Eleaml - Nuovi Eleatici



Nella dedica Ulloa, fra l’altro, scrive:

“L’esilio mi ha ricondotto ora su questa mia fatica che io pubblico per due fini. L'uno di far meglio noto qual sia il valor della mia patria non sempre equamente giudicata. “

Basterebbero queste parole a presentare quest’opera che Ulloa confessa già dalle prime righe di aver iniziato a scrivere negli ani venti, quindi cinquant’anni addietro. Elenca poi 40 documenti su cui si basa la sua narrazione della “sollevazione delle Calabrie contro a’ Francesi”.

Una sollevazione liquidata dagli storici nostrani come rivolta reazionaria e brigantaggio.

A proposito di Calabresi e briganti un viaggiatore francese, Astolphe-Louis-Léonor, marchese de Custine, che viaggiò in Calabria nel maggio-giugno 1812, scrisse:

«Que vous dirai-je des Calabrois? Je ne puis les définir! Ils sont fiers, dit-on, mais je les vois se laisser assommer de coups par les soldats de notre escorte, puis obéir. La plupart d'entre eux se soumettent à la conscription avec plus de docilité qu'aucun autre peuple de l'Europe; ils ont une telle frayeur de l'autorité, que tous, depuis le muletier jusqu'au baron, chantent les louanges du nouveau général français, et vantent les services qu'il rend à leur pays. Les Calabres, disent-ils, lui doivent une tranquillité parfaite. Voici comme il s'y prend pour l'obtenir: quatre cent soixante et dix brigands dévastaient cette partie du pays l'année dernière; il a publié un armistice en faveur de ceux qui se rendraient; tous crurent à la parole du général; tous se livrèrent Tous furent pendus!.....

Dans plusieurs contrées on a défendu d'en semencer les terres, pour ôter aux brigands les moyens de subsister; et, afin de les priver d'asiles, on a démoli beaucoup de maisons dans la campagne: c'est la fable du jardinier et de son seigneur.Les Calabres se ressentiront long-temps de cette guerre, et, surtout, de cette pacification du brigandage. Le mot de brigand fait pâlir le plus hardi Calabrois. Quand un soldat veut enlever à des paysans leur cheval ou leur âne, il les appelle brigands; aussitôt ces malheureux abandonnent bêtes et marchandises et s'enfuient comme des cerfs. Ce mot de brigand, est une parole magique au moyen de laquelle on exerce un brigandage plus funeste au pays, que ne le serait la guerre civile.

Personne ici ne s'entend sur l'application des termes; et je demeure frappé d'étonnement, quand je vois qu'un peuple entier, armé pour défendre son roi légitime, se laisse dire qu'il n'est qu'un ramas de brigands; on vous raconte ici que les brigands ont pris telle tille, et qu'ils étaient huit mille!... On vous dit: les brigands firent leur retraite par ce défilé, il en périt six cents, mais cinq mille se sauvèrent. Et si je m'écrie: comment des brigands? huit mille, cinq mille brigands, dites-vous? Des soldats ne sont pas des bandits! Appelez-les rebelles, si vous voulez, mais ces rebelles ne combattent le nouveau gouvernement, que par fidélité à l'ancien; après tout, ce «ont des armées composées de vos frères, de vos fils; s'ils étaient victorieux, ils vous appelleraient aussi des brigands?»

Chiudiamo con le parole di Tommaso Pedìo:

«Guerriglieri sono stati qualificati coloro che in Spagna, nel 1808, si opposero con le armi alle armate napoleoniche e le loro gesta sono state immortalate nelle tele di Francisco Goya (1769-1827). Patrioti sono stati considerati coloro che seguivano nel 1809 Andrea Hofer (1767-1810) e il loro canto di guerra è diventato l’inno nazionale delle popolazioni tirolesi. In Italia Meridionale, invece, chi nel 1806, rispondendo all’appello degli inglesi e a quello del proprio sovrano, si oppose all’invasore, è stato definito e continua a essere definito brigante.»

Buona lettura e tornate a trovarci. 

Zenone di Elea - Gennaio 2020

DELLA SOLLEVAZIONE DELLE CALABRIE CONTRO A’ FRANCESI

PIETRO CALÀ ULLOA

DUCA DI LAURIA

ROMA

TIPOGRAFIA DI B. MOLINI

1871

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LA PRINCIPESSA CAROLINA

DE SAYN WITTGENSTEIN

Se il novennio prescritto da Orazio valesse di per se solo ad assicurar la bontà di un libro, splendidissimo riuscir dovrebbe questo mio, che dormì quasi per mezzo secolo, pasto delle tignuole. Impresi a scrivere questa storia, giovanissimo essendo, nel 1823, quando tante accuse si scaglia van contro a’ Napolitani, e tante insolenti tacce loro si apponevano di fiacchezza e codardia. Niun era in allora che vedesse come i disastri degli eserciti, da molti anni, eran anzi generati da cattivi ordini militari, da mutate arti di guerra che da poca virtù degli animi. Così in pochi dì stata era disfatta la monarchia di Federico IL Le Spagne che avean si eroicamente lottato e per più anni contro Napoleone, cedean in breve tempo innanzi al Duca d’Angoulemme. L’impeto di qualche schiera disordinava l’esercito Portoghese. Ma l’esame de'  fatti è lungo e faticoso, la calunnia ed il dileggio son brevi.

Pareami poi degno di particolare curiosità il saper l’origine cd il progresso d’una sollevazione, che, nata e cresciuta in un subito, per tre anni lottò contro gl'invitti soldati di Francia. Cominciai a procurarmene con ogni studio le notizie, e spesso mi si convertiva in oscurità quel che apportarmi dovea chiarezza. Quando poi era venuto in cognizione di quel che desiderava, cure di uffizio, viaggi frequenti e non pochi dolori pubblici e privati men distolsero.

L’esilio mi ha ricondotto ora su questa mia fatica che io pubblico per due fini. L'uno di far meglio noto qual sia il valor della mia patria non sempre equamente giudicata. L'altro di far apparire la devota e riverente mia servitù verso l’A. S. che, con l’esercizio dei più pregiati studi ed elette opere, stabilì altamente l’opinion delle sue singolarissime doti. E non diffido che l’A. S. sia per gradire la riverenza con la quale vengo a darle un segno del devoto mio ossequio, intitolandole questo mio lavoro, augurandole dal Cielo ogni maggiore grandezza e felicità.

Dev. Obbedientissimo Servo

DUCA DI LAURIA.

PREFAZIONE

Veritas pluribus modis infracta primum inscitia Rei-publicae rae alienae, mox bidine assentandi, aut rursus odio adversus dominantes; ita neutris cura posteritatis inter infensos, vel obnoxios....

Opus aggredior opimum casibus, atrox praeliis, discors seditionibus, ipsa etiam pace saevum.

Tacit. Hist. I. 1.

La sollevazione delle Calabrie ne’ primordi del secolo fonte di dolori e di servitù sarà materia di questo mio libro. Due opinioni gareggiaron fra loro in quelle terre, l’una per sostener le ragioni dell’esule Re, l’altra per dar favore al nuovo Imperatore; quello tormentato dal desiderio di ricuperare il reame, questo ostinato per superbia e potenza a conservarlo. Ma con que’ fraterni odi i Calabresi atti generosi si proponevano, ché gli uni e gli altri sollevavansi a furore con titolo di libertà. I fatti di pochi anni innanzi lasciato avean mali semi, e fattili nemici fierissimi. Seguiron perciò lotte accanitissime. Monstravan dall’un canto i popoli amar di esser padroni di se medesimi all’incontro de’ forestieri. Dall’altro amar la libertà donde che venga e per chi venga. Usavasi dall’una e dall’altra parte smodatamente la potestà venuta loro dagli stranieri, ché chi non ha modo per se a difendersi, si volge agli estranei ajuti. Lo straziarci poi a vicenda per discordie, miseria antica del reame di Napoli. E per natura degli uomini che il soffrire abborriscono e cui le speranze ingannano.

Molte e funeste guerre ne’ precedenti secoli l’aveano sconvolto e dilaniato, e per disprezzo di popoli e per ardimento di forestieri. Ma era la nobiltà quella che, simile alla Polacca, tenessi sempre a cavallo colle armi in pugno. Il popolo la seguiva a combattere le non sue battaglie. Nel 1643 fu invece il popolo, quello che combatteva per se e tutti i disagi ed i disastri soffria della guerra.

Gli ordini tutti del regno però combatteanlo, e come dovca, cadde. Un rivolgimento tentò poi la nobiltà, essendo il secolo arrivato all’anno 1701, ma a sua posta, abbandonata dal popolo, cadde ed in più breve tempo anch’essa. L’uno e l’altre però furon vinti anzi da interna corruttela che da contaggio e forza straniera. Rizzatasi in piè nuovamente il popolo al cader del secol passato, e nobili e possidenti n’erano straziati. Ora brandìa le armi ne’ primordi di questo secolo, ma l’impeto era contro dominator più possente e superbo che Filippo IV e Filippo l non erano.

Con quest’ultima sollevazione però il primo esempio si pose della resistenza de’ popoli contro Napoleone. E poiché questo riposar non poteva o lasciar riposar altrui, presto sorsero movimenti improvvisi ed inconsulti nel Tirolo e nella Germania. Più concordi poi si levaron in armi le Spagne. Ne’ quali moti valser non poco certamente gli esempi Calabresi.

Che se diverso fine da quello delle Spagne ebbe la sollevazion delle Calabrie, diverse e gravi ne furon le cagioni. Salvaron la Spagna vastità di territori, prudenza di governo, fede nelle antiche glorie. Nelle Calabrie era estremità di terra strettissima, dimenticanza di glorie passate, ignoranza ed ostinazione di plebi. Nelle Spagne, come nelle Calabrie, le recenti mutazioni non erano a grado de’ popoli. Ma negli Spagnuoli era pazienza maravigliosa nel proseguir le imprese; ne’ Calabresi, per natura acerba e risentita, impazienza di conseguir fi fine. I Calabresi nulla avevan se non il coraggio, che in loro era veramente grandissimo, ma non milizie speciali, a difendersi ordinate. Gli Spagnuoli avean esercito proprio e glorioso. Negli uni e negli altri, la guerra essendo faccenda di nazione anziché di governo, gli odi bollivan più intensi. Ma nelle Calabrie guerra tumultuaria, nelle Spagne regolare ed ordinata si facea. Le partì che bollian nelle Spagne tutte contro a’ Francesi si volgeano. Nelle Calabrie i possidenti, per oltraggi di plebi ed opinioni, i Francesi favoreggiavano. Per le Stesse mani Calabresi si stermìnavan popolazioni, e terre fiorenti si desolavano. Atti si commettean che solo nelle civili discordie, e forse neppur fra gli uomini arrabbiati gli uni contro gli altri si commettono.

Nelle Spagne poi furon uomini gravi per senno ed antivedimento e rotti a maneggi di stato. Nelle Calabrie, dove maggiore era il bisogno, non capi accorti, né forze certe in loro balìa, perciò dalle moltitudini dipendenti. Quelli perciò tutto a grandezza di disegni, questi ogni cosa più a gare personali recavano. Nelle Spagne come nelle Calabrie la volontà ferma ed il coraggio risoluto che conferiscon la vittoria; ma in quelle e non in queste la facile obbedienza che la prepara.

Non venia poi per le nne e le altre egualmente in prova la gelosìa di Francia e d’Inghilterra. Piacque a questa l’improvviso risvegliarsi delle Spagne e si avvisò non essere occasione da trasandarsi. Stabili frutti aspettar ne poteva, per la depression del nemico, ché guerra era di potenza a potenza. Accorreva perciò con forze marittime e con eserciti ordinati e diretti da buona scienza di guerra. Nelle Calabrie vide moto di provincia sconsiderato e non duraturo. Al resto d’Italia non pose mente. Sicché, considerando il poco frutto da raccogliere, se ne stette, né d’altro aiutò quasi che di consiglio. E pur dubitava di guerra in Sicilia, guerra dalla quale abborriva e che la sollevazion delle Calabrie per quasi tre anni impedì. Apparì in somma a tutti i segni che l'Inghilterra nelle Spagne badava alla conservazion propria del pari che alla tutela dell’altrui. Nelle Calabrie solo a damteggiare e nuocer alle possessioni Francesi in Italia. Così con accomodate parole lusingava, ne’ fatti non perseverava; in beneficio della Corte Napolitana, non ebbe sempre la medesima caldezza e giudicò fare assai se in Sicilia non perisse.

Arrogi che, tolta la breve guerra di Prussia, non era altro ostacolo che tenesse impedito Napoleone dal voltarsi verso l’estrema Italia. Ed ei che grandemente abborriva da quel che produr poteva gran fiamma; vi tenne volto il pensiero e con gran gelosia. A guerre fierissime. in ultimo a confini della Francia rumoreggianti, venne invece, durante la sollevazione delle Spagne, chiamato. Ed occupato in lontane parti, e versando in que’ pericoli, onde poi restò oppresso, ebbe sempre l’animo, come le forze, distratto.

Ora essendomi venuti alle mani taluni documenti, onde eran chiariti i fatti della sollevazion Calabrese, fermai, correva il 1823, di farne memoria. Credetti che potesse appartenermi l’uffizio di narrar que’ fatti notabili ne’ primi anni del secolo. Ma l’impresa però come parvenu utile, pure la stimai sopra la piccolezza delle mie forze. E standomi a cuore tale consiglio non pur mi volea dissimulare le difficoltà dell’opera. Perciocché di fatti moltissime memorie che fosser disperse in libri impressi, non che scarsissime, nessuna. A segno che sul principio dubitai più volte di restar nel mezzo del cammino. Bensì questo è vero che mi venner confidati alcuni manoscritti che stimai e mi giova creder per più ragioni veridici. I quali notabilmente al difetto de’ libri riparavano. Nè'mi fu per avventura facil di concordar i fatti, ché coloro che vi furon presenti non dicevan tutti il medesimo, ma secondo la loro parte, o l’affetto o la bontà della memoria narravano. Taluni soltanto per intendimento e per lettere stimatissimi, modesti e lontani da ogni spirito di parte, di non pochi lumi mi fornirono e riposte notizie mi somministravano. Spesso poi sì gli uni che gli altri eran e diversamente discordi in tali particolarità, le quali, se essenziali non sono in opere storiche generali, eran assolutamente in questa mia necessarie. Onde non giudicai degne di ricordanza che quelle cose che sottilmente raccolsi e con quello studio che per me si poteva maggiore.

Né men gravi furon le difficoltà incontrate ne’ pubblici archivi che avrebber potuto somministrarmi molte opportune notizie. Tuttavia, non ostante il trascorso del tempo, per le diligenze da me usate, ottenni gran parte delle chiarezze che mi bisognavano.

Ed affinché ognuno potesse chiarirsi ed a suo bell’agio della mia schiettezza, accennerò qui sotto le scritture delle quali mi son servito. E mi confido non solo che non mi si potrà imputare di non aver praticate tutte le diligenze immaginabili, ma che tutti questi miei travagli persuaderanno ciascuno a credere che ho fatto quanto era in me per narrar fedelmente, senza adulterar per impeto di passione la verità. E ciò con quell’amore ardentissimo della mia patria, che altri nudrir potrà uguale; maggiore, nessuno.

DOCUMENTI

LIBRO PRIMO

L1-CAPITOLO I

Mali umori tra la Corte di Napoli e la Francia, rotta la pace di Arnione — Vessazioni e prepotenze — Pratiche perché Napoli entri nella coalizione — Trattato di Parigi del 1805 e precipizi della guerra germanica — Invasione del regno di Napoli.

Imprendo a scriver un’ostinata guerra, variata in fierissimi scontri che più di qualsivoglia altra mostrò la tenacità dello menti ed il pericolo nel manometter i dritti de’ popoli. Esercitata tra Francesi e Napolitani, e da questi ultimi fra loro come soglionsi lo guerre civili. Nell’aspra contesa da ambe le parti valor e bravura singolari, ma dalla rabbia del parteggiar deturpati. Impronti moti scontri continui ed astuzie e frodi e rapine miste a gare di gente senza scienza, ma valorosissima. Quindi un ardimento maggior delle forze, grandi virtù antiche e grandi delitti, e sciagure e sangue sempre e carneficine or d’insorti popoli, or di stranieri soldati l’argomento di questa storia. Fra il fumar degl’incendi, le paure, le fughe, le ruine e le morti, non riverenza di religione, non rispetto di leggi, non pietà di donne, vecchi, o bambini. Nel tempo medesimo rumorosa volubilità di leggi, di opinioni, di Governo.

Racconterò dunque la sollevazion delle Calabrie, argomento pieno di spaventi, di dolori, e di lacrime.

Ma prima di entrar in materia alcune cose per maggior chiarezza e intelligenza de’ fatti ripiglierò da più alto.

II. Da più anni le cose di Francia si vedean con quelle d’Italia più intimamente collegate. I disegni e mire d’Inghilterra, le sollecitudini ed i desideri di Austria, i pensieri e le cautele di Roma eranvi mescolati. Dal trattato di Firenze in poi, avvenuto nell’anno primo del secolo, le maggiori incertezze e trepidazioni di Napoli vi si eran aggiunte. Crcscea la gelosia, e forse già l’odio, contro la potenza del Bonaparte. Tutti i potentati nella debolezza di Francia la propria sicurezza vedeano. I pensieri di tutti già in questo concorrevano che il maraviglioso incremento della Francia minacciasse da vicino la loro libertà e la pace del mondo. In ciò più ardenti i desideri de’ Principi Italiani, più deboli e più pericolanti. Inghilterra vedea la mala contentezza di tutti ed ambia nomo di liberatrice di Europa. A tal fine tendean i pensieri de’ ministri Brittannici, tutt’all’intorno sempre guardando, ed esplorando quali passioni sorgesser per farne il loro pro. Trovavan facili aderenze negli stati di Germania, facile orecchio tra Principi Italiani. Tra chi promette e dii brama libertà, presto è l’accordo.

Avvenuta poi la pace di Amiens posavan le armi, ma non le apprensioni. Al Re di Napoli parve respirare, i Francesi usciti essendo dal reame. In lui più avea potuto sempre l’amor della pace che l’impeto della guerra. Tornea che per essa tali accidenti potesser sopraggiungere, onde tutta Italia andasse maggiormente in ruina. Amava più i timidi e prudenti che i generosi consigli, temeva in Bonaparte il capitano per tanti fatti glorioso, ed or per ampiezza di stati potentissimo. Il reame poi era, pe’ passati rivolgimenti s per la recente occupazion de’ Francesi, misero e sconvolto. E di vero i Francesi, rotta la pace di Amiens, rioccupavan, contro ogni fede, le costiere dell'Adriatico. Pretessean ragioni col trattato di Firenze ed i patti con insolente arbitrio ne ravvivavano. Duro così ìiveniva al Re di Napoli il ricever e nudrir esso medesimo la sua servitù. Alquier, ambasciator francese, precipitata natura e sdegnosa di temperamenti, quella servitù rendea poi durissima. Abbandonatosi ad ogni superbia, le cose acerbe ricercava, le altre difficoltava, ìiuno metter dovea difficoltà di fidarsi in lui, ei tutto n sinistro interpretava. Soriveva a’ Ministri in Franca, facendo chiose e commenti, con sdegno e malica, a tutti i casi. Cosa non v’era che non biasimasse ) adulterasse, sempre credendo che in pregiudizio di Francia si macchinasse.

III. La Corte dall’altro canto stava sempre in timore della mala disposizion di Bonaparte verso Napoli, il destino paventando del Re di Sardegna e del Gran Duca di Toscana. Lo stato ridotto a misere coalizioni, l’erario esausto, pure sostentar bisognava e vestir e fornir di tutto, meglio che diciotto mila Francesi, laddove l’esercito Napolitano non giungeva a nove. Le imperioso esigenze de’ generali e commissari francesi, scarsi essendo in quel tempo i balzelli, e mancando ogni credito, lo stato sempre più impoverivano. Levar lo molestie degenerali e constringer con blandizie quelle dell’ambasciator noi si potendo, le controversie ogni dì più difficili si rendeano. Presto disperati eran i modi di concordia, ché Alquier non mutava di proposito mai. Lamentava ogni dì che si levasser soldati, che i popoli si ordinassero ad insorgere, che si spedisser armi e munizioni nelle province, viveri nelle fortezze. La Corte accusava di chiamar Russi in Corfù, Albanesi nelle Puglie, navi Moscovite vedea nascoste dietro Capri. La Corte, secondo lui, camminando, con insidiosa e sottile desterità ad azioni ancipiti, appiccar voleva il fuoco a tutto il reame. A ciò vedea sempre prontezza nel popolo e ne’ plebei maggiormente. Eran follie, ma creavano spaventi. Né tutte erano immaginazioni proprie di lui, ché sebben il reame a quo’ dì fosse fuori il pericolo di novità sediziose, i repubblicani ricevuti in grazia, mercé il trattato di Firenze, que’ timori suggerivano, e lo spingevano.

IV. Re Ferdinando IV vedendo i pericoli grandi, i rimedi scarsi, perplesso nell’animo e travagliato, venir non sapeva a risoluzione alcuna. Spinto da amor, di regno, zelo di propria salute e tranquillità di popoli, ad usar la pazienza confortava. La Regina Maria Carolina, donna di alti spiriti, rimediar avrebbe voluto alle indegnità che tuttodì riceveva. Ma dubbiosa dove le cose potessero capitare, o non entrata mai in ferma speranza della sincerità e costanza de’ potentati, altro non raccomandava che perseveranza nella fede. Procedea con accortezza, aggiungeva uffizi e cortesie a quietar l’ambasciatore, scriveva al generale S. Cyr, volgeva al Bonaparte per levar le ombre e ribatter co’ fatti le calunnio. Non giovando l’opera, stimar si volea senza colpa e pensava tuttavia jhe Bonaparte, divenuto potentissimo, a tutti gli xxxlitri rispetti quello dell’onestà e della giustizia anteporrebbe. Ma il nuovo Console era di obbedienze, ch’ei stimava ombratili, sdegnoso. Non eran dunque queste medicine bastanti a sradicar il male, né levar sospetti, né aprir facili vie a concordia si poteano. Tutto dunque in Napoli tendeva a tagliar i nervi del governo, e tutto cadeva in diminuzion della riputazione reale. E come in tempi turbolenti e paurosi posili son che facilmente si risolvono, né son ad altri soggetti che al giudizio proprio, così nessuno camminava più di buon piede. Niun ardire era più ne’ Ministri in sostener l’autorità.

V. Il Marchese del Gallo, ambasciator di Napoli i Parigi, cercava modi di fermar il corso a tanti mali. Letto avea nel pensiero del Bonaparte, a lui noto sin lai trattato di Campoformio. Vedea la corona di Naoli in pericolo, ché il Console di grande ardire e nella mona fortuna confidente, non per mancanza di volontà esitava. Fluttuavan tuttora in lui due umori: far sua 'intera Italia, non accender, innanzi tempo, altra guerra, da presto sarebbe dagli eventi consigliato. Vedeva il Marchese le reciproche diffidenze, le appetenze del forte, timori del debole, e difesa contro le insidie che salea tramarsi e sospettava maggiori, non vedeva. Non spettava rimedi, per situazione e lontananza di collegati, opportuni. Sapea che colloqui di colleganza fosser già in piè, ma' non gittate ancora il mantello, onde si coprivano. Si andava ei dunque schermendo, come meglio potesse in Parigi, ed a cure o fatiche non perdonava. Contro il Bonaparte però ch’era o si mostrava invelinito, ogni opera era vana. Onde non potendo impedirlo alla dritta, dava immediati avvisi in Napoli, indicava modi di governarsi, scrivea lettere efficaci per ispirar sicurezza che non nudriva. In ogni controversia pericoloso essendo il negare, il conceder pernicioso, pure tolleranza e prudenza consigliava.

Ma per quanto avvisasse con diligenza, tardi giungean i consigli. ché tirando sempre dubbi d’armi e moti popolari, Alquier facea sempre più il pericolo imminente, il danno intollerabile.

VI. Così è che, correndo il 1804, si era fatto a chiedere il bando da Napoli del generale Damas, la sospensione di far soldati, sin l’espulsione del Ministro Brittanico. Parve, ed era, scherno superbo ed indegno. Il Ministro Acton fu con lui a stretta trattazione, l’uno facendo querele con acerbità, l’altro smentendo fatti ed accuse. Onde il Francese, levatosi in piè sdegnoso, disse non aver fede in chi non serbava fede. Poco di poi chiese al Re che il Ministro fosse dimesso. E Napoli era stato indipendente e neutrale e tale lo diceano.

Punto nel vivo il Re vide che meglio fosse provar il male che sempre, temerlo. Comunque non in ordin da resistere, pure innanzi che il male si facesse maggiore, precipitar si voleva nella lega. I timidi, o prudenti consigliavan non si movesse il mare tuttora in quiete, di accomodarsi a’ tempi ed aspettare. Gli insofferenti lo spingevan a deliberar risolutamente, nessuna cosa, dicendo, più facilmente rompersi che la più dura. Il Re dunque scriveva al Nelson essersi rifiuto: ei si sarebbe ritratto in Sicilia, i Principi in Calabria. Con mal animo si, e sconfortato si decidea dunque a resistere. Alquier facea già quasi cenno al Cyr di correr sopra Napoli. Ma Acton, travagliato la dolore e più sconfidato, si dimise; la bufera parve cadere.

VII. In questo stato di cose, e nella seconda netà del 1804, giungeva in Napoli il Russo generale Lascy. La lega contro Francia era già con segretezza conchiusa, la ragione di guerra stabilita. Il fine principale era di far nuovo assetto di stati e segnatamene in Italia. Trascinar si volea nella lega il Re ed in quel tempo si poteva, nell’interno dell’animo essendo ben disposto. Ma le forze allo sdegno non rispondea10 ed il Russo ebbe presto a notarlo. L’angustia del tempo, la povertà dell’erario, la presenza e gelosia le’ Francesi di adunar armi ed armati non comportavano. Niuna cosa preparar si poteva con vento prospero. Pure il Russo esortava, incoraggiava, non esser da differire dicendo e promettendo certo il trionfo. La Corte non si piegava, ma le offerte non respingeva. L’esito uscir poteva in bene come in male, e co’ Francesi nel grembo del reame più in male che in bene. Indi le fluttuazioni e le paurose incertezze. Di liberarsi da’ legami di Francia impaziente, di vedersi stretta da quelli della lega sgomentata, dava le chiarezze che si chiedeano, ma non si affidava. Non volendo mancar ad alcuno, come è fatale alla debolezza, insospettiva i nemici, gli amici disgustava. Le pratiche però rimancan gelosamente in celato.

VIII. Coloro stessi a’ quali per causa politica si era fatto grazia non pur ne sospettarono. Fomentando le opinioni nuove, ei l’impotenza del governo rideano, nella Francia confidavano, una nuova guerra co’ voti affrettavano. Col pubblico riposo non si accordavan le private cupidigie. Ad un temerario disegno dal lato della Corte non avrebber aggiustato fede giammai. Alquier ne’ sospetti ondeggiava, temeva di sottili astuzie, però non vedendo apparecchi, era ingelosito, ma perplesso. Riposar non volendo intanto, né far riposare, tornò ad instare, gridando che si scrivesser soldati, si apparecchiasser navi, i popoli in armi si 'concitassero. E nuovamente chiedea: il bando del Damas, la rimozion del Circello succeduto ad Acton, l’espulsion del Ministro Inglese. Eran sempre gli stessi ed ingiusti piati, ché l’esercito mal composto di otto mila uomini, l’armata di due vecchie sdrucite navi si componevano. Ed ogni dì sempre nuove difficoltà e d’infelice augurio aggiungendosi, e S. Cyr stando sulle mosse per assalire, la Regina volle essa stessa coll’Alquier abboccarsi. Ma il Francese senza alcun riguardo, fu superbo ed inflessibile. Tornato vano il colloquio, la Regina inviò il Principe di Cardite a S. Cyr, il Re e la Regina scrissero a Napoleone. Ma quel sì potente Imperatore al Re con dominante severità, alla Regina con soldatesco scherno e minacce rispose.

Caccerebbe, diceva, i figli di lei a vagar mendicando ier l’Europa.

IX. Le infermità mal curate si fan incurabili. Eran già tanti e sì corrotti gli umori che venir non i poteva a concordia. Ardeva in Napoleone, per acerbi motti della Regina, occulto sdegno, e manifesta cosa era ormai tanto avrebbe tardato a vendicarsi pianto l’occasione avesse tardato a scoprirsi.

Di semplice e povero uffiziale fatto ormai Signor di Francia, nudria desiderio ardente di tentar cose nuove e conseguir maggior fortuna. In lui gran cantano e di vasta mente, costanza d’animo, prontezza li consiglio concorreano. Non minori i vizi delle virtù, ché non fede in lui, non bontà, religione solo l’apparenza, spirto inquieto, ambizioso, vendicativo, della forza si prevaleva, colle fraudi aggirava. Rimaner volea solo arbitro e moderator d’Europa, i forti colle armi percuoteva, i deboli, quali eran già Spagna e Napoli, colle arti insidiava.

Sceso dalle Alpi, correva la metà del 1805, a cinger la corona di ferro in Milano, contener non seppe ’ira, se nascondeva i disegni. Al Principe di Cardite, tenuto a fargli riverenza a nome di Re Ferdinando, ’è in pubblico aspro rabbuffo. La casa di Napoli minacciò di prossima ruina, non le lascerebbe, dicea, anta terra da farvi un sepolcro. Tutti gli sguardi eran abbassati, mentre ei da’ suoi la collera dardeggiava. (1 Principe, percosso dall’inattesa invettiva, cadde in reliquio. Nel dì seguente prese in fretta la via di Napoli, dove co’ suoi accrebbe i terrori della Corte.

Il Marchese del Gallo, seguendo il nuovo Cesare, in lunghi colloqui tenuti in Bologna ed in Genova, durò molta fatica a calmarlo. Scuorato dalla collera d’uom tanto possente ed a que’ dì tanto negli occhi e nelle lingue del secolo, pure a rincuorar la Corte si travagliava. E maggiore sgomento era in lui, perché l’ira sospettava simulata, veri ed antichi i disegni. I quali fossero ritardati soltanto in prossimità di guerra contro la lega. Ed ebbe a sospettar altresì che fomentar si volesse nella casa di Napoli quella stessa discordia che indi a non molto in quella di Spagna si suscitò.

La corte intanto atterrita più gli occhi volgea verso la lega, più facile orecchio dava al Lascy. Fra due timori, senza speranza combattea. Il più stringente però era quello de’ Francesi che già prendean le mosse a scagliarsi dalle Puglie contro Napoli.

X. Napoleone intanto, ridotto a Parigi, sulla diversità delle opinioni da pigliare, esitava. Impadronirsi di Napoli e formar un esercito degli Appennini, importava segregar le forze e prepararsi difficoltà a sostenerlo in appresso. Comporsi con Napoli e raccor tutte le forze sul Pò, importava abbandonar il reame in balia di Russi e d’Inglesi. Pensava però che colla nuova guerra crescerebbergli altre e maggiori fortune. Vincitor in Germania, agevolmente in Italia trionferebbe; vinto, più raccolte avrebbe le armi a difendersi. Indi venir volle a concordia con Napoli, e con arti scaltrite e malizie, di che era’ maestro, trasse il Marchese del Gallo a segnar un trattato di neutralità.

Era il 21 Settembre, ed il Marchese, senza facoltà e senza confidenza, il sottoscrisse. Rientrati senza trattato nel reame, i Francesi senza trattato uscir ne doveano. Se poi sussisteva quello di Firenze, tornava inutile il nuovo, Ma il Marchese troncar non volle quel maneggio di pace, e conoscendo le trepidazioni della Corte, stornar volle la bufera. Accettò la calma del momento, e se non pace vera, una tregua.

In Napoli Alquier con imperio chiedea l’accettazione e subito de’ patti. Lascy diceva il trattato un’insidia e consigliava il rifiuto. La Corte non abbracciava consigli pericolosi, ed il 9 Ottobre i patti accettava e Lascy accommiatava. Il Russo tornava a Corfù, i Francesi a gran fretta lasciavan il reame e sul Po si riduceano.

XI. Ma poco durò la quiete da quell’accordo sperata. La Corte, significato sollecitamente a Londra o Pietroburgo i patti di Parigi, parve respirare. A’ popoli poca differenza facea che i soldati fosser di Francia o Moscovia, importava soltanto che liberi fossero. Generosa cagione avea la guerra, ma non volean che il reame fosse arena alla lotta. Ora ad un tratto si vider venti mila collegati sopraggiunger inaspettati. Napoli forze non avendo a far contrasto, subia contristata la violenza, ed i collegati preser in mano il governo della guerra. E ciò avveniva un mese dopo segnata la neutralità, e poco di poi, venutosi alle armi in Germania, tutto riusciva a Napoleone con gran favor di fortuna. Il suo giunger, il combattere e il vincer fu una medesima cosa. Furon prima i disastri di Ulma e di Vienna, poscia, successa formai giornata, ebbero i Russi una gran rotta ad Osterlizza. A’ collegati ch’erano in Napoli, stupiti di sì gagliarda percossa, l’animo del tutto cadea. E lungi dal fronteggiar gl’Imperiali e contrastarne l’acquisto, loro la strada lastricavano. Bruciati i ponti sul Garigliano e sul Vulturno, i Russi in Corfù, gl’Inglesi in Messina riparavano. Napoli rimanea sola esposta al risentimento del vincitore, ché le apparenze di segreti accordi e di violata neutralità l’accusavano. Implicato il regno non per stimoli propri, ma per violenza, caduto era ad un tratto d’ogni speranza. A difendersi non avea né luoghi muniti, né armi, né danaro; l’esercito a dieci mila uomini, i più nuove milizie. Era un totale abbandono di fortuna. E già tuonar si udiva l’ira del vincitore, che temporeggiato avea ed ora scoprir poteva l’animo suo. Si pensò a rattemperarne l’ira, si invian ambasciatori, si offrivan tutti i partiti e sin l’abdicazione del Re. Ma Napoleone distorsi da’ suoi disegni e corromper le occasioni non lasciava giammai. Riuscivan dunque vane le diligenze, e Giuseppe Napoleone, già in Roma e così comandando il fratello, entrar non volle in alcuna pratica. Rifiutò financo di venir a colloquio col Principe ereditario in su’ confini. Più dello sdegno potea nel nemico la fermezza de’ concetti disegni.

XII. Fallite le speranze, l’animo si volse a risoluzioni più generose. Si radunerebber gli armati a’ confini delle terre Calabresi, si terrebber le fortezze, i popoli in armi si conciterebbero. Speravasi nel tempo nella mediazion de’ potentati. Ma caddero e presto! speranze. Giuseppe in Roma, già a re di Napoli destinato, temendo di disperata difesa, veder non voleva il reame involto in lunghe fiamme civili. Con questo fine lasciò sperar al Duca di S. Teodora che, non opponendo resistenza di popolo, potrebbersi ridur le cose a qualche concordia. Né gli andò vano il disegno, ché il Duca ne scrisse a Napoli e gli aparecchi furon cessati. Ma le cose a precipizio delinavano. Ogni strepito d’armi nel popolo taceva, niun soccorso, neppur di consiglio venia di fuori. Disperati tutti i rimedi, forza era ridursi alla prova elle armi. La Corte, deputata una Reggenza, in Sicilia riparava.

Giuseppe penetrava nel regno conducendo seco esercito potente per numero e più per valor di soldati, loderator e duce il Massena, a quel tempo di tanto valor e tanto grido. Invadevan gl’Imperiali il reame 1 tre schiere e giungean sotto Capua. La Reggenza sgomentita, cesse per patti le fortezze; Gaeta e Civica del Tronto li respinsero. I Francesi si spinsero dietro a’ soldati regi già vinti pria che combattuti; gli assalivan a Campistrino e li rovesciavano; gli assalion a Campotenese e li ruppero. La miserabilità di nella rotta, il danno e lo squallor delle genti da non escrivere. Eran cinque mila e ne perian ottocento; i rimanenti in Sicilia si rifugiavano. E fu grave error del Damas d’esser venuto a giornata con prepotente nemico in tempo non opportuno ed in sito non difendevole. Non si giovò del benefizio del tempo, non attese che i Calabresi si levasser in piè colle armi impugnate. In altri tempi combattuto avean in siti alpestri gli Svizzeri, col benefizio del mare e de’ fiumi i Fiamminghi. E due sole province fra gli uni e fra gli altri cominciata avean la sollevazione.


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L1-CAPITOLO II

Descrizione delle Calabrie — Freddezza degli abitanti, dietro la rotta di Campotenese.

Le Calabrie, estrema parte d’Italia, giaccion quasi striscia di terra che a mezzo dì si volge, bagnate e chiuse da due mari. È il Ionio a levante, il Tirreno all’occidente. Tutta la contrada in lungo d’intorno a cencinquantasette miglia, da dieci a diciotto nella parte più stretta. Partite son le Calabrie dagli Appennini, antichi vulcani, come da chiari segni è manifesto. Nel centro la selvosa e vetusta Sila, antica sedia de’ Bruzi. Monti aspri ed alti, stranamente serrati alle radici, ricchi altravolta di selve opache e folte; le cime sebben di state, spesso da nevi coperte, in ogni stagione quella d’Aspromonte. E qua e là neri gioghi di acuti scogli e profonde valli e dirupi e rocce e boscaglie profonde ed antichissime. Da’ fianchi ed all’estreme radici i monti s’inchinano pianamente e s’aprono in pianure. Ridenti e svariate sul Ionio, e sopra esse si estese la Magna Grecia. Aride talvolta e silenziose, anche sul Tirreno.

La natura straziò le Calabrie or con furiosi incendi di monti, or con più spaventosi tremuoti. Nelle viscere più interne è tuttora una crudele discordia. Due angoli delle Calabrie vengon chiusi da lunghe e continue linee di scoscese montagne. La regione sotto il dorso occidentale degli Appennini, ch’è principal catena, due diverse braccia distende. L’una parte da quella catena al disotto del golfo di S. Eufemia, e forma angolo, correndo verso occidente. Sporge così nel vasto promontorio che chiude quel golfo ai capi Zambrone e Vaticano. A destra di quel prolungamento è la Calabria Citeriore, la più ingombra di rupi. Fra queste contrade alpestri e scoscese, solitudini aspre e selvagge. Si estende naturalmente quasi sin dove è la maggiore strettezza, che quivi le Calabrie son quasi naturalmente partite in due. Il golfo di S. Eufemia e quel di Squillace stringon quel continente. Par che natura inviti quivi con poca fatica a congiungersi due mari.

L’altro braccio parte di sotto Aspromonte, e corre quasi paralello al primo. Il chiudon la punta del Pezzo ed il Faro di Messina. La catena degli Appennini forma quivi una specie di conca; il principal gruppo ad Oriente, il braccio di S. Eufemia a Settentrione, Aspromonte ad Ostro, ad Occidente il Tirreno. Questa è la piana di Calabria. Non che il suolo sia deb tutto piano, ché sparso è anzi di colli e monti e burroni inchinati verso il mare. Ma è il meno alpestre e scosceso.

II. Dappertutto nelle Calabrie avanzi di antica grandezza. Nei fiumi, nei monti e nelle terre serbati gli antichi nomi. E monte Zaffirio ed Esope, e Sagra e Caulone, ed il Sibari, il Crati, il Neeto, e Cotrone e Mileto antica prosperità, ed antichissima civiltà ricordano. Da’ gioghi degli Appennini scendon diversi fiumi, altra volta navigabili. Molti torrenti, impetuosi al romper di primavera, precipitati dall’alto e nel mare da ambo i lati si scaricano. Rodon i fianchi de’ monti altri più piccioli, utili nella buona, nella cattiva stagione pericolosi. De’ fiumi son principali nella Calabria Citeriore il Crati ed il Neeto; il Metrano ed il Petrace nell’Ulteriore. Il Lainato, che prende il nome dall’antica Lamezia, è pur grosso fiume, che con giro tortuoso va a metter in mare nel Tirreno. Il Corace dall’altro lato va a sboccar nel Ionio. In essi altri laterali finalmente infondon le loro acque.

Fecondissimi i campi all’intorno, s’arricchiscon verso i fiumi d’erbe, di biade, d’alberi fruttiferi. I monti fecondi di frequentissime viti. All’estrema punta sul Faro per freschezza di siti, ed ombre di aranci, di cedri, di celsi, i più dilettevoli siti della terra. Dappertutto il cielo di Magna Grecia, sole benefico e terre ubertosissime. Ma in alcune parti, sull’entrar del secolo, qua e là terreni fertilissimi giacean tuttora sterili, paludosi o sommersi. L’aria perciò non anco da aliti pestiferi era purificata. Talune valli e pianure, d’albori ignude e sferzate dal sole nella state, inabitabili. Ricovero ed asilo unicamente agli Appennini. Nelle Calabrie del caldo e del freddo, una vicenda frequentissima.

III. Molte nobili città e grosse terre le Calabrie ornavan ed abbellivano. Attraversato il Laino, antico Lao, limite della Lucania, si entra nelle Calabrie. Varcar si deve Campotenese, rialto difeso a’ fianchi da scoscesi ed alpestri dirupi. Poco lungi i selvaggi e sporgenti massi d’Orzo-Marzo, Papasodero e Brancaccio s’incontrano. Orribili all’aspetto, precipitosi, impraticabili. Prima città è Castrovillari, poco discosta dall’antica Sifeo, tra il Pollino ed il Serino che l’inghirlandano. Poscia fra meandri del Orati è Cosenza, da folti e popolosi casali accerchiata. Da essa dipendenti Castrovillari, Cassano, Rossano, Corigliano, Paola ed Amantea. Intorno a queste non poche altre terre, ma di minor momento. La fertile piana Monteleone, Tropea, Mileto, Nicotera, Seminara, Bagnare e la forte Scilla abbelliscono. Nel mezzo, inchinando al Ionio, o al Tirreno, Catanzaro, Cotrone, Gioja, Nicastro, Palmi, Squillace. Ultima rincontro al Faro la Calabrese Reggio, di tante terre bellissime la più bella e vaga.

Poche, brevi, interrotte eran a que’ dì tuttora le strade. Sentieri angusti, ineguali, scoscesi, fiancheggiati da dirupi vietavan il passo a chi dal piano condur si voleva alle montagne. Le altre vie guidavan attraverso deserti e paludi, ma non battute, corse solo a’ buoni tempi da montanari. Termine alla dritta e consolare via, era, or son sessanta e più anni, Cosenza. Proseguia sin a Reggio rotta da letti di torrenti, burroni ed ogni malvagità di siti. Le discese di Rogliano e di Scigliano orridi e paurosi precipizi.

IV. Gli abitatori delle Calabrie simili alle terre. Il cielo e la natura in questo concorrevano che avessero a nascervi in copia uomini forti e robusti. Abitatori di contrade alpestri e sassose, eran e son sensitivi, immaginosi, iracondi, fieri ed indomiti. Ne’ pericoli non che audaci, temerari. Sobri, ospitali, nell’amore e nell’amicizia fedelissimi. Alla gratitudine, come alla vendetta, per essi non è limite. Non stimolati, taciturni; verbosissimi, se si accendono. La natura, per naturale acerbità, trascorre in asprezze. Dilettandosi della vita contadina, vivon continuamente sparsi ne’ campi, lontani dal lusso ed allettamenti di città. Ciò conferisce a’ loro corpi vigore e gagliardia. Avvezzi perciò a’ freddi invernali, ed a’ calori estivi, gli uni e gli altri subiti e smisurati. Usi alle fatiche, spigliati della persona, alle caccie deditissimi. Maneggian con destrezza gli archibugi e nel trarre a mira ferma qualunque più abil e destro che sia sopravvanzano. Il coltello arma prediletta, e nelle loro mani terribile.

Ne’ desideri delle cose a viver necessarie assegnati e modesti. Nelle abitudini, ne’ costumi, negli usi di loro terre tenacissimi. Uomini e donne il vestire, secondo la condizione e lo stato, non mai cangiavano. La parsimonia, la temperanza virtù frequenti, lo zelo religioso universale, i ministri degli altari osservati e rispettati. Le donne per domestiche virtù esemplari. Per lo più belle, in taluni luoghi bellissime: bianchissime e con occhi azzurri. Le Pargheliane in voce di oltremodo avvenenti. Co’ mariti dividon le fatiche e i pericoli, talora con uguale destrezza usaron le armi. Partoriscon, ove ciò accade, egualmente ne’ campi, né serban tracce di sofferenze. La castità è legge e virtù: ogni violazione col sangue punita.

Senton i Calabresi del lor coraggio ed ardire altamente, e però talora poco intendon la prudenza. La vita de’ campi gli animi rendeva alla soggezione impazienti. L’obbedienza perciò più volontaria, che costante. Abborrivan dall’andar soldati; la presenza degli stanziati mal volentieri sopportavano. Tra pel troppo amor professato a’ patri costumi e per aver sempre serbato fedeltà a’ Principi eran ne’ Calabresi spiriti severi d’indipendenza. La natura dei luoghi montuosi gl’inspira e li sostiene. L’ira è in essi passione caldissima, il desiderio della vendetta infrenabile. Le uccisioni per odi ereditari o gelosie, a que’ tempi, infinite. Malvagia usanza il conservar la camicia dell’ucciso, che la vedova madre additava a’ figli sinché venuti fosser in età di vendicarlo. A questo modo ad odio ferino si nutricavano, ed intere famiglie le mani nel sangue l’una dell’altra scelleravano. Da questi cenni si rileverà come tra bene e male, al cominciar del secolo, le Calabrie gente forte di animo e e robustezza di corpo, curante più dell’onore che della vita chiudessero. A settecento e più mila gli abitanti sul cadere del secolo.

V. Né sarà credo, discaro a chi mi legge l’accennar brevemente quali fosser le forme politiche di quel tempo. Mandava il Re due Presidi con autorità suprema ad amministrar giustizia nelle due Province. In ogni terra un giudice col titolo di Governatore. Le Università conservavan le loro libertà con elegger le potestà municipali. L’assemblea ad eleggerle di tutti i capi di famiglia, la riunione dicevasi parlamento ed avveniva in ogni anno. Quelle potestà libere ed indipendenti all'amministrazione del pubblico intendevano. Approssimandosi il biennio, i governatori sottoposti a Sindacato, e si udian sul luogo le querele contro gli uffiziali del governo. Divenuto, col tempo, un simulacro, era pure di forma anzi repubblicana che monarchica. Da ciò la forza non mai violenta, la giustizia, e sol per difetto di leggi, talora incerta. Ma migliori delle leggi i magistrati. La feudalità patrocinio, e non oppressione, ché i superbi castellani divenuti eran cortiggiani. Scarsi e lievissimi i tributi; tornava al popol lo stesso se al feudatario o al governo taluni sen pagassero. Il Signore natural difensore del popol nella reggia. L’affetto alla Monarchia ne’ Calabresi non avea limite. Casa Borbone era popolarissima, però che avea, colla sua venuta, cessato il dominio feudale e lo straniero.

VI. Tali eran le Calabrie, gli ordini, le affezioni e le opinioni degli abitatori, essendo scorso il quinto anno del decimonono secolo. Ed essi che, dimostrata sempre egregia volontà verso il Re, sorti eran in armi pochi anni innanzi, vedean in pericolo la stessa causa per loro disputata e vinta. Le ricordanze del passato di necessità molto affetto nelle menti ingeneravano. Vedeano già il debole e 'sconfortato esercito ritratto e postato nel varco di Campotenese. E questo è luogo molto importante situato nelle fauci delle Calabrie. Chi n’è padrone può impedirne il passo, ma nell’inverno è stanza a chi il difende pericolosa. Le Calabrie poste alle spalle eran poi contrada molto accomodata alle difese. Ma pochi eran fra’ regi che i sacrifizi vani non credessero. Più volte deboli nazioni eran uscite vittoriose da lotte ineguali. Ma i regi né molta né poca speranza avean ne’ moti popolari. Né i Calabresi ora volenterosi si mostravano e con prontezza si levavano. Forti risoluzioni volean esser prese a grido di popolo, ma tra’  maggiori che fosser nello terre era più stupor che ardimento. Indi in contrarie opinioni e volontà si divideano.

Giunte eran nelle Calabrie prima le notizie dello sbarco de’ collegati e poco di poi della precipitosa partenza. La causa dello stato avea fautori moltissimi, ma la mutazion fu sì presta da parer anzi precipizio che ruina. Arrivavan premurosi ordini perché si ordinasser due reggimenti di cittadine milizie. A queste ingiunzioni poco di poi si contradicea. Turbavansi grandemente gli animi, e nascean, come suole accadere, apprensioni e timori. Poscia si udiva i reali col Re passati in Sicilia, i Francesi padroni di Napoli, l'esercito scarso e vacillante aver indietreggiato. Nasceva allora uno stato non di pace e non di guerra, un incessante ondeggiare, una repentina mestizia. I popoli divenian restii, stimando inutile la difesa, terribil la vendetta degl’invasori.

VII. Tuttavia al passar che avea fatto il Principe ereditario, cominciato avean ad animarsi. Ma non eran a tanta caldezza concitati, che cieca volontà ad obbedir provassero. I provvedimenti però fatti dapprima e poscia caduti, potean sempre bandirsi, se tempi ed occasioni non mancassero. I capi riunir gl’inscritti nelle milizie e gli uomini d’armi poteano. Ogni cento formar una centuria in sei squadre, ogni sei centurie formar dovean un battaglione. L’abito cittadinesco. solo le mostre rosse. Disegnati eran al comando un colonnello Carbone nella Citeriore, un colonnello Cancelliere nell’ulteriore Calabria. Tenersi pronti dovean a muover per dovunque Presidi o generali credessero. Altri provvedimenti si facean, opportuni a gagliarda difesa, ma per la strettezza del tempo inefficaci.

Cominciavan a muoversi ed a mostrar qualche ardenza. Ma quegli effetti non si ottenevan che avrebbesi desiderato o che la gravità del caso richiedea. Molti che pur abbominavan dalla milizia avrebber voluto levarsi a stormo. Ma non era che ardenza imprevidente, come è sempre degli animi cui fervor d’opinioni agita e commove. ché allora soltanto non si insta sulle probabilità delle cose avvenire. Tempo era d’uopo, onde in tanta declinazion di cose si riconfortassero. Non si eseguian tuttora che consigli spezzati, quando la rotta di Campotenese volse tutto in manifesta ruina.

VIII. E rovinavan del tutto le cose men pe’ danni che per lo sconforto. Ritraevansi i regi ed i siti difficili e le gole de’ monti atti a difesa lasciavan indietro. Manifesta era la freddezza de’ popoli, onde il Conte Rogero con poco oltre due mila soldati varcò il Faro. I men solleciti in man de’ nemici cadevano. Carbone e Cancelliere, disperando anch’essi, sciolti i pochi già raccolti, partivano. Affluivan i fuggenti in Messina. Di là venian in fretta a munir i luoghi più esposti sul mare inviati.

In Palermo eran già raccolti i reali di Napoli ed i ministri. Pubbliche potestà, prelati, gentiluomini in ogni dì e da ogni parte vi riparavano.

Tutto cedeva alla fortuna francese. Compére, Verdier, Franceschi, generali, dietro a’ passi de’ fuggitivi in non altra difficoltà che lo straripamento del Coscile s’incontravano. Stato era Reynier alcun tempo dubbioso pria d’inoltrarsi nelle Calabrie. Non sgomento, ma apprensione dava il nome di que’ che l’abitavano. Ora dal canto de’ popoli credeasi quieto, e passava dal sospetto alla confidenza. Usava celeremente il tempo. Procedea grosso ed ordinato, Verdier entrava in Cosenza, Lakosch recava in poter suo Amantea. Cosenza restata in soggezione, spingeansi innanzi e non posavan che in Reggio. Alzato avean l’animo a maggiori pensieri, ma navi non trovavan ad assalir la Sicilia. Vigili e gagliardi stavan gl’Inglesi sull’opposta sponda. Esporsi ad arrischiata impresa contro nemico svegliato e prevalente di forze navali, non potevano. Fatta mostra d’armi tremende i Francesi agli assegnati quartieri si riduceano. Faceali sicuri lo sconfortamento de’ regi, la freddezza de’ popoli, il proceder tranquillo degl’imperiali nelle altre province. Gaeta e Civitella del Tronto i due soli punti, ove le insegne del Re tuttora si mostrassero.

Così veniva ed in breve tempo il reame in man de’ Francesi. I popoli inquieti vedean armi straniere, udian insolite favelle, nuovi costumi notavano, e presto non prima usata licenza patir doveano.


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L1-CAPITOLO III

Facilezza della conquista e difficoltà nell’ordinar lo stato — Eccedenze e soprusi soldateschi — Gl’Inglesi cominciano a farsi vivi — Primi moti nelle Calabrie.

Se facile la conquista, riuscir doveva il nuovo ordinamento difficilissimo. Pericolose son le mutazioni da un reggimento ad un altro che alteri o muti le forme passate. Nell’antico è la invecchiata obbedienza, nel nuovo l’ambizione e la cupidigia. Sotto sembianza d’affetto alle parti novelle profittan i tristi de’ pubblici disastri. I buoni a paziente servitù si sobbarcano. Dall'insolenza degli uni e dall’inerzia degli altri, i pericoli d’un nuovo stato.

I Calabresi, di natura ospitali, di far accoglienze a’ vincitori a debito si recavano. Alla nuova soggezione parevan rassegnati. Ma presto ogni vaghezza scemava. Gli uomini cortesi in insolenti vincitori si mutavano. Venuti in superbia, non che fosser disposti a maniera di governo più largo, si davan in preda alle violenze. Le nuove leggi non tutte, né da tutti eran con plauso accolte. Le consuetudini antiche eran preferite. Alle leggi seguì l’aspra applicazione. Stranamente la cupidigia si usava contro a’ beni di chi, passato in Sicilia, si chiamava fuoruscito. I beni sequestrati da amministratori divorati, o guasti da soldati. Poscia non che perdonare, i seguaci delle parti reali acerbamente si perseguitavano. Lo famiglie de gli esuli invigilate, angariate. A molti tolti gli uffizi; gli onori, gli stipendi levati a’ già insorti in favor del nome reale. Taluni, di vero, immeritevoli, non dimeno da più anni in quiete ne godevano. Peggio faceano le nuove potestà, stati esuli i più, per proprio conto e capriccio. I fautori de’ Francesi mettean tosto ed in tutto del loro arbitrio.

L’esercito imperiale ingenti somme costava. La voragine degli stipendi, del vestire, del cibo, delle stanze, de’ passi de’ soldati ogni dì più profonda. Danaro non vi aveva a gran pezza sufficiente, non modo di riscuoter i nuovi tributi. Il danaro poi cavato a grande stento profuso in venturieri, parte viziosi, parte ignoranti, immoderati ed insolenti tutti.

II. I capi Militari, iniquo vantaggio della vittoria, dati a depredar del pubblico, spesso rapitori impudenti de’ privati. Non paghi alla frugalità Calabrese, lauti pranzi da’ modesti abitanti pretendeano. Non ubbiditi, trascorrean a’ trapazzi. Alle potestà, se si attentasser a parlar di leggi e di dritti, ingiuriavan e malmenavano. Spesso nelle conquiste l’oltraggiar sembra reggere. I soldati, entrando nelle borgate, spesso atterrate le porte, penetravan nelle case a comandar ricovero e vitto. Molti sfrontatamente manomettevan gli oggetti in venerazion presso il popolo. I voti de’ fedeli appesi alle immagini, e le immagini stesse de’ santi, se di metallo, intascate; di cera o dipinte, lasciavano stare. Quel che allo Chiese si spettava, dalla proterva soldatesca manomesso. I Sacerdoti, per anni e dottrina venerabili, derisi; taluna volta percossi. I soldati, se Tedeschi, più ladri e brutali; se Francesi, più insolenti e beffardi. Ma questi più di quelli sfrenati in altro genere di voglie. Colle donne, sotto gli occhi de’ mariti e de’ padri, insolentivano e talvolta le oltraggiavano. E sì che dicevan esser venuti a levar dal collo de’ Napolitani l’oppressione, Volevan esser tenuti da chi li volea credere, come liberatori. I capi di ristorar il reggimento civile e la religione stessa protestavano.

Di questi atti crudeli e superbi piene, ed in breve tempo, le Calabrie. Non si udian tutto dì che rancori di popoli e soldatesche insolenze. I favoreggiati, i saliti in subita fortuna ed autorità, anch’essi ad irritar le plebi. I più, a porsi in grazia de’ dominatori, stile de’ sudditi nuovi, facean uffizi di spie. Quanti i pubblici affari maneggiavano, fingendosi bene affetti, senza civil modestia procedevano. I più accorti e lusinghieri a tutti servizi si prestavano. Negli atti e ne’ discorsi ogni maniera di oltraggi a’ Principi J5duti e di lodi a’ vincitori profondeano, E mercé queste parole, parte adulatrici, parte piene di cupidigie e tutte vili, strappavan offizi ed onori.

III. Taluni, ben vero, speranzosi di ben pubblico, a produrlo capaci, uomini di buona vita e fama eran prudenti e temperati. Ma i più quali li dicemmo, che per voglie prave e disoneste la libertà e l’onore vilmente sacrificavano. Potenza e favori stean presso loro, o cui essi voleano. Il resto da bene, esperimentati, nobili o ignobili, tutti senza credito o autorità, volgo divenuto. Grandeggiando poi ad un tratto tra popol divenuto povero accrescan l’odio a’ Francesi. Incredibil cosa che sì mala tempra d’animi rotti ed incomposti in sì breve tempo pullulasse.

Così dalle leggi mutate con violenza, dall’immunità tolte a’ comunili, dalle offese al culto ed a’ costumi era già fierissimo sdegno. A cessar poi ogni speranza di tirar i Calabresi a quieta obbedienza nuova cagion d’ire s'aggiunse. Vedendo i malumori degli abitanti, i Francesi metteau fuori di que’ motti che palesavano sprezzo e baldanza. Portavan triste opinione de’ Napoletani e più strana de’ Calabresi. Albergavan il regno e le Calabrie uomini non pochi per senno e dottrina notissimi. Ma i Francesi con orgoglio, come gente ignava gli sprezzavano. E più de’ fatti oltraggiosi questo sprezzo pungea gli animi di popol che di sé sente molto. Epperò credeasi ferito di aver piegato il collo a vincitor sì insolente.

Dell’opinion di vigliacco, nella quale era palesemente tenuto, era più fieramente sdegnoso. E desiderava perciò di far qualche prova, onde mostrar con loro danno a’ Francesi in quale inganno vivessero.

IV. I cuori dunque sempre più d’immortal odio s’infiammavano. La plebe veniva contro i nuovi padroni in grandissima rabbia. E già coll’ira scoppiava la lingua. Si sparlava delle nuove leggi, de’ nuovi magistrati si sparlava. Evidente era la depressione dell’autorità, tolta la quale, non rosta che la forza a contenere. L’impunità accrescendo l’ardire, la licenza e la discordia presto si dilatò. E già risse o scandali nascean tra soldati e cittadini, e presto divenian frequenti. I Calabresi giuravan vendicarsi e co’ voti una propizia occasione affrettavano. Ma i regi lontani, dodici mila imperiali nel grembo, tenean tuttora gli animi in freno. Tirati però eran alle armi civili quasi pe’ capelli.

Le quali cose notando molti uffiziali Francesi, onesti e civili come erano, altamente condannavano. E primo il Reynier moderator prudente e rigido osservator della milizia. Temeva che que’ maligni umori in manifesta rivolta non prorompessero. Esercitava perciò l’imperio con dolcezza, ogni attenzione usava per mitigarli. Schivava ogni occasione di scandali; avvenuti, li puniva. Esortava in privato i suoi a tener gli abitanti in luogo di buoni e fedeli amici; in pubblico, gli abitanti a tener i Francesi quali ospiti riconoscenti. I Calabresi non accomodandosi massimamente ad esser tenuti in grado di vinti, faceva alcune provvisioni contro l’uso de’ mali motti onde le risse nasceano. Si mostrava della religion rispettoso, a’ sacerdoti ossequente, de’ costumi severo custode. E tanto fé colla sua circospezione, che se il mal talento non scemò, la condotta de’ suoi fu men superba.

V. Ma troppi eran coloro che le cose pubbliche all’utilità privata riferivano. Le gare nazionali perciò meno palesi in occulto si dilatavano, ché alla benignità e pompa delle parole i fatti eran contrari. I sospetti si accrescevano. Arser perciò di sdegno i Calabresi, udito mandar una grida, onde fra otto dì le armi si consegnassero. Turbati ne furon tutti, perché tutti delle armi amantissimi, né mai tal cosa erasi nel reame praticata. I più inchinati a muoversi avean da’ soldati del Conte Rogero acquistato armi e munizioni. Molti di que’ soldati, non riparati in Sicilia, avean le proprie conservate. Ora in tutte le terre in fretta e con gelosia si nascondevano. Pubblicato il bando, i possidenti della legge timorosi, le peggiori presentavano. La plebe sospettosa e restia con ogni cura nascondeale, tutti le infossavan proponendosi di farne miglior uso. Nelle città le sole guaste ne’ pubblici palazzi venner esibite e deposte.

Segui altro bando, onde si ordinasser le civiche milizie, ma niun frutto ne uscì. Da un lato era natural diffidenza di armar gente nimichevole, dall’altro abborrimento di servir agli stranieri.

VI. In questo frattempo rinvenuti gl’inglesi dal primo sgomento, a farsi vivi cominciavano. A turbar i Francesi ne’ nuovi acquisti si decidevano. Al Greig era succeduto nel comando John Stuard che stava in apprensione di Messina. Difficoltosa però e di niun frutto stimava una spedizione in terraferma. Ma Sidney Smith, per la guerra d’Egitto notissimo, spinto vi era da odio smisurato contro a’ Francesi, da affetto alla Corte di Palermo. Pensando di smuover lo Stuard, si decise ad agir colle forze navali. Recavasi dapprima a rinfrescar la resistente Gaeta. Volse poi le prore verso Napoli ed a vista de’ Francesi di Capri s’impadroniva. Di là cominciavan a partir, come da Messina, le intelligenze con terraferma. A tal uopo e volteggiava colle sue navi, e spesso in cospetto di Napoli. Il proposito come il fine era in bene, i mezzi pericolosi. Odiosa, come esser dee, la tirannide forestiera, combatter la si volea con armi popolari. Ma più facilmente contener si posson i popoli nella quiete, che, mossi ima volta, fermarli. A ciò spingea gl’inglesi la Regina, impaziente d’indugi; i fuorusciti la Regina spingeano. I quali le Calabrie rappresentavan piene di mal talento contro a’ Francesi. Le intelligenze che dentro vi avean, le offerte che facean molti de’ principali riferivano. Niun sospettava le offerte fallaci, o le macchinazioni poter essere scoverte.

Malgrado la grida, onde alle barche era l’allontanarsi impedito e lo star fuori di notte, messi ed aderenti partivan ogni dì. Recavan viveri agl’Inglesi in Capri, ordini, armi e munizioni ne ritraevano. Fu tal l’ardenza delle pratiche che fin un Vecchione, Consiglier di Stato, vi si adoprò. Molti, come portano spesso i tempi, nuotar volean fra due acque. Ma stato sarebbe degno di lode il non giurar fede al nemico, non già giurata, tradirla. ché tradimento è sempre tradimento, né la sceleranza stessa altrui la propria infamia cancella.

VIII. Gli usciti dallo Stato rotte non avean le pratiche, o intermesse le corrispondenze. Quasi tutti in lega occulta di consigli e di cose arrischiate rimaneano. Le Guardie delle torri, che nelle Calabrie stavau sul lido di tratto in tratto, favoreggiavano. Questi fatti e queste pratiche davan maggior animo a que’ che ardevan di mostrar l’odio colle anni.

E già scorger dovean i Francesi quel che le sollevazioni valessero. Riposavan imprevidenti e di moti popolari o non sospettavano o spregiavano.

Accadde intanto avventura grave in sè, più grave nelle conseguenze, e fu questa. Stanziava in Soveria, grosso borgo di montanari, buona mano di Francesi. Gli abitanti uomini armigeri, duri alle fatiche e sopra ogni dire arditissimi. Un uffiziale prese a violentar una donna molto bella e di lodevoli costumi ornata. Tenera di venti anni e sposa era ad un Antonio Marasco, uomo di molto ardire e molto nella causa reale infiammato. Stavasene quella nelle camere sue sicuramente, quando si vide innanzi il brutale Francese. A’ gridi della onesta donna accorse il marito, e punto da sì infame violenza, avventandosi, l’uccise. Fu questo il segno della sollevazione. Corsero tutti, quasi da onta propria concitati, alle armi. A questo improvviso moto ed assalto, incerti i soldati e senza capo, non sepper né difendersi, né sottrarsi. La furiosa moltitudine li serrò ed a gara gli oppresse. Furon invendicati tutti con crudele macello trucidati. Taluni ancor semivivi spietatamente sepolti.

All’annunzio del fatto levavansi a rumore le terre di Cardamone, Gizzeria e S. Biagio. Altrove messosi a capo di forte banda un uomo d’ogni sciagura fornito, scese nella valle di Soveria e colse inaspettato e piombò addosso agl’imperiali. Eran cinquanta buoni soldati e di tutti fu fatta crudelissima strage. Non si rispettaron neppur talune donne che quivi si trovavano. Dall’altro lato le donne Calabresi venute eran in tanta furia che co’ fratelli e mariti tinger le mani vollero anch’esse nel sangue. Il capo de’ sollevati cacciatosi arditamente innanzi trafisse a colpi di stile quanti poteva.

Questi fatti produssero moti popolari nella Calabria Citeriore, e soprattutto in Mannelli, Confluenti e Martorano. Tutte quasi le piccole terre ebbero parte in que’ primi rivolgimenti. Nacque ad un tratto negli animi colla speranza il desiderio di levarsi dal collo il giogo straniero. Tutte le terre fermentavano, era un’elevazione d’animi straordinaria. Propensione alla guerra, odio agli stranieri, memoria del passato ed eccitamenti presenti tutto ad un tratto bollivano. Soveria dava le mosse, altre terre seguiano, altri borghi inquieti. Le notizie prontamente rapportate, avidamente credute. Tutti non esser più da viver in ozio, gridavano, che starsi a fare? che indugiare? che aspettare? che da indomabil servitù oppressi, il collo al giogo inchinassero, onde neppur il lamentar fosse loro concesso?

IX. Al primo udir tali nuove e grandemente alterato, vide Reynier la gravezza del caso. Bandiva adunque: il corso della pubblica pace esser per oro e lusinghe brittaniche turbato. Le scaltre arti de’ nemici della comune intelligenza ad estrema ruina intendere. Badassero i Calabresi che le loro città sì ricche, sì prospere, sì piene di popol ospitale presto lamenti, e disperazioni non offrissero. Presto sarebbervi ruberie, saccheggi e supplizi. Ei però li avrebbe salvati, la misericordia verso gli obbedienti, la forza ed il rigore contro gli ostinati userebbe. La punizione di pochi salverebbe tutti, tornando le Calabrie a pace invidiata.

Alle parole seguir dovean i fatti, onde le armi apparecchiava. Nel frattempo i sollevati i Polacchi procedenti da Amantea assalivano, si spingevan, correndo il 6 Aprile, sopra Scigliano. Ma i partigiani de’ Francesi in tempo il Colonnello Laffond in S. Lorenzo ne avvisavano.

Ma già tante bande infestavano che al Colonnello Lebrun, ajutante del Bonapartide, recante dispacci al Reynier, non fu dato proceder oltre S. Lorenzo. A rieder in Napoli prese la via del mare. Già molti capi accorrevan di Sicilia, già con molti fuorusciti il Gualtieri, lo Sciarpa, il Mecco, il Guerrillo sbarcavano. Già nelle vicinanze di Reggio e Scilla romoreggiavano. Le Calabrie, scorso appena un mese dalla conquista, erano già in fiamme. Con qual rabbia si combattesse palesavan le stragi de’ soldati e lo scherno, onde capo a capo lungo le strade si esponevano.

X. Questi fatti mosser l’animo di Reynier al rigore, e più i gridi de’ partigiani de’ Francesi il moveano. I quali, sbigottiti all’impensato pericolo, gli furon subito intorno. Il consigliavan, lo spingevano, di dolcezza soverchia il biasimavano. Non esser ferme le cose, diceano, né governo da diuturnità di tempo confermato. Esser di forti armi munito, è vero, ma i partigiani delle passate discordie nudrir gli umori pericolosi; l’impunità loro incoraggiar i tristi, e scoraggiar i buoni, lo stato non metter perciò radici. La Regina Maria Carolina non sarebbe mai per esser pieghevole a loro, pieghevol non fosse egli a’ contrari.

Consigliatori egualmente di esemplari gastighi eran i generali. Il Sinigal soprattutti dolevasi che colla facilità a’ misfatti crescesse la temerità. Girar si dovesse, dicea, la spada a tondo, recar il ferro ed il fuoco, punir gli autori di sì gravi enormità, costringer tutti all’obbedienza. Sull’esempio di lui altri capi ivan dicendo; se la forza non si adoprasse men vogliosi gli amici, i nemici più arditi si renderebbero. Su’ primi moti doversi pigliar aspri gastighi, vincer l’ostinazione e ristorar l’obbedienza. E scrivean negli stessi sensi a’ ministri in Napoli, e fra primi il general Compére. Questo punse grandemente l’animo di Reynier, perché mentre apparecchiava le armi, quel che faceva e far voleva da sè, eragli ingiunto. Doversi per tempo, gli si scriveva, impor freno alla baldanza Calabrese, e mostrar quanto pericoloso fosse il contender co’ Francesi. Esser gl’insorti pochi in numero, gente di poco conto, sordida d’inclinazione, audace e turbolenta. La mollezza solo e la tolleranza esser causa dell’ardir loro. Si facesser da lui gagliarde risoluzioni e tutti nel debito loro rientrerebbero. Bastar ad esso un sol reggimento a cacciarseli innanzi da un’estremità all’altra delle Calabrie. Così il Ministro Saliceti, così il Massena scriveano. Nel che quanto ben si avvisassero, e quali frutti da’ tali consigli si traessero, presto saremo per vedere.


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L1-CAPITOLO IV

Compressa la rivolta, Giuseppe Napoleone si reca nelle Calabrie Pratiche della Corte di Palermo ed operosità di Sidney Smith Cospirazione nelle Calabrie e negligente sicurezza de’ Francesi. Infruttuosa vigilanza del Generai Reynier.

Se alcun indugio avea posto il Reynier, se vero è che il ponesse, nascea da maggior considerazione. Contener col terrore popol a proromper sì pronto, ei volea, ma più gl’Inglesi temea. Stette alquanto a veder se altri capi si scoprissero, se altre insegne si rizzassero, ed una spedizion di regolari precedessero. Ora veniva in preste risoluzioni. Spingea Verdier da Monteleone ad assalir S. Biagio. Colà eran le bande di Gizzeria, Castiglione, Soveria, Martorano e Confluenti accozzate. Il Colonello Dufour, movendo pe’ monti dovea loro tagliar ogni ritirata. Movea, tenendo altra via, il Tenente Colonnello Malacowschy. E tutto fu come ei disegnava eseguito. Verdier correndo sopra S. Biagio, urtò gl’insorti e verso Dufour gli spinse. Questo, vinte le asprezze del cammino e disperse le bande di S. Petronio, cacciato si era innanzi. In più gravi difficoltà il Malacowschy, due volte assalito, s’incontrò. Ma pur a tempo giungea. Spinti si eran gl’insorti contro i Francesi a S. Eufemia, osaron assalirli a Soveria. Ma il Dufour ed il Malacowschy congiuntisi, li assalivan tra Confluenti e Martorano. L’urto fu terribile, ma gli insorti, dopo aspro contrasto, fugati. Corsero allora i Francesi contro Gizzeria, ed i resistenti percossero. Dappertutto nel sangue la sollevazione affogarono. Molti borghi messi a sacco; arse Mannelli, ch’era come buona terra, arse Pedaci, di gente fiera popolatissima.

Compressi furon così questi primi ed incomposti moti. I vinti non ebber altro scampo che la Sila. Si ricorse allora dal Reynier alla clemenza. Mandava fuori altro bando, perché gl’insorti e le armi si presentassero. Prometteva agli obbedienti perdono. E molti si presentavano, ma i più nelle selve ad attender tempi propizi restavano. Talun più fortunato, varcava il Faro, i venuti di Sicilia vi ritornavano.

I Francesi davan poi sempre voce che que’ sollevamenti fosser effetto d’oro Inglese e d’instigamenti di Sicilia. Speravan con ciò che i possidenti dalle antiche affezioni si discostassero, e più ne venissero essi favoreggiati. Al Clero perciò si rivolgeano, perché la sommission predicasse. All’Arcivescovo di Cosenza imposero una Pastorale, onde si chiaria delitto l’insorger contro l’imperatore.

II. Padron d’un reame, a cui era deputato Sovrano, Giuseppe Napoleone fé più, e si decise a recarsi nelle Calabrie. Diceva voler vedere da se stesso, Reynier vel consigliava, l’Imperator ve lo spingeva. L’uno credea bilanciar così la presenza di Re Ferdinando, recatosi a que' dì in Messina. L’altro già l’accagionava de’ moti popolari, della resistente Gaeta, della non invasa Sicilia. Il Colonnello Lebrun nel volea però dissuadere. La sollevazione non anco repressa diceva, gli animi tuttora bollenti, un sicario altresì potersi temere. Ma eran più cocenti i rimproveri del fratello, che i timori de’ cortigiani. Partia dunque per le Calabrie, e non senza cautele. Seguialo il Generale Dumas, ministro della guerra, accompagnavanlo il Generale Saligny, ed il Lamarque con buona scorta.

Scorrea così Giuseppe le Calabrie, tutti accogliea benignamente, tutti incoraggiava ed esortava. Conscio delle disposizioni del popolo, promettea giustizia di torti, riformazion di abusi, sgravamento di tributi. Agli abitatori delle costiere prometteva ampi commerci e sicurezza contro a’ Barbareschi. Orava nelle Chiese, visitava ospedali, sorrideva a tutti, interrogava tutti, pigliava note per porti,, strade e canali. II popol osservava e notava, curioso, ma non curante. Il Giuseppe, credulo come era, già nell’affetto e desiderio del popol si credea. Ciò le potestà. e gli aderenti a’ Francesi gli narravano. Ben vero taluni gli prestavan orecchio, e que’ delle marine nel ritorno de’ parenti schiavi già confidavano. A mezzo del suo viaggio, era il 13 Aprile, gli giungevan gli avvisi d’esser fatto Re. Questi principi tra bene e male indecisi e che teneangli animi sospesi, ei credea volger presto a rispetto ed ammirazione. In questa confidenza tornava alla ormai sua reggia di Napoli.

III. La Corte di Palermo intanto e gl’Inglesi, e più quella che questi, a turbarne il possesso pensavano. Profittar volean delle disposizioni de’ popoli e della resistenza di Gaeta. Buona parte e forse la migliore delle schiere imperiali eran intorno a quella rocca. A sbarcar truppe stanziali che andasser a ferir i nemici ne’ luoghi più esposti si risolvevano. Lo Stuard s’era alfine lasciato tirar a tal consiglio. Le calde esortazioni dello Smith, e l’importanza de’ fatti delle Calabrie ve lo spingevano. Lo Smith tenea per fermo che, con armi e munizioni e buona mano di stanziali, il nome del Re risorgerebbe. Da Palermo e da Messina si destinavan uomini a posta, i quali pratichi della lingua e de'  luoghi le vie agevolassero. Essi i ben affetti verso la causa reale dovean predispor ed ordinar a levarsi in armi. Strumento opportuno a questi disegni fu creduto dagl’Inglesi un Genialitz, uom fra tutti arrischiatissimo. Nativo di Bagnara, siccome vien creduto, era bello nella persona, vivo d’ingegno, di facile loquela. Più tardi si disse capitano al servizio Inglese e ne vestì l’assisa. Tentar ei poteva efficacemente gli animi Calabresi, e far moltissimo frutto. Ed ei tosto vi si accinse e partì, a ciò inducendolo oltre l'ardir suo, desiderio di far rilevata prova e conseguir fortuna. Giunto appena cominciò ad intrattener commercio di lettere e di messi con altri provati e fervorosi. Altri, i più per le precedenti armi civili sventuratamente famosi, tenean le stesse pratiche.

Fra que’ tremendi uomini era pure un Nicola Gualtieri sotto il nome di Pandigrano notissimo. Uno storico mal disseto prete e dannato alle galere. Di costui non venutomi prima alle mani darò breve notizia. Nato in Confluenti, di umili natali, ignorante, di molto ardire fu, ma di animo buono. In gioventù, gittavasi, per reato, alla campagna e fu tratto in carcere, riusci a fuggire e si arrollò soldato. Combatté valorosamente a Calvi, ad Otricoli e fu uffiziale. Il Cardinal Ruffo gli affidò mille insorti e lo inviò nel Cilento. Colà ed in Basilicata governò diversi scontri, ebbe pratiche cogl’Inglesi, e fu come ardito, prudente. Quietate le cose, fu maggiore e sol al gioco sfrenato. Amava il Re, i Francesi a morte odiava, recavasi perciò nelle Calabrie e correa gravi e manifesti pericoli. Non fu mai ubbidiente per tema, e sempre della servitù della patria sdegnosissimo. Uom che fu gran parte della resistenza Calabrese pure confonder non si vuol co’ sanguinosi ed avari capi di quel tempo.

IV. Al calore di quelle pratiche era corso pure il Falsetti, avendo grado nelle milizie per guerre cittadine acquistato. D’acuto ingegno, d’animo risoluto e feroce e più che i tempi rotti non volessero. D’onori non di virtù avido, nel dominare smodato, ma non meno atto. Sinché tenne le armi in mano, non arti, non inganno lasciò a guadagnar i dubbi ed a confermar i volenterosi. Ogni sforzo usò ad impedir che il dominio Francese mettesse radici, e fu stimolo possente a sollevazione.

Avvicinavasi premuroso un de Michele di Longobardi, già seguace al Ruffo e poscia Uditore in premio di fede. In capitale accusa di morte dello Zio, fu giudicato ed assoluto. Ora fomentando le inclinazioni a’ rivolgimenti, trovavasi, come sospetto, in carcere. Ardentissimo e più che altri capace a muover i Calabresi dall’incresciosa ubbidienza. Poco intendendo la prudenza, fu presto in relazion di quanti ad alterazioni intendevano.

Un Gregorio Musitano, di natali gentilizi, e maggiore negli eserciti, mostravasi desioso d’esser ribandito dalla Sicilia. Sbarcato in Reggio sua patria ed accolto benignamente, era ne’ beni restituito. Di natura molto risentita in queste faccende di Stato, davasi tosto a muover le terre intorno la città, ma tutto con cautela, perché terre più quiete, muoveva.

Eran pure molti altri, ma cacciati dalla dolcezza del predare, alcuni pel malo stato di loro casa, molti per isdegno delle cose presenti, per affetto alle antiche, o giovami bollore. Ed andavan tutti seminando nel popolo: essersi il Re ed i capi britannici risoluti al partito della guerra. Voltassero perciò l’animo a migliori speranze, stessero pronti ad esercitarla con frutto. Fra’ più rozzi spargevan il Re, ove a lui ricuperasser colle armi lo stato, i beni degli affezionati a’ Francesi, concederebbe. Il popolo giudica non secondo ragione, ma secondo parzialità di luogo, desiderio di fortuna o di vendetta. Mutar la natura e far che non si risenta, è impossibile.

V. In mezzo a tante ambizioni ed affetti stava il Colonnello Carbone. Seguace al Ruffo e venuto Colonello, molte eran le sue aderenze. Di quest’uomo cupo e subdolo l’intento, la fortuna sua non quella de’ suoi curava, e colla fortuna degl’Inglesi la sperava. Tutti però a lui si rivolgeano ed intorno a lui si stringeano. E tutti per ragioni diverse, ma con pari affetto bramavan una sollevazione.

Il fuoco di questo nascosto incendio largamente si propagava. Terra non vi era in cui gl’impazienti di governo ed avidi d'indipendenza volenterosi non s’inducessero. Tra monti scorreva un Parafanti, nativo di Scigliano, alquanto agiato, e non dall’inerzia corrotto. Stretto da smisurato coraggio, metteasi ad ogni rischio. Si aggirava tra montanari, eccitando e confortando, esser venuto il tempo, dicendo, d’insorger e cacciar i ladroni di Francia. Valer, in ogni caso, meglio il morire, che il sottoporsi. E come agli altri dicea, così fece per sé, riuscendo per la forza e valore di grave danno e sin alla morte, a’ Francesi e partitanti loro.

A poco a poco correvan dunque tutti, e primi quegli che stati eran sin allora per paura e non per amore soggetti. Trovati i capi, amavan ora rizzar nuovamente le teste. I rifuggiti tra le selve e rupi cominciavan ad ingrossarsi. La fortuna si mostrava favorevole. Gli emissari e le spie dall'un luogo all’altro e parecchie volte sani e salvi trascorrevano. Le pratiche eran tenute gelosamente segrete.

VI. Così i mandatari di Sicilia che niun mezzo lasciar doveano intentato, e non lasciavano, ivan preparando lo scoppio. E gli uni a Messina, gli altri a Palermo riferivano: viva esser la disposizione degli animi, i più ardenti, se possibil fosse, più ostinati divenire. La mala contentezza de’ popoli quelle piaghe invelenire, che ne’ recenti moti si eran andate scoprendo. Colle ire che serpeggiavano e col desiderio di presta e certa vendetta, tutti disposti a pigliar le armi contro a’ Francesi. Gl’Inglesi rispondean inviando danaro, onde altri adescassero ed i più restii inducessero. La corte con lodi ed incoraggiamenti rispondeva.

E quegli, uomini essendo da ben usar i mezzi ed il potere, a più efficace partito si appigliavano. Conoscendo quanta autorità avesser nelle menti le cose della religione, al clero si rivolsero, onde presto i preti caldamente in questa bisogna si adoperarono. Nascostamente eccitavano, le donne soprattutto esortavano. Con parole accomodate ad infiammarle la causa delle Calabrie esser causa di Dio persuadevano. Aver i Francesi la distruzion degli altari in mira, profanate le Chiese, le case di Dio depredando, e rivolgendo ad uso di statle e caserme. A’ mariti e fratelli, diceano: esser ormai schiavi tutti, più non aver cosa che propria fosse, i frutti delle fatiche e dell’industria potere ed essere spesso involati. Presto andrebber soldati ed in lontane contrade. Tenerli i Francesi in poca sti ma, come d’animo abbietto, codardi ed inabili a guardar in viso i soldati dell’imperatore. Preparasser dunque le armi, sperasser, coll'aiuto di Dio, di testimoniar la fortezza loro, la pietà verso la Chiesa, la devozione verso il Re. In tal guisa il popol disponeano a fortuneggiar alle prime occasioni.

VII. Di nobili che copertamente in ciò, ma fervidamente si adoperassero, non mancavano. In essi eran o residui di antiche opinioni o ambizioni novelle: i più da Napoli avvisavan e soffiavano. Era venuto in gara il tenersi lontani dalla nuova Corte, ed i pochi che frequentavan la Reggia e chi uffizi accettava, eran tenuti fedifraghi o spergiuri. I più de’ patrizi co’ congiunti esuli in Palermo celatamente corrispondeano, altri cogl’Inglesi in Capri, o col Principe di Canosa nell’isola di Ponza. Tutti per l’abolita feudalità di miseria minacciati, molti già, pel sequestro de’ beni agli esuli, v'eran caduti. Le violenze della Commission feodale, e la rapacità del fisco, li esasperavano. Volean una rimutazion di cose, ostacoli non vedeano, e gli aderenti nelle province sollecitavano. Cosi per le diverse classi tutto fu ben presto in moto e le cose andavan molto calde.

