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Una lettura affascinante, uno di quei testi da leggere e da rileggere. Da conservare gelosamente nella propria biblioteca. Ci era capitato di trovare questa opera di Eugenio Tortora citata in qualche bibliografia, ma un libro non lo apprezzi finché non lo conosci direttamente.

I Banchi Napolitani hanno accompagnato (e vi hanno ovviamente contribuito) lo svolgersi della storia delle provincie meridionali negli ultimi cinque secoli.

Fino alla ingloriosa fine del Banco di Napoli liquidato con la complicità di una classe politica che da sempre ha posto gli interessi nostri in secondo piano rispetto a quelli toscopadani.

I nostri Banchi erano sopravvissuti a vari cambi di regime, spagnolo, austriaco, borbonico, francese, poi ancora borbonico, ma non sono sopravvissuti al regime italiano. Per questo sovente ci viene il dubbio che per Napoli e Palermo l'unica via maestra sia quella separazione dall'Italia che Zitara ha invocato per decenni.

Che i francesi non avessero ben inteso il funzionamento dei Banchi lo avevamo letto già da qualche parte, che, però, un napoletano ministro italiano come fu Manna - uno degli artefici insieme ad una nutrita schiera di collaborazionisti del disastro meridionale - non conoscesse bene i meccanismi di nomina e di successione all'interno di queste secolari istituzioni napolitane non lo avremmo manco lontanamente potuto immaginare.

Riportiamo alcuni stralci dall'opera:

La rivoluzione del 1860, col suo sperpero di danaro pubblico; i fallimenti, furti all'erario e disordini d'ogni specie, che accompagnarono la caduta della dinastia Borbonica, vuotarono in poco tempo le casse di molti milioni di ducati, che il Governo ci teneva. Più la mancanza di fiducia nei Dittatori, Prodittatori o Luogotenenti, che nel 1860 e 1861 vennero a governare queste provincie, l'assedio di Gaeta, il brigantaggio; insomma la paura che si sospendessero i pagamenti, fece ritirare buona parte dei depositi anche dagli altri clienti. In diciotto mesi, da ottobre 1859 ad aprile 1861. avvenne una diminuzione di quasi due terzi sulla riserva metallica, (Cfr. pag. 624)

Un decreto dittatoriale, che imitava gli atti peggiori della reazione Borbonica del 1799, mise sequestro sulle bancali, di data anteriore al 7 settembre 1860, pertinenti alla caduta dinastia, ai reggimenti dell'esercito napoletano, ed alle persone che facessero traffico con Gaeta.

"Siffatto provvedimento, che nella sua attuazione sorprendeva la buona fede di chi si trovava legittimo possessore di quelle bancali, e ne ostacolava la libera e sollecita realizzazione, non tardò a diffondere nel pubblico l'esagerato timore che i titoli del Banco non avessero avuto più corso.

"Oltre di che il modo lato con cui si esprimeva il Governo, per giungere a sequestrare quei valori, come pure la grave responsabilità, che pesava sugli agenti del banco, a cui carico si mise la immediata esecuzione, faceva sì che questi, per prevenire ogni possibile elusìone degli ordini dittatoriali, procedeano con la massima incertezza nel cambio dei valori".

"Non poche rimostranze si produssero, per persuadere il Governo che l'adottato provvedimento, mentre era in opposizione colla insequestrabilità del deposito bancario, mirava a scrollare la buona fede, unica base di questa interessante istituzione (1)".

Altra offesa alla reputazione delle bancali fece il decreto per la soppressione degli ordini monastici (febbraio 1861), con una confisca dei loro crediti apodissari, che sconosceva i dritti dei possessori e portatori della carta. (Cfr. pag. 628)

Ma il fatto più grave fu la proibizione alle casse fiscali di prendere e cambiare polizze. Una circolare del 10 luglio 1861, firmata dal Tesoriere Generale, esprimeva nettamente questa proibizione, sebbene nessun provvedimento legislativo avesse annullato le ordinanze del 1816, confermate da mezzo secolo di pratica costante. Per siffatta circolare, le carte del Banco cominciaronsi a rifiutare in tutte le province meridionali e nella stessa città di Napoli; gli speculatori pigliavano per aggio due, tre ed anche quattro per cento; tutti correvano alla cassa per cambiarle con argento. Se, per mala ventura, l'ordine irragionevole non si fosse rivocato, poteva il Banco giungere alla necessità di chiudere lo sportello del cambio. Ma le rimostranze energiche di Avitabile fecero annullare quel comando del Tesoriere, mediante lettera del Ministro, pubblicata al 1° agosto 1861. (Cfr. pag. 629)

Una medesima obbligazione, di esprimere i valori in lire e centesimi della moneta italiana, è estesa a tutte le scritture private, a datare dal 1° gennaio 1863. I contravventori sono soggetti ad una multa da lire 5 a L. 50.

Si dovettero, per conseguenza, cambiare tutt'i registri e tutte le scritture, e fu necessaria la calcolazione del ragguaglio in lire pelle reste a ducati di tutt'i conti aperti; cioè per varii milioni di fedi, polizze e polizzini, cambiali, cartelle di pegno etc. che al giorno 31 dicembre 1862 figuravano come debito o come credito. Notisi che fu promulgata la legge prima di mettere in circolazione la moneta decimale, sicché le scritture si portavano a lire e centesimi, le riscossioni e pagamenti si facevano con ducati e grana. (Cfr. pag. 629)

Ogni altro commento è superfluo. Rinnoviamo la solita raccomandazione a chi utilizzi le nostre pubblicazioni per tesi universitarie a consultare gli originali in quanto se in un testo ci sono molte cifre anche gli errori possono essere tanti.

Buona lettura.

Zenone di Elea – 19 Luglio 2011

EUGENIO TORTORA

NUOVI DOCUMENTI PER LA STORIA

DEL

BANCO DI NAPOLI

NAPOLI

A. BELLISARIO E C. - R. TIPOGRAFIA DE ANGELIS

Portamedina alla Pignasecca, 44

1890

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CAPITOLO I.

FONDAZIONE ED ORDINAMENTO DEI VECCHI MONTI DI PIETÀ DI NAPOLI

Leggi e fatti concernenti li mutui contro pegno

1538 a 1794

1. Fondazione del Monte di Pietà, malamente attribuita ad una espulsione degli Ebrei - 2. Monti di Pietà anteriori a quello di Napoli; Controversie teologiche cui dettero occasione - 3. Il Monte di Roma. Applicazione del fervore religioso alle opere filantropiche-4. Il Monte di Pietà di Napoli - 5. Il Monte dei Poveri-6. La Casa Santa dell'Annunziata ed il Banco Ave Gratin Piena - 7. L'ospedale degl'Incurabili ed il Banco di Santa Maria del Popolo - 8. Il Conservatorio e Banco dello Spirito Santo - 9. L'Ospedale e Banco di Sant'Eligio - 10. La Chiesa, Ospedale e Banco dei Santi Giacomo e Vittoria - 11. Il Banco del SS. Salvatore - 12. Antiche regole sui pegni.

1. Parecchi scrittori (1) definiscono la fondazione del Monte di Pietà sagace rimedio, immaginato dal Viceré di Napoli D. Pietro di Toledo, per provvedere ai disordini ed inconvenienti della legge che scacciava gli Ebrei. Narra Giannone, sulla testimonianza del cronista contemporaneo Gregorio Rosso, (2) che, allorquando visitò Napoli l'imperatore Carlo V. molti cittadini, ed in particolare modo molti feudatari, dettero in pegno tutti i loro argenti e beni mobili, per sfoggiare in Corte con lusso strabocchevole. Gli Ebrei guadagnarono molto; maggiori sarebbero stati i loro profitti se più lungo tempo Carlo fosse rimasto a Napoli. Essi godevano il monopolio del prestito pegnoratizio, proibito ai Cristiani da leggi ecclesiastiche e civili, per virtù d'una Costituzione dell'Imperatore Federico, del secolo XIII, la quale a favor loro tollerava gl'interessi fino a dieci per cento; ed avevano quasi rinunziato all'altre qualità di mutui per la ragione che dal predecessore di Carlo, Ferdinando il Cattolico,

1.

Rocco Michele. Dei Banchi di Napoli e della lor ragione, Vol. I, pag. 151- Giannone. Storia Civile, libro 32, cap. IV. -Bianchini. Storia delle Finanze, Vol. 2.° pag. 567 - Aniello Somma. Trattato dei Banchi Nazionali delle due Sicilie, pag. 11. Con altri molti.

2.

Giornali - Anno 1536.

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si era tolta qualsiasi sanzione legale ai erediti degli Ebrei, con una legge del 1507, la quale dichiarava, per loro, non valide l'obbligazioni chirografo rie, le personali ed anche quelle fondate sopra ipoteche. Il pegno dunque d'un oggetto mobile era indispensabile all'Ebreo, che non poteva procedere contro la persona, né sui beni del Cristiano.

Partito il Sovrano da Napoli, cessata l'occasione di chiedere altre somme, i debitori si dolsero per l'estorsione che subivano. Pare veramente cosa certa che gl'interessi fossero a tutt'altra ragione di quella consentita dalla Costituzione, e che si potessero dire scandalosamente usurari. Gridarono tanto questi debitori, e furono in tal modo sostenuti dall'opinione pubblica, che il Viceré dovette pensare ad un rimedio.

D. Pietro di Toledo si voleva far credere schietto sostenitore delle opinioni religiose, fra le quali, nel secolo XVI., erano universalmente ammesse quella che condannava i mutui ad interesse, e l'altra che definiva cosa illecita contrattare co' miscredenti. Di buon grado quindi si adoperò pel necessario permesso dell'Imperatore, ed avutolo, nel 1540, pubblicò rigoroso bando contro gli Ebrei, ordinando che tutti partissero dalla città e dal regno. Ebbe piena esecuzione questo bando, che tornava d'immenso vantaggio a migliaia di cittadini, fra cui erano molti feudatari e persone potenti, che colpiva una classe d'individui universalmente odiata, che lusingava le passioni ed i pregiudizi dell'intero popolo. La conseguenza fu che, tolta la possibilità di prendere a mutuo sopra pegno dagli ebrei, i bisognosi dovessero ricorrere ai cristiani ricchi; costoro non si facevano scrupolo di pretendere usure più grosse. Il rimedio quindi sarebbe stato peggiore del male. Ma gli autori pretendono che si fosse ogni inconveniente levato per cura del Viceré Toledo. Affinché restasse la comodità di far pegni, e perché gli usurai cattolici non avessero occasione d'imitare, superandolo, il rigore degli ebrei, fu aperto il Sacro Monte della Pietà. I fondatori, dopo di aver liquidati gli affari in corso, riscattando i pegni che già s'erano fatti, misero una cassa di anticipazioni, la quale non doveva riscuotere interesse alcuno, per i mutui inferiori a dieci ducati, e doveva contentarsi di retribuzioni discretissime per gli affari più importanti.

Raccontata in questo modo, l'origine del Monte di Pietà presuppone sapienza di cose economiche, con buona volontà del Toledo e dei suoi coadiutori,

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le quali sono smentite da tutti gli atti dell'amministrazione viceregnale. Spiega la fondazione della prima Cassa, che si vuole avvenuta nel 1540, ma non dà ragione dei fatti che produssero l'apertura del Banco Ave Gratia Piena o Santissima Annunziata verso il 1587, dell'altro del Popolo nel 1589, del quarto dello Spirito Santo nel 1591, del quinto di Sant'Eligio nel 1592, del sesto dei SS. Giacomo e Vittoria nel 1597, del settimo dei Poveri nel 1600, e finalmente dell'ottavo ed ultimo del SS. Salvatore nel 1640 (1).

L'opera sui banchi del sig. Michele Rocco, che a pag. 151 ripete la comune opinione, d'essere stato il Monte aperto al 1540, dopo la cacciata, degli ebrei, alla pagina seguente si contradice, confessando che la fondazione fu dovuta al senno ed alla filantropia di due cittadini napoletani, Aurelio Paparo e Leonardo di Palma, i quali "animati da una carità senza pari, con proprio danaro, un anno prima della espulsione, cioè nel 1539 e 1540 (ciò apparisce dal primo libro del Monte) (2) riscossero dagli ebrei la roba tutta che aveano in pegno, e la trasportarono nella loro casa ch'era nella strada della Selice poco distante della Giudecca (3) ove la conservarono e ne fecero i dispegni; anzi diedero principio alla grande opera, prestando denaro sopra il pegno, senza alcuno interesse. Napoli è portata per le opere di pietà, quindi vari ricchi e pietosi cittadini concorsero al glorioso fine; e in breve tempo si vide l'opera cresciuta in guisa che non fu capace la casa dei due famosi cittadini a disimpegnarla, onde la

(1) Agli anni soprascritti rimontano i più antichi volumi di scrittura apodissaria, che di ciascun Banco conservi l'archivio generale. Il prestito con pegno, però, per alcuni era già cominciato prima, come per esempio al Monte dei Poveri, che avea fatto i primi mutui nel 1563, e da altri s'intraprese più tardi, esempio il Banco Spirito Santo, che ottenne il permesso vicereale nel 1629.

(2) Per mala ventura, nella notte del 31 luglio 1786, un incendio consumò parecchie scritture del Monte della Pietà. Anche gli archivi degli altri antichi banchi furono manomessi dopo la sospensione di pagamenti del 1794. Questo primo libro del Monte non si trova, come non si trovano le corrispondenze dei secoli XVI e XVII. Però nei registri e documenti salvati, che compongono l'attuale prezioso archivio patrimoniale, ci sono attestazioni che abbia esistito e che contenesse atti dell'anno 1538, vale a dire di molti mesi anteriori alla pretesa espulsione degli ebrei. E, per esempio, descritto con queste parole nell'Inventario di scritture del Sacro Monte della Pietà di Napoli nel finale anco si da ragguaglio del tempo e delle condizioni di ([nelle (archivio patrimoniale scaffale, N. 76 vol. N. 508 pag. 21 tergo). "Il libro della fondazione del Sacro Monte, nel quale vi sono registrati anco più lettere et ordeni Regi circa il buon governo del detto Sacro Monte, dall'anno 1538 in qua, si conserva insieme con la detta scatola nel stipo de scritture d'esso Sacro Monte.,,

Siffatto inventario si dovette compilare verso il 1595, poiché contiene i bilanci degli anni 1586 a 1594 e non descrive documenti posteriori.

(3) Specie di ghetto dove gli ebrei dovevano tutti dimorare per una ordinanza di Carlo V.

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trasferirono nella Casa Santa di Ave Grafia Piena nel cui cortile fu amministrato sotto il titolo di Sacro Monte della Pietà, e fino d'allora si trovano dati gli amministratori, col titolo di Protettori."

L'istruzioni per gli ufficiali del sacro monte, del 18 maggio 1585, ch'esistono manoscritte nel volume di conclusioni di quell'anno (1) non parlano di cacciata d'ebrei, anzi fanno argomentare che costoro non avessero lasciato Napoli quando fu messo, poiché dichiarano che il Monte nacque per combatterli. Dice infatti il primo paragrafo.

"Considerandosi che il detto Sacro Monte è stato instituito per TOGLIERE li prestiti abbominevoli e contratti usurari che nel presente Regno di Napoli erano stati introdotti dai Giudei e per evitare altri scandali e delltti che si commettevano dai bisognosi, non potendo avere denari pronti ai loro bisogni. Come già si vede che colla sovvenzione che alla giornata si fa per esso Sacro Monte a tutti li poveri, col prestito grazioso, mercé d'Iddio, sono non solo rimediati infiniti mali, ma anco fatti innumerabili beni. Però si ammoniscono tutti gli ufficiali che nell'esercitare dei loro uffici non abbiano riguardo principalmente alle provvisioni che se li daranno, ma al servizio di nostro Signore Iddio, al quale essi son deputati, esercitando il loro ministerio con carità e timor di Dio, fedelmente, sopportando l'uno l'altro ed anche li poveri importuni che vengono al Monte per impegnare, servendoli con pazienza e con carità."

Manca il testo d'una lettera di Re Filippo. Ma questo compendio, che teniamo nel volume dell'inventario (n. 508 pag. 15 tergo) riferisce l'ordine al Viceré Toledo che s'informasse del detto negocio, prova chiarissima che non era fondazione sua.

"La lettera della Cattolica Maestà di Re Filippo, nostro Signore. spedita a dì 29 d'ottobre 1540 in Brusselles, diretta all'Eccellenza dell'olim Viceré di questo Pegno, Marchese di Villafranca, per la quale se gli. ordinava che avendo inteso la Maestà sua qualmente s'è eretto in questa città il Sacro Monte della Pietà, ove recorreno i poveri a ricever denaro sopra pegno, per impronto gratis per amor del Signore. E per lo buono governodi quello si sono stabeliti certi capitoli, con consenso dell'Eccellenza Sua, dei quali si domandava confirmacione alla Maestà Sua:

(1) Scaffale 17 Vol. 107 archivio patrimoniale.

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et anco si supplicava si degnasse assegnare alcuna limosina al detto Sacro Monte, per sostentamento della detta grande opera di Pietà, sopra li proventi della Vicaria, l'Eccellenza sua s'informasse del detto negocio, e del tutto poi facesse relazione a Sua Maestà, acciò si provvedesse al supplicato".

Il Viceré dunque non aveva fondato il Monte, nulla gli aveva dato, contentandosi appena d'un verbale consenso; supponeva S. M. che poco ne sapesse. Forse Toledo dovette dopo far pratiche per soccorrerlo, colla borsa degli altri, ed è probabile che per suggerimento suo, od almeno permesso, gli amministratori del Municipio di Napoli donassero la piccola rendita di D. 72 annui, che appare dai registri contabili conceduta dalla Fedelissima Città nell'anno 1544.

Altre ragioni per negare che il Monte di Pietà fosse invenzione ed opera di D. Pietro di Toledo offre la stessa prammatica contro gli ebrei. Trascriviamo questo documento, del 10 novembre 1539, che minaccia, ma non comanda la loro cacciata dal Regno. Carlo V, infatti, esprime la volontà di bandire, ma provvisoriamente si contenta di farli stare il più che possibile separati dai Cristiani, ed ordina che portassero segno ben visibile, pel quale fossero conosciuti e distinti.

Et quia perfidorum Iudaeorum cum Christianis conversatio atque commixtio, periculosa indecentia fa cinora producere plerumque consuevit, sit-que propterea inconveniens quod alius non distinguatur ab alio, et ideo, pro Dei servitio et bono publico, illos a civitate Neapolis, toto, que regno decrevimus quam citius expellere, non obstante conventione cum eis per Pro Regem Nostrum habita. Volumus interim, donec id quod decrevimus executione demandetur, illos a Christianis, quam possibile est, secernere. Quamobrem mandamus, quod eisdem tam Neapolis, quam aliis in civitatibus, terris et locis quibuscum que ubi commorantur, locus vel platea separata assignetur, in qua ipsi simul habitent seorsum a Christianis, nec alia in parte quam in loco eis assignando valeant habitari. Et ut a Christianis discerni facile possint, cogantur penitus ad portandum signum coloratum et notabile, masculi in capite, videllcet pileum sive biretum rubei, seu crocei giallive coloris, ita ut tegi nullo modo possit; similiter que eorum mulieres signum vel in capite, vel alio loco ubi pateat cunctis, vi cleri que liceat, portare cogantur, scilicet fasciam eiusdem coloris. Si qui autem contravenisse reperiantur, non habitando in loco qui de putabitur eis, vel signum ut superium dictum est non portando, vel portando illud cooperiendo, poenam publicationis honorum omnium incurrant, in quam ex mine pro tunc et contra illis incidisse declaramus, bonaque eorum omnia, vel eius qui contravenerint, Fisco nostro, in causa contraventionis, applicata esse de cernimus. Quam quidem poenam omni et inviolabili modo exigi volumus et mandamus.

(1) Vita di S. Gaetano Tiene, pag. 395 parte 1° libro 3° cap. 24

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Quae omnia et singula suprascripta, in omnibus suis punctis, articulis et clausulis integre concusse observari volumus, et per nostrum in eodem Regnum Vice Regem et Locum Tenentem Generalem praesentem, et per alios Consiliares et Officiales nostros, cuiuscumque nominis, gradus, conditionis et qualitatis existant, de vitae executioni mandari, omni dubio, difficilitate, sinistra interpetrazione cessantibus, haec secus attentati ulla ratione, praetextu, si ve causa, si ultra iram et indignationem nostram gravissimam, poenas supra expressas, et alias graviores, quas nobis et successoribus nostris reservamas, incurrere formident. In cuius rei testimonium, praesentes fieri ius simius, nostro magno negotiorum Siciliae Citerioris Regni sigillo pendenti munitas. Datimi in oppido nostro Matriti che X mensis Novembris, anno a Nativitatis Domini millesimo quingentesimo trigesimo nono. Imperii nostri 19, Regnorum autem nostrorum, videllcet Regni Castillae, Granatae etc. anno trigesimo sexto, Navarrae 24. Aragonum, utriusque Siciliae, Ierusalem et aliorum vigesimo quarto. Regis vero omnium 24.

lo el Rey.

