteria». Ma si sa che inoltre vi stanno a Guardia qualche batteria di cannoni, alcuni squadroni di cavalleria, e, piú battaglioni di bersaglieri, tanto ne hanno paura! E costoro, cosí guardati e malmenati, pensate con che valore vorranno poi combattere pel Piemonte! Eccovi in che modo si fa l’Italia!»[291]

 "Con la caduta della fortezza di Civitella del Tronto, che rappresentò la fine delle ostilità, venne a cessare per gli ex soldati napoletani anche lo status di prigionieri di guerra, ma i campi, che già avevano avuto il compi­to di concentrare i prigionieri, continuarono a svolgere una fun­zione di raccolta, di smistamento e di "prigionia velata" per tutti i nuovi coscritti napoletani che forzatamente furono arruolati e che - data la poca fiducia che ispiravano - dovevano essere tenuti in una sorta di servizio di leva a sorveglianza speciale, che ridive­niva prigionia nel caso di ribellione o di cattura conseguente a diserzione o renitenza.

In verità, lo scioglimento e l'assimilazione dell'esercito napole­tano non aveva dato i frutti sperati. Per quanto riguarda gli Ufficiali Generali, dopo la prigionia di guerra a Genova, fu concesso loro di andare in esilio a Marsiglia, purché avessero rinunciato al riconoscimento di tutti i diritti per il servizio prestato nell'esercito borbonico; su cinquanta e più di essi, solo sei chiesero di transitare nell'esercito nazionale.”[292] 

Il 28 novembre 1860 un decreto di Vittorio Emanuele fissava al 7 settembre il riconoscimento dei gradi dei militari che volevano entrare nel nuovo esercito "unitario”, tutte le promozioni di guerra elargite da Francesco II, dopo quella data, furono inopinatamente dichiarate nulle per cui quelli che avevano servito più valorosamente il giuramento prestato al re meridionale, furono penalizzati.

"Le posizioni e le richieste degli ufficiali superiori ed inferiori furono valutate da una commissione mista presieduta dal genera­le De Sauget, comandante generale della Guardia Nazionale; dei 3.600 di essi, transitarono nell'esercito italiano 2.311: di questi ultimi 862 appartenevano ai servizi sedentari, altri 363 erano addetti ai servizi religiosi, medici e veterinari, 159 erano ufficiali garibaldini già ex ufficiali borbonici. In sostanza furono solo 927 gli ufficiali provenienti dall'armata napoletana che andarono a rinforzare l'esercito combattente piemontese.”[293]

Alla prima leva "unitaria" del 1861 (che prevedeva un servizio di cinque anni) si presentarono solo 20000 dei 72000 uomini previsti, seguirono dei rastrellamenti di reparti regolari dell’esercito piemontese fin nei più piccoli paesi del Meridione, furono deportati tutti i maschi dall’apparente età dai 20 ai 25 anni e in alcuni casi ci furono fucilazioni sommarie, per presunta renitenza alla leva. Scrive Tommaso Pedio[294]: "La mattina del primo febbraio reparti regolari si portano nei piccoli centri abitati ... Ragazzi, giovani, uomini maturi si avvicinano con curiosità a questi soldati che non hanno mai visto. Si chiedo­no perché mai sono venuti nel loro paese ...vengono rastrel­lati tutti i giovani dall'apparente età dai 20 ai 25 anni. Tra questi non vi sono i figli del sindaco o degli ufficiali e dei militi della Guardia Nazionale, né i figli dei loro amici. Nessun galantuomo, nessun civile, soltanto poveri contadini ai quali nessuno ha mai detto perché sono venuti quei soldati. Non si limitano a di­chiarare e a trattenere in arresto come disertori o renitenti alla leva i giovani ra­strellati. In alcuni casi, a Castelsaraceno, ad esempio, a Carbone e nei casali di Latronico, fucilano sul posto e senza dar loro la possibilità di giustificare la pre­sunta renitenza alla leva, numerosi giovani i quali non hanno mai saputo della chiamata alle armi della leva del 1857-1860. Chi è sfuggito al rastrellamento si allontana dalla propria casa e ripara nelle campagne e nei boschi, non certo per delinquere, ma sellando per sottrarsi all'arresto.” 

 

 

Dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti nato a Catanzaro il 14/3/1836: «Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell'assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d'italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato. Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all'ospidale e in pregiona a pane e accua; principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Rè, Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni».[295]

IL REGNO DELLE DUE SICILIE PRIMA DELL’UNITA’

 

Industria metalmeccanica e siderurgica

Nel Sud, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia estesa su una superficie di 34mila metri quadri, l’unica in grado di costruire motrici navali[296] e le Due Sicilie erano l’unico Stato della penisola a non doversi avvalere di macchinisti inglesi per la loro conduzione poiché, dalla sua fondazione, fu istituita la "Scuola degli Alunni Macchinisti”. Erano costruiti, oltre agli oggetti dell’industria metalmeccanica (torni, fucine, cesoie, gru, apparecchiature telegrafiche, pompe, laminati e trafilati, caldaie, cuscinetti, spinatrici, foratrici, affusti di cannone, granate, bombe) anche locomotive e vagoni, inoltre solo Pietrarsa possedeva la tecnologia avanzata per realizzare i binari ferroviari.

Questa officina meccanica, nata nel 1840, tra Portici e S.Giovanni a Peduccio, precedeva di 44 anni la costruzione della Breda e di 57 quella della Fiat ed era molto rinomata in tutta Europa. I Savoia, ben quindici anni più tardi, a metà dell’800, chiesero e ottennero di poterla riprodurre in scala, senza pagare i diritti, nel primo stabilimento metalmeccanico del regno di Sardegna, la futura Ansaldo di Genova; anche lo Zar Nicola I, dopo averla visitata, la prese come esempio per la costruzione del complesso di Kronstadt. Alla vigilia dell'unità, al Nord solo l'Ansaldo di Genova è a livello di grande industria, tuttavia essa aveva 480 operai contro i 1.050 di Pietrarsa di cui 820 "artefici paesani” (disegnatori, modellatori, cesellatori, tornieri, limatori, montatori) e 230 "operai militari” che alloggiavano in una caserma all’interno dello stabilimento.

Inoltre, accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy entrambe con 600 addetti; la prima specializzata nel produrre materiale destinato ai cantieri navali, macchine cardatrici per l’industria tessile, materiale rotabile per le ferrovie; la seconda, oltre a essere uno dei maggiori fornitori di prodotti per uso delle navi (guarnizioni, chiodi, viti, vernice) e la seconda fabbrica italiana di questo specifico settore, fornì il supporto delle 350 lampade per la prima illuminazione a gas di Napoli (che fu la terza città europea ad averla, dopo Londra e Parigi).

Giovanni Pattison, entrato in società con Guppy, progettò una locomotiva tecnologicamente all’avanguardia, in grado di superare anche pendenze del 2.5%, come nel tratto collinare Nocera-Cava[297] e questo dimostrò "il potenziale raggiunto dall’industria metalmeccanica del Mezzogiorno, che a passi da gigante aveva compiuto un ciclo iniziato solo pochi anni prima…….attrezzi agricoli erano prodotti nel casertano dall’industria del marchese Ridolfi, che oltre a fabbricare vomeri, zappe, vanghe, erpici….fu l’ideatore di un nuovo e più razionale aratro detto "coltro toscano” che venne anche esportato, perché riconosciuto perfetto e più agevole”[298]

Nel 1861, al momento dell’unità, vi erano tre fabbriche in Italia in grado di produrre locomotive: Pietrarsa, Guppy ed Ansaldo, due erano al Sud e la loro efficienza e concorrenzialità è comprovata dal fatto che prima dell’unità esportassero in Toscana, affrontando maggiori costi di trasporto rispetto alla più vicina Ansaldo di Genova. La prima locomotiva italiana fu finita di costruire a Pietrarsa il 19 giugno 1836; nel 1846 furono vendute al Regno di Sardegna, allora privo di fabbriche industriali, alcune locomotive che furono consegnate dal 1847 e regolarmente pagate, i loro no­mi erano: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope[299]; alla riunione degli scienziati italiani, tenuta a Genova nel settembre 1846, si magnificava il fatto che "artefici italiani costrutte già 30 macchine locomotive, e macchinisti italiani che le governano”[300].

Nel cuore dell’aspra montagna calabra, attorno a Serra San Bruno, sorgeva, in un’area di 12.000 metri quadrati, la ferriera di Mongiana, vicino alla quale più tardi fu costruita Ferdinandea; il complesso siderurgico calabrese era il maggiore produttore in Italia di materia prima e semi-lavorati per l'industria metalmeccanica lavorando a pieno regime 13.000 cantaja di ghisa annue (1.167 tonnellate) senza alcun segnale di crisi. Oggi Mongiana è un piccolo borgo con pochi abitanti e Ferdinandea è spopolata, ma nel trentennio che precedette la fine del regno il fermento era vivissimo; il numero massimo di operai raggiunse le 1500 unità[301] e si produceva ghisa e ferro malleabile d’ottima qualità compreso quello che servì per la realizzazione delle catene, di circa 150 tonnellate, dei due magnifici ponti sul Garigliano e sul Calore, costruiti rispettivamente nel 1832 e nel 1835. La regione Calabria annoverava, insieme ad altri stabilimenti siderurgici minori: industrie tessili con 11 mila telai complessivi (solo quella della seta impiegava tremila persone), estrattive (sale a Lungro con più di mille operai, liquirizia, tannino dal castagno), industria manifatturiera (cappelli, pelletteria, mobili, saponi, oggettistica in metallo, fino ai fiori artificiali), distillerie di vino e frutta; tutto questo ne faceva la seconda regione più industrializzata del Sud dopo la Campania.[302]

Trecento operai (fonditori, staffatori, fuochisti, forgiatori) lavoravano nella Real Fonderia di Castelnuovo producendo cannoni, fornaci ed altri utensili di tipo industriale; un altro impianto metallurgico notevole era la Real fabbrica d’Armi di Torre Annunziata, attiva già dal 1759, che produceva fucili e armi varie comprese alcune di lusso considerate tra le migliori d’Europa; citiamo anche  lo stabilimento Oomens (macchine agricole e tessili), la fonderia di S.Giorgio a Cremano, l’opificio di Atina, quello della Società ferroviaria Bayard, 8 ramerie e 4 ferriere nel salernitano ma altre fabbriche erano attive in tutti il Sud ma è "impossibile elencare tutti i piccoli e medi opifici metalmeccanici sorti grazie all’intraprendenza degli artigiani locali o di imprenditori del settore tessile interessati ad acquistare le macchine necessarie”[303]; complessivamente se ne contavano oltre un centinaio dei quali 15 avevano più di 100 addetti, per un totale di 8000 impiegati nel settore; a riprova della crescita di questo ramo dell’industria è il forte incremento dell’acquisto del ferro all’estero.

Cantieristica navale

Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo, ne facevano parte più di 9800 bastimenti per oltre 250mila tonnellate ed un centinaio di queste navi (incluse le militari) erano a vapore[304]; erano attivi circa quaranta cantieri di una certa rilevanza e "tanto prosperò il commercio in 30 anni, che nel 1856 solo a Napoli vi erano 25 Compagnie di trasporto, che capitalizzavano oltre 20 milioni di ducati”[305]. Allo scopo di favorire il commercio, furono stipulati, dai re meridionali, numerosi trattati commerciali con tutte le principali potenze.

Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli, fu varato il 24 giugno del 1818; persino l’Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822. All’epoca fu tanto grande la meraviglia per quella nave, una due alberi con fumaiolo centrale sostenuto da tiranti, che fu riprodotta dai pittori in numerosi quadri, ora sparsi per il mondo, come ad esempio quello della Collezione Macpherson o l’altro della Camera di Commercio di Marsiglia. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York era meridionale, il "Sicilia”; con gli Stati Uniti la bilancia commerciale delle Due Sicilie era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte.

Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo del Mediterraneo per grandezza e rivaleggiava con analoghi impianti di Londra e Anversa; si costruivano sia imbarcazioni ad uso mercantile sia militare.

Fu costruito nel 1783 su ordine di Ferdinando I, dopo l’abolizione del convento dei Padri Carmelitani che sorgeva sul luogo; la materia prima era ricavata dalle boscose pendici del Monte Faito ed era conservata in enormi magazzini; le acque minerali, particolarmente abbondanti, erano convogliate in grandi vasche e servivano a tenere a mollo il legname per favorirne la lavorazione.

Aveva in origine tre imponenti scali che potevano costruire contemporaneamente altrettanti vascelli; c’era una poderosa macchina a dieci argani per tirare in secco navi di qualunque stazza, un vero prodigio per l’epoca. Così lo descrive un osservatore del tempo:"Di buone fabbriche il sussidiò quel principe e di utensili e  macchine necessarie quali a quei tempi poteansi desiderare. Oggidì è il primo arsenale del regno, e tale che fa invidia a quelli di parecchie regioni d’Europa. Sonovi in esso vari magazzini di deposito, e conserve d’acqua per mettere a mollo il legname, e sale per i lavori, e ferriere, e macchine ed argani, secondo che dagli ultimi progressi della scienza sono addimantati, e mercè dei quali abbiamo noialtri veduto con poco di forza e di gente tirare a secco un vascello nel più breve spazio di tempo" [306] [era il Capri di 1700 tonnellate, il cui alaggio impegnò agli argani 2400 uomini, la grandiosità dell’impresa fu immortalata in un acquerello].

La prima nave impostata fu la Minerva e fino al 1795 l’attività’ fu incessante con il varo di vascelli, corvette e fregate; sotto Ferdinando II ci fu un ampliamento e rimodernamento del cantiere e si portò avanti lo sviluppo su larga scala del vapore. All’inizio si cercò di riadattare i vascelli a vela, dotandoli della propulsione a vapore, per cui si vedevano curiose navi "ibride” con enormi vele e fumaiolo centrale con relativa ruota di avanzamento che girava nel mare, ben presto ci si rese conto della incompatibilità dei due sistemi e si iniziò a costruire imbarcazioni progettate fin dall’inizio per il nuovo sistema di avanzamento.

I motori provenivano non solo dalla Reale Fonderia di Pietrarsa ma anche da stabilimenti privati come la Zino; la prima nave a possedere una macchina da 300 cavalli costruita a Pietrarsa fu la fregata a vapore Ettore Fieramosca nel 1850. Seguirono altre unità e alla fine, con Francesco II, il 18 gennaio 1860 fu varata la Borbone, di 3444 tonnellate, che chiuse l’era dei pesanti vascelli di legno a poppa quadrata, potenti ma non molto veloci; dal 1840 al 1860 furono costruite, nel cantiere di Castellammare, navi per un totale di oltre 43mila tonnellate di stazza.

Al momento della conquista piemontese, il cantiere stabiese era attrezzato per la lavorazione di scafi in ferro, le future corazzate da guerra.

L'arsenale-cantiere di Napoli con 1.600 operai era l'unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri, in dotazione all’Arsenale della Marina, questa struttura permanente era molto più comoda delle precedenti in legno che venivano montate e poi rismontate dopo il varo delle navi; il cantiere possedeva numerose macchine utensili tutte meccanizzate: piallatrici, foratrici, piegatrici, presse idrauliche, fuochi di fucina[307]. Il 15 agosto del 1852 fu dotato del bacino di raddobbo "Va segnalato che la costruzione del bacino napoletano, fu accompagnata da scetticismo e dibattiti infuocati in seno ai consiglieri del sovrano. Infatti taluni opinavano che le grandissime difficoltà tecniche, implicite in una simile realizzazione, fossero troppe e che vi fosse il concreto rischio di investire risorse economiche in una impresa tanto pionieristica quanto altamente rischiosa. E quando, il 2 settembre del 1850, una tremenda burrasca distrusse tutto il lavoro sin allora eseguito, le "Cassandre” si fecero subito avanti per rivendicare crediti. Fu solo l’abnegazione del maggiore del Genio Navale Domenico Cervati, progettista dell’opera, e l’orgoglio di Ferdinando II che permisero di riprendere i lavori, di salvare l’investimento compiuto e di completare l’opera mettendo in atto una operazione di recupero ancora più ardita e innovativa rispetto allo stesso progetto iniziale. In questo modo essi consentirono di ascrivere al Regno delle Due Sicilie, il primato di possedere il primo bacino di raddobbo prodotto nell’ambito della penisola italiana”[308]. Era costato oltre 300mila ducati e impiegato 1600 operai, rendeva il regno del Sud completamente indipendente dalle superpotenze marinare (Inghilterra e Francia) nella manutenzione del suo imponente naviglio commerciale e militare.

Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836) che svolgeva un servizio regolare e periodico compreso il trasporto della corrispondenza, la prima flotta italiana giunta in America e nel Pacifico e la stesura del primo codice marittimo italiano del 1781 (ad opera di Michele De Jorio da Procida, che fu plagiato da Domenico Azuni il quale se ne assunse la paternità), ultimo prodotto di una tradizione che risaliva ai tempi delle Tavole della Repubblica marinara di Amalfi e delle legislazioni meridionali successive.

Si riaprirono porti come quello di Brindisi (1775) che erano chiusi da secoli, se ne ammodernarono altri come quello di Bari; le principali scuole nautiche erano a Catania, Cefalù, Messina, Palermo, Riposto (CT), Trapani, Bari, Castellammare, Gaeta, Napoli, Procida, Reggio [309]; navi come il "Real Ferdinando” potevano trasportare duecento passeggeri da Palermo a Messina e Napoli, veniva anche stipulata la prima convenzione postale marittima d’Italia.

Nel 1831 entrò in servizio la "Francesco I” che copriva la linea Palermo, Civitavecchia, Livorno, Genova, Marsiglia; con essa fu anche effettuata la prima crociera turistica del mondo, nel 1833, in anticipo di più di 50 anni su quelle che la seguirono, che durò tre mesi con partenza da Napoli, arrivo a Costantinopoli (con lo sbigottito sultano che la ammirava col binocolo da una terrazza) e ritorno tramite diversi scali intermedi; fu così splendida per comodità e lusso che fece dire " Non si fa meglio oggi" e "Il Francesco I è il più grande e il più bello di quanti piroscafi siansi veduti fin d’ora nel Mediterraneo, gli altri sono inferiori, i pacchetti francesi "Enrico IV” e " Sully” hanno le macchine di forza di 80 cavalli (mentre la macchina del Francesco I è di 120) … i due pacchetti genovesi si valutano poco, il "Maria Luisa” (del Regno di Sardegna) è piccolo, la sua macchina non oltrepassa la forza di 25 cavalli, e quantunque una volta siasi fatto vedere nei porti del Mediterraneo, adesso è destinato per la sola navigazione del Po.[310].

Sempre la Francesco I, il 18 giugno 1834, trasportò re Ferdinando II e la sua prima moglie Maria Cristina di Savoia da Napoli in Sicilia; il viaggio nel Tirreno fu rapido "con una velocità in quel momento considerata meravigliosa, arrivò a Palermo il giorno seguente”[311] cogliendo i suoi abitanti di sorpresa, mentre erano ancora intenti nell’allestimento dei preparativi per i festeggiamenti.

Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia l’innovazione della propulsione a elica con la nave "Giglio delle Onde”; regolari servizi passeggeri erano operativi e collegavano i principali porti delle Due Sicilie; isole come Ponza, Ustica, Lampedusa, Linosa furono ripopolate affrancando la popolazione residente dallo stato di schiavitù in cui erano state ridotte dai pirati barbareschi.

Produzione tessile

Era composta da tre settori principali: quello del cotone, della lana e della seta: prima dell’unità il settore cotoniero vantava quattro stabilimenti nella parte continentale del regno ed uno in Sicilia con 1.000 o più operai ciascuno (1425 lavoravano per VonWiller a Salerno, 1160 in un’altra filanda della provincia, 1129 nella filanda di Pellezzano, 2159 nella Egg di Piedimonte Matese di cui 200 erano fanciulle bisognose del Regio Albergo dei Poveri di Napoli, e un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina).

Nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti; a Biella erano occupati 1600 operai[312], a Torino nelle industrie miste di cotone e lana ne erano occupati 3744 mentre, contemporaneamente, nel Salernitano, comprensorio in cui si concentrò per eccellenza l’industria tessile meridionale, gli operai addetti alle fabbriche di tessuti erano 10.244 dei quali 1606 avevano la qualifica di "Capo d’Arte”[313]; nei tre principali stabilimenti salernitani erano attivi 50mila fusi contro i 100mila di tutta la regione Lombardia; per questi motivi la provincia di Salerno venne definita, dal suo intendente, come la "Manchester delle Due Sicilie”.

L’industria tessile era comunque capillarmente diffusa in tutto il regno: molti lavoratori erano impiegati negli stabilimenti della valle del Liri, di cui il più importante era la fabbrica Zino che aveva l’appalto per le uniformi dell’esercito, e nel circondario di Sora[314], al momento dell’unità erano 12mila nella sola zona del fiume Liri su una popolazione di 30mila abitanti, ad Arpino (vicino Sora) vi erano 32 fabbriche che impiegavano oltre 7mila operai[315]; altre svariate migliaia lavoravano in Abruzzo, Calabria, Basilicata e Puglia; "Un particolare riferimento va fatto per il lino e la canapa: con quest’industria, nella quale trovavano impiego ben 100.000 tessitrici e 60.000 telai, fu così dato lavoro a tutto un mondo rurale prevalentemente femminile”[316]. All’esposizione italiana di Firenze del 1861, lo stabilimento tessile di Sarno risultò essere il più grande della penisola nella produzione del lino.

Il medesimo sviluppo coinvolge la produzione della lana grazie al miglioramento degli allevamenti, sono inoltre introdotti molti capi di razza "merino” e la manifattura conserva prevalentemente i caratteri di industria domestica per il parziale processo di trasformazione del manufatto.

Il Sud è invece nettamente svantaggiato, in confronto al Nord, per la produzione della seta ove incide solo per il 17.5% della produzione complessiva italiana ma in seguito all’incremento di nuove piantagioni di gelsi ed all’allevamento del baco si ha dal 1835[317] un rinnovato sviluppo; le filande sorgono in Calabria (la maggiore produttrice di seta grezza), in Lucania, in Abruzzo. Notissimo in tutta Europa era l’opificio di San Leucio (600 addetti, 130 telai per la seta e 80 per i cotoni) che introdusse, come novità, il fatto di riunire tutte le fasi della lavorazione della seta, dalla coltivazione dei gelsi, all’allevamento del baco da seta, fino al manufatto finito; la sua attività era dettata da un regolamento interno "a impronta socialista” redatto da re Ferdinando I nel quale si prevedeva, tra l’altro, che tutti gli addetti che dovessero vestire in modo uguale (persino il sovrano ne era obbligato quando la visitava); si producevano prodotti serici di primissima qualità acquistati da tutte le corti europee; ricordiamo anche gli stabilimenti di Nicola Fenizio che davano lavoro a più di 4mila persone e la cui produzione era largamente esportata in tutto il mondo, raggiungeva un tale grado di perfezione che i concorrenti americani arrivarono a contraffarne il marchio.

Cartiere

A livello internazionale erano le duecento fiorentissime cartiere meridionali dell'epoca, ricordiamo quella celebre di Fibreno, la più grande d'Italia e una delle più note d'Europa con 500 operai dove si producevano carta bianca, cartoni e carta da parato, oltre a quelle del Rapido, della Melfa, della costiera amalfitana (che per prime ne avevano appreso l’uso dagli Arabi e che erano ritenute le migliori del Regno); nella sola valle del Liri[318] il giro d'affari delle nove cartiere della zona era di 8-900 mila ducati annui grazie agli ingenti investimenti fatti per dotarle delle migliori tecniche dell'epoca.

Già ben prima dell'unità, le cartiere avevano destato l’ammirazione dei più grossi industriali del ramo; nel 1829 Niccolò Miliani proprietario delle note cartiere di Fabriano, venne al Sud nella Valle del Liri e si meravigliò di vedere "un foglio di carta come un lenzuolo”, si chiedeva "come diavolo si potevano ottenere formati così grandi." Le cartiere del Sud, grazie all’elevata qualità del prodotto esportavano in misura notevole, oltre che nell’Italia settentrionale, anche a Londra malgrado costi di trasporto assai gravosi.

"Strettamente collegate a quelle della carta erano le "industrie” dei libri, le tipografie: oltre 400 i titoli pubblicati annualmente (un vero primato per l’Italia del tempo), 2500 circa gli addetti (113 le stamperie attive solo a Napoli intorno alla metà dell’Ottocento). Decine i giornali e le riviste scientifiche e culturali anche specialistiche” [319]

Industria Estrattiva e Chimica

Il Sud disponeva dell'importantissima produzione dello zolfo siciliano, che nella prima metà dell'Ottocento copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l'industria estrattiva italiana, già nel 1836 si contavano 134 zolfare attive; aveva un peso economico notevolissimo e ancora negli anni immediatamente post-unitari i 2/3 delle esportazioni chimiche vengono dal Sud; non si dimentichi che la chimica industriale dell’800 è quasi del tutto basata sullo zolfo, specialmente l'industria degli esplodenti per le armi; è pertanto chiaro l’enorme valore strategico di tale produzione ed il conseguente atteggiamento dell’Inghilterra nella questione "degli zolfi siciliani”.

A Napoli e dintorni sorsero fabbriche di amido, di cloruro di calce, di acido nitrico, di acido muriatico, di acido solforico ed infine di colori chimici; le risorse del sottosuolo (zolfo, ferro, bitume, marmo, pozzolana, carbone) erano sapientemente sfruttate a livello industriale.

L’Industria conciaria

Era un settore notevolmente sviluppato e di gran pregio, a Napoli, a Castellammare, a Tropea, a Teramo, in Puglia; anche cuoi esteri giungevano nel regno per l’ultima finitura, erano prodotti finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, suole per scarpe comuni, cuoi di lusso, esportati in Inghilterra, Francia, America; le concerie censite, nel 1857, erano in tutto 51.

Nell’ambito della lavorazione delle pelli ci si specializzò nella produzione di guanti (se ne producevano il quintuplo di Milano, Torino e Genova messe assieme, nel 1855 si arrivò a 700mila paia annui, seconda produzione europea dopo la Gran Bretagna, nel 1860 a 850mila paia).Questa lavorazione, prevalentemente svolta da personale femminile, attribuirà il nome ad uno dei più popolari quartieri di Napoli, i guanti napoletani erano reputati i migliori d’Europa, costavano meno di quelli prodotti in Francia, per questo si esportavano ovunque, anche in Inghilterra dove l’Arsay, redigendo le leggi del perfetto gentiluomo, asseriva la necessità dell’uso di sei diverse paia di guanti al giorno.

L’Industria del corallo

Particolarmente pregiati i coralli del mare in prossimità di Trapani, della penisola sorrentina, di Capri; erano dei più vari colori, dal bianco marmoreo, al rosso, al nero d’ebano ed erano destinati all’oreficeria e all’ornamento di arredi e oggetti sacri.

La pesca era faticosa e pericolosa, era effettuata calando delle reti speciali lanciate in mare con le barche in movimento, quando si impigliavano, si effettuavano varie manovre dei battelli, tramite una specie di argano, riuscendo alla fine ad issare il corallo a bordo; i più arditi erano i corallari di Trapani che riuscivano a sfidare persino i corsari barbareschi, seguiti da quelli di Torre del Greco che vantavano dalle tre alle quattrocento feluche con sette uomini ognuna.

Michele di Iorio, insigne autore del "Codice di navigazione" sotto Ferdinando IV, redasse anche un "codice corallino" ; fu istituita la "Compagnia del corallo” per eliminare lo strozzinaggio e facilitare il credito, furono fondate fabbriche per la lavorazione a Torre del Greco ed a Napoli.

L’industria del corallo era così fiorente che si arrivò in breve a quaranta fabbriche con tremiladuecento operai; fu istituita anche un’apposita fiera, dal primo all’otto maggio di ogni anno, molto frequentata da compratori stranieri.

Saline

Le più grandi erano in Sicilia "nella sola area di Stagnone (bacino marino antistante Trapani) si trovavano trentuno saline con centinaia di mulini a vento (quelli a sei pale in legno di tipo olandese) che davano una produzione annua di ben 110mila tonnellate di sale”[320] ed erano le più importanti d’Europa.

Notevoli erano anche le saline pugliesi che erano considerate dai Borbone "la perla della loro corona", soprattutto Ferdinando II le predilesse visitandole più volte e migliorando le condizioni di vita dei salinari tanto che nel 1847, in località San Cassiano, fondò la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia, popolandola con i lavoratori delle Saline e distribuendo gratuitamente i terreni ed i capitali per le case popolari; così, in vent’anni, la popolazione locale raddoppiò di numero ad indicare l’aumentato benessere; nel 1879, con regio decreto, le Saline furono ribattezzate "Margherita di Savoia”; il sale della Puglia era molto apprezzato, tanto da essere preferito a quello spagnolo ed era sfruttato sia per scopi alimentari sia per usi industriali.

Vetri e Cristalli

A Napoli sorgevano due grandi fabbriche di vetri e cristalli, per le quali si erano fatti venire operai e macchine dall’estero; in breve la produzione del Regno poté competere con quella di Francia e Germania e i quattro quinti della richiesta nazionale erano soddisfatti dall’industria napoletana, parte dei vetri prodotti era esportata a Tunisi, ad Algeri e persino in America.

Ci sembra poi superfluo soffermarsi sulla fabbrica di porcellane di Capodimonte (produceva zuccheriere, ciotole, caffettiere, boccali, tabacchiere, cucchiaini, scatole lavorate, statuine) voluta da Carlo III e famosa in tutto il mondo, era la punta di diamante di 500 industrie di ceramica e materiali edili (comprese le famose piastrelle smaltate di Vietri) che davano lavoro a 36mila operai.

Agricoltura, allevamento e industria alimentare

Circa la produttività della terra i dati[321] indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d’Italia, pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce: il 50.4% di grano, l’80.2% di orzo e avena, il 53% di patate, il 41.5% di legumi, il 60% di olio, favorito in questo anche dal clima che consente spesso due raccolti l’anno; di enorme importanza le coltivazioni di agrumi siciliani e di piante idonee al suolo arido: l'olivo, la vite, il fico, il ciliegio ed il mandorlo [322].

Nelle Due Sicilie non si moriva di fame, l’ultima vera grande carestia fu negli anni 1763-64 e successivamente, dai dati dei chilogrammi complessivi prodotti, divisi per numero di abitanti e per i 365 giorni dell’anno si ricava che un meridionale, tra grano e granaglie ha una razione quotidiana di 418 grammi di carboidrati i quali scendono a 270 nella restante parte della penisola che è costretta a ricorrere all’ importazione; la dieta del meridionale dell’epoca era quella tipica mediterranea, ricca di verdura, ortaggi, frutta, pesce, latte e derivati, pane e pasta.[323] Particolare risalto è da dare all’opera di re Carlo di Borbone che introdusse una particolare riduzione delle tasse per i proprietari che avessero coltivato i loro terreni ad uliveto, fu così che da ogni albero di ulivo furono tagliati giovani rametti che, piantati nella buona terra pugliese, presto misero radici e oggigiorno di 180 milioni di alberi italiani ben 50 milioni sono localizzati in Puglia facendone la regione olivicola più importante del mondo con il 10% della produzione totale; un decreto emanato il 12 dicembre 1844 da Ferdinando II prescriveva la necessità di un "certificato di origine" per l’olio di oliva che era esportato in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. L’industria alimentare meridionale, nel 1860, contava, nel suo complesso, oltre 1000 opifici.[324] Era legata all'ottima produzione di grano duro e si vantava dei migliori pastifici d’Italia, in tutto un centinaio, molti dei quali con impianti azionati a vapore (a Gragnano, Torre Annunziata, i comuni della Costiera Amalfitana, Crotone e Catanzaro) che esportavano in molti paesi stranieri compresa Russia, America, Svezia e Grecia e che impiegavano tutta la manodopera locale. Nel Cinquecento e Seicento i meridionali erano definiti sprezzantemente "mangiafoglie” per il loro largo consumo di verdure, dal Settecento i maccheroni divennero un vero e proprio piatto nazionale e nell’Ottocento cominciarono ad essere conditi col pomodoro. Nel 1856 la produzione della pasta meridionale fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi, anche se la "cassetta con collezioni di paste”, consegnata dal rappresentante delle Due Sicilie, era, per sbaglio, quella sua personale. Vivacissima era anche l’attività dei caseifici la cui lavorazione riguardava particolarmente il latte di pecora, ma il cui fiore all’occhiello era naturalmente la mozzarella di bufala, presente nelle tavole meridionali fin dal Quattrocento col nome di "mozza”. Numerosissimi gli stabilimenti ittici che sfruttavano l’abbondante pesce pescato di cui il più rinomato era il tonno, solo in Sicilia esistevano 80 impianti (famose le tonnare di Favignana); l’animale veniva intrappolato con reti speciali che lo convogliavano nella "camera della morte”, uno specchio d’acqua delimitato dalle imbarcazioni dei pescatori, lì avveniva il rito della mattanza agli ordini del "rais” (il capo dei pescatori). Fiorentissima l’industria alimentare del pomodoro, famose le fabbriche di liquirizia in Calabria e dei confetti a Sulmona, gli allevamenti delle ostriche le cui tecniche furono insegnate ai francesi. Un accenno alla pizza che, pur presente da secoli sulle tavole mediterranee, ha celebrato i suoi trionfi proprio nella Napoli capitale delle Due Sicilie; presente anche nella mensa dei re Borbone, questi l’apprezzarono ma non imposero nessun nome di famiglia[325]. Citiamo anche le distillerie, le 10 birrerie, l’esportazione del vino con una Società enologica che raccoglieva notizie sui siti e sull’estensione delle vigne, nonché sulle quantità prodotte e sui metodi di coltivazione, essa pubblicava anche un periodico specializzato. Per quanto riguarda l’allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud è in testa in quello ovino, caprino, equino e dei maiali, poco al di sotto del resto dell’Italia per quello caprino e molto al di sotto per quello bovino.[326] Tra gli Abruzzi e la Puglia continuava, come fin dall’epoca romana, la transumanza delle greggi che si svolgeva su sentieri chiamati tratturi; regolata da un codice molto particolareggiato, prevedeva il pascolo nel Tavoliere dal 29 settembre all’otto maggio, in quel mese si svolgeva la grande fiera zootecnica di Foggia alla quale era tradizione partecipasse il Re, vestito alla maniera paesana. Infine segnaliamo la coltivazione e la lavorazione del tabacco dove il Sud è all'avanguardia con la importante manifattura di Napoli che occupa agli inizi degli anni '50 più di 1.700 operaie, poi ridotte per introduzione di macchinari più moderni, che esporta ed è conosciuta in tutta Europa. Quando nel 1887-88 il protezionismo economico chiuderà gli sbocchi esteri, l’agricoltura del Sud subirà un colpo mortale questa non era, infatti, un’agricoltura di sussistenza e autoconsumo, bensì mercantile, destinata all’esportazione, a quel punto questa enorme massa di operai agricoli non ha più lavoro e non può far altro che emigrare.