Ma segnatamente nelle Calabrie, dove le cose pigliavan aspetto d’ordine e disciplina. E come era di somma importanza l’avere spacci di lettere prontissimi, all’uopo uomini a posta si eleggevano. Altri perché fossero esploratori e vegliasser su’ Francesi. Taluni ad invigilar sull’esecuzion degli ordini eran deputati. Così cenni e novelle di Sicilia rapidamente si propagavano. Ed or il contento, or l’impazienza, or la speranza, or lo sconfortamento arrecavano. E perché tutte le vie, tutti i mezzi onesti si reputavano, si trovò di sottrar alcune lettere de’ capi Francesi. In essi eran sanguinosi consigli contro quanti il nuovo stato avversavano. Propagato il disegno, si levò un susurro incredibile, ed ogni resto di confidenza, se pur era, venne distrutto. Così gli animi nella resistenza si confermavano e come sforzati da ineluttabil necessità ad estremi casi si preparavano.

VIII. Propizie le apparenze, gl’Inglesi sempre più sul nascosto fuoco soffiavano. Declinando la stagione verso la state, facean che più rapide fosser le pratiche del Genialitz e del Carbone. E tutti i capi promettean a quest’ultimo pronta ed efficace cooperazione. Si ricorse all’ordinamento delle milizie rimasto ineseguito. Non sepper mai i Francesi di quella legge. Sciolti gli ordini antichi, la diversità delle lingue, la non curanza ed il disprezzo sussister ne fecer taluni nuclei co' loro capi. Carbone or ci aggiungeva i soldati dispersi. Né l’odio trapelar facea le pratiche. E certo è da stupire come si serbasser silenzio e fede da tanti cervelli consapevoli, e come tutti uniti accendevansi, uniti quetavansi, uguali e fermi nel proposito. Appressandosi il momento, comandavasi da Palermo taluni capi in Messina convenissero ed una Giunta constituissero. La quale avesse il carico di avvisar di quanto occorresse. Così farebbe muover tutti ad un tratto, e tutti piglierebber quelle risoluzioni, che essa avrebbe pigliato. Il Re si diceva liquiderebbe i danni e li rifarebbe e più. Ma tale riunione, per le mene del Carbone, non si mandò ad effetto. Ciascuno comandar voleva e proceder da sé, onde talora sconsigliatamente procedeano. Avuto lingua che due mila archibugi si spedian al bosco di S. Eufemia per metterli in mano a’ più risoluti, tutti volean esser del numero.

Fra questi apparecchi, ed adunanze ed armi in aperti luoghi trasportate, Genialitz impaziente o ingelosito che fosse, della tardanza doleasi. Gualtieri dolessi degl’Inglesi, che, indugiando, le occasioni guastavano. Tutti gli altri lamentavan di non esser fatti a sopportar, per timor d’armi, pazientemente. Ma Genialitz che mostrar si voleva a viso aperto, proponeva agl’Inglesi di occupar Cotrone ed Amantea. Domandava solo, tosto seguito l’effetto, d’esser soccorso.

Aver usato, scrivea, mezzi nascosti e vili, ed essere stata necessità; tempo esser ornai di generosi. Star ormai le biade su’ campi, il momento propizio, ogni tardanza far pericolo. Più fieri sensi altri capi esponeano e più fieri ne nudrivano. Ma Carbone avvaler si volea de’ soldati Inglesi, senza de’ quali l’impresa parea mal sicura. Tuttavia ne scrisse in Palermo, la Regina allo Smith e questi e più volte lo Stuard premurò. Ma quando la necessità non corre, abborron gl’Inglesi da’ consigli dubbi e pericolosi. Onde lo Stuard s’iva schermendo, aver poche forze, esser vicina nuova guerra in Germania, le speranze de’ fuorusciti riuscire spesso fidiaci. Favorirebbe però il disegno ed intender perciò agli apparecchi. Per le quali esitazioni ordini giungean di Palermo, consigliatori gl’Inglesi, che le soverchie impazienze calmavano. Gli uomini di gran caldo chetavansi, e ad aspettar si decideano. Inviavan però in Messina il Genialitz per rimaner co’ capi Inglesi d’accordo.

Il piano a que’ di fermato, trovo essere stato questo. I soldati del Re e degl’Inglesi nel cuore delle Calabrie sbarcassero. Essi si sarebbero scoperti nelle due estremità, assalendo Reynier e Verdier, e rottoli, onde non potendo far testa, né aprirsi una via, astretti a por giù le armi. Prometteano di non depor le loro se non a guerra finita. Indicavan come siti acconci allo sbarco le marine del Jonio, onde tagliar la ritirata di Cassano, e quelle presso Amantea. E cosi fossero stati uditi e fatto si fosse il lor volere.

IX. Questa congiura terribile addimostrava risoluzioni estreme. Ed a legar sempre più le pratiche, le navi Inglesi nel golfo di S. Eufemia volteggiavano. Il prossimo bosco serviva a’ Calabresi di ricovero, nella notte lo sbarco delle munizioni ed il traffico tra il lido. e le navi. Queste poi si aggiravan lungo i lidi, traendo or qua or là furiosamente, tenendo in veglia gli abitanti ed in sospetto i Francesi.

Come che stasser in apprension di tutt’altro, avvenne che i Francesi inviasser verso il golfo una compagnia di fanti Polacchi. Più d’una discesa che d’intelligenze temeano. Il luogo ove si portavano era detto Torre di Malta. Avvicinatasi una nave, ne scesero alcune centinaja di uomini. I Polacchi li assalivano, ma pe’ tiri della nave furon ributtati. Come però altro intento non aveano che di sbarcar armi e munizioni, dopo alcun tempo gl’inglesi si rimbarcavano. Tutto questo non si passò senza essere osservato ed avrebbe dovuto insospettire. Ma che la quiete vacillasse i Francesi non pur sospettavano. Altro non feron dunque che fortificar meglio la Torre di Malta e pochi altri siti.

In questo modo le cose molto strette procedeano, e le pratiche per occulta dilatazione si ampliavano. Ma i parziali a’ Francesi stavan in maggior gelosia, e se non sapean, sospettavano. I Francesi eran in riguardo rispetto agl’Inglesi, essi rispetto agli abitanti, perché li conosceano. Ogni cosa rappresentava loro l’immagin di vicina guerra cittadina. E non vedendo far alcuna deliberazione vigorosa, anzi scemar vedendo i soldati, di vicina sollevazione si spaventavano. E di vero i moti popolari aspettati senza farvi contro rimedio, riescon rovinosi.

Soccorrevan essi i Francesi di utili avvisi, talune risoluzioni suggerivano, ma n’eran in tuon di dileggio rassicurati. I più degli uffiziali Francesi davansi bel tempo e l’inutile trarre delle navi Inglesi derideano. A’ soldati Brittannici non sarebbe mai bastato l’animo d’incontrar alla campagna i Francesi. La sollevazione cosa da tenersi in niun conto, i popoli non tali da provocar soldatesche agguerrite. Poche forze a contenerli e meno a sbaragliarli basterebbero. E si lasciavan uscir di bocca tali scherni che stato sarebbe prudenza il tacere. Ma tale è la natura Francese del valore altrui, come di pericoli sprezzatrice.

Gli aderenti alle parti Francesi sen irritavano e e si spaventavano. Alcuni perciò abbandonavan le case, e riparavan in Napoli. Altri d’armi e munizioni si provvedean, temendo danni improvvisi ed irreparabili. Così i Francesi stessi contribuivan ad accelerar il corso delle cose a quel termine a cui già di per se stesse tendevano.

X. Il solo Reynier non si dava tregua o riposo. I lidi qua e là fortificava, onde fosser da prepotente naviglio sicuri. Profondea cure, consigli, fin il proprio danaro. Restaurar facea la strada da Monteleone a Catanzaro, cosa di sommo momento ad assicurar i quartieri. Accorto e prudente, gli abitanti osservava: ne ignorava i disegni, ma non l’intenzioni. Di trame occulte e pericolose sospettava. Onde facea por le mani addosso ad alcuni già noti per animo ostile e passati moti civili. Con tutti gli spiriti poi a scovrir l’intento degl’Inglesi s’ingegnava. Parean essi posare, ma in tempo sì geloso, e non volea aspettar che aperte dimoctrriioni gli dassero maggior lume. Sollecitava perciò e coltivava le informazioni delle spie. Seguian queste l'alloggiamento principale, ma di varcar il Faro non osavano. Strumento attissimo perciò nelle presenti condizioni era un Simone Gavezza, Genovese. Astuto, destro, fu sempre nelle cose de’ Francesi in Italia mescolato. Con qualche pratica di guerra, sapea girar ritorno ed indagare. Ora parea che attendesse a’ traffichi in Reggio, ma lo sguardo sopra Messina tendeva. Adoperavasi pure come esploratore il Veneziano Parravicino, corsaro, a cui l’animo superbo non consentia riposo.

Eran poi assidui presso Reynier altri che in mercati e taverne ed in ritrovi pubblici o privati s’intrometteano. Per essi segnatamente le cose al Reynier si dimostravan pericolose. Era chiaro ad essi che i popolani sinistri disegni covassero. Ma non sapean dir quali fossero e qual il termine assegnato. Il perché, temendo di nemico accidente, Reynier comandava Scilla e Reggio si fortificassero, e tutto sottopose alla potestà militare. E come prudente il considerare, così stimava stringente bisogno l’eseguire.

Sdegnoso era poi che tutto dì soldati della sua legione si richiamassero. Ridotti eran a men di dieci mila e questa era la loro posizione. Il general Verdier era in Cosenza con circa un due mila, Digouet con seicento o poco più in Catanzaro. Il general Peyri in Tropea i Polacchi governava, ed eran un migliajo. D’Aubrè avea stanza e comando in Reggio, Michel dentro Scilla, il Supley in Cottone. Egli il Reynier col miglior nerbo de’ soldati da Monteleone invigilava.

XI. Impazientito di vedere assottigliare la sua legione, sull’entrar di Giugno scriveva a’ Ministri in Napoli: non l’indebolisser di più, notar i Calabresi e con gioja che le loro terre sguernissero. Esser già troppo scarso il numero de’ suoi a contener nell’ubbedienza e difender lido si esteso. Gli spedissero dunque nuovi soldati, e meglio li provvedessero. Esser privi tuttora d’ogni cosa che dalle città esiger non dovessero. Ciò produr, diceva, odi e gelosie, e comprometter la salute de’ soldati e l’onor del nome Francese.

Poco di poi rescrisse e con maggiori istanze. L’armi nemiche in Sicilia esser forti, oltre i soldati regi aver gl’Inglesi venti mila fanti e due mila cavalli. Se facessero empito, non esser i suoi sufficienti a combatterli; lui esser impotente, se i Calabresi tumultuassero. Mandasser dunque ajuti, conchiudeva, se le Calabrie ed il reame salvar volessero.

Ma tutti i suoi sforzi cadevan a niente. A que di pareva a’ Ministri, pel sobbollir d’altre province e per l’assedio di Gaeta, non aver forze abbacanti per Napoli e per sé stessi. Ed era il momento appunto in cui i capi Brittanici ad assalir si disponeano. Apparecchiati eran già a mandar nelle Calabrie sei mila soldati, tra Inglesi e Napolitani. Tal forza, frementi ed impazienti, i Calabresi sufficiente stimavano. Il più silenziosamente che poteano, ne’ dintorni di Milazzo si raccoglievano. Sopra alcune navi più sottili saliva alcun polso di Napolitani, co’ quali rinfrescar si voleva il presidio di Gaeta. Con essi riforbiva le armi Michele Pezza, a cui il volgo per valore e smisurate imprese, diè poscia nome di Fradiavolo.

Per mezzo di lui, insignito di grado nell’esercito, speravasi tagliar i nervi al governo del Napoleonide. Tentar dovea, lungo il suo cammino, e far levar le terre Calabresi a rumore. Seguitando l’impeto di sua fortuna, gittar si doveva in altre province più. addentro, ed assalir a tergo i Francesi. Si facea gran fondamento sul suo ardire. Però che agl’Inglesi era da lungo tempo noto, ed il Trowbridge solea dire: questo gran diavolo è per noi angelo in terra.

XII. Così le armi si apparecchiavano, ma tacite eran le mosse. Il segreto della spedizione e la sicurezza di Monteleone pieno successo prometteano. Che questo è degno di maraviglia che in tanta diversità di sangue, età, sessi, gradi e stati, la cosa non venisse in luce. Niuna imprudente confidenza che avesse intagliate le speranze e rovinati i disegni. In tanta freguenza di colloqui, di messi, e di lettere niun caso sinistro.

Cessato il commercio del mare e colla Sicilia, gli abitanti delle Calabrie, non vi andavan, ma si ne tornavano. Usi eran que’ che vivean col lavoro di loro braccia a trasferirvisi in ogni anno. Colà quasi soli alla coltura de’ campi attendevano. Ora rientrando, notizie di grossi armamenti recavano. Cancellieri e Carbone gli addottrinavano. Approssimandosi il 13 Giugno, anniversario dell’ingresso in Napoli nel 1799, era pubblica voce d’una general sollevazione. I Calabresi levar si dovean in piè per secondare uno sbarco d’Inglesi. Donde partisse quella voce s’ignorava, ma pur si accreditava. Pervenivan al general Peyrì dell’imminente caso alcuni avvisi, ma incerti ed ambigui. Però da quel momento fu l’agitazione evidente. In tutte le terre era gran sospensione d’animi, un andar, un venir, un affrettarsi, un diffidare. Molti temean di guerra, molti più la bramavano; i primi amavan il presente sicuro, gli altri il futuro pericoloso. Sovrastava un gran caso al reame. Il mondo che avea gli occhi rivolti alla Germania, già èra vicino a voltarsi all’Italia. Nella quale una prima insegna di sollevazione era per alzarsi contro il Francese imperio. E così subita ed inaspettata rivoluzione portar poteva con sé grandissime conseguenze.

LIBRO SECONDO

L2-CAPITOLO I

Spedizione degli Anglo-Napolitani. Affrettati moti de’ Francesi, e battaglia di S. Eufemia.

Veleggiava intanto verso le minacciate terre l’apparato Inglese, e sul cader di Giugno giunse sopra i lidi Calabresi e si affaticava di approdare.

Al suo apparire tutte le compagnie d’armi, ed alcune popolazioni si disponeano ad insorgere. Però tuttora gli affrettati movimenti dell’esercito Francese sospese le teneano. Traevano. intanto gagliardamente alcune navi colle artiglierie sopra diversi punti lungo le spiagge in sino ad A man tea. Ivansi avvicinando e volteggiando gran numero di navi da carico. Due giorni trascorser così, ributtandole indietro i venti contrari. Ma la notte dei 30, da fresca brezza favoriti, sbarcavan finalmente Inglesi e Napolitani alla spiaggia di S. Eufemia. Posto piede a terra Stuard, mettea fuori e diffondeva un manifesto a’ Calabresi. Annunziava il suo sbarco e quello dei fuorusciti, quello vicino di altri soldati Brittannici. Esser venuto, diceva, a strapparli alla francese oppressione, sventolar già il vessillo del legittimo principe, corressero, si affrettassero a cacciar dal trono l’usurpatore che osato avea chiamarli sudditi, pensassero alle ingiurie, alle violenze, alle offese patite; egli ed i suoi venir a sostenerli. Non voler tributi, non viveri, non stanze militari, ma braccia volentierose; recar armi e munizioni a tutti. Rispetterebber gl’inglesi la religione, i costumi dei popoli amici, di ciò far fede la vicina Sicilia, obblierebbe i passati errori, premierebbe i devoti e gli amici, ma severamente i nemici e gli ostinati punirebbe. Tali parole veniva proferendo lo Stuard e confidentissimo già della vittoria. Non così tosto comparve l’alba del giorno appresso, che spinse innanzi l’antiguardo composto di buon nerbo di granatieri e di feritori leggeri, i più Napoletani. E questi avventatisi contro a’ fanti Polacchi, postati nel bosco ad impedir io sbarco, gli spingevano e gl’incalzavano, non potendo quegli, pochi essendo, regger a sì fiero cozzo. Ma Stuard senza spingersi velocemente innanzi, siccome avrebbe potuto per l’intelligenza e disposizioni degli abitanti, vi si dava a fortificare. E fu grave errore questo del Capitano Brittanico. Finalmente eran i suoi sbarcati, avendoli nascosti alla vista dei Francesi per qualche tempo il capo Vaticano. Mettersi celeramente avrebbe dovuto in mezzo alle due province per la via di Nicastro, ed opprimere di un sol colpo Reynier lasciato solo a combatter nella Calabria ulteriore.

II. Una catena di monti circoscrive la spiaggia di S. Eufemia, terminando al Capo Suvero da un canto, alla punta ove sorge il Pizzo dall’altro. Recinto a 25 miglia di circuito, ingombro in parto di antica foresta. Dall’Angitola e dal Lamato, fiumi che il traversano, umida l’aria e paludoso il terreno. Laonde gli uomini intendenti di guerra, e secondo a noi pare, meritevolmente, biasimarono il condottier Brittanico di avere scelto, mancando di cavalli, quest’ampia e deserta pianura. Ma pensò esser pericoloso l’allontanarsi dal naviglio surto sulle ancore e perciò appunto di non aver cavalleria a procedere celeramente, che gli era stato forza lasciarne ben fornito reggimento in Messina.

III. Come prima scorse Reynier, spintosi sino a Reggio, veleggiar il naviglio Brittanico, indietreggiò in fretta a raccor i suoi. Saputo lo sbarco, si determinò ad assalir gl’inglesi, onde rituffandoli nel mare tor ogni speranza ed incentivo a sollevazioni. Sperava, e non senza ragione, che se sconfitti fossero, la sicurezza della Sicilia verrebbe ad essere compromessa. Amò dunque meglio assaltar ch’esser assaltato, e le mosse che fece, tutte consentanee a questa deliberazione. Eran in Catanzaro riunite intorno al presidente Francesco Saverio De Rogati per virtù e valor poetico noto ed amatissimo, tutte le nuove potestà per giurar fede al nuovo Principe. La notte era già quasi intiera trascorsa in feste e balli, quando giunse segreto comando al Digouet di subito raggiunger Reynier coi soldati imperiali. E celeramente quei si pose in cammino nella stessa notte colla prima schiera; all’alba il seguì il rimanente. Nel tempo stesso Reynier mandato avea ad Aubrée staccasse da se tutti quei che potesse senza pericolo. Spediva ordine a Peyrì di raccor i fanti Polacchi che stavan su diversi punti disseminati, e di condursi sulle sponde dell’Angitola. E questi lasciando a Tropea, come portavano gli ordini, quanto non facea di prociso bisogno, e guarniti alcuni paesi, andò a schierarsi al posto disegnato. Giunti appena si awedeano i Francesi di vivo cannoneggiamento, che diretto sembrava verso Amantea, preludio della vicina battaglia. Giungea ai primi giorni di Luglio Reynier seguito dal rimanente esercito Francese. Il passaggio della cavalleria non poco contribuì a trattener lo scoppio della sollevazione. Movea quindi colle sue truppe a postarsi sulla riva sinistra del Lainato, ritenendo lo comunicazioni di Maida, di Catanzaro e di tutti i luoghi superiori. Alla pianura di S. Eufemia, stando sul pendio della collina che da Maida discende al lido, soprastava. Difeso da fronte dal Lamato, ai fianchi da alcune selve. E poiché vide, correva il dì 4, il nemico schierarsi a battaglia, si dispose immediatamente all’attacco. Alcune schiere giunte la sera accresciute avean la sua confidenza nel venirne a giornata. Fatte osservare nella notte le vie per le quali potrebbe condur le artiglierie, comunicava ai soldati il suo pensiero. Avean questi preso lieto augurio che un Capitano dello Stato Maggiore, Vigna d’Aprigliano, tratto avea un colpo di schioppo ad un uffiziale Inglese che faceasi temerariamente innanzi, ed atterratolo. Eran allegri e confidenti. Ora dicea loro Reynier, all’alba guiderebbeli contro i nemici, scarichi i fucili, confidando nell’opera delle bajonette. Udivanlo appena, che riceveano il comando con alte acclamazioni, com’era stile di quei soldati usi a manesche battaglie.

IV. L’esercito Inglese che per poco tenne le posizioni discendendo da Nicastro, osservato i movimenti del nemico, abbandonavanle la vigilia della battaglia. Ritrassi nella terra di S. Biaggio o si concentrava. Stava l’esercito Brittannico, spiegata l’ordinanza, in due file parallele al lido. La dritta retta dal generale Lowus Cole la punta poggiava al Lamato, coperta da boscaglie. In queste buon numero di feritori leggieri del 35° e 61°. I più di Napolitani sotto il comando d’un Giacomo Kempt, Tenente Colonnello. Nerbo di quest’ala il 27° di Fanti Inglesi condotto da un Staviland Smith, Tenente Colonnello, ed il reggimento del Watteville che il reggeva, ed in esso alquanti Svizzeri. Alla sinistra distendessi il 78° di fanti Scozzesi col Tenente Colonnello Patrizio Macleod. Col Tenente Colonnello K. W. 0. Callagan un battaglione di granattieri, e il 58° di stanziali Inglese, a capo del quale il Tenente Colonnello Giorgio Iohnson. Il Generale G. Palmer Acland e Giorgio Oswald Colonnello li reggevano. Il Tenente Colonnello Iohn Lemoine ministrava le artiglierie. E Eduard Bembury, quartier mastro generale tenessi a fianchi dello Stuard ch’era al governo di tutto.

Reynier i suoi teneva a questo modo ordinati. Tutto l’esercito partito in tre schiere. Comandava la sinistra composta dal 1° e 42° degli stanziali Compére; la dritta composta dal 1° e 23° di Fanti leggieri Digouet: Franceschi il centro, dove stava la Cavalleria, da poca artiglieria coperta. Stavano in seconda linea sotto il comando di Peyrì pronti in sostegno della prima, Svizzeri, e Polacchi a scaglioni. Sommavano a cinque e più mila gl’Inglesi ed i Napoletani, contandosene quattro mila dei primi. A sei mila, oltre trecento cavalli, i Francesi; ma ottimi soldati usi alle battaglie, e contro gl’Inglesi infiammatissimi.

V. Disponevansi i Francesi a varcare il fiume. Traevan già sin dall’alba senza posa le artiglierie, quando Reynier verso le otto ore, soffiando dal mare fresco vento di ponente, dava il segno e cominciava» la battaglia. Spingea per il primo Compére con audacissimo ardire i suoi coll’armi al braccio. Gl’Inglesi che li vedeano venire quando si era già fatto giorno, stavano attenti ed in armi ad aspettarli, e li lasciarono approssimare. Poscia trassero; e trassero allora anche i Francesi, abbenché i colpi partiti da’ primi causato avessero un certo disordine tra le file. Trasportato dall’impeto del combattere, procedé più innanzi Compére ed ecco smascherate le batterie piovere una grandine micidiale di palle dalle artiglierie nemiche. I tiri dei fanti Inglesi gran danno cagionavano, ed in quel mentre trasser ed a scaglia navi e scialuppe. Pure in aspetto terribile spingeva i suoi sempre più innanzi. Sostenean gl’Inglesi l’impeto valorosamente, e dimostrando ciascun di loro egreggiamente la sua virtù, dubbio pareva a qual parte inclinasse la vittoria.

Orribile l’aspetto del campo, spaventosa la mischia, stupendo il valore, e la tenace risolutezza degli emuli eserciti.

Ma più pativa il Francese. Cadeva il capo del primo battaglione, che l’audacia di Compére secondava e molti uffiziali, ed oltre trecento del 1° reggimento cadevano. Indi a poco quasi egual numero era mietuto del 42°. Tuttavia sostenean la battaglia con valore e non che cedesser sempre più avanzavano. Ma presto, disordinata per troppe morti, la schiera di Compére sembrava voler piegare e gittatisi alcuni su quegli che a varcar il Lamato si affrettavano. Accrescessi il disordine. Distendean gl’Inglesi allora la loro linea e facean le viste di superar già quella dei Francesi. Fu forza perciò agli assalitori di operare un cambiamento di fronte obliquo innanzi la linea nemica. Durante questo movimento, sempre difficoltoso, venivano a loro posta dagl’Inglesi assaliti. Comandato un passaggio di linea, entrava colla sua schiera Peyri a sostenere francamente la pugna. Con fermo coraggio dall’imo e dall’altro canto Francesi, Svizzeri e Polacchi, contro Inglesi, Svizzeri e Napolitani in quest’angolo remoto delle Calabrie combatteano. Scorrea Reynier tra le file incoraggiando i suoi, e cercando di ristabilir l’ordine e l’equilibrio distrutto dalle artiglierie nemiche. Secondava i suoi sforzi l’ostinato Compére.

VI. Dall’altro canto il Digouet facea tutti gli sforzi per cacciarsi innanzi e romper la linea degl’Inglesi, sicché il primo reggimento dei Fanti leggieri si serrò addosso al 78’ dei Fanti Scozzesi a manescamente combatter colle bajonette.

Abbé col 23° dava di cozzo contro all’87° e quasi tutto l’impeto sostenea dell’ala sinistra dei nemici. Terribile ere. l’urto: ma la intrepidezza crudelmente ricompensata. E certo se la vittoria esser premio dovesse di sola bravura, in quel di i Francesi la meritarono. Ma la coperta artiglieria, il fuoco del naviglio, e l’intrepidezza de’ soldati e del Generale la vinser sull’esemplar coraggio degli assalitori. Piegava il primo reggimento; il seguiva il 42° e l’imitavano i Polacchi. Ferito di. due colpi Compére cadeva. Resistevano alquanto gli Svizzeri, ma ferito il Colonnello Clavel e vistisi sul punto d’esser abbandonati e presi di fianco, anch’essi piegavano. Gl’Inglesi movean contro le artiglierie per impadronirsene, ma colpiti da diversi colpi a scaglia, stettero alquanto. Tentava in quel mentre Reynier di ristorar la. giornata. Messosi alla testa della cavalleria, comandata da Franceschi, e data una gran giravolta, intendea di andar a ferire il fianco dei Brittannici. Allargato un breve tratto già movea vivamente ad urtargli, quando un reggimento, allora sbarcato da Messina, colle ordinanze serrate si presentava sul campo. Era il 2° di stanziali, li guidava un Ross Colonnello, valoroso e risoluto. Fatta una scarica, puntavan gl’Inglesi le bajonotte, e l’attendeano a piè fermo. Ma Reynier, al quale era stato ucciso un cavallo, del pari che al Franceschi, fu costretto a tirarsi indietro con grande scompiglio dei suoi. Grande la confusione ed il disordine, sicché dei cavalli in fuori l’esercito parea si dissolvesse, e molti uffiziali caduti, ventuno del sol primo reggimento. La legione Polacca quasi distrutta. Ciò vedendo, ordinò la ritirata dell’ala dritta, che ancora ostinatamente combatteva. Fatto prima ala ai vinti che si ritiravano, li segui egli stesso con alcuni pochi Svizzeri. Peyri formò un nodo interno cui accorrevano i fuggitivi, e sostenne la ritirata. Con tanta sinistra fortuna i Francesi sotto la sferza del caldo e per sei ore combatteano. Grave assai la perdita, considerata la forza dell’esercito, perché il numero dei morti, dei feriti e dei prigionieri arrivò bene ad oltre due mila. Fra i prigionieri si noverò il Colonnello Clavel. Il Compére dopo aver ostinatamente combattuto anch’egli restò preso.

La perdita de’ Napolitani e degl’inglesi; tra morti e feriti sommò a cento a un di presso de’ primi e trecento dei secondi; fra questi il Powlet e lo Stuart Maggiore. Piansero fra morti un M. Lean che bravamente coi suoi fanti sostenuto avea col Ross l’urto dei cavalli Francesi.

VII. E par che grave errore commettesse il Reynier nell’essersi consigliato ad abbandonare le alture di Maida. Di là dominava il piano di S. Eufemia, dove Inglesi e Napolitani accampavano. Presto i luoghi deserti, l’aer pestifero ed i calori estivi gli avrebber costretti a rimbarcarsi. Non avrebbe inutilmente così rischiato battaglia. Trovo registrato che Stuard maravigliato del non veder moto di popoli, già di ritrarsi si consigliava. Ed all’apparir dei primi feritori Francesi ei già non attendesse che alcuni posti avanzati per isgombrar del tutto. Il Reynier adunque il partito seguitando di temporeggiar sulle difese, avrebbe un fiorito esercito e le più forti terre conservato. E più della contraria deliberazione venir deve accagionato in quanto gli ajuti né vicini eran, né presto giunger poteano. Poche cogli umori che bollivan eran le genti Francesi nel reame. A prova conoscea poi che i Ministri quegli aiuti promettean sempre, che poscia non mandavano. Tener dall’altro lato in freno dovea bellicose popolazioni. Aver dovea perciò certezza e non speranza di vittoria, rischiando di venire a giornata. Del poco misurato, o temerario attacco, con soldati stanchi da rapida marcia, altri lo biasimavano.

In terreni paludosi arduo e pericoloso riuscir dovea, giungendo, lo schierarsi. Ed in presenza di nemico che scelto avea le posizioni, e vi si era fortificato. Affermavano l’ordine stesso della battaglia sentir di precipitala inconsiderata. Disteso aver molto la sua linea, ritenendo nel centro oziosa, esposta a’ tiri d’artiglieria, poca ma scelta cavalleria contro nemico che avev’artiglieria molta e cavalleria nessuna. Serrati in massa e non spiegate le sue colonne, tanto patito non avrebber da’ tiri Inglesi i quali assestavano i colpi con terribile aggiustatezza. Del grave errore l’accagionavano di non aver fatto prima riconoscere le posizioni del nemico, né fatto precedere i suoi battaglioni da buon nerbo di feritori. I quali, diradando le file nemiche, preparato avrebber la strada all’attacco di Compère. Questi allora spinto dal suo canto si sarebbe a tutta corsa. Troppo lungi tenne la seconda schiera dalla prima, sicché non giunse in tempo a sostener Compère, che si trovò fulminato pria di pigliarle ordinanze. Esitato a principiar la battaglia, attender volendo i soldati di Reggio, averla poscia precipitoso arrischiata. Questo dicean i Generali che più si dolean del non aver pigliato il consiglio del temporeggiare, ch’era secondo avvisato avean il solo a seguitarsi. Altri da ultimo il Reynier non con l’ordinaria prudenza aver agito per motivi personali, diceano. Argomentavan costoro che lo Stuard in Egitto alcuni vantaggi avesse riportato sopra di lui. Il perché Reynier, vistolo esitare, temette gli sfuggisse l'occasione di vendicarsi. Così la battaglia, non per necessità, ma per elezione avesse arrischiata. Ma questi giudizi contrari alla persona, alla fama ed alla militar esperienza del Reynier dal dolore del sinistro evento nasceano. La considerazione delle cause non debbesi pretermetter negli accidenti di guerra giammai. Vicina la sollevazione, le sussistenze mancar avrebber potuto ad un tratto, la ritirata istessa farsi impossibile. Per la vicinanza di Nicastro troncar potea Stuard la comunicazione delle due province, isolarlo nella Calabria ulteriore. Certo però che il frutto della vittoria eguale non era al pericolo della battaglia.

VIII. Lietissimo di sua vittoria, Stuard dava ordine al Kempt ed al Ross di levarsi dal campo con buona mano di fanti leggieri e tutti i Napolitani ad inseguire i Francesi. Mettea fuori poi un secondo manifesto ai Calabresi, annunziando il trionfo delle armi brittanniche. Le esortazioni però già cangiate erano in comando: si levassero su, ajutassero al rialzamento del trono legittimo, diceva: guai a chi nol facesse. Fornirebbe a tutti le armi, non all’uopo di gare civili, ma per impiegarle contro al comune nemico. Non oltraggiasser alla umanità, rispettasser i prigionieri, raggiungesser i fuggitivi, li menassero a lui. Mandava le felici novelle in Messina, scrivendo al Generale Brodrich: aver vinto gl’Imperiali d’un terzo più numerosi, averli prostrati del tutto, molti gli uccisi e i feriti, mille e più i prigionieri, fra questi molti capi. Reynier fuggitivo, non troverebbe scampo da’ popoli insorti. Lodava i suoi, lodava i Napolitani soldati, si chiamava contento e tenuto al Ross, arrivato al maggior uopo; lo addolorava soltanto non aver seco menato il 20.° reggimento di Dragoni, ed il prode Taylor che li reggeva, coi quali ogni avanzo d’Imperiali avrebbe distrutto.

Se al ricevere tali novelle si facesser le allegrezze grandi in Messina, non è da dire. Nel giorno appresso, entrando in porto la nave l’Amfione, retta da un Hoot Capitano, che trasportava i prigionieri, a furia traeva il popolo a goder l’inatteso spettacolo. Di là le novelle si sparsero per tutta l’isola e giungendo in Palermo la Corte e gli esuli al suono della vittoria si rallegravano. Tutti, dimenticate le passate sciagure, se stessi colle speranze dell’avvenire gratificavano. E niun dubbio intrattenevan del riacquisto del reame. I più circospetti, udito i disastri de’ Francesi, speravan, se non fortunata guerra, per lo meno avventurosa pace, della quale bolli van in quel momento le pratiche. Ma i più, sollevati gli animi e la speranze, volendo ricavar e presto miglior frutto della vittoria, si davan a voler concorrere all’impresa. Si apprestavan armi, navi e soldati; scarseggiava il danaro, ma a tutto provvedea colla sua autorità la Regina. Gli uffiziali correano in Messina, di là in Reggio. I capi civili ricevevan ordini ed istruzioni e si disponeano ad andare a regger con consigli ponderati, siccome dicea la Regina, le sollevate province. Ebbesi anche ordinato ad alcune navi sottili corresser le marine e minacciassero le terre Calabresi tuttora dubbie ed incerte. Era un gran moto, e tutto stava nella prestezza.

Brodrich intanto, siccome portavano gli ordini dello Stuard, raccogliea prestamente quattrocento Inglesi ed ottocento Napolitani sotto il commando del Duca della Floresta. Allo spuntar del dì 9 li fé salire sulle navi e si avviò verso Reggio. Afferrò la sponda verso la fiumara di S. Agata a mezzodì della città. Di là portar nuovi e più crudeli colpi alla fortuna Francese si proponeva.


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L2-CAPITOLO II

Sollevazione delle Calabrie, e Iacrimevol ritirata de’ Francesi Incerti moti del Reynier Pericolosa situazione e disastrosa ritirata del Generale Verdier.

La disfatta degl'Imperiali stata era in questo il segnale della sollevazione.

Le genti al suono della vicina battaglia eran su pei circostanti monti a veder concorso. Su’ tetti delle vicine terre, sulle alture e le colline gente affollata d’ogni sesso ed età rimasta era quasi da anfiteatro ad osservare. Con animo dubbio e con diverse speranze e voti diversi or maravigliati, ora spaventati alle vicende della combattuta giornata assistevano. Visti poi sconfitti i Francesi, gridavan tutti ed altamente il nome del Re. Rizzavansi in piè ferocemente, impugnando le armi, i Calabresi. Molto l’ardire, moltissimi i mezzi, sommo l’entusiasmo e le speranze. La plebe, che tale è l’indole sua, insaniva; poiché ne’ torbidi e nei tumulti sempre spera, ed ogni nuova cosa brama in odio del presente. Maraviglia quindi non è che gente povera e speranzosa, che vita ritraeva da questi rivolgimenti, l'utile proprio stimasse esser l’util della causa che difendeva. Nel momento stesso della battaglia solleva vasi la città del Pizzo, fattosi capo a pochi arditissimi un Giovanni Agliotta,con miserabile uccisione di alquanti Polacchi colà stanziati. Nicastro e Scigliano, paesi assai popolosi, messi sulla strada da Cosenza a Monteleone, sollevavansi al tempo stesso troncando ogni via al Reynier, ed ogni soccorso dalla Calabria citeriore.

Accorrevano i popolani de’ luoghi circostanti sul campo ove erasi vinta la battaglia, e molti, orribile a dirsi, uccideano dei moribondi, chiedenti invano un sorso d’acqua per l’arsura delle ferite.

Da’ più lontani borghi venian le popolazioni animate dall’ardor che pareva universale nell’ajutare i Regi. Facendosi incontro al Generale Inglese, immobile sul campo di battaglia, secolui congratulavansi dell’ottenuta vittoria, offrendosi tutti a voler armata mano difender la causa del Re. Le istigazioni de’ Capitani Brittannici, perché i Calabresi corresser alle armi, i frequenti messi che magnificavano colle parole le forze Inglesi, le promesse e le carezze fatte da’ capi ad adescar i più arditi e gli animi già più inviperiti, efficacemente operarono. Di modo che tutti e presto si levarono a rumore. Ma molti eran malandrini gittati alla strada, vogliosi di rapina e di particolari vendette che devastavano ogni cosa, ovunque passavano. Non importava a costoro, né di Francesi né d’Inglesi, uomini di mal affare come erano, solo intenti al sacco ed al sangue. Sempre suolsi da cotal gente ne’ torbidi insidiar a chi possiede. Molti di costoro d’animo e di complessione fortissimi, d’indole prava e malefica, indegni della causa che difendevano o di qualsivoglia altra, ad ingrossar le masse affluivano ed a merito solo di ribalderia.

II. Dalle più profonde valli ed aspri monti, fidati alla pratica de’ luoghi, uscivan adunque i sollevati al primo udir della perduta battaglia. Con improviso impeto scagliavansi contro gl’Imperiali, e col numero e coll’ardire li opprimevano. Giaceva nella pianura di Soveria a’ confini della Calabria citeriore, vecchio editino, nel quale stanziava buona mano di Francesi per fornir le scorte e tenere in soggezione le vicine borgate, dacché stati eran messi a pezzi i primi soldati. Ma nel dì stesso della battaglia si videro ad un tratto assaliti da’ popolani dei dintorni. Il Comandante, il quale avuta ancor non avea notizia dei disastri di S. Eufemia, non sapea che cosa volesse dire. Ma conoscendo benissimo che era forza risolversi, abbenché il luogo fosse spoglio d’ogni difesa, dispose i suoi a combattere. Opposero valida resistenza, e molti uccisero degli assalitori, ma finite le munizioni, furono oppressi e di tutti fatto orribil macello. Alcuni distaccamenti, in cammino per condursi a rinforzar l’esercito, o che erano in luoghi isolati, furono ugualmente o respinti o disfatti. Una compagnia di Polacchi che scendea da Platania veniva al tempo stesso assalita ed oppressa. Una grossa mano di soldati del 42° di ordinanza sotto il comando d’un Chevillard, volendo indietreggiare da Stilo, pugnò disperatamente, ma caduto un gran numero e mancate le munizioni, si arrese. Né sofferse, con unico esempio, altro danno. I dispersi o fuggitivi, caduti in mano agl’insorti, spietatamente messi a morte. Alcune bande gareggiavan perciò in opere di furore e crudeltà, corrompendo così i frutti della sollevazione, e molti disgustando dei più infervorati nella causa reale. Molti per gratuirsi il vincitore e far palese il loro zelo pel Re, non contenti a levarsi in armi ed al venir essi stessi, conducevan prigionieri quanti Francesi aver potean fra le mani. E molti così degl’imperiali a certa morte sfuggivano. Que’ che fuggendo si eran ridotti in Monteleone, fatti nel dì appresso prigionieri dagl’Inglesi, sottraevansi così alla rabbia de’ sollevati. Facea, tuttoché spesso vanamente, ogni sforzo Stuard per torre agli ultimi strazi di quelle selvatiche furie i mal arrivati Francesi; ma le turbe eran invelinite. Promettea perciò ducati sei per ogni soldato, per ogni uffiziale venti, ed allora molti degl’Imperiali non abili a resistere, e perduti i migliori dei loro, rimetteansi, deposte le armi, in potestà de’ sollevati.

III. Or si ritiravano da Maida i vinti e sconfortati Francesi, movendo per la dritta del Lamato Digouet, Peyrì pella sinistra cogli Svizzeri e Polacchi, il rimanente per l’arido letto del fiume. I cavalieri, messo piede a terra, trasportavano su’ loro cavalli, i molti gravemente feriti.

Procedean a capo chino silenziosi e lentamente. L’addolorava sopra ogni dire il vedersi vinti dagl’inglesi, bersaglio di quotidiane derisioni, quasi di loro resistere incapaci. Non stimò Reynier di poter riparar in Cosenza, temendo sul fianco i vittoriosi Brittannici, di fronte in aspri e difficili luoghi le bollenti popolazioni.

Mandava però a quella volta un Iasmin de Bermey, aiutante del Principe, a ragguagliar sollecitamente Verdier del sinistro toccato, ed a recar in Napoli le infauste novelle. Commetteva al Verdier che per qualunque via e con ogni pericolo, si mettesse a venir verso il Jonio. Disegnava, congiunte le schiere, di far testa e se si placasse fortuna, di andar ad assalir i nemici. Fatto questo, procedeva adunque in ver Marcellinara, piccolo borgo che impugnate avea le armi al solo udirlo venuto alle mani cogl’Inglesi. Tentava così aprirsi una via pei luoghi piani messi sul Jonio. Or siccome iva appressandosi a quella borgata una banda di sollevati, scambiando gl’Imperiali, agli abiti rossi degli Svizzeri, per Inglesi, e credendo andar incontro ai vincitori, mosse con festose grida ed agitando i lunghi nastri de’ cappelli. E non furon fatti accorti dell’inganno che da una scarica fetta loro addosso che tolse di vita alcuni e molti più feriva.

Rinvenuti dal primo stupore, risposero con una grandine di colpi e poscia, dopo breve combattere, su per le rupi si disciolsero. Dispersa così quella banda, giungevan i Francesi a riposar in Marcellinara al declinar della disastrosa giornata, ma nel bel mezzo della notte, stando Reynier sempre in grave apprensione d’essere raggiunto dai Napolitani staccati dagl’inglesi ad inseguirlo, prese le mosse per il Jonio. Passava per istrado malagevoli e paesi ignudi e spogliati di tutte le cose necessarie. Giunto finalmente in sulle spiagge imbarcar faceva i feriti, che eran doloroso ingombro, e li avviava in Taranto. Durante il cammino venne nuovamente scambiato per Stuard da una deputazione di montanari che fervorosamente aringava, congratulandosi seco lui della vinta battaglia. Fremeano i circostanti Francesi; ma ei l’udia pacatamente come quegli ch’era di mite e generosa natura e coprendo la scontentezza dell’animo colle solito dimostrazioni dell’amor della pace, li congedò senza trarli d’inganno. Vicino essendo a Catanzaro, ed avendo avuto notizie che gli animi vi orano commossi, pensò provveder i suoi di viveri e con la presenza contener ogni moto. Lasciato dunque che la sua legione progredisse, e’ con alquanti cavalli si portò nella città. Ma non vi si tenne gran pezza e ripartì in sembianza di fuggitivo. Ed allora i popolani incominciaron a tumultuare, facendosi sulle mura ed insultando a’ fuggenti. Poscia nel fango delle vie il vessillo Francese, ch’era rizzato sulla piazza, trascinavano. Era in mezzo a quel moto avventatissimo una donna, che sperava, colla cacciata dei Francesi, riacquistar il marito che militava in Sicilia. Vista la gravezza del caso, volendo Reynier mostrarsi tuttora vivo con non lasciar sì importante città nelle mani dei sollevati, spediva indietro Digouet, il quale vi avea avuto il comando e conosceva come i più influenti tenesser per lo parti francesi. Corsevi questo con buona mano di fanti o giunto appena mise le mani addosso a’ più avventati e taluni fé moschettare. Alla donna riuscì, mutate le vesti, il fuggire. Ogni cosa parea quietata; ed egli partiva. Ma non prima si allontanò dalla città, che l’incendio proruppe nuovamente.

Digouet, ascoltando più lo sdegno che la prudenza, si volse tosto nuovamente indietro e minacciava di dar la città alle fiamme. E parve o finse calmarsi a’ prieghi dei principali cittadini. I quali subito gli furon attorno per disarmarne l’ira. Rimasevi alquanto, sinché a lui parve d’aver incusso sufficiente terrore. Dato così a diveder che i Francesi fosser sempre potenti da trar vendetta d’ogni più lieve moto, frettolosamente partì.

IV. Reynier intanto proseguiva il cammino. Accorrevan da paesi circostanti i sollevati e givan osservando i movimenti di lui per veder come si scoprisse occasione o sito dove opprimerlo. Il seguivan passo a passo e ferocemente rincalzavano.

E come vedeanlo giunto nelli difficili dintorni di Cutro, assalivan la retroguardia che custodiva tuttora molti feriti. Respinti, dopo ostinato combattere, ritornavan alle alture. Era una guerra spaventosa. Suonavan o stormo le campane di tutti i casali, su tutti i campanili sventolavan le insegne del Re, continuo il rimbombo delle armi, i gridi di uomini, di donne, di vecchi, di fanciulli ordinati e combattenti tutti, chi con sassi, chi con armi da fuoco, chi con ronche e scuri. Echeggiavano i monti d’intorno, ripercossi da tanto rumore ed orrore al sangue accrescevano.

Giungea finalmente Reynier, non raggiunto per somma ventura da’ perseguenti regolari, in Cotrone. Di là spedia tosto il primo reggimento ad Isola, perché gli abitanti di quella borgata, fermate avean le barche che i feriti trasportavano. Nel bollor della sollevazione ne avean taluni messi a pezzi. Riprovevol atto di ferocia certamente contro inermi nemici. Ma tra i partigiani di siffatte guerre v'ha molti che portate avrebber sul patibolo la testa. L’anarchia del momento gl’incoraggia e tutela. Siffatti uomini produr non sanno il bene mai, o prodotto, il macchian coi delitti. Or giungean gl’Imperiali ad Isola, e gli abitanti facean sembiante di volersi difendere. Dato avea ordine Reynier che IL cacciassero colle artiglierie ed ardessero la terra ad esempio. Dopo viva resistenza, vi penetravan i Francesi é davanla alle fiamme. Queste subito si apprendevano, l’incendio si propagava, quasi tutta la terra fu consumata. Gli abitanti si davan a vagare ed a ricovrarsi ne’ loro ricetti, attendendo ed affrettando l’occasione alla vendetta. Arse anche molto paese all’intorno per opera degli stessi Calabresi, perché levar voleano al nemico qualunque comodità. Ma a Reynier cresceva il coraggio con la sinistra fortuna. Imbarcava i nuovi feriti, ordinava gli ospedali ed assicurava le artiglierie in Cotrone. Poscia proseguia nel cammino.

V. Tutti i paesi de’ dintorni lo stendardo reale inalberavano. Le bande, non che tenerlo in rispetto, lo stringeano. Ma non sen mostrava commosso ed i soldati con l’esempio confortava. Diversa però la condizione dei combattenti pel numero, la perizia e la qualità delle armi. Eran i Calabresi molto superiori di numero, ma per mancanza di concordia e disciplina assai fiacchi. Gli armati andavan e venivano come loro pareva meglio. Taluni lasciavan il campo, altri sottentravano; sicché ordine non v era, né stabilità. I capi non eran gran fatto disposti ad unirsi e marciar lontano da’ propri contadi; ognuno e comandar voleva e fare a suo modo, pochissimi o niuno obbedire. Né forza vi era che tener li potesse in freno. Gli stipendì promessi alle compagnie d’armi non pagati, perché difficile il farlo a torme numerose e senza ordine. I mezzi e le sussistenze a gran pezza sufficienti nei propri contadi, scarse o niune in paesi dalla guerra devastati. D’armi e munizioni grandemente difettavano. Abbenché dunque tutti in armi fossero, quella forza non avean che ottenuta avrebber raccolti per centurie. Ma a tutto sopperivan il coraggio, l’audacia, la pertinacia delle menti, il calor delle parti, l’odio contro gli stranieri che tutti avean grandissimo. Reynier dall’altro canto avea soldati espertissimi, usi alle fatiche ed a’ pericoli, di munizioni e d’armi d’ogni maniera abbondanti. Le une dunque schiere tumultuarie, le altre obbedientissime che combattuto avean contro gli eserciti più agguerriti. Or attentamente osservando, faceasi accorto Reynier che imbattuto erasi nel suo cammino in bande sempre nuove, quasi si dasser lo scambio. Mentre tanti eran i sollevati, non era forzato a combatter se non le bande de’ più vicini contadi. Si convinse da tal fatto che concorde la sollevazione, concordi non eran le forze. Conoscea poi per esperienza come la moltitudine, la diversità dei fini, i dispareri e lo gelosie producono. Un ardito Capitano può occorer così alle loro forze con poca mano di obbedienti e valorosi. Spesso riuscir con somma lode vincitore. Abbenché dunque sommassero a meglio di ventimila quei che l’accerchiavano, ed ei non avesse che poco più di tremila combattenti, volse il pensiero in altri disegni. Giudicò che difender potesse Catanzaro e Cotrone, tener in freno buona parte delle Calabrie, ed impedir che Napolitani e Brittanici meglio ordinasser la sollevazione. Onde, spedito prima, con gravissimo rischio il Lebrun, perché facesse noto al Verdier questa sua determinazione, ordinò un movimento retrogrado per Belcastro e Cropani per alla volta di Catanzaro.

VI. Ma quale che fosse quest’opinion pigliata dal Reynier, durante questa mossa ebbe molto a patire. La perseveranza ed il valor degl’Imperiali fur novellamente messi a dure prove. Il caldo di stagione in quei dì e quei luoghi eccessivo, l'ardente sete, la stanchezza del cammino opprimeanli. Ogni passo, ogni borgo superar dovean combattendo. Vinti da lassezza, da’ capi venivan trascinati, gli Svizzeri percossi per far che nelle mani dei perseguitanti non cadessero. Giungendo a qualche rigagnolo, impedir non si potea che vi si gettassero per tracannar con avidità poca acqua e malsana. Vedean frattanto su pei dirupi, a’ fianchi della strada correr gl’insorti e prevenirli ne’ paesi ed ordinar nuove resistenze. Taluni più arditi si aggiravan su’ lati, discosti appena un trar di schioppo, gridando ed imprecando. Salivan le donne ed i fanciulli su per le balze per osservarli a passare, mandando acutissimi gridi, additando, e interrogando a vicenda. Ed ove le vie da’ fossati o fiumi si attraversavano, tutti popolarmente li fermavano e combatteano. Spesso donne e fanciulli, uomini valorosissimi, per malagevolezza di passi, uccidevano. Operosi dalle alture i Calabresi a caricarli di fianco co’ sassi; ad affligerli vieppiù potentemente le donne. Pareva a tutti un ricovero di fortuna, per cui speravan rimanere del tutto liberi dall’odiato impero. Alla fine in mezzo a tanti stenti e pericoli gli stanchi e tribolati Imperiali ad afferrar giungevano la città di Catanzaro. Ma esser vi dovevano in breve alle più dure necessità condotti.

Ricevuti erano con qualche segno di gioia dagli abitanti, perché i possidenti giudicavano tener fermo pe’ Francesi, onde salvar gli averi. Entrava Reynier col suo stato maggiore e l'esercito si accampava nei dintorni sotto il comando or di Peyrì, or di Franceschi: il Digouet per le durate fatiche caduto era infermo. Dall’alto di Tiriolo correa, scendendo, lingua di terra fiancheggiata da valli. Là dove termina in una erta, a sei miglia dal mare, Catanzaro. Ameno il piano pel quale ci si arriva per case e mura di giardini che formano quasi cinta, lungo l’altura in alcuni punti inaccessibile. La Fiumarella al levante, il Chirurgico a ponente, riuniti a mezzogiorno, quasi la circondano. Il lato occidentale di gran lunga più forte dell’opposto. Una delle cinque porte, quella che mena alle terre interne, difesa da antico e logoro castello. Contava a quei dì Catanzaro oltre 12 mila abitanti. Chiudea viveri a sufficienza da sostentar per alquanto tempo gli armati che la presidiassero. Il molto grano però che dar potea da macinarsi in alcuni molini posti nei valloni, esposti agl'insulti d’arrischiato nemico. L’acqua provenendo dai monti verso il settentrione da poter facilmente esser deviata.

VII. Trova vasi intanto Verdier nei primi giorni di Luglio con novecento fanti in Cosenza. Aveagli Reynier pria di portarsi a Maida scritto di essersi risoluto ad andar a combatter gl’Inglesi. Stesse adunque vigilante, spingesse verso i confini della provincia alcune partite di fanti leggieri a soccorrerlo vinto, ad ajutarlo a compiere la vittoria vincitore. Verdier ubbidiva. Ignorava l’esito della battaglia, quando la novella era già tra il popolo diffusa. L’odio non lasciava trapelarla, benché impossibil fosse contener la gioja di tanti a sì lieto annunzio. Erasi presentato innanzi Amantea parte del naviglio nemico; Sidney Smith lo reggeva. Il quale, non omesso il pensiero d’andare innanzi, sollecitava i suoi e facea le viste di voler calare, se trovasse l’adito facile e la fortuna propizia. La terra era forte e difficil il recarla in poter suo. Perloché, lanciato prima una tempesta di palle, messo aveva a terra il Pezza con buon numero di fuorusciti cho nome di legione della vendetta prendevano. Né sgomentati dalla natura dei luoghi, subito si disponevano a serrarsi addosso al presidio. Composto era questo da una compagnia di fanti Polacchi retta da quel Jakosch che senza ostacolo recato l’aveva in sua mano.. Il quale, veduto comparire il nemico, se ne stava dubbio. Non sapea risolversi né al combattere nò al ritirarsi. Consultavasi coi partigiani della causa Francese, i quali grandemente commossi al vicino pericolo, si raccoglievano intorno a lui. Consigliavanlo, si chiudessero noi Castello, vi si difendessero validamente, non mancherebbero i soccorsi di Cosenza. Altri lo spingevan a proromper all’aperto contro l’incomposta moltitudine, cui di assalir e disperdere prometter si poteva dal valore dei suoi e degli aderenti. Ma non credessi forte abbastanza per resister e meno per offendere. Sbigottito che tumultuando il popolo traesse contro di lui e fulminando le navi dal mare, con pochezza d’animo inescusabile, abbandonava la città.

Apparve immantinente l’utilità del consiglio che con grave sdegno dei Bonapartiani non volle seguire, perciocché non ebbe poco a fare per salvarsi, perduti molti gregari ed un uffiziale sulla strada di Cosenza. Era questo un Gohel quartier mastro, cui nocque il nome di ricco. Perché un Giovanni Morelli, vistolo alquanto indietro alla fuggiasca schiera, gli si avventò contro e d’una archibugiata l'uccise. E bene il Jakosch fu fortunato che gl’insorti noi seguitassero con quella celerità medesima con la quale ei dava indietro. Però che giunto in Carolei, ecco farsegli incontro numeroso stuolo di Borboniani, che intendevano a mozzargli il cammino. Forte e lunga fu la difesa, ma serrandoglisi addosso semprepiù i nemici, stanche e sceme le forze vedeasi la sua schiera ormai vicina ad esser tagliata a pezzi o fetta prigioniera.

In questo giunto era in Cosenza Jasmin, recando gli ordini di Reynier, e da lui Verdier ascoltava della perduta battaglia. E non prima seppe con quanta sinistra fortuna combattuto si fosse, che circondato si vide da’ sollevati. Bollentissima soprattutto. era la sollevazione ne’ casali, nido di gente armigera e ferocissima. Ma né per veder chiusa la strada ad ogni soccorso ed il paese tutt’allo intomo aver mutato fede, né per la debolezza della città ed il poco numero dei suoi, Verdier si perdè di animo.

Tutte le terre vicine risuonavano il nome del Re, ed egli, prese le armi, si accingeva a muovere contro alcuna per forzarla all’ubbidienza. Ma sull’uscire istesso della città venne vigorosamente assalito e ricacciato entro. In quel punto stesso udiva i disastri d’Amantea. Il pericolo stringeva, onde quei soldati ponessero giù le armi.

Gl’infortuni presenti non gli toglievano né la mente, né la fortezza dell’animo. I Calabresi eran padroni de’ passi e li guardavano gelosamente, ma ei si deliberò a far nuovo impeto e veder se potesse colla presenza e coll’opera ristorar la fortuna. Saltò dunque fuori. Piovevan addosso a lui ogni sorta d’armi. Ma prevalendo il valore ordinato alla rabbia disordinata, si fé strada ed arrivò all’alba sopra Carolei.

La schiera di Jakosch che da 24 ore facea una viril difesa, non senza grave uccisione di nemici, stanca era e presso a soccombere. In punto sopraggiungeva l’aiuto. Spinse gl’insorti Verdier ed a ritrarsi in fretta li costrinse, ed i suoi poneva in salvo, conducendoli a’ luoghi sicuri.

VIII. Tornato in Cosenza, le strettezze si accrescevano. Ben disfaceva questo e quel nido d’insorti, ma ogni cosa vestiva semprepiù sembianza di nemico calore: era odio irreconciliabile. Crescevan gl’insorti ogni giorno di numero e di ardire. Sbucavan a far continue correrie, continuavan a trascorrer alle enormità più condannabili, divenian sempre più pericolosi. Ogni dì poi combatter e respingere dovea, egli che valorosissimo era, alla testa dei suoi migliaja di montanari, che a sterminar gl’Imperiali calavano. Pensar non poteva senza sdegno che i Francesi fossero strettamente assediati, essi che dato aveano tanti esempi di superiorità e di valore. Sovrastava anche stretta necessità di vettovaglie e di munizioni. Non si restava perciò di andar considerando qual fosse il miglior consiglio per istrigarsi da tali difficoltà. Diverrebber, pensava, tra poco intollerabili. E già i Calabresi, usando occasione e perizia di luoghi, a prevaler cominciavano. Ed essi acquistavan maggior animo ed esperienza, gl’Imperiali maggior rabbia e maraviglia. Le torme indisciplinate l'insolenza e l’ardire traggon da’ prosperi eventi, i regolari sconforto da’ mancati disegni di guerra. Ebbe nuovamente il pensiero di saltar fuori, far empito ed assaltar i nemici coi suoi che ardevano di levarsi dal viso tal macchia. Ma il vederli oppressi dalle fatiche il ratteneva. Molti vedeva dal caldo e dalle malattie a mal termine condotti. Forza era il cedere, ma superar non sapea la vergogna. Grave cordoglio poi l’opprimea di abbandonar numerosi infermi in balia di nemici inviperiti. Ma, dopo qualche tempo, questi pensieri ed altri consimili diedero luogo affatto. Le circostanze presenti tutte le facoltà di Generale come lui occupavano. Fatta perciò ima dieta d’uffiziali, pose il partito del ritirarsi. Consideravan adunque: i nemici farsi più numerosi ed audaci, scemar i viveri e le munizioni, non potersi conservar la città, e presto in facoltà loro il ritirarsi non conserverebbero. Pria che la loro schiera portasse maggior pericolo, si attraversasse il folto stuolo di nemici. Ignorar essi da altra parte le mosse degl’Inglesi e Reynier per migliori disegni di guerra chiamarli sul Jonio. Vinti, abbandonar non che Cosenza le Calabrie dovrebbero; vincitori, le rioccuperebbero. Mossi da queste ragioni, di vuotar tosto la città e di ritirarsi sopra Cassano conchiudevano.

IX. Fatti dunque in fretta gli apparecchi, ogni cosa presto fu in pronto. Segretamente fé il Verdier avvertire gli affezionati alla causa francese perché a seguirlo si disponessero. Nominò una deputazion fra nobili, preti e possidenti, la quale le vite degl’infermi soldati custodisse. Prese nel tempo alquanti ostaggi per menarli seco a maggior sicurtà. Lasciava ad essa un bando da affiggersi all’alba, col quale minacciava al vicino suo ritorno crudele vendetta, se un sol fra gl’infermi venisse molestato. E come eran nella città molti carcerati, gente arrischiata e feroce, temendo che, partito lui, non avesser a cagionar estremi danni, prese il rischioso partito di menarli seco. La notte non si dormì per cagioni contrarie. I sollevati in feste, i Francesi con voci interrotte si aggiravan intorno alla città, spiando cogli occhi aperti anzi che desti. Finalmente davasi il segno e partivano.

X. Era la notte del 13 Luglio, muovevan con grandissimo silenzio, prima i fanti Polacchi, appresso il 14° dei fanti leggieri. L’ingordigia dei sollevati che lasciavan l’invigilare per predare, in sulle prime li ajutò. Ma trovarono passi e tanto intricati e difficili che sopraggiunse l’alba innanzi che potessero molto dilungarsi. Giunti nel Vallo, infestati allora erano e tribolati da nugoli di popolani che traevan senza posa. Giungean a Tarsia, trista terra e misera dal continuo transitar soldatesco. Gl’insorti l’avean preceduti e cercavan loro di chiudere il varco. Grave il rischio del combattere, ma fatale. S’accendea combattimento di più ore, nel quale la rabbia ed il numero la bravura e la disciplina bilanciavano. S’aprivan finalmente fulminate le bande, e davan luogo. Verdier innanzi, sempre assalito e sempre respingendo, procedeva. Spesso vedea metter a spietata morte feriti e stanchi, di fuggire incapaci e di stare, or cadenti, or rialzantisi, e sotto gli occhi dei soldati impotenti a vendetta. Temendo di vedersi circondato ed assalito nuovamente, gli fu forza sciogliere i carcerati e dar loro la libertà. A molti minacciava, ad altri la misericordia raccomandava. Parole al vento. Fra questi era quel Giovan Battista De Michele di Longobardi, che ben presto riuscir dovea a’ Francesi infestissimo. Verdier ignorava come intinto fosse in tutte le segrete pratiche sin allora tenute per la sollevazione. Ma oltre che uccider alcuno parca turpe ed eccessivo, temevasi lo scempio dei lasciati nell’ospedal di Cosenza. Stette dunque contento al liberarlo con giuramento che non desterebbe turbolenze. Verdier noi conosceva. Rimosso quest’impedimento, affrettava il cammino. Se spinto allora si fosse più verso le marine, dove pensava ch’esser dovesse ormai Reynier, che in quello stesso giorno s’impadroniva d’Isola, giunger forse avrebbe potuto a Rossano. Facile allora gli sarebbe riuscito di mettersi in comunicazione. Ma sia per la difficilezza delle strade, sia pel combattimento di Tarsia che l’avea assai indebolito, disperò di sostenere se stesso non che altrui, e mosso sopra Cassano.

XI. Ricca e popolosa è Cassano, che sollevata si era al primo annunzio della sciagura francese a S. Eufemia.

E perché trar volevano i sollevati la loro sicurezza dal troncar ogni mezzo di conciliazione, metteano spietatamente a morte gl’Imperiali che erano nell’ospedale. Vi giungea Verdier dopo lungo e faticoso cammino, ed ivi proponevasi di far testa, sinché a lui si potesse congiungere Reynier coi suoi, e comporre cosi una forte schiera, colla quale chiuder il varco alle altre provincie. Molti delle bande disperse a Tarsia eran velocemente intanto con largo giro e traviati sentieri a congiungersi venuti in Cassano. Guidavali un Prete a nome Ignazio Morzilli col padre e col fratello che tutti prese avean le armi a Turzano loro patria, uno dei più bollenti casali di Cosenza. I primi dell’avanguardia francese vennero da costoro assaliti, e chi non fu morto, fu preso e menato in trionfo. Dissimulava Verdier, e fingea calar a patti, chiedendo libero il passo per riparar nelle Puglie. Un Prete a nome de Luca, uscito dalla città, legava le pratiche e già si avviava con un uffiziale ed un tamburino a recar parole di pace, quando un subito nembo di palle l’avvertiva della fede che doveano porre nei sollevati. Verdier si risolveva a vincerla colla forza. Stanchi si mostravano e sconfidati i soldati. I nemici vedean in fiero aspetto ed in gran numero: esitavan alquanto. Li esortava Verdier: un momento di esitazione stato sarebbe il loro esterminio, non esser la prima volta che essi pochi prodi vinto avesser numerose bande raunaticcie, atte alla marra più che alle armi; quanto più disperatamente, più sicuramente combatterebbero. Infiammava così gli animi loro, poi dato di piglio ad un moschetto, si spingeva innanzi alla testa de’ suoi. Era costui veramente soldato, e di gregario nelle guerre d’Italia e d’Egitto, venuto Generale. Presso la città si accendeva la pugna. Gridavano i Calabresi esser morto Reynier, e morti o presi tutt’i suoi sotto Cotrone; morrebbero ora con Verdier i rimanenti sotto Cassano. Ignari e dubbiosi del fatto, ne avean orrore i soldati e più furiosamente menavan le mani. Sul disuguale ed ingombro terreno, attissimi a combatter alla leggiera, facean gl’insorti aspra contesa. Fugati, ritornavano; cacciati, si appiattavano; rotti, divenivan più feroci e disperatamente traevano. Verdier, visto il momento opportuno, divideva e spingeva i pochi suoi cavalli, parte costeggiando un ruscello, le Caldare, che nasce a piè delle mura, parte per la sinistra, circuendo la città pel disotto: ei fece empito per la strada consolare. A tal insta sgomentavan gl’indisciplinati nemici, ed inchiodati quattro piccoli cannoni che postati avean contro gl’Imperiali, si disperdevano. I Francesi, penetrati nella città la saccheggiavano. Davan alle fiamme diversi edilìzi, da' quali più ferocemente si era loro fatto fuoco addosso. Ma non per questo Verdier si tenne sicuro, ché i nemici, correndo semprepiù da’ paesi circostanti, ingrossavano. E nel corso dello stesso dì un Michele Campagua di Castrovillari, sopraggiuuto colla sua torma, assalito aveva e con molto sangue gl’Imperiali postati ai Cappuccini, convento che forte propugnaci si stimava.

XIII. Preso dunque alquanto riposo, proseguiva la ritirata fra gli stessi stenti, non sicuro stimandosi in Cassano, sin a Matera. Dopo sette giorni di penoso cammino, trovavansi gl’Imperiali appena al numero di circa seicento di novecento e più che eran prima. Né potrebbesi descrivere di leggieri le fatiche e gli stenti ch’ebbero a sopportare. Laceri, senza bagagli, taluni senza armi, la miglior parte malati, molti feriti, tutti spossati ed esinaniti. Qui si mettean in comunicazione col Generale Ottavi, accorso dalle Puglie, e qui attendean i soccorsi di Napoli.


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L2-CAPITOLO III

Strettezze del Reynier in Catanzaro — Enormezze de'  sollevati, vendette de'  Francesi ed umanità del generale Stuard. — Risoluti comandi da Napoli e nuovi dolori e disastri de’ Francesi. — Ruine delle terre Calabresi.

Opportuno parmi, ripigliando più addietro, dir qual fosse intanto la situazione di Reynier, il quale, dopo molti stenti e pericoli entrato alfine in Catanzaro, sembrava fermo di volervisi mantenere. Stavangli però i sollevati alle fauci. Rumoreggiavan sempre i paesi d’intorno, i montanari a stormi nuovamente dai vicini monti calavano. Divenuti eran confidentissimi e baldanzosi ai primi riguardi della fortuna. Que’ soldati stato loro cagione di sospetto e di timore, pareva avesser a diventar loro preda. Sopraggiungean il Genialitz, ed altri capi col Papasedero da numerosa ed arrischiatissima gente seguiti. Ad insultar ogni dì venian il campo Francese. A quest’imprese i capi e le scialuppe Inglesi l’incitavano. Volteggiavano queste per le marine, tenendoli desti e molestando coi spessi tiri ovunque i Francesi passavano. Messo si era a capo di folta schiera Genialitz; dal nome di capitano Inglese moltissima per lui la venerazione e la cieca ubbidienza, molta l’autorità della sua voce. Gli uomini di quei contadi a lui per ogni lato accorrevano. Voler diceano combatter con lui in pro del Re e della religione, contro gli eretici. Abbracciava ei già col pensiero e colla speranza la possessione dello Calabrie. Pareagli non doversi rallentar un sì fortunoso corso di vittoria. Coraggioso, spesso temerario, spingeali ogni dì a nuovi assalti ed insulti contro il campo. Si cacciò sì innanzi un dì che, dopo alcune ore d’accanito combattere, giungea ad incendiare i molini dei valloni. Primo in queste fazioni, da uomo rischioso ch’egli era, non mai avveniva che fosse da pericoli ributtato. Comportar non potè Reynier che sin presso la città l’assalissero. Perché non mancasse l’animo ai suoi, volle torsi quella spina dagli occhi, e comandò i vicini paesi si assalissero. E furon allora lotte asprissime e feroci. Tristo spettacolo la devastazione e l’incendio di Cicala. Ferocissimo l’assalto di Tiriolo, per sito in espugnabile o atto con poca fatica a divenirlo. Posto a cavallo degli Appennini nella parte più angusta delle Calabrie, guarda la vasta estensione dei due mari.

Separato era a quei dì dall’altre terre da un andirivieno di precipizi e dirupi, così sul di dietro come su’ fianchi. Messo quasi fra un mucchio di gruppi sporgea da quelle aspre giogaie di monti dopo un pendio erto, malagevole e continuo. In esso raccolti gl’insorti di Marcellinara. Giunti dopo faticoso cammino, l’assalivan con rabbia gl’Imperiali, con feroce ostinazione quei di dentro si difendeano. Ma i granatieri, puntate le baionette, vi penetrarono, mettendo tutto a sangue ed a fuoco.

II. In questi continui assalti, abbenché riuscisser vincitori, pure i Francesi moltissimi de’ loro perdevano. Le malattie spaventosamente aumentavano, l’incendio dei molini minacciava diffamarli. Le condizioni di Reynier critiche oltremodo. Né le molina a braccio, che in questo mezzo avea fatto apparecchiare, bastanti a tanta necessità. Veder si poteva vicino a morire di fame fra l’abbondanza e stava perciò con molta ansietà su quanto fosse per succedere. In tale stato l’andar ed il rimanere pericoloso dei pari, conoscendo in quanto pericolo versasse. Il continuare a starsene, era un esporsi ad inevitabile ruina; il ritirarsi nuovamente con baldanzose torme a’ fianchi ed alla coda, oltremodo malagevole. Aggiungeasi pure a render più gravi le sue apprensioni, l’udire sbarcati di Sicilia col Brodrick e col Fioresta i regolari Napolitani che movean alla sua volta celeramente. Un nuovo bando cacciato dallo Stuard gli annunziava che anch’esso cominciava a risentirsi. Tornea l’Inglese che i rigori degl’Imperiali non arrestasser lo slancio delle popolazioni, epperò annunziava: essere a lui note le atrocità, gl’incendi, le devastazioni dei soldati Francesi e lor partigiani. Di tali orrori non aver dato l’esempio gl’Inglesi, serbato l’ordine in ogni dove e frenate le vendette; aver co’ danari ei stesso la vita a più centinaja di Francesi riscattato. Avvertissero però i capi esser nelle sue mani meglio che tremila prigionieri, se non desistessero dalle ruine, suo malgrado a crudeli rappresaglie ricorrerebbe. Quel manifesto accrescea le apprensioni del Reynier, sebbene alle minacce fé non aggiustasse. A à stretti termini condotto, pure a tutte le cose prowedea. Non rifiutava alcun carico o fatica, dove un valore accendendo, e dove un pericolo soccorrendo. Impaziente cercava il destro di far rilevata prova e non poteva; distrigarsi dalle difficoltà presenti non sapea.

III. Eran vicini a terminarsi le mulina a secco, quando ordini da Napoli di ritirarsi sopra Cassano gli giungevano. Recavali un emissario mandato a gran fretta. Corso avea tremendi pericoli, traversando per mezzo alle popolazioni sollevate. Ma procedendo cautamente ed affrettando il viaggio con più impazienza che alacrità, andato era a guida de’ più riposti sentieri. Verdier trattenuto avea l’uffizial che da Napoli li recava ed aperte le lettere per veder se portassero alcun ordine a lui diretto. Poscia, aggiuntavi la narrazione di quanto a lui era avvenuto, affidò a due emissari lo spaventoso incarico. Un solo raggiunse Reynier, il quale pensò alcun poco se quegli ordini facesse noti a’ suoi, se fosse meglio ubbidire, o piantar quivi la sede della guerra. Ma considerato i pochi soldati, la gran rotta, la temerità de’ nemici, deliberò col danno di una terra salvar i suoi.

I dispacci adunque pose innanzi agli occhi d’un Consiglio. Al Principe Giuseppe, dicevasi nelle lettere, esser palesi i particolari dello sbarco, i preparativi, gli ordini della battaglia, e come vivamente tocco, anzi stupito fosse a quanto era accaduto. La legione tutta, ed il. primo reggimento di fanti leggieri principalmente, avrebbe dovuto ricordar che sino a quel dì era stata invitta. Farebbe che l’imperatore ignorasse tanta sventura, sinché tutti non si fossero risovvenuti d’esser Francesi. Proseguendo, accennavan quelle lettere una schiera di mil dugento scelti Imperiali essere spediti in presto ajuto a Verdier ed accorrerebbero a Cassano. Ove bisogno fosse, altre schiere innoverebbero. Facesse dunque testa al nemico, ove il potesse senza pericolo; non si avventurasse, temendo di sinistro; vuotasse la città, si ritirasse su a Cassano, donde poi tutti insieme si slancerebbero a ricacciar gl’inglesi in Sicilia. Dasse subito nuove di sue condizioni. A questa lettera erano uniti gli ordini dati alla schiera che moveva in ajuto di Verdier, perché ne conoscesse le mosse e nelle sue determinazioni si governasse. Lette le quali cose, stettero tutti muti ed addolorati, commossi sino alle lagrime a’ non meritati rimproveri. Posto poscia dal Reynier, placido in volto e sereno, il partito, tutti opinarono di vuotar sollecitamente la città.

Ogni cosa fu subitamente in moto per la partenza, e vidersi i Francesi difilarsi e porre su carri le armi e gli arnesi. Generale fu la costernazione a tal novella nella città. I partigiani e più i possidenti si vedean ad un tratto esposti senza difesa alla ferocia de’ sollevati. Sicché ciascuno correa, dimandava, si affliggea; ad ogni voce, ad ogni cenno, preso da terribile spavento, gli occhi, e le orecchie intente. Intorno al Reynier molti piangevano, pregavan molti, taluni esortavan e sin minacciavan perché non li abbandonasse. Ma forza gli era di ubbidire. Pietà lo stringea della città, ma al danno aggiunger l’inganno non voloa. Mentire sdegnò speranze troppo sicure. Parlato della grandezza della Francia, ad accomodarsi alla condizione dei tempi, di calar a patti, onde salvarsi da imminente eccidio, li esortava. La maraviglia diede luogo al dolore e presto fu un tumultuoso consultarsi, un esitar tra il fuggir o il restare, un radunarsi di donne, un. darsi delle mani fra capelli. La città, fu piena di doglianze d’amici, di pianti e rammarichi di parenti. Spettacol reso più tetro dal correr che si facea per attender alla propria salvezza. Ma non minor il tumulto dei soldati. Portavano espressa nei sembianti e negli atti una cupa costernazione indistintamente tutti. Il proceder celatamente impossibile, gl’insorti stati sarebber della partenza avvertiti. Ma già l’aspettavano. Il secondo emissario del Verdier, caduto era nelle mani del Genialitz e le lettere fatte per le stampe pubblicar in Messina. E qui per ogni dove e ne’ monti eran gridi di gioja: correan già dapertutto annunzi ed inviti.

A’ paesi, che si estendevano più miglia a tondo corrieri si spedivano. Opprimere i Francesi nel loro cammino si dovessero; si levasser a vendetta. Ed a torme i già riposati nuovamente accorrevano. Nunzi inviava il Genialitz ad altri capi, secondo che adatti i luoghi e gli uomini reputava. Nella notte che precedè l’abbandono di Catanzaro, i tanti fuochi che si accesero sulle vicine montagne, per l’illusione prodotta dalla oscurità, davano a divedere a’ Francesi quanti fossero i nemici e qual sorte li attendesse. Dubbiosi stavano se gl’insorti ad impedir loro il cammino non riuscissero. Ma questi, sia che molti pieni di sangue e di preda correr volessero sopra Cosenza, sia che stimasser miglior consiglio di lasciarli ritirare per impadronirsi di Catanzaro, sia tutte queste ragioni insieme, nulla fecero per impedir loro l’uscita. Senza udir pianti, né preghi, dato il segno del partire, Reynier usciva di Catanzaro con poco più di tre mila uomini coi malati e le munizioni a dì 23 Luglio. Menò seco chi volle andare, e seguito fu dal Preside e numeroso stuolo di abitanti ch’eran noti partigiani.

Accortisi della mossa gl’insorti e le navi sottili degl’inglesi, queste al passaggio pel lido, quelli a’ passi tra’  monti li aspettavano. Quante volte per la sinuosità del terreno lungo le spiagge transitavano, le navi fùlminavanli a scaglia; fra le rupi era un nembo di palle. Giungean i Francesi a Cutro, entravano indi a poco a Cotrone. Durante questa marcia ben usavan l’opportunità dei luoghi i Calabresi, molestando il retroguardo, ma con poco frutto. Ripigliate le forze e più da quella guerra scaltriti, i Francesi meglio si guardavano e premunivano. Combattean là dove solo era bisogno e camminavan celeramente, di spigliati veliti tra monti, di cavalli leggieri nelle pianure fiancheggiandosi. In Cotrone Reynier in un sol dì riscuoteva i tributi, approvigionava il Castello, formava un amministrazione, opere difensive tracciava. Era in tutti attività prodigiosa; più che in altri in Sèbe, capitano degl’ingegnieri, del quale l’opera sempre di aiuto grandissimo riusciva. Gl’Inglesi tutto o vedevano o sapevano, ché gli abitanti trovavan modo di riferir tutto e a far qualche audace mossa gl’invitavano. Ma ingannati dalle dimostrazioni di Reynier, non ardiron molestarlo. Ed ei tolto seco il presidio e lasciato Peyrì co’ Polacchi, partiva, affrettando il cammino. Seguianlo quanti per la causa Francese e con soverchio ardore scoperti si erano. Abbandonavan la patria, piangendo fra le salutazioni e gli abbracci e coloro che rimanean e coloro che se ne andavano. Le sceno di Catanzaro si rinnovano. Taluni però in luoghi vicini, portando il mobil più caro, presso congiunti riparavano. Gli altri o a guardia di qualche infermo o per salvar la casa da incendio o per non aver che perder, restavano. A caso i più per acquistare.

V. Tutto sembrava annunziare che Peyrì restar dovesse a presidiar Cotrone, e questo avviso fecer gl’inglesi; ma era un inganno. Come prima giungeva a mezzo corso la notte, riuniva presto presto i suoi, e lasciati alquanti cannonieri sotto il comando del capitano Supley e poca mano di fonti, sen partiva. Seco traeva l’artiglieria leggiera, gl’infermi addossava a’ cavalli del treno, ed a raggiunger Reynier si affrettava. La strada da Cotrone a Cassano naturalmente rotabile è attraversata da’ grossi fiumi Crati, Neeto, Coscile. Altri, non fiumi ma torrenti, di poca importanza. Per essa velocemente camminava Reynier, e traversata vasta pianura coperta di rovi e di spine, a Strangoli giungeva. Audacemente gli abitanti gli negavano viveri ed ingresso. Piccola città è Strangoli sull’erta di scosceso monte, dicono fosse l’antica Petilia presso cui perì Marcello. Avean gli abitanti alle prime novelle della battaglia assaliti i pochi Francesi di presidio e presi, gittavanli in pestifere prigioni. Spedia Reynier diverse volte ad esortarli, desistessero dall’inutile opposizione; ma ne riportò sempre le stesse ripulse. L’assaliva perciò e, presela di viva forza, la dava alle fiamme. Gli eccessi de'  soldati superavan allora gli eccessi degl’insorti. I superstiti del presidio venivano così liberati e si trascinavan dietro l’esercito. Uscia Reynier di Strangoli, molestato vivamente il retroguardo dai Calabresi pronti sempre a causargli danno, e si avviava a Cirò terra messa in sito elevato, dove fermavasi ad attendere Peyri col resto dei suoi. Sia che molti partigiani vi si contassero, sia che l’esempio di Strangoli spaventasse, davan gli abitanti tutto che dimandava il fuggente Francese. Peyri intanto infestato anch’esso nel suo cammino alcuni insorti prendeva e tosto metteva a morte. Traversando Strangoli, vide i crudeli vestigi della vendetta Francese; ma uscitone appena, rinvenia qua e là cadaveri d’Imperiali, trista prova de’ pericoli da Reynier incontrati. Di là a non molto lo raggiunse. Insieme si spingeano innanzi sempre molestati da vivissimi assalti e sempre respingendoli. Al passo de’ fiumi larghi d’alveo e spesso senza ponti, più feroce il contrasto. Prendean finalmente riposo a Rossano.

VI. Amichevole fu con raro e forse unico esempio, l’accoglimento degli abitanti. Lasciati non si eran sgomentar dalle minacce e tenner pei Francesi. Temendo degl’insorti, stati eran sempre a propria tutela colle armi in mano. Ora credean, giunti gl’Imperiali, conseguir sicurezza e riposo. Udendo però che ivan a partire, si feron attorno al Reynier a non abbandonarli scongiurandolo, darebber larga somma di danaro, purché trecento soli rimanessero. Con essi basterebbe loro l’animo di tener in freno i sollevati soprastanti. Ma Reynier ad inalberar lo stendardo reale sino al suo ritorno, esortavali. Scamperebber così da’ vicini disastri, a tempi migliori si serberebbero. Bene o male acquietatili, proseguiva il cammino per terreni rotti e sempre più difficoltosi.

Non spaventata dall’esempio di Strongoli, negò Corigliano l’ingresso. Corigliano sopra un colle a modo di anfiteatro, in cima diruto Castello. Intorno alla città molti insorti d’Atri, S. Demetrio, Longobuco ed altre terre accozzati. Spediva ordini Reynier alla città: si provvedesser di viveri i sopravvegnenti Francesi. Il corpo della città scrivea spartanamente a piede dell’ordine «Vieni e prendi» Reynier si disponeva allora all’assalto. Disperatamente combatteano i Francesi. Vista però la resistenza de’ Calabresi, sperando di trarli fuori, dava ordine Reynier ai suoi si tirassero indietro. Gl’insorti ardimentosi incalzavanlo, ed ei fatto dare alla cavalleria una gran giravolta, li assaliva respingendoli nella città con grave perdita. Ma ogni strada, ogni casa fu disputata con furore. Padroni i Francesi della terra, davansi a trarre, a rapire, a straziare, ed infine metteanla, dicon contro il volere di Reynier, alle fiamme. Non permettendosi poi altra dimora, moveano verso Cassano. Caminavan lungo le spiagge e mettendo a ruba ed a fuoco i borghi resistenti.

VII. A far agevole la ritirata ai Francesi contribuiron gli abitanti di Spezzano, fiorita colonia di Albanesi. Eran a’ quei dì partigiani de’ Francesi pochi più potenti; i molti della causa reale, ma sottoposti. Così sposso i popoli la generosità degli animi volgon in sostegno dei potentati esterni. E questo, della rabbia civile in fuori, partorir non può alcun util effetto. E certamente niun segno maggiore è di forze perdute o indebolite di questo parteggiar per gli stranieri.

Ma più che mancanza di vivaci spiriti era spavento delle enormezze de’ sollevati. Prese avean dunque le armi que’ di Spezzano ed impedito l’alzar dello stendardo reale. I sollevati de’ paesi a tondo di Spezzano mossero ad assalirlo, gli abitanti validamente si difesero. Furon continue affrontate, abbenché poco sanguinose. Così però, per la causa Francese infervorandosi, che le bande corressero a mozzar a Reynier la via di Cassano impedivano. E come prima arrivava un qualche disperso Francese, il ricercavano e colmavano d’ogni sorta di più onesta cortesia, e con ogni segno d’amicizia il guidavano a Cassano, alla quale erasi Reynier avvicinato.