Vidit Maius Vice Protonotarius et pro Magno Camerario - Vidit Severius Regens.- Vidit Beltran Regens General Thesaur. - Sacra Caesarea et Catholica Maiestas mandavit mihi Alphonso Idiaqui.

Quale, precisamente, fosse l'epoca della cacciata degli Ebrei non dicono le prammatiche. Dovette senza dubbio essere posteriore al 10 novembre 1539, e precedere l'anno 1572. Per questa seconda data c'è ordinanza del Viceré, nella quale si parla di ebrei che vengono dall'estero, con licenza, in occasione di mercati o fiere. Anche costoro dovevano portare il berretto giallo, con minaccia ai contravventori di cinque anni di galera.

Assai piccola parte prese dunque il Viceré Toledo alla fondazione del Monte. Il merito spetta ai due individui mentovati (qualche documento aggiunge il notaio Giovan Domenico di Lega ed il gesuita Alfonso Salmeron) ed ai cittadini napoletani che li soccorsero di denaro, di consigli, di opera.

I biografi di S. Gaetano Tiene attribuiscono a lui, ed al socio Giovanni Marinonio, l'onore di aver fondato il napoletano Monte di Pietà. Dice Magenis (1).

§ 529 da seconda (opera notevole) è il molto che S. Gaetano contribuì a quella grand'opera insigne, detta il Monte della Pietà, eretta in quest'occasione. L'interesse e l'usura tutta l'anima possono dirsi d'un Ebreo per cui solo vive ed opera, apportavano gravissimi danni alla città di Napoli, dove trafficando, sparsasi per più luoghi e città la schiatta degli ebrei in gran numero, prestavano costoro a cristiani o roba o dinaro con usure si ingorde, che in poco tempo si divoravano ancora i loro pegni e tutte le loro sostanze. Impoveritesi perciò molte famiglie, fino a vedersi ridotte all'estremo bisogno,

(1) Amministratori del Municipio

.

(2) Fort. Vita di S. Gaetano, libro 1 cap. 44


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e la città (1) fece istanza al suo Principe, l'Imperatore Carlo V, che si degnasse, pel pubblico bene, dare un bando generale, da tutto il regno, a quella nazione sì rapace e sì nemica del nome Cristiano. Molto aggradì queste suppliche l'innata pietà di Cesare, e tanto se ne compiacque, che nulla curando venisse a mancare al suo erario una lucrosissima rendita, proveniente dalle grosse contribuzioni degli ebrei, comandò loro con un editto rigorosissimo che in termine di tanti giorni uscissero da tutto il regno di Napoli, senza speranza alcuna di potere più ritornarvi. Ora, purgata la città da questa feccia di gente sì avida ed usuraria, cadde un bel pensiero nella mente del nostro venerabile Padre D. Giovanni Marinonio, novizio già ed allievo di S. Gaetano, e poi compagno nella santità; di ergere un luogo pio, che provvedesse di denaro i bisognosi, ma con riceverne da loro il solo pegno, senza un minimo pro o interesse; per chiudere ogni strada ai Cristiani di camminare sulle nere vestigia lasciate dagli espulsi ebrei. E già pur troppo alcuni cittadini, dominati dalla cupidigia del guadagno, in cominciato avevano a prestar denaro a poveri, con quelle usure stesse che praticavano prima gli ebrei. Il Marinonio adunque comunicò il suo conceputo disegno al Beato Gaetano, come quello che sempre venerava da padre e maestro, con una totale dipendenza dai suoi consigli, aspettando sopra di ciò il di lui parere ed approvazione (2) Consolatosi il Santo a sì bella idea del suo diletto figliuolo e fratello, non solo l'approvò, non solo il sollecitò ad eseguirla, ma volle esser anch'egli a parte della gran de impresa, che conosceva si profittevole al pubblico ed impeditiva di tanti peccati. Onde, maneggiandosi ambi due con sommo zelo e fervore, sì nel superare le molte difficoltà che si opposero, come inpersuadere ai loro penitenti più fa coltosi il contribuire ad opera sì santa e fondi, e censi, ed oro, fu eretto questo luogo pio, nomina tosi con tutta ragione il Monte della Pietà, che fu ed è di tanto profitto e spirituale e temporale alla città di Napoli, e al di cui esempio fondaronsi poi altri monti simili, in puro sollevamento di quanti abbisognano ricever denari in prestito.

§ 530. d'erezione di questo Monte della Pietà, promossa dai consigli di Gaetano, accadde fin dal 1539, ma quello che in oltre vi contribuì negli anni correnti (1545 e seg.)in cui si trova la nostra storia,maggiormente dimostra il di lui zelo. Ritornato il Santo quest'ultima volta da Venezia a Napoli,ripigliò a dirigere la coscienza del suo già penitente, il nominato più volte Conte d'Oppido, a cui un giorno espose, come riferisce D. Francesco Maggio, le premure del la sua carità, così dicendogli:

Voi vedete, o Conte, non avervi Iddio data prole a cui lasciare le vostre fa eolici doviziose; forse perché fossero impiegate in altre opere di sua maggior gloria. Vi ricorderete ancora della prima mia venuta a Napoli, che vi esibiste d'istituire erede dei vostri beni la mia Religione, accioc ché avesse entrata da sostenersi; e che io costantemente mi opposi a tanta vostra generosità, per essere incom patibile eoi nostro apostolico istituto. Eccovi ora un savio consiglio, che non può essere né più grato al Cielo, ne più utile alla vostra anima, né più profittevole al pubblico bene. Quei poderi e ricchezze che offeriste alla mia Religione, applicateli al nuovo Monte della Pietà, che non ha ancora tanta forza da poter soccorrere a tutti i bisognosi, e togliere ogni occasione a Cristiani di Giudaizzare colle usure e commettere ingiustizie ed estorsioni contro dei poveri.

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La bontà di questo Cavaliere, rispettando per comandi i savi consigli di Gaetano, donò una gran parte dei suoi beni al detto luogo pio; e col suo esempio mosse altri benestanti a maggiormente arricchirlo, di modo che in progresso di tempo, fin da quegli anni in cui scrisse le sue storie il padre Sylos, trovavasi in possedere in dinaro contante, da darsi in prestito ai poveri, trecentomila scudi d'oro, ed un milione di capitale, potendosi questo Monte del la Pietà stimare profetizzato da Davide, in quelle parole del salmo 02. Mons Dei, mons pingui s.

Quando gl'impiegati del Banco formarono un Pio Sodalizio, nella chiesa di San Potito, misero fra' Santi protettori Gaetano Tiene, stimandolo fondatore del Monte della Pietà. Ogni anno se ne celebra la festa, ed il predicatore, incaricato del panegirico del Santo, non dimentica questo gran merito. Ma la tradizione, fondata sulla testimonianza del Magenis e di altri PP. Teatini, manca di buoni appoggi. Infatti le più antiche carte del Monte della Pietà parlano di Aurelio Paparo, di Nardo di Palma, del P. Salmerone, del notaio di Lega, e d'altri benefattori, senza accennare al Tiene ed al Marinonio. La cacciata degli ebrei non precedette, ma fu certamente posteriore alla fondazione del Monte, trovandosi nell'archivio le descrizioni d'un registro del 1538, mentre che li 10 Novembre 1539 fu firmata a Madrid, non a Napoli, una semplice minaccia d'espulsione. Ciò demolisce tutto il racconto, perciocché non ebbero Marinonio e San Gaetano quelle ragioni di pensare al nuovo Istituto, o meglio d'inventarlo, che dicono i trascritti due paragrafi della biografia. Negli anni 1539 e 1540 fu in grandissime faccende S. Gaetano per viaggi a Roma, controversie teologiche con l'Ochino, il Valdesio ed altri predicatori, ch'egli stimava volessero pervertire la Fede, per amministrazione ed impianto di monasteri di uomini e donne con regola nuova, per fondazioni d'ospedali dove personalmente curava gl'indigenti e per svariate altre opere ascetiche o di filantropia. Non una traccia della donazione del Conte d'Oppido c'è riuscito di pescare fra documenti del secolo XVI, e specialmente nei giornali e mastri patrimoniali, chiamati Libri di casa, che, per assodare questo punto, furono diligentemente studiati. È vero che di tali libri mancano quelli anteriori al 1584, ma i successivi, ch'esistono, danno minute spiegazioni sulla provenienza ed uso di tutt'i capitali dell'Ente. Il conto, legati e donazioni liberi e senza peso alcuno distrugge la leggenda che il patrimonio venisse dall'elemosine, perché prova come dal giorno dell'impianto fino al 1597 s'accumulasse la modica somma di D. 5766,95..

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Notisi ch'entrano in questi ducati 5766.95 le rendite di mezzo secolo. Usavano gli amministratori d'aggiungere al capitale e di conteggiare come aumento di patrimonio il frutto dei fondi donati liberamente all'Istituto. L'altre donazioni, con oneri di maritaggi, scarcerazioni, messe, pegni gratuiti ed altro, sono tutte registrate, con una contabilità di partita doppia che si potrebbe dare come insegnamento ai moderni ragionieri, tal'è la chiarezza e tante l'informazioni che fornisce. Se il Conte d'Oppido avesse donato qualche cosa, certamente lo troveremmo registrato.

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2. La costituzione delle agenzie di prestito sopra pegno, a modico interesse, e per iscopo di beneficenza non possiamo dirla inventata dal Paparo e dai suoi compagni. Fin dal 1198 se n'era fondata una a Freisingen (Baviera) (D. Nel 1350 i borghesi di Salins (città della Franca Contea) versarono il capitale di ventimila fiorini, per aprirne un'altra. Undici anni dopo, Michele di Northburg, vescovo di Londra, lasciava per testamento mille marchi al Capitolo della sua Cattedrale, onde li distribuisse in prestiti senza interesse e della durata di un anno; con patto che ad un laico povero si potessero dare fino a 10 lire sterline, 20 lire ad un borghese della capitale o ad un nobile, 30 lire al decano ed ai canonici della Cattedrale stessa di S. Paolo, 40 o 50 lire ai Vescovi. Per assicurare la restituzione del prestito, occorreva un pegno di eguale o maggiore valuta. Se, passato l'anno, qualche debitore non avesse adempito all'obbligo suo di riportare la somma ricevuta, il predicatore di S. Paolo doveva annunziare dal pergamo che gli oggetti non riscattati sarebbero venduti nella seguente quindicina.

Le ricordate tre agenzie di prestiti, o Monti di Pietà, che pare siano le più antiche, ebbero vita breve ed ingloriosa. Se ne parla da parecchi scrittori, come di una curiosità storica, ma ad onta delle più diligenti ricerche non è stato possibile di conoscere in qual modo compirono il filantropico uffizio e per quali ragioni smisero. Probabilmente fallirono per insufficienza di capitale e pel cattivo ordinamento, tuttoché l'opera loro dovesse risultare utilissima, anzi necessaria, in epoca di generale miseria, quale fu il medio evo.

(1) Blaize, des monts de piété et des banques de prét sur gages. - Boccardo, Dizionario di Economia politica, art. Monti di Pietà. - Arnauld, Avantages et inconvénients des Mouts de Piété.

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Un monaco italiano, Barnaba da Terni. deve reputarsi il vero inventore dei Monti di Pietà, sia perché ne provvide in pochi anni molte città di Romagna, Lombardia e Toscana, sia perché trovò il modo di farli durare. Egli conobbe i vantaggi della concorrenza, centinaia di anni prima che fossero dimostrati dai volumi degli economisti, e pensò di combattere gli usurai con l'arme loro stessa, il danaro. Erano veramente inique a quell'epoca l'estorsioni usurari e degli Ebrei e dei Caorsini, non meno perché mancavano la moneta, il commercio e la sicurezza, quanto perché le leggi civili e religiose proibivano i prestiti ad interesse e l'opinione pubblica li condannava. Ogni uomo dabbene si asteneva dal collocare i propri capitali su mutui, con o senza pegno, ed i prestiti si facevano dai soli furfanti, a scandalosi patti.

Frate Barnaba, volendo muovere guerra agli strozzini, avendo sperimentata la insufficienza ed il danno delle leggi proibitrici dei mutui ad interesse, deplorando forse la poca efficacia d'un'opinione religiosa, che avrebbe dovuto far credere gli ebrei personali nemici dei cristiani, spese il grande ingegno e la straordinaria facondia per dimostrare la legittimità dei prestiti a discreto lucro, i vantaggi sperabili da un banco di mutui sopra pegno, che fosse condotto con idee filantropiche.

Il primo esperimento si fece a Perugia nel 1462.

La predicazione del monaco produsse, di elemosine, un capitale che bastò alla costituzione dell'agenzia di prestiti. Ivi le persone che avevano bisogno di poca moneta, per la giornaliera sussistenza, la trovavano senza pagare interessi; promettendo però di restituirla fra un anno, ed avvalorando la promessa col deposito cl' un pegno. Le persone poi non miserabili, che chiedevano somme più importanti, dovevano aggiungere al pegno, ed alla promessa di restituire quanto avevano ricevuto, anche il pagamento d'una piccola elemosina per le spese amministrative. Questa distinzione fra persone miserabili e persone agiate, o per dir meglio fra pegfni piccoli e pegni grossi, assicurò esistenza e durata alla nuova forma di banco che l'inventore chiamò Monte di Pietà. Le spese indispensabili potevan farsi col provento che davano gli affari. l'istituto possedeva una rendita quasi certa e non si doveva più ricorrere volta per volta alla filantropia dei benefattori.

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L'esempio di Perugia fu presto imitato. Un Monte di Pietà si costituì ad Orvieto nel 1466 con l'approvazione di Papa Pio II. Sisto IV. sanzionò nel 1471 gli statuti di quello di Viterbo e nel 1479 dell'altro di Savona. Innocenzo Vili, nel 1484, permise che si fondasse quello di Mantova. Parecchi altri Monti dell'alta e media Italia pure nacquero nel secolo XV. e di qualcuno s'è stampato lo statuto primitivo (1).

I frati Domenicani, rivali dell'ordine di San Francesco, al quale Barnaba da Terni apparteneva, furono malcontenti degli applausi che tutta Italia prodigava alle nuove banche; cominciarono a scrivere ed a predicare contro, si adoperarono anche presso del Papa per la revocazione dei permessi e privilegi conceduti. Ma l'ordine di San Francesco non ristette perciò. Berardino da Feltro continuò vigorosamente l'opera di Bernaba, e parlò con efficacia maggiore. A Firenze, un suo discorso concitò in tal modo gli uditori contro gli ebrei, che la plebe corse al Ghetto per manometterne gli abitanti; i magistrati, che ordinarono al fanatico oratore di uscire dalla città, provocarono una sommossa. Anche a Venezia fu proibito a frate Bernardino il pulpito; (2) ma egli potette fondare Monti di Pietà a Parma, Rimini, Montefiore, Cesena, Montignano, Chieti, Narni, Rieti, Lucca, Campo San Piero, Siena; Padova vide sorgere il suo nel 1491; Pavia nel 1493; Milano nel 1497, regnando Ludovico il Moro.

Nondimeno le polemiche lungi dal cessare ingagliardirono, e presero parte alla disputa i più reputati teologi di San Domenico, fra' quali il Cardinale Gaietano, Tommaso de Vio, Domenico di Soto. Anche Nicola Barianno, monaco Agostiniano, fece stampare a Cremona, nel 1496, l'opuscolo De Monte impietatis. Esaminata sottilmente la costituzione delle banche di prestito sopra pegno e gli spedienti per provvedere alle spese amministrative; spedienti che si riducevano ad aumentare la somma prestata con qualche altra cosa,

(1) Nell'archivio Storico Marchigiano (vol. I, pag* 665 a 705) il prof. Luigi Moretti ha pubblicato le regole del Monte di Fano, che nacque nel 1471, dando notizie dell'altro di Fabriano, nato nel 1470.

(2) Il governo della repubblica non permise che si fondassero Monti di Pietà in Venezia e quello che ora esiste fu messo nel presente secolo dall'amministrazione austriaca. Fra i decreti del Consiglio dei dieci se ne ricorda uno del 24 dicembre 1534 che per importantissime cause e ben considerate ragioni ordina ai gentiluomini che volevano aprirlo, di non proponere né di parlare di detta materia, sotto pena della vita ed indegnazione del Consiglio.

Non sembra potersi attribuire a parzialità per gli usurai siffatto decreto, perciocché le leggi Venete erano tutt'altro che benevole agli strozzini.

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che i Francescani chiamavano retribuzione, premio, elemosina, evitando la parola interesse, questi teologi ne traevano argomento per sostenere che le speculazioni del Monte di Pietà fossero cose biasimevoli ed anti Cristiane. Posti i principi, ammessi dai competitori, che il mutuo non differisca dal deposito, che la moneta non debba crescere pel mutuo, che sia usura tanto il piccolo quanto il grosso interesse, era cosa facile provare come dal Monte di Pietà si praticasse l'usura; mediante patti coi quali si riscuoteva più di quanto si fosse al debitore prestato. Ne veniva la conseguenza che gli statuti, scritti o approvati da Barnaba e da Berardino, si dovessero dalla Chiesa condannare, proibendone l'applicazione.

L'ordine di San Francesco difese le nuove casse di prestito col metterne fuori dubbio lo scopo filantropico, e con molti decreti e bolle di Pontefici antichi e recenti; i quali, in determinati casi e per giuste ragioni, avevano permesso che il mutuo fosse proficuo; al rigore dell'argomentazione teologica rispose con le necessità della vita civile e coll'esempio di quanto succedeva in tutt'i paesi ed in tutte le famiglie. Vari vescovi e predicatori francescani scrissero libri e parlarono nel Concilio Laterano (1512 a 1517) ottenendo una esplicita ed autorevole approvazione dei Monti di Pietà. Ma voleva il Concilio che non si domandasse ai debitori, vale a dire ai proprietari dei pegni, più di quanto fosse strettamente necessario per le spese amministrative, dichiarando pure che reputava preferibile l'intera gratuità del mutuo, e che consigliava ai fondatori d'assegnare i fondi necessari per l'esercizio dell'opera pia.

Conc. Lateran V. Sess. X. hab IV non. Maji 1515. Sacro approbante Concilio, declaramus et definimus. Montes pietatis, per respublicas institutos, et auctoritate Sedis Apostolicae hactenus probatos et confirmatos, in quibus, pro eorum impensis et inclemnitate, aliquid ultra sortem recipitur, ad solam ministrorum impensam, aliorum que rerum ad illorum conservationem, ut praefertur, pertinentium; pro eorum indemnitate dumtaxit, absque lucro eorum dem montium; neque speciem mali prae ferre, nec peccandi incentivum prae stare, neque ullo pacto improbare, quinimmo meritorium esse, ac laudauri et probari debere tale mutuum, et minime usurarium putari; liceri que illorum et misericordiam populis praedicare, etiam cum indulgentiis a Sancta Sede Apostolica eam ob caussam concessi; deinceps alios etiam hujusmodi Montes, cum Apostolicae Sedis approbatione, erigi posse.

Multo tamen perfectius, multoque sanctius fore, si omnino tales montes gratuite constituerentur, hoc est si illos erigentes aliquid census as signarent, quibus si non omni, saltem vel media ex parte hujusmodi montium ministrorum solvantur im pensae.

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Così s'era regolato San Giacomo della Marca e con tali criteri il Beato Marco da Monte Gallo aveva scritto fin dal 1470 e 1471 gli statuti dei monti di Fabriano e di Fano. Ma per quelle due città i Monti erano surti come pubblici servigi, diretti ed amministrati dall'autorità civile ed ecclesiastica. Il capitale si prelevava dalla cassa pubblica o si raccoglieva mediante percezione di particolare imposta.

Non potendo sperare altrettanto altrove, i Pontefici tollerarono le retribuzioni, anzi Giulio III. e Pio IV. compresero nelle spese anche gl'interessi passivi, un discreto frutto cioè pagabile dal Monte a chi lo provvedesse di capitali. Fu grande concessione. Solamente da quell'epoca è divenuta possibile la durata e la corretta amministrazione dei Monti, nonché l'accoglimento di tutte le richieste di mutuo. Infatti la parola dei Francescani, col suo reddito di elemosine, non poteva bastare ai bisogni d'intere popolazioni, che si manifestavano con infinite domande di prestiti; meno ancora potevano le prediche procacciare ai Monti buoni patrimoni. Vita meschina menarono dunque nel secolo XV. Essi soddisfecero solo per una piccola parte al bisogno, fino a quando non ebbero facoltà di provvedersi di capitale, pigliandolo a mutuo dalle persone doviziose.

Ad onta dei rescritti e decisioni dei Papi, e sebbene Leone X avesse anche pubblicata una bolla di scomunica per gli avversari dei Monti (1), durarono fino al Concilio di Trento le dispute fra teologi, sulla legittimità dei loro atti. Cessarono queste controversie pel Decreto che li classifica fra luoghi pii (2), con obbligo ai Vescovi di visitarli.