Il sistema monetario, il costo della vita, la tassazione, la spesa pubblica

Il 20 aprile del 1818 Ferdinando I emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario della parte continentale ed insulare del regno delle Due Sicilie; l’unità di riferimento teorico della moneta meridionale, la più solida d’Italia, era il ducato, presente in circolazione come conio di 10 carlini, un carlino equivaleva a sua volta a 10 grana, per cui il grano era un centesimo del ducato; gli "spiccioli” erano rappresentati dal tornese (2 tornesi equivalevano a un grano) e infine dal cavallo (6 cavalli equivalevano ad un tornese) o in Sicilia per l'appunto il picciolo; caddero in disuso l’oncia ed il tarì siciliano. [327] 

Usando apposite tabelle di conversione che valutano il potere di acquisto (1 lira del 1861 equivalente a 7.302,1732 lire del 2001), considerato che un ducato corrispondeva a 4 lire e 25 centesimi piemontesi possiamo stabilire che il valore del ducato, rapportato ai giorni nostri, era di circa 16 € per cui un grano (che ne era il centesimo) valeva 0.16 €. Le monete erano coniate in oro, argento e rame; esistevano tagli da 3, 6, 15, 30 ducati e multipli del grano e del tornese; i maestri incisori della Regia Zecca a S. Agostino Maggiore erano così rinomati in Europa, per la bellezza delle realizzazioni, che i saggi di conio dell’istituto d’emissione inglese erano spesso inviati a Napoli per un parere tecnico.

Tutto il sistema, nel suo complesso, era garantito in oro nel rapporto uno ad uno; la storia numismatica delle Due Sicilie risaliva a 2500 anni prima con le zecche della Magna Grecia, quando in molte parti d’Italia e del mondo era in uso il baratto in natura; ci pensò Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 a sopprimere il plurimillenario sistema monetario siciliano e successivamente il governo unitario mise fuori corso il ducato con la legge del 24 agosto 1862 .

Le banche ("i banchi”) nel 1700 erano sette (S.Giacomo, del Salvatore, S.Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) e le loro condizioni si mantennero floridissime fino alla fine del secolo; nel 1803 ci fu il primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del "Banco delle Due Sicilie” che successivamente si chiamò "Banco di Napoli” nella parte continentale del regno e "Banco di Sicilia” nell’isola; in questi istituti si aprivano conti correnti e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni come negli antichi banchi.[328]

Il costo della vita era basso rispetto agli altri stati preunitari e lo si può dimostrare paragonando i salari, che pure non erano certo elevati, con il costo dei generi di prima necessità; la giornata di lavoro di un contadino era pagata 15-20 grana, quella degli operai generici dai 20 ai 40 grana, 55 per quelli specializzati; 80 grana spettavano ai maestri d’opera; a tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto; un impiegato statale percepiva 15 ducati al mese, un tenente di fanteria 23 ducati, un colonnello di fanteria 105 ducati. [329]; di contro, un rotolo di pane (890 grammi)[330] costava 6 grana , un equivalente di maccheroni 8 grana, di carne bovina 16 grana; un litro di vino 3 grana, tre pizze 2 grana.

Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani; per quanto riguarda la contribuzione diretta era in pratica basato solo sull’imposta fondiaria.  

Tav.1 – Il prelievo fiscale diretto nelle Due Sicilie[331]

Imposta fondiaria

Ducati

6.150.000

Addizionali per il debito pubblico

Ducati

615.000

Addizionali per le Province

Ducati

307.500

Esazione

Ducati

282.900

Totale

Ducati

7.355.400

 

Le tasse indirette erano solo quattro.

 

Tav.2 – Gli strumenti fiscali indiretti nelle Due Sicilie [332]

Dazi (dogane e monopoli).

Imposta del Registro e bollo.

Tassa postale.

Imposta sulla Lotteria.

 

Sulla tomba di Tanucci, ministro delle finanze per 40 anni, troviamo scritto che non impose nuovi balzelli[333], viceversa nel periodo 1848-1860 il governo piemontese impone ben 22 nuovi tributi. [334]

Le entrate dello Stato erano percentualmente divise in queste proporzioni: ”la fondiaria partecipava per il 30% del totale complessivo; i dazi per il 40%; del rimanente 30% , il 12 era assicurato dalla Sicilia come contributo alle spese generali dello Stato ed il 18% era diviso tra 17 altri capitoli, che concorrevano con percentuali irrisorie, se si escludono le ritenute fiscali le quali, da sole, partecipavano con il 3.2%”.[335]

 "Il bilancio del regno delle Due Sicilie nasce storicamente con un debito pubblico di 20 milioni di ducati ereditato dal governo francese di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, un peso notevole che era pari ad oltre un’annata di entrate fiscali; l’Austria impose di estinguerlo a breve distanza e le scadenze furono previste sino al 1819; per fare ciò il governo dovette ricorrere al prestito ma non si trovarono banche internazionali disponibili, per cui, ad accollarsi il compito, fu la debole struttura napoletana del credito che, come in molti altri paesi, era frammista a quella mercantile.

Sfortunatamente il costo del denaro nel Mezzogiorno oscillava dal 20 al 30% (a Parigi era del 6%) per cui per avere un prestito 1.000.000 di ducati invece di essercene 60mila di interessi, si arrivava almeno a 200.000.

Per pagarli lo Stato pensò di aumentare le entrate ma questo non fu possibile perchè gli agricoltori erano già oberati dall’imposta fondiaria e l’industria, appena nascente, non poteva sopportare un carico fiscale; a questo bisogna aggiungere la necessità, per permettere alla classe mercantile-bancaria di finanziare il debito pubblico, di confermare l’abolizione dell’imposta personale, già eliminata da Murat; furono anche soppresse le patenti per i professionisti in modo da incentivare il loro contributo al finanziamento del debito pubblico tramite l’acquisto dei titoli di stato (una specie di BOT); da allora queste categorie non furono più colpite dal fisco e la borghesia mercantile meridionale cominciò così la sua ascesa economica.

Impossibilitato, quindi, ad aumentare le entrate, il governo decise, per incrementare i mezzi finanziari, di razionalizzare la spesa pubblica: l’85 % di essa fu dirottata sui ministeri delle Finanze, della Guerra (l’odierno ministero della Difesa) e della Marina, dovendo questi provvedere agli stipendi degli impiegati, al debito pubblico e alle forze armate, tre tipi di spese ritenute inderogabili; agli altri ministeri rimase solo il 15%, a quello dei Lavori Pubblici andava un pò più del 5% del totale delle uscite.

Nel 1820 il regno era ormai sull’orlo della bancarotta col debito pubblico salito a 30 milioni di ducati, un colpo quasi mortale fu il costo del mantenimento dell’esercito austriaco venuto a reprimere la svolta costituzionale di quell’anno; esso rimase nelle Due Sicilie fino al 1827 gravando il bilancio per l’astronomica cifra di 50 milioni di ducati e portando il debito a 80 nel 1825 e poi 110 milioni nel 1827.

A correre in soccorso del regno arrivarono gli onnipresenti banchieri Rothschild che permisero allo stato di riprendere fiato ma la mancata estensione della base dei contribuenti impedì che si potesse diminuire il debito pubblico; solo una accuratissima politica di gestione delle spese impedì che questo salisse ancora per cui, nel 1860, era agli stessi livelli del 1827: 110 milioni di ducati.” [336].

Opere pubbliche

Furono molte, alcune di esse furono realizzate per primi in Italia, in Europa e addirittura nel mondo; solo dal 1850 al 1859 "secondo i dati statistici pubblicati furono spesi ben 14.688.888 ducati (cifra enorme per l’epoca, equivalente a circa 235milioni di euro, 450 miliardi di lire moderne)

Ricordiamo il ponte Ferdinandeo sul fiume Garigliano del 1832: è stato il primo ponte ad impalcato sospeso in ferro d'Italia (tra i primi del mondo), costruito in 4 anni con 68.857 chilogrammi di ferro [337] e collaudato dallo stesso Ferdinando II che ci fece passare sopra due squadroni di lancieri a cavallo e sedici carri pesanti di artiglieria; orgoglio delle Due Sicilie, resistette fino al 1943 quando i tedeschi, dopo averci fatto transitare il 60 % della propria armata in ritirata, compresi carri e panzer, lo distrussero; fu seguito dalla costruzione di un ponte simile sul fiume Calore, inaugurato nel 1835.

Il Primo telegrafo elettrico d’Italia, inaugurato in pompa magna il 31 luglio 1852, che collegava Napoli, Caserta, Capua e Gaeta; nel 1858 veniva inaugurato il telegrafo sottomarino tra Reggio e Messina, altre linee con cavi marini collegarono le Due Sicilie a Malta, nel 1859 fu collegata Otranto con Valona e da lì partiva la linea aerea per Costantinopoli e Vienna.

La Prima rete di Fari con sistema lenticolare d’Europa (1841) utilissima per al sicurezza della navigazione.

La Prima ferrovia e prima stazione d’Italia Napoli Portici (1839): lungo questa prima linea si sviluppano nuovi agglomerati urbani che costituiscono la struttura del nascente polo industriale attorno alla Capitale; l’anno dopo fu inaugurata dagli Asburgo la Milano-Monza, nel 1845 la prima ferrovia veneta (Padova-Vicenza) e addirittura bisognerà aspettare nove anni per vedere la prima piemontese (Torino-Moncalieri) e la prima toscana (Firenze-Prato).

L’ingenerosa critica storica ha fatto prevalere la tesi della costruzione ferroviaria borbonica per esclusiva vanità della corte di collegare la capitale alle residenze reali di Caserta e di Portici, altri ancora sostennero che la ferrovia fu realizzata per spostare più velocemente le truppe della guarnigione di Capua, in caso di disordini a Napoli; è certamente vero che tutte le ferrovie dei diversi stati nacquero anche con finalità strategiche e militari[338] ma in realtà gli scopi principali erano ben diversi.

Ferdinando II, nel discorso pronunciato nell’ottobre 1839, all’inaugurazione della Napoli-Portici, ebbe a dire: "Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando che tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico” [339] e infatti la ferrovia raggiunse nel 1840 Torre del Greco, Castellammare di Stabia nel 1842, Nocera nel 1844, contemporaneamente un altro tronco puntava a nord raggiungendo Caserta nel 1843 e Capua nel 1844; in questo stesso anno sulla Napoli-Castellammare transitarono ben 1.117.713 viaggiatori, in gran parte "pendolari" che quotidianamente si recavano nella capitale per lavoro, le tariffe erano basse sia per il trasporto dei passeggeri (diviso in tre classi) che delle merci .

Dalla cronaca del "Giornale delle Due Sicilie" dell’epoca si legge[340]: "Ad un segnale dato dall’alto della Tenda Reale parte dalla stazione di Napoli il primo convoglio composto di vetture sulle quali ordinatamente andavano gli invitati, gli ufficiali, i soldati e i marinai … S.M. con la Real Famiglia prese posto nella Real Vettura"…”le popolazioni di Napoli e delle terre vicine - si leggeva sulla cronaca di altri giornali - accorrevano in grandissimo numero come ad uno spettacolo nuovo, tutte le deliziose ville attraversate dalla strada si andavano riempiendo di gentiluomini e di dame vestite in giorno di festa…con tanto entusiasmo traesse d’ogni parte sulla nuova strada e giunto colà facesse allegrezza grande come per faustissimo avvenimento”; erano 7411 metri che furono percorsi in quindici minuti (velocità 20 km \ ora) dal convoglio guidato dalla locomotiva "Vesuvio”, negli anni successivi si toccarono anche punte di 60-80 chilometri all’ora.

Dobbiamo ricordare il progetto borbonico di una rete ferroviaria diretta a collegare il Tirreno all’Adriatico con due arterie principali a doppio binario: la Napoli-Brindisi e la Napoli-Pescara; le relative concessioni furono stipulate il 16 aprile del 1855, con un particolareggiatissimo protocollo che prevedeva tempi e modi di realizzazione; in questa maniera si sarebbero accorciati notevolmente i tempi di collegamento (previsti in quattro ore al posto dei giorni di navigazione necessari via mare); la prima linea tagliava in due parti quasi esatte il regno, erano previste nuove arterie stradali comunicanti con le varie stazioni ferroviarie in modo da favorire il trasporto sia dei passeggeri che soprattutto delle merci e del bestiame, come pure delle diramazioni per collegare le nuove linee ferrate a quelle dello Stato della Chiesa e di conseguenza a quelle degli altri stati italiani preunitari e del resto d’Europa; erano anche progettate due litoranee: una da Napoli alla Calabria meridionale con diramazione a Taranto e l’altra da Brindisi ad Ancona (e da lì comunicante con Bologna e Venezia); previste 60 locomotive, 750 carrozze e circa 1000 carri per il trasporto merci.

Al momento dell’unità le Due Sicilie avevano 131 km di linee in esercizio e altrettanti in stato di avanzatissima costruzione e completamento; l’ultimo re Francesco II diede un’ accelerazione alla costruzione delle strade ferrate, come prevedeva un suo decreto del 28 aprile 1860, per un totale di altri 1400 km presumibili[341], ma non ebbe il tempo di completarle per lo sviluppo successivo degli avvenimenti storici; nello stesso momento il Piemonte aveva già approntato 866 km di ferrovie, il Lombardo Veneto 240 km, la Toscana 324 km, i ducati emiliani 180 km; ma, se è vero che la lunghezza complessiva delle ferrovie meridionali, al momento dell’unità, era inferiore a quella di altri stati italiani preunitari, anche per le caratteristiche del territorio prevalentemente montuoso che in nulla assomigliava alle pianure del Nord, e che non ne facilitava la costruzione, è comunque accettato da tutti che come qualità tecnico-costruttiva fossero le migliori.

Per ciò che concerne le strade, esse erano senza dubbio insufficienti e molto al di sotto, come lunghezza, dal resto dell’Italia, il sistema viario era funzionale alle esigenze della Capitale dalla quale partivano 4 assi principali: uno per lo Stato Pontificio, uno per gli Abruzzi, uno per la Puglia e uno per la Calabria, la viabilità provinciale era incentrata in molte zone su cammini naturali o su tratturi.[342] Ma anche in questo campo le Due Sicilie pagavano lo scotto della conformazione del Paese, prevalentemente montuoso, che rendeva più rapido ed economico lo sviluppo delle vie marittime; comunque il governo borbonico si era seriamente impegnato nella costruzione di nuovi tracciati progettati da ingegneri che erano alle dirette dipendenze dello Stato, tra di essi ricordiamo Carlo Afan de Rivera e Ferdinando Rocco. Alcune arterie sono dei veri e propri capolavori come la Civita Farnese (tra Arce e Itri) che, pur correndo quasi completamente in territorio montano, in nessun tratto superava la pendenza del 5% il che permetteva l’agevole trasporto di merci su carri e la Pescara-Sulmona-Napoli dove ancora oggi si possono osservare le pietre miliari che indicano la distanza dalla antica capitale; la meravigliosa Costiera Amalfitana, considerata tra i 10 posti più belli del mondo, fu dotata della strada panoramica nel 1832; l’ossatura di alcune strade viene ancora oggi sfruttata per il passaggio di veicoli molto pesanti come i TIR a testimonianza della validità dei loro progetti.

Altre interessanti realizzazioni furono: l’illuminazione a gas di Napoli, prima in Italia (1840) e terza in Europa (dopo Londra e Parigi) (Napoli fu anche la prima città d’Italia ad organizzare nel 1852 un esperimento d’illuminazione elettrica); la bonifica e conseguente sistemazione idrogeologica delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e della Terra di Lavoro (Regi Lagni): in quest’ultimo territorio furono restituite al lavoro agricolo 53 miglia quadrate di paludi, realizzati 100 miglia di canali di bonifica, muniti d’argini e controfossi, lungo i quali furono posti a dimora 150.000 alberi; costruite 70 miglia di strade, decorate da "ponti in fabbrica" e da altri 120.000 alberi che attraversavano la campagna in tutti i sensi; fu iniziato il prosciugamento del lago del Fucino in Abruzzo.

Menzioniamo l’istituzione: dei Monti di Pegno e Frumentari in tutto il Regno, veri e propri crediti agrari che prestavano denaro ad interessi bassissimi, del primo Corpo dei vigili del fuoco italiano, l’Istituzione di Collegi Militari come la "Nunziatella”, creato da Ferdinando IV nel 1786 come "Real Accademia Militare” ben prima della più celebrata Modena.

Ricordiamo inoltre la realizzazione del confine terrestre: col trattato firmato a Roma il 27 Settembre 1840 e ratificato il 15 Aprile 1852 fu stabilita la linea di separazione con l’unico stato confinante, quello pontificio, Papa Gregorio XVI e re Ferdinando II decisero di posizionare nel terreno ben 686 cippi che partivano da Gaeta sul Tirreno e giungevano fino a Porto d’Ascoli sull’Adriatico. Erano piccole colonne cilindriche in pietra con incisa sulla sommità la direzione del confine, sul lato dello Stato Pontificio due chiavi incrociate e l’anno di apposizione (1846 o 1847) e verso il regno borbonico un giglio stilizzato ed il numero progressivo della colonnina, crescente verso il nord. Alti un metro, del diametro di quaranta centimetri e del peso di 700/800 chili furono realizzati da ambedue i confinanti; sotto ogni cippo era stata sotterrata una medaglia di lega metallica recante lo stemma dei due Stati. Questa semplice, ma allo stesso tempo elegante e civile demarcazione fu abbattuta all’arrivo dei piemontesi, ma alcuni di essi sono stati di recente restaurati e riposizionati grazie all’opera di un gruppo di ricercatori coordinati da Argentino D’Arpino.

Arte, cultura, scienza e l’istruzione pubblica

Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangieri, le cui opere erano tenute sul suo tavolo da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare "Questo giovane è stato il maestro di tutti noi” [343]; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.

Ebbe a dire Stendhal: "Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate"; era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, fu definita come: «la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati”[344].

Il Regno vantava quattro università: quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1224, quelle di Messina e Catania, rinnovate dai Borbone e la neonata università di Palermo; a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870; al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti meridionali era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (9 mila su complessivi 16mila).

A Napoli furono istituite la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754), "Napoletana fu la prima clinica ortopedica d’Italia prima dell’unità, napoletani furono i migliori ospedali militari che potesse vantare l’Europa; napoletano fu quell’atto rivoluzionario nella storia della psichiatria, che vide, per la prima volta in Europa, togliere nell’ospedale psichiatrico di Aversa, i ceppi ai dementi”[345]; notevole era l’Orto botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina; nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare.

I giornali milanesi erano ancora fogli di provincia, mentre quelli napoletani facevano e disfacevano i governi; le case editrici napoletane pubblicavano il 55% di tutti libri editi in Italia[346]; il Real Ufficio Topografico dell’Esercito realizzò delle accuratissime carte topografiche sia marittime che terrestri.

Fu fondato l’Osservatorio Sismologico Vesuviano (1° nel mondo), realizzato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri con annessa stazione meteorologica. Palermo divenne famosa per la presenza dell’astronomo Giuseppe Piazzi (curatore dell’Osservatorio astronomico fondato nel 1801 e scopritore del primo asteroide battezzato "Cerere Ferdinandea"), per il suo Orto Botanico e per la nascita, ad opera del Barone Pisani e sotto il patrocinio dei Borbone, del primo manicomio in Europa, "La real casa dei Matti” dove i malati di mente erano separati dagli altri degenti e erano trattati umanamente e non più segregati come bestie furiose.

Furono aperte: Biblioteche, Accademie Culturali (la più famosa l’Ercolanense, fondata nel 1755), il Gabinetto di Fisica del Re ed erano organizzati frequenti Congressi Scientifici.

Per quanto riguarda la musica: "Fino al settecento l’Italia era vista da tutti i musicisti europei con un particolare atteggiamento di rispetto, in Italia, nel Seicento, era nata l’opera che nel corso degli anni aveva conquistato tutti i più grandi teatri; operisti italiani componevano presso tutte le corti d’Europa e gli stessi musicisti stranieri scrivevano opere in lingua italiana, tanto si identificava allora il melodramma col paese che ne era stato la culla. Non molto diversa era la situazione per la musica strumentale, i conservatori e le accademie italiane erano i più celebri in assoluto e un musicista non poteva affermare di possedere una preparazione completa senza aver compiuto un viaggio d’istruzione in Italia …la penisola era considerata quasi una terra promessa per ogni compositore[347] e Napoli era considerata la Regina mondiale dell’Opera.

Basta ricordare che il teatro S. Carlo è il più antico teatro lirico d'Europa, fu inaugurato il 4.11.1737 dopo soli 8 mesi dall'inizio della sua costruzione, ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia; non ha mai sospeso le sue stagioni, tranne che nel biennio 1874-76, a causa della grave recessione economica di quegli anni e conseguente sospensione dei contributi , ma siamo già nel regno d'Italia. Subì un grave incendio nel 1816 e fu ricostruito in soli dieci mesi.

Anche se non tutti i re Borbone amavano la lirica furono senz’altro dei grandi mecenate tanto che il teatro San Carlo attrasse l'attenzione di tutta la società colta europea, colpita dalla creatività della Scuola musicale napoletana, sia nel campo dell'opera buffa che di quella seria, basti ricordare i nomi di: Alessandro Scarlatti, Nicolò Porpora, G.Battista Pergolesi, Nicola Piccinni, Saverio Mercadante, Domenico Cimarosa, Enrico Petrella, Giovanni Paisiello (autore quest’ultimo, nel 1787, su commissione di Ferdinando IV, dell’ "Inno Nazionale delle Due Sicilie”); tra i grandi compositori italiani basta ricordare la triade Rossini-Bellini-Donizetti che fiorì nel Conservatorio di Napoli; la città partenopea era guardata come culmine della loro carriera musicisti del livello di Bach e Gluck.

Il teatro S.Carlo divide con la Scala di Milano il primato della più antica scuola di ballo italiana, mentre è nel 1816 che vi nasce la scuola di scenografia diretta da Antonio Niccolini. "Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolese. Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall'emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro il suo genio illuminerà il tuo"[348]. Teatri lirici erano presenti nelle altre parti del regno, solo la Calabria ne aveva quattro.

I conservatori musicali (quello di S. Pietro a Majella era considerato il più prestigioso del mondo), l’Accademia Filarmonica e la Scuola Musicale Napoletana erano i massimi riferimenti per gli artisti dell’epoca ; la Canzone Napoletana a Piedigrotta ("Te voglio bene assaje”, "Luisella”, "Santa Lucia”, "Tarantella”) si diffuse in tutto il mondo.

A Napoli, ogni sera, erano aperti una quindicina di teatri [che erano diffusi anche nelle altre parti del regno] mentre a Milano non tutte le sere c’era un teatro aperto[349].

Molto vivace era anche il mondo dell’arte: Napoli pullulava di pittori, scultori, studenti d’arte, la Corte giocava il ruolo di mecenate, commissionando opere e sovvenzionando mostre; ricordiamo: la Scuola pittorica di Posillipo (Gigante, Smargiassi, Vianelli, Fergola, Palizzi), le formidabili testimonianze architettoniche come i Palazzi reali (Reggia di Napoli, Portici e Caserta; Palazzina Cinese e Ficuzza a Palermo), il Casino del Fusaro, l’acquedotto Carolino, la masseria il Carditello, S. Leucio.

Grande l’interesse per l’archeologia con l’avvio degli scavi di Ercolano e Pompei, iniziati nel 1738 per volere del primo re Borbone Carlo III, dopo un ritrovamento durante i lavori di restauro di una cisterna di un casale, "Da due secoli intorno al nome di Ercolano e Pompei (scoperta nel 1748) è prosperato un mito che sedusse contemporanei e quanti altri, nel prosieguo del tempo, si spinsero all’ombra dello "sterminator Vesuvio”….si può ben dire che la scoperta di Ercolano e Pompei non si limitò a rivoluzionare l’archeologia e la storia del mondo antico, ma segnò in modo indelebile anche la civiltà europea. Non ci fu intellettuale, erudito, scrittore o artista che non sentisse il fascino di quel che stava rendendo al mondo il ventre del Vesuvio…De Brosses, Goethe, Melville, Mark Twain….fu una vera e propria frenesia…..da quel fuoco nacque nell’Europa dei Lumi quella che si indica come civiltà neoclassica: così come la scoperta dalla Domus Aurea era nato il Rinascimento…….le vestigia che venivano alla luce vennero sistemate alla meglio nella nuova Villa Reale di Portici e più tardi trasferite, in solenne corteo, a Napoli nel Museo Archeologico”[350] (oggi Museo Nazionale); fu istituita l’Officina dei Papiri, un laboratorio che si occupava del recupero e restauro dei reperti provenienti dagli scavi d’Ercolano "

Re Carlo III già nel 1755 aveva emanato un bando in cui si prescriveva la tutela del patrimonio artistico delle Due Sicilie che prevedeva anche pene detentive per chi esportava o vendeva materiale d’epoca; esso fu rinnovato da Ferdinando I nel 1766, nel 1769 e nel 1822; nel 1839 Ferdinando II nominava una "Commissione di Antichità e Belle Arti” per la tutela e la conservazione dei beni.[351] 

Di segno opposto, rispetto ai fasti dell’arte, della scienza e della cultura di grado superiore,  era la situazione riguardo l’istruzione di massa. C’è da dire che, all’epoca, la sua utilità non era condivisa da tutti, anzi, era molto forte la corrente di pensiero che la negava; molteplici, poi, sono i fattori di cui dobbiamo tener conto per farci un giudizio obiettivo circa la scarsa alfabetizzazione nel regno delle Due Sicilie.

Semplificando, possiamo considerare tre aspetti:

1)      nella realtà economico sociale del tempo prevaleva l’agricoltura e la classe dei contadini, i quali vedevano nella loro numerosa prole più delle "braccia da lavoro” che dei potenziali studenti; anche le nascenti attivita’ industriali, commerciali e artigianali non necessariamente richiedevano mano d’opera alfabetizzata.

2)      il ceto intellettuale meridionale e anche quello borghese erano decisamente contrari all’istruzione di massa e questo convincimento veniva espresso anche da parte dei loro rappresentanti più riformisti, essi rilevavano che "le popolazioni non devono essere composte tutte da scienziati, altrimenti le arti di prima necessità non verrebbero in alcun guisa esercitate e mancherebbe quella diversità di mestieri, e di professioni, che unisce gli uomini col vincolo de’ comuni bisogni, e costituisce l’ordine della società”[352]

3)      la parte politica più reazionaria guardava con sospetto l’allargamento della base di cittadini istruiti e consapevoli, temendo sconvolgimenti dell’ordine costituito.

 

Comunque sia, nel regno delle Due Sicilie già dal 1768, molto prima quindi della Rivoluzione Francese, re Ferdinando stabilì che ci fosse una scuola gratuita per ogni comune del regno  aperta ad entrambi i sessi, impose anche che le case religiose tenessero scuole, anch’esse gratuite, per i bambini. Nel 1818 la Commissione Suprema della Pubblica Istruzione confermo’ l’istituzione della scuola primaria gratuita il cui onere veniva demandato ai singoli comuni.

Queste lodevoli iniziative del potere centrale si scontrarono, nella realtà, con l’incuria degli enti locali, per cui, quando c’era da risparmiare sul bilancio comunale, spesso le prime spese che subivano dei tagli erano quelle per l’istruzione obbligatoria; colpevolmente scarso era il controllo su queste manchevolezze, da parte dell’intendente (una specie di governatore locale).

In questo modo, il 10 giugno 1861, il letterato Luigi Settembrini, portava a conoscenza i risultati di una sua indagine nella quale si rilevava che "Su 3094 comuni e borgate obbligate dalle leggi borboniche a provvedere all’istruzione popolare, ben 1084 mancavano di ogni insegnamento, 920 mancavano di scuola femminile, 21 della maschile, così solo 999 erano i comuni e borgate in regola con la legge. Gli alunni, maschi e femmine, erano appena 67431”. Sul totale della popolazione solo il 10% era alfabetizzata, questo dato era il peggiore di tutti gli stati preunitari.

La scuola elementare era divisa in due corsi di due anni ciascuno, nel primo si imparava a leggere, scrivere e a svolgere le quattro operazioni aritmetiche, nel secondo (che era facoltativo) si leggevano dei testi semplici e si sviluppavano le nozioni di matematica; l’ordine degli studi prevedeva, poi, la scuola di secondo grado (l’odierna scuola media), una di terzo grado (l’attuale liceo: ne esistevano 14, nel 1859, in tutto il regno, con 233 cattedre) e, infine, una di quarto grado che equivaleva all’Universita’.

Per quanto riguarda il personale docente delle scuole elementari c’e’ da rilevare che il livello dello stipendio non solo era molto basso ma variava da luogo a luogo; a Napoli il compenso annuale di un muratore, uguale a quello di un fabbro o di un falegname, si aggirava attorno ai 100 ducati, mentre quello dei maestri era meno di 60; facendo opportuni calcoli basati sulle necessità di mantenimento di una famiglia di cinque persone e cioè "un fuoco” (era così chiamato un nucleo famigliare medio), pur considerando il bassissimo costo della vita nel meridione d’Italia, un insegnante poteva a malapena arrivare a sostenere la famiglia per metà dell’anno.

Per questi motivi i docenti erano costretti ad arrotondare il misero stipendio statale con l’insegnamento privato (che rimase diffusissimo nelle classi abbienti delle Due Sicilie) o addirittura con i mestieri più disparati. Non vi è dubbio che questo confermava la scarsa considerazione in cui era tenuta la figura del maestro (questa cattiva abitudine proseguirà in tutto l’Ottocento e, secondo alcuni, fino ai giorni nostri). In verità la prassi di retribuire poco i docenti era molto diffusa, e persino l’Austria, che spendeva per l’istruzione più di tutti gli stati europei, assegnava ad un insegnante uno stipendio pari a quello di un bracciante agricolo, equivalente addirittura a un terzo di quello di un impiegato pubblico.

Dobbiamo, poi, rimarcare il processo di progressiva clericalizzazione dell’insegnamento per cui si passo’ da uno essenzialmente laico del Settecento, sottratto ai gesuiti che furono espulsi dal regno nel 1767, ad uno che trovo’ la sua massima espressione nel decreto del 1849 che delegava agli arcivescovi e i vescovi i compiti di ispettorato scolastico delle scuole di ogni ordine e grado, l’opera educativa veniva così subordinata all’obiettivo di diffondere il catechismo e difendere la dottrina cristiana. Ferdinando II, nelle sue intenzioni, voleva riproporre, in pieno Ottocento, un’alleanza tra il trono e l’altare, per cui se un’alfabetizzazione ci doveva pur essere, si dessero le sue redini alla Chiesa che poteva così esercitare un controllo sulla coscienza delle masse, con l’obiettivo di consolidare l’ordine costituito.Il clero, comunque, si adopero’ per aprire anche scuole serali e festive per i figli dei contadini e degli artigiani che non potevano frequentare la scuola pubblica nei giorni feriali; alcuni videro addirittura un vantaggio in questa clericalizzazione della scuola, a causa del risparmio che così si otteneva per le casse dello Stato.

C’è, infine, da sottolineare il controllo politico che si esercitava sugli studenti universitari, che erano quelli potenzialmente piu’ in grado di suscitare torbidi rivoluzionari; la loro frequenza agli studi non era scoraggiata tanto dal livello delle tasse, relativamente basso per l’epoca, o dal controllo clericale sull’insegnamento e sulla disciplina, quanto dalla sorveglianza poliziesca.