VIII. Partito Verdier, la città caduta ere in arbitrio de’ sollevati. I quali, crudeli verso i partigiani dei Francesi, crudeli verso i possidenti, eran fra loro stessi crudelissimi. Così un Nicola Cavallo, venuto di Cosenza, fece prender di suo comando e porre a morte altro capo a nome Tarsia, sol perché Albanese di Spezzano. Ma Falsetti ch’era maggior negli eserciti reali, giuntovi con settecento dei suoi, inviava il Cavallo in Puglia, frenava altri, dava alquanto di riposo e sicurezza agli abitanti. Come poi vide le fiamme di Corigliano ch’eragli in prospetto, bandiva: gli abitanti riparasser a’ luoghi sicuri, egli rimarrebbe a custodia e difesa della città. E così fu che tutti chi nei campi, chi in Civita, piccola terra non molto discosta, si ricovravano. Giunti poi gli esploratori ad annunziargli il numero dei Francesi, stimò prudente di trarsi da parte anch’esso e su pei monti di Saracena. Movea Reynier verso la città. Gruppi d’armati davan sospetto di resistenza. Laonde comandava a’ fanti leggieri del retroguardo comandati dall’Abbé, guidati dal capitano Delphin, di dar una giravolta, superar l’erta e riuscir loro alle spalle. Ma i sollevati pochi e lasciati più ad esplorar che a resistere, visto occupate le alture ed assaliti aspramente da fronte, feron breve opposizione. Abbandonati i feriti ed alquanti morti, si disperdeano. Entrato in Cassano, Reynier divisava, dopo tanti disagi, riposare. Sicuro ornai stima vasi per la vicinanza della schiera di Verdier che gli stava alle spalle. Chiesti però i viveri e non ottenutili, perché potestà non vi era alcuna, comandava nuovo saccheggio della misera terra. Ma tosto il cessò. Poscia cominciò a far dei trinceramenti nei quali si tenesse riparato. Tutti coloro che gli cadean nelle mani armati, ponea senza misericordia a morte. E furono oltre a cento, i più delle terre vicine.

IX. Finalmente mandò fuori un bando col quale gli abitanti ammoniva e scongiurava. Con pacifici modi, dicea, le vendette d’esercito potente ed irritato allontanassero. Offriva perdono nel tempo stesso a quanti, poste giù le armi, alle case ed all’antica ubbidienza ritornassero; Questo bando riuscì del tutto inutile, giacché pochi, serbando i più le armi all’occasione, rientravano con sicurezza. Poscia spedia Svizzeri e Polacchi con buona mano di cavalli nei dintorni perché, scorazzando la campagna, dasser qualche passo in avanti. Ma ei si mostrava ed era stanco di questa guerra d’esterminio, nella quale quanto altro tempo a durar fosse destinato, ignorava. Ingiungea dunque al Peyri: tenesse i soldati raccolti, a non allontanar i corridori, a non dar destro agli agguati; si fortificasse in un buon posto, non tentasse zuffe dubbie o in seri fatti s’impegnasse. In fine, ritrovato Verdier, ritornasse a congiungersi con lui in Cassano. Uscito appena il Peyri, si rinnovavan le scene di Marcellinara, sorprendendo e fugando grossa banda d’insorti dagli abiti rossi ingannati. Spingessi innanzi sulla strada di Rocca Imperiale, ove trovar credeva il Verdier. Era ben ricevuto a Casalnovo, ma fra Trebisaccia ed Amendolara udia replicati colpi di fucile e vedea poco dopo i cavalli scorridori che, assaliti con impeto, verso lui ripiegavano. Ma la fermezza degli Svizzeri la vinse sul valore delle torme indisciplinate che. eran, dopo non lieve contrasto, respinte.

Urtato dunque riurtava, e facendo impeto innanzi acerbamente, con ruine e stragi dei sofferti travagli vendicavasi. In ciò già i soldati nessun freno aveano, né temperanza serbavano. Sdegnati e vittoriosi non davan quartiere, e quanti caddero prigionieri, menati poi a Cassano, vennero moschettati.

X. Questi esempi di terrore, lungi dal reprimere, le ire sempre più acccendevano. Era un soffiar sempre nuove faville. Memore dei ricordi di Reynier, Peyri non giudicò a proposito assalir Amendolara. Volendo andar con celere passo a congiungersi col Verdier che udiva non esser lontano, tirò dritto il suo cammino. Nel dì seguente s’incontrava nelle prime scolte e qui i soldati dell’uno e dell’altro lato proruppe? in,. alte grida di allegrezza. Gli uffiziali a correre ed abbracciarsi, a piangere di tenerezza i più, non avendo sperato di rivedersi più mai. Pareva loro una gran fortuna l’esser usciti vivi, essi poco prodi stretti ed incalzati da tante moltitudine. Usi a guerre ordinate e pericoli generosi, di questo nembo di nemici implacabili e d’ire furibonde erano sbalorditi. Consultato il Verdier col Peyri sull’avviamento da dar a’ loro, non potendo trattenersi in quei luoghi pieni di pericoli, spingessi il primo nella notte a Roseto, Peyri ai quartieri di Cassano tornava. Iva Franceschi a que’ di Castrovillari. Qui udivan di Massena che moveva in loro soccorso, come vedremo, ed i micidiali combattimenti che aveva già sostenuti.

Così gl’Imperiali dalle durate fatiche e pericoli, e non per lungo tempo, riposavano. Scorso quasi un mese di marce, di fatiche e di stenti, spesso infestati e tribolati, ebbero a patire spesso la fame. Dì quasi non scorse senza lotte, né dì in cui gl’insorti taluni non atterrassero. Perduti così i più valorosi, camminato avean celeramente, abbandonate artiglierie e bagagli in Cotrone. Né i feriti, né gli stanchi si attentavan di riposar pochi passi discosti la coda o i fianchi della schiera. Paventavan d’esser sorpresi e spietatamente messi a morte. Cori taluni, vinti da stanchezza, calore ed ardentissima sete, cadeano.

E non si potrebbe meritevolmente descrivere la loro condizione. Laceri, scalzi, guaste le armi, prostrati nell’animo, cogli sguardi atterrati tacevano. Investiti ed accerchiati si vedean da un nemico quattro volte più numeroso che vincer non si potea, né disperdere. Gonfio del favor della vittoria divenuto era audacissimo; essi ad aspettar soccorsi costretti ed a star in armi di continuo. Pure non tradivan la solita costanza e nessun atto, o parola fecero che degni non li mostrasse di miglior fortuna.

LIBRO TERZO

L3-CAPITOLO I

Le Calabrie tutte in fuoco – Enormezze e crudeltà di alcuni capi – Umanità de possidenti e del clero – Fervore universale a combattere.

Allo sgombramento delle Calabrie si vide quanto saggio stato fosse il consiglio di Reynier di tener fermo anziché cedere. Rischioso consiglio soltanto se fosse stato inseguito e dagl’Inglesi raggiunto. Non fu così tosto uscito da Catanzaro, che Nicola Gualtieri sbarcato collo Stuard e dopo la battaglia raccolti seguaci, vi si avvicinava. Era una schiera di meglio che duemila. Con questi spalleggiati da quei di dentro che al medesimo modo pensavano, e co’ quali aveva avuto intendimento, sen venia correndo a cangiar lo stato a pro del Re. Era la città minacciata di vicino eccidio e si empiva di pianto, di querele, di spavento. I pochi stati restii al partire, cercan ora rifugio nei luoghi più riposti, altri intinti di francesismo nelle case degli affezionati alla causa regia, non pochi trovaron ricovero in quella dell’infelice Rodio. Gualtieri si avvicinava. Il clero, le potestà, i notabili gli uscivano incontro a fargli riverenza e di disarmarne l’ira sperando. Cominciò dal minacciare e chieder riscatto di un milione; ma si venne in chiaro che per milione intendesse ducati 100,000. Calatosi alle preghiere, fu pago di soli 12,000. Ai suoi aderenti dicea essersi inteso trattener per la coda de’ capelli all’entrar della città da S. Vitagliano, protettore, l’immagine del quale era in sulla porta. Ma ai più intimi confidava non reggerli il cuore di mandar a subbisso sì nobile città. E fu severo mantenitor di patti. Frenò quelle avide menti dei suoi seguaci, che metter voleano. a ruba i palagi, ove. il Napoleonide Giuseppe e Reynier stati eran accolti. Un furto di un pollo gastigò di supplizio. L’esempio valse, e finché si trattenne nella città la quiete, non fu turbata.

II. Non avvenia lo stesso nel rimanente delle Calabrie. Al partir dei Francesi da Amantea, prorompea il popolo senza freno, contaminando subito la levata delle insegne regie col sacco e le uccisioni.

Ed accrebbe orrore alle scene di sangue che indi successero la testa del Vicario’ del Vescovo, stimato o ch’era partigian dei Francesi, conficcata ad un palo. Poscia preso ardire del molto concorso di armati a maggiori cose si accinse. Volte che ebbe il Pezza le prore verso Borea il popol elesse a capo Ridolfo Mirabelli, patrizio vissuto sin allora quasi povero e negletto. In esso però nobil natura e benigna risplendea. Tratto dal segreto domestico, in lui solo per calda fede ai Borboni, non per militar perizia provato, posero ogni arbitrio. Ed ei, perché uomo buono, di sue facoltà largamente usando, tosto di sopire passioni sì accese, s’ingegnava. Ma l’incendio era troppo grave. Pure col tempo, applicandovi sempre più l’animo, venne a capo dell’impresa.

La città però quietava, non gli animi. Dapertutto altrove si accendevano materie di sempre nuove calamità. Rizzati in piè si erano gli abitanti di Nicastro, i quali prossimi a S. Eufemia avean tosto saputo lo sbarco e prima ancora della battaglia inalberato lo stendardo reale ed inviato allo Stuard deputati. L’incendio si propagava, tutte le terre de’ dintorni gridavan il nome del Re. Tutte quelle della Calabria Reggiana, tutte quelle del Ionio, d’onde uscivan gl’Imperiali, tutte quelle sul Tirreno si sollevavano. Serpeggiava rapidissimo il moto come striscia di polvere accesa. Tutti prendean le armi Pansanera, Pisano, Pailadino, Ronca, Mecco, Bizzarri), Papasodero, Benincasa, Parafanti, Cavallo, il Sorbo, il Materazzo, Alice ed altri di siffatti uomini, i più ignobili visi, peggior indole, per precedente guerra civile famigerati. Tutti a capo di audaci torme a violenze addestrate. Papasodero si era per ardire e ferocia fatto notare nell’assalto di Napoli; Pansanera in quello di Cotrone. Per ardire e per ferocia notabili eran pure un Falsetti Centanni da Lago, Antonio Perciavalle da Ferrate, Mele da Dipignano. Seguian Pietro Paolo Gualtieri e Raffaele Nicastro da Scigliano, Morrone e Bartolo Tocca da Pedace, Golia da Figline, Amantea da Spezzano grande, capaci di porsi ad ogni sbaraglio. Tutti, eccetto De Michele ed il suo assistente Antonio Malta, ignari di ogni lettera, di natali oscuri, i più di scarsa o perduta fortuna. Ignazio Mozzilli da Turzano, Gualtieri Pandigrano, Falsetti, ed un Raffaele Stocchi avean gradi nella milizia; Genialitz li vantava. Questi soli temperati e prudenti; sennato il De Michele, ma spietato. Tutti gli altri racimola van quanti contaminati uomini vivessero in questa o quella parte, e ne facevano squadre. A loro dedite e più ancora ad omicidi e sacco, sfrenati rubatori così degli amici che di nemici diveniano. Niuna cosa santa o sacra aveano, solo ad involar le sostanze intedevano. Sperdeanle in gozzoviglie e stravizi. Ad ogni istante poi e ad ogni più lieve rumore correano in piazza colle armi, quasi come se con impeto generale contro il nemico slanciar si dovessero. E poiché indigenza e perversità l’incitavano, deplorabili i servigi coi crudeli e sanguinosi atti rendeano.

III. La plebe insorgeva dietro di loro e brandiva fieramente le armi. Ma non a ruberie, sì a vendette anelava e non contro i beni, ma alla vita si scagliava di quanti partigiani stimava dei Francesi. Bastava per colpa l’odio suo ed uso giornaliero il trarre alle case di quelli che aveano i nuovi uffizi accettato, o si eran favorevoli dimostrati. Perciò non potean costoro trovar più alcuna sicurezza. Felici quelli che presi venivano mandati in Sicilia. Ed in siffatto modo riusciva al Mirabelli di campar molti da imminente supplizio. Faceali sostener prigioni sulle navi dapprima e poi gittar in Messina. Ma altrove all’efferata moltitudine non sfuggivano. Ed era segnatamente nelle terre messe nei primi moti a ferro e fuoco da’ Francesi. Vendicavan il sangue col sangue, la crudeltà colla ferocia punivano. Taluno antecedentemente al supplizio disegnato, se in loro mani cadea, con inudita barbarie ammazzavano. In un borgo uomini donne e fanciulli arsero, tutto comprendendo in generale esterminio.

I fotti orribili ad altri fotti incitavano. Le mani talvolta nel sangue dei congiunti bruttavano. Talvolta le donne, a guisa di feroci belve, alle stragi instigavano e confortavano. Talune tra i crudeli furon crudelisime. Laonde, in breve tempo, furon dapertutto arsioni, atroci morti e trepidazione e paure mortali. I tristi non meno che i buoni si uccidean; tremavano tutti. Tali son sempre effetti delle ire civili.

IV. Nell’estrema Calabria i contadini correvan a stormo alle case dei padroni, in carcer li traevano, li cercavan nelle Chiese e nei sepolcri. Non correvan però al sangue, perché si dava loro a credere che i prigioni per giudizi si dannerebbero. Feroci per libidine, eran soltanto i masnadieri. Un Francesco Mosca, altrimente Bizzarro, un Domenico Leone, un Giuseppe Monteleone, altrimenti Ronca, e sopratutti un Francatrippa i più furibondi e licenziosi. In ogni di ad atti violenti trascorrevano. In Montibello corner addosso al governatore e col mastro d’atti vivo bruciavano. Tre fratelli Mazzacura de’ principali della terra messi a pezzi. Un di essi, sacerdote, appena potè compire il sagrificio, della Messa. E se taluni camparono da sì reo destino, fu per l’arrivo del Musitano loro congiunto. L’istessa infelice sorte incontrò un Alati di Melito. La più parte legati e menati in Reggio e di là trasferiti in Messina, ove chi libero, chi per alcun tempo in carcere era sostenuto. Percosse da terrore intere famiglie, e da Reggio ove eran o si credean minacciate, a sicuro ricovero perciò in Messina riparavano.

V. Né mancaron alla malvagità dei tempi ridicole follie. Antonio Santoro di Longobuco, del quale diremo in progresso, chiamatasi Re Coronarne, altri Re di Simigliano. Il primo di notte osato avea piantar nel borgo le insegne reali, poscia nella Sila crasi ricovrato. Di là udito lo sbarco e i fatti di S. Eufemia, tornò seguito da pochi a gridar il nome del Re. Disfatto il governo, si creava prima Generale, dava gradi di milizia ai suoi, loro lasciava le briglie sul collo. La ruina e lo sperpero delle campagne fur subiti éd infiniti. Al rumor di quei fatti accorrevan dai dintorni altre torme avide di sangue e prede. Veniva un Giu' seppe Basta possidente in S. 'Nicola e coll’assisa rossa di Generale Inglese. Sopraggiungeva il Capitano di S. Benedetto Albanese. Tennero loro dietro molti di Cariati e di Bocchigliere. Le esorbitanze e gli eccessi di costoro da non potersi descrivere. Ma furon, invero, enormezze de’ primi dì e primi impeti, ed opera, còme sempre accade, de’ pochi per terror soverchienti.

VI. Tra queste cose cessati eran dal tutto gli uffizi de’ magistrati. Le inudite crudeltà riempivan di orrore, di sdegno e di compassione gli animi di tutti. Ognuno parea tratto a parte di sì generale sventura: molti di farne adeguata vendetta si proponevano. Ma per la disfatta e lontananza de’ Francesi, era in loro meglio il desiderio che la facoltà. I partigiani del Re n’eran trafitti. Il danno consideravano che da tali mostruosità alla loro causa verrebbe. Biasimavano, di frenar tentavano, ma niuno era che li udisse in quel primo impeto e calore universale. A ciò si adopravano ed invano coloro stessi che di odio e amor di parte, ma non di carità di patria, erano scevri. Con generosi sagrifizi cercavan di frenare e di calmare fra tante concitazioni. E nelle città e grosse terre talvolta il conseguivano. Nel che sommamente fu da lodarsi (e spero che ciò valga; ché le lodi sono stimolo a virtù) l’opera di un Bernardo di Riso in Catanzaro. Uom piuttosto raro che singolare, non perdonava a cura, fatica o pericolo alcuno, onde in fortunosi momenti assicurar ordine e pace alla città. E nominerò pure un Grillo dell’estrema Calabria, uomo di onestissimi costumi e miglior cittadino che a’ quei dì tornasse conto. Il quale, con industria ed eloquenza e per l’amore che a lui portavano, preservò la patria prima da’ sollevati e poi da’ Francesi. Due bande si azzuffaron l’una volendo, l’altra opponendosi a devastar il contado.

VII. Scendea pure dalle più riposte rupi degli Appennini un Sacerdote in gran riputazione' di pietà presso i montanari. Nelle parole e nello aspetto venerando: l’udissero, gridava; aver egli canute le tempie nei servigi della chiesa. A non si smarrire, a non lasciarsi da’ fuggiaschi Francesi superare, li esortava; difendessero coraggiosamente la causa del Re e degli spogliati altari. Ma desistessero dalle inutili e lagrimevoli stragi, le mani nel sangue Calabrese non tingessero. Esser più lodevole l’esser vinti del divenir colpevolmente vincitori. Convenirsi loro l’insorgere ed il combattere, non convenirsi l’infierire; quelle armi esser sole sante e pietose, che fosser a difesa volte degli altari e del Re. Poscia annoverava le crudeltà commesse, le rapite sostanze, le depredate case, le siorate vergini, le uccisioni, gl’incendi, e come di sangue e di pianto piena fosse ogni cosa. Lungi dal perdersi in quest’atti di crudeltà, proseguia, lungi dal volgere gli animi capaci di forti e lunghe agitazioni e spargere a ludibrio il sangue dei cittadini, preparassero le armi contro il prepotente nemico. Voler il Re ricoverar per loro mezzo il trono, ma non trono tra biancheggianti ossa di sudditi. Destinati averli il Cielo a ricuperar due volte al loro Sovrano il reale retaggio, ma osservarli Iddio ed il Sovrano per punirli o premiarli delle loro opere, questi dalla tèrra e quello dal Cielo. Né a’ soli detti si arrestava la sua pietà. Si aggirava per molti luoghi, calmava, pregava, s’interponeva, ogni sforzo faceva affinché le armi sol contro gli stranieri si volgessero. E sia per la riputazione del l'uomo, sia per la gravità dei detti, i generosi sforzi di lui non sempre tornavan infruttuosi. E duoimi di non aver conosciuto il nome di quel pietoso, che in tempi sì crudi, si attentasse a predicar la virtù tra genti ferocissime. E strano sembrar dee come genti ìorde di sangue ed a lordarsene pronte, rimproveri e minacce pazientemente ascoltassero. Ma solo il pativin da quei che avean in riputazion di santi costumi.

VIII. In modo diverso affatto esortava un padre Rosa, Domenicano. Del quale non so se più l’influenza su quelle moltitudini o l’ardire nei pericoli sia da rammemorare. Armato procedca tra primi e trovato si era sei più sanguinosi scontri nelle vicinanze di Scilla e Catanzaro. Essersi troppo patito, iva dicendo, lo straniero dominio ed i superbi comandi, troppo aver gli ardimentosi Calabresi sopportato cotal vitupero e sofferto che dalle buone usanze alle licenze ed arbitri si trapassasse. Vedesser di quali composti fosser gli eserciti Imperiali, di Tedeschi, d'Italiani e sin d’Africani. Ciò indicar quale fosse per esser la sorte della gioventù Calabrese. Esser insorti alla fine, ora da sterminarsi i nemici. Infelici, indigenti, delle violenze e crudeltà Francesi ora intraprender memorabil vendetta. Essi gente raunaticcia aver prostrati i superbi vincitori di Marengo. Bastato esser il por mano, per sé medesima l’opera andarsi compiendo. Scacciatili da’ confini Calabresi, li scacciassero da quelli del reame, acquisterebber il Sovrano, le ricchezze, la gloria. Tempo perciò non esser di clemenza, troppo aver abusato i partigiani di Francia della loro fortuna. Perduti gli averi, morti i figliuoli, svergognate le mogli, spenta la Chiesa di Dio, in tanti modi i suoi Ministri vilipesi, amici e nemici ingannati e scelleratamente perseguitati. La compassione perciò esser crudeltà: fieri popoli ad alte imprese richiedersi. Né abuserebbero ben altrimenti i nemici, se la fortuna il valor Calabrese invidiasse. Esser quelli razza d’increduli Amaleciti, doversi perciò esterminare. Potersi in caso di sinistra fortuna morir non invendicati, è vero; ma usar doversi ora la vittoria in modo che, combattendo, alcuno non restasse nelle Calabrie, che tramar potesse la loro strage; alcuno da cui potesser esser presi, e come vii gregge scannati; alcuno che sopravviver potesse alla loro ruina. Infiammava così quegli animi bollenti e di per sé stessi concitatissimi. Mischiando incompostamente sacre e profane cose, da un poggio, nelle pubbliche vie, nelle aperte campagne fervorosamente aringava.

IX. Aggiungeva nuovo furore un padre Girolamo Pirano ed un frate Angelo Spena, di rozzissimo ingegno, ma di erculea statura, e d’ardire pari alla statura. E poiché in quelle genti colla fedeltà al Re si congiungevan private passioni (le quali nei più prevalevano, in parecchi eran uniche ) quel parlar furibondo era avidamente ascoltato e freneticamente applaudito. Ma più che nelle piazze i Sacerdoti nelle Chiese in modo diverso tuonavano. Ed essendo i Calabresi molto dediti alla religione, e da questa più che da ogni altra cosa movevoli, esercitavan negli animi grandissima autorità. La causa delle Calabrie quella del Re e questa esser santa dicevano; strettissimo dovere perciò di cittadini e di cristiani il resistere alla straniera invasione, ma resistenza opporre ferma, uniforme e perseverante in contesa di tanto momento. E niun v’ era che non aggiungesse di contenersi. Eran poi processioni d’ogni canto e pubbliche preci dapprima. A festa addobbate le vie ed al martellar delle campane il popol in folla accorreva. Nelle chiese, pubblicamente commovendosi sino alle lagrime ed animandosi a vicenda, giuravano ad alta voce di morire per la causa della religione e del Re. Molti pria di partire a piè degli altari si comunicavano. Ed uno vi ebbe che pose fuoco alla casa, perché da nulla più fosse attaccato all’esistenza e cadendo nulla avanzasse da esser dal vincitor profanato. Quei molti che a ciglio asciutto osservavan l’entusiasmo dei sollevati, più sinistri pensieri covavano. E vissero ben lungo tempo fra’ disastri di loro patria, mentre gli altri pochi dì appresso mantennero il giuramento, morendo colle armi alla mano.

X. Lo zelo religioso adunque e lo zelo politico, potentissimi stimoli, rendean la concitazion universale. Ogni cosa intanto pareva in allegria. Faceansi spessi fuochi e balli, lodavansi altamente i capi per sollevazion sì felicemente eseguita. Nelle città, come nei borghi, nelle piazze, ai canti delle vie era un tripudio, un vantarsi, un congratularsi senza fine.

Tutti poi fattisi su gli orli dei monti, brandivano fieramente le armi. Tutti alle presenti occorrenze di guerra si volgevano. Conquistate le patrie valli, i più forti passi occupavano. A tutto presedeva, prevedeva e dava ordine e sesto il Genialitz, acquistato già nome di valentissimo. Diventato era sopra tutti l’anima de’ sollevati ed il suo nome con grandissime lodi fino alle stelle esaltato. Ma in mezzo a tutto questo era un inquietitudine de’ più sennati, un presentimento che la cosa non avesse a durare. Le speranze dei buoni effetti, essendo fondate solamente sull’ardire e la fugace ardenza dei popoli, si temea non andassero presto le cose in declinazione.


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L3-CAPITOLO II

Moti affrettati di Napolitani e d’Inglesi — Ritorno delle potestà regie — Sollevazioni nelle altre province del reame — Discordie dei capi nelle Calabrie ed incomposti disegni — Indisciplinatezza delle centurie.

La nuova della vinta battaglia e della sollevazione delle Calabrie celeramente pervenuta era in Palermo. La Corte Napolitana tosto di giovarsi dell’occasione deliberavasi. Poca mano di regolari sotto il comando di Acton e Far della da Messina sbarcati al Pizzo, si spingeano sino a Monteleone. I soldati Brittannici giunti da Messina, come vedremo, col generale Brodrich attorno Reggio si stringeano. Altri si rivolgevan col Generale Coll verso Amantea. I Napolitani sotto il comando del Duca della Floresta, movevan verso Catanzaro e Cotrone. Affrettar si dovevano ad inseguir il Reynier; altri in fretta sen approntavano per sostener questa generale levata d’insegne.

E come però si voleano ristabilir gli ordini pubblici, giungeva in Catanzaro il Colonnello Costantino De Filippis stato che vi era Preside. Lo accompagnavan pochi armati ed il Capo Ruota, Ilario De Biasio. Magistrato non di alta mente e dottrina, era però d’indole mite e benigna ed aiutar poteva non poco ai disegni di lui e dar sesto alle cose. Riducessi ciascuno per la sua parte in mano il reggimento della città. Il primo assumeva il comando dei volontari che si disser truppa di campagna. Si diè l’altro ad ordinar le cose civili e quelle della giustizia.

II. Li seguiva, e non men velocemente, il Carbone. Venia di Sicilia con estese facoltà, recandosi a Cosenza. Sbarcato ad Amantea ed accompagnato da un La Marra Colonnello e con due mila volontari, vi si recava. E quanto bene in ciò facesse per le cose che seguirono apparirà. Quivi preceduto lo avea Gualtieri Pandigrano. Il quale lasciato avea Catanzaro, quando eran per avvicinarsi i regolari. Pareva volersi avviar a più alti destini. Tolto si era in mano le redini del comando, pria che giungesse il Carbone. Congiunti ora, di dar miglior sesto alle cose più urgenti speravano. Alcuna provvisione di danaro portato avea ciascuno, ma agli esattori di pecunia pubblica si comandava niun pagamento, se non per urgenze guerresche, effettuassero. Provvedimenti non a gran pezza sufficienti, ma quali meglio si poteano sperare. Eran comandi e mosse senza disegno prestabilito. Il Carbone ignorante, l’altro illetterato, si confondevano e non fidavano. Sicché stimaron che valesse meglio affidar tutte le potestà civili al De Michele, tenuto come uomo di buone lettere. Questi scorto, ardito, operoso, rotta la fede che avea dato a Verdier, disse per sé e e da sé pigliar l’uffizio. Preside si costituì come per cenno della Regina, e tale dai popolani venne creduto. Facondo contro ai Francesi, da’ quali era scampato, le bande raunaticce infiammava. E più contro a partigiani che patriotti chiamava.

Alquanto le difficoltà presenti con l’ingegno e l’industria sollevava, ma che frutto far potesse non so. Il tempo stringeva e le cose del pubblico da sé non camminavano. E già cadute eran in tali condizioni che lungi dall"aprirsi speranza alcuna, ogni dì in maggior rotta venivano. Pur tuttavia ai mezzi pensava di fermar, se ancor possibil fosse, quei precipizi. Stabiliva le potestà civili, ma lo eran di nome. Ordinava talune bande, richiamava le compagnie d’armi. Far volea sentir la presenza d’un governo, ma non iacea alcun frutto, ché ad uomini d’ogni sorta, purché utili fosser, si appigliava.

III. Ma due cose eran alla guerra necessarie. Un uomo in prima, cui si attaccasse memoria illustre. La fortuna vuol essere scossa talvolta pei capelli, se no ti abbandona. Di poi maggior risolutezza negli alleati. Il soccorrer come il soggiogar le Calabrie tra inveterati nemici venir doveva in gara. Ma l’illustre capo mancava e gl’inglesi, vinta la battaglia, si fermavano. Ben pensavano ad altro sbarco, ma solo ad ajutar la sollevazione. Divertir voleano l’attenzion dei Francesi, assicurarsi dei luoghi muniti, e fornir armi e munizioni senza ostacolo. Ma più d’un disegno fermato, opera era dell’irrequieto Smith, il quale, ardendo di veder i Francesi prostrati, aggiravasi colle sue navi intorno ai lidi, armi forniva, colla presenza incuorava. A Scalea, ad Amantea, a Paola in altri più favorevoli siti appariva. Stava di continuo cogli orecchi levati, mandava le spie; delle mosse dei nemici avea tosto intenzione. Senza star un momento mai a soprastare, soprawedeva a tutto, teneasi là dove il bisogno richiedesse, pronto a por mano ai risoluti consigli, senza posa sull’incendio soffiava. Sentiva sinistramente dei moti popolari, ma tagliar voleva i nervi al Governo Francese. Giunto il 28 Luglio innanzi Policastro, metteva fuori un bando, perché in corpo i sollevati si ordinassero. A tal uopo armi, munizioni e danaro ad assoldar le bande, versava. Dai lidi eran di notte e celeramente nei luoghi mediterranei trasportati. Edabbenché parte si sapessero, parte i disegni e preparamenti dei Francesi si presumessero, di resister si confidavano. La vittoria di S. Eufemia, i fatti di Amantea, di Tarsia, di Catanzaro, avevano maravigliosamente gli animi sollevati. Quello che per l’inegualità delle forze e per l’arte dei Capitani non si potea, conseguir coll’ardir degli uomini e l’opportunità delle fazioni si sperava. Vedendo che il Reynier non ardiva di uscir fuori e patir tutti oltraggi ch’ei vollero, a cacciarglisi addosso si allestivano. Respinto fuori Cassano, ad ogni passo che dato avesse indietro, nascer si sarebber vedute nuove sollevazioni.

IV. Le altre Province del reame intanto sin dai primi fatti rumoreggiavano. Tutte le terre se ne risentivano, e se non stavano alle percosse, stavano alle miserie. Bande numerose in Terra di Lavoro ed in Puglia, numerosissime negli Abbruzzi e sollevate le terre tutte lungo il Tirreno. La Provincia che più imitava le Calabrie era quella di Salerno, nella quale stati eran messi a pezzi diversi distaccamenti di Polacchi e Francesi. Per tutte le vie gl’Imperiali allora si spingeano, ogni dì sanguinosi affronti sosteneano. I Generali Fregcville, Gaulus, Partonncaux, ordinate le milizie Napolitano, si aggiravan tutti combattendo. Le bande de’ sollevati eran disperse sempre e non distrutte mai. Più di tutti si adoperava in ciò l’infaticabile Lamarque, chiuso col general Ventimille nel Cilento, aspre terre, e di popoli crudi ed arrischiatissimi. La banda più infesta da un arditissimo Cappuccino guidata, il quale inutil rendea ogni sforzo degl’Imperiali. Sidney Smith eseguiva le sue parti, e presente era dappertutto col suo naviglio. Effettuava uno sbarco al Capo Licosa. Pochi Francesi in vecchia torre si chiudevano, e sostenean con franca costanza il fuoco del naviglio e degli Inglesi che messo avean piede a terra. Charron, comandante in Salerno, non avendo altre forze, spedia le nuove milizie provinciali. A malincuore partivano, ma giungeano in tempo a ricacciar gl’Inglesi sulle navi. Seguivan poi aspra affrontata cogl'insorti a Viggiano, con grave perdita da ambe le parti. Alle vicinanze dell’assediata Gaeta succedean diversi sbarchi e sanguinosi combattimenti. Michele Pezza, volte le prore da Amantea verso la combattuta fortezza sbarcava a Sperlonga seguito da poco più di cento armati. Corse sopra Itri piccola città tra rupi ed ivi i Francesi, che vi stavano a mala guardia, sorprese. Avea nome d’intraprendente e feroce, dei Francesi, e di loro partigiani nemicissimo. Al primo rumor delle sue armi, generali dunque le paure. Pronio che sollevava gli Abbruzzi stato era preso dagl'Italiani; De Donatis ebbe l’istessa sorte e fu messo a morte. Ma Sciabolone ed Ermenegildo Piccioli stuoli di arditissima gente raccoglievano. Il nuovo governo non era dunque che posizion militare, e già colla sola forza si sostenea. Nelle sole popolose città e nelle terre murate i nuovi Magistrati ed i Francesi si tenean sicuri. Ma il centro della sollevazione era nelle Calabrie.

V. Colà i Capi si consigliavan dei modi di governare la guerra. Ma in corpo avean ambiziosi molti che guastavano i consigli. Ciascun intendeva a trarre a sé e ne’ propri interessi le bande più numerose, e le terre più importanti. Render necessari alla Corte stessa si voleauo, e salir in fortuna, quietate che fossero le cose. Tra le sentenze dei più piaceva quella di andare subito sopra gl’Imperiali e di aprirsi una via alle vicine province. Ma comunque il più ardito tenessero pel più generoso e ne’ travagli migliore, ad alcuni sembrò questo partito pien di pericoli. Carbone sopra tutti temea che a mal termine ne fosser ridotte le cose. Saper credea che l’oste nemica incominciasse a farsi poderosa, e così era. Stando sempre fra le incertezze ed aspettando i mandati di Sicilia, allettato si mostrava più delle caute e temperate che delle ardite e pronte risoluzioni. Al Genialitz invece le arrischiate imprese piacevano, le quali men ardue agli animi forti appajono di quello che siano in sè. Sosteneva dunque con calore che per le dubbiezze, e gl’indugi l’occasione sfuggisse, e la loro impresa venisse in pericolo. Non si mettesse tempo in mezzo, si vincesser le difficoltà, e si piombasse sopra Cassano. Gl’insorti delle vicine Province, crescendo di numero e di forze, gl’Imperiali alle spalle molesterebbero. Traversato una volta le Calabrie, a congiungersi tutti perverrebbero. Piaceva questo consiglio al Gualtieri, al Pirano, al Padre Rosa, ed al Preside De Michele. Molti, ancorché il tenessero come disperato, pure, ardendo di menar le mani, lo approvavano. Ma Carbone esitando, li faceva esitare. Agevol dicea la conquista delle altre province, tenendo in pugno le maggiori. Nelle Calabrie dal numero degli armati, dal molto animo, dagli ajuti Inglesi, dalla conoscenza ed asprezza de’ luoghi si avvantaggerebbero. E così molti al suo traeva e forse peggior consiglio. Stabilivasi: Gualtieri e Genialitz ragunerebber i più che potesser degli armati e si farebber incontro agl’imperiali; altri con buona frotta li seguirebbero a breve intervallo. Sui fianchi De Michele regimerebbe il più che potesse e li terrebbe uniti in un nodo tra Fiumefreddo, Belmonte, Longobardi e luoghi circonvicini. Amantea si apparecchiasse alla difesa sotto Mirebelli. Dall’altro lato Francatrippa e Santoro ’si troverebbero serrati a fronte di Reynier, occupando Cariati e luoghi vicini, spingendosi sino a S. Basile. Dassero tempo ad ordinar le milizie, scriverebbesi allo Stuard il vinto partito, sicché squadronandosi con Acton e Fardella presso Monteleone e questi congiungendosi con De Filippis in Catanzaro ed il presidio di Cotrone, guardassero e campeggiassero alle spalle ed all’uopo li secondassero. I montanari scendenti sopra Cosenza, e le ragunate che muovean dai luoghi lungo il Jonio ed il Tirreno si awierebber sopra Cassano e Castrovillari. Seconderebber così le prime schiere, e chiuderebber i Francesi d’ogni lato. Però scegliessero un modo di guerra assai prudente. A paragone con forze maggiori non venissero, ma il nemico colle continue vigilie, assalti e rapine stancassero. Sperar potersi così che, non potendo star più saldo e perduto l’animo, indietreggiasse. L’Inglese naviglio tenterebbe frattanto le terre alle spalle degl’Imperiali, in ciò fidando sopra lo Smith audacissimo. Gli s’indicherebbe il sito nelle vicinanze di Maratea, terra murata e che inalzate avea le insegne del Re. Pratiche intanto nelle vicine province si aprissero, perché a’ partigiani della causa reale dassero mano. Si esorterebber a far gente ed a correr addosso al nemico; tutti farebbero impeto da più lati. Arriverebbero in questo frattempo ordini, denaro, uomini, munizioni, e tutto che ai bisogni della guerra si dimandava dalla Sicilia.

VI. Erano strani ed incomposti disegni. Buoni ed efficaci sarebbero stati col progredir di un giusto ed ordinato esercito. Ma lo Stuard immobil rimaneva, i soldati regi pochi e scomposti, la baldanza de’ sollevati impaziente. Il perché, dato avviso de’ presi consigli a’ Generali Inglesi e Napolitani, tutti si muovevano. Niun attese le risposte, quelle sole dello Smith giungendo, e ciascun mosse verso il suo destino. De Michele e Carbone rimasti in Cosenza, abbenché molti disgusti corressero tra loro, ed umori sempre nuovi si movessero, si determinarono a procedere con molta cautela. Il primo in fretta a raccoglier armati, l'altro a crear sembianza di regolar reggimento. Questo più zelante nel proseguir l’impresa, più inclinato a seguir deliberazioni ponderate, nel popolo indur volea l’opinione che le guerre non con l’impeto, ma cogli ordini e colle buone armi si vincono. Quello invece, di conoscer ben egli il modo di far empito nelle altre province si vantava. Correrebbe col popolo a calca, ma in tempo opportuno; a’ nemici i cavalli del Re sul ventre passerebbero. La presenza degli altri capi dava noja a lui che dominar volea esso. Ciascun dall’altro canto comandar volea e far a modo suo. Sicché egli fuori li spingeva ed a furia; agli altri gridava che chi non rimettesse in lui ogni arbitrio farebbe afforcare. Nel raccor uomini ed armi s’incontrava perciò in gravi difficoltà, malgrado l’ardore che si manifestava in ogni parte. Fra capi era ostinata zizzania; fra gregari, mancando il rispetto verso i capi, ch’essi stessi non avean eletti, pochi prestavau ubbidienza. Le armi portavan via e si disperdeano. Le armi e que’ che rimaneano eran le une guaste, gli altri codardi, o irrequieti. Mancanza di gravissimo momento era quella delle polveri. Nel primo impeto, entrati a stormo ne’ magazzini, avean tutto messo a sacco. Tutti tumultuando, pochi dunque ubbidivano. Se il facevano, era perché la necessità pungeva anche i più tiepidi. In pronto dunque non si avean che munizioni scarse, abiti, danaro uffiziali pratici in arte di milizia, poco o niente. Alcuni sbarcati di Sicilia stati eran inviati a’ confini verso Lauria, ma non era loro dato orecchio. E tali difficoltà ogni dì si accrescevan in proporzione che quei primi bollori si raffreddavano. Il Carbone intanto si era dato a creder che coll’autorità sua ad ogni cosa provvederebbe. Ma fu molto ingannato nella credenza sua e colla sua ostinazione ebbe quasi del tutto guasta l’opera della sollevazione.

VII. E trovo registrato che il Genialitz, pria di lasciar Cosenza, proponesse deliberazione di tutte la più importante e fu questa. Convinto della necessità che tutti in un voler solo si riunissero, propose un’assemblea di deputati di tutte le città, i quali in Monteleone a deliberare in comune convenissero. Così le discordie de’ capi, l’inobbedienza de’ sollevati e gli scomposti consigli cesserebbero. Invece di pochi ignari, inesperti e di poco stato, verrebber uomini per senno, ricchezze, ed autorità ragguardevoli. I quali, se ora atterriti da canto si rimaneano, allora la vita, e le facoltà per condur l’impresa a buon fine metterebbero.

Ma questa deliberazione ch’ei mosse, e forse a suggestion di chi si teneva in disparte, opposizione in tutti incontrò. Che venisser nell’impresa uomini di conto ed in grazia dell’universale, non che si sperasse, si temea. Pochi o niuno a tranquillar gli animi, a sedar i tumulti, a procurar l’ubbidienza pensavano. Tutti all’opposto temean perdere il comando e l’influenza, altri il favor della Corte. La cosa sapea troppo di assemblee popolari cho piacer non potevano. Le assemblee cittadine il De Michele diceva in odio a’ popoli, lente in deliberare, facili ad usurpare. Carbone aggiungeva i possidenti leali riparati in Sicilia; i rimasti in Calabria, traditori. Gli altri gridavan esser tempo di armi, non di consigli forensi. Sicché non furon che parole e più non vi si pensò.

Cosi gelosi diffidavano, gli uni rodeano gli altri; i maggiori nemici in loro più che nelle armi Francesi. Ma il dado era tratto e la necessità non li lasciava titubare.

VIII. In apprension delle future e non lontane cose talune risoluzioni alquanto vive facevano. Provvedevan munizioni, i magazzini di vettovaglie riempivano, ed a ciò lo Stuard, il Brodrich, lo Smith sollecitavano. Le comunicazioni per corrieri, e per segni di fuochi sulle vette dei monti stabilivano. Sperimentato quanto le genti fosser da religion dominate, facean pubblicar mandamenti e pastorali in tempo de'  Divini uffizi. I parrochi esortavano ed il popolo correva in tutte le Chiese. Così in tutte le menti il pensier medesimo s’inspirava di difender la patria. Così tutto quel che alle presenti occorrenze più acconcio era e più conducevole al fin della guerra, provvedeano. Ma il benefizio del tempo mancava.

Da ogni parte non si udiva che minor d’armi, non si attendea che a fonder palle e far procaccio di polvere. La novità di questa sollevazione aveva grandemente gli animi commosso. Veder i Calabresi con audacissimo consiglio contrastar ai Francesi, in molti indotto il timore, in alcuni le speranze, in. tutti avea lo stupore. Imperciocché stati eran in Italia altri moti popolari, ma di leggieri sedati. Insorto era pure, sul cader del secolo, il reame; ma Francia non sì potente in sulle armi, né sì gloriosa era per recenti fatti. Ora vasto l’impero, fortissimo di eserciti e di capitani di grido, l’Europa vinta ed ammutolita. Questo delle Calabrie adunque il primo esempio di popolar resistenza contro il temuto Impero. Somma perciò l’aspettazione di vedere quale esser dovesse l’esito di sì temeraria impresa, nella quale da una parte combattean prodi soldati, dall’altra bande testerecce e valorose.


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L3-CAPITOLO III

Sbalordimento della nuora Corte in Napoli. — Dispareri nel Consiglio, ma sollecite deliberazioni — Immobilità degl'Inglesi in Calabria e cagioni di essa. — Assedio di Scilla, e resa del castello di Reggio, e di Cotrone. — Sconforto de’ sollevati.

Giunte eran intanto in Napoli le certe novelle della perduta battaglia. Le recava appena il Jasmin e subito se ne sparse il rumore. I Francesi se ne tomavan rotti, e secondo le inclinazioni, chi si attristava, chi si rallegrava. Sommo lo stupore dei Francesi e de’ loro, somma la gioja de’ reali e della plebe, la quale manifestavala, come è suo stile, col parlar audace e coi canti. Indizi parean di vicina rivolta. La trista novella, riempì di sospetti la nuova Corte. Il disastro era inaspettato, però che al Reynier non si era aggiustato fede. Ora in pericolo il nuovo stato ad un tratto si vedea, né pel numero de’ soldati, né per l’assetto delle fortezze e degli arsenali era da far contrasto.

Sbalordito il nuovo Principe si riscosse, conoscendo che coi piaceri mal si propulsa la guerra. Congregò subito una consulta. Alcuni de’ Consiglieri portaron opinione esser i moti popolari più facili ad eccitarsi che a mantenersi. Intiepidito perciò quel primo bollore, pochi impedimenti a superare, per ridur torme ragunaticce nella quiete. Si fosse, è vero, da’ Calabresi gagliardemeute pugnato, ma esser sempre genti collettizie contro soldati d’ordinanza in cento battaglie provati. I sollevati aver dato, è vero, segni di ardire, ma prove di costanza non darebbero. Dalla quale soltanto si potrebbe per essi pigliar qualche probabil augurio di trionfo. Ladronaja piuttosto che guerra riuscirebbe. Presso l’universale esser questa una mattezza. Or la forza di un governo nella opinione e le armi stesse da questa dipendessero, i più il rischio vedrebbero e gl’inevitabili danni. Esser medesimamente da dubitare molti, i quali avean grande speranza negl’Inglesi, vedendoli pochi ed agenti più per sé che per altri, in breve non si rimanessero. Scrivessesi perciò a Reynier, si mantenesse il meglio che potesse; i partigiani dei Francesi eccitasse ed incoraggiasse. Se ora non ardissero andar contro al temporale, potrebbero, stando in sull’armi, pigliar le prime occasioni e mostrarsi. Durar così potrebbe ed esercitar con prosperità di fortuna la guerra. Si stringesse intanto vivamente Gaeta, superata questa, e visto se lo sbarco degl’Inglesi covasse disegno più grande, addosso a loro si corresse. L’Inglese, non aspettato l’urto dei soldati Imperiali, in Sicilia riparerebbe. Giungerebber intanto soccorsi dall’Alta Italia, i popoli, poste giù le armi, per lo spavento quieterebbero. Si otterrebbe così l’intento di piano, senza che ne seguisse guerra altrettanto crudele che inutile. La quale a niun altro fin tenderebbe che a vieppiù gli animi dell’una parte e dell’altra accendere ed inasprire.

II. Questo partito, dicono, ponesse il Roederer, venuto Ministro alle Finanze, ma non piacque. Altri doversi venir agli estremi casi ed ad operar le maggiori forze, opinavano. Più che la moderazione nelle prosperità, facil a’ forti uomini usar nei travagli la costanza, ma non doversi corromper per soverchio di prudenza i consigli. L’incendio dilatarsi, il successo della prima resistenza darebbe luogo ad ulteriori speranze. Di pari grado essersi gli animi nelle altre province inacerbiti, star tutti molto sollevati, e le prime occasioni si sarebbero pigliate per prorompere in rivolgimenti sanguinosi. Levata già essersi molte popolazioni la maschera dal viso, altre diventar ogni dì rotte e precipitose, ad ogni piè sospinto minacciar d’insorgere. Non doversi aspettar che i tempi venissero loro addosso o che la necessità alle fauci li stringesse. Ogni cosa avrebbe tratta a rovina ed a sangue. Esser di somma importanza che in quelle province mosse si facesse qualche segnalata prova, per imbrigliar i popoli sfrenati. Le Calabrie non esser altro che anarchia e confusione, tutto in balìa di furibonde moltitudini. I presidi di Scilla, di Reggio, e di Cotrone, Verdier e Reynier, stretti da ogni canto, ad accattar costretti colla forza i viveri di che abbisognavano. Qual fondamento contro la fame poter farsi sul valore e disciplina di soldati? Per la parte di mare non potrebbero sperar rifugio o soccorso, per essere dagl’inglesi signoreggiato.

La guerra non potersi da essi condur sull’aperta campagna, perché il penetrarvi tra quelle efferate torme essere cosa affatto impossibile. Le Calabrie oltre ciò esser contrade frequenti di selve, di boschi, di torrenti, di rupi, di passi stretti e difficili. Là combatter con sicurezza gl’insorti, avendo le costiere a’ soccorsi delle armi navali accessibili; Reynier e Verdier presto soverchiati sarebbero. Che direbbe intanto l’Imperatore, se si fosser i suoi lasciati preda di genti efferate, da cui presi sarebbero e come vil gregge scannati?

Si abbandonasse dunque, conchiudevano, l’assedio di Gaeta. Massena corresse addosso allo Stuard ed in ajuto delle schiere Francesi più valorose che fortunate. Le Calabrie, sempre sì vive nella resistenza ed ora a sì gravi eccessi trascorse, come principal sede di sollevazione la pena, prima di tutte le altre portassero.

Tale era la opinione segnatamente del Generale Perignon e del Dumas che sedeva anche esso ministro.

I Ministri Napolitani tacevano. Ad essi, ricchi per possedimenti in Calabria, eran già venuti grandissimi danni. Tra’ Francesi altri più temperati o perplessi si chiarivano. I tempi correr pericolosi, dicevano, e più che le opinioni arrischiate, i consigli prudenti e sinceri udir si dovessero. Aver fatto pigliar le armi ai popoli alcune acerbità del Governo; tempo perciò volersi a calmarli e ritornarli all’ubbidienza. L’erario intanto esser povero ed impotente a sostener la guerra, i soccorsi di Francia lontani, le schiere di Calabria già quasi disciolte. Venir piuttosto a rifugio che a difesa di Napoli contro nemico che baldanzosamente le incalzava. Molti spiriti vacillanti per paura, molti mal fidi per affezione al Borbone. La novità stessa del regno straniero il rendeva mal fondato e mal sicuro. Vasta e popolosa capitale, aspettar l’occasione ad insorgere. Si uscisse dunque colle rimanenti schiere da Napoli; si abbandonasse la città a sé stessa, in sin che i tempi più chiari divenissero, si compisse però in modo da serbar le comunicazioni colle parti superiori d’Italia.

III. Ma il Saliceti, anima di tutt’i consigli a quei di, si mostrò oltremodo alterato a quest’ultimo partito. Metteva in considerazione esser ai regni più funesti i timorosi riguardi che l’audacia ed il mostrar il viso alla fortuna. L' esercito Francese era quello stesso che avea tante volte rotta la superba fronte de’ nemici, venuto a conquistar, non ad impigrire. Lo Stuard non potrebbe avvantaggiarsi su’ Francesi, non avendo nerbo di cavalleria che il sostenesse. Non l’impeto delle moltitudini, non i tumultuari eserciti, ma le armi ordinate, ed i regolari consigli soltanto temer si dovessero. Da qual necessità fosser di tener Napoli impediti? Disperati forse i rimedi contro la sollevazione? Da Napoli uscendo, non andrebbe in fiamme il reame? Quali pericolose mutazioni non accadrebber nel resto d’Italia? Qual tristo esempio questo di ceder innanzi rivolta di popoli? Qual detrimento alla potenza ed al nome Francese non ne verrebbe? E non si udrebbe a tuonar presto ed a ragione lo sdegno dell’imperatore? I soldati di Napoleone, in tante guerre esercitati, non esser quelli di Carlo VIII. Tenessesi dunque la città, dissolver si facesse il turbine. Le fertili province della Puglia, e della Terra di Lavoro non lasciavano luogo a timore, che potesse nascere strettezza d’annona, si facesse guerra e presta, però che di grandissimo momento fosser nelle cose di guerra la risoluzione e la celerità.

IV. Fra la diversità delle opinioni da pigliare era il Napoleonide perplesso. Presa la corona, e gittati appena i principi del governo, involto si vedeva in tante difficoltà e fiamme civili. Durissimi gli eran poi i rimproveri del fratello che frequenti erano ed acerbi. Ponderate dunque le cose, all’opinion del Saliceti si attenne. Principal ministro era il Saliceti, già nella Convenzione Francese deputato e regicida. A Napoleone accetto, a Giuseppe non gradito, ma necessario. Poste egli avea nel reame lo basi della polizia per l’innanzi ignota; amico di governo rigoroso, divenia spietato. A lui, più che al Massena, dovuto lo scellerato supplizio del Marchese Rodio. Da lui massimamente le deliberazioni di Giuseppe pendevano.

Ora vinto il partito, presto fu tutto in moto. Una schiera di mille dugento fanti si spediva al Reynier in Cassano. Premurosi ordini partivano a’ Generali Pignatelli, Mermet, Octavi, Ventimille, Lamarque, raccogliesser cogli stanziali i più che potesser di provinciali, si avvicinassero correndo alle terre Calabresi, tagliassero il passo a’ crescenti insorti. Contenessero la rivolta, non si avventurassero a dubbi cimenti, dessero mano a Verdier e Reynier, in breve Massena col nerbo dell’esercito accorrerebbe. Facesser intanto di dar frequenti notizie di loro condizione; esser il momento pericoloso alla nuova monarchia, avvertissero. Si spedian intanto corrieri a Parigi per annunziar i nuovi fatti, a Milano perché soccorsi di altre schiere s’inviassero. Le armi poi si allestivano, lo vettovaglie, le munizioni bisognevoli si provvedevano, perché Massena muover si potesse alla volta delle Calabrie.

V. A calmar intanto l’animo de’ partigiani, il Diario del governo, per la prima volta fondato, non per la prima mentiva. Le notizie delle Calabrie, diceva, fatto aperto la vera condizione ne avessero. Lo sbarco di poca mano d’inglesi (trincerati sul lido e pronti a riparar sulle navi) le voci sparse, l’audacia degli aderenti, la presenza de’ capi La Marra, e Pandigrano, la licenza ai seguaci consentita, tratti avesser taluni borghi a rivolta. Reynier averneli puniti, disperdendo gli armati, i presi uccidendo, bruciando i paesi più infelloniti: ora aver fermate le stanze in Catanzaro. Come poi a questo si scrivesse vedemmo, sì perché si ritraesse a Cassano. E se ne attendevan le novelle con ansia, e della sua riunione con Verdier si stava in apprensione grandissima. Più il tempo stringea, e più mostrar si voleva il viso alla fortuna. Le Calabrie venner dichiarate in istato di guerra. Deliberavasi di toglier l’assedio a Gaeta, e correr contro Stuard e liberar gl’Imperiali chiusi tra’ sollevati. Spedissi a tal uopo un Girardin. primo scudiere del Giuseppe e capo di un Battaglione della guardia. Portava premurosi ordini a Massena, perché staccasse parte dell’esercito ed ai confini Calabresi l’avviasse. A non veder l’Italia in nuove agitazioni, importar sommamente che quel fuoco si estinguesse. Ma e’ però si negava. Fra due giorni nostra è Gaeta, rispondea, né per preghiere che gli si facessero, dal suo pensier si rimosse. Come tutte le speranze eran riposte in lui per correr addosso agl’inglesi, nuovi ordini ed esortazioni gl’indrizzavano. Non istesse ad indugiare, stringente il pericolo, coi cannoni verso le Calabrie si avviasse. Ma il vecchio guerriero stiè saldo, ché duro gli era levarsi da quell’assedio e gir a mischiarsi in guerra di popoli sollevati.

VI. Giungeva in questo mentre l’inaspettata novella del non progredir degl’Inglesi. I quali, lasciati gl’imperiali alle prese co’ sollevati, colla fame, e le malattie, niun moto avean fatto, né di farlo accennavano. Due forti cagioni avean lo Stuard trattenuto. Sul punto di spingersi a trar profitto della vinta battaglia, gravi avvisi gli giungeauo. Morto era Pitt, e succeduto il Fox, che tosto a pacificar l’Europa intendeva. Il perché scriveva allo Stuard ogni moto contro i Francesi sospendesse. Tardi giungean le lettere, succeduto lo sbarco; in tempo, ad evitar una battaglia. E ripugnante ad arrischiate imprese, l’avrebbe lo Stuard evitata. Ma Reynier veniva ad assalirlo, né vi era più da esitare. Rotti gl’Imperiali, altra e grave cagione il rattenea. Circondato si vide da folto stuolo d’infermi. Accampando gl’Inglesi per più dì alla foce del Lamato l’aer paludoso e mortifero ad un tratto li afflisse e prostrò. Tardi si avvide lo Stuard del fallo e quando al danno non era rimedio. Gli ospedali di Milazzo e Messina tosto d'infermi rigurgitarono, i rimanenti ad ogni impresa sconfortati ed inabili, ed ei di spingersi innanzi o di ritrarsi irresoluto. E qui più grave appariva l’errore di Reynier, il quale anziché disputar agl’inglesi tra le gole de’ monti il passo, scese sconsigliatamente a combatterli. Alla novella della vinta battaglia, stato era gran giubilo in Inghilterra. Votava il Parlamento lodi e ringraziamenti allo Stuard; il Re nominavalo Conte di Maida, dell’ordine del Bagno l’insigniva. Il Duca di Vorch, capo dell’esercito, scriveva: i combattenti a S. Eufemia, porterebber medaglia commemorativa e placca col motto Maida sul casco. Ma ciò palesava le allegrezze che l’Inghilterra di quella vittoria avea pigliato, non maggiore ardenza nel governo. Il comando di non muover contro a' Francesi persisteva. Giunto era poco appresso in Messina il Generale Fox, spedito a regger le forze Inglesi nel Mediterraneo. Dal che non poca tiepidezza era nello Stuard succeduta. Non volendo dunque allontanarsi dal naviglio, pensò soltanto a stringere i luoghi muniti. Si ridusse dunque e stabilì il suo principal alloggiamento in Monteleone. Di là, Tropea caduta, i nuovi sbarcati al Pizzo col general Coll, inviava verso Amantea. E questi celeramente da trionfatori e non da combattenti procedeano. Il Colonnello Oswald ad assalir e stringere Scilla spingea.

VII. Scilla è alto scoglio posto a riscontro la vorticosa Cariddi. S’inoltra e si distende in mare, due curvi seni a’ lati, sulla punta la città, in alto torreggia il castello che scopre il mare lungi e d’intorno. Muovevan ad assalirlo l’Oswald da terra, l’impaziente Smith dal mare. Teneva il castello, un Michel, capo battaglione d’ingegnieri, ed uom di tutto valore; il presidio di scarsa coorte di trecento soldati. Accaduta appena la battaglia di S. Eufemia, visto si era Michel circondar da’ sollevati. Ristretti i suoi in forte drappello, volle scagliarsi con impeto e arrovesciarli fuori la città. Ma i Militi provinciali, separandosi da lui ed alzando feroci gridi, fecergli fuoco addosso. Né nacque mischia confusa, in cui era pari la rabbia de’ combattenti, ma non il numero. Fu forza a’ Francesi di riparar nel castello. Ora il Michel si vedea dagl’Inglesi accerchiato; Ma, se scarsi, forti eran i difensori, salde le mura ed egli intrepidissimo. E tosto fu un orribil tuonar di artiglierie da mare e da terra. Rispondea vigorosamente, e la spessezza de’ muri da insulto di viva forza il garantivano. Facea l’Oswald una chiamata. Il Francese, rispondea non intimorir le mine i suoi, farebber l’ultimo esperimento di loro virtù. Tornaron gl’inglesi a batterlo e con maggior furia di prima. Fracassavan le mura, i fossi si riempivan di rottami, gli assediati mal si potevano riparare. Ridotti, nel dieciannovesimo di, agli estremi, li consumava soprattutto la sete. Nessuna novella di soccorso trapellava, e Reynier fuori le Calabrie udiano spinto. Fatta la veduta de’ fondachi, si trovò che vi eran munizioni scarse, vitto per pochi dì. Il Michel allora considerava vana la speranza, il combatter inutile, l’aspettar funesto, e cesse alla fortuna. Si venne a patti, correva il 23 Luglio, coll’Oswald; gl’imperiali deporrebber le armi, e fosser in Francia trasportati, liberi Italiani e Calabresi, gli infermi e feriti negli ospedali di Messina trasferiti ed all’umanità Inglese raccomandati. A sì onorati patti l’umanità stessa del Michel concorse. Una nave Inglese, il Plauter cacciata da vento furioso, venne sotto al castello e costretta ad arrendersi; carica era di centosedici feriti di S. Eufemia. Brodrich da Messina li chiese, Michel li rilasciò. Dieron, oltre il Michel, prove di valore e di stoica costanza, non pochi. Un Chateauneuf, Napolitano, capitano degl’ingegnieri, un Sèrevial ed un Tribehon, uffiziali Francesi, valorosamente combatteano. E sopra d’ogn’altro un capotai di artiglieria, Caumartin, ai pericoli più mortali esponendosi.

VIII. La schiera d’Inglesi e Napolitani cinque dì dopo la vinta battaglia sbarcata a Reggio, tosto il castello assalì. La città lievemente verso lo stretto inchinata, ai fianchi i promontori Coroide e Turino; il castello non forte e mal munito, a seicento soldati il presidio. Aubrèe, capo battaglione, comandava; viveri e munizioni a sufficienza aveva, ma nove soli cannoni. Mandò Brodrich significando superba chiamata: aver armi ed artiglierie bastanti; sapesse Aubrèe, se non cedesse, che in cenere ridurrebbe il castello; evitasse perciò sangue e ruine.

Il Francese rispondeva: aver armi e soldati valorosi e volersi difendere. L’Inglese tosto pose mano all’opera. Fatta una schiera di feritori Inglesi, e di Napolitani, li spiccò verso un’altura ad oriente, donde i difensori impennassero. Questi rispondean gagliardemente. Cannoni Napolitani di là, obici Inglesi a mezzodì si postarono; le navi l'Anfione e l'Alcione, ed alquante fuste Napolitane dalla parte di mare si schieravano. Tutti ad un tempo preser a fulminar il castello; non men vigorosamente gli assaliti si difendeano. Facea le parti di coraggioso Capitano l’Aubrèe, di abile e destro un Petiet, governando le artiglierie. La tempesta delle palle durò per nove ore. Non v’era schermo o riparo. Aubrèe inchinò ad arrendersi, ma a patti che vennero rigettati. Aperte nuove pratiche, ai 10 venne firmato l’accordo: gl’imperiali uscissero cogli onori militari, e fossero trasportati in Francia. Con essi quel Gavezza Genovese, che mostrato si era uom veramente d’abilità singolare, ma, colto dall’improviso pericolo, avea riparato al castello. Il presidio fu, quando già annottava, trasportato in Messina; il castello da’ confederati occupato. Fornita appena questa impresa ad altri e ben composti disegni andavano. Sforzar si doveva il castello di Cotrone. Dirigevasi a quella volta il reggimento Sanniti, bella e disciplinata gente del Duca della Floresta. Colà ad un battaglione del 78.° Inglese si congiungea. Guidato era questo dal Macleod Tenente Colonello, duce e soldati che avean a S. Eufemia combattuto. Il Capitano W. Host correva a porsi di traverso innanzi la città. E non prima vide appressarsi i confederati, che intimava al presidio fra il termine d’un ora la resa. La città tosto si levò a rumore. Il Supley ohe stava dentro, lasciato al comando dal Peyri, ne fu subito turbato. E come quello, cui niuna speranza restava di salvezza, era il 28 Luglio, cedeva. Il presidio fu trasportato in Messina. Dugento prigionieri ed armi molte e munizioni feron lieti i confederati.

IX. Ma qui si terminavan le imprese dello Stuard, che tutto il peso della guerra a’ Calabresi lasciava, né più il vessillo Brittannico si vide, se non quello che sulle navi dello Smith sventolava. Da questa lentezza nacque la salute de’ Francesi, ché se invece di metter assedio a Scilla, e stringersi attorno Reggio, che presto o tardi cader doveano, salito ei fosse verso Cosenza, di ben altra mole stata sarebbe la guerra. Percosso avrebbe col giunger impensato il debole e tribolato Verdier. Scendendo verso il Jonio, tolta avrebbe ogni strada di salvezza a Reynier, a rimaner tra Catanzaro e Cotrone ostinatosi. Abbondantemente provveduto di tutto egli, di tutto sprovisti i nemici, e da per ogni dove circondati, li avrebbe in breve tempo costretti a por giù le armi. Se, disperando di soccorso, fosser venuti a giornata, avendo scelta di tempo e di luogo, soldati confidenti, il numero e le armi, li avrebbe nuovamente prostrati. Ma, in luogo di proceder innanzi grosso ed ordinato, sperperò le forze, lasciò a’ Calabresi combatter soli ed agevolò a’ Francesi il ritrarsi in Cassano. Niun utile frutto per sé trasse dalla vittoria di S. Eufemia, e fé che niuno la sollevazion ne traesse. Ora gli apparecchi facea per ritirarsi in Sicilia, come indi a poco praticò. Al vederlo ritirare ed alle voci, che gli stessi Inglesi spargevano, del vicino arrivo di Massena, le braccia a’ duci Napolitani cadevano. I capi stessi de’ sollevati si sconfidavano, nel veder che nulla più da esso e dalla Sicilia prometter si potevano. E vorrei che da ciò i popoli, i quali dan nelle rivoluzioni, sperando ne’ forestieri, imparasser saviezza. La scuola di lunghi anni dovrebbe aver quelli del reame più che altri ammaestrati. Nelle Calabrie cessava l’autorità Francese, succceduta appoco dalla Napolitana, ma che non avea tempo a prender consistenza. E già si udivan i primi rumori del Massena che sen venia battendo, guidando venti e più mila agguerriti soldati.


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L3-CAPITOLO IV

Caduta di Gaeta — Ripugnanze di Massena a gir nelle Calabrie — Deliberazioni risolute — Le Calabrie dichiarate in istato di guerra — Affrontata sanguinosa a Lagonegro — Eccidio di Lauria, e mina d’altre terre — Congiunzione col Reynier — Sanguinosi scontri, sconforto de’ sollevati e confusioni in Cosenza.

La caduta di Gaeta cambiava l’aspetto della fortuna, libero campo lasciando a sì forti legioni, di correr sulle Calabrie. Tutte le speranze, fin allora lampeggiate, cadevano. Fra i successi di quel tempo famoso fu l’assedio di Gaeta. Un Maresciallo di Francia la stringea con formidabil artiglieria. I generali Lacour, Campredon, Lucotte, i migliori capitani lo secondavano. Rimase dubbio per più tempo se riuscisse maggior il valor degli assedianti che il coraggio degli assediati. De’ Francesi vi periva il general Vallongue che dirigeva i lavori, ed il generale Grigny prode soldato nella guerra dell’indipendenza americana, e con essi altri riputati uffiziali cadevano. Rendute praticabili eran già due larghe brecce, i terribili granatieri di Francia pronti all’assalto, ed ecco una scheggia viene a ferire il Philipstadt nella testa. Fu trasportato sul naviglio Inglese semivivo: privo restava il presidio di duce intrepidissimo. Lo sconfortamento de’ soldati, l’irresolutezza del successore e le malattie la caduta di Gaeta acceleravano. Uscivan i soldati Napolitani coll’onoranze militari dovute a tanto valore, ed oltre faro si riducevano. Poca altra resistenza il levarsi di là avrebbe al Messena impedito.

La sollevazion delle province, e gli sbarchi dello Smith accrescer le forze colle speranze potevano. Trattener forse anche per alcun tempo, l’abbandono degl’inglesi. Gaeta, cadendo, ogni speranza distrusse. L’assedio opera fu del Compredon e del Lacour che tutto diressero. Pure smodate lodi in Napoli al solo Massena si profondevano. Certo i tempi non ne eran parchi, e niun vi era che stimasse di poter lodare senza viltà. Poi tosto lo si spronò a partir per le Calabrie. Si radunò il Consiglio, era il 24 Luglio, e presente il Massena, si lesser le istruzioni ed un manifesto da bandire. Dettato tutto aveva il Saliceti. Eran i provvedimenti stessi pigliati dalla Convenzione contro la Vandea. Il Napoleonide non negava, e non assentiva. Avrebbe però voluto che si pigliassero, ma non si pubblicassero. Il Ministro Miot, tassava il silenzio di debolezza, ma riusciva a farne attenuar l’asprezza. Tutti poi furon attorno al Massena, perché gl’indugi precipitasse.

II. A guerrier sì fortunato, e di sì eccellente virtù nelle armi, qual era il Massena, doleva il combatter in guerra di natura sì nuova e feroce. E fu udito replicar al Jamim de Barmey, che di quanto era avvenuto accagionava il Reynier: non doversi condannar gli errori altrui, quando deplorar forse ed in breve i propri si dovrebbero. Difendendosi colla fortezza degli animi ed il vigor de’ corpi, le Calabrie la Vandea napoletana diverrebbero. Commessa a lui la total cura delle armi, era tra il correre e l’indugiare indeciso. Spronavamo i pericoli del Reynier, le istanze de’ Ministri, il timor che l’incendio si dilatasse. Rattenevanlo l’oscurità de’ disegni degl’Inglesi, il bollor degli umori delle altre province, e le infermità proprie de’ luoghi e della stagione. Rischiar non volea con un colpo di dado legioni ch’eran unico puntello alla nuova monarchia. Inoltrandosi con esse, ben ventiquattromila altri vedea necessari a contener le province alle spalle. Chiesti si eran soccorsi di soldati all’alta Italia, ma si pronti giunger non poteano. A malgrado di sue perplessità, gli bisognò eseguir gli ordini che gli venian troppo risoluti. E tosto volse il pensiero ad assicurarsi i passi degli Appennini, che già molto sangue avean costato, a premunirsi contro moti alle spalle, e muoversi verso quei che tenean le armi in mano.

Pigliando poi le opinioni del Colonnello Costanzo, Napolitano, disponeva che una schiera di seimila movesse lungo il pendio orientale degli Appennini, lungo l’occidentale, altra di ottomila. Due altri mila fanti si fermassero in S. Lorenzo la Padula, luogo attissimo per trovarsi al soccorso di coloro che più s’inoltravano. Piccole squadre si aggirerebber intanto a far che i nemici dalle terre del Cilento sgombrassero. La schiera di mezzo avanzar si dovea verso Lagonegro, raccogliersi tutti a Castrovillari. Intertenevasi il Massena pria di partire lung’ora a segreto colloquio col Saliceti arbitro di tutto a quei dì. Il Ministro a lui tutt’i fatti narrava della sollevazione, le pratiche, le persone indicava, e di chi fidar dovesse e di chi diffidar avvertiva. Accomiatandosi il Maresciallo, il Saliceti taluni possidenti Calabresi gli mise in presenza.

Delitto altro non avean che le opinioni e gli averi, le une aborrite e gli altri sperperati dagl’insorti. Questi esuli, uomini d’ingegno taluni, tutti conoscitori di luoghi, di persone e d’inclinazioni di popoli, di non poca utilità riuscivano. Ed essi indagando, fiutando, antivedendo e consigliando, furon principal causa del fin ch’ebbe la sollevazion delle Calabrie.

III. Ora, smessa ogni altra titubanza, il Massena a partir affrettavasi. Menava seco due legioni, tolte dal compiuto assedio. Comandava l’una Gardanne, l’altra Partonnaux, uomini d’ogni valore ed esperienza forniti. Aveva buona mano di cavalli ed artiglierie. Eran intorno a quattordici mila uomini, ed altri raggiunger li dovean per via. Congiunti che sarebbero colle genti del Reynier, i disastri dei luoghi muniti ignorandosi, quelle legioni avrebber formato come un buon esercito. E perché le guerre civili combatter si vogliono col minor danno proprio, facea che i fuorusciti Calabresi il precedessero. I più, confidando che i Francesi da’ presenti disastri si riscuoterebbero, di venir essi stessi in miglior fortuna speravano. Pochi a ritornar soltanto in patria e nel possesso de’ propri averi agognavano. In tutti per avventura il desiderio della vendetta. E con gran calore, promettevano, si offrivano, la potenza loro oltre la verità magnificavano. Venuto però il momento del combattere si metteano ad ogni sbaraglio ed accrescean facilità alla vittoria. Al Massena faceva il Governo preceder il manifesto del Saliceti annunziante il terrore. Diceva: esserle Calabrie dichiarato in istato di guerra, tutte le potestà reggenti le province ubbidisser Massena, aver questi facoltà illimitata a far la guerra, ad ordinar giudizi militari, le sentenze tra 24 ore eseguite. I soldati esser a carico dei paesi insorti, vendersi i beni de’ sollevati, anche assenti. Gli esuli volontari, ad aspettar l’esito della rivolta, dichiararsi nemici dello Stato, i loro beni confiscarsi. Le guardie provinciali alla sommissione delle province dover concorrere; i detentori di armi, senza licenza, puniti nel capo; i conventi, non dichiarando i religiosi complici, soppressi; se assassini o capi di ribelli consegnassero, esenti da ogni tolta. Infelici auguri e non fatti certo a tirar i Calabresi all’ubbidienza.

IV. Moveva intanto il Massena verso le sollevate terre. Vivi e volenterosi i Francesi partivano, basterebbe loro il mostrarsi per vincere. Il governo stesso ne parea convinto, perché lasciar faceva in Napoli gli abiti d’inverno ai soldati. Vestiti di sola tela partivano. Giuseppe recavasi in Vietri, e poi si spingea sin a Padula per invigilare, diceva, ed incuorarli. Camminavan prestamente, e Massena, lungo il cammino, sempre nuovi soldati raccoglieva. A congiungersi con lui venia dal Cilento il Ventimille colla sua schiera. L’esercito, lungo il cammino, ingrossando, giungeva a Lagonegro. Posta è la terra in fondo d’una valle. Ivi con molte bande postate ed asserragliati eran gl’insorti; quivi avvenir doveva il primo scontro. Eran dall’un canto fortezza di siti ed ardire, dall’altro superbo valore e disciplina. Gl’Imperiali però ben provvisti e muniti, gl’insorti con armi rusticane prese in furia per soccorso; dall’uno e dall’altro lato era fortezza d’uomini. Conosciuto da’ sollevati il pericolo, i capi esortavano, prometteano, tutti gli sforzi focean affinché questo primo scontro tornasse in lor vantaggio. Genialitz sopra gli altri gl’infervorava. Spinto si era sì in. nanzi, non vedendo in Cosenza pigliar sesto ai provvedimenti stabiliti, ed ora era sopratutti infiammato a combattere in questa prima fazione.

Massena, sapendo i primi fatti dar lo spavento, o l’orgoglio, esortava dal suo canto gl’imperiali: esser poca lode, vincendo, ma gran vergogna soccombendo; aggiungessero perciò a’ consigli del Capitano il proprio valore ed industria, snidasser da quei luoghi un nemico, col quale esser non potea mai pace. Avvicinandosi i Francesi, eran ricevuti con alto e minaccioso grido. Memori dell’antica virtù stringean fortemente dappresso i sollevati; questi audacemente resisteano, inferociano orribilmente tutti. Era a vedersi un Cappuccino aggirarsi in prima fila, incoraggiar i più tardi, sostenere i più spediti, i vacillanti soccorrere. Con una croce in una mano, con rugginosa spada nell’altra, comandava, esortava combattesser pel trono e per gli altari. Disfacesser gli assalitori, o lasciasser almeno lacrimevole e sanguinosa la vittoria. Questo primo assalto riusciva, per la fortezza e difficoltà de’ siti, infruttuoso. Gl'Imperiali esitavan, retrocedevano. A cotal vista nuovo grido e feroce alzavan i sollevati, e minacciar si udivano ed imprecare e sfidar baldanzosi. Sicuri di sé stessi i Francesi, assalivan di nuovo a furia gli ostinati. Incontravan la stessa pertinace difesa. Divampava la fervenza del Sole, ed i sollevati già da tre ore resistevano. Scoppiava un cannone di legno con eccidio di chi il ministrava. Non si perdevan di animo, ma sbaragliati e respinti, nuovamente e più incalzanti tornavano. I Francesi, puntate le bajonette, quell’erte e quelle difese superavano, li disfacean, gl’inseguivano. Fu fatta strage di oltre cento, molti più feriti giaceano o su per le rupi cadevano. Niun ferito da tergo, tutti nel volto la prisca ferocia riteneano.

V. Vedea Massena e stupiva di quanto animo fosser i sollevati. Di qui dunque pubblicava il decreto Salicetino ed un manifesto. In questo diceva: venisser i popoli ad ubbidienza, troverebber giustizia e benignità, la resistenza non produr che sangue e ruine, i Francesi i resistenti schiaccerebbero: sarebbe guerra di esterminio. Volgeasi poscia a’ soldati, dicendo: la corte di Palermo e gl Inglesi aver dell’ignoranza e cecità delle plebi profittato e posto loro le armi in mano. Condur a sommissione uomini lordi di sangue e preda, non potersi che colle armi. Molti Francesi esser già vittime della sollevazione ed inulte. Punisser dunque i contumaci, l’ingiuria di Maida da Francesi, colla vittoria, vendicassero. L’onore però esser il primo sentimento de’ Francesi, la disciplina perciò serbassero, alle popolazioni non insultassero. Severe pene minacciava a’ trasgressori ed a’ capi che non invigilassero, o tollerassero. Poscia lasciato cinquecento uomini a Lagonegro ad impedir uno sbarco in Sapri, mosse per Lauria. Udiva essersi colà i sollevati raccolti. Arami rabil costanza in genti raunaticce, use nel primo sinistro a spulezzar e disperdersi.

Divisa è Lauria in alta ed in bassa; a quattromila gli abitanti o poco più. Avean essi, dapprima e dopo la rotta di Campotenese, i Francesi per la riputazion ammirati. Irritati poscia pe’ fatti, soprusi e nuove leggi, li guardaron senza timore e si decidean a combatterli. Ora perciò Lauria il centro de’ sollevati. Giungendo i fuggitivi di Lagonegro più alla resistenza gl’infiammavano. Si approssimavan intanto al calar quasi del di i Francesi. Partonneaux che prima giungeva in cospetto della terra, vedea le cime e le rupi coperte di armati. Chieder faceva a Massena che far dovesse; uccidete, bruciate tutto quello rispondea. Partonneaux esitava, ma già moveva Gardanne da mi lato, Mermet dall’altro; Massena teneasi nel mezzo in un fossato. A’ suoi fianchi, in abito virile, donna vaga ed intrepida, non vergognosa di palesi amori. Il marito uffiziale, con alquanti cavalli, teneasi alle vedette. Ferito cadendo alcun soldato, Massena comandò di forza si penetrasse nella terra. Ei stesso precedeva, ed al primo scoppiar de’ moschetti due cavalieri gli caddero a’ fianchi. Non si scompose, ma avanti gridò, avanti, e tutti innanzi si cacciarono. Però undici, de’ più arditi, morti rovesciarono; altri toccaron gravi ferite. Esitarono, ma fu un istante, ed intrepidamente nella terra si scagliarono. Era sempre gente regolare contro tumultuaria. Se virilmente pugnasser i sollevati per uscir da questi artigli, da immaginare assai più che da dire. Con gran virtù traevan tutti, uomini e donne e queste dardeggiavano con pietre, crollavan macigni, e gran numero seppellivano. Istizziti alla resistenza, ardevan la terra i Francesi. Chi, a scampo del fuoco, uscia dalla ferra, le bajonette e le spade incontrava. Tra disperati gridi di combattenti e fumo e fuoco, penetravan i Francesi nelle case, facendo di quanti stavano o fuggivan macello. I soldati Corsi, tutti di un reggimento, sopra l’immaginar ferocissimi. I morti per lo più vecchi, donne e fanciulli. Nel resto del dì il rimbombo de’ moschetti dall’eco delle rupi ripercosso.

A sera, il valore soverchiato il furore, la terra andò a sacco. Si spargean dappertutto i soldati e quanto era lor dato di rapire rapinavano. Ad insaccar oggetti d’oro o monili, martoriate le donne e scelleratamente anche i cadaveri.

L’eco cessò di ripercuotere lo strepito di colpi e strazio de’ gridi, ma le circostanti rupi il baglior dell’incendio riverberavano. Le case ardevan in pire spaventevoli. Due sole preservate, l’una perché, scoppiata la rivolta, stata era asilo a’ Francesi cercati a morte; l’altra, in Lauria alta, perché a stanza del Massena destinata. Ed era quella del Vescovo, ove eran riparati e tremanti i preti e gli abitanti, cui riuscì fuggir e lo scampo. Durò, cessato il combatter, per molto tempo l’incendio. Ma col silenzio della notte neppur un gemito si udia nella fumante e desolata terra. Massena allora scriveva al Re Giuseppe: essere stato a tanto eccidio costretto.

VI. Erane però impensierito. Del trionfo non diffidava, ma il fiero contrasto lo sgomentiva. Era guerra che minor di suo grado e di sua fama stimava, ma pur già negli ocelli di tutt'Italia e bisognava fornirla. Da tanto sangue pigliava sinistro augurio. Non era poi a quei dì, ed il sapeva, in grazia dell’Imperatore per danaro, e non poco, tolto a Milano. Aggiunger non voleva esca alla collera, se gli fosse alcun disastro imputato. Dal sangue in lotte civili abborriva, ma temea gli fosse apposto di proceder rimessamente. La ferocia de’ sollevati a vincer dunque col terrore e presto intendea.

I fatti di Lagonegro e Lauria avean già due diversi effetti partorito. Accresciuto agl’imperiali la virtù, scemato a’ sollevati la fierezza. Le cose sino a quei dì eran loro successe assai felicemente. Ora cominciando a sentir l’acerbità della fortuna, di confidenti ch'erano, a sbigottir forte cominciavano. Sbaldanziti, ivan vociferando il cielo non dar favore alle loro armi per imperizia o codardia di capi. Tenuto avean a vile la militar disciplina in sin allora, pensando il coraggio a tutto sopperisse. Ora quella esaltavano, e per essa i nemici invitti diceano. E tal era lo sconforto che a torme alle case ritornavano. Vicenda costante de’ moti di popoli. Fondandosi in isperanze fallaci, son essi col pericolo lontano, insolenti; col vicino, spauriti. Né ritengono alcuna moderazione giammai. Ad accrescer le difficoltà, s’aggiunse la tiepidezza nelle terre e borghi posti nel cammin de’ Francesi. Sicché non solo i men pazienti alle molestie della guerra, si diradavano, ma, raffreddata la prima caldezza, le popolazioni non li soccorrevano o favorivano. Talune terre, a non incorrer nella collera del progrediente esercito, a passar oltre e per di fuori li costringeano; colle armi talvolta si opponevano.

VII. Massena intanto non esitava, Gardanne per suo comando, corse sopra il borgo di Torraca, e l’incendiò. Poscia congiuntosi al Mermet, si volser uniti contro Sapri. Vinser ogni resistenza e parimenti la bruciarono; i sollevati a precipizio sulle navi Inglesi ricovrarono.

Da quel momento sì rapide e ben ordinate furon le mosse e la resistenza sì debole, che a’ sollevati né soccorsi arrivar potevano, né arrivarono. Le circostanti valli furon tosto a divozion degl’Imperiali. Niuna insegna si scovria nelle vicinanze rizzata in favor del nome reale. Castrovillari e Morano state erano tra due opinioni bilanciando. Udita la sinistra fortuna del Reynier, a contendergli il passo si preparavano. Ora, udito la sorte di Lauria, dimandavan esser dagl’Imperiali presidiate. Difendeteci, dicean, dalla insolenza de’ ribelli, quali se per poco accogliemmo, fu per liberarci da un eccidio. Chi non sa quel che abbiamo patito? Arse le possessioni, gli alberi tagliati, scannati gli armenti, niun altro schermo o speranza se non nella vivace virtù de’ soldati di Francia. Vengano, ci liberino da licenza, agli amici, come a’ nemici stessi pericolosa. E così fu pure per altre terre, ora ad accogliere i Francesi più sollecite, quanto più a ributtarli poco innanzi eran disposte. Si affrettavan ad inviar vettovaglie, assicurarli di loro ubbidienza, prontissimi a stradar le genti tutti si dimostravano. E non pochi a dar sulle persone e su’ luoghi informazioni che più fosser del caso; fatto avrebbero de’ sollevati fuggenti uno strazio, ed in qualche luogo lo fecero. I possidenti stati in sin allora tremanti, chiedean presidi, ma per guardarsi dagli uni colle forze degli altri; e questi eran i più sinceri.

VIII. Reynier in sin allora stato non era senza dubitazione di aprirsi una via ai soccorsi vicini. Era quasi in sul punto di trarsi più indietro ed il più che potesse. A Massena approssimar si volea senza espor gli avanzi di sue legioni, e commetter a nuova fortuna il riacquisto delle Calabrie. Or come prima ebbe avviso' de’ fatti di Lagonegro e Lauria, e che il Massena veniva avanti con esercito ordinato, pensò farsi nuovamente vivo. Prese dunque a secondarlo con impeto dalla sua parte. Fatte prestamente due buone schiere di Polacchi e di Corsi, comandò al Peyri ed al Franceschi che spazzasser le vie a’ sopravvegnenti Francesi, e dasser a’ disegni comuni felice adempimento. Franceschi si mosse, e non tenendo il fermo i sollevati, i suoi più persecutori che guerrieri si mostrarono. In Castrovillari più sdegnosi che vittoriosi giungevano. Talune bande sgomentite più che dome, si ivan intanto raccogliendo ne’ dintorni. Trovandosi in quelle strette, pure cercavan opportunità a farsi vive. Le terre vicine sollecitavano e minacciavan, perché alle difese corressero. Ma presto Peyri fu loro sopra colla schiera de’ Corsi. Dall’improviso assalto smarrite e fatta debol resistenza, fra le rupi si disperdevano. Molti de’ fuggenti da Lauria vennero ad urtar nel Peyri, ed egli fattosi loro incontro, vietando il passo l’assalì furiosamente, e li disperse. Per aver tenuto fermo più a lungo, cadde in sue mani quel Cappuccino che avea disperatamente pugnato a Lagonegro. Condotto in Cassano, venne tosto con altri due preti moschettato.