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3. E un fatto strano che Roma lavorasse tanto al bene altrui e tanto poco al bene proprio. Non ostante il molto studio di tutte le cose spettanti al mutuo contro pegno, non ostante il lavoro enorme di teologi, di predicatori, di cardinali, ed anche di papi, perché si fondassero Monti di Pietà, la capitale del Cattolicismo non lo ebbe prima del 1539. Eppure a Roma non erano ignote le pratiche amministrative per le quali certi frati Domenicani si dicevano scandalizzati; al secolo XVI, vi abbondavano i Monti di famiglia,

(1) Atti dei concili tomo IV.

(2) Sessione Vili.

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ed altre istituzioni semi, bancarie, che facevano circolare la moneta, davano o pigliavano danaro a mutuo e riscuotevano o pagavano interessi. Per la sola povera gente non si provvedeva; e gli ebrei, più che altrove numerosi, godevano piena libertà, di traffico.

Giovanni Calvo, frate minore, riuscì a fondare il Monte di Pietà di Roma, nel 1539. Approvato da Paolo III. e da Pio IV., riformato da San Carlo Borromeo, ebbe rapido progresso, ed in tempo relativamente breve giunse a tale ricchezza, che non solamente i poveri, ma anche la borghesia, la nobiltà, i principi stranieri e lo stesso erario pubblico se ne giovarono assai volte (D. I suoi prestiti erano gratuiti fino a trenta scudi e per le somme maggiori si contentava del solo due per cento. Adesso però, per mutamenti politici, guerre, infelici speculazioni, ed anche per tradimenti di amministratori, ha perduto l'antico credito e molta parte del pingue patrimonio. Stentatamente provvede al solo pegno degli oggetti, ed i patti sono abbastanza gravosi per la povera gente.

Napoli, nel secolo XVI, imitava ed accoglieva con maravigliosa prontezza le opere di filantropia e gli ordini religiosi che Roma vedeva sorgere. Or siccome la predicazione e le pratiche di Calvo sono d'epoca proprio contemporanea alla nascita del nostro Monte, si può attribuire la gloria d'aver ispirato Paparo, e gli altri benefattori, più al frate minore che non all'industria di Toledo od ai suggerimenti di S. Gaetano.

Fra gl'importantissimi fatti, occorsi nella seconda metà del secolo XVI. uno dei più notevoli è la generale applicazione del fervore religioso alle opere di beneficenza, e la riforma che si fece nella Chiesa Cattolica pei decreti del Concilio di Trento. Riforma imposta dall'autorità Pontificia, ed annunziata con parole meno pompose dell'altre predicate nell'Europa Settentrionale da Lutero, Calvino ed altri novatori; ma non meno radicale; e che condusse a risultati di eguale importanza.

Essendo proibite le dispute sopra materie di fede, l'attività religiosa dei popoli cattolici doveva volgersi alle pratiche di culto ed alle opere di filantropia. Onde avvenne in quello e nel seguente secolo la fondazione di tante chiese, monasteri, ospedali, conservatori, la costituzione delle società di mutuo soccorso, chiamate allora cappelle o fratellanze, ed i provvedimenti intesi a combattere la miseria.

(1) Monsignor Morichini, degl'istituti di pubblica carità a Roma.

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Di questi provvedimenti molti menarono a conseguenze contrarie allo scopo, ed a Napoli il solo che producesse ottimi risultati fu la fondazione dei Monti di Pietà. A questi devo la città nostra molta parte dei progressi che fece nei secoli XVI e XVII e che si compendiano negli aumenti di popolazione. Quando il malgoverno dei viceré, ammiserendo i cittadini, spopolava le province; quando le colonie d'America, la Sardegna, e molte contrade della stessa Spagna, attestavano, spopolandosi, che l'amministrazione pubblica era pessima, Napoli diventava, per numero d'abitatori. la città più cospicua d'Italia.

Eccellenti filosofi credono che alla prosperità della Scozia, e di certi stati della Confederazione Americana, abbia grandemente contribuito la libertà delle banche. Non sarebbe difficile provare che. eziandio a Napoli, la concorrenza fra otto istituti di credito, i quali erano tutti abbondevolmente ricchi di moneta, e gareggiavano a servire meglio il pubblico, per accrescere i rispettivi affari, valse a correggere molti sbagli economici di chi allora comandava.

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4°. Dal domicilio dei primi fondatori, in via della Selice, il Monte della Pietà si trasferì nella Casa Santa dell'Annunziata, probabilmente l'anno 1539 o 1540. C'è in archivio un contratto notarile del 27 gennaio 1563. notevole pergamena, con cui furono stipulate altre concessioni di locali. Intervennero per parte del Monte i due fondatori ancora viventi. Aurelio Paparo e Giovali Domenico de Lega, più Giovanni Alfonso Paparo, Giacomo Carolo. Oliverio Carolo, Tommaso Carolo, Giovali Domenico de Massa ed Angelo Bifalo; mentre che per parte della Chiesa ed Ospedale gli stipulanti furono Federico Tommacello. Giovanni Berardino de Acampulo ed Antonio Vespolo. Dice che ispirando la grazia Divina, ottenuto il permesso del Viceré, e la benedizione della Santa Sede, si era già da tempo (olim) eretto il Monte della Pietà, per servizio di Dio e beneficio dei poveri. Che lo scopo (animo et intentione) era d'estirpare la pravità usuraria, prestando su pegno ai poveri, per certo tempo, qualche quantità di moneta; però gratis e per amor di Dio. senza speranza d'interessi o di compensi.

Sul primo nascere del Monte, scarseggiando la moneta (stante modica pecunia) tutto si faceva in propria casa dai fondatori;


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ma crescendo di giorno in giorno la devozione di molti nobili e cittadini pei la sant'opera, ed aumentatisi li pegni, divenne necessario un luogo più vasto e pubblico dove poterla esercitare. Si ricorse perciò ai predecessori dei mentovati Tommacello, Acampolo e Vespolo nel Maestrato o governo della chiesa e dell'ospedale. Costoro riconoscendo nel programma del Monte il servizio di Dio, il beneficio dei poveri, il decoro della città di Napoli; ed anche per deferenza verso dei protettori, (ad contemplationem dominorum, protectorum.) concedettero un po' di spazio, che poi fu allargato (concessisse eidem quemdam parvum locum intra cortile praedictum, qui locas in dies, crescente multitudine pignorum, fuit ampliatus pront ad praesens reperitur).

Colà, nel periodo di oltre ventanni, s'erano prestati duecentomila ducati, sempre gratis e per amor di Dio, senza speranza di mercede o di retribuzione, secondo la regola statutaria, (iuxta statutum ordinem montis praedicti) come si poteva chiaramente verificare sui libri di conti.

Ad onta dell'allargamento, lo spazio concesso non bastava, nel 1563, od era pure deplorato l'inconveniente dell'umidità, che danneggiava le robe di lana e di lino, con pregiudizio dei proprietari poveri, onde i Protettori avrebbero dovuto cercare altro locale più vasto ed asciutto. Ma, considerando che l'Istituto quasi era nato, e s'era educato nella Santa Casa dell'Annunziata, si tacevano scrupolo di lasciarla; anzi volevano che. piacendo a Dio, vi restasse in perpetuo. Insistettero dunque per altre concessioni ed ottennero, oltre delle camere umide, un lungo corridoio con stanze adiacenti, che naturalmente si obbligarono di separare a loro spese dalle camere dei bambini esposti e delle giovanette.

Nell'archivio poi dell'Annunziata, (1) il Cav. Gr. B. d'Addosio (2) ha trovato la deliberazione dei Maestri, registrata nel medesimo giorno in cui si stipulò il contratto, la quale dice:

A 27 gennaio 1563. Li signori Maystri hanno concesso alli signori Protectori del Monte della Carità per suo uso et exercitio, lo subscritto luoco; videllcet, lo correturo con le camare dove stanno le donne exposite vecchie, superiore al luoco dove s'esercita lo detto Monte di Carità; cominciando dal quarto arco insino altare de la Cappella di dette donne,

(1) Notamento c. fol. 76.

(2) Origini, vicende storiche e progressi della Santa Real Casa dell'Annunziata. Cap. II pag. 217. Napoli 1883, Stamperia Cons.

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dove prima era la porta per la quale s'entrava a dette donne, includendoci il luoco per dove se saglieva l'appartamento delle donne ritornate. Qual luoco detti signori Protectori lo possano accomodare de fabbrica et altro a loro arbitrio et volontà, per uso et exercitio di detta Opera di Carità; promettendo non ammuovere detto Monte da detto luoco in nullo futuro tempore, come da Istrumento per Notar Gio. Antonio Russo.

Li 31 luglio 1549 (1) ottenuto avevano i governatori un privilegio dal Viceré Pietro di Toledo, pel quale si dichiarava che il Monte dovesse preferirsi a qualsiasi creditore, eziandio precedenti?, per la somma di ducati quattro (L. 17) prestata sopra ciascun pugno. Privilegio che fecero confermare ed allargare dal Cardinale Granvela, con lettera regia del 26 giugno 1573. Tale lettera, di cui manca il testo, ma abbiamo un sommario contemporaneo, (2) conteneva:

Che il privilegio pegnoratizio del Monte, rispetto agli altri creditori, fosse valevole fino alla somma di ducati 10 (L. 42,50).

"Si dà potestà agli officiali del Sacro Monte ch'essi possono vendere i pegni senz'altra richiesta, decreto, né sollennità di Corte, passato il termine prefisso a ricattar i pegni.,,

"Detti ufficiali non siano tenuti pel detrimento che potria causarsi nei pegni, mentre quelli s'hanno a ricattare dai pegnoranli, purché il detrimento non sia grande e causato per colpa loro.

"Li signori Protettori del detto Sacro Monte possono eleggere ufficiali ai quali si doni fede, ed essi recuperino le cartelle dai Re gnoranti quando loro si ricattono i pegni."

"Similmente detti ufficiali possano pigliare e stipulare le pleg gerie (malleverie) per le cartelle che perdono i pegnoranti: veruni l'eligenti (ufficiali) siano tenuti dei loro difetti."

"Et anco che detti Signori Protettori siano Giodeci nelle liti e differenze, che forse occorressero, tra li debbitori et ufficiali del detto Monte."

Li 22 agosto 1576 lo stesso Viceré Cardinale Granvela nominò giudice d'appello per le sentenze dei Protettori il Regio Consigliere Vincenzo de Franchis.

Nei primi anni, le somme raccolte con doni volontari non bastavano a soddisfare tutto le domando, sicché mancava la piena esecuzione del programma dei fondatori,

(1) Archivio patrimoniale vol. 508 pag:. 1,

(2) Archivio patrimoniale vol. 508 pag 1.

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che sarebbe stato: accettare da qualsivoglia persona i pegni di oggetti d'oro e d'argento ovvero di metallo comune cioè di rame, t'erro, acciaio, piombo, zinco, ed anche di lana, seta, cotone, lino in filo o in tessuto; prestare senza interesse somme non maggiori di ducati quattro, poi dieci: serbare breve tempo i pegni, e dopo. se i debitori non avessero curato di riscattarli, farne la vendita all'asta pubblica; ottenendo prezzo maggiore dell'anticipazione concessa, restituire il supero.

A poco a poco, cumulando il dritto di entratura di pochi carlini che pagava ogni nuovo socio, le contribuzioni mensili di quelli già scritti, la rendita d'annui ducati 40 che da tempo remoto avevano certe pie persone donato alla smessa opera della rarità, altra rendita d'annui ducati 72 che ottenne dal municipio di Napoli li 8 luglio 1544 (1), i doni dell'Abate Giovan Francesco Carrata, della Contessa di Nola, del Cardinale Acquaviva ed altri benefattori, porzione dei depositi a conto corrente, ed il lucro di speculazioni bancarie che saranno descritte nel secondo capitolo, la confraternita accresceva il proprio patrimonio ed allargava l'operai dei pegni senza interessi. Prima del 1563, aveva fatto una quantità di mutui pel valore totale di ducati duecentomila, come dice la pergamena. Verso il 1570, teneva collocato su pegni circa ducati ventimila: nel 1577 ducati 28696,68 e nel 1583 ducati 64295.59. Pine nel secolo XVI il Monte cominciò a praticare altre opere di beneficenza, come scarcerare prigioni per debiti, dotare fanciulle povere (2), riscattare schiavi dai barbareschi etc. Tali atti filantropici erano comandati da parecchi testamenti a favore del Monte di Pietà, che vennero dopo le concessioni spirituali del Papa Giulio III.

(1) Notar Mattia Vollaro 8 luglio 1544. Donazione di annui ducati 72 sull'arrendamento dei sal d'Abruzzo fatta dal fedelissimo popolo di Napoli al Monte della Pietà. Tentò il Comune d'annullare questa cessione di rendita, ma risulta dall'inventario di scritture del secolo XVI (vol. 508 pag. 8) che il Monte, dopo litigio nel quale provò che la somma si spendeva in vantaggio dei poveri vergognosi, ottenne sentenza favorevole della regia camera della Sommaria del 26 gennaio 1555. Peccato che siano perduti gli atti di questa lite, particolarmente l'allegazioni de' ragioni del Monte.

(2) Li 3 aprile 1579 - "Per li sottoscritti signori Protettori del Sacro Monte è stato conchiuso ed ordinato, che essendosi constato, per fede del magnifico capitano e complateari della strada del Mercato grande di questa città, della povertà, onestà e virginità di Prudenzia Liccarda, orfana senza padre, se li abbiano a pagare in sussidio di sue doti, al tempo del maritaggio, al futuro suo marito, ducati dodici contanti, dal legato de la quondam signora Beatrice Carrafa, fatte prima le debite cautele pel receptio. - Il marchese di Bucchianico. - Annibale Caracciolo - Orazio Palomba - Giuvan Domenico Caprile - Giovan Domenico Scoppa ".

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Di questo Pontefice si ricordano due brevi Apostolici. Con uno (1), come compendia l'inventario s'applicano al Sacro Monte annoi ducati quaranta, olim donati da più persone per sussidio dei poveri vergognosi all'Opra della Carità, che anticamente s'esercitava e dopo fu intarlassata; e per non osservi in Napoli altra opera pia, che impronti gratis per amor del Signore, eccetto che il detto Sacro Monte di Pietà. perciò quelli, vivae vocis oraculo, gli furono concessi per convertersi nel salario de ufficiali et altre spese occorrenti d'esso Sacro Monte.

Commutando la volontà di detti donatori, et assolvendo li detti signori Protettori da qualsivoglia scomunica, canoni, censure e pene nei quali forse fussero incorsi per avere applicati li detti annui ducati 40 in beneficio del detto Sacro Monte, avanti la concessione del Breve.,,

Molto prima del Monte della Pietà, forse prima del secolo XVI, s'era dunque costituita a Napoli l'opera della carità per l'impronto gratis. Spiace di non trovarne altro ragguaglio che le vaghe parole del breve e la citazione d'un contratto del 7 agosto 1540, che non siamo riuscito a trovare nelle schede di notar Ferrante Bono core, ma non si può dubitare dell'esistenza di una rendita donate ab antiquo per questo scopo, che nel 1538 o 1539 Paparo e di Palma si fecero cedere, e che forse fu la base della filantropica loro fondazione. E cosa probabile che San Giacomo della Marca, il quale venne a Napoli dopo d'avere costituito nel 1470 e 1471 i Monti di Fabriano e di Fano, che fu valente coadiutore del Beato Berardino nella crociata contro gli usurai, avesse, sul finire del secolo XV, fondato quest'altro Monte ed ottenuto, per beneficenza, le somme necessarie.

L'altro breve di Papa Giulio (2), ammette che i confratelli possano giungere al numero di cinquemila e li munisce di grandi privilegi ecclesiastici, come la facoltà pel rispettivo confessore d'assolverli nei casi riservati alla Sede Apostolica, di commutare in al tre opere pie i voti di pellegrinaggio a San Pietro od a San Giacomo di Campostella ecc. ecc. Contiene pure l'importante dichiarazione. ''Inhibendo strettamente a qualsivoglia, che sotto pena di escomunicacione la tao sententiae, della quale non possano essere assoluti se non nell'articolo della morte, non debbiano fraudare il Sacro Monte; et quelli che in tal fraude saranno trovati debbiano ritornargli il doppio, al che si possono constrengere".

(1) 4 idus lan. Pont, anno 3.

(2) 7 Marzo 1551.

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Di Papa Paolo IV c'è un breve del 27 gennaio 1559, che conferma i precedenti ed approva i capitoli pel reggimento e buon governo del Monte. Di più concede "che quelli i quali illuc ad triennium donassero alcun sussidio di loro proprio al detto Sacro Monte o gli prestassero, conseguissero l'indulgenza e giubileo plenario e la remissione di tutt'i loro peccati.,,

Pio IV, ai 15 febbraio 1562, non solo fece le solite conferme e prolungò per altri dieci anni il beneficio spirituale a quelli che sovvenissero il Monte con doni o con prestiti, quanto aggiunse, secondo l'inventario (vol. 508) "Et anco si approbano et innovano tutte, e qualsivoglia Indulgenze e E emissioni di peccati, Gracie, Immunità, Essemptioni, Concessioni, Indulti, Privilegi, e Facoltà concedute per la Sede Apostolica a gli altri consimili Monti, esistenti di Italia, in qualunque modo, in genere ed in specie, li tenori dei quali sabbino per espressi nel detto suo breve. Il quale Pio IV quelle comunica al sacro Monte di Napoli, suoi governatori, ufficiali e confrati dell'uno e l'altro sesso, acciò di quelle si servano liberamente. Glie le presenti lettere in nessun modo si coni prendano sotto qualsivoglia revocazioni, sospensioni, derogacioni ovvero alteractioni di simili vel dissimili approbacioni, concessioni, confermacioiii, indulgenze, statuti, ordenacioni e gracie, né sotto di qualsivoglia regola, tenori e forme della cancelleria apostolica, per qualsivoglia causa fatte in qualche tempo; ma sempre da quelle siano esenti, e quante volte quelle s'emaneranno tante volte sieno restituite, riposte eplenariamente reintegrate nel prestino loro stato, non ostante qualsivogliano ordinactioni e constitucioni edite di contrario."

Altri privilegi spirituali ai confratelli ed all'oratorio del Monte della Pietà concesse Gregorio XIII con Bolla del 1 aprile 1578 e Brevi 13 maggio 1578 e 4 marzo 1581.

Un importante progresso si fece col raggiungere il servizio apodiissario. Parleremo nel seguente capitolo di questa stupenda idea, e del modo come fu applicata nei primi due secoli. Con tale servizio il Monte di Pietà, accettando depositi di monete, e contro-cambiandoli con carte chiamate fedi di credito, divenne banco di circolazione.

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Dal connubio tra le due qualità si ottenne aiuto e vantaggio reciproco: il Monte provvide il Banco di saldo credito, d'immensa benevolenza; il Banco procacciò al Monte moneta disponibile, capitali superiori al bisogno, rendita, e lucro notevole. Ed i primi benefici del pubblico furono la possibilità di crescere da ducati quattro a ducati dieci la somma da prestare senza interesse, più di allungare il tempo pel riscatto de' pegni. Leggesi in fatti nella conclusione 9 aprile 1578:

«Essendosi per lo tempo passato costumato, nelle polizze e bollettini che dal casciere dei denari dei pegni si fanno, per li pegni che alla giornata s'impegnano in sacro monte, notare il termine e tempo che si dà ai pegnoranti per riscuotere e spegnorare i pegni: stabilendo mesi sei a quelli pegni sopra li quali s'improntano da ducati quattro in bascio e un mese a quelli sopra li quali s'improntano da ducati quattro in su, sino a ducati dieci. 11 quale costume e solito, benché sia stato istituito con molta considerazione, affinché i padroni dei pegni tenessero memoria delle loro robe, che non si marcissero, pure si è sempre dato e aspettato assai più tempo; li pegni di lana non si sono venduti se non è passato l'anno, ed a quelli di lino, seta, rame e d'argento e di oro si è dato e aspettato molto più tempo; talché delle volte vi sono stati nelle guardarobe più di due o tre anni li pegni, per non esservi stato pericolo di marcirsi, come si scorge dalli libri de' pegni di questo sacro Monte. E come che per esperienza s'è visto, che molti pegnoranti, vedendo notato in dette polizze il termine di un mese, per paura ch'elasso il mese non si vendessero li pegni, non sapendo l'equità che si usa da questo Sacro Monte di aspettare assai più tempo, hanno riscosso li pegni, e poi ritornato di nuovo ad impegnarli, facendo il medesimo spegno e impegno più volte l'anno,

«Dal che se n'è causato assai disturbo e impedimento alli ufficiali di questo Sacro Monte, pel continuo esercizio d'impegnare e spegnare, ed agli altri bisognosi, li quali per tal causa sono stati impediti ad avere il sussidio del prestito grazioso, per lo gran concorso delli suddetti che attendono a rinnovare le polizze dei pegni; oltre che la detta equità, di maggior tempo che si dà dal Monte, non si sa, e molti restano mal soddisfatti del detto termine d'un mese. Ed affinché si tolga il disturbo e impedimento, e si annienti la devozione verso il Sacro Monte, il quale dà maggior tempo, poiché li signori Protettori del detto Monte hanno facoltà, della quale si servono a richiesta di ciascun pegnorante, di prorogare il termine dato nelle polizze alli pegni di lana sino e per tutto un anno, ed a tutti gli altri pegni di panni di lino e di seta, e di rame, oro ed argento sino all'anno e mezzo, computando dal di che son impegnati li detti pegni, come si dimostra dalla conclusione notata in questo volume, folio 172, e dal capitolo 30 dell'istruzioni generali de' pegni a carta 197. Per tali cause si e concluso, per li sottoscritti signori Protettori, che il cassiere dei denari dei pegni di questo Sa ero Monte, debba notare il termine di sei mesi in tutte le polizze e bollettini che per esso alla giornata si fanno delli pegni che s'impegnano; tanto di quelli che sono da ducati quattro in bascio, quanto di quelli che sono da ducati quattro in su, sino a ducati dicci inclusive.