Il real scritto del 5 marzo 1856 prescriveva che "Ogni studente nei quindici giorni del suo arrivo a Napoli dovesse presentarsi a una speciale commissione di vigilanza per dichiarare il suo nome, la patria, l’età, gli studi, l’abilità, la congregazione di spirito a cui egli era ascritto e così via. Gli studenti delle provincie, poi, erano divisi per quartiere e sorvegliati dai parrochi, da’ commissari di polizia, da ispettori della pubblica istruzione e tutti costoro dovevano informare se lo studente coabitasse con altri suoi compagni, quali case fosse solito frequentare, e prender nota dei libri che egli leggeva e dell’ora in cui rincasava”[353]

 

Le conquiste civili

Dopo la bufera napoleonica, Ferdinando I, a differenza dei sovrani degli altri Stati italiani preunitari, lasciò in vigore i codici francesi, incaricando i giuristi meridionali di rielaborarli; così nel 1819 venne alla luce il "Codice per lo Regno delle Due Sicilie diviso in 5 parti: Leggi civili, Leggi penali, leggi della procedura né giudizi civili, penali e per gli affari di commercio; in pratica rimase invariato il "Code Napoleon, si soppressero solo pochissime cose come il matrimonio civile e il divorzio, alcune norme concernenti l’eredità e alcune pene per i reati contro la religione; "Quel codice aveva assunto anche un carattere esemplare che non va sottovalutato. Costituiva infatti il primo esempio di una codificazione della Restaurazione "[354].

In questo modo le Due Sicilie si trovarono, dal punto di vista civile e giudiziario, al primo posto tra gli stati italiani preunitari nei quali la situazione era completamente diversa con il Piemonte in testa a tutti nel seguire la via ferocemente reazionaria, tanto che solo nel 1854 si dotò di un nuovo Codice Civile.

Ricordiamo anche che nelle Due Sicilie ci fu l’istituzione del primo sistema pensionistico in Italia (introdotto nel 1813 con ritenute del 2 % sugli stipendi degli impiegati statali).

Nelle Due Sicilie vi era anche la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia (in tutto 9390 su circa 9 milioni di abitanti; Piemonte, Liguria, Lombardia, Toscana e Romagna ne avevano 7087 su 13 milioni di abitanti) con il minor tasso di mortalità infantile d'Italia, fino alla fine del 1800 i livelli più elevati si registravano in Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna.[355]

"A tutela della salute pubblica fu istituita nel 1818 una Commissione di vaccinazione del vaiuolo; nel 1821 una legge escludeva da ogni impiego o munificenza sovrana i genitori che non avessero vaccinato i figli [per cui si avevano coperture del 90-93% dei nuovi nati; nel regno di Sardegna la vaccinazione fu resa obbligatoria solo nel 1859]; … non si può dire che nelle Due Sicilie mancassero gli ospedali (22 a tutto il 1847) e le opere assistenziali, anzi era lungo l’elenco degli istituti pii e di beneficienza[356], presenti anche i maggiori edifici italiani per l'assistenza ai poveri (a Napoli e Palermo).

Il decreto regio del 1817 imponeva l’istituzione di un camposanto a un miglio di distanza dall’abitato di ogni comune meridionale, a Napoli fu creato anche il Cimitero delle 366 fosse per dare degna sepoltura ai poveri. Un progresso civile fu, infine, la Convenzione stipulata il 14 febbraio 1838 con l’Inghilterra e la Francia per la lotta contro la tratta degli schiavi.

Il rapporto con la Chiesa

Il Sud era considerato dal Papa uno stato vassallo e Re Carlo, coadiuvato nel governo dal ministro Bernardo Tanucci (1698-1782), cominciò un opera di affrancamento da questa secolare sudditanza: realizzò un catasto che permise la tassazione dei beni ecclesiastici [cosa più unica che rara in Europa, non esisteva neanche in Francia], stipulò il 2 giugno 1741 un Concordato col papa in cui i privilegi del clero, come il diritto di asilo e la sostanziale immunità penale, erano ridotti.

Nel 1759, alla morte del fratello Ferdinando VI, Carlo fu proclamato re di Spagna e abdicò in favore del figlio minorenne Ferdinando IV (poi I); per mano del ministro Bernardo Tanucci si continuò l’opera di affrancamento dalla Chiesa: nel 1767 furono addirittura espulsi tutti i gesuiti dal regno, il reddito e la vendita dei loro beni servirono per istituire le prime scuole pubbliche d’Italia (e ospedali per l’esercito); i sacerdoti esiliati erano circa 800 e furono portati su nave nello Stato della Chiesa assegnando loro un vitalizio. Nel 1776 Ferdinando soppresse l’omaggio feudale della Chinea, "una cavalla bianca ingualdrappata, con sopra il basto uno scrigno di denari e gioielli (per un valore di 7000 ducati) che, dai tempi di Carlo d’Angiò, il re di Napoli ogni anno, il 29 giugno deve al papa in segno di vassallaggio[357], fece dei tentativi per limitare l’esorbitante numero di ecclesiastici che nel 1786 erano circa centomila con un rapporto di 1 ogni 48 abitanti e che detenevano, non esistendo ancora l’anagrafe, il controllo dello stato civile delle persone (nascita, matrimonio,morte) nonché la funzione di pubblica istruzione nella veste di insegnanti.

Con il Concordato del 25 febbraio 1818 (rinnovato nel 1834), furono ridotte le diocesi del regno e solo 22 di esse rimasero direttamente soggette alla Santa Sede, nelle altre si confermò il diritto reale di nominare i vescovi (art. 28) che giuravano fedeltà al re promettendogli anche collaborazione contro individui sospetti per la sicurezza dello Stato (art. 29). Fu però riesumato il tributo annuo, in misura di dodicimila ducati, come pure il monopolio clericale dell’insegnamento scolastico; ristabiliti la censura sulla stampa e, parzialmente, il foro ecclesiastico; complessivamente, quindi, un grosso arretramento che scontentò gli intellettuali meridionali i quali vedevano, in tutto ciò, una lesione gravissima alla dignità dello Stato. Nel 1821 furono richiamati nel regno i Gesuiti che si ripresero il monopolio quasi assoluto della istruzione della scuola media.

La religiosità del popolo meridionale rimase sempre fortissima anche se alcuni viaggiatori stranieri, di religione protestante, affermavano che era una "cristianità senza Cristo[358], perchè tutti si affidavano ad un santo per intercedere presso Dio (San Gennaro e Sant’Antonio, solo per citare i due più "gettonati”) si parlava anche di superstizione e di fanatismo religioso di cui si rimarcano negativamente gli aspetti esteriori (le pratiche di scongiuro e anti-jella diffusissime anche a livello delle classi alte e persino nei sovrani, le urla e le imprecazioni in chiesa nel corso della liquefazione del sangue di San Gennaro).

Comunque sia, le funzioni religiose scandivano la vita quotidiana del Regno: la recita del rosario, le processioni, la tradizione natalizia del presepio:"fu Carlo III di Borbone a favorire la creazione di un artigianato che si dedicasse alla sua costruzione, unanime e feconda fu la risposta del popolo meridionale; nel 1736 fondò a Capodimonte una bottega artigiana da cui uscirono ben presto piccoli capolavori di arte presepistica. Vi lavorava lui stesso, il re di Napoli, entusiasmando gli artisti e cimentandosi in geniale emulazione. E anche la regina Maria Amalia collaborava animando un laboratorio installato in un salone della corte per la confezione e l’adornamento degli abiti per le statuine. Il re promosse anche una specie di "concorso del presepio” nelle case private, visitando di persona quelli meglio riusciti ".[359]

Nella Costituzione del 1848, nell’articolo 3 si affermava che "l’unica religione dello Stato era quella Cristiana Cattolica Romana, senza che possa essere mai permesso l’esercizio di alcun’altra Religione” e la Santa Sede ricominciò a pretendere l’omaggio feudale della Chinea. Ferdinando II risolse l’annosa questione, nel 1855, con un’offerta una tantum di 10 mila ducati [160 mila euro attuali] per la costruzione di un monumento, a piazza di Spagna di Roma, in onore dell’Immacolata Concezione il cui dogma era stato affermato dal pontefice; ancora oggi il Papa si reca in quel luogo, ogni 8 dicembre, ad omaggiare la Madonna.

Nel 1857 ci furono vari decreti regi nei quali si concesse la sepoltura nelle chiese e nelle cappelle agli ecclesiastici, si prevedevano anche per essi: che i processi avvenissero a porte chiuse e per i vescovi la possibilità di scontare la pena in un convento; agevolazioni fiscali, la facoltà della revisione sulla stampa dei libri nazionali ed esteri, l’affidamento ai vescovi del Consiglio dell’Istruzione pubblica e dell’incarico di Ispettori per tutti i tipi di scuole, nonchè altre disposizioni su matrimoni religiosi e nomine ecclesiastiche. Tutti questi provvedimenti fecero si che lo Stato delle Due Sicilie venisse bollato dagli intellettuali come "confessionale” e non laico.

La fine del feudalesimo e la questione agraria

Lo stato era, all’avvento dei Borbone, essenzialmente feudale pieno di uomini chiamati con gli appellativi di "eccellenza” e "don” [riportati anche negli atti ufficiali] i quali, in veste di baroni e di prelati, possedevano gran parte delle terre (più di 2/3), nelle quali esercitavano addirittura una propria giurisdizione penale e civile, indipendente da quella del Re.

La proprietà terriera era dominata dal latifondo: "L'errore di molti scrittori di storia ed economia è nel ritenere il fenomeno del latifondo dipendente dal feudalesimo, in realtà il latifondo è storicamente anteriore di millenni, tant'è che Plinio il Vecchio già parla di latifundium" [360]; fino all'introduzione dei moderni mezzi meccanici è stato il clima delle regioni meridionali, mite d’inverno ed asciutto d’estate, che ha favorito la monocoltura cerealicola estensiva in rotazione col pascolo; viceversa nelle regioni settentrionali l’inverno rigido e l'estate caldo piovosa erano l'ideale per la coltura intensiva in piccoli lotti.

Il diritto napoletano[361] chiamò "Demanio" la terra libera, non infeudata, nominalmente proprietà del Re in quanto sovrano, nella quale i contadini e i pastori esercitavano gli "Usi civici" (sconosciuti negli altri paesi) avevano cioè il diritto di poter gratuitamente fare pascolo di greggi, raccogliere legna nei boschi, attingere acqua, piantare, coltivare. Terreni feudali, invece, erano quelli dati in possesso [si badi bene, non in proprietà che rimaneva nominalmente del Re] dai sovrani ai baroni in base ai "titoli di infeudazione”. Molti di questi, però, erano stati, durante i secoli, falsificati aumentando l’estensione dei feudi [le cosiddette "usurpazioni”]. Anche in una parte delle terre infeudate erano possibili gli Usi Civici ma per la gran parte i feudatari potevano esigere tutta una serie di gabelle (fida, decime, terratici, erbaggi, ghiandaggi) che vessavano, essendo spesso molto esose, i contadini e i pastori che vi abitavano, riducendoli spesso ad una sorta di servi della gleba.

Nelle Due Sicilie il sistema feudale era "puro”, regolato cioè dal cosiddetto "diritto francoche obbligava i feudatari a tramandare i loro titoli, con il conseguente possesso dei feudi, tramite lo strumento del fidecommesso e secondo il principio del maggiorascato; in base ad essi si stabiliva che chi li riceveva doveva ritrasmetterli al "maggiore” per discendenza il quale ne era l’esclusivo titolare. Terre e titoli erano così indivisibili e si tramandavano intatti nei secoli; nelle altre regioni d’Italia, invece, la successione feudale era regolata dallo iure Langobardorum che consentiva la divisibilità del feudo tra tutti i figli maschi mentre solo il titolo rimaneva di spettanza esclusiva del primogenito, in questo modo il latifondo venne ad essere fortemente ridimensionato, mentre nel Sud rimase praticamente intatto.

I baroni avevano, tra gli altri, il potere di impedire ai loro vassalli di tornare a coltivare le terre del demanio pubblico, di far sequestrare i loro beni, se erano debitori, da proprie bande di uomini armati e perfino di farli imprigionare con la formula "per motivi a noi ben visti”; eleggevano inoltre le magistrature delle città e ne detenevano l’amministrazione, "al potere sovrano, debole ed impacciato…si contrapponeva, pieno di alterigia il signore feudale… nella considerazione del popolo, che è abituato a formarsi una coscienza al lume degli spiccioli episodi del giorno, la potenza delle persone veniva naturalmente anteposta alla potenza sociale impersonata dallo Stato e destinata, come l’esperienza insegnava, a rimanere ordinariamente soverchiata[362].

In Sicilia lo strapotere baronale raggiungeva il massimo grado, dato che erano quasi inesistenti le terre demaniali: circa un terzo della superficie totale era proprietà del clero e "più di 2/3 del territorio e circa metà dei suoi abitanti sono sottoposti ai baroni; il valore dei beni, stabili e mobili…supera quelli dei beni siti nelle terre demaniali[363]; molti proprietari non videro mai le loro terre e conducevano una vita sfarzosa in città, soprattutto nella capitale Palermo; uno di loro così spiegava ad un viaggiatore tedesco la ragione della cessione in affitto dei suoi latifondi: ”cedo alli gabellotti o siano affittatori li miei propri vantaggi per non volermi incaricare della vendita dè grani, e per aver sicura e comoda senza nessuna fatiga la rendita annuale[364].

Ma il lusso sfrenato era molto oneroso anche per i baroni che spesso si ridussero sull’orlo della bancarotta per i debiti contratti; a sua volta la classe degli affittuari non divenne mai borghesia ma imitò la figura dei baroni, diventandone un rapacissimo duplicato; il contadino, poi, non reagiva alla miserrima condizione perchè "la lunga servitù gli aveva talmente degradato l’animo che più non risentiva il peso delle catene”. "Le plebi rurali consideravano la persona del barone, oltre che rivestita d’un carattere quasi sacro, indispensabile all’ordine delle cose e garanzia della loro grama esistenza …nell’immaginazione del contadino la figura del barone, dimorante nella capitale, appariva come quella di un personaggio della massima importanza il cui consiglio e la cui opera erano indispensabili alla vita del Regno e alla persona del Re[365].

I baroni siciliani avevano alcune prerogative particolari, sconosciute ai feudatari di altre parti d’Italia e d’Europa, come il diritto di dare in eredità il feudo ai discendenti fino al sesto grado e la loro piena ed autonoma giurisdizione civile e penale sui feudi. Essi giustificavano questi privilegi col fatto che, secondo la tradizione, il feudalesimo era nato nell’isola prima dell’avvento dei Normanni, addirittura ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, e che comunque l’investitura feudale era stata concessa dal primo re Ruggero II, come riconoscimento dei servigi prestati, a coloro che avevano militato nella sua guerra contro gli Arabi; questi privilegi implicavano che il barone non si sentisse un vassallo del re ma quasi un suo pari.

"Alcuni baroni delle più antiche casate come, per esempio, quella del marchese di Geraci -il Marchese per eccellenza di tutta la Sicilia- oltre a fregiarsi, negli atti pubblici dei titoli più altisonanti, lasciavano procedere direttamente da Dio l’investitura dei loro possessi feudali: per grazia di Dio primo Signore nell’una e nell’altra Sicilia, Principe del Sacro Romano Impero, Primo conte d’Italia ecc..”.[366]

La onnipotenza baronale cozzò, alla fine del 1700, contro la concezione illuministica del potere dei Re Borbone i quali cominciarono un’opera di modernizzazione dello Stato. Ma i feudatari "non avrebbero mai permesso la realizzazione pacifica di una riforma che intaccava una prerogativa della quale essi erano particolarmente gelosi…il potere del baronaggio si fondava specialmente sulla grande potenza economica che i suoi rappresentanti avevano realizzato mediante vari strumenti tra i quali il più efficace era certamente la giurisdizione[367].

I contadini, nella massima parte, oltre alla casa in cui abitavano, possedevano solo piccole estensioni di terra che però erano insufficienti al loro sostentamento; per sopravvivere si avvalevano dello sfruttamento delle terre demaniali e feudali sulle quali esercitavano gli usi civici e offrivano anche la loro mano d’opera ai baroni. Ma al Sud prevaleva la coltura estensiva, e così l’offerta di lavoro bracciantile superava la domanda, tenendo sempre basso il salario.

Ferdinando IV, nel 1789, passò ai fatti con la creazione della colonia serica di San Leucio retta da uno Statuto dettato personalmente, e rifinito dai suoi giuristi, che risentiva fortemente delle idee illuministe di Rosseau e che fu magnificato in tutta Europa. Esso prevedeva, per ogni membro della comunità, con decenni di anticipo sulle prime leggi inglesi del lavoro: casa, strumenti di lavoro, assistenza medica, istruzione obbligatoria per tutti i bambini dopo i 6 anni, pensione di invalidità e di vecchiaia, mezzi di sussistenza per la vedova e gli orfani dei lavoratori, "né resti esclusa la femmina dalla paterna eredità ancorché vi siano i maschi”; per questi motivi San Leucio fu definita dai posteri: "la repubblica socialista”. La stessa Eleonora de Fonseca Pimentel, successivamente protagonista della Repubblica Napoletana, dedicò a Ferdinando di Borbone, in occasione della pubblicazione del regolamento della colonia serica, un sonetto, in cui celebrava il re quale "novello Numa, nuove leggi detta

Il 23 febbraio 1792, Ferdinando IV, con la prammatica XXIV "de Administratione Universitarum” stabilisce che siano censite le terre demaniali in modo da cederle ai contadini in enfiteusi [cioè in affitto] per 20 anni "nella misura che possano coltivarli con la loro opera”. Si intendeva così trasformarli da salariati in coltivatori diretti. Fu anche decretato che la quota delle terre feudali sulle quali i contadini esercitavano gli usi civici fosse divisa in 4 parti di cui una veniva ceduta in proprietà al barone, come risarcimento, e tre andavano ai Comuni che dovevano censirle e cederle in affitto ai contadini. Il progetto ferdinandeo non andò in porto per la durissima opposizione dei baroni e dei borghesi i quali avevano cominciato ad ottenere in affitto le terre che i latifondisti, ritirandosi in città per vivere di rendita, avevano loro affidato.

La crisi del periodo napoleonico

L’orologio della Storia italiana e meridionale, in particolare, subì un’accelerazione improvvisa: nell’aprile del 1796, l’esercito della rivoluzionaria Repubblica Francese, al comando del venticinquenne generale Napoleone Bonaparte, invase la Penisola italiana, per "esportare la rivoluzione giacobina” ai popoli fratelli; egli scrisse al Direttorio, il 7 ottobre 1797: ”Sapete pochissimo di questo popolo che non merita il sacrificio di 40 mila francesi …non ho un solo italiano nel mio esercito…su questo argomento non fatevi ingannare da qualche avventuriero italiano a Parigi…da quando sono entrato in Italia non ho ricevuto alcuno aiuto… questa è la verità storica, salvo che per quelle cose che vanno bene nei proclami e nei discorsi scritti, ma che non sono altro che favole"[368] .

Nel novembre del 1798 l’esercito napoletano, che non combatteva oramai da più di 50 anni, penetrò nei territori della Repubblica Romana filo-francese (proclamata il 15 febbraio e che curiosamente richiedeva anche il ripristino dell’omaggio feudale della Chinea) al fine di cacciare gli invasori e restaurare il governo del Papa (l’ottantenne Pio VI, rifugiatosi in Toscana, poi rapito ed imprigionato dai francesi nella fortezza di Valence, dove morì il 29 agosto 1799). I transalpini dapprima si ritirarono, permettendo a Ferdinando IV di entrare in Roma come un trionfatore, poi però contrattaccarono e l’esercito napoletano, guidato dall’inetto generale austriaco Mack, subì gravi e ripetute sconfitte, ed il re rientrò precipitosamente a Napoli. Il generale Championnet potè quindi marciare sulla capitale contrastato solo dalla spontanea resistenza dei popolani insorgenti, ricordiamo per tutti, Michele Pezza, detto "Fra Diavolo”, che combatté senza tregua[369].

Il Re emanò, l’otto dicembre, un proclama in cui incitava il popolo alla ribellione:"Sostenete la Religione, il vostro Padre e Re, l’onore delle vostre mogli, delle vostre sorelle, la vostra vita e la vostra roba …contro i nemici di Dio e di ogni legge civile e morale", il popolo dei lazzari rispose prontamente e cominciò la mobilitazione. Ferdinando manifestò l’intenzione di restare nella Capitale con il suo popolo e resistere all’invasione ma poi si fece convincere dalla regina e dal comandante inglese Nelson, il quale si era procurato un’immensa fama annientando il 1° agosto la flotta francese ad Abukir in Egitto. Il 23 dicembre, il Re lasciò Napoli per raggiungere Palermo via mare, insieme ad alcuni ufficiali e membri del governo; per questo motivo è stato accusato, da alcuni storici, di viltà (ma occorre tener presente che tutti i sovrani travolti da Napoleone si comportarono allo stesso modo), altri invece fanno presente che egli si trasferiva nell’altro suo Regno, quello di Sicilia, per preparare la riscossa.

Purtroppo parte della flotta da guerra dovette rimanere a Napoli perché era invalsa l’abitudine, nel periodo invernale, di congedare gli equipaggi e poi riarruolarli in primavera (ricordiamo che all’epoca i vascelli erano a vela); per questo motivo non fu possibile far partire le navi e così, pur di non farle cadere in mano nemica, furono date alle fiamme la sera dell’ 8 gennaio; lo spettacolo dei magnifici velieri divorati dal fuoco gettò nello sgomento la popolazione napoletana.

Il 12 gennaio 1799 era stata firmata una tregua di due mesi tra l’inetto vicario del Re e i francesi che prevedeva la cessione della fortezza di Capua (caposaldo di difesa della Capitale), il blocco navale per le navi inglesi, e soprattutto l’enorme indennità di guerra di 2 milioni e mezzo di ducati. A questo punto, i "lazzari" [i popolani napoletani], a decine di migliaia presero il controllo dei forti della città e dell’arsenale, pronti a combattere in difesa del Trono e della religione, contemporaneamente cominciarono le loro violenze contro i giacobini napoletani, considerati dal popolo dei veri e propri traditori, in quanto collaborazionisti del nemico; il giorno 15 si presentò la delegazione francese per esigere la prima rata della taglia di guerra, fu rimandata indietro a mani vuote, il 20 gennaio il popolo tentò una sortita contro gli accampamenti del nemico, siti tra Capua e Aversa, ma fu costretto a ritirarsi.

Nel frattempo un gruppo di giacobini napoletani finse di volersi aggregare ai lazzari, comandati da Luigi Brandi, che tenevano nelle loro mani Castel Sant’Elmo, il forte che domina Napoli; gli ingenui popolani aprirono le porte e furono disarmati, l’inganno era riuscito; i giacobini issarono la bandiera francese e fecero pervenire dettagliate istruzioni al generale Championnet circa il luogo dove era più facile prendere la città, così il 21 gennaio, mentre l’intera Napoli combatteva e moriva contro i francesi, essi cominciarono a cannoneggiare alle spalle il popolo che, in armi, resisteva all’invasione. Il giorno 22, mentre i sanguinosissimi combattimenti tra i lazzari e i francesi continuavano in tutta la città, i rivoluzionari issarono nel cortile di Castel S.Elmo l’albero della libertà della Rivoluzione francese e tra canti della Marsigliese, grida e balli, proclamarono la Repubblica Napoletana inalberando la nuova bandiera blu, giallo, rosso a bande verticali .

I giacobini paragonarono i lazzari a dei barbari incivili, lasciati per secoli in condizioni di estrema ignoranza dal potere costituito e in un dispaccio del 21 gennaio 1799 inviato allo Championnet, al fine di invitarlo ad affrettarsi a marciare su Napoli, troviamo scritto: «Non la Nazione ma il popolo è nemico dei francesi», questa asserzione è indicativa di un atteggiamento di disprezzo che spesso gli "intellettuali" di ogni tempo hanno avuto verso il popolo. Il nemico fu più generoso: il generale francese scrisse nella relazione inviata al Direttorio: «Mai combattimento fu più tenace: mai quadro più spaventoso. I Lazzaroni, questi uomini stupendi (...) sono degli eroi rinchiusi in Napoli. Ci si batte in tutte le vie; si contende il terreno palmo a palmo. I Lazzaroni sono comandati da capi intrepidi. Il Forte S. Elmo li fulmina; la terribile baionetta li atterra; essi ripiegano in ordine, ritornano alla carica, avanzano con audacia, guadagnano spesso del terreno...». Il giorno 23 gennaio Napoli fu conquistata, restavano sul campo almeno 3.000 lazzari e 1.000 francesi. Lo storico Alberto Consiglio ha commentato: "Non un monumento, non una pietra tributerà il secolo ingrato a questi primi martiri dell’indipendenza "[370] .

I rivoluzionari napoletani mandarono subito ai francesi una lista di nomi per il governo provvisorio e mentre il loro giornale Monitore, redatto principalmente dalla rivoluzionaria Eleonora de Fonseca Pimentel in complessivi 35 numeri, si scioglieva settimanalmente in declama­zioni più o meno liriche sulla "felicità" dei nuovi tempi, immense somme di denaro, opere d'arte e ricchezze inestimabili prendevano definitivamente la via della Francia. Per lo storico napoleonico Jean Tulard "le campagne napoleoniche furono peggio delle invasioni barbariche, il furto delle opere d’arte fu massiccio e metodico", tutti i beni, compresi addirittura gli scavi di Pompei, furono dichiarati proprietà dello straniero che pretese anche forti indennità di guerra. A marzo, dopo che Championnet era stato sostituito dal generale Macdonald, una delegazione napoletana si recò a Parigi per ottenere dal Direttorio una diminuzione dei tributi di guerra, non fu neanche ricevuta dai "fratelli” rivoluzionari.

Il governo della Repubblica, usando un linguaggio incomprensibile per il popolo, cominciò ad emanare proclami e legiferare, contemporaneamente un esercito misto franco-napoletano sottomise col ferro e fuoco le città del Sud continentale causando decine di migliaia di morti (60 mila secondo il generale francese Thiébault), gli ideali rivoluzionari furono imposti con la forza contro popolazioni che, per la gran parte, resistevano tenacemente. I rivoluzionari non esitavano ad esaltare queste "imprese” con parole altisonanti, come quelle che Ignazio Ciaja scrisse al fratello: "L’esempio di molte località delle province lasciate in preda alle fiamme sarà una grande lezione per i ribelli[371].

Si emanavano editti come il seguente:”Ogni terra o città ribelle alla Repubblica sarà bruciata e atterrata. I cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i curati, e insomma tutti i ministri del culto saranno tenuti colpevoli delle ribellioni dei luoghi dove dimorano, e puniti con la morte. Ogni ribelle sarà reo di morte: ogni complice secolare o chierico sarà come ribelle. Il suono a doppio delle campane è vietato: dove avvenisse gli ecclesiastici del luogo sarebbero puniti con la morte. Lo spargitore di nuove contrarie ai Francesi o alla Repubblica partenopea, sarà come ribelle reo di morte. La perdita della vita per condanna porterà seco la perdita dei beni"[372].

Questi morti realisti, al pari dei lazzari che resistettero all’occupazione francese di Napoli, non hanno avuto nessun riconoscimento postumo dalla storiografia ufficiale che anzi rimarca con forza le brutalità commesse dai controrivoluzionari; al contrario le gesta di "omologhi” di altre nazioni, che resistevano ai napoleonici, come i guerriglieri spagnoli, i tirolesi guidati da Andrea Hofer, i contadini e i cosacchi russi, sono state esaltate. Il partito dei realisti «comprendeva tutt’i ceti della popolazione, colla diffe­renza però che le persone religiose e gli uomini pacifici, senza mischiarsi negli affari politici, gemevano sulle calamità della patria e dell'umanità. Tutti gli altri poi del popolo e della plebe, vinti, ma non convinti nelle fatali, per essi, giornate del 21 e 22 gennaio, sebbene tenuti a freno col rigore e colle continue fucilazioni, non aspettavano che qualche aiuto esterno per insorgere, e dare sfogo alle loro vendette contro i giacobini. Codesti realisti vengono ingiuriati cò nomi di Santafedi e di Briganti»[373]

Subito dopo la fuga del Re a Palermo, un cardinale della Chiesa, il calabrese principe Fabrizio Ruffo[374], di sua spontanea iniziativa, chiese a Ferdinando uomini e mezzi per liberare il Regno, partì con soli sette uomini e una imbarcazione alla volta della Calabria da dove incominciò la sua marcia. Si disse che quelle del Ruffo erano solo bande di delinquenti, e che il Ruffo ne era il degno capo: non si può negare che aderì anche gente di malaffare, ma non era "il nerbodell’Armata della Santa Fede. Questo era composto da nobili, contadini, borghesi, ufficiali, finanche preti, pronti ad abbandonare famiglia, ricchezze, lavoro, case, chiese, per andare a combattere il giacobinismo al seguito di un cardinale laico; la motivazione profonda che li spinse ad aderire, in via diretta o indiretta, al sanfedismo era semplicemente il netto e violento rifiuto degli ideali della rivoluzione francese.

Ad aprile ci fu un tentativo legittimista di rovesciare la repubblica nella quale fu coinvolta, suo malgrado, Luisa Sanfelice, donna di bell’aspetto, la quale aveva diversi spasimanti; uno di essi, Gerardo Baccher, era un congiurato, e le diede un cartoncino con impresso lo stemma gigliato dei Borbone, da usare come salvacondotto nel corso dell’insurrezione oramai imminente. L’ingenua donna lo cedette ad un altro amante, da lei prediletto, un certo Ferdinando Ferri, che era un acceso repubblicano. Questi riferì il tutto ai membri del governo, la Sanfelice fu interrogata, si dice che rifiutasse di rivelare il nome del Baccher il quale, però, fu arrestato insieme al padre e ai fratelli. La Sanfelice fu proclamata per questo ”madre della patria” dai rivoluzionari napoletani.

Il nuovo comandante francese Macdonald, a causa degli avvenimenti bellici nel nord dell’Italia si ritirò da Napoli, nel mese di maggio, lasciando però alcuni contingenti a presidio delle fortezze della città. Il 13 giugno arrivò l’armata sanfedista, ed immediatamente i Lazzari tornarono di nuovo sul campo, questa volta per vendicarsi dei giacobini, che fino ad allora avevano retto con pugno di ferro la città e che fucilarono anche due fratelli Baccher poche ore prima dell’occupazione della Capitale. Il giorno 15 il cardinale Ruffo cominciò a disporre le sue forze per l’assalto alle fortezze di Napoli, dove si erano rifugiati i repubblicani partenopei che presto capitolarono eccetto quelli di Castel Sant’Elmo. Il Ruffo concesse a tutti condizioni di resa più che caritatevoli acconsentendo che riparassero via mare in Francia. Ci furono però resistenze da parte di alcuni repubblicani che consideravano disdicevole scendere a patti con un prete. Altri, come il comandante di Sant’Elmo, il francese Mejean, chiesero una somma esorbitante di denaro per cedere le armi, si perse così del tempo prezioso mentre era in arrivo, via mare, l’ammiraglio inglese Nelson. Questi, giunto a Napoli il 24 giugno 1799, non riconobbe la capitolazione accordata dal cardinale Ruffo, che venne messo a tacere dall’inglese con un perentorio "i re non vengono a patti con i loro sudditi".

Ruffo non si perse d’animo e offrì segretamente ai repubblicani, il giorno successivo, un salvacondotto per permettere loro una fuga via terra, ma essi non si fidarono. Alla proposta di Nelson di appoggiare un assalto ai castelli, Ruffo oppose un netto rifiuto. Visto che non era più padrone del campo, anche per la propensione che il Re e la Regina accordavano al Nelson, egli decise di farsi da parte. I rivoluzionari, già imbarcati sulle navi, ed in attesa di salpare per Tolone, furono imprigionati nei vascelli inglesi. Il Re, arrivato nel porto di Napoli il 10 luglio, assistette alla resa di Castel Sant’Elmo, avvenuta il giorno successivo. Il comandante francese Mejean accettò la somma di centoquarantamila ducati e la libertà per sé e i suoi commilitoni francesi, poi si distinse nell’opera di smascheramento di quei repubblicani napoletani che speravano di farla franca, uscendo dal forte travestiti con le divise francesi: li indicò uno per uno e li consegnò alla polizia di re Ferdinando.

