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Avvenire - 19 agosto 2001

A colpi di repressione, la Sicilia divenne italiana

di Maurizio Blondet


Alle radici della vocazione indipendentista dell'isola. Un saggio di Spataro rivede alcuni luoghi comuni


Nel settembre 1866 a Misilmeri gli insorti uccisero 31 carabinieri e li fecero a pezzi; a Ogliastro, i corpi di tre militari piemontesi, denudati e mutilati, furono trascinati per le strade; a Taroni quattro carabinieri si suicidarono, gridando "Viva l'Italia", per non cadere vivi nelle mani dei ribelli siciliani. La Sicilia era insorta contro l'Italia dei Savoia, sei anni dopo l'unità (o l'annessione), con atrocità e ferocie che ricordano la Vandea e il Vietnam. In quei giorni, la flotta inglese incrociò davanti a Palermo "pronta, se la battaglia si fosse risolta a favore dei ribelli, a stabilire nell'isola un governo provvisorio protetto da Sua Maestà britannica".

Così lo storico e giornalista Mario Spataro nel suo I primi secessionisti. Separatismo in Sicilia, 1866 e 1943-46 (Edizioni Controcorrente, Napoli, pagine 371, lire 40 mila). Una parte non piccola del fascino dei libri "revisionisti" (e questo lo è al più alto grado) consiste nell'aprire la vertigine storica della possibilità; nel mostrare i nodi in cui la storia avrebbe potuto divaricarsi, ed essere stata diversa. Nel 1866, la Sicilia poteva diventare un protettorato britannico, come Malta. Fra il 1943 e il 1944, occupata dalle truppe alleate, la Sicilia avrebbe potuto diventare uno degli Stati Uniti d'America, o uno stato indipendente; e di fatto per diversi mesi i siciliani si autogovernarono sotto il protettorato militare Usa, e fu "un'autogestione priva di burocrazia e ricca d'iniziative commerciali e industriali", appoggiata esplicitamente dagli angloamericani.

Una cosa si deduce dalla lettura di questo libro anomalo: che la Sicilia, se è rimasta italiana, non è l'ha fatto certo per sue naturali propensioni. Al contrario. Spataro documenta - in modo convincente, il che è peggio - come l'italianizzazione del popolo siciliano sia stata ottenuta, a fatica, a forza di repressione e trame sporche. Nel 1866, la rivolta siciliana fu domata da sei fregate e corazzate savoiarde che bombardarono e mitragliarono Palermo: la flotta italiana, "reduce dalla vergogna di Lissa" dov'era stata disfatta dall'inferiore flotta asburgica, si rifece massacrando il popolino dell'isola. Il 22 settembre 1866 sbarcò a Palermo il generale Raffaele Cadorna, padre di colui che sarebbe stato disfatto a Caporetto, inviato da Ricasoli come "commissario regio con poteri straordinari": costui istituì tribunali speciali, fucilò e incarcerò in abbondanza (specie preti, la "nefanda setta clericale", fra cui il novantenne vescovo di Monreale). Abbondarono i saccheggi, e le esecuzioni di massa: un ufficiale del 10 granatieri di Sardegna, tale Antonio Cattaneo, fece fucilare ai bordi di una fossa comune 80 siciliani catturati. Orrore e vergogna, e utile amaro insegnamento storico: non è strano che i generali italiani (o meglio piemontesi), provati soprattutto nella repressione poliziesca e coloniale del Meridione, si siano rivelati poi indecorosamente disonorevoli nelle guerre esterne e nazionali, fino all'8 Settembre.

Così, non è strano che il malcostume oggi a torto definito "borbonico" abbia guastato e marcito la questione meridionale. Crispi, il patriota, promosse l'esproprio dei beni ecclesiastici in Sicilia e poi comprò per poche lire sotto falso nome (quello del nipote, Calogero Palamenghi) il latifondo Cannatello della diocesi di Girgenti: caso originario di conflitto d'interessi e interesse privato in atti d'ufficio? Felice Pinna, questore savoiardo a Palermo nel 1866, si fece un dovere di "tenere in carcere persone prosciolte o assolte": esempio originario di come avrebbe funzionato in Italia la giustizia?

Né l'errore pare sia stato mai emendato, dai padri della patria italiana antifascista. Parri dichiarò il Nord italiano "democraticamente superiore" al Sud. Nenni bollò l'impulso indipendentista siciliano "un movimento vandeano sostenuto dalle vecchie forze fasciste", e Togliatti lo accusò semplicemente e puramente di "fascismo". La storia revisionista può non essere tutta la verità. Ma è una brutta verità.

Avvenire - 19 agosto 2001


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