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«Pietro Gambacorta - Rafael de da Marra - Giov. Domenico Caprile - Aniello de Martino».

Nello stesse manoscritte (1) si legge questo proemio alle

«Istruzioni che si hanno da osservare dagli uffiziali presenti e futuri del Sacro Monte della Pietà della città di Napoli, pel buon reggimento della cassa dei denari, che alla giornata si depositarono in esso barro Monte. 10 agosto 1577. - Perché, con l'aiuto e favore dell'Onnipotente Dio, l'opera del Monte è aumentata a tanto, per lo gran concorso dei depositi e la grande ed eccessiva povertà dei bisognosi, che alla giornata si soli conferiti e si conferiscono a pigliare in prestito, da non potersi con gli ordinarli officiali attendere al servizio dell'impegnare e spegnare, ed al ricevere ed al pagare dei danari depositati. Considerato che dal ricevere maggiore quantità di depositi il Monte ha maggiore facoltà di poter oprare assai più opere di carità, per tal ragione è stato necessario all'aumentarsi delli negozi far corrispondere l'aumento del numero degli ufficiali. Anzi, per togliere l'impedimento che clava l'impegnare al ricevere dei depositi, è stato bisogno distinguere l'una opera dall'altra non solo di luogo, ma anche di officiali, acciò ad un medesimo tempo si attenda all'uno ed altro servizio senza disturbo né. impedimento alcuno.

«Cosi distintamente anco si danno le sottoscritte istruzioni, le quali si registreranno in una tate bella che abbia continuamente a stare nel luogo dove si eserciterà l'amministrazione della cassa dei denari dei depositi.

«Si ammoniscono gli uffiziali che assisteranno al servizio del detto Sacro Monte, che loro si ritrovano deputati al servizio del danaro di un luogo tanto pio e santo; talché hanno da servire con carità, fedelmente e legalmente, con ogni debita diligenza; né mirando principalmente alla provvisione che loro si dà, ma al servizio di Nostro Signore Iddio; il quale, come larghissimo remuneratore premierà quanto di bene faranno nel detto servizio; e cosi (quod Deus avertat) punirà non solo le male azioni, ma anche il mal animo di chi penserà offendere o fraudare il detto Monte. Costui incorrerebbe nella scomunica, dalla quale non potrebbe essere assoluto, nisi in orticaio mortis, e sarebbe tenuto di soddisfare il doppio di quello che avrebbe fraudato o negato al Monte, per vigore della Bolla di Papa Giulio Terzo. Il danno che potrebbe succedere puote causarsi ancora da negligenza, atteso nel l'amministrazione quel che più importa è il buon ordine della scrittura, e la diligenza di porre in libro le partite d'introito o esito, e di raffrontare e puntare giornata per giornata.

«Però si esortano che vogliano con carità e sollecitudine aiutarsi l'un l'altro a fare il detto servizio, quietamente sopportando, e corrigendo senza alterazione con amorevolezza l'un l'altro, osservando l'infrascritte istruzioni per servizio di Nostro Signore Iddio e buon governo del detto Sacro Monte. Altrimenti oltre il disservizio che faranno a Iddio, poiché sanno a che gran carità è destinato l'uso de li denari che si depositano in detto Monte, incorrono di più nelle infrascripte pene da eseguirsi irremisibilmente contro quelli che contraveneranno alle presenti istruzioni, quali sono ec. ec.».

1 Conclusioni del Banco Pietà. Scaffale N. 17 Vol. 167. Archivio patrimoniale.

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Le funzioni di Protettore o Capo erano gratuite, anzi onerose per olii le accettava, mettendolo nella necessità di provvedere a parecchie spese ed elemosine, che non si facevano coi danari del Monte.

Rapido accrescimento di affari venne dall'uso della fede di credito e dall'accettazione dei depositi. Leggesi in una conclusione di luglio 1578:

«Considerando li subscripti signori Protettori del detto Sacro Monte che, avanti l'anno 1574, l'opera di esso Sacro Monte, tanto del prestare sopra pegno, come dell'amministrazione della cassa dei depositi, si esercitava nell'appartamento superiore del luogo del suddetto Sacro Monte; talché il sig. Protettore che facea il mese poteva ad un medesimo tempo mirare al l'uno e all'altro esercizio e provvedere a tutto; e che di poi il detto anno 1574. essendo fatto molto aumento, tanto di prestare graziosamente sopra pegno ai poveri, come del concorso di depositi di de nari alla cassa del suddetto Sacro Monte; per lo che, per togliere l'impedimento che clava l'uno esercizio all'altro, per esser differenti tra loro eletti esercizi, fu necessario distinguere e separare l'amministrazione di detta cassa di depositi, e ridurla nell'appartamento inferiore del detto Sacro Monte, dove al presente si vede ec.»

Pochi mesi dopo, e precisamente ai 14 aprile 1580, con altra deliberazione si disse:

«Essendo aumentato, mercé di Dio, il concorso de li negozi di questo Sacro Monte, dal che è aumentata anche la fatica delli uffiziali di esso; perciò, desiderando gl'infrascripti signori Protettori che con maggiore attenzione e diligenza gli ufficiali attendano al carico delli loro ufficii, hanno concluso ed ordinato che se li abbia da aumentare la provvisione ad ognuno che degl'infrascripti ufficiali ec.»

Aumenti d'impiegati si fecero pure nel 1585, giungendosi a ventuno persone, alle quali si davano ogni mese ducati 174 1|2.

E quell'anno stesso si modificarono l'istruzioni pel pegno senza interessi, compilandosi uno statuto pieno di carità e di buon senso, ch'è rimasto inedito nel libro di conchiusioni. (1) Lo stamperemmo volentieri, ma c'è impedito dalla sua lunghezza, dalla forma antiquata e pedantesca, coll'ortografìa del tempo e con innumerevoli ripetizioni che ne rendono faticosa la lettura. Molti articoli meriterebbero d'essere riprodotti nelle regole dei Monti moderni,

(1) La raccolta delle conclusioni, cioè atti e deliberazioni dei Protettori, dal Secolo XVI fino al 1807, epoca di soppressione del Collegio, fu recentemente posta in regola dal compilatore di queste memorie, che ne scoperse la massima parte dei volumi fra dimenticati libri contabili ed in camere dove non s'entrava dai tempi di Gioacchino. Quantunque si deplori la perdita di quattro cinque libri, particolarmente di quello anteriore al 1574, che conteneva il testo della regola 1571, questa collezione di 45 grossi manoscritti potrà fare molta luce sulla stona economica del mezzogiorno d'Italia, e spiegare molti fatti politici.

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dello stesso Banco di Napoli che non li ricorda, e per decorrere di tempo, per accidenti politici, per comando di ministri, fu necessitato di sostituirli con prescrizioni ed usi meno filantropici.

Uno dei Protettori, che chiamavano il Mensario, era dai compagni delegato ad assistere quotidianamente per un mese e dirigere tutte l'officine del Monte pegni. Le giornate nelle quali si prestava senz'interessi erano martedì, giovedì e sabato; ma tutti i Protettori, particolarmente il Mensario tenevano facoltà di prescrivere, con ordine scritto, d'accettar pegni gratuiti pure gli altri giorni, destinati ai servigi di scrittura, controllo, revisione ecc. L'orario degli uffici determinato dallo stesso Protettore, secondo la quantità d'affari, ma si doveva cominciar sempre a due ore di giorno la mattina e ad ora di vespro nel pomeriggio. Per assenze non giustificate, gl'impiegati pagavano multa variabile da un tari (L. 0,85) ad un cianfrone (L. 2,12 1|2) però nei casi di frequenti recidive perdevano un mese di stipendio ed anche l'ufficio.

Stava bene determinato chi dovesse scrivere ciascun libro o documento, con proibizione di farsi aiutare dai compagni. Specialmente al custode ed al cassiere la regola vietava molte volte di aggiungere cosa alcuna alla firma ed a qualche contrassegno, tanto sui registri quanto sulle cartelle e cartellini, che allora si chiamavano polizze e polizzette. Nessun impiegato poteva sbrigare faccende estranee alle rispettive incombenze, presentare pegni e cartelle proprie o d'amici, servirsi in qualsiasi maniera, diretta od indiretta, dello ufficio per alterare l'eguaglianza con la quale intendeva il Monte di trattare tutti quelli che a lui ricorrevano.

Rispetto a mance, l'art. 10 dei capitoli generali s'esprime cosi. J Per conto del detto impegnare, spegnare e pagare di sopra più, e per ogni altro servigio che si fa nel detto Sacro Monte, li detti ufficiali non possano ricevere cosa alcuna per pagamento, in dono, né per qualsivoglia altra causa, benché fosse cosa commestibile e minima, e si desse spontaneamente, senza richiesta dei detti ufficiali; e ritrovandosi che ciascuno delli detti ufficiali contravvenisse al presente capitolo sia, senz'altro, privato dell'esercizio di detto ufficio e per l'avvenire non si possa ricevere più al servizio di detto Sacro Monte; avendosi rispetto che la detta contravvenzione è direttamente contraria al principale intento della detta Santa Opera, che è stata instituita per lo prestito grazioso, ossia per togliere la usura.


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Però l'ufficiali predetti non solo devono guardarsi dall'usura esteriore, che si commetterebbe col ricevere dei doni, ma anco dalla usura interiore e mentale, nella quale s'incorre con la promessa o certa speranza d'aversi pagamento o clono dal mutuo che s'ha da fare per detto Sacro Monte graziosamente; e tanto più il peccato è grave per essere li detti ufficiali pagati delle loro fatiche, con le provvisioni e salari ordinari che se li danno dal detto Sacro Monte."

A dicembre d'ogni anno faceva l'inventario generale uno dei Protettori. Costui, impossessatosi di due chiavi della guardaroba, lasciando l'altre due al custode ed al cassiere, cominciava dal riscontro del registro dei mutui (libro d'impegnati) con le polizzette che si dovevano trovare cucite o legate sopra ciascun pegno; poi verificava diligentemente gli oggetti, guardando se materialmente rispondessero alle dichiarazioni del libro e delle polizzette, per qualità, quantità, numero di pezzi, valore. Trovato tutto in regola, testificava d'aver fatto la verifica segnando di sua mano la lettera corrente del libro d'inventario, perché le gestioni annuali erano distinte con lettera d'alfabeto; e quindi faceva passare i pegni verificati in altra stanza, ovvero in altri armadi, dei quali egli solo teneva la chiave. Il custode doveva consegnare i pegni di mano in mano che se gli domandavano dal Protettore, ma non poteva leggere o riscontrare le polizzette e nemmeno i registri, che dal Protettore stesso erano egualmente tenuti sotto chiave, per tutta la durata dell'operazione.

Finito di compilare il libro dell'inventario, lo passavano, con tutti gli altri registri del servizio pegni, al revisore dei conti ed altri ufficiali dell'apodissario per un esatto riscontro, da farsi senza "partecipazione od intrommissione degli ufficiali dell'amministrazione dei pegni." Grandi precauzioni usavano per impedire al guardaroba di nascondere qualche deficienza, col presentare due o più volte lo stesso oggetto, e col serrare, cioè scaricare indebitamente qualche partita.

Il riscontro, o puntatura, del libro dell'inventario con gli altri registri, fatto dagl'impiegati del Banco, non del Monte, e la correzione di tutti gli errori servivano a liquidare anno per anno il debito del custode. Questi rispondeva di qualsiasi mancanza, dovendo pagare non solo la somma prestata dal Monte, ma eziandio la maggiore valuta dei pegni, coi danni ed interessi. Parecchi articoli della regola, dichiarano che la maggiore valuta, si abbia a tassare ed arbitrare per lo Protettore, avuto riguardo alle circostanze;

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che pei danni ed interessi potesse agire, in linea civile e penale, tanto l'interessato quanto l'amministratore dell'Istituto. Sono chiarissimi gl'intenti di agire con la massima buona fede: le preoccupazioni di non permettere che di qualche bassa valutazione dell'apprezzatore potessero gli impiegati trarre profitto a danno dei proprietari delle cose impegnate.

Nelle vendite S'esortano li signori Protettori che, per fare un atto di vera carità, almeno uno di essi vi debba intervenire, affinché si senta il maggiore beneficio dai poveri padroni dei pegni, facendoli vendere per giusti prezzi. né da così ottimo e piissimo atto si faccino rimovere per alcuno umano rispetto, sapendo che ciò far si deve per obbligo della fraterna carità, della quale abbiamo specialmente mandato dal nostro Redentore!..

"

Qualunque delli predetti e tutti gli altri ufficiali e ministri di esso Sacro Monte non possa comprare detti pegni, o alcuno di essi, che si troveranno impegnati nel detto Sacro Monte, al tempo che si venderanno. né procurare e far si che si comprino per supposita persona: né avere intelligenza o partecipazione con quelli che li comprassero. Ed ognuno delli detti ufficiali che ciò sapesse lo debba rivelare ai detti signori Protettori, li quali, anco per dare buon esempio ai detti ufficiali e per ogni buon rispetto, durante la loro amministrazione, s'asterranno dal comprare dei detti pegni."

Queste vendite si dovevano fare ad aprile, agosto, e novembre, ed erano più volte annunziate dai pubblici banditori, che colle trombe e la campanella giravano tutta la città.

E singolare, ma savia, la prescrizione che non si potessero te nere oggetto nella guardaroba o monete in cassa per proprio uso e di propria pertinenza dal cassiere, dal guardaroba e da qualsiasi altro impiegato. Quanto stava nel luogo del Monte si doveva trovare scritto sui libri di pegno o di cassa, e mancando d'annotazione diventava roba del Banco, che puniva i contravventori non solo col sequestrarla ma anche con multe e pene disciplinari.

Proibito d'impegnare le cose voluminose, come materassi, coverte ecc. l'armi, i libri, le pelli e le gioie. Per quest'ultime sta prescritto non tenerne conto quando fossero ligate e facessero parte d'oggetti d'oro o d'argento. Proibiti pure i pegni d'abiti e d'altre cose non permesse dall'ordinanze viceregnali ed ecclesiastiche, nonché di arredi sacri di qualsiasi specie quando mancasse la formale richiesta dell'Arcivescovo.

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Le cartelle o polizze di pegno si consideravano quali titoli nominativi, non al latore come adesso, onde prescrive la regola di consegnare le robe ai veri padroni, non ad altri; permettendo gli atti di sequestro tanto da parte dei magistrati quanto per ordine dei Protettori. Al custode la responsabilità per qualsiasi controversia e danno derivante da consegne non giustificate.

In caso di perdita della cartella poteva il cassiere prendere malleverie per la restituzione degli oggetti, ovvero pel pagamento del supero ricavato dalle vendite, ma gl'impiegati non si potevano intrigare di questi fatti, essendo loro vietato di sottoscrivere l'obbligazioni, com'era vietato alle donne, ai minorenni ed agli ecclesiastici.

Queste obbligazioni o pleggerie contenevano la promessa di riconsegnare il pegno, ovvero di pagarne la valuta giusta la determinazione fatta dall'apprezzatore, ovvero di restituire i denari del sopra più. quando comparisse la polizza asserita dispersa "Apponendovi tutte le clausole solite, con osservare la forma e modo espresso nel libro delle pleggerie, le quali poi s'hanno a stendere e registrare in detto libro delle pleggerie per mano dello scrivano. Ognuno delli detti istrumenti d'obbligazioni e pleggerie, da pigliarsi nelli casi contenuti nel presente e precedenti capitoli, steso e registrato che sarà nel detto libro, si sottoscriverà per mano del cassiere; avvertendo il detto cassiere che le pleggerie s'hanno a pigliare a suo risico, pericolo e fortuna, per lo che avrà da mirare molto bene di pigliare pleggi sufficienti, altrimenti sarà tenuto pagare dei suoi propri denari tutto il danno ed interesse che il Monte patisse per conto delle consegnazioni e liberazioni dei pegni, e delli sopra più dei venduti che si restituisssero o pagassero senza le polizze originali."

Sulle robe di lana si prestava la metà del valore del pegno, su quelle di lino e seta due terzi, sull'oro ed argento tre quarti.

Oltre dei pegni graziosi si mettevano di guardaroba i pegni di deposito che qualche volta riducevansi a semplice custodia, ma più spesso rappresentavano la malleveria pei mutui ad interesse di somme maggiori di dieci ducati. Nel 1585 s'era dato piccolo sviluppo a questi affari, prevalendo l'idee dei fondatori, che miravano alla beneficenza non al guadagno, cosicché la regola contiene poche norme particolari per la conservazione, la scrittura ecc. Ma nei secoli successivi, dopo la costruzione dell'attuale palazzo del Monte, e per effetto della crisi monetaria 1622, diventò ramo principale dell'operazioni il pegno fruttifero, ramo accessorio quello gratuito.

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La predilezione però dei protettori e del pubblico era sempre per l'opera filantropica non per la speculativa, onde si provvide a non licenziare mai li richiedenti, per mancanza di fondi, ed il capitale destinato per li pegni gratuiti giunse a più di tre milioni di lire o settecentomila ducati.

L'incendio del 1786 e l'appropriazioni fiscali, di cui parleremo nel terzo capitolo, fecero cessare quest'opera del pegno senz'interessi, nel giorno 21 maggio 1796; ma per molti anni gli amministratori non rinunziarono alla speranza di farla risorgere. Essi, non potendo altro, tennero separati i conti, perché si conoscesse sempre qual fosse quel patrimonio dei poveri che la sventura e la violenza loro impedivano di consacrare al legittimo uso. Curarono i Protettori di mandare al Re e trascrivere in vari registri la dimostrazione contabile del 30 dicembre 1802.

da proprietà dei pegni graziosi del S. Monte della Pietà, che si contava prima dell'incendio accaduto ai 31 luglio 1786, era di D. 732,011,43 1/2

Ed era composta cioè:

Dal denaro effettivo del Luogo, che da tempo in tempo si aveva impiegato dall'avanzo annuale delle sue rendite......................

Da un legato di D.2000,pro una vice, lasciato dal quondam Tommaso Borrello..........

Da altro legato di D. 1000 fatto dal quondam Giovali Paolo Sanfelice colla condizione che il di lui annuo frutto si fosse convertito in detti pegni. Quali D. 1000 si trovano impiegati colla Regia Corte sopra fiscali di Terra di Lavoro, fra la somma di D. 200000;

618,281,57

2,000--

A riportare D. 620,281,57

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Dalla quale somma dedotti Ducati 25,895,32 1/2 per tante deficienze antiche fatte da vari apprezzatovi.................

L'esistenza netta nel tempo del sud detto incendio era di..............

Dai quali si deducono le sottosegnate partite cioè: Per tanti spesi nella rifazione di due comprensorii, per formare il nuovo edifizio del Monte...................

Per tanti che si trovavano impiegati nei pegni i quali furono incendiati...............

Pel quarto pagato sulle cartelle di detti pegni bruciati …...................

Per tanti ritrova ti deficienti nelle vendite seguite do po il suddetto incendio, che, per mancanza dei libri incendiati, non si è venuto a giorno degli apprezzatoli a cari co dei quali avrebbe dovuto andare la deficienza suddetta.............................

Sono D.

Per conto dei quali l'opera suddetta ne ha ricevuto, dal l'annuale avanzo di rendite del conto corrente, a tenore dell'appuntamento dell'anno 1787..................

Resta la perdita suddetta in

Sicché la proprietà del monte

25,895,82 1/2

707,546,11

90,000

139,302,57

30,746,37

537,58

251,586,47

35,447,84

216,189,13 presentemente è di......

A questi si aggiungono altri D. 14,000 per tanti improntati graziosamente dalla Regia Corte cioè D. 8000 ai 15 maggio 1800 e D. 6000 a 15 giugno detto per aprire l'opera suddetta

Somma la suddetta proprietà del Monte per li 31 dicembre 1802 in.......

I quali si ritrovano impiegati cioè:

Colla, regia deputazione olearea D. 300,000 alla ragione di quattro per cento; in virtù d'istrumento dei 31 gennaio 1800 ; per mano del Regio Notaio Donato Ranieri Tenti di Napoli...