Quest’ultimo considerava dei semplici traditori coloro che avevano appoggiato l'invasore straniero contro la patria comune. Del resto non erano un buon viatico, per una eventuale clemenza, la decapitazione da parte dei rivoluzionari francesi di suo cugino Luigi XVI e di Maria Antonietta (sorella della moglie), nonché l’umiliazione di aver dovuto lasciare Napoli. Venne così istituita una Giunta di Stato per giudicare i civili, e una Giunta di generali per i militari: di 8000 prigionieri, 105 furono condannati a morte, di cui 6 graziati, le 99 esecuzioni delle condanne a morte furono eseguite a Napoli, in piazza del Mercato, nel tripudio popolare perchè, come ha fatto dire a un suo personaggio Enzo Striano [375]:"A Napoli la rivoluzione pochi la capiscono, pochissimi l’approvano, quasi nessuno la desidera”. Ci furono, inoltre, 222 condanne all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 a deportazione e 67 all’esilio da cui molti tornarono. Tutti gli altri rivoluzionari furono liberati, e stava per esserlo anche la Sanfelice, giudicata dai più "eroina involontaria”, ma Ferdinando revocò la grazia concessa a settembre, su pressione del padre dei fratelli Baccher che chiedeva giustizia. Dopo aver simulato una gravidanza per rimandare l’esecuzione, la Sanfelice salì al patibolo l’anno successivo. I suoi amanti, Ferdinando Ferri e Vincenzo Cuoco, se la cavarono con l’esilio. Durante i pochi mesi della Repubblica vennero condannati a morte e fucilati dopo processi farsa 1563 legittimisti.[376]

Ferdinando constatava, con sgomento, che la rivoluzione giacobina era stata fatta sì dagli intellettuali locali ma soprattutto, come in nessun altro luogo della penisola, dalla gioventù aristocratica e in questo egli vedeva l’ennesimo tentativo della nobiltà di limitare il suo potere assoluto. Da questo ne derivò, oltre alle condanne giudiziarie, l’abolizione dei Sedili che erano una sorta di corpo civico cittadino sotto l’influenza nobiliare.

La Repubblica Napoletana aveva decretato, sulla carta, l’abolizione della feudalità, i baroni avrebbero perso i privilegi giurisdizionali, ma ad essi fu concesso quello che non erano riusciti a strappare in 700 anni di lotta col potere centrale del Re: furono trasformati da possessori a proprietari a pieno titolo delle terre. Venne contemporaneamente inasprita l’impostazione della prammatica ferdinandea del 1792, si stabilì, infatti, che ai baroni non fosse più concessa la quarta parte delle terre feudali adibite agli usi civici, ma che queste fossero incamerate in toto dal demanio pubblico. La cosa, però, rimase del tutto teorica perché i Comuni non riuscirono ad ottenere dai baroni questi terreni. Dopo la caduta della Repubblica, Ferdinando IV non ratificò l’abolizione dell’istituto della feudalità, per non inimicarsi la Chiesa, che tanta parte aveva avuto nell’insorgenza sanfedista e che possedeva una grossa parte delle terre feudali.

Seguì la seconda invasione transalpina con Ferdinando che si rifugiò nuovamente in Sicilia, partendo da Napoli il 23 gennaio 1806, egli ritenne militarmente assurdo opporsi ad un nemico che aveva sconfitto il potente esercito asburgico; così si ebbe la decennale occupazione della parte continentale delle Due Sicilie sotto i re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone (1806-1808) e Gioacchino Murat, suo cognato (1808-1815). La repressione della lotta partigiana continuò ad essere dura con rappresaglie feroci che arrivarono a episodi di lapidazione e impalamento. Come ricorda lo storico Colletta[377], raramente si arrivò ad assoluzioni come quelle del capo partigiano Rodio, processato nella stessa giornata una seconda volta e condannato a morte su richiesta dei giacobini napoletani; le spese di mantenimento dei 40mila soldati francesi erano carico dell’erario del Regno meridionale.

Con la legge del 2 agosto 1806 la feudalità fu definitivamente abolita nella parte continentale del regno e con essa vi fu l’abrogazione della legislazione penale feudale esercitata per secoli dai baroni e dal clero; fu confermata, però, la trasformazione dei baroni da "possessori” a "proprietari” delle ex terre feudali almeno fino a quando (art.15) con altra legge non ne fosse ordinata e regolata la divisione [in realtà essa non fu mai varata]; le popolazioni conservavano gli usi civici e tutti i diritti che possedevano su quelle; nel 1812 la feudalità fu abolita, da parte di Ferdinando IV, anche in Sicilia, abolizione più formale che sostanziale, dato che, per più di venti anni, le resistenze baronali furono fortissime.

Passata la parentesi francese, re Ferdinando confermò l’abolizione della feudalità e le regie commissioni partitarie borboniche, tramite "le ricognizioni in loco", recuperarono migliaia di ettari che risultavano posseduti abusivamente dai baroni facendoli rientrare nel demanio regio che a sua volta li riaffidava ai comuni ai quali erano stati sottratti con le usurpazioni; qui però le competenze su queste terre erano affidate ai sindaci, ai prefetti e ai giudici dei tribunali ordinari, i quali, spesso amici dei baroni, invece di destinarle agli usi civici, le rivendevano ai vecchi feudatari sottraendole di nuovo ai contadini. La condizione di questi ultimi, quindi, non migliorò malgrado la fine del feudalesimo; in seguito, Re Ferdinando II cercò di tutelare i loro interessi: il 20 settembre 1836 egli riconfermò le leggi sul demanio e gli usi civici con una "prammatica” in cui si affermava: «... di doversi considerare come libera ogni terra posseduta dai privati o dai Comuni, finché non si fosse dal feudatario giustificata una servitù costituita con pubblici istrumenti [si noti che è il feudatario (nobile e/o municipio, non v’è distinzione) a dover dimostrare la proprietà della terra e non il colono o chi la coltivava gratuitamente per sè]; "di doversi consolidare la proprietà dell'erbe e quella della semina, compensando l'ex feudatario mediante un canone redimibile ove apparisse aver egli riserbato il pascolo in suo favore. "

Anche quest’altro passaggio è significativo: nel caso si fosse dimostrato che il colono coltivava terre non libere il "feudatario” non poteva scacciare coloro che le avevano coltivate impossessandosi del raccolto e delle "erbe” ma poteva solo pretendere il pagamento d’un affitto: "di doversi considerare come inamovibili quei coloni che per un decennio avessero coltivate le terre feudali, ecclesiastiche o comunali, e come assoluti proprietari delle terre coloniche sulle quali è loro accordata la pienezza del dominio e della proprietà senza poter essere mai tenuti a una doppia prestazione... " [cioè i coloni che per un decennio avessero coltivato terreni appartenenti al patrimonium di feudatari, enti religiosi o municipi non potevano essere rimossi, scacciati o costretti a prestazioni servili e dovevano esserne considerati come legittimi proprietari].

Malgrado tutte queste buone intenzioni la "questione agraria" rimase aperta perchè la tanto desiderata divisione delle terre non si concretizzò mai e l’odio dei contadini verso i "galantuomini” aumentò sempre di più: al momento dell’unità d’Italia, nel 1860, la proprietà delle terre coltivabili era la seguente: oltre il 40% apparteneva al clero, poco più del 25% era baronale, poco meno del 25% era di proprietà pubblica e solo un rimanente 10% era diviso in piccole proprietà, di solito condotte direttamente dal proprietario.

LE CONSEGUENZE DELL’ANNESSIONE

 

Il "Regno rappezzato”[378] e la "piemontesizzazione"

Il modo e le motivazioni "vere”, non quelle di facciata, con le quali fu raggiunta l’unità furono il peccato originale che intorbidò, fin dall’inizio, i rapporti tra il Nord e il Sud : "La visione dell’Unità come conquista dell’Italia da parte dei piemontesi si è affermata anzitutto come stato d’animo. Molti italiani, soprattutto nel Mezzogiorno, si sentirono infatti "conquistati”, non unificati in una patria comune. Ai loro occhi, prima Garibaldi e poi Vittorio Emanuele II apparvero come conquistatori stranieri, nè più nè meno di quelli che erano approdati nel corso dei secoli sulle spiagge del "bel regno” di Sicilia. Mentre agli occhi degli italiani più politicizzati in senso democratico e, anche, repubblicano, quale che fosse la regione d’Italia da cui provenivano, il processo che aveva condotto all’Unità si configurava piuttosto come "conquista regia”, come il frutto di un’abile e spregiudicata politica dinastica condotta nello stile e con i metodi dell’ ancien régime, che la Rivoluzione dell’89 aveva reso per sempre improponibili.”[379]

Passata la tornata dei plebisciti farsa, in cui si chiedeva alle popolazioni dei vari Stati italiani di esprimersi sulle annessioni della loro "patria” al Piemonte e che furono un miscuglio di intimidazioni e brogli; il 27 gennaio 1861 ci furono le elezioni politiche nazionali, indette per eleggere il primo parlamento italiano, stavolta solo pochissimi ebbero diritto al voto, bisognerà aspettare il 1919 per avere il suffragio universale maschile (ai soggetti che avessero compiuto 30 anni o che avesse assolto il servizio militare). La legge elettorale piemontese, risalente al 1848 ed estesa per regio decreto del 10 dicembre 1860 ai territori annessi, riservava i diritti politici ai soli uomini di 25 anni che pagassero imposte dirette di almeno 40 lire l’anno (il che presupponeva un reddito di 3800 euro di oggi, altissimo per l’epoca) e che sapessero leggere e scrivere; ricordiamo che all’epoca quasi l’80% degli italiani era analfabeta e solo nel 1877 la legge Coppino rendeva obbligatori i primi due anni di istruzione elementare rimanendo peraltro, in gran parte, lettera morta tanto che nel 1950 ancora il 15% degli italiani era analfabeta.

Per tutti questi motivi nelle ex Due Sicilie avevano diritto al voto 200 mila persone su circa due milioni di potenziali elettori, solo il 10% quindi, dei quali meno della metà si presentarono a votare per eleggere i 144 rappresentanti; Garibaldi ebbe a Napoli 39 voti. Complessivamente in tutta Italia furono chiamati alle urne 419.846 elettori corrispondenti a meno del 9% di quelli potenziali; così nasceva l' Italia dei Notabili portando con sé un’ambiguità che avrebbe fortemente limitato il senso dello stato nei cittadini della neonata nazione italiana; i liberali, tanto glorificati dall’oleografia risorgimentale, avevano trionfato.

Il nuovo parlamento italiano fu inaugurato a Torino, nel Palazzo Carignano, l’8 febbraio 1861 quando ancora la bandiera delle Due Sicilie sventolava a Gaeta, Messina e Civitella del Tronto; per molti dei suoi membri era la prima volta che uscivano dai rispettivi stati preunitari, era composto di 443 deputati eletti in collegi uninominali e 211 senatori di nomina regia, per far parte della Camera "erano sufficienti in media tre o quattrocento voti, ma c’erano anche coloro che, candidati in collegi con scarsa affluenza di votanti, riuscivano a diventare deputato del Regno con una cinquantina di voti … una cosa era il numero degli eletti ed un’altra quella della loro presenza nelle aule del Parlamento: pochi erano quelli che si sentivano di lasciare le loro case per recarsi a Torino (l’articolo 50 dello Statuto proibiva la corresponsione di indennità ai membri delle due Camere) … al senato erano di solito presenti alle sedute non più di sei o sette senatori. Non molto migliore la situazione della Camera dei deputati…le sedute iniziavano tardi e duravano poco, al massimo qualche ora…per deputati e senatori la redingote nera ed il cilindro erano quasi una divisa…i discorsi erano di solito ampollosi, retorici, di scarsissimo contenuto politico, generalmente venivano letti e talvolta modificati prima di essere pubblicati nei resoconti stenografici. Emerge chiaramente da quei resoconti la inadeguatezza della classe politica del tempo a far fronte ai problemi di una monarchia parlamentare…era un Parlamento in cui le beghe personali, gli odi e le passioni, la lotta di una fazione contro l’altra prevalevano normalmente su ogni altra questione" [380].

Vittorio Emanuele II, il 17 marzo 1861, assunse il titolo di Re d'Italia "per la grazia di Dio e per volontà della Nazione” (fu riconosciuto dall’Inghilterra il 30 marzo, prima tra le potenze europee) in aperta violazione del trattato di Zurigo del 10 novembre 1859, seguito ai patti di Villafranca, nel quale all’art. 3 veniva stabilito che "il re di Sardegna non cambierà affatto di titolo, oppure, se tiene a modificarlo, egli non prenderà che quello di Re del reame cisalpino” (cioè dell’Italia settentrionale); il titolo di re d’Italia non era innocuo, conteneva un programma politico: oltre a sanzionare le annessioni compiute, faceva sfumare la speranza di restaurazione dei principi del nord della penisola deposti e si arrogava la sovranità sulle Due Sicilie che venivano cancellate dal novero degli Stati europei, ma metteva pure l’ipoteca sui territori del Papa non ancora usurpati e soprattutto su quelli ancora sotto dominio austriaco[381]. Nel Parlamento il re sabaudo tenne un discorso sui destini d’Italia in cui, goffamente o intenzionalmente, nel ricordare i fasti delle Repubbliche Marinare le citò tutte eccetto Amalfi.

Vittorio Emanuele non ritenne opportuno mutare la numerazione dinastica e continuò a chiamarsi "secondo" e non "primo” perchè "gli pareva, qualora avesse assunto questo secondo titolo, commettere ingratitudine verso i suoi gloriosi avi” e furono ritirate le proposte parlamentari che proponevano di chiamarlo "Re degli Italiani”. Il siciliano Mariano Stabile così commentava il fatto: "quel secondo nel Vittorio Emanuele è non solo una minchioneria, ma racchiude tutto l’intimo pensiero di cotesto attuale Governo. Si persuadano pure che se non entrano francamente e rotondamente nel pensiero che siamo entrati in un fatto tutto nuovo, e che non deve parlarsi più di Piemonte, né di Napoli, né d’altro, non si andrà innanzi” [382] .

La prima legislatura del "nuovo" Regno d’Italia si chiamò "ottava" perché tale era quella del regno sabaudo, Torino rimase capitale e si declassarono quelle degli stati preunitari a sedi di prefettura. La costituzione, le leggi, il codice penale, l’ordinamento giudiziario, le istituzioni pubbliche e il sistema finanziario piemontese furono imposte a tutti i nuovi sudditi [la cosiddetta "piemontesizzazione”]. Alla fine del 1866, su 59 prefetti esistenti, ben 43 erano piemontesi ed il resto emiliani o toscani; anche la toponomastica di strade e piazze fu cambiata e nel Sud toccò a Venafro, il 12 febbraio 1861, la sorte d’essere la prima cittadina ad avere una "Piazza Milano", in memoria di un battaglione mobile formato da milanesi; seguirono poi le centinaia di piazza Garibaldi, Mazzini, corsi Vittorio Emanuele ecc. ecc.

Anche la Germania stava completando il processo di riunificazione nazionale ma con nettissime differenze rispetto a quello dell’Italia: "Anche in Germania ci fu bisogno di un regno - la Prussia – dotato di volontà di dominio e guida degli altri popoli germanici, di impostazione militarista ed ambizioni espansive, né più né meno del regno sardo. Ma, a differenza di quest’ultimo, la Prussia capì che l’unità della Germania -sia pure sotto la sua guida- si poteva raggiungere solo con i tedeschi e non contro di loro. La Prussia, infatti cominciò col promuovere la mobilitazione di tutti i popoli tedeschi contro Napoleone, ma quando i corpi di spedizione degli Stati germanici si presentarono sul campo non li tenne lontani sostenendo che avrebbe fatto "da sé e solo da sé” (come fece Carlo Alberto nel 1848) ma li guidò all’offensiva decisiva. E dopo averli portati al successo per il riscatto dell’indipendenza da Napoleone non approfittò del credito che si era guadagnato avanzando "pretese”, ma si servì di quel "prestigio” per avviare un processo, lungo e faticoso, diretto a "convincere” i tedeschi dell’utilità di uno Stato unito, cominciando con l’adozione dell’Associazione doganale tedesca, una forma di "mercato comune tedesco” che poteva essere primitiva ma assicurava l’immediata percepibilità dei vantaggi dell’unità statuale……..i duri e militaristi prussiani promossero persino quel primo nucleo di unione statale senza ricorrere ad imposizione alcuna, e tanto meno "per decreto” ma scelsero ed adoperarono il metodo della delicata e tenace trattativa finanche con quegli stati che non vollero partecipare allo stesso Zollverein [unione doganale]. Bismark non era meno capace, furbo, cinico, versatile e pragmatico di Cavour, ma mai alla Prussia venne la più lontana tentazione di indire plebisciti di "annessione” alla Prussia degli altri Stati tedeschi, nè il Cancelliere di ferro nè alcun prussiano furono sfiorati dalla tentazione di far pagare agli altri le spese sostenute per mettere su la macchina bellica e quella diplomatica su cui avevano costruito il loro credito e la loro strategia per l’unità della Germania[383]

I Savoia ebbero quindi il Regno d'Italia, ma lo persero ingloriosamente in appena ottanta anni, il 13 giugno 1946, alle 15 e 30, il tricolore con lo stemma sabaudo veniva ammainato dalla torre del Quirinale e Umberto II, l’ultimo re, prese la via dell’esilio pagando colpe non sue. La fallimentare politica sabauda dei suoi predecessori aveva partorito in successione: lo spostamento dell’asse economico al Nord che causò l’emigrazione di milioni di meridionali, fenomeno assolutamente sconosciuto prima dell’unità; la barbara repressione della resistenza meridionale, bollata con l’appellativo di "brigantaggio”, una politica fiscale oppressiva con le "tasse dei poveri” (come quella sul macinato), gli stati d’assedio (più di dieci in quaranta anni), le leggi speciali, le patetiche guerre coloniali, la prima guerra mondiale, il fascismo, le leggi razziali, la seconda guerra. Per pura mania di grandezza (ridicola per un piccolo neonato stato) il regno d’Italia mantenne un esercito che, in certi momenti, fu il più numeroso d’Europa, varò una marina da guerra imponente e costruì fortificazioni dovunque, un’incredibile sottrazione di risorse che potevano essere impiegate per elevare il pessimo livello di vita dei popoli italiani. Viceversa il Re si riservò un appannaggio che arrivò a rappresentare il 2% dell’intero bilancio dello Stato, una cifra enorme che nessun sovrano europeo si concedeva.

Subito dopo l’arrivo dei piemontesi la condizione dei contadini, dei pastori e dei braccianti peggiorò: la conquista sabauda fu, infatti, grandemente favorita dai baroni e dai borghesi i quali, trasformatisi in "liberali e unitaristi”, ottennero, in cambio del loro appoggio, non solo la conservazione dei possedimenti ma anche l’acquisizione delle terre demaniali che i piemontesi misero in vendita (spesso sottocosto): i cosiddetti "galantuomini” erano gli unici ad avere la forza economica di acquisirle e così il latifondo si accrebbe, come pure la miseria di migliaia di famiglie rurali private dei secolari ”usi civici” (cioè l’uso gratuito dei terreni demaniali). Ai contadini, che avevano creduto alle promesse degli editti di Garibaldi sulla divisione delle terre e che avevano gridato ”Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele”, fu impedito di opporsi al peggioramento delle loro condizioni di vita, le loro rivolte vennero represse nel sangue perchè, come affermò il Governo Prodittatoriale lucano, il nuovo regime non intende "disgustarsi la classe dei proprietari che sono stati i sostegni veri e precipui del movimento che ha portato l’attuale ordine delle cose ".[384]

A peggiorare la situazione ricordiamo la confisca dei beni della Chiesa, detentrice del 40% delle terre del Sud, che era sicuramente il "padrone migliore” dei contadini perchè di regola si accontentava di un affitto equo e senza scadenza; in questo modo il colono poteva anche riuscire a mettere da parte dei risparmi, cosa che invece raramente era possibile quando dipendeva dai baroni. In Parlamento, invece, il ministro Quintino Sella affermò che la vendita delle terre ecclesiastiche aveva creato 100mila nuovi proprietari ma in realtà, siccome l’imposta fondiaria che gravava sulla terra aumentò vertiginosamente ed era immediatamente richiesta ai nuovi proprietari, gran parte di essi furono subito costretti a cederle nelle mani dei soliti noti; ricordiamo che per una vera riforma agraria si dovranno aspettare addirittura gli anni ’50 del 1900.

Nel 1881, a ben venti anni dall’unità, "solo la metà dei 30 milioni di ettari di terreno a destinazione agricola erano coltivabili e la resa non superava gli 11 quintali di grano per ettaro, contro i 15 che si avevano in Francia e i 23 della Germania. La miseria era tanta e le condizioni di vita spaventose….circa i tre quarti della popolazione era analfabeta, la mortalità infantile era elevatissima…con punte superiori al 10%, in 4.701 comuni sugli 8.258 del Regno i contadini vivevano nelle stalle con gli animali ed in 1178 comuni il pane ed il frumento era considerato un lusso e consumato solo nei giorni festivi o dagli ammalati”.[385] .  

Alla fine del regime sabaudo, le conseguenze del disastro della seconda guerra mondiale dell’accoppiata Mussolini-Vittorio Emanuele III fecero sì che nel 1951 (dati del censimento ufficiale) solo l’8% delle abitazioni aveva acqua corrente e stanza da bagno.

Il nuovo sistema bancario e il Bilancio iniziale del neo stato italiano

Al momento dell’unità in Italia c’erano solo due grandi banche: il Banco delle Due Sicilie (Banco di Napoli e Banco di Sicilia) e la Cassa di Risparmio di Milano (delle provincie lombarde).  La prima era nettamente in testa con depositi per 200milioni di lire del tempo contro i 120 della seconda; il Banco delle Due Sicilie era un’istituzione pubblica seria e stimata all’interno e all’estero, le sue fedi di credito (una specie di moneta cartacea) avevano una storia secolare ed erano apprezzate più dell’oro perché interamente garantite nel loro valore nominale che era pagabile a vista con monete contanti, sia negli sportelli del Banco sia nelle tesorerie provinciali.[386] .  Nei primi cinque anni dall'unità si scatenò una lotta feroce tra il Banco di Napoli e la Banca Nazionale (piemontese) ma mentre al Sud proliferarono le Casse di Deposito del Nord, un quarto di quelle che saranno costituite in Italia in quegli anni, il Banco di Napoli doveva invece ottenere l'autorizzazione statale per aprire filiali nel settentrione d’Italia. È evidente che lo scopo finale era di privilegiare gli interessi della borghesia del nord a scapito di quella meridionale. Al momento dell’unità vennero stabiliti 5 istituti di emissione, con diritto, quindi, di battere moneta per conto dello neo Stato: Banca Nazionale (ex Banca Nazionale Sarda), la Banca Toscana, il Credito Toscano, il Banco di Sicilia ed il Banco di Napoli, aumentati a 6, con la Banca Romana, dopo il 20 settembre 1870, e poi ridotti a soli tre nel 1893, anno di nascita della Banca d’Italia, che si affiancava al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia. Ai suddetti 5 istituti bancari fu riconosciuto anche il compito di ritirare dalla circolazione le vecchie valute e di unificare i bilanci dei singoli Stati italiani preunitari in un unico Bilancio Nazionale.

La situazione apparve subito molto difficile [387], si partì con un disavanzo, relativo al solo anno 1860, di 39 milioni di lire dell’epoca dovute al saldo negativo tra i bilanci che erano, in quell’anno, in attivo (Lombardia, Emilia, Marche, Umbria, Regno delle Due Sicilie) e quelli che erano in passivo, capitanati dal Regno di Sardegna con 91 milioni di lire e seguito dalla Toscana con più di 14.  

Questo, però, era il meno perchè al bilancio del neonato regno d’Italia bisognava aggiungere l’ammontare del debito pubblico dei singoli stati che ammontava, per il solo anno 1861, a 111 milioni di lire di cui ben 63 dovuti al regno di Sardegna (57% del totale). Quello complessivo raggiungeva la astronomica cifra di 2 miliardi 241milioni 870mila lire dell’epoca.

Di questi poco più di 440 milioni di lire circa erano portati dalle Due Sicilie, che però erano completamente garantiti tanto che i suoi certificati erano quotati a Londra ben oltre il valore nominale. Il regno di Sardegna portava in eredità al nuovo stato, il triplo: più di 1 miliardo e 200 milioni. [per aggiornare le cifre ricordiamo che 1 lira dell’epoca equivale a circa 7302 lire dell’anno 2001], questo debito era dovuto a due cause: la pessima bilancia commerciale in continuo passivo dal 1849 al 1858 e ai costi di una onerosissima politica estera che imponeva l’accensione di enormi prestiti con le grandi potenze amiche (l’Inghilterra e la Francia), basti pensare, ad esempio, che il debito per la spedizione di Crimea del 1855 fu estinto addirittura nel 1902.

 

Tav. 3 - 1860: raffronto del debito pubblico (in milioni di lire) [388]

 

NAPOLI

PIEMONTE

Debito pubblico consolidato

441,225

1.271,43

Interessi annui

25,181

75,474

 

 "Ci fu un indebitamento colossale, coprire un debito con un altro debito, pagare una rata d'interessi facendo ancora un debito era diventato il sistema di governo: tra il 1849 e il 1858 il Piemonte contrasse all'estero, principalmente con il banchiere James Rothschild, debiti per 522

milioni - quattro annate di entrate fiscali. Si sostiene che lo Stato sabaudo si piegò alla necessità della unità nazionale e si aggiunge che è doveroso essere grati ai Savoia; di certo - di storico - c'è solo il fatto che il Regno di Sardegna se la cavò riversando i suoi debiti sul resto dell'Italia autoannessasi.” [389].

 

 

Tav.4 - Andamento del debito pubblico nel Regno di Napoli e in Piemonte (in lire dell’epoca) [390]

 

 

REGNO DI NAPOLI

PIEMONTE

Debito a tutto il 1847

Lire

317.475.000

168.530.000

Debito a tutto il 1859

Lire

411.475.000

1.121.430.000

Incremento nel periodo

%

29,61%

565,42%

Interessi sul D.P.

Lire

22.847.628

67.974.177,1

Popolazione residente

 

6.970.018

4.282.553

Debito pro-capite

Lire

59,03

261,86

Reddito pro-capite

Lire

291

PIL

Lire

2.620.860.700

1.610.322.220

D.P./PIL

%

16,57%

73,86%

Interessi D.B./PIL

%

0,87%

4,22%

 

"Dal 1830 al 1845 la quota delle spese militari [piemontesi] non fu mai inferiore al 40% della spesa statale complessiva. Con la prima guerra di indipendenza l’incidenza delle spese militari su quelle totali raggiunse nel 1848 e nel 1849 rispettivamente il 59.4% e il 50.8%....con la guerra del 1859 e 1860....raggiunse rispettivamente il 55.5% e il 61,6%….mentre per l’assistenza sociale, l’igiene e la sanità, la pubblica istruzione e le belle arti, raramente nell’insieme si destinò annualmente più del 2% della spesa totale”[391]

Per quanto riguarda il Tesoro il contributo più alto lo pagò il Sud che, al momento della annessione, partecipò per i 2 / 3 alla sua costituzione e mentre la moneta delle Due Sicilie era garantita interamente in oro, quella piemontese lo era solo per una lira su tre.

Tav.5 - Riserva aurea a garanzia della moneta circolante degli antichi stati italiani al momento delle annessioni (espresse in lire dell’epoca) [392]

 

Stati Italiani preunitari

Milioni di lire

Due Sicilie

4 4 3, 2

Lombardia

8,1

Ducato di Modena

0,4

Parma e Piacenza

1,2

Roma (1870)

35,3

Romagna, Marche e Umbria

55,3

Piemonte

27

Toscana

85,2

Venezia (1866)

12,7

TOTALE

6 7 0, 4

 

 

La gestione della nuova finanza pubblica del regno d’Italia, invece di farsi carico di programmi di sviluppo economico del nuovo Stato, rincorse illusori obiettivi di "pareggio del bilancio”. Per ottenere ciò si imposero nuovi tributi, ci si affrettò a svendere sottocosto i beni demaniali e quelli ecclesiastici con colossali profitti per gli acquirenti e cattivi affari per lo Stato.

 

La Politica Fiscale unitaria

Nelle Due Sicilie, nel 1859, la tassazione complessiva era di 14 franchi o lire a testa, nel 1866, a soli sei anni dall’annessione, era arrivata a 28, il doppio di quanto pagava l'"oppresso" popolo meridionale prima che i Savoia venissero a "liberarlo" [393] .

Furono introdotte molte nuove imposte, in precedenza inesistenti al Sud.

 

Tav.6 - Le imposizioni fiscali nel Sud subito dopo la conquista piemontese[394]


Imposta personale

Tassa sulle successioni

Tassa sulle donazioni, mutui e doti; sull’emancipazione ed adozione

Tassa sulle pensioni

Tassa sanitaria

Tassa sulle fabbriche

Tassa sull’industria

Tassa sulle società industriali

Tassa per pesi e misure

Diritto d’insinuazione

Diritto di esportazione sulla paglia, fieno, ed avena

Sul consumo delle carni, pelli, acquavite e birra

Tassa sulle mani morte

Tassa per la caccia

Tassa sulle vetture

 

Accorpando i dati complessivi sulle imposte, dividendoli per categorie di entrate, notiamo che nel periodo 1861-1873 le imposte indirette erano quantitativamente il doppio di quelle dirette (663.599.000 milioni contro 326.481.000[395]) le prime, com’è noto, colpiscono i consumi (macinato, tabacchi, dazi di confine e di consumo, gabelle varie, sale, lotto) e quindi gravano proporzionalmente di più sui redditi più bassi mentre le seconde incidono sui redditi più alti. Ma non è tutto: le imposte dirette seguivano la proporzionale secca, non erano progressive rispetto al reddito individuale per cui i cittadini con poche sostanze e le classi agiate pagavano la stessa percentuale fissa di tasse; è noto come, invece, sia molto più equa una imposta diretta che cresce percentualmente rispetto ai vari scaglioni di reddito.

La politica fiscale perseguita dallo Stato unitario fu, poi, assolutamente ingiusta perchè non omogenea dal Nord al Sud; il primo venne avvantaggiato, il secondo penalizzato.

Per quanto riguarda l’agricoltura mentre nelle Due Sicilie si pagano 40 milioni d’imposta fondiaria, nel 1866 se ne pagheranno 70, contro i 52 del nord; la differenza è anche più evidente se si considerano le aliquote per ettaro: nelle province di Napoli e Caserta si pagano lire 9,6 per ettaro contro la media nazionale di l. 3,33 [396]. "È pubblica ed ufficiale la dichiarazione del tempo circa il fatto che, in attesa di completare la definitiva situazione dei valori catastali, "provvisoriamente” si sarebbe proceduto nella "presunzione” che il nord fosse fiscalmente più gravato del sud e quindi, provvisoriamente (una provvisorietà che durò 40 anni) si "aggiornarono” i ruoli della fondiaria, con automatico aggiornamento anche di quelli di sovrimposta comunale. L’aggiornamento produsse nuove equità che sono ben documentate da amenità del genere: Lombardia e Veneto pagavano un’aliquota dell’ 8.8% mentre la Calabria del 15%, la Sicilia del 20% … nel 1886 si decise di unificare in un unico catasto i 22 catasti degli ex stati indipendenti … si fece di tutto per far durare il più a lungo possibile il regime provvisorio (bastò un anno dal 1923 al 1924 per confezionare lo strumento)”[397]

Per quanto riguarda l’imposta sulla proprietà edilizia il Sud pagava molto più del Nord e "questa chicca venne realizzata senza dover neppure ricorrere ad una norma speciale (provvisoria o stabile) ma solo usufruendo della circostanza che la popolazione del nord risiedeva in campagna (e dunque la casa diveniva pertinenza dei fondi rustici e rientrava nell’imposta fondiaria) mentre al sud i contadini abitavano nei borghi rurali (e dunque pagavano l’imposta sui fabbricati come se si trattasse di città)…furono necessarie due leggi speciali - nel 1906 per il Mezzogiorno continentale e nel 1908 per la Sicilia- per prendere atto che un borgo rurale era un borgo rurale nè più nè meno di tre case di campagna, e che, dunque, a sud andava trattato come al nord: ma, ormai, nel primo decennio del ‘900 l’operazione di drenaggio fiscale durata mezzo secolo nel sud era praticamente conclusa, nulla c’era più da prelevare e si poteva fare ritorno alla logica elementare[398]

Per quanto riguarda le tasse sugli affari che incidono per lire 7,04 pro capite in Campania, contro 6,70 in Piemonte e 6,87 in Lombardia. [399]

Si calcola che l’ingiustizia fiscale sia costata al Sud 100 milioni/anno: nel "1901 il Mezzogiorno produceva un redito pari al 22/23 % di quello complessivo italiano, ma pagava imposte sul reddito pari al 35/37% di tutte le imposte sul reddito precette in Italia[400]. Successivamente le cose non cambieranno, così, nel primo decennio del secolo ventesimo, una provincia depressa come quella di Potenza paga più tasse d’Udine e la provincia di Salerno, ormai lontana dalla floridezza dell'epoca borbonica essendo state chiuse cartiere e manifatture, paga più tasse della ricca Como[401].

L’iniquo sistema fiscale provocò ovviamente una grossa differenza tra nord e sud sulle espropriazioni per il mancato pagamento di tasse (da una per ogni 27mila abitanti nel Piemonte e Lombardia, si passa ad una a 900 per Puglia e Lucania e una a 114 in Calabria) [402].

Non è tutto: il 18 febbraio 1861 i decreti Mancini abrogano il Concordato in vigore tra le Due Sicilie e lo Stato della Chiesa, sono sequestrati e venduti i beni ecclesiastici che fruttano allo Stato unitario oltre 600 milioni.

La Spesa Pubblica

La ripartizione della spesa tra i singoli ministeri [403] mostra altre sorprese: a quello della Guerra (così si chiamava il Ministero della Difesa) andava il 19.52 % del totale, ai Lavori Pubblici il 9.62%, alla Pubblica Istruzione l’1.34 %.

Vi era poi una grossa sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica tra Nord e Sud tanto che "Lo Stato spendeva mediamente 50 lire per ogni cittadino del Nord e 15 per quello del Sud[404].

