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Pubblichiamo una storia da leggere che abbiamo trovato casualmente durante uno dei nostri vagabondaggi per la rete. Ne è autore Giuseppe Planelli, giornalista de L’Osservatore Romano e saggista, che nel testo in formato pdf - scaricabile dal sito http://www.magisetplus.it/ - dichiara che le dispense possono essere liberamente copiate e distribuite ma non  vendute. 

Invitiamo gli amici che ne vorrano fare uso, a citare la fonte sopra indicata e l'autore, ovviamente, ci pare un doveroso ringraziamento per la scelta di diffonderle gratuitamente.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Webm@ster, RdS 8 luglio 2006
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Fonte:
http://www.magisetplus.it/ - da questo sito potete scaricare il testo in formato pdf

[Eventuali errori nel testo html sono nostri e ce ne scusiamo - webmaster, 8 luglio 2006]

LA STORIA DEL SUD VISTA DA SUD
Parte    I  (1130-1799)
Testo di Giuseppe Planelli

«QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE»

(Il Sud da Stato europeo a provincia d'Italia)

QUESTE DISPENSE SONO GRATUITE
E NON SONO SOTTOPOSTE AD ALCUN DIRITTO D'AUTORE
PERTANTO POSSONO ESSERE COPIATE
IN PARTE ED INTERAMENTE
CON QUALSIASI MEZZO
ANCHE ELETTRONICO
PURCHÉ NON SIANO VENDUTE

SOMMARIO

PREFAZIONE


1. L'INFANZIA DEL REGNO BEN NATO
  • Lo Stato feudale
  • Dai Normanni agli Svevi
  • La dinastia Angioina
  • Sicilia e Napoli, due regni divisi per sempre
  • Gli Aragonesi padroni del Mediterraneo
  • «Plus ultra»: oltre le Colonne d'Ercole
  • Il tempo in cui la Storia si divise in due
  • Napoli spagnola

GUIDA ALLA LETTURA /1

2. I BORBONE DI NAPOLI
  • Il mondo cosmopolita dell'«Ancien régime»
  • Carlo VII e il regno insperato

GUIDA ALLA LETTURA / 2

3. L'«ETÀ D'ORO» DI FERDINANDO
  • L'idea di sovrano assoluto
  • Ferdinando IV "figlio di famiglia"
  •  L'Illuminismo napoletano

GUIDA ALLA LETTURA / 3
 
4. L'ECCLISSE DEL REGNO ILLUMINATO
  • La Massoneria napoletana
  • Napoli fra Vienna e Parigi
  • Il trionfo dell'Arcadia: la colonia di San Leucio
  • Una notte lunga dieci anni

GUIDA ALLA LETTURA / 4

5. L'EPOPEA DEL POPOLO NAPOLETANO
  • La libertà secondo i francesi
  • San Gennaro «traditore»
  • La Republica e l'emancipazione femminile
  • I «Lazzari» da popolo a plebaglia
  • Quel «mostro» del Cardinale Ruffo

GUIDA ALLA LETTURA / 5

GUIDA ALL'ASCOLTO

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PREFAZIONE

C'ERA UNA VOLTA IL SUD

Il Regno del Sud nacque, tanto per non discostarsi da quel sim­bolismo sacro così caro all'uomo della Cristianità, la notte di Natale del 1130 nella cattedrale di Palermo quando, subito do­po il canto solenne del Gloria e prima dell'orazione che annun­ciava la nascita di Cristo, il vescovo impose sulla testa del conte nor­manno Ruggero la corona alla quale si sottomettevano tutte le popo­lazioni che abitavano dalla Sicilia fino all'antico Sannio e all'Abruz­zo.


A quel tempo, la penisola italiana contava al massimo otto milioni d'abitanti, il Sud forse tre. Se pensiamo che oggi l'Italia ne conta quasi sessanta milioni e che anche allora la gran parte della popola­zione si raccoglieva nei centri maggiori, possiamo immaginarci come fossero deserte e desolate le campagne e quanto dura e aleatoria la vita di coloro che ne traevano il sostentamento.


Terra di nessuno perché periferia di tutti, quella che era stata la parte più bella, più ricca, più colta e più evoluta della grande koinè elleni­stica, la Magna Grecia, maestra intellettuale e poi granaio e luogo di delizie della Romanità, si era ritrovata a mezza strada fra quelle due parti dell 'Impero che sempre più s'erano divaricate.


Per interessi, per costumi, per lingua, ma soprattutto per un diverso modo di porsi davanti a Dio e, di conseguenza, per un diverso modo d'affrontare il prossimo e la vita, Occidente ed Oriente, a quel tempo, erano già non più due punti cardinali ma due mondi che ancora per chissà quanti secoli non si sarebbero più rincontrati.


Tanto quello d'Occidente che quello d'Oriente, uno con la testa fra le brume della Germania, l'altro fra le brezze del Bosforo, i due grandi imperi si proclamavano Sacri ed ambedue Romani. Fratelli gemelli quindi ma talmente diversi e già in procinto di diventare così estranei che solo qualche secolo più tardi sarebbero stati pronti a scannarsi.


Troppo lontano quel Sud, oltre le terre del Papa, per gli austeri e pos­senti popoli del centro Europa, troppo lontano quel Sud, oltre il mare e troppo vicino al Papa, per i pigri e raffinati "romani " dell 'Asia. Ognuno dei due, talvolta, scendeva, chi con le proprie milizie fino alla Capitanata o ai Principati, chi sbarcando con le sue galeazze sulla costa adriatica o nel golfo delle Sirene, entrambi per rimettere un po ' d'ordine, riscuotere qualche decima e gabella arretrata e proclama­re: «L'Imperatore sono io». Poi ritornavano alle loro corti lontane lasciando qualche nuovo signore o qualche nuovo funzionario perché curasse i suoi interessi fino a quando l'avesse abbandonato la nostal­gia del suo paese e fosse diventato del tutto, anche lui, "meridionale ".


In una maniera o nell'altra nel Sud d'Italia c'erano arrivati un po' tutti: greci europei e dell 'Asia minore, goti, longobardi, ebrei e sara­ceni, e continuarono ad arrivarci normanni, provenzali, francesi, un­gheresi, albanesi, slavi, catalani, castigliani e chi più ne ha più ne metta. Tuttora visi, capelli, incarnati, stature e complessioni, oltre che i cognomi, rivelano le più disparate origini di quei popoli che, in bre­ve tempo, incantati da quel pontile in pieno Mediterraneo che fu sem­pre considerato il paradiso in terra di tutta l'Europa, di tutta l'Asia e di tutta l Africa affacciate sul mare, divennero, appunto, "meridiona­li".


Mentre nel resto d'Italia, oltre le terre del Patrimonio di Pietro, si formavano stati e staterelli, molti non più grandi della loro cerchia di mura comunali, il Sud divenne una nazione, l'unica della penisola che potesse vantarsi di questo nome. Eppure vi si parlavano idiomi diver­si, si pregava con riti differenti, e differenti erano i caratteri e i modi di vivere fra popoli e popoli delle sue valli, delle sue montagne e delle sue isole.


Cosa mai unì così strettamente per settecento anni i forti e gentili abruzzesi abituati alla solitudine dei pascoli di montagna agli spensie­rati campani delle fertili pianure e a quelli intraprendenti delle marine? e come si legavano fra loro i destini dei ricchi levantini pugliesi da sempre abituati al viavai delle genti e quelli dei rudi calabresi ar­roccati fra i boschi e le serre a contendere aspramente la vita e il cibo ad una natura selvaggia? Senza contare la Sicilia, essa stessa una mi­scela di lingue, di razze e di temperamenti che, nonostante ben presto ebbe un destino tutto suo particolare, pure riuscì ad esser solidale con il resto del reame.


Qui ci limiteremo a narrare del Regno di Napoli, di quello che si ebbe la fama, per tanti secoli, di più bel regno del mondo, e quando diremo Napoletani intenderemo tutti coloro che, dal Tronto a Terracina fino alla punta di Scilla, per oltre settecento anni furono fieri di questo nome, finché la loro capitale fu ridotta ad «una carta sporca», come dice un suo cantautore, a immagine di tutto il degrado del Sud invaso, derubato, umiliato e beffeggiato.


Non parleremo delle bellezze che tutti conoscono, dei paesaggi da leggenda in cui i meridionali vivono da sempre, delle delizie della ter­ra, della clemenza del cielo, del suo mare e del suo sole: si sa che ognuno è affezionato alla sua terra e che per ciascuno il suo paese, quale che sia, è sempre il più bello del mondo. Non parleremo di san­gue, di razza, di particolari talenti dei meridionali né di un particola­re cuore meridionale, nemmeno di quel «core napulitano», grande sì purché straccione e sottomesso come nelle dolenti commedie di Eduardo, miserabile e pazziariello come nei gag di Totò, spudorato e osceno come nelle infami allegorie di Malaparte.


Non crediamo a popoli buoni o cattivi o a stirpi che, da Cristo in poi, abbiano particolari missioni di far luce sull 'umanità. Vogliamo nar­rare invece di gente né più buona né più intelligente di altra che, sen­za sapere del futuro del mondo, si mise insieme per vivere in pace fino a quando Dio l'avesse voluto cercando, per quanto fosse possibile a uomini e donne di questa terra, di attendere con pazienza che si rea­lizzasse quel Regno promesso agli umili e ai pacifici di tutti i tempi.


E già: perché è inutile cercare di capire il Sud, come è inutile cercare di capire tutta la storia del mondo se si perde di vista ciò che la guida e dove si propone di arrivare, se si conquistano tutti i regni e poi si perde l'anima propria. Sui testi dottissimi degli storiografi, dei politologi, degli ideologi, dell 'anima non se ne parla né mai venne in mente ad un 'intellettuale di citare in bibliografia le Beatitudini.


Qui invece cercheremo di scrivere, noi del Sud, la nostra storia che è vicenda di un popolo che non si sognò mai di allargare i propri confi­ni, che non impose mai ad altri le proprie usanze, che non si ritenne mai modello per nessuno e che, quindi non tentò mai di scrivere la storia degli altri.


A dir la verità noi meridionali (quelli che non se ne sono mai vergo­gnati) non pensammo a raccontare mai neppure la nostra di storia, convinti che la vita è molto meglio viverla che scriverla. Ma ora che, ineluttabilmente, la vicenda del Sud appartiene ad altri tempi, bisogna che qualcuno si prenda la briga di metterne giù la memoria almeno per evitare che continuino a scriverci la storia addosso con lo stesso zelo di un carabiniere che stende il verbale di un pregiudicato.


Quando Napoleone si mise in mente di ridisegnare l'Europa a modo suo, non lo sfiorò nemmeno l'idea che il Regno di Napoli potesse far tutt'uno con il resto d'Italia. Eppure era uno che se n 'infischiava del­la geografia, dei papi e delle dinastie: la storia era convinto che co­minciasse da lui ma, anche da imperatore, non se la sentì di cancella­re con un decreto quello che fra tutte le nazioni vecchie e nuove rima­neva «il Regno» per antonomasia.


Si scriveva e si diceva infatti proprio così, «il Regno», dentro e fuori d'Italia, come dire che fra tanti, più antichi, nobili e vasti, proprio quello incarnava l'idea di perfezione.


Vecchio "napoletano " ormai per sempre espatriato e senza nessuna illusione che venga restaurato il bel reame, non temo l'accusa di campanilismo se ripeto, senza esagerazioni, che il Regno del Sud fu il ca­polavoro della Cristianità.


C'era una volta..., è proprio il caso di dire, anche se non si tratta d'una favola, in cui gli uomini erano convinti che non si vivesse di so­lo pane. Ma una volta assolti tutti gli altri doveri verso Dio, gli uomi­ni di quel sud di cui parliamo sapevano di avere il diritto, quel pane, di mangiarselo in pace. 


C 'era una volta in cui gli uomini avevano le idee semplici, fatte di pa­ne e vino, e quando pensavano a una comunità perfetta si riferivano a quel Regno che ogni domenica contemplavano nelle loro chiese.


Rozzi e cisposi, né più né meno di tutte le plebi d'Europa, dai loro tuguri di pietre, fango e paglia, lasciando per qualche ora il fumo della legna e i muggiti degli animali, i villani la domenica e le feste entra­vano nel silenzio splendente delle chiese, fossero pievi di campagna, abbazie o cattedrali, nella luce riverberante dei ceri, nel profumo ine­briante d'incenso, poggiavano i piedi scalzi abituati al fango e al le­tame sulle pietre lustre delle navate e s'immergevano, fra i marmi del­le colonne, nella luce filtrata dagli alabastri, si libravano col canto solenne dei chierici nei gesti calmi e precisi del sacerdote, adoravano stupefatti il segno che univa tempo ed eternità rendendo concreto l'in­visibile, mangiabile e bevibile lo spirito increato.


L'oro, l'argento, i tessuti ricamati, le tovaglie di bisso sulle quali si ripeteva il miracolo di quel qualcosa che diventava Qualcuno erano lussi favolosi anche per i rudi baroni devoti, nei loro panni di lana grossa, gente di mazza e spada, con fibbie di ferro e calzari di cuoio, abituata a dividere pasti non meno frugali di quelli dei villani insieme a cani, cavalli e gregari. Grossolani alla stessa maniera, nulla sape­vano di classi sociali se non che tra famigli (così si chiamavano fra loro gruppo per gruppo) ognuno aveva un compito con il quale servi­re Dio e fratelli perché la paglia e lo strame si tramutasse in oro, perché il tufo e il calcare si tramutasse in marmo e il fumo acre del cerro profumasse come incenso, il rude bofonchiare divenisse canto angelico e infine il grezzo desinare pane bianchissimo e vino preliba­to.


A quel tempo gli uomini vivevano in capanne e i più ricchi in rozzi ca­ste llacci ma nessuno si scandalizzava d'innalzare splendide cattedrali che svettavano come montagne ricamate nella pianura di piccoli tuguri. Tutti avevano chiaro in mente che anche la loro vita era una pe­renne liturgia.


A quel tempo gli uomini avevano poche idee ma chiare, solide e svet­tanti come le loro cattedrali né li sfiorava il sospetto che altri, tanti secoli dopo, li avrebbe chiamati medioevali per dire che vivevano un tempo di trapasso, secoli d'ignoranza, a cercare di raccapezzarsi fra una città scomparsa e un città da inventare. Loro, è vero, non sapeva­no nulla d'idee luminose e progressive che sarebbero venute in testa ad uomini speciali ma, incuranti di essere uomini normali, andavano dritti con il cuore e la testa alla luce del Creatore.


Principio d'analogia si chiamava quel modo di costruire il pensiero insegnato dai riti sobri e solenni che dall 'elementarità dei sensi innal­zavano la creatura umana ai massimi sistemi, Dio, la sua Legge, la Trinità, l'Incarnazione, la Sacra Famiglia, l'uomoDio che moltiplica il pane e si fa pane: quanto bastava ai semplici di cuore per sapere quel che da sempre e per sempre sta nascosto ai sapienti di questo mondo.


Un altro napoletano ci avrebbe costruito, su quel principio d'analo­gia, il più grandioso monumento del pensiero umano. Ma anche se Tommaso d'Aquino non era ancora nato e non aveva ancora spiegato il come ed il perché della sapienza, quegli uomini, come tutti gli altri cristiani sparsi per l'Europa, anche se analfabeti, erano già filosofi e teologi. E grandi mistici anche, giacché, senza sognarsi di camminare sull 'acqua e levitare sul selciato, sapevano vivere con i piedi in terra e la testa in cielo, sapevano contemplare cioè, con in mano la zappa o la mazza ferrata, l'universo, il tempo e i suoi misteri. Infine erano santi giacché, senza sognarsi un'umanità di buoni, s'industriavano d'accettarsi l'un l'altro, nobili e plebei, deboli e prepotenti, come figli d'Adamo e come figli di Dio. Soavemente o a muso duro non soffriva­no certo d'incomunicabilità.


Forse qualche ragione in più dovevano avercela i meridionali visto che abitavano quelle terre e quei cieli dove, come d'incanto, qualche millennio addietro, era nata la stessa filosofia. Ma noi, qui, non vo­gliamo neanche stare ad esplorare per quale disegno il Creatore se­minando semi di popoli e di sapienza per la terra aveva fatto crescere la pianta del vero, del giusto e del bello nel Mediterraneo, un pezzettino di mondo che sull 'atlante scompare fra i grandi oceani e i conti­nenti. È azzardato dire che in certe cose, anche magari sull 'attitudine a pensare, c'entrasse in qualche modo l'ereditarietà? non quella della biologia, s'intende, ma quei passaparola e passasilenzi che fanno la trama della religione e danno senso alla vita.


Analogia per analogia, sull 'immagine divina della Chiesa e sulla le­zione sapiente degli antichi, si costruirono le famiglie dei popoli, gli imperi, i regni, i principati. La Chiesa di Roma, il Papato furono i modelli delle abbazie, delle diocesi, dei comuni, delle corti baronali, dello stesso focolare domestico.


Dopo lo sfacelo dell 'Impero romano, dopo il rimescolarsi delle genti e delle lingue, gli uomini lasciarono i nascondigli nelle selve, gli ana­coreti scesero dalle montagne, i nomadi si scelsero un territorio dove seppellire i loro padri e chiamare patria, forti e meno forti si associa­rono in gruppi e si diedero leggi, regole, statuti, stabilirono patti ed alleanze. Spezzarono la spada che avevano alzato contro gli inermi e giurarono su quella che l'unico Maestro aveva detto poter bastare per difendere la vita, la proprietà e l'onore dei cristiani.


Vangelo e Legge, nell 'alto medioevo, dopo l'apparente insanabile dis­sidio dei primi tempi dell'Incarnazione, seppero finalmente coniugarsi e, quando sugli altari furono deposte le armi consacrandole al Dio degli umili ma anche, l'abbiamo dimenticato? degli eserciti, fu chiaro a semplici e dotti, a irruenti e mansueti, a poveri e ricchi, che Croce e spada avevano la stessa forma, che l'una e V altra potevano dispensa­re morte e vita, giustizia e dannazione, abominio e gloria. Sulla Croce e sulla spada, sulla quale l'UomoDio sta in equilibrio fra morte e vi­ta, furono giurati allora tutti i patti con i quali nascevano i popoli e le nazioni. Nacque la grande alleanza della Cristianità.


Alla stessa maniera, buon ultimo, nacque il Regno del Sud. Ruggero, uomo straordinario per valore, figlio d'uomini straordinari, raccolse il consenso di migliaia di persone divise, di centinaia di piccole co­munità, di castelli, città, abbazie esposte ad ogni abuso dei più forti e ad ogni prepotenza dei più scaltri. Suo padre, suo nonno, i suoi zii non si sapeva nemmeno come nel Sud fossero capitati. Di avventura in avventura dal nord della Francia? di ritorno in Puglia dalla Terra Santa? a sciogliere un voto al Monte Sacro dell'Arcangelo Michele, re di tutti i guerrieri e dissipatore della tenebra diavolesca? Sembra che per sbarcare il lunario, Tancredi d'Altavilla e i suoi figli mettes­sero astuzia e spavalderia al servizio di piccoli signori. Gente intra­prendente questi normanni: nel giro di due generazioni da sconosciuti avventurieri dagli improbabili nomi, Tancredi, Guglielmo, Drogone, Umfredo, Roberto, diventati conti di Puglia, duchi di Puglia, duchi di Puglia e di Calabria, gran conti di Sicilia, sovrani di tutto.


«Maledetti normanni» avevano inveito i catapani bizantini contro quegli invincibili cavalieri che ormai tutti invocavano come capi, «Maledetti infedeli» li avevano apostrofati i visir di Sicilia, «Maledetti papisti» avevano mugugnato gli eparchi delle Calabrie. Li benedice­vano invece quelli di cui avevano preso le difese, cominciando a pro­vare il gusto di starsene in pace, come in terra promessa, sotto la vite e il fico.


Ci vollero dieci anni da quella notte di Natale a Palermo perché Ruggero, il messia normanno, avesse la meglio di tutti i riottosi e si rap­pacificasse col Papa legittimo: ad Ariano, a cavallo dell'Appennino guardando il Tirreno e l'Adriatico, quasi al centro geografico del Re­gno, si riunirono tutti i baroni, gli abati, i rappresentanti delle città «di qua e di là del faro» per proclamare la costituzione del Regno. « Voi, uomini nobili dell 'Italia meridionale e della Sicilia eravate qui prima di me, con le vostre leggi e le vostre consuetudini, disse Ruggero pressappoco. Giuro nel nome di Dio che mi ha dato la vittoria e mi ha consacrato vostro re, di difendere il vostro diritto, di raddrizzare i torti, di stroncare gli abusi». Le «Assise» di Ariano furono la costitu­zione di uno stato che si perpetuò per settecentotrenta anni e che fece dei meridionali una nazione.


Molti da allora vennero ancora a metter radici da ogni parte d'Euro­pa e i loro discendenti sono ancora fra noi, e null'altro vollero essere se non "Siciliani " o "Napoletani ".


C'era una volta il Sud, c 'era una volta un re. E già, perché è impossi­bile parlare dei meridionali senza dire dei loro re, ed anche delle loro regine. Per grazia di Dio e volontà della nazione, i re del Sud non sve­gliavano con un bacio le belle addormentate, spesso non eran biondi né belli e sui cavalli bianchi ci stavano a malapena. Ma, anche se i loro soprannomi non erano sacrali, anzi talvolta alquanto imper­tinenti, non furono mai simboli ma persone, con tutti i pregi e le debo­lezze dei loro sudditi e perciò da essi furono molto amati, come gente di famiglia. Anche quando si ebbero contro mezza Europa, seppero stare ai patti fino in fondo. Calunniati fino ad oggi con pervicace fu­rore come nessun altro di nessun 'altra dinastia, anche presso chi non ebbe il tempo di conoscerli si sono conservati, dopo poco più d'un se­colo dalla morte in esilio dell'ultimo re, così, quasi a dispetto, un 'istintiva nostalgia.


Un solo popolo, d'uno staterello raccogliticcio e provinciale, dopo settecento anni, mandato senza nemmeno sapere perché, in un paese che il loro sovrano non aveva visto mai, venne, conquistò, devastò e mai si mescolò coi «cafoni» di cui non capiva una parola.


I sudditi del più grande e più antico regno d'Italia, dei sedicenti libe­ratori che abitavano di là dell'Appennino toscoemiliano non conob­bero che gli editti autoritari dei generali con la erre francese, gli or­dini di requisizione, di confisca e di repressione armata, le condanne a morte dei resistenti, i mandati di cattura dei renitenti alla leva e l'ordine di distruzione d'interi paesi sospetti di simpatie per il vecchio Stato. Non conobbero che i decreti di un parlamento che, da Torino, da Firenze o da Roma, decideva un destino che non passava per il Sud se non attraverso le ordinanze dei prefetti e le manette dei carabinieri.


Del più bel regno d'Europa fu maledetta la memoria. Della più bella e vivace capitale del mondo non rimase che il peggior folclore e lo sberleffo. Dalla più bella reggia del mondo furon portate via anche le pentole della cucina.


Al cognato Granduca che gli magnificava i progressi del suo stato, Re Ferdinando, un secolo prima, faceva notare che pure, se di toscani se ne trovava in tutt 'Italia, di napoletani non se n 'era mai visti cercar la felicità fuori dal Regno. Nel 1861, dai porti di Napoli e di Palermo, partirono 6000 emigranti, 6800 emigranti nel 1862, 7000 emigranti nel 1863, 9000 emigranti nel 1864, 11.000 emigranti nel 1865, 18.000 emigranti nel 1866, 21.000 emigranti nel 1867, 26.000 emigranti nel 1868, 32.000 emigranti nel 1869, 40.000 emigranti nel 1870. Prima di essere invaso, il Sud aveva 12 milioni di abitanti. Fino ad oggi gli emigrati meridionali nel mondo sono 20 milioni senza contare quelli sparsi nel resto d'Italia.


«Partene 'e bastimente pe ' terre assai luntane, cantene a bordo, sò napulitane»: oggi i meridionali non cantano nemmeno più. Gli è ri­masta solo la malinconia di non conoscere neanche il perché una vol­ta lo facessero tanto volentieri e il sospetto che per un misterioso complotto qualcuno gli abbia taciuto un profondo sopruso. Eppure, dopo molte generazioni di sradicati, ovunque nel mondo, anche par­lando lingue nuove, i meridionali si riconoscono ancora fra di loro. Basta un'inflessione dialettale, un nome, un santo familiare perché si dichiarino «Paisà!»: sono ancora, a scorno della storia, anche in mezzo ad altri italiani, una nazione.


C'era una volta un paese felice e sembra una favola. Gli uomini meri­dionali, dicevano i viaggiatori, senza capire, son fieri, generosi, cor­diali, contenti della loro vita. Le donne avevano vestiti dai colori sgargianti, pendagli d'argento e collanine di corallo. Rancore, diffi­denza, omertà sono rimasti nei paesi desolati. Le nostre donne da più d'un secolo non vestono che di nero.


È su queste premesse che vogliamo raccontare, noi, la nostra storia. Una storia che giunge da quell'Italia che tutti conoscono come de­pressa e clientelare, terremotata e mafiosa, disoccupata e camorrista, abusivista e criminale, superstiziosa e sfaticata, dove civili sono solo i procuratori antimafia venuti dal Nord, e della quale si dice: «È sem­pre stata così». Della quale, molti, di là da quell'Appennino, ormai farebbero volentieri a meno, senza neppur sapere che ciò che vantano come progresso, per buona parte, viene dalle casse rapinate del Sud e dalla fatica e dalle lacrime degli emigrati meridionali.


Dice: ma le lacrime non si trovano nei fondi d'archivio, una storia così non è roba scientifica. È vero, ma nessuno si sogna di invadere il campo dei professori, le cattedre della scienza dove si costruiscono, ognuno con la sua regola, i tasselli del grande mosaico della vita. Ci mancherebbe altro. Noi, senza credenziali, proprio perché ci ritro­viamo qui ad essere analfabeti come i nostri antenati, ci limiteremo solo a metterci nella giusta prospettiva, alla distanza giusta, non così vicini, per guardare tutto questo quadro che effetto fa. E per capirne il senso ci allontaneremo ancora perché, se siamo convinti che quelle piccole, splendenti, raffinatissime, pur sempre utili ma sempre picco­le, tessere di vetro da sole non rappresentano nulla, siamo altrettanto convinti che la nostra storia ha un significato solo se la si guarda con tutto il panorama.


Questa storia non è quindi per gli "addetti ai lavori " ma è dedicata ai meridionali, soprattutto a quelli giovani, che forse non hanno mai pianto ma che talvolta sono stati costretti a nascondere i loro nomi così sfacciatamente paesani e a correggere la loro cadenza dialettale per far finta di non essere del Sud. Ma anche a quegli adulti che sono abbastanza giovani da stare a sentire una storia senza pretese di scientificità, soprattutto a quelli che son stufi di considerare la loro dignità di meridionali quasi un abuso. Ed anche qui non parlo solo dei meridionali nati né di quelli che dal Sud se ne sono andati ma di tutti coloro, di qualsiasi parte del mondo, che per qualche ragione, poveri come loro, non si vergognano di considerarsi nonostante tutto, e proprio per questo, dei beati. 


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Capitolo I

L'INFANZIA DEL REGNO BEN NATO


Ruggero il suo regno, «la terra dove scorre latte e miele», come biblicamente ne scriveva un cronista del tempo, se l'era comprato a caro prezzo. Si fa presto, oggi, a dire che i Normanni erano dei brutali conquistatori, avventurieri ve­nuti a caccia di ricchezze, che avevano solo più astuzia e più cru­deltà di tanti altri. Può darsi sia vero ma erano tempi che le vie della storia non conoscevano altro diritto che quello segnato sul filo della spada. Come sempre, naturalmente, ma allora nessuno aveva diffi­coltà ad ammetterlo. Oggi contano le ideologie e, nel loro nome, si trovano gli alibi con cui sottomettere gli altri decidendo come e perché, in nome della scienza, i nuovi sudditi, chiamati cittadini, dopo esser stati bombardati, scannati, deportati, debbano essere contenti di far parte della modernità.


Allora, invece, secondo il diritto naturale, era solo il buon governo, la pace e la sicurezza dei sudditi, il loro diritto a nutrirsi, vestirsi e vivere in tranquillità secondo le proprie usanze a sancire il diritto della sovranità, non certo la presunta moralità della persona che, ben sapeva il buonsenso di tutti, era anch'essa fatta di passioni co­me tutti i figli d'Adamo1.


Innocenzo II, nel confermare a Ruggero, nel 1139, la corona con­cessagli dall'antipapa Anacleto, non s'illudeva che essa levitasse sulla testa di un angelo ma che gravasse su quella di chi poteva avere abbastanza peccati ma anche altrettanto talento e carattere per far bene il proprio mestiere e, magari, facendo il re, diventare santo. A Papa Innocenzo non importava se, egli stesso, di quel forsennato aveva dovuto far le spese: era anche quella una prova che il candi­dato aveva stoffa per non retrocedere davanti a nessuno.


Fede, forza, audacia, scaltrezza, senso della realtà, Ruggero le ave­va dimostrate in mille occasioni, superando lo stesso padre, il primo Ruggero Gran Conte di Sicilia: nello sgomberare dai Saraceni tutta l'isola e dai bizantini la Calabria, nel ridurre all'obbedienza duchi, conti e vassalli riottosi fino alla Puglia e alla Campania, anche quando si trattava di parenti, nel dettar leggi sagge ed equilibrate, nel raccogliere l'obbedienza dei nobili, nel far piani di conquista ben ragionati rifiutando le proposte interessate degli estranei, nel riportare la tranquillità nelle sue terre, nel tener testa all'alleanza dei due imperatori, del Re di Francia e delle repubbliche marinare, tutti coalizzati contro «quei maledetti Normanni», nel sapersi sot­tomettere con umiltà all'autorità del vero Papa solo tre giorni dopo averlo sconfitto.


Le doti di carattere di Ruggero s'erano rivelate fin da quando, ancor giovinetto, sotto la reggenza della madre Adelaide, aveva imposto a Baldovino di Fiandra, candidato patrigno, di passargli la corona di Gerusalemme se non avesse avuto figli. Così fu e da allora, nono­stante le "pretese" postume di molti altri, i re di Sicilia (e poi di Napoli e delle Due Sicilie) furono per sempre gli unici veri Re del titolo incommensurabile di Gerusalemme che molti dei discendenti, con sempre nuove imprese, alleanze e trattati, s'incaricarono di rin­vigorire.


Nella tempra conquistatrice e dominatrice di Ruggero, il Papa, che lo confermò anche Legato apostolico, come era stato del padre, sopportando le sue orgogliose ma sempre leali alzate di testa, vide, oltre che la liberazione della Sicilia dall'Islam e la fusione delle genti meridionali nell'obbedienza al rito romano (impresa che il re assolse egregiamente anche attraverso la fondazione di molte nuove diocesi), soprattutto la creazione d'un ponte fra Occidente ed Oriente che liberasse finalmente la costa asiatica e africana, quel giardino mediterraneo sede delle più fiorenti chiese cristiane a co­minciare da Antiochia per proseguire con quelle citate da San Paolo fino ad Ippona, sede episcopale di Sant'Agostino, che dagli arabi era stata quasi completamente scristianizzata e desertificata 2.


I re normanni tennero fede al patto col Papa anche se le loro impre­se in Africa non ebbero fortuna.


In quanto a Ruggero d'Altavilla, egli non tradì la fiducia che veniva riposta in lui: per suo impulso il Regno che fondò, caso unico di stato indipendente dall'egemonia dell'Impero e sottoposto solo alla Santa Sede, anche nel mutare delle dinastie, rimase sempre fedele a Pietro ed anzi, sette secoli dopo, nella generale apostasia rivoluzio­naria dell'Europa, fu lo Stato che pagò, insieme all'Austria, il prez­zo più alto per la sua lealtà cattolica.


Per settecento anni il regno fondato da Ruggero costituì il ponte culturale, politico, militare e commerciale fra Occidente ed Oriente. Tutt'oggi, pur nelle mutate condizioni, il Sud d'Italia è ancora il na­turale deposito delle più genuine e solide tradizioni cattoliche e il naturale passaggio fra due mondi che il mare non riesce più a tener distanti.


Se la Sicilia, levata ai musulmani, diede il primo nome alla conqui­sta, Napoli «la Bella», «l'Onore della Corona», divenne presto, nel 1137, alla morte dell'ultimo duca bizantino, Sergio, il centro effet­tivo del reame. Un secolo e mezzo dopo, con gli Angioini, perduta l'isola, avrebbe conquistato il rango, che possiamo dir "naturale", di capitale mantenendolo per sempre. Tutto il meridione peninsula­re non ebbe altro nome, da allora, che " Napoli" e "il Napoletano"3.


Ruggero mise ordine in quel territorio così vasto segnando anzitutto i suoi confini, che sarebbero rimasti immutati fino all'annessione ottocentesca, poi stabilendo un corpo di leggi, nel rispetto del Dirit­to romano, le «Assise di Ariano», un capolavoro di tolleranza delle consuetudini delle tante stirpi meridionali eppure un esempio di saggia amministrazione come non s'era mai inteso all'epoca. Tolle­ranza e saggia amministrazione, centralismo ed autonomia furono le caratteristiche salienti del Regno fino alla sua fine.

Un altro capolavoro del primo Re del Sud fu la prammatica De no­va militia, del 1140, in cui si stabiliva che solo i figli dei cavalieri potessero essere, a loro volta, e solo dal Re, cinti dell'ordine milita­re, e che solo il Re potesse concedere e annullare i diritti feudali. Ciò poneva fine agli abusi con cui chiunque, purché abbastanza for­te da poter occupare terre incolte e ricco da possedere cavalli ed equipaggiamento, poteva vessare la gente pretendendo di arruolarla al proprio servizio.


L'editto di Ruggero fu ripreso ad ed applicato da tutti i re ed impe­ratori dando così inizio ad uno stabile corpo nobiliare e a quelle re­gole che fecero della cavalleria il braccio armato fedele e generoso della Cristianità.


Lo Stato feudale


Naturalmente, il Regno di Sicilia era e restò, come ogni altro poten­tato dell'epoca, uno stato feudale. Poiché però il feudalesimo, sfi­gurato dalla demagogia delle ideologie totalitarie, ha assunto per il comune giudizio un significato del tutto negativo, è opportuno ri­cordare cosa quel tipo di stato fosse realmente.


Con la caduta dell'Impero romano e le calate dei barbari, si era dis­solto, in Occidente, anche l'intelligente apparato giudiziario, am­ministrativo e militare ch'era riuscito a far vivere in accordo i popo­li dell'Europa, dell'Asia e dell'Africa mediterranea. I circa cinque­cento anni che seguirono il tramonto dell'ultimo imperatore d'Occi­dente furono tempi bui d'anarchia, di scorrerie, di dissoluzione d'ogni forma d'organizzazione sociale. Solo la Chiesa riuscì a con­servare tanto il suo patrimonio dottrinario che la sua gerarchia.


I vescovi preservarono le residue comunità cittadine organizzando, intorno alla curia diocesana, l'amministrazione civile e ponendo le basi di quelli che poi furono i liberi comuni. Nelle scholæ delle cat­tedrali si formarono quei clerici che conservarono l'uso della lingua latina, l'unica che facesse da tramite in tutto il mondo allora cono­sciuto, e della scrittura, evitando che l'analfabetismo diventasse totale. Coloro che, preparati in quelle scuole, non ascendevano agli ordini sacri, andavano a costituire il ceto dei tabelliones e dei notarii, pubblici scrivani che misero le basi di una classe colta e permi­sero la trasmissione della residua vita pubblica.


Soprattutto nei monasteri, però, fin dalle prime fondazioni benedet­tine, si forgiò l'avvenire dell'Europa, soprattutto attraverso l'orga­nizzazione di quelle masse che vagavano nelle campagne per sfug­gire alle guerre e alle rapine dei centri popolati. I monaci, organiz­zati in abbazie fortificate, oltre a dedicarsi alla trascrizione e alla preservazione delle opere classiche, alla pratica delle arti, delle scienze, dell'artigianato, dissodarono e bonificarono le terre insel­vatichite e insegnarono la conduzione dei campi, l'agricoltura ra­zionale, l'allevamento del bestiame, la trasformazione dei prodotti, l'arte dell'amministrazione.


Le nuove comunità, gli abbozzi di Stato, si formarono quindi attra­verso la spontanea aggregazione di famiglie intorno a coloro che ne garantivano la sopravvivenza e, nel miglior modo possibile, la sicu­rezza: primi fra tutti i vescovi e gli abati.


A modello dei vescovi nelle città e degli abati nelle campagne, in­torno alle persone più forti e risolute cominciarono ad aggregarsi le più deboli. Nacquero così i primi patti sociali basati sulla vicende­vole difesa e sulla riconoscenza: l'artigiano, il contadino, il com­merciante, il bracciante si sottomettevano ad un signore di provato valore che, in cambio di beni di consumo, li garantiva con le sue armi dalle scorrerie, dai furti, dalle liti con i vicini, dalle pretese di altri potenti4.


Il signore organizzava la sua fortezza dove in tempi di pericolo si rifugiavano i popolani che egli giurava di proteggere con la sua stessa vita. I sudditi, dal canto loro, giuravano al loro protettore al­trettanta fedeltà riconoscendolo loro unico signore, affidandogli tut­ti i loro beni, pagandogli un tributo per la difesa e, se possibile, for­nendo, al momento opportuno, gli stessi uomini della famiglia adat­ti alle armi. Il signore, a sua volta si addossava l'organizzazione della vita pubblica, dell'amministrazione e della giustizia. Intorno alle cattedrali, alle abbazie e ai castelli dei feudatari, nell'alto me­dioevo, si incentrò la vita delle città e dei borghi rurali5.


Un patto, quindi, "naturale", sottoposto perciò ai pregi e ai difetti che l'uomo si tira dietro fin dalla sua origine, moderati dalla fede e dalla morale cristiana che, con le sanzioni canoniche e il deterrente della scomunica e dell'interdetto, provvedevano perché la legge di natura, in tempi così rudi, non degenerasse in legge della giungla


I rapporti fra queste singole comunità feudali, la gerarchizzazione fra le più forti e numerose e le più piccole e precarie, gli equilibri, le alleanze contro comuni nemici, il comune convergere verso un'unica fede e le comuni regole di vita, il riconoscere unanime­mente la Chiesa come la fonte del diritto, della dottrina, della cultu­ra e delle arti, e i suoi ministri come i normali deputati all'educazio­ne e alla formazione delle nuove generazioni, alla cura degli infer­mi e al sostegno dei bisognosi, tutto ciò fece della società feudale il naturale capolavoro della vita associata6.


Naturalmente si formarono i capi, naturalmente si formarono le gerarchie, naturalmente si assestò quella stratificazione sociale fatta delle specifiche individuali capacità che chiamiamo talenti e che mai la natura assegnò in maniera uguale alle creature.


Vita corrente e speculazione dei filosofi combaciavano, specchian­dosi una nell'altra, in una "scala di valori" (come impropriamente si dice adesso creando arbitrarie distinzioni ad ogni stagione) che non coincideva necessariamente con la disponibilità economica7. Al suo vertice essa poneva l'uomo di preghiera (quindi i monaci, il clero, rarissimamente ricchi, spesso sovranamente poveri), quindi gli uo­mini della legge, i cavalieri (i nobili, non sempre titolati, non sem­pre detentori di feudi, spesso tanto indigenti da dividersi un cavallo in due come gli antichi Templari), infine il popolo, coloro che pro­ducevano i beni comuni con il lavoro dell'ingegno e delle braccia (meno poveri di quanto si vorrebbe far credere, solitamente in gra­do di soddisfare le esigenze materiali loro, della loro famiglia e del­le altre due classi di cui non si sarebbero mai sognati di contestare l'utilità sociale, spesso benestanti come validi artigiani, artieri e "fisici", agiati come amministratori e notai, sfacciatamente ricchi co­me i mercanti, molti dei quali, e sempre di più, detenevano, di fron­te non solo al clero, ai nobili e ai principi, ma anche a re, imperatori e papi, il potere dell'economia8.


Quando gli ideologi, rigettata la sapienza dei millenni, si misero a farneticare nuovi modi di vita sociale supponendo che l'uomo fosse originariamente buono e perfetto e che quindi fosse indispensabile creare sistemi perfetti, e che i patti fra gli uomini non dovevano più essere sacri e che con un bel contratto a tempo si poteva passare sull'onore, e che infine, d'utopia in utopia, nessuno doveva posse­der niente, e che tutto fosse di tutti, donne comprese, questi "pensa­tori" non seppero far altro che svergognare il passato considerando solo gli abusi che, da che l'uomo è l'uomo, inevitabilmente vi si verificavano9.


Il feudalesimo, che come patto sociale sopravviveva solo in residue usanze locali, fu giudicato, senz'appello, un egoistico modo di vi­vere. Nulla rimase in piedi di quella società che aveva creato la ci­viltà, la cultura, la scienza del mondo che oggi chiamiamo civile. La nuova società doveva poggiare su utopistiche basi "scien­tifiche". È proprio su queste idee che, negli ultimi due secoli, si so­no verificati i più grandi, e "scientifici", regimi totalitari, massacri, genocidi, stermini che mai l'umanità avesse sperimentato.


Dai Normanni agli Svevi


Ai re normanni, unanimemente riconosciuti potenti, liberali, giusti, valorosi, si sottomisero dunque, di buon grado, tutte le città, tutte le abbazie, tutte le comunità feudali del Sud d'Italia che, di volta in volta, senza tregua, avevano dovuto sottostare ai vicini più forti: ai sire imperiali del Nord, ai catapani bizantini, ai visir musulmani, ai capitani genovesi, pisani, veneziani, ai duchi pontifici. Ancor prima che fosse coronato Re, Ruggero, nel 1129, a Melfi, ebbe l'entusia­stico giuramento di fedeltà da tutti i vassalli.


Il Re non deluse nessuno: senza rigettare la legislazione bizantina, corroborandola col Diritto romano, creò un potere regio robusto e accentratore quanto bastava a garantire l'equilibrio fra i corpi socia­li e all'interno di essi, con un articolato sistema statale che faceva tesoro dell'esperienza franconormanna nell'ordinamento feudale, di quella romanobizantina nell'amministrazione, e di quella araba in campo finanziario. Nella pratica, Ruggero chiamò a collaborare alla Magna Curia, nella Cancelleria, nel Tesoro, nella Corte dei Conti, nelle Dogane, chiunque ne avesse le capacità, senza distin­zione di confessione religiosa, di stirpe, di lingua, di costumi. Vinti e vincitori parteciparono alla costruzione dello Stato. Ogni energia fu incanalata, secondo l'eclettico spirito normanno, in un amalgama etnico e morale che fece del Regno di Sicilia il centro indiscusso della vita culturale, politica ed economica di tutto il Mediterraneo e che tale rimase fin quando fu unito a quei re d'Aragona della Catalogna10.


Tollerante degli usi e dei costumi, Ruggero lasciò che i tribunali ci­vili giudicassero ogni comunità secondo le sue leggi. Si ebbero così sudditi sottoposti al diritto romano, o a quello greco, o a quello lon­gobardo, ognuno secondo la propria origine, e sinanche a quello particolare consuetudinario. Il Sud fu la prima nazione multietnica, come con un termine abusato si direbbe oggi, a diventare stato co­stituzionale. Mancava ancora quasi un secolo alla «Magna Charta» inglese11.


Rispettoso dei preesistenti diritti feudali, Ruggero volle però un elenco completo del patrimonio regio formando così il primo catasto della storia moderna. Al celebre geografo arabo Al Idrisi commis­sionò la prima rilevazione del Regno e di tutto il mondo allora co­nosciuto.


Sotto i re normanni, dalla Sicilia agli Abruzzi, tutto il reame si ar­ricchì di possenti castelli demaniali di difesa, maestose cattedrali, importanti abbazie. Palermo poté vantare quei tesori che ancora ne fanno un gioiello nel mondo: la chiesa della Martorana, la Cappella palatina di Monreale, il castello della Favara, oltre la cattedrale di Cefalù, tanto per dirne qualcuno. Sono ancora quei capolavori dell'arte romanica sparsi in tutto il meridione d'Italia a costituire la base del ricchissimo patrimonio di bellezze che tutto il mondo ci invidia.


Un universo di raffinata bellezza accresceva la fama del Regno del Sud, erede di tutte le più splendenti civiltà, che attrasse verso la sua corte favolosa ogni dotto ed ogni artista del mondo mediterraneo, ed insieme chiunque fosse tanto ambizioso da poterne tramare il possesso. Fra questi il rampollo di una giovane stirpe germanica della Svevia che s'era fatta onore conquistandosi, fra molte preten­denti, il diritto di cingere la tiara del Sacro Romano Impero, gli Hohenstaufen.


Enrico VI, sceso con le sue truppe nell'Italia meridionale, la occu­pò, si prese in moglie, nel 1186, Costanza, ultima figlia di Ruggero, e, senza troppi scrupoli, mise fuori causa ogni altro pretendente del­la famiglia, deponendo l'ultimo degli Altavilla, Guglielmo III, fi­glio di Tancredi e nipote del primo re. Ma costretto a tornare alla sua turbinosa e fatale vita d'imperatore, Enrico lasciò a Palermo il figlioletto Federico, sotto la tutela della madre e del Papa Innocenzo III.


Federico, audace, colto, fantasioso, è oggi conteso fra italiani e te­deschi, da ognuno come capolavoro della loro stirpe. Quello che gli autori moderni chiamarono toutcourt lo «Stupor mundi», anche se, in effetti, cinse anch'egli la corona d'Imperatore e dovè passare molti anni in Germania e a battagliare molto contro le città ribelli dell'Italia centrale e settentrionale, rimase sempre, d'indole, di cul­tura e di gusti, il «Puer Apuliæ», quel «ragazzo di Puglia» come amava farsi chiamare e come lo definirono i cronisti più concreti del suo tempo. In questa regione, soprattutto in Capitanata, appas­sionato di caccia, soleva trascorrere la maggior parte dell'anno nei periodi di tranquillità.