Colla Regia Corte, alla ragione del tre per cento con istrumento dei 10 ottobre 1800 per mano del Regio Notaio Vincenzo Portanova di Napoli…....

Colla suddetta con istrumento dei 5 novembre detto anno......................

Colla suddetta, con istrumento dei 30 dicembre detto anno........

Colla suddetta con istrumento dei 8 aprile 1802....

Col contocorrente D. 12,257,85 resto delli D. 60,000 improntatili a 17 maggio 1800 per appianare il vuoto della fede

A riportare D. 491,406,98

14,000,-

D. 505,406,98

300,000

9,462,48

40,269,-

121,635,31

2,071,86

D. 473,438,65

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Riporto

di detto conto che in detto tempo esisteva.....

Per questa somma di D. 485,696 sta ordinato, con dispaccio dei 10 marzo 1801, nel piano degli officiali, che l'interesse di di detto denaro impiegato deve introitarsi al conto dei pegni gratis per scomputo dell'intero suo credito, non ostante che con appuntamento dei 19 agosto 1800 si trovi stabilito di pagarsi per conto d'interessi e non già pel capitale.

L'interesso che si è esatto da settembre 1800 per tutto dicembre 1801 è in D. 4988,60; e se l'ha introitato il conto corrente per supplire allo spese ed alle provvisioni degl'individui del luogo.

Più altri Ducati 5000 improntati al conto corrente a 24 dicembre 1801, in virtù di Real Dispaccio dei 28 detto per pagare le limosine a tutto agosto 1801, esclusa la spartenza dell'Assunta in detto anno...............

Dippiù altri Ducati 2,063,75 improntati a detto conto corrente ai 4 giugno 1802, in virtù di D. 473,438,65

D. 12,257.35

D. 485,696

D. 5,000 Riporto

Real Dispaccio degli 11 maggio per paga le limosine, cioè le mensualità di Novembre 0 Dicembre 1801 e metà delle festività di dicembre detto...............

Inoltre altri D. 1,700 improntati a detto conto corrente ai 23 dicembre

1802, in virtù di

Real Dispaccio dei

20 dicembre per supplire al pagamento delle limosino per tutto dicembre 1802.............

Per tanti che sono esistenti nella guardaroba dei pegni d'oro, per dicembre 1802..............

Per tanti che esistono nella guardaroba sopra pegni di panni come sopra..........................

In potere dei cassieri, per tutto dicembre 1802, Ducati 127,33 fra la somma di D. 291.86 mentre li D. 164,03 sono di avanzo dei pegni

venduti, che spettano alli padroni di detti pegni venduti..........................

Sono in tutto D. 490,696--

2,063,75

1,700,-

2.770,20

8,049,70

127,33

D. 505,406,98

A riportare D. 490,696-

Nell'anno 1787 fu stabilito in Banca d'impiegare qualche somma a mutuo, secondo le richieste che ne sarebbero state fatte dai particolari acciocché la rendita di essa, una coll'avanzo annuale del conto corrente si fosse impiegata nell'opera dei pegni graziosi, per su

mure in parte il la perdita sofferta dei D. 251,586,47 siccome era solito praticarsi per istituzione del luogo.

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In detto anno 1787,ed in quello del 1788 impiegati a mutuo circa due milioni di ducati, cosi con particolari che con luoghi pii, tutto con denaro degli apodissarì. Sicché, accortosi il governo di allora del gran vuoto fatto nel conto dei capitali stabilì che l'avanzo suddetto non più si fosse dato all'opera dei pegni graziosi; ma si fosse annualmente introitato al conto dei capitali per appianare il vuoto suddetto, assieme colla restituzione dei capitali che venivano da tempo in tempo a scadere; ed indi poi ripigliare nuovamente l'antico sistema, cioè di passare l'avanzo del conto corrente a credito di detto monte, conto all'opera suddetta, per soccorrere al bisogno dei poveri».

«Napoli 30 Dicembre 1802»

Questo conto, in particolar modo per le prime partite, onora gli uomini che avevano retto il Monte. Salvo due elemosine, le quali non ne fanno la duecentesima parte, tutto il pingue capitale fu costituito e raccolto dalla loro filantropica solerzia. Ottima l'idea d'investire in altri pegni gli avanzi di vendita non chiesti dai proprietari, per trascuraggine ovvero perdita delle cartelle; più degno d'elogio il sistema di convertire i lucri o rendite del pegno fruttifero in capitale del pegno grazioso. Ossequenti al desiderio della Sede Apostolica, che fin dai tempi di Leone X aveva, consigliata non imposta pei Monti la gratuità del prestito, e convinti che da questa venivano i progressi dell'istituto, il beneficio del pubblico. la depressione degli usurai, la soddisfazione del loro amor proprio e la quiete della coscienza, i governatori si servirono del credito, della circolazione fiduciaria, dei mutui fruttiferi, di tutte le forme di speculazione bancaria conosciute a quell'epoca, ed in parte da loro inventate, col solo scopo di mantenere od accrescere il patrimonio dei poveri.

Le altre partite delle perdite e del collocamento sono conseguenze degli avvenimenti occorsi dal 1786 al 1802, che racconteremo nel terzo capitolo. Il fisco prese e consumò, cogli altri fondi dei banchi, pure quelli del pegno gratuito, cosicché nel 1802 l'opera era quasi cessata. Ma si tenne ragione dei capitali che le spettavano; non potendo materialmente consacrarli all'uso legittimo, procurarono i governatori che almeno dai libri se ne sapesse il valore e la destinazione.

Pei progressi della pia opera, divenuta impossibile la dimora nella Casa Santa si dovette contravvenire al contratto 27 gennaio 1563, col quale il Monte aveva promesso e solennemente stipulato di non uscirne. Il notaio aveva consumato tutto l'arsenale delle forinole e dei patti, senza dimenticare una multa di cent'once d'oro, che fu poi reclamata. a carico dell'inadempiente,

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ed in vantaggio per metà del fisco, per l'altra metà del notaio stesso. Abbondando in precauzioni, aveva tatto stipulare che le cent'once si dovessero riscuotere dal fisco e dal notaio pure nel caso di reciproco consenso ed accordo dell'ospedale e monte, di condonazione e remissione qualsiasi; trattandosi di multa dovuta pel solo e semplice fatto della separazione dei due enti morali.

Valsero le circostanze più della pergamena, e fra queste dovette avere molto peso l'introduzione dei mutui ad interesse, ch'erano proibiti dal contratto (In quo quidem loco liceat et licitum sit dictis Protectoribus et eorum successoribus, exercere et exerceri facere dictum montem pietatis mutuando gratis et amore Dei, ut supra, et non aliter nec alio modo, perpetuis temporibus, prout hactenus actum et gestum fuit). Tale interesse era nonpertanto indispensabile per lo svolgimento e fors'anche per l'esistenza del Monte.

Sembra pure che ci fossero quistioni pecuniarie fra due istituti. Un inventario d'archivio, compilato sul finire del secolo XVI (1), prova l'esistenza a quella epoca del processo tra "li signori Governatori della Casa Santa della Annunziata con questo Sacro Monte, circa l'uscir di quello da detta Santa Casa, con la copia della protesta, di quanto deve per l'interesse, per capitale e terza per conto di banco,,. Sulla pergamena, le frasi che riguardano la multa sono interlineate, ed è segnato in margine qualche patto più importante. Dippiù essa è molta gualcita e sciupata, mentre che altre di poco posteriori stanno in buono stato. Forse ciò dipende da che l'abbiano molte volte riletta e presentata in giudizio per farla valere.

Lasciando i locali dell'Annunziata, si prese in fitto, per annui ducati seicento, il palazzo dei Duchi d'Andria; ch'è quello al largo S. Marcellino, rimpetto alla porta dell'Educandato, fra il Vico S. Severino ed il Vico S. Filippo e Giacomo. Stette a quel posto pochi anni il Monte, che dal libro di Casa (folio 187) risulta avesse nel 1595 n.° 37 impiegati con stipendio, oltre dei Protettori e dei zelatori dell'opera pia, che ci lavoravano gratis. gl'impiegati di Banco erano: Il pandettario con mensili D. 30, il cassiere apodissario con D. 25, il revisore con D. 1656; il segretario con D. 16; il libro maggiore con D. 15, l'esattore con D. 15, il razionale con D. 10, quattro giornalisti a D. 9, due archivari a D. 7,

(1) Documenti patrimoniali vol. 508 pag. 28 t.

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il porta libretti a D. 6. due aiutanti d'archi vario a D. 3 e due portieri a D. 4. Pel Monte pegni c'erano: il custode dei pegni con D. 17, il revisore con D. 14.00, il cassiere con D. 11, due aiutanti di cassa con D. 4, un credenziere a D. 10. ed altri due a D. 6, un apprezzatoli a D. 9, sei aiutanti di guardaroba a D. 6; due cassieri di vendite a D. 0; due incantatori a D. 6, ed uno scrivano dei pegni a D. 5.

Siffatto libro di casa, del quale esistono in archivio il giornale ed il mastro, (1) riferisce che alla chiusura dell'esercizio 1596 il patrimonio dell'istituto fosse così composto.

D. 50656,99, dei quali appare creditore esso nostro monte, conto di sua proprietà, nelle compre e rendite dipendenti dalli libri antecedenti.

Coll'odierno linguaggio li avrebbero chiamati fondi pubblici. Erano rendite assegnate sul provento delle imposte. Le operazioni del Banco rassomigliavano molto a quelle degli attuali agenti di cambio, perché facilitavano l'emissione e commercio di tali titoli. Però non si contentava l'istituto della sola funzione di sensale. Egli pigliava l'obbligo di pagare la rendita quando il fisco non l'avesse fatto. Questa malleveria produceva l'effetto che il compratore si contentasse d'interesse più discreto di quello promesso dal fisco, ed i D. 50656,99 rappresentano, in valor capitale, tutto il lucro fatto fino al 1595 per le diverse ragioni dell'interesse.

" 144436,75 dei quali appareno creditori li utili e danni di esso nostro monte per tutto il presente anno 1595, qui tirato poiché è utile per la Iddio grazia.

" 179,67 Id. come sopra

" 2,80 Id. come sopra

D. 195276,21

" 24204,50 deduzione per storni e per inesigibilità

D. 171071,71 Nostro Monte conto di sua proprietà per D. 171071,71 dalla somma delli D. 195276,21 in più partite, che si tira in credito in esso nostro monte conto nuovo di proprietà,

(1) Archivio patrimoniale - Banco Pietà. Scaffale N. 2. - Volumi N. 20 e 21.


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per averli a tirare in libro onoro del 1597, atteso li restanti D. 24204,50; si lasciano in questo libro perché procedono da debitori non veri ed altri che, non sono buoni.

Era un capitale più che sufficiente, a quell'epoca, per pagare la costruzione d'un nuovo vasto edificio. 1 Protettori Cesare Miroballo, Alfonso Gaetano, Camillo Macedonio, Paolo Balzerano, Ferrante Imparato e Giovanni Tommaso Borrelli. ai quali meritamente si dette il nome di secondi fondatori, comperato da Delizia Gesualdo, madre e tutrice del minore Francesco Carata, per D. 16300, il palazzo di D. Girolamo Carafa in contrada Nilo o San Biase dei Librari, con la direzione dell'architetto Romano Giovali Battista Cavagni (D. e con la. spesa di ducati 49.146.57 menarono a termine, nel 1605. la fabbrica dell'attuale 3[onte di Pietà e scrissero sulla porta:

GRATUITAE PIETATIS AERARIUM

IN ASILUM AEGESTATIS

PRAEFECTIS CURANTIBUS

PHILIPPO III REGE

HENRICO GUSMAN OLIVARES COM.

ANNO SAL. CI)I)IC (2)

Fra le opere d'arte che l'adornano, le quali valgono più dei ducati cinquantamila spesi sul finire del secolo XVI per l'intero palazzo, oltre degli affreschi di Bellisario Corenzio, (3)

(1) D. Aniello Somma, (pag. 12 sulla fede di precedenti scrittori, dice che il palazzo apparteneva ai Duchi di Moutecalvo e che si pagò D. 10000. Tali notizie furon ripetute nella prima edizione di queste memorie, ma in seguito si sono scoperti due contratti notarili. Il primo (pergamene del Banco Pietà vol. 3, scaffale 3, n. 14) è l'assenso regio, 23 Luglio 1599, d'ipotecare beni feudali per l'evizione a favore del Monte e per garentirgli la piena proprietà e libertà dello stabile. Dei denari pagati D. 16000 servirono a saldare la resta di prezzo delle baronie di Supino e Sassinoro, in contado di Molise, comprate dal defunto Girolamo Carafa ed i residuali D. 300 per affrancare un censo di annui D. 18 della Chiesa di S. Andrea. Coli' altro contratto del 20 gennaio 1606, (pergamene vol. 41 n. 15) Francesco Carafa, divenuto maggiore, ratifica gli atti della madre, particolarmente l'istrumento 14 giugno 1597, col quale ''vendidit dicto sacro monti quondam Palatium in platea seu sedilis Nidi, in quo fuit erecta domus dicti montis.

Dippiù prende l'obbligo di affiancare a sue spese un altro censo d'annui ducati dieci a favore dell'ospedale degl'Incurabili, scoperto dopo che s'era stipulato il contratto e consegnato il palazzo.

(2) Esistono i giornali e libri maggiori patrimoniali che contengono minutissimi conteggi della spesa per la costruzione del palazzo, la quale durò otto anni, 1597 a 1605. Ma regolarmente la iscrizione dice 1599 poiché già nel primo biennio la fabbrica era tanto innanzi da potersi aprire molte officine pel pubblico servizio.

(3) Conclusione 19 ottobre 1601, pag. 74 vol. 168. A Bellisario si paghino le pitture fatte nella casa nuova allo appartamento della congregazione del Banco, a D. 20 l'una confuse, e se li facci il bullettino per lo compimento.

5 Novembre 1601. Avendo il sig. Scipione Brandolino riferito che Bellisario vuole fare

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meritano attenzione due statue del Bernino, (1) sulla facciata della cappella, in fondo al cortile, che esprimono assai bene gli scopi dei fondatori, perché rappresentano la carità e la sicurezza e perché sono illustrate dai versi

I.

Forsan abest misero signata pecunia civi

Atque illum interea tempora saeva premunt.

Nummorum huic operi ingentes cumulamus acervos

Pignore deposito quod petit inde damus.

II.

Si quis amat brevibus caute persolvere chartis

Aut timet insidias turis et arma domi

Congerite hue aurum, placidos et carpite somnos

Per me securos civibus esse licet.

La protezione del Cardinale Arcivescovo di Napoli contribuì ]mrc all'incremento dell'opera ed a buon dritto i Governatori posero questa lapide nella sacrestia della medesima cappella:

OCTAVO

AQUAVIVA ARAGONIO CARD.

ARCHIEP. NEAP.

OB LEGATUM MONTI PIETATIS SUPPELLECTILEM

AUREORUM MILLIUM XX.

PRAESTITUM ETIAM POST OBITUM

PASCENDI GREGIS MUNUS

QUEM CONSILIO DOCTRINA OPIBUS

STRENUE ALUEBAT

PRAEFECTI DOCUMENTO POSTERIS PP.

AN. SAL MDCXVII.

fra termine di sei mesi, decurrendi del primo di gennaio 1602, l'opere di pitture a fresco nella cappella, concludono che se faccino conforme alle note dell'ingegnere Cavagui.

Alcuni quadri sono di Fabrizio Santafede. Conclusione 30 luglio 1601... Fabrizio Santafede facci la cona della cappella, con che l'apprezzo se facci da uno dei signori Protettori, ed esso Santafede facci albarazzo al nostro Sacro Monte di contentarsi di detto apprezzo e che non eccedi detto prezzo ducati duecentocinquanta, e che se gli paghino anticipati soli ducati quaranta.

(1) Conclusione 9 febbraio 1601 pag. 41. Li signori Marchese della Polla, Ascanio Carafa, Pietrantonio Albertino, Giovali Domenico Grasso e Vincenzo Girardo, Protettori, in congregazione; Non avendo voluto il sig. Marchese di Grottola dare il parere di quello che si poteva pagare a Michelangelo Naccarini per la statua della Pietà, ed a Pietro Bernini per le due altre della carità e sicurtà, fatta per servizio della cappella della nuova fabbrica, al quale sig. Marchese era stato rimesso il giudicarle. E desiderando essi signori Protettori che siano soddisfatti detti scultori,

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Nel 1623 spendevansi. per soli stipendii, novemila ducati allo anno, ed al 1634 la rendita annuale del Monte era già arrivata a ducati quarantacinquemila. Quanto superava dalle spese di amministrazione era destinato ad opere di beneficenza. Oltre dei pegni senza interesse, che erano tutti quelli da ducati dieci in sotto, e che tacevano restare infruttifero il capitale già specificato, dal Monte di Pietà si pagavano ogni anno molte decine di migliaia per altri atti filantropici, che consistevano, come abbiamo detto, in sussidi alle famiglie indigenti, doti per matrimonio o per monacazione alle ragazze povere, riscatto di prigioni per debiti o di schiavi da barbareschi (1).

concludono che li magnifici Gio: And: Magliulo e Fabrizio Santafede riconoschino dette statue minutamente e del conveniente prezzo che lor si potria dare restino contenti farne relazione in scriptis, per potersi deliberare l'esecuzione di detto pagamento. Presenti detti Michelangelo e Pietro ed accettanti detta elezione.

Avendo li detti Giovannandrea Magliulo e Fabrizio Santafede pittori fatta relazione in scriptis, dopo viste le dette statue, che a Michelangelo, per lo prezzo della manifattura della statua della Pietà, senza la pietra, se potranno dare ducati ottocento; ed a Pietro Bernini, per le due della sicurtà e carità ducati settecento, detti signori Protettori concludono che si paghino al li predetti scultori le dette quantità; con che s'escomputi quello che hanno ricevuto sin qua; e prima di farsi detto pagamento si portino e mettenodette statue nelli luoghi dove hanno da stare di detta casa nuova.

(1) «5 marzo 1578. - Per li sottoscritti signori Protettori, è stato conchiuso ed ordinato che in sussidio del riscatto d'Annibale Gallo, che fu preso da mano de infedeli con Col'Ambrosio Gallo suo padre e Baldassarre suo fratello, con una fregata al tempo che fu pigliata la Goletta; del che e della loro estrema povertà costa per la fede del magnifico Capitano e compitarli della strada dei lanzieri, si debbono distribuire e pagare ducati dieci, dalla somma di annui du cati dieci donati per il quondam D. Giovan Battista Villano ad esso sacro monte, per sovvenzionedei poveri captivi. Data sarà previa idonea pleggeria di convertirsi detti ducati dieci nel riscatto del predetto Annibale, o di restituirsi ad esso Sacro Monte fra termine di sei mesi, non constando per scrittura e fede autentica il detto riscatto essere stato fatto, e con espressa menzione che nella somma che si pagherà per detto riscatto sono inclusi e veramente pagati detti ducati dieci e che il mentovato Annibale sia in terra di cristiani - Annibale Caracciolo - Notar Giovanni Ambrosio di Lega-Giovan Domenico Caprile - Leonardo de Zocchis atque Terracina.

Il riscatto degli schiavi si faceva dell'amministrazione pubblica, per mezzo dei negozianti ebrei di Livorno, che prendevano una provvigione del 14 per cento. 24 settembre 1794, conclusione. Dovendo il nostro sacro monte della Pietà, erede del Reggente Carrillo per la confidenza del riscatto dei cristiani schiavi, soddisfare alla Regia Corte la sua rata sopra li ducati 212000, dalla medesima erogati per riscatto di molti schiavi, e non avendo denari pronti per tal pagamento, deve prenderli ad interesse sulli fondi di tal confidenza, anche per esecuzione di reali ordini. Perciò essendosi presentate l'occasione di poter prendere a vendita di annue entrate la somma di ducati diciassettemila circa ecc. ccc.

Pochi individui si potevano liberare, che un prigione era pagato, in media, a Tunisi Duc. 750, ad Algieri ducati 1400. Costavano il doppio i padroni di bastimenti ed assai più i nobili o persone ragguardevoli.