Per le opere idrauliche in agricoltura, ad esempio, che era la principale attività economica italiana, troviamo questi dati:

 

Tav.7 - Distribuzione della spesa per le opere idrauliche per l’agricoltura in Lire (1860-1898) [405]

 

Lombardia

92.165.574

Veneto

174.066.407

Emilia

130.980.520

Sicilia

1.333.296

Campania

465.533

Dalle cifre si evince l’enorme disparità di finanziamenti tra il nord e il sud; l'unica spesa di un certo rilievo, per il meridione, fu l'acquedotto pugliese (realizzato dopo il 1902); la media pro-capite per queste spese fu di l. 0,39 per abitante nel Mezzogiorno continentale (l. 0,37 in Sicilia) contro la media nazionale di l. 19,71[406].

I prestiti di favore per costruire gli edifici scolastici raggiungono per il Sud la punta massima in Puglia di l. 5.777 per ogni 100.000 abitanti (Campania l.641, Calabria 80); nel Nord le punte sono l. 13.345 in Piemonte e l. 15.625 in Lombardia[407]; al Nord le scuole tecniche sono distribuite in ragione di una ogni 141 mila abitanti, al Centro una ogni 161 mila abitanti, al Sud una ogni 400 mila abitanti ; analoga la situazione delle Università[408] per cui nel Mezzogiorno continentale rimase solo quella di Napoli e ci si oppose al progetto di creazione di una sede a Bari.

Gli appalti sono concessi quasi esclusivamente al Centro-Nord e cosi pure le società con monopoli, privilegi e sovvenzioni sono al Centro-Nord.

Trasporti

Anche per i trasporti il Sud è svantaggiato: mandare una merce via mare da Genova a Napoli costa lire 0,85/quintale; in senso inverso costa lire 1,50/quintale[409].

Le spese per spiagge, fari e fanali ammontano per il Nord a l. 278 mila per ogni km. di costa, a l. 83 mila al Centro, a lire 43 mila per il Sud ed a lire 31 mila in Sicilia; nella stessa epoca il Parlamento respinge i progetti di leggi speciali per i porti del Sud ed approva quelli per il Centro-Nord.

Un gran parlare si è fatto sulle spese ferroviarie che lo Stato unitario ha fatto al Sud: l. 863 milioni per la parte continentale, 479 milioni per la Sicilia[410], il tutto, però, va commisurato al totale di 4.076 milioni spesi nello stesso periodo per l'Italia intera, il Sud ebbe perciò meno di un terzo dello stanziamento complessivo[411]; in effetti, quest’atto di "generosità" fu necessario per collegare i mercati a favore degli scambi, utili soprattutto al nord.

Il 15 Ottobre del 1860 fu promulgato dal governo prodittatoriale di Garibaldi il decreto di concessione per la costruzione di strade ferrate in favore della Società Adami e Lemmi di Livorno (quest’ultimo futuro potentissimo Gran Maestro della Massoneria Italiana) assicurando per contratto un utile netto del 7%; le precedenti convenzioni con ditte meridionali furono annullate anche se i lavori erano a buon punto tanto che tutte le gallerie e i ponti erano già stati costruiti; per ordine del governo prodittatoriale i lavori furono sospesi e a nulla valsero le rimostranze del titolare della concessione, il pugliese Emmanuele Melisurgo, che insisteva perché il divieto fosse revocato e gli fosse permesso di far lavorare i suoi operai[412]. D’altra parte per Adriano Lemmi si era mosso addirittura Giuseppe Mazzini con una lettera di raccomandazione, antesignana di tangentopoli, nella quale si invitava ad accontentare il massone perchè "dove altri farebbe suo pro d’ogni frutto d’impresa, egli mira a fondare la Cassa del partito e non la sua” [413].

Spese amministrative

Si deve al Nitti se la leggenda del "burocratismo" meridionale sia stata smantellata, poiché egli ha provato, con un'analisi condotta con puntigliosità teutonica, come gli uffici dello Stato fossero prevalentemente concentrati al Nord (scuole, magistratura, esercito, polizia, uffici amministrativi ecc.) e tutti i codici e l'intera struttura statale erano piemontesi eppure ci si continua a riferire dispregiativamente alla burocrazia borbonica come in un'estasi d’ignoranza quasi intenzionale.

L'attacco dello Stato italiano all'industria meridionale

La storiografia ufficiale sostiene che, con l’abbattimento dei dazi doganali protezionistici e l’introduzione nel Sud, il 24 settembre del 1860, della tariffa libero-scambista, fu la concorrenza dei prodotti del Nord ed esteri a mettere in ginocchio l’industria e l'agricoltura meridionali, che, secondo questa tesi, si reggevano in piedi solo per il sistema protezionistico. In realtà, questo è falso perché mentre l'industria settentrionale copriva a stento il fabbisogno del suo mercato, il Sud, al contrario, esportava manufatti (oltre ai prodotti agricoli) in tutto il mondo grazie alla sua enorme flotta mercantile.

Perché allora l'industria meridionale scomparve, malgrado fosse globalmente considerata ad un livello superiore a quella del nord? La concorrenza estera c'era sia al Nord sia al Sud, eppure il primo sopravvive e si sviluppa mentre il Sud perde terreno anche nei settori in cui, al momento dell'unità, era alla pari o ad un livello più avanzato.

I fatti, al di là delle opinioni, dicono che mentre i fiori all’occhiello dell’economia meridionale, che erano al primo posto, nei relativi settori, al momento dell’unità, come l’industria metalmeccanica di Pietrarsa, i cantieri navali (come Castellamare di Stabia), gli stabilimenti siderurgici di Mongiana o Ferdinandea, l’industria tessile e le cartiere, cadono in abbandono o sono immediatamente chiusi mentre, contemporaneamente, al Nord sorgono quasi dal nulla analoghi stabilimenti come l’arsenale di La Spezia o colossi come l’Orlando.

In realtà fu messo in opera un preciso disegno dei "vincitori sul campo” il quale fece sì che il Nord si sviluppasse a danno del Sud: l’asse Torino-Milano-Genova doveva avere il monopolio dell’industria italiana, al Sud fu assegnato un ruolo prevalentemente agricolo e di fornitore di mano d’opera per l’industria nordica. "Il dissidio tra la Lombardia…e molta altra parte d’Italia ha origini in una serie di fatti: sopra tutto il sacrificio continuo che si è fatto degli interessi meridionali"[414]. "Le industrie del già Regno delle Due Sicilie sono state sventuratamente né apprezzate né conosciute da coloro che purtroppo avevano obbligo di considerarle, e però quando i suoi più grandi interessi sono stati discussi davanti al Parlamento nazionale si è avuto dolorosamente il rammarico di vederli trattati leggermente come cosa di picciol conto[415].

Passiamo ad esaminare i casi più eclatanti:

a) Nel 1861, l’ingegner Sebastiano Grandis, incaricato da Torino di stendere una relazione su Pietrarsa, curiosamente ne esagerò i difetti magnificando, nel contempo, i pregi della Ansaldo di Genova che aveva, in più, dalla sua, anche una "benemerenza politica” risorgimentale visto che "sostenne nascostamente la spedizione di Garibaldi [con la fornitura di armi] e lo incitò all’azione”[416]. Così "Delle 600 locomotive occorrenti alle linee ferroviarie del Sud, solo un centinaio fu appaltato a Pietrarsa[417] che, dopo vari passaggi di proprietà, nel 1885 la fabbrica viene addirittura declassata a officina di riparazione e nel 1900 ebbe un rapido declino fino ad essere chiusa definitivamente il 20 dicembre 1975 (attualmente è sede di un Museo ferroviario stranamente chiuso). Nel 1885 l’esercizio della rete nazionale delle ferrovie fu data a tre società (Adriatica, Mediterranea e Sicula) "tutte a capitale settentrionale, ebbero i loro centri tecnici e direzionali al nord ed accentrarono commesse ed acquisti di materiali rotabili e di ogni genere all’estero ed al nord”[418]

b) Mongiana, già nel 1862, viene inclusa tra i beni demaniali da alienare, la produzione siderurgica viene più che dimezzata come pure il numero dei dipendenti che erano ben 1500; la ferriera di Atina, al momento dell’unità in costruzione con due altoforni già pronti, viene chiusa subito; contemporaneamente si registra il potenziamento di analoghi complessi nell'area ligure-piemontese come l'Ansaldo, che prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti e dopo due anni li raddoppia. Alla fine, il 25 giugno 1874, in "ottemperanza" alla Legge 23 Giugno 1873, Mongiana venne chiusa e fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme, tutto il complesso diventò la "casa di campagna" di Achille Fazzari, ex garibaldino, che l’acquistò per poco più di cinquecentomila lire; una triste fine per un opificio che aveva collezionato premi nazionali ed internazionali per la bontà delle sue realizzazioni (Esposizione industriale di Firenze del 1861 e di Londra del 1862).

c) Paradigmatico, poi, è l’esempio della Marina mercantile meridionale: prima dell’unità era la quarta del mondo, dopo il 1860 il governo di Torino preferisce stanziare anticipi di capitale e sovvenzioni per le società di navigazioni genovesi e le nega a quelle meridionali che furono così costrette a ridurre e sospendere ogni attività "il trentennio dal 1860 al 1890 segnò per l’armamento a vapore napoletano un periodo di decadenza e di stasi completa[419]; nel ventennio 1879-1898 le commesse alla cantieristica del Sud furono solo il 33% del totale nel settore pubblico e circa l’11% di quello privato. "Quando nel 1861 il governo di Torino bandì le gare per gli appalti dei servizi postali marittimi, le vecchie e prestigiose società di navigazione napoletane non ebbero neanche l’invito a concorrere alle gare…vinte dagli armatori liguri e tra essi il Ribattino che aveva avuto un ruolo importante nell’impresa garibaldina del 1860[420]. Il governo preferì, quindi, favorire le compagnie "più vicine …..e sostenute da autorevoli referenti politici”[421]

d) Per quanto riguarda la Marina Militare, Quintino Sella, nel nuovo parlamento italiano, affermò "Quale cosa più bella che togliere da quel porto [Napoli] gli stabilimenti militari per accrescere vantaggi al commercio?”, così lo stato italiano preferì costruire il nuovo arsenale di la Spezia, provocando la rovina di quello all’avanguardia dell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie.

e) Anche il settore tessile fu danneggiato dalla mancanza di commesse, comprese quelle delle Forze Armate che prima vestivano i 100mila militari dell’esercito delle Due Sicilie, come comunicato, invano, dalla giunta provvisoria di commercio di Napoli "Oggi i fornitori dell’esercito lontani da questa parte d’Italia non hanno alcun pensiero o riguardo ai prodotti dell’industria nostrale….si rivolgono ai prodotti stranieri…si arreca danno inestimabile alla nostra industria”[422]; poco dopo l’unità il famosissimo opificio di S. Leucio vide sospendere la produzione, poi dato in appalto ad un piemontese, successivamente passò al Comune, poi in fitto ai privati e nel 1910 fu chiuso per sempre.

f) Per quanto riguarda la fiorente industria della carta lo Stato abbassa il dazio di esportazione degli stracci, materia prima per l’industria cartaria, favorendo gli esportatori di Genova e Livorno che indirizzarono i loro affari soprattutto all’estero penalizzando gli opifici meridionali; in più le commesse editoriali statali ristagnano e vengono affidate quasi tutte a tipografie torinesi, nessun libro edito al Sud fu poi adottato nelle materie di insegnamento della scuola; per tutti questi motivi la Campania perse gli antichi primati retrocedendo, a venti anni dall’unificazione, al terzo posto tra le regioni italiane mandando così sul lastrico migliaia di operai.

I dispacci, nei quali la prefettura di Napoli, fin da subito dopo l’unità, informavano delle crescenti difficoltà dell’industria meridionale nel suo complesso erano "letti distrattamente a Torino”[423]. Nel Sud, all’anno 1861, gli addetti ai vari tipi di attività industriali erano il 44% del totale degli occupati dell’industria italiani (dati censimento ufficiale), nel 1951 (dati del censimento ufficiale) il 12.8%; si era quindi attuato, in 90 anni, un vero e proprio processo di deindustrializzazione.

Ricordiamo, per inciso, che, in ogni caso, l’industria italiana nei primi novantanni postunitari rimase a livelli molto inferiori alla media europea, il paese rimase sostanzialmente agricolo tanto che fino agli anni 50 del 1900, con il cosiddetto "miracolo economico”, le maggiori entrate del bilancio dello stato erano dovute alle esportazioni di agrumi meridionali e alle rimesse degli emigranti, anch’essi in gran parte del Sud; ancora nel 1954 il 42,4% della popolazione attiva italiana era occupata nell’agricoltura contro il 31.6 % dell’industria.

Concludendo, affermiamo che gli strumenti di questa politica vessatoria per il Mezzogiorno furono: l’accresciuto prelievo fiscale fino ad un vero e proprio sfruttamento, il drenaggio dei capitali, la strozzatura del credito, gli investimenti pubblici preferenziali per il nord e la diminuzione delle commesse alle imprese del Sud. Considerato tutto questo, non fa meraviglia che la frattura economica Nord-Sud si cominciasse a delineare dopo 20 anni d’unità, e che dopo 40 era già netta, ma che l'economia meridionale abbia retto per decenni ad una simile politica di rapina sistematica: "il grosso del dislivello in termini di reddito pro capite e di struttura industriale si formò dopo l’unità, e segnatamente tra la fine degli anni Ottanta e lo scoppio della prima guerra mondiale”[424].

A causa della dissennata politica economica e fiscale del governo unitario l’incidenza del reddito del Sud su quello complessivo del regno d’Italia scende, dal 1860 al 1900, dall’iniziale 40% al  22%. Il legittimista Giacinto de Sivo commentò che per "usurpare la Monarchia [borbonica] si percosse la nazione [meridionale]”.

La tragica giornata a Pietrarsa     

Le maestranze avevano eretto, nel 1852, con il materiale di costruzione delle locomotive, una statua all’amatissimo Re Ferdinando II, dopo l’unità si cominciò a respirare un’aria diversa; scrive " Il Popolo d’Italia " del 7 agosto 1863: " Il fatto dolorosissimo avvenuto nell’officina di Pietrarsa, nelle vicinanze di Portici, ha prodotto su tutti indistintamente la più funesta e penosa impressione. Col’animo affranto e commossi profondamente ne diamo qui appresso i particolari, che possiamo ritenere esatti. Un tal Jacopo Bozza, uomo di dubbia fama, ex impiegato del Borbone, già proprietario e direttore del giornale " La Patria”, vendutosi anima e corpo all’attuale governo, aveva avuto in compenso da questo governo moralizzatore la concessione di Pietrarsa. Costui, divenuto direttore di questo ricco opificio, che è il più bello e il più grande d’Italia, avea per lurido spirito d’avarizia accresciuto agli operai un’ora di lavoro al giorno, cioè undici ore da dieci che erano prima; ad altri licenziamento, comunque nel contratto d’appalto c’era l’obbligo di conservare tutti ...Gli operai cos’detta battimazza, che avevan prima 32 grana di paga al giorno eran stati ridotti a 30 grana; e questi, dopo aver invano reclamato su tale torto, ieri annunziarono al Bozza ahìessi erano decisi piuttosto ad andar via anzichè tollerare la ingiustizia, però domandarongli il certificato di ben servito. Pare che il Bozza non solo abbia negato il certificato, ma abbia risposto con un certo Ordine del giorno ingiurioso à poveri operai. Allora ci fu che uno di questi suonò una campana dell'opificio, verso le 3 p. m., ed a tale segnale tutti gli operai, in numero di seicento e più, lasciarono di lavorare ammutinandosi, e raccoltisi insieme gridarono abbasso Bozza ed altre simili parole di sdegno. Il Bozza, impaurito a tale scoppio si die alla fuga; fuggendo precipitosamente, cadde tre volte di seguito per terra; indi si recò personalmente, o mandò un suo fido, com'altri dice, a chiamare i bersaglieri che erano di guarnigione in Portici, perché accorressero a ristabilire l'ordine in Pietrarsa, non sappiamo in che modo nar­rando l'avvenimento al comandante. E così accorse un maggiore con una compagnia di bersaglieri. Nel frattempo un capitano piemontese, addetto a dirigere i lavori dell'opificio, uomo onesto e amato dagli operai, mantenne questi in quiete, aspettando che arrivasse qual­che autorità di Pubblica Sicurezza o la Guardia Nazionale per esporre le loro ragioni. Ma ecco che invece giunsero i bersaglieri con le baionette in canna: gli operai stessi che erano tutti inermi aprirono il cancello, ed i soldati con impeto inqualificabile si slan­ciarono su di essi sparando i fucili e tirando colpi di baionetta alla cieca, trattandoli da briganti e non da cittadini italiani, qual erano quegli infelici! Il capitano che dirigeva i lavori, e del quale abbiamo accennato più sopra, si fece innanzi con kepi in-mano, e gridando a nome del Re fece cessare l'ira della soldatesca. Tralasciamo i commenti su questo orribile fatto. Fu una scena di sangue, che amareggerà l'anima di ogni italiano, che farà me­ravigliare gli stranieri e gioire i nemici interni. Cinque operai rimasero morti sul terreno, per quanto si asse­risce: altri che gettaronsi a mare, cercando di salvarsi a nuoto, ebbero delle fucilate nell'acqua, e due restarono cadaveri. I feriti sono in tutto circa venti: sette feriti gravemente furono traspor­tati all'Ospedale dè Pellegrini, altri andarono nelle proprie case. 

Il ruolo degli esuli e dei parlamentari meridionali

 "È stato un errore, si sostiene nel 1862 in una memoria … avere affidato il governo napoletano a quei patrioti che, emigrati al cominciare della reazione del 1849, rimasero fuori dalla province Napoletane sino al 1860. ……Sebbene essi siano per ingegno, dottrina e amor patrio la migliore parte di quella eletta schiera di liberali Napoletani, sono i meno adatti a svolgere le mansioni loro affidate dal governo di Torino sia per la poca conoscenza che hanno degli interessi di queste province, da cui sono stati per molti anni assenti, sia per quella passione…mista di vendetta e di disprezzo, di cui sono sempre dominati quelli che dopo un lungo e doloroso esilio ritornano potenti in patria.

Rientrati a Napoli come proconsoli piemontesi, hanno falsato agli occhi del Governo centrale i fabbisogni del paese e hanno consentito che questo venisse ammisserito e spogliato…da estranei a queste provincie…venuti con lo spirito di conquista che non si addice a chi doveva spargervi la luce e il progresso. A causa della loro incapacità a governare, l’amministrazione cade in mano di persone che non sapevano un’ acca e non avevano altro merito se non di godere delle grazie della consorteria.”[425]

I deputati meridionali che giunsero a Torino, nel febbraio 1861, per l’inaugurazione del nuovo parlamento erano tutti accesi filopiemontesi e avevano avuto una parte molto rilevante nel favorire la conquista savoiarda prima screditando il governo meridionale e poi collaborando all’invasione. La maggior parte, pur di rimanere nel gruppo di potere, chiuse tutti e due gli occhi di fronte all’annientamento economico e civile del Sud con un atteggiamento che è perdurato fino ai giorni nostri, ma alcuni di loro fecero coraggiose interpellanze per difendere gli interessi del meridione, ne selezioniamo alcune[426] divise per argomento:

- riguardo lo stato delle finanze il deputato pugliese Valenti così dichiarava nella seduta del 3 aprile 1861 (atto nr.52): "Sotto i Borboni pagavamo gli stessi e forse minori pesi che paghiamo adesso. I Borboni mantenevano un’armata di centoventimila uomini…ponevano fondi in tutti i banchi all’estero, dotavano largamente la figliolanza e tuttavia il tesoro era fiorente " e il 4 dicembre il deputato Ricciardi così si esprimeva (atto nr.340): " Come mai questo paese le cui finanze erano così floride, la cui rendita pubblica era salita al 118 è in così misera condizione?"

- riguardo la sicurezza personale il deputato siciliano Bruno così dichiarava nella seduta del 4 aprile 1861 (atto nr.53): "La Sicilia sotto i Borboni offrì per molti anni l’edificante spettacolo che furti non ne succedevano assolutamente e si poteva passeggiare per tutte le strade, ed a tutte le ore senza la menoma paura di essere aggrediti né derubati”.

- riguardo la proposta di legge abolitiva dei vincoli feudali in Lombardia il deputato Zanardelli così dichiarava il 7 maggio (atto nr.113): " La legge napoletana su tal proposito fu fatta nel 1806, in un tempo non di rivoluzione ma di restaurazione, in un tempo in cui i feudi venivano restaurati in Lombardia….. e questa legge nella patria di Vico, di Mario Pagano e di Filangeri fu chiamata, anche dal Colletta, argomento al mondo di napoletana civiltà”.

- riguardo la connivenza con i piemontesi dell’alta ufficialità meridionale prima dell’invasione il deputato Ricciardi così ebbe a dichiarare il 20 maggio 1861 (atto nr.140): "Appena reduce dall’esilio giunsi in Napoli…io feci la propaganda nelle caserme a rischio di farmi fucilare…gli ufficiali rispondevano: noi saremmo pronti ma i nostri soldati sono talmente fanatizzati che ci fucilerebbero…Ma vi pare che senza il lavoro segreto di questi ufficiali, senza il nostro lavoro, avrebbe mai potuto entrare Garibaldi in Napoli, città di mezzo milione di abitanti, con 4 castelli gremiti di truppe? Egli entrò solo in Napoli perché noi liberali, con un buon numero di ufficiali, glie ne aprimmo le porte

- riguardo lo strozzamento dell’economia meridionale e la piemontesizzazione: nella seduta del 20 novembre 1861 (atto nr.234) il deputato di Casoria, Proto, duca di Maddaloni, propose il distacco dell’ex Regno di Napoli dal Regno d’Italia e accusò apertamente il governo piemontese di avere invaso e depredato il Napoletano e la Sicilia: «Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le provincie meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala». La presidenza della Camera invitò il deputato a ritirare la sua mozione ed egli il giorno successivo per protesta rassegnò le dimissioni.

Il 4 dicembre il deputato Ricciardi (atto nr.340) insiste sull’argomento: "Due sono le principali piaghe di quelle provincie….la piaga morale è l’offesa profonda recata a sette milioni d’uomini…un paese che per otto nove secoli è stato autonomo, ad un tratto ridotto a provincia, un paese che vede distrutte per via di decreti le sue antiche leggi, le sue antiche istituzioni certamente non può essere contento. Aggiungete la invasione d’impiegati non nativi del paese i quali non sono veduti troppo di buon occhio….quanto alla piaga materiale la miseria è grandissima…e poi, e io ve la dico schietta, da Torino non si governa l’Italia, da Torino non si regge Napoli: questa è la mia convinzione profonda; in questo sta la radice di tutti i nostri mali". Il 20 dicembre il deputato San Donato (atto nr.340): "Tutti gli impiegati che da Torino si sono mandati a Napoli non solo sono stati promossi di soldo, ma si è loro accordata, sul tesoro napoletano, due, tre, sino quattrocento franchi al mese di indennità, mentre ai Napoletani traslocati in Torino nulla si è dato non solo, ma lo sono stati con gradi e soldi inferiori a quelli che lasciavano in Napoli”. Nella stessa seduta il deputato Pisanelli: "Non vi è istituzione pubblica, collegi, università, amministrazione, educandati ecc. ecc., a Napoli, che non sieno stati sciolti, unicamente perché non avevano i regolamenti piemontesi. Il ministro della Marina signor Menabrea ha invitato 43 nobili padri di famiglia a ritirare dal collegio di marina i loro ragazzi (che essi vi tenevano da tre o quattro anni messi al tempo dei Borboni), unicamente perché gli è piaciuto dire che questi erano entrati nel 1858 quando a Napoli non vi erano regolamenti piemontesi".

Il 2 febbraio 1867 il conte Ricciardi, eletto a Foggia, e uno dei più tenaci difensori degli interessi del Sud si dimette da deputato, così motivando: "Dopo sei anni di lotta mi persuasi che l’opera mia in Parlamento si riduceva ormai ad un inutile sfogo….una opposizione divisa e acefala…una maggioranza impotente al bene…il governo di nulla di grande e fruttifero mostrasi iniziatore. Continuando io alla Camera mi assumerei una responsabilità tristissima; meglio sarammi tornare all’antico ufficio di scrittore, più umile, ma certo più utile, consolandomi alquanto dè mali di cui sono testimone, di aver fatto ogni sforzo per evitarli".

Più tardi un unitarista convinto come Giustino Fortunato, nella lettera a Pasquale Villari n. 89 del 2 settembre 1899, scrive: "L’unità d’Italia ... è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali". Gli fece eco Gaetano Salvemini (1900): "Se dall’unità d’Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata…è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone ". Sempre Fortunato in un’altra lettera del 1923 diretta a Salvemini scriveva[427]: "Non disdico il mio "unitarismo". Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa”.

La Resistenza nelle Due Sicilie: i briganti e i "reazionari”

"Quelli che hanno chiamato i Piemontesi e che hanno consegnato loro il regno della Due Sicilie sono un’impercettibile minoranza. I sintomi della reazione si trovano dovunque" (Journal des Debats", novembre 1860, in una corrispondenza da Napoli)[428].

La mistificazione storica, sopravvissuta fino ad oggi, ha fatto sì che le popolazioni meridionali (contadini, pastori e braccianti da una parte; intellettuali e notabili dall’altra), contrarie a quanto era stato loro imposto con la forza, siano state spogliate delle loro vere motivazioni alla resistenza e marchiate rispettivamente con gli appellativi di "briganti” e "reazionari”; si nascosero con tutti i mezzi le vere ragioni, economiche e ideali, di quella che rimane la più lunga insurrezione dei popoli meridionali contro quello che essi consideravano lo straniero invasore.

Per quanto riguarda i cosiddetti "briganti" essi furono soprattutto espressione della popolazione rurale (contadini, braccianti e pastori) che si sentì defraudata dal nuovo ordine sociale; scriveva Carlo Dotto de Dauli nel 1877[429] : "Il brigante è, nella maggior parte dei casi, un povero agricoltore e pastore di tempra meno fiacca e servile degli altri che si ribella alle ingiustizie e ai soprusi dei potenti e, perduta ogni fiducia nella giustizia dello Stato, si getta alla campagna e cimenta la vita, anelando vendicarsi della Società che lo ridusse a quell’estremo".

Infatti, dopo l’editto di Garibaldi del 2 giugno 1860, le masse rurali si erano illuse che "la rivoluzione unitaria italiana” portasse con sé la tanto sospirata divisione delle terre, ma si dovettero ricredere perchè, con l’avvento di Vittorio Emanuele, i comitati liberali, composti da ricchi borghesi ferventi "unitaristi”, si impossessarono delle amministrazioni comunali e delle relative casse, misero mano ai documenti relativi al patrimonio demaniale, sul quale i contadini e i pastori esercitavano gratuitamente gli usi civici, e lo misero all’asta. In questo modo le terre non infeudate passarono velocemente in loro possesso e ai contadini, defraudati dei loro secolari diritti d’uso (gli usi civici), rimasero due possibilità: "o brigante o emigrante"; secondo la valutazione dello storico marxista Emilio Sereni il totale degli ettari alienati e venduti in Italia ammonta a 2.565.253: «oltre due milioni e mezzo di ettari di terra, situati per la maggior parte nell'Italia meridionale, nel Lazio e nelle isole».[430].

Queste motivazioni "sociali” furono alla base della rivolta meridionale detta "brigantaggio” e si intersecarono con quelle politiche legittimiste, "l’amalgama dei due aspetti è sempre dialettico e varia a seconda dei tempi e dei luoghi”[431] ma di solito le prime prevalsero di gran lunga tanto che molti storici considerano il "brigantaggio” come "il padre” di tutte le lotte che i contadini del Sud condussero per decenni al fine di ottenere migliori condizioni di vita. "Dopo il 1860, l’intreccio di brigantaggio e legittimismo borbonico spinge la classe politica unitaria ad individuare nelle province annesse il luogo da cui proviene la più grave minaccia interna all’esistenza del Regno d’Italia e ad assegnarsi la missione di inserire nella nuova compagine statale l’ex Regno napoletano anche a costo di cancellarne l’identità storica[432]

"Negli anni ’60 del secolo scorso nel Mezzogiorno c’era la guerra, e una guerra feroce, senza leggi internazionali da rispettare, senza prigionieri, senza trincea e retrovia. Dei due eserciti, quello "vero", con le divise in ordine e gli ufficiali usciti dalla scuola militare di Torino se ne stava di presidio nei paesi, isolato come se fosse nel cuore dell’Africa, fra gente che aveva lingua e costumi incomprensibili e quasi sempre un figlio o un fratello fra le montagne a tenere testa agli "invasori”. [433] Ogni tanto il presidio veniva a sapere di qualche "reazione agraria" di qualche "ribellione borbonica” e accorreva di zona in zona, sulle poche strade conosciute, a reprimere le rivolte, dai boschi e dalle montagne scendeva allora ad affrontarlo l’esercito silenzioso dei briganti. Nei paesi, infatti, si rinnovavano qua e là gli incendi dei municipi e degli uffici del catasto ("gli eterni nemici nostri" li chiamava il brigante Crocco), nonchè i saccheggi delle case dei "galantuomini", noti come usurpatori delle terre demaniali; si abbattevano gli stemmi sabaudi e le immagini di Vittorio Emanuele e Garibaldi, s’issava il vessillo borbonico e si restauravano nuove effimere amministrazioni che rendevano obbedienza all’esiliato Francesco II, re delle Due Sicilie. I possidenti scappavano verso le zone presidiate dall’esercito piemontese e quando i bersaglieri rioccupavano i paesi "reazionari" rientravano con essi; tutto finiva con la restaurazione dei simboli dei Savoia, con l’incendio dei quartieri più poveri e con la fucilazione in piazza dei briganti presi prigionieri: uomini dai volti chiusi dalle grandi barbe, da vestiti fatti di pelli”. ”[434] [spesso i loro cadaveri venivano lasciati insepolti per giorni, come ammonimento] "I briganti, quando non sono minacciati da vicino dalla truppa, dormono normalmente all’ombra di fronzute quercie, sdraiati a terra alla rinfusa; per guanciale hanno un sasso od una zolla, per coperta il cappotto o il mantello; i fucili sono appoggiati alle piante con le cartucciere appese ai calci. Sul fronte, ai lati, a tergo, tutto all’ingiro della posizione, vedette avanzate vegliano attente, mentre le spie segrete stanno dentro le truppe…a rinforzo delle vedette vi sono i cani, feroci mastini che fiutano la preda…i cavalli pascolano liberi nel folto del bosco. I feriti…sono curati con affetto: le ferite sono lavate con acqua e aceto, i farmaci normalmente usati sono: patate, filacce, fascie, bianco d’uovo, olio di olivo sbattuto e foglie d’erba. Per rancio la banda è ripartita in gruppi ognuno dei quali è presieduto da un caporanciere; sul pendio meno ripido della posizione in luogo possibilmente coperto, perchè il fumo non ci tradisca, si accendono i fuochi; poco lontano i cucinieri sono intenti a scannare capretti, scuoiare maiali, spennare polli e tacchini……i viveri requisiti nelle ricche masserie e spesso nei villaggi con arma alla mano.I denari per la paga vengono forniti dai signori reazionari e liberali, i primi con elargizioni spontanee, i secondi forzatamente con minaccia; in caso di rifiuto, di taglio di piante, incendi, devastazioni ed altri simili danni. La plebe, dalla quale noi tutti eravamo usciti, in generale fu di potente ausilio in tutte le nostre imprese. Cotesto aiuto era conseguenza dell’odio innato del popolo nostro contro i regi funzionari e contro i Piemontesi, causa il modo sprezzante col quale gli ufficiali usavano trattare le popolazioni[435].                                                        

Una delle tante anime del brigantaggio era la componente religiosa: frati e sacerdoti sono presenti in gran numero nelle schiere degli insorgenti, sebbene fossero passati per le armi in caso di cattura; i vescovi, benché spesso scacciati dalle loro sedi come avvenne all’arcivescovo di Napoli, Sisto Riario Sforza, sostengono efficacemente l’insurrezione, promulgando pastorali di tono antiunitario e ribadendo le proteste provenienti dalla Santa Sede; nel 1861 in 57 su 84 diocesi del Sud i vescovi erano impossibilitati ad esercitare le loro funzioni per l’opposizione del nuovo regime. L’invasore piemontese era considerato un nemico della religione ed il popolo ne aveva prova tangibile nelle numerose profanazioni di luoghi sacri effettuate dai soldati piemontesi, inoltre, il loro re, Vittorio Emanuele, era stato scomunicato da papa Pio IX.

Le classi superiori, a loro volta, non potevano ignorare la sistematica guerra del Regno di Sardegna al potere temporale della Chiesa iniziata nel 1848 con la cacciata dei gesuiti, proseguita con le leggi Siccardi del 1850 che sopprimevano alcuni privilegi ecclesiastici (il diritto di asilo che godevano i luoghi sacri, il foro ecclesiastico che giudicava i religiosi accusati di reati comuni, la censura ecclesiastica), inasprita con la legge per la soppressione di alcuni ordini religiosi del 1855 (e culminata, il 7 luglio del 1866, con l’abolizione di tutti gli ordini e la confisca dei loro beni frutto in gran parte delle donazioni dei credenti; con la legge del 19 giugno 1873 questo provvedimento fu esteso anche a Roma), a questo proposito qualcuno ironizza sul significato vero dell’espressione "Libera Chiesa in libero Stato”.