Coinvolto forse contro voglia nelle mire dinastiche della sua fami­glia, dopo aver ottenuto anch'egli la corona di Imperatore, fu co­stretto a consolidare quel potere e a disinteressarsi del suo regno che in un primo tempo aveva ben governato curando anche la revisione delle leggi con le «Costituzioni di Melfi». Gli storici più at­tuali hanno ridimensionato molto la sua figura, comunque eccentri­ca e geniale, che un mistico pangermanesimo e un livoroso spirito antipapale avevano esaltato fino al prodigioso12.


Federico di Svevia non fu che il "prodotto" della raffinatissima cor­te normanna: mezzo occidentale, mezzo orientale, amante del bello e del grande. Tutto ciò che si racconta della sua liberalità, della sua tolleranza, del suo gusto, della sua fama di iniziatore dell'arte e del­la letteratura italiana, ha fondamento solo come continuatore della tradizione normanna meridionale e mediterranea.


Egli, in effetti, non sapeva guardare oltre i suoi obbiettivi immedia­ti. Tutto quel che creò e iniziò doveva rispondere ai suoi sempre più velleitari piani totalitari. In concorrenza con i celebri "studi" di Bo­logna e Padova fondò l'università di Napoli concepita come un'ac­cademia dei quadri dello stato: forse fu la più illiberale delle sue fondazioni giacché, a differenza della suprema autonomia di cui andavano fiere queste istituzioni, e nonostante si avvalesse dei più celebri professori d'ogni parte d'Europa, quella di Napoli divenne seminario obbligato per gli studenti del Sud. A chi avesse osato in­viare i figli a studiare fuori del Regno venivano confiscati tutti i be­ni e comminato l'esilio.


Ambizioso come e più di ogni altro suo avo siciliano, Federico non si lasciò scappare l'occasione di ottenere gloria e onori ma, speran­do di farla franca, non seppe mai decidersi fra le due staffe del Re­gno e dell'Impero. Forse sperava che lo scettro della sacralità impe­riale avrebbe reso servizi all'Italia meridionale: in effetti, le spese per le sue guerre in Europa dissanguarono di tasse il reame e le sue assenze vi portarono l'anarchia. Costretto a trattati con le potenze marinare, rovinò i commerci del meridione ed aprì la strada del Mediterraneo a quei pericolosi concorrenti che erano e restarono i veneziani. Sotto il suo regno finì d'estinguersi la già minata Repub­blica di Amalfi13.


Il Papa, che vedeva dileguarsi il sogno di fare del Regno di Sicilia il ponte fra l'Occidente e l'Oriente ma anche il baluardo contro la violenta pressione dell'Islam assetato di conquista, come voleva il Profeta, e nello stesso tempo temeva un impero tedesco che strin­gesse troppo a se i popoli italiani e violasse le loro autonomie, co­strinse Federico ad osservare i patti di vassallaggio di Re e quelli di fedeltà come Imperatore. Richiamatolo all'ordine cercò di dirottar­ne le energie nella Crociata.


Federico promise ma troppe volte ruppe i patti per dedicarsi alle sue imprese dinastiche. Fu un susseguirsi di affronti, di ribellioni e di scomuniche: un braccio di ferro fra le due massime potenze del mondo, quella spirituale del Papa, tesa all'equilibrio fra il benessere e la libertà dei popoli, e quella temporale di Federico che, per dise­gni immediati, sacrificava la pace e la vita dei suoi sudditi meridio­nali.


Vinse il Papa, giacché la scomunica comportava anche l'interdetto e quindi la disobbedienza dei regnicoli al sovrano. Federico, nel 1228, finalmente partì per riconquistare il Santo Sepolcro e l'obbedienza dei suoi sudditi14.


Tutto sarebbe tornato alla normalità e il Re di Sicilia poteva sbarca­re carico di gloria, dopo aver cinto con onore quella corona di Ge­rusalemme che già gli spettava per diritto ereditario. Così non fu perché Federico, invece di combattere il Sultano preferì scendere a patti con lui. Non liberò la costa asiatica e africana, anzi diede il de­stro al califfato di ampliare i suoi disegni di conquista. Tutto quello che ottenne fu il libero passaggio dei pellegrini che si recavano in Terrasanta (patto che d'altronde fu quasi mai rispettato) ma dové concedere, a sua volta, molti privilegi, soprattutto sulle rotte mer­cantili. Quello che sembrava un successo della diplomazia si rive­lava invece nefasto per una più ampia politica di salvaguardia della cristianità. Gli effetti si sarebbero visti fino alla battaglia di Lepanto, all'assedio di Vienna e durano ancora oggi nell'ex Jugoslavia fi­no alle stragi odierne in Bosnia Erzegovina e nel Kosovo.


Federico non era un gran credente. Il suo universo culturale era im­pastato d'astrologia, di scientismo e di mistiche orientali: anche per questo rimane un idolo di tanti "liberi pensatori". Ma l'ulteriore scomunica del Papa ebbe il suo effetto. Perso definitivamente l'ascendente sui suoi sudditi, sia quelli del Regno che quelli del­l'Impero, tradito dai suoi parenti, insidiato da uno stuolo di preten­denti, figli legittimi e figliastri come Manfredi, attaccato dalle trup­pe papali, ben presto si ammalò e morì. Era il 13 dicembre 1250.


Di Federico resta un monumento, bello, potente, misterioso e alla fine assolutamente inutile come quella stella luminosissima che aveva voluto guidare la storia senza neppur sapere dove andava: Castel del Monte, al centro della Puglia. A forma di corona, ottagona­le, con otto torri ottagonali. Ogni sua linea e proporzione risponde a complicati calcoli di solstizi, equinozi, congiunzioni astrali, ogni sua ombra proiettata dal sole o dalla luna segna, senza mai cessare, il tempo che si srotola nell'universo, i secoli, i millenni, le stagioni della terra e del cielo. Un'enciclopedia di pietra del sapere di tutti i magi, di tutti gli astronomi, di tutti gli scienziati profani di quel tempo, che solo pochi eruditi provano a sfogliare. Una stupenda, af­fascinante, immaginifica biblioteca di Babele contrapposta a quella della Città di Dio.


In quella spropositata costruzione che solo per approssimazione può chiamarsi castello, nulla è funzionale. Non vi sono stalle, cuci­ne, magazzini, non corpi di guardia, non difese né bastioni, barba­cani o postierle: solo una sequenza di stanze messe in cerchio, tutte uguali, dove al massimo ci si può accampare per una notte. Insomma, un luogo che non è abitazione e non è difesa ma solo, come le misteriose piramidi d'Egitto, il sogno pietrificato di un uomo che si illuse di dominare il mondo con un'intelligenza pari a quella di Dio15.


Federico, che si spostava in lettiga preceduto da un corteo orientale dove non mancavano nemmeno struzzi ed elefanti, morì banalmen­te di malaria o di coliche mentre era a caccia, lontano dalla sua cor­te fastosa, con pochi fedeli attorno, qualche barone e la sua guardia saracena. Si dice che il lugubre corteo che portò la sua salma a Pa­lermo passò davanti alle città mute e sbarrate e che nessuno lo pian­se nel reame.


La dinastia Angioina


Chi dovesse essere il successore nel Regno non era chiaro, tanto più che, tendenziosamente, si accavallavano notizie di morti e di rinunzie, come nel caso del primogenito di Federico, Corrado I, e poi del nipote Corrado II, che vivevano in Germania. Su tutto mestava l'il­legittimo ambizioso Manfredi che da Taranto, intanto, faceva il re in tutto e per tutto. I partiti dell'uno e dell'altro pretendente si com­battevano a vicenda e gli avversari di tutti quanti, a loro volta, in­grossavano la confusione.


A fermare l'anarchia nel Regno, che non dimentichiamolo, era suo vassallo, provvide il Papa in persona, Urbano IV che, ormai diffi­dente di «quella razza di vipere» degli Svevi troppo impicciati con le mire imperiali, si mise a cercare in giro per l'Europa una nuova dinastia capace di governare in pace il Regno del Sud.


Fra i candidati possibili v'era il Re d'Inghilterra Riccardo «Cuor di leone» e qualche altro rampollo di illustri dinastie straniere. Ma la scelta cadde su quella più fedele alla Santa Sede, sui re «cristianis­simi», i «re taumaturghi» che avevano il potere di guarire dalla scrofola i loro sudditi con il tocco delle mani, sui re cui era conces­so il potere e la dignità dei vescovi e il cui attuale capo, Luigi IX, già godeva fama di santo: i re della «nazione primogenita della Chiesa», la Francia16.


Il «Campione del Papa» da contrapporre a Manfredi fu dunque il fratello minore del Re di Francia, Carlo, Conte d'Anjou e di Provenza. Il suo valore era indubbio: con imprese oculate aveva raffor­zato i confini orientali del regno di Francia e assoggettato molti si­gnori borgognoni, savoiardi e piemontesi. Di ritorno dalla Crociata, dove si era comportato valorosamente, nel 1253, il Papa offrì a lui la corona di Sicilia che Carlo accettò solo nel 1263, dopo essersi preparato un vasto apparato di alleanze e di finanziamenti. La cinse poi, solennemente, in San Pietro, nel giorno dell'Epifania del 1269.


Certo, Manfredi, quella corona non era disposto a cederla con buo­na grazia e, dopo aver inutilmente trattato col Papa e con gli altri pretendenti, armato un esercito cercò di precedere il candidato sovrano che ora si accingeva a marciare con i suoi cavalieri e con i suoi alleati verso Napoli. Con il re deposto si schierarono i suoi fe­deli mentre l'armata di Carlo si ingrossava per l'accorrere degli avversari degli Svevi che anche nel Regno non eran pochi. Vinse Car­lo e Manfredi lasciò la vita combattendo valorosamente presso Bene vento.


Carlo d'Angiò rappresentava non solo un nuovo re ma il simbolo di tutti coloro che volevano il Papa arbitro imparziale delle sorti d'Eu­ropa: i Guelfi. Gli Svevi superstiti rappresentavano, per i Ghibelli­ni, un impero che non doveva rispondere a nessuno del suo potere. La lotta che si svolse finché Carlo d'Angiò non sedette sul suo tro­no, non coinvolse quindi solo le sue truppe e quelle avversarie per il dominio del Sud d'Italia ma scatenò in tutto il continente, e soprat­tutto in Italia, un rinnovato turbinio di odi e di battaglie.


Carlo d'Angiò vinse su tutti i fronti e, nel giro di pochi anni fece dimenticare al suo Regno la passata dinastia. Non è affatto vero, come s'è sempre detto, che provvide crudelmente ad estinguerla, giustiziando proditoriamente Corradino, ultimo discendente. Que­sti, mandato allo sbaraglio dai ghibellini, avrebbe dovuto usurpare una corona legittimamente assegnata. La casa sveva continuava an­cora nei tre figli di Manfredi che morirono prigionieri proprio in quel Castel del Monte che doveva simboleggiare la gloria della di­nastia. E naturalmente, come usava per le stirpi reali, e come era già stato per il figlio di Federico Enzo ostaggio a Bologna, si deve sup­porre che furon prigionieri con tutti gli onori ed ogni riverenza17.


Carlo, insediatosi con la sua corte a Napoli, rimise ordine nell'am­ministrazione dello stato e nell'anarchia dei baroni allo sbando du­rante il tramonto della dominazione sveva. Intraprese grandi lavori pubblici e cercò di rinsanguare le finanze esauste dalle imprese di Federico e dalle lotte di transizione. Il compito non era facile e con­tava molto sulla politica di espansione della Cristianità verso Orien­te a cui egli si accinse. Ma, mentre il suo potere s'estendeva verso l'Albania, i Balcani e l'Ungheria, della quale il nipote sarebbe di­ventato Re, non altrettanto s'assestava l'economia pressata anche dai debiti che aveva contratto, per la conquista, con i banchieri to­scani e con i potentati economici dell'Italia settentrionale.


Nonostante i sacrifici imposti ai sudditi, Carlo rimaneva l'amato simbolo del potere spirituale del Papa. Notoria era la sua pietà cri­stiana: la sua corte, austera e religiosissima, a differenza di quella sveva, viveva circondandosi di santi prelati e monaci, trasformata quasi in un monastero. Le vedove regali invariabilmente si rinchiu­sero tutte nei cenobi delle Clarisse. Lo stesso abbigliamento degli angioini, che vestirono, anche sull'armatura, sempre il saio dei Frati Minori e che, secondo l'usanza di San Francesco, e a differenza dei romanizzanti re palermitani, portarono sempre la barba lunga, mo­strava il loro indefettibile guelfismo18.


Protettori degli ordini mendicanti quanto i predecessori lo erano stati di quelli monastici, i re angioini favorirono in ogni modo l'in­sediamento di conventi domenicani e francescani e la fondazione delle loro chiese in tutto il regno, a cominciare, a Napoli, da quelle di San Domenico Maggiore e di Santa Chiara nella quale vollero anche essere sepolti.


Ma se la Germania, patria di ogni ghibellinismo, era il punto d'at­trazione della precedente dinastia, la Francia, patria d'ogni guelfismo, era il naturale polo degli Angioini. Di lì tutto complottava per­ché vi facesse capo il Papato. E del resto i disegni dei gallicani si sarebbero avverati sciaguratamente non molto più tardi portando il capo della Cristianità ad Avignone.


Intanto, la corte angioina di Napoli diventava residenza preferita dei papi e lo stesso Celestino V non vide le folle devote di fedeli del suo effimero pontificato se non dalle finestre del castello che si affacciava sul golfo partenopeo.


Su Carlo, passato ingiustamente alla storia per sovrano avido e cru­dele, come volevano i ghibellini, si addensarono tutte le sfortune. La più grande quella della secessione della Sicilia che, mortificata dalla perdita della sua centralità, sobillata dai baroni in cerca di po­tere, indocile all'austera politica fiscale della Corona, si ribellò, nei famosi «Vespri», allo scettro del Re,  e si sottomise a Pietro d'Aragona separandosi dal resto del Sud.

Sicilia e Napoli, due regni divisi per sempre


I diritti di Pietro, III re di Aragona, I di Sicilia, poggiavano, un po' traballando, sul fatto che costui aveva sposato la figlia di Manfredi, Costanza. Tanto bastava per pretenderne l'eredità nel momento che i siciliani glie ne davano l'occasione. Ma anche gli aragonesi erano vassalli del Papa e contendere con Carlo significava insolentire l'autorità paterna.


La questione non era di facile soluzione pur se il diritto dava ragio­ne a Carlo d'Angiò che però tentò invano di riconquistare l'isola con le armi. Ci provarono anche i suoi discendenti, e sempre disastrosamente. Finalmente, a sedare la contesa intervenne lo stesso papa che, più per amor di pace che salomonicamente, confermò Carlo nel titolo di Re di Sicilia, com'era sempre stato, e riconobbe le pretese degli aragonesi concedendo loro, per il momento, la co­rona di un inedito «Regno di Trinacria».


Estintasi la dinastia angioina, dopo il grande e saggio Roberto, fra gli sfortunati discendenti del ramo durazzesco e le deboli Giovanne infelici e sentimentali, nessuno dei successivi pretendenti francesi pensò più a quell'isola ribelle e a quel nome che aveva designato tutta l'Italia meridionale. Già prima si parlava di due Sicilie, una «di là» ed una «di qua del faro», dopo si parlò solo e sempre di un Regno di Sicilia e di un Regno di Napoli. Fu quest'ultimo a pri­meggiare e ad essere oggetto di contesa fra le grandi potenze.


Più tardi, quando sia l'uno che l'altro regno finirono entrambi al re d'Aragona, Ferdinando I «il Magnanimo», questi continuò a tenere le corone divise e solo quella di Napoli toccò al suo figlio bastardo Alfonso. Ancora una volta, tornate le due corone sulla stessa testa, quella di Ferdinando «il Cattolico», nel 1503, che accumulava, con quella d'Aragona, sia pure "a tempo", anche quella di Castiglia ereditata da Isabella insieme a quelle di tutti gli altri regni liberati della penisola iberica, nemmeno quando questi furono tutti unificati nel nome di Spagna (1512) si decise a ricomporre l'antico Regno di Sicilia com'era nato in quella notte di Natale del 1130.


Una decisione sommamente prudente giacché, ormai, quei due tronconi d'Italia erano molto più distanti, culturalmente, per tempe­ramento, per usi, costumi e destini, di quanto lo fossero le sponde del faro di Scilla da quelle di Cariddi.


E, precedendo quel XIX secolo, di cui a suo tempo diremo, pos­siamo affermare già da ora che altrettanto prudente non fu Ferdinando IV di Borbone che riunificò la Sicilia con Napoli diventando I Re delle Due Sicilie. Parve, a quel sovrano restaurato dal Con­gresso di Vienna, che le castagne bollenti fossero già state levate dal fuoco dai napoleonidi.


Giuseppe fratello di Napoleone e Gioacchino cognato infatti aveva­no già fatto proprio quell'antico nome, «delle Due Sicilie», per die­ci anni, vantandosi già padroni di tutto. Sui loro stemmi e sulle loro bandiere, con le provincie del Napoletano avevano posto già la ca­parra dell'aquilotto imperiale sulla Triquetra siciliana (le tre gambe che camminano in cerchio facendo perno su una testa di Medusa). Non riuscirono invece ad impossessarsene mai e l'Europa, umiliata da Napoleone, si vendicò levando ai suoi luogotenenti anche il ri­cordo di ciò di cui s'erano illegittimamente appropriati.


Ferdinando e i suoi successori, poiché dovettero sempre vedersela con l'infida e ribelle Sicilia, e poiché proprio quella parte inquieta del regno fu una delle ferite che suppurando cooperò non poco alla grande infezione che portò alla sua dissoluzione: i Borbone su quel­le castagne si scottarono le mani.

Gli Aragonesi padroni del Mediterraneo


L'ultima regina angioina, Giovanna II, successe al trono, al fratello Ladislao, del tutto impreparata. Affascinante, bella ma anche donna semplice e di buon senso, fu scelta solo perché l'unico altro pre­tendente disponibile era già Re d'Ungheria e non si volevano far confusioni in un regno che era e doveva restare mediterraneo. In­namorata del nobile Pandolfello Piscopo, troppo povero per fare il principe consorte, non poté mai sposarlo, neppure morganaticamen­te, e dovette sottostare alla ragion di stato. Manovrata dai baroni e dai grandi funzionari del regno, non riuscì mai a rassegnarsi al ma­trimonio di convenienza col conte Giacomo di Borbone dal quale infine si separò. Indecisa fino all'ultimo se adottare come successo­re Alfonso d'Aragona o il nuovo conte d'Anjou Luigi III oppure il suo figlio René, «il buon Renato», tutti, a turno, furono chiamati a Napoli, ognuno convinto d'avere tutto il diritto di restarci da re.


Ricostruire cronologicamente tutta la confusione della storia di quei tempi richiederebbe volumi. Ci basti sapere che mentre dei napole­tani e degli stessi pretendenti nessuno sapeva chi fosse il vero re, alla fine ebbero la meglio gli Aragonesi.


Alfonso I «il Magnanimo» e i suoi successori, veri uomini del Ri­nascimento, diedero ai rapporti del Sud con il resto del mondo co­nosciuto quel tocco di cosmopolitismo che già possedevano per es­sere i dominatori del Mediterraneo. I padroni di quello che era co­munemente detto, ormai, il «Lago aragonese», amanti di tutto ciò ch'era bello, fastoso, estroso e gentile, tenendovi senza interruzione la loro corte, sia pure in meno di mezzo secolo, rifecero di Napoli e del suo regno il centro d'Europa.


L'arte e la cultura, che dalla languorosità fulgida e mistica bizantineggiante e dalla leggiadra geometria arabesca i normannosvevi avevano sollevato alla possente solennità romanica e gli angioini all'austero slancio gotico, con gli aragonesi giunse alla sintesi di ogni espressione più aggraziata di quel Rinascimento che però non ebbe mai i caratteri del freddo stilema paganeggiante d'altre parti d'Europa e che sbocciò quasi naturalmente nel più lussureggiante barocco italiano.


Richiamati dalla più grande biblioteca del mondo d'allora, dal sem­pre più famoso "Studio", dal mecenatismo generoso dei sovrani, i massimi artisti, letterati e poeti non solo italiani ma di ogni parte del mondo, fecero di Napoli la capitale delle lettere e del buon gusto mentre, con i traffici e l'insediamento di catalani, provenzali, pisani, genovesi, veneziani ed ebrei, la città, che contava sessanta­mila abitanti, cifra inaudita per quel tempo, superata solo da Vene­zia, accrebbe la sua fama mercantile favorita anche dalla costruzio­ne del nuovo porto e di nuovi arsenali.

«Plus ultra»: oltre le Colonne d'Ercole


La centralità culturale del Regno di Napoli terminò quando Filippo d'Asburgo, sposando la figlia di Isabella, Giovanna «la Pazza», eb­be, oltre che quella della Castiglia, tutte le corone di quei regni ri­conquistati in Spagna dalla crociata europea contro i Mori e di quel­li conquistati nel Mediterraneo.


La lunga, paziente politica tutelare dei papi attraverso i secoli aveva sempre più impercettibilmente spostato le sorti dell'Europa dal cen­tro verso la periferia risvegliando le energie di nuovi popoli e favo­rendo la nascita di nuove potenze. Senza questo spostamento d'asse, l'Impero germanico, come ben mostravano i suoi ricorrenti disegni d'egemonia, avrebbe forse finito per stritolare e amalgama­re ogni diversità nazionale ed ogni particolarità culturale. Come non vi sarebbe mai stata Europa senza monachesimo e feudalesimo, così non vi sarebbe stata con la strapotente centralità d'un impero che nato romano e quindi universale era diventato del tutto tedesco.


La Spagna, fervente cristiana, giovane, gagliarda, audace, purificata dalla lotta allo spasimo contro l'Islam piantato in casa sua come un affronto, non aveva ancora finito di metter ordine nei suoi confini che già si slanciava nella grande avventura di là delle Colonne d'Ercole.


Molto s'è detto contro gli spagnoli e il loro governo napoletano fino a far combaciare tutti i mali del Sud d'Italia con quel vicereame du­rato oltre due secoli durante i quali il Regno sarebbe, secondo certi storici, caduto in un mortale letargo e spogliato dai nuovi padroni. Si tratta dei secoli su cui, più tardi, sarebbero state imbastite tutte le "leggende nere" della storia, al centro delle quali c'è sempre qual­cosa di cattolico e qualcosa di spagnolo.


Il cristianesimo latino aveva saputo incanalare le energie sovrab­bondanti dell'Europa senza rinnegare i suoi pedagoghi greci e ro­mani e senza ricusare le conquiste scientifiche degli arabi e degli ebrei, aveva fatto spazio ai nuovi popoli che bussavano alla civiltà ed aveva evitato, con un monachesimo che non disdegnava di batte­re l'incudine, d'impugnare l'aratro, e all'occorrenza la spada, di ri­fugiarsi nell'intimistica spiritualità della Chiesa orientale19.


Di un'accozzaglia di popoli brutali, differenti ssimi per lingue, usi e costumi, la Chiesa romana aveva saputo creare, nell'unica fede, un'unica nuova civiltà, a modello della Gerusalemme celeste, sve­gliando d'ognuno di loro i talenti geniali che la Provvidenza v'ave­va infuso. Con la disciplina dei suoi precetti, che sapevano tenere all'erta tanto l'anima quanto il corpo, aveva permesso che le società rinascessero non più secondo l'istinto animalesco dell'orda barbari­ca ma secondo i suadenti richiami del buono, del giusto e del bello. Di irsuti condottieri aveva fatto raffinati cultori dell'arte. Dalla boc­ca di selvatici capi tribù aveva fatto risuonare le melodie del canto gregoriano. Di guerrieri dediti al saccheggio e allo stupro aveva fatto fini verseggiatori dell'amor cortese. Di sanguinari conquistatori aveva fatto cavallereschi gentiluomini fedeli ai patti fino al sacrificio. Di donne vendute e comprate per gli harem aveva fatto gentili madonne, mogli onorate, maestre di decoro e sagge regine. Imperatori e re, reami, ducati e contee, codici e decretali, avevan preso forma lì dove esisteva solo la legge del clan e del


Quando, secondo la mai domata natura umana, l'usurpazione, l'in­trigo e la forza superarono il livello di guardia della convivenza, so­lo in forza della fede, armature e spade furono impegnate nella più bella avventura corale che mai la storia umana abbia conosciuto: render libero e sicuro il cammino dei devoti al sepolcro del Re Re­dentore, ingaggiando ognuno, secondo le sue forze, regnanti o ple­bei, regni, tesori, campi e famiglie in un'impresa che solo un'igno­rantissima malafede può ancora ritenere, fra le pietraie e le sabbie dell'Asia minore, un affare di conquista coloniale.


La raffinatissima ma altrettanto crudele e devastatrice forza d'e­spansione dell'Islam fu fermata ancora in un'Europa che sognava paradisi più virili che quelli languorosi delle vergini Urì ed ancora tutti i regni cattolici, all'appello del Papa, si misero per mare a Lepanto quando i santi guerrieri di Maometto issarono le loro verdi bandiere fino ai Balcani e spadroneggiarono nel Mediterraneo20.


Una civiltà così controversa eppure così omogenea nella sua cultura di ormai mille anni, che sapeva radunare ancora insieme popoli così differenti e distanti senza dovere, a differenza degli antichi romani, pattugliarli giorno e notte con le loro invincibili legioni, doveva ini­ziare a disfarsi proprio per colpa di quei sapienti, ordinati, civilissimi ma ostinati eredi tedeschi dell'Impero.


La zizzania seminata fino al Regno di Sicilia al tempo degli Hohenstaufen, l'insofferenza dei prepotenti imperatori, le avide lotte dei principi elettori di Germania, trovarono terreno fertile nell'intransi­genza "carismatica" di Lutero e nel suo sogno ossessivo di riportare la cristianità ad una presunta purezza di cui lui solo diceva di pos­sedere la chiave.


Ai nostri giorni, il monaco di Magonza sarebbe uno dei tanti conte­statori "ispirati" che nascono, fioriscono e presto appassiscono ne­gli ambienti cosiddetti ecclesiali. Una mancata vocazione scambiata per elezione personalissima di un dio personalizzato che, talvolta, attrae per breve tempo altre anime inquiete, questi "buonisti" si dis­solvono, in barba ai loro austerissimi programmi, in pigri e malsopportati matrimoni borghesi. Lo stesso Lutero si prese per moglie una monaca, e sarebbe stata anche una punizione bastante, ma la sua erudita orgogliosa protesta non si quietò giacché diede l'occa­sione agli indocili principi, eletti a protettori e quindi a "vescovi" della nuova chiesa, di dar fondamento dottrinale alla loro ribellione a Roma21.


Il protestantesimo, nuovo e più virulento ghibellinismo appannato spocchiosamente di sacra scienza, contagiò mezza Europa e puntel­lò le politiche di ogni dissidente, compresa quella del Re d'Inghiterra che altre ragioni non aveva, per separarsi da Roma, oltre un mancato annullamento di matrimonio.


Chiamiamolo come vogliamo e, se ce lo concedono, anche Prov­videnza, quell’ irrompere nella storia di una novità assolutamente imprevedibile: la scoperta del Nuovo mondo al di là di quel mare dove lo sprovveduto Colombo pensava solo di abbreviar la strada col «buscar el Oriente por el Occidente».


A partire dal 1492, le prospettive della Cristianità, così come si era formata dal Mediterraneo al Mar Baltico, si allargarono improvvi­samente in confini sempre più vasti.


Per un millennio, invano, la civiltà europea aveva cercato di con­quistare l'Oriente al Vangelo. Tutto ciò che ne aveva ricavato erano i paesi slavi, dove religione e cultura erano stati portati, alle stesse condizioni con cui aveva lavorato San Benedetto e i suoi discepoli, da altri due santi monaci, Cirillo e Metodio. I due fratelli, raggiunte le tundre, le steppe e le taighe della sterminata Rus' avevano co­minciato dall'abbiccì, ovvero dal dare a quei popoli divisi da mille lingue e da mille usanze, una lingua e un alfabeto comune. Pur in modo sempre originale, il cristianesimo era fiorito così anche in quell'Oriente ed aveva dato vita a stati ben organizzati, capaci infi­ne di resistere alle orde dei mongoli e dei tartari che continuamente premevano dagli estremi deserti dell'Asia.


Ma l'Islam, padrone di tutto il resto della vicina Asia e dell'Africa mediterranea ridotta ormai a deserto, e sempre pronto a razziar terre europee, era l'invincibile ostacolo che, fino ai giorni nostri, avrebbe chiuso il cammino della civiltà occidentale in quella direzione. La caduta definitiva di Costantinopoli, nel 1453, aveva disperso le re­sidue speranze che un impero latino, al posto di quello bizantino, potesse risvegliare l'apatico cristianesimo orientale dal sonno in cui era precipitato dopo lo scisma.


L'Asia estrema, i suoi innumerevoli e favolosi popoli che pochi in­traprendenti viaggiatori avevano raggiunto e che altrettanto solitari e intrepidi missionari avevano conosciuto come un'immensa riserva di futuri cristiani, non si poteva raggiungere se non secondo l'invo­lontaria profezia di Colombo: dalla parte opposta.

Il tempo in cui la Storia si divise in due


Il Regno di Napoli non fu una semplice «provincia dell'impero spa­gnolo», frase abusata da chi vuol scrivere la storia "addosso" ai me­ridionali e giustificare la loro successiva "liberazione". Per circa due secoli l'Italia meridionale visse, come ogni altro stato d'Euro­pa, nelle luci e nelle ombre dei grandi eventi che sconvolgevano l'Occidente dalle fondamenta ma che si presentavano, allora, inav­vertiti ai più per la loro capacità di rinnovamento.


Da quando la Croce era stata piantata su quell'isoletta caraibica scambiata per India, come ai tempi dei primi cristiani, silenziosa­mente ma prepotentemente, si rifaceva strada nel cuore degli uomi­ni, e ben più grande, l'idea di futuro.


Nel mondo, pur evoluto, prima di Cristo, tanto nel bacino mediter­raneo di dove si dispiegò la storia della quale ci interessiamo, come in quelle grandi civiltà che si affacciavano dall'Asia, il tempo era fermo. Non esisteva, nel pensiero della gente comune né in quello dei sapienti, il concetto del tempo come oggi lo intendiamo. Di fat­to, la "Storia" non esisteva. L’historia, o meglio le historie riguar­davano semmai i fenomeni naturali, la vita degli animali. L'av­vicendarsi dei giorni, il succedersi degli avvenimenti umani, le ge­sta degli uomini illustri, era semplice cronaca, annales, come dice­vano i latini, una registrazione puntigliosa di quel che succedeva di notevole durante il trascorrere del tempo e degli anni che, al mas­simo, poteva essere riferito al passato. E infatti, cronos, il tempo dei greci, non era parola diversa, anche nella pronuncia, da kronos, che, col semplice cambio d'iniziale significava invece passato, origine del tutto, finanche del padre degli dei che ne portava il nome. La parola futuro, così come noi l'intendiamo, era sconosciuta.


Senza un senso, tutto scorreva come un grande fiume senza arrivare mai a una foce, ad un senso compiuto. I saggi ipotizzavano, come del resto nella tradizione orientale e nelle civiltà amerinde, che ogni cosa ruotasse nel tempo ritornando sempre al punto di partenza: corsi e riscorsi. Nessuno, narrando gli avvenimenti, le conquiste, le gesta dei grandi condottieri, i costumi dei popoli, il nascere e il tra­montare di grandi imperi, si chiedeva, come oggi fa anche il più sprovveduto degli storiografi, che senso avesse tutto ciò, da cosa fosse stato causato, quale messaggio si celasse dietro l'apparenza, dove si potesse presumere che tutto andasse a parare.


I      più grandi pensatori d'Occidente s'erano posti il problema di questo limite in maniera sconsolata concludendo, stoici, cinici e scettici, che il perché di tutto fosse irraggiungibile a uomini e dei e che fosse celato per sempre nell'oscurità del caos primordiale.
II     messaggio cristiano, la fondazione di un regno sulla terra, il ritorno di Cristo e il definitivo trionfo del Regno dei Cieli con la vittoria sulle forze che ne avevano impedito la pacifica attuazione, pur nel mistero nel quale si celava e si svelava, era quella buona novella che, all'anno zero, nel mondo unificato dai romani, tutti aspettavano e che dava finalmente una logica al cammino dei singoli uomini come degli interi popoli sulla terra.


Per chiunque ascoltava cessava per sempre l'angoscioso girare in una giostra che non si sarebbe fermata mai: la strada diventava un itinerario che conduceva in un qualche posto, sia pur sconosciuto che, se tanto mi dà tanto, doveva esser degno di desiderio fino al sacrificio.


Senza questa tensione ad una meta non si spiega ciò che abbiamo detto fin qui né si spiegherebbe perché, pur avendo abbandonato in molti, la guida verso quell'avvenire promesso, pur discutendo, al­tercando, combattendo fra loro, gli uomini si affannino ancora ver­so un'idea di progresso del quale, pure, non sono nemmeno d'accordo come debba esser fatto e con quali mezzi debba esser conseguito.


Con la guida della Chiesa, l'Europa arrivò alla metà del secondo millennio. Quando sembrò che tutta la Cristianità si sfasciasse perché nulla restava più da raggiungere, il traguardo si spostò oltre l'Atlantico.


Da quel momento, con la grande ribellione di metà dell'Europa che, in pratica, con il protestantesimo, si separava da chi l'aveva guidata e plasmata fin'allora, non ci fu più una sola storia ma due: quella che continuava a descrivere e a interpretare gli avvenimenti così come la logica del Vangelo li aveva preparati e condotti, e quella, che oggi si presume "laica", dove non solo quel che avviene succe­de indipendentemente dalle premesse ma anzi individua, in diversa misura, in quel punto di partenza, la causa di ogni male, di ogni or­rore, di ogni mancato progresso.


Questa seconda storia è quella che oggi sembra prevalere e che, in larga misura, s'insegna nelle università, nelle scuole, nei libri più diffusi, nelle divulgazioni popolari. In questa seconda storia si col­loca, ormai quasi senza contraddittorio, la storia del Sud d'Italia, storia dannata.


Se, a chi si accinge a conoscere anche solo la storia del luogo in cui è nato e si è formato, sfugge (come purtroppo a molti, sfugge) que­sta chiave d'interpretazione, sarà molto difficile conservare sia pure una parvenza di dignità. La sua storia si confonderà con quella che al momento convince di più, con quella che sembra esser vincente, finché anche quella (come ormai sembra che ineluttabilmente stia accadendo) sarà assorbita da una nuova storia di vincitori e dimen­ticata.


Alla storia si sostituirà, allora, come in antico, la cronaca di giorni senza fine, sempre uguali, dove tutto è già successo e risuccederà. Cronaca nera, come quella che sembra esser diventata quella del Sud: cronaca senza speranza.

Napoli spagnola


Seconda per rango solo a Madrid, come si compiacevano di pro­clamare i re spagnoli, Napoli, al contrario di quanto s'è detto e ri­detto, nei circa duecento anni di vicereame, non solo non decadd ma crebbe fino a diventare quella metropoli di 350.000 abitanti che, anche prima dell'ingresso dei Borboni, costituiva la più popolosa e, in gara con Venezia, la più ricca città del Mediterraneo. A fare un paragone, Napoli stava a Madrid come oggi New York sta a Wash­ington.


Nel 1571, il Regno disponeva della più grande flotta d'Europa. So­lo i veneti avevano più imbarcazioni ma vi si dovevano contare an­che quelle di piccolo cabotaggio con le quali costeggiavano la Dalmazia e la penisola balcanica. Alla battaglia di Lepanto, di fron­te alle 27 galee della Spagna (13 delle quali affittate dai genovesi), il Regno di Napoli poteva dispiegarne 31.


A cominciare dal "Gran Capitano" Gonsalvo de Cordoba, il sovra­no dalla Spagna inviò a Napoli, come viceré, i suoi uomini migliori. Alcuni tennero la carica per lunghi periodi e buona parte di essi si trapiantarono nel Napoletano, come in una parola veniva chiamato il regno, diventando per sempre italiani. Napoli e l'Italia meridiona­le amarono come loro patrie e continuarono ad arricchirle di bellez­za e di decoro.


Il Duca di Toledo, il Duca d'Alba, il Duca di Medina, il Duca di Medinaceli sono nomi ancora familiari ed amati dai napoletani. Come ancora raccontano la topografia e i loro emblemi, furono in­tenti ad aprire strade, costruire nuovi edifici pubblici, ampliare i vecchi, abbellire la città. Le vecchie mura furono superate e Napoli si distese senza confini da Posillipo alle falde del Vesuvio.


Il Regno non fu mai la provincia d'oltremare da cui trarre i proventi delle tasse da spendere in Spagna o di là dell'Oceano. Come, alla resa dei conti, la corte spagnola si indebitò per i capitali spesi in quel nuovo mondo che avrebbe dovuto essere l'Eldorado, così, per le stesse ragioni di hidalguía e di prestigio, consumò ogni provento d'Italia nell'Italia stessa24.


La stessa corte asburgica, ritiratasi nei suoi possessi orientali tede­schi e slavi, restò profondamente spagnola d'animo e a quella ma­gnanimità, a quella longanimità, a quella "grandezza d'animo castigliana", lo "stamento de nobleza" che anteponeva spavaldamente l'onore all'interesse, si dovette la sua grandezza posteriore, felice­mente sposata all'ostinata forza di volontà della razza germanica, al mistico senso del dovere degli slavi e alla sacralità dello scettro im­periale.


L'Austria degli Asburgo non dimenticò mai il suo passato iberico, di cui il "cerimoniale spagnolo" sopravvissuto fino a che la corte sopravvisse non fu che il segno esteriore: di fatto, soprattutto negli ex domini della corona madrilena, l'Arciduca d'Austria si circondò e si servì largamente dell'antica classe dirigente castigliana, arago­nese e catalana. Così in Lombardia come successivamente a Napoli.


Nei due secoli in cui Napoli legò il suo destino a quello della Spa­gna alle cui imprese non fu mai estranea, con questa si slanciò ver­so l'avvenire. Il «Siglo de oro» spagnolo fu secolo d'oro anche per Napoli: anche nel suo cielo il sole non tramontava mai. La deca­denza spagnola, che mostrò al mondo la sublimità di quello spirito che rifulge soprattutto nella sventura e nella derrota, non avrebbe coinvolto il Regno del Sud.


Gli Asburgo, ereditate le corone degli spagnoli e spagnoli fino in fondo diventati essi stessi, con Carlo V restarono anche gli eredi dell'Impero. La Cristianità, benché ormai mutilata dai regni prote­stanti, si protendeva ancora verso il suo destino e il meridione d'Italia, che in essa era nato ed era stato allevato, continuava la sua storia di sempre.


Una folla di filosofi, di letterati, di artisti, di scienziati, di santi, uomini e donne, il Regno avrebbe continuato a partorire nel suo popolo fedele e tenace continuamente fecondato, senza complessi, da quanti, ovunque nati, vollero viverci e morire.


Mentre le polemiche protestanti tenevano il resto dell'Europa in un permanente stato di guerra, la Cattolicità continuò a godere quella pace che, del resto, aveva sempre regnato al di qua dell'Appennino toscoemiliano. Nel Sud d'Italia sembrava essersi avverata per sem­pre la profezia di quel regno messianico dove s'era dimenticata l'arte della guerra e le spade erano state fuse per farne vomeri ed aratri.


Fu soprattutto allora che s'ebbe la massima effusione di scienza e d'arte che trasformò il meridione oltre che in un luogo di delizie na­turali anche in una vetrina di bellezza e di cultura.


La riforma tridentina fu accolta nel Regno con entusiasmo e fervore come c'era da aspettarsi da un popolo profondamente devoto e, di­remmo, naturalmente cristiano. Al Sud non v'era da contrastare nessuna eresia: sette e conventicole di esagitati non ve n'erano mai state e la fedeltà al successore di Pietro non solo non era mai stata messa in discussione ma si manifestava, oltre che in una diffusa de­vozione condivisa da corte, nobiltà e popolo, in una continuazione di interessi economici e di vincoli giuridici e politici che facevano di Napoli il regno pupillo della Chiesa. Solo nel 1845, pochi anni prima della catastrofe, a fini amministrativi, si provvide a piantare dei cippi per delimitare lo stato napoletano e quello del Papa: sem­pre i sudditi dei due regni si sentirono e furono un popolo con i me­desimi sentimenti. Mai occorse passaporto per transitare un confine segnato solo dalla tradizione.


Dopo il Concilio di Trento, la vita di fede, da sempre fondamento di quella civile, ebbe un'impennata di vitalità che si manifestò nella nascita di nuove famiglie religiose dedite al culto, allo studio delle scienze sacre, all'assistenza spirituale, all'insegnamento, al sollievo dei poveri e dei malati. Basti ricordare le opere di San Gaetano da Thiene, veneto meridionalizzato, e il grandioso ordine dei Teatini fondato insieme a Gian Pietro Carafa, poi Papa Paolo IV, che con­corse, insieme ad altri ordini più antichi e ad altre nuove congrega­zioni, al prosperare delle opere parrocchiali e della vita virtuosa dif­fondendosi in tutt'Europa. Un fiume d'acqua viva, quello scaturito da Trento, che sarebbe sfociato, proprio nel meridione, con San­t'Alfonso de' Liguori, in una scuola di morale vasta e profonda quanto il mare di filosofia e teologia di San Tommaso.


L'attività dei laici fu segnata dal proliferare di un'infinità di confra­ternite dedite alle opere di misericordia, molte ancora attive oggi nonostante gli sconvolgimenti seguiti alle rivoluzioni settecente­sche e alla persecuzione religiosa risorgimentale.


La società ne fu arricchita con opere di assennata lungimiranza ci­vile, istituzioni che diedero più tardi impulso a quelle statali e che spesso, oggi, rimangono l'unico punto di riferimento della vita as­sociata. Tanto per ricordare, i monti di pietà che stroncavano alla radice la piaga dell'usura e che nella sola capitale furono ben cin­que, ma che erano diffusi in ogni grande città del Regno, gli ospe­dali, gli ospizi, i "conservatori" dove venivano istruiti poveri, stor­pi, inabili, trovatelli, donne sfortunate e traviate: una rete di solida­rietà cristiana tanto fitta e ben organizzata da meravigliare ancor oggi i teorizzatori di quell'utopistico welfare state liberale ormai ovunque fallimentare25.


Nessun bambino indesiderato veniva soppresso a Napoli ma, affida­to alla cura di decine e decine di opere tanto religiose quanto laicali, allevato con amore, istruito ad un mestiere, reso capace di guada­gnarsi la vita senza complessi. Un sistema razionalissimo di balie volontarie e, quando non bastavano, stipendiate, provvedeva, appe­na girava una "ruota degli esposti", ad entrare in azione perché il neonato venisse nutrito fino allo svezzamento. L'adozione di trova­telli era pratica diffusa fra il generoso popolo napoletano, fin nelle famiglie più umili e cariche di figli. Il nuovo arrivato, «'o figlie d'a Madonna», godeva fra i nuovi genitori e i nuovi fratelli di uno sta­tus quasi onorifico ed era il più coccolato della famiglia26. Tuttora, nomi frequentissimi come il famoso "Esposito" della capitale se agli occhi lubrici rivelano quanti figli illegittimi partorisse Napoli, ai cuori pietosi svela quanti bambini abbiano potuto scampare, in tem­pi che si vorrebbero egoisti e crudeli, la sorte degli asettici ferri chirurgici o degli igienici cassonetti della spazzatura forniti dalla moderna società.


Nella sola Napoli vi erano quattrocento fra chiese e cappelle rego­larmente officiate, senza contare gli oratori privati, ben duecento fra monasteri, case ed istituzioni appartenenti a comunità religiose27. Tutto il Regno era una fitta rete di rapporti ecclesiali e civili che formavano la trama morale ed economica di una convivenza ormai plurisecolare talvolta anche opulenta e comunque mai miserabile.


Si calcola che quasi un terzo della proprietà fondiaria e immobiliare del meridione appartenesse, frutto di un'antichissima e ininterrotta serie di lasciti e donazioni, ad istituzioni religiose. Meglio ammini­strate delle proprietà degli antichi feudatari, esenti da tasse, oltre a concedere un più largo margine di guadagno ad affittuari ed operai, provvedevano, molto prima della scoperta dei vantaggi di un possi­bile sano capitalismo, a far circolare il danaro senza sterili tesaurizzazioni o spese voluttuarie28.


Preti e religiosi non indulgevano nei fasti dei nobili né avevano da provvedere il necessario decoro per la discendenza. Oltre ad inve­stire largamente in opere di beneficenza, esse stesse fonte di futuri redditi e, diremmo oggi, di capitalelavoro, creavano una ricchezza diffusa attraverso la continua committenza d'opere d'arte e d'artigianato, spesso d'altissima qualità, soprattutto per il decoro delle chiese. L'istruzione all'arte e alla musica, per esempio, costituiva un ciclo d'attività caritativa che s'espandeva nel tessuto lavorativo privato. Ovunque, anche nei centri più piccoli fiorivano di conse­guenza botteghe di maestri che si perpetuavano di padre in figlio e si estendevano dai garzoni agli apprendisti fino a diventare "scuole" che spesso hanno lasciato tracce profonde nel mondo dell'arte.