IX. Ma già nuovamente i fuggitivi si arrestavano e raggranellavano. Genialitz li andava raccogliendo ed incuorando. Ripreso fiato, divenivan furibondi. Sorgevano allora i rimproveri e le minacce, frutto delle disgrazie, rimuovendo ciascuno la colpa da sé e trasferendola in altrui. Turbe confuse, e disperate di poter far testa, davansi a tumultuare ed a gridare, come è stile di tali uomini, d’essere stati traditi. Ed a tant’ira, ed a tanta stizza montavano, che scagliandosi contro i caduti in sospetto di tener pratiche co’ nemici, li mettevano a pezzi. Conferiva in uno i capi ed era pei più giudicato miglior consiglio di rinchiudersi ne’ monti, pericoloso essendo combattere all’aperto. Solo Genialitz opinava diversamente, temendo la guerra non fosse presto ad essere sopita. Gli altri citavan ad esempio le recenti fazioni di Lagonegro e Lauria. Tutti poi all’indolenza e viltà del Carbone imprecavano, il quale era in debito e promesso avea d’aiutarli all’uopo, né da lui ricevuto avean conforto di alcun soccorso. Dubitavano di corruzione per maneggio d’oro dato dagl'Imperiali. Eletti perciò a condottieri Pansanera, ed il Falsetti, l’uno che avea tuttora una grossa schiera, l’altro per aver disperatamente combattuto, per diverse strade si avviavano, molti riparavan nelle vicine rupi, e nelle oscure e profonde valli di Orzo marzo, di Papasodero, e di Castel Brancaccio. Valloni cavernosi questi di gran macigni ed aspri per taglienti e scoscese punte di selci, a chi non ha pratica de’ luoghi inaccessibili. In essi si tenean sicurissimi. Gualtieri partivasi a raggiunger le forze di Carbone in Cosenza, altri riparavano ne’ dirupi di Campotenese. Ma il Genialitz prese la via della Calabria ulteriore. A vile tenea gli altri capi, e rivolto avea l’animo ad alzarsi sopra di loro. Fermo nell’odio contro i Francesi, confidava nel suo ingegno, fertile in trovati e di scaltrimenti di guerra non ignaro. Facea conto sopra gl’inglesi ad ottener danaro, armi e munizioni. Radunerebbe, sperava, una forte schiera, i fuggenti a lui si sarebbero accostati, piglierebbe per poco i luoghi sicuri. Poscia si avventerebbe a nuove imprese, alle quali le forze, non l’ardimento, mancavano.

X. Gli altri dispersi e fuggitivi presso Cosenza s’ivan man mano raccogliendo; il Pirano ed altri capi infiammatissimi li raggranellavano. Vincer i gagliardi avversari, non speravano; ma non volean si dicesse che quella città, sede della sollevazione, fosse perita senza contrasto. A ciò soprattutti acceso di rabbia intendeva il Preside De Michele. E parea che facesse qualche frutto, perché molti aveano in lui fede ed ubbidienza. Consultavano frequentemente, pullulava la varietà delle opinioni, l’ira vi si mescolava; pure nel voler resister concordavano. Interrompere a’ Francesi l’acquisto della provincia non potevano. Si decidevano adunque a travagliarli alla coda, ed ai fianchi quando più oltre continuassero, o combattergli se si arrestassero. In ciò credeano ornai ridur si dovesse la somma della guerra.

La confusione però tanto vi si manifestava maggiore, quanto già si udiva Reynier tornar nuovamente vivo da Cassano e farsi avanti. Udita la quale mossa, assai pericolosa, risolvean di correre disperatamente a rompersi le membra co’ temuti nemici. Ala Carbone faceva preparativi a partire di furto, altri Capi tentennavano e tutti a rimetter allora del primo animo. E tali fluttuazioni sempre e dappertutto avvengono ne’ precipizi della fortuna.


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L3-CAPITOLO V

Invasione delle Calabrie Sanguinoso contrasto fatto alla marcia de’ Francesi — Fatti che li avean preceduti — Tumulti di capi e discordie in Cosenza— Crudeli fatti sul Jonio e sul Tirreno — Entrata de’ Francesi in Cosenza — Bandi e pratiche di Massena.

Congiunti si erano intanto a Morano i soldati di Massena progredienti coi retrocedenti dalla sollevazion Calabrese. E fra’ campati da sì aspre lotte era gioja men di salvezza che di desio di vendetta. Massena conferito avea col Reynier in Castrovillari, la via di Cosenza era aperta, i soldati di soffocar in essa la sollevazione impazienti. Dato dunque sesto alle cose di governo, rifornito il Reynier, a penetrarvi si disponea. Dar non voleva alle bande tempo di riordinarsi ed a’ Napolitani regolari di spingersi innanzi per sostenerle. A prova già conoscea quanto difficil cosa fosse il combattere, indisciplinati com’eran, così feroci nemici. I soldati di Reynier, ardenti di vendetta, furono destinati a fare strada. Tutta la schiera a quattromila uomini a un di presso. Con Reynier movevan alcuni tra’  Calabresi che l’avean seguito, e venuti eran a parte di sua fortuna. A’ 12 Agosto metteansi in cammino, tutti pieni di ardire e di confidenza. Speravan che, caduto il primo bollore, e udito i fatti di Lagonegro e la sorte di Lauria, meno sarebbero i nemici e’ meno audaci; nel coraggio e nel numero di risoluti soldati e nella perizia de’ generali confidavano. Freddo e confidente, il Reynier si moveva. Il Malacowschy apria la marcia, ed incontrato i sollevati a S. Maria Inferiore, li assalì e li disperse. Sapeano o credean sapere che il Genialitz fosse postato a Terranuova. Ma già fuorusciti e Francesi entravan in maggior fiducia che sin presso Tarsia in altre bande non s’incontrassero. Scorrean solo qua e là pochi armati, di esplorare vogliosi più che di combattere. Alcuni borghi invece offrian loro vettovaglie, carri e scorte. I più fervorosi in favorir i Francesi eran gli abitanti di Rossano. Minacciati si eran visti di estrema ruina, la piena de’ Santoriani contro la città agglomerandosi. Trasportavano un cannone e carri in gran numero, ad insaccar le spoglie dei miseri abitanti. Si restringean nella piazza i Rossanesi coi fuggitivi di Longobuco e poca mano di Francesi, atterriti più che deliberanti. A ceder al tempo non sapean risolversi, di ostar e ributtar dalla città l’arrabbiato nemico, non confidavano. Preser in fine animosa risoluzione e fu quella di far empito all’aperto. E così fu. Verso la collina S. Maria delle Grazie, ove era Santoro col nerbo dei suoi, fuori prorompevano. Aspramente l’assalivano e sopraffacevano. I sollevati che già si tenean certi del successo, andavan rotti in fuga. I Rossanesi sino al fiume Colignani gl’incalzavano. Carri, vettovaglie ed armi d’ogni sorta caddero in lor potere. Svelto così per forza dalle mani Santoriane il trionfo, per allora respiravano. Ora coll’appressarsi de'  Francesi si tenean salvi e sicuri.

II. Né minor animo mostraron gli abitanti di S. Basiliti, assaliti pure indi a non molto dallo stesso Santoro, e quelli di Spezzano minacciati dal Falsetti. Questi corso avean gravissimo rischio per tenersi affezionati alla causa Imperiale, e già minacciati eran di destino accrbissimo. Pure, ottimamente affetti, tutti gli ajuti porgean che potessero. Raccogliean gli smarriti, i feriti e gl’infermi ricovravan e curavano. Ma resister più oltre non avrebbero potuto. Già inferociti gli abitanti di Terranova, di S. Lorenzo e di altre terre ingrossavano. I montanari venivano a furia, avidi di metter mano nel sangue e nelle prede. Ora in tal caso, dove volgersi, donde aspettare ajuto, se non dai Francesi? Mandato avean perciò a Reynier ogni dì: movesse in loro soccorso, dicendo, o solo alquanto innanzi si spingesse, i più forti passi gli assicurerebbero. Scongiuravanlo caldamente, rappresentando: Falsetti starsi su’ vicini monti con altri cinquecento sollevati, essersi ad esso unito altro capo con altrettanti e più. I quali due man: dar a sangue e fuoco la terra disegnavano. Non permettesse tanto eccidio, il quale stato sarebbe di fatale esempio per coloro che le parti Francesi sostenevano. Ma Reynier dava in risposta condoglianze ed esortazioni. Sperare, diceva, a tutto avrebbe supplito il valore, questo esser il tempo d’adoprarlo senza risparmio, s’ingegnassero in ogni maniera, provvedesser nel miglior modo che il tempo e di necessità presente concedessero. Né altro vi fu; perché quantunque se ne accorasse, restò tranquillo in Cassano. Salvò la misera terra un caso impreveduto. Falsetti con molti de’ suoi corso era verso Lagonegro, i rimasti esitarono: e quando già si decidevano ad assalire, udivano i Francesi giunti a Saracina. I disastri di Lagonegro, il misero fato di Latina tosto pe’ fuggenti era noto, onde i sollevati ne’ monti si ritraevano. Gli abitanti di Spezzano da sbigottiti ch’erano prima, divenner confidentissimi.

III. Mandò fuori Reynier, per confermar gli animi, un primo bando. In esso non tornar gl’imperiali a vendetta affermava, ma a protegger le persone e le proprietà già dagl’insorti guaste e manomesse. Riputerebbe perciò tornar in contrade amiche, da sperar che l’amor del pro e dell’interesse queste benevole risoluzioni non ingannassero. Esortava pertanto ed ammoniva deponesser le armi, i traviati alle sedi loro tornassero, sicura e quieta vita ritroverebbero. Ma, sebbene tutto paresse ad ubbidir disposto, non con minor cautela s’inoltrava, che se dovesse ad ogni istante combattere. Dal non incontrar resistenza era insospettito, le stesse sommissioni insidie stimava. Preceder si facea da grossa mano di corridori per sopravveder il paese, tentar i guadi e preparar le vie. Giungeva il giorno appresso a Tarsia città che accenna a Cosenza, e dalla quale ei non era già che un sol dì lontano. E più stupiva che inoltrar senza contrasto il lasciassero. Ma non prima i soldati davansi a riposare, che con urli e trar di moschetti i sollevati sbucavano. Davan i Francesi di piglio alle armi, e messisi in ordinanza, a piè fermo li aspettavano. Cominciò il conflitto, o per meglio dire assalto, ché i Calabresi con accesa deliberazione addosso ai nemici si serravano. Uccise le scolte avanzate, respinti alcuni cavalli avanzavano sempre più. I retrocedenti Francesi, dietro si traean i numerosi assalitori. Era questa la banda più gagliarda e, per esservi più uomini d’armi che volontari, stimar si potea la più agguerrita. Tumultuosamente uscita era di Cosenza. Corso era, svolgendo dal suo cammino, il Genialitz ardente di mescolarsi tra le anni, e confidando sempre di far opra segnalata. La stia presenza quelle confidenti torme fece ad un tratto confidentissime. Credeva opprimer di leggieri queste prime schiere Francesi. Eran colà pure altri capi, il Falsetti, il Virano, il Gualtieri. Concitavan le vecchie ingiurie i Calabresi, le fresche i Francesi pungeano; i primi desiderio di difender le loro terre animava, gli ultimi quello di conquistarle. Il combatter gli uni e gli altri feroci rendeva; ma pe’ sollevati era questo uno sforzo senza disegno, e senza scopo altro che il combattere.

L’affronto fu sanguinoso e per qualche ora dubbio, menandosi senza intermission le mani. Ma il Reynier riunito e spinto il 9.° reggimento di cavalli, questo impetuosamente si scagliò, ferendo a manca ed a destra. I sollevati sbalorditi, rotti e dispersi, si rinselvavano. Sostenuto avean i Francesi, si prevalenti in guerra, egregiamente l’assalto. Il sole era ardentissimo, arido e cocente il terreno; di calore, di sete, di trambasciamento cadevano. Durante il conflitto però ebber a notar maggior ordine ne’ sollevati, migliori regole nell’assalto, e gran cura di porre in sicuro i feriti. Pure costretti eran a lasciar libero l’adito alla vittoria.

IV. Prospero riuscito lo scontro, si distribuivan i Francesi per gli assegnati quartieri. Tra il vino ed i festevoli motti davansi a dimandar agli abitanti se desiosi fosser di più combatter i Francesi, dove nascoste avesser le donne, ed altre simili cose con insolenza e scherno dicevano. I taciturni Calabresi fremevano. Ed ecco ad un tratto udirsi nuove archibugiate. Gli esploratori tomavan a furia; i sollevati, che si credean dispersi, gl’incalzavano. Il grandissimo polverio che inalzavasi, non di progrediente nemico, ma di turbine di vento si era creduto. Raggranellati si eran a qualche distanza, e da altre centurie desiose di combattere sopraggiunti, si eran risoluti a volger in dietro. Venian correndo, animandosi a vicenda, sorprender i Francesi tra la stanchezza ed il riposo speravano. Questi all’improvviso tumulto prendean le armi, e senza quasi serbar ordine, ciascun facea testa dove era investito. Ma patir non poteva Reynier che più ad arbitrio della sorte che per comando o consiglio si combattesse. Ordinava i combattenti, e fatte avanzar le artiglierie, a trarre furiosamente; onde seguì una strage tra sollevati, cadendo gli uni su gli altri per isconce ferite. Poscia i soldati si avventavano. Un gran terrore sorse tra le bande, e senza altro stare o udire, si rivolsero in fuga. Tardamente inseguivan i cavalli, ma pur molti fuggitivi, essendo raggiunti, perivano. Gli altri per la ripidezza de’ colli, e per le sovrastanti tenebre, otteneano scampo. Qualche ferito, impotente a gire o restare, da fuggenti compagni chiese ed ottenne la morte. Innanzi ai Francesi a furia i fuorusciti Calabresi avean combattuto. Ardeano di far vedere ne’ loro primi fatti da quanto essi fossero, e non che sfuggissero, i cimenti provocavano. Lodavali pubblicamente 'Reynier, esortava i Francesi a tenerli in qualità di fratelli. Combattettero, diceva, a’ vostri fianchi, con esso voi di coraggio e di valore gareggiarono, a parte con voi furon delle sventure ed ora del trionfo, non men di voi degni della benemerenza di Francia si mostrarono. Comuni sarebbero i premi, come furon comuni i perigli e la gloria. Durante la notte, i Francesi davansi a maltrattar gli abitanti. Parve loro da’ discorsi e gesti che de’ fatti del giorno, sublimandoli al cielo, ragionassero. Sospettarono che taluni stati fossero tra’  combattenti, né certo s’ingannavano.

V. Nello stesso dì Verdier da Tarsia erasi portato verso Terranova. Dato si era a credere Massena che colà fosse il Genialitz con gran massa de’ suoi, ma non era. Ivi non s’incontrava il Verdier che in un pugno di determinati. Eransi postati al numero non più di trenta in sito detto le pietre di Terranova. Passo importante era per serrar il cammino ai luoghi ch’erano in potere de’ sollevati. Nacque feroce scontro, e tutti, facendo disperata difesa con aspra uccisione di nemici, perivano. Dopo la pugna stupivan i Francesi vedendo alcun non esser fra gli uccisi che le braccia e le gambe non avesse da diversi colpi spezzati. Serbavan, ancor che estinti, minaccevoli sembianti. Corsero i Francesi sopra S. Lorenzo, e sgombrarono d’altri sollevati il cammino; ma non appena si discostavano, che i sollevati si riannodavano,e piombavan su’ bagagli della legione. Verdier fé retroceder in fretta per disperderli. Ed i Francesi li dispersero e penetraron nel borgo. La Chiesa, dove molti si eran asserragliati, mettean a fuoco, i resistenti tra il ferro e il fuoco perivano. Di là staccossi il Verdier con grossa squadra, il Malacowschy tenendosi più a sinistra per isgombrar la strada sul Ionio. Ripreso animo erasi, dopo la rotta toccata a Rossano, su quella via incamminato il Santoro, il quale mal soffriva che S. Basile, terra pur essa di Albanesi, per la causa francese parteggiasse. Volendo lasciarvi alcun segno della sua rabbia, si volse ad assalirla. Minacciati di estremo eccidio, disperatamente si difendean gli abitanti. In questo mezzo prima un rumor cupo, poi voci più aperte cominciavano, finalmente ecco levarsi il grido del sopragginnger de’ Francesi. Era Malacowschy che venia battendo a mescolarsi nella pugna, udito lo strepito, corso era e senza curarsi d’ordine di milizia. Giungendo, cominciò a menar le mani. Spinse con molto sangue, poi con molto sangue fu respinto. Vicino a cader il giorno, ruppe i sollevati e li disperse. Santoro, di bestiale natura ed uom solo nel combattere, fò virilmemtc le sue parti, ma non giunse a rattenerli. Nò qui terminarono i suoi disastri. Errò tutta la notte col fratello ed alquanti de’ suoi; stanco e consumato dalla fame e dal cammino entrò in S. Sofia. Ma ivi non prima li videro in sembianza di fuggitivi, che gli abitanti furon loro addosso e li sostennero in carcere. Pareva ormai spacciata per lui, quando misurata dell’occhio l’altezza, si precipitò da una finestra. A’ perseguenti si tenne celato ne’ boschi. Colla notte seguente, lacero, pesto ed affralito si ridusse in Longobuco. Quei che non osa rischiar il salto, militarmente uccisi. Malacowschy intanto, combattuto e combattendo, si avanzò sin a Cariati. Ma tenendosi alquanto innanzi la città, e sprovvisto d’artiglierie, disperò di far alcuna impresa, e non volendo essersi lasciato tirar troppo oltre, di là si tolse e si raccolse in Rossano, al grosso degl’imperiali accostandosi.

VI. In questo mezzo che sforzi e minacce tornavano in capo a’ sollevati, giungevan le triste novelle in Cosenza. Numerosi i fuggitivi che, più per temerità propria che per valor di nemici, si eran nella rotta precipitati. Ora del valore e numero de’ nemici contavan le maraviglie; gli altri credean per paura. Braveggiar, diceano, vicino e numeroso l’imperiale esercito, aver tagliato a pezzi quanti ardito avean far testa; essi aver fatto l’ultimo poter loro, ora necessità di starsi serrati ad aspettar altre e sicure opportunità.

Nasceva a quelle, parole ribollimento e sollevazion di pensieri e di affetti in quanti ascoltavano. Restavan i già confidenti, ora sbalorditi; se ne alteravan quei che brandito avean le armi e nei costumi de’ quali tanto v’ era d’incomposto e di violento. Chi si rodeva, chi facea disegni del dove sarebbe andato a cercar ricovero; quale senza risolver nulla, proponea di rimanere e di acquistar tempo. In tutti un’aspettazione, un desiderio di sapere come la cosa fosse per riuscire.

All’incertezza di tali rumori ed avvisi sinistri, consigliavan alcuni il Carbone, non volesse vilmente morire, troverebbe de’ buoni, esservi moltissimi e ragunerebbe de’ bravi; assalisse con forze più vive che non si fosse in sino allora fatto, e con tutta la guerra i Francesi. Dietro si trarrebbe tutti gli amatori della causa reale. Ma vincer non si lasciava dallo loro istanze; l’impresa tenea per disperata, ed era. Nei pochi giorni di comando avea soltanto poche compagnie d’armi ordinato; volea piuttosto sostener la guerra che farla. Abbandonando gli altri uffizi, non rimediando a’ disordini, guastato avea sempre il ben de’ più per odio privato. Di quanto i soldati pratichi ravvedivan, facea, per non parer d’averno d’uopo, il rovescio. Con poche compagnie d’armi ardito aveva appena di spingersi oltre Cosenza. Poscia, caduti alcuni mandati innanzi, tornato era dentro impaurito. Ora in quelle strettezze le forze che avea sperperate, non potea raccogliere. Mal pago e trafitto dalla coscienza, moveasi facilmente ad ira, come proprio si è di chi si sente cacciato in sommo vitupero. Quanti più torti avea, tanto più montava la superba sua febbre. Udia freddamente il Gualtieri, al De Michele non badava, follia stimava ogni qualunque partito. Schermiari prima con indugi scaltriti, poscia vestia coll’autorità il rifiuto.

VII. Mosse, con queste ambagi e paure, cagion di gran rammarico fra tutti. Segnatamente nella plebe, memore de’ recenti fatti e delle speranze concette. Ed ora udiva sopravvenir i Francesi e chi di lasciar le case e le sostanze, chi l’acquistato bottino; chi di vendette di sangue paventava. Scoppiavan poi tra’  capi, o lui, benché rattenuti, molti segnali di fierissimo sdegno. Per le rapite ambizioni inserpentiti, l’avrebber di coltello spacciato. Ma crescendo i rumori, non avendo fidanza nel futuro e vedendo ciascun il poco frutto dell’opera sua, di furto l’un dopo l’altro si partirono. I sollevati, tutto togliendo a sinistro augurio, per diffidenze e paure, a torme li seguivano. Sorgean fra capi, come si usa nelle disgrazie, rimproveri ed accuse, riferendo l’uno alla mala volontà dell’altro gl’improsperi successi. Tutti con acerbe querele al Carbone maledicevano, rimovendo ciascuno la colpa da sé, e trasferendola in lui. Di negligenza, di poco animo, di corruttele Francesi lo accusavano e lo aggravavano. Il Genialitz traversando per Cosenza sdegnò di vederlo, e tirò oltre a Scigliano. Ciascuno dunque pensava per sé. Quei tra’  gregari, cui sola speranza di preda indotti aveva a prender le armi, negli aspri monti si ricovravano. I mossi da novità ed odio a’ Francesi, per occulti sentieri alle loro case tornavano; ma i più, desiosi di non far lieti i nemici di loro sconfitte, prendean la via per Monteleone. Altri si volgean verso Scilla per rispetto de’ soccorsi di mare da non poter esser proibiti. Né crudeli e sanguinosi atti pe’ luoghi di lor traversata mancarono. Come ogni cosa in questa fosse, piena di sangue e di pianto, difficile immaginare, non che narrare.

VIII. Carbone da tante rotte, e poi dal mal talento de’ capi, impaurito, stato era perplesso indagando il modo e la maniera di trarsi in salvo, senza che gli tornasse a delitto presso la Corte. Temea, se non di portarne gran pene, di scapitar affatto dalla stima. Ora venuto a tanto, e visti gli altri partiti, e potendo trovar una scusa nell’altrui sconfortamento, si fuggia. E dicendo di voler campeggiar intorno alla terra, tutti gli uomini d’armi trasse dietro a lui. Così tutto per sua viltà ed avarizia andava in ruina.

Gualtieri, risoluto sempre a combattere, verso Monteleone volgevasi. Partia sbuffando e giurando di tornar presto con altra comparsa a far le suo vendette. De Michele tuttora tentennava. Delle mal concepite speranze, e delle cose di Carbone sì debolmente operate, sentia grandissimo sdegno. Pure esitava al partire. Ma sì stringendo poi il pericolo, raccolti i più che potè, sul lato verso Amantea, Fiumefreddo e Belvedere si volgea. L’animo fiero già abbandonavate e quelle calamità non più guardava con meno spavento di quanto ne chiudessero in sé. E molto più che di Carbone, degl’Inglesi con parole piene di ogni vitupero doleasi. L’uno d’ignavia, ma gli altri di perfidia accusava. Proponevasi e dava ad intendere che, muniti quei luoghi e guastati i campi, provveder meglio potrebbe contro al nemico, di quel che fatto avrebbe con temerità assaltandolo. Standosi però irrevocabilmente fisso nel pensiero dell’ambizione, giunto in Fiumefreddo, tentava di riparar in Sicilia. Conseguir favori e soccorsi sperava, e tornar con altra autorità ed in tempo più opportuno. Ma ben fu impedito dai suoi, che intenti a loro benefizio, taluno por volendosi in salvo colle sue rapine, cominciavano forte a por mente a quanto operava. E forse che sospettavan di subornazioni Francesi. Il furor delle cose adunque ridotto avealo a tale da non aver altro scampo che nelle armi. E perché temea quelle apprensioni dei suoi non gli facesser sotto qualche mal gioco, non diè tempo che mettosser radici. A purgar i loro sospetti prese a mostrarsi più avventato ed implacabile che non mai.

IX. Questi che a noi nemici inesorati si scoprirono, diceva in un bando, questi che sé patriotti e noi briganti chiamano, ogni onor ed indipendenza di patria, sicari di Re straniero, distruggono. Le nostre contrade col vano titolo di reame nuovamente provincia di lontana signoria faceano. Ma noi che altro scopo non abbiam che di restituir la sua antica condizione e prospere sorti alla patria; noi che giurammo non voler altro reggimento che reale, altra dinastia che Borbonica, altro Re che Ferdinando, noi, come la giustizia della nostra causa, avremo il favor del cielo. Giusto è il contrastar a straniero dominio, con mani che impugnan le armi a pro delle avite case e degli altari. Vincitori per poco del valor nostro e dell’egregia costanza nostra, i Francesi riuscivano; ma eglino i patriotti, periti de’ luoghi, e guide e spie, eccitatori e combattenti si faceano. Per essi soli a danno nostro i Francesi trionfavano. Antichi sono gli odi nostri quanto antiche le offese. Ogni modo di combattere in aperta guerra dunque onesto, ogni vendetta contro immunità di nemici legittima, ogni opra, ogni ardire, ogni rischio santo e laudato divien oggimai. Concordi dunque, perseveranti, ma inesorati esser si vuole; e per noi Iddio dal cielo, Tedeschi eserciti da lontano, Brittanno naviglio da vicino, per noi in breve pugneranno. Così scrivendo e concionando, gli animi accendeva a perseverare. Come poi li vide infiammati a seguirlo, ad infestar le terre circostanti cominciò.

 La sua più che prudenza di vinto, pareva insolenza da vincitore. E stando alle vedette per iscoprire, or correva sopra Belmonte, or sopra Longobardi sua patria, or più si accostava ad Amantea, ed ogni briglia a’ suoi, ed a disegno, lasciava. Sicché ognuno arraffava scompigliatamente ciò che prestezza, o fortuna gli parava d’avanti. Le coltella facevano il resto. Longobardi vide, ed inorridì, uomini, donne e fanciulli gittati vivi nelle onde. Vincenzo Resta figliuol naturale al De Michele, per voler solo de’ suoi seguaci fatto Maggiore, era cieco strumento a tante barbarie.

In Paola soltanto i possidenti si chiudean nel vecchio castello feudale e facean disperata difesa. I sollevati si eran persuasi d’occupar la città senza contrasto; or trovando tale intoppo, si levavan di là ed a scorrer pe’ dintorni proseguivano. Era questo sulle marine del Tirreno il più forte e difficil nodo di sollevati.

X. Né men tristi eran i fatti che accadevan su quelle del Jonio. Santoro, raccolti molti de’ dispersi, e molti nuovi accorrendo, portava la sua stanza principale ora in Cariati, ora in Longobuco. Spingessi nuovamente verso S. Basile, il Malacowschy tirato essendosi indietro. Colla sua banda il sostenea Francatrippa, alloggiando or in uno, or in un altro dei luoghi vicini. In mezzo quasi stava il grosso de’ sollevati raccoltisi a’ confini della Calabria ulteriore. I Capi vi si eran fermati, e le bande invan ingrossando tra Scigliano, Soveria, Nocera, Grimaldi, Ajello, ed altre terre vicine. Di là davano la mano alle bande di De Michele e Santoro. Tornando i Francesi in possesso delle terre della Calabria citeriore, esulavano a stuoli i sollevati nella ulteriore. Quei di Pedaci più numerosi, e più in nome per essere stati i primi ad insorgere. Un Lorenzo Martire di civili natali, d’ingegno e di animo risoluto, era stato per essi tratto' al comando. Ed ei con essi, passo non retrocedea senza far quella miglior difesa che potea. Il Domenicano Rosa divideva il pericolo del comando e del combattere, ma colle rotte le bande sempre più di cruda ribaldaglia si riempivano. Il perché gli atti crudeli e rapaci non cessavano, e tali furono che gli abitanti di molti borghi, fatto sonar a stormo, eontendean il varco, o a passar oltre quiete le sforzavano. Così pervennero nelle vicinanze di Scilla.

Colà que’ che difeso aveano il nome regio col terrore venner dagl’Inglesi disarmati; alcuni rinchiusi nella cittadella di Messina, ma era tarda giustizia ed inutil rimedio.

XI. Stati eran gl'inglesi da Scilla, da Reggio, e dai piani della Corona, anzi spettatori che attori. L’indifferenza ed apatia loro, lo scarso numero de’ soldati Napolitani, la niuna speranza di altri soccorsi mutato già avean gli umori. I Calabresi desiavano quasi il ritorno di que’ Francesi contro a’ quali eran non ha guari sì ardenti. Spesso si eran volti agl’Inglesi e spesso sollecitati di ajuti: contro le rapine e le atrocità di talune bande li difendessero, se volean che i Calabresi tenesser fermo per la causa reale. Ma non altro ne avean riportato che steril compassione, la quale più gl’indispettiva, e rendeva avversi. ché nulla vi ha che più ti sdegni di un patrocinio largo sol di parole. Dal loro canto i sollevati ogni dì più che l’altro s’inserpentivano, accusando d’incostanza, e d’infedeli promesse gl’inglesi, e di fiacchezza gli stanziali Napolitani. Ma gli agiati sé stessi di aver agli uni ed agli altri creduto, maledicevano. Piangendo si sovvenivan di tutte le speranze concette nel prender le armi, e le sventure nel deporle deploravano. Di tanti affanni, di tante spese, e tante vite estinte indarno, si rammaricavano. Dolevansi principalmente, le passate coso riandando, dello Stuard, cui più che altri le presenti disgrazie attribuivano: Punica la fé Brittannica chiamavano, e stolti i popoli che ad essa si commettessero. Troppo tardi, or che sanguinosi eran fatti, averne sospettato, troppo tardi accorgerai le armi civili riuscir soltanto a strazio de’ cittadini ed a servitù della patria. Così l’abbattimento presente degli animi pari era all’esaltazion delle menti ne’ primi giorni. Né la grandezza de’ mali e de’ pericoli facea cessar le doglianze, e curar la salvezza. Eran i sollevati dubbi, divisi, ed a restringersi insieme non pensavano. Le armi che poco innanzi parean dover esser invitte, fragili ora loro parevano. Spogliati degli ajuti stranieri, non sapean dove e con quali disegni si gittassero.

XII. Questo scuoramento e queste indecisioni diedero più facile occasione a’ Francesi d’occupar Cosenza. Progredito Massena coll’esercitò, Reynier riprese il suo cammino. Niuna banda più si affacciava, ombra non si vedeva di resistenza. Dal canto di Massena si spingean innanzi il Mermet, già braccio dritto di Hoche in Vandea ed il Gardanno. L’uno corse sopra Terracina, l’altro sopra S. Basilio, e le bande che incontraron, urtarono e dispersero. I sollevati prendean tutti, gettandosi a destra e a sinistra, le scabrose vie de’ monti. E se negl’imperiali si scontravano, scansavano il combattere. Sgombra era dunque e dappertutto la via. Entrava il Reynier in Cosenza a’ 14 Agosto, fra il tenebroso silenzio, ed il sinistro aspetto de’ riguardanti. Giubilavano i ricchi e gli agiati, sollevati dalle gravi apprensioni che lor date avean la plebe ed i sollevati. Le memorie soffocate a forza, in folla si svolgeano; l’avversione per gli uni, richiamava i motivi di stima per gli altri. L’odio cieco e violento dava luogo all’amicizia ed alla compassione. Ricordavan come i successi de’ Francesi eran pretesto ad invader le sostanze, a trascorrere alle offese ed alle libidini, ché tale è lo stile delle moltitudini licenziose, massimamente se da’ capi infiammate. Trovavan con sommo giubilo i Francesi gl’infermi compagni. Verdier abbandonati li avea sicuro di non più rivederli. Né già per le sue minacce cessavano l’imminente strazio. I sollevati non credean al ritorno de’ Francesi e nol temeano. Fu per cure e zelo d’influenti cittadini ch’ei venner salvati. E fu parimenti noto che molti religiosi posero aneli’ essi ogni opra a fin di tutelarli. Malgrado tanti tumulti ed eccessi di plebe, cittadini di mente, cuore, e per fama rispettati abbondarono. I quali, avversi a’ Francesi, non meno le popolari vendette odiavano. Epperò si sforzavano a trovar modo di tener in briglia la sfrenata plebe, o d’incamminarla al fine legittimo. E tanto fu l’ardor di loro diligenza e tanto il disprezzo de’ pericoli, che spesso il lor fine conseguivano. Da creder poi non è come genti efferate spesso da uomini riputati persuadere con facilità si lasciassero. I fatti oltraggiosi e violenti sempre perciò opera in ogni terra eran di estranei, che niun freno avean di rispetto.

Corsero dunque i Francesi all’ospedale, i soldati riconosceansi, e nacque una repentina allegrezza. Fu tosto un raccontarsi i pericoli corsi dagli uni nel lottar con masnade destre ad agguati, dagli altri da frenetica rabbia ad ogni istante da’ successi de’ Francesi eccitata.

XIII. Si spargevan poi per la città, a darsi, come eran usi, bel tempo. Briosi, come è la natura Francese, i venuti col Massena a celie e scherni trascorreano. Di non veder alcuna donna s’indispettivano, gli abitanti tassavan di rustici e gelosi. Sennati gli altri la prudenza ed il castigato linguaggio consigliavano. Rimproveravali Verdier: soldati vincitori non dover insultar ai vinti ed inermi; poco esser da loro conosciuti i Calabresi: esser questi tali che, se fosser da lui guidati, tremar farebbero le migliori legioni. Non mostrassero averli in poca stima, non inasprissero le piaghe, non dassero nuovo alimento ad un già troppo vasto incendio. Ma non molta agevolezza sperimentavasi; sopratutto perché astretti i Calabresi ad albergarli nelle case. E di questa più che di ogni altra cosa doleansi tutto di coi generali. Ragguagliasser delle miserie della città, pregavano, scusasser dai nuovi alloggiamenti gli abitanti, dal soggiorno de'  sollevati già consumati e distrutti. Ma non davasi, né poteasi in vero, alcun ascolto.

Massena, recatosi in mano il governo delle cose, i Calabresi che lo aveano seguito con ogni poter lo assistevano. Da loro venian i migliori e più accomodati consigli.

Pubblicò la legge marziale, colla quale ogni ordine civile cessava, all’uopo costituiva i Tribunali Militari. Ordinava un’amministrazione di viveri, e i più caldi partigiani e che più avessero patito, vi chiamava. Bandiva poscia: esser i soldati del magnanimo Imperatore amici del valore, e perciò tener in luogo di amicissimi i forti Calabresi. Ombra esser non vi dovesse perciò di malagurata avversione, ma viva gara a spegner gli antichi rancori. Non inasprissero, competendo, gl’invitti soldati di Francia. Francesi e Calabresi in beneficenza, umanità e liberalità, d’ora innanzi gareggiassero. Ogni studio solo in perseguitar coloro che, in vizi traboccanti, novità stimavan il disfar e distruggere. Tutti dover conspirar a spegner le gare civili, santissimo scopo, onde più oltre sì bel paese a sacco ed a sangue non si riducesse. Esortava i leali a riparar alle insegne dell’Imperatore. In breve scaccerebber concordi dalle loro terre i perfidi Inglesi, soli fautori di tante discordie. Veder il nemico, mostratgli il viso, bastar questo per vincere. Ma le dolci parole negli animi esacerbati e nelle menti insospettite, non fruttavano. Ai Calabresi era sospetto eli andar soldati, di subir presto gravezza di tributi, e di sperimentar soldateschi rigori. Benigno però era il procedere di Massena, e secondo il proceder eran i detti: mirando a riordinar le cose tanto turbate dalla guerra, parlava di clemenza, di dimenticanza parlava. In pubblico ed in privato, la giustizia dicea voler imparziale a tutti. Quanti venivano in suo cospetto, udiva umanamente. Ritornassero, diceva, colla Francia all’antica fede, per l’avvenir non avrebbero a pentirsi del governo, sarebbe egli come padre verso di amati figliuoli.

XIV. E trovo scritto che, desiderando ardentemente di por fine a sì strana guerra, paresse a lui util consiglio anzi di corrompere i capi, che andargli cercando in reconditi nidi di ribaldi. E quei tentava in primo che più eran di voglie nemiche impressionati. Però fé avviso di volgersi al De Michele, natura ambiziosa che facil gli parea a venir adescata. Dato che si fosse, dietro si trarrebbe ogni cosa. Gli mandò attorno un zelante della causa Francese, uomo in ogni arte scaltro ed astuto, il quale, trovatolo in Longobardi, cercò persuaderlo a tornar in Cosenza. A lui onori e ricchezze, a’ suoi sicurtà ed agio per vivere promettea. Ma quei, tutto che scuorato e dubbioso per aver fallito alle sue promesse, si guardò di accoglier l’offerta. Lo sgomentaron altresì i già vaghi sospetti de’ seguaci. Ed ei par che Massena tentato avesse di vincer anche l’animo del Genialitz e del Gualtieri, or ammonendo, or minacciando: gittassersi dal suo canto, partissersi dalla congiunzione degl’Inglesi che gl’ingannavano. Il ritorno de’ Borboni contro le forze ed il valor di Francia esser chimera, i pericoli e il danno, per via di onesta composizione, cessassero. Un Antonio Lionetti, caldo aderente Francese, operoso strumento di queste pratiche. Ma niun de’ due prestò orecchio. Io però tali cose, benché importanti, non le potei chiarir mai. Ben questo so che il Massena a ritroso e con animo oscuro entrato in questa guerra, di ritrarsen e presto ardea. Conseguir gli sarebbe bastato anche breve apparenza di pace, perché, senza diminuzione del nome, uscisse di questa che ei dicea nuova Vandea. Una grossa guerra in Germania vicina a rompersi, colà credea per grado e fama esser chiamato, e non fra ispide genti e rupi selvagge.

XV. E sì acceso era in quelle pratiche che, vistele cadute, cominciò ad insorgere. Laddove prima accoglieva con sembiante benigno, ora con faccia grave e parole minacciose accogliea. Fu il cangiamento repentino ed inaspettato. Do’ più indiziati molti carcerò, disarmò quanti potò, il terror del governo col terror della guerra mescolò. Il che notato, tosto fu rotto il proceder degli aderenti, i quali preser la vendetta a chiamar giustizia e l’imprudenza necessità. Né più mansuetudin usavan di quella che da’ sollevati avesser provata. E sì quelli che seguito avean i Francesi, di quelli rimasti alle proprie case, ad aspreggiar la plebe si voltarono. Tutti sopra i sospettati esercitavan le crudeli inimicizie delle sette o delle guerre civili. Contribuironvi a caso la paura, il saper i sollevati ancor vivi, l’udir i fatti atroci del De Michele. Massena, di autorità non curante, volea loro le mani sciolte. Carceri e supplizi non eran mezzi adatti a sopir gli spiriti. Desiosi invece, e ad un tratto, parvero tutti che i sollevati, disperata la misericordia, fino all’ultima estinzione perseverassero.

L’infierir contro masnadieri in odio a tutti, fruttato avrebbe amor a’ Francesi e stabilità al governo. La persecuzion indistinta dava occasion di risentirsi ed insorgere. Tuttavia i regi, capitati a queste strette, non facean novità. Quelli però che avean prima perseguitato ora piaugean, e quelli che prima avean pianto, ora perseguita vano. Ordinaria vicenda di popol che parteggi


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L3-CAPITOLO VI

I Ministri sollecitali Massena a spingersi innanzi — Arditi disegni del Genialitz — Muove ad assalir i Francesi in Cosenza — Terribile affrontata — Cade morto ed i sollevati son rotti — Loro modi di combattere.

Massena intanto di non altro stimar si potea padron se non de’ luoghi che occupava. Spinger dover dunque le cose della guerra, alla quale i Ministri instavano e spingeano. S’impadronisse di Cotrone e di Amantea, corresse sopra Monteleone, gl’Inglesi rovesciasse in maro, scriveano. De’ quali consigli e comandi risoluti, era men nojato che indispettito. Pensò dunque di spegner prima la sollevazion ne’ casali di Cosenza e nelle terre che fiancheggiavan la via per Monteleone. Quella via era l’arteria delle Calabrie.

Ne’ primi fatti, degli aderenti a’ Francesi si avvaleva. I quali, vestendo animo tanto avverso a’ sollevati, fecero concorrenza nelle armi cogl’Imperiali. E se per pratica di guerra la cedeano, per ardore li sopravvanzavano. Correndo dunque il contado, ovunque i sollevati rompeano, o dissipavano.

Noti eran già al Massena e per gli stessi partigiani, gli agenti di Sicilia, i capi dei sollevati, i luoghi più vulnerabili. Contento a questi primi fatti, ad agir vigorosamente si decise. Proponeva ad una prima fazione i soldati del Reynier, a guerra di sì estrema natura addestrati. Correr ci doveva sopra S. Giovanni in Fiore, disperder gli abitanti stimati ferocissimi, e recar la terra in poter suo. Mermet o Ventimille si spingerebber intanto da un lato, Peyri dall’altro, o le bande che ne’ dintorni scorazzavano tuttora, disperderebbero. Lasciarsi non voleva alle spalle bande numerose e pronte a nuovi cimenti. Coordinar tutti dovean le loro mosse, conservar aperte le comunicazioni, tener l’occhio fisso sopra Cosenza. Incontrandosi negl’Inglesi, ritrarsi senza combattere. Mermet dovea far sosta a Scigliano, Peyri stringer Cariati, Ventimille Fiumefreddo, Verdier tenersi indietro a sostegno di quest’ultimo, e se una formale occasione se gli aprisse, impadronirsi di Amantea.

II. Cosenza, fiorentissima, in allora di dodicimila abitanti, edificata alle falde dei monti, in fondo della valle sul confluente del Crati e del Busento. Vecchio castello la guarda all’occidente. Or, non appena usciva Reynier dal sobborgo di Porta Piana, che dalla polvere, che egualmente veleggiava, sospettò di avvicinarsi di nemici. Incredibil gli parve, e pur così era. Genialitz, che ridotto aveva a tante strettezze i Francesi, ad assalirli si avanzava. Recato si ora appo tutti i fautori della causa reale, esortato, scongiurato avea; taluni convinto, molti più spaventato, e tutti dato avean mano. Dagl’Inglesi strappato avea armi e danaro, ragunato genti, e fatto un grosso stuolo. Altri capi a lui accorsi erano, onde si stimò gagliardo da sfidar ed assalire. Al Brodrich in Reggio scrivea: aspettar di più fermo tra rupi o selve esser un esporsi alle angustie della fame. Aver dunque arbitrato di uscir a campo aperto, ed assalir il nemico nel cuor di sue forze. E preso efficaci provvedimenti, ordinate le bande, proposti i capi, mettendo insieme viveri ed armi, senz’altro attendere, si mosse. A molti capi che ne’ passati fatti avean virilmente operato, messi inviava, perché lungo il cammino coi più scelti il raggiungessero. Confidava con gran massa urtar ed affligger di grave percossa il nemico. Ed alcuni, lungo il cammino, a lui si unirono. Ma il Gualtieri che sperava salir appo la Corte in grande onoranda, il Falsetti che da più si stimava, non davano orecchio. Parafanti, Alice, Papasodero che, so non lo avanzavano, in ardir l'uguagliavano; e quant’altri eran che superiorità di comando sdegnavano, volean far da sé e non si mossero.

III. Camminava intanto il Genialitz in silenzio, e con quell’ordine ch’era possibile. Infiammava le sue genti, facendole capaci di non aver da sperare, lasciatasi fuggir dalle mani la presente occasione. Una somigliante non si potrebbe porger più mai a liberar le Calabrie. Cosenza, vessata da’ predroni del Napoleonide, fremer d'ira e pronta ad insorgere, gl’Imperiali immoti, spensierati, o sol di piaceri e di proviande occupati. Non potrebbegli mai nell’animo capire ch’essi, usando viltà, sottopor si volessero, ed i Francesi rapaci ed insolenti autepor a Re di bontà tanta e per tanti benefizi a loro notissimo. Adoprasser dunque l’usato valore contro nemici poco innanzi fuggenti dal loro cospetto. Provasser loro che se i nuovi soccorsi avean il numero accresciuto, l’animo non avean loro aggiunto. Maravigliosa audacia per certo era questa di voler coglier all’impensata e combatter con genti ragunaticce soldati esperti e valorosissimi. Stoltezza era poi il pensar di affrontar cavalli e cannoni. Ma in un assalimento notturno e nelle aderenze ed ire di dentro confidavano, e se non la vittoria, una gran riputazion dal fatto si prometteano. Colla quale mantener la guerra e guardarsi da sé soli speravano. Né dubitaron che potesse prosperamente succedere, facile essendo i sollevati a creder come a disperare. Ma guastò il disegno l'aver consumato tempo nel cammino, e Tesser giunti coll’alba.

IV. Conosciuti i nemici, Reynier tosto si fermò, ed a' suoi comandò una scarica. Arrestarli non volea' coi suoi tiri, lontani tuttora vedendoli, ma avvertir l’esercito in città del soprastante pericolo. Trovavasi in questo istante Massena dettando al capitano Beaufort un manifesto a’ Calabresi. Stavangli accanto Franceschi e taluni rimpatriati. Vi si era consigliato, perché severo negli atti, esser volea benigno nelle parole. Vicino a spingersi oltre, a scemar intendea la resistenza coll’assolvere, e prometter piena amnistia e senza divario. Ed iva già rammentando il sovvertimento d’ogni cosa, gl’incendi, le ruine, i sanguinosi conflitti. Non aver i francesi, diceva, né ira di nemici, né superbia di vincitori, voler gli acquisti mantener colla ragione e non col sangue. Deponesser le armi, tornasser alle loro case ed all’ubbidienza, non turbasser oltre una pace che non avean senza guai turbata. Giunto a questo punto, si udia lo scoppio fragoroso. Sbalorditi tutti, stetter per qualche momento sospesi. Seguendo poi lo schioppettio, di quel che fosse si avvisarono, e tutti corser a dar di piglio alle armi. I suoi uffiziali ebber appena il tempo da insellar i cavalli. Egli, al primo rumore, fé suonar a raccolta e prender facea le ordinanze. Uscito fuori ei stesso, tra il calmo e Tirato, spingeva a corsa i fanti leggieri là dove udiva ardere già il conflitto. Altri soldati disponea, postò nelle piazze i cannoni, tutto, in un baleno e come in città assediata, dispose.

V. Ma già dove si era appiccato il combattimento, con furor si pugnava. Spronava gli uni l’aggredire, il resister gli altri incendea; negli imi la temerità, negli altri la fermezza. Co’ consueti urli i sollevati si precipitavano e furiosamente traevano. Avanzando sempre, non caravan di chi cadea, facean una gran calca a ributtar i nemici in città. Questi, non potendo allargarsi, si vedean stretti e quasi oppressi. Era una grandin furiosa di colpi, onde molti invendicati cadevano. Ma qui sbucavan i fanti leggieri, i quali si allargavano e traevano. Il lor colonnello Abbè gl’incuorava, il capitano Delphin dello stato maggiore, li diriggeva. Tutti comprendean il pericolo d’esser cacciati dentro la città, e ferocemente combatteano. Delphin ei stesso, con un moschetto in mano, traeva su’ più arditi. Tutti gli altri uffiziali innanzi a tutti collo spade, i soldati incuoravano e trascinavano. Ma usciti dalla città alla sfilata, non giungeano a schierarsi o po’ tanti colpi non si turbavano, sì s’indispettivano.  Trascorrer si vedea dall’altro lato il Genialitz, spingendo ed incuorando e primo fra tutti spingendosi. Soccorrea lo suo genti, teneva in rispetto i Francesi, nulla lasciava intentato. I combattenti sferzava già il sole, ed aspra sete già travagliava. Infuocati per l’incessante trarre, i moschetti scottavan le mani, ed incallite eran le mani de’ Calabresi.

VI. Giudicar non si può quel che uscito sarebbe da sì temeraria impresa, nella quale, come sempre, combatteva in favor degli uni il valore e la disciplina, degli altri l’audacia ed il furore. Ma, ferito di due colpi mentre animava coll’esempio e colla voce, il Genialitz cadde ferito. Questo fatto l’impeto rallentò degli assalitori, sparso poi il grido ch’era morto, cedettero incodarditi la vittoria. Confusi retrocedeano dapprima, poscia traditi dalla fortuna, ritiravansi a furia, e mostrando i più sempre il volto a quei cavalli che si attendeano di perseguitarli. Oltre dugento i morti, scarso il numero di feriti, niuno quello de’ prigionieri. Il cuor de’ vincitori era chiuso a pietà. Credettesi e molti tuttora e con grande asseverazione raccontano, che il Genialitz indegnamente ed a tradimento, per opera di taluni suoi tristissimi, fosse ucciso. Raccontan che, avendo minacciato di gastigo un capo centuria de’ più incontinenti, e la natura inflessibile di lui facendo temer che alla minaccia seguirebbe l'effetto, determinasse il contumace a prevenir la pena. Per la qual cosa, trovato due sicari, questi da un agguato, nel bollor della mischia, trassero contro lui. Quei colpi gli troncaron in un punto i disegni e la vita. Che se i Francesi credettero averlo morto combattendo, fu perché sfrontato patriota, riconosciuto il cadavere e preso il cavallo, il presentò come prova di sua valentia. Né mancò di mercede per quel vanto in appresso.

Aggiungon che, in progresso di tempo, sorta contesa fra i due assassini vicini a sbranarsi, tra feroci ingiurie e minacco l’infame tradimento svelassero. E gravissimo sdegno no pigliaron allóra i Borbonici, e di trarne vendetta giurassero. I quali fatti chiarir non si poteano, né credo si potranno; ma per esser conformi all’indole de’ tempi e degli uomini, potettero ben acquistar e posson meritar fede.

Era il Genialitz uomo di cavalleresca natura, d’onori avido più. che di fortuna. Di natali e vita ignoti, nella guerra prendea speranza d’innalzarsi, il vivo ingegno e l’animo audace vel consigliavano. Per modi accetto, per bravura pregevole, di governar moti popolari capacissimo. A lui, superiore a molti di seguito e forse a tutti di ardire, i capi eran amici ubbidienti. I quali facean verso lui profession d’inferiorità, benché tracotanti e superbi.

VII. Per lui tirarsi indietro da arrischiate imprese era scader di riputazione. Se non gli si apriva via di salute, in volto il contrario dimostrava. Quanto più il suo era presso a disperare, dava animo altrui. Alto e nobil la presenza, però che vi appariva l’assenza di ogni timore. Con piacevolezza e cortesia favellava, rassicurava con ferme parole, con pietosa benignità consolava. Ne’ cimenti con brevi parole della comune salvezza favellava, e più che colle parole, coll’esempio animava. Gl’Inglesi il teneano in pregio, i Francesi stima vanto, ché molti di toro avea salvati. A combatter colle armi, non con popolar ferocia intendea. Gran danno arrecò la sua morte, ché attoniti e pieni di confusione ne rimaser i sollevati. I quali, se in quel di giungean a ributtar i Francesi in città, li avrebber di fiero colpo percossi. Per anguste vie di sollevata città, inutili arte e militari ordinanze, ma esser volea l’impresa con prudenza uguale all’ardir governata, e per indisciplina e lentezza noi fu. Pure fortuna troncar non doveva al Genialitz, e ne’ più gravi frangenti, il fil della vita. La sua morte lasciò a’ Francesi compiuta la vittoria. Audaci eran i sollevati nel ben usar della fortuna sempre, ma sempre questa gli audaci non favorisce. Bastato lor sarebbe il grido di aver con successo combattuto. Con esso gl’indecisi si sarebber incuorati, e fatti più pertinaci i risoluti.

VIII. E qui parmi dover notare il modo, onde questi audacissimi combatteano. I quali, dato mano alle armi, e di rotte non sgomentiti, a furia sempre od a nuove pugne correano. Ciascuno sotto la sferza del sole, o tra’  rovesci di piogge e nevi camminava, si coricava sulla nuda terra sotto lo stellato cielo, il vitto ove il rinvenia, a’ rivi si dissetava. Sobria la natura Calabrese, talor di poche olive contenta. Le membra robuste e spigliate, alle intemperie indurite, a’ cammini faticosi instancabili. Selve e monti asilo a’ sollevati nelle sciagure; nido donde, ad ogni aura di miglior fortuna, sbucavano. Così il rigor delle stagioni, come i sinistri nelle armi, indomiti sopportavano.

Il vestir ordinario di velluto o saja nera, spesso a fermagli di argento e stretto ne’ fianchi da cintura di pelle. Al piede calzari a cordelle, adattati a lunghi cammini e fra’ dirupi. Cappello acuminato, a larghe fasce nere e pendenti, ampio ed oscuro mantello, schermo contro il freddo, e letto nel dormire all’aperto. Armi portavan in truce aspetto, in ispalla archibugio di gran gittata, a fianco o lungo le cosce l’arma prediletta, il coltello catalano. Nello zaino e nella cintura le munizioni. Notavasi così uniformità di vestire, come in esercito. Pochi capi vestian assisa per grado militare; talune rossa, vantandolo dagl’Inglesi; molti con piume e fasce a capriccio. E spesso erano spoglie di nemici. Ordini e disciplina i sollevati sdegnavano e ridevano, sicché sbandati e non fissi alle fazioni andavano. Le ordinanze loro parevan inutili artifizi. Assali van a calca ed all’aperto; ma di dietro muri, alberi e rupi di trarre preferivano. Con tal modo i nemici travagliavano, e trovatili sprovisti, opprimevano.

I Francesi n’eran nelle stesso grandi fazioni sconcertati. Temer dovean sempre d’insidie e d’agguati, però che i sollevati di lontano le piccole squadre scoprivano, e da’ loro nascondigli uscendo, assalivano. Traversando le gole de’ monti, udian ad un tratto suono di corno, seguito dallo scoppio delle armi. Ed era grandin di colpi per mani pronte e destre lanciati. Ne’ primi tempi molti perian così tra boschi e rupi per palle d’invisibil nemico. Superato imo sbocco, niun rinvenivan mai: i sollevati scomparivano. Se questi ingrossi e rannodati corpi s’incontravano, cedean il luogo, diradandosi. Ma sparpagliati e con celerità ritornavano, o meglio sen gian intorno ronzando. Con diligenza cercavan i luoghi, e spiavan le occasioni di molestarli e bersagliarli. Spesso li precedean, o da rocce e da siepi fulminando. Così traendo e fuggendo, nelle vicine terre si raccoglievano. Non potendo di là far testa, a nuovi agguati s’incamminavano, e lungo il cammino i nemici consumavano.

IX. Più tardi, neglette queste insidie, osaron uscir all’aperto. Ingrossando e stimandosi gagliardi per numero, a guisa di regolari assalivano. Il grosso degli armati piccoli drappelli precedevano a spiar e diradar il nemico. Giungendo le folte squadre, facean tosto di estendersi sulle ale per riuscir alle spalle, ed avventarsi. Coll’occhio seguivano i capi, sfidatori di ogni pericolo e spesso sacerdoti, curatori del corpo e confortatori dell’anima. A questi più che ad altri ubbidientissimi. Vicino il nemico, quelli, levando in alto la croce, esortavano; questi, tutti in ginocchio, gridando il nome di Dio e de’ Santi, rispondeano. Poscia sbalzati in piè, traevano furiosamente, e si avventavano. Esitando il nemico, lo stringean, o piombandogli addosso, il fugavano. Il nemico resistendo o sopravvanzando, davan le spalle ché onta il fuggir non credeano. Però che in luogo anticipatamente disegnato ivan a rannodarsi.

Ma rotti e sconfidati di grandi fazioni, di nuovo a modi di guerra sparsa e di piccole bande tornavano. Nella quale e molti e nuovi strataggemmi di guerra sepper usare. Scoprendo il nemico, gittavansi bocconi, o giunto a tiro, rizzavansi in piè, e scagliavan una tempesta di ferro e di fuoco. Si tiravan velocissimamente indietro, ricaricate le armi, tornavano ed era un altro nembo di palle. Cacciatori espertissimi, raramente fallivan il colpo. Le armi poi caricavan con palle, con chiodi, con quanto credesser nocevole. Chiamavan ad alta voce gli uffiziali stati più soverchiatori nelle terre domate. Se li distinguevano, tosto e talor senza fallir traevano. I Francesi, lasciando una terra, trovavan a combatter tra le bande gli ospiti di poche ore innanzi. I quali, a vendicarsi di qualche ingiuria, li avean per vie traverse preceduto. Venendo per istanchezza meno le forze, il nemico ingrossando, o venuti in cimento di esser disfatti, si disperdevano. Talvolta accesi di rabbia, rincorandosi, tornavano. Inseguiti, e scampo non trovando, come belve si difendevano.

Al collo de’ cavalli, brandito il coltello, si slanciavano e con vendicata morte morivano. E ciò eseguivan con stupor de’ nemici ed incredibil prestezza. Vincitori, con accanimento inseguivano, dal luogo della lotta si staccavano e per vie tortuose alle spalle de’ fuggenti riuscivano. All’assalto di torre murate, si avvalevan dell’allocco alla greca, gioco di lor fanciullezza. Mentre alcuni traevan contro a’ difensori, correan gli altri sotto le mura, e co’ coltelli fra’ denti, montando gli uni sulle spalle degli altri s’inerpicavano e davan la scalata. Né potean gl’Imperiali mai del loro vero numero accertarsi. Dall’incertezza il terrore che li facea supporre numerosissimi.

X. Il moto poi essendo universale, so alcuni partivano, altri subbentravano. I Francesi accertarsi del numero de’ sollevati nonpoteron mai. Dalla incertezza l’opinione che li facea supporre sposso in più luoghi che non fossero. Tagliavan le vie, imprendean i convogli; sorprendean con la prontezza dell’assalto e la sicurezza del ricovero. A’ nemici difficoltosa facean la ritirata, come la vittoria. Gli avvisi si trasmettean dall’una all’altra terra e per corrieri veloci, sicché presto si raccoglievano e presto si disperdeano. Così gli avvisi delle marce del nemico portate con celerità, e con celerità maggiore le sconfitte. Così avveniva che i Francesi trovasser insorte quelle terre che, partendo, avean in quiete lasciato. A comunicar cogl’Inglesi si avvalean di colonne di fumo, o di fuochi su’ monti; ad indicar siti adatti allo sbarco d’armi e munizioni, il regio e bianco vessillo sulle spiagge. Alle spie de'  Francesi non strazio, ma scherno. Presi, loro appiccavano una coda di bue per dietro la testa, che a tutti li facea noti. Guai se da loro stessi se la fosser tolta.

Infuriando poi sempre più la guerra, ogni senso di umanità fu sbandita. Le spie, come i partigiani, come i Francesi, straziate. Fra’ dirupi degli Appennini i sollevati sempre più di sangue assetati divennero. A’ Francesi smarriti non era scampo. Se loro concessa la vita, a strascinar costretti i bagagli e spinti quasi bestie da soma a colpi di verghe; cadendo sfiniti, trafitti o calpestati. Taluni abbandonati all’avvicinarsi de’ loro, furon trovati laceri per traversati spineti o colpi di sferza, con occhi infossati e selvaggi, di fiume estenuati. Né minor era la rabbia Francese, ché i prigionieri grondanti sangue, si traevan appresso, colle bajonette li pungevano, colle palle li finivano. Né a vecchi o fanciulli perdonavano. L’immanità e la rabbia vennero in gara. I più feroci que’ che da sollevati divenner poi banditi, i quali addestravano i mastini a scagliarsi addosso a’ nemici. Un Bizzarro dava a’ suoi spesso di tal pasto. Di tal supplizio fu morto un uffiziale civico addetto al Partonneaux. Senza chi mettesse apparecchi alle ferite, sicuri i sollevati di perir con atroce agonia o per istrazì soldateschi. E furon visti alcuni darsi la morte o dai compagni impetrarlo. Le vie perciò traversate da’ fuggenti, ingombre di cadaveri. Le caverne de’ monti, cangiate in ospedali, divenian sepolcri. Niun darsi voleva a misericordia de’ Francesi. Virino ad esser raggiunto, rotta e fugata la banda, uno di S. Biaggio si volse e trasse contro gl’inseguenti. Poscia, brandito il coltello, coll’uffizial cominciò strano e disugual duello. Toccò più ferite, ma giunse ad atterrarlo. Il moribondo Francese comandò di cessar dall’inseguirlo.

XI. Se grandi i mali, grande era parimenti la costanza, e la fortezza d’animo in sopportarli. Un capo delle bande di Cosenza, versando tra’  primi, toccò grave ferita nel braccio sinistro. Lacero e sanguinoso riparò in un pagliajo. Quivi, non tollerando lo spasimo, armato di vecchio coltello, scarnificò e recise il braccio. Poscia, accesa la polvere, stagnò il sangue della piaga. Alta maraviglia ai Francesi, posciacché, inabile alle armi, volontario le deponeva. I corpi o fatti a pezzi, o divenian segno di ogni strazio: i pezzi portati a trionfo. Dissolvessi una banda a S. Eufemia. Un abitante di Maida si decise a perir solo, come l’indicava il truce balenar de’ suoi sguardi. Messosi nel bel mezzo della via, cominciò a trarre, ed atterrò pria quello che con grave oltraggio spinto lo aveva a passo si disperato. Circondato da cavalieri, messosi a tracollo fra loro e ferendone alcuni, fu messo a brani. Nell’eccidio di Brancaleone, un Patti sollevato si decideva parimenti a perir solo. Salito sopra un poggio gridava: arsi la mia casa, né per Dio, i nemici la contamineranno. Non voglio però, e non saprei sopravvivere, ma i più che posso trarre voglio con me de’ Francesi. E messosi a trarre disperatamente, del sangue di molti le mine del suo paese tingea. Poi di più colpi fu morto.

XII. Avean i sollevati gran ripugnanza a combattere insiem coi soldati stanziali. Spesso d’infingardi li tassavano. D’ogni disastro accagionavano i capi che non erano di loro scelta. Si tornavano addietro, se alcuno vi fosse stato che ridurli volesse a miglior disciplina. Le donne tra le file de’ combattenti, le armi approntavano, vettovaglie e munizioni per monti e selve a traverso i nemici arrecavano, colla voce e coll’esempio alla pugna incitavano. Il sangue delle ferite stagnavano, e se cadeano oppressi, le dilette reliquie sóttrar al nemico tentavano. Spesso, dimenticata la fralezza del sesso, prendevano esso stesse a combattere. Lo mani ne’ Francesi spesso insanguinavano. Alcune gole di monti erano custodite da piccole bande, spesso ad una donna obbedienti. Narrano che una fu vista combatter con più rabbia che furore, e quando avvisò che sarebbe caduta fra gli artigli nemici, si gittò fra’ Polacchi, e con disperata difesa fu morta. I padri, le madri all’odio contro a’ Francesi i figliuoli incitavano. Nella difesa di un borgo, un padre diriggeva il figlio a dodici anni a trarre contro gli assalitori: trai, trai, dicendo, collo ajuto di Dio, che son Francesi. Per un Calabrese uccidere un Francese divenne opera, non che rea, meritoria. Stimolati ad insorgere, a preferir a’ comodi della vita il combattere, dal sesso men forte, fortissimi si faceano. Tenean assai delle squadre di cavalli, e perciò combattere nelle parti agili e piane sfuggivano, ad evitarle cercavan i luoghi alpestri. A ciò la contrada, frequente d’acque, di fosse e selve e monti e passi angusti, assai si prestava. Lungi da quei recessi e poco cauti nel far le guardie, talvolta presi alla sprovista ed uccisi. Taluna volta in gara di cavalleresca bravura co’ Francesi venivano. E combattean più manescamente da uomo ad uomo. Ritirantisi da Gerace lungo il fiume Bonamico i fanti leggieri, s’incontravano in una banda di sollevati. Vederli, assalirli, e disperderli fu un punto solo. Un Bussi che li reggea, uomo di assai buon nome nella milizia, si scagliò addosso ad un giovane, che sdegnato avea di fuggire. Al vederlo venire, gittò l’animoso giovane lo schioppo, e brandito il coltello, si avanzò per affrontarlo. I soldati si fermarono. Non sgomentato dalle sue ferite, giunse a trargli di mano la spada ed a mettersi in salvo. Mandò l’addolorato Bussi un bando poco tempo di poi, promettendo perdono e grosso premio a chi gli rendesse la spada, fosse anco l’avversario, ma senza frutto.

Del resto dopo i primi fatti i sollevati unian la prudenza all’ardire e lottavan di vigilanza e d’attività.

Tale il modo di combattere de’ sollevati. E così, ajutati dalla natura de’ luoghi, e sostenuti dal loro coraggio, si moltiplicavan coi disastri, ed al nemico incompiuti i trionfi rendeano.


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L3-CAPITOLO VII

I Francesi muovon tutti ad un tempo innanzi — Reynier sin ad Ajello, Verdier contro Amantea, Venti mille contro Fiumefreddo, Peyri contro Cariati — Aspri rigori in S. Giovanni in Fiore ed a Pittarella — Tutti, salvo il Reynier, combattuti, retrocedono — Morte del Ventimille e qual fosse — I sollevati tornan nuovamente — Consulte de’ capi centurie in S. Eufemia — I Francesi a’ inoltrano — Feroci scontri ed occupazioni di terre — Rotti innanzi Amantea—Terrore poi fatto di S. Pietro ed allegrezze in Maida — I Francesi vi son assaliti — Congiungonsi tutti col Massena in Monteleone — Condizioni de’ sollevati al principiar d’autunno — Scorrerie de’ Francesi, invasioni di terre e castighi —Il Colonnello Nunziante fortifica Reggio.

Lo scontro sotto Cosenza era fatto gravissimo per sé stesso e pel suo significato. Assalendo i Francesi in una città, mostravan i sollevati essersi levati a nuove speranze. Quel fatto non il Massena taceva a Giuseppe, ma Giuseppe al fratello; però essendo una nuova percossa a’ sollevati, Massena volle trarne profitto. Comandava perciò ai suoi generali gisser al loro cammino, traesser tutto per amore o forza ad ubbidienza. Reynier si mosse pel primo e prese la via de’ monti. Guidava Svizzeri e Francesi, i fanti leggieri precedevano. Poche terre tuttora in armi guastava, le altre lasciava da canto. Finalmente venne in S. Giovanni in Fiore due dì dopo l’aspra fazione. Popolato borgo era S. Giovanni, luogo alpestre e quasi nascosto nella concavità d’alte rupi: gli abitanti tenuti indomabili e feroci. Come prima si mostravano i Francesi movean taluni verso Franceschi di Lemma, capo di tutta quella schiera. Eran Deputati del borgo che gli andavan all’incontro. Pareva il primo segno di ubbidienza e di sconfortamento tra quei luoghi. Il Franceschi si spinse innanzi a far loro liete accoglienze. Sulle alture che dominavano la terra vide piccol numero di persone raccolte, ed uditosi chiamare a nome, spinse il cavallo con alquanti uffiziali, voglioso come era di palesar benignità e cortesia. Ma non prima dai suoi si discostava, che fuoco addosso gli faceano. Alcuni caddergli a’ fianchi percossi. I Francesi si spinsero a trar vendetta di tal perfidia, ma que’ tra macchie e burroni precipitandosi, uscivan d’occhio ai persequenti. Entrati nella terra, tosto mettean le mani addosso a molti, e nella notte li moschettavano. Così gli ordini di Masseua portavano.

Alcuni in prigioni squallidissime a vita più rea della morte serbati; uno de’ più noti e nobili cittadini menato in ostaggio. Rapidamente pei dintorni la fama di questi fatti si spargeva; e dove terrore, dove ira e febbre di vendetta arrecava. Le menti si riempivan d’orrore, e più i cuori s’infiammavano. I supplizi son poco sicuri fondamenti alle conquiste.

II. Lasciato in tanto squallore S. Giovanni, girono i Francesi a Parenti e di là scesero per lo svolto di Rogliano. Poderi e case qua e là andavan in fiamme, ma per licenza di soldati. Giunsero, correndo sempre, a Scigliano. Per la prima volta e pel terrore di quei supplizi, con sollecitudine accolti. Incontro il Clero col baldacchino, e molti de’ più eletti uscivano. Un sacerdote grave per anni e con molte lacrime in nome di tutti, parlò così: volgete gli occhi pietosi, o Generale, verso i Calabresi sino a poco tempo fa felicissimi, ora di ogni miseria esempio. La contumacia, opera solo d’infima plebe; la temerità della quale né noi, né altri onesti soffrenar potevano. Sciagurata congiuntura di tempi in cui, voi lontani, non era né senno, né provvedimento umano, né credenze religiose, ajuto efficacissimo alle leggi civili. Epperò cessar dovemmo colla cieca ubbidienza i gravi pericoli. Agli altari ci tenemmo abbracciati, a fatica scampammo. Usate perciò, o Generale, con gloria del vostro nome, la clemenza e la misericordia. Qualunque pena alla città imporreste, gl’innocenti affliggerebbe, i rei non percuoterebbe. E se delitti furon qui molti e grandissimi, non mai maggiori furon della Francese generosità. Commossero queste parole e l’aspetto supplichevole di tutti, Reynier, che buono era e da’ rigori abborrente. Facendo dunque segno d’animo inchinato a benignità, li confortava. Rimanesser tranquilli e senza timore, dicea, le armi sol contro a' ribelli e più contro a’ ribaldi adoprerebbe. Così fra la gioja e le grida d’esultanza prendean le stanze i Francesi in Scigliano. Restavan però solo tre dì, ché Reynier non volea che a vuoto andassse la mossa di quelle armi. Pria però d’inoltrarsi e voltar l’impeto altrove, girava gli occhi a spiare. Veder se nascesse moto «contrario, udir che fosse delle altre schiere volea. Ma, instando Massena, lasciato alcuni de’ suoi, si tolse di là, il 22 Agosto, ed oltre si spinse.

Fortissima schiera era la sua per fanti e cavalli con commission di trar a Nocera, e sin dove potesse. Correa prima sopra Grimaldi, di là, volgendo, a sinistra, sopra Ajello. ' I sollevati che tra’  laberinti de’ monti intrigati o stanchi cadean in sue mani, andavan trucidati. I sospetti, da ogni crudel trattamento afflitti e strascinati in Cosenza. Ma talune bande a combatterlo ed a ritardarlo, movevano. Vedendo ingrossarle, ebbe a sospettar che le cose prosperamente alle altre due schiere passate non fossero. Perduti alcuni de’ suoi in piccoli fatti,. non volle ostinarsi a spuntar il passo. Pe’ soldati rimasti in Scigliano, veniva eziandio in qualche apprensione. Si volse adunque indietro, e passando per Pittarella, le scene di S. Giovanni, pur ripugnando l’animo, rinnovava.

III. Né vani erano stati i sospetti. Verdier in questo tempo giungea ne’ pressi di Amantea. Nascean aspri e feroci scontri e per natura di luoghi a lui sinistri. Pure innanzi si spingea, e venne davanti la città. Qui fu un terribile affronto, e per buona pezza dubbioso. Sbaragliati dapprima, dettero i sollevati, voltata faccia, un rincalzo. Ed ingrossando sempre intorno ai Francesi disperati di salute, stavan questi per voltar le spalle a chi le avean fatto voltar prima. Colla voce e coll’esempio li rincorava Verdier: il ritrarsi non poterli salvare, gridando, valer meglio morir per ferite nel petto. E spronando a gran furia, ove maggior era il pericolo, s’indirizzava. Fatto stare alquanto i nemici, andò raccogliendo i suoi, e fé suonare a ritratta. Né ebbero a far poco i Francesi, per trarsi ai luoghi sicuri. Di là taciturni e dispettosi, i gridi del sollevati ascoltavano. Corso era intanto il Ventimille, per aspri e faticosi sentieri, sopra Fiumefreddo. Senza metter po sa, e partiti i suoi in due schiere, i sollevati assaliva.

Questi, non sgomentiti, aspramente si difendevano.

In vani assalti, udito il caso di Verdier, non volle oltre il Ventimille indebolirsi. Dava anch'esso indietro per ciò, per quel ripidi gioghi e balze sempre molestato.

I sollevati posar un istante nol lasciavano.

Questa ritirata chiuse al Ventimille le fatiche e la vita. Trasferitosi in Cosenza, di repentina infermità mo ria. Divulgossi di veleno, ma fu atroce fama; tempi e costumi armi e non opre sì scellerate consigliavano.

Fu spento di febbre: e colà son le febbri frequenti, e nella calda stagione, mortifere. Lasciò il Ventimille desiderio di sé, perchè in grazia di tutti. Non per perizia d'armi tra primi, era nelle avversità sicuro, ve ritiero nelle promesse, largo del suo, non cupido del l'altrui. In tutto, per quanto soldato esser può, dabbene. Rimproverato, ch'ei Borboniano ed esule, servisse l'impero, rispondea: portar i tempi che viver non si potesse che de campi o su campi; onde perduti i primi, viver dovesse su secondi. Frizzo nell'idioma Francese pien di sapore.

IV. Né miglior fortuna aveva il Peyri incontra to. Il quale, preceduto da aderenti Calabresi, si era condotto coi Polacchi presso Cariati.  Santoro dato aveva avviso al Francatrippa in S. Nicola dell'Alto del pericolo che correva. E quegli si recò tosto co suoi in ajuto. Giungendo ed a vista de Francesi, si gettava in Terravecchia. Il grosso dei suoi penetrar in città dovea dalla marina, ei dall'alto intanto calarsi contro a Francesi. Peyri di ciò fatto accorto dagli aderenti ch'erangli ai fianchi, si slanciò ad affrontarlo.

A pochi cavalli ordinò d’esser di cozzo contro quei che per la marina si affrettavano. Al Francatrippa non valse il fiero talento che il trasportava. Diè il primo dentro, e primo fu rotto.

I cavalli dall'altro lato fecero impeto, ed a furia gli altri sbaragliarono. Chi resisté, fu morto, la terra per lo sbigottimento pericolava. Ma giunti in quel punto le novelle de fatti di Amantea e di Fiumefreddo, pensò che non gli valesse metter quest'altro dato, si tirò in dietro più che di passo, e rientrò in Cosenza. Franceschi rimasto per alquanti dì inoperoso, spingeasi nuovamente sino ad Ajello. Vista poi la necessità di penetrar in terre forti tra monti e di non poterle recar in poter suo senza sangue, tiravasi anch'esso indietro.

Tutt'i capi Imperiali a penetrar oltre inabili si credeano. Eppure per natura ed abito eran anzi arrischiati che prudenti. Indugiavano adunque, onde formato meglio e fornito l'esercito, affrontar in altri ci menti i sollevati, fatti di bel nuovo e per la riunione delle forze, assai vivi.

Né s'ingannavano. Ché mentre i Francesi dubbiosi se ne stavan, i sollevati iti si eran ingrossando, e fatti già minacciosi. Per più dì in alte solitudini i fuggitivi di Cosenza si eran raccozzati. Altri, di altre terre in poter de Francesi, accorrevano. Venuti a capo  di formar nuove bande, e pigliando nuova baldanza, star più non si voleano. Prese le strade più romite di monti e boschi, verso altre bande tuttora intatte s’incamminavano. E là giungevan dove Papasodero,. Parafanti, Alice di rispinger i nuovi assalti si proponevano. E tosto non più a far disperata difesa, ma pensavan, ingrossati così, ad assalire. Larga contrada occuparon tra Soveria, Platania, Nocera, e davan la mano a que’ di Fiumefreddo ed Amantea.

Guardavan le bande di Soveria Parenti, e Scigliano; quelle di Nocera il fianco di Reynier, se spinto si fosse contro Amantea. Stormeggiavan le nimichevoli popolazioni nelle vicinanze.

Parafanti di colle in colle andava osservando i Francesi, e cercando l’opportunità a combattere. Ed ora sopja Reynier, ora sopra Mermet appariva. Le retroguardie molestava e tosto a’ luoghi sicuri ritraevasi. Tutti con astuzia ridur volean la guerra là dove era al nemico pericolo pe’ luoghi aspri, imbarazzo pe’ cavalli. Modo di guerra utile ad un tempo e prudente, ché con. forze tanto superiori a cimentar la fortuna non gli sforzava. Invece un nemico di forze prepotenti con continue vigilie ed assalti e rapine travagliavano e stancavano. Venir non volean ormai ad altro, ma combattendo e minacciando, rompergli ogni disegno.

Arditi procedeano, non mai si rimaneano. Ma tutto e le migliori mosse i dispareri guastavano. Sentian il danno e vincerlo non sapeano. Tennero una regimata i capi in S. Eufemia, onde porsi in concordia. Vi accorse anche il Gualtieri, e questi pose il partito di scriverin Palermo. E scrissero, dicendo: aver pronto sempre animo ed armi, mancar però di duce di senno e grande autorità. Pregavan perciò il Principe erede venisse, o general s’inviasse, che col nome bastasse a sostener la pericolante fortuna. So possibil non fosse, tra loro a governar le cose taluno si scegliesse. Ma in ciò di buona fede si mostravan, però non erano. Il messo corse a Scilla, da Scilla in Palermo, ma non ne fu altro. Tuttavia udito i Francesi aver dato indietro pei fatti di Amantea e Cariati, in loro si accrebbe di nuovo la temerità. Si spingean di nuovo confidentissimi, prendoan diverse terre, altre si davan per terrore, talune volentieri. ché per genti accogliticce il non esser vinte è vittoria, ed una sol volta che non son rotte, di romper si confidano.

VI. Le acque furibonde già nuovamente si allargavano, già la guerra di rimescolarsi e divenir più fiera minacciava. Ma Massena, che volto avea l’animo a racconciar la provincia, se no distolse. Non raffreddar i suoi, né lasciar respirare i sollevati volea. Pensò esser tempo di cacciarsi innanzi; prostrarli con qualche grave fritto, onde si dasser per vinti. Le Calabrie venir doveano in balia di chi più poteva. Si assicurava intanto di Cosenza alle spalle. Creava ordini civili, ed armava a milizia que’ che dal ritorno de’ sollevati, per la vita e le robe temer doveano. Poneva a capo di essa quelli che a piegar tutto a devozion Francese si sforzavano.

Liberi i dintorni di Cosenza, sol verso il Jonio ed il Tirreno i sollevati romoreggiavano. Trecento Inglesi Scilla presidiavano; pochi altri Inglesi sul Piano della Corona stanziavano. Do’ Napolitani soldati non eran che mille dugento con Tschudy Brigadiere, a Reggio; egual numero a Cotrone. Dal recar in poter suo questo città si distornava; mancava di adatte artiglierie, né venir potendo per la via del mare. A scender dunque grosso e serrato sopra Monteleone si decise. Venute in sue mani le principali città, pacificherebbe, sperava, le Calabrie. La presenza di tutto l’esercito sbigottirebbe i sollevati. Poca e vana, o niuna resistenza opporrebbero; agli amatori del nome del Re tutte le speranze cadrebbero. A romper poi i disegni e tener in freno i sollevati ristretti verso il Tirreno, comandò che Reynier col Franceschi scendesser verso quei luoghi e di là a Nicastro. Avean buoni soldati tra Francesi, Svizzeri e Polacchi, e scagliar si dovean dovunque un’insegna si levasse.

VII. Divulgatisi gli avvisi di quella mossa, i sollevati pensaron di dar luogo a quell’impeto. Trarsi da canto, lasciar inoltrare i Francesi, poi bezzicarli ai fianchi ed alla coda; romperli, ove essi in numero prevalessero. Prendeano però il passo di Acquanova, onde il cammino non fosse del tutto quieto. Postavasi colà soldato ardito e pratico, a cui pareva vergogna che senza urto i nemici inoltrassero. Lo bande di Martorano a Nicastro ripiegarono, le altre nei dintorni ronzavano. Sta Nicastro tra fiorite colline, da vecchio turrito castello l’aspetto vago e pittoresco. Messa sulla strada da Cosenza a Monteleone, in ogni dì corsa da’ sollevati; spettatrice talvolta di atti ferocissimi. Due bande vennero tra le sue mura alle prese. Gli abitanti perciò or de’ progredienti Francesi, or dei resistenti sollevati, tuttodì palpitanti. Ad ogni rotta o successo udian gridar al tradimento, e minacciar sangue ed arsioni. Né bastava l’esser o il mostrarsi incuriosi di governo, estranei al parteggiare. Si stimaron salvi, giunti essendo taluni Dragoni del Brodrich, i quali, dopo i fatti di Reggio e Scilla, sul Piano della Corona stanziavano. Gli stanziali Napolitani, abbenché pochi, la quiete assiemavano.

Ora si udiano vicini i soldati di Massena e tutti ad Acquanova correvano. Dal Pizzo frettolosamente Nunziante colonnello accorreva. Ma colle forze il tempo, nonché stringesse, mancava.

VIII. Reynier superato avea non senza sangue il passo di Acquanova. Resistito avea co’ suoi e lunga pezza il soldato. Poscia avventandosi fra gli Svizzeri, pien di ferite spirava. La moglie, visto trucidato il marito, fé scempio pria di altri, poi da una rupe si capovolse e precipitò. Addosso a’ rimanenti piombavan gli Svizzeri; ferian, uccidean, li volgean in fuga. Udito le quali cose, gl’Inglesi, senza avvisar i Napolitani, si ritirarono. Il Nunziante, inutile ogni altra dimora, tornava a Monteleone. Le bande, quasi a vista della cavalleria Francese, sen usciano. Ma prima tratti alcuni dalle carceri, miserabilmente o tra crudele angosce faceano spirare. Queste coso la storia registra fremendo e maledicendo. Né con ciò gli abitanti il lor terrore cessavano. Presso ad entrar i Francesi, delle vendette di S. Giovanni e Pittarella tremavano. Molti si nascondevano, sinché passasse il primo impeto; chi ne’ prossimi monti si gittava. E più spaventava l’udir che i Francesi, entrati in S. Biagio, crudeltà e rapine d’ogni maniera vi avesser commesse. Coà gli spaventi si alternavano, e gli odi non si rattempravano. Stetter gl’Imperiali per alcuni dì ad osservare i movimenti del naviglio Inglese che in cospetto delle vicine spiagge volteggiava. Appressandosi Massena, entraron in Nicastro. Ebber vago senso d’orrore in rinvenirla deserta, e vi prendean diffidenti le stanze. Ma qui riposavan sfiniti, ché luoghi di selvaggia natura e con gran disagio avean superato. Se i capi de’ sollevati più avveduti, o più esperti di milizia fossero stato, i passi ne avrebber tagliati ed impediti. Ma di arti di guerra eran non curanti o incapaci.

'IX. Declinava la stagione ed era calda ne’ piani e rigida quasi ne’ monti. L’una banda nuovamente dal1’altra separata, si resisteva dapertutto, non si veniva a capo di un disegno. Prevalevan le armi Imperiali, le città e più grosse terre in poter loro cadevano. Però appena sen discostavano, che i sollevati, a furia scendendo, le ricuperavano. I Francesi perciò li cacciavan verso il mare, l’inverno gli avrebbe da’ monti cacciati. Reynier intanto grave e circospetto aspettava. Vicini eran Napolitani ed Inglesi e gravi fatti eran a destra accaduti. A’ 17 Settembre mosso avea Verdier da Cosenza contro Amantea. Quel che dentro le terre murate i sollevati valessero, ignorato era, ma preveduto. Genti tumultuarie divengon dietro i ripari più fiere; dal non vedere scampo la pertinacia. Amantea, non impediti i soccorsi dal mare, la sollevazione irradiava. d’impadronirsi di quel sito a viva forza, stringente necessità. Or si facea dunque potente sforzo che ultimo si stimava. Conducea Verdier due reggimenti di fanti. Quello di ordinanza retto dal colonnello Desgraviers Bertholet, quello di fanti leggieri dal colonnello Goguet. Con queste spalle di stanziali moveano due squadre civiche. Regeanle Francesco Firao e Pasquale Abate, prodi entrambi, ma il primo avea militato. Con essi seguiva un Luigi Amato, nativo d’Amantea, ed or colonnello agli stipendii Francesi. In lui per trovar aderenze speravasi; all’uopo di scaltre arti e danaro era fornito. Ma, giunto presso, Amantea i disegni svanirono: le pratiche occulte non fruttavano.

E tosto Verdier intendeva aver presa la terra, correndo all’assalto. Il Bertholet facea di sconsigliarlo: forte diceva il luogo e la fede dei difensori, l’esercito già molto inoltrato, la provincia tuttora bollente. Poco considerato esser dunque, pel tempo che correva, il consiglio. Ogni sinistro nella presente fazione, scapito a lui e danno al governo arrecherebbe. Ma Verdier co’ propri consigli si reggeva e, non senza qualche acerbo motto, comandava gissero all’assalto. Il Bertholet, che prode era e punger s’intese, mover volle pel primo.