Sottolinea, inoltre, De Jaco[436] che "i briganti erano religiosissimi, avevano dei cappellani nelle bande e dei santi protettori per le bandiere (in generale i santi del loro paese di origine), …. si ornavano il collo e i polsi di amuleti, di madonne, di corone, ostie consacrate, santini, la sera recitavano in comune il rosario.”. Spesso, prima della morte, invocavano la Madonna, a loro molto cara, come pure fece, sulla sponda opposta, il milite della guardia nazionale Vitantonio Donateo che per questo ebbe salva la vita: "Quando uno dei briganti che era tornato ferito dal combattimento coi carabinieri, disponeva sulla sorte di noi altri…….dovea essere fucilato io, e mi ordinarono di mettermi colla faccia a terra, il che avendo io fatto, con lo squallore della morte, gridai:”Madonna del Carmine, aiutami!” ed intesi lo scatto del fucile che non diè fuoco. Allora un brigante disse:”Alzati che tu sei salvo e devi essere veramente devoto alla Madonna del Carmine come ne sono io; le devi fare una gran festa[437] [il brigante era l’ex sergente borbonico Domenico Pasquale Romano].

Non meno importante fu la "resistenza non armata", la resistenza civile, bollata come "reazionaria”, che si presenta con forme molto articolate e coinvolge tutta la società meridionale del tempo come risulta dagli atti dei processi celebrati dalle corti civili a Napoli; ne offrono testimonianza l’opposizione condotta a livello parlamentare, le proteste della Magistratura che deve subire nei sui membri più prestigiosi delle vere e proprie epurazioni e vede cancellate le sue gloriose e secolari tradizioni giuridiche; la resistenza passiva dei dipendenti pubblici, il malcontento della popolazione cittadina, l’astensione dai suffragi elettorali (già il 19 maggio del 1861, in occasione delle elezioni amministrative, votò a Napoli meno di un terzo degli aventi diritto), il rifiuto della coscrizione obbligatoria, la diffusione della stampa clandestina e la polemica condotta dai migliori pubblicisti del regno, fra cui emerge Giacinto dè Sivo.

Le numerose pubblicazioni antiunitarie avevano generalmente vita breve perché erano sottoposte a sequestro e i loro autori a minacce fisiche o al carcere, segno evidente che la "libertà di stampa", sancita dallo Statuto Albertino, non valeva per la stampa di opposizione ma solo per quella di regime; i redattori di questi giornali passavano di rivista in rivista, a mano a mano che queste chiudevano per forza maggiore, diventando professionisti di un giornalismo militante, semiclandestino e quasi avventuroso; questa pubblicistica di opposizione fu molto attiva per tutti gli anni sessanta, poi la stampa autonomistica ed antiunitaria perse gran parte del suo furore anche a causa della caduta di Roma del 1870. "La libertà di stampa era in realtà una libertà attentamente vigilata con premi per i buoni ed inevitabili castighi per i cattivi…un giornale ben fatto che fosse, era in quegli anni una impresa disastrosa sotto il profilo economico. Le edicole non esistevano: il giornale veniva venduto per abbonamento o presso il tipografo…mille copie erano già una buona tiratura: nel decennio 1861-1871 la tiratura complessiva di tutti i giornali del Regno si aggirava sulle 400.000 copie…la soluzione per far quadrare i conti era molto semplice: ottenere un appalto per la pubblicazione di notizie ufficiali, da parte del Governo, Ministro o Prefetto che fosse…naturalmente occorreva dare qualcosa in cambio, ciò che significava non criticare mai e per nessun motivo l’autorità ed anzi tesserne il più possibile gli elogi, specie quando si trattava di Sua Maestà il Re. La "Gazzetta piemontese” di Torino, ad esempio, ebbe per molti anni vita tranquilla per aver ottenuto l’appalto della pubblicazione dei dibattiti e delle decisioni del Parlamento, che aveva allora sede in Torino.”[438]

Infine ricordiamo la componente legittimista della reazione, il partito borbonico, che pur non raggiungendo l’obiettivo fondamentale di riportare la dinastia legittima sul trono, riuscì per anni ad aggregare quasi tutte le componenti sociali intorno a un sentimento patriottico e nazionale; molti soldati delle milizie borboniche, rifiutando l’arruolamento nel nuovo esercito italiano e il giuramento al nuovo Re, si ponevano l’obiettivo di restaurare Francesco II; spesso essi si davano alla macchia e si univano agli insorgenti perché respinti dalla "società civile", già prona ai voleri dei conquistatori piemontesi; con loro si aggregarono addirittura ex garibaldini, delusi dalla piega che avevano preso gli avvenimenti. "Ero sergente di Francesco II, ritornato a casa come sbandato, mi si tolse il bonetto, mi si lacerò l’uniforme, mi si sputò in viso, e poi non mi si dette più un momento di pace, perchè facendomi soffrire sempre ingiurie e maltrattamenti, si cercò pure di disonorarmi una sorella; laonde accecato dalla rabbia e dalla vergogna non vidi altra via di vendetta per me che quella dei boschi…”[439]

Inoltre alcuni rappresentanti della nobiltà lealista europea accorsero dal re in esilio nella difesa "per il trono e l’altare", "per la fede e la gloria", e già durante l’assedio di Gaeta si erano visti francesi, belgi, austriaci, sassoni e anche qualche americano; il loro contributo fu però marginale poiché i "briganti”, contadini e pastori in massima parte, non avevano una "cultura militare” tale da accettare le direttive di questi soldati stranieri che non riuscirono ad inquadrarli in formazioni paramilitari né tanto meno a coordinarne le azioni sotto un comando unico; ben noto è il contrasto tra il brigante Carmine Crocco e lo spagnolo Borges che, anche per questo motivo, abbandonò la partita, cercò di raggiungere Roma ma fu preso dai piemontesi a pochi chilometri dal confine e fucilato a Tagliacozzo l’8 dicembre del 1861.

Nei primi mesi del 1861, quando le ultime piazzeforti borboniche, Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, si arrendono dopo un’eroica quanto sconosciuta resistenza, l’opposizione lealista ha radici ben salde nel regno; a Napoli, l’ex-capitale travagliata da una grave crisi economica, agisce la propaganda dell’agguerrito comitato borbonico della città che riesce a organizzare una manifestazione pubblica a favore della deposta dinastia; nel mese di aprile 1861 è sventata una cospirazione antiunitaria e sono arrestate oltre seicento persone, fra cui 466 ufficiali e soldati dell’esercito napoletano e il duca di Caianello, trovato in possesso di una lettera di Francesco II; la strategia della resistenza borbonica mira a mostrare la fragilità del potere di Vittorio Emanuele e a tenere desta l’attenzione degli Stati europei nella speranza di sviluppi internazionali sulla questione italiana che possano determinare un intervento armato o almeno diplomatico dell’Austria o delle altre potenze europee.

Francesco II, però, non ebbe la capacità di essere capo militare e politico, di centralizzare e dirigere il movimento di restaurazione in modo coerente e credibile; suo zio, il conte di Trapani, aveva fondato la cosiddetta "Associazione religiosa" che in realtà era la "Centrale" del movimento partigiano, e di essa facevano parte alcuni ufficiali fedeli al monarca meridionale (Ulloa, Bosco, Statella, Clary, Vial); essi provvedevano all’acquisto di armi, alla distribuzione di fondi per i "briganti” e all’elaborazione di piani di riconquista; non ci furono mai problemi di reclutamento di uomini fedeli alla causa, mancava però il denaro perché il patrimonio personale di Francesco II era stato saccheggiato dai garibaldini; per sostenere la loro causa i lealisti arrivarono a coniare "nuove monete meridionali recanti la data del 1859 ed opportunamente annerite ”.

La Repressione

Scrisse Antonio Gramsci [440] "Lo stato italiano [leggasi sabaudo] è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti."

Le forze in campo erano: l’esercito piemontese (divenuto "italiano” dal 4 maggio 1861) che nel 1862 arrivò a schierare nel Sud 120.000 uomini, metà della forza complessiva, e più precisamente: 52 reggimenti di fanteria; 10 reggimenti di Granatieri; 5 reggimenti di cavalleria; 19 battaglioni di bersaglieri; in più vanno sommati: 7.489 carabinieri e 83.927 militi della Guardia Nazionale. Si opponevano a questa imponente forza di repressione gli 80milaguerriglieri ("briganti”) meridionali, male equipaggiati e divisi in 488 bande, chiamate "comitive” che contavano dai 10 ai 500 combattenti, prive di un’unità d’azione, questo impedì la loro vittoria finale[441]; infatti il loro spirito "anarcoide" ed il tipico individualismo meridionale non solo non li predisponevano ad essere guidati da soldati di professione, accorsi a soccorrere il deposto sovrano Francesco II, ma impediva anche un’azione coordinata tra loro, esempio per tutti il fallimento dell’alleanza tra Pasquale Domenico Romano, "Enrico la Morte” e Carmine Crocco per la riconquista della Puglia.

Scrive De Jaco[442]: "Già nel novembre del 1860, pochi giorni dopo l’incontro di Teano tra re Vittorio e Garibaldi, sui muri dei paesi intorno Avezzano era stato affisso un proclama [tra i primi di una lunga e tragica serie] del generale piemontese Pinelli che ordinava: " 1) chiunque sarà colto con arma da fuoco, coltello, stili od altra arma qualunque da taglio o da punta e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle autorità costituite sarà fucilato immediatamente [ognuno di noi sa che tutti i contadini possiedono almeno una di queste "armi”]; 2) chiunque verrà riconosciuto di aver con parole o con denari o con altri mezzi eccitato i villici a insorgere sarà fucilato immediatamente; 3) eguale pena sarà applicata a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del Re o la bandiera italiana. Abitanti dell’Abruzzo Ulteriore, ascoltate chi vi parla da amico. Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardo o tosto sarete distrutti” [Pinelli fu decorato dai Savoia, con medaglia d’oro al valore, per la campagna contro il brigantaggio].

In seguito, giacché si era sparsa per l’Europa la notizia che nel sud d’Italia stava avvenendo un massacro, il governo inviò l’ordine di fucilare solo i capi e di mettere in carcere in attesa di processo gli altri, le cose non cambiarono di molto; narra infatti il generale Enrico Della Rocca (responsabile del massacro di Scurgola con 117 vittime) "ma i miei comandanti di distaccamento che avevano riconosciuta la necessità dei primi provvedimenti, in certe regioni dove non era possibile governare se non incutendo terrore, volendosi arrivare l’ordine di fucilare soltanto i capi telegrafavano con questa formula: "arrestati, armi alle mani, nel luogo tale tre, quattro, cinque capi di briganti” e io rispondevo: fucilate ! ". Nel luglio 1861 Enrico Cialdini, già a capo di tutte le forze di repressione ed autore di ordini scritti ai suoi sottoposti che suonavano: "non usare misericordia ad alcuno, uccidere tutti quanti se ne avessero tra le mani[443], assommò su di sé anche la carica civile di luogotenente diventando di fatto il responsabile unico delle sorti del Mezzogiorno. La situazione era veramente preoccupante con i guerriglieri che operavano non solo sui monti e le pianure ma persino alle porte di Napoli tanto che Cialdini arrivò a promettere 25 lire di ricompensa a chi catturava un "ribelle "; lo stesso generale, per sicurezza, spesso di notte andava a dormire su una fregata e così scrisse al primo ministro Ricasoli: "Il nostro governo in queste provincie è debolissimo…non ha altri partigiani sicuri che i battaglioni di cui dispongo "[444].

Abolito l’istituto della luogotenenza, a lui successe, nell’ottobre 1861, il generale La Marmora che assommò su di sé la carica di prefetto di Napoli e il comando militare della repressione del brigantaggio. A costui il primo ministro Bettino Ricasoli, succeduto al Cavour, scrisse il 28 ottobre una missiva dandogli il compito di provvedere alla censura dei documenti diplomatici delle Due Sicilie: "Il Governo di S.M. crede suo debito di richiamare l’attenzione di V.E. sull’importante argomento degli archivi del cessato Ministero degli Esteri napoletano…che contengono carte di somma rilevanza politica. La consegna di queste all’Archivio generale potrebbe essere sommamente pericolosa, specialmente ove si consideri che per legge del 1818 l’Archivio generale è aperto al pubblico, e ciascuno può liberamente prendervi copia di qualunque documento. Ora il Governo del Re il cui desiderio è di chiudere l’epoca delle dissensioni italiane, non può permettere che si getti un continuo pascolo alle recriminazioni retrospettive, mediante una pubblicità di cui egli solo può determinare l’opportunità e le forme[445]

Re Vittorio Emanuele II fu così impressionato dalla veemenza della resistenza meridionale che nell’agosto del 1862 decretò lo stato d’assedio; in questo modo nel Sud l’autorità’ militare veniva ad essere superiore a quella civile (La Marmora ordinò ai procuratori di "non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l'assenso dell' esercito"). Il governo piemontese tentò di minimizzare la portata della rivolta meridionale sostenendo che il «brigantaggio» era un fenomeno limita­to agli Abruzzi, all'area nei pressi della frontiera con lo Stato pontificio e che, anche lì, non si trattava di una rivolta spontanea ma di in­cursioni organizzate dai borbonici negli Stati papali, con la conni­venza del governo romano, per depre­dare e distruggere al solo scopo di turbare la pace del Paese e creare difficoltà al governo (solo tra il febbraio e il marzo del 1868 fu firmata a Cassino una convenzione tra lo Stato della Chiesa e il Regno d’Italia per l’estradizione dei briganti rifugiatisi nello stato pontificio); tale tesi cade in pezzi davanti alle rivolte che, invece, infiammarono tutto il Sud.

In realtà il pericolo legittimista borbonico fu sbandierato ad arte dal nuovo Governo Italiano per nascondere il fallimento della sua politica economica nei confronti del Mezzogiorno; in Parlamento rimasero inascoltate o addirittura censurate le voci dei deputati che volevano spiegare il fenomeno del brigantaggio come rivolta sociale delle classi più umili contro il miserrimo stato in cui erano state ridotte. Il sistema di violenze, massacri e spargimento di sangue non fu denunciato soltan­to dai borbonici, anche fra i liberali vi fu­rono uomini onesti e leali che dichiararono pubblicamente quanto era a loro conoscenza. Riporta lo storico O’ Clery[446]: "Disse il deputato liberale Ferrari, intervenendo al Parlamento di Torino nel novembre 1862: "Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; ma i padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli [... ]. Che cos'è in definitiva il brigantaggio?», chiese. «È possibile, come il governo vuol far credere che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi! Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta [Pontelandolfo]. Da chi? Non dai briganti». «Non potete negare», aveva precedentemente affermato lo stesso deputato, nel dibattito del 29 aprile 1862, «che intere famiglie sono arrestate senza il mini­mo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucila­to. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».

Sull’onda delle proteste interne ed internazionali fu istituita, il 22 dicembre 1862 una Commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio con l’incarico di andare di persona a verificare lo stato delle regioni del Mezzogiorno, "Tutti diffidano e temono che i deputati venuti da Torino possano scoprire le condizioni reali delle province meridionali …i galantuomini non sono sinceri: avvicinati dai membri della Commissione…manifestano tutti, anche i più compromessi con il passato regime, profondi sentimenti liberali, dicono di approvare la politica della Destra…..tutti, anche gli amici e i manutengoli dei briganti, sollecitano maggior rigore e una efficace azione di lotta contro il brigantaggio. Nessuno però si mostra disposto a restituire le terre usurpate e nessuno sollecita le quotizzazioni e le assegnazioni delle terre demaniali in possesso dei Comuni ai contadini poveri…nè di questo si preoccupano eccessivamente i deputati scesi nell’Italia meridionale…ascoltano attentamente chi sostiene che nei contadini meridionali è diffusione naturale a far da banditi, non ascoltano chi ravvisa la causa del brigantaggio nel fatto che proprietà è mal divisa. Non interessa a chi indaga sulle cause del brigantaggio la sproporzione tra tra salari e prezzi dei generi di prima necessità…mostrano di dividere le preoccupazioni di chi teme che la divisione dei demani da assegnarsi ai contadini poveri avrebbe suscitato un vespaio tra quelli che dovevano a quelli che pretendevano avere. Si preoccupano i membri della Commissione di avvicinare tutti per meglio indagare…ma non sollecitano incontri con le vedove e le madri dei briganti e non si recano nelle carceri per ascoltare i briganti sfuggiti alla fucilazione. Ascoltano solo una voce, quella dei galantuomini, si rifiutano di ascoltare una delegazione di operai…[447]

La relazione finale della Commissione viene discussa, il 3 e 4 maggio 1863, in una seduta segreta del Parlamento, in quel frangente non se ne dispone la pubblicazione che però, sull’onda delle proteste, si è costretti a fare il 19 giugno; in essa si insite sull’interpretazione del fenomeno del brigantaggio come frutto di delinquenza comune, retaggio del vecchio regime, e come l’effetto dei tentativi di riconquista delle Due Sicilie, da parte di Francesco II, con la complicità dei preti meridionali legittimisti. Come conseguenza di questa analisi, viene approvata nella seduta del 6 agosto, con procedura d’urgenza, la famigerata legge Pica (che rimase operativa fino al 1865) la quale aboliva qualsiasi garanzia costituzionale; in virtù di essa furono insediati otto speciali Tribunali militari, i collegi di difesa vennero assegnati agli ufficiali e si abolirono i tre gradi di giudizio che erano operativi nell’altra parte d’Italia. In pratica le condanne, che erano inappellabili, variavano dalla fucilazione ai lavori forzati (spesso a vita); venne stabilito il reato generico di "brigantaggio” in virtù del quale ogni sentenza era legittima; anche persone non partecipi alla rivolta persero la vita perchè accusate ingiustamente di brigantaggio da loro nemici personali i quali, in questo modo, saldavano sbrigativamente dei conti in sospeso.

Nel Sud si continuò ad assistere a migliaia di episodi di guerriglia; la resistenza fu molto accesa nei primi cinque anni dalla unificazione forzata e durò fino al 1872; nessun fenomeno "delinquenziale" può durare così a lungo in presenza di oltre centomila uomini deputati alla sua repressione. Furono distrutti dai piemontesi 51 paesi alcuni dei quali non sono più stati ricostruiti; simboli di tanta tragedia ricordiamo Pontelandolfo e Casalduni, due comuni del Sannio che si erano ribellati e dove erano stati uccisi alcuni "galantuomini" e 41 soldati che erano stati mandati a reprimere la rivolta. Il 14 agosto 1861 alle quattro di mattina arrivarono due colonne dei bersaglieri, partite da Benevento, al comando del colonnello Pier Eleonoro Negri e del maggiore Carlo Magno Melegari, con l’ordine di Cialdini che delle due cittadine "non rimanesse pietra su pietra”; esse circondarono i paesi per impedire ogni via di fuga e li dettero alle fiamme, cominciarono allora: il tiro al bersaglio sui civili inermi che scappavano per non essere arsi vivi, gli stupri, il saccheggio delle abitazioni, la profanazione delle chiese, mentre i responsabili della rivolta erano già al sicuro sulle montagne; solo tre case rimasero in piedi, al suolo centinaia di civili uccisi [una stima parla di circa 1000]; il colonnello Negri comunicò per telegrafo che "Ieri, all’alba, giustizia fu fatta, contro Pontelandolfo e Casalduni” e terminò la sua carriera 26 anni dopo con la Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia.

Le repressioni piemontesi giunsero anche all’interno delle fabbriche "Venni a sapere il nome di 20 lavoranti della Cartiera del Liri i quali avevano fatto parte della banda di Chiavone [noto capobrigante] nel combattimento del 9 agosto 1861…la compagnia giunta in prossimità della fabbrica cominciò a manovrare come io avevo ordinato.…sguainai la sciabola…..entrai solo in mezzo all’ampia corte di quella vasta fabbrica…feci chiamare il Direttore…..gli presentai la nota degli operai che volevo arrestare invitandolo a chiamarli uno a uno…costoro tentarono subito di reagire, ma io, prevedendolo, piantai il revolver alla testa di colui che per primo aveva fatto la mossa, ordinando ai soldati di mettersi pronti a far fuoco al primo movimento che avessero fatto[448] . Per spezzare la resistenza dei briganti i generali incaricati della repressione arrestavano anche le loro famiglie promettendone la liberazione a patto che essi si costituissero, dopo di ciò i briganti erano avviati al plotone di esecuzione o al carcere.

Il bilancio totale delle vittime fu drammatico, fu un vero massacro: le cifre non sono tutte concordi, quelle ufficiali si limitano alle dichiarazioni di La Marmora alla commissione di inchiesta sul brigantaggio dove affermò che ”Dal mese di maggio 1861 al mese di febbraio 1863 noi abbiamo ucciso o fucilato 7.151 briganti. Non so niente altro e non posso dire niente altro”. Egli riferisce di un arco di tempo molto piccolo rispetto ai più di 10 anni di rivolta e dobbiamo quindi ragionare complessivamente nell’ordine di decine di migliaia di "briganti" uccisi.

Ad essi vanno aggiunti i caduti dell’esercito italiano: "i morti dal 1 maggio 1861 al 31 dicembre 1864, l’unico periodo per il quale esistono dati ufficiali, furono 465, 18 i dispersi e 190 feriti, ai quali sono da aggiungersi i 138 morti e i 63 feriti della Guardia Nazionale[449] ; in realtà, come affermò lo storico Denis Mack Smith, le vittime furono più numerose di tutti i soldati persi dal regno sabaudo nelle guerre di indipendenza contro l’Austria (che erano poco più di seimila). Dagli studi d’archivio di Alessandro Romano[450] ricaviamo questi dati (periodo 1861-1872): guerriglieri ed oppositori politici uccisi o detenuti: caduti in combattimento:154.850; fucilati o morti in carcere: 111.520 ; totale perdite: 266.370 . Perdite "italiane”: caduti in combattimento: 21.120; morti per malattie o ferite: 1.073; dispersi o disertori: 820; totale perdite: 23.013.

Quasi tutti i "briganti” erano giovani e morirono prima dei 30 anni di vita, non mancavano agguerritissime donne, ricordiamo per tutte Michelina De Cesare che fu catturata, torturata affinchè rivelasse i nomi dei partigiani meridionali e, visto che ella si rifiutava di farlo, fucilata e fotografata prima e dopo il supplizio (30 agosto 1868); "l’orrore, in fondo, dominava il cuore di questi uomini; l’orrore di una quasi certa fine, in combattimento o per tradimento, nella selva o fucilati in piazza. Il loro effettivo coraggio era quello più difficile a conquistarsi: il coraggio di chi non ha speranza alcuna per sé, per la propria gente, per i paesi miserabili dai quali è fuggito nei boschi”.[451]                                                                                                               

L’efferatezza tipica di una guerra civile si appalesò anche con gesti disumani come l’esposizione in pubblica piazza dei cadaveri insepolti dei briganti o delle loro teste mozzate conservate in apposite teche trasparenti o anche nelle frequentissime macabre fotografie di briganti uccisi; scrive sempre De Jaco[452]: "Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei "cafoni" con i briganti. Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini e unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per i pastori e le plebi, quello della belva feroce per i benestanti; erano i ricchi, infatti, ad aver paura dei rapimenti di persona con richiesta di relativo riscatto, dei saccheggi, dell’incendio delle messi, del taglio delle viti, delle uccisioni, mentre gli zappatori non avevano niente da perdere, anzi ottenevano dal brigante qualche protezione contro i mille soprusi e i patimenti di cui era piena la loro giornata. Non ci voleva comunque molto perché i nomi dell’uno o dell’altro brigante salissero in fama di grande ferocia, temuti dai viandanti più dei lupi affamati. I briganti stessi desideravano questa fama, condizione indispensabile per far riuscire i ricatti con i quali, dalla selva, potevano procurarsi il cibo o il denaro; inoltre la particolare ferocia e la prontezza, l’ardimento e la forza fisica erano le condizioni per primeggiare tra gli stessi compagni di ventura, la loro risolutezza finiva con l’esprimersi in una dura disciplina interna alle bande che prevedeva la morte per ogni viltà o disubbidienza”.

"I benpensanti d’Italia venivano nutriti di reportages sui briganti e brigantesse e i loro rituali selvaggi e volitivi. I briganti meridionali, si diceva, mangiavano i cuori e i fegati dei loro nemici e bevevano nei teschi umani. Vediamo le brigantesse, fiere ed indomite, guardare diritto nell’obiettivo della macchina fotografica, vestite nei loro costumi contadini, con le armi da fuoco in mano. Chi pensava, vedendo quelle fotografie che le pose e l’abbigliamento fossero scelti dal fotografo? Chi lo pensava guardando le fotografie dei loro contemporanei Indiani americani portati a Washington e travestiti per l’occasione in pelli e pennacchi?”[453]

Riferisce Eduardo Spagnuolo[454]: "Anche molti fiancheggiatori (i cosiddetti manutengoli) pagavano con la vita l’appoggio ai briganti. Andò meglio a Giuseppe Cassetta, d’anni 52, il quale, come leggiamo nella Sentenza del 9 febbraio 1865, in nome di sua Maestà Vittorio Emanuele II, per aver dato da mangiare a una "comitiva armata”, e quindi colpevole di "complicità al brigantaggio”, lo condanna a quindici anni di lavori forzati, all’interdizione dai pubblici ufficii, …cadute in confisca le palle di fucile e la zucca formanti corpo di reato . " Se la cavò a più buon mercato un contadino, tal Domenico Ressa, che il 9 gennaio 1861 fu incriminato di "pubblico discorso da eccitare lo sprezzo e il malcontento contro la sacra persona del Re", in realtà aveva gridato in pubblica piazza "Viva Francesco II !"; il 21 gennaio fu condannato per questo a sette mesi di carcere[455]. Alcune volte le condanne assumono toni farseschi come quella di "lesa maestà" comminata ad Augusto Iatosti "perché, secondo l'accusa, avrebbe distribuito «grane cinque» ai contadini per farli gridare «Viva Francesco II» ed avrebbe imposto i nomi di «Ga­ribaldi» e di «Vittorio Emanuele II» a due cani di sua proprietà."[456].

A quei tempi considerazioni che oggi definiremmo razziste erano pienamente legittimate dalla cultura e nei rapporti ufficiali dei vertici militari piemontesi gli abitanti del Sud erano paragonati a "incivili beduini”, il Mezzogiorno d’Italia era paragonato all’Africa e l’ex ministro piemontese Massimo d’Azeglio scriveva che "unirsi ai Napoletani è come andare a letto con un lebbroso”, dove il termine "napoletano” era riferito a ogni abitante della "Bassa Italia”; il primo dei criminologi positivisti, Cesare Lombroso, effettuò misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di ottenere la prova scientifica che i Meridionali avevano una predisposizione innata per il crimine. Ancora nel 1898, Niceforo pubblicò "L’Italia barbara contemporanea” nella quale il sud veniva considerato”una grande colonia da civilizzare” e si affermava l’intendimento di perseguire "due obiettivi fondamentali: combattere la miope superbia regionale; irrobustire il culto dell’Unità fondata sul dogma di adattare tutte le regioni in un unico modello amministrativo [con] una gestione autoritaria a sud e liberale nel centro/nord[457]

A lungo, poi, si polemizzò, sul coraggio e sui sentimenti dei contadini briganti giungendo quasi sempre a conclusioni che li apparentavano più agli animali delle selve che al genere umano ed il loro coraggio era definito come incapacità di comprendere il pericolo e il valore della vita. L’assoluta incomprensione delle motivazioni dei briganti era ben presente nei componenti delle truppe deputate alla repressione, citiamo l’episodio della strage della banda Carbone: 22 guerriglieri si erano nascosti in una masseria ma erano stati circondati; alcuni tentarono una sortita uscendo legati sotto le pance dei cavalli ma furono uccisi come pure i piemontesi che tentarono di entrare nell’edificio; i "briganti” rifiutarono di arrendersi e allora "non volendo menomare un così bel risultato con altre ed inutili perdite, si prende la risoluzione di lanciare sul tetto materie incendiabili”, a quel punto essi si uccisero tra loro ma "noi non ascriveremo ad eroismo il lasciarsi bruciare piuttosto che arrendersi; no di certo. Lo chiameremo invece un fanatismo, una falsa credenza”.[458]  Era invece così diffusa per l’Europa l’opinione che i briganti morissero " bene” ed era così contraria questa opinione al cliché ufficiale della guerra in corso, che l’onorevole Massari nel discorso alla Camera sul brigantaggio fu costretto a cercare di smentirla: "non è vero - egli affermò che tutti vadano a morire con coraggio; ciò è avvenuto in alcuni casi, ma non è la regola; a meno che si voglia confondere la stupidità con lo stoicismo, il forte disprezzo della vita con la freddezza dell’abbrutimento ". E così è codificato il più profondo disprezzo verso il cupo ed incomprensibile coraggio dei "cafoni" in armi; in realtà essi spesso affrontarono con estrema dignità la fucilazione, citiamo alcuni episodi: il brigante Vincenzo Viscogliosi, detto l’Amante, che a settant’anni "era ancora robusto, forte, ardimentoso. Recatomi al quartiere per annunciargli che doveva essere fucilato, mangiava il rancio con i soldati. Non si commosse punto delle notizie e seguitò a mangiare…condotto al luogo destinato per la fucilazione, distante circa un chilometro…percorse la strada con passo franco e sicuro[459].  Altri addirittura riuscivano a dormire poche ore prima dell’esecuzione o persero la vita per non rivelare i nomi dei complici come fece il capobanda Catalano: "Caro Pierino, qui gli affari seguitano ad andare bene; vari briganti si sono presentati, vari furono presi e mandati fuori di questo mondo. Catalano è stato fucilato…egli non ha voluto palesare un complice…lo hanno tenuto un otto o dieci ore ai ferri corti incrociati (non so come abbia potuto resistere) e non ha voluto palesare niente. Finalmente a mezzanotte lo hanno condotto presso al cimitero; egli ha seguito i bersaglieri a passo di corsa; giunto sul posto l’ufficiale gli ha detto ”Ti do 15 minuti di tempo; se parli hai salva la vita, altrimenti ti fucilo qui” ed ha fatto caricare le armi in sua presenza. Passati 10 minuti gli ha detto:”Catalano, ancora 5 minuti hai da vivere se non parli; dì un solo nome di manutengolo [complice] e sei salvo”. Ed egli zitto. Finalmente l’ufficiale gli ha replicato:”Catalano, hai un minuto; vuoi parlare” " No!” egli ha risposto, e pochi secondi dopo era steso morto a terra ".[460] Altre volte, invece, si sfiorava il grottesco come quando, prima della fucilazione, fu chiesto al brigante Pinnolo se lasciasse moglie, ed egli rispose: ”Io non lascio moglie e perciò muoio tranquillo, perchè non corro pericolo di essere cornuto”, vicino a lui c’era il brigante Bellusci che, al sentire queste parole, cambiò di colore, evidentemente lui, al contrario, correva dei rischi.