Sorsero, per impulso di questa spontanea e solerte società, laboratori di scalpellini in pietra, di intarsiatori di marmi pregiati, di sculto­ri, di modellatori di gessi e stucchi, di fantasiosi decoratori in sca­gliola, di doratori, di intagliatori, di ebanisti e creatori di tarsie in legno e in avorio, di argentieri, di cesellatori, di sbalzatori, di niellatori, di affrescatori, di pittori di pale d'altare, di modellatori di sta­tue di cartapesta, di orafi, di ricamatrici, di merlettaie, di tessitrici di sete, mussole, pizzi, di miniatori di pergamene, di calligrafi, di pro­gettisti e costruttori d'arredi ecclesiastici, di fonditori di campane, vetrai, organari.


Se il meridione d'Italia, come dicono gli storici dell'arte, non pro­dusse in quel tempo, salvo poche eccezioni, quei geni delle arti fi­gurative che nacquero isolatamente in Toscana, a Venezia, nelle piccole e raffinate corti settentrionali, fu appunto perché, come ogni altra espressione della creatività, anche l'arte, nel Sud, si manifestò non individualisticamente ma come una grande partecipazione co­rale. Essa si sparse, inondò, in maniera spesso più ingenua ma vo­lentieri più esuberante che nel resto d'Italia, ogni anfratto del terri­torio, dalle più piccole cappelle di campagna man mano ai borghi più grandi fino alla capitale in cui si riassumeva tutta la produzione di bello del Regno.


Peraltro, sempre sul versante delle arti, sorsero, e sempre ad opera della Chiesa, scuole di musica, soprattutto per gli orfani e i poveri, appunto i conservatori, le accademie di canto corale e solista, s'aprirono botteghe di liutai, di battitori di ottoni, di costruttori d'ancie, legni, tamburi, cimbali, nacque l'organizzazione degli impresari, degli editori, dei copisti e così via. Organisti, cantori, com­positori d'orchestra venivano ingaggiati dai vescovi, dai capitoli delle cattedrali, dalle collegiate, dalle abbazie fino alle chiese mino­ri e alle cappelle private e l'estro creativo fu incoraggiato dalla con­tinua commissione di partiture per messe polifoniche con cui ogni comunità cercava di dar decoro alle cerimonie religiose.


Se la musica fu poi coltivata anche dalla nobiltà (basti ricordare il genio del principe Gesualdo da Venosa) e dalle corti sovrane, prati­camente tutti i grandi musicisti e compositori ebbero in comune le umili origini quando non le origini del tutto sconosciute.


Mai l'arte di qualsiasi genere, in nessun'altra parte del mondo fino ad oggi, fu così incoraggiata, sostenuta, comunemente praticata. Anziché, come oggi, essere privilegio di pochi fortunati, visitata come reliquia nei musei, o ascoltata solo a pagamento nei teatri, es­sa era a disposizione di tutti, nella casa di Dio, casa comune senza distinzione di schiatta e di censo. Poveri e ricchi, ignoranti ed erudi­ti fin dall'infanzia potevano godere gratuitamente del bello e imbe­versene anche inavvertitamente secondo l'antica sagace pedagogia del cristianesimo.


Fin gli ospizi per i mendichi erano affrescati e decorati senza lesinare: anche il più miserabile degli uomini del Regno aveva sempre a disposizione la sua parte di smaglianti colori e d'oro zecchino senza aspettare che qualche moderno immemore teorizzasse la "qualità della vita" mentre l'arte, quando ancora si possa parlare d'arte, si trasformava in dominio esclusivo di pochi privilegiati, comprensibile solo agli "esperti" ed agli "addetti ai lavori".


Peraltro era mentalità condivisa che quel favoloso patrimonio di bellezza appartenesse indistintamente a tutti e quando, alla fine del Settecento, i francesi, arrivati sull'onda della rivoluzione, si diedero al saccheggio programmato e metodico delle opere d'arte dalle chiese e dai luoghi religiosi, fu soprattutto il popolo minuto, in ogni parte del Regno, ad insorgere e contrastare la razzia.


Arte chiama arte e così nel Regno di Napoli conversero, e di solito vi restarono ottenendovi la celebrità, artisti da ogni parte d'Europa che vi fecero prodigiose fortune e spesso influenzarono le tendenze culturali restando essi stessi influenzati dall'eclettica plurisecolare fioritura di bellezza che contrappuntava la civiltà meridionale. Nell' arrivare a Napoli, scrive Harold Acton, raffinato intenditore d'arte, «essi furono incantati e trasformati dal "vento del Sud", e nel fondere il grandioso col sorprendente parvero voler competere colle forze della natura».


La bellezza così fiorita, incrementata e sostenuta dal clero e dai re­ligiosi, si diffuse nel mondo civile, a cominciare dall'aristocrazia e dalla nobiltà feudale che, in epoca spagnola cominciò a confluire nella capitale innalzando magnifici palazzi ed ornandoli spesso son­tuosamente, dando ricevimenti che procuravano, oltre che commit­tenze d'ogni genere d'opere d'arte e d'artigianato, un indotto, come si direbbe oggi, di servizi che impiegavano la continua crescente popolazione di immigrati dalla periferia del regno.


Architettura, pittura, scultura, musica si espansero alla nascente borghesia di banchieri e commercianti che accorrevano dalle città portuali mediterranee, soprattutto Genova. Sorsero quindi opere d'urbanistica, d'architettura civile, di decoro cittadino. La vena mu­sicale dei meridionali, incoraggiata dal mecenatismo della Chiesa, si elevò di tempo in tempo fino a quella massima fioritura che fu il Settecento quando Napoli, insieme a Vienna, divenne la città d'arte per eccellenza e la capitale dell'opera in musica attirando a perfezionarsi i massimi compositori del tempo, luogo d'esibizione dei migliori talenti nei suoi centocinquanta teatri aperti ogni sera di ogni stagione.


Nel Seicento, nella «Napoli nobilissima», come la chiamavano i suoi scrittori, risiedevano almeno 119 principi, 156 duchi, 173 mar­chesi e varie centinaia di conti. Solo considerando la servitù in pianta stabile si può dedurre quanti impieghi derivassero dal fun­zionamento dei loro palazzi. Ma, notavano i raffinati giramondo dell'epoca, incantati dall'ospitalità dei signori, solo pochi facevano vita sfarzosa, con ricevimenti e feste che restavano memorabili, la maggior parte, nonostante la cura del decoro e del cerimoniale, te­neva vita modesta e appartata, non dissimile da quella dei loro di­pendenti con i quali, d'altronde, secondo il costume patriarcale dei meridionali, aveva rapporti di cordiale familiarità.


Un capitolo a parte meriterebbe la vita dei nobili, una famiglia pa­triarcale che inglobava continuamente e permanentemente il perso­nale di servizio che ne diventava parte indissolubile di generazione in generazione, indipendentemente dall'età e dalla declinante abilità lavorativa. I vasti palazzi gentilizi accoglievano non solo parenti ed affini ma anche i "famigli" spesso a servizio, di padre in figlio, di madre in figlia, da tempo immemorabile, sicuri di non dover chiu­dere gli occhi in un ospizio. Fino alla seconda metà del Cinquecen­to, quando andarono ad effetto i decreti tridentini sui registri par­rocchiali dei battesimi, dei matrimoni e delle esequie, e si formò la prima anagrafe della storia (anche questa un'indispensabile istitu­zione civica che l'Europa e l'Occidente debbono alla Chiesa), la servitù delle famiglie signorili portava normalmente lo stesso co­gnome dei padroni. È questa la ragione, oltre a quella dei cognomi mutuati dai padrini o madrine di battesimo, di patronimici altiso­nanti portati ancor oggi da gente di umile condizione29.


Il Regno di Napoli, alla grande ricchezza della sua agricoltura (i suoi grani, il suo olio, il suo vino, la lana delle sue pecore, le sete della diffusa bachicoltura, il legname pregiato delle sue foreste, i suoi cavalli d'allevamenti di razza, i suoi muli e finanche i suoi fa­mosi asini erano esportati in ogni nazione) seppe aggiungere, in tempi in cui in nessun luogo d'Europa esisteva la minima idea d'industrializzazione così come viene concepita oggi, non solo la vivacità del suo artigianato e l'intraprendenza del suo commercio ma anche le prodigiosa fioritura della sua arte.


L'arte, subito dopo l'agricoltura, fu la grande ricchezza del Sud. Ogni musa concorse, in questo Parnaso cristiano realizzato dalla concordia dello spirito e della carne, a quanto di bellezza poteva partorire l'estro felice secondato da una natura esuberante.


La nazione napoletana insomma entrava nell'età moderna e nella sua maggiore età con una dote che avrebbe fatto la felicità di ogni sposo. Non per nulla, in molti luoghi d'Europa, si pensava a quel regno che prosperava lontano dai suoi tutori spagnoli come ad una corona smagliante e gloriosa da cingere senza condivisioni. Più di una stirpe reale guardava spasimando al «più bel trono d'Italia».




GUIDA ALLA LETTURA /1


I manuali di storia della scuola dell'obbligo sono, per comodità, divisi in capitoli. Solo che questi non si limi­tano ad essere numerati, bensì recano dei titoli. E questi titoli, contrariamente a quel che si pensa, non si limitano a descrivere il contenuto del capitolo ma danno anche un giudizio di valore. Esempio: "Medioevo", "Rinascimento", "Risorgimento", "Re­sistenza ".


«Analizziamo i termini. "Medioevo " significa, come tutti sanno, "età di mezzo ", laddove "Rinascimento " sta per "nuova nasci­ta". Se si rinasce vuol dire che prima si era morti, ma anche che prima di essere morti si era già nati una volta, per cui adesso si "rinasce ". Dunque il Medioevo, epoca precedente al Rinasci­mento, era il tempo in cui l'umanità era stata morta. Quanto du­ra il Rinascimento? Pochi decenni, verso la fine del Quattrocen­to. Poi? Si ha l Età Moderna, e tutti tiriamo un respiro di sollie­vo. Anche se, a ben vedere, le guerre e le catastrofi sembrano moltiplicarsi a ritmi parossistici: guerre tra Francia e Inghilter­ra, tra Francia e Spagna, tra cattolici e protestanti, tra lanzi­chenecchi e tutti gli altri, guerre di successione, di devoluzione, delle due dame, dei tre imperatori, dei quattro papi e dei cinque eserciti.


«La Riforma: finalmente Lutero spezza le catene del dogma e della Chiesa. Controriforma: l'Italia ricade nell'oscurantismo. Solo a ben guardare si scopre che le guerre di religione stavano tutte nei paesi protestanti, mentre in Italia si stava tranquilli. «Il Medioevo, i "secoli bui". Quanto è durato? Dalla caduta dell 'Impero Romano fino alla scoperta dell America. Così dice il Manuale. Dunque mille anni e qualche cosina. Mille anni! Sbrigativamente catalogati come "età di mezzo". Cribbio, che lunga morte! Ma "in mezzo" a cosa? All'Età Classica e al Ri­nascimento. Vuol dire che si era vivi ai bei tempi di Atene e Ro­ma, poi si morì per mille anni e si rinacque infine alle soglie del Cinquecento. Infatti nel Rinascimento riappaiono, nell'arte, i trionfi di Bacco ed Arianna, Ercole, Apollo e Minerva. Cioè il paganesimo antico. Ecco la  "rinascita".  Tra un paganesimo (quello antico) e l'altro (quello rinascimentale) c 'era un perio­do di mille anni che quelli che ci abitavano chiamavano "Cri­stianità ". Ergo: durante i secoli cristiani eravamo morti, mentre si era ben vivi nei tempi pagani».


Questa lunga citazione è tratta dall 'Introduzione del libro di Rino Camilleri, Fregati dalla scuola, Effedieffe, Milano, 1997. Lo segnalo a chi ha avuto la pazienza di scorrere fin qui questa storia del Sud e abbia inten­zione di andare avanti. Queste poche paginette, posso portarne le prove, hanno fatto andare in bestia fior di professoroni, di quelli che in buona o malafede (ma importa?) hanno scritto o insegnato (e lo fanno ancora oggi) la storia del Sud sugli assiomi, sui postulati, sulle dichiarazioni apodittiche, sui dogmi della scienza moderna, che poi sono molti di più di quelli della Chiesa la quale si limita almeno ai puri misteri. Rino Cammilleri è anche un umorista e non c 'è niente di più irritante di chi sorride per coloro che con sussiego scambiano la faccia preoccupata per serietà. Non parliamo poi di quelli che per giustificare il fine usano i mezzi della fandonia, della falsificazione, dell'omissione, della calunnia e del sentito dire. Di questo, ve ne accorgerete, la storia del mondo e dell 'Italia è piena.


Qui di seguito, capitolo per capitolo, citerò alcuni libri, appunto "una guida alla lettura ". Essi formano una traccia demistificatoria ai luoghi comuni della storia in generale ed a quella di Napoli in particolare. Ecco come essa, grosso modo, si articola normalmente:


1.  Fondazione. Epoca normanna. Tutti sono generalmente d'accordo sui suoi felici inizi. Si tratta, in fin dei conti di un periodo che non compromette nessuno. La storiografia di questo periodo è bella, chiara, abbondante.


2.  Epoca sveva. È caratterizzata da quel Federico imperatore che vuol trasformare il Regno nel primo stato totalitario del mondo. Su Federico e 'è poco da dire ma tanto da inventare. In fin dei conti era acerrimo nemico del Papa: tanto basta per farne un eroe positivo. Davanti al Palazzo reale, a fine Ottocento misero una sua statua vestito da crociato (quando ancora nessuno aveva fatto delle Crociate una "leggenda nera "). Forza del mito, giacché alla Crociata vi era andato spinto a calci nel sedere.


3.Epoca Angioina. Fratello di un santo, "campione del Papa ", nemico degli Svevi: Carlo d'Angiò ha quanto basta per farne un maledetto. E con lui tutta la discendenza. In quanto alle Giovanne, una sanguinaria, l'altra una ninfomane: un argomento, quello scovato fra le lenzuola che andrà bene per chiunque non abbia altri argomenti che una finta morale. Di questo periodo restano salvi i "Vespri siciliani ", episodio che non si sa quanto sia vero ma che romanticizza una lunga e articolata congiura di baroni che non hanno altro interesse nella secessione che trovarsi un re qualsiasi che non gli tolga il potere.


4. Epoca aragonese: coincide col Rinascimento, quindi dev 'essere stata buona. Peccato che la segua l'epoca spagnola che, come tutti sanno, riporta l'orologio al medioevo.


5. Due sovrani chiamati entrambi "Cattolici ", Isabella e Ferdinando, un imperatore, Carlo V, che vorrebbe far rientrare la ribellione di Lutero: ce n 'è abbastanza: con i viceré ecco uno stato ridotto a provincia che la Spagna rapina per i suoi sporchi interessi. Povertà, sporcizia, popolo che cova la rivoluzione. Non a caso, al centro della Napoli spagnola campeggia la rivolta di Masaniello. Solo nove giorni di euforia e poi il pescivendolo d'Amalfi finirà linciato dai suoi stessi compari. Peccato che poi la storia scopra che dietro quella ribellione manovrava la Francia e che della «Real Repubblica» nessun meridionale se ne fosse accorto stando solo nella mente del Duca di Guisa.


6.L'epoca borbonica comincia bene, un re stiracchiato ad essere "italiano ", riforme (parola magica della modernità), grande ascendente degli intellettuali, un altro re protettore dei "filosofi ", una regina illuminista (anzi, protettrice dei massoni), beghe con il Papa, sgarbi come quelli di cacciare i Gesuiti: ecco una dinastia come piace a noi! Ed ecco, invece di porgere la testa come il cognato francese, questo screanzato di Ferdinando si mette contro il popolo assetato d'uguaglianza. Il popolo naturalmente di questa sete non se n'accorge nemmeno e il "redivivo


7.Numa" si trasforma in un truculento carnefice che, mentre il progresso in Francia porta qualche centinaio di migliaia di persone alla ghigliottina, fa giustiziare tre (tre!) baldi giovinotti che volevano appena massacrare tutta la famiglia reale. Quale pozione abbia bevuto Ferdinando per trasformarsi da dottor Jekill in signor Hide la storia non lo dice. Tantomeno ci spiegherà la signora Pimentel come mai Carolina, da enera mamma ed intima amica a cui dedicar delicati sonetti, si sia cambiata in un 'insaziabile Messalina.


8.Repubblica Napoletana: finalmente ecco la storia, ecco il progresso, inizia il Risorgimento, che per dirla alla Cammilleri, sarebbe il risorgere dalla tomba di una nazione di morti. Per cinque mesi una ventina di "patrioti" si mettono d'accordo con l'esercito d'occupazione: voi fate finta he noi comandiamo e noi vi lasciamo portar via quel che vi pare. Ma non arrivano neanche nudi alla meta. I lazzari, quegli stessi popolani che andavano bene ai tempi di Masaniello, ora chiamati plebaglia, fanno giustizia. La Santa Fede mette fine alla sceneggiata e alle ruberie dei francesi. I francesi, dal canto loro, per salvare la pelle mandano al dia­volo gli amici repubblicani.


9.  Prima restaurazione. Il trionfo della crudeltà borbonica. Novantasette "martiri" salgono il patibolo. Su quelle vittime, dicono gli storici di poi, si fonderà, appunto, il futuro Risorgimento. Difatti: in cinque mesi hanno ammazzato sessantamila insorgenti, ne hanno giustiziati qualche migliaio, hanno bruciato interi paesi e cortesemente donato ai francesi metà del patrimonio artistico e culturale della nazione. Due donne saranno "madri della Patria ": nessuna persona garbata le vorrebbe nemmeno come sorelle, e come amanti sono un po ' troppo trafficate.


10.Finalmente Napoleone, a vendicare la Francia umiliata dai napoletani. Lui ha idee chiare per i suoi luogotenenti: dare alle fiamme, impiccare, spargere il terrore. Durerà solo poco più di dieci anni e finirà come tutti sanno, insieme alla gloria dell'Émpire lasciando in ricordo a Napoli una nuova maschera, "o Pazziarielle ".


11. Seconda restaurazione. Ancora una volta Ferdinando, sempre più Lazzarone, sempre più amico del Papa e dell 'Europa reazionaria. Dopo Francesco un altro Ferdinando. Di lui si ricorda il soprannome datogli dai liberali, "Re Bomba", la Costituzione che avrebbe tradito e i sorci verdi che gli fan vedere i carbonari. Per il resto solita miseria, arretra­tezza, volgarità. Sorvoliamo sulla seconda flotta del Mediterraneo, sulla prima nave a vapore, sulla prima ferrovia d'Italia: "giocar elli". In Italia il Napoletano è l'unico stato ad aver le casse traboccanti, i contadini sa­zi, il popolo felice e i vecchi rivoluzionari fatti ministri ma la storia non perdona e il nuovo impero sentenzia: «La negazione di Dio fatta siste­ma». A Napoli sono borbonici anche i gatti ma a posteriori si scoprirà che erano tutti liberali e «Franceschiello», un re di vent'anni, si lascia battere da un pugno d'uomini con la camicia rossa. La storia svelerà che i mille erano in effetti ventitremila, che potevano contare su svariati mi­liardi degli inglesi, senza contare un esercito regolare, quello del cugino «Galantuomo» che risolve le cose senza neanche perder tempo a dichia­rare guerra.


12. Ecco l'Italia unita, laica e pacificata. Ecco anche per i napoletani le «Magnifiche sorti». Ma quel popolo ingrato invece di far contenti i libe­ratori, si divide a metà: una parte a fare il brigante ed un'altra a far l'emigrante. «Non vi resteranno che gli occhi per piangere» aveva detto l'ultimo re andandosene in esilio. Le ultime lacrime i suoi fedeli le spar­sero per lui. Ora, come tutti sanno, il Sud è il regno della felicità. Dopo centoquarant 'anni i napoletani non piangono più.


Ma se la condizione della storia italiana è quella descritta da Cammilleri, quella della storia del Napoletano e del Sud, soprattutto dai Borbone in poi, è ancora, come abbiamo visto, più disastrosa. Basti pensare che la stragrande maggioranza di saggi, studi, biografie, articoli divulgativi si rifanno a scrittori di parte, esiliati, fuorusciti, come Giannone, Collet­ta, Cuoco, La Cecilia, De Cesare, Settembrini, quando non danno credito addirittura a romanzieri dall'accesa fantasia di un Dumas padre. In ogni caso, tanto i primi che quest 'ultimo, cresciuti avendo per maestro quel Voltaire che diceva: «Calunniate, calunniate, qualcosa resterà». Si tratta di libri tuttora editi e citati a profusione.


In pratica non esiste una storiografia meridionale moderna che non sia antiborbonica e antimeridionale. E non ci si meravigli che la più accani­ta sia opera proprio di autori meridionali: tutto sommato è più facile costruirsi una dignità con un attestato che piangere su quella di un 'anima perduta.


Il lettore avrà capito che in questo libro non si fa una storia meticolosa, storiografia o cronistoria e che quindi, con tutto il rispetto degli onesti ricercatori, non si dà molta importanza a quelle scienze particolari e specifiche che, se hanno il merito di portare più luce alla storia, spesso pretendono di averne la chiave di lettura. Qui partiamo dal capo opposto che è quello del buon senso, dove ognuno può constatare, secondo la lo­gica che non manca a nessuno, se davvero le cose che ci hanno raccon­tato stanno proprio così o se, in nome della scienza, dobbiamo vederle diverse da come il nostro naso ce le fa scoprire.


Fatte queste precisazioni, rimando i lettori avvertiti alla bibliografia es­senziale in appendice che, per le ragioni che ho detto, deve essere utiliz­zata comunque con cautela cercando di far la tara alle spesso incredibili invenzioni che la propaganda partigiana ha fatto diventare ormai luoghi comuni.


La prima parte di questa storia, fino a tutto il 1799, è la rielaborazione dei testi di una serie di incontri seminariali tenuti nell 'anno accademico 199798 presso la Facoltà di Scienze della Formazione all'Istituto uni­versitario «Suor Orsola Benincasa» di Napoli. A differenza delle dispen­se frutto di quei fortunosi incontri, circolanti tuttora come "samiszdat" fra i napoletani, che di note non ne avevano affatto, anche per non appesantire la lettura, qui ho cercato di farne un uso moderato anzitutto facendo in modo che non siano essenziali e se le possa leggere solo chi vuole, e questo usando il criterio della chiosa e dell'approfondimento. Raramente, in quelle parti ormai tanto incredibili da sembrare inventate di sana pianta, ho usato il consueto metodo della citazione di documenti e testi che giustifichino le mie osservazioni.


A quei vivaci e generosi studenti napoletani fornivo, di volta in volta, a loro richiesta, tutte le referenze e l'apparato critico di cui avevano biso­gno. La stessa cosa mi impegno a fare di persona con i lettori di queste pagine che per validi motivi vorranno chiedermi precisazioni presso l'editore.


Per saperne di più delle mistificazioni storiche e trovare sorprendenti ri­velazioni su fatti dati per scontati ed invece riscoperti con onestà intellet­tuale, sarebbe a dire "con la testa propria", consiglio di leggere le opere di un autore famoso che ormai è considerato il maestro e il caposcuola d'una coraggiosa revisione radicale della storia non solo italiana: Vitto­rio Messori. A questo intelligente giornalista piemontese che ha affronta­to la sua lunga carriera con rara coscienza professionale e preparazio­ne, e che oggi affronta la storia con altrettanta coscienza critica e docu­mentazione, i meridionali sono debitori del risveglio non solo dell 'interesse per le vicende della loro nazione ma anche della loro di­gnità calpestata. Tutte le opere di questo autore sono da leggere (per i meridionali come un dovere civico) e per tutti segnalo specialmente la raccolta in tre volumi delle sue meditazioni sulla storia e sulla cronaca, pubblicate nella rubrica «Vivaio» del quotidiano Avvenire: Pensare la storia, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1992, La sfida della fede, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, Le cose della vita, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1995.


La chiave di tutte le falsificazioni storiche, ve ne accorgerete, sta nello spirito anticristiano (quello che oggi, con elegante sufficienza, si pro­clama "laico ") sempre latente fin dai tempi della primitiva evangelizza­zione, scatenatosi con la riforma protestante e giunto a maturazione con la rivoluzione francese. Per decifrare il lungo cammino anticattolico è utilissima la lettura del libro di Luigi Negri, False accuse alla Chiesa, Piemme, Casale Monferrato 1997.


Per una visione non conformista del Medioevo consiglio poi tutte le ope­re, peraltro avvincenti come romanzi, di una grande storica francese, ol­tre che grande letterata, Régine Pernoud, a cominciare dal piccolo sag­gio Medioevo, un secolare pregiudizio, Saggi tascabili Bompiani, Mlano, 1992. Questa autrice, oltretutto, ha il merito di sfatare lucidamente molti luoghi comuni sull'universo femminile nei tempi che si ostinano a chiamare «bui», come ne La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli Edi­tore, Milano 1982.


Ottimi anche i libri di Georges Duby a cominciare da Guglielmo e il ma­resciallo. L'avventura del cavaliere, Laterza, Bari 1985, che basandosi su una storia originale esplora la mentalità e il mondo cavalleresco, le usanze della famiglia nobile medievale e tutto il mondo di quel tempo.


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Capitolo II

I BORBONE DI NAPOLI

Rampollo di una Farnese, nipote di una Medici, Carlo, figlio di secondo letto di Filippo V di Spagna, aveva quarti suffi­cienti (come si dice tanto in araldica come nei pedegree degli animali di razza) per definirsi italiano. Così, all'incirca, si esprimono gli storici nostri contemporanei che si sono interessati dei Borbone di Napoli e di Sicilia, l'ultima dinastia a capo dell'ormai scomparso Regno del Sud, per dire che, "finalmente" si apriva una prospettiva "nazionale".


Il punto è che a nessuno, allora, sarebbe venuto in mente di domandarsi la nazionalità né d'un re né di chicchessia. Re e schiavi (così si chiamavano i prigionieri di guerra musulmani che nessuno avrebbe mai riscattato: intendendoli schiavi perché non liberi come i cristiani) facevano parte di quel popolo che amministravano o fra il quale vivevano liberi o in servitù. Per distinguere l'origine (ma poiché loro, re, mercanti o schiavi, ne erano fieri) si aggiungeva al nome la loro provenienza: e così poteva aversi un «Johannes lom­bardo de Neapoli» (dove lombardo stava per longobardo), «Athanasius Kiurakopulo greco de Palermo», «Yussuf schiavone de Botunto» (dove schiavone stava per slavo, cioè per dalmata, croato o co­munque "di quelle parti"), «Habram ebreo de Tarento» e, alla stessa maniera, «Alphonso re aragonese de Neapoli». Il concetto moderno di nazionalità, quello secondo il quale i francesi della rivoluzione «spopolarono» la Vandea, o quello della razza, secondo il quale i nazisti trovarono una «soluzione finale» per il problema di zingari ed ebrei, quel concetto nessuno l'aveva ancora ideato.


Legati ancora all'idea che un patto (fædum) sociale non do­vesse badare ad altro che alla fedeltà dei contraenti, i quali, non po­tevano venirvi meno a rischio di perdervi l'onore, gli uomini della Cristianità pensavano che le nazioni fossero solo unioni di popoli legati, appunto, da un patto comune col loro re, che il re lo fosse con gli altri sovrani e che tutti lo fossero con Dio, rappresentato in questa terra dal Papa.

Il mondo cosmopolita dell'«Ancien régime»


Certo, oggi l'onore è parola quasi spregevole e al suo posto v'è la "dignità umana" la quale, fondata non più sui sacrosanti doveri de­gli uomini, dei patti se n'infischia quando questi cominciano a di­ventare svantaggiosi, e punta invece sui diritti che si possono sem­pre inventare a profusione e imporre agli altri definendoli incivili e acquisendosi, così, il diritto di incivilirli, con le buone o con le cat­tive. Ma allora, quasi fino alla fine del diciottesimo secolo, chiun­que dimostrasse d'avere onore, di saper tener fede ai patti, era con­siderato un buon cristiano, cioè un fratello, cosa che, per chi crede, è molto più importante che libero o uguale.


Nella Napoli vicereale, quando arrivarono gli austriaci e co­minciarono, credendo di ingraziarsi il popolo, a maltrattare gli spa­gnoli, i napoletani si sollevarono in massa alla loro difesa gridando «È gente nostra!».


Del resto se, da Madrid, il Re mandava a Napoli i suoi mi­gliori uomini di governo, il Napoletano, dal canto suo, faceva lo stesso per la corte Cattolica che, come per ogni altro regno, non si poneva il problema di donde venisse un ministro purché sapesse far bene il suo mestiere. Peraltro, pensavano quei re, abituati da sempre a metter sù famiglia scegliendosi la sposa in altri paesi, è più facile, per un ministro, un giudice, un comandante di truppe o un ammira­glio, restare onesto lontano da parenti, clienti ed interessi troppo personali.


Così era per gli eserciti che, composti da gente che il soldato lo faceva di professione, erano mercenari, cioè reclutati a pagamen­to soprattutto fra i popoli più bellicosi e disciplinati per tempera­mento ed educazione, più bravi a saper maneggiare una picca o un archibugio invece di una zappa: per esempio gli svizzeri, i frisoni e gli ungheresi, considerati i più bravi, fedeli e ordinati soldati del mondo. E poiché, come abbiamo visto, erano la fedeltà e l'onore a stabilire se una guerra fosse o no giusta, e poiché a nessun "pacifi­sta" era venuto in mente che quello del militare fosse un mestiere men che onesto e decoroso, poteva capitare, e capitava, che a di­fendere il diritto dell'una e l'altra parte si potessero trovare persone che parlavano la stessa lingua ed anche lo stesso dialetto.


Le guerre, per questo, non erano quelle delle stragi e dei massacri dell'epoca moderna quando i nemici divennero tali in for­za di un'ideologia che divideva i popoli per lingua, religione, idee e forma di governo ma, pur senza trattarsi d'un incontro sportivo (oggi, talvolta, più pericoloso), si combattevano solo fra gente del mestiere, e i comandanti stavano attenti a coinvolgere il meno pos­sibile i civili. Il re di Prussia soleva vantarsi che, quando scendeva in guerra, i suoi popoli non se ne accorgessero nemmeno. Spesso, la vittoria veniva patteggiata dopo l'esibizione delle proprie forze in spettacolari parate accompagnate da strepitose fanfare, corni, rullar di tamburi, bandiere sventolanti e divise sgargianti: ognuno dei contendenti, con qualche scaramuccia o volteggio di cavalleria mi­surava le sue forze e quello dell'altro e poi, fra inchini e rispettosi complimenti, i generali firmavano la pace prima di invitarsi a tavo­la, «data l'ora tarda e la fatica». Il maggior impegno era quello, semmai, di mantenere la disciplina fra la truppe dei reggimenti rac­cogliticci che, se durante la battaglia cercavano di esporsi di meno, soprattutto dopo le vittorie, erano zelantissime nel saccheggio e nel derubare gli ufficiali feriti (anche i propri) per arrotondare la paga e magari per disertare subito dopo se il bottino ne valeva la pena.


Le carneficine medievali, poi, esistono solo nei film hollivuddiani giacché i cavalieri, a causa del riscatto che se ne poteva chiedere alle famiglie, valevano solo da vivi, e meglio se in buona salute. Le più grandi battaglie di quei secoli si risolvevano con po­che decine di morti. Quella di Bouvines (1214), che ingaggiava quarantamila persone, una cifra spropositata per quei tempi, contò, secondo i cronisti del tempo, quindici vittime e, con tutto il rispetto per Dante, cinque quella di Montaperti (1260) che ne metteva in campo cinquemila: un po' poco per far rosse l'acque dell'Arbia. Inimmaginabile pensare che l'equipaggio dell'Enola Gay (1945), ot­to uomini in tutto, avrebbero fatto, un giorno, con un colpo solo, 60.000 vittime immediate ad Hiroshima e circa 500.000 per le con­seguenze della radioattività, praticamente tutti civili.


Del resto, la Chiesa, pur convinta che dalla guerra, in questo mondo, talvolta non se ne potesse scampare, aveva dettato, sotto pena di scomunica, regole e tregue che ne limitavano i danni. Per una ragione o per l'altra, per devozione (ma vera) a Dio, alla Ma­donna e ai santi, alla fine, ben escluse le feste, la Quaresima, l'Avvento ed altri tempi speciali dell'anno liturgico, non si poteva combattere che dal martedì al giovedì, senza contare che, per evitar disagi, difficilmente s'impegnava battaglia nei mesi freddi e piovo­si. In quanto alla notte, nessuno si sarebbe sognato di rompere il giusto riposo dai Vespri del tramonto alle Lodi del mattino.


La guerra, comunque, anche se con l'invenzione delle armi da fuoco divenne più crudele, era sempre un mestiere apprezzabile per chi la praticava, da soldato, per guadagnarsi la vita e, comunque sempre meno pericolosa, per tutti, delle pestilenze e delle carestie che, senza distinzione di campo e di diritto fra patrizi e villani, mie­tevano decine di migliaia di vite di tutte le età ogni venti o trent'an­ni.


È un mondo, quello che scomparve in pochi secoli, minato dalla grande divisione protestante, fatto esplodere dalla rivoluzione francese, fatto crollare dalle sue conseguenze e spazzato via dai na­zionalismi, un mondo molto difficile da comprendere oggi. Para­dossalmente, noi, figli di quest'epoca che si ritiene adulta, tenuti eternamente a balia di governi, di stati e di imperi economici che de­cidono tutto per noi promettendoci, per quando saremo grandi, un infinito e sterminato "paese dei balocchi" e impegnandoci in "con­tratti sociali" fatti da altri e mai rispettati, e sui quali, del resto, la nostra "opinione democratica" spesso non sembra avere nessun va­lore, paradossalmente, dicevamo, consideriamo bambini gli uomini della Cristianità solo perché, invece di "cittadini" si chiamavano "sudditi".


Conoscere veramente quello che, dopo la rivoluzione fu de­finito sprezzantemente l’«ancien régime», antiquato di fronte alle «felici sorti e progressive» che i «philosophes» auspicavano per chi si sottometteva alla loro ragione, richiede, di fatto, un pensiero da bambino, abbastanza spudorato da guardare senza pregiudizi il pas­sato.


Calamitosa come una pestilenza fu l'opera di demolizione iniziata dalla cosiddetta Riforma. Se ognuno poteva (perché questo ne era il succo) interpretare la volontà di Dio a modo suo, non c'era più ragione di far onore ai patti con chi la pensava diversamente. Difatti, stabilito questo concetto con la protezione di un principe lo­cale, si cominciarono a rompere tutti quelli che, man mano, sem­bravano gravosi. In questo modo, naturalmente, si stringevano sempre più quelli col principe che sottoscriveva le divisioni e che quindi aveva sempre più potere sui suoi sudditi. Nessuno s'era ac­corto che nasceva il totalitarismo.


Il principe, senza più doversi sottomettere al Papa e all'Imperatore, diventò sempre più forte e indipendente fino a quando si trovò in contrasto con quello vicino. Così successe in Germania, minando il Sacro Romano Impero, che fidava, oltre che sull'approvazione di Roma, sulla concordia dei principi elettori. L'erosione arrivò fino alle fondamenta dividendo quei popoli dal resto della Cristianità.


Successe anche con l'Inghilterra quando la Chiesa di quel paese, che s'era divisa da Roma per le foie di Enrico VIII, per darsi una ragione "dottrinale" (giacché stancarsi di sei mogli è poco evangelico anche per i teologi) non decise di aderire, anch'essa, al Luteranesimo. Lo fece per la via più "aggiornata": il Calvinismo, una delle tante correnti della Riforma che, nel giro di soli vent'anni, s'era già frazionata in una serie di scuole diverse per ogni paese, diffuse in ogni stato, soprattutto in quelli che andavano dalla Ger­mania centrosettentrionale fino all'estremo Nord e all'Est dell'Eu­ropa.


Calvino, svizzero, costretto a predicare ai benestanti di Gi­nevra, angosciato dal dilemma di come si sarebbero salvati i mer­canti della sua città, giunse alla conclusione che, in fin dei conti, non solo i ricchi hanno anche loro diritto al paradiso ma che la pro­sperità è essa stessa un segno della benedizione di Dio. Se volete, una sintesi, questa, poco rispettosa di certo ecumenismo ma suffi­ciente a capire il nocciolo della questione. Tanto sufficiente che i  sociologi che vennero dopo spiegarono proprio in questi termini la nascita del capitalismo moderno e di tutto quello che n'è venuto fuori.


Per avere un quadro più chiaro della Cristianità e di come andò rapidamente sfaldandosi, non basta però la grande eresia pro­testante. Bisogna aggiungervi il problema del «Popolo eletto», degli ebrei che, dalla caduta di Gerusalemme, nel 70 dopo Cristo, ad ope­ra di Tito Vespasiano, pur senza mai perdere il loro carattere di na­zione, erano stati dispersi in mezzo mondo. La parte più cospicua era rimasta nei confini dell'impero romano e, quando si formarono i regni cristiani e il potere sacrale del nuovo impero, furono facil­mente assimilati dalla nuova società.


Di carattere pacifico, attendendo pazientemente la venuta del Messia, stretti in un patto altrettanto trascendente di quello che le­gava fra loro i cristiani, fedeli a un libro considerato altrettanto sa­cro che il Vangelo, e a una lingua altrettanto stabile quanto per gli europei il latino, gli ebrei si organizzarono in comunità che seppero convivere, soprattutto nelle città, con le leggi che si dava la Cristia­nità.


Generosamente protette dalla Chiesa, che riconosceva nei fi­gli di Giacobbe i progenitori della Sacra famiglia e degli apostoli e nel loro sangue quello stesso sangue divino del loro Re immortale, le comunità israelitiche poterono prosperare anche al riparo da co­loro che, da poco convertiti, non facevano troppa distinzione fra pagani e infedeli alla nuova legge. Posti sotto la tutela del Vescovo, gli ebrei solo a questi dovevano rispondere delle loro azioni e a lui, invece che all’ Universitas (come si chiamavano le comunità civili), versare le proprie decime. In cambio avevano il diritto di professare il proprio culto, di erigere sinagoghe, ospedali e cimiteri, d'avere proprie scuole e di non dover partecipare, a differenza degli altri, alla difesa della propria città in caso d'assalto né di dover prestare servizio militare per alcun re, vassallo o feudatario. Nemmeno l'im­peratore aveva diritto di trascinare in giudizio penale gli ebrei e tan­to meno di condannarli a morte. Federico II, nel suo contenzioso col Papa, aveva anche il sopruso d'aver creato suoi "famigli" tutti gli ebrei del Regno, e non per una supposta sua particolare tolleranza, come piacerebbe credere a certi storici, ma per poter spremere anche da loro le tasse ormai insufficienti del Sud dissanguato.


Se la legge mosaica non consentiva alcuni traffici con i propri correligionari, nulla prevedeva per quelli con i "gentili", e gli ebrei, in seno alle comunità civili seppero presto affermarsi con quelle professioni e quei mestieri che la coscienza dei cristiani rite­neva, allora, illeciti o poco decorosi. Fra i mestieri, gli ebrei, seppe­ro rendersi indispensabili come tintori, lanaioli, commercianti di stracci da macero, e nelle professioni si improvvisarono speziali, medici, mercanti e, soprattutto banchieri, potendo prestare ai cri­stiani denaro ad interesse come invece fra loro era proibito e a que­sti ultimi era vietato dalla rigida etica del tempo.


La loro solidale fraternità, diffusa in tutte le nazioni della «Santa Romana Repubblica», permise di crearsi una rete vastissima di commerci e di scambi, di fondaci e di garanzie, soprattutto per­ché, stretti da un patto molto più antico di quello dei cristiani, gli ebrei non avevano, fra loro, diffidenze e remore e potevano contrat­tare, barattare, stipulare crediti e prestiti sulla garanzia della sem­plice parola.


È umano ed era ineluttabile che quella loro libertà e quel loro successo attirassero le gelosie dei concorrenti cristiani e non deve meravigliare (né far passare per razzismo) che, messa da parte la coscienza, qualcuno, meno devoto, cercasse di risolvere i suoi pro­blemi economici con le mani o, peggio, con le armi. Succedeva fra cristiani e cristiani, non v'era ragione che a far le spese non potesse essere, meglio, un infedele. Tanto più facile se Giudeo, cioè parente di quel Giuda che tutti conoscevano come traditore. Più tardi, quando gli ebrei furono diventati una bella potenza economica, e ne profittavano imperatori e sovrani (papi compresi), tenendoseli cari come ai nostri giorni si tengono cari quei "paradisi finanziari" che sono i piccoli stati dove ogni traffico è lecito, si dovette cominciare a difenderli con gli sbirri e con pene severe contro i prevaricatori. Se, più tardi, intorno ai ghetti (che oggi hanno suono oltraggioso ma che allora prendevano semplicemente il nome dall'isola di Ghetto dove, a Venezia, si radunavano gli ebrei) furono costruite mura e se si proibì agli abitanti di uscirne di notte (quando del resto, senza illuminazione, non andavano per strada che ubriaconi e malfattori) fu solo per difenderli dai tanti malintenzionati.


Nell'Islam il trattamento degli ebrei (tollerati, insieme ai cri­stiani, come "popoli del Libro") non era molto differente salvo che non c'era alcuna autorità religiosa a difenderli e, in quanto a traffici e mercati, i musulmani avevano anche più talento di loro. Presenti in gran numero nella Spagna moresca, quando anche gli ultimi re­gni furono conquistati dai cristiani, gli ebrei furono tollerati come in tutto il resto della Cristianità salvo che, avendo meno concorren­za, negli stati appena nati, si imposero molto prima che in altri, per la loro abilità. Un grosso problema per la Regina Isabella giacché i suoi sudditi, appena usciti da lotte secolari, abituati a comporre con le armi ogni piccolo sgarbo: teste calde, insomma, non sopportava­no questi sempre più ingombranti coinquilini.


Peraltro, molti degli israeliti (alla stessa maniera di molti mori) passavano alla fede cattolica e se per alcuni la conversione era vera, per altri era solo una finzione per vivere tranquilli. In se­greto questi "marrani", cioé porci, come vennero poi sprezzante­mente chiamati (ma un miglior concetto non dovevano averne gli ex correligionari), continuavano a praticare le loro usanze, a cele­brare i loro culti, a sposarsi fra loro e, naturalmente, a condurre i lo­ro traffici in quel mercato internazionale, che oggi diremmo "paral­lelo", costituito, senza barriere doganali, fra tutti i discendenti di Giacobbe sparsi da un capo all'altro dell'Europa. Una concorrenza "sleale" quindi, che si attirò l'astio dei vittoriosi ma squattrinati sudditi cristiani. Dato però che gli ebrei non infrangevano, comun­que, nessuna legge del regno né alcun dettato della morale, a nessu­no fu consentito di importunarli impunemente.


Se molti ebrei (certamente quelli più intraprendenti e versati negli affari) avevano trovato l'espediente di farsi battezzare, gli ostinati cristiani si diedero da fare per coglierli in fallo dal lato della fede. L'Inquisizione spagnola nacque proprio per questo, sul mo­dello di quella romana: porre il freno di un processo regolare, con tanto di prove e verdetti, al torrente di accuse di sacrilegio, di be­stemmia e d'eresia che travolgeva qualunque israelita avesse desta­to le invidie dei vicini. Come provano gli archivi spagnoli (non la "leggenda nera" che vi nacque sù), furono certamente più i marrani discolpati che quelli trovati in fallo, e le condanne colpirono, con generosa equanimità, i falsi delatori, quale che fosse il loro stato sociale.


Ma ormai la miccia era accesa e i facinorosi non vedevano l'ora che le polveri esplodessero: linciaggi, improvvisati autodafé, saccheggi, rivolte contro i poteri costituiti si moltiplicarono, mentre i più faziosi sobillavano il popolo credulone con calunnie d'oggi genere, anche le più fantasiose e infamanti: usura, stregoneria, complotto coi mori, tradimento. È impossibile oggi ricostruire i singoli episodi, le atrocità che certo non dovettero mancare, la se­quela di disordini che rendeva la vita impossibile non solo agli ebrei ma a chiunque fosse coinvolto con essi, per una ragione o per l'altra, in rapporti d'affari, di parentela o anche di semplice cono­scenza. Ci dovettero essere certamente vittime anche fra chi fosse solo sospettato di non avere in odio gli israeliti. Una guerra civile che non cessò finché Isabella, che fino allora aveva sopportato pa­zientemente le accuse di preferire i giudei ai suoi figli cattolici, espulse dai suoi stati tutti gli ebrei che volevano rimanere nella loro religione.


La ragion di stato non sempre coincide con la giustizia di Dio o vi coincide in un misterioso disegno che ai reggitori di popo­li, anche santi, e proprio per questo, non resta che eseguire senza capire perché è più grande di loro, anche a costo di farsi odiare. In­famia che tuttora si riversa su Isabella la Cattolica, una delle più fulgide e pie donne della Cristianità, tanto "moderna" e spregiudi­cata da finanziare quel matto d'un navigatore genovese. Ella ebbe solo il torto (ma per chi non crede alla santità) di fare il suo dovere di regina.


Gli ebrei, in seguito, furono espulsi da tutti i paesi sottoposti alla corona spagnola (mezza Europa cioè) compreso il Regno di Napoli dov'erano vissuti tanti secoli indisturbati, pur senza mai di­ventare, come tutti gli altri, «gende nuosta». Nonostante il Papa li accogliesse senza limitazione, la parte più intraprendente degli isra­eliti che non voleva vivere pigramente nei pacifici stati agricoli e pastorali del "Patrimonio di Pietro", man mano si concentrò lì dove più si sviluppavano i traffici e i commerci. Soprattutto fra i prote­stanti che, nella comune inimicizia ai cattolici, vedevano buone prospettive per affari comuni, furono quelli che attirarono il loro ta­lento e i loro interessi. I paesi fiamminghi e quelli tedeschi del nord, le città anseatiche si popolarono di comunità ebraiche che presto emersero negli affari e nell'economia. In seguito, le alleanze antispagnole, strette fra gli stati protestanti del continente e l'Inghilterra, permisero la penetrazione israelitica anche nell'isola albionica e dettero luogo a una preminenza del capitale ebraico nell'economia del Regno Unito e poi delle sue colonie.