X. Udito il comando, tosto i Francesi si serrano, si animano ed a corsa si spingono. Ma per furiosa tempesta di colpi vengon respinti. Verdier che spuntar volea l’impresa, anima col proprio pericolo in sì fitto bersaglio i soldati e li spinge. Ben altre due volte son cacciati giù. Sotto la fitta grandine dei colpi parecchi i morti, molti i feriti, i rimanenti scuorati e taciturni. Variò allora la speranza e lo stato delle cose. Tornava al Verdier in considerazione il pericolo delle comunicazioni. Non si ostinò, sen tolse anzi dal pensiero, e raccolti i feriti, si volse indietro. E qui opra non senza mercede sarà il considerar i danni che vengon dalla superbia dei capi. Verdier capace e prode, vincer non seppe sé stesso. Ed or ridotto alle strette, temendo non gli fosse tagliato il cammino, le vie non battute prendea. Fortuna gli arrise, che quei di dentro, stanchi da’ sostenuti assalti, posassero. Gli altri sollevati feron poco ostacolo. Scarsi in numero, ronzavano attorno e fra le balze alla coda soltanto e senza danno il molestarono.

Ma non minori sciagure cagionò Verdier a que’ di dentro. Nella città, colpa le bande forestiere, era estremità e soggezione miserabile. Or, come sempre accade, col cessato pericol sorse la ferocia. Avuto sentor dei maneggi dell’Amato a grand’ira si commossero. Vaghi i sospetti, prorompean alla cieca, per ricchezze, odi e calunnie si decidevano. Taluni trascinavan in riva al Catacastro, e con istrazì uccidevano. La città di terror si riempiva. Sforzavasi il Mirabelli di frenar quelle turbe, e sosteneva colla virtù dell’animo la debolezza del potere. Ma nò veder, né provveder poteva inobbedito. Le cose di declinar semprepiù nel sangue minacciavano. Ma ecco le gentildonne, con pietoso spettacolo, uscire scarmigliate e scalze. Conduconsi alla Chiesa di Santa Chiara ad implorare dal cielo termine a tante sciagure. Il popolo a calca traeva dietro di loro, e l’aspetto, le lagrime e le preci di quelle misere feron cader l’ira a’ più feroci. Mirabelli, nel qual non potea rispetto di suo pericolo mai, corse, intercesse, comandò. Quietava allora la città, ma dolorosa era la quiete, ché sospetti e paure non cessavano.

XI. Questi fatti ed uno atrocissimo le cose dei Francesi perturbavano. Vedea Reynier le bande dei sollevati staccate, ma sempre grosse e romoreggianti. Sapeva i capi discordi, ma audaci; un nuovo brulicar d’armati su’ monti un qualche sinistro annunziava. Consigliavasi di tener fermo. Da Nicastro piglierebbe i partiti che buoni l’occasion dimostrasse. fé però indietreggiar i fanti leggieri, perché in Scigliano al Mermet, che spinger vi si dovea, si riunissero. Così al grosso dell’esercito riannodato e facendosi di spalla gll'imi agli altri, ei pensava inoltrarsi. Ma già i sollevati di affligger i Francesi di qualche gran colpo speravano. Raccolta tenea la sua banda Alice ne’ pressi di Scigliano. Ora l’incitava ad assalir la terra con lusinga di sorprendere gl’inimici. Quando morir si dovesse, diceva, almeno sotterra per disperata vendetta si scendesse. Tutti plaudivano ché i consigli arrischiati più che i cauti accettavano. Ne’ frangenti poi men ardue pajon le imprese di quello che sieno in sé. Riuniti e fatta ima consulta in piè, decisero di non por tempo in mezzo. Partiva i suoi in due bande, assaliva ei di fronte Scigliano, l’altra per la Valle, onde urtar a fianco. Fu un furioso assalto, nel quale Calabresi contro Calabresi combatteano. Gli abitanti, paventando altre mine, accosto a’ Francesi si tennero. Da ambe le parti e su’ due lati furiosamente lottarono. I sollevati finalmente furon respinti e andieron in rotta. Ma sanguinoso il trionfo lasciarono. Al loro sgomento concorse l’udir vicini i soldati leggieri che lasciato avean Nicastro.

Nello stesso tempo più ardita impresa il Mecco, ed in luoghi più lontani, tentava. Con numerosa banda giva ad assalir Lagonegro, ove eran pochi Francesi, ma molte munizioni. Questo moto alte spalle era minaccioso; gl’Imperiali l’avean presentito e s’eran fortemente asserragliati. Pure versavan in gran pericolo. Ma valse la loro virtù, ché, assaliti, fieramente si difesero e gli assalitori dopo più ore ributtarono.

Questi fatti, non degli altri più audaci, eran più pericolosi. Il perché si fermaron per poco i Francesi ed a non scender sopra Monteleone si consigliarono.

XII. Diè cagione anche al voltarsi indietro di talune schiere caso lacrimevole e spietato. Una banda, camminando per aspri sentieri, venne in S. Pietro, villaggio del Cosentino. Giunta vi era poco innanzi una compagnia di fanti. Poste le armi in fascio in sulla piazza, i soldati si eran dati a far tolta di letti. L’irromper dei sollevati fu sì improviso che si scagliaron sulle armi pria che i Francesi sen avvedessero. Questi ad un tratto si videro disarmati ed oppressi. Solo il capitano ed altri quattro, e per pietà di donne, fuggirono. Gli altri, la penna cade in raccontarlo, da quell'efferata gente trascinati in piazza e con inudita barbarie uccisi ed arsi. E pria che l’empio rogo fosse spento, tutti nelle vicine rupi e boscaglie si ritraevano. D’orrore un tal fatto i Francesi riempiva. Usi a batta’ glie decidenti d’imperi, ora guerra selvaggia d’insidie e stragi combatteano. D’aver alle mani impresa più dura di quel che avesser creduto si accorgevano. Vedean prodi scampati da tante guerre, or per mani, più che d’uomini, di belve, cadenti. E l’esempio rinnovandosi, ciascun potea allo stesso modo cadere. Stanchi, se non scuorati,. parevano. L’allegro brio di quelle nature, onde son tra stenti e pericoli invitti, pareva ad un tratto svanito. Non aver più a declinar, pensavan le coso dello Calabrie, non mai a piegar l’animo degli abitanti. Tedio dunque durando la guerra e non in generosi pericoli; poca lode vincendo, e gran vergogna se perdessero. I capi poi in loro stessi di pietà e di sdegno non capivano, o solo ad esemplar vendetta pensavano. Ed a ciò forbivan le armi, ché capi e soldati, o dolenti o frementi, quelli sempre erano. Condotti anche alle ultime estremità, l’animo forte non smentivan giammai.

XIII. Mosso intanto Reynier si era, lasciato Gardanne in Nicastro. Sperder volea i forti nidi di sollevati ch’eran presso al mare. Le bande ch’erano attorno Nicastro retrocedevano ed ei le incalzava, e stringendole sempre, giunse in Maida e vi entrò festeggiato. Ivi si rinnovavano le scene di Cosenza. Trovavano i Francesi il comandante ed un uffiziale Svizzero feriti nella giornata di S. Eufemia. E poi che si eran riputati uccisi, furon grandi le allegrezze. Ne’ propositi di vendetta tenace è il Calabrese, nella fede tenacissimo.

Trascinatisi quei feriti, dopo la battaglia, in Maida, all’ospitalità di alcuni abitanti ricorreano. La promisero e benché i sollevati, avutone sentore, con gridi e minaccio li reclamassero, gli ospiti con ammirabile costanza li difendevano. Metteano a ripentaglio le proprie sostanze e la vita, ché le loro case furono sul punto di essere date alle fiamme. Campavanli così per miracolo di Dio dalle efferate mani. Trar si voleva intanto vendetta di Gizzeria. Il corriere di Napoli, malgrado che fosse a guida di mille uomini, stato era assalito. Molti Francesi eran caduti morti o feriti. Ora un’altra schiera uscita di Nicastro correa su quella terra e, superata la fiera difesa, la mandava a sacco. Ma ormai questi agguati ed assalti e saccheggi e scene di sangue le immaginazioni più non scuotevano.

I capi dei sollevati però non posavano o venian in Maida stessa ad assalir i Francesi. Sta Maida sopra un colle, donde guarda i due mari, al piè le scorre il Larnato. A levata di sole, era il 20 Settembre, due bande, alzando bandiera reale, mossero all’assalto. L’una scendeva da monti, l'altra li costeggiava. A tre mila e più gli armati. Non smessa ancora l’idea d'assalir in campo aperto o nelle città, era questo per ventura l’estremo sforzo. Guidava l’una il Papasodero, prete sagace, arrischiatissimo, acuto nel ritrovare i partiti, diligente nello eseguirli. Animosamente cavalcando tra quello torme, diceva: esser i Francesi quegli stessi che avean essi due mesi innanzi rotti e fugati. Seguisser animosi, gagliardi la necessità li facesse. Chi sfuggir volesse morte per man di soldati, l’avrebbe poi certo per man del carnefice. Mossi da quelle parole e dalla fierezza loro, furiosamente assalivano. L’un l’altro spingea, desiosi d’insanguinar le armi tutti. Ma i Francesi quell’impeto arrestavano dapprima, poi ributtavano. Questi nemici, più desiosi di aver l’altrui che di serbar la propria vita, incalzavano. Cacciandosi e ricacciandosi a vicenda, combattevano. Respinti verso le rupi i sollevati, rivolte le teste, nuovi colpi saettavano. Gl’Imperiali, capitani e gregari, con voci e con mani l’uffizio loro adempivano. Già molti gittati eran per terra e arrovesciati. Reynier, temendo di peggio, si cacciò innanzi e gridò; oh che! non siete più Francesi? Al qual grido, i Francesi si spinser furibondi. Fu bufera che tutto travolse. I sollevati, disordinati e rotti, da tutt’i lati fuggivano. Così combattendo, al cader del dì i Francesi in Francavilla giungevano, Grave la perdita dei Francesi quella dei vinti non uguagliò. I quali di morti seminaron i campi ed i rotti passi de’ monti. Chi cadde prigione, fu moschettato. Ultima e temeraria impresa fu questa nel combatter all’aperto. Alla quale i sollevati, men per consiglio proprio, che per quello degl’Inglesi, si spinsero.

XIV. Al Massena, udito questi fatti, parve che fortuna il togliesse d’incertezze. Scrisse dunque al Reynier ch’ei moveva al fin dell’impresa, procedesse oltre ed aprisse la strada. Ordinato poi talune cose prestamente, lasciava Verdier al comando di Cosenza. Pose a governar il castello il vecchio cavalier de Martigny; già capitano nel real Italiano e poi esule, ora ubbidiente se non devoto. Dopo ciò contemporalmente partìan Reynier da Nicastro, e’ da Cosenza, e senz’altro contrasto in Monteleone si congiunsero. Monteleone, antica Ipponium, giace in vasta pianura ed in rialto dal mare; in cima vecchio castello Normanno. Popolata, di viveri abbondante, ed umbilico delle Calabrie, a chiave di ogni fazion militare per natura sua disegnata. Gli abitanti esitavan fra due paure; ma i più agiati alle parti Francesi inchinavano. Massena dunque accolto con applausi, quivi a riposar si decideva.

Pria d’ordinar le cose, mettea fuori un nuovo bando. Ponessero giù le armi, diceva a sollevati, alle loro caso tornassero, non voler altro toglier loro che il poter di nuocere. Coi benefizi più che col timore governerebbe. Che frutto aver ricavato dalla ribellione? Spogliate delle ricchezze, lacerate, bisognose di ogni cosa, massimamente di consigli, esser le Calabrie. Vedesser come gl’Inglesi, co’ quali avean accompagnate le loro armi, ora non curanti sen rimanessero. In chi dunque aver altra speranza? Non dubitassero, venissero a lui confidenti, ei dall’insolenza di tutti li difenderebbe. Clemenza e mansuetudine aver sempre dato ai Francesi benevolenza e riputazione. Volerli perciò anzi sottopor coll’equità che colle armi. Ma qui come per lo innanzi si avvide che niun dava ascolto. Cinto perciò e sempre più dai consigli degli aderenti alla causa Francese, rimanea quasi in loro balia. Vedeva e n’era indispettito, che gli era forza di proseguir a combattere. Questo pensiero lo rodeva, ond’era altrui ed a sé stesso increscioso. Abbandonava dunque al Reynier ogni governo delle coso di guerra. Udir di resistenza di sollevati non volea, soltanto i moti degl’Inglesi spiava.

XV. Ma niun moto si scopria, ché né Inglesi, né Napolitani si mostravano. Gli uni, a guardia della Sicilia, di altro non curavano. Gli altri, in niun travaglio esercitati, credean far le cose più consideratamente che presto. Ma nulla avean fatto o faceano. Il colonnello De Filippis che aveva i quartieri a Catanzaro, udito i Francesi muover contro Nicastro, sbigottì. Avuto poi certezza degli avvisi, stimò che Catanzaro portasse maggior pericolo. Raccolse dunque i suoi ed imitando Carbone, valicò il Faro. Tempo ei non ebbe, è vero, ad ordinar le cose e preparar la resistenza. I migliori perduti, le bande indisciplinate, gl’Inglesi lontani e non curanti. Ma sì lui che Carbone, e più Carbone che lui, vennero d’ogni danno accagionati. Popoli e luoghi non conoscendo, mal accorti o poco atti, nulla fecero di quel che era d’uopo a disputar le Calabrie. Né disegni ordinaron, né luoghi muniron, né armi prepararono. Pareva che necessitati dalla forza più che rapiti da buona volontà fossero. Non mosser le armi colla celerità ch’era richiesta; ogni opportunità corrupper colla tardità. Né la brevità del tempo scusa il Carbone, ché con gelosie e sdegni le faccende di guerra mandò in ruina. Il tosto partirsi, avvicinato il pericolo, fu poi colpa e viltà. Il De Filippis, di purgato intelletto, d'animo benigno, usò accortamente il comando. Col senno e colla dolcezza le violenze impedì, le furie popolari contenne. A lui di aver ottenuta la tanta lacrimata pace andaron i Catanzaresi debitori. Ed ora seco conducea quei raunaticci che soldati di campagna si dicevano.. fé avviso che, lasciandoli, la città turberebbero e poi fra gli artigli Francesi cadrebbero. Così partendo, seco portò dolci sentimenti di gratitudine. Ma il De Filippis, come il Carbone, come altri capi, esser del coraggio e costanza Calabrese giudici e sostenitori non seppero.

XVI. Niuna cosa è più fallace che il giudicar del futuro, ma non arduo portar giudizio del passato. Durar nella sollevazione era mestieri. Col tempo i Napolitani le forze avrebber rifatto e tentato un qualche colpo; nuove guerre in Europa si sarebbero scoperte ed altre discese d’Imperiali impedito. E presto tutte queste cose, come vedremo, accaddero; sicché, durando, le vittorie stesse ai Francesi avrebber gli effetti delle sconfitte partorito. Tutto dipendea dalla difesa che fatta avrebber i sollevati, e dal loro numero e fede presumer si potea lunga ed ostinata. Ed ora stesso di loro ostinatezza davan prova. Parea che dall’avversa fortuna anzi che sbigottire nuove forze acquistassero. Occupavan Martorano, S. Biaggio, Tiriolo e tutte le terre delle marine. Come luoghi muniti tenean Amantea, e Cariati. Sicuri si tenean di Reggio pe’ Napolitani, di Scilla per gl’inglesi. Cotrone al primo muover di Massena era stata abbandonata. Altre grandi terre, come Giraci, eran in poter loro. Le nude spalle di alte e smisurate montagne coprivano. Sdegnosi e non curanti di Carbone, De Filippis o qual altro si fosse, da loro disegni non si distoglievano. Divisi, dopo gli ultimi fatti, in manipoli, al potente avversario più non resistevano. Ma, piombando improvvisi, i Francesi con assalti di corrieri o di scolte, con depredazione e minute uccisioni, travagliavano.

Audacissimi quelli della Calabria citeriore, rimanean più grossi ed ordinati, ad ogni sbaraglio si metteano. Instancabili, astuti, avean l’occhio a tutto, i passi pigliavano e chiudevano. Le piccole terre assalivan e ciò. che trovavan maldifeso rapivano. Negli stessi dintorni di Monteleone gli altri stormeggiavano, e nugoli eran di montanari. Col Papasodero eran altri capi che tutti rizzavan bandiera di ventura. A tutt’i bisogni loro aperta la comodità del mare. I Francesi non avean dunque che stanze militari, ed in paese nimichevole, sembianza più d’assediati che d’assalitori.

XVII. I generali Francesi se ne rodeano, freddo e calmo Reynier provvedeva. Quelli aveano sperato in breve estinguer tante alterazioni, questo nel tempo confidava. Toltosi in mano il governo delle cose, diverse fazioni disponea. Recava in poter suo, ma non senza contrasto, le terre di Rosarno e di Nicotera. In alto e quasi deserta la prima e circondata da stagni che per ponte di legno si varcavano. La seconda in rapido pendio che guarda il golfo di Gioja fra campi ridenti e coltivati. Snidaron i Francesi di là i sollevati, ma, partiti appena, quelli ritornavano. Correan da altro lato sopra la Motta S. Lucia. Gli abitanti avean tirato colpi sopra un reggimento che per là transitava. I Francesi punivano, imprigionavano, ostaggi prendevano, altrove correvano. Il torrente arginato in un punto, l’argin rompeva in un altro. Si scagliavan altre squadre contro Confluenti e Martorano. Così le forze ed il coraggio sperdevano. Un gran numero di soldati men per ferite che per fatiche e febbri negli ospedali languivano.

La sola Cosenza respirava. Colla forza v’era governo, vi era confidenza, v’ era agiatezza, ché tutto vi spendevan il loro i Francesi. Se in alto eran le ambizioni, era nella plebe l’avidità. ché i soldati le prede delle terre arse e poste a sacco in Cosenza vendevano. Le vie si cangiavan in mercati. E le menti eran sì sconvolte ed use a tali spettacoli, che molti chiaman questi baratti fortuna. In tutte le altre terre eran miseria o pianto, e col verno, perdute le messi, sarebbe presto somma carestia. E già i Francesi provavan, colla scarsità del danaro, difetto di vettovaglie. Né lampeggiava speranza, cinti essendo i sollevati d’armi e consigli Inglesi. Con ardore dunque ad assalir gl’Inglesi in Scilla ed i Napolitani in Reggio si preparavano. Reynier volea anzi scandagliar che tentare, ma faceva già i primi passi e spingeva i suoi sino a Mileto.

XVIII. Di quel moto impensierito l’Inglese Moore da Scilla avvisava il Nunziante in Reggio. Stasse vigilante, scriveva, coglier non si lasciasse all’impensata. Ma questo vegliava. Venuto a dar lo scambio agl’Inglesi in Reggio, il meglio facea che sapesse. Portavan gli ordini del Rosenheim la quiete della città e de’ dintorni assicurasse, stasse d’accordo coll’Inglese di Scilla, a gravi fatti non si arrischiasse. Ciò pure raccomandava l’Inglese general Fox da Messina. Il Cancellieri, tardo ed irresoluto, ponendo al vile consiglio onesto nome di prudenza, raccomandava riparasse in Sicilia al primo rumor di Francesi. Cavalli ed artiglierie anticipatamente imbarcasse. Questi ordini a metà di Settembre giungeano, penetrati i Francesi a Monteleone e spintisi fino a Mileto. Chiarg era che a più ardito fazioni intendessero. Ma non piacevan al Nunziante i consigli. Raccolse invece intorno a sé gli uffiziali e pose il partito di fortificar il castello e difender visi. Diruto era, ma, due mesi prima, contro forze prepotenti vi si eran gl’Imperiali difesi. Mostrava gli avvisi del Fox, perché si premunisse contro imminente pericolo. Considerasser, diceva, che l’imbarcar gente con mar grosso e nemico alle spalle, esser eguale e forse maggior pericolo. Il castello unico riparo contro nemico che, per asprezze di luoghi, non menerebbe artiglierie. Munito che fosse, vi si porrebber armi e munizioni, e sarebbe puntello a future imprese de’ reali. Tutti della saggezza del partito convennero, ed è questa determinazione ai capi di Sicilia fé nota. Il solo Cancellieri ne’ primi comandi insisteva, ed il Nunziante rispondeva: far morte oscura i timidi e dappoco, stimar oltraggio al valor de’ suoi la presenza delle barche spedite, aver perciò comandato che si ritraessero. I generali Inglesi nel lodavano, incoraggiandolo, ed inviando uffiziali ingegnieri ad ajutar a’ lavori. Il Nunziante sollecitava l’invio d’altri soldati, invigilava le opere, asserragliava le strade. Scorrendo i dintorni, il passo della Melia, donde le strade di Solano ed Aspromonte si diramano, destinava ad ostinata difesa. I sollevati, che ivan ingrossando, inviò verso Aspromonte.

Là far dovean il primo contrasto, di là avvisarlo delle forze e moti dei nemici. Rinnovava in quel punto ordini risoluti il Cancellieri, perché in Sicilia si ritraesse; ma rifiutò. Il rifiuto fu colpa, ma generosa.

XIX. Stettero, però le cose e per altro tempo quiete ed in sospeso. I moti diversi dei sollevati, il bisogno di tirar i molti soldati dagli ospedali, la freddezza di Massena, il Reynier trattenevano. Toccato si era quasi il cader di Ottobre e niun moto si scorgeva, ma queste sospensioni da più alto movevano. Le armi già provocavan le armi in Europa ed in esse andava a dominar forse la fortuna più che il consiglio.

LIBRO QUARTO

L4-CAPITOLO I

Vani maneggi di pace in Europa — Miserabil condizione del regno di Napoli — La sollevazione spenta nel sangue — Ruine di Sapri, assalto di Cammarota —Assedio e resa di Ma ratea — Morte di Pezza, Fra Diavolo.

Innanzi che altri fatti e dolorosi io narri, ragion vuole che da più lungi le cose accenni e ripeta.

Mentre così si combattea nelle Calabrie, nuova guerra alla Francia si suscitava, la quale minacciava por a fuoco l’Europa, ed incerto era a chi serbasse fortuna i suoi favori. Seguitava l’anno 1806 e fra le operazioni delle armi, inclinazioni alla pace si scoprivano.

S’intavolarono negoziati di concordia. Ministri Brittannici e Francesi per venir a conclusione le fazioni di guerra sospesero. Officiasi da Francia all’Inghilterra l'Annover, Malta ed il Capo di Buona Speranza. Non si rinunziava alla Sicilia, impossibil senza di essa il conservare il reame di Napoli. Ma per le ragioni medesime chiedea l’Inghilterra la restituzion di Napoli al Re di Sicilia. L’insistenza dell'inviato Brittannico calar fece i Francesi a proporre compensi. Si ofirivan le città Anseatiche. Poscia, ignorandosi la battaglia di S. Eufemia e la sollevazione, pròponeasi la Dalmazia, Ragusi e l’Albania. Al che né Russi, né Austriaci facean difficoltà, desiderosi di tor la Dalmazia al poter dei Francesi. Ma l'inglese rifiutava, Ragusi e l'Albania spettando all’Ottomano. All’Istria e gran parte dello stato Veneto, ed alla stessa Venezia, se Re Ferdinando consentisse, inchinava. Inghilterra stimava, e giustamente, offender l’onor suo coll’abbandono dell’alleato. Bollendo tali pratiche, a sollecitar l’uscita de’ Francesi dalla Germania, l’inviato Russo la pace per sé solo sottoscriveva. Il compenso delle Baleari per la Sicilia vi era segnato. Ma non la ratificò il suo Imperatore, ché intendeva al Re garantita la Sicilia. Le pratiche ogni dì più si difficoltavano. Veniva intanto a morto Giacomo Fox, persona di grandi spiriti ed autorità. Il quale, inclinato alla pace, con singolar destrezza la trattava. In luogo del quale recato Ministro Grey, le cose più s’intorbidarono. Non fu necessario a’ ministri Francesi di usar molta diligenza per chiarirsi delle nuove inclinazioni. Pure, cessate le speranze di accordo, di proporre condizioni diverse non cessavano. Per Re Ferdinando la somma fu che si offrivan le isole Baleari con reddito dalla Spagna. E qui terminaron pratiche di Principi e sollecitudini di Ambasciatori. Rotti i negoziati, nuovo alleato scender dovea nella lotta. Offesa che tor le si volesse l’Annover, non men sentia percuotersi al vivo la Prussia dalla confederazione Renana, e dagl’impedimenti posti alla settentrionale. Credette dunque che ricorrer ormai dovesse alle armi e ruppe a’ primi di Ottobre la guerra. Potente per armi e gloria militare era la Prussia. Gli altri potentati, se non di vicine ostilità, di poco sicura amicizia temer faceano.

II. Questi lontani accidenti venner ad aver correlazione co’ fatti del reame. Ed era da aspettarsi, ché le sollevazioni il commoveano, e gli affari dello Stato declinavano. I nervi del nuovo regno eransi sempre più indeboliti. Dato si era, per la imperial dittatura, principe straniero a’ Napolitani. E perché pagassero il benefizio, nuove cagioni alla guerra civile s’aggiungevano. Lamentavansi di gravezze insopportabili, perché più del volere e del potere pagavano. Il fisco frattanto infieriva; ed il modo di provveder delle persone migliore degli ordini e degli abusi non era. I popoli di sdegno maggiormente si riempivano, Né il danaro pel regno e nel reame si spendeva. Feudo di Francia divenuto, in esso sciami di venturieri accorrevano; né di altro eran solleciti che d’inviar in Francia le spoglie delle napolitane ruine. Eran perciò avarizia e prepotenza da una parte, sdegno ed insofferenza dall’altra. Naviglio napolitano più non v’era, soldati Napolitani scarsissimi, ed i militari Francesi grossi stipendi godevansi. In mezzo a popol fatto povero, essi soli in profusione gareggiavano. Non rispettavasi il debito dello Stato, estinto con un quinto del capitale. In mille famiglie perciò ad un tratto lo squallore e la miseria. I crediti de’ luoghi pii soppressi, in ministri o cortigiani transferiti. Le vessazioni nelle province a profitto degenerali si faceano, i popoli n’eran oppressi, non l’erario impinguato. Taluni Francesi, per antica educazione, eran fatti gentili. I più, per orgoglio o rozzezza, i popoli aspramente offendevano. Non eran i soldati imperiali molto raffinatori in fatto di disciplina. Nò, volendo, i eapi avrebber potuto riuscir a stabilirla ed a mantenerla. Da ciò incomportabili gravezze e cupidità sterminata. Era sfrenatezza in molti, incuria o connivenza negli altri. Se n’ebbe talvolta rammarico e vergogna, e qualche generale, come il Frégeville, sopra tutti gli altri spudorato, in Francia si rimandava. Ma scarsi gli esempi, i rimedi inefficaci.

III. Era poi ne’ dominatori stupida alterezza. Niuna cosa degna di lode in antico stato trovavano; propagatori di nuove e non mai sapute dottrine, tutto riformar a modo di Francia voleano. Malconci e guasti gli ordini antichi, non perciò i nuovi allignavano. Napoli, in quel tempo di colti intelletti fiorente, d’ignoranza tassavano. Il volgo selvaggio ed infingardo diceano. I più sprezzatori que’ che, da lezzo di plebe, nelle rivolture di Francia avean soprannatato. I militari poi con piglio soldatesco i Napolitani chiamavan codardi. Vogliosi si mostravan i ministri di raccoglier quanti fosser uomini d’intelletto. Ma poi le opinioni partigiane prevalendo, di aderenti le amministrazioni ingombravano. Taluni dell’alto patriziato, chiamati ne’ consigli, non eran che addolorati spettatori. Il disuso ad un tratto delle antiche leggi ed il dispregio, ch’è peggio, delle nuove, mettean le cose pubbliche in fondo. Le imposte a’ bisogni non sopperivano; i beni nazionali si consumavano e dilapidavano. Il nuovo Principe danaro, ed invano, dal fratello mendicava, si pensava ad un prestito in Olanda, ogni cosa era in confusione.

La guerra civile, nata dall’affetto all’esule Re e dall’insolenze soldatesche, tutti i legami dello stato sciogliea. Non raccolti gli avanzi dell’esercito Napolitano, semi di nuove sollevazioni diveniano. Si accumulavan diffidenze e terrori, persecuzioni e supplizi, congiure e machinazioni, che terminavan in nuovi supplizi. E più il nuovo stato precipitava a mina, più d’orgoglio e prepotenza cresceva.

A chi vorrà considerar quanto il reame avesse già per lo innanzi sofferto, sarà manifesto il suo stato. Niun popol d’Italia fu da tante mutazioni di domini afflitto, quanto il Napolitano. Ora a Francesi, ora a Spagnuoli, ora a Tedeschi appartenne. Ebbe settant’anni di beata quiete, per ricader ora in nuovo dominio straniero. Ed in men che fa un anno, lo stato cadeva in dissoluzione. I banchi spogliati, le pubbliche e le private fortune manomesse, le cose sacre conculcate con minore riverenza e rispetto che le profane. Da per tutto l’inquietezza, la diffidenza, le angosce.

In questo mezzo il nembo verso settentrione ingrossava; i principi si collegavano, si riforbivan le armi. In Napoli però nelle pratiche della pace, per penuria e stracchezza, sperato si era, ed alla guerra lentamente proceduto. Ora sorgea la considerazion di pericoli lontani; ma a questi il tempo spesso partorisce rimedi non pensati. Non così era de’ pericoli vicini. In luogo della quiete da conquistar, ma sperata, più aspri travagli eran per sorgere. Stato si era, ma or non più si poteva in ambiguità, e venir si doveva a più fiori strazi di armi.

Atroci fatti avremo in questo proposito a raccontare, giacché il solo lembo meridionale ardeva tuttavia di terribile incendio. Le insegne di Francia sulle sole città principali sventolavano; ne’ borghi e su’ monti le Borboniche. La fortuna ora abbracciava con prosperi successi, ora esagitava con avversi, ora gl’Imperiali, ora i sollevati erano assalitori. I più fortunati que’ che in luoghi murati si stavano: nelle campagne crudelissima rabbia imperversava. Da per tutto odi privati, divenuti pubblici, e vendette individuali color di Stato vestivano. Ed eran rapine e morti ed incendi lagrimevoli. Le piaghe cittadine, come suole, ed in tutti i tempi e luoghi, muovevano ognuno a compassione, salvo coloro che le aprivano.

IV. Durante le trattative annunzianti pace, eransi, come dicemmo, ritratti gl’Inglesi in Sicilia. Non altrimenti contrastato a Massena, che fornendo armi e munizioni a’ sollevati. Affogata nel sangue era la sollevazione delle altre province. Quetati eran gli Abruzzi. Ermenegildo Piccioli, senza ajuti Inglesi e stretto da’ Francesi, erasi sottomesso. Sedati nelle Puglie i moti di Ripacimosani, di Castropignano ed altre terre, e disperse alcune bande, la sollevazione del pari compressa. Le vittorie agl’Imperiali però per molte morti sempre funeste restavano. Alla quiete l’indole men fiera degli abitanti e Tessersi tolti gl’Inglesi da Tremiti contribuirono. Lo stesso evento sortirono le cose de’ sollevati nelle altre province. Gl’Imperiali delle terre aperte s'insignorivano, le bande più grosse e temute disperdevano. I pochi tuttora colle armi in mano, malandrini gittati alla strada. La loro causa veniva giudicata cattiva, i mezzi peggiori. De’ sollevati, al pari de’ banditi, prendean i Francesi subiti supplizi. A far le minacce più spaventevoli, alle terre mostravan le artiglierie, che ne avrebber aperta l’entrata. I possidenti, che dubitavan le terre non fosser date in sacco a’ soldati, ricevevan i presidi senza contradizione. Si facean poi attorno a que’ ch’eran pronti ad insorgere, e pregavano, scongiuravano non suscitasser altri incendi, non compromettesser la pace, di cui a stento godevano. Là dove ripullulavan però le sollevazioni, eran tosto nel sangue soffocate. Orrende furon le uccisioni nel Cilento; in altri luoghi il Calore fu tinto dal sangue di centinaja gettativi a mucchio.

V. Non si scoprian più, salvo nelle Calabrie, armi preparate in contrario. Restava intanto che si rompesser le più numerose teste che i sollevati aveano fatte qua e là e segnatamente a’ luoghi forti. Eran perciò genti Napolitano e Francesi condotte da Lamarque or contro l’uno, or contro l’altro. Alcune terre si davan facilmente, altre con maggior difficoltà. Facessi sempre gran sangue, perché era guerra iniquissimamente contro donne, fanciulli ed infermi esercitata. Tutto le soldatesche mettean a bottino, e strabocchevole era il sacco. Il barbarico furore, non contento a spogliar le case, quel che trasportar non potea sformava o distruggeva. Le mura stesse de’ più ricchi e popolosi luoghi rovinavano. Ninna cosa restò in piedi in Sapri. Poche donne e fanciulli, avanzi di terra florida e popolosa, raccolte in mezzo la piazza a cerchio, viveauo in triste comunità. Sei volte presa dagl’Imperiali, ed altrettante ripresa da’ sollevati, stata era rovinata da capo a fondo. Mura annerite da più incendi, piuttosto spavento di vicina ruina, che rifugio. Rattamente si spingeva or contro questa, or contro quella terra Lamarque, ed in niuna entrava senza ostacolo. In niuna non procedeano i Francesi con animo ostile, tutto quel male facendo che sapeano e poteano. I terrazzani, usando talvolta delle migliori opportunità, a’ primi rumori le case abbandonavano. Con loro in salvo nelle selve donne e fanciulli conducevano. Un sottile naviglio, eran ventiquattro piccole navi, sorgeva sulle ancore ne’ vicini lidi o correa le vicine spiagge. Ricovrava i fuggenti, raccoglieva gli armati, e qua e là alle spalle de’ Francesi li sbarcava. Ed essi usavan la medesima celerità, correvano e le terre, o a meglio dire, le reliquie delle terre ricuperavano. Più volte così stata era presa e ripresa Maratea.

VI. Posta è Cammarota in cima ad un poggio sporgente in fuori. A pascolo in alto, a coltura i campi nelle basse falde, la valle intorno angusta ed uggiosa. La terra lentamente inclinata un breve tratto, alcune torri, per vetustà crollanti, la fiancheggiavano. Per assalirla uopo l’inerpicarsi per alcuni massi addentellati; i gioghi opposti al mare, erano schegge e macigni. La diritta via angustissima e quinci e quindi precipitosa. Visti colà ridotti i sollevati, divisò l’arrischiato Lamarque di prendere e rumar quel nido. Principale speranza di fornir l’impresa riposta nella prestezza. Riuuì dunque a Centola Dufour e Gritz, l'uno già uso alla guerra Calabrese, che comandava a’ Francesi, l’altro a’ Corsi soldati. Con essi e buona mano di stanziali Napolitani, inchinando il giorno alla notte, corse ad assalir Caramarota. Ma la cosa procedette molto lontana dall’aspettazion sua. Coll’alba divise le genti in tre schiere. Pioveva a ciel rotto. Cheti ed ordinati procedeano i soldati cogli archibugi scarichi: l’uno serrava l’altro e lo spingeva innanzi. I Napolitani penetrarono sotto le mura a sinistra, i Francesi sulla destra. Ma qui ad un tratto dalle feritoie partiva tempesta di colpi, onde molti, e fra’ più prodi, cadevano; gli altri si confondeano. Strettissima la via, e le palle tutta la strisciavano. Non sapean dove fosse la porta, pur con incredibil fatica e rischi giunsero in alto. Eran da lassitudine vinti. Ma i sollevati traevan, pigliando di mira gli uffiziali che non poteano aversi riguardo. Traevan dalle mura, dalle finestre e dagli spor’telli delle case. Congiunger non si potean le due colonne, né superar le difficoltà de’ luoghi e de’ difensori. L’avanzar ed il retrocedere pericoloso del pari. Alcuni de’ più audaci, accostate le scale, facean sembianza di dar ferocissimo assalto, ma noiati eran da ogni parte; le armi bagnate all’uopo non servivano. Gli animi fin de’ più coraggiosi fiaccaronsi. Cercando d’uscir dalle mani del nemico, qua e là cominciava ciascuno a riparar dietro alberi e rupi. I Francesi primi cominciarono a gridare indietro, indietro, e furiando a scendere: seguivano i Corsi. I Napolitani tenner fermo, ma non potendo saltar fuori allo scoperto, riparando or qua or là, anch’essi si ritrassero. Inserpentìto Lamarque svillaneggiava i Francesi ed i Corsi aspramente, e mettendo a capo di tutti i Napolitani, vennesi di bel nuovo avvicinando a que’ poggi, ma era per dar riguardo all’inimico, ed attendere il dì seguente a dar l’assalto.

VII. Spuntava l’alba, ed il cielo era sereno, si disponevano a montar l’erta, ogni cosa in pronto. Lamarque medesimo s’era posto a capo a’ granatieri Napolitani. Un profondo silenzio è nella terra; niun sollevato si vede, si teme di qualche insidia. Stava ondeggiando ancora, quando ecco, pria che si desse il segno, saltar fuori un Francese indispettito e darsi arditamente ad inerpicarsi a’ massi sporgenti in fuori dalla parte opposta. Dopo lunghi stenti, eccolo riuscire, osservando tutti con ansia ed aspettando di vederlo precipitar ferito in basso. Non affacciandosi alcuno, s’inerpica sulle mura: non vede, non ode nemici, non sa che farsi e sfida gridando. Niun fiatando, ei salta dentro. Tutti perplessi non sapean maravigliarsi abbastanza di tanta arditezza. Riappare nuovamente, ed alza straccio di tela in segno di vittoria: la terra era deserta. Alla vista di quel segnale si accorser di quel ch’era. I sollevati temendo che, il mar ingrossando, sarebber lasciati senza scampo, avean la terra abbandonato. Uomini e donne con armi e munizioni alle navi si eran ritratti. Alzando un grido unanime corsero i Francesi verso la porta. Lamarque, a punir i granatieri Imperiali pel fatto del giorno innanzi, li spedì verso il lido. I rimanenti, entrati nella terra, la diedero a sacco e fecero ricco bottino. Non mancò il diario del governo d’assicurar che al primo assalto, con danno inestimabil de’ regi, Cammarota era caduta. Giuseppe scriveva al fratello di Cammarota sfolgorata, di bravure di soldati, di strage di sollevati. Le conscie popolazioni ne rideano.

VIII. Eransi altre bande raccolte in Maratea. Talune vi si eran condotte per mare. Fatto un nodo di duemila, Lauria e Lagonegro minacciavano. Troncar ogni communicazione al Massena e chiuderlo in Calabria pensavano. Era l’impresa temeraria già dal Mecco ed infelicemente tentata. L’udiva appena Lamarque, ciò sul calar d’Agosto, che vi corse battendo. Loro avventasi affocato, incontanente li rovescia, li spinge nell’aperto, moltissimi ne trucida. I superstiti davan le spalle, incalzati cercano scampo, e chiudonsi in Maratea. Quivi a resister si preparavan, quando i fuggitivi di Cammarota colle navi sottili sopraggiungevano. Crescean perciò coll’ardire le speranze. Sei volte stata era quella terra presa ed arsa, ed altrettante ripresa. Or vi accorreva Lamarque con molte forze, sei buoni. battaglioni di fanti e tutta la gente vi si alloggiò d’intorno. Intimato che la città avesse subito ad aprir le porte, ed avuto superbo rifiuto, si spinse all’assalto. Con vento e pioggia asprissima, andavan i Francesi e furon ributtati. Nel dì seguente si rinnovò la prova, né con miglior successo. I Corsi, a cancellar la macchia di Cammarota, di esser i primi chiesero, e si precipitarono. Grande fu la virtù degli assalitori, non minor la costanza degli assaliti. Però fiaccati e stanchi per la lunga resistenza, i Corsi si levaron di là laceri e sanguinosi. Di sì fiero intoppo si rodeva il Lamarque, ma mancava di artiglierie che gli aprisser incontinente l’entrata. Stimando impossibil cosa venirne a capo colla forza, fé soprasseder la mossa delle armi. Sperando nel tempo e nell’occasione, invigilava perché di là i sollevati non uscisser e le campagne allagassero. A diroccar però il castello l’opera incominciava delle mine.

IX. Avea però il comando della terra un Alessandro Mandarini di men che civili natali. Sennato ed onesto, non mai per coraggio, e militar perizia provato. Ma perché è verissimo il magistrato manifestar il valor di chi l’esercita, ora riusciva di ferma volontà e per l’ardimento e liberalità sua, veniva in grande estimazione. Vigile ed attento stava, e tanto era sagace, quanto forti i nemici. Tenuto si era sempre con mente nemica a Francia, ma abborria dal restar a discrezione de’ sollevati, animi gagliardi a battaglia, ma di freno insofferenti, od avidi di sangue e di preda. Non volle congiunger mai perciò le sue alle armi di altre bande. Né mai, cadutogli in taglio, avea loro voluto aprir le porte. E tenne forse tal consiglio, onde l’allagamento francese contro altre terre si voltasse. Respingeali ora animosamente e più volte; ma già non trovava nell’infelice terra più appoggi. Temea di ricever in un subito e senza rimedio orribil tempesta dalle artiglierie. Con vigoroso assalto avrebber allora i Francesi recato la città in poter loro, ed esterminato i difensori. Pensava dall’altro canto che grave danno recato avrebbe, cedendo, alla sollevazion Calabrese.

Distraevanlo dunque molte ragioni or in questa or in quella sentenza. Ma stringendo il tempo, alla necessità piegava, Dopo ventiquattro giorni dunque, e pronte già essendo le mine, ei venne a patti. Lamarque, sollecitato di correre altrove, li concesse generosi. Vi fu sentore di allettamenti, perché desse la volta ed alla fortuna Francese si rivoltasse. Ma, benché è fama che si venisse anche dal Lamarque in sul tempestare, tenne fermo, rispondendo: si stia a’ patti e mi si mandi in Sicilia. Dove poscia andò e fu accolto con ogni maniera d’onori. I sollevati fatti prigionieri furon condotti sulle navi Napolitane che volteggiavan nel golfo di Policastro. I più risoluti, pria della resa, una via colle armi si apriano.

X. Più felici eran gli sforzi degl’Imperiali contro il Pezza, col nome di Fra Diavolo venuto in celebrità di bandito, ed ora soldato. Grado avea di colonnello, recava lo stendardo reale. Sbarcato gli aiuti de’ soldati al presidio di Gaeta, posto avea piede a terra co’ più fidati. Assaliva Itri e vi facea prigionieri i Francesi. Poscia s’internava ne’ luoghi conterminali e davasi a far gente. Principal 6uo intento, molestar i Francesi e far allargar l’assedio. Presto i suoi s’ingrossavano. Raccolse sin a quattromila de’ più arrischiati, e con essi dì non scorrea che i Francesi non percuotesse. Di astuzie di guerra espertissimo, mille insidie tendeva. Tutti i passi a proposito occupava per impedir vettovaglie e corrieri, tutto che apprestar potea molestia a’ Francesi escogitava e faceva. Il segreto, che tanto giova a ben condur le imprese, religiosamente serbato. S’ignorava ove fosse e da per tutto si temea.

Caduta Gaeta, cessavan le sue prosperità. I Francesi mosser da ogni lato ad assalirlo, e presto lo stringeano e di continue mosse il travagliavano. Gli si scemavan le forze, gli si toglieva tempo e mente a deliberare. Farsi volea strada per gli Abbruzzi, ma i disastri del Piccioli, i molti Francesi per la valle di Roveto ne l’impedivano. Vinto in sanguinosi affronti, e segnatamente ad Arpino, scemar vedendo i suoi, crescer animo e forze a’ nemici, a Sora si ridusse. Quivi con arte e militar perizia si trincerava. Ma in un subito il general d'Espagne lo circondava. Il quale, stimato per opinion di valore, d’esser adoprato in tal guerra impazientemente soffriva. Or vedendolo colà chiuso, il tenne come già preso. Comandava dunque a’ suoi gissero all’assalto, e que’ con impeto si spingevano.

Ma piccola impresa, ebbe i pericoli d’una grande. Scacciavan i Francesi, era il 24 Settembre, i difensori; le mura scalavano, e malgrado la disperata difesa e le molte morti, nella terra penetravano. Entrati di viva forza, mettean a morte quanti incontravan sia combattenti, sia rendentisi. Poscia, per volontà del generale, o suo malgrado, andò a sacco la città, e parte in fiamme. Il Pezza, combattendo con pochi suoi, giunse a farsi strada.

XI. Inoltrandosi fra gli Appennini, sempre in nuovi Francesi s’imbatteva e sostenea nuove affrontate. Disperato coraggio opponeva al numero ed al valore. Ma stretto, inseguito sempre, i suoi per disagi e sconforto scemavano. Combatté alle falde del Miranda, ma gli fu chiusa la via. Si volse indietro e s’incontrò in altra squadra che gli serrava il passo del fiume. Da un lato eran le ripide coste de’ monti, dall’altro le sponde ed i Francesi colle armi pronte a ributtarlo. Non si perdè d’animo. Mosse incontro a chi comandava, simulò esser capo di milizie perseguitanti Fra Diavolo, e si fé tragittar sull’altra sponda. Vistosi in sicuro, a disingannar chi l’avea tolto all’imminente pericolo, fé piovere su’ Francesi grandin di palle e disparve. Ma il pericolo non spariva: il cerchio intorno a lui sempre più si stringea. Toccato aveva una ferita che, per mancar di rimedi, intristiva. Nelle terre del contado Francesi e milizie stavan sull’odorato. Pensò dunque che non fosse più tempo da aspettar tempo, onde riparar in Sicilia, e precipitò gl’indugi.

XII. Giunto in parte selvaggia, ma sicura, faceva aperto a’ già pochi suoi, essersi risoluto a dar luogo ed uscir di Terraferma. Aver troppo fatto, e non bastar più né il suo nome, né la loro audacia a sostenerli contro forze soverchienti, odi suscitati e pubblici bandi. Oggimai se non di supplizi, di stenti e fame perirebbero. Con più facilità ciascuno troverebbe salvezza da sé, varcando il mare, o riparando ne’ monti. Scongiuravanlo a rimanere, a non separar la loro sorte; ma non si piegò. Si scinse da’ fianchi la bandiera reale, che avea così nascosta, e la seppellirono. Piangeavan tutti, uomini che segni di sensibil animo non avean tra rischi e stragi dato giammai. Datosi poi un ultimo addio, si separarono.

Il Pezza errò solo, mettendosi alla ventura e sostenendo pericoli spaventosi. Pervenne da ultimo fra rupi nude, salvo qualche cespuglio ne’ ciglioni. La brezza notturna batteagli la fronte e le gote, e penetrava acuta tra le ossa affralite. Quel rincrescimento e quell’errore indefinito, con cui l’anima combattea, lo soverchiò subitamente. Ritornò verso i luoghi abitati, ma con ribrezzo; insospettito, tornava a’ boschi; la fisime nel ricacciava. Stracco, trambasciato, entrò sul vespero in Baronissi a chieder balsamo alla ferita. Parvegli esser venuto in luogo salvo, ma l’aspetto inspido e miserrimo svegliò sospetti. Lo speziale, uom pieno di malizie e d’inganni, pose balsamo alla ferita, ma ne avvisò le potestà. Gli furon perciò subito attorno, lo riconobbero ed imprigionarono. Caduto in mani nemiche, fu condotto in Napoli, giudicato e messo a morte. Nel giudizio stoicamente non curò di rispondere. Pria del supplizio, il Governo fé esporlo alla berlina. Traevan a calca, e più i Francesi, per vederlo, e molti, e per più tempo, si mostraron increduli. Parea loro artifizio del governo questo di cessar, col supplizio d’un malfattore, il terror del nome di Fra Diavolo. In Sicilia gli si facean solenni esequie. Nato di poveri genitori ed in basso stato, d’intelletto e non di modi incolto, venne il Pezza famoso per ismisurato ardire, e fu nemico a’ Francesi tremendo. Grande di persona, nerboruto, olivigno, lo sguardo ebbe fiero, aspra la voce, il cenno imperioso. In guerra rude e selvaggia sanguinario non fu, né spietato; ebbe celebrità d’infamia, ed una di coraggio indomito e di fede meritava. Singolar destino degli uomini! Nella sollevazione spagnuola, molti di lui minori d’assai e più spietati, ebber fama onorata. Egli sin gli scenici onori qual feroce bandito. Vero è che banditi si disser gli Spagnuoli, come già i Vandeani, come si disse il misero Hofer. Gl’invasori ciò diceano, i partigiani, che non han patria mai, lo ripeteano.


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L4-CAPITOLO II

Dolorose perdite de’ Francesi, e lenti provvedimenti del Massena — Orrori de tribunali militari in Calabria — I Francesi contro Longobuco — Stupida ferocia del Santoro — Corre ad affrontare Verdier e n’é rotto — Ruina di Longobuco — Assalto di Gasparina e liberazione di Catanzaro — Eccidio di Cicala.

Durante queste aspre lotte di disordinata guerra, incendi e saccheggi e mine seguivano. In tutto il reame nasceva un lutto, un pianto, una desolazione a narrarsi difficile. Tante perdite facean le sollevazioni inutili, ma alla calma di prima non si tornava. Vi voleva ancor non poco tempo e travaglio. I Francesi poi in sostener affronti e dar assalti perdite assai gravi avean toccate. Molti eran pur dalle fatiche negli ospedali consumati. Sul cader del 1806 quasi diecimila mancavano. Il Gams Generale, il Colonnello Bruvere e molti altri uffiziali di nome e riputazione periano. Clary, nipote che era a Giuseppe, campò la vita sol perché cadde in mano al Mandarini, uomo di dolci costumi ed al sangue avverso.

Alte grida e rovinosi accidenti or mi chiaman adunque nello Calabrie di nuovo. Era quello delle Calabrie il più geloso governo che allor si desse. Al Reynier toccava ormai la cura di governar le armi, e le forze avea proporzionate al suo carico. Massena, moderato ormai nella potestà, a dar sosto alle cose assai scompigliate, ma freddamente intendeva. Non ira di nemico avea, non superbia di vincitore e pensava con ordini civili a conservar l’acquistato. Riposava, ma sempre con mal animo, in Monteleone. Temea che per le cose di Germania risalir dovesser l’Italia i Francesi, né mandar altri soccorsi in Calabria. Cominciava dal bandire nuovo perdono. Giurava salve le persone e le robe e soddisfare a quanto fosse entro i termini di equità. Perché tornasser i sollevati senza sospetto, al clero nuovamente s’indrizzò. Ma, o che si sapesse i sacerdoti essere sforzati, o che questi di nascosto diversamente consigliassero, niun prestava orecchio. Taluno cedeva ed ottenne denaro, perché Massena mostrava liberalità e fidanza. Bandiva eziandio un guiderdone a chi svelasse i segreti istigatori alle rivolte. Ma era il prometter, come vano, superfluo. I paurosi, i partigiani, i raccomandati dal Saliceti fornivan ogni chiarezza. Ben altri premi conseguivano, e ben altri ne ambivano.

II. Fra’ primi ordinamenti fu quello delle milizie. Ognun doversi adoprare, diceva, ad assicurar il governo, solo baloardo contro l’anarchia. I buoni e forti giovani di donar alla patria la vita non dubitassero. Ordinati in regolari milizie a difesa delle loro case, dalle calamità di sollevazioni e di guerra si libererebbero. Ed ei nominava i capi tra’ benestanti, ad arbitrio di questi la scelta de’ gregari. Ma ninno o pochi si offrivano, né questi di buona volontà forniti. Temean esser dichiarati stanziali e condotti in lontane regioni. A ciò le voci de’ Corsi soldati contribuivano.

Consigliatosi Massena co’ suoi intimi, mettea fuori un bando di severe pene contro chi tenesse o portasse armi e non fosso delle milizie. Ed i Calabresi, delle armi amantissimi, per ottener l’arbitrio di portarle, allora accorrevano. Era non zelo, ma simulazione. Gli ardentissimi nelle parti francesi animavano e confortavano. Ma ne seguia pure un altro effetto contrario. Prescritto essendone il numero, i più ch’eran rifiutati, s’indispettivano. Soverchiatori poi divenivan gli scritti, né men operosi ed audaci i non scritti. Questi si appoggiavano ai sollevati, onde i campi degli altri hruciavan e devastavano. Quelli angariavan, arrestavano e davanli in poter de’ tribunali militari. Purtuttavia le milizie s’ivan ordinando, alle fatiche militari esercitandosi e colle genti di ordinanza cooperando. Le prime prove, ma sventurate, come vedemmo, furon fatte innanzi Amantea. A poco a poco si riscuotevano per gli stessi furori della guerra civile, e di maggiore utilità riuscivano. Univansi a’ Francesi quando il nemico soprastava, posavan le armi quando si allontanava. Col tempo si agguerrivano e si davan a perseguitarlo e combatterlo.

III. Cura del Massena fu pur quella d’ordinar i tribunali militari. Sommariamente di vita e fortuna giudicavano, le sentenze tra ventiquattro ore eseguite. Coloro che riuscis8er solo indiziati, inviati al magistrato ordinario. Questo con pene straordinarie, ed a seconda de’ casi, puniva. Tribunali spaventosi eran i militari, ed in tempo di guerre civili, esizialissimi. Spesso odi pubblici, come privati, a maligno oprare li volsero. E quanto barbara fosso la legge, niun è che non veda. Uscito salvo da uno straordinario, pericolar si poteva in ordinario giudizio. Le stesse prove non valide nel primo, il divenian nel secondo. Vero è che dal primo esperimento non si era salvi che per prodigio.

Infiniti poi eran i casi di reità. Attentati contro il governo, rivolta, porto d’armi, corrispondenze colla Sicilia, spionaggio menar poteano al supplizio. Niun aver potea scampo alle accuse. Tristizie di tempi che, a sostener straniero dominante, gli assassini vestisser le forme di giustizia. E non pareva infamia, tolta essendo la vergogna, ma esercizio di giusta 'autorità a tener in briglia i popoli.

Questi tribunali di sangue, stabili in Monteleone, in Cosenza, in Catanzaro, da per tutto, ove necessità si stimava, temporalmente si constituivano. I giudici l’italiano non capivano e men il rude dialetto Calabrese intendevano. Le accuso o le testimonianze per interpreti, e questi, per ignoranza o malvagità, infedeli. Interpreti per lo più i Corsi, che talvolta di nulla intender confessavano. Il tribunale procedeva oltre, e dall’aspetto dell’accusato sentenziava. Talvolta da soldati gli faceva osservar ed odorar le mani. Se annerite erano o di polve putivano, era tosto dannato nel capo. Inutil pompa la difesa, talvolta oggetto di celie e sarcasmi. Fu da per tutto dunque e presto un alto lamentar di sentenze inique ed inumane.

IV. Creduli a’ partigiani, feau i Francesi spesso servir a calunnie e vendette i giudizi. Una squadra facea tolta di viveri in un villaggio, quando il capo delle milizie trascinava innanzi a’ Francesi stretto tra funi un fornajo. Lo accusava con alti clamori di averli voluto avvelenare. Si rinvenne l'arsenico nel pane, ed il fornajo fu tratto in giudizio. Non sapea che dir volessero, difendersi non sapea, potea dirsi spacciato. Una potestà di gran nome, sopraggiunta a caso, il chiariva reo soltanto dell'onestà della figliuola. Ed ei fu salvo; ma di tali prodigì non avvenivan quasi mai. Pigliata era a pochissima stima la vita degli uomini. Eran affronti quotidiani alla giustizia. Eppur si protestava non do minar i popoli come schiavi, ma reggerli come cittadini. La frequenza del supplizi ne scemò, come suole, l'orrore. Colle troppe leggi si facilitò il fallire, cogli assidui e cruenti castighi si fà crescer l'odio e l'ardire.

Il niun risentimento contro a maneggi o inique arti del partigiani, ingenerava collo sdegno i sospetti. Pareva a molti che i Francesi tener vivi gli odi, anzi che spegner volessero. Così sosterrebber il lor dominio, gli uni agli altri contraponendo. Tuttavia la chiarezza del generale e la mutata fortuna, facea parer buono lo starsene. Era pei Calabresi ineluttabil necessità, era un piegar il capo innanzi la bufera.

V. Ordinava il Massena nel tempo stesso, sebben con lentezza e stenti, le altre faccende di governo. Segnatamente la riscossion de viveri e delle imposte, chè di tutto scarseggiava. Frenar però non curava le frodi e le rapine, ed i Francesi, men di negligenza, che di rapacità l'accusavano.

Sentia però Massena l'inerzia non esser men nociva delle perdite. Men delle bande che gli eran a fronte o gli ronzavan d'intorno, il nojavan quelle alle spalle.

Le quali corrispondendo dal Jonio al Tirreno, far potean moti pericolosi, se gl’inglesi nuova discesa tentassero. La nuova guerra in Germania e la sollevazion delle Calabrie potean sedurli. Pria della battaglia di S. Eufemia, i Calabresi stavan in sentore, non sollevati; molti in allora disposti, moltissimi ora e combattenti. Tutti avrebber fatto ala ad uno sbarco, ed ei sarebbe stato assalito di fronte, alle spalle nojato. Già le sue genti scarse diveniano, e vano altre sperarne da Napoli. Attorno a lui eran già tutti, più che lui stesso, svogliati. Dati si eran a credere che, partiti gl’Inglesi, i sollevati tener l’aperta campagna non oserebbero. Cacciati in pochi dì avean gli avanzi dell’esercito Napolitano, corse avean rapidamente le Calabrie, tutto sottoposto senza ostacolo. Ed ora invece vedean uomini più coraggiosi che provvidi, cacciarsi a qualunque rischio, non ricusar alcuna miseria, vogliosi più di distrugger sé stessi, che sottoporsi altrui. Sperato avean nel riacquisto di Cosenza, e poscia in quel di Monteleone, e conseguito non si era che alloggiamenti. Vedean i soldati stanchi e menomati, parea loro questa guerra fastidiosa ed indegna. Il solo Reynier di gran riputazion, alle cose che succedean né si doleva, né disperava.

VI. Considerava queste cose Massena, ma con lentezza procedeva. Ora però, confidando d’esser tirato fuori da sì strana guerra, lasciar non volea l’opera incompiuta. Scriveva dunque al Verdier risolutamente: le teste de’ sollevati sul Jonio e sul Tirreno distruggesse. E pria di tutto sperperasse quel nido di Longobuco; troncasse le vie di altri luoghi, dove i sollevati potessero raccozzarsi el ingrossare. Scegliere a trar l’opera a buon fine i soldati che più volesse. Comandava intanto al Reynier di farsi, se possibil fosse, più vivo. Al Franceschi di assalir Gasparina, ove le bande s’ivan raccogliendo e fortificando. E tutti presto furon in moto. Terminava la linea Francese a Seminava. Reynier giva a stabilirsi in Mileto, e poscia in Palmi. Di là partiva or il colonnello Abbè, or egli stesso. Si aggiravan pe’ dintorni, le terre sottometteano, o all’ubbidienza confermavano, disperdean i sollevati, gl’Inglesi di Scilla minacciavano. Combatteva Abbè gli abitanti di Pedagoli. Udito di essersi mossi, vola colla sua schiera: ammazza chi resiste, perseguita e non lascia far testa agli sbaragliati. Levate poi le armi, incendia la terra. Sorprendea Reynier ed inseguia le bande annidate in Bagnare. Correa sopra altre terre, ma risoluto a non tentar cose nuove, uccisi pochi resistenti, agli altri perdonò e lasciò quieti. Pubblicava pure bandi, perché gli abitanti nelle deserte terre ritornassero, ma, come sempre, senza alcun frutto.

VII. Offertosi pronto Verdier all’impresa di Longobuco, dava voce di muover contro Amantea. Raccogline Francesi, Corsi e Napolitani, gente ottima, perché veterana. Sommavano in tutto ad oltre mille. La stagione andando ancor benigna, uscia di Cosenza a’ 15 Ottobre: camminava con grandissima celerità, salendo verso Bisignano e di là contro Longobuco. Al primo romore, messo si era Santoro in via per andargli animosamente incontro. Uom era, come di vilissimi natali, e di selvaggia ignoranza, pure d’imperturbabil coraggio. Nel di seguente alla rotta de’ Francesi in S. Eufemia sorto era, come dicemmo, in armi. Raccoglieva a furia ed in folla montanari ferocissimi, ma non più di lui; l’intento era quell’istesso di. devastare e rapinare. Riempiute avean sotto il comando di costui le terre di compassionevoli casi' di sangue. Inondato avea d’armi e spavento le campagne. Poco badava se amici o nemici uccidesse o taglieggiasse. Fu quella valle percossa d’infortunio gravissimo. I Santoriani, rapaci ed insolenti, ogni confin di brutalità eccedevano, imponean taglie, cliiedean vitto e vestiti; e le richieste eran capricciose, il consumo eccessivo. Fra il comandar precipitoso ed il lento ubbidire, crudeltà e morti nascevano.

Entrato in Longobuco il Santoro, era lietamente accolto dagli atterriti conterranei. Stettevi lunga pezza a vedersi convitar da’ primi e ad udir le adulazioni dello spavento. Stupida natura, quanto gli si dicesso credeva, e che, espulsi i Francesi, onori principeschi conseguirebbe. Chiamavanlo il Re Santoro. I fatti ed i risibili lazzi si succedevano. Portata acqua a mensa, credea decoro il tracannarla tutta, ma, mancato il fiato, si scusò di non potere. Accagionando i libri d’ogni male, li fè, burlesco Omar, bruciar in piazza. E tutti plaudivano.

VIII. Presto poi, come è di tali uomini, trascorse dallo sciocco all’atroce. Un segretario, che in bizzarro editto non pose la pena del capo, fu moschettato. Un Pietro Campagna, stato Centurione, volendo porsi in salvo, fu morto. Il figlio che restò, con altri sei, fatto a brani; la testa di un solo portata in trionfo. E mal no occorse ad un Santoro, Sacerdote di Caloreti, menato al Santoro dai suoi scherani. Al quale fe’ molte carezze, dicendolo di sua famiglia e facendol sedere a mensa. Ma nel punto in cui il misero prendea speranza di vita, ci fe’ cenno ai manigoldi, i quali ridendo e sghignazzando, il menaron al supplizio. Per soprammercato ima pinzochera, in nome di S. Antonio, lo avvertiva a guardarsi dal Basta. Era questi, siccome accennammo, capitano di S. Nicola dell’Alto, e n’era il Santoro geloso. Gli consegnò quindi una lettera, e mentre il Basta leggea, l’uccise. Da quel momento la donna colle sue visioni il fe’ impazzare. Ed in altri più si sarebbe insanguinato, se la vecchia strega, colta d'apoplesia, non fosse morta.

Pensando alla guerra, era partito correndo, assalendo Rossano, Bocchiagliero e S. Basile. Tagliar volle il cammino al Reynier e fu rotto; caduto prigione campò con estrema audacia da morte. Tornato in Longobuco, il pericolo corso con atti più crudeli vendicò. Non sgomentito, coree a difender Cariati. Smisurato era l’ardimento e pari alla ferocia.

IX. Ora udito avvicinarsi Verdier, raccolse i suoi e processionalmente si condusse in Chiesa. Pregò ed armò le statue de’ Santi, perché contro a’ Francesi combattessero. Poscia s’avviò infiammatissimo insiu ad Acri. Gli abitanti corsero alle armi, stimando meglio resisterò a lui che a' Francesi non lontani. Né soguia, correva il 16 Ottobre, un accanito combattimento, che durò sino all’alba del dì seguente. Nel che è da considerarsi quanta e quale fosse la ferocia degli uomini in questa guerra infiammatissimi. Sopraggiungeano i Francesi, e tosto si mescolavano, traendo avventatissimi contro i già stanchi Santoriani. Né nascea un trarre, un gridare, un infierire difficile a descriversi. Combattessi per lo più da uomo ad uomo dalle otto alle undici ore. Era coraggio, ma da chiamarsi anzi furor che bravura. Scoppiava un cannone di legno del Santoro con morte di quanti il ministravano. Divampò un baril di polvere a’ Francesi, ed alcuni ne furon arsi. Ma furibondi, incalzando e mescolandosi tra’  montanari, di spade e di bajonette li fugavano. Santoro, arrabbiatamente difendendosi, volea rattener i fuggenti, ma non badavano. Riparando in Longobuco fuggiasco ed atterrito, tosto mandava un bando: si nascondesser tutti, esser imminenti i Francesi. Al qual annunzio, presi da panico timore, molti fuggivano. I possidenti, i vecchi, le donne ed i fanciulli restavano. Santoro, condottosi poi dove la montagna è per ispaventevoli dirupi rotta ed inaccessibile, come meglio seppe, alcuni riannodò. Gli altri fuggitivi si raccogliean sul monte Aciretto.

X. Non molto di poi giungean i Francesi in sulle alture, e di là Longobuco scopriano. Stretta e profonda è la valle, da due torrenti traversata. A’ fianchi montagne in voragini cupe schiudentisi, aspre d’acutissime pietre ed informi massi. Corse alle radici dallo onde di procellosi torrenti. Da questa cinta chiuso Longobuco, d’onde l’aspetto lugubre e selvaggio. Visto che niun romore si levava nella terra, comandava Verdier parte di sua schiera scendesse e la mettesse a sangue ed a fuoco. Scendeano gl’infuriati Francesi, ed uccisi alcuni inermi che loro si paravan davanti, da per tutto si spandevano. Non si potrebbe poi dir a quanta rabbia si concitasser entrati che furon nella Chiesa. Vedean le statue armate qual di spada, quale di schioppo, quale di ronche e lance. Chiesto che fosse, fu loro chiarito l’intento. Dalla rabbia alla derisione trascorsero: con dolore e ribrezzo di chi osservava, a spezzar e sformar le venerate effigie si diedero. Co’ quali stolti e riprovevoli atti la stupidezza di chi le aveva armate superavano. Di tali atti assai spesso e con troppo rimessa pazienza i capi tolleravano. Dal che maggiore sempre la rabbia de’ popolani che la religione vedean ogni dì più vilipesa ed oltraggiata. Mettean poi la terra a fuoco, il quale spinto da una leggiera brezza di vento, cominciò a serpere rapidamente. Accortosi però Verdier che era inutil crudeltà, fe’ sonare a raccolta. Ma non prima che i soldati messa avesser la terra a soqquadro. Santoro prospettato l’incendio in sembianza più spaventosa da quel lume sinistro, si avviava verso Cariati. Gli altri alle loro inaccessibili rupi tornavano. Verdier, dato nel suo cammino un qualche sesto alle cose, alle prime stanze di Cosenza si riduceva.

XI. Fine non men felice ebbe la mossa del Franceschi. È Gasparina posta sul dorso degli Appennini, luogo alpestre, ma forte per sé stesso e per aspri e sporgenti massi. Colà si raccoglieano, e di là partian le bande che, ingrossando ogni dì più, Catanzaro minacciavano. Colà si credeva esser la principal sede de’ sollevati, ed ove le pratiche colla Sicilia si rannodavano. Franceschi di Lemma, stimato per chiarezza di sangue ed opinion di valore, era Corso ed arrischievol generale. Riunito egli aveva alcune coorti di fanti, i carabinieri del 14.° e tutto il 9.°' reggimento di cavalli. In tutto mille uomini, co’ quali erasi già prima aggirato per diversi luoghi, assalendo e disperdendo i sollevati. Intendeva a nasconder il suo disegno. Portavano gli ordini di Massena recasse in poter suo Gasparina, disperdesse poi le bande di Squillace, e lor impedisse il rannodarsi in forte sito. Voluto avrebbe il Franceschi piombar addosso alle bande intorno Catanzaro. Conoscea quanto importasse impedir che si congiungessero. Ma gli ordini eran premurosi ed assoluti di disperder la forte testa annidata in Gasparina. Si volse dunque improvvisamente verso quella parte, ed affrettò i passi così che giunse inaspettato. E tosto, era il 4 Ottobre, ordinava l’assalto. Non udivan i Francesi romore, alzavau la fronte, guardia nessuna, sospetta van di agguati. Ma fatto empito, penetravan nella terra, mettean a morte resistenti e rendentisi. I quali, sorpresi dal repentino assalto, tempo non ebber di porsi sulle difese. Atti supplichevoli tronchi da fiere percosse, percosse vendicate da più aspre ferite; non un combattere, ma un uccidere da fronte, da tergo, senza dar luogo a pietà. Alcuni guasti e poco servibili cannoni, molte bagaglio, nelle quali scritture, donde si conobber molti segreti tra la Sicilia ed i sollevati, tutto venne in poter de’ vincitori.

Ottenuto con poco sangue questo successo, tosto si voltò Franceschi verso Squillace. Aveva uomini e cavalli già stanchi, ma l’animo impaziente il pungeva. I fuggitivi di Gaspariua avean però già dato lo sveglio. Lo bande di Squillace, atterrite a quell’annunzio, verso Catanzaro precipitosamente si ritrassero. Abbandonavan alcuni vecchi cannoni, guastavan i carretti, le munizioni sperdevano.

XII. Gran pericol facea quest’illuvie d’armati a Catanzaro. Uno fra’ capi, il Sorbo, i montanari del contado ad unirsi seco lui per assalir la città invitava. Riprendersi dovean, ei dicea, tutto il mal tolto con capziosi giudizi da’ possidenti. Antica querela di plebei, e segnatamente in Calabria. La cosa allignava ed accorrevan a stormo. Si asserragliavan nel convento de’ Cappuccini con due cannoni a stento tirati. Numerosi eran gli assalitori, e già talune case fuori le mura fumicavano. Commossi dalla grandezza del pericolo, gli abitanti atterriti, ma determinati a difendersi. Chi era atto alle armi con esse volentieri, chi nelle armi non valea, colla presenza e consiglio concorreva. In ogni parte il moto uguale alla gravità del frangente. Nobili e popolani a gara nell’esibir persone ed averi. I Borboniani stessi di veder la città in poter di sì efferati ausiliari tremavano. Le donne coi fanciulli, raccolto in fretta i danari e le masserizie, riparavano ne’ monisteri o ne’ luoghi più riposti. Ed allora cominciò un continuo rimbombar d’archibugi. Ma gli assaliti di resister a lungo non confidavano. A distornar dal pericoloso moto gli assalitori, più messi a Franceschi spedivano. Eran solleciti inviti e supplicazioni. Prendesse, diceano, in considerazione il lor pericolo: si affrettasse, si commovesse all’imminente eccidio di sì ricca terra; onta sarebbe al nome Francese il tollerarne la ruina. Così lo stimolavano ed il Corso a quegl’inviti tosto s’infiammava. Ogni indugio portando pericolo, tosto si levò dal campo. Tre ore dopo caduto il sole del giorno 5 entrava tacito ed inosservato nella città. Comandava si spegnesser i fuochi esi guardasser bene le porte, onde niun avviso trapelasse di sua venuta. Vietava alle scolte i soliti cenni di vigilanza. Era un silenzio profondo.

La cosa riuscia felicemente, ché niun sentore n’ebber i sollevati. Le colline di funesti incendi splendevano. Era gioja e tripudio intorno a que’ fuochi e canti e minacce pel dì seguente. Standosi nell’oscurità Francesi e Catanzaresi ogni moto de’ sollevati scorgevano. Preparavan però le armi, onde proromper col nuovo dì e vendicarsi. Dispose Franceschi una squadra di possidenti, partigiani non tanto do’ Francesi che della quiete, uscisse per la porta di mare. Far dovea di riuscir alle spalle degl’insorti. Giunti al ponte di Belvedere e fatti i segnali, egli andrebbe a drittura a dar dentro a’ nemici. Sperava che un solo non sfuggirebbe al taglio delle spade. Non essendo ancor ben chiaro il lume del giorno, uscivano i Catanzaresi. Ed ecco si ode un dar improviso ne’ tamburi per la campagna. Eran gl’insorti che si preparavan a ristorar lo forze col cibo pria d’avventarsi all’assalto. Franceschi stato tutta la notte in armi, pensò che fosse il concertato segnale, e per la porta S. Giovanni si precipitò fuori.

Francesi e Catanzaresi si spinsero a corsa e furon addosso a’ sollevati, i quali stavan a mala guardia senz’armi, ordini e consigli. Al primo romore si affollavano, gridavano, traevano furiosamente. Fecero stare un momento gli assalitori. Ma i cavalli di Franceschi, messisi a tracollo a colpi di sciabla, li ruppero e li smagliarono. Chi non fuggì, fu morto: i Francesi di sangue o vendetta si saziarono. Fuggivansi i rimanenti e ciascuno cercò scampo fuori di strada e discosto.

XIII. Grandi furon le feste in città per questa liberazione. E tutti al Franceschi rendean a gara degne grazie e degni meriti. Accresceva’ la gioja il veder poi rientrar, udita la rotta degl’insorti, que’ che seguito avean Reynier. Tutti dimenticavan ora le passate sciagure e ne facean feste o rallegramenti. Per questo fatto rendevasi sempre più a’ sollevati formidabil la potenza francese. Por lo che, riposato, alquanti dì, si propose Franceschi di perseguitarli al calor di sì prosperi successi. Seguir dovea la mente del Massena e non lasciarli rannodare. Andava meditando nuovi gastighi, ché piccola era la sua schiera, ma valorosa. Conoscea che non sconfortati da sì ripetuti disastri ed abbassamento di fortuna, i sollevati presto si farebber vivi. Terribil gente che mai non posava, e mai non sbigottiva, abbenché rosse tutte di sangue fossero quelle terre. Non poter esse capir sé e gli stranieri stimavano. Combattuto si era in un istesso luogo diverso volte, diverse volte stato era messo a sacco ed a fuoco. Sgombravano i Francesi e ritomavan di bel nuovo i sollevati. Era guerra qual non sappiam essersene udita mai la simile nelle antiche storie, piene come sono di grandi fatti.

Usciva Franceschi di Catanzaro per alla volta di Taverna, dissipò piccole bande e si condusse nella terra di Cicala. Ivi fu ricevuto da alcuni a viso aperto, sicché i soldati prendean riposo, soli alcuni eran tuttora in moto per istabilir le scolte ne’ diversi siti. Intertenevasi Franceschi, a bontà composto più il volto che il cuore, nella piazza a ragionar con alcuni abitanti, e col Pievano. Questi timorosi l’interrogavano su’rumori che correvano di nuova guerra accesa in Germania. Ei li confortava, ed a lungo ragionava della fortezza e valore delle francesi legioni, del 'saper de’ generali, della potenza dell'imperatore. Or nel bel mezzo del suo dire si rinnovavan le scene di S. Giovanni in Fiore. Da’ luoghi vicini trasser colpi di schioppo sopra lui e gli uffiziali, che stavan a cerchio. Confusamente si correa alle armi. Gli abitanti pareano sdegnosi che la loro terra sola non fumasse di sangue. Si pugnò, ma per poco; gl’inferociti Francesi, combattuti quei che si mostravano a viso scoverto, Cicala nel sangue e nel fuoco affogarono. Non restaron illese che due sole case, quella. del Pievano e quella di un medico. Campati li avea in quei tempi rotti l’essere amici della quiete e l'aver ricchezze poche e non invidiate. Dopo l’eccidio di Cicala, si aggirò Franceschi co’ suoi pe' dintorni, spingcasi sin a Maida, ritornava su’ suoi passi, spingea lo sue correrie a Martorano, a Soveria, a Motta, a Feroleto. Quanti incontrava raccolti, disperdeva; quanti coglieva coll’armi in mano, moschettava; spesso i soli indiziati militarmente uccisi. La natura Corsa non perdonava. Ma, stracche e vinte le sue genti da tante fatiche, nelle stanze di Monteleone si ridusse. Né pochi eran quelli che mancavan, avendo pagato i successi di lui colla vita.


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L4-CAPITOLO III

Le Calabrie non quietano — Liete novelle di Germania a’ Francesi — Massena richiamato, abbandona con lieto animo le Calabrie — Nuovi disegni del Reynier — Verdier corre nuovamente, e con gran suo danno, contro Amantea — Assalti contro S. Lucido, Fiumefreddo, e Longobardi — Fuga del De Michele, suo ritorno e vendette sanguinose — Disastri de sollevati — Rumori levati in Europa per la guerra Calabrese — Reynier tenta impadronirai di Reggio.

Così correan vittoriosamente i Francesi per le Calabrie. Ma già più gran mole di guerra era vinta da loro in Germania. Il Massena però, cui toccava la cura di governar l’esercito, non si assicurava. Sapea, prudente capitano, le instabilità di fortuna. Ordini premurosi giungean di Napoli, perché vegliasse e provvedesse. Sopra altri soccorsi di soldati, gli si dicea, far non dovesse fondamento. Gli parve dunque a proposito di far un forte alloggiamento a Cassano. Raccolta vi voleva una forte legione, e v’inviava Gardanne a tome il comando. Vi andava l’Ordinatore in capo, ed altri uffiziali di grado inferiori, ma di merito distinti. Si facean tolte di granaglie ne’ dintorni, canove di viveri nella città. I soldati, giungendo, vi facean fortilizi, onde non ricever disturbo improvviso di alcuna sorte.  Pensava Massena che pe’ fatti di Germania gl’inglesi si sveglierebbero. E già tra Fiumefreddo ed Amantea più concitate masse si raccoglieano, e molti dal naviglio inglese sceudeano. Comandavali un Materazzo che avea grado militare. Sparsi eran ed a larga mano e per tutte le terre manifesti che di disastri francesi in Germania ragionavano. Annunziavan nuovo sbarco di soldati Brittannici, gli animi nuovamente incitavano. Eran questi nuovi ajuti al De Michele che dava colà ordine e sesto alla resistenza. Questi fatti impedivan già le mosse nella Calabria ulteriore, ed invogliar gl’Inglesi potevano. Ostacoli nel presente, sarebbero stati pericolo in futuro.

II. Ma qui giungean le fauste novelle di Germania. Udiasi della battaglia di Jena e di Prussia caduta in man de'  Francesi in minor tempo del reame di Napoli. E fu una grande allegria tra’  Francesi e lor partigiani, e pompe più che i tempi non comportassero. Eran poi lodi ed adulazioni a’ vincitori senza fine. Infamie di schiavitù in sudditi nuovi, le quali crescon col timore al crescer della potenza e del rigor del Principe.

Non molto tempo scorse, e Massena si vide dalle Calabrie richiamato. Porsi 'doveva a capo d’un esercito nel Friuli, che a quel di Dalmazia si legava. L’uno e l’altro pronti a scender nella valle del Danubio. Eran meno ajuti alla guerra di Germania, che minacce contro l'Austria. Contento e come sgravato d’un gran peso, Massena tosto si dispose a partire. Congedandosi, esortava i soldati: stesser d’animo tranquillo, da lui saprebbe l’Imperatore quali travagli e pericoli avesser incontrato. Come calori estivi smisurati, influenza d’aer pestilente, miserie d’ogni sorte colla pazienza, assalti di genti indomite e feroci coll’ardire avesser superato. Né mancherebbero le ricompense.

Cominciata a malincuore tal guerra, Massena curato non avea di far opera onorevole a sé o grata ad altrui. Avveduto maestro di guerra egli era, e de’ riposti consigli del governo partecipe. Incontratosi in. difficoltà non prevedute, pensò non a vincer l’impresa, ma a farla men funesta. Usar non seppe o volle perciò tutta la sua forza, ed or ponea mano a’ consigli gagliardi, quando bisognava seguir i miti; or seguiva i miti, quando era d’uopo por mano a’ gagliardi. Da ciò gl’indugi continui che guastavano, le peritanze che nuocevano. Spintosi a Monteleone, tenuto si era al maggior grado guardingo. Sì poco si vedea che gl’inglesi di sua presenza dubitavano. Torbido, severo, increscioso a sé ed altrui si mostrava. Vedessi che altre cose volgesse per la mente, perché il restar gl’increscea. Di soli maneggi di amministrazione curante, per le armi lasciò che i Generali facessero di per sé stessi. Vi era perciò in tutto uno sdrucito che i migliori disegni guastava. Richiamato ora, augurava al Reynier, a succedergli eletto, di presto terminar la sommission dello Calabrie. Ei con animo lieto le abbandonava. Accompagnavate Franceschi con buona mano di valenti soldati e con uffiziali sperimentati.

III. Al Reynier restava dunque un governo che avea per modo di provisione esercitato. Increscioso era egli stato che lentamente si procedesse e le buoue occasioni si corrompessero. Vedea che col Massena in niuna tollerabil maniera te cose si componevano. Fisso coll’animo a sedar la sollevazione, né autorità indipendente avea per comandare, uè mezzi a farsi ubbidire.

Freddo di natura e taciturno, più di eseguire perciò che di ordinar desioso. Ora caduta a lui la cura di governar le cose, e bollendo sempre il fuoco della sollevazione, a nuovi rimedi pensava. Malgrado le fortune francesi in Germania, non si affidava, che improvvise son le vicende di guerra. Coll’occhio fiso sulla Sicilia, colto esser non voleva all’impensata. Col verno vicino i sollevati da’ monti scenderebbero, ma ne’ luoghi muniti si chiuderebbero. E questi soprattutto essere scala agl’inglesi potevano. Di là un nembo come quel di S. Eufemia venirgli addosso. Dalle carte lasciate dal Massena erasi chiarito da Napoli nulla aver da sperare. Le bande intauto sul Tirreno ingrossavano, e vivo il fuoco si manteneva. Erangli uno spino nell’occhio Reggio da un lato ed Amantea dall’altro. Ma pria che prendesse un partito, riordinar doveva le cose dell’amministrazione, ed assicurar le vettovaglie. Per questo rispetto crescer vedea gl’indugi e l’inverno a gran passi si affrettava. Stringendo il tempo, si decise dunque ad agire pria che le cose a maggiori difficoltà si riducessero.

Tutte queste cose adunque scriveva al Verdier in Cosenza, ed iugiungeali uscisse in campagna ed assalisse Amantea. Il colonnello Huard salito sarebbe verso lui per contener i più audaci. Bertholet assalito avrebbe al tempo stesso Fiumefreddo, Longobardi e Belmonte. Ed altri invierebbe anche, se bisognasse. Andasse dunque, scriveva, e celeremente quell’ impresa terminasse collo stesso valor e perizia delle recenti. Sgombrasse le spiagge del Tirreno, come quelle del Jonio avea sgombrate. Scritto le quali cose, ei stesso a più rilevante impresa si disponeva.

IV. Raccolse Verdier, ricevuti appena gli ordini, lo genti che l'avean seguito a Longobuco. L’animoso Abate e Firao nuovamente le civiche squadre guidavano. Montemayor, napolitano, colonnello degl’ingegneri diriger doveva i lavori contro Amantea. Un Gaspare Cozzi, uffizial di gendarmi, nativo della terra e d’indole ardita, ajutar dovea le armi colle pratiche. Eran in tutto tre mila soldati, a’ quali unia Verdier alcuni cavalli e conducea quattro cannoni. Ma di tutti gli oggetti necessari ad assedio, non che scarseggiasse, mancava.

Mosse Verdier a’ primi di Dicembre e celeremente a quella volta. Spazzato il cammino da alcune bande, giungeva innanzi Lago. Villaggio fra strette rupi, diviso è da ruscello che nell’inverno è torrente. Qui crescea lo stormo de’ Borboniani, e Furto diveniv’aspro e feroce. Vinto quest’ostacolo, Verdier, sempre più si affrettava. Ordinava le genti per forma, che ascendevano i Corsi per le rupi a destra, i fanti Francesi per quelle a sinistra, egli colla più grossa schiera pel mezzo. Già toccavan la terra di S. Pietro ed ecco apparir Alice con grossa banda su’ colli. La schiera che tenessi da quel lato era di fanti leggieri: cominciava un terribile affronto. I sollevati vacill’avan dapprima, poi, ripreso animo, voltavan faccia o davan aspro rincalzo. Ma Verdier, spronando a gran furia, colà s’indrizzava e, fatto un nuovo sforzo, di quà e di là li snidava. Vinti e vincitori quelle rupi rosse di sangue lasciavano. I Francesi, incalzando sempre, traversavan S. Pietro, e giungean stili alto donde lor si scopriva Amantea. Sul monte in prospetto, si postavan i Corsi a far argine a que’ di Belmonte, se a soccorso movessero.