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L'associazione o confrateria fondatrice del Monte pare che si fosse sciolta quando questo potette sussistere senza contribuzione di soci e senz'elemosine. Prova il libro di conclusioni che nel 1574 non esisteva più, e che si fosse già inventato l'originale modo di nominare li Governatori, ch'è durato fino al 1807 e crediamo abbia contribuito più di qualsiasi altra circostanza alla lunga e prosperosa vita de' Banchi; modo che consisteva nel limitare a soli due anni l'ufficio e nel fare scegliere il proprio successore da ci lì finiva il biennio. Con lettera regia del 15 dicembre 1571 fu legalizzato l'uso che il Monte e Banco della Pietà, dovesse dirigersi da un consiglio amministrativo, chiamato Governo, composto di tre nobili, due avvocati ed un mercatante. Sul principio, queste sei persone ebbero il titolo di Protettori, ma essendosi poi aggiunto, per usurpazione del Viceré, un Delegato Protettore di nomina Regia, col grado di capo e presidente del consiglio, presero talvolta l'altro titolo di Governatori. Si alternavano nel biennio i sei governatori ed ogni seconda domenica di dicembre, celebrata la messa dello Spirito Santo, i tre uscenti per aver finito il tempo, presentavano ciascuno un elenco di sei persone. Proibito di mettere nella lista parenti prossimi, sia propri, sia degli altri cinque governatori, come pure gente che si trovasse di lite col Banco o ne fosse debitrice, o gli avesse domandato sussidi. Fra sei candidati poteva scegliere S. M., per essa chi la rappresentava a Napoli, ma non abbiamo trovato esempio che si fosse nominata persona diversa dal primo iscritto di ciascuna lista; praticamente dunque l'elenco si riduceva ad una pura e semplice designazione del successore.

Quando un governatore non poteva o non voleva servirsi del suo dritto di nomina, ed anche quando pareva che la lista non rispondesse alle regole ed alle consuetudini, passava questo dritto alla Banca, cioè al Delegato Pegio ed agli altri cinque governatori. Il caso s'è verificato varie volte e con incidenti non sempre seri.

Le dispute per la precedenza fra tre nobili fecero introdurre lo uso di non mettere feudatari nelle liste, ma solo cavalieri di Piazza, cioè persone di case patrizie e godenti dritto di voto nei Sedili. E quando eccezionalmente sceglievano un titolato, ovvero per successione diventava tale qualche governatore esercente, facevangli invito di non adoperare il titolo, ma firmare col solo nome e cognome.

Come sorvegliavano i Protettori l'esercizio del Banco apodissario, e della cassa de' pegni gratuiti, sappiamo dalla conclusione di luglio 1578, che dice:

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...perché l'assistenza del signor Protettore, pel buon governo del Monte, è necessaria tanto nell'uno quanto nell'altro esercizio, e principalmente dove si esercita l'amministrazione della cassa dei pegni, per esercitarsi quella si grande opera di carità verso li poveri, prestandosi graziosamente sopra pegno, importa, anco che vi assista uno delli signori Protettori di esso Sacro Monte. Però, non potendo il signor Protettore mensario assistere ad un medesimo tempo all'ima ed all'altra parte, per essere distinti e separati li due appartamenti, tal eh è non si può mirare all'amministrazione degli officiali come si conviene; considerando anche che assistendo due almeno delli signori Protettori, ogni dì non festivo, al Sacro Monte, se ne causa maggior servizio al Pio Luogo, perché accadendo alcuno impedimento che non più potesse assistervi uno di essi, vi si rattroverà l'altro, che potrà firmare tutte le scritture e provvedere a tutte le altre cose necessarie, che bisogna subito darle spedizione, che non si può 'ritardare.

Però è stato conchiuso ed ordinato, che ognuno delli signori Protettori di esso Sacro Monte, debba servire quattro mesi ogni anno, a circulo, nel governo di esso Sacro Monte, assistendo in quello ogni giorno non festivo; cioè due mesi nel luogo dove si fa l'amministrazione della cassa dei depositi; e due altri mesi nel luogo dove si fa l'amministrazione delli danari dei pegni dagli altri ufficiali di esso Sacro Monte. "Talché ogni mese debbano a circulo assistere al governo due Protettori, cioè un gentiluomo e un cittadino, ed un d'essi all'amministrazione della cassa di depositi, l'altro all'amministrazione della cassa di pegni. E dai detti due signori Protettori che fanno il mese si terranno le due chiavi della camera del tesoro del Sacro Monte: cioè la chiave cli;è solito di tenersi per lo signor Protettore gentiluomo si terrà dal signor Protettore gentiluomo che farà il mese, e l'altra chiave ch'è solito di tenersi per lo signor Protettore cittadino si terrà, dal sig. Protettore cittadino che fara il mese. Ogni volta che si farà Congregazione (adunanza dei Protettori) nei giorni stabiliti, faranno relazione di quanto occorrerà, che sarà bisogno di provvedersi in congregazione; ed in fine del mese, il Protettore che farà il mese, nel luogo dell'amministrazione delli denari dei depositi, farà completare di porre tutte le partite di debito e credito nel libro maggiore e nelli giornali di cassa, con fare tirare le reste della predetta cassa e delli conti de' banchi pubblici, con li quali farà tirar d'accordo; e conterà tutto il denaro che di contanti vi si troverà nelle dette casse, a fine si possa vedere se il cassiere sia debitore; e ritrovandolo debitore lo farà pagare subito.

Similmente il signor Protettore che farà il mese, nel luogo dove si esercita l'amministrazione dei denari dei pegni, farà compiere di porre in libro tutte le partite di impegnati e spegnati, di vendite di pegni, di soprapiù e di pleggerie che si pigliano per lo cassiere, e farà firmare li bollettini, li quali, firmati dal guardaroba, dal cassiere e da esso signor Protettore addetto al servizio dei pegni, farà notare dal Razionale di esso Sacro Monte, nel libro maggiore e nel giornale di Banco, come e solito; con fare tirare dal detto Razionale la resta delli conti dei pegni, di guardaroba, di soprapiù e della detta cassa, acciò si possa vedere se il cassiere è debitore; e ritrovandolo debitore lo farà pagare subito. Delle reste li signori Protettori debbono fare relazione ai Protettori loro compagni nella congregazione. E così si debba osservare ogni mese.

Pietro Gambacorta -Giov. Cola Minutolo - Giov. Domenico Scoppa - Benedetto de Loffredo - Orazio Palomba.

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Il pegno con interesse, pei mutui maggiori di D. 10. (L. 42,50) diventò ramo precipuo d'operazioni nel 1628, e fu imposto dalle circostanze, non nacque dalla libera volontà dei Protettori. Un cambiamento di tipo delle monete napoletane, del quale ci toccherà di parlare a lungo, fatto con poco accorgimento e meno buona fede dal Viceré Zapata, per poco non ammazzò tutt'i Monti della città, distruggendone il credito e sciupandone i patrimoni. Per salvare il Monte e Banco della Pietà, escogitarono gli amministratori l'espediente di prelevare 30000 ducati dalle somme sottoposte a vincolo o sequestro, ch'esistevano nella cassa dei depositi dello stesso banco, e di collocarli alla ragione di sette per cento. Così procacciarono una rendita per pagare gl'impiegati e le spese d'amministrazione, senza intaccare maggiormente il capitale del pegno grazioso, che da D. 270000, quant'era nel 1622, trovavasi nel 1628 ridotto a soli D. 70000.

La garenzia della cassa depositi consistette nei pegni pronti alla vendita, perché scaduti di tempo, che invece d'alienarsi, con danno dei padroni, sostituirono per qualche tempo la moneta contante. Al dire dei Governatori: Quella medesima carità che il Monte faceva al pubblico, di prestare senz'interesse, intendevano che dalla propria officina all'apodissario fusse fatta al Monte. Ecco il testo della petizione per l'occorrente permesso del Viceré.

"Li Governatori del Sacro Monte della Pietà fanno intendere a V.E. come, per la mutazione delle monete, e per avere la maggior parte delle sue entrate con la Regia Corte e con la Città (1)sta in estremo bisogno. Di modo che non può soddisfare ai suoi creditori, ne può pagare le provvisioni dei ministri, tanto de la casa che del banco, che importano da ducati seimila l'anno. Per lo passato s'è servito del capitale applicato all'impegno; dimodochè per prima detto capitale era di ducati duecentosettantamila, ed ora è ridotto a ducati settantamila; ed ogni giorno va mancando detto capitale. In breve s'estinguerà un opera di tanto merito, se la potente mano di V. E. non dà il rimedio, che almeno si possano pagar li ministri senza interessar più la casa. Ed acciò lo espediente che si presenta non abbia da portar conseguenza, si dice a V. E. come detto Monte tiene, per la somma di ducati trentamila, tanti pegni d'oro e d'argento che se potriano vendere;

(1) Il fisco ed il municipio avevano puntato i pagamenti.

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"ma, a fine di non pregiudicare i padroni di detti pegni, quelli stessi si terranno in luogo di pegno in cassa maggiore di banco; dalla quale (cassa maggiore dei depositi apodissari) si piglierà tanta moneta coniata, dalle somme vincolate e sequestrate, sino a D. 30000; quali si potranno prestare a mutuo, alla ragione di sette per cento,conforme è stato solito farsi. E dall'interesse pagarsi li ministri, acciò non si diminuisca più il capitale e si possa mantenere l'opera. Quella stessa carità che il Monto fa con diverse persone, verrà a fare la cassa maggiore di banco con detto Monte. Pertanto supplicano V. E. voglia concedere il suo beneplacito in così giusta domanda,acciò detta opra si mantenga in piedi e ne avrà merito dal Signore Iddio, ed essi supplicanti l'avranno a grazia ut Deus."

Nel seguente anno 1629 s'aggiunsero altri 30000 ducati, e si formularono le istruzioni e regole del pegno fruttifero, che può dirsi siano l'attuali leggi del Banco, pel ramo Monte di Pietà.

Col mutuo grazioso si concedevano ai debitori tre anni di tempo, perciocché la scadenza delle cartelle relative a gioie, metalli, oggetti preziosi e seterie, era a trentasei mesi data. Scorso tal tempo, i pegni non riscattati dovevansi vendere all'asta pubblica; nondimeno la vendita era spesso prorogata di uno o due anni. Le sole cose di lana, perché soggette a tarlo e deperimento, si accettavano per soli mesi sei, e verso il 1750 per un anno. Qualche volta l'epoca della vendita era abbreviata con petizioni dei possessori delle cartelle, i quali volevano riscuotere il supero, cioè la maggiore valuta del pegno sulla somma anticipata dal monte. In occasione di crisi monetaria, gli oggetti d'oro e d'argento, invece di vendersi all'asta pubblica, si mandavano, per ordine del Viceré, alla zecca.

Non bastando l'ampio palazzo del Monte, si comprarono, nel 1728, per D. 7500, la casa di Francesco de Laurentiis, e nel 1742, l'altra adiacente di Domenicantonio de Palma, per D. 16500. Congiunte queste con una cavalcavia al resto dell'edifizio, furono adatate per guardaroba o magazzino dei pegni di rame, ferro, ed altri metalli comuni.

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5. Nell'inverno del 1563, i frequentatori della Vicaria sentivano gridare da un carcerato, che mostrava attraverso dei cancelli il suo giubbone di velluto

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"Signori pietosi, per cinque carlini, che non ho, non posso uscire da queste carceri; vi supplico, in nome di Gesù Cristo, a prestarmeli con tener questo in pegno." Un avvocato gli dette il danaro e rifiutò il giubbone. Ci spiace d'ignorarne il nome, non per l'elemosina dei cinque carlini, che forse molti avrebbero fatta, sibbene perché la commozione in lui destata da quella domanda, gli fece immaginare un istituto di beneficenza, che poi divenne assai ricco e sommamente vantaggioso. Dai fatti che giornalmente vedeva, trasse la persuasione che i carcerati, più d'ogni altra qualità di gente, paghino usure strabocchevoli. Chiusi come sono, non si possono raccomandare al meno ladro fra gli strozzini di loro conoscenza, ma debbono stare a discrezione dei pochissimi individui, forniti di danaro, che stanno o possono entrare nella prigione.

Volendo a ciò rimediare, volendo procacciare anche agli ospiti della Vicaria il vantaggio del mutuo sopra pegno senza interesse, che dal Monte di Pietà si offriva da più di vent'anni ad ogni altra classe di cittadini, l'anonimo avvocate si volse ai proprii amici, e ne ebbe soccorso di moneta e di opera; si raccomandò al Reggente della Vicaria, e ne ottenne la concessione di alcune stanze, adiacenti alla scala del Sacro Regio Consiglio. Ivi raccolse una fratellanza di curiali, formò l'altro Monte, per esclusivo uso dei carcerati, e tenne in deposito i pegni. Nei primi tempi l'opera gratuita di tre delegati dalla confrateria, che si chiamavano Maestro Mensario, Maestro Guardaroba e Maestro Segretario, bastava per sbrigare tutte le faccende amministrative. Il Mensario faceva per un mese l'ufficio di Capo o Direttore, ed anco di cassiere; il Guardaroba custodiva li pegni, ed il Segretario teneva la corrispondenza e le scritture contabili.

Cresciuti presto di numero i soci, dettero al loro pio sodalizio la denominazione di Sacro Monte dei Poveri. Le adunanze e le pratiche religiose si fecero, dal 1563 al 1571, nell'oratorio che ottennero in prestito dai Padri Teatini dei Santi Apostoli.

Scarseggiando il denaro, perché troppo inadeguato pel bisogno era il capitale donato dai primi fondatori, e troppo poca cosa le contribuzioni mensili dei socii, si fece ricorso all'elemosina, onde, per molti anni, pensiero principale del sodalizio fu la questua.

Allora Napoli era divisa in nove quartieri. Si scelse per ogni quartiere un governatore del Monte, fra le persone più ricche o autorevoli, e questi ebbe mandato di nominare ogni sabato tre o quattro collettori,

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che per una settimana si pigliassero la briga di chiedere limosine a vantaggio della pia opera. Non occorreva d'essere socio per la scelta all'ufficio di collettore. La questua si taceva in quella maniera che molti Napoletani ricorderanno di aver vista usare prima del 1860 dall'arciconfraternita del Purgatorio e da parecchie altre. Il collettore, vestito di sacco, col cappuccio calato sul viso, con gli emblemi della confraternita sulla spalla, chiedeva le limosino nelle chiese, per le strade ed anche per le case, e le faceva deporre in certe cassette, di forma particolare, adoperate anche adesso nelle chiese, di cui non aveva la chiave.

Fra gli obblighi del Mensario, cioè dell'amministratore principale del Monte, c'era, nel secolo XVI, quello di aprire tutte queste cassette, custodire la moneta, e con l'aiuto del Segretario portare i conti.

Nel 1571, avendosi a ricostruire l'edificio dei Santi Apostoli, dovette uscirne la compagnia, che prese stanza nella Chiesa di San Giorgio. Ivi si svolsero meglio le opere di carità, giacché ai carcerati non si dava solo il mutuo gratuito, prestando loro senza interessi su pegno sino a ducati 5; ma si liberava un certo numero di quelli chiusi per debiti, pagando i loro creditori; e si curavano quelli colti da malattia, somministrando letti, medicine, assistenza e costituendo nelle prigioni ben regolate infermerie. Qualche atto filantropico si faceva anche fuori delle carceri, visitando le case della povera gente, e con soccorsi pecuniarii alle persone che ne parevano meritevoli.

Incresceva alla Confraternita di non tenere sede stabile e propria, spettando al tribunale le stanze nella Vicaria, dove si teneva il Monte di Pietà, ed essendo appena tollerata, come ospite, nella Chiesa di San Giorgio. Domandarono in proprietà, all'Abbate amministratore di detta chiesa, una cappelluccia abbandonata che ci era nel cortile ed una porzione del portico; ottenutili nel 1577, mediante canone di annui ducati diciotto, col permesso della Curia Arcivescovile, fabbricarono in brevissimo tempo una nuova grande cappella pel pubblico e sovra questa un oratorio pei socii. La solenne apertura si fece al 1° novembre 1579, e per la spesa avevano i fratelli provveduto con volontarie contribuzioni e con denari presi a censo.

Parve allora alla compagnia di poter bastare a sé stessa, e fu prescritto che elegger non si potesse ad ufficio di maestro chi non fosse socio.

Mancava non pertanto l'approvazione del Viceré, e per ottenerla il sodalizio presentò, nel 1585, al Duca d'Ossuna, i proprii Capitoli cioè gli Statuti dell'opera dei pegni e della confraternita.


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Ossuna li fece esaminare dal Consiglio Collaterale. Esiste il processo (1) e furono nel passato secolo messi a stampa parecchi documenti (2) dai quali si conosce che il Reggente Moles, ed i Pro Reggenti Cardona e Lanario, dettero favorevole avviso, che li 11 novembre 1585 fu riconosciuta formalmente dal Viceré la confraternita, come pubblico istituto di beneficenza e come Monte di Pietà, e finalmente che fin dal 31 marzo 1584 lo stesso viceré Ossuna aveva dato il permesso di l'accorre limosino per la Città e pel regno.

Trascriviamo questi capitoli del 1585 i quali pare che si fossero concordati fra soci fin dal 1563 ed avesse confermati Papa Gregorio XIII, con una bolla del 1572 per l'erezione del Sacro Monte dei Poveri. Li scrisse certamente una brava persona; forse l'avvocato stesso che dette al carcerato i cinque carlini pel giubbone.

Sapendosi che li poveri carcerati, oltre gli altri infortuni che patono, sono anche gravemente oppressi dalle maledette usure, talmente che, per averne qualche piccol sussidio della loro vita, si riducono, con tanta offesa di Dio N. S. con tanta perdita d'anime, e con tanto loro danno, a pagare fino ad un carlino al mese per un ducato a quelle maledette coscienze che li prestano denaro sopra i loro pegni. Tanto più che il medesimo pegno lo ritornano ad allocare un tanto il di al padrone, talché i loro pegni scorrono in pochissimo tempo, per molto pochi denari, e qualche volta ne sono truffati; e si cagionano perciò molte risse dentro le carceri, onde i poveretti spesso ne patono corda, ne vanno in galera, ed anche ne sono appiccati; dandone continuatamente maggiori travagli agli ufficiali; e ne seguono altri inconvenienti, talvolta peggiori e tali che per onestà si tacciono. Perciò ha piaciuto allo spirito d'Iddio, per dare qualche sussidio a cosi miserande persone, ispirare alli Governatori e Confrati del S. Monte dei Poveri, costrutto appresso la Chiesa di S. Giorgio Maggiore di questa città, di aiutare e sovvenire eletti poveri carcerati, derelitti ed abbandonati dagli altri, prestandoli graziosamente sopra i loro pegni, e dandoli comodità di riaccattarseli, seconda la forma delli seguenti Capitoli.

I.

Primieramente s'ordina che, avuta la benedizione spirituale, ed il favore dell'Eccellenza del signor Viceré; nel luogo che sarà consigliato dentro il Palazzo delli Regi Tribunali, si abbia ad ergere la detta S. Opera, da governarsi perpetuamente da detti signori Governatori e Confrati, secondo l'elezione da farsi mese per mese dal signor Ministro e dalla Compagnia dei Bianchi del detto S. Monte.

(1) Processo del Consiglio Collaterale citato dal cav. Petroni pag. 27.

(2) Regole e capitoli antichi e nuovi per lo regolamento della congregazione e del Sacro Monte e Banco dei Poveri del SS.mo Nome di Dio -Napoli 1750 - Per ordine del Ee N. S. Nella stamperia di Giovanni de Simone. Questo volume fu stampato per cura di Domenico de Simone, dei Marchesi di Capogrosso, a quell'epoca Segretario, che aveva compilato nuove regole. - Biblioteca Municipale Cuomo - vol. 5547- - 15. - 3. - 43.

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Li quali, l'ultima domenica di ciascun mese, eligeranno un Protettore mensario pel seguente mese; ed a contento di quello un Segretario per scrivere, ed un Guardaroba che averà pensiero del governo e del valore dei pegni, come dirassi.

II.

Sarà tenuto il detto Segretario di fare tre libri diversi, in uno de' quali saranno notati tutti l'introiti che per qualsivoglia via perveniranno a detta opra. E nell'altro tutti i pegni, che giorno per giorno s'impegneranno ovvero si recatteranno, colla giornata, col nome e cognome di colui a cui si presta, e la quantità che se li presta; nel terzo poi si noteranno i decreti, o altre cose straordinarie che occorrere potranno intorno a detta opra. Sarà anco pensiero del detto Segretario di fare le cartelle, per darle a chi porta i pegni, le quali saranno contrasegnate col segno del monte, e firmate di sua mano, acciocché poi il riscatto si facci a chi porterà la detta cartella e non ad altri.

III.

Per evitare le fraudi che sopra ciò si potrebbero commettere, si supplica l'Eccellenza del signor Viceré che si imponghi notabil pena a chi sotto nome di carcerato, impignasse pegno che non fusse suo. Con dichiarazione ancora che, mentre il pegno non é ricattato, non possi altri pretendere che sia suo, ma solamente colui in nome del quale sta notato detto pegno, acciò si possa esercitare detta opra senza risse e senza lite, ma con quella semplicità e carità che si conviene.

IV.

Si ordina ancora che i detti tre deputati, cioè il Protettore mensuario, suo Segretario ed il Guardaroba, debbano stare in ciascheduno giorno feriale nel luogo ordinario, almeno per tre ore il giorno, e che nel partire possano lasciare in potere del carceriere maggiore, o di chi tiene il libro dei carcerati, fino alla somma di ducati sei; acciocché occorrendo alcun bisogno ai detti carcerati, se li possa sovvenire sopra i loro pegni ancora in ahsentia dei deputati; i quali saranno obbligati, subito che arriveranno il giorno seguente, fare il debito notamente dei pegni che fossero stati fatti dal loro sostituto. E medesimamente il giorno precedente qualsiasi festa, possono lasciare per detto effetto fino alla somma di ducati dieci, ed il giorno poi la festa subito notare i pegni che fossero fatti.