Così forte, alla fine del Settecento, era il potere economico dei banchieri ebrei da potersi permettere di finanziare, come fecero i Rothschild, movimenti rivoluzionari, guerre locali ed anche le grandi guerre di Napoleone o contro Napoleone senza per questo aver preso mai partito se non quello di riscuotere gli interessi dal vincitore. La battaglia di Waterloo fu uno dei più grandi affari per questa famiglia che, senza problemi poteva mercanteggiare in tutt'Europa, sparsa com'era in Austria, in Germania, in Olanda e in Inghilterra. Gli emissari di questa vera banca internazionale, sparsi anch'essi in ogni stato, forniti di propri corrieri più veloci dei servi­zi di posta, riuscirono ad avvertire il capo della loro ditta della sconfitta del deposto imperatore prima ancora che la notizia giun­gesse a Londra. Quel Rothschild, con oculate operazioni di borsa, ci guadagnò una cifra che si dice superiore all'intero tesoro britanni­co.


L'invidia per l'intraprendenza e la fortuna economica è cer­tamente una brutta cosa e, di fronte a Dio, altrettanto certamente, gli ebrei non potevano essere incolpati di speculare e far buoni affa­ri a danno dei cristiani. Ma è difficile convincere di questa verità chi ne ha fatto le spese, specialmente quando si tratta di principi, di re, d'imperatori. Il solco antico scavato da una controversia sul Messia, s'allargava sempre di più fra i seguaci della Legge e quelli del Vangelo e s'approfondiva ancora in un'Europa già divisa fra Chiesa e chiese e dilaniata da lotte intestine che della Verità face­vano mercato.


I superstiti della Cristianità forse si accorsero a Lepanto, l'ultima grande gloriosa impresa in nome delle fede comune, a cui però partecipavano solo le poche potenze rimaste fedeli al Papa, che il nemico non era più solo quello che li pressava dalle coste dell'Africa e dell'Asia e che poteva essere tenuto a bada col filo della spada o a colpi di cannone. Corse voce, né mai fu smentita, che la flotta turca aveva potuto essere allestita coi prestiti dei ban­chieri ebrei che avevano rastrellato danaro dai loro correligionari di tutta Europa e fors'anche dai principi protestanti.


I nemici della Cristianità, ormai, non erano gli uomini: né musulmani né ebrei né protestanti. Il nemico della civiltà cristiana (ma anche di musulmani, ebrei e protestanti) era il denaro, una for­za smisurata che poteva unire e dividere gli uomini al di là di fede, razza e nazionalità. Il patto sacro, dove tutto era misurato sulla pa­rola di Cristo, il patto che aveva tenuto insieme, per mille anni i mille popoli d'Europa, cedeva il passo al contratto, dove tutto si va­lutava sull'interesse immediato. Volendo o non volendo, in questo contratto, a suon di quattrini, siamo stati venduti anche noi e il bel regno del Sud.



Carlo VII e il regno insperato


Fra i tanti italiani sparsi nelle corti d'Europa, ce ne fu uno, proprio a Madrid che, nella generale decadenza dei regni cattolici, riuscì a riportare la Spagna, anche se ancora per poco, alle antiche glorie: Giulio Alberoni, piacentino che, dalla protezione della piccola corte dei Farnese che gli avevan permesso di studiare, giunse ad essere primo ministro di Filippo V. Questo sacerdote mitissimo e geniale, che da umilissime origini salì, poi, fino alla porpora cardinalizia, rimasto sempre fedele e grato ai suoi benefattori, quando il suo so­vrano restò vedovo e volle risposarsi, fece in modo che la scelta ca­desse su Elisabetta, unica erede del Ducato di Parma e Piacenza.


Elisabetta, che lo stesso Alberoni, con ammirazione, diceva «consumata nelle arti più fini del regnare» e «scaltra come una zin­gara», occupato, con un carattere incredibile in una provinciale, fra i mille intrighi delle cortigiane, il posto che le competeva, non ebbe che una volontà: assicurare un trono ai suoi figli, meno fortunati di quelli di primo letto di Filippo V. Ci riuscì: a Filippo toccò il duca­to del nonno e a Carlo, il primogenito, i due regni di Napoli e di Si­cilia.


Nell'«una e nell'altra Sicilia», per questioni di successione, ai viceré spagnoli, nel 1707, erano subentrati quelli austriaci di Car­lo VI, che quattro anni dopo doveva diventare imperatore. Di fatto, i diritti di questo Asburgo "cugino" dei Borbone di Spagna non erano troppo chiari, tanto che, come al solito, la questione era stata risolta schierando un esercito in campo, ed essendo questo molto più appariscente di quello spagnolo, la questione era stata risolta "in famiglia" passandosi le consegne con pochi morti, qualche rancore e un trattato di pace.


Elisabetta, facendo inserire, con fortuna, la Spagna nelle be­ghe fra austriaci e polacchi, in un primo tempo, riuscì a far ricono­scere nei trattati il diritto di Carlo a un principato italiano e, al mo­mento opportuno, tutti quelli dei Farnese su Parma e Piacenza (e, per soprammercato, l'eredità, qualora mancassero discendenti ai Medici, del Granducato di Toscana). Ma fece ancora di più: profit­tando che l'Austria era impegnata in guerra con la Polonia, armò un bell'esercito per il figlio diciassettenne e lo mandò a conquistarsi il Regno del Sud. Era il 1734.


Carlo entrò a Napoli il 10 maggio, portato in trionfo dalla folla, giacché i napoletani, con quel ragazzo mezzo italiano e mez­zo spagnolo si ritrovavano con un re tutto per loro. Gli austriaci, anche per non perdere la faccia, mentre Carlo già s'era insediato a palazzo reale, chiesero di giocare un'ultima partita. Il 15 maggio i due eserciti si incontrarono alle porte di Bitonto e, dopo un lungo cerimoniale, si decisero a darsi battaglia. Un solo giorno e poi stra­vinsero quelli più numerosi, cioè i soldati di Carlo. Guerre d'altri tempi: con l'onore delle armi, gli austriaci fecero fagotto e all'esercito umiliato fu permesso di portarsi via finanche le casse delle paghe e tutte le salmerie. Per rappacificarsi con l'imperatore, Filippo V gli cedette i diritti sul ducato farnese e sulla Toscana.


Carlo, «accussì giovine», «nu figll’e mammà», aveva tutti i requisiti per piacere ai nuovi sudditi che infatti lo amarono molto e ne piansero la partenza quando, venticinque anni dopo, ritornò in Spagna a prenderne la corona. Giovanissimo dunque, e devotissimo alla madre che aveva dimostrato per lui, come dicono gli storici, «uno sconfinato amore», lasciò interamente alla sua famiglia gli af­fari esterni del regno, comprese le laboriose trattative per rimettere a posto le faccende con l'Austria. Furono i suoi genitori ad inviargli il precettore che aveva da bambino, il conte di Santostefano, a fargli da consigliere, e dai suoi genitori si fece guidare docilmente in ogni cosa del governo. A loro toccò anche trovargli una sposa e la scelta cadde sulla figlia del Re di Polonia, Maria Amalia di Sassonia, che aveva appena tredici anni.


Forse mai un matrimonio "combinato" fu più riuscito di quello. Innamorati l'uno dell'altro fin dal primo momento, Carlo e Maria Amalia condussero sempre, con i loro dieci figli, cinque femmine seguite da cinque maschi, una vita strettamente legata ai ritmi familiari. Quando nacque il primo dei maschi, chiamato Filip­po come il nonno, (e rivelatosi poi, purtroppo, minorato di mente) i napoletani fecero feste grandiose: la discendenza e il Regno erano assicurati.


La coppia reale però non amava le feste in casa. Carlo e Ma­ria Amalia vollero essere, e ci riuscirono, una famiglia esemplare per tutti i loro sudditi che beneficavano in tutti i modi. Il fasto un po' tronfio dei viceré, i balli di gala, i banchetti, le mene di corte come in altre corti, non avevano posto nel palazzo che Carlo aveva restaurato, come è oggi, quasi dalle fondamenta, fornendolo di un piccolo teatro dove si davano concerti e commedie ritenuti più no­bili ed edificanti. Buona parte dell'anno, la famiglia reale al com­pleto, la passava allestendo un grande presepio, padre madre, bam­bine e bambini cucendo vestiti per le statuine e inventando scenari ed artifizi che lo facessero sembrare il più naturale possibile. Fu al­la corte di Carlo che nacque, di fatto, il presepio napoletano e fu la passione della famiglia reale a dare impulso alla fabbrica di cerami­che di Capodimonte, che in breve tempo si mise in gara con le più belle e famose maioliche di Francia e d'Europa.


Ma un re che oggi direbbero bacchettone (che, fra l'altro, aveva una grande passione per la caccia e cominciò a creare, con buona pace deli "ambientalisti", le meravigliose riserve naturali che circondano Napoli, gli Astroni, Carditello, Capodimonte e il Lago d'Averno), non si limitava alle gioie della vita familiare e, come grande era d'animo, aveva grandi progetti e gusto per la bellezza, l'arte, le scienze, la magnificenza, tutte devolute a quel suo magni­fico regno che considerava abitato dalla più intelligente e buona gente del mondo.


A Napoli portò tutti i beni della sua famiglia materna, le fa­volose collezioni d'arte che i Farnese, famosi per il loro mecenati­smo, avevano raccolto fin da quando erano duchi di Castro. Con quelle cominciò a costituire quel Museo Borbonico che ancora og­gi, pur rapinato dai francesi e cambiato irrispettosamente di nome, è ancora uno dei più belli e ricchi del mondo. Sempre a sue spese, iniziati gli scavi di Ercolano, dopo il fortuito ritrovamento della città sepolta insieme a Pompei, comprese subito quale ricchezza quei re­perti potessero costituire per l'arte e per la scienza, Carlo fondò l'Accademia Ercolanense, il primo istituto d'archeologia d'Europa in quello che, oggi, costituisce il primo, più importante e più visita­to sito archeologico del mondo intero. La Biblioteca da lui volut ed iniziata, negli anni successivi non avrebbe fatto rimpiangere quella creata dagli Aragonesi.


Se il bello e il buono vanno sempre insieme, Carlo di Borbone creò la più grande struttura caritativa che mai fosse stata conce­pita: il Reale Albergo dei Poveri che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto ospitare tutti i diseredati del regno per assisterli, curarli e, se possibile, dargli un mestiere. L'architetto pontificio Ferdinando Fu­ga, già famoso per la facciata di Santa Maria Maggiore, fu chiamato a progettare quella che, al tempo, fu la più estesa costruzione mai fatta e rimane ancor oggi uno dei più grandi edifici del mondo (na­turalmente, mezzo diroccato). Dall'Albergo dei poveri furono ospitati migliaia di uomini e donne, vecchi e giovani che, anche se oggi può apparire "paternalistico" e senza patente di "solidarietà", il Re considerava suoi figli più sfortunati a cui provvedere perché avessero la loro razione di felicità. Non sarà ozioso far notare che anche questo progetto grandioso non costò nulla ai sudditi giacché il sovrano ne sborsò il prezzo di tasca sua. In seguito, il «Reale Al­bergo» continuò a vivere coi lasciti dei napoletani e dei regnicoli. Un'ordinanza imponeva ai notai di raccomandare a chiunque faces­se testamento, se volesse lasciare qualcosa per quest'impresa colos­sale di carità.


Altrettanto non sarà ozioso far notare che l'Albergo dei po­veri precedette la costruzione della reggia di Caserta. Se ne potreb­be concludere, se vogliamo, che forse, nell'animo di chi governava (e comunque in quello di Carlo di Borbone), a quel tempo c'era un'altra graduatoria nella cosiddetta "scala dei valori".


La Reggia di Caserta, appunto. Michelangelo Schipa, lo sto­rico famoso per i suoi studi sul Settecento borbonico, alla fine della sua carriera, dopo aver elogiato quel periodo e soprattutto ciò che poi compì Ferdinando IV, si rammaricava di non aver apprezzato nella giusta misura l'opera restauratrice e riformatrice di Carlo VII. E difatti, scrivendo di lui sulla "Treccani", tutt'oggi "summa" vene­rata del sapere italiano, se n'esce con uno dei più bislacchi giudizi fra i tanti sparsi in quest'enciclopedia. Dopo una serie d'altri elogi, Schipa scrive: «Il nuovo trono accrebbe in misura straordinaria non solo l'importanza internazionale della personalità di C., ma altresì la fama delle sue virtù: parsimonia, religiosità, equilibrio di spirito, puntualità, purezza di costume, amore per la magnificenza delle ar­ti». E, più oltre: «Irreprensibili, peraltro, le sue qualità personali. Come sovrano amò i suoi popoli e ne cercò il bene, ma (e qui viene il bello: nota dell 'autore) non si elevò al di sopra della mediocrità». E che diavolo avrebbe dovuto fare? camminare sull'acqua?


Non è finita: come se non bastasse, la voce «Carlo di Borbone» dell'Enciclopedia italiana, chiude così: «...la sua gloria come re di Napoli rifulse maggiormente perché lo precedette il lunghis­simo periodo di dominazione straniera e gli tenne dietro, salvo il periodo delle riforme, una monarchia vituperata per la sua ferocia reazionaria, per il suo oscurantismo e per la sua natura plebea». D'accordo, tanto più il "regime" (s'era nel 1931, Anno IX E.F.) non poteva concedere "debolezze" verso i Borboni e un accademico in carriera ne doveva tener conto. Ma almeno la logica...


Re di Napoli e Re di Sicilia (poi Re delle Due Sicilie), Re di Gerusalemme, Infante di Spagna, Gran Principe ereditario di To­scana, Duca di Castro, Duca di Parma e di Piacenza, Principe eredi­tario d'Austria, di Portogallo, di Borgogna, d'Angiò, di Lorena, di Fiandra, di Brabante eccetera eccetera eccetera: questi i titoli che avevano Carlo di Borbone e tutti i suoi successori fino a «Franceschiello». Discendenti dalla più antica dinastia vivente di re cristia­ni, i Capetingi, erano imparentati, in pratica, con tutti i re, i principi e gli imperatori d'Europa ed anche d'America (i Braganza del Bra­sile, gli Asburgo del Messico). Nella loro albero genealogico c'erano santi, papi, cardinali, arcivescovi e vescovi a profusione. Ancora oggi, nessuno dei discendenti, benché praticamente ridotti a vita modesta, s'è preso per moglie una ricca borghese né si è fatto sorprendere cuore a cuore in una discoteca con un'attricetta volgare e scollacciata. Ora, ciascuno, sulla nobiltà può avere le idee che vuole ma  perbacco!  avrà pure un significato «natura plebea»?


La Reggia di Caserta, appunto. Carlo, che aveva commis­sionato ad un altro famoso architetto pontificio, il Vanvitelli, la reggia che, per esser quella del regno più bello del mondo, nel mondo, per bellezza e maestà, non doveva avere uguali, vi stampò per sempre la sua grandezza. Anche questa volta (giova ripeterlo) senza spillare un solo quattrino all'erario.


V'è qualcosa nell'opera dell'uomo che ne coglie, senza intermediari, la grandezza. Come il Creatore si svela anche al bruto dalla magnificenza del creato ed è scritto che sono inescusabili co­loro che, pur vedendo le sue opere non lodano la sua gloria perden­dosi in ragionamenti ottusi (come dice San Paolo ai Romani), così, per riflesso e per analogia, la bellezza dell'arte svela a chiunque quanta nobile impronta ci fosse in chi ne rese possibile l'espressione.


Beh, la reggia di Caserta è lì, anche se il nuovo regno la vol­le sfregiare tagliandogli il prospetto con un bel fascio di binari e tanto di stazione ferroviaria. Chiunque non sia ottuso può vederla e farsi un'idea. È inutile spendere parole per quella gemma che, come il dono di uno sposo, Carlo di Borbone, depose nel grembo del Sud dell'Italia proclamandola Regina e consacrandola a lui e ai suoi di­scendenti. Riconfermando il patto concluso sei secoli prima, la not­te di Natale, da Re Ruggero del quale, pure, il sangue, per via di tanti principi, re e regine, scorreva ancora nelle vene dei Borbone.


La grandezza di un re si misurava allora (ma si misurerà sempre) dalla fedeltà con cui sapevano mantenere e tramandare quel patto che i loro antenati avevano stipulato con Dio e con il po­polo che gli era stato affidato: altro che la «mediocrità» stabilita dagli storici sul metro delle «felici sorti e progressive», che felici non furon mai e il cui progresso si perde in una notte sempre più lunga e tenebrosa.


Carlo fu uno di quei grandi re di quella Cristianità che ormai stava per finire. Napoli e il suo regno generoso parteciparono di quella luce e riuscirono a tenerla accesa, nonostante i venti di bufe­ra, ancora a lungo.


Quando, morto il fratellastro Ferdinando VI senza prole, Carlo, nel 1759, dovette assumere la corona di Spagna, lasciò al terzogenito Ferdinando, che aveva otto anni, l'eredità delle due co­rone di Napoli e di Sicilia. La capitale abbellita, arricchita, grande ormai quasi come Parigi e Londra, il regno prospero, le finanze in attivo, uomini geniali e preparati, pronti a continuare ciò che lui non aveva potuto portare a termine, un popolo che, se mai era resta­to fermo, ora camminava verso il futuro con rinnovata energia.


Dicono i cronisti che salendo sulla nave che l'avrebbe porta­to in Spagna, mentre salutava per l'ultima volta la sua Napoli, si tolse dal dito un anellino. «Fa parte del Tesoro di Stato» disse dan­dolo al figlio perché fosse restituito.


Roba che ormai non ci si crede più.




GUIDA ALLA LETTURA / 2.


Una visione storica articolata sul significato e la prassi delle guerra dal Medioevo al XVIII secolo, si trova in: GEORGES DUBY, Guglielmo e il maresciallo. L'avventura del ca­valiere, Laterza, Bari 1985 e in tutte le opere di questo autore. Inoltre in


FRANCO CARDINI, Quella antica festa crudele, Guerra e cultura della guerra dal Medioevo alla Rivoluzione francese, Mondadori, Milano 1995 e in molte altre opere di quest 'autore.


Sulla Santa Inquisizione:


FRANCO PAPPALARDO: «Lo "scandalo dell'Inquisizione". Tra realtà storica e leggenda storiografica», in FRANCO CARDINI (a cura), Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Ca­sale Monferrato 1994.


Questo libro è una vera miniera per chi vuole conoscere la storia sen­za "bugie ". Gli altri articoli passano in rassegna tutti gli argomenti che trattiamo in questi capitoli. Fra gli articoli più interessanti per i nostri argomenti:


FRANCO CARDINI, «Che cosa sono realmente le crociate»; MARCO TANGHERONI, «Cristoforo Colombo, l'espansione europea e la scoperta dell'America».


Ancora, per approfondire l'argomento dell 'Inquisizione: JEANBAPTISTE GUIRAUD, Elogio dell'Inquisizione, Leonardo, Milano, 1994


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CAPITOLO III 

L'«ETÀ D'ORO» DI FERDINANDO


La prima cosa che si sente dire di Ferdinando IV, successore di Carlo VIII al Regno di Napoli, è che fu incolto e grosso­lano. Infatti, cominciano col dire i suoi biografi, ebbe come precettore il Principe di San Nicandro, grande cavalcatore, grande schermitore, grande bevitore ma affatto versato nelle buone ma­niere, nelle lettere e nelle arti. Nulla si dice di Padre Francesco Cardel, dotto e pio gesuita tedesco che ne curò la formazione spirituale e intellettuale né peraltro si ricorda che l'educazione alla politica e agli affari di Stato glie la diede il toscano Bernardo Tanucci, nientepopodimeno.


È un modo di far storia, questo, non nuovo nel mondo (per la morale si chiama calunnia o diffamazione) ma che la storiografia moderna ha assunto come metodo scientifico. «Calunniate, calun­niate, qualcosa resterà» diceva Voltaire: di questa scuola ha fatto le spese, fra gli altri, l'intera dinastia dei Borbone delle due Sicilie, fi­no al punto che "borbonico", anche sui vocabolari, vale ormai per oscurantista, retrivo, reazionario.


Ferdinando non fu né incolto né grossolano. Di lui, per esempio, ci restano tutti i diari privati che egli, puntualmente, se­condo quanto gli raccomandava Padre Cardel, scriveva senza per­dere un giorno, dietro ai più piccoli avvenimenti. Senza farne un fi­ne letterato, queste migliaia di fogli rivelano una buona cultura e soprattutto una grande sensibilità d'animo e una solerte scrupolosità per i suoi doveri. È notorio che Ferdinando, ancora giovane, sotto la reggenza del Tanucci, si interessasse di tutti gli affari di Stato e che, anche più tardi, volle sempre metter bocca in tutte le questioni, an­che le più minute.


Ma tant'è, essendo Ferdinando vissuto a cavallo di grandi avvenimenti storici, ed essendo fra i pochi sovrani che li superarono ed anzi ne mostrarono la spavalda e meschina inconsistenza, essen­do, come tutti gli altri re borboni, perfetta rappresentazione di tutto quel che significava il mondo meridionale e degli umori e delle spe­ranze che lo animavano, essendo (anche se ciò non è notato da al­cuno) l'unico monarca di grande statura sopravvissuto in pieno, col suo lunghissimo regno (17591825), alla prima grande bufera rivo­luzionaria d'Europa, essendo infine il rappresentante di un popolo che, unico in Italia, era riuscito, con le sue sole forze, a non farsi travolgere dall'ubriacatura giacobina e ad umiliare i francesi, beh, non gliela si può proprio perdonare.


Ferdinando, fra tanti "monarchi assoluti", fu l'unico a sca­valcare il Settecento salvando, oltre la testa, la corona, lo Stato, e la devozione del suo popolo.

L'idea di sovrano assoluto


"Democrazia" è una parola magica. Ovunque, al giorno d'oggi, venga pronunciata ottiene l'effetto di tacitare immediata­mente gli avversari, di mettere in imbarazzo gli interlocutori, di ge­nerare spropositate attestazioni di fede e gare sovrumane di venera­zione. Religione senza Dio in cui tutti sono sacerdoti, senza sforzo si diffonde per tutta la terra. Non impone sacrifici ai suoi profeti ma ne richiede, ad occhi chiusi, ai suoi neofiti che presto, a loro volta iniziati alla profezia, se li scrollano di dosso imponendoli ad altri e perpetuando all'infinito la buona novella del progresso. Ecumenica per sua natura, questa religione si manifesta in infinite maniere: democrazia infatti fu quella sovietica e fu quella cambogiana di Pol Pot, è quella cinese e quella di Fidel Castro, quella americana, quel­la italiana, afghana, iraniana, irachena, libica e quella del Ruanda. Democrazia costituzionale, democrazia popolare, democrazia par­lamentare, democrazia proletaria, democrazia dirigista, democrazia liberista, riti diversi e diversa liturgia, una sola trinità le unisce: la libertà che, come il sommo Iddio, nessuno ha visto mai né alcuno, dopo tanti ragionamenti, sa definire, l'uguaglianza, purissimo spiri­to e per questo invisibile, e la fraternità dell'uomo nuovo suo figlio, buono per natura, anche quello, ancora misterioso e di là da venire. Decisa a catechizzare tutti, scomunica senza remissione i «refrattari» i quali vengono confinati nei gulag, nei campi di rieducazione, nelle carceri del popolo o, (giudicate voi se sia il migliore deicasi) condannati alla sufficienza, alla derisione, o alla damnatio memo­riæ: in ogni caso, cruento o incruento, alla distruzione.


La democrazia nacque in Grecia. Massime esponenti ne fu­rono Atene e Sparta: l'una ricordata per aver messo a morte Socrate che pretendeva d'insegnare a pensare con la testa propria, l'altra per sopprimere i neonati gracilini. Nulla di nuovo sotto il sole.


Non è con questo a dire che la democrazia sia la peggiore forma di governo: tale diventa, come ogni altra, quando, appunto, si erge a dogma religioso non ammettendo che alcuna divinità, dopo averla, fin dall'eterno, cogitata, s'intrometta più nei suoi affari. Po­sto che, comunque estesa, mai tutti potrebbero, per una ragione o per l'altra, prenderne parte attiva, cioè governare, come vorrebbe il significato della parola, democrazie o almeno aristocrazie, cioè go­verno di grandi elettori, si ebbero sempre in seno anche ai regimi più monocratici. Senza dover ricordare la Repubblica e l'Impero romano antico, il Sacro romano Imperatore veniva scelto dai prin­cipi elettori, per esempio, e nelle città pur infeudate si ebbe sempre un'universitas di nobili e "popolari", i patrizi (padri della comunità civile) che s'occupavano dell'amministrazione. In seno al governo della Chiesa, la democrazia pacificamente convive, nell'elezione del Papa, con la monarchia assoluta di quello e con l'aristocrazia dei Cardinali ("Principi") e di Patriarchi, Arcivescovi e Vescovi ("Nobili vassalli, valvassori e valvassini"). Qualunque membro poi, perché questa struttura sia veramente "popolare", può salire fino al massimo grado.


La Cristianità, secondo un piano naturale, si strutturò cre­scendo, sul modello della Chiesa che, a sua volta, si strutturava sul modello della Città di Dio, la «Celeste Gerusalemme». Ma se nes­suno, allora, si scandalizzava che la Chiesa terrena non sempre riu­scisse ad uniformarsi a quella in paradiso, tantomeno poteva scandalizzarsi se, nel modello del modello, non sempre le cose andasse­ro per il giusto verso. Se il problema della Chiesa era quello della continua riforma («Ecclesia semper reformanda est» diceva Sant'Agostino), nella società civile era quello del continuo riequili­brio dei poteri fra i vari corpi dello Stato e quello degli stati fra lo­ro. Nobili e popolo, ognuno si contendeva la sua parte di potere e, ufficio del re era quello di far da arbitro fra i due contendenti. Per questo la sua investitura era avvocata al Papa, al di sopra delle par­ti.


Per altri versi, anche l'elezione a sovrano avveniva per scelta democratica, anzi per plebiscito, giacché, come abbiamo visto per Ruggero di Sicilia, non solo il suo valore ma l'omaggio che già gli rendevano tutti i baroni dell'Italia meridionale e la devozione del popolo, fu infine il criterio per cui il Papa lo riconobbe Re. Non la nobiltà delle sue origini: gli Altavilla erano arrivati dalla ricca Normandia come spiantati per mettersi al soldo dei rozzi signorotti pugliesi; non la potenza: i re di Francia erano i più poveri fra tutti i feudatari, la loro terra, anche da sovrani, restò per secoli la più pic­cola del reame; ancor meno la prepotenza: Federico di Svevia e la sua discendenza furono spodestati tanto come re di Sicilia quanto come imperatori; nessuna di queste prerogative costituiva, davanti al potere spirituale del Papa, un privilegio per essere a capo d'un regno cristiano. I sudditi, nobili o popolani di tutt'Europa avevano ben chiaro che non dall'alto o dal basso della scala sociale veniva il potere, giacché il Pontefice (da qualsiasi strato sociale, nobile o plebeo, ricco o povero, avesse avuto i natali), finanche col cambiar­si il nome, s'era messo al difuori d'ogni privilegio e d'ogni potere umano.


La stessa cosa, col medesimo criterio, avveniva per i titoli di nobiltà concessi dal re.


Se oggi ad educare i futuri capi ci pensa il partito, allora nessuno metteva in dubbio che ad educare i futuri re ci pensassero i re, e i futuri nobili i nobili. Questo, naturalmente, con le dovute eccezioni giacché, lo sanno tutti, la natura umana spesso dirazza e i figli di re posson diventare cialtroni e i figli dei nobili zoticoni. Nello stesso tempo, come dimostrano ancora una volta i Normanni, stesso tempo, come dimostrano ancora una volta i Normanni, con la grazia di Dio e con l'ingegno, tutti posson diventare nobili e re.


Le classi sociali che costituivano la Cristianità erano più mobili e intercambiabili di quel che oggi si pensa: a parte le leggi della demografia che provvedono a sfoltire i popoli e le famiglie, cattiva sorte, fellonia (cioè infedeltà ai patti) e disonore potevano, anche da sole, fare repulisti. Se non bastasse il succedersi delle di­nastie, a scorrere i documenti del passato ci s'accorge che, salvo ra­re eccezioni, almeno otto famiglie aristocratiche su dieci appaiono e scompaiono nel giro di un secolo e che, del restante, solo una con­serva la sua condizione per più di due. Solo per rimanere in Italia, di settemila famiglie contate al tempo del penultimo Savoia (1933), solo un centinaio poteva vantare una nobiltà più antica di trecento anni, ma molte di esse, di fatto decadute, vantavano ormai più solo i ricordi del passato.


La "classe dirigente" dell’ancien régime dunque, nei ritmi di una società durata più di mille anni, non era affatto "sclerotizzata" (anche se poi i governi non cambiavano con la stagione). Tutti, se­condo le loro doti naturali, uguali davanti a Dio, potevano ambire ad elevarsi fino al vertice del potere. Il Papa, rappresentante di Dio sulla terra, quel Dio che aveva preso Davide «di dietro le pecore» per farne il Re d'Israele, era la garanzia per tutti che il potere, in fin dei conti, viene dal Cielo. Del resto, a quei tempi, la Scrittura vale­va qualcosa di più che la «Carta dei diritti dell'uomo» e la Sede di Pietro era più libera delle Nazioni Unite.


Forse proprio sul valore del "sacro" deve meditare chi si ac­cinge a far storia, in un'epoca "laica" in cui i monumenti ai conqui­statori divennero "templi", quelli alla patria divennero "altare", in cui i caduti dei vincitori divennero "martiri" e i loro cimiteri "sacrari", mentre solo, come all'antica, i "sacrifici" restano sempre quelli di stringere la cinta. Tempi questi in cui finanche la mafia, quella pugliese, ha voluto chiamarsi, senz'ombra d'umorismo, "Sacra co­rona unita". Sacra era (in tempi che al posto dell'umorismo esisteva l'allegria) la corona dell'imperatore e dei re della Cristianità, ma solo perché, attraverso il Papa, proveniva da Dio.


L'eresia non è una menzogna ma un abbozzo di verità, un'opinione, una scuola di pensiero fra tante, come dice la parola latina hæresis. Lutero, in fin dei conti, poteva essere un magister fra i tanti. In un'università avrebbe potuto liberamente disputare con gli altri docenti e con gli studenti finanche, come del resto, sen­za scandalizzare nessuno, faceva San Tommaso d'Aquino, se la Madonna fosse stata o non concepita senza peccato. Eretici, nel senso latino, n'eran nati tanti, ma non tutti erano morti tali giacché, se discutere si poteva su tutto, e senza limitazioni, la parola finale spettava a Pietro. «Roma locuta quæstio soluta» si diceva, tanto era evidente che se le opinioni sono degli uomini, la verità appartiene a Dio. Fra' Martino poteva così diventare, in alternativa, anche un al­tro San Francesco o uno di quei tanti riformatori, ma veri, della re­ligione, che sentendosi ispirati, non mettevano in dubbio che lo stesso Dio, sui suoi progetti, sapesse convincere anche i papi. Dall'"opinione" di Lutero, diventata legge per decreto dei príncipi tedeschi, nasce dritta dritta la democrazia moderna che, dicendosi comunque "laica", e quindi non dipendente da Dio, s'arroga lo stravagante diritto di decidere a maggioranza qual'è la verità.


Spaccatasi l'Europa, dopo le divisioni di Guelfi e Ghibellini, fra cattolici e riformati, la frattura andò sempre più accentuando, nel senso che se i protestanti s'ingegnarono sempre più d'essere ta­li, i cattolici si studiarono d'essere più papisti del Papa, cosa che proprio non si può. Antichi attributi onorifici di re, come "Cattoli­ci" (quelli di Spagna), "Cristianissimi" (quelli di Francia), "Fedelissimi" quelli di Portogallo, fino ad "Apostolici" (quelli d'Austria) divennero patenti di merito per assolutizzare sempre più il ruolo dei monarchi. La cosa interessava soprattutto all'aristocrazia che, sa­cralizzando il sistema di governo, sperava così di render sempre più stabile il suo potere.


Proprio le continue tensioni fra re e nobili, cioè fra monarchia ed aristocrazia, erano state la garanzia che nessuno dei due po­teri avrebbe potuto prevaricare sull'altro. Il Papa, arbitro indiscusso ed imparziale, era, a sua volta, il garante del popolo, figlio predilet­to. Il suo potere, benché spirituale, era realissimo, giacché, solo provvisto di quello "delle chiavi" poteva ridurre a ragione i più dispotici sovrani. Se la scomunica riduceva il prestigio di un re a li­vello dell'infimo dei plebei, l'interdetto, vietando di obbedirgli e di pagargli le tasse, lo metteva alla completa mercé dei suoi sudditi. Così successe, come abbiamo visto, di Federico di Svevia. Il siste­ma funzionava, e fu questo delicatissimo equilibrio a mantenere unita la Cristianità per oltre mille anni, in maniera naturale (oggi di­remmo "umana"), sotto lo stesso padre, senza mai abusar della for­za e, tutto sommato, senza che i figli menassero troppo le mani.


Dunque i nobili si dettero da fare per attribuire al loro diretto sovrano tutto quel potere che li avrebbe garantiti nei loro uffici e nei loro privilegi. Quello della piaggeria e dell'adulazione è un vi­zio antico (detto pure, appunto, "cortigianeria") ma, a partire dal cosiddetto Rinascimento, si trasformò in arte e virtuosismo e, dal Cinquecento al Settecento, ebbe tutto il tempo di convertirsi in scienza del governo o, meglio, del potere. Retorica ed Eloquenza, nobili discipline a servizio dell'insegnamento, diventarono (come dimostrano i pomposi scritti dell'epoca) manieratissimi e leziosi esercizi di incensazione e di prona sudditanza. Tanto nell'arte che nella letteratura, il Rinascimento non fu che la copia di vuote forme e d'idee senz'anima.


La Cristianità che aveva resistito ai rudi popoli del Nord, al­l'orda degli intransigenti musulmani, alla prepotente forza di re ed imperatori, agli allucinati catari e albigesi, ai rigidi riformatori tede­schi, uscendone sempre più compatta, fiera e purificata, si snatura­va sdilinquendosi alla melliflua astuzia dei cicisbei. Il "laicismo" dal Nord penetrava inesorabilmente verso il Sud dell'Europa sull'onda di una filosofia e di una scienza senza freni e di un traffi­car denaro, commerciare e trattare affari senza regole, fin nel cuore degli stati cattolici. La Chiesa, come in ogni suo momento di crisi, reagiva con un dispiego di dottrina, di spiritualità, di ascesi, di ope­re di carità, con una schiera di uomini santi (per il Sud basterebbe ricordare anche solo Sant'Alfonso Maria de' Liguori). Il mondo ci­vile invece non seppe rispondere che con una semplice facciata di cartone, un baluardo di bei modi e belle maniere, una vuota forma stilistica che non sapeva più incarnare lo spirito cristiano.


Mentre la Spagna, nel suo vasto impero d'oltremare, ostinata nella sua missione cristianizzatrice, aveva speso dobloni ed energie restandone perfino indebitata, insieme ai guadagni sempre più pin­gui che arrivavano, senza tante fisime, dalle colonie inglesi ed olandesi, si spandeva per l'Europa il capitalismo e con esso il pensie­ro riformista. Il cosmopolitismo della Cristianità nato dall'essere tutti stretti in un unico patto, si trasformava in "internazionalismo" fondato sui contratti, sui commerci e sulle transazioni. I borghesi, che prima non erano altro che la parte più ricca e intraprendente dello stesso popolo, diventati generalmente più ricchi degli stessi nobili (quando non di certi principi e certi re) disdegnarono il tradi­zionale appellativo di "popolo grasso" e vollero chiamarsi "civili" mentre, ovviamente il "popolo basso" retrocedeva al rango di ple­baglia. Una volta comprati i feudi dei nobili decaduti, le loro terre e i loro palazzi, i "civili", nuova classe che voleva trovare una digni­tosa collocazione per non sentirsi alla pari dei propri cocchieri, non potettero fare a meno di volere anche loro un blasone e si industria­rono di scavalcare, a suon di contanti, quella regola concepita, co­me dicemmo, proprio dal primo re del Sud, per cui solo la fede, il valore e la generosità d'un cavaliere potevan dare inizio a un'illustre prosapia (Il Conte di Brienne, nel 1793, febbricitante di rivoluzione, volle rinunciare al suo appellativo feudale tornando a chiamarsi Crachepous, Grattapidocchi).


Se altri regni, Spagna per prima, resistettero all'assalto dei ricchi borghesi (la "Lingua" di Castiglia dell'Ordine di Malta non ammetteva chi avesse mercanti fra gli antenati: e la seguirono tutte le altre), la "cristianissima" Francia, agricola, pacifica e felice, dove i nobili di campagna mangiavan la minestra con i loro servi e per andare in città si facevan prestare il cavallo dai contadini, fu quella che prima cedette alla lusinga della facile ricchezza. Messa lì fra le più grandi borghesie d'Europa, sempre infastidita da fiamminghi, inglesi e renani, con la sua corte reale senza grandi proprietà, sem­pre costretta a fare i conti con i fornitori, trovò che forse il diavolo, visti i facoltosi vicini, non è così brutto come lo si dipinge e forse non era poi così vile l'espediente di mettere d'accordo Dio con mammona.


Messisi essi stessi in affari con ricchi commercianti, riem­pitisi di debiti con i finanzieri, i re di Francia aprirono le porte a chiunque "bussasse con i piedi", come si dice di chi ha le mani pie­ne di regali. Tante erano le richieste di titoli ed onori e tanti i "favo­ri" ricambiati, che Luigi XIV diede a un tale D'Oziers l'appalto di concedere patenti di nobiltà. Tuttora, la Francia, non riesce, per il numero smisurato di nomi, ad avere un elenco attendibile della sua passata aristocrazia.


Così, nella nazione dei re taumaturghi, di San Bernardo e dei monaci di Cluny, delle più belle cattedrali del mondo, tanto gelosa della sua fede cattolica da rapire il papato ad Avignone, la bigotte­ria salottiera sostituiva la virile devozione, il bon ton la pietà, il fa­sto pretenzioso l'adorazione, il denaro l'onore. Nasceva il "Terzo Stato".


La Francia, nazione "primogenita" della Chiesa, nata dall'ac­qua del battesimo di Clodoveo, tramontava nello stesso momento in cui sorgeva invece, sorreggendosi sugli altissimi tacchi delle sue scarpine dorate, il "Re Sole", incarnazione di quello Stato moderno che la 3lama della ghigliottina, manovrata proprio dal quel "Terzo Stato", avrebbe, nel sangue, alla fine del secolo, solo consacrato.


Fu quello il tempo che il patto della Cristianità si dissolse in trattati e "concordati", in cui il Papa fu considerato soltanto il capo di un reame (e alquanto miserello) con cui trattare pari a pari, e il Re divenne «l'immagine di Dio sulla terra» e l'«unto del Signore» e si considerò che la sua corona fosse scesa direttamente dal cielo sulla testa. L'epoca in cui nacque una nuova scienza, il "giurisdizionalismo", nome erudito per la ragioneria dell'avere e del dare, che misurava a codicilli e pandette i privilegi dei principi e dei ve­scovi, del clero e dei borghesi e quelli del Re e del Papa e, con la storia dei regni e delle investiture, i diritti dell'uno e dell'altro ad aver più o meno potere non solo sulle persone ma sulle loro co­scienze. Giuseppe II, "Imperiale e Reale Apostolica Maestà" dell'Austria, avendo pochi ricchi mercanti in giro per le sue terre ed essendo i suoi ebrei troppo poveri per cavarne qualcosa, decideva quali vescovi rispettavano il Vangelo e quali monaci e frati eran ve­ramente pii e in che misura, a suo parere, giovavano alla religione  li mandava a remengo se i loro beni potevano servire meglio alla nazione. Ogni questione vertente la giurisdizione era condita con dotte citazioni dalla Scrittura e sempre solo sui versetti dei Vangeli si risolvevano ormai le questioni con la Chiesa. Il "libero esame" della Riforma aveva fatto passi da gigante: ogni lettera fra ministri era una disquisizione teologica, un esercizio di esegesi biblica, ogni decreto un'omelia. Dopo il laicismo nasceva così anche il clericali­smo.

Ferdinando IV, "figlio di famiglia"


Ferdinando dunque, aveva otto anni. Un sollucchero per i napoleta­ni quando passava, accompagnato dal fido Tanucci coi suoi austeri abiti neri e coi capelli raccolti a codino, nella carrozza reale per via Toledo, splendente di tutte le vaghezze con cui le dame di corte s'eran studiate di coccolarlo: parrucchino di boccoli incipriato, ve­stiti di seta bianca con galloni ed alamari di celeste (i colori nazio­nali), spadino rilucente. I dragoni a cavallo della guardia del corpo avevano un bel daffare perché le donne, dame e popolane, a cui mandava baci con le mani, non lo prendessero e se lo mangiassero vivo e perché gli scugnizzi non si arrampicassero fin sul predellino per arraffare le monete che il reuccio, divertendosi un mondo, lan­ciava loro prendendoli dal borsellino dell'avaro tutore.


Il matrimonio dell'allampanato padre (tanto buono ma tanto pallido e meschinello nell'aspetto) con la paffuta e rosea Maria Amalia aveva rinsanguato la razza dei Borbone: Ferdinando, a parte il naso di famiglia, cresceva bello, robusto e sempre più alto, quasi un gigante che, già nell'adolescenza, quando li guidava nelle ma­novre e nelle parate militari, si distingueva emergendo fra gli alti elmi dei suoi cavalleggeri.


Se il patto garantito dalla fede era il grande legame della Cri­stianità, la famiglia, cellula originaria, era il modello della società. Una grande famiglia era dunque l'Europa che alla ribellione dei fi­gli protestanti rispose stringendosi ancor più nei patti coniugali. Se, tanto per cominciare a dar l'esempio, i regnanti s'erano sposati sempre senza far distinzione di nazionalità, i restanti re cattolici, vi­ste come andavano le cose, cominciarono a premettere ad ogni altra dote della sposa, il fatto che fosse "di buona famiglia" ovvero che non avesse grilli per la testa. Prima di tutto doveva essere fedele. E quale garanzia era migliore che fosse stata educata nella vera reli­gione? Maria Amalia, allevata in Polonia, sentinella ad oriente della cattolicità, aveva dato buona prova di moglie pia e devota: lo stesso popolo napoletano la chiamava, senza ironia, "la santarella". Da no­tare che i re cattolici, spagnoli e napoletani per primi, non badarono alle ricchezze o alla potenza nazionale delle loro spose ma solo alle loro virtù, andandole a pescare, per precauzione, soprattutto nelle più piccole e povere corti d'Europa. Così fu di Filippo V per Elisabetta dalla padana corte dei Farnese, così per Carlo con Maria Amalia, e così in seguito, per esempio, dei successori Ferdinando II che si prese Cristina di Savoia ("santa" anche lei, e quanto: ancora venerata), figlia di una piissima famiglia che nei secoli, però, s'era dovuta sempre accontentare di un territorio grande come una delle più piccole provincie del Napoletano e che, per cingere una corona di re, s'era accollata l'amministrazione di un'isola selvatica che quasi non sapeva dove fosse. Così fu infine per l'ultimo Francesco che, l'indomabile Sofia, nella cattolicissima Baviera, l'aveva scelta in una famiglia, nobile sì ma campagnola.


Ferdinando la moglie se la scelse nella corte imperiale, a Vienna. Maria Carolina era figlia di una gigantessa, Maria Teresa che, oltre ad esser «madre di tutte le sue terre» come imperatrice, di figli ne aveva fatti sedici: di figlie glie ne restarono quattro, tutte educate par far le regine. Il Sacro Romano Impero, quando mezza Europa divenne protestante, con la casa d'Asburgo s'era spostato verso l'Oriente, a dominare su popoli d'ogni razza e religione. Stretta fra i bellicosi prussiani e gli altri principi tedeschi da una parte, e dallo sterminato impero russo e dai turchi dall'altra, Maria Teresa, donna virtuosa e intransigente, seppe tenere insieme tutta quella pletora di gente e mise la basi per un impero che anche se poi dovette rinunciare, con Napoleone, ad esser più "Sacro e roma­no", riuscì tuttavia a restare unito fino al 1918. Fra guerre coi vicini e ribellioni di frontiera, l'Austria s'era mezza dissanguata ma la corte, alla guida di tanta matriarca, nascondeva dignitosamente le sue strettezze con molto decoro, un'impeccabile etichetta e una saggia amministrazione.


Il matrimonio con Maria Carolina, nel 1768, un anno dopo che Ferdinando, diventato maggiorenne, avrebbe assunto in pieno i suoi poteri, era la buona occasione per mettere da parte, una volta per tutte, i dissidi fra austriaci e spagnoli, ultimi grandi cattolici ri­masti, e soprattutto per riconciliarsi dell'ultimo affronto che proprio su quel Regno di Napoli s'era consumato. Del resto, tanto Carlo che Maria Teresa erano ormai ben convinti che le poche potenze rima­ste cattoliche dovessero rinsaldare, e in fretta, i patti di famiglia.


"Patto di famiglia" difatti, chiama la storia, con sufficienza, quasi a dire che si trattava di qualcosa di mafioso, quello che legava Ferdinando a Napoli con i suoi genitori madrileni. Il che era anche naturale, tanto più che, in Italia, Carlo ci aveva lasciato un bambi­no. Il reggente Tanucci, in stretto contatto con la corte spagnola, non eseguì che gli ordini del padre e il padre, a sua volta, non smise di sovvenzionare le casse di uno Stato che aveva voluto prospero e felice.