Il 18 aprile 1863 il deputato Miceli, che aveva visto i massacri perpetrati dalle truppe in Calabria, dichiarava che gli uomini erano fucilati senza neppure uno straccio di processo, le sue dichiarazioni furono messe in dubbio dai sostenitori del governo ma a que­sto punto il generale Bixio, luogotenente di Garibaldi, e, pertanto, fiero nemico della reazione, si alzò per confermarle, dichiarando che quanto aveva affermato Miceli era vero e che poteva attestarlo per cognizione personale. «Un sistema di sangue», egli esclamò, «è stato stabilito nel Mez­zogiorno d'Italia. Ebbene, non è col sangue che i mali esistenti saran­no eliminati. C'è del vero in ciò che l'onorevole Miceli ha detto: è evidente che nel Mezzogiorno non si domanda che sangue, ma il Par­lamento non può adottare gli stessi sistemi. C'è l'Italia, là, o signori, e se vorrete che l'Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l'effusione del sangue». Nicotera, un altro garibaldino, parlò nel medesimo senso dei suoi colleghi Ferrari, Miceli e Bixio. «Il governo borbonico», egli disse, «aveva almeno il gran merito di preservare le nostre vite e le nostre sostanze, merito che l'attuale governo non può vantare. Le gesta alle quali assistiamo possono essere paragonate a quelle di Tamerlano, Gengis Khan e Attila » Nel dibattito dell'8 maggio 1863, alla Camera dei Comuni britannica, oratori di varie correnti politiche si dichiararono d'accordo con il Ferrari sul cosiddetto «brigantaggio», ossia che si trattava di una vera guerra civile. «Il brigantaggio», disse Mr. Cavendish Bentinck, «è una guerra civile, uno spontaneo movimento popolare contro l'occupazione straniera, simile a quello avvenuto nel regno delle Due Sicilie dal 1799 al 1812, quando il grande Nelson, sir John Stuart e altri comandanti inglesi non si vergognarono di allearsi ai briganti di allora e il loro capo, il cardinale Ruffo, allo scopo di scacciare gli invasori francesi». «Desidero sapere», rilevò Disraeli nel corso della stessa seduta, «in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso di discutere su quelle del Meridione italiano. È vero che in un Paese gl'insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma, al di là di questo, non ho appreso da questo dibattito nessuna altra differenza fra i due movimenti”. [461]

Citiamo anche le proteste inviate al governo italiano dall'imperatore Napoleone III, che il 21 luglio scriveva da Vichy al generale Fleury: «Ho scritto a Torino le mie ri­mostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da far ri­tenere che essi alieneranno tutti gli onesti dalla causa italiana. Non solo la miseria e l'anarchia sono al culmine, ma gli atti più colpevoli e indegni sono considerati normali espedienti: un generale, di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro nei campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che sono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borboni non hanno mai fatto cose simili. Firmato: Napoleone». [462] In conclusione l’intervento dell’ 8 giugno del 1864 del deputato Minervini:”Si sono condannati alla morte e colla fucilazione anche nelle spalle (il che è contro la legge) individui volontariamente presentati. Si sono condannati a morte i minori arrestati non nell’atto dell’azione….si sono passati per le armi individui non punibili per brigantaggio….si sono condannate per manutengole di briganti con complicità di primo grado le mogli dei briganti ai ferri a vita, e le figli e minori di 12 anni a 10 a 15 anni di pena[463] . "Quei poveri cafoni, che avevano combattuto o erano stati simpatizzanti dei briganti, nei quali riconoscevano le loro idee di lotta e di amore per una patria reale, fatta di piccole cose, di modeste realizzazioni, di pane e libertà, di vita frugale; che erano contro tutti quelli che gridavano per una patria costruita a tavolino, astratta, ideata, pensata appositamente per l’agiografia e per gli alibi dei potenti e dei prepotenti che non intendevano cedere i privilegi acquisiti da secoli, quei poveri cafoni pagarono da soli il prezzo dell’unità d’Italia”.[464]

Le carceri arrivarono ad ospitare dai 30 ai 40mila detenuti politici che versavano in condizioni disastrose "L'On. Ricciardi con un suo intervento, nella tornata parlamentare del 18 e 20 aprile 1863, …porta a conoscenza dell'Assemblea dati di fatto incontrovertibili. Solo a Palermo imputridiscono «seminudi e tra vermi» 1.400 prigionieri; alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1.000 « I più fra questi non sono stati neppure interrogati, e giacciono poi tutti in carceri orribili tanto quanto le carceri di Palermo. Alcuni si trovano imprigionati da 22 mesi! Santa Maria Apparente è una villeggiatura in confronto di tutte le altre che ho visitate [...] Il pane che si da ai carcerati è tale che io non l'augu­rerei al conte Ugolino [...] La vita e la libertà dei nostri concitta­dini dipende dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente, di un caporale». [465]

Le condi­zioni delle carceri sotto il governo piemontese furono oggetto di discussione anche al parlamento inglese, dove Lord Henry Lennox riferì, nella seduta dell'8 maggio 1863, reduce dal suo viaggio nelle antiche province napoletane[466]: «Sento il debito di protestare contro questo sistema. Non mi curo se fatti tenebrosi come questi abbiano avuto luogo sotto il dispotismo di un Borbone, o sotto lo pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esi­stenza alla protezione e all'aiuto morale dell'Inghilterra - deve più a questa che non a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vitto­riosi della Francia - e però, in nome dell'Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità, e protesto contro l'egida della libera Inghilterra così prostituita”. La Vicaria, sufficiente per 600 persone, è stipata di 1.200 dete­nuti distribuiti in cinque camere senza porte, ma divise da cancel­li di ferro; «appena fui entrato nella prima camera, i prigionieri mi si affollarono intorno, e fui assediato da domande e preghie­re... quando udirono che io era inglese si rinnovarono i clamori, e le preghiere crebbero a dismisura. Pareva, sentendo pronunzia­re inglese, che una deità tutelare fosse venuta a sollevarli dalle più grandi e più malvagio oppressioni. Il nome di Gladstone era da essi ben conosciuto, per quanto ignoranti fossero in tutt'altre cose, e pensavano, nella loro semplicità, che un inglese nel 1862 farebbe lo stesso che un altro avea fatto nel 1851. Essi conosceva­no pochissimo la differenza di autorità e d'influenza esistente fra il cancelliere dello Scacchiere e me... Non appena fummo in vista gli uni degli altri, che i prigionieri si rivolsero a noi con grida compassionevoli, più e più volte ripetute, e, con occhi lagrimosi e protendendo le braccia, imploravano non libertà, ma processo, non grazia, ma giustizia. La descrizione dell'attitudine e delle condizioni dè torturati nell'Inferno di Dante darebbe la più per­fetta idea della scena che si presentava in quella prigione» A Salerno il direttore del carcere confessa che in una struttura capace di ospitare 650 prigionieri, è costretto a tenerne 1.359 e che in conseguenza di ciò poco tempo prima è scoppiata una virulenta infezione tifoidea per la quale sono morti anche un medico ed una guardia. Nella prima cella che visita vi sono otto o nove preti e quattor­dici secolari, tutti sospettati di reati politici, chiusi insieme a cin­que ladri condannati; in un altro camerone sono stipati 167 dete­nuti, la maggior parte trattenuti senza processo; un altro reparto accoglie 230 prigionieri tenuti in un tale stato di squallore e di sporcizia - riferisce Lennox - per descrivere il quale «sarebbe necessaria un’eloquenza che io non posseggo... Vi erano fra i prigionieri persone di diverse classi, officiali, preti e laici, tutti nella più miserevole condizione. Un uomo di settant'anni faceva pietà. Altri trovavansi da tanto tempo in prigione, che i loro abiti non erano più portabili; non avevano denaro per procurarsene dè nuovi, e alcuni erano in tale stato di nudità, che non poteva­no alzarsi dai loro sedili, mentre gli stranieri passavano, per implorare, come i loro compagni, la nostra pietà e per chiedere di intercedere in loro favore. Alcuni di essi non avevano letteral­mente né pantaloni, né scarpe, né calze, nulla, ad eccezione di una vecchia giacchetta e di un cencio che faceva l'ufficio di cami­cia. Era uno spettacolo compassionevole: il fetore era orribile... Il cibo che era loro somministrato, non si sarebbe dato in Inghilterra nemmeno alle bestie. Lanciai un pezzo del loro pane sul pavimento e lo calpestai coi piedi, ma era così duro, che non mi riuscì di spezzarlo».

Il perché di questo elevatissimo numero di prigionieri è attri­buito dal Ricciardi a tre cause fondamentali: «la leggerezza vera­mente colpevole con cui si procede agli arresti, da un lato dalla Polizia, dall'altro dall'autorità militare; la lentezza, che chiamerò forzosa, dell'istruzione di tanti processi, stante il piccolo numero d'istruttori; citerò in 3° luogo il doversi per piccoli reati aspettare il giudizio delle Corti d’Assise, anziché quello dei Giudici di Mandamento o dei tribunali dei circondari.”[467]

L’emigrazione, la diaspora meridionale

Fu una delle più grandi ondate migratorie di tutti i tempi: alle popolazioni meridionali, sconfitte e colonizzate altro non rimaneva che battere la via dell’oceano: "Partetemmo pè mmare, eravamo sciumme !” [partimmo per mare ed eravamo un fiume]: i porti di Napoli e Palermo diventarono i più grandi centri di espatrio dei meridionali (Genova lo fu per gli emigranti settentrionali). Pasquale D’Angelo così descriveva il suo commiato dalla madre:"Mi gettò le braccia al collo singhiozzando e mi strinse a sè. Serrato nel buio di quell’abbraccio stretto, chiusi gli occhi e piansi. Piangevamo entrambi, fermi sui gradini, ed ella mi baciava e ribaciava le labbra. Sentivo le sue lacrime calde irrigarmi il volto. "Tornerò presto”, le dicevo singhiozzando "Tornerò presto”. Ma non fu così. I timori della mamma presagivano la verità. Non ritornai più. Mi strinse ancora fra le braccia, quasi volesse farmi addormentare sul suo petto. E tornò a baciarmi. Così rimanemmo a lungo finchè su di noi discese una gran pace”[468]. Disse lo statista lucano Nitti: "Io vorrei fare, io farò forse un giorno una carta del brigantaggio e una dell’emigrazione, e l’una e l’altra si completeranno e si potrà vedere quali siano le cause di entrambi … la miseria non ha ucciso le intime energie della razza, l’anima essenziale della stirpe; il brigante e l’emigrante con la rivolta e l’esodo sono la prova di una mirabile forza espansiva. "Che cosa farai? " io chiedeva al vecchio contadino che partiva, " Chi lo sa ! ” egli mi rispondeva; non chiedeva nulla, non voleva nulla, andava a lottare, a soffrire: aspirava alla sazietà. In altri tempi sarebbe stato brigante o complice; ora andava a portare la sua forza di lavoro, il suo misticismo doloroso nella terra lontana, a costituire forse con i suoi compagni quella che dovrà essere la nuova Italia.”[469]  Gli emigranti arrivavano sulla costa orientale degli Stati Uniti dopo trenta giorni di navigazione a vapore (prevalentemente in terza classe), in terre "assai luntane” di cui ignoravano la lingua parlata; la maggior parte di loro non aveva mai visto una grande città e l’ 85% dichiarava all’ufficio dell’immigrazione di essere agricoltore. Nonostante ciò la gran parte si trasformò in operaio dell’industria, delle miniere o delle ferrovie (che erano in rapidissima espansione) per due motivi: spesso erano quasi completamente privi di denaro (il costo del viaggio in nave poteva già costituire un problema) e impossibilitati ad acquistare le terre che le numerose leggi fondiarie americane mettevano a disposizione a buon mercato, inoltre "nel decennio 1870-1880 le retribuzioni offerte dalle fabbriche e dalle miniere superarono quelle offerte dalla media azienda agricola americana”[470]. Una parte degli emigrati si adattò a fare i lavori più disparati di prestatori d’opera, compresi i più umili, che però rendevano, come salario, il triplo di quello d’Italia, con un costo della vita solo di poco superiore. Ma le origini non si dimenticavano per cui, dopo qualche anno, un buon numero di loro lasciò le grandi metropoli della costa orientale americana portando con sé la classica valigia piena dei pochi effetti personali comprese pentole, piatti di stagno e posate; fece il gran salto verso le terre sconfinate del Far West perchè "la cosa di cui gli italiani più si struggevano era di diventare padroni del loro pezzetto di terra e della loro casa. Diventare proprietario di terra significava dare la prova del proprio valore. Non c’era sacrificio troppo grave per uno scopo simile. Frugale all’eccesso, l’italiano non sprecava niente (si diceva che "risparmiavano religiosamente il denaro”) … sa vivere di tanto poco che chiunque, salvo forse il cinese, morirebbe di fame … quando l’italiano acquista un pezzo di terreno incolto, impiega il suo tempo a zapparlo e a prepararlo per la coltura….tutta la sua famiglia lavora spesso da mattina a sera e per parecchie ore della notte...paga in contanti lo scavo della cantina e la pompa per l’acqua, e al costruttore che gli tirerà su la casa dà una o più cambiali”.

Il sogno della terra, coltivato in Patria per secoli, finalmente diventava realtà e con esso arrivava  il benessere economico tanto che i meridionali riuscivano, insieme ai "pacchi alimentari e di vestiario”, ad inviare in Italia parte dei risparmi per aiutare le famiglie di origine "il successo è così normale, fra gli italiani, che pochi sono quelli che non hanno un conto in banca e non mandano regolarmente del denaro in Italia”. L'emigrazione non era, quindi, solo una valvola di sfogo per liberare la Penisola da un numero eccessivo di disoccupati ma anche uno strumento che permetteva di rastrellare denaro all'estero per far fronte ai problemi di bilancio dello Stato italiano, sono cifre alte: due miliardi di lire all'anno dal 1896 al 1900, più di quattro miliardi all'anno dal 1909 al 1914. Molti di essi giunsero in vetta: ricordiamo i fratelli Di Giorgio che diventarono i più grandi distributori di frutta del mondo; Amadeo Pietro Giannini che da venditore ambulante e possessore di un primo "banco” formato da un asse poggiato su due barili, riuscì tramite prestiti a bassi interessi a conquistarsi la fiducia dei "disperati” e dei piccoli risparmiatori; essi, una volta raggiunta la ricchezza, rimasero legati alla sua persona, sinonimo di onestà contro la rapacità diffusa dei profittatori, e aumentando continuamente i loro depositi bancari fecero diventare la Bank of Italy di Giannini l’istituto più grande della California, poi degli Stati Uniti ed infine del mondo sotto il nuovo nome di Bank of America. Anche in politica gli italiani fecero strada e ci furono momento in cui i sindaci delle principali città delle due sponde degli Stati Uniti (S.Francisco e New York) erano emigranti della Penisola. Non era, però, tutto rose e fiori perchè il successo degli immigrati italiani era inevitabilmente destinato ad alimentare l’invidia e i rancori degli americani "indigeni” e delle altre nazionalità emigrate in America; ci furono molti episodi di violenza xenofoba e alla fine si costruì lo stereotipo dell’”Italiano mafioso”. "La massima parte degli italiani detestava e respingeva con sdegno questa immeritata nomea, di cui ben presto gli Al Capone e i Lucky Luciano li avrebbero bollati. I molti immigranti onesti e ossequienti alla legge consideravano i sindacati della violenza come un prodotto degli slum americani….l’americano medio non si rese mai conto del fatto che la percentuale di condanne per cause criminali fra gli immigrati italiani degli Stati Uniti era e rimase a lungo suppergiù eguale a quella degli altri gruppi nazionali e addirittura inferiore a quella dei "nativi”. Questo non impedì che i delitti commessi dagli italiani ricevessero particolare pubblicità da parte della stampa. In qualche modo gli italiani e soprattutto i meridionali, sembravano più "drammatici” nel commettere i loro delitti, e così evocavano lo spauracchio dell’italiano assetato di vendetta e di sangue”. Le differenze somatiche, di usi e costumi tra gli emigranti italiani provenienti dalle varie regioni della Penisola erano marcatissime "Fra italiani del Nord e italiani del Sud continuavano a manifestarsi secolari e non sopiti conflitti ….agli italiani del Nord non piaceva che l’immagine dell’italiano tipico, che andava formandosi nella mente degli americani, corrispondesse a quella dell’italiano del Sud, piccolo e bruno ....e l’italiano del Sud, che si vedeva trattato con alterigia dall’italiano del Nord, lo chiamava tight (spilorcio), e mean (meschino e con la puzza sotto il naso)….La United States Immigration Commission era solita tenere distinte le cifre degli immigrati del Nord e del Sud d’Italia, mentre non usava fare altrettanto per nessuna delle altre nazionalità ”.

Per quanto riguarda il numero degli emigrati, sebbene vi siano dati ufficiali solo a partire dal 1875, le tabelle Nitti ci offrono, comunque, per il periodo precedente, una elo­quente panoramica: 1861: 5.525; 1862: 4.287; 1863: 5.070; 1864: 4.879; 1865: 9.742; 1866: 8.790; 1867: 18.447; 1868: 18.120; 1869: 23.325; 1870: 15.473; 1871: 15.027; 1872: 16.256; 1873: 26.183. Percentualmente, in quei primi anni, l’85% degli emigrati proveniva dalle regioni del Nord d’Italia, fu solo dopo la crisi agraria degli anni ’80 che i meridionali presero il sopravvento raggiungendo il 56% nel 1920. Nell’anno 1900 l'emigrazione italiana complessiva aveva già raggiunto la enorme cifra di 8 milioni di individui di cui 5 milioni provenivano dalle ex Due Sicilie (di essi 3.4 milioni andarono oltreoceano); espatriò dal Sud oltre il 30% della popolazione.  "Nel 1901 il sindaco di Moliterno, in Lucania, porgendo il saluto della città al capo del governo, venuto a visitarla, diceva:” La saluto in nome di ottomila concittadini, tremila dei quali risiedono in America, mentre gli altri cinquemila si preparano a seguirli”. Nel 1898 l’Italia era già balzata al primo posto, tra tutti i paesi, per numero di emigranti in America; nel successivo decennio 1901-1910 partirono per nave più di 350.000 persone all'anno, poi aumentarono negli anni successivi e nel solo 1913, che fu l'anno della più forte emigrazione, lasciarono l'Italia per le Americhe 560.000 persone, cui si devono aggiungere 313.000 partenze per Paesi europei.

Ancora negli anni '50 e '60 del Novecento altri sei milioni di meridionali emigrarono, ai giorni nostri la diaspora continua e, dopo più di 140 anni dall’unità, ben 90mila meridionali sono costretti a lasciare ogni anno le loro terre: la eterna "questione meridionale”.



[1] Tommaso Pedìo, massimo storico lucano, nella sua lezione introduttiva al corso di Storia Moderna dell’Università degli Studi di Bari, Facoltà di Giurisprudenza, anno accademico 1967-68 riportata in "Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento” di Tommaso Pedio, Capone Editore, 1999

[2] Alberto Consiglio, "La rivoluzione napoletana del 1799”, Rusconi, 1999, pag. 244

[3] a ricordo dell’evento fu innalzato un obelisco, tuttora esistente.

[4] A. Insogna, Francesco II Re di Napoli, Napoli 1898

[5] A.Genovesi, Lettera a Giuseppe De Sanctis, 3 agosto 1754

[6] "che l’ordine di successione da me prescritto non mai possa portare l’unione della Monarchia di Spagna, colla Sovranità, e [dei] Dominj Italiani”.

[7] Ricordiamo, oltre a Pedio, autore di questa affermazione (da "Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento” , Capone Editore, 1999, modif.), alcuni nomi degli storici controcorrente: Rispoli, Nitti, Salvemini, Coniglio, Bianchini, Luzzato, Lepre, Villani, Demarco, Petrocchi, Mangone, Vocino, Capecelatro e Carlo.

[8] provvedimenti legislativi del ministro Medici datati 15 dicembre 1823 e 20 novembre 1824

[9] Gennaro de Crescenzo, Le industrie del Regno di Napoli, Grimaldi, 2002, pag. 23

[10] Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, Rubbettino, 1998, pag. 78

[11] D.Mack Smith, Il Risorgimento italiano, Laterza, 1999, pag. 157

[12] Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio, 1967, pag. 96

[13] dati ricavati da Nicola Ostuni, Napoli Comune Napoli Capitale, Liguori, 1999, pag.170 e 175

[14] circa 1.600.000 addetti su circa 3.131.000 complessivi

[15] Tommaso Pedio, op. cit., pagg.1-4, modif.

[16] riportato da Tommaso Pedio, op. cit. pag.92

[17] dati relativi alle province continentali del Regno, da T.Pedio, op. cit., pag. 82

[18] A. Graziani, Il commercio estero del Regno delle Due Sicilie dal 1832 al 1858, Ilte , Roma , 1965 citato da Alberto Banti in "La nazione del Risorgimento” , Einaudi, 2000, pag.21

[19] per le province continentali del Regno, periodo 1838-1855: importazioni 19.441 ducati; esportazioni 33.541 ducati; riportato da T.Pedio, "Economia e società meridionale a metà dell’Ottocento”, Capone Editore, 1999, pag.82

[20] Francesco Pappalardo, Civiltà del Sud , Luglio 2003

[21] " Gli scritti sulla questione meridionale " a cura di A Saitta, Laterza, 1958

[22] Giorgio Rumi, dal periodico " Il sud " , del 22/11/97

[23] "Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863, studio storico-politico-statistico-morale-militare”, Daelli, Milano, 1864; riportato da Matteo Liberatore, Del brigantaggio nel Regno di Napoli, in Civiltà Cattolica e citato da Giovanni Turco in "Brigantaggio, legittima difesa del Sud”, Il Giglio editore, 2000, pag. XXXI

[24] Paolo Macry, "I giochi dell’incertezza”, L’ancora del Mediterraneo, 2002

[25] Perfino nell'ultimo dopoguerra ci fu un movimento indipendentista (di Finocchiaro) e, alla nascita della attuale Repubblica Italiana, la Sicilia fu contestualmente dichiarata Regione a statuto autonomo.

 

[26] Ernesto Pontieri, op. cit. pag.1

[27] Silverio Corvisieri, "All’isola di Ponza”, Il Mare,1985

[28] Walter Maturi, " La politica estera napoletana dal 1815 al 1820”, in Rivista storica italiana , serie V, 30 giugno 1939, vol.IV, pag.247 riportato da Silverio Corvisieri, op. cit.

[29] dal racconto dello scrittore di viaggi Simond, riportato da Raleigh Trevelyan, "Principi sotto il vulcano”, BUR, 2001

[30] Raleigh Trevelyan, op. cit..

[31] Marco Meriggi, " Gli stati italiani prima dell’unità ", Il Mulino, 2002

[32] Silvio Vitale,” Il principe di Canosa e l’epistola contro Pietro Colletta”, Berisio, 1969

[33] Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, Rubbettino, 1998

[34] dal diario del Re, citato da Giuseppe Campolieti, Il re lazzarone, Mondatori, 1999, pag. 434

[35] Giacinto de Sivo, op. cit. pag.26

[36] Carlo Alianello, La conquista del sud, Rusconi, 1982

[37] Carlo Alianello, op. cit., p.15-16.

[38] riportato da Lorenzo Del Boca, "Indietro Savoia”, Piemme, 2003

[39] Mario Costa Cardol, "Venga a Napoli, signor conte”, Mursia, 1996, pag. 124

[40] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti, 1997, pagg. 274-275

[41] Federico Curato, Il regno delle Due Sicilie nella politica estera europea, Società siciliana per la storia patria, 1995, pagg.85-86.

[42] tratto da Giuseppe Coniglio, " I Borboni di Napoli”, Corbaccio, 1999, modif.

[43] Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, Rubbettino, 1998, pag. 111

[44] A.Insogna, Francesco II Re di Napoli, ristampa Forni, 1980, pag. 27

[45] Umberto Pontone, Due Sicilie, numero 2\2002, modif.

[46] Marta Petrusewicz, op. cit. , pag 158

[47] Harold Acton, I Borboni di Napoli, Giunti, 1997, pag.718

[48] seconda moglie; la prima, Maria Cristina di Savoja, era morta di febbre puerperale pochi giorni dopo aver dato alla luce il futuro re Francesco II.

[49] riportato in Falcone Lucifero, L’ultimo re, Mondadori, 2002, pag. XXX dell’introduzione a cura di Francesco Perfetti

[50] ibidem, pag.556

[51] cioè scartoffiari, grafomani e simili

[52] op.cit. pag.481

[53] Marta Petrusewicz, Come il meridione divenne una questione, Rubbettino, 1998, pag. 113 e seg.

[54] Giacinto dè Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Berisio

[55] Gabriele Fergola, L’Italia invertebrata, Controcorrente editore, 1998

[56] dal periodico " Il sud " , del 22/11/97

[57] in "Storia linguistica dell’Italia unita”, Laterza,1976

[58] in "Quanti erano gl’italofoni nel 1861?”, in "Studi Linguistici Italiani”, 1982

[59] come afferma Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, supplemento n.50 al Corriere della Sera dell’11 dicembre 2003

[60] Giacomo Leopardi , La vita e le lettere, Garzanti, 1983

[61] Nicola Zitara, "L’unità truffaldina”, opera inedita pubblicata su "Fora”, rivista telematica: in internet http//www.duesicilie.org ,modif.

[62] Civiltà Cattolica serie IV, vol. 8 (26 ottobre 1860), p.258-9 riportata da Giovanni Turco in "Brigantaggio, legittima difesa del Sud”, Il Giglio editore, 2000, pag. XXIII

[63] Romano Bracalini, L’Italia prima dell’unità, BUR, 2001, pag. 16

[64] " Le Scienze ",n. 278, 1991, pp.62-69.

[65] Queste informazioni sono tratte da Nicola Zitara "La gran cuccagna dei fratelli d’Italia” dal periodico Due Sicilie 2\2004

[66] editore Zanichelli, 2000

[67] Eric J. Hobsbawn, L’età degli imperi, Laterza, 1987, pagg. 165 e segg. , modificato.

[68] riportato da Alessandro Vitale nel Supplemento al n.10 di "Liberal”, febbraio 2002

[69] " La nazione del Risorgimento”, Einaudi, 2000

[70] Roberto Martucci, "L’invenzione dell’Italia unita”, Sansoni, 1999

[71] Marcello Veneziani, Processo all’Occidente, ed. Sugarco, 1990, pag.225

[72] Giacomo Brachet Contol, "La formazione di Francesco Faà di Bruno”, citato da Francesco Pappalardo "Il mito di Garibaldi”, Piemme, 2002, pag. 94

[73] Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori, Laterza, 2003, pag. 179

[74] Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, UTET 2004, pag. 264

[75] Civiltà Cattolica serie IV, vol. 7 (30 agosto 1860), p.647 riportata da Giovanni Turco in "Brigantaggio, legittima difesa del Sud”, Il Giglio editore, 2000, pag. XX

[76] Denis Mack Smith, citato da Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fiorentino, 1990, pag.508

[77] Giuseppe Garibaldi, lettera del 3-8-1860, in Epistolario, vol. V p. 197 citato da Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi, Piemme 2002, pag. 159

[78] in seguito fu celebrato un nuovo processo presso la Corte di Assise di Catania che nel 1863 comminò altre 37 condanne, di cui molte a vita.

[79] Abba, Da Quarto al Volturno, Oscar Mondadori, 1980, pagg.137-8

[80] ibidem, pag.68-69

[81] citato da F.M.Agnoli, "L’epoca delle Rivoluzioni”, Il Cerchio Itaca, 1999

[82] Dal quotidiano " La Stampa " del 19 maggio 2001, pag. 23.

[83] anche Giuseppe Verdi lo omaggiò scrivendo " La Patria, Inno nazionale a Ferdinando II di Borbone ", spartito e testo pubblicati dall’editore Giraud nel 1848, entrambi disponibili negli archivi del Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli.

[84] Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fratelli Fiorentino, 1990

[85] Federico Curato, Il Regno delle Due Sicilie nella politica estera europea, Società siciliana per la storia patria, 1995, pag.17

[86] L’altro Risorgimento ", Piemme, 2000

[87] proclama da Torino del 24 marzo 1848

[88] che partì il 4 maggio

[89] Citato da Umberto Pontone in "Nazione Napoletana”, novembre 1998; da Harold Acton," Gli ultimi Borboni di Napoli ", pag. 258, Giunti editore, 1997 e da Michele Topa, op.cit. pag.102.

[90] Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio, 1967, pag. 139

[91] Raffaele De Cesare, La fine di un regno, Newton Compton, 1975, vol. I , pag. 422

[92] da Acton, Gli ultimi borboni di Napoli, Giunti, pag.263

[93] Citazioni tratte da Antonio Zezon, Tipi militari ecc ecc, Napoli 1850, ristampato da Bideri, 1970, pag. XVI

[94] citato da Federico Curato, op. cit. pag.105

[95] citato da Francesco Maria Agnoli, " L’epoca delle rivoluzioni ", Il Cerchio iniziative editoriali, 1999, pag.58

[96] Francesco Pappalardo, op. cit. pag 131

 

[98] Roberto Martucci, " L’invenzione dell’Italia unita ", Sansoni 1999

[99] Angelo Socci, La dittatura anticattolica, Sugarco 2004, pag.105

[100] Ibidem

[100] citato da Lorenzo Del Boca, " Indietro Savoia”, Piemme, 2003

[101] I vinti del Risorgimento, UTET 2004, pag.266

[102] dalla penna di Luigi Settembrini, citato da Harold Acton, "Gli ultimi Borboni di Napoli”, Giunti

[103] dalla stessa penna, citato da Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fiorentino, 1990, pag. 225

[104] Carlo Alianello, La conquista del sud, Rusconi editore

[105] Ibidem

[106] Cesare Bertoletti, op. cit.; pag.303

[107] ricordiamo, comunque, per rendere l’idea della mentalità punitiva dell’epoca ben diversa da quella riabilitativa dei giorni nostri, che l’obbligo della catena al piede per i condannati ai lavori forzati fu abolito solo il 2 agosto 1902 nel nuovo regno d’Italia.

[108] riportata da Ò Clery, La rivoluzione italiana, Ares, 2000, pag. 374

[109] Nelle " Memorie Documentate” citate da Angela Pellicciari " L’altro Risorgimento ", Piemme, 2000, pag.188

[110] Domenico Capecelatro Gaudioso, Retroscena e responsabilità nell’attentato a Ferdinando II di Borbone, Del Delfino,1975

[111] Angela Pellicciari, " L’altro Risorgimento ", op. cit.

[112] Eduardo Spagnolo, Manifestazioni antisabaude in Irpinia, , ed. Nazione Napoletana, 1999

[113] "occhio di cane e bocca di lupo”, sarcastica definizione coniata da Ferdinando II

[114] Federico Curato, op. cit. ,pag. 120

[115] Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, citato da Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori, Laterza, 2003, pag.178

[116] riportato da Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, Rubbettino, 1998, pag.152

[117] Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004, pag.378

[118] I brani sono estratti dalla lettera di Cavour a Rattazzi del 9 aprile 1856 [ Lettres dè Cavour à U.Rattazzi, Paris, 1862, p.247; citata da Ò Clery " La Rivoluzione italiana ", Ares, 2000]

[119] Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004, pag.381

[120] ibidem, pag.386

[121] tratto dalle "Ricordanze” citato da Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fiorentino, 1990, pag. 296

[122] D.Capecelatro Gaudioso, L’attentato a Ferdinando II di Borbone, Del Delfino,1975, pag. 96 e segg.

[123] Mario Costa Cardol, Venga a Napoli, signor Conte, Mursia, 1996

[124] A.Insogna, Francesco II, re di Napoli, Forni, 1980 ristampa, pag.42 e segg.

[125] Rosario Romeo, Vita di Cavour, Laterza, pag. 386

[126] Antonio Pagano " Due Sicilie 1830/1880 ", Capone editore, 2002

[127] riportato da Antonio Socci, La dittatura anticattolica, Sugarco 2004, pag.87

[128] Roberto Martucci, L’invenzione dell’Italia unita, Sansoni, Milano , 1999, pag.28

[129] Giuseppe Coniglio, " I Borboni di Napoli ”, Corbaccio, 1999

[130] Giuseppe Campolieti, Il re bomba, Mondadori, 2001

[131] esclamazione del re nella lunga agonia, riportata da Campolieti, op. cit.

[132] Raffaele De Cesare, La fine di un regno , vol I, Newton Compton , 1975, pagg. 404 e segg.

[133] riportato da Giuseppe Campolieti, op. cit.

[134] dispaccio dell’ambasciatore piemontese a Napoli diretto a Cavour il 30 gennaio 1860 (originale in francese come al solito) in "Carteggi di C.Cavour”, vol.1, pag 12; riportato da Umberto Pontone in "Due Sicilie”, luglio 2003

[135] Paolo Mieli in "La Stampa”, domenica 9 luglio 2000, pag 19

[136] affermazione di Nisco, oppositore dei Borboni, la cui testimonianza assume, quindi particolare valore; riportata da A.Insogna "Francesco II, re di Napoli”, Forni, 1980, pag.10

[137] citato da Antonio Pagano, "Due Sicilie, 1830-1880”, Capone editore, 2002, pag.86

[138] Ferderico Curato, op. cit, pag.216

[139] tratto liberamente da Marta Petrusewicz, op. cit., pagg. 156-157

[140] Federico Curato, op. cit. pag.272

[141] Federico Curato, op. cit. , pag 315 e segg., modif.

[142] ibidem

[143] North British Review " 16 febbraio 1856 riportata da Adolfo Colombo in " L’Inghilterra nel Risorgimento italiano " del 1917

[144] Eugenio Artom, " Lord Palmerston nella sua vigilia politica ", riportato da Umberto Pontone in "Due Sicilie”, luglio 2001

[145] Denis Mack Smth, L’Inghilterra di fronte agli eventi italianim in Atti del XXXIX Congresso di Storia del Risorgimento Italiano, pag. 426, riportato da Umberto Pontone in "Due Sicilie” numero 5 , settembre-ottobre 2001

[146] sulla rivista "Il dovere” del 24 agosto 1866

[147] Nicomede Bianchi, Storia della diplomazia europea in Italia, vol.8, pag.275 citato da H.Acton, Gli ultimi borboni di Napoli, Giunti , pag.480.

[148] Federico Curato, op. cit. , pag.326

[149] riportata da Umberto Pontone in "Due Sicilie”, luglio-agosto 2003.

[150] Carteggio di Camillo Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, volume II, lettera 553

[151] Riportato da Angela Pellicciari, "L’altro Risorgimento ", Piemme 2000

[152] Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, 2001

[153] Mario Costa Cardol, Venga a Napoli, signor conte, Mursia, 1996, pag. 133

[154] pseudonimo del console inglese George Dennis

[155] Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, 2001, pag.365

[156] Rosario Romeo, op. cit. pag. 368

[157] riportata da Umberto Pontone in "Due Sicilie” anno VI num.5

[158] Cesare Bertoletti, Il risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio, 1967, pagg.196-197

[159] tratto da Lorenzo del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, 2003, modif.

[160] "dava continui balli al primo piano del suo splendido palazzo di via Toledo, perchè le feste servivano da copertura per le riunioni che si tenevano al piano superiore, e gli uomini in abito da sera che sgattaiolavano su per le scale tra un allegro valzer e una controdanza, davano una mano a preparare bombe per la prossima rivoluzione”; Trevelyan, op. cit.

