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Spending review, città metropolitane e provincie

Zenone di Elea

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7 luglio 2012


Non andate dietro alle sceneggiate dei media: le città metropolitane non sono una invenzione di Monti. Nate con la legge sugli enti locali del 1990, furono inserite anche nella modifica del Titolo V della costituzione, progetto elaborato e votato dalla sinistra.

Il superamento delle provincie è nella logica delle cose se si va verso uno stato federale. Non si possono lasciare una caterva di anelli intermedi fra stato centrale e municipi. Un discorso comprensibile anche per un illetterato che abbia un po' di buon senso.

Probabilmente la via che si sta seguendo in Italia non è delle migliori, la responsabilità politica di ciò è da imputare alla lega che si è mostrata incapace – per egoismo genetico dei padani che fecero l'Italia a loro immagine  e somiglianza al di là delle menate sul federalismo di Cattaneo e compagni – di fare una proposta che andasse oltre certi miserabili interessi di bottega.

A nostro modesto avviso le strade erano due: o si eliminavano le provincie lasciando più o meno lo stesso numero di regioni oppure si lasciavano buona parte delle provincie ma si organizzavano delle macroregioni.

Le regioni dei governatori  ormai somigliano a tanti piccoli staterelli dove la spesa spesso va fuori controllo. Non solo quella sanitaria,

Dove la lega nord si è mostrata incapace di intervenire ora pare ci metta la mani la spending review.

Dal cappello magico rispuntano infatti sia le città metropolitane che la riduzione del numero delle provincie – per darvene una idea, basta un solo esempio: in Campania resterebbero solamente tre provincie!

Tutto fatto? Per nulla. Zaia ha già dichiarato la sua contrarietà:  «Venezia città metropolitana? Così Roma cerca la rissa» e «Non capiscono nulla di territorio».

Noi, tanto per ribadire che nulla di nuovo vi è sotto il sole d'Italia, vi proponiamo la lettura della dotta dissertazione “DELLO ORDINAMENTO NAZIONALE” di Giuseppe Montanelli del 1862 sull'ordinamento del novello stato.

In vari passaggi della sua opera il professore toscano si interroga sul destino delle ex-capitali:

“Non vogliamo ora discutere nell'ordinamento nuovo d'Italia i centri metropolitani esistenti, abbiano a desiderarsi distrutti, o solamente trasformati. Ma, dopo le luminose dottrine che riferimmo, egli è certo che non basta un decreto, perché Palermo, Napoli, Firenze, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Torino, anche sotto il primato di Roma, perdano la respettiva preminenza, di cui le investiva una maggiore acquistata potenza movitrice di civiltà. Si riducano pure a semplici seggi di prefettura: non cesseranno per questo di essere ardenti focolari di vitalità nazionale, centri formidabili di agitazione, cittadelle strategiche delle fazioni opponenti. ”

Le sue argomentazioni sono a favore di una regione rappresentativa in opposizione alla regione governativa del progetto Farini-Minghetti, progetto peraltro bocciato dal parlamento unitario. Egli si oppone anche alla Italia delle provincie e dei prefetti, ovviamente fu proprio quella l'Italia che il potere sabaudo impose su tutto il territorio. Taluni sprovveduti hanno pure il coraggio di chiamarla borbonica!

Evidentemente costoro non sanno nulla del funzionamento amministrativo dello stato borbonico.

Tornando al nostro, dobbiamo rilevare che il suo limite era proprio la scarsa conoscenza dell'Italia meridionale, nella trattare dei municipi infatti si limita a descrivere il municipio leopoldino.

Per voi, oggi, che leggete queste righe una citazione tratta da Delle università e de’ comuni del reame di Napoli cenno istorico per G. Scalamandré, Napoli 1860:

“Al cadere del passato secolo e al sorgere del presente tra tutte le regioni del mondo civile solo nel reame di Napoli erano in larghissima copia istituti e forme bastevoli a comporre un eccellente sistema di amministrazione civile. Il principio elettivo ampiamente spiegato nella nomina de’ funzionari municipali, la dignità e la grandezza della forma parlamentare, il modo di raccogliere e conservare i documenti e le prove di quanto si facesse a prò e a danno dei municipi, la sapiente tutela del costoro interesse materiale e morale, la censura e il giudizio di tutta quanta l’azione del governo municipale; tutte queste cose a mano a mano e in diversi tempi instituite e perfezionate facevano le università del reame cosi salde, cosi atte a resistere sempre più ai ripetuti e potenti urti e soprusi delle altre corporazioni privilegiate, che in luogo di esserne spente, addivenivano quelle ad ora ad ora più vigorose e vitali.”

Buona lettura.




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