Fino al 1767 quindi, i napoletani continuarono a vivere come se Carlo non fosse mai andato via. Completata la reggia più leggia­dra d'Europa, costruiti ministeri, tribunali, accademie, musei, con­servatori, teatri (compreso il San Carlo, il più grande del mondo), ospizi, fortezze, caserme, arsenali, cantieri navali, accorsi a co­struirsi palazzi vicino alla corte i nobili di provincia, abbellita la capitale, ormai tanto popolosa da esser terza città dopo Londra e Parigi, in tutto il Regno germogliò la più smagliante fioritura cultu­rale. Dopo la sua bellezza da sempre decantata, Napoli crebbe an­cora di fama per i suoi abitanti, per fama di leggi, di scienza, di let­tere ed arti, di musica, e di vivaio della più vasta, cosmopolita e ri­nomata classe intellettuale del Settecento italiano, la più oculata e snella burocrazia statale, la più intraprendente e internazionale bor­ghesia del Mediterraneo, la più "rampante" e vasta corporazione di professioni liberali e (quel che coronava di vera gloria i Borbone e il popolo meridionale) il più satollo, allegro ed umano popolo del mondo.



L'Illuminismo napoletano


I venti anni che vanno dal 1769, quando Ferdinando, ormai mag­giorenne, sposato e Re di fatto, pubblicò il suo primo editto in cui tracciava un vasto programma di riforme del Regno, e il 1789, quando venne pubblicato il celebre statuto Origine della popolazio­ne di San Leucio, sono indicati come l'"Età d'oro". Una definizione che ha trovato fortuna tanto fra i più irriducibili avversari di questo re (quelli, per intenderci, che lo gratificano tutt'oggi dei più fanta­siosi epiteti ingiuriosi) sia quelli che ne cercano una rivalutazione. Fra questi ultimi, c'è chi volle distinguere quello napoletano dal re­sto dell'Illuminismo che caratterizzò l'Europa di quel tempo: «una porcellana di Capodimonte di fronte ad un biscuit di Sèvres, il sor­riso di un'alba rosea a fronte del torbido nembo realizzatore della rivoluzione francese».


Certamente le differenze ci furono e furono proprio quelle per cui Ferdinando, rappresentato dal Canova come un imperatore romano nel monumento equestre a Largo di Palazzo, salutato per vent'anni come «Novello Tito, amore e delizia del genere umano», il «più grande legislatore del secolo», «Padre dei suoi popoli», dopo quegli anni divenne d'un botto il «Re lazzarone», «pauroso e imbe­cille, vilissimo despota e stupido tiranno». La differenza sta nel fi­nale tutto napoletano che si ebbe, nel meridione, alla fine di quel secolo, il "grande complotto" contro quel che rimaneva della Cri­stianità.


L'Illuminismo arrivò a Napoli così come era arrivato in tutti gli stati cattolici né, dal punto di vista della "vivacità", della spre­giudica tezza e della fama dei suoi esponenti fu secondo a nessuno. Nomi come Filangieri, Genovesi, Caracciolo, Galiani, Gravina era­no noti in tutti i circoli culturali d'Europa e da tutta Europa i pensa­tori alla moda facevano capo a Napoli come a Parigi per nutrirsi vi­cendevolmente alle fonti di quello che veniva ritenuto il massimo e definitivo trionfo del sapere e della ragione. A Napoli, come nel re­sto d'Europa, si manifestò con riforme che sembrarono unanime­mente giuste e con uno stile di vita spensierato ed ottimista che sembrava il massimo che si potesse chiedere su questa terra, am­mantato, come ovunque, dell'euforia del benessere.


Come s'era verificato per la Francia, anche negli altri regni cattolici l'illuminismo non avrebbe potuto diffondersi con tutto il suo codazzo di idee rivoluzionarie se le corti, i ministri, le legisla­zioni non l'avessero in qualche modo favorito. I re assoluti, anche se creature dei cortigiani, avevano comunque un immenso potere e un enorme ascendente sulla nazione, nobili o popolani. «Avevo verso il Re un sentimento difficile da definire, un sentimento di de­vozione di carattere religioso. La Parola del Re aveva allora una magia e un potere che nulla aveva potuto alterare. Nei cuori retti e puri, questo amore diveniva una specie di culto», scriveva il Mare­sciallo Marmont, in Francia, quindici anni prima della rivoluzione.


Alla corte di Napoli, la breccia da cui l'illuminismo e le sue conseguenze si diffusero nel Regno fu costituita, paradossalmente, dall'intransigente Tanucci. Di lui non si può dire che fu mai illuminista o che abbia mai avuto simpatie per gli intellettuali. Toscano, ghibellino quindi per vocazione di patria, incorruttibile funzionario al vertice di ogni possibile carriera, votato allo Stato quindi sparagnino, sposò la causa del giurisdizionalismo fino al punto da diventare un estimatore del Giannone. Costui, un "paglietto", come i napoletani chiamavano con sufficienza gli avvocatelli azzeccagarbugli, venuto dalla provincia al tempo dei viceré austriaci, nella capitale non aveva trovato di meglio che prodursi in una serie di pamphlet anticuriali finché, nel 1723, aveva dato alle stampe una Storia civile del Regno di Napoli che pretendeva di mettere i napoletani contro il Papa. Le occasioni c'erano giacché la Santa Sede, rifiutando il tributo da Carlo VI, senza provocare rivoluzioni, gli aveva detto chiaro e tondo che considerava il dominio dell'Austria sul Regno un'usurpazione.


Le tesi di Giannone, mal scritte, qua e là scopiazzate, zeppe di errori ed imprecisioni, erano difficili da sostenere giacché, come sono costretti ad ammettere anche i più mangiapreti fra i suoi esti­matori, non si poteva interpretare, come diceva quell'autore, tutta la storia del Sud come una eterna lotta fra Stato e Chiesa né risolvere ogni questione dicendo che chi rappresentava l'uno eran sempre e comunque fior di galantuomini e chi l'altra tutti, senza eccezione, mascalzoni. La questione era tutta di giurisdizione, diceva lui ne­gando che uno stato "libero e sovrano" potesse dipendere dal Papa.


In effetti, l'antico vassallaggio, per cui il Regno non dipen­deva dall'Impero, come Francia e Spagna, e che ne aveva garantito l'autonomia (e si ricordi la difesa che ne aveva fatto il Papa ai tem­pi di Federico Imperatore) era rimasto solo nella "Chinea", una bel­la parata da Napoli a Roma per ricordare il "ligio omaggio" del Re vassallo al suo tutore. Fin dai tempi di Carlo d'Angiò, una cavalla bianca, «bella e ben addestrata», capace di inginocchiarsi davanti al Papa in San Pietro (da qui il nome di chinea), come nei patti, saliva, per la rampa fatta costruire apposta sulla scalinata del Bernini, a portare l'offerta, il "tributo", dei napoletani e dei siciliani ai Santi Apostoli loro protettori.


Ai napoletani le idee di Giannone, che diventarono presto di pubblico dominio, non potevano piacere, tanto che, come succede­va sempre quando gli si tocca la religione, il popolo aveva inscena­to una sommossa e aveva costretto il viceré a spedirlo difilato fuori dai confini.


Quello del conflitto di poteri, per il Tanucci, fu il cavallo di battaglia con cui riuscì a dominare insieme sia il Re di Spagna che quello di Napoli, padre e figlio (ma fu anche il cavallo di Troia con cui i settari entrarono a Napoli). Infatti Carlo, a Madrid, era alle strette e le esortazioni di quell'austerissimo grand comis gli erano di conforto, tanto più che, a malincuore, s'era dovuto privare del proprio ministro, un napoletano, il Marchese di Squillace, grande uomo di stato anche lui ma talmente rigido e antipatico al popolo da doverlo licenziare. La Spagna se la passava male: fra le beghe in­ternazionali e le ribellioni delle colonie, perdeva ogni giorno di più la sua grandezza. Dopo la morte di Maria Amalia, un anno dopo ch'era arrivato arrivato a Madrid, il Re s'era incupito, forse rim­piangeva la dolce vita di famiglia alla napoletana: certo la corte che egli aveva sempre schivato, sempre pronta a organizzar complotti in nome dell'onore e dell'ispanica hidalguia, non l'aiutava.


Il potere di Tanucci sul Re di Spagna, in poco tempo, diven­ne totale. Con una profluvie di lettere, giorno dopo giorno, lo portò alla conclusione che ogni male del regno provenisse dalle indebite ingerenze della Chiesa nel potere sovrano, dai privilegi dei preti di­venuti abusi, dall'insidia che, soprattutto i più moderni e spregiudi­cati, costituivano per lo stato. Naturalmente, come sempre, prima e dopo, fecero sempre i novatori, condendo le lettere di massime del­la Scrittura, quel geniaccio di un anticlericale, giurava che si tratta­va di fare il bene, così, della religione, della Chiesa e del Papa me­desimo ormai attorniato di falsi cortigiani. Frasi tanto carismatica­mente ispirate convinsero Carlo a farsi guidare in una contesa in cui il mite sovrano non avrebbe mai creduto di doversi cacciare.


Tanto per cominciare, l'esempio da imitare, per Tanucci, ve­niva da Francia e Portogallo ed era proprio questo paese così vici­no, e con tanti interessi in comune, che aveva dato una sgomitata a Roma cacciando dal paese i Gesuiti. Nel 1759, proprio un allievo di questi religiosi, il Marchese di Pombal, li aveva espulsi dal regno e dalle sue colonie, per ragioni che nessuno ha ancora saputo piena­mente spiegare (neanche con la contesa con la Spagna per i territori delle reducciónes del Paraguay) se non come un moto d'orgoglio di quell'onnipotente reggente a cui era rimasto, stretto in un pugno di ferro, tutto il potere del paese. In un regno cattolico, prima d'allora, solo Federico di Svevia aveva osato mettere al bando un'ordine re­ligioso negando l'ospitalità a Domenicani e Francescani. Anche la Francia non perse l'occasione, nel 1762, di fare la medesima cosa: vescovi e preti gallicani, giansenisti, febroniani si trovarono tutti d'accordo con i filosofi dei "lumi" ed ogni altro settario d'Europa che in quel regno aveva trovato entusiasta accoglienza.


Nell'ottimismo di un mondo che sembrava avviato a tempi sempre migliori (Oh, le «felici sorti e progressive»!) solo la Chiesa vegliava conoscendo le astuzie del nemico. I Gesuiti, i più colti, i più istruiti, gli integerrimi custodi della Cristianità, abituati da sem­pre a trattare con principi, filosofi e scienziati, avevano ben capito dove s'andasse a parare e già, ovunque fossero diffusi, tenevano te­sta, dolci come colombe e astuti come serpenti, a quel nemico per combattere il quale, in piena riforma protestante, Sant'Ignazio li aveva arruolati. Scuole, convitti, università, accademie, non v'era luogo dove si coltivasse la cultura che non li avesse maestri e patrocinatori. Rimasti fermi nella convinzione che da ogni legittimo potere scaturisse la santità dei popoli e perciò, per quanto il mondo lo consente, la possibilità umana d'essere felici, pur senza trascura­re, nelle missioni, quelle genti ancora bambine, dedicavano le mi­gliori energie all'educazione delle future classi dirigenti.


Dalle reducciónes del Guarany, nelle selve dell'America la­tina, dove spiegavano agl'indios i rudimenti dello stare insieme, fi­no alle corti d'Europa dove insegnavano ai principi l'arte del bel regnare, i Gesuiti, forniti d'ogni cultura religiosa e mondana (oltre ad essere preti erano essi stessi filosofi, antropologi, scienziati, astronomi, politici, ingegneri), sapevano tener testa ad ogni polemica e ad ogni prepotenza, quanto bastava per essere amati dalla gente buona ed essere odiati dalla marea montante di una cultura che si mostrava ogni giorno di più nella sua vera natura anticristiana.


Carlo III dunque, espulse i Gesuiti nel 1767 e un anno dopo stesso provvedimento fu adottato dal Regno di Napoli. La cosa qui non fu così facile giacché il giovane regnante, preso da mille scrupoli alla proposta del Primo ministro, rispose chiaro e tondo che una simile infamia lui non l'avrebbe sottoscritta mai. Questo fu primo atto di una rottura fra Ferdinando e il padre. Ma l'astuto Tanucci non desistette dal suo piano e mise in atto tutte le furberie per far capitolare quell'ostinato. Peraltro bisognava fare in fretta giacché era imminente il matrimonio con la figlia di Maria Teresa ed era ben noto come la corte austriaca proteggesse invece la Compagnia di Gesù. Fra le mene del Tanucci, quella più infame fu far indottrinare Ferdinando dal confessore di corte, il Canonico lateranense, poi Vescovo di Benevento, Benedetto Latilla «perché, come poi si vantava il ministro con il re spagnolo, maggiore impressione si facesse sulla tenera vivacissima mente» di Ferdinando «sul pericolo della vita che a tutta la famiglia reale poteva venire dai gesuiti». La "catechesi" di questo prelato (che Dio lo abbia in gloria!), come, al solito, riferiva Tanucci a Carlo II, consisteva nell'illustrare autorevolmente la sua tesi per cui «la corte romana [...] servendosi di essi [i Gesuiti] contro li vescovi, contro li sovrani, contro li popoli, ha fatto che montino in tanto orgoglio e ardire che si servano della religione per un pretesto tendente al fine di divenire padroni delli studi, cioè del modo di pensare dei popoli, della roba loro col piantar la massima ai moribondi di scontar li peccati con lasciare ai gesuiti le robe loro, chiamando sfacciatamente limosina il dare ai gesuiti ricchi quel che per esser limosina si deve dare ai veri poveri, che siano anche invalidi a provvedersi», ed altre amenità del gene­re.


Ogni «cortesia» fu usata ai Gesuiti per metterli fuori di casa e accompagnarli alle frontiere del Lazio. Il fatto che la cacciata av­venisse alla chetichella e una serie di "riforme" (la sostituzione con altri chierici e religiosi nelle scuole, che diventarono "pubbliche", la distribuzione delle loro terre ai contadini) non allarmarono il po­polo e misero a tacere ogni scrupolo di Ferdinando felice sposo no­vello.


Quando passata la gran bufera della rivoluzione, il Re ormai stanco, amareggiato, deluso dai suoi antichi cortigiani, vergognoso di quell'"Età d'oro" del suo passato, volle riconciliarsi con la sua coscienza, fu il primo fra tutti i sovrani a richiamare in patria i suoi antichi maestri Gesuiti. Era il 1804. Forse troppo tardi: Napoleone già stava alle porte.



GUIDA ALLA LETTURA / 3.


Vi sono molte storie del Regno di Napoli e delle Due Sicilie al tempo di Ferdinando IV e la maggior parte di esse scritte da oppositori: si può capire quindi, a parte le menzogne e i falsi, quanto costoro siano attendibili nei giudizi. Qualcuna ne esiste anche di autori lealisti ma anche queste peccano spesso di un forsennato spirito reazionario che fa perdere di vista la realtà. Queste ultime sono comunque utili per controbilanciare le prime.


È piuttosto utile, invece, per inquadrare l'Illuminismo, leggere RINO CAMILLERI, I mostri della Ragione, Milano, 1993, ed EMANUELE SAMEK LODOVICI, Metamorfosi della Gnosi, Ares, Milano, 1991.


Un ritratto delle corti ancora cattoliche e dell 'idea di sovranità che vi sussisteva è dato da


MARIA TERESA D'AUSTRIA, Consigli matrimoniali alle figlie sovrane, Passigli, Firenze, 1989.


Una buona bibliografia sugli affari giurisdizionalisti, sull 'espulsione dei Gesuiti e sull'Illuminismo, oltre ai carteggi fra Tanucci e Carlo III, in


FRANCESCO RENDA, L'espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie, Sellerio, Palermo, 1993.

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CAPITOLO IV
L'ECCLISSE DEL REGNO ILLUMINATO


Per la sedicenne Maria Carolina discendere dall’"Austria felix" alla felicissima Napoli fu come passare da un monastero di clausura ad un ballo mascherato. Come tutto, a cominciare dalla reggia, nel suo paese era sobrio, solenne, misurato, così a Na­poli, a cominciare dalla natura, era fastoso, leggiadro, esagerato. Lo sposo, il diciassettenne Ferdinando era tenero e allegro e la corte faceva di tutto per procurare agli sposini ogni letizia. Il rigido "ce­rimoniale spagnolo" di Schönbrunn, i rigidissimi orari dell'Im­peratrice madre, restarono solo un ricordo uggioso da cancellare fra feste, ricevimenti, colazioni sull'erba e giochi con le dame e i cava­lieri fra i boschetti e le cascate di Caserta, a Capodimonte, a Portici, nei "siti reali", nei teatri dove si esibiva la massima fioritura di mu­sicisti e di cantanti d'Europa.


Il popolo di Napoli, poi, come ancora adesso, sapeva farsi amare: una divertente emozione, per quella figlia del Nord, ogni uscita in carrozza per la capitale, fra la folla che, come si scioglieva in brodo di giuggiole per il suo reuccio, ora andava in visibilio per quella coppia di giovanissimi sposi sempre pronti a ricambiare gli applausi dei sudditi con feste a mare, luminarie, regalie e indulti, distribuzione di cibi, concerti a Piedigrotta, fuochi artificiali.


Una beata incoscienza che, se si vuole, è cosa normale, an­che per una Regina quando, tutto sommato, è ancora una bambina. Ferdinando, felice e innamorato, non tralasciava comunque i doveri di stato. Le nubi dell'anima si erano dissolte nella soddisfazione di vedere la «sua grande famiglia», come glie la suggerivano i corti­giani, crescere felice e prospera, il paese pacifico e sicuro, l'economia sempre in salita e la fama del Regno crescere in ogni dove attirando da tutt'Europa il fior fiore degli artisti, dei letterati, dei musicisti, dei divi del teatro, dei ricchi imprenditori, dei ban­chieri, dei giramondo, degli intellettuali. Nonostante l'età, "Padre della Patria" si sentiva davvero, come dimostrava quel famoso edit­to del 1769 in cui tracciava un vasto programma di riforme tutte imperniate sull'educazione del popolo e sulla sua elevazione mora­le e materiale.


Ferdinando era sicuramente in buona fede né si accorgeva di quanto, nella corte, si brigasse per renderlo docile strumento, dopo esserlo stato di Tanucci, della consorteria di intellettuali che, a Na­poli come a Parigi, oltre che in ogni altro stato, brigava per manda­re ad opera un disegno di potere che andava, in nome della Ragio­ne, oltre ogni ragionevole speranza umana. Tanucci, del resto, ave­va ancora potere e riuscì a tenerlo saldo anche quando Carolina, partorito il primo figlio, Carlo Tito, entrò di diritto a far parte del Consiglio di Stato. La fissazione del giurisdizionalismo, al vecchio uomo di stato, non era mai passata: pur essendo ormai riuscito a te­nere nel pugno i sovrani di due dei più grandi regni del Mediterra­neo, gli sembrava di non essere riuscito a rifinire il suo capolavoro fin quando non avesse eliminato ogni antico diritto e privilegio del­la Chiesa sul reame. Inquisizione, tribunali ecclesiastici, esenzioni fiscali del clero, nulla che, dopo l'espulsione dei Gesuiti, odorasse ancora di papismo poteva rimanere in santa pace. L'ultimo atto, mentre nasceva il principino, fu l'abolizione della Chinea, nel 1775. Ma, tanto a Ferdinando che alla Regina, la cosa non andò giù e, co­sì come brigava intanto la diplomazia asburgica, l'anno dopo quel laico Savonarola fu definitivamente giubilato.


Ferdinando, giovane padre orgoglioso, ormai emancipato dal baliatico del padre e dall'invadenza di quel vecchio gufo del Ta­nucci, innamorato come non mai, era fiero di quella moglie che, co­sì pazzerella pure, in fatto di tener testa a cortigiani e consiglieri, mostrava già tutta la stoffa della genitrice. Ormai, pensava, la nasci­ta dell'erede al trono avrebbe calmato ogni suo bollore. Napoli era sempre più in festa, la corte sempre più giovane e senza malumori. L'anno dopo, 1777, riprendeva la cerimonia della Chinea. Anche con la sua coscienza e con il Papa sembrava ormai tutto essersi calmato. Non sapeva quel venticinquenne atletico sovrano che dalla padella del toscano, il Regno cadeva nella brace degli inglesi.

La Massoneria napoletana


C'è qualcosa di diverso nell'anima dei meridionali. Tanto misterioso da essere oggetto di romanzi, di poesie, di teatro, di can­zoni. Tanto affascinante da attrarre per millenni popoli d'ogni raz­za, lingua e religione fino a fondarvi un regno e a diventar nazione. Mistero tanto complesso da aver creato su questo paese, quando in­fine fu ridotto a provincia depressa di uno staterello tronfio e petto­ruto, (caso unico nel mondo nelle scienze politiche) una «questione meridionale» che dura irrisolta ormai da centoquarant'anni, mi­gliaia di volumi e un'intera schiera di serissimi accademici e stu­diosi: i «meridionalisti».


Come l'illuminismo meridionale si sciolse al sole quando il popolo si accorse che, con i signori ormai non ci si capiva più, e i giacobini furono cacciati da Napoli a suon di "pernacchi" (anche questa "volgarità" cosa troppo seria per essere capita da chi non è meridionale), così la Massoneria nel Regno, nata tenebrosa, si di­pinse dei colori del Sud. Se, come dicono molti, finanche Maria Ca­rolina fu ammessa in una loggia ad onta della rigidissima misoginia che ancor'oggi distingue i "fratelli muratori", beh, questo la dice lunga su come le cose, a Napoli, sarebbero finite.


Nata nel 1717, la «libera società dei framassoni» si era pre­sto diffusa, sull'onda del "libero pensiero", per tutta Europa. Prima ad accorgersi della pericolosità di questi allucinati che, anzitutto, si dichiaravano credenti, fu, come al solito, la Chiesa che, già nel 1738, li bollò di scomunica. Carlo di Borbone, che allora era catto­lico devoto, si affrettò, con un editto a dichiararli fuorilegge e anco­ra, nel 1751, quando d'essere ancora cattolico voleva provarlo a tut­ti i costi, dopo un'altra enciclica del Papa, dettò da Madrid un altro editto al Tanucci il quale, ancora nel 1775, fece pressioni su Ferdinando perché il bando ai massoni fosse rinnovato.


A Ferdinando, da buon napoletano, le cose sembravano da prender molto meno seriamente e, forse, cominciava a chiedersi se suo padre e il suo ministro non soffrissero un po' di paranoia di fronte a chiunque, Gesuiti o frati muratori, sembrasse cospirare contro lo stato. Per quel che gli riguardava, si trattava di una «stra­vaganza intellettuale» né più né meno come le pastorellate della corte di Versailles. A parte la sposina, del resto, si trattava di ban­dire dal regno tutta la corte a cominciare dai ministri, i nobili, i figli di papà perché ormai la moda era dilagata e la "Napoli bene" anda­va alle riunioni segrete come al teatro e come al caffè. Era «segreto di Pulcinella» il fatto che, da qualche parte, anche a Palazzo, si te­nessero i riti con i drappi a lutto, i candelieri, i compassi e i grembiulini. Un "caporuota" troppo zelante aveva fatto irruzione, con i suoi sbirri, nel pieno di una riunione ed aveva arrestato un bel po' di rampolli di gente altolocata. Tutto fu messo a tacere, i "fratelli" rimandati da papà, e il poliziotto finì in qualche gendarmeria di­menticata.


Ma se a Napoli la Massoneria (che si dichiarava addirittura «cattolica e monarchica», tanto che vi erano molti i frati, i canonici e i preti squinternati) non riuscì mai ad essere presa troppo seria­mente se non dai pochi "intellettuali" che ci fecero carriera, a Lon­dra dov'era nata, sul modello delle antiche corporazioni dei taglia­tori di pietra, assunse un'importanza straordinaria giacché vi con­fluirono tutte le idee misteriche e gnostiche che l'illuminismo aveva rispolverato dalle antiche religioni e tutte quelle che il "libero pen­siero", in un'orgia di elucubrazioni, andava partorendo da chiun­que, nel mettersi a pensare (come aveva indicato Cartesio), volesse affermare di esistere anche lui. E poiché, a differenza dei napoleta­ni, gli inglesi le cose le prendono molto seriamente, insieme ai "mi­stici" e ai visionari d'ogni categoria, vi trovarono posto "scienzia­ti", cabalisti, indovini, agnostici e apostati d'ogni religione che, nel­la fede in un "grande architetto" d'ogni cosa creata ed in rituali buoni per ogni fantasia, potevano dire di aver trovato finalmente una "super religione".


Ferdinando, Carolina e tutti i pittoreschi framassoni napole­tani di quel tempo erano ben lontani dal pensare che, quello che sembrava un gioco di società, sarebbe diventato il più grande com­plotto mai ordito. Un piano diabolico che, solo un secolo più tardi, sarebbe stato capace di cancellare il reame più bello del mondo per farne semplicemente "le Provincie napoletane" del Regno d'Italia e tutt'al più "il Mezzogiorno" , eterno minorenne soggetto di tutela, di riprovazione e, al meglio, di studio sotto l'implacabile lente dei sociologi.



Napoli fra Vienna e Parigi


Maria Carolina, messo fuori causa il Tanucci, diede alla cor­te e al Consiglio di Stato quella sterzata che la madre si aspettava e, in poco tempo, allineò il Regno sulla politica dell'Austria. Nel 1779, plasmato il Consiglio secondo il suo volere, vi nominò Primo ministro John Acton, uno straordinario ufficiale di marina che ave­va bruciato le tappe della sua carriera. Acton aveva quarantadue anni, Ferdinando ventotto, Carolina ventisette: era il più giovane terzetto che avesse mai governato un regno.


John Acton, di famiglia inglese, era nato in Francia e in Francia s'era arruolato in quella marina dalla quale era passato a quella toscana per finire in quella napoletana. Solo un anno a bordo e poi, a corte, era riuscito a incantare la Regina che l'aveva voluto Segretario di Stato facendogli affidare dal marito, man mano, la Marina, la Guerra, la politica estera e infine tutte le forze militari. Ferdinando era al settimo cielo, una moglie affascinante, vivace e capace di essere al suo fianco in ogni circostanza. Per un giovanotto che già a otto anni era rimasto solo come un orfanello, quella donna rappresentava tutto il suo mondo. Il padre dalla Spagna, privo del suo fido Tanucci, non aveva più potere sul figlio che ormai seguiva la via che gli pareva.


Almeno questo credeva: ormai il destino del Regno si deci­deva a Vienna. Dall'Austria si dispiegava l'influenza culturale che, complice il mondo artistico di cui possedeva i migliori talenti, ave­va facile gioco sugli orientamenti napoletani. La Francia restava sempre la patria dei "maïtreápensée" ma la dialettica dissacrante dei parigini si stemperava nel più ponderato e austero discettare dei pedagoghi della corte imperiale. Una miscela di talenti e d'ingegno, d'estro e d'assennatezza che fece di Napoli la capitale d'Europa dell'intelligenza. Il napoletano diventava lingua da salotto non solo nel Regno ma ovunque nel resto d'Italia, e non raramente fuori, si volesse dare un tono alla conversazione. L'Abate Galiani aveva la­vorato sodo per mettere su carta regole, stile e vocabolario da con­trapporre al toscano che stentava a diventare lingua esemplare. La parentela con gli AsburgoLorena del Granducato, con quelli imperiali della Lombardia e con quelli di Parma e Piacenza già faceva vagheggiare a qualche sognatore un grande stato italiano retto dalla dinastia napoletana. Oltre alla fama di splendore, arte e cultura, e la più grande capitale italiana, il Regno aveva, comunque, mezzi più di chiunque altro anche, se occorreva, per usare la forza delle armi. Oltre a un buon esercito e al denaro per assoldare truppe all'occorrenza, su tutta la costa tirrenica stavano vigili i suoi Stati dei Presidi con piazzeforti a Porto Santo Stefano, a Talamone, Piombino, Porto Longone. Del resto, sul grande stemma dei Borbone di Napoli, a ricordare quanto grandi fossero le pretese, campeg­giavano sempre ammonitrici le armi d'Austria e degli antichi Medi­ci di Toscana.

Il trionfo dell'Arcadia: la colonia di San Leucio


Mentre in Francia si preparavano gli anni più bui della sua storia, la Regina Maria Antonietta, sorella minore di Maria Carolina, allesti­va nel Trianon le sue bucoliche rappresentazioni. La moda di vez­zeggiare, anche nell'abbigliamento, come improbabili pastorelle perennemente in idillio con improbabili pastori, veniva dritta dritta dal ghiribizzo illuminista del "buon selvaggio". La tesi era scontata: era stata la società a fare dell'uomo quel malvagio che aveva cor­rotto il mondo col potere. L'uomo, dicevano i philosophes, "allo stato di natura" era candido e buono, incapace di alcun male. La dimostrazione veniva da remote isole felici dove però ancora nes­suno aveva incontrato il "buon selvaggio" se non nella fantasia di qualche narratore, di qualche antropologo millantatore e nei raccon­ti in osteria di qualche marinaio che, nei mari del Sud (dove, in ge­nere, si praticava il cannibalismo fra tribù e tribù), di buono ci ave­va trovato solo le selvagge. Su queste favole, rinomati filosofi teo­rizzavano una nuova società, simile a quella di un'"Età dell'oro" che doveva esser quando satiri e ninfe folleggiavano nei boschi, i pastori eran tutti filosofi e le donne vaghe eterne pulzelle pronte a deliziare a turno i loro riposi su giacigli di fiori. Niente chiese né papi né re né leggi né morali a mettere ipoteche su questo paradiso dove, dall'alto del suo Olimpo, a protegger la pace se ne stava, in­sieme a un dio immoto, la dea Ragione.


Anche a Napoli, col sole, il mare, i boschi e l’“aria doce", lo spirito d'Arcadia era sovrano. Né al popolo napoletano c'era da in­segnare niente su come prender la vita con filosofia, convinto, ap­punto, che, in fondo in fondo, tutti erano buoni e che se qualcosa manca, Dio provvede. E che Dio provvedesse, la dimostrazione era data dalla prosperità del Regno e dalla pace sociale giacché, come sono concordi a testimoniare gli storici, mai s'era vista una nazione dove tanta concordia regnasse fra popolo, intellettuali, nobili e so­vrano. A Napoli sembravano essersi avverate tutte le utopie illuministe stemperate in quel misterioso spirito dei meridionali che poi, forse, tanto misterioso non è giacché nessuno, né Re né pensatori avevano mai osato scambiare per un'olimpica virtù l'eredità mille­naria della propria religione. Era questa, la fede, a sostenere lo slancio della ragione e a non permettere, come successe in Francia, che l'orgoglio luciferino potesse distruggere in meno d'un decen­nio, con le mani degli stessi francesi, quel che di civiltà era stato costruito in oltre un millennio.


Mentre al di là del mare e delle Alpi si addensava la tempe­sta, a Napoli tutto si placava. Dal tempo del gabinetto Acton i rap­porti con Roma si erano rasserenati ad anche il tributo della Chinea, dopo Tanucci, era stato offerto ogni anno, simbolo di sottomissione che valeva più di ogni trattato e concordato. Ferdinando entrava nella maturità e non trovava più il gusto di un tempo a trattare gli affari di stato. Carlo Tito, l'erede, era morto portandosi via quel nome Carlo, quasi a significare una irrimediabile rottura col padre, e quell'altro, Tito, quasi a frustrare le ambizioni di gloria imperitu­ra. Maria Carolina era così distante, impegnata in quel ruolo di in­stancabile regina al quale, del resto, fin da bambina era stata educa­ta: nonostante i sedici figli che, come la madre, riuscì a partorire, era un turbine senza tregua che coinvolgeva cortigiani, uomini di stato e intellettuali che lei sapeva adulare, blandire, ma soprattutto piegare alla sua volontà. Ferdinando era stato educato "alla napole­tana", in mezzo a quella famiglia ritirata, colmato d'affetto e di pii sentimenti. Neanche il suo passatempo preferito, la caccia, lo attra­eva più.


Difatti, nella sua tenuta preferita, la vaccheria di San Leucio, vicino Caserta, Ferdinando tornava sempre più spesso e non per in­seguire daini e cinghiali ma per starsene un po' in pace coi guardiacaccia e le loro famiglie. Proprio lì, nel casino di caccia, durante un soggiorno invernale della famiglia reale, era morto il piccolo Carlo Tito e il mondo si era come fermato per mettergli dentro quella ma­linconia che non lo abbandonerà mai e che lo allontanerà sempre più dalla vita di corte. L'affetto sincero di quelle famiglie semplici, la modestia di quelle donne, l'allegria di quei bambini lo ripagava­no di una vita tumultuosa ed effimera che, in fondo non aveva mai amato e che, ora, capiva quanto fosse vana. Cominciava da lì, per Ferdinando, la vera stima per il popolo e quell'affetto sincero che fu vicendevole fino ad immedesimarlo, anche agli occhi dei posteri, quasi con i più umili dei suoi sudditi, soprattutto quando si trovò smaccatamente tradito da nobili e intellettuali.


«Non essendo certamente l'ultimo dei miei desideri quello di ritrovare un luogo ameno e separato dal rumore della corte, in cui avessi potuto impiegare con profitto quelle poche ore di ozio che mi concedono di volta in volta le cure più serie del mio Stato [...] pen­sai dunque, nella villa medesima, di scegliere un luogo più separa­to, che fosse quasi un romitorio, e trovai il più opportuno essere il sito di San Leucio». Così scriveva il Re, alla fine di quel ventennio "dorato", nel prologo dell'Origine della popolazione di S. Leucio e suoi progressi fino al giorno d'oggi, colle leggi corrispondenti al buon governo di essa, lo statuto di quella "colonia" di setaioli che suscitò scalpore e lodi in tutt'Europa consacrando Ferdinando IV di Borbone il più illuminato dei re.


Tutt'oggi sull'"esperimento" di San Leucio ci si accapiglia per decidere se si trattasse di un parto felice dell'illuminismo, di pa­ternalismo regale, d'un falansterio d'ispirazione massonica, di un'anticipazione del socialismo reale, di comunismo utopico. Nes­suno può ammettere che la colonia di San Leucio non debba essere la realizzazione del «Novus Ordo» partorito dalla Ragione invece che la massima espressione della cultura di un popolo capace, come aveva sempre fatto per millenni, di assorbire tutto quel che arrivava da fuori e plasmarlo secondo il suo spirito. Anche allora, del resto, ogni corrente intellettuale attribuiva ai propri "lumi" quella crea­zione che anche, in seguito, i più feroci oppositori del Ferdinando "reazionario", come il Colletta, non poterono far a meno di definire «vera gloria del Re, documento del secolo e impulso non leggiero alle opinioni civili».


Cominciata con le diciassette famiglie dei suoi guardiacaccia e continuata con una popolazione iniziale di duecentodieci anime, vissuta, ormai nelle dimensioni di un paesotto, con le sue leggi e le sue consuetudini, fino all'occupazione piemontese e all'annessione del Regno d'Italia (che, naturalmente, s'incamerò subito i beni co­muni degli abitanti) ma tutt'oggi viva nelle tradizioni, nel mestiere, nell'arte e nel folclore, la «Reale colonia di San Leucio» fu l'unica comunità civile "utopica" (oltre le reducciónes gesuitiche del Guarany) pienamente attuata e liberamente vissuta.


La città ideale, perfetta realizzazione della società dell'"uo­mo nuovo" era uno dei temi preferiti dai philosophes. Centinaia erano le pubblicazioni che progettavano, fin nei minimi dettagli, co­me avrebbe dovuto svolgersi la vita della città perfetta, e ciò, senza quella profondissima ironia dello scetticismo cristiano di Tommaso Moro o del misticismo della Città del sole del meridionalissimo Fra' Tommaso Campanella. Molti furono anche i tentativi di pochi fanatici presuntuosi: nessuno mai fu portato a compimento.


Ferdinando, anche se ne aveva abbozzato l'idea fornendo agli abitanti di San Leucio una parrocchia, una scuola e i primi at­trezzi per la tessitura della seta, naturalmente non fu solo nella pro­gettazione e nell'attuazione.


Mentre già si profilava, in Francia, la tenebrosa catarsi di quella stagione di anarchia del pensiero, molti furono gli intellettua­li che cominciarono a dissociarsi dalle idee correnti e a far ammen­da dei loro primitivi entusiasmi. Di loro non c'è arrivato quasi nien­te perché, allora come adesso, l'egemonia della cultura era ben sal­da nelle mani dei discepoli dei "lumi" e le rare opere di chi aveva conservato o recuperato un po' della saggezza antica sono state confinate nell'ambito dei pamphlet retrivi, reazionari o clericali.


Eppure, furono molti gli uomini di pensiero che cominciarono a di­sertare i salotti dove ormai si teorizzava la rivoluzione, a mettersi "in sonno" nella massoneria che da congrega teista e filantropica andava svelando agli iniziati le mire sinarchiche che stavano alla sua radice.


«Nessun uomo, nessuna famiglia, nessuna Città, nessun Re­gno può sussistere e prosperare senza il timor santo di Dio. Dunque, la principal cosa ch'io impongo a voi è l'esatta osservanza della sua santissima Legge». Con questa professione di fede del Re inizia il preambolo al codice delle leggi di San Leucio che, anzitutto, detta le norme per la santificazione dell'intera giornata: Santa Messa ogni mattina prima del lavoro, adorazione del Santissimo Sacramen­to la sera prima di tornare a casa, frequenza ai sacramenti soprattut­to nei giorni di festa. Nel testo, che fu steso da un collaboratore di fiducia, un coltissimo pensatore che volle sempre restare nell'anonimato, appare una profonda devozione religiosa che non può, in nessun caso, essere attribuita a nessun tipo di teosofia ma che si fonda senza incertezze su una schietta preparazione dottrina­le, quella stessa che Ferdinando giovinetto doveva aver avuto da Padre Cardel.


Del resto, mentre ogni studioso ha voluto tentare paragoni con le idee del tempo stiracchiando il testo dello statuto verso l'u­manitarismo e verso il giusnaturalismo, l'unico accostamento che si può fare è proprio quello con le reducciónes gesuitiche. Infatti, car­dine del sistema leuciano, enunciato da una serie di «Doveri negati­vi» e «Doveri positivi» della morale comune, e da «Doveri genera­li» e «Doveri particolari», legislazione vera e propria della comuni­tà, è la «perfetta eguaglianza» in cui «il Savio, il Ricco, l'Agricoltore, l'Artista, quando impiegano i loro talenti, le loro ric­chezze, le loro fatiche a pro' dei cittadini, possono ben vantarsi di essere benefattori dell'umanità». Per questo, come avevano già fat­to i missionari del Paraguay, nessuno deve distinguersi dagli altri se non «per esemplarità di costume ed eccellenza di mestiere», e il ve­stire «per evitar la gara nel lusso» sia uguale per tutti (si tenga pre­sente che, a quel tempo, era normale che i popolani di ogni paese, regione, corporazione, avessero costumi tradizionali della stessa foggia). Lo stesso concetto di uguaglianza proibisce di farsi chia­mare col "Don" (uno spagnolismo che era ormai dilagato nel Napo­letano), distintivo riservato, come in origine, «solo ai sacri mini­stri». Fra i doveri particolari vi sono la riverenza e l'ossequio che i cittadini devono ai sovrani e il rispetto ai ministri che li rappresen­tano.


Il diritto di famiglia, pensato come abbozzo di una riforma da estendere a tutto il regno, è fra le parti più innovative della legi­slazione. L'età degli sposi, infatti, non può essere inferiore ai vent'anni per i maschi e ai sedici per le femmine, e il matrimonio sarà autorizzato dal "Direttore dei mestieri" per lui e dalla "Diret­trice" per lei, provando che entrambi siano «provetti nell'arte, a se­gno di potersi lucrar con sicurezza il mantenimento». Le doti sono abolite, e il Re stesso provvederà a fornire l'abitazione, la mobilia, la suppellettile e gli attrezzi del mestiere, due telai per la tessitura della seta, e tutto ciò che possa occorrere in casa. Comunque, pur avvertiti, «acciò vada tutto con decenza [...] nella scelta non si mischino punto i genitori, ma sia libera dei giovini».


La cerimonia del fidanzamento ci trasporta in piena Arcadia: «Nel giorno di Pentecoste, nella Messa solenne in cui interverranno tutti gli abitanti del luogo e le fanciulle e i giovini esteri che trava­gliano nelle manifatture, da due fanciullini dell'uno e dell'altro ses­so si porteranno all'altare, per benedirsi da chi celebra, due canestri pieni di mazzetti di rose, bianche per gli uomini e di color naturale per le donne. E nel terminar questa funzione, da ciascuno individuo se ne prenderà uno, come le palme. Nell'uscir poi dalla chiesa, i pretendenti, nell'atrio di essa dov'è il battisterio, presenteranno il lor mazzetto alla ragazza pretesa: e questa, accettandolo, lo con­traccambierà col suo, ma escludendolo, con polizia e buona manie­ra, glielo restituirà. E né all'uno né all'altra sarà permessa contesta­zione alcuna: e perciò, i primi ad uscir di chiesa saranno i Seniori del Popolo per imporre loro la dovuta soggezione. Coloro che con­traccambiato si saranno il mazzetto, lo porteranno in petto sino alla sera quando, dopo la Santa Benedizione, accompagnati dai rispetti­vi genitori, si porteranno dal parroco che registrerà i nomi e la paro­la».


Le leggi di San Leucio, «essendo lo scopo di questa società che tutti rimangan nel luogo», sono alquanto severe per quel che ri­guarda i matrimoni "extracomunitari": alle fanciulle che vogliono maritarsi fuori dalla colonia viene consegnata una dote di cinquanta ducati «senza speranza di mai più potervi tornare», al giovane che vuol prendere una moglie di fuori, gli è permesso a condizione che prima costei impari il mestiere, in caso contrario anch'egli dovrà la­sciare per sempre la comunità. Altrettanto rigore viene usato con i bighelloni che, se compiuti i sedici anni, non mostran voglia di la­vorare, saranno mandati in casa di rieducazione finché non ritorni­no ben istruiti. Seguono consigli e ammonizioni sui doveri dei co­niugi e dei genitori esortati ad educare la prole nei doveri e nelle virtù ma, soprattutto, nella religione: «Questo è di tutti i doveri l'articolo più importante: e perché scorgo che da esso deriva non solo la pace e il benessere delle famiglie ma benanche la prosperità la felicità dello Stato».


L'istruzione, «per divenir uomo dabbene ed ottimo cittadi­no», è obbligatoria per tutti, dai sei anni, e comprende, oltre le no­zioni elementari, la formazione professionale con macchine moder­ne, abili istruttori, corsi di aggiornamento. Il lavoro sarà pagato in relazione alla perizia, fino al massimo «che godesi da' migliori arti­sti nazionali e forestieri». E se il talento personale andrà ancora ol­tre, gli artigiani più meritevoli saranno premiati con segni di distin­zione, medaglie d'argento e d'oro da portarsi in petto, e il privilegio di sedere in chiesa al "banco del Merito" a sinistra dell'altare, di fronte a quello dei "Seniori". I testamenti sono aboliti: «la sola giu­stizia naturale e la natural equità sia la face e la guida di tutte le vo­stre operazioni», raccomanda il sovrano. Unica successione resta quella di primo grado: figli e figlie hanno parti uguali, la vedova, se mancano figli, gode dell'usufrutto. In mancanza d'eredi, i beni del defunto vengono devoluti ad un "Monte degli orfani" dalla cui cas­sa saranno mantenuti coloro che non sono ancora in grado di soste­nersi col lavoro, e a cui il Re aggiungerà del suo quello che manca.


L'esortazione alla concordia familiare, a quella tra fratelli, figli e genitori, si estende ai maestri, ai benefattori, agli anziani: «l'amore è l'anima di questa società». Società tradizionale, e quindi patriarcale, eppure democrazia estesa dove, dai capi famiglia, nella festa di San Leucio, vengono scelti «cinque dei più savi, giusti, in­tesi e prudenti» che, col nome di "Pacieri" o "Seniori del Popolo", insieme al parroco, governano la comunità. Essi provvederanno all'annona, all'esercizio dei commerci, al calmiere dei prezzi, all'ordine e alla moralità pubblica, all'assiduità e all'esattezza del lavoro, all'igiene, alla sanità, con la visita giornaliera dei malati che saranno «assistiti tanto nello spirituale che nel temporale con la massima esattezza e scrupolosità». San Leucio, difatti, vanta realiz­zazioni d'avanguardia: una "Casa degli infermi" per i malati conta­giosi sia cronici che acuti, «separata totalmente dall'altre, in luogo di aria buona e ventilata», dove, due volte l'anno, viene praticata a tutti i bambini la vaccinazione antivaiolosa. Anche ai bisogni di quest'ospedale provvede il Re di tasca sua. Ma il "welfare state" va ancora più in là: una "Cassa della carità", sovvenzionata da una tas­sa proporzionale al reddito degli abitanti e da libere offerte, prov­vede ad ogni bisogno degli sventurati, dal sussidio in denaro fino alle esequie e ai suffragi religiosi. Gli evasori fiscali, i «contu­maci», additati dapprima al pubblico disprezzo, non avranno mai più, se recidivi, diritto a nessuna forma di assitenza, neanche alle esequie ed ai suffragi.


"Dalla culla alla tomba", la colonia di San Leucio provvede ai suoi abitanti senza mai dimenticare il fondamento del­l'uguaglianza. Le onoranze funebri perciò, gratuite, saranno «sem­plici, divote, senza distinzione», di chiunque si tratti. Ma la comu­nità, quando si tratti di un Seniore, onorerà il defunto con la presen­za di tutti i capi famiglia che, portando ceri per riconoscenza, lo ac­compagneranno all'estrema dimora. E lo stesso faranno gli allievi per i Direttori e per le Direttrici. Ma l'ottimismo cristiano impedi­sce che il dolore turbi oltre misura la serena convivenza dei leuciani: «Non vi siano lutti, e solo nelle morti de' genitori e degli sposi, per gli ultimi uffizi dovuti ai medesimi, sia permesso alla tenerezza dei figli, delle mogli e de' mariti un segno di duolo di un velo al braccio per l'uomo e di un fazzoletto nero al collo per la donna, per due mesi soli al più». Quando un abile artigiano muore, è un altro leuciano, di preferenza, a prendere il suo posto, ma gli sarà pagata solo una parte del salario del defunto: la metà o un terzo, a seconda che ella abbia o no figli che la sostengano, andrà alla vedova finché rimanga in vita.