[161] Harold Acton, "Gli ultimi Borboni di Napoli”, Giunti,1997

[162] raccomandazioni di Cavour al marchese D’Aste (capo della spedizione) in " La liberazione del Mezzogiorno” Appendice, riportato da Martucci in " L’invenzione dell’Italia unita ", Sansoni, 1999, pag.151

[163] C. Bertoletti, op. cit., pag.200

[164] Antonio Pagano nel periodico Due Sicilie 2\2004

[165] Roberto Martucci, " L’invenzione dell’italia unita ", Sansoni, 1999

[166] questo fatto è stato ufficializzato dalla relazione di Giulio Di Vita dell’Università di Edimburgo titolata "Finanziamenti della spedizione dei Mille” agli Atti del Convegno di Torino del 24/26 settembre 1988 sulla "Liberazione dell’Italia a opera della massoneria” edito a cura di A.Mola, Foggia, 1990; riportato da Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale, Guida editore, 2002, pagg.37-38, modif.

Nella notte tra il 4 e 5 marzo 1861, il poeta Ippolito Nievo, capo dell’intendenza di Garibaldi e quindi responsabile di tutti i fondi, viaggiava sul piroscafo Ercole da Palermo a Napoli, ci fu una esplosione delle caldaie e tutti gli ottanta passeggeri annegarono; nell’occasione ci furono la misteriosa perdita di contatto con la nave che lo precedeva ed il ritardo nei soccorsi, si parlò subito di sabotaggio e comunque fu l’unico battello ad affondare tra tutti quelli, ed erano numerosi, che avevano solcato il Tirreno per i ripetuti sbarchi in Sicilia.

[167] Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, 2001

[168] Carlo Pellion di Persano, La presa di Ancona, edizioni Studio Tesi , 1990, pagg. 9 e segg.

[169] Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno, Oscar Mondadori, 1980, pag. 105

[170] i particolari degli avvenimenti sono tratti dal diario del  comandante inglese dell’Argus, Winnington-Ingram, riportati da Raleigh Trevelyan, "Principi sotto il vulcano”, BUR, 2001

[171] ibidem

[172] Le memorie di Gribaldi nella loro redazione definitiva del 1872, pag. 423; citato da Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi, Piemme, 2002, pag. 155

[173] Trevelyan, op.cit., pag.164

[174] " I Mille da Genova a Capua ", Milano, Rizzoli, 1960

[175] Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fiorentino, 1990, pag. 445

[176] lettera a Persano del 2 giugno, riportata in Carlo Pellion di Persano, op.cit. pag.13

[177] "Garibaldi” in dialetto

[178] Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale, Guida, 2002, pag. 105

[179] calcolo del capitano inglese Hugh Forbes, presente agli avvenimenti, nel suo "Campaign of Garibaldi in the Two Sicilies, a personal narrative”, riportato da Ò Clery, "La rivoluzione italiana” , Ares, 2000, pag.374

[180] "Da Quarto al Volturno, Noterelle di uno dei Mille, Oscar Mondadori, 1980, pag.47

[181] Abba, op.cit. pag. 49

[182] ibidem, pagg. 51-52

[183] citato da Lorenzo Del Boca, "Indietro Savoia”, Piemme, 2003

[184] Abba, op.cit., pag.55

[185] lettera ad Agostino Bertani del 16\5\1860 riportata da Francesco Pappalardo, op. cit. pag. 155

[186] Abba, op. cit., pag 54

[187] un ducato equivale a 16 euro attuali.

[188] Giacinto dè Sivo, op. cit. pag.525

[189] riportata da Roberto Martucci, "L’invenzione dell’Italia unita”, Sansoni , 1999, pag. 191

[190] Riportatata da Ò Clery, "La Rivoluzione italiana ", Ares, 2000

[191] Mario Pacelli, "Cattivi esempi”, Sellerio, 2001

[192] Tratto dal diario dell’ammiraglio inglese, citato da Treveylan, op.cit., pag.169

[193] Giacinto De Sivo, op. cit. pag. 531

[194] Abba, op. cit., pag.78

[195] Abba, op.cit., pag.89

[196] ibidem, pagg.90-91

[197] Raleigh Trevelyan, Principi sotto il vulcano, Bur 2001, pag.175

[198] Abba, op.cit., pag. 91

[199] Lorenzo Del Boca, "Maledetti Savoia”, Piemme, 2001

[200] Abba, op.cit.; pag.94

[201] da una ricerca di Umberto Pontone apparsa sul periodico " Due Sicilie ", gennaio 2001

[202] n.553, vol 2°, carteggi di Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno

[203] Carlo Pellion di Persano, op. cit. pag.77

[204] ibidem, pag. 29

[205] Alfredo Zazo, La politica estera del Regno delle Due Sicilie, Miccoli, 1940, pag. 355 citato da Umberto Pontone, "Due Sicilie” inserto del novembre 2000

[206] E. Spagnolo, " Manifestazioni antisabaude in Irpinia ", quaderno n.2 , ed. Nazione Napoletana, 1999

[207] lettera ad Angelo Camillo De Meis del 1° luglio 1860, tratta dall’ " Epistolario”, Torino, 1965, p.207

[208] da Arrigo Petacco, " La regina del sud”, Mondadori, 1992

[209] dati tratti da Antonio Zezon, op. cit., pag. VI

[210] ( 1820-1906) [ " Della Monarchia di Napoli e delle sue fortune”, Controcorrente, 2000]

[211] citato da Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio, pag.54

[212] Giacinto de Sivo, op. cit. pag. 591

[213] Le memorie di Garibaldi, op. cit., riportata da Francesco Pappalardo, op. cit. pag. 158

[214] Giacinto De Sivo, op. cit. pag. 600

[215] Mario Monari, Lo sconosciuto eroismo dei soldati napoletani e siciliani a Messina, Grafiche Scuderi , Messina 1992

[216] Carlo Pellion di Persano, op. cit. pag. 65

[217] A.Insogna, Francesco II re di Napoli, Forni, 1980, pagg.95-96

[218] Carlo Pellion, op.cit. pag.97

[219] carteggio che Carlo Agrati trovò nell’Archivio Sirtori (un importante garibaldino), citato da Michele Topa, op. cit. pag.546

[220] "Due Sicilie” gennaio 2001 a cura di Umberto Pontone

[221] Giacinto de Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004, pagg. 630-631

[222] Abba, op.cit., pag.139

[223] Giacinto de Sivo, op. cit., pag. 636

[224] Angela Pellicciari, L’altro Risorgimento, Piemme, pag. 247

[225] Carlo Pellion, op. cit. pag.129

[226] ibidem, pag. 137

[227] Carlo Pellion, op. cit. pag. 152

[228] A.Insogna, Francesco II re di Napoli, rist. Forni editore, 1980, pag. 117

[229] episodio reale narrato in una intervista immaginaria di Leonardo Sciascia custodita negli archivi radiofonici RAI nella serie "Interviste Impossibili”, voci di Adriana Asti e Andrea Camilleri, regia Mario Martone; riportato da "Due Sicilie”, gennaio 2001

[230] citazioni tratte da Pier Giusto Jaeger "Francesco II di Borbone”, Mondadori, 1982

[231] " Da Palermo al Volturno, memorie di un garibaldino”, Cappelli, 1974

[232] Memorie, Einaudi, 1975

[233] Paolo Mieli, in "La Stampa”, domenica 9 luglio 2000, pag.19

 

[234] George Mundy, La fine delle Due Sicilie e la Marina britannica, Berisio, Napoli, 1966, pag.199

[235] in Scritti politici e militari, ricordi e pensieri inediti, p. 524, citato da Francesco Pappalardo, op.cit.

[236] G.Garibaldi, Memorie, BUR, pag.367

[237] Alfonso Scirocco, Garibaldi, Laterza, pag.136, segnalazione fatta da Antonio Luciani su "Due Sicilie” n. 5 / 2002, pag 12

[238] Giovanni Delli Franci, Cronica della campagna d’autunno del 1860, A.Trani editore, Napoli, 1870, pag. 297

[239] Angelo Manna, " I briganti furono loro ", Sun Books, 1997, modif.

[240] tratti dal capitolo LI del libro di Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli”, Fiorentino, 1990

[241] articolo di Rossella Lama su "Il Messaggero” del 26\11\02

[242] Harold Acton " Gli ultimi Borboni di Napoli”, Giunti,1997

[243] riportate da A. Pellicciari, " L’altro Risorgimento”, 2000

[244] Pietro Calà Ulloa, citato da Michele Topa, op.cit., pag. 642

[245] Camera-Fabietti, " L’età contemporanea”, Zanichelli, 1972

[246] commenti riportati da Michele Topa, op.cit. pag.636

[247] lettera di Farini a Cavour del 29 agosto 1860, riportata da A.Insogna, op. cit. ; pag. 153 e seg.

[248] Carlo Pellion, op. cit. pag. 145

[249] Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone, Oscar Mondadori, pag. 115

[250] Cesare Bertoletti, op. cit., pag.223

[251] Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone, Oscar Mondadori, pag. 116

[252] citate da Cesare Bertoletti, op. cit. ; pag. 245

[253] citazioni tratte da Jaeger, Francesco II di Borbone, Mondatori, 1982, pagg. 143-144

[254] Cesare Bertoletti, op. cit. pag. 223

[255] Abba, op.cit.; pag.167

[256] In queste " condizioni ambientali " si erano svolti e si svolgeranno i plebisciti negli altri stati italiani annessi al regno sabaudo (11 e 12 marzo in Emilia, Toscana, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, il 4 e 5 novembre nelle Marche e nell’Umbria); commenta Denis Mack Smith nell’articolo citato de”La Stampa”: "Consultando gli archivi di piccoli comuni, dalla Sicilia alla Toscana, ho scoperto cose curiose sui plebisciti per l’annessione all’Italia. In alcuni luoghi la percentuale dei " Sì ” era del 120 % ". Il 21 e 22 ottobre 1866 si svolse quello per l’annessione del Veneto: i votanti furono 646.789, di cui solo 70 contrari all’annessione, un’adesione quindi del 99.99% che non è stata raggiunta nemmeno sotto le più feroci dittature; il 2 ottobre 1870 fu la volta di Roma, su 135.291 votanti solo 1507 furono contrari all’annessione.

[257] Francesco Maria Agnoli, " L’epoca delle Rivoluzioni”, Il Cerchio iniziative editoriali , 1999, pag. 47

[258] Carteggio Cavour-Nigra dal 1858 al 1861, vol IV, pagg. 292-293

[259] Michele Topa, " I briganti di sua maestà ", Tribuna Illustrata, 1967

[260] F.M.Agnoli, L’epoca delle rivoluzioni, Il Cerchio, 1999.

[261] Abba, op.cit.; pag. 171

[262] Cavour, "La liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia, Bologna 1949,vol. III, pag.207

[263] Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, UTET, 2004, pag.122

[264] Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti, 1997, pagg.599-600

[265] rapporto dell’ambasciatore Elliot a Russel, ministro degli esteri inglese, riportato da Denis Mack Smith, Vittorio Emanuele II, Laterza, 1972

[266] Roberto Maria Selvaggi , "Album di famiglia” da "I Borbone” viaggio nella memoria, Ass. Cult. Campania 2000

[267] dispaccio del console inglese Bonham al ministro degli Esteri, riportato da Denis Mack Smith, Cavour e Garibaldi,Einaudi, 1972

[268] dal Carteggio di Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, vol. IV pag. 398, Zanichelli; segnalata da Umberto Pontone.

[269] Ridottisi a 11 mila alla fine dell’assedio a causa di numerosi imbarchi che furono fatti per alleggerire il peso logistico della guarnigione.

[270] Teodoro Salzillo, "L’assedio di Gaeta”, Controcorrente

[271] Alessandro Romano, comunicazione personale del 12\11\03

[272] Gigi Di Fiore, op. cit. pag. 180

[273] op.cit.

[274] Inno Nazionale delle Due Sicilie di Giovanni Paisiello

[275] riportata da Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti, 1997

[276] Antonio Pagano, Nazione Napoletana anno III n.11

[277] Harold Acton, op. cit., pag. 601

[278] Francesco Maurizio Di Giovine, in "Due Sicilie”, marzo 2001, modif.

[279] da una comunicazione di Alessandro Romano

[280] riportato da A. Insogna, op. cit., pag. 215  e segg.

[281] Aniello Gentile in "Da Gaeta ad Arco”, Arte Tipografica, 1988

[282] dalle memorie dell’Arciprete del luogo Chini, riportate da Aniello Gentile in "Da Gaeta ad Arco”, Arte Tipografica, 1988

[283] ibidem, pag.240

[284] Maria Cristina, morta due settimane dopo il parto, proclamata Venerabile dalla Chiesa per la sua rettitudine e le sue opere di carità cristiana.

[285] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti 1997, pag.583

[286] Gaetano De Felice, Il Re, Napoli 1895, pag.24

[287] Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, UTET, 2004

[288] La Civiltà Cattolica, serie IV, vol. IX, pag. 304

[289] ibidem, pag.367

[290] Lorenzo del Boca " Maledetti Savoia”, ed. Piemme, 1998, pag.146

[291] La Civiltà Cattolica, vol. XI, serie IV, pag. 752

[292] Fulvio Izzo, I lager dei Savoia, Controcorrente

[293] Fulvio Izzo, I lager dei Savoia, Controcorrente , ( modif.)

[294] Brigantaggio Meridionale , Capone editore, 1987

[295] Fulvio Izzo, I lager dei Savoia, Controcorrente; modif..

[296] "perchè il braccio straniero \ a fabbricare le macchine mosse dal vapore \ il Regno delle Due Sicilie più non abbisognasse”, così era scritto nell’epigrafe della lapide a ricordo della fondazione.

[297] N.Ostuni, Iniziativa privata e ferrovie nel Regno delle Due Sicilie, Giannini, Napoli, 1980, pag.72

[298] D.Capecelatro Gaudioso, Una capitale un re un popolo, , Gallina, Napoli, 1980, pag.88

[299] Cfr. Il centenario delle ferrovie italiane 1839-1939 (Pubblicazione celebrativa delle FF.SS.), Roma 1940, pp.106,137 e 139

[300] D.Mack Smith, Il Risorgimento italiano, ,Laterza, 1999, pag. 122

[301] da "Sole 24 ore” del 12\03\2004

[302] ibidem

[303] Eduardo Spagnolo in "Due Sicilie” settembre-ottobre 2001

[304] Lamberto Radogna, " Storia della Marina Mercantile delle Due Sicilie”, Mursia, 1982

[305] Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Del Grifo, 2004, pag.29

[306] Achille Gigante, " Viaggi artistici per le Due Sicilie ", Napoli, 1845

 

[307] A. Mangone, L’industria del Regno di Napoli 1859-1860, Fiorentino, 1976, pag. 51

[308]Antonio Formicola-Claudio Romano, Pittori di Marina alla Corte dei Borbone di Napoli, allegato alla Rivista Marittima della Marina Militare italiana, marzo 2004

[309] L'istruzione nautica in Italia, pagg. 10/15, anno 1931, a cura del Ministero dell'Educazione Nazionale

[310] Michele Vocino, Primati del Regno di Napoli, Mele editore, Napoli

[311] Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti, 1997, pag.101

[312] P.Bevilacqua, Breve storia dell’Italia meridionale dall’Ottocento a oggi, Donzelli, Roma, 1997, pag. 20

[313] U. Schioppa, le industrie nel Regno delle Due Sicilie, Napoli, 2000

[314] S.De Majo, L’industria protetta, lanifici e cotonifici in Campania nell’Ottocento, Athena, Napoli, 1989

[315] U. Schioppa, Le industrie del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 2000, pag.23

[316] da F.M. Di Giovine, Atti del primo convegno Lions sul Regno delle Due Sicilie,pag.22

[317] In quell’anno si giunge a produrre circa 1.200.000 libbre (pari a 400.000 Kg.) di seta grezza, particolarmente pregiata.

[318] Annotazione di V. Demarco, Il crollo del Regno delle Due Sicilie, (Napoli 1960) che parla di 2.000 operai nelle nove cartiere del Liri. Sul carattere avanzato delle cartiere meridionali v. Barbagallo C., Le origini della grande industria contemporanea (Firenze 1951), p. 436 (a p. 422 si nota il carattere arretrato delle cartiere lombarde), Luzzatto G., L’economia italiana dal 1861 al 1894 (Torino 1968).

[319] Gennaro de Crescenzo, Le industrie del regno di Napoli, Grimaldi, 2002

[320] dalla rivista "Il gommone”, Koster publisher, gennaio-febbraio 2003, pag.107

[321] Annuario Statistico Italiano 1864 di Maestri-Correnti riportato in Svimez, "Cento anni di vita nazionale attraverso la statistica delle regioni”, Roma, 1961; ISTAT, Annuario Statistico Italiano, 1938

[322] l’unità di misura di superficie della terra era il moggio, chiamato anche tomolo, equivalente di 33 are, cioè 3.300 metri quadri; l’unità di peso per i prodotti della terra era l’oncia che equivaleva a 26,75 grammi

[323] Nicola Zitara, "L’unità truffaldina”, opera inedita pubblicata su "Fora”, rivista telematica: in internet http//www.duesicilie.org

[324] A.Mangone, L’industria del regno di Napoli 1859-1860, Fiorentino, 1976, pag. 41

[325] diversamente dai Savoia ai quali fu dedicato il piatto nazionale tipico del Sud battezzando con il nome della regina Margherita una variante della pizza in cui erano presenti i "colori nazionali”.

[326] Annuario Statistico, cit.

[327] l'Oncia, circolante in coni da 1 e da 2, e valeva 3 Ducati. Era suddivisa in 30 Tarì, ovvero in 300 Baiocchi. Il Grano (pari a mezzo Baiocco, o a 6 Piccioli) valeva quindi 2 Grana napoletani.

[328] Michele Vocino, "Primati del regno di Napoli”, Mele editore

[329] Boeri, Crociati, Fiorentino; " L’esercito borbonico dal 1830 al 1861 ", Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1998

[330] l’unità di peso era il cantaro o cantaio ed equivaleva a 89,100 chili; il rotolo era la centesima parte del cantaro.

[331] Decreto del 10 agosto 1815.

[332] Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860 - Giacomo Savarese - Cardamone - 1862.

[333] Vincenzo Gulì, "Il saccheggio del Sud”, Campania Bella editore

[334] ibidem

[335] Nicola Ostuni, Napoli Comune Napoli Capitale, Liguori ,1999, pag.178

[336] Nicola Ostuni, Napoli Comune Napoli Capitale, Liguori, 1999, in prefazione e conclusione, modif..

[337] Michele Vocino, "Primati del regno di Napoli”, Mele editore

[338] Basti pensare agli 866 km realizzati dal rissoso Piemonte fino al 1860, la cui costruzione contribuí non poco alla bancarotta di quello Stato.

[339] Tratto dagli " Annali Civili del Regno delle Due Sicilie ", vol. XX,fasc.XLI, pag.37

[340] riportato da Michele Vocino, Primati del regno di Napoli, Mele editore, pag. 149

[341] A.Mangone, L’industria del Regno di Napoli 1859-1860, Fiorentino, 1976, pag.54

[342] A.Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Il Mulino, Bologna, 1998, pag.137

[343] Cesare Bertoletti, Il Risorgimento visto dall’ altra sponda, Berisio, 1967, pag. 16

[344] Hermann Melville, Napoli al tempo di re Bomba, Princeton, 1855 riportato da Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli, Giunti, 1997

[345] Domenico Capecelatro Gaudioso, Retroscena e responsabilità nell’attentato a Ferdinando II di Borbone, Del Delfino,1975

[346] Da " Fora " di Nicola Zitara, rivista elettronica pubblicata nel sito www.duesicilie.org

[347] Giovanni Caruselli, " Mozart in Italia”, Diakronia, 1991

[348] J. J. Rousseau: Dictionnaire de Musique. Voce: génie.

[349] Nicola Zitara, op. cit.

[350] Cesare de Seta in AD, giugno 2003, ed. Condè Nast

[351] da una lezione di Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, all’Università di Cosenza; riportata da "Il Sole 24 Ore” del 19 gennaio 2003, pag. 25

[352] Rapporto del 1817 di Matteo Gualdi, citato in G.Vigo, Istruzione e sviluppo economico in Italia nel secolo XIX, ILTE, Torino,1971, pag.92

[353] A.Zazo, L’ultimo periodo borbonico, in AA:VV:, Storia dell’Università di Napoli, Ricciardi, Napoli,1924, pag.583

[354] Carlo Ghisalberti, Unità nazionale e unificazione giuridica in Italia, Laterza, 1998

[355] Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli, Fratelli Fiorentino, 1990, pag. 76

[356] Romano Bracalini, L’Italia prima dell’unità, BUR,2001, pagg. 82 e 89

[357] Enzo Striano, Il resto di niente, Avagliano editore, 2002, pag. 52

[358] A.Mozzillo, "Passaggio a Mezzogiorno”, Leonardo editore , 1993, pag. 382, modif.

[359] Lino Temperini, "Monumentale Presepio Napoletano del Settecento”, Roma, Basilica dei Santi Cosma e Damiano

[360] Michele Vocino, " I primati di Napoli ”, Mele editore

[361] La maggior parte delle informazioni è tratta dal libro "Le leggi sugli usi e demani civici” di Lorenzo Ratto, Roma, 1909

[362] Ernesto Pontieri, Il tramonto del baronaggio siciliano, Sansoni, 1943, pag.108

[363] Ernesto Pontieri, Il tramonto del baronaggio siciliano, Sansoni, 1943

[364] citato da Rosario Romeo, "Il Risorgimento in Sicilia”, Laterza, 2001

[365] E.Pontieri, op. cit.

[366] Ernesto Pontieri, op. cit. pag.107

[367] ibidem

[368] Cretinau-Joly, L’Englise romaine en face de la Revolution, vol I, p.204, Paris 1861 citato da Ò Clery, La rivoluzione italiana, Ares, 2000

[369] Michele Pezza, detto Fra Diavolo (Itri 1771 - Napoli 1806) condusse spettacolari e audaci azioni di guerriglia contro i francesi invasori e così divenne un eroe popolare. Ferdinando lo ricompensò con la promozione sul campo a colonnello e lo nominò governatore del distretto di Gaeta. Nel 1806 condusse ancora azioni contro la nuova aggressione di Napoleone. Fu catturato e subì il martirio della forca, la sua fama era così grande che Giuseppe Bonaparte, dopo la cattura, se lo fece portare sotto il palazzo reale di Portici per poterlo osservare dalle finestre; vedi Francesco Barra, "Michele Pezza detto Frà Diavolo”, Avagliano editore, 1999

[370] Alberto Consiglio, " La rivoluzione napoletana del 1799 " Rusconi, 1998, pag. 124

[371] Harold Acton, I borboni di Napoli, Giunti, 1997, pag.404

[372] Insogna, Francesco II Re di Napoli, Forni editore, ristampa 1980, pag.LIII dell’Introduzione

[373] D. sacchinelli, Memorie storiche sulla vita del Cardinale F. Ruffo, con osservazioni sulle opere di Cuoco, Botta, e di Colletta, Napoli 1836, p. 200, ripubblicate dall’editore Controcorrente, 1999

[374] San Lucido 1744 - Napoli 1827. Principe Ruffo, dei duchi di Baranello e Bagnara.

[375] "Il resto di niente”, Avagliano editore, 1997

[376] Agnoli " 1799 la grande insorgenza " Controcorrente, pag. 288

[377] Cesare Bertoletti, op.cit. pag.42

[378] definizione dello storico Gordon Brook-Shepherd, "Il tramonto delle monarchie”, Rizzoli ,1989

[379] Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori, Laterza,2002, pag. 179

[380] Mario Pacelli, op. cit.

[381] Umberto Pontone in "Due Sicilie” del marzo-aprile 2003

[382] riportata da Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, 2001, pag. 375

[383] Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale”, Guida , 2002

[384] riportato da Tommaso Pedio, Brigantaggio meridionale, Capone, 1997

[385] Mario Pacelli, op. cit.

[386] dati tratti da Nicola Zitara "La gran cuccagna dei fratelli d’Italia”, periodico Due Sicilie 2\2004

[387] i dati successivi sono tratti da "l’Italia economica nel 1873, Pubblicazione Ufficiale”, Roma, Barbera, 1874 (II ed.riveduta) che ripercorre tutto il cammino del bilancio dello Stato dall’Unità in poi; riportata da Aldo Alessandro Mola in "L’economia italiana dopo l’unità”, Paravia, Torino, 1971, pagg. 12 e segg.

[388] Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, Giacomo Savarese, Napoli - tipografia Gaetano Cardamone - 1862

[389] Nicola Zitara, "L’unità truffaldina”, op. cit.

[390] Giacomo Savarese, op. cit.

[391] Anteo d’Angio, La situazione finanziaria italiana dal 1796 al 1870” in Storia d’Italia De Agostini. 1973, vol.VI, pag. 241 riportata da Antonio Socci , La dittatura anticattolica, Sugarco, 2004

[392] Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze, Pierro, 1903, p.292.

[393] Ò Clery, op. cit.; (in realtà l’unità monetaria meridionale era il ducato equivalente a 4,25 lire, N.d.A.)

[394] G. Savarese, " Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860", Cardamone, 1862, p.28.

[395] Aldo Alessandro Mola, op. cit. pag. 63

[396] Nítti F. S., Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-97, Napoli 1900., p. 107

[397] Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale, Guida, 2002, pag. 120, modif.

[398] ibidem, pag. 121

[399] Nitti F.S., op. cit.

[400] Aldo Servidio, op.cit, pag.124

[401] Nitti F. S., op. cit., p. 141.

[402] Luzzatto G., L’economia italiana dal 1861 al 1894 (Torino 1968), p. 172.

[403] dati compresi tra il 1861 e il 1873 ripresi da Alessendro Mola op. cit.

[404] Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Piemme, 2001

[405] Carano - Convito, " L’economia italiana prima e dopo il Risorgimento”, Firenze, 1928, pag. 180

[406] Nitti F. S., Il bilancio dello stato dal 1862 al 1896-97, Napoli 1900, p. 294; i dati riguardano il periodo 1862-97.

[407] Nitti F. S., Il bilancio cit., p. 268.

[408] Nitti F. S., op. ult. cit., pp. 254-5.

[409] Nitti F. S., op. ult. cit., p. 367 nota I.

[410] Nitti F. S., op. ult. cit., p. 300.

[411] Carano-Donvito G., op. cit., p. 179.

[412] Tommaso Pedìo, " L’economia delle Province napoletane a metà dell’800 ", Capone, 1984, modif.

[413] Aldo Servidio, op. cit. , pag. 177

[414] da una lettera di Nitti del 5 luglio 1898 a Giuseppe Colombo, direttore del Politecnico di Milano in C.G.Lacaita, Nitti e Colombo: carteggio inedito 1896-1919 in " Rivista Milanese di Economia”, n.5 ( gennaio-marzo 1983), pag.126

[415] L. De Matteo, Noi della meridionale Italia. Imprese ed imprenditori del Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2002, pag. 12

[416] D.Mack Smith, Il risorgimento italiano, op.cit. pag. 122

[417] Gennaro de Crescenzo, Le industrie del regno di Napoli, Grimaldi, 2002, pag. 149

[418] R.M.Selvaggi, Il tempo dei Borbone, la memoria del sud, De Rosa, Napoli, 1995, pag.128

[419] L.Radogna, op. cit.

[420] ibidem, pag. 122

[421] L. De Matteo, Noi della meridionale Italia. Imprese ed imprenditori del Mezzogiorno nella crisi dell’unificazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2002, pag.206

[422] A.Scirocco, Il mezzogiorno nella crisi dell’unificazione (1860-1861), Società Editrice napoletana, 1981, pag.372

[423] A.Ghirelli, Storia di Napoli, Einaudi, Torino, 1996, pag.273

[424] G.Pescosolido, Unità nazionale e sviluppo economico, Laterza, 1998, pag.XI

[425] riportata da Tommaso Pedio, Brigantaggio Meridionale, Capone, 1997, pag. 57

[426] tratte dal periodico "Due Sicilie” del marzo 2002, sono il risultato di uno studio di Sator di Ortona sugli Atti parlamentari ufficiali.

[427] lettera n.58 del 14 giugno 1923

[428] Angela Pellicciari, op. cit.

[429] "Sulle condizioni morali e materiali delle province del Mezzogiorno d’Italia”, Napoli, Stab. Tipografico Largo Trinità Maggiore riportato da Tommaso Pedio, Brigantaggio meridionale, Capone editore, 1997, pag. 49

[430] citato da Angela Pellicciari, "L’altro Risorgimento”, Piemme,2000, pag 273

[431] Franco Molfese nella presentazione del libro di Antonio Chiazza "Giuseppe Tardio”, Tempi Moderni edizioni, Napoli, 1986

[432] Francesco Pappalardo, Civiltà del Sud, luglio 2003

[433] De Jaco, "Il brigantaggio meridionale ", Editori Riuniti, Roma, 1969

 

[434] De Jaco, "Il brigantaggio meridionale ", Editori Riuniti, Roma, 1969, modif.

[435] dalla autobiografia del brigante Carmine Donatelli, "Crocco”, riportata da De Jaco, op. cit., modif.

[436] De Jaco, op. cit., modif.

[437] ibidem

[438] Mario Pacelli, Cattivi esempi, Sellerio, 2001

[439] Orazione del brigante Pasquale Cavalcante davanti al plotone di esecuzione, citata da Tommaso Pedio, op. cit. pag. 49

[440] da "Ordine Nuovo” del 1920

[441] L'Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, a Roma, conserva i documenti inerenti il Brigantaggio post-unitario.La storia dei documenti è la seguente: nel 1866 il comando delle truppe piemontesi di Napoli inviò all'archivio di Firenze 73 fascicoli privi di indici e senza ordine contenenti rapporti militari, processi, relazioni, foto, cartine geografiche, manifesti e disegni; nel 1871 le suddette cartelle furono inviate, senza effettuare alcuna catalogazione, all'Archivio militare di Roma; tra il 1892 ed il 1894, furono inviati a Roma altri documenti compreso i diari di guerra del luogotenente Cialdini. Un tal tenente Gilberti fu assegnato all'archivio con il compito di mettere in ordine i documenti, ma questi si limitò a dividere le materie e nel 1897 fu spostato ad altro incarico; nel 1908 fu assegnato il compito ad un certo capitano De Bono che riuscì a sistemare i documenti del periodo 1860 - 1862, poi nel 1913 lasciò l'incarico al capitano Cesari che completò l'opera, selezionando la parte "accessibile" dell'archivio. Molti documenti furono distrutti nel "forno della carta” (da Lorenzo Del Boca, Indietro Savoia., Piemme, 2003, modif.)

[442] op. cit.,modif.

[443] riportato nel dispaccio del maggiore Ferrero, comandante dei Piemontesi in Avezzano, al comandante di Tagliacozzo; citato da Carlo Maria Curci in Civiltà Cattolica , serie IV, vol. IX, 8 febbraio 1861

[444] Michele Topa, op. cit.

[445] Istituto Storico Italiano per l’Età moderna e contemporanea, , vol. XVIII, 28 ottobre 1861, n.401, citato da Umberto Pontone in "Due Sicilie”, 2\2003.

[446] "La rivoluzione italiana”, edizioni Ares , 2000, pag. 508 e segg., modif.

[447] Tommaso Pedio,Brigantaggio meridionale, Capone, op. cit, pag. 124 e seguenti, modif.

[448] dalle memorie del Maggior Generale Guglielmo Zanzi riportate da De Jaco, op. cit.

[449] Mario Pacelli,Cattivi esempi, Sellerio, 2001, op. cit. , pag. 54

[450] AA.VV. "La storia proibita”, Controcorrente, 2001

[451] De Jaco, op. cit.

[452] op. cit.

[453] Marta Petrusewicz, Come il Meridione divenne una Questione, Rubbettino, 1998

[454] "La rivolta di Montefalcione "ed. Nazione Napoletana, 1997

[455] Archivio di Stato di Avellino, Pretura di Bagnoli Irpino, sentenze penali, vol. 77 tratto da " Manifestazioni antisabaude in Irpinia " di Eduardo Spagnuolo, Edizioni Nazione Napoletana, 1997

[456] Luigi Braccilli, " Briganti d’Abruzzo”, Edizioni dell’ Urbe, 1988

[457] Aldo Servidio, op. cit. , pag. 163

[458] da "Storia del 46° reggimento fanteria-brigata Reggio” di Paolo Negri, riportata da De Jaco, op. cit.

[459] memorie del Maggiore Guglielmo Zanzi, riportate da De Jaco,op. cit

[460] lettere dell’ufficiale dei lancieri Enea Pisolini, riportate da De Jaco, op. cit.

[461] ÒClery , "La rivoluzione italiana”, edizioni Ares , 2000

[462] ibidem

[463] Atti ufficiali della Camera n.734, p. 2858

[464] Pompeo Onesti, "Il brigante”, Controcorrente, 2001

[465] ÒClery, op. cit.

[466] da ÒClery, op.cit.

[467] tratta da Fulvio Izzo, "I lager dei Savoia", Controcorrente editore

[468] Andrew F.Rolle, "Gli emigrati vittoriosi”, BUR, 2003

[469] riportato da Michele Topa, op. cit.

[470] Andrew F.Rolle, op. cit. da cui sono tratte anche tutte le citazioni successive.








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