V. Appressavansi i Francesi ad Amantea e posto mano alle artiglierie, era il 5, traevan furiosamente contro le mura. Saltavan fuori gli assediati, guidati da un Michele Ala, che era frate, ed aspramente si combattea. Corse voce a que’ dì di averli animati al resister una Laura de Lauro, gentildonna assai calda borboniana. Ma fu astuta e spietata calunnia: né ciò farà maraviglia a chi avrà conosciuto la natura di quei tempi. Quietato il fragor de’ cannoni, Verdier dispose i suoi all’assalto. Nella notte seguente assalirono i sobborghi. Guidavali Droet che, coll’uccisione di non pochi e toccata ei stesso una ferita, penetrò in alcune case. Coll’alba del terzo dì prendean le armi. Moyer si dovea l’assalto in altro lato per richiamarvi i difensori. Tutti ascender poi rapidamente le mura. Ma stavan gli assediati guardinghi, e vistili appena sboccare, traevan rovinosamente da ogni lato. Resistevano sin che poteano i Francesi, ma viste le sconce ferito, i molti perduti e la furia de’ colpi, senza udir comandi, si traevano indietro. Verdier sospendea gli assalti, e dava opera co’ cannoni nuovamente a rovinar le mura. Giungean in quel punto gli ajuti da Monteleone, cinquecento buoni soldati. Usciti eran col Presta i sollevati di Belmonte ed assalivan, ma senza effetto, i Corsi; sicché retrocedeano. Gli assediati guidati dal Mele e dal Gualtieri tentavano di sloggiar i Francesi, assaltando la montagna a destra. Ma non facean miglior frutto, ché l’Huard colonnello degli ora sopraggiunti, accorrendo li ricaccia dentro. Poco effetto facendo i cannoni, si decise Verdier a muover nuovo assalto. Disponeva tentarlo dalla parte che guarda il mare. Procedeva egli alla testa de’ fanti leggieri, che taciti si avanzavano. Favorivanli l’oscurità, le rupi ed il rumor delle onde. Giunti a piè delle mura, metteansi bocconi per raccogliersi tutti innanzi di dar la scalata. Primi co’ guastatori s’avanzarono il Montemavor ed il Cozzi. Questi si inerpica e sale, e per fervor di gioventù sicuro, sollecita i Francesi a salire. Un fanciullo, travedendo qualche cosa nell’oscurità ed avvisandosi di quel che fosse, si diè con tutta forza a gridare: Francesi! Francesi! Altri scrisse essere stata un’Elisabetta Noto, cui amor di patria o voler de’ cieli faceano vigilante. A’ gridi traevano gl’insorti furiosamente dalle mura, rotolavan grossi macigni. I Francesi, benché molti sconciamente feriti, soffocavano i lamenti con fermezza, né si permettevan un sospiro. Speravangli assediati fuori saltassero. Quegli quietarono; taluno aspramente il fanciullo rampognava, ed a tornar al riposo si disponevano. Quando la luna ad un tratto i Francesi appiattati scoverse. Cominciarono allora a trar di nuovo, ed i Francesi a spingersi a furia. Pervenivano a mezza via, quindi precipitavano. Fracassate le scale, tanti gli uccisi e i feriti, che Verdier li fé trarre indietro. Li tenne per poco ancor fra le rupi ed a giorno riparò nel campo. Il Cozzi primo a salire, fu l’ultimo a discender con rara pietà trasportando il ferito Montemayor sulle spalle. Pien di sdegno e confusione era il Verdier. Ritenevate il dispetto di uscir per la seconda volta perditor di coorti indisciplinate. Pungealo il pensiero di vedersi assalito lungo il cammino con l’ingombro di tanti feriti. Pericoloso si faceva il restare come il partire; ma stimò prudenza levar il campo. Messi infermi e feriti sui cavalli de’ cacciatori, riprese la via di Cosenza. Meglio di duecento Francesi cadder tra le mani de’ sollevati, calati furiosamente ad inseguirli. Salvò loro la vita il Mirabelli, che tosto gl’inviava in Sicilia, trofeo d’insperata vittoria.

Né prudente meglio in questa che nella prima fazione fu il governo di Verdier. Pochi e di poco calibro i cannoni, se abbatter volea le mura; pochi i soldati, se superarle d’assalto. Sapeva a prova come i ripari facesser i sollevati sicuri ed ostinati. Fu opinione che senza l’accidente del fanciullo ed i Francesi perseverando, sarebbe Amantea venuta in poter loro. Ma la vigilanza, concordia e valor del presidio ne fan dubitato. .

VI. Nel tempo di sì disperati assalti contro Amantea, assalivano i Polacchi retti da Lakosk S. Lucido, donde i sollevati vennero, non senza sangue, snidati. I villaggi sulla via eran dati alle fiamme. Precedean taluni patrioti i Polacchi; e Frangella, Miceli, Staffa e Zupi, per onto o morti recenti de’ loro, avidi di vendetta. Ed ei rimanean da per tutto vestigia miserande di rabbia cittadina. Tentava al tempo istesso il Colonnello Bjrtholet d’impadronirsi di Fiumefreddo. Era questo risoluto comando di Reynier. Accadde però, come sempre, che facil si riputasse il molto desiderato. Parea che in sulle prime il favorisse fortuna. fé dar nelle trombe, piantare scale, salir alle mura, i più fieri succedere, lanciare una grandine di colpi. Fatto prima non lieve resistenza nella città, si traevan i sollevati nel castello. Di là sfidavan ed offendevano i Francesi, mancando i cannoni, inabili alle offese.

Vista tornar vana l’impresa si ritrasse il Bertholet da quel luogo e si voltò contro Longobardi. Spronavamo i patrioti, ardendo di aver tra le mani il De Michele che sopra tutti odiavano. Sollecitati poi dalla strettezza del tempo, le proposte eran fatte e, senza pensarvi più innanzi, accolte.

Questo assali mento ebbe tristi principi, ma miglior fine. Confidavan trovar i sollevati senza guardia, perché senza sospetto, e romperli senza fatica. Ma correva la notte del 26 Dicembre oscurissima e per istemperata pioggia crudele. Smarrironsi i Francesi ed erravan stracchi ed affraliti su pel Conezzo insino al chiaro del giorno. Come i sollevati dalla lunga li scorsero, si apparecchiavano alle difese. Ma altre cose pensava il De Michele che, visti gli assalitori in gran numero ed incalzando il pericolo, intese a porsi in salvo ed imbarcò co’ suoi più fidi. Abbandonati con tanta infamia, gli altri, in grande sospension d’animo ed ansietà, mal si difesero. Ma non sì, che la difesa non costasse morti e ferite. Da tutti i lati poi in fuga precipitavano.

A’ Francesi cadder nelle mani le scritture, onde il De Michele corrispondeva co’ reali di Sicilia. Dalle quali eran fatti aperti i voti, le speranze ed i disegni sulle cose della guerra. Per quelle lettere si certificavan esser mala soddisfazione ed animo ostile in molti che si tenean in apparenza quieti. E ciò fu cagione che si concitasse contro di loro lo sdegno del vincitore, che incorsar lungo ed acerbo. Le case del De Michele i patrioti diedero alle fiamme e per le prime. Saccheggiate ed arse furon pure altre case di Borboniani. Ma il Bertholet mostrossi continente ed umano. Ottenuto presto e senza molto sangue de’ suoi questo successo, e niuno stimando più utile e più lodevole, pensò di tornar a Cosenza. Si tolse dunque da Longobardi co’ suoi in quel dì sazi, se non di sangue, di preda. Ma non prima ne uscia che vi piombava il De Michele. Respirava da accidente tanto pericoloso, e del timor suo vendicar si volea. Pianger ne dovea la sua patria da lui contaminata e di cui era nemico. E qui nuovo sangue e nuove vendette ed atrocissime. Né vogliam tacere il caso pietoso e sciagurato della figlia d’un Clemente Pizzini. La quale, a confortar il disperato dolore dell’ucciso amante, sollecitati aveva i Francesi ad assalir Longobardi. Ora il De Michele, ch’era pure a lei congiunto, l’abbandonava al furore de’ suoi. Questi trattola colle due germane, belle anch’esse ed in fior di età, e sforzatisi invano a sfiorarle, con infiniti strazi le scannano. I cadaveri nudi, pesti e sanguinosi furon trascinati a ludibrio. Per lunga pezza insepolti restavano.

VIII. Guasti eran dunque da questo lato i disegni, e le mosse de’ Francesi lor torna van in capo. Il fatto di Amantea conturbava i partigiani, i sollevati inorgogliva. A questi anche il non esser vinti parca vittoria. Ogni successo più lieve li confermava poi o incitava a nuovi sbaragli. Allo sparlare, al vantarsi, al minacciare erano presti ed eccessivi. Vadano pure, diceano, vedranno quanto duro è il pane Calabrese. Per ora fornir i carri pe’ feriti, in breve appresterebbero per gli altri le tombe. Ma queste allegrezze tornar dovean in pianto. Le cose dunque furon gravissimamente sentite in Cosenza, e provveder vi si dovea. Giudicar si potea da quel che avean fatto di quel che farebbero d’oggi innanzi nelle terre i sollevati. Ma gli animi tosto si sollevavano all’annunzio de’ nuovi fatti. Sbarcava sulle marine del Tirreno poco lungi da Longobardi il capitano Paolo Gualtieri, il quale dopo il fatto d’Amantea recato si era, per comando di Mirabelli, in Messina. Di là veniva ora spedito con coorte di sollevati riparati in Sicilia a sostener De Michele. Bertholet, che visto aveali veleggiar a quella volta, fece alto e tenne raccolti a poca distanza tre' centinaja di buoni soldati. Dar volea loro addosso venuti che fossero all’aperto. E così fu. ché, cercando il Gualtieri di prender lingua e specular il paese, e non iscorgendo ben la strada, dava nell’agguato. I Francesi che sino a quel momento erano stati bocconi, rizzavansi e con impeto incredibile si scagliavano. Presi da subito terrore, i sollevati si scompigliavano e si precipitavano verso il mare. Gualtieri, che fermar voleva il disordine, fu morto; i più messi a pezzi, altri condotti nelle vicine terre e militarmente uccisi. Al romor di quel fatto i partigiani de’ Francesi si riconfortavano. Dopo quel disastro i sollevati riprender non potrebber si presto i loro spiriti. A ciò si aggiungean novelle sempre più fauste a’ Francesi. Tutto loro cedeva in Germania senza contrasto. Il governo quelle novelle pubblicava ne’ diari a pompa e conforto. Sparger facea poi ventimila altri imperiali a soffocar la sollevazione scender già dall’Italia ed in fretta.

IX. Queste novelle, più elio i recenti fatti, taluni de’ sollevati sconfortavano. Pochissimi, rimesto del primo animo, si ritraevano o presentavano. Tra questi il Pirano, per civili natali ed ingegno, riputato fra’ capi. Ma forse scosso egli era da sollecitazioni, come altri forse per esse in dubbio pendeva. Negli altri però, per assalti di nemici scoverti, o per timore di tradigioni più perniciose, maggior fervor e costanza ingeneravasi. Inorgogliti da’ fatti di Amantea, a notizie di trionfi francesi non credeano. Molte invece di gravi disastri spargevano, e forse eran novelle che d’oltre Faro venivano. Sicché ed essi divenian più vivi, ed i partigiani francesi a rimetter del primo animo tornavano. Ed era così sempre la stessa e continua vicenda di speranze e timori. La guerra intanto veniva a ridursi a questi punti. Cariati ed alcuni altri luoghi muniti dagli abitanti sul Jonio, Scilla, Reggio ed Amantea, sul Tirreno teneansi per le parti reali. L’istessa spiaggia tra Paola e Capo Suvero, ove formicolavan gl’insorti, era da conquistarsi. Il resto sembrava ridotto a divozione. Radunati taluni capi fra riposte rupi a rinvenire schermo contro altre procelle si consigliavano. Temean l’appressarsi dell’inverno, che impedirebbe di tener la campagna. Convennero di empier le terre munite di buone genti, di star il più che potessero uniti e di mostrar il viso alla fortuna. Questo esser unico scampo insino. al tempo nuovo. Dippiù si mandassero uomini diligenti in Sicilia a convocar ajuti. Pronti così sarebber i soccorsi, cessata l’asprezza della stagione.

X. Avean i Francesi in men di quattro mesi dato o sostenuto più di quaranta affronti. Assalite avean terre aperte, ma difese con accanimento da strada a strada,da casa a casa. Stancati si eran ora a disperder piccole bande, ora a scortare convogli e corrieri. Allagate si eran le Calabrie di sangue, ma tra malattie e ferite meglio di seimila Francesi trovato vi avean la tomba. Il rimbombo de’ cannoni e de’ moschetti calabresi per tutta Europa echeggiava. Rideasi in Inghilterra, gridavasi nel Parlamento: aver Napoleone bloccato il reame brittannico ei, che padrone non era delle Calabrie. I diari riferivan i particolari di tal guerra, in Germania se ne levava gran romore. L’ardor delle genti a levarsi in piè essere meraviglioso, diceano. Costar all’Imperatore la sollevazion Calabrese spese senza fine, guasti nelle munizioni enormi, perdita di soldati dolorosa. La sollevazione aver del tutto messo in fondo le finanze del nuovo regno. Le quali cose udian i popoli attoniti, perché primo esempio di sollevazion in Europa contro a’ Francesi. I diari stessi di Stati confederati il Bonapartide aspramente schernivano e laceravano. Lui dicean prima e sola fonte della triste condizion del reame. Dedito ad amorosi piaceri, non sapesse adoprar le armi contro nemici domestici e forestieri che gli facean impedimento alla corona. Ed ora esser per lui turbata la quiete d’Italia, che tirava a sé gli occhi d’Europa. A Napoleone stesso la sollevazion delle Calabrie parve pericolosa ammonizion pei popoli. Scriveva perciò al fratello: tacer facesse i suoi diari sui fatti delle Calabrie; non mostrasse all’Europa una resistenza nella nazion incorporata; le continue perditede’ suoi non lasciasse sospettare. Esser questo cattivo esempio posto avanti gli sguardi de’ suoi popoli, ch’esser tentati potrebbero a far pensieri all’imperio perniziosi. Non arder ancora gli Stati vicini, ma già in alcune contrade scorgersi faville annunziatrici di maggiori fiamme.

XI. Dal momento che, partito Massena, venuto gli era in mano il comando, Reynier volto aveva il pensiero contro Reggio. Cagionavagli gran gelosia il veder quella città in man de’ Napolitani, come Scilla in man degl’inglesi. Avea sospette non solo le armi che vi eran, ma quelle che giunger vi potrebbero. I soldati usciti dagli ospedali, i sollevati verso Amantea saliti, armi e viveri disposto, si decise a mover innanzi. Non sen proponea l’acquisto ch’era pien di difficoltà, ma prepararlo. Scandagliar voleva il guado, ma non varcarlo. Non menava seco artiglierie, ma conduceva buona schiera di oltre a tre mila fanti. Procedeva verso Mileto e di là con più cautela. I sollevati postati dal Nunziante fra le rupi di Aspromonte, tosto de’ progredienti Francesi avvisavano. Qua e là dove Reynier gl’incontrava a far ostacolo, li urtava e disperdeva. Procedea così e tutto spiava d’intorno, ma non si affrettava. Ed ecco appresentarglisi a mezzo cammino l’ardito Simon o Gavezza riuscito a fuggir da Messina. Il quale, facendogli intorno le allegrezze grandi gli uffiziali, sollecitava Reynier a muover rapidamente. Gl’Inglesi in Messina, i Napolitani in Reggio diceva in preda a grande trepidazione, la città inclinata a sottoporsi.

Reynier, preso maggior confidenza, accelerava le mosse. Incontrandosi in nuovi sollevati, assalir li doveva e disperdere. Né riceveva men danno che molestie, perché nel cammino il ritardavano. Superando passi stretti e difficili, l'animo a speranze maggiori innalzava. Onorata impresa gli pareva, ed era, impadronirsi di Reggio. Colà se non finir la guerra, pensava di percuoter fortemente il nemico. Gavezza gli stava a’ fianchi e lo spronava. Vinti dunque altri ostacoli, prese finalmente, correva il 23 Dicembre, ed accampò sulle alture. Coll’alba mosse contro a’ Napolitani, ma trovò difesa inaspettata.

Incontro gli si fean i Sanniti, soldati reali e fra’ migliori. Movendo animosi, aspramente l’urtavano; riurtavanli i Francesi. Combattendo così, su per le colline, or avanzavano, or ritrocedeano. Scorsa era la metà del giorno, quando i Francesi giungean a superar gli sbocchi ed a ributtargli nel piano. Ma tosto vennero urtati aspramente da buona mano di cavalli. Prendean i Francesi le ordinanze e li respingeano. Una fresca schiera di Sanniti venne allora correndo da Reggio, a giorno già inclinato. Si avventò nella mischia e fu nuovo combattere.

Avvedessi Reynier che la difesa era più ostinata, che non si era dato a credere. Ove pur fosse giunto a penetrar nella città, mancherebbe di cannoni a batter il castello. Al Gavezza, che nel pericolo gli era a’ fianchi, si volse, e senza altro dir, sorrise. Pago poi dell’esser ormai chiaro delle forze nemiche, e temendo un sopraggiunger d’inglesi, non più si ostinò. Fatto sonar a raccolta, si ritrasse verso hlileto. I Napolitani in Reggio si ridussero.

LIBRO QUINTO

L5-CAPITOLO I

Indole del generale Reynier — Intende a ricompor gli ordini civili e temperar i militari — Miserie che duran i soldati Francesi — Corruttele nel governo — Il Reynier ne move alti lamenti — Desoluion delle terre Calabresi.

Restato nuovamente al governo Reynier, le Calabrie non quietavano, né speranza sorgea di trarle ad ubbidienza. Giunto Massena a prender il comando, superato avea Reynier quel sinistro con costanza. Come prima avea comandato, allora ubbidia; ché la Francia quanto la propria gloria amava. Soldato di repubblica, celebrato nella guerra d’Egitto, in disgrazia del Console, poi venuto in grazia dell’Imperatore, era nelle vicende di fortuna imperturbato.

T. L. Ebnezer Reynier, Svizzero di nazione, d’indole fredda, ma di somma dolcezza, era della disciplina amantissimo, pratico del soldato. Governava con giustizia, dalle tragedie, sprone a rivolte, abborriva. Non curò mai, o parve non avvertir i pericoli, ed il freddo coraggio in lui perciò indifferenza chiamavano. Savio ed avveduto, al dovere legato, né opre, né cautele pretermetteva. Da per tutto interveniva, vegliava da per tutto. Era sempre per lodare, eccitar o regolar lo zelo altrui, al suo non fallì mai. Ma ne’ soldati più confidenza che affetto inspirava. Lo sguardo ebbe severo, non ridea che leggermente e di rado. Fermandosi or in questa, or in quella delle più tribolate terre, con piacevolezza favellava, rassicurava con ferme parole, con pietosa benignità consolava.

Sapeva aver Massena, giungendo in Napoli, a’ Ministri assicurato esser tutto nelle Calabrie tranquillo. Già i più seguissero il nome Francese, ben pochi colle armi in mano rimanessero, Inglesi e Napolitani presto sparirebbero. Il che gli recò non poca molestia, ché a lui ne cresceva il carico.

Or, al cader dell’anno, pigliato i Francesi non avean alcun vantaggio nelle Calabrie. Non vi era che nelle sole città breve e sospetta quiete. Col nuovo anno potean approssimarsi principi di grandissimi travagli. E già co’ fatti di Reggio e di Amantea cominciavan ad apparire. Né eran questi i sospetti che più il cruciavano. I maggiori, e di maggior molestia, venian dalla Sicilia. Le armi Francesi restate eran deboli, e la stessa lor debolezza i nemici invitava. Ma a tutto non dubitava che fosse col benefizio del tempo per procurar il rimedio.

II. Volse adunque il pensiero a far che l’acquistato colle armi cogli ordini civili si confermasse. Ma a’ ben ordinati consigli gravi necessità si opponevano. Non esistevan nello Calabrie né leggi dell’antico, né quelle del nuovo reggimento. Le prime distrutte, le seconde odiate, ché tal è sempre la natura e lo stato de’ governi nuovi. In tempi di sollevazioni van poi gli affari sottoposti all’arbitrio della fortuna. L’anarchia non è, se pur è, che mascherata.

L’avidità de’ governanti era già tarlo sordo alle leggi. Tolto era a’ popoli il dritto di querelar ingiustizie e violenze. L'amministrazion militare in lacrimevol condizione. Gl’intraprenditori in Napoli, perduti in lussurie, all’intemperanze le frodi aggiungevano. Enormi somme si consumavano. Si facean dalle Calabrie cogl intendenti militari caldi uffizi, ma vani. Gli ospedali massimamente di tutto mancavano. Il cielo, a’ Francesi e Tedeschi insolito, moltissimi fra loro mandava all’ultima fine. I lidi in molti luoghi paludosi di schifo e mortali infermità li affliggoa. Più di tutti i Polacchi stanziati in Cosenza soffrivano. Il Crati nella calda stagione scopria vaso infetto, donde le ostinate febbri. Le stanze lungo il Tirreno più micidiali. L’imprevidenza in cangiar vesti al subito mutar dell’atmosfera, cause aggiungeva a pericolose malattie. Le fatiche incessanti, il cibo a caso, i vini insoliti e poderosi pudride febbri ingeneravano. Le quali ogni dì appiccandosi a gran numero di soldati o li uccideano o inabili li rendeano. Stivati non solo negli ospedali, ma nelle chiese e ne’ conventi si vedeano. In mezzo ad orribile puzzo, mancavan di rimedi, i letti paglia impudridita sopra suolo umidissimo. Ed era tal la ripugnanza ne’ soldati che i più cagionevoli e tocchi da morbi, li dissimulavano.

III. Di sì lacrimevoli danni non minor cagione era la carestia de’ viveri. Spesso non altro mezzo avean i Francesi che di fame la tolta a man armata. Onde ne’ paesi pacifici le derrate si nascondeano, ed i popoli più si disgustavano. I Francesi a punir quella ch’essi chiamavan indifferenza contro la sollevazione, spedian grossa mano di soldati a viver nelle comunità ad arbitrio. Pigliavan a pretesto il disarmamento e ciò diverse volte in una stessa comune praticavano. I modi perciò della guerra e le necessità stesse del viver sementa a nuove sollevazioni. I villici perciò abituar non poteansi a veder i Francesi senza manifestar l’odio che loro portavano. Udissi appena il loro appressarsi che gli abitanti con cavalli, carriaggi e masserizie fuggivano. Tenean perciò luoghi inaccessibili sempre preparati. I capi Francesi non vi avean altro rimedio che di proceder con segrete determinazioni. Non facean correr mai voci di partenza o non mai il vero luogo indicavano. Pria d’uscir da una terra, chiuder la facean e guardare, perché niuno ne uscisse e la mossa non trapelasse. Talvolta una via tutta opposta prendeano, e poi rapidamente si voltavano o retrocedeano. Arti presto scoperte, onde gli abitanti de’ borghi, standosi in somma incertezza, si premunivano meglio che possedevano in grotte riponevano, o ne’ terreni sotterravano. Sottrar tutto doveano non men a’ Sollevati che a’ Francesi.

Questi poi, credendo aver nascosti i disegni e nulla al giunger loro trovando, s’inviperivano. Indi, alieni da ciò fosser o no i capi, le estreme violenze. I Sindaci di guanciate, ogni altro borgomastro di scudiscio percuotevano. Penetravan nelle case, le più riposte parti rovistavano, ed eran nuove minacce e percosse. Cominciato ora il verno, le porte e le finestre schiantavano, svellevano ed in piazza a riscaldarsi bruciavano. Queste furie ed insolenze soldatesche spesso cagioni di molto sangue.

IV. Tornati eran i Polacchi di Peyri in Longobuco per iscacciarne un fratello del Santoro. Eran una buona compagnia di fanti. Non trovaron ostacolo, perché quieti gli abitanti e pochi i sollevati. Quelli nelle case si tenner chiusi, questi si rifuggiron sull’alto. Eran i soldati pacifici padroni della terra. Ma mossi da mal animo o ingordigia, preser a spezzar le porte e penetrar nelle case. Presto le riempivan di violenze, di rapine, di stupri. Presto, quasi in città presa d’assalto, si levaron pianti ed urli da per tutto.

Uscian gli abitanti sulle vie, disperati imprecavano, nel veder la loro terra sì barbaramente depredata e guasta. Poscia corsane loro pietà ed ira al cuore, si esortavan, s’infiammavano e correan alle armi. Con grande virtù assali van i depredatori sparsi e tumultuanti. I Santoriani, udito il rimbombo degli schioppi, precipitosi discesero, e si adopravan cogli abitanti a scacciarli. Di schioppo o coltello i dispersi uccideano, sugli altri al passo del Trionfo macigni rotolavano. Fuggiron disordinatamente i Polacchi verso Rossano, altri verso Acri. Colpò all’improvvisa strage l’ingordigia del capitano e più la libidine de’ soldati.

V. A questo modo i disordini civili provocava le insolenze militari. Ma nò le violenze, né i disordini cessavano, né i patimenti degli abitanti e de’ Francesi scemavano. Il fior de’ soldati parca che col vigor solo dello spirito reggesser la vita. Sul finir di Dicembre si trovò l’esercitò talmente assottigliato che otto a nove mila soli eran atti a militari fazioni. Altri tre mila eran maeiatissimi e quasi cadenti. Né men era il denudamento, ché laceri e scalzi stati eran i soldati costretti ad adottar i calzari montaneschi. Sopraggiunto l’inverno, mancavan di vesti di panno e di mantelli. Privi 'di danaro, le casse mostrando il fondo, non men triste la sorte degli uffiziali. I quali non provedean al vitto che sedendo co’ comandanti a mensa, servita a spese del pubblico. Ma eran i più modesti e gentili; gli altri non conoscean temperanza. Albergati per le case tutto pretendeano ed imperiosamente esigevano. Nulla loro bastava ed ogni dì eran nuove esigenze e nuove taglie. Ed i lor albergatori stavan intanto, per la sollevazione, senza entrate e senza frutti. Questi soli uffiziali, ricchi fra la povertà de’ commilitoni, più spendevan di quel che potessero spendere, perché più esige van di quel che potessero esigere.

I gregari affranti dalle fatiche, dal ferro e dall’aere percossi, dir soleano: esser le Calabrie la miniera d’oro de’ generali, e la tomba de’ soldati. E passavan più oltre le loro querele. Perocché vedean i capitani ricever danaro dalle comunità pe’ bisogni de’ soldati ed insaccarlo; registrar come vivi e presenti i morti e gl’infermi, e toccarne gli stipendi. Irati soprattutto eran contro a’ provveditori che a danno loro rapivano ed arricchivano. Così vedean taluno che, dovendo partir per Francia, metteva all’incanto e per vii prezzo le vestimenta fornite dalle comunità pe’ soldati. Altri i viveri ed i bestiami che a stenti cavavau da un luogo, in un altro barattavano.

Conciosiacché si fosse fatta intorno al Massena una cerchia di venturieri d’ogni nazione, accorsi come avoltoj al sentor d’un carcame. Sulle ruine Calabresi speculavano, e se adoprati in uffizi, esigevan più del dovuto, il non dovuto strappavano. Uomini di riputazione bruttamente macchiata, ogni legge schernivano. La sollevazione colle angurie accrescevano e molti, a cui rapiron messi e bestiami, pe’ capelli alla rivolta trascinavano. Per tante cagioni dunque le ultime necessità sopraggiungean a’ soldati Imperiali.

VI. Cercato avea Reynier di far contro tanti disordini que’ rimedi che più efficaci immaginar sapeva e poteva. Ma stato non era secondato, spesso contrariato. Non appena partito Massena però, venne in aperta risoluzione e vi si pose coll’arco del dosso. A spazzar quelle statle di Augia, molti provveditori scacciò dagli alloggiamenti; i Francesi in Napoli inviò, i Calabresi alle loro case. I Calabresi credean giustificar le rapine colle violenze della parte contraria. Ma i Francesi, della cupidigia in fuori, non avean giustificazione. I provveditoridi Napoli Reynier costringer facea pure a tener i patti, né con poca fatica. Chiamava negl’impieghi, ben vero, i ligi alla fortuna Francese, ma per la probità e non per le opinioni si decidea. Pubblicava poi una grida, onde le tolte de'  viveri ad arbitrio eran abolite. Tutto si sarebbe comprato, o ricevuto per deduzione d’imposte.

Facea poi caldi uffizi co’ Ministri, fortemente dolendosi. Non stimassero, scrivea, soffocata la sollevazione. Esser compressa nelle città, ma viva nelle campagne; apparenza quieta in alcuni luoghi, sostanza minacciosa negli altri. La sollevazion esser eccitata per gare ed avarizia di nuovi magistrati, pel niun ajuto delle leggi stravolte. Non volersi star a mani giunte, ma lui non esser libero ad agire. Le sue legioni essersi sempre più assottigliate, tra per la guerra e le malattie, quasi ottomila Francesi esser periti. E sempre più accendendosi, dicea col verno le necessità cresciute, provvedesser i mezzi, mandasser gli ajuti, in opposto non avrebber, se avrebber, che pace sanguinosa. Guadagnar si dovesser co’ premi i soldati, il popol col pane, tutti col riposo.

E tante volte scrisse che in parte scarpe e vesti e mantelli gli si spedirono. Gli s’inviava poi il fratello col titolo di Commissario generale e con estese facoltà. Ma ciò quando nuovo perieoi ebbe commosso i Ministri, come vedremo, e prossima era quasi la ruina. Portava commissione strettissima di provvedere, di far pago, ad ogni costo, il fratello. Ma danaro, per le strettezze dell’erario, non recava che poco. Dietro la rotta di S. Eufemia, si era pensato ad un prestito forzoso. Ducati sessantamila per settimana servir dovean alle sussistenze dell’esercito. La dodicesima parte in carte di credito da servir in escomputo d’imposte. La miglior parte del danaro da inviarsi nelle Calabrie, perché in istato di guerra. Fu legge di Novembre, ma non sen vide alcun frutto che nell’anno appresso. I Ministri però davan al Reynier ferma speranza di meglio e che fatta gli avrebber provvision di danaro.

VII. Tutti questi provvedimenti promettean che le Calabrie con più giustizia e riputazione sarebber governate. La più stretta disciplina condur potea per gradi alla confidenza. Ma goder non poteasi che il riposo che segue alla tempesta, e questa non era calmata. Pe’ guasti della guerra eran già campi insozzati di sangue e deserti, villaggi e borghi arsi, città sforzate e manomesse. I boschi sofferto avean dal ferro e dal fuoco, onde non fosser asilo a’ sollevati. Poche ore distruggevan opere intorno alle quali l’industria avea per lunghi anni sudato. Svelte le viti e gli ulivi, calpestate le messi da stranieri cavalli. Gli aderenti a Francia o Sicilia, se doviziosi e perché doviziosi, taglieggiati; i timidi angariati, i combattenti uccisi. Non tollerata in alcuno l’indifferenza, ne’ sacerdoti schernita. E guai a chi fatto avesse cenno o messo un gemito.  Allargavasi così mano mano la desolazione. Taluni luoghi non distinti da’ deserti che pe’ cadaveri mutilati. I partiti diversi esponean a spettacolo e terrore i teschi de’ nemici. Da per tutto una misera faccia di morte e desolazione. Pe’ rottami di villaggi bruciati non s’incontravan gli sguardi che in congiunti di trucidati che vi brancolavan furtivi. Era un compianto universale, uno scuoramento, un’accidia, ond’era incerto l’uno dell’altro e ciascuno di sé. Molti campi anche prossimi alle città, giacean perciò incolti. Conoscean da ciò i popoli la miseria il più grave non esser de’ malie la povertà ricca esser sempre per vendicarsi.

Il perché, a non cader di fame o di febbre, e non potendo accattar per Dio, i validi ed animosi davan di piglio alle armi. La sollevazione così colla disperazion si allargava. Ciascun dì segnava atti di virtù e e bravura, di ferocia e terrore. Le quotidiane opre di sangue scemato ne avean l’orrore. La morale perduto avea la maggior garantia, la maraviglia e lo spavento. Invano si mostrava quella de’ supplizi e dell'infamia.

VIII. Le opere di pietà de’ sacerdoti, ben vero, e la carità de’ ricchi non mancavano. Giungean talvolta sin al sacrificio. Ma nelle illuvie de’ mali riusciano scarse ed inefficaci. ché mentre taluni col danaro e le persone ajutavano, altri invece frodavano e rapivano. Fra le ruine generali era in non pochi febbre di fortune instantanee. In ciò gareggiavan gli aderenti alle parti imperiali. Ogni opra era loro buona ad arricchire; spesso perciò rei d’atti riprovevoli ed enormi. Taluni fuorusciti, tornati col Reynier, si aggiravan pe’ campi e tutte le mandrie che incontravan, come proprie rivindicavano. Tenevan poi gran vita ed eran fra tante miserie di tutte le feste promovitori. Né qui si arrestavan le incontinenze, ché i guadagni dissipavan in persone opportune all’ambizione ed all’avarizia. In vergognose voluttà li profondevano. Queste eran le’ vergogne tra’  primi; i più bassi non più curanti d’infamia. Così Ajello vide ed inorridì da padre snaturato darsi al Colonnello Goguet leggiadra figliuola tanto ritrosa quanto sventurata. E fu mercato di ottenuto perdono, che all’uno consentì vita lacera da rimorsi, all’altro voluttà inique e maledette.

Alle quali enormità prestavan favor manifesto i chiamati a pubblici uffizi. I quali delle infamie altrui si onoravano. E come accade ne’ rivolgimenti civili, non badando a' d indipendenza, a stranieri o concittadini, convertian in loro pro le miserie del comune. Non logorandosi in fazioni militari, e non bastando agli stravizzi le paghe, con quel del pubblico per forza od inganno si ripigliavano. Nella spaventosa sterilità delle torre non sognavan che gravezze a soddisfar a quel che chiamavan bisogni della guerra. Così i malvagi arricchivano, i buoni soffrivan e impoverivano.

Usi in tante conquiste ad ogni enormità, i generali le usavan o tolleravano: L’istesso Verdier, uomo esemplarissimo che era, incontrandosi in atti onesti, stupia. Vedendo alcuni fuorusciti ritrosi a prender gioje rapite da’ sollevati e poi abbandonate, sogghignava. Stessero pur fidati, diceva, a leggi e promesse di esser di loro danni ristorati. Esser poco esperti o confidenti troppo; ne’ conquistati paesi più esser soliti i Francesi di prometter, quanto meno avean facoltà di attenere.

IX. Usavan tutti poi della condiscendenza de’ Francesi, o della loro ignoranza abusavano. E ciò seguia pel maggior ostacolo ch’era quello della lingua. Fu veduto taluno offrirsi a guida de’ Francesi per coglier i sollevati. Menavali così in giro, e levava tasse, senza che que’ sospettasser di sì infame ladronaja. E chi nascondea derrate per fame monopolio, chi le comprava da’ Francesi e ad altri le vendea. Così tolte ad una Comunità in un’altra, con infame mercimonio, eran versate. Gratificavan poi tutti o i capi Francesi o que' ch’eran potenti appresso loro. Alle fraudi perciò e per tante complicità arridea sempre l’evento. Così il contagio sempre più s’allargava.

Siffatti uomini poi da prave voglie signoreggiati, essi i primi menavan gran rumore d’amor di patria. E parea che essi soli fosser gli ottimi cittadini, o patrioti, come a que dì si chiamavano. Né minor vampo menavan gli altri che si dicean soli fedeli e realisti. Sì gli uni che gli altri si eran mostrati vogliosi solo di conseguir r propri fini d’ambizione e di avarizia. Sì gli uni che gli altri, secondo che avean prevaluto, avean servito di calunniatori e carnefici. Ciascun partito chiamava il contrario geldra di vili e ladroni. I patrioti dichiaravan i sollevati infami per sangue e saccheggi; i realisti dicean i patrioti non da minor sangue o da minori rapine svergognati. I primi ingiuriavan i secondi di satelliti di tiranno; questi di schiavi dello straniero gl’ingiuriavano. Ora poi, confidenti nel lor trionfo, gli aderenti a’ Francesi fra loro si apeanivano. Dalle piccole gelosie passavasi a’ gravi sospetti e poi ad aperte discordie si prorompea. Così gli umori sempre più ribollivano, né i fatti disacerbar l’ire potevano.

X. Sì misero e spaventoso era lo stato delle Calabrie al cader del 1806 ed otto mesi appena dalla conquista. A tante ruine cercava por riparo il Reynier, in tutto e caldamente adoprandosi. Secondato da uomini probi era, e desiosi, più che di altro, di pace. La forza del proprio animo lo sostenea. Ma era da molte difficoltà ed ostacoli ritenuto. Il comando stesso era, colpa il governo di Napoli, con continua vicenda or allargato ed ora infrenato. Colpato vi avea pure, e forse più che altri, Massena. Venuto con estese facoltà, perché i tempi eran procellosi, né curò i voleri del governo, né usò meglio l’autorità. Improvvide condiscendenze e rigori inopportuni aveva alternato. Le piaghe crescer così ed inciprignir avea lasciato. Il governo, ed in esso il Saliceti che maneggiava le cose principali, secondo i mandati dell’Imperatore o i timori di guerra, reggevano.

Ora, la guerra prolungandosi in Polonia, dar volean miglior sesto alle cose. Un editto dividea le Calabrie in due province, capitali di esse Cosenza e Monteleone. Le province in otto distretti, i distretti in tante università, quanto ne comportavan le circostanze. Si nominavan i pubblici amministratori ed i civili magistrati. Con numero forse eccessivo, ma voleasi aver tanti più aderenti nelle città. Le occorrenze che avean riguardo alla guerra facean dal Reynier divider le forze secondo la nuova divisione. Un battaglione occupava più o men un distretto, una compagnia o due una città. Tener in freno le popolazioni, assicurar le comunicazioni ed i corrieri, invigilar i lidi era il loro debito. Riunir non si doveano che dietro moto pericoloso intemo o apparir di numeroso naviglio. Non muover però, se non quando moto o sbarco la loro sicurezza minacciasse. Ciascun capo comandava nel luogo di sua stanza, ma dipendente dal superiore per natural gerarchia. Tutti dal general della provincia, i generali dal capo supremo, ch’era in Monteleone, dipendevano.

XI. I più de’ possidenti le nuove potestà né secondavano, né osteggiavano. Le tristi condizioni e ella patria deploravano, ma al tempo ed alla necessità si accomodavano. Temean i sollevati, i Francesi mal sopportavano, speravan che una novità fosse per servir di rimedio all’altra. Ma per apatia, mala disposizione o timore stesso degli abitanti, le nuove potestà inerti rimaneano. Gli occhi eran sempre voltati alle militari, dalle quali i comandi partivano. I Francesi con ardore e libertà militare delle civili si querelavano. Queste a tutto piegavan il capo; alla più lieve paralisi, gli ordini eseguiti colla forza.

Vizioso era l’ordinamento, ma taluni ufficiali con sagacia lo temperavano. I negozi di gravo momento al general supremo si rapportavano. Ed il Reynier, volendo migliorar sempre più le cose, con senno e prudenza li scioglieva e governava. E caldi uffizi faceva per indur tutti a quiete.

Fra gli urti di tante passioni, odi ed occulte macchinazioni, stivati eran i sospettati a stuoli nelle carceri. Aprirne a molti le porte fu prima cura del Reynier, ma procedendo con cautela. Pose taluni a confine, ad alcuni consigliò di condursi in Napoli, o se il volesser pure, in Sicilia. Temperò poi la prima asprezza de’ Tribunali militari, scemando, co’ ritardi, i giudizi. Davasi a meglio ordinar le milizie civiche, vi ritenea gli armigeri, vi chiamava i possidenti, né scacciava i facinorosi.

Così, toltosi in mano il governo, Reynier provvedendo andava, onde ristorar i danni delle fazioni e tirar le due province a divozion de’ Francesi. Ma gli effetti non sempre alle intenzioni rispondeano, ché gli animi eran tuttora e generalmente commossi.


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L5-CAPITOLO II

La guerra cangia d'aspetto coli’ inverno — Nuove pratiche della Corte di Palermo e segreto ordinamento delle Calabrie — Pertinace freddezza degl’Inglesi — Si raccomanda umanità e temperanza a sollevati — Colloquio del De Michele col Mimbelli — Nuovi bollori di sollevazioni —Nuovi rigori de'  Francesi — Comandi risoluti di Napoli perché si prenda Amantea — Risoluzioni prese dal Reynier — Nuovo assalto a Longobardi e nuova fuga del De Michele — Scorrerie del general Ortigoni — Eccidio di Nocera.

Non era stato in questo medesimo tempo ozioso a seder il Reynier per le cose della guerra. Non stavan in riposo i preparativi per assalir e disperder le forze de’ sollevati. Sopraggiunta era la stagion rigorosa, ed il freddo dell’aria più forte della rabbia degli uomini. La guerra perciò cangiava d'aspetto. Le intemperie e le nevi i sollevati a discender da’ monti costringeano. Si avvicinavan dunque da ogni parte alle spiagge. Il mare non offriva sempre, o a molti, sicuro scampo in caso di sinistro. Onde pensavan mettersi, per alcun tempo, a coverto da nemico insulto. Uscita la primavera recato avrebbe i soccorsi di Sicilia. Alle difficoltà della natura che circondavàn i loro paesi quelle aggiunser dell’arte. Né fean altrettante rocche ed in esse sé stessi, la loro fortuna e le speranze rinserravano. Amantea, Fiumefreddo, Belmonte, Belvedere, Cariati centri divenian di loro fazioni. Eran ritrovi, donde sbucavan ad assalire; ricovero, dove a difendersi riparavano. Napolitani ed Inglesi da Reggio e Scilla concorreau con pari prontezza ne’ medesimi pensieri e consigli.

' I Francesi dal loro canto occupavan il centro e la dritta linea da Castrovillari a Monteleone. Conquistata con grandi stenti, la tenean fortemente. Monteleone,' stanza principale, donde ogni cenno partia per gli altri alloggiamenti. Sentian però che non dominavan la contrada se non co’ presidi. Non curanti in vista, ma impotenti in sostanza, soffrian i nuovi nidi de’ sollevati in sulle spiagge. Pensavan però sempre a disperderli. Abbassato, ma non domato, ne vedean l’animo e l’ardire. Nelle stesse città lasciavan essi che i Francesi comandassero, senza darsi pensiero. Mal’indifferenza mal nascondea l’avversione; ciascun facea l’ubbidiente, per esser contumace a suo tempo. Colla sua venuta Massena non avea dunque spenti, e colla partenza lasciava nuovi incentivi a sollevazione.

II. Al partir suo e per la guerra prolungata in Polonia rinate eran le speranze della corte in Palermo. Pigliando animo, profittar volea del momento favorevole. Si cercava perciò dalla Sicilia di ridestar il fuoco ed imprimer per tutte le vie le medesime passioni nell’animo de’ sollevati.

Ingiungessi dunque a tutti i capi, e segnatamente a’ più prodi, di ordinar le bande secondo la legge di Febbrajo. Questo inculcavasi a que’ della Calabria citeriore che avean più seguito. Ammaestrati si era ornai dalle disgrazie, ché de’ popoli, come de’ fanciulli maestra è la necessità. Scorgean i sollevati la principal Causa de’ loro disastri essere stata la mancanza di capi e di uniformità nelle mosse. In Palermo si era venuto dunque in risoluzion di farli agire simultaneamente, secondo un piano preordinato. Carbone e Cancellieri, che sì mala prova avean fatta, parean messi in dimenticanza.

Si compartivan le Calabrie segretamente, secondo il nuovo disegno. Si dividean la ulteriore e la parte meridionale della citeriore in diciassette distretti. Si nominavan i capi, i quali le persone più atte a regger le centurie nominerebbero. Le province stimar si doveano in istato di difesa, e quel maggior numero d’armi apprestar che meglio fosse in lor potere. Ingrossar le bande e far tutti i provvedimenti guerreschi doveano per quando il bisogno fosse venuto. Consentissi finalmente che i capi, in assemblea o convento provinciale, a meglio governar le cose, convenissero. Stimavasi che troverebber maggior ubbidienza e prontezza. Siffatta congregazione, una volta padroni di Monteleone, sopravveder tutto dovea. Pubblicar ordinanze generali intorno alle elezioni de’ capi, alle paghe, a tutti i provvedimenti di guerra. A non lasciar le opere senza premio, far si dovesse stima delle armi, munizioni o altro di che i sollevati s'impadronissero. Il prezzo ne sarebbe stato loro dalla Corte ugualmente ripartito: meno i tributi, quella assemblea far dovea tutte le cose che alla fortuna regia importassero.

Questi che eran intendimenti della Regina, secondo le leggi Inglesi, eran buoni, ma tardi provvedimenti. Pure riescir potean di qualche efficacia, se mandati fossero ad effetto con concordia e prestezza. Essa stessa perciò la Regina scriveva al Mirabelli, lodavalo dell’oprato, ma esortavate a procurar fra tutti la concordia. Facesser, scrivea, che lo zelo verso la causa reale alle gare e gelosie di autorità prevalesse.

III. Fatto avea la Regina caldi offici per indur il Brittannico generale a rilevante impresa. Gli avea rappresentato esser giunto il momento di generose risoluzioni. Pochi i Francesi in Calabria, per guerre lontane i soccorsi impossibili, tutti i popoli del reame o colle armi in mano o pronti a pigliarle. Non esservi stata mai occasion più opportuna a percuoter i Francesi d’un secondo ed irreparabil disastro. Giudicava la Regina che, se avesse avuto l’inglese giusta occasione di far nuova prova, metterebbe l’Inghilterra in necessità di gittarsi affatto nell’impresa di Napoli.

Ma invano avea procurato di scuoter il Fox e tirarlo ne’ suoi sensi. Pien di spiriti alti e guerrieri per sé medesimo, l’inglese'' i fini del suo governo ignorava. Distratto lo tenean i dubbi che gli si appresentavan in ogni partito. Vincer non si lasciava dunque dalle ragioni a lui caldamente rappresentate. E pretessea pretesti a pretesti: maturar si dovesser meglio le cose, aspettar l’esito della guerra Germanica, gli avvisi del suo governo. L’indugio, dicea, non apportar né all’Inghilterra alcuna macchia, né alla Regina alcun’offesa.

Riuscite vane le pratiche coll’Inglese, si mosser più caldamente quelle co’ sollevati. A ciò si adoprava sempre la Regina, per le mani della quale passa van principalmente le cose. In suo nome si scrivea dunque a’ capi: si limitasser per ora a bloccar i Francesi ed a romperne i disegni. Presto verrebbe in Reggio un generale di grido, forse lo stesso Philipstadt, ogni maniera d’ajuti riceverebbero.

Riflettendo poi al danno venuto dalla ferocia, raccomandavasi la temperanza verso i concittadini, la pietà verso i nemici. L’ardor si eccitasse, scriveasi, ma le crudeli voglie s’infrenassero. Voler il Re si combattesse, ma i crudeli eccidi si cessassero. Alle donne, a’ vecchi, a’ quieti perdonassero, a’ nemici stessi fossero generosi. Altrimenti i principali abitanti spingerebber ad abominar una causa che avesse feroci sostenitori. Questi sensi si esprimean segnatamente al De Michele che governava la banda più formidata e mostrava odio maggiore ed all’odio uguale la pertinacia, se non il valore. E facendosi caldi uffizi per indurlo a temperanza, di sua fede e senno lo lodavano ed alti premi si prometteano. Biasimavanlo però che terre di gran conto avesser patito tanti e sì fieri supplizi, de’ quali resterebbe funesta memoria.

IV. I quali rimproveri gli eran al cuore di acute spine, perché meritati. Ed ei che di svegliato intelletto era, il danno di tanti eccessi comprendeva e già forse in occulto deplorava. Ma appigliato si era ad uomini d’ogni specie, purché utili fossero. Ed ora ridotte eran a tal acerbità le cose, che soltanto col tollerarle imperava. Volgea poi sempre nella mente smisurate voglie, e ad accrescer l’autorità e la riputazione aumentava armati, muniva luoghi, terre sollevava. Adoprava in ciò veglie, credito, promesse. Sollecitava sempre, spesso minacciava. Scriveva nel tempo stesso al Cancelliere in Messina per consiglio, agl’Inglesi di Scilla più spesso per ajuti. Partian continui corrieri e con grandissima diligenza.

Ora, venuto l’inverno, agli Inglesi scriveva: aver i Calabresi a fianco i nemici, lontani gli amici e non dovere sperar che nelle armi. Facessero qualche moto, richiamasser a sé l’attenzione de’ Francesi, che egli, fatto di ciò sicuro, muoverebbe ad assalirli. Rispondeano: esser a ciò pronti, ed all’uopo il seconderebbero.

Né io l’ho voluto tacere, ma a me non consuona che gl’Inglesi, sì freddi e guardigni, prestasser il loro nome a cose in aria e che pericolose stimavano. Né moto avrebber fatto mai senza il mandato del Fox ch’era sì riservato. Gl’Inglesi a que’ dì parean più intenti e curiosi che interessati.

Il De Michele però, uomo non mai tenuto da guerra, esserlo voleva e forse più parere. Ora, o che un moto di Francesi contro lui sospettasse, o gli esploratori riferissero, vedendo immoti gl’Inglesi, si volse alla Sicilia. Instava con lettere presso i Reali di Palermo, facendo alte querele. Fedeli al Re, i sollevati in sei mesi aver eroicamente lottato, fattosi riparo di fiumi e di rupi, e spesso rimessisi alla fortuna, combattendo. Ora, ridotti in poche terre murate, esser esposti all'ultima ruina. Consumati da gravissimi danni, non aver rimesso l’animo mai. Ma ormai, senza soccorsi, speranza non rimanere, non già di vincere, ma né di resistere. Essi tuttora partigiani di gran caldo, ma soverchianti le forze Francesi. Volersi forse che, gittate le armi, all’insolente clemenza de’ vincitori si affidassero? E che lamentabil di non sarebbe quello, in cui cedessero? Considerassero, conchiudeva, i regni conservarsi colla riputazione, ch’è sostegno in pace ed in guerra sussidio.

V. Temendo poi che in Palermo i troppo circospetti consigli prevalessero, al Mirabelli si rivolgea. Per un uomo espresso l’invitava a segreto colloquio. In Mirabelli era molto più, in vera, pietà degli strazi della patria che sdegno contro a’ Francesi. Ma potendo il rispetto del proprio pericolo, non si negò all’invito. Vedeansi all’ime radici d’un monte e co’ più fidi. Comunicaronsi le lettere della Regina, parlavan de’ nuovi pericoli. Le più impetuose passioni esser le più fugaci convenivano, e perciò gli animi dovesser oggimai rinfocolare. La tempesta contro loro verrebbe a rovesci e dover essi con forti armi premunirsi. I modi dunque del resistere e dell’ajutarsi stabilirono, mutua la difesa, comuni le forze e sin agli estremi. Strettesi poi le destre e giurata fiera resistenza, si separavano. Notte tempo, l’uno in Longobardi, l’altro in Amantea rientrava.

Ora ciò che essi avean fatto, i lor fidati, per ordine loro, faceano. Nelle più umili case, e fra più minuti uomini s’insinuavano. Fra gl’impazienti della miseria e gl’infastiditi di riposo si aggiravano. Si scagliavan contro le tirannie de’ Francesi e lor aderenti, levavan a cielo la benignità del Re, l’animo forte e generoso della Regina, l’amor d’entrambi pel popolo, i tempi, non lontani, d’invidiata quiete sospiravano. Un figliuolo del Re verrebbe presto con forti schiere a combatter le guerre Calabresi affermavano. Fornisser perciò le armi e pronti all’occasione si serbassero.

A questo modo gli spiriti e le speranze riaccendevano. Molti dunque si risvegliavano pel desiderio di cose nuove e per odio del presente. ché il presente anche lieto noja talvolta i popoli, il futuro gli alletta. Ed il presentò era crudelissimo, ed il futuro promettea, se non ristoro, sollievo.

Altri, ed in altro lato, uomini disposti ad ogni rischio, soffiavan aneli’ essi sul fuoco. Le genti inscrivean in occulte centurie, ed i luoghi disegnavan ove dovesser accorrere. Papasodero, al quale erasi raccomandato temperanza, dispor dovea le cose intorno Monteleone. E tutti fervorosamente ne’ borghi si adoperavano, davan animo agl’irresoluti, frenavan gl’impazienti, e vigili stavan tutti per quando gli stanziali Napolitani apparissero.

VI. Le carte trovate in Gasparina a’ Francesi parte di queste pratiche e disegni rivelavano. Chiaro era però che una spedizione di Napolitani si ordinava in Sicilia, forse con loro gl’Inglesi stessi assalirebbero. Massena non sen era commosso, ma non così il Reynier ch’erasi perciò spinto insin a Reggio. La forte resistenza ed il numero di stanziali incontrato più l’insospettivano. In Reggio gli era parso veder il punto dove una spedizione farebbe capo.

Da’ passati disastri ammaestrato, stava perciò vigilantissimo. E da per tutto attendeva a dar ordini che più atti gli parevan a preoccupar i dì venturi. Colla temperanza e benignità torre dapprima avea voluto le cause ed i pretesti agli animi vogliosi d’insorgere. Assicurata aveva poi la forza nelle mani di coloro che a prò de’ Francesi sapessero adoperarla. Ma, scemando o togliendo i pretesti, tollerar non volea la baldanza. Ed a non temer nuovi disordini e turbolenze, fò che il Verdier mettesse le mani addosso ad alcuni de’ più sospetti. Gli altri inquieti coll’autorità e colla presenza conteneva. Alternava i buoni provvedimenti collo spavento.

E più operosamente si adoprava, in quanto già alcuni rumori si udivano e talune bande già gli davan apprensioni. Non più da’ covi delle montagne, ma da’ ripari delle spiagge sboccavano. E rovinose potean divenir colle stanze assegnate a’ Francesi, dove non sempre assai gagliardi si trovavano. Inondando all'improvviso il paese, rumoreggiato avean ne’ dintorni di Cosenza, rientrate eran in Longobuco, assalito avean Rossano. Sorgea quindi la necessità di combatterle da due lati.

VII. Taluni rimedi intanto ad agir cominciavano. Le guardie civiche, appena udian vicini i sollevati, davan di piglio alle armi. Vigorosamente in taluni luoghi le combatteano. A ciò i possidenti delle migliori terre ajutavano. Venuto era a noja il temer continuo da quegli uomini che co’ furori credean procacciar favore alla causa reale. Nulla si rimettea della ripugnanza, e forse odio, contro gli stranieri. Ma Calabresi contro Calabresi combatteano gli uni per amor di parte, gli altri per amor di quiete. Per la conservazion delle proprie case avean più volte combattuto que’ di Acri, e que’ di Rossano. Varie altre terre seguian quell’esempio ed i sollevati ributtavano.

Così tra bene e male, ne’ principi del 1807, le cose procedevano. Le armi, eccetto piccole fazioni, riposavano. Ma era quiete sempre sospettosa. I Francesi non abbondanti di genti, di tutto bisognosi, non riputavan di far poco conservando le terre acquistate. I sollevati, non potendo tener l’aperta campagna sulle spiagge, aspettavan gli ajuti di Sicilia e spiavan le occasioni. Ma, a seconda degli avvisi che venian, le speranze germogliavan, colle speranze l’audacia. E già cominciava ad apparir qualche indizio di più arditi pensieri.

Dietro il colloquio del Mirabelli col De Michele, i Sollevati si andavan raccozzando e già superbe minacce pubblicavano. Qualche borgata, stata fin allora in aspetto tranquilla, inalberava lo stendardo del Re. Piccole bande qua e là scorrevano, ma non facean prove che di avide e feroci. Sentia Reynier che disperder doveva i più forti nuclei colle armi, vinti avrebbe gli altri coll’esempio. Ma gli ajuti di danaro e di vesti non per anco giungeano.

VIII. Finalmente talune provvisioni gli arrivavan, ma con ordini premurosi, perché espugnasse Amantea. Di là diramandosi la resistenza, volto ad essa avean il pensiero sempre; ma già fatto vi avean cattive prove. Ora, instando con lettere piene di somma, caldezza il governo, era da ritentar l’impresa. Reynier si decideva a condur a fine in persona si difficoltosa fazione. Dava prima miglior sesto alle cose in Monteleone, onde non segnisser ostacoli dalla sua assenza. Pensò poscia a tirar i sollevati a guerreggiar in più luoghi. Vistolo con molte forze intorno Amantea, per lo scopo stesso e per vicinanza di luoghi e tempi, potean molestarlo.

Comandava dunque al Mermet spedisse il più che potesse de’ suoi in Cosenza. Al Peyri comandava di correr contro il De Michele in Longobardi. Al general Ortigoni ordinava di partir da Nicastro e di osteggiar a cerchio della pianura di S. Eufemia. Altre piccole schiere spinger si dovean nell’estrema Calabria, ma accennando verso il Jonio, e da Peggio discostandosi. Tutti dovean precipitar i passi, assalir più paesi, agir con prestezza e vigore. Disposte così le cose a non esser molestato, corse il Reynier in Cosenza e si diè ad ordinar le sue schiere.

Il primo a muover intanto fu il Peyri che si affrettò ad assalir Longobardi. Non v’incontrò grande ostacolo. Il De Michele non vi potea far valida resistenza, onde col figliuolo ed a spron battuto, corso era a Fiumefreddo. Chiudessi nel Castello della Marchesana della Valle, logora rocca feudale, e vi si apparecchiava alle difese. Tutto intanto cedeva in Longobardi alla fùria degli assalitori. Taluni eran uccisi, innocenti i più e fuggenti per terrore. I Francesi al pari de’ sollevati atterrivano. Peyri stimò che con questi esempi gli abitanti starebber più pazienti. La fuga del Preside tolto aveva ogni fomento alla resistenza.

Tosto si volse perciò ad assalir Belmonte. Circondata la città, facea la chiamata, si rendesse, caduta già essendo Amantea Noi credeano i sollevati, e svillaneggiandolo, gli rispondean con tempesta di colpi. Assalivano allora i Polacchi, ma con più offese di loro stessi che de’ nemici. Durò qualche ora la lotta.

Ma il tempo stringeva, e Peyri non poteva arrestarsi innanzi quell’ostacolo. Gli ordini di Reynier portavan che volger si dovesse verso Amantea ed assalirla da borea, mentre ei dagli altri lati l’assaliva. Veduto dunque di non far alcun frutto, e vedendo i sollevati fatti ormai più guardigni, si levò da quel luogo.

IX. Ortigoni intanto, apparecchiate le armi, uscia co’ fanti leggieri da Nicastro. Correa contro Gizzeria, terra diverse volte inondata di sangue. I sollevati ch’eran dentro feron poca o niuna resistenza e si disperdeano. I Francesi vi penetravan e davanla alle fiamme. Nella notte seguente alle prime stanze tornavano. Scorsi due di, l’Ortigoni li raccolse di nuovo e si avviò al bosco di S. Eufemia. Bruciava alcune case lungo la via, taluni, presi colle armi in mano, moschettava.

Di questo Napolitano trovo fama diversa e memorie non sempre grate. Plebeo, ignaro di lettere, di non altre virtù che militari, venuto era di gregario generale. Nell’assedio di Genova dato avea prove di smisurato coraggio. Fiero ed onesto, non temperato nell’animo, stimato era da’ capi, amato da’ soldati, da’ compagni temuto. Spietato era, ma per disciplina; sull’obbedienza non ragionava. Ed or si aggirava di qua e di là e guai a’ sollevati che gli fosser caduti fra le mani.

Ma oltre al terrore che incuter doveva, altro disegno con questi andirivieni mulinava. Gli aderenti a’ Francesi lo avean a lui suggerito. Giunto alle rive del Lamato si volse rapidamente contro Nocera. Gli abitanti che ne avean sospettato, si eran apparecchiati alle difese, sbarrate avean le vie, di travi e carri s’eran asserragliati. Feroce fu l’assalto e non men la difesa; grave perdita d’uomini da ambe le parti. Ma i Francesi si cacciavan dentro di forza, fean macello di quanti incontravano, mettean la terra a sacco. Sangue, rapine e stupri moltiplica vano. Talune donne sin su’ gradini degli altari contaminate. I recinti del santuario cadean a colpi di scure, i sacri arredi a gara e furia rubati. Poscia regnava un silenzio terribile ed orroroso. Stanchi dal ferire e dal rapire riposavano. All’alba del dì seguente arser con inutil ferocia Nocera. A terribili tenebre successe luce spaventosa, ed a quel lume, non chiaro ancora il dì, ne uscivano.

Tolto seco altri soldati a S. Eufemia, Ortigoni proseguia le scorrerie. E molti imprigionava, talun armato moschettava, le barche sul lido bruciava. Così gli parca di ubbidire e di ajutar all’impresa di Amantea.


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L5-CAPITOLO III

Memorabil assedio d’Amantea — Incredibil costanza de’ sollevati — Nuovo assalto a Longobardi e Fiumefreddo — Prodigiosa fuga del De Michele — Amantea ridotta alle ultime strettezze, si arrende — Umanità del Reynier e de’ Francesi verso i vinti — Nobil condotta del Mirabelli — Presa di Fiumefreddo e morte del De Michele — Caduta di Belmonte — Lacrimosi e tragici fatti.

Moveva intanto il Reynier, era il 1 del 1807, per alla volta di Amantea. Accompagnavalo Verdier cogli uffiziali ingegnieri Napolitani. Oltre cinquecento soldati Corsi, seguianlo due mila e cinquecento altri di ordinanza. Eran del 1°, del 29°, del 42° e 52°, i più che avean con sì crudel fortuna combattuto a S. Eufemia. Con essi era una forte schiera di due mila guardie provinciali. Un Falcone, capo Battaglione, le reggeva. Eran poi due compagnie di zappatori l’una, di artiglieria l’altra. Venia da ultimo, dietro i cannoni, una buona mano di cavalli. S’avviavan così all’assedio d’Amantea, una delle più ostinate fazioni di guerra di quel tempo, ed una delle più onorate da tramandarsi da' ricordi della storia.

Presso i solitari lidi del Tirreno in forma di cono troncato giace la città. Forte di mura in allora e fiume sulla falda occidentale d’un monte tra il Camolo ed il Cannavina; dominata ad antico castello, opera di Alfonso 1°. Dalla parte opposta al mare due bastioni; nella base a ponente massi tagliati a picco, o ripidi e scoscesi. Da quel lato la città inaccessibile. A borea il Catocastro, che scorre, secondo stagione, rigagnolo o torrente. Da oriente a mezzodì, vago il terreno per colli ed orti e case; era quasi sobborgo. Tre vecchi cannoni difendeano il Castello, sette di minor calibro le mura ed i bastioni.

Nella città chiusi eran audaci e confidentissimi difensori delle bande di Cosenza, Ajello, Lago e Scigliano Ridolfo Mirabelli, tuttora patrizio d’Amantea, di età verde, su loro avea, come vedemmo, comando non senza pericolo e difficoltà. Così potente per sito e disperate armi dentro, non facile la città ad esser presa. Assalita tre volte infruttuosamente, divenuta era fucina di guerra. I Francesi fatti prigionieri e spediti a Messina davan a’ difensori celebrità e confidenza. Stretti però eran da penuria, ché di viveri e munizioni non era riposta. I nemici non copiosi di cavalli, ma pronti ad esercitarli, di fuori le impedivano. Restava la via del mare, ma gli ajuti scarsi ed incerti, finché non fosse impedita. Onde i più arditi ora per furto, ora per violenza le biade traevan da questa o quella terra. Allo spirar di Settembre Stocchi corso era sin a Pietramala, a dodici miglia e con alquanti fornimenti rientrava. Un mese di poi sciolto avea per Messina, malgrado l’impeto del mare, e rientrava con abbondanti granaglie. Opportuno, ma pure scarso conforto. Gl’Inglesi Scilla soltanto provvedeano. Il Mirabelli, avuto notizia de’ disegni francesi, caldamente e talvolta aspramente chiedeva ajuti di vettovaglie e munizioni. Instava pure per aver una mano di stanziali, difesa contro a’ nemici esterni, freno contro a’ tumulti interni. Ed insister faceva in suo nome anche allo Smith, ma a lui non si badava più che tanto. Soltanto pochi dì prima giunte eran alquante munizioni e scarse vettovaglie. Inviavate la Regina, e scriveva esortandolo, e promettendo tutto, venuti tempi migliori. Rispondea: non dubitasse, resister saprebbe alla fortuna, per sì alta e generosa Signora spenderebbe la vita.

II. Investiva intanto Verdier a’ 2 Gennajo la terra. Il primo di ordinanza ed i Corsi si portavan sul Camolo, accampavan i regolari del 29.° e 42.° sopra Lago, ad assicurar il passo di Vadi e correr i monti fiancheggianti il Catocastro. Stanziavan que’ del 52° sulla Cannavina e buon polso in S. Pietro. L’artiglieria e gli zappatori tenean il S. Bernardino, convento a piè della Cannavina. Grossi posti guardavan te ultime case del Borgo. Le guardie provinciali, abili alle pugne sparse, te alture occupavano e gli ajuti difficoltavano. Prendean questi assetti senza ostacolo. ché il Mirabelli, benché vedesse i suoi vogliosi di saltar fuori, li ritenne dentro riparati. Non che gli mancasse l’ardire, ché anzi ne avea moltissimo, ma stava a specular il tempo opportuno.

Il Reynier facea la riconoscenza della fortezza, e convenia nel parere del Montemayor che dirigger doveva l’assedio. Fermavano dunque di aprir te mura e rovinar colle mine una torre a sinistra, onde agevolato verrebbe l’assalto. Alcune notti dopo si apria la prima parallela, ingegnieri Napolitani ed artiglieri Francesi con fervor vi si adopravano. Pigliati i siti più acconci e livellate le artiglierie contro le mura, cominciaron tosto a percuoterle.

Impedir non avean potuto i lavori, ma or francamente que’ di dentro si difendeano. E più che non si sarebbe potuto aspettar da presidio di tal fatta. Come il potean, traevano furiosamente co’ cannoni. Ma poco nocumento provavan da que’ furiosi scagli gli assedianti. Deboli di calibro i cannoni, non eran da gente pratica amministrati. Eran più egregi nel soffrire, che nel nuocer co’ loro colpi. I Francesi li ammiravano e deridevano. Incominciavan già ad aprir una breccia.

In quel momento forte naviglio Inglese si avvicinava. Allontanando co’ suoi tiri i posti Francesi dal lido, si accingeva a sbarcar vettovaglie e munizioni. Non eran già gl’Inglesi venuti in apprensione di veder estinta la sollevazione. Era lo Smith che avea sollecitato, chiamando vergogna Brittannica il lasciar cader Amantea. Ora fatti gli apparecchi, dato avean alle vele da Messina. Giungendo si arringavan a gittata di cannone e furiosamente traevano. Poscia inviavan le prime scialuppe, che non giungean ad afferrar il lido. Verdier che dalla lunga li avea visti, fatto avea le sue provvisioni ed ora francamente loro rispondea.

Grande era la dubbietà e la sospension degl’animi nel presidio. Annotta e non segue alcuno sbarco, coll’alba, era il giorno 13, fan segnali supplichevoli. Gl’Inglesi, stringendo l’urgenza, si avvicinan nuovamente, spingon le scialuppe, e ricomincia il rimbombo delle artiglierie. Saltan allora fuori gli assediati, ed a furia si avviano. Ma piove lor addosso una tempesta di palle e di scaglie. Ristanno alquanto, poi nuovamente si avventano. Ma i Francesi, non senza perdite e fatiche, li ributtano.

Riuscito vano il proponimento del dì, nella notte lo rinnovano. Avvalendosi della oscurità, assaltan i Corsi. Apertosi il varco, corron al lido, e raccolte a furia le provigioni, rientran nella città lieti e cagion di letizia a’ loro. Gl’Inglesi, visto riuscito in parte il tentativo, senz’altro si allontanavano.

III. Le mura intanto erano scrollate e diroccavano. Onde Reynier, al quale giungean freschi soldati, facea la chiamata, perché si arrendessero. Mirabelli rispondea: volersi difender, sinché restasscr coltella. Proseguian dunque nelle loro opere gli assedianti, ma a proibir i soccorsi del mare piantavan un forte. Il quale, incrociando i tiri con alcune case fortificate, il cammino alla spiaggia tagliava.

Creduta era intanto praticabile la breccia che invan gli assediati a riparar si sforzavano. Ordinava dunque Reynier che sul far del dì 15 gissero i suoi all’assalto. Granatieri e carabinieri di due reggimenti, di fascine per colmar i fossi e di scale si munivano. Gli assediati viste approntar le scale, misuravan tosto il pericolo e le armi preparavano.

Partian a colpo lanciato gl’impetuosi Francesi, ma eran a mezzo corso arrestati. Pioveva su loro una grandine di colpi, ed eran morti alcuni, feriti molti più. Il colonnello Cuvier che li guidava toccò non lieve ferita. Confusi retrocedeano. Comandava Reynier tentasser l’impresa altri granatieri, stati in riserva.

Obbedivan prontamente e si slanciavano. Ma, oppressi da nugolo di archibuggiate, da sassi sparsamente lanciati e da massi strabalzati, desistevano. Finito le munizioni in quel punto, i cannoni Francesi tacevano. Reynier facea desistere.

Nel dì seguente riprese a batter le mura. Traevan furiosamente due grossi cannoni dal Carmine, due grossi obizzi ed un mortaro dalla Cannavina, altro dal Camolo e due cannoni che si eran aggiunti a’ due di altra batteria. Era una continua e crudele tempesta. Rispondéan, soprattutto dal castello, gli assediati, ma deboli i mezzi contro tante offese. Le mura dunque rovinavano, le munizioni scemavano. La costanza però non s’ indeboliva.

Nuovi sinistri intanto accadevano. Verdier accennava il 17 ad assalir dalla via del mare, ma era per chiamarvi i difensori. Sapean i Francesi che si avvicinava un soccorso di vettovaglie inviato dal De Michele e vigili aspettavano. Silasciaron avvicinare, poi nella notte, fugati i conduttori, li soprappresero. E questo fu colpo crudelissimo, perché già nella città cominciava la penuria, della quale tutti con ispavento si avvedevano. Riducean i capi le porzioni de’ viveri, ma erano scarsi rimedi. Già si logoravan pel digiuno, ed erbe silvestri e radici stavan per ogni alimento. Ma tutti soffrivano, tutti pugnavano, niuno mormorava. Alcune bande però a farsi strada tra’  nemici si decideano. De Michele, per la data parola, pur sospettoso per sé stesso, fatto avea talune mosse, ma tornate eran vane. Gl’Inglesi non si lasciavan vedere. Bisognava dunque comprar la vita saltando fuori. Colla notte uscian al numero di dugento, Falsetti Centanni di Lago li guidava. Si avviavan per due vie ed a tutta corsa. Gli uni compravan combattendo lo scampo, disperdeansi pe’ monti ed indi in Belmonte si raccoglieano. Gli altri, incontrati maggiori ostacoli, eran nella città ricacciati.

IV. Rovinavan intanto le difese de’ bastioni e gli. assedianti cominciate avean l’opera delle mine. Gli assediati, nulla comprendendo a quegli scavi, gli schermivano. Avrebber quelle fosse di cadaveri Francesi riempite, dicevano.

Inviato aveva il Mirabelli, per mezzo de’ fuggitivi, a sollecitar gl’Inglesi di ajuti. Non vedeva che il coraggio fosse lungo tempo bastante, i viveri sempre più scarseggiavano. Non mancava qualche nave Inglese di molestar di tratto in tratto i Francesi. Ma era soltanto un tener deste le speranze degli assediati. Non mai si riusciva a far entrar cosa alcuna nella città. Alle notizie recate a Scilla da’ fuggitivi, si fé partir da Messina una fregata carica di vettovaglie. Ma venuta a volteggiar innanzi Amantea, dell’inutilità di qualunque tentativo si avvedea.

Que’ di dentro non sapean come far note le lor angustie e tirarne le vettovaglie. Lo scuoramento toccava alla disperazione. I capi di centurie a tumultuoso consesso si unirono. Esclamavan a gara: aver le temute armi ancora che gli avean per sì lungo tempo difesi, aver con loro i figli nascenti a vendetta, ma se non ceder al timore, presto alla fame dovrebbero. Tutti però convenivan di non poter dare notizie all’Inglese ch’era in vista e si disperavano. Surse allora uno audacissimo fra’ tanti. Era un Galgal, popolano d’Amantea e risolutamente si offrì a gir sulla nave. Ravvivassero le prostrate speranze, bastar ei solo, dicea, non nato il Calabrese per istar rinchiuso ed in angustie per timor d’armi. Nullo il suo rischio, ché. se i Francesi prendesser la rocca, sé ed i figli spegnerebbero. Annunzierebbe all’Inglese il loro stato, indicherebbe i luoghi allo sbarco, i concerti piglierebbe per ajutarlo. Sacrificarsi egli alla salute de’ figli e di sua donna, non a quella de’ suoi concittadini, risoluti come eran a non sopravviver alla ruina d’Amantea.

Verso il mezzodì del 27 vedean dunque i Francesi scender dalle mura con mezzo di funi un uomo che, ritenendo solo il berretto rosso, imperturbabilmente si svestia. Indi nudo così si avviava verso il lido.

Giunto che fu in mezzo a’ ridotti, i Francesi da ambi i lati il fulminavano. Si spinge allora a tutta corsa. L’incuoran i gridi dalle mura, non lo sgomentan i fischi delle palle, l’arena, pe’ tanti colpi, bollia sotto a’ suoi passi. Vi fu un momento d’universal maraviglia e sospensione. Fortuna arrise al raaraviglioso ardimento. Salvo, per prodigio, sul lido fermavasi a respirare, e cadeva in ginocchio a ringraziar Iddio. Slanciatosi poi nel mare, a nuoto la nave Inglese afferrava.

Stupiti Inglesi e Francesi di tanto singoiar coraggio rimaneano. I Francesi pel resto del dì ne fean soggetto di lor festevoli motti. Ma il capitan della nave Inglese non volle udir di sbarco, e forse ne vide l’impossibilità. Sicché, volteggiato per altre ore, si allontanò, seco conducendo il Galgal disperato.

V. Le tristi notizie però da lui recate in Messina i generali Inglesi commossero. Sapean gli apparecchi che in Palermo ferveano. L’unanime consenso de’ Calabresi contro a’ Francesi d’uopo non avea di ripari e di mura. Ma, caduta Amantea, la mobil fantasia del popol ne sarebbe stata colpita. La spedizione poteva esser compromessa, la sollevazion forse spenta. La Regina dall’altro lato instava sempre. Trovandosi poi liberi gl’Inglesi di condur le forze marittime, temetter di esser di prolungata inerzia biasimati. Né era strana temenza, ché già tutti ed in ogni dove ne mormoravano. A far un’ultima prova si decisero.

Navi Inglesi e Napolitane uscian dunque dal porto di Messina col vento in fil di ruota. Andavansi volteggiando al mare per far nascer moti contrari o apprensioni ne’ Francesi. Si presentavan poi, era per cader il mese, innanzi Amantea. Prendean le ordinanze, e fulminavan le opere degli assedianti. Dal canto loro saltavan fuori gli assediati e di superarle si sforzavano. Giungean intanto al lido barche e lance carche di vettovaglie e munizioni. I Francesi che risponder alle navi non poteano, sulle barche un nembo di pericolosi colpi scagliavano. Dall’altro lato ributtavan gli assediati che a disperate offese si eran avventati. Questi, non potendo romper le linee Francesi, e perduti d’animo, nella città rientravano. Le barche, perduti alquanti degli equipaggi, e paventando un’esplosion di polveri, sen ritornavano. Le ultime speranze degli assediati cadevano.

VI. Dolorava intanto al Reynier che tanto sangue intorno ad umile rocca si spargesse. Onde, chiamato a sé il colonnello Amato, il sollecitava a far che gli assediati cedessero. Offriva utili ed onorati patti. L’Amato, per ubbidienza e carità cittadina, al Mirabelli scrivea: cedesse, udisse i consigli dell’amico de’ suoi verdi anni, inutile ornai ogni difesa, vana ogni speranza di soccorso lontano, inefficace un qualunque vicino. Rispondea cortesemente il Mirabelli, ma rifiutava. Combatter, dicea, per l’onor della bandiera, aspettai a ceder le estreme necessità; accetterebbe soltanto tregua di dieci giorni, scorsi i quali, né giunti soccorsi, si aprirebber nuove pratiche.

Riusciti vani questi maneggi, si tornava alle offese: Reynier proseguia l’opera delle mine, que’ di dentro un contromuro imprendevano.

Non riposava in questo tempo lo strepito d’armi in altri luoghi. Ventila vasi diversamente la fama dell’assedio d’Amantea. De Michele, memore degli accordi presi, mancar non voleva. Avviato avea soccorsi di vettovaglie ch’erano stati dagli assedianti intrapresi. Mandato inviti a’ Borboniani de’ dintorni, perché si unissero a soccorso della pericolante città, uscir voleva alla campagna. Coraprendea la difficoltà e forse l’inutilità dell’impresa; ma voleva tentarla. E già numerose bande s’ ivan raccozzando ne’ monti. Ad esse dunque ed al De Michele volse Reynier il pensiero e le forze. Opprimerli con un colpo improvviso era torre un forte stimolo alla resistenza d’Amantea. Comandava dunque al Bertholet di assalir Longobardi, dove era il De Michele tornato. Coglierlo alla sprovista sperava, ed averlo vivo o morto nelle mani.

S’avviava correndo il Bertholet e giunto sotto la città con impeto l’assaliva. Se ne impadroniva, ardeva o saccheggiava le case de’ Borboniani. Taluni uccideva, i più che si eran tenuti da’ subugli lontani. Si rinnovavan le scene di Lauria. Il De Michele, o che non ebbe il destro a fuggire, o che indugiato si fosse, in un aquedotto gittavasi. Colà teneasi celato fra donne e fanciulli atterriti. Non ardiva trar fiato: pareva oramai suonata l’ultima ora per lui. Ed ecco affacciarsi due soldati allo speco. Conservando l’animo imperturbato, gittò loro un pugno d’oro, e que’ tentennando, gli fecero abilità al fuggire. Prese un cavallo, spronò al bosco e colla notte si ridusse ove era il figliuolo. Colà altri, rinvenuti dal primo sbalordimento, si raccoglievano. Narraron altri che il De Michele era già trascinato da un soldato. Ma, giunto ove era dirupato il terreno, cacciatolo in basso, scampò.

Bertholet si volse, co’ suoi carichi di preda, subito contro Fiumefreddo. Inseguiva e disperdeva i fuggenti, calavasi alla marina e bruciava le barche, né vedendo altra testa di sollevati, si riducea di nuovo sotto Amantea.

VII. Colà giunti eran nuovi soldati al Reynier, compiuta era la circonvallazione che alle rive del Catocastro chiudessi, terminate le gallerie delle mine. Ma già le mura, scosse dallo artiglierie, cadean a sfasciumi ed entrar si potea per assalto. Face a Reynier una nuova chiamata, perché gli assediati alla fortuna si piegassero. Ripetea l'Amato nuovamente le sue instanze: ormai esser Amantea piuttosto inutil ruina che difendevol riparo, desistessero, evitasser gli orrori di città presa d'assalto, niun timore esser delle armi Francesi, sol contro i resistenti rivolte. Esser mal consigliati a resistere, se ne astenessero, sarebber salvi delle robe e delle persone.

Questo a coloro tra' quali avea pur molte dipendenze. All’amico Mirabelli soggiungea: si serbasse a tempi migliori, prevaler facesse alla costanza mansuetudine e carità cittadina.

A quest’invito il Mirabelli si piegava. Caduta ogni speranza di conservar la città, aspettar non volea nuovo assalto, che riuscirebbe funesto. Uscì dunque da Amantea ed a trattar venne nel campo. Facessi a gara per vederlo, perché di salda fede e valoreera stimato. Si'conveniva: cederebbesi, giurate salve robe e persone, la città a’ Francesi, i sollevati si lascerebbero gir a loro posta. Si consentiva intanto, a calmar la città, tregua di dieci giorni. Reynier, tutto quel che gli si chiese, concesse.

Era intanto nella città una grande sospensione di animi. Tutti eran intenti a scoprir i segni di quelle pratiche. Ma, tornato dentro il Mirabelli, ed esposto l'accordo, le coorti forestiere dissentivano. Molti sospettosi d’inganni, i più tristi per isprezzo di vita e noncuranza di miserie altrui. Trascorse il dì in colloqui, prieghi ed esortazioni. Durante la notte, un Marcello Lopez, alfiere, rilevava le speranze ed il coraggio di molti. Cominciaron dunque a correr ed a minacciar morto a chi parlasse di resa. Non sia mai vero, diceva il Lopez, che Calabresi combattenti abbian a ceder ad armi sì vili. Dal Re lasciata loro la cura della patria, e sin che un sol vivo restasse, non dovere quella cadere. Un dì, a Dio piacendo, il sovrano rimettervi il piè; e se il Francese che si dice Re di Napoli vuol prender Amantea, mandi genti e duci più maschi e men poveri d'animo. E tanto vi era in que’ loro costumi d’incomposto e violento, che uno de’ capi in questi stessi sensi al Reynier oltraggiosamente scrivea.

VIII. Si levò dunque nella città un rumor sordo, vario, crescente, poi fu un grido concitato di tradimento. Dal grido si passò al trarre d'archibugiate alla rinfusa. Il Mirabelli, sempre pronto a rischiar sé a salvezza de’ suoi, gittavasi in mezzo al tumulto. Frenava, calmava, promettea pel dì seguente un solenne rifiuto. E così fece, onde i Francesi tornavan a tempestar co' cannoni.

Spaventoso era intanto l’aspetto della città, le miserie degli abitanti incredibili. La penuria de’ cibi, l’ardente sete, per acque streme e pessime, li travagliavano. Li atterrivan le minacce de’ sollevati ed i tumulti per rabbie intestine tra le diverse bande. Si dividean queste secondo le terre, a cui appartenevano, nell’infierir solo concordi. Delle carneficine che macchiaron quella difesa accadder allora le più feroci. E dico dell’infelice Pietro de’ Prezi, cui, uccisi tre fratelli in Belmonte, fu col quarto, e colla consorte e cinque figliuoli, tratto prigione in Amantea. Il Mele, per odi antichi ed acerbi, gli affrettava con fiero talento la morte, e fu spietata. Le turbe altri fra bestemmie e scherni uccideano, i cadaveri fatti a brani e gittati nel campo Francese. E molte più state sarebber le vittime, ma giovò la discordia delle bande. Molte, impietosite a quegli strazi, contrastavan al Mele altre vite.

Ma la rabbia come la pietà non crescevan gli ajuti. Mancava ogni umano alimento, tutti logoravansi per digiuno. Né in tanta necessità speranza di soccorsi di vicini o d’Inglesi li confortava. Ghiande trite e miste a poca farina stavan per ogni cibo, gli animali più sohifi divenian cibo prezioso. Vecchi, donne e fanciulli vernano meno. Gli altri con corpi vacillanti, volti scarni e sparuti, colla sola forza dell’animo que’ martiri sopportavano.

IX. I Francesi intanto, indispettiti della rotta fede, le opere delle mine affrettavano. Aspettavan il 6 Febbrajo a farle scoppiare, giuravan l’esterminio dell’ostinata terra. Accorti ormai di quella maniera di lavori, fean gli assediati udir a’ Francesi che al primo scoppio i loro aderenti truciderebbero. E primi fra tutti i congiunti del Cozzi e dell’Amato.