Sulla comunità incombe rassicurante la figura paterna del Re che premia, soccorre ma vigila perché la legge sia applicata con in­transigenza. Ogni grave trasgressione è punita senza appello e ne fanno le spese anche i congiunti. Sono delitti gravi quelli contro il buon costume, che comportano l'espulsione dalla colonia, quelli contro la regola del vestire, che privano per sempre il colpevole dell'abito, dei proventi e degli altri benefici. Alla giustizia ordina­ria, dopo essere stato spogliato dell'abito del luogo, viene conse­gnato chi si macchia di reati comuni penali o civili. Al codice vero e proprio è annesso, poi, col titolo «Doveri verso Dio, verso sé e verso gli altri, verso il Re, verso lo Stato», un vero e proprio "cate­chismo" «per uso delle scuole normali di S. Leucio» formulato se­condo la prassi post tridentina delle domande e delle risposte. Seb­bene finalizzata alla vita della comunità, la catechesi, impartita con estrema chiarezza e facilità, non si discosta minimamente dalla dot­trina cattolica: peccato, grazia, redenzione, salvezza sono espressi in maniera assolutamente ortodossa e teologicamente corretta. Del Dio di Gesù Cristo, a differenza della "deità" razionalista o del "grande architetto" teosofico, si enunciano tutte le peculiarità cattoliche: unità e trinità, creatività dal nulla, provvidenza, giustizia, misericordia.


Come ha esordito invitando all'osservanza della legge divi­na, così, sviluppandone i precetti, si chiude la legislazione della co­lonia di San Leucio che contiene, inoltre, due graziosi inni, uno per il mattino, l'altro per la sera, composti in stile metastasiano, con in­tercessioni per «la pietosa Carolina e la Regia amabil Prole», per «i nostri amorosi Genitori, i Parenti, i patri Lari, i Maestri, i Diretto­ri».


Un minuzioso orario per tutti i mesi dell'anno fa da appendi­ce e chiude il volumetto. Si noti, a questo proposito, che il tempo assegnato al lavoro, secondo quella che era la normale giornata di fatica del popolo di quel tempo, è, in media, e a secondo della lun­ghezza della giornata nella stagione, di undici ore al giorno. Nelle manifatture inglesi, nella stessa epoca, si praticavano turni di lavoro dalle quattordici alle diciotto ore per gli adulti, alle sedici ore per i ragazzi fra i dodici e i quattordici anni. Il lavoro maschile e quello femminile, a San Leucio, erano perfettamente uguali e Ferdinando rifiuterà di abrogare questa norma quando, nel 1804, il direttore ge­nerale della filanda gli farà notare gli alti costi delle manifatture dovuti alla parità di trattamento.


Il successo dello statuto e la fama della colonia di San Leu­cio (che oltretutto produceva sete preziosissime esportate dovun­que), furono immediati: una vera apoteosi accolse la legislazione nel Regno e all'estero dove l'opera del Re, stampata, oltre che in italiano, latino e greco, anche in tedesco e francese, venne immedia­tamente chiosata, commentata, paragonata a quelle dei più celebri filosofi e legislatori dell'antichità. A Napoli non vi fu, in pratica, persona colta, che non scrivesse e pubblicasse le proprie considera­zioni e le proprie lodi, non sempre dettate solo da cortigianeria, per quel testo e quell'opera che anche i futuri oppositori di Ferdinando IV di Borbone non poterono omettere di esaltare. La piccola comu­nità di setaioli ispirava anche i musicisti: in suo onore il Paisiello componeva la Nina pazza per amore. Una portoghesina dalla vita molto chiacchierata, una tale Eleonora Fonseca Pimentel che era riuscita ad imbucarsi a corte dove assillava la Regina e le dame con i suoi panegirici in poesia, aveva composto delle rime d'occasione: Ferdinando vi scendeva dalle nubi come «novello Numa».


Naturalmente, come abbiamo visto, ognuno la piegò al suo vento e così, intorno alla piccola comunità si concentrarono gli sforzi di tutti gli intellettuali. Si chiedeva a gran voce che le leggi leuciane venissero estese a tutto il Regno e che la stessa architettura delle sue case e dei suoi stabilimenti, progettati dal Collecini, po­tessero essere il centro di una "Ferdinandopoli", una città fantastica e ideale che, a partire dal nucleo di San Leucio, si estendesse, se­condo uno smisurato progetto urbanistico, a tutta la Campania. An­che questo era nella moda della cultura europea ed anche in questo campo, Napoli segnò il primato del suo pensiero.



Una notte lunga dieci anni


Ferdinando però non si faceva abbagliare più dalla «gaia scienza» dei suoi contemporanei. Ancor più introverso, frustrato dalla mo­glie (che, come malignano i detrattori, certamente con quell'inglese se la intendeva), cominciava a diventare sempre più sospettoso. Ne aveva buone ragioni: era il 1789 quando la Stamperia reale pubbli­cava la sua legislazione, lo stesso anno in cui, a Parigi, veniva as­saltata la Bastiglia.


A Napoli, insieme agli intellettuali, agli artisti, ai letterati, agli scienziati di mezzo mondo, s'era concentrata la più variegata congerie di utopisti, sobillatori, teorici della rivoluzione. I diploma­tici erano sul chi vive per quel che si muoveva in Francia, la polizia era in allarme per certi tipi sospetti venuti dalla Baviera, si diceva che appartenessero a una setta detta «degli Illuminati» e che tra­massero regicidi e anarchia. A completare la confusione ci si met­tevano le grandi potenze, Austria e Inghilterra che filavano insieme. Pronubo Lord Acton, gli inglesi nel Regno ormai erano di casa: commerciavano, si spingevano in tour per le Calabrie, impiantava­no aziende, compravano in Sicilia tonnare, arance e vigne da Mar­sala e, favoriti dal loro connazionale, s'erano aggiudicati tutta la produzione dello zolfo, materia prima fondamentale soprattutto per gli esplosivi, come dire oggi l'uranio. Nel porto e in rada le loro fregate così possenti, pavesate a festa, facevano colore ma qualcuno già diffidava di tanto spiegamento di cannoni.


Da questo punto la storia di Napoli, che continuava ad essere allegra e spensierata, va letta in controluce con quel che succedeva in Francia. Le notizie arrivavano con una settimana di ritardo e, pur confuse, erano inquietanti, anche Maria Carolina era in trepidazione per la sorella Maria Antonietta: da quel 14 luglio era stato un preci­pitare d'eventi quasi che la convocazione degli Stati generali avesse aperto il vaso di Pandora facendo traboccare tutti i virus coltivati nel secolo. Sei giorni dopo cominciava la "grande paura", i conta­dini si sollevavano in ogni parte del paese, l'inflazione cominciava ad impoverire lo stato e al posto del danaro sonante facevano la comparsa le prime banconote, gli "assegnati". Le donne parigine erano andate a rapire la famiglia reale a Versailles, si sequestravano i beni del clero, poi gli si dava una costituzione civile, quindi si co­stringevano i preti a giurare fedeltà alla Costituzione. I "refrattari", quelli che rifiutavano di disobbedire al Papa, che protestava invano, cominciavano ad essere perseguitati.


Quello stesso anno, 1790, moriva Giuseppe II d'Austria, fra­tello di Carolina: nessuno ricordava più che era stato fra i più acca­niti avversari dei "privilegi" dei preti. Come Tanucci per Spagna e Napoletano. L'Austria però continuava ad essere "felice": Mozart, anche lui scherzando col fuoco della massoneria, dopo il Don Gio­vanni, metteva in scena Il flauto magico. Ma anche nei teatri napo­letani (ce n'erano un centinaio fra piccoli e grandi), nei caffè, nei salotti della nobiltà, la vita scorreva spensierata in un intrecciarsi di frivole opinioni su quella che sembrava, vista da lontano, una jac­querie che sarebbe finita, come saggiamente si faceva a Napoli da che mondo è mondo, tutta "a tarallucci e vino".


Ma a corte si tremava, specie la Regina: «La famiglia reale è prigioniera della canaglia che non la lascia uscire dalle Tuileries», «Luigi è fuggito verso la Normandia ma l'hanno arrestato a Varennes», «Il Re ha dovuto giurare fedeltà alla Costituzione». 1791.


1792: Giacobini, ormai non si parla che di loro. Napoli è in fermento, anche qui si aprono i "club", si discute, si complotta, si scrive. Gli inglesi, ormai in allarme, mentre a Londra cominciano ad arrivare gli esuli francesi, sorvegliano Napoli e il via vai di stra­nieri. La marmaglia parigina invade le Tuileries. La Francia dichia­ra guerra ad Austria e Prussia. Il 10 agosto Luigi XVI e la famiglia reale sono arrestati e condotti alla torre del Tempio, si dice che sia­no trattati come galeotti: la monarchia è finita ed è rimasta solo la guerra civile, si massacrano gli avversari, a migliaia, anche nelle prigioni. 11 dicembre: si apre il processo al Re: una grottesca mes­sinscena il cui verdetto è già scontato. «Lo chiamano "cittadino Capeto" e lui ha protestato: "Il mio nome è Borbone"».


Al Tempio fanno passare sotto le finestre, sulle picche dei rivoluzionari, le teste della migliore nobiltà, delle dame di corte più care han fatto orrende oscenità. Il Delfino è stato separato dai genitori ed affidato ad un turpe carceriere che gli insegna a bestemmiare contro il padre sotto la sua finestra.


21 gennaio 1793: Luigi XVI è portato al patibolo. «Il Re Cri­stianissimo ha fatto onore al suo nome: è morto come un santo», dice Pio VI. A SaintDenis la cappella dove riposavano tutti i re di Francia è stata devastata, ossa e ceneri disperse tra i rifiuti. In Vandea il popolo, lealista e cattolico, si ribella: comincia il primo geno­cidio della storia, ordinato dalla Convenzione. Il decreto porta un nome asettico: «Progetto di spopolamento della Vandea militare». Centocinquant'anni più tardi un altro progetto avrà un nome "scien­tifico": «Soluzione finale del problema ebraico».


Girondini, Giacobini, Marat assassinato, tutta la nazione in armi, mentre infuria il Terrore. Gli anni si contano dalla Rivoluzio­ne, i mesi han cambiato nome, la domenica è stata abolita, è stato abolito Dio, a Notre Dame una ballerina ha danzato sull'altare nei panni della Dea Ragione. Tutte le statue di santi delle cattedrali so­no state decapitate, dell'Abbazia di Cluny hanno fatto una cava di pietre. Anche Maria Antonietta viene portata alla ghigliottina. Il Delfino, 10 anni, è stato lasciato morire di fame, in una cella angu­sta e buia, fra i pidocchi, i ratti e lo sterco.


Secondo gli storici più moderati, e solo per quel che riguarda il "Terrore", il numero delle sentenze capitali pronunciate dal Tri­bunale rivoluzionario francese e dalle diverse giurisdizioni eccezio­nali si elevò a 16.594: 518 da marzo a settembre 1793, 10.812 da ottobre 1793 a maggio 1794, 2554 in giugno e luglio, 86 in agosto. Nella sola Parigi, dal marzo 1793 al giugno 1794, furono ghigliotti­nati 1251 cittadini; nel seguente mese e mezzo, altri 1376. Non en­trano in questo conto le esecuzioni senza processo, come a Nantes, per annegamento nella Loira (da 2000 a 3000 persone), a Tolone, o sui campi di battaglia: dai 35.000 ai 40.000 giustiziati. Non entrano nel conto nemmeno le vittime della forte mortalità fra i detenuti. In totale, fino al 1794, si stima siano state vittime del Tribunale rivo­luzionario dalle 100.000 alle 300.000 persone. In Vandea si conta­no dalle 110.000 alle 300.000 persone soppresse solo perché van­deane.


Nel 1794, a Napoli, con un processo a 270 persone, fra nobi­li, borghesi e clero, sospette di simpatie giacobine, si apriva la fase "reazionaria" del Regno di Ferdinando IV.


Il 2 marzo 1796 un tale Bonaparte viene promosso generale in capo dell'esercito d'Italia e nei mesi successivi conquista il Pie­monte, la Lombardia, entra nel Veneto. Il 31 dicembre fonda la Re­pubblica Cispadana e scende verso il Lazio. Il 9 luglio 1797 fonda la Repubblica Cisalpina. I FrancoCisalpini comandati dal generale Berthier occupano Roma. Viene proclamata la Repubblica romana. Napoleone (che meditava di relegarlo in Sardegna) fa rapire Pio VI e lo fa deportare prima in Toscana, poi in Francia, a Valence, dove morirà un anno più tardi.


GUIDA ALLA LETTURA / 4.


Come detto nel capitolo precedente, anche per questo periodo storico è difficile trovare una bibliografia obiettiva sulla storia del Regno di Napoli.


Per la rivoluzione francese, oltre il libro di Gaxotte già citato alla "Guida alla lettura /1 ", è utile, con cautela: FRANÇOIS FURET, Critica della rivoluzione francese, Laterza, RomaBari, 1995.


Inoltre, anche se i giudizi non sono sempre misurati, un 'opera lumi­nosa, scritta da un contemporaneo, è quella di


JOSEPH DE MAISTRE, Considerazioni sulla Francia, Ed. Riuniti, Roma, 1985.


Pieno di particolari anedottici e di piacevole lettura è: JEANPAUL BERTAUD, La vita quotidiana in Francia al tempo della rivoluzione, Bur Rizzoli, Milano, 1997. Un documento impressionante, invece, commovente e molto più elo­quente di tanta "storia" sono i diari di tre prigionieri del Tempio: JEANBAPTISTE HANET (CLERY), MARIETHERESECHARLOTTE DI FRANCIA, EDGEWORTH DE FIRMONT, Il prigio­niero del Tempio. Detenzione, processo e morte di Luigi XVI, Bonacci, Roma,1993.


Sul massacro della Vandea:


REYNALD SECHER, Il genocidio vandeano, Effedieffe, Milano, 1989.


Interessante, proprio perché vista da tutt'altra prospettiva, è l'opera di uno dei più estremisti fra i rivoluzionari:


GRACCHUS BABEUF, La guerra di Vandea e il Sistema di Spo­polamento, Effedieffe, Milano, 1989.

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CAPITOLO V
L'EPOPEA DEL POPOLO NAPOLETANO


Da qualsiasi parte lo si guardi, il "1799" a Napoli è un'e­popea. Lo è per certi democratici d'oggi che, nella "Re­pubblica napoletana", vedono i semi dell'attuale ordina­mento italiano, e lo è per coloro che, nella rivolta spontanea del po­polo che cacciò i francesi, vedono il riscatto di una nazione dalle farneticazioni dei "pensatori".


Sui cinque mesi della Repubblica napoletana s'è scritto tanto quanto non s'è fatto per tutto il resto della storia del Sud, sono nate leggende che neppure il buonsenso riesce a scalfire, sono state inventate schiere di "martiri", di "carnefici" e di eroi e, quel che è peggio, i popolani di Napoli, da allora, sono diventati per sempre "lazzaroni", camorristi, plebaglia, ignoranti, selvaggi assetati di sangue. Napoli, i Borbone e il Sud tutt'intero, da quel 1799, si sono sempre portati dietro la fama di oscurantisti, retrivi, reazionari sulla quale i "liberali" del Nord avrebbero innalzato le ragioni per poter occupare, devastare, derubare il più antico, illustre, colto, bello e ricco stato italiano e annetterlo come provincia per sempre sottosvi­luppata alla corona di uno staterello di frontiera che aveva la pre­sunzione di diventare potenza internazionale e che ci riuscì.


La storia del secolo successivo, fino all'annessione del 1860 e alla disperata ma instancabile rivolta popolare contro il nuovo Stato, a cui è stato affibbiato il marchio infamante di "brigantag­gio", non è spiegabile, così come ce la vogliono raccontare, senza quel 1799 che diede alle idee già iscritte nel codice genetico della riforma protestante e partorite fra le doglie della rivoluzione forse il più grande smacco della loro folgorante avanzata in Europa.


In Italia, il Regno di Napoli fu l'unico stato a non soccombe­re all'Armata francese e a liberarsi dai giacobini venuti d'oltralpe, e da quelli (pochi) di casa sua, con le sue sole forze e, soprattutto, grazie ad una sollevazione corale del suo popolo. Furono i più umi­li, i più poveri, senza organizzazione, con pochissime armi, a tener testa alla più formidabile macchina da guerra che fosse stata mai concepita fino a quel tempo. Alla «Nazione in armi» si contrappose una nazione di gente scalza e affamata che si batteva sotto una ban­diera bianca con il segno della Croce e, come ai tempi antichi, con il motto «In hoc signo vinces».


Della storia di quell'epopea (vista dall'altra parte) ci cam­pano ancora istituzioni sovvenzionate dallo Stato, cattedratici e se­dicenti filosofi che passano per mecenati distribuendo il danaro pubblico a intellettuali disoccupati. Convegni, seminari, libri a pro­fusione, articoli su riviste specializzate e sui giornali a larga diffu­sione. Celebrazioni, feste e mostre perpetuano l'idea di un grande evento che un "fato crudele" volle soffocare ma che seppe risorgere affrancando dalle catene dell'oscurantismo le genti d'Italia.


Dalla parte della storia vera, che non è guidata né dal fato né dal caso (il "caso", diceva uno scrittore, è la Provvidenza degli im­becilli), gli avvenimenti così come si svolsero in quel 1799 non so­no arrivati a noi se non in poche cronache estemporanee, e non per­ché non ci fossero validi scrittori per redigerle ma perché quel «mo­stro sanguinario» di Ferdinando IV, finita la bufera, per espressa di­sposizione, vietò la pubblicazione di qualsiasi opera riguardante la Repubblica napoletana e i suoi esiti. «Il Re avrebbe voluto stendere il velo dell'oblio su una vicenda che, seppur vittoriosa, considerava legata agli eccessi di una guerra fratricida e il cui ricordo non avrebbe fatto altro che rinfocolare rancori nefasti».

La libertà secondo i francesi


L'avanzata delle armate "giacobine" in Italia aveva lo scopo di distogliere l'attenzione del popolo francese dalla disastrosa situazione in cui si trovata la Repubblica dopo dieci anni di rivoluzione (la popolazione che nel 1788 era di ventotto milioni di popolazione che nel 1788 era di ventotto milioni di abitanti, fra l'altro, s'era quasi dimezzata) impiegando utilmente quello stermi­nato «popolo in armi» allevato fra esecuzioni, massacri e stermini: in pratica tutta la gioventù dai 18 ai 25 anni. Il «popolo in armi» era l'eufemismo con cui veniva presentata la moderna "conquista" della coscrizione militare obbligatoria.


Da allora in poi, in forza dei "sacri principi dell'uguaglian­za", i governi potettero disporre di una sterminata massa di persone da usare come "carne da cannone" e, poiché, in nome degli altret­tanto sacri doveri della fraternità, era in armi, appunto, tutta la na­zione, non si fece più distinzione fra civili e soldati e le guerre di­ventarono massacri indiscriminati. Con l'esercito repubblicano, che presto fu comandato personalmente dal giovane Bonaparte, si chiu­de l'epoca delle guerre della Cristianità, combattute fra loro da pro­fessionisti.


Raramente, l'abbiamo visto, nelle battaglie del passato, ve­nivano coinvolte le popolazioni civili e le città, prudentemente, si rinserravano nelle mura attendendo gli esiti dei combattimenti per prestare omaggio (opportunisticamente ma alquanto saggiamente) al vincitore giacché sapevano anche che, di norma, se si trattava dell'aggressore, costui, per ingraziarsi i nuovi sudditi, avrebbe con­servato alle comunità gli antichi privilegi. Se si trattava invece dell'aggredito, immunità e privilegi sarebbero stati accresciuti. Le città che avevano amministratori più astuti mandavano emissari a spiare, sui campi di battaglia, come si mettevano le cose e, se era conveniente, si dichiaravano dalla parte preponderante issando le insegne del probabile vincitore. Naturalmente era anche questione di fortuna giacché non sempre i pronostici erano esatti. Ma se le co­se andavano pel giusto verso, quella comunità era sicura di accapar­rarsi la fortuna. In caso contrario, a meno di una grazia sovrana, c'era il pericolo di ritrovarsi saccheggiati, gravati di terribili riscatti o, alla men peggio, infeudati.


Anche in Italia, funzionò così fino a tutto il Settecento (le mura e le porte delle città cominciarono ad essere abbattute dopo l'unità d'Italia). Perciò quando si sente dire che, di fronte all'armata francese le popolazioni si sollevavano "bramose di libertà", bisogna ricordarsi che, davanti a quell'invasione di cavallette (un numero così grande di soldati giovani a gagliardi non s'era mai visto prima quando i mercenari costavano cari e, in genere erano esperti vetera­ni, e molti ufficiali e sottufficiali si portavano dietro mogli e fami­glia), di fronte a quei fanatici che combattevano per la rivoluzione e soprattutto per rifarsi della povertà (gli era permesso di arraffare ai vinti tutto quel che potevano), la gente si affrettava ad arrendersi così come si arrendevano in fretta le scarse guarnigioni.


Il Direttorio repubblicano aveva fatto suo l'editto della Con­venzione girondina che, decidendo l'esportazione della rivoluzione, dichiarava di accordare «fraternità e soccorso a tutti i popoli che vorranno ottenere la loro libertà». Le rese venivano quindi trattate, con entusiasmo, da quelli che, dopo essersi messi sul cappello una bella coccarda tricolore (francese: rossa, bianca e blu), già ben in­dottrinati delle idee d'oltralpe, si ergevano a salvatori della patria, pronti a trarne benemerenze, cariche, stipendi e, naturalmente, rico­noscenza dei cittadini salvati dal pericolo dell'invasione. Fu così nel Piemonte già sconfitto, in Lombardia, in Emilia e nelle Romagne che eran Legazioni del Papa, nelle Marche e via di seguito. So­lo più tardi, ma abbastanza in fretta, quella gente cominciò a capire dove andava a parare quella libertà: tasse esorbitanti per pagare le spese di guerra e per rinsanguare le esauste casse francesi, sotto­missione spietata alle leggi rivoluzionarie, persecuzione del clero e dei dissidenti, scristianizzazione, furto di tutte le opere d'arte desti­nate ad abbellire la patria dei vincitori.


Nel 1798, al Generale Cherrer, che aveva sostituito Napole­one a capo dell'Armata d'Italia, il Direttorio esecutivo mandava da Parigi l'"Istruzione" che vale la pena, qui, di riportare per intero, in una traduzione del tempo "non autorizzata":


«L'importante Commissione che vi affida la Patria, Cittadino Ge­nerale, non tende a niente meno che a rendere per l'avvenire la Repubblica Francese arbitra del destino delle Nazioni dell'Uni­verso.


«Sin dal momento della caduta di Cartagine, previde Roma la conquista dell'Oriente; nella totale sommessione dell'Italia sono compresi li nuovi trionfi riservati all 'eroismo della gran Nazione dalla forza insuperabile del destino.


«Li soldati che andate voi a comandare contano le vittorie dal numero delle battaglie che han date, non è permesso dubitare per un solo momento del felice successo delle nostre armi: continuate intanto ad incoraggiare le truppe con tutti quei modi propri, e condurle a de ' nuovi trionfi. Le provincie e le Città da sottomet­tersi abbondano di tutto; Elleno vi offrono degli innumerevoli mezzi per ricompensare li pericoli e le fatiche dei soldati della Repubblica, e noi ve ne facciamo un dovere di servirvene in nome della Patria.


«Ma non basta, che li Tedeschi siano scacciati dal suolo italiano, è necessario trarre da quella bella parte d'Europa tutto il possibi­le vantaggio, per l'ingrandimento ulteriore della Repubblica. «La Francia non ha bisogno di braccia forestiere per soggiogare li suoi nemici, ma ha ella bisogno delle ricchezze dei popoli vinti. Li figli della gran nazione non devono occuparsi che di fare la guerra, e di comandare, tocca alle Nazioni conquistate il mante­nerli e obbedire.


«Il Direttorio Esecutivo ha giudicato necessario fin d'ora di tener nascosto il vastissimo oggetto che s'era proposto, e di abbagliare le teste italiane col fantasma della Sovranità e dell'indipendenza nazionale: quest 'idea seducente, secondata da persone ambiziose ed avide di questo paese, ebbe tutta quella riuscita che conveniva ai nostri interessi: sedici milioni di uomini furono sottomessi da un numero di combattenti che si poteva chiamare corpo di volontari piuttosto che armate.


«Li monumenti delle Arti e delle scienze che decorano questo pa­ese ebbero una più nobile destinazione; essi sono venuti a deco­rare li vincitori li soli degni di possederli: l'oro e l'argento di cui l'Italia abbondava fu tutto versato nelle Casse delle nostre arma­te. Fosse stato possibile di impiegarlo tutto in ricompense, o a riempire il vuoto del tesoro nazionale; ma convenne prodigalizza­re a corrompere gli amministratori dei differenti stati a stipendia­re li faziosi, gli allarmisti, gli spioni, e presso li forestieri, gli en­tusiasti apostoli dei nostri principi


«Un tal sistema, utile per le circostanze del momento, deve cessa­re subito che le Truppe Austriache saranno scacciate da quel can­tone d'Italia che la generosità Francese ha voluto credergli, e il nostro Governo deve ritirare dei più solidi frutti da un così pre­zioso stabilimento.


« Voi siete quello, Cittadino Generale, che il Direttorio Esecutivo ha scielto, per organizzare il governo politico d'Italia, di cui voi siete destinato a terminare la conquista.


Crediamo inutile di ricordarvi che la Repubblica Francese essen­do unita, tutte le Repubbliche Italiane infantate, e tollerate a cau­sa soltanto dell'imperiosità delle circostanze, devono sparire. L'esistenza dei vinti non consiste che in una tranquilla servitù, e non devono conoscere altre leggi, che quelle che gli verran detta­te dal conquistatore.


«Il Direttorio si riserva a far decidere con più maturità la futura sorte di queste Provincie, e frattanto voi stabilirete, Citt. Genera­le, in tutte le Città un Governatore, tratto dal seno dell 'Armata, che sarà Capo del Corpo Politico, che voi istituirete di una muni­cipalità, e di una commissione economica. Dipenderanno dalla prima la giudicatura Civile, e Criminale come pure l'amministra­zione particolare di cadauna Città, e distretti, quella degli Ospita­li, delle fabbriche pubbliche, e cose simili; apparterrà alla secon­da l'esazione delle imposte, e il maneggio di esse, in conformità degli ordini che riceverà dal Direttorio.


«Li membri delle rispettive municipalità saranno scielti dai Citta­dini del Paese, li più ricchi, e li più onesti, e sopra tutto ragione­voli abbastanza per conoscere che la loro felicità dipende dalla pronta obbedienza alle leggi del più forte. Vi si commette preci­samente di non lasciar entrar in quegli onorevoli impieghi alcuno di quegli esseri immorali che colla loro ambizione secondarono li nostri progetti, o mostrarono un 'inclinazione di opprimere e di arricchirsi.


«Da uomini di tal fatta la Repub. non può aspettarsi una miglior condotta di quella che hanno essi tenuta per li suoi interessi verso i loro concittadini: il lasciarli in posto non potrebbe che disono­rare il nome Franc. ch 'essi soli han reso odioso ai deboli italiani.


«Questo colpo d'Autorità così necessario alla tranquillità e all'economia pubblica e che ridona alle arti e ai mestieri dei loro padri una folla di scellerati che s'impinguavano del Patrimonio Pubblico non mancherà di formare dei malcontenti, ma voi sapre­ste contenerli col rigore, e questa misura sarà altrettanto più utile quanto che ella ci concilierà la stima di quelli, che vendicati degli insulti sofferti riputarono finora tal razza d'Uomini dispregievoli. «Nella Commissione economica dovranno essere ammessi li soli Cittadini Francesi. Fate in maniera che cada la scelta sopra degli uomini degni della pubblica fede, poiché è stata finora ingannata di troppo.


«Sopprimete al più presto le così dette Guardie Civiche, e legioni Nazionali; Soffocate nei cuori italiani qualche scintilla di ardor marziale. La Romana Potenza si è indebolita subito che ha per­messo ai Forestieri l'uso dell 'armi. Approfittiamo de ' suoi errori dopo di avere offuscato lo splendore de ' suoi esempi. L'agricoltu­ra, il commercio, le arti, sono le sole professioni che voi dovete incoraggiare in una Provincia soggiogata, destinata a nudrire li suoi Padroni, e ad esserne il granaio.


«Abbandonate in conseguenza a loro stessi li letterati e le scienti­fiche istituzioni, affine di ottenerne senza violenza, e senza una scossa sensibile l'annichillamento. La scienza deve essere esclu­sivamente riservata ai soli Cittadini Francesi come lo era ella in Egitto ai Sacerdoti di Memfi, e di Heliopoli. Nel mentre che cer­cherete voi di umiliare i sapienti classe inutile per lo meno, se an­che non sia pericolosa in un Popolo destinato a obbedire, vi dare­te tutta la cura possibile per onorare, e premiare l'industria, e gli uomini, che coltivando le Arti, e l Agricoltura somministrano alla Repubblica colle produzioni della terra, e con l'argento che ne ri­traggono al di fuori li mezzi di mantenere, e di estendere il domi­nio.


«La mollezza, e il lusso non mancheranno d'introdurli in una na­zione esclusa dall'esercizio delle armi, e delle scienze sublimi, che coltiva un suolo fertilissimo. Sarebbe impolitico se non fosse ancora impossibile il pretendere dei costumi austeri dagli abita­tori dell 'Italia. È perciò che in luogo di arrestare l'amore dei piaceri, e dei divertimenti voi dovete proteggerli, ed eccitarli, affine di disporre gli spiriti dal peso della dipendenza, e per render­li sempre più impotenti a tentare delle novità. Per domare le Città della Grecia, e dell 'Asia, che soffrivano con l'impazienza di esse­re state private della lor libertà, e sempre pronte a una rivolta, li Sovrani dell'Oriente non trovarono miglior mezzo che quello d'immergerli nei piaceri con spettacoli magnifici, con sontuosi fe­stini, e con amori li più sregolati. Questo regolamento pieno di saggezza riescirà assai più facile per noi che dobbiamo impiegar­lo con dei popoli avviliti dall'ozio, da una lunga pace, e molto più dall 'infingardaggine de ' loro imbecilli Governatori, che abbiamo abbattuti.


«Qualunque sia il numero dei Capi d'Opera delle Arti, e delle Scienze trasportati dall 'Italia nel seno della Repubblica; è certo che esiste ancora colà tanto nei luoghi pubblici, quanto nelle Ca­se dei particolari una quantità enorme di Quadri, di Statue, di Li­bri, e di Medaglie, vi si trovano ancora delle collezioni di ogni specie di vasi di urne, di colonne, e di obelischi, oggetti preziosi in ogni senso, e molto propri a far preponderare sopra tutte le al­tre quella Nazione che li possiede. Ella è una massima del Diret­torio, che questi monumenti passino un poco per volta sotto nome di dono, o di tributo a nobilitare la Repubblica e verrà rimarcata come una luminosa prova della vostra desterità. Cittadino Gene­rale, se persuaderete gli Italiani a farne una volontaria cessione, che non si lascerà di esigere colla forza nel caso che non vi resti altro mezzo per ottenerlo.


«Nello scrupoloso adempimento della delicata commissione che vi si affida, e sta appoggiata la grandezza della vostra Patria, voi non potete rinunziare alla gloria di avere in un grado così emi­nente ben meritato di essa.

«Salute e Considerazione».


Del tutto ignorata dalla storiografia "ufficiale", di questo pe­riodo, è l'opposizione eroica e disperata che si ebbe, soprattutto nelle Legazioni pontificie, per opera dei cosiddetti "insorgenti", persone di tutte le classi sociali che prese le armi quando, sopporta­ta ogni vessazione, si ribellarono alla violenta scristianizzazione dei loro paesi. Si tratta di una "storia minore", seppellita sotto la greve rettorica risorgimentale, che solo adesso, pochi coraggiosi stanno scrivendo.


Di fatto, l'avanzata di Bonaparte fu rapidissima. Cominciata con la sua nomina a capo dell'"esercito d'Italia", il 12 di ventoso del l'anno IV della Rivoluzione (2 marzo 1796), l'armata dilaga in Piemonte, il 14 maggio arriva già a Milano e l'8 settembre si spinge fino a Bassano. Il 31 dicembre fonda la Repubblica cispadana. In­tanto ha avuto il tempo di "legalizzare" con un bel trattato, l'occupazione della Savoia, di Nizza e di altre coserelle del Re di Sardegna, attuata già dal 1793. Scende verso gli stati del Papa e, con il trattato di Tolentino, Napoleone legalizza anche la già con­sumata annessione, alla Francia, di Avignone e del Contado venassino. In Italia fonda la Repubblica cisalpina dove, a Reggio Emilia, nasce il tricolore italiano, a bande orizzontali, rossa, bianca e verde (tanto per non confondersi con quello francese) e scialo di fasci lit­tori, cannoni, bandiere, tamburi, serti d'alloro al centro. Il 5 feb­braio 1798 l'esercito francese comandato dal Generale Berthiet en­tra a Roma e, dopo 10 giorni viene proclamata la Repubblica roma­na. Dopo altri cinque giorni, per ordine di Napoleone, Pio VI è rapi­to dal Vaticano.


Il Cittadino Bonaparte, intanto, lasciato il comando dell'Armata d'Italia, è tornato in Francia ed è salpato per la spedi­zione d'Egitto. L'11 giugno occupa Malta, isola sottoposta al Re di Napoli, e minaccia la Sicilia. Il popolo è già in fermento per le noti­zie che vengono dal confine. Una lega si forma fra Ferdinando IV, Francesco II d'Austria, l'Imperatore di Russia Paolo I, l'Inghilterra e la "Sublime Porta" (come si denominava l'Impero Ottomano) di­rettamente minacciata nei suoi possedimenti africani: ma, a parte la novità dei turchi che combattono a fianco ai cristiani, si tratta, al momento, di poche forze raccogliticce. Fra di loro, la maggior parte dei napoletani non avevano mai vista una guerra in vita loro. Il 23 novembre, Ferdinando varca la frontiera pontificia e punta diretta­mente su Roma mentre gli alleati prendono direzioni diverse. Il 29 successivo il Re di Napoli e di Sicilia entra nella città papale ab­bandonata in fretta dai francesi che però, riorganizzatisi e battuti gli alleati, ritornarono sulle posizioni perdute e cominciano a dirigersi anche verso il Napoletano. Ferdinando, il 7 dicembre, dopo aver emanato un proclama ai napoletani invitandoli alla resistenza arma­ta, lascia Roma e rientra nella capitale per organizzare la difesa del Regno. Ormai l'Armata d'Italia sta sciamando in Campania e dopo aver occupato Pontecorvo e Benevento, antichi possedimenti del Papa, dirige verso Napoli.


Comincia da questo momento l'epopea dei napoletani. Il 21 dicembre, mentre i giacobini locali già s'organizzano per accogliere degnamente i francesi e gli aristocratici si perdono in lunghissimi parlamentari su come venire a patti con gli invasori, i popolani, passandosi la voce, accorrono a frotte a Largo di Palazzo. «Affac­ciatomi al balcone, scrive Ferdinando nel suo diario, [ho] veduto un immenso popolo con una bandiera alla testa con un Cristo sopra». I napoletani più semplici hanno capito come stanno le cose: non c'è da fidarsi di «signure e cavaliere». Ormai gira la voce che il Re, senza possibilità di difesa, voglia mettere in salvo la corte nella se­conda capitale, Palermo. I francesi sono alle porte della città. I po­polani fremono e rumoreggiano: sono pronti a combattere contro i giacobini e, tanto per mostrare di cosa son capaci, linciano subito un povero commerciante francese scambiato per spia. Ferdinando dal balcone li invita a disperdersi e a starsene calmi. Le sue ultime raccomandazioni sono perché il popolo non opponga resistenza agli invasori e attenda fiducioso il suo riscatto: non vuole un bagno di sangue. La stessa notte sale sulla Vanguard, l'ammiraglia di Nelson che, con tutta la sua flotta, è nel golfo di Napoli. Mentre le navi s'allontanano, viene dato fuoco ai bastimenti da guerra in porto, che sono impossibilitati a salpare: i francesi non faranno bottino d'armi. Come al solito, si consoleranno con esosissime "contribuzioni" e con il saccheggio dei palazzi reali, dei forzieri, dei musei e delle bi­blioteche.

San Gennaro «traditore»


San Gennaro, dal tempo del Re Carlo, è iscritto ufficialmente nei ruoli  militari   col  grado   di  Maresciallo   generale   comandante dell'Esercito napoletano. Il suo appannaggio viene versato rego­larmente all'Arcivescovo che lo incamera nel Tesoro. Della de­vozione dei napoletani per colui che, dal Cielo, li protegge soprat­tutto dalle disastrose eruzioni del Vesuvio, sono state scritte biblio­teche. Eppure, nella sua epopea liberatrice, il popolo arrivò a desti­tuirlo, a "degradarlo" e ad eleggere, al suo posto, Sant'Antonio. È un episodio che sembrerebbe confermare la proverbiale supersti­zione dei popolani partenopei e che, invece, ne attesta la profondis­sima fede, oltre alla caparbietà. Se, nella Comunione dei Santi, essi non mettono in dubbio che il loro protettore possa disimpegnarsi a dirigere con onore l'esercito, di fronte a quello che considerano un voltafaccia, non esitano ad ammutinarsi levandogli il comando ed affidandolo ad un santo forestiero.


In effetti, è difficile, oggi, stabilire se il Cardinale Capece Zurlo fu timoroso dei francesi e dei giacobini locali o se volle, con paterna premura, far cessare la carneficina dei napoletani. Dalla partenza del Re fino al 21 giugno, quando fu proclamata la Repub­blica, l'arrivo dei francesi procedette di concerto con la rivolta dei "lazzari". Si dice che ne scesero in campo 60.000, sempre meglio armati di ciò che catturavano in battaglia al nemico o semplicemen­te di ciò che gli rubavano durante le tregue: verso la fine della rivol­ta disponevano di una dozzina di cannoni di grosso calibro. Ne mo­rirono almeno 10.000. Le fucilazioni senza processo furono innu­merevoli. Nonostante la mancanza di preparazione militare e di ca­pi addestrati, seppero organizzarsi, con mogli, figli e nonni a far da sussistenza, per contrastare passo passo l'avanzata in città delle truppe francesi, per tendergli trappole nei vicoli, per metterle più volte in ritirata, per assaltare il forte di Sant'Elmo dove si era appo­stato il comando francese e dove poi si barricò il governo repubbli­cano. Il generale Championnet doveva ammettere, in una sua rela­zione al Direttorio, che «I lazzaroni, questi uomini meravigliosi... sono degli eroi... sono comandati da capi intrepidi. Il forte di S. El­mo li fulmina, la terribile baionetta li atterra, essi ripiegano, in or­dine, tornano alla carica».


Le versioni del fatto di San Gennaro sono diverse: secondo alcuni, Championnet, per ingraziarsi i napoletani, si recò in cattedrale per un Te Deum di ringraziamento e volle gli fossero mostrate le ampolle col sangue del martire che, fuori dei tempi previsti, si liquefece. C'è chi dice che, anzi, minacciò di morte l'Arcivescovo se il miracolo non fosse avvenuto, tenendogli una pistola puntata ad­dosso per tutta le cerimonia. Altri dicono che il Cardinale Capece Zurlo, per far cessare la carneficina, posticipò la notizia della lique­fazione al momento della tregua mentre essa era avvenuta il 22 gennaio, proprio al culmine trionfale dell'insurrezione popolare. Come che stiano veramente i fatti, i napoletani, per questo sgarbo del santo che con il prodigio sembrava avvallare il nuovo governo, si elessero protettore e Generale in capo un forestiero, Sant'Anto­nio. Il fatto, poi, che l'Armata della Santa Fede arrivasse in città proprio il 13 di giugno, festa del taumaturgo portoghesepadovano, sembrò confermare che la scelta era stata appropriata.

La Repubblica e l'emancipazione femminile


Se i nobili e i borghesi che avevano aderito alla rivoluzione erano i nemici giurati per i "lazzari", anche il clero fu additato fra coloro che simpatizzavano per i giacobini. In effetti, nel Regno, il clero che aderì al nuovo regime dovette essere scarsissimo se si tien con­to che, fra duecento vescovi, solo dieci furono poi accusati di aver tenuto il sacco ai rivoluzionari o di aver assunto un atteggiamento conciliante. Il basso clero e i religiosi, se v'è una ragionevole pro­porzione, non dovettero essere molti di più. Ma sicuramente, come succede anche oggi, i preti e i frati "progressisti" sono quelli che si mettono più in mostra, ed anche allora, in confronto a quelli che si tennero umilmente in disparte, ve ne furono di quelli che, entusia­sticamente, "si aprirono al dialogo". Basterebbe, per tutti, citare il Vescovo di Vico Equense, Michele Natale, autore, fra l'altro, con il titolo di «Cittadino Presidente della Municipalità di Vico», di un Catechismo repubblicano per l'istruzione del popolo e la rovina dei tiranni. Questo prelato, che fu poi ridotto allo stato laicale e giusti­ziato dalle Giunte volute da Nelson, si mise a capo del direttorio ri­voluzionario della sua città e si distinse, dicono, per lo zelo fiolfrancese. Fra i giustiziati, del resto, di ecclesiastici, oltre al Natale, ve ne furono sedici, fra cui alcuni spretati e un seminarista. Nella capitale, comunque, la condiscendenza del clero verso i vincitori (dettata probabilmente dalla prudenza) e l'aperta adesione di molti tonsurati al verbo repubblicano, fu più alta che altrove e, del resto, i francesi, avvisati della grande devozione dei napoletani, cercavano di coniugare il meglio possibile religione e rivoluzione. Di fatto, nella Certosa di San Martino ed in altri monasteri e conventi (si spera su insistenza degli ospiti francesi) si tennero "balli repubbli­cani" mescolando le note della Carmagnola con quelle della Taran­tella per affratellare i conquistatori con i conquistati e, va da se, so­prattutto con le conquistate. In fondo, ogni rivoluzione, alti quanto si voglia gli ideali, parte dall'istinto alquanto basso di liberarsi dalle convenzioni della morale, prima di tutto "emancipando" le donne.


Due donne "emancipate", peraltro, restano le eroine della Repubblica napoletana, Eleonora Fonseca Pimentel e Luisa Sanfelice, ambedue più sfortunate che colpevoli, entrambe vittime delle conseguenze di sentimenti frustrati e mal orientati, una reagendo "ideologicamente" alle sue disgrazie, l'altra facendosi sopraffare da un annichilente vittimismo.


Vi è un antico proverbio spagnolo che dice: «Guardati da nobile poverino e da donna che sa di latino». Cosa c'è di peggio, in­fatti, di uno spiantato rancoroso col destino che l'ha privato delle fortune avite? e di una saccente sempre pronta a metter bocca in ogni cosa? Nel caso di Eleonora Fonseca Pimentel, quei due tipi umani si incontrarono quando, giovanissima, romantica, inquieta divoratrice di letteratura, sposò un altrettanto giovane capitano del Reggimento "Sannio", Pasquale Tria de Solis. Strettezze finanzia­rie, debiti del marito, furti sulla sua dote, oppressione d'un nugolo di cognate zitelle: il matrimonio presto naufragò fra litigi clamoro­si, le percosse e la tristezza d'un figlio perso in gravidanza. Eleono­ra tornò alla casa paterna e si circondò di amici frequentando i sa­lotti letterari, presto conobbe i più famosi maîtreàpenser e ne condivise le idee con la devozione di una catecumena. Di qui alla Corte il salto fu breve. Maria Carolina, intenerita e intrigata da que­sta giovine poetessa, la fece sua bibliotecaria. La carriera fu fulminea: Eleonora si trasformò in perfetta cortigiana assecondando la Regina tanto nelle sue fisime di cultura e di spregiudicatezza quan­to nei suoi languorosi vezzi arcadici. Complice di frivolezze e atti d'imperio, d'aperture alle nuove idee e d'inquietudini per il futuro, ne divenne la più intima delle confidenti. Insomma, una perfetta dama da salotto di quei tempi, senza ritegni verso le suggestioni più azzardate e pronta a infervorarsi nell'adulazione più smaccata della monarchia e del Re a cui dedicava, ahimè, sdolcinati e retorici componimenti poetici. Le amicizie pericolose, mentre in Francia ruggiva la rivoluzione, la coinvolsero nei "club", nelle congiure, fi­no a portarla alla sbarra, nel 1794, con gli altri sospetti di simpatie giacobine, e ad essere condannata come sovversiva. Liberata dal carcere dai francesi, fu subito cooptata dai vecchi amici per il Diret­torio della nascente Repubblica e redasse uno dei tanti fogli che fe­cero la loro apparizione durante quei cinque mesi, Il Monitore, uno dei giornali più estremisti, che non si faceva scrupolo, in nome de­gli ideali della rivoluzione, di calunniare (secondo la scuola volteriana) e di propagare notizie false sull'andamento delle operazioni belliche. Gli stessi componenti della giunta rivoluzionaria doveva­no calmare i bollenti spiriti di questa menade giacobina e dovettero bocciare, perché giudicata prematura e impopolare, la sua proposta di introdurre il divorzio nella redigenda Costituzione. Frustrata an­che nel suo rigore politico, si sfogò nelle contumelie più atroci con­tro il Re che, come i costituenti parigini chiamava "Ferdinando Capeto", ma soprattutto contro la Regina, sconfessata amica del cuore, che definì «Rediviva Poppea, Tribade impura, d'imbecille tiranno empia consorte» attribuendogli ogni sorta di sconcezze, amori saf­fici e soprattutto un rapporto equivoco con l'ultima confidente di lei, la vulcanica Lady Hamilton, "ninfa egeria", per così dire, del­l'Ammiraglio Nelson. I suoi feroci articoli sul Monitore hanno ali­mentato i pettegolezzi più sguaiati degli antiborbonici di ogni tem­po. Nelson non ne ebbe pietà e la consegnò ai giudici delle Giunte civili e militari che la condannarono all'impiccagione.