Appresso; ogni primo sabato di ciascun mese, si rivedano i conti di detta opera di tutto quel mese passato dai due mensari, delli quali uno sarà stato protettore quel mese e lo altro sarà del mese futuro, congiontamente colli loro segretari e guardarobbi passati e futuri; per vedere che i conti sieno giusti, e che i denari e li pegni siano molto bene aggiustati, con farsi l'inventario di detti pegni, e ritrovandosi alcun errore di qualche momento, siano obbligati, la domenica seguente, tutti sei manifestarlo al ministro di detto Monte, acciò di comun parere si possa provvedere secondo il bisogno.

VI.

Di più s'ordina che la cassetta per l'elemosina, la quale, con buona grazia dei Superiori, si tenera nel banco deputando per detto effetto, abbia ad avere due chiavi, da tenernosi una dal Protettore che farà il mese, e l'altra dal suo Segretario. La quale s'aprirà ogni sabato in presenza di ambedue, e si noterà l'introito di quello che si ritroverà;

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acciocché poi coll'altri conti se ne dessi notizia al nuovo Protettore mensario che entrerà, conforme al sopradetto capitolo.

Similmente nella cassa maggiore saranno due chiavi, da tenersi dal Protettore e Segretario istessi, ed in quella saranno conservati tutti i denari che serviranno per detta opra.

Avvertendo che dentro di quella non si lascino più di cinquanta ducati per sovvenzione di detta opra, e mancandone poi si supplisca giornalmente, non però passando la detta quantità.

VII.

Potrà anco il Segretario tener fuori di detta cassa fino alla somma di ducati dieci, per l'occasioni che potriano accadere in ahsentia del protettore e mensario, a cui ciascuna volta ne renderà conto fedele.

VIII.

E perché alcune persone devote, per guadagnare l'indulgenze, ed aumentare dett'opra, facilmente potriano prestare o depositare alcune somme di denari in questo S. Luogo; si supplica S. E. che non solamente a detti Deputati sia lecito poterli pigliare, e servirsene in benefizio di detta Opra, ma ancora, bisognando, per cautela di chi li deposita, farne la fede, la quale abbia il vigore come scrittura pubblica; acciò questa S. Opra possa crescere in maggior benefizio di detti poveri carcerati.

IX.

Ancora s'ordina, per maggior sicurtà di detta opra, che ciascun pegno sopra il quale si presterà, ecceda di valore almeno il doppio di quella quantità che si presta. Il che non osservandosi da detti Deputati, s'intenda i detti pegni essernosi pigliati a loro risico. E perciò tutti i libri delle mesate abbiano molto bene a conservarnosi, acciò, occorrendo il caso, si possa vedere in qual mese fu pigliato il pegno, che forse valesse meno del prestito.

X.

Al detto Segretario, in ahsentia del Protettore, per ora non sarà lecito poter prestare più di sei ducati per volta; ma con volontà e saputa di quel Protettore che averà pensiero e non più per ordinario; ma per caso d'importanza, ed a persona di qualità, si potrà passare a maggior summa; purché il pegno vaglia almeno il doppio di quel che si presta.

XI.

Oltre ciò si è concluso che non solamente si presti alli carcerati nelle carceri della G-. C. della Vicaria, ma ancora a' prigioni dell'Ammiragliato, dell'arte della seta e dell'arte della lana, e ad altri, secondo occorrerà il bisogno e saranno le facoltà del detto Monte.

XII.

Finalmente si stabilisce il tempo ordinario di ricattarsi li pegni per tre mesi solamente e non più; ma poi elassi li tre mesi si superseda a venderli per due altri mesi, e quando non vi sia strettezza di denari si aspetterà per sei mesi, per darli maggior commodità di poterseli ricattare; ma passati i sei mesi e venendosi ad atto di vendere i detti pegni, s'abbiano a vendere senza decreto allo incanto, e non usarci fraudo alcuna, e cercar che si vendano per giusto prezzo, secondo il loro valore. E vendendosi più di quella quantità per la quale stavano impegnati, si restituisca quel di più al padrone, con

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farne del tutto il debito notamento. E se il padrone fosse morto a suoi legittimi eredi; e non retrovandosi eredi resti tutto il denaro in beneficio di detta opera, con annotarsi pure il tutto, ed obbligandosi i detti deputati a far pregare Iddio per l'anima di colui che era stato padrone del pegno.

Concedendo l'approvazione ed i privilegi domandati, il Viceré fu largo di encomii pel sodalizio, dicendo che il Re di Spagna, Filippo, era lieto "piis et iustis supplicationibus annuere, ac favore prosequi, et omni adminiculo protegere, ut catholici et pii ac religiosi principis nomen merito in futurum sibi vindicet."

A quell'epoca (1583) erasi costituita un'altra Compagnia eia 29 gentiluomini, nella chiesa di S. Severo dei Domenicani, a persuasione di Frate Paolino da Lucca e per opera di Orazio Teodoro, la quale, intitolatasi del SS. Nome di Dio, intendeva anch'essa ad opere di carità, visitando i carcerati e soccorrendo i poveri vergognosi. La comunanza di condizione e di scopo, e la piccola distanza che c'era fra le chiese di San Giorgio e di San Severo, avvicinò le due confraternite, che nel 1588 si fusero. Ma durò l'unione dalla domenica 17 gennaio al venerdì santo 15 aprile dello stesso anno 1588, leggendosi nei documenti che "successe tal differenza e dissenzione, seminata dai ministri di Satana, che per S. E. (il Viceré) fu ordinato che non si congregassero più i fratelli e dopo molti mesi fu data licenza all'una ed altra confrateria che ciascuna si congregasse nel suo oratorio" cioè il Monte dei Poveri a San Giorgio, il Nome di Dio a San Severo.

I pettegolezzi erano e sono un tarlo per tutte le associazioni e corpi morali. Sul nascere, le nostre confraternite avevano quella costituzione, essenzialmente democratica, di cui San Bonaventura ci ha lasciato il più perfetto modello, con le regole della Compagnia del Gonfalone di Roma. Ma le regole approvate a 28 maggio 1583 per la fratellanza Nome di Dio, sono piuttosto dirette all'ascetismo che alla filantropia, e ci sono scritti doveri pei soci i quali adesso sarebbero intollerabili anche per un ordine monastico. Oltre della ubbidienza incondizionata al Priore, delle messe, rosario, confessioni e comunioni frequentissime, avevano i fratelli l'obbligo di fare la spia!

"Art. XIV. Ciascheduno fratello sappia che è obbligato di procurare l'utile ed onore della compagnia, con tutti li modi leciti ed onesti; e sapendo che alcuna cosa potesse ritornarli a danno,deve proponerlo nella Compagnia, acciò possa darvisi rimedio;

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"ed essendo cosa dei tenersi segreta potrà dirlo al Priore e Consiglieri,acciò colla destrezza e prudenza loro possano ripararli, senza rumore né strepito; ed insomma tutti li fratelli, con ogni loro ingegno e potere, sono tenuti servirla, favorirla ed aiutarla".

Dovevano anche serbare un silenzio che adesso non si pretende forse nemmeno dalla Frammassoneria e dal Nichilismo.

"XV. Ciascheduno fratello sia obbligato a tenere segrete tutte le cose che si fanno e si stabiliscono per li fratelli dentro l'oratorio, e così anche li nomi delli fratelli, acciò quelli che là si uniscono, per il servizio di Dio, non siano additati dagli altri men devoti. Nel che deve stare molto avvertito ciascheduno fratello,poiché si stabilisce che sempre si costerà, nel modo che parerà al priore G Consiglieri bastante, che uno averà rivelata alcuna di dette cose ad altri che non sono di detta compagnia; per la prima volta se li darà quella penitenza che a detto Priore e Consiglieri parerà; e la seconda volta sarà espulso da detta Compagnia

Fortunatamente, nelle due associazioni costituite per soccorrere i carcerati di Napoli, la carità vinse l'alterigia, sicché si ricongiunsero al 24 gennaio 1599, conservando nel titolo, Monte dei Poveri del Sacro Nome di Dio, la memoria delle rispettive origini. Da quel tempo si cominciò a tenere regolare scrittura delle operazioni, e si accettarono pegni da qualsivoglia persona, non dai carcerati soltanto. Nessun interesse era chiesto per le somme minori di ducati 5.

L'ottavo articolo della regola 1585, ora riferito, non solo facilitava le ricezioni di depositi liberi e volontari, e remissioni di carte valori, ma permetteva alle fratellanze di servirsi, pei mutui pegno ratizì, di quella parte della somma affidata che si supponeva non sarebbe prontamente ridomandata dal possessore. Però si oppose il Monte della Pietà, che, giusta il notamente del secolo XVI (1) ebbe "lettera regia intimata alli Signori Reggenti e Giodici della Vicaria, ed alli deputati del novo Monte dei Poveri, rentro le carceri della Vicaria, che suspendano in ricever denari in deposito, di far fede di quelli, per esservi questo Sacro Monte, eretto da tanto tempo, che subviene a tutti che gli ricorrono, col grazioso prestito; che si mantiene colli depositi, senza i quali mancaria detta santa opra per il beneficio pubblico e privato dei poveri. Spedita detta lettera a 21 di gennaio 1586 in partium 30 fol. 122".

(1) Archivio patrimoriale vol. 508 pag. 24 t.

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Il Monte dei Poveri aspettò dunque vari anni per costituire, con forma legale, un banco di deposito e di circolazione, tanto che la collezione delle sue fedi di eredito ed analoghi registri comincia dal 1600. Come vedremo, s'erano nel frattempo fondate altre pubbliche casse, chiamate apodissarie, ed il Monte della Pietà, di buona o mala voglia aveva dovuto rinunziare alle sue pretese di monopolio. Ma fin dall'origini questo Monte dei Poveri s'era servito del deposito volontario e dello chéque. C'è nell'archivio patrimoniale un registro di conti del tesoriere, per la fabbrica della cappella, che prova l'uso della sua carta nominativa nel 1577. A pag. 8 si legge questo mandato di procura:

Noi subscritti maestri del Sacro Monte dei Poveri, construtto ne la chiesa di San Giorgio Maggiore di Napoli, declamino qualmente, con voto anco de li fratelli del detto Monte, è stato eletto il magnifico Salvatore Caccavello sopraintendente et capo de la fabbrica da farsi in l'ecclesia ed oratorio de confrati del detto Sacro Monte, il quale haverà da pagare tutte quelle cose che per detta fabbrica saranno necessarie. Pertanto dicimo, ce contentamo et ordiniamo al magnifico Giovanni Antonio Romano, Thesoriero; del detto Sacro Monte, che debbia pagare tutte quelle quantità di denari che per polizze firmate de mano del detto magnifico Salvatore li verranno per conto di detta fabbrica tantum, non obstante che le polizze predette non venghino firmate per mano di noi predetti maestri, secondo è solito e si ricerca per il capitolo. Perché tutti di ciò restamo contenti, e senio confidati ne la bona qualità e diligenza di detto magnifico Salvatore. Et per essere questa la nostra volontà et a cautela etc."

Fra le molte polizze di pagamento, trascritte sullo stesso registro, riferiamo questa del 15 ottobre 1577, sulla quale, in epoca remota segnarono ed interlinearono le parole DE LI DENARI CHE SONO IN VOSTRO POTERE ECC. nonché l'altre ET SONO AD COMPLIMENTUM ecc. Forse questo libro fu dal Monte dei Poveri presentato nel 1586, quando l'altro Monte della Pietà voleva proibirgli di tenere carte in circolazione; ed è possibile che abbia servito per provare come da molto tempo facesse uso della facoltà concessa dalle consuetudini Napoletane a qualsiasi corpo morale, ed anche a semplici commercianti.

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"Magnifico Giovanni Antonio Romano, Thesoriere del Sacro Monte Poveri, DE LI DENARI CHE SONO IN VOSTRO POTERE DE DETTO MONTE RESTATE CONTENTO PAGARE a mastro Fabio Sedese, et mastro Antonino Vecchionero, et mastro Vincenzo Saccino, fabbricatori, li quali servono in la fabbrica del detto Monte, ducati dieci et grana dieci, ET SONO AD COMPLIMENTUM DE DUCATI QUINDICI TARI DUE ET GRANA DODICI, CHE LI ALTRI SONO PAGATI IN CONTANTI DA ME. Li quali ducati quindici, tari due et grana dodici se li pagano per trenta giornate de maestri et mano poli, ad ragione de carlini quattro per ciaschuno dì, et giornate decennove de manipoli ad ragione de grana 18 per ciascheduno dì. Li quali ducati quindici, tari 2.12 sono per saldo pagamento per tutto lì 6 di ottobre 1511. ET PONETE AD CONTO DE DETTI MAESTRI. A 5 di ottobre 1511. De Vostra signoria servitore. Salvatore Caccavella".

Rapidamente aumentarono gli affari e la ricchezza del Monte per opera, tra gli altri, di Lorenzo De Franchia, figlio del celebre giureconsulto Vincenzo, al quale i socii posero la seguente lapide sulla porta d'un nuovo oratorio, che costruirono nel cortile del proprio palazzo, gli anni 1659 a 1685.

MONS HIC INOPUM EST PROXIME ATTINGET COELUM

MIRARES QUO MAGIS ARDET PIETATE HOC FIT ALTIOR

HINC AURUM ERUITUR QUO FERREA NECESSITAS EGET

TOT OPES NON ALIUM FERUNT USUM NISI OPEM

MONTI ET SPATIUM FECIT LANIUS ET AURUM LARGIUS

LAURENTIUS DE FRANCHIS SODALITII PRAEFECTUS

SODALES BENEMERENTI M. PP.

ANNO A CHRISTO NATO MDCXVI

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Queste altre due iscrizioni, che esistono nel medesimo oratorio, ricordano gli atti della consacrazione ecclesiastica, e la qualità d'istituto filantropico ed elemosiniere, che dal Monte si conservava nel secolo XVII

D. O. M.

SUCCEDE QUISQUIS ES PAUPER DIVES

VESTRA RES AGITUR

PUBLICO PAUPERUM BENEFICIO

PIA MANU SODALES DIVITES

ANNO AB ORBE REDEMPTIO MDLXIII

MONTEM EREXERUNT

DECIMUM POST ANNUM

LEGES FIRMARUNT AEQUISSIMIS

HINC

GREGORIUS XIII ET INNOCENTIUS XI

PONTIFICES OPTIMI MAXIMI

INDULGENTIARUM DITA VERE THESAURIS

ET ANNO MDCLXIX

EMINENTISSIMUS PRINCEPS

INNICUS CARDINALIS CARACCIOLUS

ARCHIEPISCOPUS NAEPOLITANUS

AMPLIORI DEI CULTUI

SACRUM HINC PRIMUM LAPIDEM IEGIT

GAUDETE PAUPERES

NOVI LAPIDES AGGERANTUR

NOVA EXCITABITUR ARA

PIETATIS PERENNABUNT OFFICIA

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D. O. M.

MEMORIE SACRUM

JESU DULCISSIMO

QUI CUM ESSET DIVES

EGENUS FACTUS EST NOBIS

UT EIUS INOPIA DIVITES ESSEMUS

UNICUM HOC ALTARE

FR. VINCENTIUS MARIA CARDINALIS URSINUS

TITULI SANCTI XISTI

ARCHIEPISCOPUS SIPUNTINUS

ET IPSE

VOTO PAUPER IN PRAEDICATORUM ORDINE

PAUPERUM PATER IN PONTIFICUM CANONE

IN HOC SODALITIO PAUPERUM FRATER

AD PRECES

PRIORES ET GUBERNATORUM

IPSO che DIVAE CATHARINAE M. SACRO

SOLEMNI RI TU SACRAVIT

ET UTRIUSQUE SEXUS CHRISTI FIDELIBUS

ANNIVERSARIAS HIC FUNDENTIBUS PRECES

CENTUM INDULGENTIARUM DIES

SINGULOS IN ANNIS CONCESSIT

ANNO DIVINAE PANEGYRIS MDCXXXV

Fra benefattori del Monte si ricordano pure Innico Caracciolo. Scipione Rovito, Antonio Spinelli ed altri, di casa Filomarino, M0nf'orte, ecc.

Nel 1602 si potettero sopprimere le volontarie (1) contribuzioni dei socii,

(1) Le regole della confraternita Nome di Dio, dicevano:

"Art. XXVII. E poiché la limosina è una delle più principali opere che possa far un Cristiano, poiché si dice che aelemosina extinguit peccatum, avendo anche necessità il nostro oratorio di molte spese necessarie, oltre anche la necessità che tengono li ER. PP. Riformati, nostri principali protettori ed oratori; si è stabilito che ciaschedun fratello si tassi volontariamente quel tanto li detterà lo Spirito Santo, da pagarsi mese per mese in potere del nostro tesoriere, e il simile averà da fare ogni fratello che in futurum si ammetterà, dal giorno del suo ingresso."

Ma questo suggerimento dello Spirito Santo, si convertiva col tempo in dovere imprescindibile, per trovarsi scritto all'art. 4 degli obblighi del tesoriere, pag. 39.

"Averà obbligo il tesoriere, ogni prima domenica del mese, dar un bilancio in mano del Priore, nel quale si contenga quanti denari siano in potere suo, o pure debba avere da altri, e di più nota particolare di tutto quello s'è esatto e s'ha da esigere da ciascheduno fratello per le mesate della tassa, e il Priore farà leggere pubblicamente acciò, si sappia da tutti.,,

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e la qualità di membro dell'associazione divenne dritto ereditario d'una cinquantina di famiglie, che non si poteva esercitare senza d'un'accurata inchiesta sulla condotta civile e morale del candidato e senza voto favorevole degli altri soci. Ecco un documento degli ultimi tempi.

Conclusione del Governo del Banco e Monte dei Poveri. 25 febbraio 1789. Il signor marchesino D. Giuseppe Tagliavia, figlio del signor marchese D. Emmanuele Tagliavia nostro fratello, ha chiesto in banca voler essere ammesso per fratello della nostra Congregazione. Esaminata la domanda e la sua fede di battesimo, della quale si rileva aver egli compiuti gli anni diciannove di età, si è conchiuso che i nostri colleghi cav. D. Prospero De Rosa e signor D. Cesare Biscione si informino de vita ed moribus del ricorrente, e riferiscano in iscritto; e qualora l'informo sia favorevole resti parimenti conchiuso proporsi a ballottare nella prima Congregazione, affinché, ottenendo la chiesta maggioranza di voti, resti ammesso per nostro fratello,

La qualità di fratello dava dritto a molti vantaggi spirituali, indulgenze e altro, concedute in varie occasioni da diversi Pontefici, specialmente da Gregorio XIII nel 1583, quando si costituì la confraternita Nome di Dio, e da Gregorio XIV nel 1588, allorché, pel passaggio dell'opera nella nuova chiesa, furono solennemente confermate tutte l'indulgenze, bolle, brevi, licenze ed altro che tenevano ambedue li sodalizii. Oltre di tal beneficio, procacciava la stessa qualità non piccolo vantaggio temporale, sia perché negli affari di Banco e di Monte erano i soci con grande deferenza trattati, sia perché la confraternita pensava alle persone ed alle famiglie dei soci bisognosi. Nacque l'istituto come società di mutuo soccorso e nel già mentovato suo conto del tesoriere, del 1577, si leggono molte polizze di pagamenti ai fratelli poveri od infermi.

Fino da quando si fece la prima unione, cioè nel 1588, allorché ambo le fratellanze erano povere, fu stipulato che "!se alcuno dei detti confrati venisse in povertà, calamità o carcere si abbia primamente da sovvenire dalli fratelli della compagnia, e venendo a morte se li abbia da fare l'onore necessario."

"E perché molte volte sogliono gli uomini venire in povertà,per questo si ordina che se alcun fratello cadesse in tal miseria che lui, o dopo morte sua li suoi eredi, non avessero comodità di collocare le figlie o sorelle che restassero di detto fratello, si debba per la nostra compagnia tenere protezione particolare di detta casa, procurando di aiutarli e sovvenirli,

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e potendo anco collocarli, in quel miglior modo che si potrà, secondo le forze della compagnia.".

Cresciute di ricchezza, di potere e di credito le confraternite, furono maggiori gli aiuti pecuniari ai soci bisognosi. Nondimeno chi accettava sussidio ed impiego dal Monte, perdeva ìa voce attiva e passiva, vale a dire che noi poteva presentarsi alle adunanze e dar voto, né poteva essere scelto per amministratore.