Di quelle minacce più si sdegnava il Reynier, epperò lé opere affrettava. Spronavate l’Amato stesso, nel quale calor di parte potea più che domestico affetto. Ordinava dunque Reynier dietro alcune case i granatieri all’assalto, poi comandava si dasse fuoco alle mine. Era il 5 Febbraio. Terribile fu te scoppio e denso turbin di polve e fumo tolse la vista della città. Quando venne scoverta, apparve un’immensa ruina. Oltre la faccia sinistra e gli angoli che doveansi rovesciare, la dritta, già debole e scossa, era precipitata. L’angolo rovesciato traeva dietro sé a sfasciumi il rivestimento. Correan allora a furia i Francesi all’assalto. Ma li arrestavan il contromuro ed ogni casa che era una fortezza. Rinvenuti dal primo stordimento, si affollavan, quasi desiosi di perir, gli assaliti. Pugnan corpo a corpo sulla breccia. Un Piscitello si avventa furioso e spegne un nemico di stile, di bajonetta subito è spento. Le ferite, le morti si avvicendan, si moltiplicano. Respinti in giù due volte, gli assalitori retrocedono. Verdier si cacciava innanzi, gridando a’ granatieri il seguissero. Parean decidersi, ma dopo rinculavano, molti dietro le case riparavano. Né la presenza del generale li contenea, comeché di maggior ira s’infiammassero. Aspettavan dunque la notte dietro le mine.

Reynier, avendola presa in prova e non potendo comportar di vedersi respinto, comandò: colla notte l’assalto ripetessero. Dispose gli zappatori dietro a carabinieri, perché parte sulla breccia si stabilissero, parte una comunicazione aprisser colle case fortificate.

Givan tutti animosamente. Montemayor e Macdonald, Napolitani comandanti gl’ingegnieri, li guidavano. Salivan incoraggiandosi a vicenda, sorprendean le scolte, e si cacciavan innanzi, urtandosi l’un l’altro. Già quasi superavan la breccia. Ma accorrevan gli assaliti, e qui nuove morti e sconce ferite per armi, pietre, tizzi ed acqua bollente. Si precipitavano i Francesi per dove eran intrepidamente saliti. Comandava Reynier montassero i granatieri. Si stringeano e montavano; ma uccisi alcuni, feriti molti e taluni uffiziali, come i primi retrocedeano.

Avean intanto gli zappatori, col sagrifizio di al' cuni, aperte lo comunicazioni. Incuoravali il Macdonald, toccando ei stesso una ferita. Del che pago Reynier, riposar facea pel resto della notte. Durante la pugna, i non Ainanteoti, prevedendo vicino l’eccidio, fermavan di non venir in mano a’ Francesi. Sbucavan dunque silenziosi dal lato del Catocastro e si avviavano. Gl’Imperiali, fosse riguardo a stupendo ardire, pietà alla sventura, o buon consiglio, libero il passo lasciavano.

X. Fu questa l’ultima prova. Amantea non sorgea che sopra fumanti ruine, onde Mirabelli all’alba chiedeva i patti. Ma il Reynier, memore del rotto accordo, rigidamente rispondea: ponessero giù le armi, se no correrebber la sorte d’un ultimo assalto. Ma poscia, vinto dalla mansuetudine di sua indole, piegò a concederli. Dentro la città nacquer allora nuove furie e nuovi scompigli. E chi volea darsi e chi no, e dii uccidersi e chi uscir fuori e morir vendicato. Scemate però le bande forestiere, calava la furia della plebe, e veniasi alla resa.

Mirabelli, calatosi per una fune, venne a stipularne i patti nel campo. Concedeva il Francese: Mirabelli con pochi a sua scelta, si ritraesse in Sicilia; gli abitanti non molestati né nelle robe, né nelle persone; si sciogliessero e liberi andasser i sollevati; gli autori di crudeltà e del rotto accordo soltanto esclusi.

Gittate poi un ponte sul fosso, a’ 7 Febbrajo 1807, i granatieri di Francia per la breccia entravano. Quel dì quanto lieto a’ Francesi riuscì mesto a’ sollevati.

Narrano alcuni che per nuova furia di plebe, Mirabelli fosse impedito alla resa, che Reynier comandasse l’estcrminio della città. Non Favrebber rattenuto che le istanti preghiere dell’Amato e del Cozzi. Il quale, asceso per una fune in Amantea, si fosse unito al Mirabelli, traendo dal suo canto i men dissennati, onde, rimosse le macerie, le porte aprissero. Ma di quest ultima resistenza non è ricordo in documenti autentici, il popolo era stanco e roso dalla fame, i patti generosi.

Così cesse Amantea col danno di seicento e più imperiali, né con minori offese dell’oste Calabrese. Senza arte, senza mezzi, sostenner i sollevati un assedio d’un mese e sette giorni. Fecer diverse sortite, respinser più assalti, né cedevan se non quando, rovesciate le mura, consumato viveri e munizioni, era ogni difesa impossibile. Ora il general Ortigoni prendeva il governo della città, squallida per guerra forestiera e più per rabbia cittadina. E per lungo tempo fu in essa mestizia di profonda solitudine.

XI. Modestamente usava Reynier di sua vittoria. Men umano o più ostinato, andava in fiamme la città, i difensori vi si sarebber seppelliti. Grande furon poi l'umanità e la cortesia de’ soldati Francesi. Entrati nella città, parea che a niuna cosa più pensasser che ad offrir ristori, cibi e medicine agli abitanti. Intertonevansi giovialmente co’ singolari loro nemici. Eran questi pe’durati stenti con occhi infossati e selvaggi, larve più che uomini. Molti per fame eran caduti. I Francesi con vino li ristoravan e con profnsion di allegri motti. Notavan le armi, le paragonavan fra loro e giovialmente giuravan di fame altre prove. Interrogato un Calabrese di che, durante l'assedio, maggiormente temesse, di quel ch’è avvenuto, rispondea, di mancar di pane e munizioni.

Mirabelli che toccato avea due ferite nell’assedio, uscia dalla città con tutti i segui di onoranza. Traversata la Calabria col suo ajutante Stocchi, in Sicilia si recava. Colà accolto era con allegro volto dagl’inglesi e colmato di lodi da’ sovrani. Né gli mancò in appresso splendida mercede. E qui non vo’ tacere, come mai non ismentì. l’indole onesta e generosa. ché, interrogato dal Fox su cento e più aderenti a’ Francesi o sollevati, detenuti sopra una nave, li scusava. 0 calunniati li disse o rei solo di sterili voti. Instando poi per la loro libertà, la ottenne. Così il suo arrivo in Sicilia inaugurava.

Credettero alcuni che il Reynier il facesse, ma non a tempo, inseguire, offeso che il Mirabelli avesse ostentato grado militare che non aveva. Ma la fama è testimonio fallace ne’ casi umani. Mirabelli tenea grado dalla Sicilia e maggiori poi ne ottenne, Amato e Cozzi non potean ingannarsi, né Reynier era tal da infranger la data fede. Furon voci de’ partigiani Francesi, dalle lodi date al Mirabelli umiliati.

Pochi intanto furon i rigori e le condanne, e cadder su’ più tristi. Come poi giungean i sollevati in Cosenza o altre terre, interrogati veniano. Dichiaravan la patria, le centurie a cui eran ascritti, i capi che le reggevano. A questo modo i Francesi le centurie, il lor ordinamento ed i capi conobbero. I quali, o che dasser nuove apprensioni, o che i Francesi le fingessero, furon, l’un dopo l’altro, presi e sostenuti.

XII. Non indugiò il Reynier nel decidersi, compiuto appena l’assedio. Restavagli a tirar a fine altra impresa. Spedia dunque Bertholet contro Fiumefreddo. Conducea due mila buoni soldati e per non molte ore di spedito cammino. Giungendo, fé tosto circondar la terra. I sollevati, non sgomentiti dalla caduta di Amantea, vi si volean difendere. Ma la situazione non era la stessa, né sì difendevole la rocca. Questa risoluzione recava agli abitanti molestia e spavento. Il De Michele, rifugiato colà dopo i casi di Longobardi, tenea per fermo che presto l’assalirebbero. Caduta Amantea, previde che contro lui avesse a riuscire il più grosso sforzo. Ma, dopo tante offese, sapea d’esser ricerco a morte da’ patrioti, e non fu prudente consiglio chiudersi in debol castello. Grandi cure però, se non tempo, avea speso a fortificarsi.

Bertholet, non volendo lasciar nuovamente l’impresa a mezzo, precipitato avea le mosse. Temea sempre che il De Michele, o più accorto o più fortunato, non gli sfuggisse di mano. Stava il castello a sopraccapo della città, sicché, circondato, vietata era ogni speranza di ajuti. Gl’Inglesi stessi inutilmente sarebber accorsi da Messina. Pure ad impedir gli avvisi del pericolo, fé il Bertholet tutti i battelli colar a fondo. Per l’oppugnazione poi sollecitava l’arrivo de’ cannoni. I Borboniani de’ dintorni avean avuto presto notizia di quella irruzione. Onde a romper il proponimento del Francese, si raccogliean per assalirlo. Guidatali ed incuorvavali il Mele. Ma giunti appena e venuti alle mani, erano sconfitti e nelle rupi respinti.

In questo giungean le artiglierie da Amantea, onde presto le mura del castello furono scosse ed intronate. Le torri che fiancheggiavan la porta, rovinavano. Poco di poi si apriva una breccia. Bertholet, scelti seicento tra quelli che stiniavansi ed erano prodi, comandò del castello s’insignorissero. E pria fe’ piover tempesta di granate contro a’ difensori. Que’ di dentro, ch’eran fieri e ben provvisti, virilmente li ricevevano, e dopo vivo contrasto, li ributtavano.

XIII. Ma il De Michele, già impensierito e travagliato da giusto timore, non si assicurava. Soccorsi non scorgea da lontano, onde, disperate le difese, inviò un sacerdote a chieder patti. Mail Bertholet, o che non volesse accordi con lui, o che i patrioti nel dissuadessero, non diede ascolto. Nacquero allora ne’ difensori dispareri e tumulti. Diffidavan i più di potersi oltre difendere; audaci altri aspettar volean l’assalto. I più ostinati eran gli scampati da Amantea, e quelli più in voce di spietati. Que’ che ceder voleano erano spcranzati di ottener, in premio alla prontezza dell’accordo, il perdono. Gli altri, o per la rotta fede o per delitti, di salvezza disperavano. Prevalendo i miti consigli, spedian il sacerdote a Reynier or ora giunto nel campo. Ma questi non prestò orecchio, rispondendo: si arrendessero. E molti, atterriti, assentivano.

Ma al De Michele certo, se prigione, di estremo supplizio, del no opinava. Esortava, si facesse disperatamente impeto, comunque sortisse l’evento. Aver essi udito da’ vecchi, diceva, essere stati i loro progenitori usi a morir combattendo, pria che cedere. In tempi non diversi a questa legge si assoggettassero, non morirebber almen da codardi. Né aver, essi fratelli tutti, a dolersi di tal morte, che li farebbe eterni in cielo e nell’altrui memoria. Ma niun era più che l’udisse, e parlar di gloria futura era stoltezza. Pria dunque di attender l’assalto, vedendo già disposti i terribili granatieri, le porte spalancavano.

Entravan i Francesi in Fiumefreddo cinque giorni dopo la caduta d’Amantea. Volontaria la sottomissione, concedeva Reynier salvala vita, eccetto al De Michele e venticinque altri capi. Fu costante opinione che i patrioti, per aver il De Michele vivo nelle mani, promettessero a’ resistenti l’impunità. Pratica strana, ma che fu generalmente divulgata e creduta. Ed in vero negli uni rotta era ogni fede dall’instante pericolo, e turpemente vender lo potevano. Negli altri ogni considerazion era vinta dall’ira di patite offese.

Il De Michele, vinto ed in quella d’essere spento, non chiedea mercé. Posta giù l’alterigia, cesse alla fortuna crudele e resse a’ martori senza fiatar sin alla morte. Perian gli altri, sputando in volto a’ loro carnefici. Ecco, esclamavan, i frutti della Francese fede: uccider uomini che vincer non sanno, vendicheranci i nostri fratelli ed il faccia Iddio. Tutti gli altri disarmati, venner lasciati liberi di tornar alle case.

Periva il De Michele con fama grave, odiosa, né alla stessa Corte gradita. Di onesta origine, di maggior ingegno, di animo fu più tenace ne’ propositi.

Aspirando a concetti più alti, il titol di Preside assunse, né fu smentito. Cagion d’orgoglio che stimolo fu a maggior ambizione. Consiglierò e strumento ad ostinata guerra, fu cagion di molte sciagure a’ nemici. Rompendo ogni nervo al governo novello, più franco risorgea quanto più fortuna il battea. Parteggiò sincero, ma non con temperanza, e la guerra cittadina con ogni maniera di crudeli atti esercitò. Il desiderio di vendetta gli corruppe spesso il giudizio. Ma se molte opere furon turpi, non poche eziandio furon oneste. Non fu peggior de’ suoi tempi, ed altri tempi, che i suoi non furon, l’avrebber fatto degno di lode.

XIV. Ma ritorniam al principal proposito della narrazione. Dietro il crudel fato del De Michele e la presa di Fiumefreddo, toccò la stessa sorte a Belmonte. Vedendo i sollevati venir loro addosso oste sì poderosa, non sapean risolversi. Taluni a resister si accingevano. Non che sperassero, ma perché non si dicesse di aver senza contrasto ceduto. Ma i più, sebbene stimasser un forte baloardo la terra, per la caduta d’Amantea e quella di Fiumefreddo, erano sgomentati. Onde molti uscian di Belmonte, avviandosi a’ luoghi più sicuri. La difesa perciò ne veniva ad esser indebolita. I rimasti, esitato alquanto e fatta breve resistenza, il pensier ne deponevano.

Mancò la difesa' in Belmonte, ma prima stragi e dolorose tragedie non eran mancate. Più volte, durante l’assedio di Amantea, si eran le bande levate a tumulto, alcune volendo accorrere, altre negando. I dispareri si eran poi concordati nello scagliarsi addosso agli aderenti a’ Francesi. E molti ch’erano, o si credeano, venner trascinati ed uccisi. Più spaventoso il caso de’ conjugi Rizzi, feriti prima di coltello e poi dannati a morir di stenti nel cimitero. Dove, vinto da pietà, penetrando un congiunto, rinvenne il marito colle braccia ad arco sulla testa poggiata alla parete. La moglie boccone su lui, colle mani coprendosi gli orecchi per acerbità di dolore e schermo a non udir i gemiti del consorte. E questa tragedia fu opera de’ fratelli Veltri. Tanto le ire civili posson cangiar gli uomini in belve!

La città venne da’ Francesi smurata, più che in pena, a previdenza dell’avvenire. Sei a settecento, tutta gente armigera, vennero prigioni. Taluni furon sostenuti in carcere, altri spediti al tribunal militare di Cosenza, i rei di atrocità, moschettati.

E non è da stupir della caduta di quelle terre. Eran i siti, contro le artiglierie, poco difendevoli; i capi eran inesperti, munizioni e vettovaglie mancavano. Ma il maggiore sgomento ne’ presidi nacque dalla caduta di Amantea e dalla inerzia degl’Inglesi. Così altri luoghi eran, pria d’esser assaliti, in fretta abbandonati. In Cariati si alteravan gli animi all’udir caduta Amantea. Un Cardone da Morano ne recava l’annunzio, e tutti se ne turbavano. Santoro non vi si tenne più sicuro e l’abbandonò. Gli altri vi rimaneano, ma confusi e perplessi.


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L5-CAPITOLO IV

Scorrerie nell’estrema Calabria, e nuovi assalti ed affronti sanguinosi — Ruine d’Africo e S. Luca — Assalto di Gimigliauo — 1 Francesi contro Cariati, Strangoli e S. Niccola dell'Alto—Devastamento del bosco di 8. Eufemia — La sollevazione, percossa nell’inverno ribolle colla primavera — La Corte di Palermo sdegnata degl’Inglesi — Vigile Reynier, avverte i Ministri di Napoli — Rampogne di Napoleone al fratello ed a Ministri — Questi fan provvedimenti in fretta ed invian a Reynier il fratello.

In questo tempo e durante l’assedio d’Amantea, altrove rabbiosi affronti accadevano.

Gli ordini lasciati da Reynier in Monteleone portavan che, mentre Peyri, Bertholet ed Ortigoni ivan da un lato, altre e men forti squadre altri luoghi assalissero. Correr dovean l’estrema Calabria, ma accennar verso il Jonio. I primi impedivan le bande di unirsi a soccorso di Amantea. Queste altre squadre doveano svegliar sospetti e contener il presidio di Reggio. Movean dunque, nel medesimo tempo che usciva Ortigoni, e crudelissimi accidenti, e morti ed eccidi di terre accadevano. I sollevati esacerbati e condotti a disperazione, gl’imperiali a sommo sdegno. E gli uni e gli altri immodestamente procedevano, infierivan, si vendicavano. Né men di loro i partigiani della causa Francese da per tutto imperversavano. Dopo un’aspra lotta, abbandonati da’ loro ed incalzati di rupe in rupe, quattro centurioni si arrendevano. I Francesi si disponean a condurli in Cosenza. Ma, vistili appena, i Calabresi ch’eran nel campo si davan a gridare: su, su agli uccisori de’ nostri congiunti. E scagliandosi co’ pugnali, cercando invano impedirlo i Francesi, di cento colpi li trafiggevano. Le tronche teste si portaron in trionfo aRossano. Poiché egli è pur da sapersi che predicavasi la clemenza, ma la vendetta chiamavasi giustizia, il mancar fede necessità.

II. Correan adunque, secondo gli ordini di Reynier, vittoriosamente i Francesi l'ultima Calabria. I sinistri incontri però non mancavano. Africo, borgo nascosto fra rupi, assalivano. Gli abitanti resistevano, ma mancando le forze, sull’alto si ritraevano. Allora le scene di Longobuco si rinnovavano. ché, visto il depredar ed il guastar che fean i Francesi, accesi di rabbia, nuovamente scendevano. E con sì gran virtù si scagliavan, che li volser in rotta. Fanti, armi, impedimenti, tutto fu in quel diluvio travolto. I Francesi ebber gran pena a liberarsi.

In S. Luca s’incontravan pure in disperata resistenza. Ma superavanla ed aspramente sen vendicavano. Tra le atrocità commesse, contar si dee la tragica fine d’un Saverio Callipari, sacerdote in concetto di somma pietà. Ridotto si era nella chiesa, vanamente persuaso che il rispetto del luogo valesse. Genuflesso invocava ajuti dal cielo alle patrie sciagure. Un brutale soldato, presolo pe’ capelli, a piè dell’altare l’uccise. Cadde però sul corpo dell’infelice vegliardo trafitto. Poi su que’ cadaveri, nel recinto del santuario, disperatamento si lottò. Nò le cose e le persone sacre state eran meglio in albi luoghi rispettate. E sì che i Francesi, esser venuti a mantener vive le leggi e la, religione, protestavano. Erano spaventose enormezze, che i più moderati dicean non potersi impedire.

Caddero pure i Francesi in talune imboscate tese dagli abitanti di Casalnuovo e dagli Africoti. La fierezza era punita dalla ferocia. Que’ montanari fermi così nella sollevazione perseveravano. A sostenerli si aggiravan poche ceutinaja di sollevati. Inviato avea Nunziante a governarli un Veneti, colonnello del presidio di Reggio. Ma i Francesi troppo di forze prevalevano ed il Veneti dovea mèglio spiarne le mosse, che combatterli. Che quelle mosse coprisser disegni contro Reggio si sospettava.

III. Il Reynier intanto non posava. Padrone di Amantea, Belmonte e Fiumefreddo, distrutti vedeva i ripari sul Tirreno. Morto era il De Michele ed altri per soverchianze ed operosità notevoli, né da quel lato aveva altra apprensione. Si voltò dunque a pigliar, collo spavento fresco ed al calor de’ prosperi successi, altre terre resistenti. E prima volle assalita Gimigliano. Avviava innanzi a quella volta il Goguet col 52°. degli stanziali. Seguian poi altri battaglioni, e tutti ponea sotto il comando del Camus, generale allor giunto da Napoli.

Ricca terra era Gimigliano, posta sopra un colle e circondata dal Corace e dal Milito. Le terre sottoposte da ciò feracissime. A que’ dì a circa quattromila gli abitanti, ma fieri ed armigeri. Centro perciò quella terra a tutti i sollevati de’ dintorni. Reggea le cose tal che, di umilissimi natali, re di Gimigliano chiamavano. Era uom forte, sagace e di terribil natura. Non soverchiatore, ma dominante, e perciò era in tutti cieca obbedienza. Avuto sospetto, o avviso della mossa de’ Francesi, tutto disponea per ributtarli. Rompea la strada, l’una casa coll’altra con palizzate asserragliava. Giungean gli assalitori, ed egli opponea resistenza ostinata e di più giorni. Ma vista inutil ornai la difesa, ' pensò a vuotar la terra. Tutti man mano, ultimo lui, ne’ monti si ritraevano. Si levavan colla notte, soffiando vento gagliardissimo e le prime scolte opprimeano. Narraron, ma credibil non è, che avesser notizia della parola del campo Francese. Cosà dalla terra sgombravano, ed i Francesi non n’ebber sospetto. A chiaro dì se n’accorser dagli uccisi e dal veder i sollevati su’ monti. Entraron nella terra, era il 24 Febbrajo, e dopo averla saccheggiata, l’ardevano.

IV. Volendo distruggere i nidi de’ sollevati sul Jonio, pensato avea Reynier ad assalir nel tempo stesso Cariati. Inviava innanzi da Monteleone i fanti leggieri per la via di Catanzaro. Raggiungeali ci stesso per altra via. Era Cariati terra assai triste all'aspetto e cinta da vecchie muraglie. Poco discosta e poco elevandosi dal mare; attorno alle mura gli oliveti, la strada imita e sabbiosa, a mezzo il cammino scorre il Trionfo. In quel tempo a poche migliaja gli abitanti.

Riconosciuto il luogo e provveduto il bisogno, esortava Reynier i soldati. Snidasser da quell’ultimo covo nemici che né pace, né battaglia voleano. Ed i soldati eran pronti, ché pensavan con gloria e con preda il farebbero. Si aspettavau però a valida difesa, ché il Santoro ed il Francatrippa vi si credean rinchiusi. Ma non vedendo far alcun moto da que’ di dentro, immaginò presto Reynier quel che fosse. Avviò a tutta corsa i soldati, i quali, penetrati nella terra, da trovaron deserta. I sollevati, caduta Amantea, si eran creduti inabili alle difese. I capi pe’ primi abbandonavan Cariati, man mano gli altri; molti abitanti per non sottostar ad insolenze soldatesche. I vecchi, le donne e gl’infermi, e del minuto popol, rimaneano. Reynier vi lasciava un presidio, e correa contro Strongoli e S. Nicola dell’Alto. La prima terra avea già provata l’ira Francese, l'altra si arrischiava a provocarla. Francatrippa nella prima e Santoro nella seconda a sostener l’urto si disponeano. Ma la resistenza fu breve, se non senza sangue. Però i Francesi impedir non potean che i capi in Sicilia riparassero, donde non molto di poi e più acerbi nemici ritornarono.

V. Dava Reynier coà fine a questi assedi singolari per pertinacia di difensori. Ora voltava l’animo a toglier altro nido a’ sollevati. Comandava dunque che i possidenti di Nicastro e paesi finitimi, a proprie spese, dieci lavoratori per ciascuno fornissero. Muover tutti ad un tempo e co’ necessari ordegni doveano. Raggiunto nel dì e luogo assegnato dalle potestà e cittadini principali, accigliato e severo si mostrò. Rimproverò loro: il poco affetto a’ Francesi che per loro combatteano, l’indifferenza, se non l’inclinaziou, verso i sollevati, dispregevol gentame, e le vane speranze del ritorno de’ Borboni. Trepidanti e cogli sguardi atterrati l’ascoltavano, già quasi di gastigo tremavano. Onde si tenner per salvi e fortunati, quando non altro impose che il bosco di S. Eufemia atterrassero.

Come però sospettava che in quel covo fosser coll’Alice, col Palladino ed altri centurioni, moltissimi gli armati, crasi premunito. Avea comandato che da Nicastro e Monteleone due forti schiere partissero, ed il bosco stringessero. Camus che dovea governarle, mosse con esse a’ primi di Aprile. Giunti però tutti e da diversi punti sul luogo, niuno rinvennero. I sollevati, avutone avviso a tempo e non essendo forti da potersi misurare, si eran di notte condotti in salvo. Onde Camus, lasciato i lavoratori a sboscare, tornavasi in Nicastro. Buona parte de’ Francesi prendea stanza in Maida, per esser vicini in caso di pericolo. Reynier crasi già condotto in Monteleone, donde volgea l'occhio a cerchio per veder se e dove nemici sorgessero.

Parevàgli, ed era, che la sollevazione da per ogni dove declinasse. In poco più che fa due mesi d’inveruo, le cose eran precipitate. Le terre munite eran prese, le aperte o resistenti, devastate. Molti capi eran morti, altri fuggiti, i centurioni più audaci o dispersi o prigioni. Il calor dell’anno precedente era andato per gradi scemando, ma la guerra non si era senza vicende combattuta. Ora, durante il verno, vinto avean i Francesi, ma in taluni luoghi erano stati vinti. Lo perdite erano state lacrimevoli, ma più da parto de’ sollevati che senza arte, senza disegni e senza mezzi combatteano. Fra’ monti le armi eran uguali, ne’ luoghi piani disugualissime. Di quella guerra, al calar dell’anno, non che sì vedesse il fine, pareva allora acceso l’incendio. Ora, in due mesi, per tanti e successivi disastri de'  sollevati, parea depressa.

Le cose però, come dal principio, stavan tuttora allo stesso modo divise. Da un lato, colla nuova stagione, era l'ostinatezza, la rabbia, i soccorsi del mare, i luoghi erti e dirupati. Stavan dall’altro il nome ed il vigor del governo, la disciplina de’ soldati, la ricchezza e l’influenza delle città. E questa parte già sì prostrata nell’anno innanzi, ora su quella avea prevaluto.

Con ciò Reynier credeva aver eziandio rotti i disegni della Sicilia. Però ne stava sempre in apprensione. ché, essendo avversi i popoli, niun indizio certo e niuna notizia che vera fosse, gli pervenia. Nulla d’armamenti Inglesi o Napolitani trapelava.

VII. Ma già venuta la primavera sordi e vaghi mormori sorgevano. Sussurravasi occultamente nelle città di apparecchi già fatti, di vicina spedizione. Né avean perciò i Francesi miglior sentore di ciò che fosse. Insorgeva nelle città il solito travaglio che le grandi crisi pronunzia. Un timor incerto ed un vigilar severo da un lato; dall’altro un mal nascosto giubilo ed un guardar più ardito. Si vedean in aria nuove sciagure, e subito le cose cominciavan nuovamente a difficoltarsi.

I partigiani de’ Francesi tenean come certo un vicino sbarco, ma se d’Inglesi o Napolitani dir non sapeano. Grandissime diceano in quel tempo le forze di Francia. La gloria acquistata dall’Imperator nella guerra avergli partorito in Europa autorità che non vi era memoria di aver niun altro Re avuta giammai. Da’ suoi cenni potersi dire che il mondo dipendease. Inchinati alle armi e vittoriosi in tante guerre i Francesi, onde Napoleone avrebbe trovato ne’ suoi stati tutte quelle disposizioni a muoverli che avesse desiderato. Invadesser pure le Calabrie gl’inglesi, diceano, presto nuove legioni dall’Alta Italia scendendo, gli gitterebber nel mare. Ma questi discorsi facean aperto più vanto ed alterigia che vera confidenza.

Gli avversi sogghignavano e di disastri Francesi in Germania novellavano. L’Europa vicina nuovamente a collegarsi, il reame bollente d'ira, se come nell’anno precedente insorgesse, i soccorsi non mai o tardi arriverebbero. Gli uni e gli altri poi pensavan alle vendette, e ad esercitarle secondo fortuna. E già cogli sguardi insolenti si sfidavano.

VIII. La Corte in Palermo era convinta intanto che da guerra disordinata non trarrebbe alcun frutto. Le tumultuarie imprese de’ sollevati esser non dovean più che ausilio. Sdegnavasi sempre più della noncuranza Brittannica al veder i Francesi metter barbe nel regno. Alla loro inerzia, e non a torto, attribuiva la caduta di Amantea e di altri luoghi posti sul mare. Vedea che a’ que’ di gl’Inglesi avessero volto l’animo invece a lontane spedizioni. Cosi tolti avean di Messina non pochi soldati per trasportarli in Egitto. Alcun sussidio non aveva ancor da loro conseguito e la difesa di Gaeta e le fazioni di Calabria eran alla Corte costato enormi dispendi. Le quali cose colla Corte tutti con dispetto notavano, temendo che col tempo si toglierebbe ogni speranza al riacquisto del reame.

Risoluta era dunque la Corte a tentar e con tutti i suoi nervi l’impresa, onde sì enorme danno non succedesse. Apprcstavasi la discesa de’ regolari in Calabria, mentre da' Francesi in Polonia si combatteva. Ma era sempre meglio la volontà che il potere. Gli apparecchi, per le strettezze dell’erario, ora si spingeano, ed or si rallentavano. Corrotte erano state così le migliori occasioni, e non avea potuto la spedizion partire quando la solle vazion bolliva ed Amantea resisteva. Oramai gli apparecchi dir si poteano compiuti, uscita la primavera, il mare fatto sicuro. Propizio tuttora il tempo, però che a’ sollevati non era caduto del tutto l’animo, e colla stagione fatta abilità di tener la campagna. Speravasi che, dietro una prima e buona prova, il governo Inglese si scuoterebbe. Confidavasi di poterlo tirar allora facilmente, divertite le forze di Francia, cui l’Inghilterra e per ogni via abbassar procurava. Il Re, per la quieta sua natura, lasciava queste ardenti pratiche alla Regina. E già suonava da per tutto, imprudenza fosse o malizia, il nome del Principe Philipstadt, e già gli animi stavan sospesi in aspettazion di qualche novità.

IX. Il Reynier, che non restava dal considerar quanto intorno a sé avveniva, ogni dì più insospettiva. Notava quel moto vago ed incerto, quell’agitarsi senza causa che una levata d’insegne precedono. Avvisava perciò i generali, mandava, corrieri con diligenza, acuta vigilanza raccomandava. Le più lievi cose e nel l'apparenza indifferenti gli riferissero, gli animi osser agitati, bollir le acque nel fondo, dal vederlo quiete alla superficie non s’ingannassero. A’ Ministri in Napoli scrivea: un qualche ignoto fatto esser per accadere, vedere i segni di una vicina bufera, ed esser chiaro che dalla Sicilia procederebbe. Starebbe tutto occhi e vigilerebbe, ma maggiori ajnti a resister gli fornissero.

All’inaspettato annunzio, i ministri si commossero. Riputato avean impossibil cosa che i Napolitani si riavessero. Sconfitte, perdite di armi e munizioni gli avean già postrati. Sopra ogni cosa consideravan la perdita della riputazione, nelle cose di guerra più delle armi nocevole. Sofferto avean poi que’ Ministri aspri rabbuffi dall’Imperatore, perché due province e quasi inermi a’ soldati Francesi resistessero. A’ que’ soldati, cui l’Eupora con terror s’inchinava, pochi villanzoni di far fronte osassero. Ed essi, reggitori del nuovo governo, il consentivano? Ora all’annunzio del Reynier, se non di spaventa, di stupore si riempivano. I tempi poi non eran né chiari, né tranquilli. Non fermata la pace colla Russia, non sperabil coll’Inghilterra, l’interna non sicura ed i soccorsi lontani. Tosto dunque al Reynier chiedean particolareggiato ragguaglio intorno alle condizioni delle Calabrie. Distendealo il colonnello degl’ingegneri Costanzo, nell’intelletto del quale il Reynier pienamente confidava. La relazione al cader di Aprile partiva e quel che sperare o temer si dovesse faceva aperto. Ed agginngea che gl’Inglesi stessi parea che ormai si svegliassero. E ciò il Costanzo notava, perché tra Messina e Milazzo era continuo moto d’armi e di navi. Uffiziali Inglesi e Napolitani a mo’ di fratelli viveano, quasi ad impresa comune si accingessero. Ed accadde che a banchetto, dato dagl'inglesi in onor della loro Regina, tutti i Napolitani invitassero. Eccetto il Cancellieri, che della passata condotta biasimavano. A mensa festeggiavan i Reali d’Inghilterra e quelli di Napoli, e prospera fortuna alle armi loro collegate auguravano.

X. A questa ebbrezza facea riscontro la contentezza de’ Francesi nelle Calabrie. Prospere notizie circolavan fra loro della guerra di Polonia, e del risorgimento stesso di quel regno. Una spedizione Inglese o Napolitana, non che temessero, si auguravano. Stanchi di guerra di partigiani, di misurarsi in regolari battaglie bramavano. Ardean di vendicar l’onta di S. Eufemia. E per loro natural facilità, parea che suono più grato di quel di una invasione udir non potessero.

Ma il Reynier, fatto ormai quasi certo della spedizione, ondeggiava non sapendo in qual punto approderebbe. Maturate il meglio che potea le cose, giudicò, e sanamente, di nulla innovar ne’ suoi alloggiamenti. Le sole genti qua e là sparse in coorti, in Monteleone contrasse. Lo stesso fea praticar nell’altra provincia, dove, il paese nimichevole essendo, le genti eran disseminate a contenerlo. Tutte ormai, cogli ammalati, in Cosenza si raccoglievano. Presidiata era Catanzaro, in Nicastro era piccola schiera, buon presidio in Amantea, piazza d’armi Monteleone. Mandava Reynier a’ capi di star vigili e pronti ad accorrere al primo cenno. Instava poi sempre appresso il governo per nuovi ajuti.

I Ministri, scossi da un vicino ed ignoto pericolo, avean pensato dapprima di far due accampamenti in Eboli ed in Cosenza. Guardar volean le Calabrie, ma non men le altre province. Meglio poi riflettendo, rigettavan tal partito. Stabilivan che al primo rumore i soldati di Salerno, saliti sopra leggiere navi, ove fosse bisogno si recassero.

XI. Inviavan intanto al Reynier, come accennammo, il fratello Lodovico, uomo alle circostanze molto adatto. Di buon intelletto era e la natural vigoria d’animo rinforzava di scelti e profondi studi. Mandavanlo i Ministri sott’ombra di ordinar e governar le cose dell’amminÌ8trazion militare. In fatti perché col fratello s’intendesse, e contro la nuova invasion entrambi provvedessero. Per tema di nuova sollevazione dunque, più che in grazia delle querele del fratello, venia Commissario generale. Temeasi forte in Napoli che il popol, tenuto in briglia nel reame, non tornasse ad insorgere. Ben generale parea la freddezza a riprender le armi, ma il popol non era di tal tempra che pazientemente la signoria sopportasse. Le enormezze de’ sollevati lo sgomentavano, le forze soverchianti de’ Francesi il contenevano. Pure in molti già speranza e desideri di cose nuove si suscitavan ed apparivano. Né uom tale era il Saliceti che queste cose non vedesse, spiando da per tutto; e se non sgomentato, n’era pur impensierito. E tenea pur dietro ad alcune trame e talune ei stesso suscitava, a sicurezza del presente, ed a severità per l’avvenire.

XII. S’incontravan i due fratelli sulla strada che da Nicastro mena a Monteleone. Lungamente sulle condizioni presenti delle due province s’intertenevano. Frutti di quel colloquio furon taluni bandi che indi a poco vennero pubblicati. Uno toccava i sollevati, a’ quali si promettea perdono se, poste giù le anni, si presentassero. All’editto però tenne dietro l'imprigionamento de’ congiunti di chi restava colle armi in mano. Onde taluni, o confidenti di non esser molestati, o ad impedir molestie a’ congiunti, cedevano. Ma di riprender le armi, al primo favorevol accidente, si proponevano. Seguimi poi i soliti editti sulle anni e sulle riunioni e corrispondenze sospette.

Veniva poi a secondar i fratelli un Lafond de Blaniac, generale nelle grazie del Giuseppe. Ajuti, ma scarsi, conduceva ed alcuna provvision di danari, messi insieme nel miglior modo. Recava però risposte molto calde de’ Ministri che molto prometteano. E più volte ei si condusse a’ confini delle terre Calabresi. Tutte le provvisioni si faceano poi con ardore, come è stile de’ Francesi; ora però era un’operosità per essi stessi non vista mai. Così tutti contro la vicina invasione si apparecchiavano. I Francesi per desiderio di giuste battaglie l’aspettavano, i loro aderenti pel trionfo finale di loro parte, i Borboniani per poter risorgere. Non mai era stata tanta l’aspettazione. Grande era la trepiditi delle menti, ma più in quelli che si eran pubblicamente scoverti. Segnatamente que’ che avean pubblici uffizi accettato, perché in odio de’ popolani si sapeano. Gli uomini sennati soltanto deploravan che nuove tragedie si apprestassero.

Trascorse un mese in questa general sospensione d’animi. Le bande sole, come a’ di della spedizione di S. Eufemia, ad inondar le campagne l’arrivo ed un successo delle armi reali aspettavano.

LIBRO SESTO

L6-CAPITOLO I

Partenza della spedizione Napolitana — Disegni di guerra e fluttua «ioni del Philipstadt — Battaglia di Mileto ed inutil valore de’ Napolitani — Ritirata miserabile de’ regi e disastri de’ sollevati — Sorpresa di Reggio e disperata difesa de Napolitani.

Allestito era intanto l’armamento in Sicilia, e la flotta pronta a levar le ancore. Il Principe Philipstadt, salito a grande stima e riputazione, stato era tratto al comando. Come di gran valore, cosà capitano di gran senno era creduto. Imbarcate le genti, liscia felicemente dal porto di Palermo il di dell’Ascensione, avviandosi alla volta dello stretto. Afferrava a’ primi di Maggio l’estremità delle Calabrie a Reggio, con tre mila e poco più di fanti. Raggiungerlo doveano i cavalli che per terra a Messina si conducevano. I quali si stimavan necessari all’esercizio della guerra in quella provincia agile e piana. In Reggio a lui si univa il Nunziante co’ Sanniti, gente veterana e fiorita.

Queste eran le armi stabili. Si aggiungean. poi i fuorusciti a far concorrenza cogli stanziali. A tal uopo conducea seco il Philipstadt Mirabelli, sperimentato già per senno e valore. Giuugean da Messina e dalla Cattolica Gualtieri, il Palladino, il Padre Rosa, ed altri avventati e tra’  primi. Ma un uomo come il Genialitz più non v era. Seguian altri, ma atti più a devastare che a vincere. Altri fuorusciti metter doveau piè a terra presso Gioja a sollevar i dintorni. Guidavanli il Cancellieri ed il Carbone su’ quali, non per l’ardire, ma per le aderenze si sperava. La corvetta l'Aurora ed alcune fuste scorrer dovean le marine da Tropea ad Amantea, ed eccitai alla sollevazione. Sulle opposte marine con altre fuste andavan il Santoro ed un Garguglio, non men rotta e feroce natura. A loro eran seguaci molti e determinati. Altri moti alle spalle de’ Francesi si dispoueano. Per le anni regolari era il generale Bourcard, svizzero, che sbarcar dovea nel golfo di Policastro. Per le irregolari, il Principe di Canosa dovea. da Ventotene sbarcar sulla spiaggia di Sperlonga. Col nome e colle forze tutto dovea commover e render a’ nemici pericoloso. Ma se buoni eran i disegni, eran le forze e gli apparati insufficienti.

Proponeasi il Philipstadt d’insignorirsi di Monteleone. Avuta la quale, sperava la provincia verrebbe subito all'ubbidienza del Re. Con Reggio, Scilla ed il mare avea l’abbondanza, arridendo fortuna; sicura ritirata, in un caso sinistro. Gran fondamento facea sugli ajuti de’ popoli. E potea, ché molti eran tuttora in piè, in altri era fresca l’ubbidienza, e tutti affezionati al nome del Re. Tutti gli sbarchi eran seguiti senza difficoltà, forze non avendo i Francesi a vietarli. Manipoli di fuorusciti già avean attraversato le lince Imperiali, tutto era andato a seconda.

II. Ma oltre la debolezza delle forze, corromper dovean l'occasione le esitazioni e gl’indugi del capitano. Invece di adoperar le armi, andava lentamente indagando le mosse del nemico. Alcuni e ragionevolmente nel biasimavano, altri il sollecitavano. Ma, natura soverchiamente tedesca, orecchio non prestava. Opponeva dapprima aspettar la cavalleria, poscia l’avviso del seguito sbarco a Gioja. E sì andava indugiando, e l’induggiar di grave pregiudizio riusciva. Finalmente, dopo più dì, e più non potendo, si decise a far impeto.

Il Nunziante, uso a que’ luoghi e quella guerra, proponeva: sollecitar altri sbarchi a divertir l’attenzion del nemico, dividerne le forze e stremarle. Movessesi intanto per Serra, Mongiana e Squillace; base di operazione il Piano della Corona, Aspromonte e Reggio; ma non ottenne miglior ascolto.

Cominciava il Philipstadt dallo spinger innanzi talune partite di fanti e cavalli. Seguivan gli altri e lentamente, partiti in tre schiere. Levatesi quasi appena da Reggio le prime genti e dopo alcune ore di facil cammino, le avvisaglie incominciavano. Urtantisi e riurtantisi procedeano. I Francesi non a resister, ad osservar soltanto si aggiravano. Fatto lieve contrasto, si ritraevano. Si preparavan così a vicino inevitabile scontro.

Né con minor lentezza la flottiglia procedea. Spinta che si fosse a S. Eufemia, richiamato avrebbe i Francesi a guardia del Udo. Ma il Cancellieri corse fin ad Amantea e sbarcava talune centinaja di fuorusciti. Trovata opposizione, le rimbarcò e tornò a correr lungo lo spiagge. Aspettava qualche onorata fazione da quel debole esercito, al quale doveva inveco spianar le vie. Trista cecità delle Corti di adoperar taluni uomini, sol per averli altro volte adoperati. Restava così inoperoso, pago a gittar sulle spiagge i manifesti del Philipstadt. I quali sollecitavan ed eccitavan i Calabresi a levarsi in piè contro gli stranieri. Propizia esser l’occasione, dicevan, ripigliasser lo armi contro nemici che scannavan nella pace, nella guerra bruciavan e devastavano. Non aver servito mai i Calabresi, scuotessero il giogo, facessero strada all’esule sovrano. Quanto più degna esser la loro impresa, più no sarebbe la vittoria gloriosa, ma tristo e dannoso il rimanersi tranquilli, e più che combattenti, spettatori.

III. E molti accorrevano, ma di que’ che non avean cessato di tener le armi impugnate. I quali dar non si eran voluto alcun riposo, purché i Francesi non l’avessero. Eran gli altri impazienti, ma più che di eccitazioni e di manifesti, uopo avean di veder qualcho successo. I più ed i più amatori della causa reale se ne stavan quieti. Gl'incendi e le ruine dell’anno innanzi eran poco acconci allettativi. Né i nuovi fatti incoraggiavano. Già le enormezze de’ sollevati sgomentavano, né parea che fosser cangiati. Il Carbone, separatosi dal Cancellieri, avviato si era per la valle di S. Bruno. Lungo il cammino, i suoi procedean anzi da malandrini che da soldati. Sicché molti tcmcan d’esscr sopraffatti da quella subita piena. Taluni altri che pur avrebber desiderato far qualche prova, andar non putean a congiungersi, troncate da’ Francesi le vie.

Tutto dunque era sospeso e dalla sola fortuna delle armi dipendeva.

I Napolitani intanto progredian, ma lentamente verso Mileto. Succede van dal primo sboccar dal Piano della Corona frequenti e più grossi scontri e con incredibil accanimento. Abbè, venuto ornai generale, sostenea l’urto col 23. de’ fonti leggieri. Ma piegava sempre e da Seminara al di qua di Mileto. Temendo gli sbarcati a Gioja, s’iva avvicinando a Monteleone. Il generale Napolitano occupava man mano i luoghi che da lui venian abbandonati. I patrioti temendo de’ fuorusciti, i Borboniani temendo de’ Francesi se vincessero, gli spaventati de’ furori della guerra, tutti fuggivano. Ere un’acerbità di fortuna, onde molti della stessa Monteleone, colle cose di maggior pregio, cercavano scampo. Sgombrava Abbé, sostenendo sempre assalti da’ soldati veliti Napolitani, che già si lasciavan veder non lungi da Monteleone.

Il Philipstadt faceva allora intimar al Reynier: sgombrasse la città, concederebbe a’ Francesi libero imbarco e transporto in Tolone. Incredibile e pur vero, che sì insolente proposta si facesse a vecchio soldato ed a nemici valorosi ed intatti. Reynier che avea meritato considerazione di prudente capitano, tocco sul vivo, rispondea: abborrir dal sangue, consentirebbe perciò al Principe libero il tornar in Reggio e di là in Sicilia.

IV. Sapeva Reynier di poter felicemente e volea combattere. Tenuto avea sempre l’occhio fisso sulla Sicilia ed avuto lingua del prossimo sbarco. Saputolo avvenuto, nel momento che da Cosenza recavasi ad Amantea, ne dava avviso in Napoli, e correa difilato a Monteleone. Quivi, giudicando la cosa di quell'importanza che era, si apparecchiava ad opporsi colle armi. Temendo di sbarchi e sollevazioni alle spalle, pensò dapprima di tirarsi più indietro. Inviato avea già lo stato maggiore, gli ammalati e le bagaglio del 29.° stanziale a Nicastro. E già nasce nella città lutto e confusione, dall’immagin del pericolo ingranditi. Già non pensavasi dagli agiati che a porsi in salvo. Ma Reynier, calcolato le lentezze del nemico, le difficoltà de’ luoghi e l’audacia de’ sollevati, sen tolse dal pensiero. Il ricordo di S. Eufemia il travagliava.

Deciso ad uscir incontro al nemico, inviava solleciti ordini, perché le sparse schiere il raggiungessero. Riuniva cosi una buona legione di seimila soldati. Veniva eziandio buona mano di guardie provinciali a custodia della città. E nel pensiero di uscir alla campagna e di venir a giornata più si accendea, perché gli giungean gli avvisi che già i soldati d’Eboli accorrevano. Le esitazioni del Reynier accusavan le lentezze del Philipstadt, che percuoterlo avrebbe potuto pria che le forze avesse raccolto.

Più potenti ragioni or aveva il Reynier a tentar quella fortuna che con danno a S. Eufemia avea tentato. Monteleone non avrebbe potuto resistere, e la caduta di quella città riuscita sarebbe al dominio Francese gravissima. Ora superiori in numero i Francesi, e se assaliti, perduto avrebber la natural energia. Eran a S. Eufemia gl’Inglesi bloccati, libero ora il Philipstadt nelle sue mosse; l’indugio avrebbe quell’esterrniuato, questo Ora ajutato colla sollevazione. Né sfuggiva al Reynier che le sue genti eran valentissime, capitanate da uffiziali di mirabil perizia. I soldati Napolitani, levati con gran diligenza, ma non tutti rotti a militari fazioni. Pensava poi d’incontrar nel Principe l’animo sì, non la pratica di guerra. La vittoria poi spenta avrebbe ogni sollevazione e posto in sue mani pacificate le Calabrie. Considerate queste cose, si decise a combatter il nemico pria che più s’inoltrasse.

V. Le stesse ragioni che spingean il Francese a romper gl’indugi, avvertir dovean ora il Napolitano a temporeggiare. Considerar doveva quanto avrebbe potuto colla prontezza dapprima, e quanto coll’indugiar ora potrebbe. Prima colla celerità opprimer poteva un nemico disgregato; ora venir doveva a giornata con nemico di numero prevalente. Bramava il Francese di combattere, perché la condizion de’ suoi già grave divenia: schivar lo doveva il Napolitano per non commetter tante speranze all’arbitrio della fortuna. Vincer avrebbe potuto coll'arte del campeggiale. L’osteggiar alla larga avrebbe lasciato il nemico sempre nello stesso pericolo. Una sconfitta a’ Francesi poco peggiori effetti d’una ritirata avrebbe partorito; a lui una ritirata tutti quelli d’una sconfitta. I Francesi avean sostegni vicini, ajuti che accorrevano; e’ non avea dietro di sé altra armi o soldati.

Ma il Philipstadt, inebbriato da stolta sicurezza, giocondamente trattenevasi in Mileto. Sprezzava gli avvisi di coloro che l’avvertivano, non curante mostrava d’un nemico svegliatissimo. Nunziante più avveduto, ora, cangiato consiglio, di non più inoltrarsi lo scongiurava. A lui l’animo non era più tranquillo, sin dall’entrata in Seminara. Aver già la più bella parte della provincia nelle mani, diceva, tra Palmi e Seminara si stabilisse. Da que’ luoghi terrebbe in briglia il paese, riscuoterebbe le imposte, le vettovaglie per le sue genti, avrebbe comodi di ricetti, copia di spie, di aderenze, di pratiche, onde svegliar vasta sollevazione.

Ma vergognoso ora al Philipstadt il trarsi indietro pareva. Venuto in chiaro della riunion delle forze Francesi, onde presto l’assalirebbero, ondeggiava. E Nunziante a por nuovo partito: si levasser colla notte, e corresser sopra Catanzaro. Sulle marine gli ajuti del sottile naviglio troverebbero. Allontanati che fosser di lungo tratto, i cavalli, tenuto a bada il nemico, li raggiungerebber correndo. I Francesi non potrebbero tener loro dietro che a dì chiaro, ed i paesi insorti troverebbero. Avrebber essi le opportunità marittime, i Francesi le difficoltà della sollevazione. Giunto sarebbe intanto il Bourcard nel golfo di Policastro e fatta più pericolosa la condizion de’ Francesi. In caso avverso, piegherebbero verso Cotrone. Pareva il Philipstadt vinto da quelle ragioni e più dall’incertezza dol pericolo. E già incominciava a far i preparativi e a dar gli ordini opportuni; ma venne da’ Francesi colto nelle sue fluttuazioni. 11 cimento adunque era, non che inevitabile, vicino.

VI. Avvertiva i suoi Reynier con ordin, che chiaman diario: li condurrebbe incontro al nemico; le armi dunque apparecchiassero. E qui nascean grandi allegrezze ed uno stringer di mani fra’ soldati, con promessa di menarle lestamente. Natura niun popol diseredò di coraggio e tutti pugnar posson con valore. I Francesi soli vanno a pugnar allegri e combatton celiando. Prendean dunque le armi al cader del 27 Maggio e levatisi di Monteleone, furon coll’alba innanzi Mileto.

Mileto, sede de’ Normanni e culla di Ruggiero, siede nel piano e poco discosta dall’antica edificata da’ Milesii. Sulle mine dell’antica era postato il campo Napolitano. L’infanteria composta de'  cacciatori Appuli e cacciatori Philipstadt stava, con buon accorgimento, dietro un fossato. I granatieri co’ Sanniti e colla cavalleria in seconda linea. Numerose bande di fuorusciti sulle ale, l’artiglieria attestata da nettar le diverse uscite della città. In questa un antiguardo ch'era presidio.

Squadrata bene la positura de’ nemici, il capitano Imperiale, a levata di sole, deliberassi ad assalire. Abbé, a capo dell’antiguardo, formava le sue colonne. Una passava alla dritta di Mileto in dove eran entrati i primi feritori; alla sinistra una seconda che sboccar dovea dalla città. Reggea la prima il comandante Langeron, l’altra il comandante Laborie; seguiva Abbé con forte schiera a sostenerle. La Cavalleria cogli stanziali in seconda linea; Camus in riserva, pronto alle riscosse. Tutti, uffiziali e soldati, ardentissimi.

Gli uomini si rizzan in piè volentieri ad osservar i casi di guerra, ed ora i vecchi, gl’infermi, i fanciulli soli nelle case rimaneano. Tutti gli altri si gittavan fuori per veder l’animosa battaglia. Questi montò sul campanile, quello sulle torri, i tetti sopraccaricati di gente. Tutti perplessi ed ansiosi se a’ Francesi od al sovrano antico sarebber per ubbidire. 11 tempo bellissimo, l’aria serena e chiara a contemplar la tragedia che si apprestava.

VII. Si veniva al cimento. Abbè assaliva l’antiguardo Napolitano; Santier, colonello, che il comandava, faceva aspro contrasto. Ma, ferito di due colpi, cedea, combattendo, ed uscia dalla città. I Francesi prestamente a cacciarsi innanzi e le colonne riformavano. La prima a sboccar di Mileto si precipitò co’ fucili scarichi, confidandosi nell’opra delle bajonette. Una micidiale grandine di scaglie dell’artiglieria Napolitana l’arrestò. Esitano i Francesi, già sboccati, non giungon ad ordinarsi. Si precipitano allora i cavalli Napolitani, il prode De Luca li guida, e tutto rovescian e disperdono. Questa prima schiera del 20. di ordinanza è disordinata, e quasi tutta, col Laborie, prigioniera. L’altra riuscir non poteva a venirsi a schierar sul campo, già quasi dà in volta. Spronava allora Abbè verso il Langeron, sgridando uffiziali e soldati. Pera chi fugge, gridava; valer meglio morir per le ferite nel petto. Mostrando così quanto valga in tali momenti l’intrepidezza d’un sol uomo, li riordina, li rincuora e riesce a superar lo sbocco. La cavalleria Napolitana andava ad urtarli, ma venia ributtata. Retrocedendo, scompigliava le ordinanze della prima linea.

Qui divenia furiosa la battaglia. Il Principe, imperturbato, comandava un passaggio di linea. Sottentravan allora granatieri e Sanniti, ed era un combatter disperato. I Francesi entravan man mano nel campo, prestamente si spiegavano ed assalivano. Il sole già alzato negli occhi a Napolitani, di natura insofferenti, dardeggiava. Il vento cacciava verso loro il fumo, né lasciava distinguer i nemici. I Francesi dal loro canto, vinti già dal calore, e stupiti della resistenza. Tre volte si avventavano venir volendo a battaglia più manesca; tre volte retrocedeano. Tornati vani gli assalti, già disperavano.

VIII. Ma Reynier, visto l’ardenza Francese non superar la fermezza Napolitana, faceva avanzar e schierar le riserve. Il Generale Camus, venia correndo, prendeva le ordinanze e distendea la sua linea. I cavalli Francesi si attestavano. Tutti ad un tempo si morsero ad assalire. Abbè che faceva il debito di soldato combattendo e di capitano riordinando, messosi innanzi a tutti, si avventava. Camus assaliva il fianco sinistro de’ Napolitani. La cavalleria Napolitani si scagliò due volte ad urtarli; nella seconda, caduto morto il De Luca, fu respinta e scompigliata. I Francesi si stringevano, e si avanzavano. I Napolitani accanto alla prima linea spingean la seconda, e di tendean la loro fronte. Ma al fiero urto i Cacciatori Philipstadt pe’ primi si sgomentavano, i cacciatori Apouli, al non contrastabil impeto, cominciavano a sgominarsi. Già balenavan, ma si traevano indietro facendo festa. I granatieri, vedendo scoverto il loro fianco, retrocedeano. Restavan soltanto i Sanniti che validamente si difendeano. Ma i Francesi, superata ormai la sinistra, instavan con nuovi rincalzi. Pure i Sanniti, posti in sì grave rischio, continuavan a menar le mani. Nunziante, caduto morto il cavallo e sorto in piè, agitava in alto il cappello ad animarli. Il Principe riordinar la cavalleria voleva per sostenerli. Ma già i cacciatori Appuli, e poi i cacciatori Philipstadt si sgominavan e poi davan in volta. I primi arrestar non poteau il passo, ché i secondi, venendo lor dietro, li travolgeano. Nascea lacrimevól confusione.

I capi, consci di sé medesimi e del frangente, rannodavan gli scompigliati. Ma non potean che far ala aJ fuggenti... Il Principe, valoroso, ma inconsiderato, spronava in mezzo a loro per contenerli colla presenza. Gittar si voleva innanzi tra’  combattenti, ma venne rattenuto. Tutti però sarebbero stati condotti ad esterminio senza i Sanniti. Traevan da disperati, inferociti fean restar i nemici. Due volte, puntate le baionette, combatteano. Traevansi con ordine indietro, si arrestavan poco appresso, ed esortandosi l'un l'altro, si difendeano. Ma i Francesi gl’inviluppano e li stringono. I furori con più stizza si accendevano: era mischia, come in casi disperati. Assaliti da ogni banda, molti si aprian la via; i rimanenti, ed i più feriti, cadevan prigionieri. I Napolitani postati sulle alture alla sinistra di Mileto, furon i soli a ritirarsi attestati, Tagliaron a’ vincitori la strada di Nicotera ed in salvo si traducevano. Gli altri non si poteron rannodare.

IX. Così dunque le sperate conquiste in ruine si cangiavano. Il Camus restava sul campo, gli altri Francesi ad inseguir si spingevano. A Rosarno divideansi, gli uni s’avviavan per Gioja, ove erasi indirizzato il Philipstadt co’ cavalli. Gli altri per Seminara, onde sboccar prima di lui al Piano della Corona.

Lacrimevole intanto il disordin fra’ Napolitani, che, sciolte quasi le ordinanze, si ritraevano. Gli uffiziali tentavan riordinarli a Fiumara di Muro, ma inutilmente, ché inseguiti si sentivano. Il Principe pel primo giungeva a salvamento in Reggio co’ cavalli. Uscendo dalla battaglia, fu un istante per cader nelle mani de’ nemici. Ma, fritto fuoco addosso a’ due cavalieri che lo stringeano, scampò. Reynier pubblicò di poi che i due cacciatori ebber rispetto al grado, e non osando ferirlo, ei si tolse loro di sotto. Altri narrò che un uffiziale, Lecca, visto il pericolo, richiamò sopra sé l'attenzion de’ perseguitanti e gli apri via allo scampo. Que’ che non caddero in man de’ Francesi man mano in Reggio perveniano.

Ma in essi era più l’ira che lo sconforto. Maledicevan al Cancellieri, imprecavan al Carbone, del Principe l’incapacità, per continua ebbrezza, accusavano. Taluni aggiungean essere stato, perché inviso alla Corte, con deboli forze spedito. Lodavan il Nunziante, lodavan il Santier, molti altri di gradi minori esaltavano; tutti il De Luca compiangevano. Tra’ soli gregari però era chi ormai del riacquisto della patria non disperasse.

X. Ma ben altro era Io sconforto, pari al terror già da lor inspirato, tra’  fuorusciti. Osservato dappresso o di lontano la rotta di Mileto, tutti si eran volti in fuga e disciolti. Que' che eran postati a Pizzini sul fianco de'  Francesi, stati eran pria della battaglia assaliti. Reynier avea spinto contro di loro i fanti leggieri. Fatta avean lunga resistenza, e scopertamente, mancando colà ripari d’alberi o pietraje. Ma, visto f esito della battaglia, cadde il fiato a tutti, onde in fuga si volsero. Vivamente inseguiti, eran messi a morte chi resisteva e chi si arrendeva. Tanto era il furor del soldato. Gualtieri che avea combattuto a capo di tutti, stanco e ferito, si gittò tra morti, bruttandosi il viso di sangue. Fu creduto estinto e cessò il pericolo.

Altri fuorusciti in Rosarno soltanto opposer breve, ma vana resistenza, eh è uomini, armi, animali tutto andò in precipizio. E quivi, ostinatamente combattendo, venne morto il Padre Rosa, uom tanto avventato, che niun era più e forse niuno era tanto. Quanti si arresero, sperando si farebbe con loro a buona guerra, furon sollecitamente messi a morte.

Né qui finivan i guai. All’annunzio della rotta, le terre ove avean esercitato atti crudeli, si levava» a stormo. Vietar loro il passo, e vendicarsi. voleano. A vederli appressare, le campane suonavan a martello, egli abitanti, scagliandosi loro addosso, li opprimean, li calpestavano. Era vendetta, e forse desiderio di gratificarsi il vincitore. Scampavan a tanta furia soltanto que’ che erravan soli e senza guida per le campagne.

Cotal fine ebber una spedizione, che avea tanta commozione partorito, e la battaglia di Mileto. L’una con imprudenza condotta, l’altra infelicemente, sebben valorosamente combattuta. Dèlia battaglia di Mileto, che pur fu dura ed aspra, tacque la storia, ché a que’ dì di altre gigantesche battaglie aveva a registrare. In appresso fu obblìo, o malizia, ché di quella stessa di S. Eufemia appena fe’ricordo.

Si distingue&n a Mileto tra’  Francesi i fanti leggeri che avean combattuto a S. Eufemia, il 29.° degli stanziali e la cavalleria. I cavalli, i cannonieri ed i Sanniti tra’  vinti. Questi ultimi massimamente con miglior gloria loro che danno de’ nemici. Abbè, Camus, Milet, Sinigal, Langeron tra’  Francesi; Nunziante, De Luca, Santier, Maritzen tra’  Napolitani, uomini valorosissimi si mostrarono. Né altri prodi mancarono. Narratasi d’un capitano Migliaccio, che tenea fra le braccia il figliuolo ferito a morte. Chiamato a combattere, ora è tempo di vendicarti, disse, e corse a pugnar disperatamente. Nè, ferito, volle ritrarsi mai.

Molti furon dall’una e dall’altra parte gli uccisi ed i feriti. I prigionieri Napolitani sommaron ad oltre mille, i più Sanniti che avean tenuto fermo insin all‘ultimo. I prigionieri Francesi furon dalla vittoria liberati. Quattro cannoni, i carriaggi, le munizioni caddero in poter de’ vincitori. E così pure le bagaglio, restate presso il mare, e non dispostone in tempo l’imbarco.

Singolare però fu dopo la vittoria la cortesia e liberalità de’ Francesi. ché non solo de’ feriti prendean cura affettuosa, ma i prigionieri confortavan e soccorrevano. A’ Sanniti segnatamente usavan ogni maniera di riguardi. Valorosi soldati essi, onore rendean alla virtù sventurata.

A questo modo coloro che avean tanto sperato, ricevean grandissimo danno. E tanto sensibil più, quanto più vive erano state le speranze. Il capo proposto all’impresa era de'  più riputati, i soldati adoprati eran de’ migliori. Ma la previdenza e l’accortezza del Duce Napolitano non pareggiavan il senno e la celerità del Francese. Era il Philipstadt nell’eseguir animoso, ma nel risolversi lento o precipitoso. Più soldato che capitano, fu rispettivo dapprima, fluttuò dipoi e si affrettò in ultimo. Toccò una grave sconfitta, e stata sarebbe, senza il valor de’ soldati, gravissima. Non mai i Francesi stati eran più desiderosi di regolare battaglia, ma non mai tanto incerti della fortuna. Ancora quando era dissipato il pericolo, stupiti se ne mostravano.

XII. Il Principe intanto, giunto appena in Reggio, conducevasi a Scilla, e di là spediva aderenti e spie, perché gli smarriti dalla battaglia in salvo conducessero. Riuscitogli ciò felicemente, ritornava in Sicilia. Il Cancellieri che aggiratasi senza pro lungo le spiagge, udito il rovescio e subito sgomentito, si ritraeva in Messina. Il colonnello Poletti ed il Mirabelli che eran penetrati sin a Giraci, a loro volta e precipitosamente si ritrassero. Le bande de’ sollevati che in altri luoghi si eran andati, secondo gli avvisi, 'raccogliendo, udito il disastro de’ regi, si disperdeano. Ma in loro era più ira contro a’ soldati regolari, che timor de’ Francesi. Abbandonar non sapean l’opinion concetta della codardia di soldati. Poco loro importava di saper di senno di duci e di valor mostrato. La rotta soltanto vedeano, e di mancar ormai degli ajuti di fuori. E furiosi que’ soldati e molto più gl’Inglesi maledicevano.

Gl’Inglesi però eran della perduta battaglia dolentissimi. E ne fean dimostrazion d’ogni maniera in Messina, venendo in soccorso de’ feriti che colà si trasportavano. L’addolorato Moore da Scilla scriveva al Nunziante in nome degl’Inglesi sotto il suo comando, della perduta battaglia contristandosi. Del suo valore loda vaio, deplorando la sventura de’ prodi Sanniti. Correr facea poi navi e scialuppe lungo le spiagge a rifugio e scampo de’ soldati smarriti. Scriveva poi a Messina i fatti avvenuti verso il Jonio e che or ora narreremo. Instava però, onde non s'inviasser colà cannoni, che in man del nemico cadrebbero. Ma eran condoglianze e pratiche di parole, non cooperazion ed ajuti. I disastri di quella guerra deploravan, ma non impedivano.

XIII. Nunziante intanto iva raccogliendo in Reggio gli scampati alla rotta di Mileto. Sempre nuovi ne giungean, ché i sollevati loro le vie agevolavano. Prese allora i più freschi cavalli e li postava sulle alture, onde d’ogni moto nemico l’avvertissero. Davasi ad imbarcar i feriti che privi di soccorsi languivano. Poscia inviava in Messina gli avanzi di que’ corpi che o già varcato avean il Faro o rimaner non doveano. Il numero accresciuto avrebbe la confusione e scemata la forza. Ritener non dovea, né voleva, che i soli Sanniti.

Ma ecco Reynier che sen venia battendo. Dar non volea tempo a’ Napolitani di riprender fiato e riordinarsi. Credea che nella confusione e scuoramonto, in eui esser dovea Reggio, facilmente verrebbe in sua mano. Ed affrettato avea così il cammino die, fugati i pochi cavalli dalle alture, si trovò padrone della città pria che i Napolitani se ne avvedessero. A’ gridi, a’ colpi, al fuggir degli abitanti, Nunziante che attendeva all’imbarco de’ soldati, si scosse. Sospettò tosto di un nuovo sinistro. Sollecitava allora i già imbarcati, perché a terra il seguissero. E molti uffiziali e soldati ubbidivano. Co’ fucili alla mano si feano strada tra’  Francesi che d’ogni parte irrompevano. Nasceva un tumulto di gridi e colpi disperati.

Giungean a piè del castello, ma là venian accolti a colpi di schioppo da' Napolitani. I quali senza capi, ed abbandonati di consiglio, vi si eran condotti correndo e vi si eran chiusi. Riconosciutili però, aprian le porte e li accogliean esultanti. Ma qui i successi de’ Francesi cessavano. Nunziante comandava si traesse a scaglia, onde i Francesi s’ivan raccogliendo e ritirando. Tutta la notte, con grande spavento della città, dall’una e l’altra parte si tempestava.

Ma Reynier che aveva pensato impadronirsi della città e del castello di quoto, e forse il credeva abbandonato, versar non voleva altro sangue. Facea dunque una chiamata.. Tutto’esser disposto all’assalto, dicea, darebbe onorati patti, se cedessero; sarebbe severo, se resistessero. Il Nunziante rispondea: potere e volersi difendere. Ma il Reynier non avea grossa artiglieria, non poteva assalir il castello dal lato di mare, sospettar doveva di ajuti Inglesi. In quel momento poi gli giungean solleciti avvisi di altri casi inaspettati. Si tolse dunque di Reggio il 1 di Giugno, tornando, agli alloggiamenti di Monteleone.


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L6-CAPITOLO II

Allegrezze nella Corte di Napoli per la vinta battaglia Infamie di governo e viltà di governati — Mostruosi rigori del Saliceti — Le Calabrie non quietano — Caduta di Cotrone ed onoratezze del Santoro — Alterazione di Reynier e suoi provvedimenti — Assedio di Cotrone — I Santoriaui corron contro Cariati — Animosa risoluzione del Francese de Jour — Sdegni. in Palermo contro il Philipstadt ed invio del general Lettieri in Cotrone — Imprigionamento del Santoro — Incredibili e lunghe miserie dell’assedio di Cotrone — Il Corsaro Pallavicino — Spaventosa bufera, abbandono di Cotrone ed entrata de’ Francesi.

Alla notizia della vinta battaglia esultava il governo in Napoli. Pubblicar fé sul suo diario una narrazione che opera non era del Reynier e stato sarebbe contro la dignità ed indole sua. L’ordito fu del Saliceti, un Manzi, Toscano, a’ servizi della polizia, la scrisse. Esagerò il numero de’ Napolitani, tacque delle perdite de’ Francesi, disse ingiurie a’ sovrani di Sicilia. E perché i popoli sapessero al governo buon grado della vittoria, aggiungeva che, dietro il prodigato esercito Napolitano, movevan alcuni de’ giudici del tribunale di Stato del 1799. Con quel governo, e per la prima volta, si leggean calunnie per atti autentici.

Orava intanto, e per comando, il'corpo municipale di Napoli ed umili lodi profondeva. Col vincitore della fortuna delle sue armi nel regno, e delle vittorie Francesi in Europa, congratulavasi. Ne vedoano come vitupera i Principi chiunque loda vilmente. Replicava il Napoleonide, ed alle usate proteste di affetto e di riconoscenza, non rispondea protestando amore pe’ popoli e venturi benefizi. Mostrando spavento del corso pericolo, della potenza parlava del fratello, del valor de’ Francesi, di vicine schiero dalla superiore Italia accorrenti.

Alle pompose parole però seguian i crudeli atti. Erasi già, al primo annunzio dello sbarco del Philipstadt, tratto in carcere buon numero di Borboniani. Né solo coloro che stato fosser per lo innanzi o ch’eran in maneggi politici. Ma, tolto pretesto dalla spedizione e parlando di vasta congiura, i più noti s’imprigionavano. Molte dame e del più alto lignaggio, cosa non vista mai per lo innanzi, la stessa sorte toccavano. L’aver congiunti nella Corte di Palermo era l’unico e vero delitto. La Contessa di S. Marco, sorella al Medici, fu nel numero. Saliceti ricordava della Convenzione e volea che la ricordassero. Agli imprigionamenti seguian i supplizi. Al giovane colonnello Palmieri fu tronca la testa per giudizio, come stato era pel Rodio, dietro giudizio non mai udito ed iniquissimo. ché nel Marchese Rodio non era colpa, nel Marchese Palmieri, se era, fu maneggio e provocazion di polizia. Manda vasi a stampa la processura, parlavasi in essa di sollevazion di Napoli, d’incendi, di saccheggi e sin d’inondazioni. A prova della congiura, si falsavan lettere della Regina Maria Carolina ed al pubblico si esponevano.

IL Contener col terrore si volea, prostrate le ultime forze Napolitane. Ma quietar le Calabrie era tuttavia fuori la potestà del governo.

Cagione precipua al ritrarsi del Reynier da Reggio era stato l’avviso d’esser caduta Cotrone in man de’ Borboniani. Al primo apparir delle fusto del Santoro ed al primo trar delle artiglierie, sollevati si eran gli abitanti de’ dintorni. Tratti dall’indole bellicosa e dall’odio a’ Francesi, riprendean le armi. Davansi a creder che alla perfine scacciarli potesser dalle loro terre: accrescea l’audacia e le speranze il veder che i Francesi uscian da Cotrone, quasi di difenderla disperassero. La facilità de’ mezzi e le speranze di successo aggiungon coraggio agli spiriti, onde ne’ rischi si precipitano.

Ma ben altra stata era la cagione dell’abbandon di Cotrone. Eran i Francesi in forze da resistere ed alle difese si apparecchiavano. Un improvviso ordin di Reynier portava che in Cosenza a solleciti passi si conducessero. Comandato avea però al colonnello Arcovito nel medesimo tempo che prendesse co’ suoi il luogo del presidio. Ma sia che mal intendesse il comando, sia che troppo oltre fosse ed indugiasse, in punto non giungea. La città però era chiusa, armate le milizie, determinati gli artiglieri Francesi.

Ma, dilungatosi appena il presidio, il popol si sollevò. Le milizie, memori delle passate sventure, a quella furia non ostavano. I favorevoli a’ Francesi cercarono scampo nella fuga, seco trascinando i pochi artiglieri. Inutile stimavan il valore contro il numero soverchiante. Inalberavan allora i sollevati la stendardo reale fra rimbombo di cannoni e frenetici gridi. Tosto poi inandavasi al Santoro, che corse colle sue fuste a golfo lanciato. Ma non prima si vide padrone della città, che imprese a vendicarsi su’ Cotronesi de’ perigli e miserie della sua fuga. Incominciavan le molestie. Obbligava i ricchi a vestir i suoi seguaci di divisa, poscia molti, colle mogli e figliuoli sostenne nel castello in ostaggio. Taluni sulle fuste e di là in Sicilia inviava. Taglieggiò cittadini, mise case a sacco, ne’ suoi ogni eccesso tollerò. Palese facea l’antica ferocia, maggiore da’ sofferti disastri. E più avrebber patito i pentiti Cotronesi, se non giungean le novelle della rotta di Mileto. Grande si fa la confusione allora e lo sbigottimento. Santoro non avea che trecento montanari a sostenersi contro un vicino assalto. Comprese, ma tardi, che affezionati tener dovesse gli abitanti alla causa reale.

III. Bene ne occorse al Veneziano Pallavicino che i sollevati fosser da quella crudel puntura trafitti. Bello della persona, d’indole ardita, non curante di pericoli, dato si era, come dicemmo, al mestier di corsaro. Afflitto aveva e di gravi danni il commercio Inglese, fatti subiti ed immensi guadagni, che più presto aveva in gioco e lascivie consumati. Passato era più volte dall’opulenza alla miseria. Saliceti se ne avvaleva, e posto lo aveva appresso Reynier, che da lui era stato chiarito degli apparecchi di Sicilia e della vicina spedizione. Standosi in Cotrone e per infermità ozioso, non avea potuto porsi in salvo. Ora di esser condotto da un momento all’altro a mal partito tremava. Né il Santoro era uomo da non insanguinarsi in lui le mani. Ma il salvò prima la miseria, in cui era di presente, poscia il suono della rotta di Mileto.

L’inaspettata notizia sforzava ora il Santoro a far nuove deliberazioni. Comportavasi perciò più lodevolmente, non estorse altro danaro, non fé ingiuria a’ prigioni.

Giungeva intanto in Cosenza, sul cader di Maggio, il presidio di Cotrone. Con esso giungean que’ che l’avevan seguito o raggiunto lungo il cammino. Spediasene tosto, come dicemmo, l’annunzio al Reynier, che n’ebbe stupore maggior che dolore. Non potea darsi a creder che gli ordini suoi sì mal si eseguissero. Entrato era in lusinga, vinta la battaglia, di quietar del tutto le Calabrie, e ne avea scritto a’ ministri. Ed ora si vedeva ad un tratto minacciato in un sito ove tenessi sicuro. Scorgea nel fatto più fatiche che pericoli, se pure pericolo non era che si aprisse quel porto agl’Inglesi. Ma il male volea pronti rimedi, ed ei sulle deliberazioni non indugiava. Giunto in Cosenza, tosto facea retroceder il presidio verso Cotrone. Ordinava un’altra schiera, e l’avviava a quella volta. Comandava al Droet, sagace e risoluto che era, di tener e presto lor dietro. Tutto far dovea per impadronirsi della città con battaglia di mano. Se non potesse, cominciasse assedio ordinato, ché ei stesso verrebbe con nuove forze a sostenerlo.

IV. Ritornava su’ suoi passi il presidio celeramente, di giunger in tempo lusingandosi. Ma, arrivato a vista delle mura, le trovò fornite di difensori. E di essi i Francesi avean il coraggio e la pertinacia sperimentato. Limitavansi però ad osservarli, sinché gli aspettati soccorsi giungessero.

Coll’alba del dì seguente giungea Droet, seguito da buona schiera. E come quello che avea promesso d’impadronirsi d’una città non difesa da regolari, non esitò. Dimentico de’ casi d’Amantea, ordinò i suoi all’assalto.

Fabbricata è la città sull’antica Cotrone, ad oriente del capo delle Colonne. Non altre difese che deboli mura e vecchie torri, opera di Carlo V. Ma non eran riparo che dagl’insulti barbareschi. Piccolo il porto e quasi interrato; un castello verso il mare, appena di dugento soldati capaco.

Procedean in silenzio i Francesi sin presso i sobborghi. Vedendo di essere stati scorti, con furia a trar incominciavano. Non men lestamente menavan le mani que’ di dentro. Combatteasi per quasi tutto il dì con più terror degl’abitanti che condanno de’ combattenti. S’impadronivan i Francesi di alcune case de’ sobborghi. Di là speravan, giunte altre forze,’d’impadronirsi delle mura. Ma tali non eran i sollevati da tollerarlo pazientemente. Non appena dunque spuntava il nuovo di ch’eran in armi, por iscacciarli dal fatto nido. Pugnavasi, come sempre, con cieco furore, e sotto la sferza di sole ardentissimo. Né gli assaliti, né gli assalitori facean alcun frutto, oltre il sangue versato. I sollevati, stanchi, ritraevansi, i Francesi sin sotto le mura gl’incalzavano.

Rinnovavan i sollevati gli sforzi col dì seguente. Sbuccavan da due canti. Gli uni costeggiavan il mare protetti dalle fuste, inoltravan gli altri dritto contro le case occupate. Li lasciavan appressar i Francesi e poscia cominciava un combatter ferocissimo. I sollevati, curvi per terra, traevan, ritiravansi ed avanzavan traendo. Aveano spesso essi al coverto, i Francesi allo scoverto combattuto. Ora il contrario avveniva, che essi allo scoverto, i Francesi eran dietro ripari. Ma, lasciatili più avvicinare, questi saltavan fuori e colle bajonette si avventavano. Oppressi però dalla grandine de’ colpi, nelle case rientravano; i sollevati dal loro canto si ritraevano. Questo secondo sforzo non sortì miglior esito, e non servì che a tener desti gli animi e le ire.

V. A svegliar più vive apprensioni ne’ Francesi, si decdean i Santoriani ad assalir Cariati. La terra, credean, poter anch’essa sostener un assedio, la fazione distrar i Francesi, allontanarli forse da Cotrone. Poneasi a capo dell’impresa un prete a nome Litale. Nativo di' Cariati, ma rifuggiate in Sicilia, ora pensava di vendicarsi. Per esso speravan i sollevati trovar aderenze negli abitanti, perché infiniti sdegni eran nella terra raccolti. Salivan dunque i più arrischiati sulle fuste, spinti dalle apparenze di lieti successi. Con essi era il Garguglio più degl’altri feroce e temerario. A contentar i loro desideri concorrean tutti volenterosi, là dove si volea farli concorrere, Partiti con vento prospero, furon subito in vista della terra. Tutto il presidio di Cariati era una compagnia del 52.° di ordinanza. Ma quasi tutta era partita il giorno innanzi alla volta di Possano a scorta di equipaggi militari. Non rimanean che venti soldati colle guardie civiche. Al veder appressar le fuste, si univan loro quanti eran o si stimavan atti alle armi. Poneansi sotto il comando d’un Lorenzo Campana che nella rotta costanza di tutti, solo non si piegava. Le cose pressavano molto ed i più pensavan che se qualche accidente non li ajutasse, indarno sarebber valore e consiglio. D’insidie cittadine temeano, tremavan che i Santoriani spogliato ed ammazzato avrebber chiunque lor venisse alle mani. E già i più rimessi d’animo di ritrarsi a Rossano opinavano. Più nella fuga che nella benignità del nemico speravano.

Ma il capitano de Jour, consigliandosi più coll’ardire ch’era in lui molto, che colla prudenza, si opponeva. Tutti gli altri Francesi li rincoravan e facean loro animo. Il capitano ordinava quanto alle difficoltà del tempo convenisse. Dispose alquanti sulle mura, riempì di aderenti il Seminario, e co’ Francesi ed i civici si tenne pronto alle riscosse.

I sollevati eseguian colla notte lo sbarco e venian a postarsi ne’ vigneti incontro al Seminario. All’alba le fuste feron piover grandine di palle sulla città. Quietando queste, i sollevati preser a salir verso le mura, e fu un caldo combatter per qualche tempo. Ma qui, vedendo de Jour che non si arrischiavan a dar un assalto, stimò giunto il momento opportuno e saltò fuori. Si avventava con ardir infinito, tutti seguendolo animosi. I Santoriani, sbalorditi dal subito assalto e sopraffatti, si volsero in fuga. Gl’imperiali sino al mar gl’incalzavano, malgrado i colpi che dalle fuste partivano. Fuggivan quelli dove più il timore che il consiglio li portava. E chi si gittava a precipizio nelle barche, chi a nuoto, i più per la spiaggia si dispersero. Così cinquanta risoluti rincalzavan dugento e più, e molti ne uccideano e prendevano. I presi, quasi a trionfo, in Cosenza inviavano. Ormai troppo terrore i sollevati nelle terre metteano, e troppo dall’altro canto i prevalenti Francesi spaventavano. Abbenché dunque molti pur fossero non alieni dal secondar i reali, più poteva il timore degassati disastri che l’odio al dominio francese. I sollevati intanto, colla mente piena di pericoli, in Cotrone rientravano.

VI. Saputa si era intanto la rotta di Mileto in Palermo. E se di tal disastro si rammaricasser i Napolitani, non è da dimandarsi. Increscea loro lo star lungi dalla patria ed in molte miserie, ma riusciva più doloroso il rinunziar alla speranza. Costata era l’impresa gli ultimi sforzi all’erario, né era da pensar che potesse farne altri simili. Il difetto di buoni capitani si era ornai sperimentato. La riputazione de’ soldati regi non era andata soggetta a diminuzione. Vincitori erano stati sin a metà della combattuta giornata. Contrastato avean, senza speranza di volger in buona la trista fortuna, lungamente la vittoria. Parea che "fatto avesser più di quel che desiderar si potesse da solcati già da’ precedenti disastri sconfortati. Bensì la condotta del capitano era soggetto di doglianze amarissime. Indugi di Reggio, incerti comandi, niuna disposizione nella battaglia, tutto gli era aspramente rimproverato. Dimenticavan Gaeta per ricordarsi di Mileto. Tanto una sventura presente è nelle menti più forte della buona fortuna passata.

Meno rumoreggiar era d'uopo, men follemente vantarsi e più sollecito operare, gridavano. Aver egli dato l’ultimo crollo alla causa reale, aver inutilmente compromesso i sollevati. I soldati averlo in tutto secondato, e se egli avesse opposto il coraggio alla fortuna, o avrebbe la disfatta impedita o fatta men dolorosa. Ed altri e più ingiuriosi detti contro lui suggeriva il dolore, e niun era che ardisse, comeché dilficil fosse, il farne le difese. Il Re, vinto da tanti clamori, imponeva al Nunziante in Reggio di fargli una relazione della perduta battaglia.

Dopo alcuni dì giungean le novelle che Cotrone e qualche luogo vicino il vessillo del Re tuttora ostentavano. Poco sollievo a tante sventure. Si commovevan però a sdegno tutti nell’udir le enormezze dal Santoro commesse o tollerate. Palesi eran a tutti ormai le cagioni de’ passati disastri, e come, più che le armi Francesi, la ferocia de’ sollevati avesse nociuto. E levavasi nuovo gridar contro Philipstadt, perché i fatti di Cotrone avrebber potuto. sostenerlo vincitore, soccorrerlo vinto. Che nell’uno e nell’altro caso trovata si sarebbe la città governata da tale fra’ regi che fatta ne avrebbe la difesa più sicura e men doloroso il possesso.

La Corte, che ne’ suoi bisogni giovar non poteasi degl’Inglesi, lasciar non potea cader del tutto le cose. Riunì dunque una mano di regolari perché gissero a difender Cotrone, tenendo colla città desto il nome del Re. E tal fu la prestezza degli apparecchi che, scorsi eran appena pochi dì dell assedio, ed i soccorsi giungeano. Eran trecento fanti messi sotto il comando d’un general Lettieri, al quale era stata raccomandata lunga e gagliarda difesa.

VII. Come prima ebbe questi preso il comando della città che mandò i soldati a’ quartieri del castello; le mura affidò alla custodia delle bande. Fattosi poi venir innanzi il Santoro, dopo avergli acremente rinfacciato le enormezze commesse, fattolo prender da’ soldati, lo mandò sulle navi. Le quali, alla prima brezza di vento, levate le ancore, prigioniero in Messina il menavano. Ciò parve di felice presagio agli abitanti, che, sollevati da’ pericoli del Santoro, quelli dell’assedio dimenticavano.

Davasi poi il Lettieri a provveder non solo alla difesa, ma a dispor gli animi e le cose ad assalir i Francesi. Venuti eran a questi gagliardi ajuti col Camus, che tolto aveva il comando in sue mani. Le opere degli assedianti cominciavan a prender assetto ed era a temere che presto si fornisser di artiglierie. Ordinò dunque Lettieri che all’alba si uscisse ad assalirli. Pensava che se pervenisse a rovesciarne le opere, l’assedio avrebber cessato. Però che difficil riusciva il trasporto delle artiglierie. Per lo meno sarebbesi rallentato, se non sen torrebber dal pensiero. Sperava poi, come tutti, d’eccitar moti in popolazioni soltanto in apparenza tranquille. E certo questo assedio era dal Reynier affrettato appunto, perché non accadesser nuove turbolenze. E già la resistenza minacciava di tornar più funesta di quel che i Francesi ne avesser sospettato. Conoscendo ora esser nella città soldati stanziali, stavan i Francesi vigilantissimi. Essi i sollevati svegliatissimi, ma gli stanziali disciplinati e fermi sapeano.