La storia di Luisa Sanfelice, tramandata da Dumas figlio, immaginifico e ben ricompensato cronista della fine del Regno, al seguito di Garibaldi, è solo un epico romanzo d'appendice ad uso dei patrioti liberali e delle patriote sentimentali. Del resto a quali fonti aveva potuto attingere per una storia accaduta sessant’anni prima? Tutt'oggi vi sono varie versioni delle vicende di quella po­veretta. Tutte concordi però nel sottolineare la sua criminale legge­rezza e la fine miseranda.


Di nobile famiglia, sposata ad un cugino, Luisa, che da ra­gazza faceva De Molines, nel '99 aveva 35 anni e doveva essere al­quanto piacente e del tutto spensierata se, incurante del marito, po­teva tener salotto insieme a progressisti e reazionari mentre nelle strade si scannavano lazzari e francesi e un gruppo di lealisti prepa­rava una congiura contro gli occupanti. Uno dei congiurati, Gerardo Baccher, innamorato della bella signora, le rivelò quel che stava lì lì per accadere e galantemente la fornì d'un salvacondotto. Ma Luisa, a sua volta, se ne vantò con un altro amante di fede giacobina che denunciò subito il complotto. Gerardo e i suoi due fratelli (uno di 14 anni) ed altri cospiratori furono fucilati. All'arrivo di Nelson, il padre dei Baccher denunciò la Sanfelice che fu prontamente con­dannata a morte. Destinata a diventare suo malgrado "madre della patria" per i giacobini d'ogni tempo, Luisa Sanfelice non accettò il ruolo di eroina e, con la compiacenza dei medici, non trovò di me­glio che fingersi incinta. La nuora del Re se ne impietosì e Ferdinando le assegnò un sussidio in carcere fingendo di dimenticarsene. Ma dopo un anno il Baccher padre chiese conto di una gravidanza che ormai aveva una durata surreale, pretese fosse adempiuta la giustizia e Luisa dovette salire al patibolo.


Una storia disgraziata ed oscura con molte dimenticanze vo­lute, compresa quella del compilatore della biografia della sventura­ta nell’ Enciclopedia italiana, "illustre" storico del Mezzogiorno che, dei fratelli Baccher e degli altri cospiratori, ci rammenta solo che «furono arrestati», come se il resto fosse irrilevante.


Del resto, la storia della Repubblica napoletana, che non eb­be un giorno di pace e che, solo a stare ai morti "ufficiali", dovette essere un'interminabile massacro, viene raccontata solo come un'aurora di speranza il cui "sol dell'avvenire", fermato inopinata­mente dalla brutalità della plebaglia e della reazione, sarebbe fi­nalmente risorto nel 1860. Nelle rivoluzioni ci sono sempre morit da dimenticare e morti da ricordare: le migliaia di esecuzioni "mili­tari" non sono arrivate a noi né sono arrivate le innumerevoli ese­cuzioni "civili" ordinate dalla Repubblica. Il responsabile del tribu­nale repubblicano, il Capitano Antonio Velasco, dopo aver reso piena confessione del suo operato, non ebbe il coraggio di sottosta­re al giudizio e, mentre veniva tradotto di fronte alla Giunta, si sui­cidò lanciandosi da una finestra. L'unica numerazione, variabile a seconda della commozione patriottica del contabile di turno, è quel­la che riguarda, appunto, i "patrioti", cioè i capi repubblicani con­dannati, per lo più, per lesa Maestà e tradimento, per reati da codice penale e, per quel che riguarda i militari, anche per diserzione, spionaggio e razzia.


La «furia sanguinaria e vendicativa» dei Borboni traditi, do­po l'entrata dell'Armata della Santa Fede a Napoli, fece un'«ecatombe di vittime innocenti», mise a morte «i più dotti e ge­nerosi uomini»: «tutta Vélite culturale del meridione d'Italia, una strage da cui il Mezzogiorno non s'è più ripreso moralmente e so­cialmente». Due lapidi sul Municipio di Napoli ricordano ancora le vittime, un po' troppe: almeno diciotto in più. Lo stesso Giustino Fortunato, tessendo l'apologia dei repubblicani, riconosce che sedi­ci di quei nomi appartengono a gente che non ha nulla a che vedere con le condanne delle giunte: uno è addirittura di un suicida.


Le condanne eseguite furono novantotto, una di meno se si considera Francesco Caracciolo, già capo della Regia Armata di mare che, tornato da Palermo dove aveva accompagnato il Re e do­po aver chiesto licenza «per affari personali», si diede ai francesi e divenne Direttore della marina repubblicana. Catturato da Nelson, fu immediatamente impiccato al pennone dell'ammiraglia.


Certamente i giustiziati, anche se molti di meno di quelli dei repubblicani, non furon pochi e Nelson, che ne pretese la morte, più che fare giustizia al Regno tradito, volle dimostrare la fermezza bri­tannica: un chiaro messaggio alla Francia e a Napoleone che, indomito, dopo Abukir, scorrazzava spavaldamente per il Mediterraneo nonostante la batosta di Nelson.


Quando Fabrizio Ruffo entrò a Napoli, dopo aver trattato lungamente la capitolazione del Forte di Sant'Elmo, da cui francesi e repubblicani continuavano a mitragliare la folla, dichiarò di non voler fare vendetta delle scelleratezze commesse in quei cinque me­si e promise di comminare l'esilio a tutti quelli che avevano avuto parte nella rivoluzione e che si fossero arresi. Nelson arrivato nel golfo due giorni dopo, con tutta la sua temibile flotta e, nonostante le proteste del Cardinale, revocò l'amnistia e formò le Giunte di giustizia militari e civili con membri da lui scelti fra intransigenti magistrati siciliani e generali austriaci.


Tutta la potenza britannica, decisa come non mai a farla fini­ta con questi esaltati del continente che, con le loro rivoluzioni, di­sturbavano i traffici mercantili, era sotto gli occhi degli alleati russi, austriaci e turchi. Ferdinando non fu nemmeno interpellato e dovet­te accettare le decisioni di Nelson. Gli inglesi, del resto, avevano un metodo infallibile di persuasione: i cannoni delle loro fregate. Pun­tati sulla città, erano un argomento che più eloquente non si può e che, senza il minimo di fairplay, fu usato puntualmente fino a che Napoli, l'Italia e l'Europa intera misero testa a partito e diventarono come piaceva a loro.


In quanto al Re, come si dimostrò dalla grande amnistia che, due anni dopo, mise in libertà tutti i detenuti (222 condannati a vita e 355 a pene temporanee, oltre quel che abbiamo detto sull'"oblio" della guerra fratricida) e riammise nel Regno tutti gli esiliati, la sua opinione, tirata poi a destra e a manca, era, nonostante i tentenna­menti, gli scrupoli, i risentimenti e le richieste di giustizia del popo­lo napoletano, la stessa del Cardinale Ruffo: clemenza e perdono ove possibile per ristabilire presto la pace. Lo apprendiamo da una lettera di Maria Carolina che, evidentemente, rispecchia il pensiero del Re e che, forse per una svista, pubblicò il Fortunato. «Per i rei di Stato, scriveva la Regina al porporato, il metodo preso è intieramente contro il mio parere. Io volevo una Giustizia sollecita, subi­tanea, pronta, per incutere timore; e veramente i capi sono troppo noti per aver bisogno d'altro: indi, con tutti i mezzi d'imbarco nel porto, prendere tutti gli scrittori municipalisti, organizzatori, capi della capitale, e depositarli in Francia; e agli altri perdono».


In ogni caso, è opportuno precisare qual era l'«élite cultura­le» che fu mandata a morte «spegnendo per sempre ogni possibilità di elevazione culturale e sociale del Mezzogiorno». Gli ecclesiastici giustiziati, dopo essere stati ridotti allo stato laicale, furono dicias­sette. Di loro, secondo Fortunato, quattro erano docenti universitari ed uno dell'Accademia di Marina. Del sacerdote Domenico Vin­cenzo Troisi si conosce qualche trascorso: "Moderatore" della "Sa­la dell'istruzione repubblicana", aveva, tra l'altro, sostenuto «poter­si dai preti contrarre matrimonio e non vi è bisogno della benedi­zione del Parroco, che egli caratterizzava come una semplice acces­sione al contratto». I nobili, senza altra qualifica, furono dieci, fra i quali la Pimentel e la Sanfelice. Fra di loro meritano attenzione il Conte di Ruvo Ettore Carafa e Don Gennaro Serra dei Duchi di Cassano.


Inviato con le truppe francesi a ridurre alla ragione le città lealiste della Puglia, ecco cosa dice l'insospettabile Cuoco di Ettore Carafa: «ma egli abusò della sua forza. Prese settemila ducati che trasportava il corriere pubblico e che avrebbero dovuti esser sagri; e quando gliene fu chiesto conto, non potette dimostrare che fossero degl'insorgenti. Il troppo zelo di punir questi forse lo ingannò! Non seppe distinguere gli amici dagl'inimici ed, ove si trattava d'imposizioni, la condizione dei primi non fu migliore di quella dei secondi. Bari, in una provincia tutta insorta, avea fatti prodigi per difendersi. Quando egli vi giunse, dovette liberarla da un assedio strettissimo, che sosteneva da quarantacinque giorni: vi entra e, come se fosse una città nemica, le impone una contribuzione di quarantamila ducati. La stessa condotta tenne in Conversano cui, ad onta di esser stata assediata dagl'insorgenti, impose la contribuzio­ne di ottomila ducati. Nella provincia di Bari non vi restò un paio di fibbie d'argento. Tutto fu dato per pagar le contribuzioni imposte». Precedentemente il Carafa aveva distrutto «la formidabile insorgen­za di Sansevero» e, prima di mettere a ferro e fuoco Trani, prese Andria, feudo della sua famiglia. Qui, fra l'altro, saccheggiò la cattedrale e diede alle fiamme l'intero archivio vescovile distruggendo per sempre la memoria storica di quella città. Ad Ettore Carafa, dopo una piazza, l'amministrazione comunale di Andria ha intitolato recentemente anche una scuola.


Gennaro Serra, di 27 anni, era il rampollo di una antichissi­ma casata calabrese. Pieno d'ardore giovanile, seguì le truppe fran­cesi. Morì, senza capire perché il popolo applaudisse al Re invece che a lui «che ne aveva voluto il bene», gettando nello sconforto la madre che, lasciato per sempre il palazzo napoletano, se ne tornò in Calabria. Lì, il capo della famiglia, ignaro delle gesta di Gennaro, al passaggio della Santa Fede, aveva allestito un ospedale nel suo pa­lazzo di Cassano assistendo oltre duecento feriti. Il portone di Pa­lazzo dei Duchi Serra di Cassano, restato da allora sempre chiuso (ma solo perché la famiglia non tornò più a Napoli e lo vendette), divenne un simbolo per ogni nostalgico rivoluzionario.


I militari, tutti ufficiali, fra cui l'Ammiraglio Caracciolo e due famigerati generali, Federici e Matera, furono diciotto, tutti ac­cusati di alto tradimento, diserzione e passaggio al nemico. I magi­strati tre, i docenti universitari sei, fra i quali Mario Pagano e Do­menico Cirillo, noti framassoni ma più noti per aver redatto la co­stituzione repubblicana. Fra i ventisei professionisti, naturalmente, spiccavano venti avvocati, la categoria più numerosa, poi due notai e quattro medici. Cinque erano gli impiegati e cinque gli uomini d'affari e i commercianti, un orologiaio, un maestro di scherma, due studenti di medicina, due giovanotti senza mestiere e due «let­terati», Ignazio Ciaja e Giacomo Antonio Gualzetti (quest'ultimo «poeta») dei quali, però, non si conosce opera alcuna.



I "lazzari" da popolo a plebaglia


Il Re, dicevano francesi e giacobini, s'è alleato cogli scomunicati e gli infedeli. Turchi e russi, in effetti, erano uno sparuto gruppetto ma al popolo napoletano, che i rivoluzionari volevano prendere dal­la parte della fede, la cosa (dimenticando che, ai meridionali, la tol­leranza non glie la può insegnare nessuno) non faceva né caldo né freddo: «pe ' Tata nuosto», come dicevano chiamando il Re Papà, erano pronti a far patti anche con Belzebù. Il ché è proprio un modo di dire, perché, piaccia o non piaccia ai sociologi progressisti, ai napoletani (e a tutti i meridionali) tutto gli puoi toccare fuorché quel che riguarda l'anima loro. Un meridionale ad un settentrionale che gli ripeteva, sull'onda del libro di Carlo Levi, che «Cristo s'è fermato a Eboli», rispondeva serafico d'essere pienamente d'ac­cordo ma che Cristo, in quel caso, sicuramente, veniva da Reggio Calabria. Ancora per anni, dopo la vittoria della Santa Fede, i "pazziarielle", con corteo di suonatori di tamburielli, tricchebballacche, putipù, scetavajasse e caccavelle, cantavano, fra nugoli di popolo plaudente e corteo di scugnizzi, la storia del loro trionfo e la ragio­ne della loro devozione al Re: «Viva TataMaccarone ca rispetta la religgione».


I francesi avevano immediatamente importato a Napoli le usanze rivoluzionarie, il numero degli anni a partire dalla procla­mazione della Repubblica francese, i mesi coi nomi bucolici, Germile, Termidoro, Messidoro e via dicendo, la "settimana" di dieci giorni con, al posto della domenica il "decadì". Bastava quest'ultima novità a spazientire i napoletani che nessuno avrebbe mai convinto a lavorare più di sei giorni di seguito, come Dio co­manda, e a rinunciare ad almeno un giorno di riposo ogni mese.


L'"albero della libertà", un palo inghirlandato con scritte, motti, allegorie, coronato da un berretto frigio, simbolo delle con­quiste rivoluzionarie, a Napoli fu piantato in cinque posti diversi. Intorno ad esso avrebbero dovuto celebrarsi i trionfi giacobini ma il popolo, di notte, li buttava continuamente a terra. Girandovi attorno tre volte, si poteva concludere un matrimonio: bastava che il ma­schio dicesse «All'ombra di questo albero fiorito, tu mi sei moglie e io ti son marito», e la femmina: «All'ombra di questo albero fiorito, io ti son moglie e tu mi sei marito». Ma scherziamo? vaglieli a toc­care, ai meridionali, il matrimonio e la famiglia.


Fra le leggi della Repubblica, naturalmente, oltre la marea di "contribuzioni" fissate dai francesi, non poteva mancare la coscri­zione obbligatoria per Napoli e per il resto dello Stato. Si era reclu­tati dai 15 ai 60 anni: sono esentati solo «gli storpi, i ciechi, gli in­disposti per malattie croniche» e «tutti gli altri che pe' loro delitti, o per l'immoralità di loro condotta» non fossero degni dell'onore di prendere le armi in difesa della patria. I coscritti venivano divisi in due classi, "sedentanea" e "attiva". I primi, che non prestavano ser­vizio attivo, dovevano pagare una somma di denaro in cambio del beneficio di cui usufruivano. Insomma, i napoletani erano proprio refrattari alla «democratizzazione».


Con lo stesso spirito degli antropologhi, i visitatori dell'Ot­tocento e quelli odierni vanno a cercare a quale punto del­l'evoluzione corrisponda l’homo meridionalis visto, sempre e co­munque, nella fattispecie del "lazzarone" che, a duecento anni di distanza, ha preso il significato di poltrone, scansafatiche, profitta­tore, mariuolo, irresponsabile, oltre, naturalmente, che di «camorri­sta» e «mafioso». Ma dell'attributo di lazzarone il napoletano fu sempre fiero. Forse quello che andò più vicino a capire cosa fosse un lazzarone, contro l'opinione corrente, fu Goethe che, «avendo sentito parlar tanto di questo gran numero di perdigiorno, di oziosi, di sfaticati che riempivano la città», una volta arrivato a Napoli, lo coglieva il sospetto «che tali affermazioni dovessero essere effetto del modo di giudicare di sentenziosi, che scambiano per ozioso chiunque non si affatica penosamente tutto il giorno». Infatti, os­servava il tedesco, essi «erano facchini, cocchieri, garzoni, barcaioli, pescatori, e avevano mille minuti mestieri e mansioni. I pretesi oziosi non esistevano».


Finita, con la Cristianità, l’humanitas, perso il centro da cui farsi un giudizio, cercando un punto qualsiasi su cui fondare l'"ordine nuovo", una gerarchia qualsiasi su cui ricomporre una cit­tà, a Croce (che, del fatto di «non poterci non dire cristiani», non riusciva ad andare oltre un vago sentimento) sulle orme di Marx, non rimaneva che sentenziare: «I lazzari sono l'infima classe dei proletari di Napoli, il Lumpenproletariat, quella classe che i socio­logi moderni contrappongono al proletariato industriale, del quale forma spesso l'antitesi». Lenin, più preciso, definiva il "sottoprole­tariato" quella parte del popolo che non ha preso coscienza della lotta di classe, inattiva, reazionaria, che non risponde alle direttive del partitoguida. Insomma, visto da destra o da sinistra, da liberali o comunisti, il popolo napoletano, che ancora non ha risposto alle istanze del "progresso" è, ancora oggi, quell'atroce marmaglia fa­melica e belluina, che nel '99, come narra un anonimo «cronista di S. Paolo» citato dai "risorgimentali", strappava il cuore e il fegato ai condannati, se li friggeva e se li vendeva all'angolo delle strade.


A scusante, gli "amici del popolo" di ieri e di oggi, se la ca­vano col dire ch'è ignorante, nel senso che ignora come stanno ve­ramente le cose e, aggiunge, in fin dei conti, basta educarlo: e mo' ci pensiamo noi. Non lo nascondevano, sui loro giornali, nei pro­clami, nella costituzione, tutti quelli che, con l'aiuto molto interes­sato dei francesi, vollero fare quella che i lazzari chiamavano «la repubblica dei paglietti».


Quando Re Ferdinando tornò a Napoli, si trattenne, perché ancora si sparava nella città, sulla nave ancorata nella baia. Il popo­lo lo seppe e fu un accorrere di barche, a migliaia, per salutarlo. Le donne piangevano, tutti gridavano: «Vulimme veré tata nuosto», «Vogliamo veder papà nostro» e il Re era costretto a tornare conti­nuamente in coperta perché di "figli" ne arrivavano continuamente mentre, da terra, al fuoco di Sant'Elmo facevano eco le batterie di tutti gli altri forti che sparavano a salve per far festa. Durò così tutta la giornata.


Da allora, la storia chiama Ferdinando IV «re lazzarone». Non se ne offenderebbe lui né tantomeno il popolo di Napoli che, fedele ai patti, come un gran signore, di quelli, insomma, che hanno "onore", con buona coscienza, un re s'è sempre considerato.



Quel «mostro» del Cardinale Ruffo


«Oltre le preghiere, che ripeto a Vostra Eccellenza, di leggere il mio grifonaggio ["appunto", dal franc. griffonage, ndr], ove si parla di clemenza e perdono, aggiungo che, con mio rammarico, nelle let­tere dei padroni si segue sempre a parlare di rigore, ora più, ora meno, ma sempre di punizione. Ora io seguito a credere che la con­dotta sarebbeassolutamente diversa, e che, sinceramente, dovessersi perdonare i passati trascorsi». Lo scriveva il Cardinale Ruffo ad Acton l'8 maggio 1799, quando Nelson aveva preso in mano la si­tuazione vendicandosi dei repubblicani. E più oltre: «Ma ve ne sarà qualcuno che, sapendo bene che non li sarebbe perdonato nulla, sta­rà quieto e buono; ma, in tal caso, non merita questo convertito il perdono?».


Fabrizio Ruffo, che sarà nominato Luogotenente generale del Re, nelle condizioni proposte per la resa di Castelnuovo e di Castel dell'Ovo, generosamente scriveva: «Art. 3. Le guarnigioni usciranno cogli onori militari; armi e bagagli, tamburo battente, bandiere spiegate, micce accese, e ciascuna con due pezzi di arti­glieria. Esse deporranno le armi sul lido. Art. 4. Le persone e le proprietà mobili ed immobili di tutti gli individui componenti le due guarnigioni saranno rispettate e garantite. Art. 5. Tutti i suddetti individui potranno scegliere d'imbarcarsi sopra bastimenti parla­mentari, che saranno loro preparati per condurli a Tolone, senza es­sere inquietati essi né le loro famiglie».


Il Monitore di Eleonora de Fonseca Pimentel dell'8 ventoso (28 febbraio) invece, scriveva: «Segnato... dall'infamia di tutti i vi­zi, Fabrizio è il capo masnada sedicente Cardinal Ruffo, Fabrizio è l'esoso tiranno».


Cuoco, a proposito dei rivoltosi impenitenti giustiziati nelle provincie all'avanzata liberatoria della Santa Fede, scrive che «furon molto meno numerosi di quel che si possa credere». Ma il Mo­nitore, come, del resto, gli altri fogli repubblicani, continuavano a propalare le menzogne più assurde. La più grossa fu quella segnala­ta da un proclama dell'Arcivescovo di Napoli, il Cardinale Capece Zurlo, il «16 germile, anno I della Repubblica napolitana» (5 aprile): «È pervenuta a nostre orecchie l'orribile voce, comunicataci anche dal Governo, che il Cardinal Ruffo abbia assunto nelle Cala­brie il nome di Romano Pontefice, e che coll'abuso di questa Sacra Autorità si affretti a sedurre que' popoli, incitandogli a delitti di ogni genere e alla più sanguinosa strage».


Che, questa e altre volte, per pusillanimità o per evitare mag­gior guai alle sue pecorelle trasformate in leoni (Dio solo lo sa), l'Arcivescovo si lasciasse andare un po' troppo alle lodi del governo, né il Re né i lazzaroni gliela perdonarono: Ferdinando, uomo pio, pensò che un po' di ritiro spirituale a un uomo di Dio non dovesse far male. Lo sollevò dell'incarico a Napoli e lo spedì nel monastero di Monte Vergine, un quieto romitorio fra le monta­gne dell'Irpinia. Il Cardinale, salvo quando, un anno dopo, fu la­sciato andare al conclave che elesse Pio VII, vi rimase fino alla fine dei suoi giorni.


Fabrizio Ruffo, nato a San Lucido, in Calabria, dai duchi di Baranello, a quattro anni fu mandato a Roma per essere educato dallo zio, il Cardinale Tommaso Ruffo. Pio VI, appena eletto, nel 1775, nota quel giovane prete e se lo tiene vicino. Dieci anni dopo lo nomina Tesoriere generale. Alla solida dottrina e alla pietà, Don Fabrizio unisce uno spirito sveglio e intraprendente. Incaricato di tirar sù le finanze disastrate dello stato, dà vita ad un complesso si­stema legislativo in materia tributaria e fiscale, abolisce molte do­gane, leva tributi protezionistici, incrementa il commercio, pro­muove seterie, lanifici, ferriere, aumenta finanche la flotta e co­struisce, oltre una chiesa all'Isola Sacra, le fortificazioni di Ancona e Civitavecchia. A 47 anni, Pio VI lo crea Cardinale ma se lo tiene "inpectore" giacché un simile prodigio di prelato si attira l'invidia di certa gente di curia e, peraltro, è troppo povero per fornirsi di quel minimo di appannaggio che serve a un Principe della Chiesa. Lo proclama infine nel 1794 e lo spedisce nel Regno di Napoli do­ve Ferdinando lo nomina soprintendente delle seterie di San Leucio e lo investe dei benefici di un'abbazia.


Nominato, a Palermo, Vicario generale del Regno, Fabrizio Ruffo, che aveva allora 55 anni, lasciò il Re il 27 gennaio, con la sola compagnia del Marchese Malaspina. Il 31 è a Messina e il 7 febbraio sbarca a Punta del Pezzo, presso Scilla. Con lui, in tutto, ci sono tre gentiluomini e due preti. Il 18 febbraio invia un proclama «ai Reverendissimi Vescovi, ai Signori Parrochi, ai Governatori e ai bravi e fedeli calabresi». Da questo momento nasce l'«Armata Cri­stiana e Reale della Santa Fede». Coloro che arrivano ad arruolarsi da ogni parte e si aggiungono man mano che avanza verso il Nord, non hanno armi se non qualche schioppo e gli arnesi del loro lavo­ro, non hanno divise, non hanno cavalli, solo qualche bestia stacca­ta dall'aratro, non hanno danaro, non hanno provviste. Quando l'Armata giungerà a Napoli il 13 giugno, conta 20.200 uomini per­fettamente vestiti nelle loro uniformi, equipaggiati di tutto e ben addestrati, un reggimento di cavalleria di 450 uomini, un reggimen­to di "Fucilieri di montagna" di 800 uomini, e 18.000 soldati appie­dati, le cosiddette "Truppe di massa". Alla Santa Fede si sono ag­gregati, via facendo, 600 russi e 400 fra austriaci e turchi. Alla loro testa sventola la bandiera bianca che la Regina e le figlie hanno ri­camato apposta inviandola al Cardinale, il 5 giugno, quando le truppe sono ad Ariano, in via dalle Puglie già liberate, scendendo dall'Appennino verso Napoli. Sulla bandiera, da un lato vi è lo scu­do borbonico, dall'altro «la Croce, ch'è il segno glorioso della no­stra Redenzione», come scrive ai soldati la «Vostra grata e buona Madre Maria Carolina ».


La lunga marcia della Santa Fede, durante l'avanzata, si è ar­restata a lungo solo a Crotone dove una base di francesi ha impedi­to, per tre giorni, che la città potesse arrendersi. Prima dell'assalto, il Cardinale celebra il Triduo pasquale. Da Corigliano emana un editto in cui si promette perdono ai giacobini e minaccia punizioni a chi farà vendette private. Ovunque passa e sosta, le donne cuciono le divise per i soldati, portano provviste, curano i feriti. Gli uomini si arruolano, portano armi e munizioni, cavalli, animali da macella­re, ognuno i suoi risparmi. A Bernalda, in Lucania, il 3 maggio, con tutti i suoi paramenti cardinalizi, celebra solennemente la festa del­l'Invenzione della Santa Croce. La Croce viene piantata in ogni pa­ese conquistato, al posto dell'albero della libertà.


In Puglia, le città che ancora non sono insorte (quasi tutte), si arrendono immediatamente mentre i francesi e Carafa battono la ritirata. I combattimenti con i francesi, man mano che la Santa Fede si avvicina a Napoli, divennero sempre più aspri. Il Cardinale è sempre alla testa delle truppe. Aveva scritto, prima di partire: «Ec­comi, dove si tratta di sostenere l'onore della Religione, che vuole ubbidita la Maestà di un Principe dato da Dio, sarà un pregio della Porpora che mi ricuopre, se rimarrà di sangue intrisa per la difesa di quel che prescrive colla sua Legge. Io andrò girando per le Provincie del Regno non con altro in mia compagnia, che col Crocefisso».


Gli ultimi scontri avvennero al Ponte della Maddalena, dove un forte sorvegliava l'ingresso alla capitale. Anche questa volta i francesi furono sbaragliati.


La nazione napoletana aveva vinto la "nazione in armi". Il Regno del Sud fu l'unico stato a respingere l'Armata d'Italia, con le sue sole forze, con il primo esercito di volontari dopo quello della Vandea. Sia in Italia che in Francia si combatté per difendere l'onore della parola data al Re in nome di Dio.


Le prime avanguardie della Santa Fede arrivarono alle porte di Napoli che era notte. Pattuglie di esploratori si spinsero fin oltre il Ponte della Maddalena. Il primo drappello di due, tre uomini si infilò al galoppo per le strade e i vicoli verso la marina, i francesi erano tutti rintanati nei forti assediati dai popolani. Sbucò in una piazzetta con i cavalli schiumanti e si arrestò scalpitando sulle la­stre di lava. La città era buia e silenziosa. Non una finestra da cui trasparisse una luce. Il capo pattuglia lanciò la parola d'ordine che usavano sia i repubblicani che i lealisti: «Viv'a chi?». Non ci si po­teva sbagliare, né da una parte né dall'altra: la prima risposta rive­lava gli amici o i nemici. Il silenzio durò solo pochi istanti, poi qualche lume cominciò ad accendersi, qualche finestra a spalancarsi e le prime voci a rispondere, senza esitare: «Viv'o Re!», «Viv'o Re!».


E tutta Napoli si svegliò, e si aprirono ad uno ad uno, sempre più in fretta tutti i balconi, e le voci si rincorrevano, si facevano co­ro: «Viv'a chi?», «Viv'o Re!», «Viv'o Re!». Tutti accendevano lam­pade, candele, applaudivano dalle logge, scendevano in strada. Na­poli, quella notte, fu tutta una luminaria.



GUIDA ALLA LETTURA / 5.


La letteratura sulle "insorgenze " in Italia è ancora ai suoi inizi. Di questo periodo ancora pressoché ignorato dalla storiografia, è molto utile leggere:


MASSIMO VIGLIONE, La "Vandea italiana". Le insorgenze con­trorivoluzionarie dalle origini al 1814, Effedieffe, Milano, 1995 Di uno dei più acuti storiografi di questo periodo, vi è un romanzo storico perfettamente aderente alla realtà:


FRANCESCO MARIO AGNOLI, Gli insorgenti, Reverdito Ed., Trento, 1988.


Sulla Santa Fede, la cronaca fedele di chi partecipò a quell'epopea: DOMENICO PETROMASI, Alla riconquista del Regno. La marcia del Cardinale Ruffo dalle Calabrie a Napoli, Edit. Il Giglio, Napoli, 1994.


Una bella e precisa biografia del Cardinale Ruffo è quella di: ANTONIO MANES, Un Cardinale condottiero. Fabrizio Ruffo e la Repubblica partenopea, Jouvence, Roma, 1996.


Aneddoti storici su San Gennaro dalle origini ad oggi, compresa na­turalmente la Repubblica giacobina, sono a profusione nel divertente: RINO CAMMILLERI, San Gennaro. Come ha fatto un martire semisconosciuto del IIIIV secolo a diventare famoso in tutto il mondo, Piemme, Casale Monferrato, 1996.

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GUIDA ALL'ASCOLTO



Talvolta una musica popolare può essere molto più efficace di molte pagine erudite per spiegare la storia di un popolo. È il caso di questa tammurriata napoletana di cui riportiamo il testo originale con una traduzione in italiano.

SONA A CARMAGNOLA 

CANTO CONTRORIVOLUZIONARIO
(1799 - 1800)

A lu suono r'a grancascie
viva lu popolo vascie!
A lu suono r'i tamburrielle
sò risurte li puverielle.
A lu suono r'a campane
viva viva li pupulane!

A lu suono r'a viuline
morte alli giacubbine!
Sona sona, sona a Carmagnola2,
sona li cunziglie3:
Viva o Re cu la famiglie!

Sona sona, sona a Carmagnola...
A lu muolo, sanza uerra,
se teraie l'arvere9
'n terra, affirraine e giacubbine,
ie facettere 'na mappine.

È fernuta l'eguaglianza,
è fernuta la libbertà:
pe' vuie so' dulure 'e panza,
signò, iatev'acuccà!

Sona sona, sona a Carmagnola...
Passaie lu mese chiuvuso,
lu ventuso e l'addiruso10,
e lu mese ca se mete
hanne avute l’aglie arrete.
Viva Tata Maccarone11
ca rispetta la religgione.

Giacubbine iat'a mare:
mo' v'abbrucia lu panare!
Sona sona, sona a Carmagnola...
Addò è ghiuta 'na Leonora
ca alluccaie 'ngopp'o tiatre?

Mo' abballa miezz'o mercato
'nzeme cu' maste Donato
Mo' abballa ch'e vruoccole e rape:   
n'ha putute abballà chiù.

Al suono della grancassa
viva il popolo basso!
Al suono dei tamburelli
sono insorti ipoveri.
Al suono della campana
viva viva i popolani!

Al suono del violino
morte ai giacobini!
Suona suona "La Carmagnole",
suonano i consigli:
Viva il Re con la famiglia!

Suona suona "La Carmagnole"...
Al molo, senza colpo ferire,
si gettò l'albero in terra,
acchiapparono i giacobini
e gli diedero una legnata.

È finita l'uguaglianza,
è finita la libertà:
per voi sono dolori di pancia,
signori, andate a coricarvi!

Suona suona "La Carmagnole"...
Passò il mese Piovoso,
il Ventoso e l'Odoroso,
ed al mese che si miete
hanno avuto l'aglio nel didietro.
Viva Papà Maccherone
che rispetta la religione.

Giacobini andate a mare:
adesso vi brucia il sedere!
Suona suona "La Carmagnole"...
Dov 'è andata donna Eleonora
che sbraitava sul teatro?

Adesso balla in mezzo al mercato
insieme con mastro Donato.
Adesso balla con broccoli e rape:
non ha potuto ballare più.

1 Questo canto popolare, nella forma tipica napoletana della "Tammurriata ", è stato trascritto da Roberto De Simone con il titolo «Canto sanfedista», portato in scena e riprodotto dalla Nuova Compagnia di Canto popolare nel 1976. In effetti, non può trattarsi di un «canto delle bande lealiste del Cardinale Ruffo» giacché si citano avvenimenti posteriori alla liberazione di Napoli, quando l'Armata della Santa Fede era già stata sciolta e la monarchia restaurata.
2 Canto rivoluzionario francese. La carmagnola era la giubba corta militare che in
dossavano, alla loro entrata a Parigi, nel 1792, i Federati marsigliesi e fu chiamata la
giacchetta corta dei rivoluzionari che soppiantò la redingote dell 'ancien régime.

4 Il forte di Sant 'Elmo, in origine Sant 'Erasmo, quartier generale del Direttorio re­pubblicano.


3 Il berretto frigio che fu posto sulla testa del monumento equestre a Ferdinando IV a Largo di Palazzo. 6 Il 13 giugno 1799 entrava in Napoli Fabrizio Ruffo alla testa della Santa Fede..


Al Ponte della Maddalena, dove si svolse la battaglia finale della Santa Fede con i francesi, vi era un forte con una prigione.

Si tratta delle Giunte civili e militari volute da Nelson per giudicare i rivoluzionari.

8 Luisa Sanfelice denunciò ad un amante giacobino la congiura lealista confidatagli da un altro amante, Gerardo Baccher, che le aveva fornito un salvacondotto. Tre fratelli Baccher (uno quattordicenne) furono fucilati. Condannata a morte alla restaurazione, la Sanfelice finse d'essere incinta riuscendo a far rinviare d'un anno la sentenza grazie a medici compiacenti finché fu scoperto l'inganno.
9    L’ “Albero della libertà", panoplia trionfale della rivoluzione che veniva innalzata
nelle città giacobine. A Napoli ne furono eretti cinque: uno al Molo piccolo.
10    Mesi del calendario repubblicano adattato dall 'uso francese: si tratta di febbraio,
marzo e aprile (tenendo presente che ogni mese cominciava dal giorno 22). "Odoroso",
forse una corruzione popolare, corrisponde a "Germile " (dal 22 marzo al 22 aprile).
La Repubblica Partenopea durò dal 21 gennaio al 21 giugno 1799.
11    Nomignolo dato dai "lazzari " a Ferdinando IV.
12    I brani di strofe seguenti non compaiono nella trascrizione De Simone.
13    Eleonora Fonseca Pimentel, esponente del Direttorio e «compilatrice» de Il Monito
re, fu giustiziata, come tutti i condannati dalle Giunte, nella Piazza del Mercato.
14 Mastro Donato era il boia che eseguì la sentenza.


"Sona 'a Carmagnola", con il titolo Canto dei sanfedisti, nell'adattamento musicale di R. De Simone e nell'interpretazione della Nuova compagnia di canto popolare, è edita in CD e musicassetta nel volume «'O Meglio» (vol. 1), con l'etichetta Orizzonte, dalla Ricordi, LOK 716 (1995).

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NOTE


1 Il disordine sociale era tale nell'Italia meridionale all'inizio del XII secolo che l'avvento di un re giusto e valoroso era pronosticato come l'avvento del Messia (e adombrato come tale il Re Ruggero è rappresentato, con tanto d'aureola, nel duomo di Monreale). Un quadro suggestivo della mentalità e dell'ambiente di quel tempo è quello che emerge dagli studi annalistici di Salvatore Tramontana, fra i quali La monarchia normanna e sveva, Utet, Torino 1986, e Il Regno di Si­cilia. Uomo e natura dall XI al XIII secolo, Giulio Einaudi Editore, Torino 1999. Per il resto, la bibliografia è sterminata.


Sulle gesta dei Normanni prima della monarchia, una specie di "Tempo d'Av­vento" seguito appunto da quella notte di Natale nel duomo di Palermo, esiste, fra altre, una cronaca coeva, l’Historia Normannorum, recentemente pubblicata anche con la versione in antico franco a cura di Giuseppe Sperduti: Amato di Montecassino, Storia dei Normanni, Francesco Ciolfi, Cassino 1999.


2 Uno dei tanti luoghi comuni che compromette un sereno giudizio della storia è quello che vuole gli arabi miti agnellini, fondatori di una civiltà raffinata tanto in Asia che in Africa che in Spagna, come in Sicilia e dove altro riuscirono ad impiantarsi, aggrediti dai feroci e grossolani cristiani. È l'apologo del lupo e dell'agnello di Esopo. A parte lo spirito di conquista della Jihad, la guerra santa in cui ogni credente si impegna, secondo la sua condizione sociale, per l'espansione del Corano, si dimentica che gli arabi conquistarono territori cri­stiani e non solo imposero con la spada la loro religione ma cancellarono ogni traccia della civiltà precedente. Oggi, in Asia minore, in Egitto, Libia, Algeria, Tunisia, Marocco non restano che le rovine dei templi, degli edifici pubblici, degli acquedotti, dei teatri che testimoniano quanto queste terre fossero fiorenti. Inoltre l'indole nomadica degli arabi, un certo fatalismo insito nella dottrina di Maometto e la svalutazione nell'Islam del concetto biblico di possesso della ter­ra e di cooperazione dell'uomo all'opera creatrice di Dio, fecero trascurare del tutto l'agricoltura permettendo al limitrofo deserto di riconquistare il terreno strappatogli in secoli di civilizzazione.


Ancora nel 1480, quando l'egemonia turca ottomana sembrava aver mitigato con l'uso della diplomazia e dei rapporti internazionali lo spirito di proselitismo fanatico dei musulmani, ad Otranto conquistata dalla flotta del Sultano, ottocen­to persone che s'erano asserragliate con il loro vescovo nella cattedrale furono decapitate per non aver accettato la conversione all'Islam. I musulmani della Sicilia non furono mai costretti al Battesimo e, prima di estinguersi naturalmen­te o di passare spontaneamente al cristianesimo, continuarono a vivere indisturbati nelle loro comunità. Al contrario dei Giannizzeri ottomani, corpo formato da bambini cristiani rapiti nei territori conquistati, costretti alla conversione all'Islam ed educati militarmente, la Guardia Saracena costituita dai re norman­ni e diventata potentissima sotto Re Federico, continuò a praticare liberamente il proprio credo ed a godere ampi privilegi. L'Imperatore assegnò a questo cor­po, oltre la città di Nocera, nel Salernitano, quella di Lucera in Puglia in feudo perpetuo munendola d'un poderoso campo fortificato, finché, dopo la fine degli Svevi, come era stato in Sicilia, gli arabi s'integrarono gradualmente con la po­polazione locale.


Naturalmente non si può negare la genialità della cultura araba nella divulga­zione della filosofia greca di Aristotele, nelle scienze esatte (matematica, alge­bra), nelle opere architettoniche e in molte altre discipline, arti e scienze. Si trat­tava però di un'élite d'intellettuali sorti ai margini della grande cultura coranica, credenti non ortodossi, liberi pensatori, tanto che i migliori uomini d'ingegno fra loro non trovarono sostenitori se non nelle corti europee e bizantine. Dall'Islam ormai strutturato in Stato furono sempre guardati con sospetto ed in­fine emarginati insieme ai Sufi, nome generico con cui vengono denominati i mistici religiosi eterodossi che ne tramandarono l'eredità intellettuale e che fu­rono aspramente perseguitati dalle autorità coraniche.


3   Il concetto di città capitale di stato è moderno: nel XII e XIII secolo, di fatto, tutto l'apparato amministrativo risiedeva nella corte che si spostava lì dove il re poneva, anche provvisoriamente la sua residenza. I primi conti e duchi normanni "tennero corte" per lo più a Melfi (Caput Northmandorum), ad Aversa, (primo caposaldo dei normanni di Rainolfo Drengot dal 1030) ed a Capua. Federico di Svevia si spostava continuamente nei territori di caccia tenendo corte per lo più a Foggia, a Lucera, a Venosa, a Melfi e in molti altri luoghi della Capitanata e della Lucania. Carlo d'Angiò fu il primo a risiedere quasi sempre a Napoli, a costruirvi un palazzo reale, Castel Nuovo, oggi Maschio Angioino, e gli uffici amministrativi del regno.


4   Ovviamente, fra le tante sul medioevo, è una colossale fandonia quella dello Ius primæ noctis, il presunto diritto del feudatario di giacere con la sposa prima del vassallo legittimo marito. Tale diritto non esisté mai in Italia né in qualsiasi altro regno dell'Europa cristiana. Forse la leggenda ha origine nella consuetudine della benedizione che il signore faceva del talamo nuziale dei suoi sottoposti (usanza che dimostra semmai la riverenza sacrale verso colui che era considerato e chiamato "Padre" della comunità) o nel cerimoniale del giuramento di alleanza e di difesa in cui, a modello dei patriarchi di Israele (Gen 24, 14), il patto era sancito dal nuovo vassallo ponendo la mano sotto la coscia del padrone. Un equivoco comprensibile solo in un tempo, il nostro, in cui la sessualità viene confusa con la genitalità e la genitalità con la sessualità tirando la morale dalla parte che più conviene al momento e rimettendo in piedi una serie di tabù che la morale cristiana aveva abbattuto.


Resta il fatto che questa madornale calunnia del medioevo sia ben salda nell'im­maginario popolare moderno che si crede sessualmente disinibito senza accor­gersi di essere solo erotomane, istruito prima da una letteratura pruriginosamen­te fantasiosa e poi da una cinematografia voyeurista e sensazionalista sfociata nella fiction televisiva. Nel film Braveheart di Mel Gibson (1994), film popolarisimo fra i giovani, tutta la vicenda è basata sulla ribellione degli scozzesi an­che alla presunta imposizione dello Ius primæ noctis da parte dei dominatori in­glesi.


5 Quanto la mentalità attuale abbia pervertito il concetto di feudalesimo appare chiaro dal fatto che in tutt'Europa la nobiltà derivante dal possesso di un feudo antico sia stata sempre gratificata dell'attributo di «generosa» e considerata, do­po quella dei re e dei sovrani, la prima nella scala onorifica. E poiché le parole non nascono a caso, quel "generoso" voleva effettivamente ricordare l'altruismo di chi poneva la sua vita in difesa dei deboli.


La nobiltà che non avesse origine nelle imprese cavalleresche ma in beneme­renze civili verso lo Stato, era detta «di toga» ed era quella che costituiva il na­turale ricambio delle gerarchie.


L'ostilità rivoluzionaria verso la società feudale si dimostra anche nella caparbia ed immotivata critica del diritto ad essa connesso, che i normanni mutuarono dalla società franca. Posto che quello franco era l'unico sistema legislativo che non sconfinasse nell'arbitrio e che fu adottato da tutti gli stati europei, l'istituto più criticato, il maggiorascato, cioè la trasmissione del feudo integro al primo­genito, portò di conseguenza ad un'oculata economia familiare che, oltre a non disintegrare la fonte primaria di reddito, destinava agli ultrogeniti e alle femmi­ne i frutti della capitalizzazione della proprietà immobiliare e il reddito della do­te materna e la sua definitiva trasmissione. Questa economia inaugurava e via via specializzava l'istituzione dei "monti", fidecommessi (oggi diremmo legati) che, se non sempre potevano bastare ad acquistare feudi nobili o feudi rustici per i figli minori e le figlie femmine, permettevano (come le moderne "borse di studio") di avviarli al matrimonio o ad una carriera civile o religiosa. Ci furono perciò, fra le tante forme di capitalizzazione, i "monti dotali", i cui redditi servi­vano per costituire un appannaggio e permettere un matrimonio dignitoso alle ragazze, i "monti di cavalierato", per l'ammissione agli ordini militari, le "doti di monacazione", i "benefici laicali" che, nel corrispettivo istituto canonico dell' "abbatia nullius", permettevano di accedere alla carriera ecclesiastica senza gravare sul patrimonio diocesano e quindi sulle istituzioni di beneficenza: in ul­tima analisi sui fedeli.


Quando il diritto napoleonico soppresse il maggiorascato e di conseguenza gli istituti derivati, crollò tutta l'economia connessa al sistema feudale con incalco­labili ma ben visibili effetti soprattutto su quanti ne traevano impiego (oggi di­remmo i "ceti medi", amministratori, affittuari, avvocati patrimonialisti e am­ministrativi) e lavoro (e il "proletariato", contadini, braccianti). Gli esiti furono l'immediato collasso economico degli stati che avevano subíto o accettato il nuovo diritto ed una diffusa disoccupazione. Insomma, quello che sembrava un beneficio della filantropia rivoluzionaria si tramutò, come per ogni utopia ugua­litaria, in un impoverimento generale al quale scamparono solo i ceti borghesi che anzi ne trassero vantaggio.


Fra gli stati europei, l'Inghilterra non cambiò mai il suo diritto consuetudinario e non solo, a dispetto di Napoleone, rafforzò la propria economia con gli esiti che conosciamo, ma risolse a suo favore la rivoluzione francese che, per una fa­tale eterogenesi dei fini, decretò la vittoria, non solo sul campo di Waterloo, della sua secolare nemica. Dove ancora vige il diritto britannico o un diritto ispirato a quello, in fin dei conti non vi è il pericolo che un debosciato, un vizio­so, uno scialacquatore (per esempio un drogato, un giocatore d'azzardo, un donnaiolo) venga gratificato per legge, alla morte del padre, di un capitale da sperperare come gli aggrada. E questo perché il "vitello grasso" si può ben sa­crificare anche se non fa piacere al fratello maggiore ma solo quando quello prodigo è ben deciso a ritornare umilmente a casa.


V'è da aggiungere che nel Regno il diritto feudale normanno s'innestava a quel­lo longobardo rifiutando la cosiddetta "Legge Salica" dei franchi che escludeva le femmine dall'esercizio della sovranità. Per questo si ebbero le regine angioi­ne e titoli di feudalità legati a donne (a questa prerogativa si deve l'uso frequen­te di cognomi matronimici nel meridione d'Italia: D'Ambra, De Lucia, D'Agata ecc.). Non solo: le consuetudini longobarde estesero a tutto il Regno gli istituti patrimoniali femminili che garantivano alla moglie la proprietà e la piena di­sponibilità della propria dote. A queste garanzie si univa, fra gli altri, l'istituto del "Morgincap" (Morgen Gabe: dono del mattino) secondo cui lo sposo asse­gnava alla sposa, dopo la notte di nozze, un capitale pari ad un terzo del patri­monio dotale. Il Morgincap, ridotto a dono simbolico, vige ancora in alcune consuetudini meridionali. La riflessione, ne converrete, corre subito all'attuale diritto di famiglia che, in nome della dignità della donna, dopo aver istituito la diarchia (non esiste più un capo famiglia ma due capi: cosa assurda a comincia­re dalla natura e fonte di diatribe e di separazioni), in caso di divorzio per colpa del coniuge maschio (e si tratta dell'8090% dei casi) lo Stato non ha il potere di garantire che il marito versi alla moglie, ed agli eventuali figli, l'occorrente per il mantenimento.


6 Un quadro chiaro, sintetico e lucidissimo della formazione e del valore delle società tradizionali è quello di Plinio Corrêa del Oliveira, Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana, Marzorati, Settimo Milanese 1993. Soprattutto il Cap. VII costituisce, a questo proposito, un trattato fondamentale di sociologia.


7 Sull'abuso del termine "valori", ormai diventato d'uso comune, ne ha scritto Carl Schmitt, La tirannia dei valori, Antonio Pellicani Editore, Roma 1988: un piccolo ma compendioso saggio su come le parole perdano e mutino il loro significato scadendo dal loro principio e fondando di volta in volta una nuova etica.


8  Nel regime della feudalità rientravano anche alcuni privilegi sui servizi pubblici, come la riscossione di tasse, di dogane, di lavori pubblici, di gestione dei porti marittimi (Portulania), di coniazione della moneta (il Maestro della Zecca) ecc. Sicuramente in questo campo si verificarono abusi anche perché alcuni di questi "appalti" divennero poi, insieme alla compravendita dei feudi rustici, oggetto di mercato e trattativa privata. Abusi sicuramente meno colossali comunque di quelli costituiti, nella nostra economia "postliberista" (e rapidamente avviata alla privatizzazione di ogni servizio pubblico) dai trust e dai "cartelli" delle holding e delle multinazionali.


Alcune professioni e mestieri sfuggivano alle consuetudini feudali perché rite­nuti poco decorosi ed erano monopolio della parte più infima del popolo, di stranieri non integrati o di emarginati: fra altri, quella di banchiere, di cambia­valute (perché non sembrava giusto speculare sul denaro), di medico, di chirur­go (per la repulsione al sangue e ai cadaveri), di farmacista (che in effetti era per lo più un erborista), di tintore di stoffe (perché macchiava mani, avambracci e gambe), di conciatore di pelli (costretti a lavorare su carogne d'animali), tutte professioni e mestieri che pure erano molto redditizi tanto da far arricchire enormemente alcune famiglie popolari arrivate al vertice dell'economia e del po­tere, come, per esempio, i Medici Signori di Firenze, e molte comunità di ebrei.


9 Quello di mettere in comune oltre che la proprietà anche le donne è una costante di tutte le rivoluzioni sociali, nessuna esclusa. Esplicitamente come per i movimenti eretici del medioevo o camuffate da "liberazione della donna" come nelle teorie politiche moderne.


10 Per quel che riguarda la centralità e l'importanza del Regno di Sicilia in Europa e nel bacino del Mediterraneo un'utile lettura è quella del recente saggio dell'inglese David Abulafia, I regni del Mediterraneo occidentale dal 1200 al 1500. La lotta per il dominio, Editori Laterza, BariRoma 1999.


11 Sulla Carta fondamentale del Regno di Sicilia, su cui si ressero le istituzioni del Sud fino alla caduta del 1860, esiste una vasta letteratura. Fra i più recenti, il saggio di Mario Caravale, La monarchia meridionale. Istituzioni e dottrina giuridica dai Normanni ai Borboni, Editori Laterza, BariRoma 1998. Il testo delle "Assise" è conservato in due manoscritti, il Vat. lat. 8782, nella Biblioteca apostolica vaticana, e il Cassinese 486.


Jacob Burckhardt, storico e storico dell'arte svizzero-tedesco (18181897), grande studioso e conoscitore dell'Italia, su cui scrisse le sue opere principali, definì il Regno fondato sulla Costituzione normanna «Stato opera d'arte», come ricorda anche Benedetto Croce (La storia di Napoli, Adelphi Edizioni, Milano 1992, p.24).


Fra le tante mistificazioni della storia moderna vi è quella di omettere questo evento fondamentale e di ricordare invece, di converso, le costituzioni di Fede­rico di Svevia, personaggio più "sanamente" laico, che in effetti furono solo un adattamento in senso restrittivo ed accentratore del precedente statuto.


12  Un panegirico è l'unica biografia contemporanea di Federico, quella scritta nel  1927 da Ernst Kantorowicz, Federico II, imperatore, Garzanti, Milano 1976, la quale più che alla documentata ricostruzione storica sembra affidarsi alle cronache apologetiche e adulatorie di quel tempo. In effetti, dell'epoca federiciana esistono pochissimi documenti ufficiali, per lo più atti amministrativi, tutti raccolti da HuillardBréholles, Historia diplomatica Friderici Secundi, Paris 185261, e da Winkelmann, Acta Imperii inedita, Innsbruck 188085. Anche la storia minore non dispone che di esigui fondi notarili. I registri della cancelleria normannosveva furono dati alle fiamme durante i moti antiimperiali seguiti alla battaglia di Tagliacozzo e si salvò solo quello relativo agli anni 123940.


Ernst Kantorowicz era un ebreo polacco affascinato dal pangermanesimo tanto da prendere la cittadinanza tedesca e sostenere il nascente Partito Nazionalsocialista: Kaiser Friedrich der Zweite fu il suo contributo ad una causa che, ahimè, si rivelò nefasta anche per lui. Quasi a postulato di quel che già traspariva dal suo Friedrich, Kantorowicz si accinse anche ad un monumentale trattato che investigava lungo mille anni di storia le contraddizioni del potere quale investitura divina: quello che non è poi così paradossale definire il più voluminoso pamphlet antipapale mai compilato è stato tradotto solo da pochi anni in italiano (I due corpi del Re, Einaudi, Torino 1989). Deluso dalla politica razziale di Hitler, Ernst Kantorowicz si rifugò negli Stati Uniti insegnando prima a Berkeley e poi a Princeton, chiuso in uno sdegnoso mutismo sul suo passato, fino alla morte sopravvenuta nel 1964. Quello che egli aveva detto dell'imperatore influenzò più o meno tutta la letteratura su quest'argomento fino ad oggi.


Il pangermanesimo che si è appropriato della figura di Federico di Svevia e il ghibellinismo che ne ha fatto il suo eroe, sono ancora ben vivi. Nel 1943, men­tre l'esercito tedesco ripiegava verso il Nord incalzato dalle truppe alleate, un plotone compì una digressione verso una villa del Nolano dove, per timore dei bombardamenti erano stati trasferiti i documenti più preziosi del Grande Archi­vio di Napoli. L'ufficiale che comandava il piccolo reparto, evidentemente ben informato, non perse tempo e fece puntare i lanciafiamme contro l'intero fondo della Cancelleria angioina. Dopo settecento anni vendetta era fatta. L'unico tentativo di ridimensionare a fondo la figura leggendaria di Federico di Svevia è del già citato David Abulafia, Federico II. Un imperatore medievale, Einaudi, Torino 1990. Questo autore inglese ha il merito di inquadrare concre­tamente lo Svevo nel suo tempo e, con una puntigliosa critica storiografica, de­molire gran parte della leggenda sul suo conto. Restano i limiti di un'idiosincrasia papale che spesso aleggia nella storiografia di marca inglese, ed ovviamente in quella di uno storico di origine israelita, che, alla fine, non riesce a tener dietro agli sviluppi della storia successiva.


13 L'esosità fiscale di Federico fu tale che alcuni Podestà, come quello di Bari, si ribellarono a nuove richieste di tasse. La Puglia forse fu la più colpita dalla politica dell'Imperatore essendo, con i suoi porti ed i suoi commerci, la direttaconcorrente dei veneziani. La povertà divenne così diffusa da costringere le plebi ad abbandonare le campagne per sbarcare il lunario nelle città che crebbero a dismisura. Risale a quel tempo lo spopolamento rurale del meridione e la scomparsa di molti centri. Peraltro lo Svevo inventò il monopolio statale, a cominciare da quello del sale. Salpi, la più antica diocesi della Puglia, che sull'estrazione e il commercio del sale basava tutta la sua economia, nel giro di pochi anni si spopolò del tutto e non risorse più.


14  Goffredo di Buglione, il primo conquistatore della Terra Santa, rifiutò di essere incoronato Re di Gerusalemme tanto sacralmente spropositato gli sembrò quel titolo e quell'investitura. Questo era lo spirito che animava i cavalieri cristiani. Federico (che già possedeva quel titolo nominalmente per successione dei Re di Sicilia) non esitò invece ad autoincoronarsi nella basilica del Santo Sepolcro prendendo la corona con le sue mani dall'altare ed imponendosela sul capo.   Un  fatto  inaudito  e   scandaloso  che   accrebbe  la fama di  eretico dell'imperatore. Sarebbero passati sei secoli prima che accadesse un episodio analogo: quando Napoleone prese, in NotreDame, la corona imperiale dalle mani di Pio VII e, come l'altro grande avversario del Papa, se la impose sul capo.


15  Un saggio interessante sulla simbologia esoterica di Castel del Monte è quello di Aldo Tavolaro, «Una stella sulla Murgia», in AA.VV., Castel del Monte (a cura di Giorgio Saponaro), Adda Editore, Bari 1981. Anche gli articoli degli altri autori non tralasciano l'argomento.


16 Sul potere sacrale e carismatico dei re francesi è famosa l'opera di MarcBloch, I re taumaturghi, Giulio Einaudi Editore, Torino 1973. Recente (1997) è l'opera di Jacques Le Goff, San Luigi di Francia, Einaudi, Torino 1999.


17 La "leggenda nera" di Carlo d'Angiò lo vuole spietato esecutore dell'ultimo discendente degli Svevi, Corradino, allo scopo di estinguere la dinastia ed evitare ogni pretendente futuro. È ignorato da quasi tutti gli storici che i tre figli di Manfredi, quindi della linea diretta, Enrico, Federico ed Enzo, invece, sopravvissero per altri trentatré anni.


18 Oltre alle altre originalità che facevano la fama di eretico di Federico di Svevia vi era quella del suo volto glabro ad imitazione degli imperatori romani della decadenza, così come appare sull'unico suo ritratto ufficiale, quello coniato sugli Augustali, le monete d'oro della sua zecca. Un volto ben rasato era considerato segno di ghibellinismo. La barba, i baffi, la loro forma, fin dalle più antiche civiltà (ed ancora oggi nell'Islam e nell'Induismo) hanno avuto un significato simbolico che nell'era cristiana si riassumeva nell'icona del Cristo con la barba a due pizzi e i baffi incolti. Non a caso, in quello stesso tempo, i francescani, ad imitazione del loro fondatore, portavano baffi e barba incolta come tuttora fanno i frati del ramo dei Cappuccini.


Qualche miniatura dell'epoca federiciana rappresenta l'Imperatore svevo con la barba: ciò solo perché si trattava di ritratti immaginari fatti da artisti che non osavano pensare tanta spavalderia nell'"unto del Signore".


19  L'opera del monachesimo occidentale nell'edificazione della civiltà europea e la luminosa saggezza della regola e della vita della comunità benedettina è tratteggiata in maniera sintetica ma esauriente nel volumetto di un "agnostico" dichiarato, Léo Moulin, La vita quotidiana secondo San Benedetto, Jaca Book, Milano 1980, una delle poche opere tradotte in italiano di questo autore belga che è forse il più grande esperto di questa materia.


20  A proposito della "raffinata" crudeltà dei musulmani basti ricordare l'originale trattamento da loro inventato e riservato agli infedeli, l'impalamento. Consisteva nel far traversare il corpo del suppliziato da un palo appuntito e di notevoli dimensioni cominciando dal retto fino a fuoriuscire fra la clavicola e il collo. La raffinatezza consisteva nel non ledere alcun organo vitale né alcun grande vaso sanguigno in maniera che la vittima, piantata col palo al suolo, sopravvi­vesse il maggior tempo possibile: almeno quarantott'ore.


Tale usanza fu praticata fino ai tempi moderni quando i turchi arrivarono per l'ultima volta alle porte di Vienna (1683) stringendola in un terribile e lunghis­simo assedio. In quell'occasione la raffinatezza dei musulmani si rivelò nelle comodità con cui era allestito il campo e con la ricchezza degli approvvigiona­menti dell'armata ottomana. L'esercito turco fu prodigiosamente messo in rotta da un frate cappuccino italiano, Padre Marco da Aviano, già in fama di strepito­so taumaturgo, confessore di molti re e principi fra i quali gli stessi arciduchi d'Austria. Il santo frate (che solo ragioni d'opportunità ecumenica non hanno ancora elevato all'onore degli altari), impugnando solo il Crocifisso, si mise alla testa dei viennesi che trovarono l'accampamento abbandonato con tutto l'harem al completo e con le salmerie intatte, fra le quali ben diecimila sacchi di caffè. Quel caffè servì a confezionare il primo pasto dei viennesi dopo la lunga fame: caffellatte chiamato d'impronta die Kapuziner, quel "cappuccino" impropria­mente detto italiano, accompagnato dal "cornetto", il dolce a forma di mezzalu­na (croissantper i francesi: crescente) a dileggio dei seguaci di Maometto.


21 L'analisi più acuta dell'eresia di Lutero è quella fatta nel 1937 da Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero,  Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia 1990. Forse è l'opera più rigorosa di quello che è considerato uno dei massimi esponenti moderni del tomismo anche se si può dissentire, in tutto l'impianto critico, dal rifiuto dell'autore di riconoscere una relazione di causalità fra il pensiero dei tre personaggi chiave dell'epoca moderna. Purtroppo Maritain è più conosciuto per un improvvido saggio sociologico scritto un anno prima (1936) e diventato, specie dopo il Concilio Vaticano II, il manuale dell'"ideologia postconciliare", quel tentativo ancora adesso ben virulento di ridurre la dottrina della Chiesa a prassi storica, l'universalità del suo messaggio a melting pot culturale, la sua struttura gerarchica a carismaticità democratica

22  Per un'idea vasta e non convenzionale di ciò che significò nella civiltà europea e cristiana la scoperta dell'America e di quali siano le prospettive che si aprono oggi per il futuro del mondo a partire dal nuovo continente, un'opera che potremmo considerare un capolavoro di "teologia della storia" è quella di Alberto Caturelli, Il Nuovo mondo riscoperto, Ares, Milano, 1992. Questo filosofo argentino, allievo di Sciacca, peraltro, con metodo squisitamente logico, demolisce la "leggenda nera" della crudele oppressione degli indios, così di moda al giorno d'oggi.


È infatti ormai corrente l'idea che la conquista spagnola abbia sterminato fio­renti e raffinatissime civiltà. Vale qui buona parte delle notazioni sugli arabi giacché per quel che riguarda gli Aztechi assoggettati da Hernán Cortéz, bisogna ricordare che i popoli sottomessi da quell'impero videro come provviden­ziale l'arrivo degli spagnoli e a questi si allearono per scrollarsi il giogo di una teocrazia che imponeva, oltre la schiavitù più spietata, il tributo regolare di gio­vani vittime per i sacrifici dei sacerdoti di Tenochitlán. È vero che i popoli di quella civiltà erano «miti, gentili, amanti dei fiori e della danza, e che non vole­vano uccidere i nemici in battaglia ma solo farli prigionieri», il fatto è che gli ostaggi dovevano esser consegnati ai sacerdoti per il sacrificio (come fa notare Zolla, cit.). È nelle testimonianze degli stessi aztechi sottomessi che solo l'inau­gurazione del tempio centrale di quella che è oggi Città del Messico, costò ben quindicimila giovinetti a cui veniva estratto, ben vivi, il cuore e i cui corpi veni­vano gettati per la scalinata fino ai fedeli che se ne cibavano. L'unico regno amico dell'azteco era quello di Tlaxcala ma l'alleanza risposava su un trattato fra sacerdoti per un pacifico tributo di vittime particolarmente apprezzate. In quan­to all'impero Inca, i popoli sottomessi dovevano invece consegnare solo giovani vergini che innumerevoli venivano immolate sulle cime più alte della cordigliera andina.


Se tutto ciò può costituire l'oggetto di un asettico interesse etnografico e antro­pologico certo non giustifica il luogo comune che rimpiange la fatale estinzione di così raffinate civiltà né l'accorata ammirazione del National Geographic Magazine (ed. italiana, vol.1, n.4, maggio 1998) che a corredo della foto di una giovane mummia, scrive: «Non sapremo mai cosa la ragazza abbia provato ne­gli ultimi istanti della sua vita. Si può immaginare che, pur spaventata, fosse or­gogliosa di essere stata prescelta come vittima sacrificale agli dei della monta­gna».


La vulgata anticattolica e antispagnola porta a prova della sua filantropica indi­gnazione la relazione che il domenicano Bartolomé de Las Casas fece nel 1539 al Re di Spagna sugli abusi di coloni spagnoli nei confronti degli indigeni (Brevisima relación de la destruyción de las Indias). A parte le evidenti esagerazioni e generalizzazioni di un "mistico" che anche i suoi estimatori ritengono fosse un po' via di testa (sua è l'insostenibile stima di venti milioni di indios trucidati o episodi come quello dell'uso dei conquistatori di farsi accompagnare nelle loro spedizioni da torme di schiavi che dovevano servire di cibo ai cani da guerra), il fatto che Carlo V facesse pubblicare a spese della Corona e in diverse lingue la sua opera e lo nominasse Vescovo di Chiapas (dove però il Las Casas non andò mai preferendo restare in Spagna) inasprendo peraltro le pene per coloro che avessero contravvenuto all'editto del 1500 di Isabella la Cattolica che proibiva la schiavitù dei nativi e puniva chi avesse maltrattato in qualsiasi modo gli in­dios, dimostra quanto alla Spagna stessero a cuore le sorti dei colonizzati. Con­tro ogni elucubrazione fantasiosa e gli eccessi di qualche individuabile mino­ranza, la prova più evidente dello spirito che guidò la maggior parte degli spa­gnoli e dei portoghesi arrivati in America è la massiccia presenza in quel continente di mulatti e meticci che dimostrano la pacifica integrazione fra colonizza­tori e colonizzati.


Rilanciata dagli inglesi e dai protestanti che colonizzarono il Nord America (questi sì sterminando sistematicamente i pellerossa che ritenevano, come si esprimevano i pii discendenti dei Padri Pellegrini, «un insulto non più tollerabile alla dignità dell'uomo e di Dio») la Leyenda negra dei colonizzatori spagnoli è così radicata nell'immaginario popolare che la Walt Disney Production, nel car­tone animato Pocahontas (1995), pur così accurato nella ricostruzione storica ed ambientale, ritrae, unico fra i suoi miti compagni, il malvagio colonizzatore in­glese abbigliato alla maniera dei conquistadores spagnoli, con tanto di morione in testa.


Un ottimo testo per iniziare a demolire la leyenda negra anticattolica e antispa­gnola è quello di Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe. Dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe, Milano 1992.


23  La nebulosità del concetto di progresso al di fuori della società tradizionale è squisitamente descritta, nel 1971, da quel controverso pensatore che è Elémire Zolla: «La divinità suprema di questa civiltà [...] può assumere vari nomi [...] di periodo in periodo: in Inghilterra fu "Riforma" dal Cinquecento al Seicento, fino a quando Dryden protestò contro la "stantia frode" e contro il primo riformatore dei cieli, Lucifero; dal Settecento in poi fu "Progresso", cui s'affiancò a metà Ottocento "Evoluzione", e nel Novecento "Marcia dei tempi". A "rinnovamento", e a "progresso" e a "lumi" e a "secol nuovo" sul continente, Hegel aggiunse "sviluppo" e "svolgimento dello Spirito", "superamento" e "dialettica".


Di recente si è escogitato "aggiornamento". Ma la serie dei sinonimi può e deve estendersi, per evitare il tedio di chi è chiamato all'adorazione del Nome. Basta che la parola esprima una negazione: il ripudio del criterio di discriminazione fra bene e male e la rinuncia a precisare la causa finale: tutto dev'essere un fluire, un incalzare che non si sa dove di preciso vada a parare, una corsa nella notte; bene è il correre, male è soffermarsi, malissimo voler sapere dove si va e perché ci si vada» (Elémire Zolla, Che cos'è la tradizione, Adelphi, Milano 1998, p.24).


24  Gli spagnoli, oltre a non essere buoni economisti in generale e addirittura fallimentari per quel che riguardava le terre d'oltreoceano, nel Mediterraneo se la dovettero vedere con l'accanitissima pirateria musulmana che rendeva la navigazione commerciale quanto mai insicura e dispendiosa e per combattere la quale si dovette ricorrere a molte imposizioni fiscali straordinarie. Può darsi anche, come sottolinea il De Rosa che «alla fine del Governo spagnolo, il Regno appariva più povero che non all'inizio di quell'occupazione» ma, a sua volta, Benedetto Croce osserva, «la Spagna governava il Regno di Napoli come governava sé stessa, con la medesima sapienza o la medesima insipienza» e «non è da dimenticare che quegli antieconomici metodi erano proprie dei tempi, e sparsi più o meno dappertutto (e si dica lo stesso degli espedienti finanziari); e a loro modo erano anche buoni, considerato che non se ne conoscevano o non si aveva la forza di adottarne altri migliori». I due testi sono contrapposti in una recente opera che pur nell'uniformità alla vulgata corrente, offre qualche spunto di originalità: Gianni Custodero, Storia del Sud dal Regno Normanno alla pri­ma Repubblica, Capone Editore, Lecce 1999 (p.90).


25 Il pregiudizio di un Sud oscurantista e retrivo è confermato, inaspettatamen­te, da quel prelato di vasta cultura ed erudizione, e per altri versi scrittore garba­to e godibilissimo, che è l'Arcivescovo di Bologna Cardinale Giacomo Biffi. In un piccolo saggio sull'unità d'Italia il porporato scrive: «... si può dire che sfor­tuna d'Italia è stata che la Controriforma non è riuscita a raggiungere e a tra­sformare l'intera penisola. Dove ha agito in profondità, per esempio, con la Ri­forma borromaica  e cioè nel Nord, fino all'Emilia  la gente è stata davvero educata a superare le antiche propensioni alla furbizia, alla violenza privata, alla passività, al clientelismo, e si è trovata pronta a entrare nella moderna società europea» (Giacomo Biffi, Risorgimento, stato laico e identità nazionale, Piemme, Casale Monferrato 1999, p.28).


Al presule, milanese di origine, noto al grande pubblico per le sue prese di posi­zione spesso controcorrente, dev'essere scappato dalla penna il luogo comune che continua a permanere nella mentalità unitaria: quello d'un "resto d'Italia" (quello dei meridionali ovviamente) caratterizzato da furbizia, violenza privata, passività, clientelismo. Il lapsus finisce per vanificare la tesi dell'Autore, quella di una provvidenzialità del Risorgimento, e confermare che l'unità fra gli italia­ni non è stata ancora fatta.


Ma, scrivendo dalla città che una volta era conosciuta come «la Dotta» ed anche come «la Fedelissima» (alla Chiesa e allo Stato Pontificio) ed oggi nominata so­lo per le sue peculiarità goderecce (città che Giovanni Paolo II ha definito «sa­zia e disperata») e per il fatto di essere, fino a poco tempo fa, la città caposaldo del comunismo italiano, il Cardinale mostra di non avere sott'occhio le statisti­che della moralità pubblica in Italia. Anche tenendo presenti gli effetti dell'im­migrazione extracomunitaria e omettendo lo spaccio e l'uso della droga, le pra­tiche omosessuali, le perversioni, la diffusione dell'Aids, la "vitalità" del cosid­detto "popolo della notte", il Nord in genere, e in particolare Milano (città dei due Borromeo), detengono ormai il primato della criminalità, tanto per quella individuale che per quella organizzata. Nello stesso campo Bologna, come se­gnala la cronaca, non scherza. In Emilia ebbero luogo le efferate vendette politi­che del "triangolo rosso" e a Milano si manifestò il primo eclatante episodio di criminalità organizzata del dopoguerra (la banda Cavallero). Nella moralità civi­le, senza omettere lo spirito secessionista della "Lega Nord" che tanti consenis elettorali convoglia in quelle regioni, non va dimenticato che in fatto di corru­zione e clientelismo Lombardia ed Emilia viaggiano, come ha dimostrato "Tangentopoli" e le vicende legate alle "cooperative rosse", sugli stessi standard se non peggiori di quelli della "Roma ladrona" e delle sottosviluppate regioni del Sud.


Per quel che riguarda la pratica religiosa è poi notorio che il Nord, dove la Con­troriforma avrebbe dovuto agire «in profondità», mostra ben più evidenti segni di abbandono che il Sud. Tuttora, nel Sud, insieme agli altri sacramenti e soprat­tutto a quelli dell'iniziazione cristiana, l'istituto del matrimonio e della famiglia "tiene" e divorzi, matrimoni civili e "unioni di fatto" segnano medie notevol­mente più basse che al Nord. Così anche la natalità segna un indice ancora quasi doppio di quella del Nord. Per non parlare dell'aborto procurato, vero discrimi­ne non solo dell'abbandono della morale cristiana ma anche di quella naturale, che al Nord è praticato in numero più che doppio che nel Sud. Ma se il Cardinale Biffi (che forse ha scritto queste cose in un empito di pastoralità capace di chiudere gli occhi di fronte alle malefatte dei figli) non volesse considerare quel che abbiamo detto nel testo sugli effetti della Controriforma nel Sud d'Italia e non intendesse seguirci benevolmente in questa storia, gli vor­remmo rispettosamente ricordare un recente e clamorosissimo frutto del Vange­lo e della religiosità "popolare" dei meridionali: il Beato Padre Pio da Pietrelcina. Ne converrà che sarebbe veramente arduo (ed anche un po' irreligioso, nel senso più ampio di religio) far scaturire prodigiosamente, fuori dal contesto umano, morale, culturale da cui è stato generato, un simile esempio di virtù eroica consacrato da Giovanni Paolo II, il 2 maggio 1999, con un atto solenne di magistero di quella Chiesa di cui il Cardinale Biffi è autorevole ministro. Padre Pio ha le caratteristiche piene della meridionalità, l'estrazione popolare, la cul­tura contadina, la tenacia della tradizione ed il gusto delle usanze domestiche, il fare rustico e burbero al limite della villania, il dialetto nativo che non teme di farsi linguaggio, la fede semplice e fiduciosa che nel magistero della Chiesa scavalca ogni evoluzione culturale del tempo, la mentalità pratica che nel più puro misticismo pur si concreta in opere di carità eminentemente sociali (l'ospedale "Sollievo della sofferenza" da lui fondato a San Giovanni Rotondo: uno dei più moderni ed avanzati centri sanitari d'Europa). Un po' impertinentemente ritorna allora alla mente quanto andava ripetendo ne­gli anni scorsi il prof. Gianfranco Miglio, per venticinque anni docente di Scienza della politica dell'Università Cattolica di Milano e ideologo della na­scente Lega Nord, circa l'irrimediabile diversità fra il Nord e il Sud d'Italia. Il non sprovveduto anche se spesso provocatorio studioso sosteneva l'impos­sibilità di un'omologazione nazionale fra i settentrionali imbevuti «ormai» di spirito calvinista ed i meridionali rimasti «ancora» ad una mentalità tridentina.


26  L'usanza di famiglie popolane già cariche di figli di adottare un trovatello, «il figlio della Madonna», è sopravvissuta fino ai tempi nostri. Giuseppe Marotta, ne L'oro di Napoli (1947) ce ne dà una vivida e commovente relazione nel bozzetto omonimo.


27  Non pare vero agli storici moderni poter attribuire alla Chiesa qualsiasi presunto difetto di quel tempo. Anna Maria Rao, docente di Storia moderna all'Istituto Universitario Orientale di Napoli, dopo aver attribuito alla «tutela papale» la debolezza dello Stato meridionale sul piano internazionale, ed una «fiscalità esosa» (ma è noto che la pressione fiscale nel Regno di Napoli, dopo quella dello Stato Pontificio, in epoca borbonica, era la più bassa dell'intera Europa, e che il censo feudale del Regno dovuto al Papa era divenuto meramente simbolico: l'offerta della Chinea), incolpa la Chiesa anche dell'assetto urbanistico della capitale, per «una presenza edilizia che condizionava fortemente l'organizzazione dello spazio urbano» [Anna Maria Rao, «Napoli borbonica (17341860)», in AA.VV., Regno delle Due Sicilie (6 tomi), Tomo I, Real Città di Napoli, Collana "Antichi Stati" diretta da Gianni Guadalupi, Franco Maria Ricci, Milano 1996, p.19]. Naturalmente l'insigne professoressa non ci spiega in base a quale criterio, ed eventualmente di quale urbanista, possa definirsi ideale uno spazio urbano (quello della città ellenistica facente centro sull'acropoli? quello della città romana imperniata sul foro? quello del borgo medievale facente ruota al castello baronale o della città con al centro la cattedrale o il palazzo civico? o, saltando molti secoli, quello delle metropoli moderne strutturate sulla base del traffico automobilistico?). Napoli, come tutte le grandi città europee, fu una città "policentrica" che assommava tutte le caratteristiche degli antichi insediamenti e lo spontaneismo del continuo inurbamento della gente rurale. Gli interventi dei governi avevano risposto, di dinastia in dinastia, alle esigenze del loro tempo ma, a differenza di altri regni, in epoca vicereale, era stata posta attenzione anche all'urbanistica "popolare" come dimostrano le opere Don Pedro de Toledo e il "piano regolatore" dei Quartieri Spagnoli, pur nei limiti delle conoscenze sanitarie e igieniche del tempo.


Ma, posto che l'edilizia religiosa (chiese, conventi, opere caritative), a Napoli come altrove nel vecchio continente, restano il patrimonio più considerevole sia dal punto di vista artisticoculturale che paesaggistico di metropoli deflorate pri­ma dalla megalomania livellatrice dei postrivoluzionari e poi da un'incontenibile crescita della motorizzazione, e comunque l'unica parte godi­bile delle antiche città europee, la professoressa Rao dovrebbe render conto ai suoi lettori di questa sua successiva affermazione: «Non a caso si guardava [Chi, di grazia? ndr] ad altre capitali europee, a Parigi, ad Amsterdam, Londra oppure Torino, rinnovata secondo un piano preciso che a Napoli, cresciuta di­sordinatamente all'interno delle vecchie mura, mancava del tutto» (p.25).


Altrettanto notorio, come per la fiscalità, dovrebbe essere che Parigi, con le sue "corti dei miracoli", costituiva la più disordinata, intricata e disorganizzata fra le grandi città d'Europa e che assunse l'attuale aspetto (alquanto cimiteriale) gra­zie alle spianate celebrative di Napoleone e alla demolizione di interi quartieri per far posto ai boulevard, progettati con l'unico scopo di evitare per il futuro i disordini popolari e le barricate rivoluzionarie che l'impero non poteva più am­mettere dopo l'instaurazione del nuovo ordine. In quanto ad Amsterdam, cre­sciuta lungo i canali dell'Amstel, non risulta che abbia mai soggiaciuto a pro­getti urbanistici prima della febbre da edilizia "futuribile" di questi ultimi anni, e dell'indiscriminata pedonalizzazione del suo centro. Londra poi, con i suoi angiporti umidi, sordidi e fumosi, fino all'epoca vittoriana rimase l'esempio, anche per i suoi scrittori, di quanto di più innaturale, opprimente e disumano una città potesse costituire. Chiamare in causa Torino sembra poi azzardato quando si considerano le proporzioni della capitale di un ducato, che non superò mai i sessantamila abitanti, con quelle della seconda o terza megalopoli d'Europa (seicentomila abitanti già in epoca ferdinandea). Azzardato anche a causa della struttura quadrata, rettilinea, a scacchiera che la città pedemontana si portava in eredità dal castrum dell'Augusta Taurinorum romana. Ultimo, ma non meno ininfluente, è ricordare che le quattro città citate dalla Rao, oltre ad essere gli epicentri della rivoluzione giacobina e liberale, sono tut­te città di pianura dove sarebbe stato certamente più agevole, a parte i corsi dei fiumi e dei canali, progettare assetti urbanistici. Napoli, nella sua conca scosce­sa verso il golfo, avara di spianate, costituiva, prima di ogni altra considerazio­ne, un sito paesaggistico e panoramico dove ogni più vasta progettazione sulla carta avrebbe costituito una profanazione ed uno scempio. Rimproverare chi la governò di non essersi adeguato alle geometriche, utopistiche, vandaliche "mo­de" continentali vale quanto rimproverare ai dogi di non aver saputo far meglio di quel ghiribizzo urbanistico di Venezia.


Per finire, dopo i piani regolatori vicereali, dopo quelli carolini e ferdinandei (si pensi solo alla Riviera di Chiaia e ai suoi quartieri "alti" che salgono dietro San Francesco di Paola e Largo di Palazzo, che si avvalevano delle progettazioni non di velleitari sconosciuti topografi ma di architetti del calibro del Fuga, dei Vanvitelli, del Collecini), nell'Ottocento, Ferdinando II, dopo i suoi antecessori, diede ancora il via ad un grande progetto urbanistico che non solo si preoccupa­va di collegare razionalmente i vari quartieri della città ma anche di evitare ogni abusivismo ed ogni deturpazione del paesaggio. Il progetto di quello che oggi si chiama Corso Vittorio Emanuele II, e che fu Corso Maria Teresa, passando a mezza costa da un capo all'altro della città, proibiva l'edificazione ad un'altezza maggiore di quella che avrebbe impedito ai palazzi delle file successive di guar­dare liberamente il golfo. Il nuovo ordine sabaudo lasciò incompiuto il progetto di Ferdinando II e preferì, coi governi successivi dedicarsi al faraonico piano degli "sventramenti" (mai un termine da beccheria fu così appropriato) che, ol­tre ad una dimostrazione di onnipotenza del nuovo Stato e del suo allineamento parvenu all'ideologia transalpina e mitteleuropea e senza nemmeno le esigenze di "tutelare" l'ordine pubblico o di adeguarsi all'allora irrilevante problema del traffico, con il "Rettifilo" affettava, disossava, tritava, riduceva in frattaglie chiese, palazzi, monumenti, quartieri della parte più antica e popolosa di Napoli, laPalepoli.


Lo stesso "spiritoguida" (e in più grande stile per rispettare la simbologia di tutta l'Unità) soppresse la città dei papi tracciando con riga e compasso i vialoni d'incongruo aspetto torinese che smembravano Trastevere e Ripa, i corsi che sminuzzavano Campo Marzio, Parione, Regola e la Suburra, i quartieri per i nuovi burocrati sui prati della riva vaticana che spaziavano fino ai monti Cimini, a pianta arzigogolatamente framassonica, avente come unico criterio quello d'essere ostinatamente allineati non secondo la rosa dei venti o l'insolazione ma in maniera da nascondere la cupola di San Pietro, i lungotevere che trasforma­rono la "città fluviale" in città ministeriale e il biondo Tevere ricco di mulini, pescatori, barcaioli, in un morto canale incassandolo fra muraglioni di venti me­tri che, prima che argini contro le piene, erano le pastoie di uno stato che tutto, compresi i fiumi, doveva costringere nei regolamenti della sua burocratica on­nipotenza. Il primo ed ancor insistente risultato dell'urbanistica sabauda fu di espropriare migliaia di romani dei loro quartieri confinandoli nelle borgate men­tre il Campidoglio michelangiolesco diventava la spalliera di quell'immane co­losso biancosplendente (una macchina da scrivere? una dentiera? ogni aggetti­vo, da kitsch a pacchiano, è riduttivo ma l'importante era superare quell’Arcdetriomphe repubblicano che, scrivono fiere le guide parigine, «è grande venti volte l'Arco di Tito»), con quell'"Altare della patria" che celebrava, con tanto di vittima sacrificale (il "Milite ignoto") la sacralità pagana del nuovo Stato fonda­to su una sovranità (quella del "Padre della patria Vittorio Emanuele II") non più per «grazia di Dio» ma solo e titanicamente «per volontà della nazione».


28 L'immagine largamente corrente di un clero o addirittura di monaci e frati gozzoviglianti, sensuali, donnaioli, detentori di favolose ricchezze è un'inven­zione della rivoluzione francese e dell'anticlericalismo ottocentesco. Prima di quel tempo, dopo la decadenza romana, questo genere praticamente non esisteva a parte le composizioni goliardiche medievali travasate poi nelle novelle del Boccaccio o nelle iperboliche sconcerie del Gargantua e Pantagruele di Rabelais di cui fu gustosissimo epigono il Balzac de Les contes drolatiques. Era qua­si ovvio che quel genere, letterariamente molto circoscritto, pescasse nel mondo studentesco, abbastanza scapestrato anche allora, quasi completamente formato da chierici. Erano costoro, nel medioevo, allievi delle scolæ ecclesiastiche (oltre qualche privilegiato discepolo di precettori privati) pressoché gli unici ad avere un grado di alfabetizzazione sufficiente ad accedere all'università. Gli ordini minori erano quindi una specie di diploma scolastico e nella grande maggioran­za non si risolvevano poi in un'ordinazione sacerdotale. Il tirocinio ecclesiasti­co, peraltro, dava accesso, già con la Tonsura, al godimento di eventuali "bene­fici laicali", quei fidecommessi che destinavano una rendita fondata dalle fami­glie abbienti ai figli "in sacris". Spesso, specie nel caso di premorienza del ge­nitore, gli ordini minori davano espediente a chi non avesse una soda vocazione a non continuare nel suo tirocinio e a vivere da laico anche, eventualmente, ammogliandosi. Si spiega anche, così, il titolo di Abate attribuito indiscrimina­tamente, specie nel Settecento, anche a quei "figli di papà", colti e oziosi che sopravvivevano grazie all'istituto dell’Abatia nullius. Un caso celebre ed em­blematico è quello dell'Abate Giacomo Casanova noto non certo per le sue pro­dezze ascetiche.


29 Salvo rarissime eccezioni (ma anche queste spesso inclinate alla decadenza e alla corruzione), case reali e nobiltà non danno, oggi, che un miserando spetta­colo di se sulla cronaca mondana e in quella scandalistica. Com'è stato per il popolo meridionale che ha finito sovente per combaciare con l'immagine che se ne facevano i conquistatori rivoluzionari e i piemontesi, così la nobiltà si è adat­tata a quel che la società democratica ed ugualitaria ne pensa. L'immagine pariniana del nobile altero, svagato e nullafacente non corrisponde a quella del no­bile meridionale (e del nobile antico in generale) impegnato nell'amministrazione del suo patrimonio e nella conduzione della sua famiglia allargata fino agli sguatteri, ai braccianti, ai garzoni e finanche ai mendicanti che bussavano alla porta dei clientes. Nessuno, a meno di voler passare per po­pulista, osa identificare la laboriosità con il lavoro manuale. Posto comunque che la nobiltà terriera e civica raramente poteva permettersi un tenore di vita di­spendioso e che solo quegli aristocratici che avevano cariche importanti a corte e nella vita pubblica facevano vita mondana, con ricevimenti e feste anche me­morabili (cose che oggi sono pacificamente ammesse come doveri del mestiere per qualsiasi Vip e manager in nome delle relazioni sociali), la maggior parte della nobiltà, fino all'ultimo resse al suo ruolo di modello della comunità. Secondo, dopo quello sovrano, nell'organizzazione gerarchica della società civi­le, lo "stato nobile", per quel principio dell'analogia così scontato nel pensiero della Cristianità (ma ancora latente, sebbene pervertito, come dimostra lo sno­bismo "borghese" e l'interesse popolare per le fascinose e "misteriose" vicende dell'aristocrazia), e il modello della famiglia nobile informavano quello del "terzo stato" a cominciare dai ceti più abbienti (il "popolo grasso") per finire a quelli più poveri (il "popolo basso").


L'apoteosi artistica di Dio e della Chiesa era imitata dai nobili come apoteosi del ceppo familiare (l'albero genealogico) e di qui mutuata dal nascente ceto "civile" che s'industriava di assumere dei nobili le usanze domestiche ed i com­portamenti: il senso dell'onore, l'oculata prodigalità, la prolifica generosità, la struttura patriarcale, la fedeltà alla Chiesa, l'affabilità verso le classi inferiori, il senso del decoro e della forma che spesso sacrificava interessi più contingenti. L'imitazione, a tutti i livelli gerarchici della scala sociale, era orientata ovvia­mente dall'aspetto più esteriore ed appariscente. È ben nota per esempio la cor­sa, non solo della borghesia ma anche delle classi più umili, ad inventarsi uno stemma o a millantare gloriosi antenati. Solo con la lenta crescita morale gli uni e gli altri acquisivano quelle reali caratteristiche archetipe che da tempo imme­morabile avevano consacrato le gerarchie. Così come il noviziato dei religiosi ammetteva il postulante alla conquista della vera ricchezza interiore, era l'antichità della milizia al servizio della comunità civile che infine stabiliva l'onore della vera nobiltà. Se la capacità di devolvere le proprie ricchezze in fa­vore dei poveri, secondo il dettato cristiano, era la marca di autenticità del clero e dei religiosi, quella di farle fruttare nello stesso senso senza trascurare la fa­miglia, anzi allargandola generosamente, restava la prerogativa della nobiltà. Un processo di lento e meditato perfezionamento quindi, che garantiva la stabilità sociale e che il principio di autorità metteva al riparo delle perenni e ricorrenti tentazioni dell'invidia umana.


L'accelerazione del ricambio sociale e lo scatenamento delle pulsioni naturali messi in moto dalla riforma protestante insieme alla corrosione del principio d'autorità fu preavvertita con chiarezza dai padri del Concilio di Trento e fron­teggiata anche, per quel che riguardava il "secondo stato", dalla massima autori­tà nobiliare riconosciuta, l'Ordine di Malta. Già alla fine del Cinquecento, su impulso della Lingua di Castiglia, anche in Italia si dettavano norme più restrit­tive per l'ammissione dei cavalieri escludendo coloro che non potessero dimo­strare da almeno duecento anni che il loro stato non avesse origine da antenati che esercitassero la professione di «notari, tabelliones aut mercatores». (Seri studi su questo argomento sono quelli patrocinati dall'École Française de Rome, fra i quali ricordiamo AA.VV., Les noblesses européennes au XDC siede, École Française de Rome & Università di Milano, Roma 1988, e Angelantonio Spa­gnoletti, Stato, aristocrazie e Ordine di Malta nell Italia moderna, École Fran­çaise de Rome & Università degli Studi di Bari, Roma 1988. Di quest'ultimo autore è interessante per gli spaccati di vita vissuta, «L'incostanza delle umane cose». Il patriziato in Terra di Bari tra egemonia e crisi. XVIXVII secolo, Edi­zioni del Sud, Bari 1981, anche se l'ottica generale è pesantemente influenzata da una critica di marca economicistica).


La parte più infima e marginale del popolo "basso", i "lazzari" di Napoli che, più genuinamente scaltri non si lasciavano ingannare dagli orpelli e dal fasto, reputavano se stessi, al vertice della scala sociale ritenendo di condividere, sen­za sforzo, quell’«otium» (contemplazione delle cose di Dio) che i religiosi, il clero ed i nobili (ciascuno nella gradazione del proprio stato) ponevano a capo delle attività umane in opposizione al «negotium» (impegno nelle cose del mondo) nel quale si affannavano, come la Marta del Vangelo, i rappresentati del popolo "grasso". È da questa "regalità" del popolino, minacciata dal nuovo or­dine e da una nobiltà traditrice (almeno quella che aveva abbracciato la causa rivoluzionaria) che essi istintivamente non riconoscevano più come garante dell'ordine sociale, che i lazzari trassero lo spirito che li portò a battersi stre­nuamente contro i conquistatori francesi e gli intellettuali della Repubblica na­poletana a fianco del Re "loro pari".


È lo stesso apologo di Tomasi di Lampedusa che ne Il Gattopardo tratteggia la ribellione di Don Ciccio Tumeo, unico personaggio non "gattopardesco" del romanzo, schierato con i Borboni contro l'avanzante borghesia e lo stesso suo padrone che vede già decadere dal suo stato di antico aristocratico.







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