All’alba dunque, correa l’11 Giugno, la porta di terra, e quella di mare si aprivano. Da questa furiosamente e con alti gridi sbucavan i sollevati; uscian da quella i regolari colle ordinanze serrate e silenziosi. Correan i Francesi all’armi e in unistante si attestavano.

Un orrendo scoppio d’armi era dal canto de’ sollevati. Ma dal canto de’ regolari si combattea manescamente colle bajonette. Rovesciavan i primi che si opponevano, s’impadronivan d’alcune opere e davansi a diroccarle. I primi Francesi respinti portavan il disordin nel campo. Prima che il Camus prendesse alcuna seria disposizione, cresciuta era la confusione. Ma Droet fermava i fuggitivi e fea testa, aspettando d’esser sostenuto. Coll’esempio tutti rinfrancò, finché i granatieri accorsero, e riurtavan i nemici che avean urtato. Ma Droet cadde ferito di due colpi, ed i Napolitani davan nuovo rincalzo. Non poca fatica duraron i Francesi a condur fuori la mischia il Droet, in manifesto pericolo d’esser preso.

Ma Camus, spinto Svizzeri e Francesi contro a’ sollevati, correa verso Droet col resto de’ suoi. Vedendo tanta ruina venir loro addosso, senza lasciar le ordinanze, i Napolitani s'ivan lentamente ritirando. Giunti sotto le mura fermavansi di bel nuovo a far testa. Né i Francesi si attentavan di oltre molestarli. I sollevati, con estrema confusione, verso la spiaggia si raccoglievano. Là si tenner sicuri per le artiglierie delle navi. I Francesi pel resto del giorno riposavano, in que’ di e que’ luoghi essendo già estremo il calore.

VIII. Reynier intanto, cui giungean i ragguagli di que' fatti, mosse celeramente alla volta di Cotrone. Seco menava quel Sèbe, l’opera del quale tornata gli era spesso à utile. Da Napoli, donde soccorsi e consigli arrivavan sempre dopo i bisogni, ricevea stringenti sollecitazioni. Vinto 1’esercito a Mileto, soffocasse la sollevazione, scriveano. Il regno non quieterebbe, non si stancherebbe il mal animo, sinché fosse un vessillo reale in alcun sito inalberato.

Ed in Calabria, di vero, parea che i montanari far volessero serio moto, udendo che l’assedio non andasse a’ Francesi prosperamente.

Ora giunto innanzi Cotrone, osservate e meditate le cose, Reynier comandava al Sèbe che tutti i lavori imprendesse necessari all’assedio. Scriveva poi al Costanzo, del qual riconosceva gli utili servizi, di recarsi colà a pigliarne il governo. Egli tornava in Cosenza ad ordinar nuovi soldati e ad affrettar l'arrivo delle artiglierie da assedio che gli venian da Napoli. Partito lui, Sèbe dava tosto opera a’ lavori. Chiudea con un parapetto circolare il luogo dove due giorni innanzi stati eran i Francesi assaliti. Facea nel tempo medesimo perforar le case de’ sobborghi, onde avvicinarsi alle mura. Costanzo sopraggiunto, spingeva ed animava agli stessi lavori. I sollevati non avean pensato a distrugger i sobborghi, ché ad un assedio non pensavano; ora non era più il tempo. Né avean potuto, giungendo, i Napolitani assicurarsi delle cisterne fuori le mura. Incalcolabil danno per città priva quasi di acqua ed in una stagione caldissima. I Francesi stati ne sarebber costretti a cominciar i lavori da più lontano. Tardi si avvide il Lettieri dell1errore e quando non avea più facoltà di porvi riparo. Impedir intanto doveva i lavori che progredivano, Reynier venendo spesso ad incoraggiarli. Non uscendo però fuori, limitavasi notte e dì a fulminarli co’ cannoni.

IX. Ma più spaventoso ausiliario incominciò a combatter pe’ Napolitani. Correva il 20 Giugno, quando scopriansi nel campo affliggenti malattie. L’aer mal sano ed un caldo soffocante le cagionavano. Correva una stagione sinistra, ed esalando da que’ luoghi miasmi pestilenziali, colle ore le infermità si ampliavano. Rifar si dovean sempre con nuovi soldati le compagnie. In poco tempo spavento voi era il numero degli ammalati; molti quelli ché soccombevano. Inviava Reynier nuovi battaglioni di Svizzeri, col Cavaignac per valor riputato, onde non s’interrompessero i lavori.

Le medesime malattie menomavan gli assediati, ma con minor intensità. Onde, avuto sentore del flagello che percuoteva il campo, ad accrescerne i lutti si preparavano. Novelle forze, sebbene scarse, a’ Napolitani giungeano; onde per questo e per le note angustie del campo, volean saltar fuori e combattere.

Ma Lettieri pensava affligger con colpo più crudele gli assedianti. Facea nascostamente uscir dalla città alcuni, i quali, procedendo cautamente, nelle folte messi s’inoltravano. Coprian queste i campi, comunque abbandonati, e da esse gran sollievo veniva a’ Francesi. Era il solo luogo dove l’occhio riposar potesse, e donde non riverberasse sole ardentissimo. Giunti carponi nel bel mezzo di que’ campi davan fuoco alle messi in più siti. Il denso fumo faceva accorti i Francesi di quel che fosse. Corsero dunque alle armi; alcuni si caociavan e si affaticavan a spegner il fuoco, altri a respinger i Napolitani, se uscissero, si attestavano. Il fuoco estinsero in parte, i regi ributtavano, ma questi tentativi più volte si replicavano. Per quegl’incendi l’aer divenia di fuoco, respirar non si poteva, e le malattie nel campo centuplicava. Riposar intanto i Francesi non potean, assalti, veglie, febbri, tutto soffrivano, ma le forze scemavano. I lavori praticar non si potean che nelle notti ed eran più del dì micidiali. Pure, maceri dalle malattie e dagli stenti, la loro opra compivano. Aspettavan i cannoni a fulminar le mura. Giunti eran sulle spiagge del Tirreno, e Reynier ne affrettava l’arrivo, a traverso mille ostacoli, al campo.

Dall’altro canto giungeva in Cotrone il Philipstadt e fu per le sue istanze. Conducea seco cannoni ed artiglieri da Reggio ed era opportuno soccorso. Ma non prima si vide sulle mura che, secondo il suo costume, comandava un fuoco violentissimo. Indi spinse fuori il presidio ad assalir i Francesi. Non avendo guardie postate innanzi a’ lavori, tenean questi raccolte indietro le armi. Nel vedersi improvvisamente addosso il presidio, nascea grave confusione. Ma il capitano degl’ingegnieri Romei, Napolitano, messosi innanzi a’ lavoratori, si diè a far valida difesa. Ferito, non si ritraeva, sicché diè agio a’ Francesi di raccogliersi, di accorrer e di respinger a loro posta gli assediati. Pago dell’iuutil braveria, ritornavasi Philipstadt in Sicilia.

X. Ma non per questo i Francesi riposavano. Le cose eran in questi termini ridotte, che que’ che non peri&n di ferro, di stenti e di febbri perivano. Macisti, sparuti, vacillanti eran tutti per l’aer maligno. Un tristo pallore, un ventre tumido, le labbra disseccate, un’ardentissima sete, sintomi della malattia. A tre giorni il delirio ed un’angosciosa morte. Dal tristo morbo più scheletri i superstiti che cadaveri bruttamente sformati gli estinti. L’aria divenia sempre più infetta, accesi perciò sempre i fuochi a purificarla. Attorno a questi, benché sfiniti dal caldo, dì e notte gli assedianti. Respirando dalle fatiche, a’ tristi e pietosi uffici di curar gl’infermi e seppellir gli estinti. Tolleravan però que’ martiri con gran virtù, chiarendo falso che i Francesi nei primi impeti soltanto e molto valessero.

Confortavanli la tolleranza de’ capitani, maggiore che di qualunque fantaccino. Sempre attorno a’ lavori, davan lode a’ valenti, conforto agl’infermi, esempio a tutti. Ma pavtivasi dal campo, assalito dal morbo il Camus, ed il suo stato parve a tutti pericoloso. Il Costanzo venne trasportato in Catanzaro e gli amici dispera van di più rivederlo. Succedeva al primo Cavaignac, Sebe al secondo. Insistevan presso il Reynier: si sciogliesse l’assedio, e si aspettasse migliore stagione. Ma Reynier vedeva il danno che verrebbe alla guerra, il disdoro all’esercito ed al governo. E qui più si affrettavan e si adopravan intorno a’ lavori, sperando che così salverebber l’avanzo de’ loro.

Riuscito era intanto il fuggir dalla città all’audace Pallavicino. Or questi il misero stato riferiva del presidio che, ridotto nel castello, ivi anch’esso, di stenti e morbo periva. E sebben, non impediti i soccorsi del mare, non fosse da fame angustiato, pure lo era dalla scarsezza delle acque. Siffattamente che scemate eran le scolte, neglette le vigilanze, caduto l’ardire, onde vana e non lunga sarebbe la difesa. A questi avvisi i Francesi si confortavano, ed i lavori pur con fiacche braccia affrettavano. De’ colpi che partian dalle mura e dalle navi non curavano, morir anzi di fuoco che fra le angosce de’ morbi voleano.

Giunti finalmente i cannoni ed assestati cominciavan anch’essi a fulminare. Le navi presto si ritraevano, le mura eran terribilmente scosse. Dodici cannoni e quattro mortai tempestavano, gli assediati respirar non potean da quel tormento. Già di tratto in tratto soltanto rispondeano, mancando gli artiglieri a ministrar i cannoni. Vi addestravan, ma con mala prova, i sollevati. La difesa non era più lusinga di volger in lieta la trista fortuna, ma sì speranza di onoratamente perire.

XI. Né contro a’ Francesi parea men congiurato il cielo. Impazienti di levarsi da que' luoghi, imprevidenti di pericoli, curiosi di natura, si levavan in piè su’ parapetti per notar gli effetti de’ loro colpi. Trascorso era così tutto il secondo dì dacché la città fulminavano. Nella notte stanchi e spensierati riposavano. Ma ad un tratto, correva il 9 Luglio, si levò orribile bufera. Un furioso vento cominciò a soffiar dal lato di mezzodì. Schiantò tende, rovesciò palizzate, arrandellò in aria quanto incontrò. Una pioggia violentissima inondò le trincee e compì la ruina. I miseri infermi quasi nudi, allo scoverto, non sapean dove rivolgersi, e l’altrui pietà invocavano. Ma invano, ché i sani a fatica campavan sé stessi dalle folate del vento. Di metter a coverto i cannoni si sforzavano. Di veder distrutte in una notte le opere e le speranze loro tremavano. Pochi si volgean a curar e custodir gl’infermi, alcuni nelle case, i più feriti, senza rimedi e spesso senza apparecchi; i tocchi da morbisotto le tende giacevano. Or volate queste per aria, senza panni da coprirsi, per terra sotto la fùria del vento e sotto la pioggia a rovesci languivano. Peggio che in mezzo a nemici assideravano e spiravano. Dopo non molto però a sollevarli, a sostenerli capitani e soldati, esposti essi stessi, di zelo e carità fraterna gareggiavano. Coll’alba, cessatala pioggia e mitigato il vento, si confortavano. Davansi a riparar, per quanto era possibile, i guasti, sperando che, rinfrescata l’aria, le malattie presto scemerebbero.

Né minori stati eran i danni degli assediati. Le scialuppe ch’eran nelle vicinanze della spiaggia, state erano spinte e spezzate fra gli scogli. Molti marinai eran miseramente periti. Le navi, a non esser rovevesciate sul lido, lasciate le ancore e spiegate le vele, affrontavan la fortuna. Correndo così in balia del vento, o fracassati gli alberi, a stenti alcuno afferravan i porti della Sicilia. Nella città tutto, sulle mura e sin nel castello, fu inondato, rovesciato. Gl’infermi ch’esser dovean colla notte trasportati sulle navi e condotti in Messina furon colti ed abbattuti per via. A stenti nelle vicino case si deponevano; gli altri il castello ingombravano. Ed ora questo ini preveduto disastro alla città ogni soccorso dal mare troncava. Era una sentenza di prossima morte. Le vittovaglie, ch’eran per isbarcare, ad un tratto mancavano. Il vento, non caduto del tutto, non lasciava speranza di far note le urgenze del presidio. Condotti eran gli assediati all’estremo.

XII. Incominciavan tosto le discordie ed i tumulti. Molti delle bande si risolvevan di venir a patti, ognora che il Francese lasciasseli gir a loro posta. E questi si ricordavan di Amantea. Ma quelli che ricordavan di Belvedere e Fiumefreddo, volean aprirsi una via tra’  nemici. Invano il Lettieri si sforzava a persuader agli uni che vana ancor non fosse ogni fatica ed ogni virtù. Convincer non potea gli altri della follia di aprirsi strada tra le punte de’ Francesi. Non volean prestar orecchio a partito alcuno, né forze egli aveva a contenerli. Gli stanziali si tenean serrati e rassegnati, ma ridotti eran a pochissimi. Nuova prova, se stata fosse necessaria, che non il numero, ma la virtù, non la confusione, ma l’ordinanza nella guerra prevalgono.

Giungean intanto, al cader del giorno, due delle navi già disperse. Onde il Lettieri, invitato da sì favorevol congiuntura, risolveasi a lasciar un luogo, che non potea più difendere. Favoriva la notte oscurissima del 13 Luglio. Imbarcar faceva gl’infermi e gli stanziali; i sollevati dalle mura invigilavano. Traevan colpi, facean tumulti, lasciavan credere ad una disperata sortita. Collocati i regolari sulle navi, essi a tutta corsa alla marina si conducevano. Imbarcati, le navi prcndean il largo.

Coll’alba i Francesi, che nella notte stati eran vigili e colle armi in mano, notavan quieta la città, senza scolte le mura. Era un profondo silenzio. Maravigliavano, ma fatta l'esplorazione, trovavan che mura e castello eran abbandonati. Già a penetrarvi si disponeano, quando gli abitanti aprian le porte. Venian a gratificarsi i vincitori, annunziando che uomini, armi e munizioni tutto era colle navi sparito.

In tal modo venia di nuovo in poter de’ Francesi Cotrone, dopo un mese e mezzo di assedio. Vi perdean i Francesi tra le pugne e la malignità dell’aere oltre ad ottocento vecchi soldati. Combattuto avean i sollevati colle armi, e con quanto il caso avea loro somministrato, gli stanziali con valore e disciplina.

Ma non ebber a rallegrarsi i Cotronesi d’esser liberi dall’assedio. Tristi i popoli quando l'oppression loro divien sicurezza dello straniero. Radunar fece Reynier, nel dì seguente, la popolazione nella piazza. Severamente aringò, con sommo spavento di coloro che, partito il presidio, già sicuri si stimavano. Facea poi ricerca di coloro che portato avean le armi. Mise lo mani addosso ad oltre dugento. Alcuni a’ tribunali di Cosenza, altri in Napoli, perché divenisser soldati, spedia. Eppur molti stati erano astretti dal Santoro. Dato poi sesto alle coso del governo, avviava Reynier i suoi a riposati quartieri. Sceglieva i luoghi ove potessero mettersi al coverto dal maligno aere che tanti no avea mietuti.

Scrivea poi le liete novelle in Napoli, assicurando che, cacciati gl’inglesi da Scilla ed i Napolitani da Reggio, stimar si potrebber quietate le Calabrie. Da que’ due luoghi soltanto soffiar potrebber sulle ceneri calde, ed in que’ luoghi doversi lor torre ogni potere di molestarne il possesso.


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L6-CAPITOLO III

La sollevazione cangia nuovamente d’aspetto — Atrocissimi fatti — Assalto di Sinopoli e viltà del Francese Corneille — Assalto di 8. Agata del Bianco e valor degli abitanti — Ruina di Brancaleone ed altre terre — Tragico e spaventoso fatto di Parenti — Sinistri auguri che piglian i Francesi al passaggio del Gualdo — Enormezze in Castrovillari — La sollevazione però declina — I Francesi ad impadronirsi di Scilla e Reggio si risolvono.

Falsi però ed ancor per altro tempo tornar doveano i presagì della calma nelle Calabrie. Cangiava aspetto di nuovo, e per gli stessi disastri, la guerra. E sì feroce e sì ostinata divenne e tali danni produsse da parer vincitori i vinti, e vinti i vincitori. Era nuova maniera di combattere più feconda di effetti terribili e spietati. Non era più temerità, come ne’ primordi, di venir a giornata con soldati usi a stabili battaglie. Non era più confidenza in difendersi nelle città murate. Dopo Amantea e Cotrone non vi si stimavan più sicuri. Ora i sollevati divideansi in piccole bando, ritirandosi in luoghi alpestri e selvaggi. Sbucavan poi da que’ ricettacoli, e piombavan su’ Francesi, ove non eran in forze o stavan a mala guardia. Nell’assaltar le scolte, nel mozzar le vie, nell’opprimer piccole squadre, vigilantissimi. Vinti o vincitori riparavan nelle loro pietrose tane, o nuovo insidio preparavano. E guastavau i pascoli, ed intorbidavan le fonti od intraprendean le vittovaglie. Niuna città, niun cammino sicuro, ogni luogo perciò pien di sospetto o di paure. Astuzie ed inganni d’ogni specie usati per sorprender e sopraffare. A guerra rotta infestavano, e questa guerra dalla desolazion del paese, non da arte o consiglio, era suggerita. Perocché devastate e deserte le campagne, in grosse bande viver più non potevano. Gl’Imperiali confinati nelle sole città parevano. Se si attcntavan di uscir alla campagna per foraggi, o fuori l’abitato a diporto, attorniati ad un tratto ed oppressi si vedeano. I corrieri, gli uffiziali di ordinanza colla scorta di battaglioni viaggiavano. Spesso, passate le guide e le scorte, sboccavan i nemici dagli agguati. Svaligiavano i corrieri, dissipavan le lettere, i dispacci spedivan in Sicilia. Se gente lor veniva incontro, la scanzavano. Qua e là volando, col rumore e Colle armi spaventavano. Era tal guerra crudele scuola a’ Francesi, però che moltiplicarsi doveano, a così dire, onde disputar di operosità co’ sollevati. Ogni uffiziale sceglier sempre i siti più acconci, guardarsi, difendersi, lottar con vigilanza contro avversario nascosto e previdente. Il quale, conoscendo bene il paese, e come sorgessero i monti e come giacesser i piani, sapea precipitarsi alle offese. Le fatiche perciò che i Francesi disseminati provavano, e le difficoltà che incontravan senza numero. Così ferite e sangue e ferocia si moltiplicavano. I Francesi speranza e fede non avean che nella fazion de’ patrioti. Nella quale aver volean tanto maggior confidenza, in quanto sacrificavasi po’ Francesi, per non esser con essi sacrificata.

II. Così di guerra che già pareva facile e finita, risultò guerra nuova e perniciosissima. La quale parca non si giungerebbe a compiere, se non distrutto il paese o condotto ad estrema desolazione. La cagione di tanti mali, se talun consideri, era, come sempre, l’ambizione. Le politiche passioni si stancan, l’ambizione non mai. Niun rimetter volea di sua importanza ed i nemici alla pertinacia induceva. Ed i più tenendosi in disparte od in sicuro. Soprattutto coloro che avean in mano la pubblica autorità. Necessari a’ Francesi, odiosi a’ sollevati, si avvalevan del potere degli uni, col timore degli altri.

Quel che i patrioti co' Francesi, facean i Bodoniani co’ Reali in Sicilia. Ed ardenze di popoli e sempre nuove mosse darmi prometteano. D’ogni più lieve fatto si diceano autori, e sempre maggiori ne annunziavano. Ma essi in Sicilia a veder a che si mettesser le cose rimaneano. Primo tra loro il Carbone, che già emendar non volea l’onta di sua condotta, ma sì conservar l’importanza. Adopravasi perciò ed ugualmente presso la Corte in Palermo, e presso gl’Inglesi in Messina. Frammettessi ne’ maneggi, e sempre confidenza ostentava. Ed a fornir notizie e speranze, rotte non avea le sue pratiche ed acquistava sempre nuove aderenze nelle Calabrie. Ozioso spettatore da Messina, eccitava, suggeriva, comandava. Così andar non doveano i recenti successi de’ Francesi da profonde amarezze scompagnati. Accadde anche che allora appunto avvenisser fatti che la gioja in tristezza volgessero.

III. Comandava il Carbone al Ronca ed al Bizarro, spaventosi agnomi e cime di ribaldi, di correr contro Sinopoli. Trovo registrato, ed è simile al vero, che ciò facesse in vendetta di proprie ingiurie. Voleva il subbisso di quella ricca terra, e certo non trovò tardi ed irresoluti esecutori. E se, come con prestezza, avesser proceduto con silenzio, l’avrebber appagato.

Stavan i Francesi del piccol presidio a mala e negligente guardia. Esser potean prima oppressi che avvedersi del pericolo. Ma sia che gli assalitori cercasser inspirar terrore, sia che mostrar si volesser a viso scoverto, cominciaron a metter acuti gridi ed a tirar archibugiate pria di giungere. Un Corneille, francese, che comandava, colto nel sonno, non sapendo a qual partito appigliarsi e mancandogli l’animo, pensò di chiudersi e difendersi in casa. Fecero gli altri e per necessità lo stesso, e disperatamente si difesero. Ma, come era da prevedersi, furon i più, sperperati, come eran, oppressi. Un arditissimo fra tanti, sdegnando ogni riparo e slanciandosi fuori, si fece largo cd uscì salvo. Benché ferito, si condusse fuggendo a recar l’infausto annunzio al Langeron in Seminara. Scongiuravalo a muover in soccorso de’ Sinopolitani, se salvar voleva i Francesi avanzati alla strage. Stupito ed addolorato, spedì questi un La Rue con dugento soldati, onde, speditamente camminando, campasse terra e Francesi dall’eccidio. La Rue marciò a corsa per giunger alla sprovvista, ma non riuscì. Gli assalitori, temendo i soccorsi che verrebbero, tolti si eran di là prestamente. Altri narrano, cd è più simile al vero, che da Seminara ricevesser solleciti avvisi. Il La Rue fea prender riposo a’ suoi e dava qualche sesto alle cose. Tolse al Corneille il coniando, come portavan gli ordini, e lo avviò a Cosenza. Ed al codardo ne parve andar bene. Il La Rue rimanea perplesso, non avendo più traccia di nemici. Ebbe a temer per Palmi, ove eran pochi i Francesi, onde maturamente consultatosi, poneasi in via per Seminara.

IV. Si eran in questo mentre le bande tra Africo e Casalnuovo raccolte. Si vedean numerose, eran oltre a quattrocento, e prendean maggior ardire. In que sempre accaniti animi entrava tosto la smania di gir a percuoter i Francesi e più gli aderenti. Ad alti gridi i seguaci del Ronca chieser l’eccidio di S. Agata. Stima vanla affezionata a’ Francesi, e non lo era che della pace. Senza por tempo in mezzo, tumultuosamente si avviavano. Atterrito, raccontano, uuo de’ sollevati, ch’era di S. Agata, ad avvisar i suoi conterranei precorse. Esortavali a validamente difendersi, se salvar volean sé e le loro case da vicino esterminio.

Generale fu la costernazione a quell’annunzio. Lontani i Francesi, poche le armi, sospetti al di dentro, niuna speranza al di fuori. Risuonò la terra di voci compassionevoli e vi si concitò trepidazione incredibile. Lo spavento crescea per molti contadini che, impauriti, nella terra riparavano. Pure un Giuseppe Gemelli, capitan ch’era delle milizie, gl’incuorava colle parole e coll’esempio, e li decideva a difendersi. Ma come temea di tirar addosso alla terra natale qualche grande calamità, mandava lettere al La Rue che credea vicino. Scongiuravate a non voler permettere che città vivente sotto tutela francese, gravi oltraggi patisse.

Allevata di sole intanto gli assalitori sboccavan dalla vicina foresta. Respingean i primi che incontravan a contrastar il passo della Verde, piccolo rio, ed a tutta corsa si avviavano. Divisa era S. Agata del Bianco, fiorente terra, in tre parti, l’una dall’altra non molto discosta. L’ultima col nome di Gigliano sul lido. Aperte tutte e tre da per ogni dove, a circa due mila allora gli abitanti. Andavan gli assalitori per impadronirsi della terra, cosa non creduta ardua, ma importante. Gli abitanti però opposer resistenza uguale, anzi maggior del pericolo. Combatteasi ferocemente per ambo i lati. Molti degli assalitori pagaron colla vita l’ardire. Costretti a retrocedere, davan alle fiamme, indispettiti, le ville de’ dintorni. Vile ed inutil vendetta. Allontanatisi d’un buon tratto, si davan, cosa insolita, a fortificarsi in un campo e di tagliate d’alberi si cingeano e asserragliavano. Di là pensavano spingersi in diverse direzioni ad assalire. Replicavan i tentativi contro S. Agata, ma n’eran sempre con perdita ributtati. Aspettando propizie occasioni, le adiacenti campagne sconcano. Già lo stesso Langeron in Seminara minacciavano.

Trovavasi questi, partito il La Rue, da pochi circondato. I più mal sostenentisi per le fatiche e le malattie contratte sotto Cotrone. Temeva, ed a ragione, che nel campo del Ronca, altri sollevati non rifuggissero. Scilla e Reggio fornir potean armi e munizioni. Sorgea dunque un qualche ' pericolo, molti essendo tuttora che di far novità desiavano.

Non volea dunque che quel campo prendesse consistenza. Sollecitava dunque il La Rue perché in Seminara retrocedesse. Ma questi era già in cammino, e gli giuugcan per via le sollecitazioni del Langeron e quelle del Gemelli. Per obbedir al comando, non udì le preghiere, e si ridusse in Seminara. Mandava allora il Iangeron in S. Agata e luoghi circonvicini, annunziando il suo arrivo. Stessero perciò, dicea, di lieto animo, ed il nemico con gagliarda resistenza contenessero.

V. Ma già i Bianchesi, preso ardire dall’aver respinto feroci assalti, non avean più voluto star sulle difese. Stile costante de’ popoli di sorger dallo sbigottimento baldanzosi. Gemelli insegando, andavan meditando il castigo. Mandavan prima al Langeron per voler esser secondati, ché se avean l’animo pronto, pronte, dicean, ma non pari all'impresa, avean le forze. Impazienti però di torsi quello spino dagli occhi qual era il Ronca, ivan, senz'altro aspettar, ad assalirlo. Il cimento era gravo, e fiera zuffa ne avvenne, ma senza frutto. Però il Ronca insospettì che i Bianchesi, non allontanandosi, altri ajuti aspettassero. E ben vero le guardie civiche, per comando del Langeron, a giunger cominciavano. Il Francese non potea, ma correr facea rumore che presto giungerebbe. Le milizie che ivan giungendo, eran male armate, forse non ben disposte, ma fean molto strepito. Tra loro si distinguean taluni Francesi, ma eran anzi consiglieri, che capitani. Tali apparati e rumori volser le speranze de’ sollevati in paure. I messi innati da loro a Scilla, tornavan senza conforti, e le milizie intanto ingrossavano.

Temendo dunque d’esser oppressi, di notte si ritiravan verso il mare. Colà il Ronca ed il Bizzarro con altri infernali guidapopoli, s'imbarcavan senza molestie. Gli altri fra boschi e rupi si disperdeano.

VI. Colle notizie di questi fatti giungean in Seminara altri soldati dal compiuto assedio di Cotrone. Onde al Langeron cadde in animo d’assalir altre borgate che stavan pe’ sollevati. Raccogliea perciò trecento fanti ed i volentierosi delle milizie. Eran a capo di tutti i Bianchesi che per animo risoluto si distingueano. Or questi, uniti, diverse terre assaltavano; e superate le difese, le davan alle fiamme. Fra le prime annoverar deesi Brancaleone. Era piccola borgata, in cima agli Appennini, posta tra capo Sparavento e Zeffirio. Gli avanzati alle mine di loro case, spettatori di fatti lacrimevoli. Vecchi e fanciulli perivano, che cosa si facesse delle donne non è da dire. Imperiali ed imperialisti assalivan nuovamente Gimigliano, assalivan Sambiase, ed altre terre più ostinate. Eran fazioni disordinate e senza disegno, onde là correan dove più opportuno pareva il correre. Nel sangue e nelle ruine regolari e milizie emulavano, ma non davan i Francesi, ed è triste il dirlo, l’esempio.

E questi fatti accadevan nel tempo medesimo che nella Calabria Citeriore Francesi e sollevati ogni dì si straziavano. Più ingombra di monti e colla Sila che la fende, in quella parte eran più frequenti gli agguati, più feroci gli scontri, le oppressioni più repentine.

VII. Ed accadde fatto atrocissimo che profondamente afflisse Reynier, e mosse amici e nemici a compassione. Camminava una compagnia del 29. di ordinanza, levatasi allora da Cotrone. Eran quasi cento fanti di que’ che men avean sofferto in quell’assedio. Recavansi ad afforzar il presidio di Cosenza, molto per morti e malattie scemato. Traversando le montagne che separan le due Calabrie, smarrian la via ed erravan alla cieca. Si volgean verso Parenti, villaggio ch’era sul passaggio. Osserva vali da lungi un Rogliano, già caldo partigian de’ Francesi, poi per non ottenuto compenso, nemicissimo. E come voleau mettergli le mani addosso, riparato aveva in Sicilia. Era da poco tornato e teneasi colà celato. Mordeagli la coscienza de’ passati fatti e molto gli era entro in cuore la vendetta.

Sta il villaggio sul dorso degli Appennini, cinto da rupi, selvaggio all’aspetto, corso alle radici da torrente. Divise il Rogliano i suoi per le diverse case, e dato ordini imperiosi, usci solo e mosse incontro a’ Francesi. Annunziava esser capo delle milizie e d'aver preparato i ristori. Non mai frutti più amari si annidavan sotto dolci scorze. Credevanlo agevolmente: menati in mezzo alla piazza, davansi in preda al vino. Rumorosa la gioja, come è stile di que’ soldati. Gli uffiziali lasciaronsi condur in una casa, dove, niun sospetto nudrendo, non eran di miglior continenza. Sedean a mensa spensierati, niun notando l’inimichevol aspetto di chi li circondava. Nella piazza tutti, lasciate le poste, tuffavansi nel vino, taluni nel sonno.

Un grido selvaggio ed un colpo di archibugio furon il segno della strage. Sbalorditi, accerchiati, non preser quasi le armi, non si difesero. Fu miseranda occisione. Gli uffiziali far voller resistenza, ma fur dal numero oppressi. Sette soldati soli inosservati e prodigiosamente campavano. Infelice e vaga giovinetta, presa d’amore per un uffiziale, disertato avea per lui la casa paterna. Non ricordando né patria Calabrese, né sangue, seguito l’avea sempre tra fatiche e pericoli. Ed ora anch essa, senza pietà, fu sull’amante trafitta.. Fuggendo per aspri sentieri e tra rischi d’ogni sorte, giungean gli scampati in Cosenza. Erano sfiniti, sanguinosi, in aspetto miserando. Levossi un grido d'orrore alla loro vista, ed all’udir il tremendo caso. Al gran rammarico successe un fierissimo sdegno. I Francesi ad alta voce dimandavan di voler muover contro il villaggio, nido di sì feroci uomini e sanguinosi ancora della strage recente.

VIII. Ordinava Verdier i suoi alla vendetta. Sceglieva un fiero capo a seicento soldati. Movesser, comandava, contro Parenti, bruciasserlo, trucidasserne gli abitanti, non guardasse! a sesso, età, sacro o profano. In crudel esterminio carnefici e spettatori della strage de’ Francesi avvolgessero. Accesi delle sue parole, e maggiormente chi avea tra gli uccisi amici o congiunti, marciavan di notte ed a gran passo. Gareggiavau fanti ed uffiziali e giuravan di lasciar prima la vita che la vendetta. Prendean le vie impraticato de’ monti, speravan di giungere improvvisi.

Ma stato era il villaggio, per consiglio del Rogliano, abbandonato. Preso avean gli abitanti il bosco e cousultavan quale delle vie tener si dovesse. E non volendo la corta cd usata, ma la dimessa ed impedita, poco mancò che ne’ Francesi non s’incontrassero. Presa poi la schina d'un monte, all’alba furon addosso ad altre terre, e dove arser, dove uccisero, rompendo quanto loro faceva ostacolo.

Giungean intanto i soldati di Verdier ne’ Parenti. Il crudele spettacolo de’ Francesi uccisi e sparsi tuttora per le vie, a tanta ira li concitò che davansi a rompere e devastare. Cercavan invano contro chi sfogar la delusa rabbia. Seppelliti poscia i loro, e levate taluni le prede, davan il villaggio alle fiamme, tornando mesti e silenziosi a Cosenza. Osservavanli a passar con feroce gioja que’ tra’  montanari che, poste giù le armi, apparente obbedienza serbavano.

Questo fatto di Parenti avvertivali di quanto ancora, abbandonati a sé stessi, potessero. Sicché ogni mira fu volta al come tender potessero agguati, come stancar ed opprimer separatamente i nemici. Ora l’ostinazione divenia risolutezza, la passiva ubbidienza ambizione di capi. Ognuno volea vendicarsi, e con qualunque impresa venir in fama di terribil condottiero. Da ogni parte dunque udiansi ed ogni dì novelle di uccisioni e di disastri. Quanto fosse il dolore e lo sgomento degli aderenti a’ Francesi non è da immaginare. Animi insoliti a sentir avversità tali, e quando si credean vicini a riposare, altamente si turbavano. Giungean sì ripentini al Reynier stesso questi fatti che fu visto immerso in dolorosi pensieri. E narrano, lui aver esclamato: esser ben quelli atti da Arabi, ma pur guerra da solleoati. Ed era comune opinione a que’ dì che se i Calabresi in sul principio si fosser limitati a tal guerra, avrchber prevaluto. Ajutando gli stanziali pria della rotta di Campotenese ben altri effetti ne sarebbero nati. Né i Francesi si sarebber delle Calabrie impadroniti, né senza nuovi e potenti sforzi del reame. Il Napoleonide, quando sconsigliava il S. Teodora in Roma dal far armar i popoli, ben sapea quel che si facesse.

Le feste poi che si celebravan a que’ dì per le vittorie di Polonia i Francesi di grande, amarezza riempivano. Poco badavan a gaudi pubblici e ad esultanze di partigiani in ossequi ferventi. Essi i combattenti lontani invidiavano, e di combatter in guerra sì disperata s’indispettivano. Né i soldati che sopraggiungevano, essendone i ministri dal Reynier premurati, venian con miglior animo. Nelle Calabrie, diceano, non potersi né combatter, né morire con lode.

X. I freschi soldati, partiti da Napoli, ne fean il primo esperimento al passaggio del Gualdo. Salendo verso il monte, udian pietosi gridi d’infelici Francesi che guidavan militari equipaggi. Lasciati gli avean i sollevati inoltrare, poi vistili a mezzo cammino, co’ coltelli li assalivano. Accorrean i progredieuti soldati, ma giungean quando già alcuni erano sconciamente feriti. I sollevati si rinselvavano, ma giunti in sito opportuno, vollero pur contrastare il passo. Eran i Francesi due mila, ed essi non giungean a venti. Ma combattea per essi l’asprezza del sito, non potendo i Francesi che a pochi di fronte avventarsi. Uccisi alcuni soldati, non altro attendendo, si disperdeauo.

Fu questo il tristo presagio che i nuovi soldati sconfortava. Ed il ritardo cagionato da quel fatto ebbe più tristi conseguenze. Non appena penetravan nelle gole di Campotenese che una fredda pioggia s’impadronì delle loro membra. Un vento gelato e violento spingea loro in volto la neve. Tra l’oscurità della notte, in profondi burroni precipitavano. I compagni inabili agli ajuti, ciascun guardava innanzi a sè, niuno udiva i lamenti de’ pericolanti. Il vento co’ suoi sbuffi li soffocava. Taluni cadder dal freddo intirizziti. Giungean finalmente in Castrovillari.

Entrati nella città, ed usciti dalle angosce della morte, davansi ad atterrar le porto e nelle case di viva forza s’installavano. La voce de’ capi non udiano, eran esasperati. Fra gli urli del vento, gli scrosci della pioggia, era un vano sgridar di uffiziali, ed un rumor cupo di porte spezzate. Col dì poi si raccogliean confusi ed umiliati e si awiavan sommessi verso Cosenza. Ma eran di numero scemati, molti miseramente periti fra le rupi di Campotenese.

Né scorse molto tempo che presso Castrovillari venia sorpresa una schiera del 20°. degli stanziali, guidata dallo stesso colonello Cassan, ed aspramente si combat tea. I sollevati furon oppressi e fugati, ma lasciavano afflitti i Francesi di perdite dolorose. Fra le quali destò somma pietà quella della giovine moglie d’un Gèrard uflizialo, che non mai dal marito si scompagnava e che or fra lo braccia del marito spirava.

XI. Ma se questi fatti i Francesi affligevano, la causa reale non rialzavano. Turbavano a’ Francesi il possesso, ma non l'impedivano. E gli affezionati al nome del Re non vedean possibilità di restaurata monarchia che nelle vicende della guerra Europea. I sollevati eran usciti di ogni speranza de’ soccorsi di Sicilia, la Sicilia' di quelli degl’inglesi. Gli animi s’intiepidivan de’ più infervorati. I restanti colle armi in mano parea che già più alle proprie difese che alla causa regia pensassero.

L’istesso Carbone, che sin allora soffiato avea su quell’incendio, si conduceva a Scilla, ma quasi sotto le insegne brittanniche.

I Ministri Francesi intanto di avvantaggiarsi di quel momento pensavano. Volgaan nell’animo di opprimere d’un ultimo colpo e soffocar le ultime scintille della sollevazione. Scritto avea Reynier a Napoli: esser giunto il'tenipo di scacciar regi ed Inglesi dagli ultimi loro ripari. Caduta Amantea, Cotrone ed altri luoghi muniti, vinte le bande più numerose, fuggiti i capi più tenaci, Scilla e Reggio rimanevano. Non sperassero mài, ed averlo scritto più volte, dicea, che le cose quietassero sin che le insegne del Re sopra un punto qualunque si alzassero. Reggio e Scilla conquistate, i sollevati, o cercherebbero scampo, varcando lo stretto, o tuffati sàrebber nelle acque, o spenti di ferro e fame. Niun contodoversi tener di genti senza capi, mancando sprone esperanze alle rivolte. Presi que’ luoghi, la sollevazione non sarebbe più che una ladronaja.

Gustato il consiglio, si avviavan nelle Calabrie nuovi soldati. Si mandavan sulle marine di Gioja grosse artiglierie, col pericolo che intraprese venisser da navi Inglesi. Spedissi poi Saligny, generale, con quattro mila soldati, molti della guardia del Bonapartide. A seconda che questi giungean o si avvicinavano, Reynier spingeva i suoi' apparecchi. Raccoglieva i vecchi soldati da tutti i luoghi messi sulla strada. I già languenti negli ospedali ormai sotto le insegne ritornavano. In Monteleone si ordinavan le artiglierie, si ammannivan munizioni, tutto si preparava alle ultime fazioni. Contavansi tra’  Francesi il 1°, il 62°, ed il 101°, di fanti di Linea; il 22, ed il 23, di ùnti leggieri. Eravi poi il reggimento Lautour d’Auvergne ed il 9°, di cavalli. Non mai si eran viste in un sol punto tante e sì veterane genti riunite.

In Reggio e Scilla sentian tutti il pericolo, e contro la vicina tempesta si apparecchiavano. Eran in Reggio i cacciatori Appuli e di Valdemone, e pochi cavalli di Val di Mazza. Erari dentro Scilla quattrocento Inglesi sotto il comando d’un Robertson, prudente e valoroso soldato. Vi era pure il Carbone con mezzo migliajo di sollevati. Spedian perciò commissioni in Messina a provveder vittovaglie e munizioni da guerra. Dentro tutte le provvisioni si facean ch’eran giudicate necessarie. Già vedean ogni cosa esser in moto e non sapean da qual parte verrebbe prima a scaricarsi la tempesta. Ma si andavan in fretta preparando a sostenerla. Nè gl’Inglesi però era per onor solo di loro armi, ne’ Napolitani per non esser dall’ultimo rifugio della patria scacciati.


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L6-CAPITOLO IV

Esitazioni degli animi in Calabria e fluttuazioni del Reynier — Francesi, Inglesi e sollevati ogni di alle mani — Cavaignac contro Reggio, Abbé contro Scilla e caduta di que’ Castelli — Enormezze de’ patrioti — Disperazione de’ sollevati — Ultime affrontate, stragi e ruine di terre — Reynier abbandona le Calabrie — Sua indole o condotta — La sollevazione finisce e sorge il banditismo — Guerra di esterminio, ed incomparabil ferocia dei generali Manlio e Jannelli — Supplizi spaventosi, ed intrepide morti — I sollevati delle Calabrie nelle Spagne menati a combatter fra loro.

Gli apparecchi e l’agitarsi de’ Francesi tenner per alcun tempo gli animi sospesi. Non si vedeva ancora a che fosser rivolti, e sin di nuova discesa di regi, si susurrava. Opinione strana, ma non sopra le facili credenze de’ partigiani. Pochi eran quelli che le strettezze della Corte in Palermo, e le freddezze degl’Inglesi sapessero. Però la cosa non parca del tutto lontana dal vero; Gl’Inglesi raccolti avean otto mila buoni soldati in Messina. Eran colà pure uniti soldati Napolitani e molti sollevati, sfuggiti a’ disastri di Mileto. Il naviglio Inglese si aggirava vigilantissimo lungo i lidi, e spesso assaliva le navi che conducean soldati, o trasportavan cannoni e munizioni. Gl’Inglesi non eran in gelosia per la Sicilia, ma stimavan prudenza il premunirsi. Eran i loro pensieri in quel tempo ad altre imprese rivolti.

Il Governo di Napoli dal suo canto a tutto provvedeva. Un corpo di buoni soldati era postato a Persano, invigilando il golfo di Policastro e quel di Salerno. Il corpo del Saligny era postato tra Catanzaro, Nicastro o la spiaggia di S. Eufemia. Temean che se gl’Inglesi diffidassero di assalir di fronte, alle spalle con improvvisa discesa molestassero. Da ciò, prendendo animo i sollevati, potean ricominciar la sanguinosa contesa. Ma presto fu chiaro a quali disegni andasser i Francesi come gl’Inglesi.

Radunava Reynier sette ad otto mila soldati, fra quali gli Svizzeri, provati in tutti i fatti di quella guerra. Giunti freschi soldati in Calabria, ed altri pronti ad entrar al bisogno, si determinava a tentar l’impresa. Esitato avea, credendo aver di buone ragioni a temer d’un assalto improvviso. Ingannato egli era dalle spie, fra le quali un Caglia messinese, il quale con non minori artifizi gl’Inglesi ingannava. Ma ci sapea con certezza però che si apprestava il naviglio brittannico e che pronti i soldati si teneano. Sospettava Reynier che fosser diretti contro le Calabrie, o le Puglie, sospettò un momento anche per Corfù. E ne dava avviso a' Ministri, secondo che nascean le apprensioni. Ma, al cader di Ottobre, il naviglio Inglese, portando buona legione col general Moore, uscì di Messina colle prore verso occidente, prese il largo e scomparve. Libero allora Reynier da ogni sospetto, si determinò a vibrar gli estremi colpi, onde terminar la guerra.

II. Cominciò allora un presto accorrer in Monteleone di uffiziali, di aderenti, di spie. Era un andar e venir insolito e frettoloso. E tosto succedean le determinazioni che l’intendimento scopriano. Comandava il Reynier a’ borghi circostanti di fornir lavoratori ad aprir una strada. Andar dovea da Monteleone a mezzodì, ché aspro ora il cammino per le artiglierie da Seminara ad Amelia. Non restavagli altro partito che o di valicar ripidi e profondi burroni o inerpicarsi per le rupi di Aspromonte. Passar doveva però alla sorgente i torrenti che ne discendono. Comiuciavansi dunque i lavori, varcata appena la metà di Dicembre, all’estremità del Piano della Corona. Si gittavan ponti sul Rosarno e sul Petrace, sì riunivan le artiglierie in Gioja.  Gl’Inglesi, sgomentati dalla rapidità delle opere, pensaron accrescer le difficoltà. A distrugger la strada all’intorno;di Solano, assalian i lavoratori. Da quel momento sollevati ed Inglesi a tagliar le strade, venian ogni dì alle mani co’ Francesi. In questi molti, ma non importanti fatti, cimentavan le armi, ed or gli uni or gli altri eran vinti. Due però furon le fazioni più pericolose. Dugento sollevati col favor della notte 8’avviaron verso Bagnare. I fonti leggieri del 23 a mala guardia vi stavano. Piombavan sopra loro i sollevati, taluni ne uccideano, e molti ne ferivano. Poi, prima che gli altri si riscuotessero, in salvo si ritraevano. Robertson, perché non succedesse alcun sinistro, volto si era anch’esso verso Bagnare colle sue scialuppe, e li sostenne.

Inorgogliti da questo primo successo ad altre imprese si accingeano. Pensavan dunque di muover contro S. Giovanni e Campo. Colà preso avean le stanze tre a quattro cento fonti del 62“ di ordinanza con venti cavalieri del 9°. Reggimento. Un Livron, capitano dello stato Maggiore, li reggea. Messer i sollevati al numero di quattrocento. Robertson con buona mano di fanti Inglesi li seguia. Alcune fusto Napolitano dovean protegger l’assalto. La cosa procedea prosperamente in sulle prime, ma presto, ferocemente combattuti, eran costretti a tornar indietro La fortuna avea scomposto il disegno, perché i Francesi ch’eran a Campo, e soprattutto i cavalieri, udito il rumore presero a scender rapidamente per Fiumara. Messo il disordin nell’impresa, cominciaron i reali a vacillare, le fuste presero il largo, due furon rovesciate, alcuni naufragarono. Ricavato poco frutto da quest’assalto, Robertson si ritrasse co’ suoi dentro Scilla.

III. Ma Reynier prendeala in prova, poiché stimava esser questa l’estrema fatica. Instava su’ lavori, esortava, premiava. Spirato il trentesimo giorno, la strada sin ad Amelia era, se non piana, praticabile. Quivi incontrava gl’Inglesi colle bande, li assaliva e li rompeva. Gl’Inglesi dentro Scilla si chiudeano.

Vistosi padrone della strada che a Scilla accennava ed a Reggio, Reynier si decideva a correr prima addosso a’ Napolitani. Più deboli eran colà le difese, ma più da temersi per la vicinanza di Messina. Divideva i suoi in due schiere; l’una od Cavaignac spedia contro Reggio, l’altra con Abbé contro Scilla. Egli co’ cavalli ritiravasi a Campo, donde invigilar poteva e spingersi a seconda de’ casi.

Sul cader, di Gennajo 1808 Cavaignac giungeva sotto Reggio. Il castello era stato ristaurato, lo strade chiuse ed asserragliate. I Napolitani al numero di cinquecento, pochissimi i sollevati. Nunziante temeva anzi che tali ausiliari desiderasse. E scritto avea diverse volte in Palermo: tali uomini più esser ormai nocivi per le eccedenze, che utili per l’ardire. Proponea perciò si ordinasser come fanti leggieri per tutto il tempo della guerra. Ma con militari ordinanze e disciplina. Poco dopo, richiamato in Sicilia e rimesso il comando al Santier, era partito.

Ora come prima si avvicinavan i Francesi, eran da’ sollevati e da una mano d’inglesi assaliti. Menavansi aspramente le mani, perché sì gli uni che gli altri l'importanza del caso comprendessero. Respinti i regi, i Francesi uscian Sulla strada che rasenta al lido. Quivi eran aspramente molestati dalle fuste traenti a scaglia e non posando un momento solo. Cavaignac, vista l’urgenza, fé portar avanti le artiglierie e fulminar così le fuste che presero il largo. Poscia comandò si corresse subito contro la città. Correano o vi penetravano, ma non senza sangue; Incalzando i Francesi, i sollevati verso il mare fuggiano, e no fu fatto macello; i regolari nel castello si chiudeano. 'Cavaignac non pose tempo in mezzo e cominciò a tempestar co’ cannoni. Le deboli mura si screpolavano.

Santier sentia non potere oppor lunga difesa. Stimò dunque ottener più onorevoli patti dall’impazienza de’ Francesi a correr contro Scilla. Eppur questa esser dovea cagione a farlo ostinar nella resistenza. Scorso dunque appena il secondo di,' ad onta de’ Vicini soccorsi di Messina, si arrendea. Dimandava di ritirarsi in Sicilia ad insegne spiegate, ma non l’ottenne. Fe’ dunque por giù le anni al presidio. Lasciavan allora qua’ veterani il castello al 1 Febbrajo, e con grandissimo! sdegno per mezzo alle ali de’ Francesi passavano. Il castello non era saldo abbastanza, pure meglio si sperava dal Santier nella gravezza del pericolo. E così la pensaron i Reali in Palermo, dove giunto appena, il sottoposero a, giudizio militare.

Padrone appena di Reggio, lasciatovi di presidio il 22.° di fanti leggieri, nell’istesso dì Cavaignac avviavasi verso Scilla.

IV. In questo frattempo Abbé, coronate avea le alture dalla punta di Cavallo sin a Bagnava. Molto però i soldati dell’acuto freddo soffrivano. Con essi copri va i lavoratori che compi van la. strada d’Aspromonte. Un braccio di essa si estendeva da Campo verso la Catona. Né senza affrontate e senza sangue eran questi successi. Giunti i soldati di Reggio, Abbé menava rapidamente i suoi per Pentimele. Altra schiera inviava per le alture a Baja. Eran colà tirate a terra talune fuste Napolitane e navi da carico Inglesi, impedite di andar oltre dalla furia del vento. Le fuste caddero tosto nelle mani de’ Francesi, Le navi tentaron l’alto mare, ma stentavano ed una era già malconcia da molti colpi di cannoni.

La qual cosa osservata da Messina, ecco il Tarrabutn, corvetta, ed il brigantino la Delizia, metter tosto affa vela. Conducean. altri legni sottili, e malgrado la violenza del vento, spingeansi per menar via le navi catturate. Oscura e tempestosa era la notte, rischiarata solo dalle fiamme delle fuste incendiate. Abbé, avvedutosi della fazione che stavan per tentare, aveva comandato vi mettessero fuoco. E già le navi Inglesi venian defilate, sperando di riacquistar il perduto a Napolitani. Ma la Delizia, cacciata dalla furia del vento, venne ad urtar nelle arene. Questo caso. impensato riuscì gravissimo agl’Inglesi. I cannoni Francesi cominciaron subito a tempestarla, e rendean vani gli sforzi per trarla d'impaccio Ucciso era il comandante Hplfeid, ferito era il capitano Secombe, i più de’ marinai feriti. I rimanenti non osavan metter fuori il capo. I fanti dal lido co’ moschetti li bersagliavano. Un Francese de’ più arrischiati, si gittava a nuoto e giva ad intimar si arrendessero. La Delizia calava la bandiera, i Francesi, malgrado il grosso mare salianvi da ogni banda. Ma non furon lungamente lieti. Il Tarabutn, quando potè farsi più appresso, cominciò, a fulminar la Delizia. di tutti i suoi cannoni. Non essendo possibil regger a quella tempesta, i Francesi l’abbandonavano. Gl’Inglesi trattine i feriti, ed i marinai, la davan alle fiamme.

V. Ma avvicinatosi e Scilla, Abbé più aspro contrasto incontrava. Traevan i cannoni del castello e se noi potean distrar. dal suo movimento, ne rallentavan l’impeto e l’ardore. Giunto però sotto la città, corse all’assalto, e trovò feroce resistenza. Carbone riuscì a respingerlo. Rinnovato l’assalto, combattea colla stessa fortuna. Carbone pareva in tutt’altro uomo tramutato.

Ma Abbé non era tale da starsene prima d'impadronirsi della città. Animando col suo esempio i più arditi, fe’ scalar le mura. Egli presente, toccò una ferita. Entrati i Francesi, i sollevati cercavano scampo versò il mare. Protetti da’ cannoni Inglesi, imbarcavansi, combattendo sempre, ultimo il Carbone, ad espiazion de’ suoi falli. Non fu senza sangue questo successo, che anzi costò ad Abbé molti de’ più valorosi. Né stimandosi sicuro nella città, ne usciva accampando di fuori.

VI. Presto però compiuti i lavori per le artiglierie, era il giorno 10, e con dieci cannoni e quattro mortai, tempestò le mura del castello. Dopo il quarto dì crollati eran quasi tutti i parapetti. Si adopravan i Francesi lestamente, ché in quelle ruine vedean il fine di loro fatiche. Si difendevan con costanza gl’Inglesi, comunque il mar tempestoso vietasse gli ajuti. Ma divenia semprepiù stringente il pericolo. Facean i Francesi di dar opera a più importante fazione. Quest’era di rovinar la scala intagliata nella rocca e che menava al mare. A tal uopo incominciavan, andava la notte del 15, buona mano di soldati ad inerpicarsi su per la rocca. Scoverti, piovve su loro tempesta furiosa di pietre e di palle, onde si ritrasser più che di passo.

Ma il Robertson ridotto era già in angustie, le difese essendo diroccate o crollanti. E sia che non vedesse altro mezzo a sostenersi, sia che non stimasse oltre di sparger sangue Inglese per interesse non Inglese, pensò a salvar il presidio. Fe’ per segni noto il suo stato in Messina. Allora il capitan di nave Froltrope si condusse, non senza rischi, per acque tempestose, innanzi Scilla. Disceso dalla nave, si recò nel castello, e convenuto del modo d’imbarcar i soldati, ritornava in Messina. Colà raccolse e tenne pronti i battelli. Era il giorno 17, caduto era il vento, e le onde più tranquille. Si avviò allora la flottiglia e si avvicinò alla rocca. Tuònavan intanto i cannoni Francesi.

Fatto primasaltar taluni ripari, scendean gl’inglesi la rovinata scala, e senza gravi danni s’imbarcavano. Ultimo restò il Robertson con pochi suoi ad impedir una subita irruzion di Francesi. Cori, come glien correva il debito, garantia la salvezza di tutti. De’ battelli alcuni venner malconci $ altri calati a fondo, ma pochi marinai o soldati perivano. Entrati i Francesi nel castello, venian in lor potere cannoni, munizioni e sin equipaggi abbandonati. Non facean dentro il castello gl’Inglesi quella resistenza che opposta avea due anni innanzi il Michel con pochi soldati e mancando di tutto. Perian:degl’Inglesi poco men d’un centinajo tra soldati e marinai; molti de’ sollevati. Né con minori sacrifici fu de’ Francesi un tal acquisto.

Demolian gl’Imperiali il castello di Reggio, per essi mal sicuro, comodo a’ nemici' aventi alle spalle la Sicilia. Scilla invece restauravan e meglio fortificavan a premunirsi contro nuovi assalti e discese.

VII. Reynier che scritto avea. della prossima resa di quelle rocche, ne spediva ora in Napoli l’annunzio. Esser finalmente liberete Calabrie, dicea, non esistervi più orma di soldati regi o brittannici. Rallegravansene i Ministri col Bonapartide, Francesi a doro partigiani sen rallegravano. Inni di lode profondeva il diario del governo, alterava i fatti narrandoli, elogiava i Francesi, biasimava i nemici. Non vedeasi che il biasimo degli uni, scemava il valore degli altri.

Né i Calabresi di que’ fatti erano scontenti, ché troppo avean patito. I sollevati stessi vedean ormai di poter cedere senza viltà. I possidenti a ciò gl’incoraggiavano. Gli agiati essi stessi negli abbandonati paesi ritornavano. Segnatamente tornavan dalla Sicilia gli abitanti di Reggio e de’ dintorni, e se della riacquistata patria si rallegrassero non è da dire. I più nelle Calabrie avean visto quali amari frutti avesse la sollevazione. partorito. Ora la quiete e la pace sospiravano. Gli aderenti alle parti del Re, perché disperati di successo, gli aderenti de’ Francesi per godersi la fortuna. E così questi non avesser per orgoglio insevito.

Al Reynier, sgombre ormai da nemici esterni le Calabrie, parve di respirare. Onde, lasciato Montcleone, si condusse in Cosenza a meglio ordinar le cose. Vedeva il momento propizio e si £ggea nell’animo di trarne i migliori ed ultimi profitti. Importava sommamente che il fuoco della sollevazione per sempre si estinguesse. GF Inglesi poi che teneansi sempre pronti e spiavan le vicende della guerra Europea,' far potean nuovi consigli. In qualche impreveduto disastro, potean ricomparire ed ajutar almen colle navi. Rialzate le insegne del Re, Stato, ambizione, fanatismo, religione mescolar si poteano nuovamente insieme. Le due parti sarebber tornate a guerra nuova e crudelissima, di cui non si saprebbe il fine.

VIII. Disponessi adunque a porre il piè sulle ultime faville. Formava talune colonne, colle quali occupando le strade e le principali terre, si spingeva a dar addosso a quanti eran ancor pertinaci. Si misero dunque i Francesi nuovamente in sul correr di qua, di là e sin ne’ monti più riposti. Perseguitavan dovunque un nemico che di valor stava al pari, di celerità superava. Però questi, tuttora allontanati dall’ubbidienza, non eran più temerari, non più di ardue imprese invaghiti. Ma la necessità non li lasciava titubare. Accanita la persecuzione, miserabile la fuga. Odio, terrore, disperazione, desiderio accesissimo di vendetta oqcupavan quegli animi inveleniti. Funestissime le cose, pur se scansar non poteano, aspramente pugnavano. E spesso coltelli e spade da uomo ad uomo s’incrociavano. Ogni dì più la cerchia però de’ luoghi loro sicuri si restringea.

Laceri, sanguinosi, senza forze e senza speranze, spese quasi tutte le munizioni, eran nella certezza d’esser morti per armi o per supplizi. Inutilmente dunque i moschetti fean rimbombar d’orrendo suono quelle rupi che già tanto sangue e tanta rabbia avean veduto. I capi che avanzavan, pensando alla propria salute, all’ambizione rinunziavano. Taluni eran convenuti presso S. Eufemia, ed avean giurato di soccorrersi a vicenda. Ma niun mosse mai in ajuto d’un altro. Annunziavan a’ Reali di Sicilia: esser venuti i tempi disastrosi, perché niun a soccorrerli, i più, intimoriti, a scostarsi da’ loro pericoli. Pensar non doversi più che alla loro ed alla salvezza di que’ che si eran loro affidati. Sentian le loro strettezze e di risorger più non speravano. A scampar i pericoli soltanto, e non sempre, combatteano. I Francesi invece da arrischiati, fatti arrischiatissimi, usavan la celerità e le astuzie, e gl’incalzavan e gli opprimeano. Così il terrore tornava a chi l’aveva inspirato, per que' ludibri che fa delle cose umane la fortuna.

IX. Ivan però i Francesi nel tempo medesimo predicando la clemenza. Della stanchezza de’ seguaci, dello male soddisfazioni de’ capi, delle incommodità di tutti si prevalevano. Usavan talvolta anche di accorte liberalità; mentre il rigore dall’altro canto non cessavano. Vietato, pena il capo, l’avere o il portar armi; interdetto, nelle terre sospette, l’uscir di sera e le riunioni di più persone. Da alcune terre si pigliavan ostaggi, in altri i sospetti s’incarceravano. Estremi ed ultimi rigori.

Così il gran fuoco della sollevazione era circoscritto ed illanguidito. E, stato sarebbe estinto senza la rabbia de’ patrioti. Già molti de’ sollevati, se lor riusciva, espatriavano; già molti si sottòmetteauo, e nelle case rassegnati e quasi lieti tornavano. Ma i patrioti, ebbri delle nuove fortune, eran impazienti di vederle fermate. Muover dunque cielo e terra voleano, onde i rimanenti sollevati o presto cedessero o in Sicilia riparassero. E s’infiammavan perciò sempre più e si spargean da tutte le vie, assalendo e distruggendo. Accanita persecuzione, onde montò al colmo la rabbia de’ perseguitati, posti tra la difesa e l’esterminio.

Si sparse poi voce in mezzo a quegli esacerbati, fosse malizia o caso, che in Sicilia si rifiutavan d’accoglierli. Di non aver altro che a perire si persuasero, o da furia nacque furia. La più disperata lotta fu quella sostenuta dal Francatrippa. Moveano i Francesi verso Rogliano, scendendo in profonda valle. In lunga fila con muli e cavalli pe’ fianchi delle rupi serpeggiavano. Levasi lungo l’un lato e l’altro della via striscia di colli, spalleggiati da alti monti con superba gradazione; stringeansi sopra un torrente e parean serrarlo minacciosi. Varcavanlo appena i Francesi, ed ecco i sollevati in terribil aspetto farsi sull’orlo de’ monti. Pensavan sorprenderli e circondarli; Ma, per antivedimento del capitano, marciavan in ordinanza di batta4 glia. A’ primi colpi, montando su per que’ dirupi, ivan i Francesi, i più risoluti stringendo. spade e bajonette fra’ denti. Superavàn con furia lo sbocco, uscian all’aperto e si avventavano. I sollevati con furor si difendeano, ma fu l’ultima e disperata prova. Vinti ed inseguiti per mille vie si disperdeano. Francatrippa, dibattuto se dovesse persistere, pensò dar luogo. Così abbandonando i seguaci, de’ quali già pur insospettiva, valicava lo stretto, e trovava sicurezza in Sicilia.

Parafanti che non sbigottiva e nulla rimettea del suo animo, riuniva gli abbandonati. E sebben li vedesse spericolati e muti, volle far, comunque sortisse l’evento, un impeto disperato. Esposte le. difficoltà di condursi in luogo salvo, gl’incuorava dicendo la fortuna ajutar agli audaci, e se fortuna lor il concedesse, otterrebber vendetta e salvezza insieme. Conoscendo quelli che in casi estremi bisogna far capo ad uomini risoluti, il seguiano. Con unito consiglio ponean mano a rimedi estremi. Accadde alcun dì dopo che una flottiglia di barche aspettasse il vento per condursi in Napoli. Gl'Inglesi l’assalivano. Travasate le mercanzie, in cospetto de’ tardi accorsi Francesi, le incendiavano. Riprendendo gl’Imperiali addolorati il loro cammino, ecco avventarsi loro i sollevati ed a viso innanzi Parafanti. Ma, dopo aspra ed inutile pugna, vinto fu e, con miseranda strage de’ suoi, inseguito.

X. Né qui finivan i guai. Presentavasi al Cardillac, che comandava a’ fanti d’Isembourg di presidio a Rogliano, un sacerdote. Manifestavagli il covo di Parafanti e proponeva di sorprenderlo, dando sicura guida. Prometteva infallibil successo, ma il Francese dubitava. Spaventando perciò la guida, seppe che lo si volea allontanar dalla terra, perché il Parafanti vi piombasse. Il Sacerdote non lo era che per le vesti ad arte indossato. Volessi porgli le mani addosso, ma era scomparso. Si giovò del caso il Francese, e lasciata parte di sue genti a guardia della terra, e pervenuto in luogo opportuno, pose i suoi in agguato. Onde giungendo coll’alba i sollevati, i Francesi, scaricate contro loro le armi, colle bajouette si avventavano. Sbalorditi ed oppressi, i sollevati si davàn in fuga. Non fu un combatter, né un inseguire, ma un uccider da fronte e da tergo senza dar luogo a pietà. Parafanti, stimandosi tradito, si trasse indietro, né più di lui si udì, sin che, come vedremo, fu morto...

I sollevati, non trovando più scampo, morir voleano vendicati. Osaron assalir Nicastro e combatter per le vie. Osaron sorprender i Francesi nelle gole d’Orzo-Marzo e farne strage. Ma era rabbia impotente, onde chi non trovava la via del mare, non avea scampo o riparo. Pochi ed a piccoli gruppi, cercavan dall’oscurità la salute.

Penetravan poi nelle Calabrie gli avanzi di bande fuggenti da altre province. Le quali, ignare de’ luoghi, senza avvisi o consigli, eran tosto assalite e disperse. Gli smarriti eran presi e tosto sgozzati. Una banda di Basilicata si lasciò coglier nel sonno e gli assaliti, tra lo spavento e l’oscurità, fra loro si uccideano.

Niun osava più far testa, ed invano i Calabresi udian giunti e lietamente accolti nuovi Inglesi in Sicilia. Invano udian festeggiata in Messina la battaglia di S. Eufemia e la sollevazion delle Spagne. Senza commuoversi vedean sventolar da Messina e Milazzo colla Inglese la regia bandiera. I diari Brittannici e Siciliani inutilmente li spronavan, coll’esempio delle Spagne, a nuova levata d’insegne. Tardi gl’Inglesi della loro non curanza ed inerzia si pentivano. Nelle Calabrie gli animi colle forzo eran prostrati.

XI. Un ultimo sforzo faceasi dagl’inglesi per non lasciar estinguer quel fuoco. Sbarcavan sulle marine di Gioja, era al calar di Maggio 1808, alcune centinaja di sollevati. Ma, trovato poco seguito, vennero presto assalite e disperse.

La terra che volle esporsi per ultimo fu Bocchigliero. Gli armamenti Inglesi in Sicilia, che poi si rivolser verso Spagna, facean temer che si risuscitasse l’incendio. Si spedian perciò contro Longobuco freschi e risoluti soldati, appena si scorser o sospettar intenzioni ostili. Un fratello del Santoro, un Marcone ed un Ferrara vi tenean la terra oppressa e timorosa. Udito il moto de’ Francesi, uscian raccogliendosi sulle alture ed in Bocchigliero, lugubre e selvaggio sito. Era come nido di aquila in cima ad una rupe. Si difendean francamente, i Francesi facean poco frutto, e parca già dell'esito disperassero. Ma ecco levarsi alto rumor dentro la terra. Trenta soldati più risoluti, inerpicandosi ed aggrappandosi per que’ massi, sboccati eran in mezzo a’ resistenti. Avvisandosi dell’accaduto, gli assalitori si spingean innanzi, l’un l’altro aiutandosi. Penetrando nella terra, in un momento tutto fu sangue. I superstiti si gittaron da quegli aspri gioghi. Gli abitanti di Longobuco, lieti anziché sgomentiti, uscian col clero innanzi a’ vincitori e si sottometteano.

XII. Né solo colle armi stabili conquistar si volea l’ubbidienza. Pubblicavansi in Napoli diverse leggi, onde si togliean molti sequestri su’ beni di esuli e questi si richiamavan nel reame, si perdonava a’ rei di diversi delitti, a’ disertori, a quanti infine, nudrir potean e fomentar ancora moti pericolosi. Davasi miglior ordine alle province. Le solite paghe si davan a’ soldati, perché non ne fosser le università aggravate. Meglio si dividean le terre demaniali. Col nome di legioni si formavan nuovi soldati provinciali, da servir, come nella legge diceasi, per la interna tranquillità. Ma questi eran principi e provvedimenti d’un nuovo regno. In Napoli a que’ dì ad un Napoleonide, succeduto era altro Napoleonide. Finalmente quando par che, se non tranquille del tutto, posavan quietate Calabrie, pubblicava legge, che rivocavale dallo sfato di guerra. Ottimi frutti dagli ordinamenti civili si speravano. E questa era opera di nuovi ministri Napolitani, a’ quali pareva, col nuovo regno, non acquistata l’indipendenza, ma scemata la servitù. Erano scarsi trionfi strappati a speranze e facilità di nuovo principato. E piacemi accennar al senno ed umanità di que’ ministri, che allo storico consolazione unica, e non lunga, è il lodar la virtù.

Queste cose accadevano al principiar di Dicembre. Reynier. allora, con gran dolore di quanti l’avean conosciuto e tenuto in pregio, venia dalle Calabrie richiamato. Tutti ne udian la novella con rammarico; ché l’amavan pel suo valore, l’amavan per la placida natura sua e la giustizia del suo governo.

Ebbe il generale Reynier costanza d’animo, prontezza di consiglio, vigilanza maravigliosa. Prosperi ed avversi successi l’avean, nel corso di questa guerra, consolato ed afflitto. Ma ritenuto avea sempre la solita fermezza. Rumoreggiando intorno a lui la furia popolare, e spento ogni vestigio di governo, abbandonato venne d'. ogni sussidio. Pure con poche genti, in mezzo a popolazioni armigere e furibonde, t non cesse alla tempesta. Usò la severità, ma molto più la clemenza; e molti mali impedi, e que’ che impedir non poteva, scemò. Temperato si mostrò ne’ favori della fortuna, come ne avea patiti gl’insulti.

Ora, rassegnato il comando al general Mattieu, partiva, lasciando di sé gran desiderio. I più noti uffiziali che combattuto avean con lui, come II Sébo ed il Droet, lo seguiano.

XIII. Questo fine ebbe la sollevazion delle Calabrie. Nella quale volenterosamente entraron i Calabresi, a ciò inchinati dall’armigera natura, dall’esempio di precedente guerra civile, da odio agli stranieri, da amor alle antiche leggi. Ad essa però li eccitavan i Francesi con atti e modi superbi, col disprezzo delle costumanze e della pietà religiosa. Diedesi di mano alle armi colla costanza e col furor che dallo zelo religioso e cittadino derivar sogliono. E tanto crebbero in numero i sollevati che fu necessità combattergli all’aperta campagna. In quella epopea triennale con ostinato coraggio lotta vasi, ma la miglior disciplina superava il numero maggiore. Escrcitavasi però la guerra con rabbia senza esempio. Gli odi politici son sordi e crudeli. Armi per ogni dove, ostinatamente trattate dagli uomini, virilmente impugnate dalle donne. Niuna o poche virtù civili; molte, ma feroci virtù guerriere. Dimenticata da’ Francesi la benignità, nacque gara di barbarie che riempì tutto di sangue, d’incendi, di lutti. Le terre Calabresi divenian terre di vedove e di orfanelli.

Con eccessiva crudeltà usavasi la prospera fortuna e colle carceri e co’ supplizi, cessate le armi, si straziavano. Ma in ciò i Francesi più crudeli degli avversari; questi più feroci negli strazi. Dagli uni e dagli altri non mai usata la clemenza. Niun mezzo o legge tra estremi di rigore è di lassezza; eppur questa misura è necessità de’ governi nuovi. Per lo che non fece posar le armi né l’atrocità, né il perdono.

Quasi tutte le terre or dal poter de’ sollevati a quello de’ Francesi, or da questi a quelli ritornavano. Molte volte date in fiamme dagli uni, altrettante messe a sangue dagli altri. In borghi poco innanzi incendiati, ritornavasi a combattere. Ogni fiume o torrente, ogni gola, ogni rupe, ogni casa sempre con pertinacia disputato. Quanti agguati, quanti scontri, quante stragi a numerar impossibile. I successi partorivan disastri, i disastri successi. Niun frutto dalle vit torio, niuna sommissione dalle sconfitte. Niun paese, niuna stanza, niun cammino sicuro. Tutto mattonai a bottino e quel che trasportar non si potea, si sformava. Il sacco strabocchevole, ed era barbarico furore degli uni e degli altri; degl’Inglesi e de’ Napolitani non mai.

Riuscì la guerra di grave danno alla fortuna del Re antico, di nessun giovamento al nuovo, ma di utilità a taluni capi di bande o di soldati, di sommo pregiudizio agli abitanti. Costò a’ Francesi quella guerra tra malattie e rabbia Calabrese circa ventimila ottimi soldati. De' Calabresi, fatto il censo tre anni di poi, mancavan più del doppio.

Fra le truppe regolari la guerra fu combattuta con valore e varia fortuna. I disastri a’ soli capitani da imputarsi. I soldati son quali li fanno i capi. Erravan Damas, Reynier, Stuard, Philipstadt ed i loro errori gravi danni cagionavano. E più funeste conseguenze trasser quelli dell’Inglese e del Napolitano. Per essi inutil divenne la sollevazione ed il dominio straniero si raffermò.

XIV. Terminata la sollevazione, non posaron per questo le Calabrie. Quietaron per guerra, ma dolorosa fu la quiete. Feroci e selvaggi uomini, avanzo ordinario di tali guerre, alle rapine ed alle vendette sopravvivevano. Per niuna causa più combatteano oltre la propria avidità e l’altrui esterminio. Stato era insin allora un dominio soldatesco, utìa forza preponderante, la giustizia offesa, l’innocenza condannata. I malvagi stati eran adulati e premiati, perseguitati ed infamati i buoni. State eran opinioni strane, e strani nomi dati alle cose ed alle persone. Quindi realismo, patriotismo, briganti e patrioti nascosto avean licenza, vendetta, avidità e rapine. Da ciò predominio di opinioni diverse, affezioni tormentate.

Qualche volta però la giustizia, molte volte ebbe luogo la gratitudine. Ricordavano e forse tuttora si rioorderan l’integrità, la bontà, il retto animo di Reynier, di Verdier, e di altri ne’ quali i Calabresi trovarou chi affettuosamente li amava. Leali persone essendo, lodevolmente si comportavano, e con benigno e giusto freno reggevano. Contro le ninne o cattive leggi rimedio unico i buoni e giusti uomini. Ma in quest’ultimo stadio, in quest'ultima trasmigrazion della sollevazione, le cose maggiormente, se possibil era, intristirono. Religione e politica, barbarie ed umanità, dritto e violenza tutto andò più che prima in un fascio. Quasi non bastasse il sangue sparso tra’  Calabresi e Francesi, si volle il sangue tra Calabresi e Calabresi versato. A ciò le barbare leggi, più barbari assai gli esecutori Spogliavansi ora gli altari, ed ora preci si comandavan ed inni per vittorie straniere. Ora negarsi i confòrti della religione a’ condannati, ora chiudersi le chiese a costringer gli abitanti a correr contro a' banditi. Disarmarsi ora gli abitanti, ora spingerlia perseguitare e combattere; ora straziarli e denudarli, ed ora chieder tributi e temperanza cittadina.

Di qual ferino animo fosser i generali Manhes, Jannelli ed alcuni altri, ma vinti da que’ due in barbarie, non è da ricordare. Quali fosser i loro atti iniqui e ferocissimi, il narrarlo partitamente non so se più biasmo che tedio mi arrecherebbe. Massimi orrori ad udirsi, massime vergogne a registrarsi. Armate da sì schifosi tirannelli, nel dominar più smodati quanto men atti, le intere popolazioni spinte contro a’ banditi. Senza differenza di grado, di condizione, di età, tutti, al suon delle campane a stormo, uscian armati. Eran popolazioni per rupi e boscaglie perseguitanti, banditi, per que’ selvaggi luoghi perseguitati. Chiusi gli armenti per sanguinosi editti, il commercio colle campagne vietato, le terre abbandonate e deserte. Una miseria, un lutto, uno squallore che in niun conquistato paese fu l’eguale giammai. Or un padre di squallida e numerosa famiglia tratto all’istante a morte. Nel suo zaino si eran trovate alcuni grappoli d’uva ed alimento a’ banditi si giudicavano. Ora una madre che, ignara del bando, portava il giornaliero vitto al figliuolo, lavorante ne’ campi. Ora un fanciullo che il recava al padre, poco discosto dalla città. Un prete nel mentre ministrava il pan di misericordia, un sacerdote mentre recava il viatico, senza metter dimora, militarmente uccisi.

XV. Affrettava Manhes cagioni a far uccidere. Quando alla scoperta non v erano, o non ardiva, alle frodi si volgeva. Profferse pubblico perdono, e buon proceder sarebbe stato a spegner ogni seme di banditi. Al suono delle dolci parole si calavan molti, non sospettando. Ricevuti benignamente, tra la stolta sicurezza di lor sommissione, colti all’improviso e fatti a pezzi. Taluni introdotti armati nel suo palagio, eran ricevuti nel perdono, al quale con arte taluna volta alcun danaro si aggiungea. Spogliate poi le armi, uscian dalla parte opposta, ove da celati sgherri eran assaliti e gittati in profonde carceri. Non permettea che alcun entrasse ne’ recessi di sua casa, alcun che se gli avvicinasse. Pure alcuni, stimati fautori de’ banditi, trasse a convito, e poscia dopo i banchetti furon morti. Orribili fatti che l’età nostra vide, ed alla posterità celati si speravano. Con questa fede il Manhes ed il Jannelli adombravan le intenziotìi ed appiauar volean le vie a buona concordia. Gli aderenti a’ Francesi a queste enormezze ed iniqui atti ajutavano. Per arbitrio o perfidevendette registravan gl’innocenti negli allistamenti di fuorbando. L’assenza di pochi dì dalla terra natale bastava. Ignari delle leggi e del fatto, d’esser rei s’accorgevano al momento della pena. Non assistiti da alcun patrocinio, moschettati infelici che un sol dì appartati si eran da un casale. I fatti scellerati si succedean rapidamente, ed a tutte le condizioni si allargavano. Talarico di Carlopoli, capitano di milizie, accusato da un facinoroso, senza altro indizio o riguardo a’ suoi servizi, era moschettato. Lui, aderente a’ Francesi, disser in corrispondenza col Parafanti e colla Sicilia. Compassionaron tutti alla misera sorte del giovane, ché non vi eran prove; o se furono, derivaron da iniqua malizia.

Molte infelici donne violentemente rapite da’ banditi ed a menar costrette vita selvaggia, prese che eran, messe crudelmente a morte. I congiunti degli uni e delle altre ristretti in angustie e malsane prigioni. Pestilenziali malattie poco dopo ad essi si appiccavano, e sì erano spenti. In Castrovillari era la più strana ed orrenda contaminazione di corpi. Né ad alcun rimanean i debiti sussidi per carità di parenti o per amorevolezza di amici. ché in chi si fosse scoperto quel fin generoso di non fuggir gl’infetti, la collera de’ governanti, per timor di contagio, volgevasi. Molti imprigionati così di stenti estremi perivano. A’ moribondi negati i conforti della religione. Uccisi in terra, disperar dovean del cielo.

XVI. I banditi, cui la carcer non uccideva, menati al supplizio. A questo sanguinose tragedie si aggiungean fantastiche ed orribili forme e rappresentazioni. Posti in lunghe file, cavalcando asini in isconce maniere, con berretti dipinti a fiamme, menati in trionfo dal carnefice. E perché nulla mancasse in sì nemico tempo a questa rabbia Neroniana, nuovi supplizi s’inventavano. Niuna morte creduta bastevole, se non accompagnata da lunghe angosce. Preso appena talun bandito fu con un chiodo alla gola conficcato ad un albero. Ad altro distillato olio bollente sulle piaghe, a questo lacerate con ferri, a quello con nerbi le carni. I governanti poi comandavan ad intervalli le esecuzioni, perché a duraturo spavento servissero. Orride le strade da Reggio a Castrovillari per teschi di uccisi affissi a’ pali. Come il delitto, perdeva così la morte il suo orrore. Con que’ teschi vidersi scherzar i fanciulli ne’ campi ed esserne incuorati ed applauditi. Tanto le menti eran use a spettacoli di sangue. E per lunga pezza cadaveri bruttamente sformati pendetter da’ tristi rami ludibrio de’ venti. Si crederebbe che tali atti di ferocia dalla rabbia Indiana del nuovo mondo avesser le vecchie Calabrie ereditato. E portaron i tempi che Manhes ne venisse lodato come prudente, e l’atroce animo difeso in Francia quando cadder i tempi Napoleonici.

Taglieggiati, angariati gli abitanti se alla persecuzion de’ banditi non concorressero; i banditi i campi de’ perseguenti bruciavano. Ma più la desolazion allargavan e più dalla fame erano straziati. Cacciati dallo spavento e dalla mala coscienza, con non men orribili atti si vendicavano. Ferro a ferro, fuoco a fuoco, ferocia a ferocia opponevano. Si cibavan lungamente degli animali più schifi; i più venian meno di stenti nelle selve. I superstiti, aggirandosi con occhi infossati e torvi, vendean caro l’avanzo di lor misera vita. Colto Benincasa, che infestato aveva i dintorni di Nicastro, si difendea contro un centinajo di Francesi e legionari. Ferito, si curvò a baciar il solo compagno di sua fortuna mortogli a fianco, e poi cadde. Altri traversar volean l’Angitola, e trovavanla ingrossata. Assaliti, si difendean disperatamente; ma venute meno per istanchezza le forze, si ajutavan l’un l’altro, ed a stento nel fiume si capovolgevano.

Il terribile Parafanti, scaltro e robustissimo, cader non potea vivo nelle mani de’ suoi nemici. Postatosi dietro alcune pietraje, fe’ per lungo tempo disperata difesa. E più ingrossavan i nemici e più facea loro fuoco addosso. Avea già le cosce spezzate da colpi e colle braccia seguitava ad atterrar gli assalitori, sinché fu morto. La testa venne portata in trionfo a Cosenza, col seguito della famiglia in catene. Manhes, il Mezenzio delle Calabrie, comandava che il fratello di Parafanti facesse da carnefice a tutti. Alcuni più fortunati ripararon in Sicilia, fra’ quali il Re di Gimigliano che dal carcer trovò modo di fuga e salute.

XVII. Strane furon degli altri le maniere di morte. Chi, mancate le munizioni, dava fuoco al pagliajo, in cui si era difeso; chi facendo saltar in aria vecchia torre, peria; chi di fame in abbandonati casali, chi precipitandosi dalle rupi. Costretti alcuni dalla rabbia patriota di servir da carnefice l’un all’altro, si rifiutavan con orrore. Ciascun di per sé si slanciava e davasi la morte. E furon di sì fermo, cuore in sin all’ultimo, che questo minacciando, questo beffando moria. I più facendo atti e pronunziando festevoli motti. Del che, nel dì precedente alla morte, in favor di lor congiunti o loro donne faceano scommesse. Un de’ men feroci udiva il prete carcerato che il confortava, dicendo che presto sarebbe al cospetto di Dio. Sarò? disse; bene sta, il pregherò pel ritorno del Re e la cacciata di questi manigoldi. Condannato altro ad aver tronca la mano pria di morire, vedea tremante il carnefice. E che, sei femminuccia, dicea sogghignando. Troncata ad un altro la destra, porgea l'altra mano, dicendo, non farmi torto alla sinistra. Chi impetrava esser messo supino, a vedere scender la scure; chi a mano legato coll’amico; chi in cospetto dell’amata. Impossibile il narrar tutti gli atti o detti di tal natura. E spiacevole a me ed agli altri sarei a raccontar tanti e somiglianti casi, atroci tutti e continui. Ma essendo i più feroci banditi, difensori di niuna causa che legittima fosse, degni di supplizio e non di pietà, altro sentimento non destavan che di stupore.

Que’ che sollevati furon e non banditi, corser diverse fortune. Molti a’ supplizi ed alle carceri scampavano. Altri, ammessi al perdono, andavan soldati ed eran inviati nelle Spagne. Givan così ad impor nella patria altrui quella dominazione che avean ostinatamente combattuta nella propria. E volle fortuna de’ tempi che fosser da’ Francesi menati in Catalogna ed Aragona, e posti a fronte d’altri sollevati dalla Sicilia menati colà dagl’Inglesi. Ed accadde spesso che i primi riposasser nelle stanze stesse, dove il dì innanzi avean i loro compatrioti cogl’Inglesi riposato. E spesso ne uscian quando quelli ritornavano. Scriveau perciò sulle pareti nomi, ricordi, reciproci auguri. Quando poi venian a scontrarsi, arditamente combattean gli uni contro gli altri, essi che per una sola ed istessa causa giurato avean di combattere. Eran Napolitani che sbramavan Napolitani e che a lacerarsi eran menati in una contesa che danno a loro ed a tutt’Italia fruttava. Lodavansi del loro coraggio Soult e Suchet, lodavansene Murray e Benthing. Ma le lodi che lor prodigavan questi capitani famosi nella guerra Spagnuola, certo non valean a compensar il tanto sangue Napolitano versato per le vittorie dello straniero. Eppur Dio gli avea fatti per combattere in pro d’una causa comune e santissima.













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