La regola del 1612 proibiva addirittura che i fratelli avessero impiego. Art. 3 pag. 96. - "Potendo altresì accadere che in qualche tempo alcuno dei fratelli della nostra congregazione aspirasse al pretendere le provvisioni di dette piazze in sua persona,il che non si giudica convenevole, sì perché non poco si toglierebbe all'autorità e potestà dei Governatori, che deve essere grandissima verso li ministri; e maggiormente in caso di defalta od'altro mancamento, richiedendo l'essere fratello che gli si avesse riguardo particolare. Come ancora perché ne nascerebbe poca reputazione e sinistra imputazione a tutta la nostra compagnia; per questo dunque e per altri degni rispetti, espressamente si stabilisce che non mai fratelli della nostra compagnia possono essere provvisti per ministri, così del Banco come del Monte.

I Ministri stipendiati s'erano introdotti nel 1606, quando l'Istituto aveva fatto altra modifica del proprio titolo, chiamandosi Banco e Monte dei Poveri. Nel 1616, divenute anguste le stanze in Castel Capuano, alle quali con grande fatica aveva potuto aggiungere una stalla, la confraternita comprò il palazzo di Gaspare Ricca, allo sbocco della via Tribunali (1).

Le cause della prosperità stavano nella buona amministrazione, nel savio uso del credito, ed in particolar modo nella vicinanza del tribunale, che faceva affluire alla cassa del Monte i depositi giudiziari. Anche la qualità degl'individui ascritti al sodalizio, che allora noverava fra soci la maggior parte dei reputati giureconsulti, dava a questo Banco la prevalenza sugli altri. Per sola filantropia, i fratelli scelti all'ufficio di mensario, guardaroba (custode dei pegni) e segretario, di propria mano scrivevano i registri e le cartelle dei pegni.

(1) Esiste ancora, atti di Notar Marco di Vauro di Napoli, ristrinnento del 16 marzo 1616, fra Gaspare Ricca venditore, ed i protettori o governatori del Sacro Monte, Ottavio de Ruggiero e Francesco Antonio de Auriemma. Un censo dovuto da Ricca alla chiesa di San Tommaso a Capuana produsse lunga lite nel seguente secolo e parecchie sentenze del Sacro Regio Consiglio; sosteneva il Monte che non dovea pagare quindennio, per la regione che non era mano morta.


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Il deposito di moneta si contraccambiava con una carta che diceva: Fa Fede il mensario deputato del Monte dei Poveri etc. autenticata con firma e suggello della confraternita. Non isdegnarono li primi avvocati di rubare tempo alle faccende forensi. per spenderlo in opera santa e pro fitte vele al prossimo, e fu attribuito a singolare aiuto del Signore, quasi a miracolo, la circostanza che persone poco pratiche di contabilità tenessero molto bene i registri.

Sul principio i Mastro d'atti, cioè cancellieri di tribunali, rifiutarono le fedi di deposito nel Monte, pretendendo l'effettiva moneta. Mi l'opera de' Regi Ministri che erano scritti alla confraternita. ed in particolar modo le autorevoli persuasioni di Lorenzo de Franchis, avvocato fiscale della Vicaria, e di Scipione Rovito, Reggente della Real Cancelleria, valsero per togliere questa difficoltà. Ci contribuì pure la fiducia nel Monte, che mostrò il Viceré Conte di Benavente, quando versò nella cassa e prese la fede per una elemosina di trecento ducati ai carcerati. I mastro d'atti, incoraggiati dall'esempio di chi comandava, non solamente rinunziarono all'eccezione di non numerata pecunia, ma rifiutavano, sempre che potevano, ogni altra maniera di pagamento. Sicché tutti i depositi che nei Tribunali conveniva fare, e tutte le somme che si pagavano condizionate con patto cioè d'investirle in determinato modo, ovvero di spenderle con particolari cautele, al Monte dei poveri si consegnavano. Questo ne poteva collocare buona parte in mutui, con o senza pegno, per la ragione che la durata dei giudizi, o lo adempimento delle condizioni, faceva giungere assai tardi l'obbligo di restituire i depositi. La cassa fiscale dei depositi e prestiti, flagello dei litiganti, non s'era inventata a quell'epoca.

L'antico storiografo del monte dei poveri (Domenico De Simone) ne spiega altrimenti la ricchezza, col dire che "al meraviglioso incremento del Banco e Monte dei poveri ha conferito non poco l'esatta osservanza delle regole, così per quel che spetta allo spirito,come per ciò che riguarda la temporale economia del pio Monte; fedelmente e lodevolmente praticata dagli anzidetti nostri predecessori fratelli; il fervoroso esempio de' quali debbe servire di sprone e di virtuoso pungolo a ciascheduno di noi, per adempiere a quei doveri che dagl'istitutori del pietoso Monte sono tramandati.,,

Nel 1632, a 22 dicembre, un altro Regio Assenso lo dichiarò pubblico Banco; approva nel osi dal Conte di Monterey, Viceré, altre capitolazioni compilate fin dal 1612 (1).

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Nuove capitolazioni furono munite di Regio Assenso nel 1606 e 1750. A quest'ultima epoca il capitale da collocare in pegni senza interessi era di ducati 108500. Oltre gli oggetti preziosi, si accettavano quelli di ferro, ottone e rame, dicendosi negli statuti che il fondo dei pegni gratuiti non si dovesse per qualsivoglia pretesto diminuire, essendo destinato ad opera troppo benefica. I registri contabili provano che, imitando la pratica del Banco Pietà, tal fondo per una parte fu raggranellato colla rendita netta dell'istituto e per un altra parte coi superi di pegni venduti, cioè colle somme che i proprietari delle cartelle scadute non curavano di ritirare. Provano pure che l'assegnazione di D. 108500, chiamata Proprietà dei pegni graziosi, non era sempre sufficiente, ma l'istituto non licenziava i richiedenti per mancanza di fondi, sibbene prelevava capitali dal conto patrimonio o dal conto deposito, capitali che spesso giungevano a molte migliaia di ducati e si conteggiavano come prestiti dell'una all'altra azienda.

Conservò la confraternita il dritto di nominare, con libera scelta, i cinque governatori del Monte e Banco fino alla reazione del 1799, come prova il seguente documento:

(1) L'ultimo articolo dice:

Queste sono le capitolazioni che noi Priore, Governatori e Deputati, a gloria del SS. nome di Gesù Cristo e della Gloriosissima Vergine Maria, per lo buono governo del Banco e Monte dei Poveri, abbiamo di comune giudizio stabilite; la cui osservanza, perché sia per avere effetto, non solo per opera del nostro fratello Pietro Laseine l'abbiamo in questo volume deposte, ma anche con la subscrizione dei propri nomi segnate e confìrmate: nel Monte, l'anno della comune salute 1612, a 22 settembre dell'indizione II - Lorenzo de Franchis-Scipione Rovito-Scipione Capece Minutolo - Giovan Battista Apicella - Giovan Francesco Vitagliano - Giov. Anello Longo Deputato-Carlo Longo Deputato - Michele Zappai lo Deputato - Giovan Nicola del Monte Deputato, in luogo del quondam Fabio de Falco Dottore - Giacomo Salerno Deputato - Antonio Pepe Segretario.

Ecco la domanda pel Regio Assenso: Ill.mo ed Ecc.mo signore - Li governatori del Banco e Monte dei poveri espongono a V. E. come l'opra di detto monte e banco essendo fondata dallo oratorio sen fratelli della congregazione, ora detta del Nome di Dio e Monte dei Poveri, sita presso la chiesa di S. Giorgio Maggiore, e sotto la protezione dei PP. Riformati di S. Severo dell'ordine dei Predicatori, nell'anno 1585 fecero alcune capitolazioni, sopra le quali essendo supplicato interponersi il Regio Assenso, fu quello dall'illustre signor Duca d'Ossuna concesso, confermando ed approvando dette capitolazioni; ma essendo detta opera, con tanta soddisfazione ed utilità del pubblico, avanzata e cresciuta in migliore e più ampio stato, per la medesima congregazione fondatrice, nell'anno 1612, s'è provvisto al governo di detto banco e monte, con nuovi ordini, regole e capitolazioni, le quali essendo tutte indirizzate al bene pubblico, e la esperienza avendole dimostrate utili e necessarie, supplicano V. E. degni similmente approvarle col suo Regio Assenso, confermando, quatenus opus est, le prime capitolazioni, ed approvando e confirmando quanto e aggiunto e riformato in queste seconde, che si presentano a V. E. e si riceverà a gratta ut Deus - Novembre 1632.

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In vista di una rappresentanza del Governo attuale del Manco dei poveri, circa il diritto che la Congregazione di esso Banco si attribuisce, di scegliere cioè dal suo seno, per voti segreti, i Governatori del medesimo: riserbandosi S. ]I. di pronunziare su questo punto, dopo necessari rischiarimenti, ha voluto per ora che l'attual Governo proponga due terne di soggetti, tra' fratelli di esso Banco, per due piazze che si debbono coprire, una che vaca in tutto e l'altra che, con rincrescimento di S. M. attese le ottime qualità del soggetto, si dee lasciare da D. Pasquale Narni, per le sue abituali indisposizioni.

Ha dichiarato il Re che questo espediente è interino, finché non sia esaminata la pretensione della Congregazione, ed è stato suggerito dalla urgenza con cui la generale riordinazione dei banchi richiede il pronto rimpiazzo di ottimi governatori, senza soffrire lo indugio né della complicata elezione, che si dice solita nei Poveri, né della discussione di questa singolarità.

La Real Segreteria di Stato di Azienda lo partecipa, nel Real nome, a cotesta Giunta dei banchi, per sua intelligenza - Palazzo 18 maggio - Giuseppe Zurlo.

Alla indipendenza che si seppe conservare per tanti anni, all'esclusione dell'ingerenza governativa e fiscale, stimiamo doversi, per molta parte, attribuire la ricchezza del Banco de' Poveri.

Ma quest'esclusione non si mantenne senza contrasto nella seconda metà del secolo XVIII. Il Re fece sostituire al Priore elettivo un Delegato di sua scelta, e mise alla porta molti confratelli, nominandone, senz'averne il dritto, tanti nuovi da spostare la maggioranza ed ottenere i voti che gli convenivano. Dippiù non trascurò pretesti per inquirere, ed a denunzia d'un intrigante, Luigi Cervelli, fece riscontrare nel 1789 le casse e libri dell'istituto. Esiste il processo, compilato da gente parziale e sottoscritto da quel Domenico Marciano che, vedremo, fu poi l'artefice principale della rovina di tutti i banchi napoletani; però non sappiamo astenerci dal compendiare i risultati di quell'inchiesta per le notizie che se n'ottengono sull'uso dei denari affidati ai Banchi, e sulle pratiche amministrative di quell'epoca.

Debito apodissario, cioè circolazione e conti correnti passivi, rappresentato da:

Nomi di diverse persone (saldo dei conti debitori del libro mastro).................................................................................

D. 1091180,52

Riscontri (titoli del Monte e Banco dei poveri in potere di altri banchi napoletani)........................................................

" 94540,74

Madre fedi del cassiere dei pegni (somme disponibili

A riportarsi

D. 1785721,26

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Riporto D. 1785721,26

pel mutuo pegnoratizio che usavano di versare in conto corrente per la giustificazione dell'introito ed esito)...........

"

37106,71

Libri a parte dei crediti minuti (Per le carte nominative di piccolo valore e di data remota i banchi tenevano scrittura separata)...............................................................................

" 34258,64

Meno la riserva: D. 1857086,61

Monete di oro in tesoro................................. D. 231934,00

Id argento Id ….............................................. " 29048,80

Monete d'oro e d'argento forestiere, tenute in tesoro come pegno, che per ragione di data del deposito e contro baratto con carta si stimavano cedute al banco......................

"

8972,07

Riscontri a credito, cioè carte bancali da riscuotere in contanti..................................

"

37463,69

Titoli del Banco Poveri già pagati ma non ancora scaricati dal debito per ragioni contenziose od amministrative..................

"

16588,01

Anticipazioni di stipendi agl'impiegati..... " 1512,33

Pegni di monete da restituire................... " 9678,94

Valute contanti in mano dei cassieri......... " 20035,09

355232,93

Debito del banco coi nomi dell'apodissari, vale a dire collocamenti e prelevazioni dai depositi ….........................

Come computava Marciano, il rapporto fra la circolazione, di D. 1857086,60 e la riserva di D. 355232,93 risulta di 19 0|0 ovvero 1 a 5,22 circa, e se vogliamo dalla riserva sottrarre i pegni, riscontri, anticipazioni ecc. calcolando la sola moneta propria dell'istituto cioè D. 281017,89, le proporzioni scendono 15 0|0 ovvero 1 a 6,60 circa. Il Monte dunque parrebbe che si trovasse allora in pericolose condizioni. Ma l'inquisitore non dice quale porzione dei D. 1857086,61 fusse proprietà dell'istituto, portata a debito e scritturata in conto corrente passivo per suo comodo. Usavano i Monti di versare in madrefede i loro capitali, e spiegheremo quali vantaggi derivassero da tale consuetudine, per la quale figuravano come debitori della roba loro.

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1 bilanci si tenevano segreti, onde non derivava nessuno scredito od inconveniente da siffatta scritturazione, né occorreva provvedere a mettere in buona luce le risultanze contabili.

Lo scoverto, ovvero debito apodissario superante riserva, era rappresentato da:

Pegni ad interesse, d'oro, argento e gioie.....................................D. 2197818,-

Id. Id. pannine, seterie, rame ed altro..........................................." 115023,-

Prestiti fatti per online del Re e conceduti a base di ministeriali dispacci............................................................................................" 482197,28

Beni mobili ed immobili avuti da debitori per transazioni di liti..." 7507,77

Anticipazioni. Credito scritturato in alcuni conti correnti con ordine del governo senza che fosse venuta la moneta, per potere emettere e Rigare gli chèques. È l'unico esempio, anteriore al 1794, di sanzione d'una irregolarità che tutti gli statuti vietavano, minacciando pena di morte ai contravventori................................"

33866,09

Libra a porte. Contropartita dell'eguale cifra a debito. I crediti minimi, vale a dire le carte antiche rappresentanti piccole somme, stimavano potersi collocare fruttiferamente................................."

34258,64

Danaro degli apodissari impiegato in mutui, compre d'entrate, fabbriche ed altro............................................................................" 910011,23

Deficienza sulla vendita dei zecchini " 5203,66

Pegni restituiti alla regia corte " 425,-

Debiti inesigibili di fratelli esclusi della congrega-

Deficienze di cassa o di guardaroba u 24148,42

Sbilanci di conti da verificare 11 20047,77

Crediti minimi pagati cioè titoli presentati dei debitori dopo che il Monte l'aveva conteggiati nella proprietà......................................" 1830,18

Totale D. 1501853,68

Un conto tanto minuto, che riempie centinaia di pagine, avrebbe dovuto dare le notizie della proprietà dell'istituto, specificandone i beni mobili ed immobili; ma non se ne cura Marciano, contentandosi delle sole partite che entrano in questo ristretto. Però per rispondere all'interrogazione del ministro, aggiunge che il Monte dei pegni graziosi è un conto a parte,

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senza relazione coll'apodissario, facendosi una tal opterà con denaro uscito dalla rendita del Banco.

A 31 dicembre 1788 il capitale continuava ad essere di D. 108500, dei quali si trovavano collocati su questa qualità di pegni 13. 71232,30, e gli altri D. 37207,70 stavano in mano dei cassieri. pronti pel mutuo senza interessi, quando il pubblico l'avesse domandato.

Parlando poi degl'impieghi fatti del 1763 al 1788, Marciano ne trascrive l'elenco, dal quale risulta che nei venticinque anni il Monte aveva collocato:

Per contratti di mutuo a conto scalare..................................D.

Per contratti di annue entrate (prestitiquandocumque)......."

Per affrancazioni di censi e compre d'arrendamenti (fondi pubblici).................................................................................."

D.

I denari se l'aveva procacciati:

Da capitali restituiti dai debitori.....................D. 130fi5"l,40

Dal fondo delle partite minute …...................." 34258, <54

Dal debito apodissario, collocando cioè fruttiferamente i depositi …............................"

910011,23

Dalla partita dei zecchini …............................" 5203,0(5

Dagli avanzi annuali di rendite …..................." 292304,50

D. 1372429,43

C'era dunque stato un lucro netto di circa dodicimila ducati all'anno, posto a moltiplico, oltre del denaro speso in miglioramento di fabbriche (D. 85118,26). Il patrimonio dell'istituto garentiva largamente la sua circolazione, ch'era ben minore di quella che risulta dal conto contemporaneo.

Prestavano giuramento le persone scelte di "osservare le regole e le capitolazioni di nostra Congregazione e il segreto del Banco," e ci stava una commissione di tredici fratelli, esclusivamente addetti a vigilare sull'osservanza delle regole stesse.

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6. La prosperità dei due monti, Pietà e Poveri, stimolò gli amministratori di altre opere pie ad attendere ai negozi di banca. La Casa Santa dell'Annunziata, che meglio poteva valutare la bontà

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delle due fratellanze, conoscendone le pratiche amministrative, poiché, come abbiamo ricordato, gli atti del Monte di Pietà s'erano fatti, per molti anni, nel suo cortile e nelle sue stanze, fu il primo ospedale che mettesse banco, chiamandolo di Ave Gratia Piena.

Voleva probabilmente far concorrenza al suo vecchio inquilino e diminuirne gli affari. Alle controversie fra i Governatori della Casa ed i Protettori del Monte, alla scambievole gelosia, sembra che si possa attribuire il cambiamento di domicilio del Monte e l'apertura del Banco Ave Gratia Piena o della SS.a Annunziata nel 1587. Gli atti delle liti sono perduti, rimanendone scarsa memoria nei libri contabili o negl'inventari d'archivio, e gli scrittori che abbiamo consultato parlano assai poco di tali controversie, e non dicono in che consistessero, forse perché stimarono un obbrobrio delle famiglie di Maestri e Protettori morti, il minuto ragguaglio dei piati giudiziari che occupavano all'epoca viceregnale i nostri Istituti di beneficenza, consumandone buona parte delle rendite. Comunque sia, questa Casa dell'Annunziata è una delle più antiche ed illustri opere pie del napoletano. Fondata verso il principio del XIV secolo, (1) ha dato sempre vitto, assistenza e ricovero a migliaia d'infelici.

Nicola e Giacomo Scondito, nobili napoletani, soldati di Carlo II d'Angiò, furono da questi mandati in Toscana, ed ambedue subirono insieme la disgrazia di essere dai Fiorentini fatti prigioni. Penavano da sette anni nel carcere di Montecatini, quando si raccomandarono alla Vergine Annunziata, col far voto di fabbricarle a Napoli una chiesa. Pretende la tradizione che nella notte del voto videro la Madonna e che nella seguente mattina furon liberi.

(1) La data 1304, sebbene riferita da una moltitudine di scrittori dei secoli XVI e XVII, come Celano, Contareno, Eugenio Caracciolo ed altri, si nega con buona ragione da chi osserva che negli anni vicini al 1297 non ci furono guerre di Toscana nelle quali avesse preso parte Carlo 2. Cinquecento uomini d'arme, per soccorso dei Fiorentini contra Uguccione della Fagiuola, furono mandati da Roberto, nel 1315, e tutti gli storici parlano della battaglia di Montecatini (29 agosto 1315) infelice per gli alleati Guelfi, dove perirono due principi di Napoli, cioè Pietro fratello del Re, e Carlo nipote. Fra numerosi prigioni é certo che si trovasse Nicola Scondito, trovandosi nel registro Angioino quest'annotazione. "Il Re Roberto esorta il ministro di Terra di Lavoro, dell'ordine dei minori, acciò congeda licenza al frate Marino Tortella di conferirsi con un suo socio nelle parti della Toscana, per liberare dalle carceri Niccolo Scondito, carcerato dai Ghibellini".

(2) Ma la sua carcerazione dovette durare un solo anno, non sette, poiché la pace coi Pisani fu stipulata li 12 agosto 1316 e n'esiste il contratto, che all'articolo ottavo parla di scambio e liberazione dei prigionieri di guerra (b).

(a) Aldimari, Famiglie nobili - pag. 738.

(b) Flaminio del Borgo - Diplomi Pisani - pag. 251. Veggasi d'Addosio che tratta largamente quest'argomento.

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Tornati a Napoli, si misero con incredibile attività e zelo a raccogliere limosino; ebbero gratuitamente un suolo, alla contrada dotta maio passo ora Maddalena, da Giacomo Galoota, altro signore napoletano del Seggio Capuano, ed ivi costruirono la promessa chiesa. Fondarono anche un ospedale per gl'interini poveri, ed una confraternita, detta dei battenti ripentiti, alla quale si scrissero i Principi del Sangue, molti Baroni del Regno ed una moltitudine di gentiluomini. Queste confraternite di battenti, molto in voga nel secolo XIV, pensavano che il paradiso si guadagnasse con legnate. Le dovettero poi proibire i Papi, perché occasione d'incredibili scostumatezze.

I battenti napolitani si adunavano le sere dei venerdì: dopo di aver recitato l'uffizio ed intesa la predica, correvano le strade, percotendosi aspramente con flagelli di corda o di ferro. Tornando all'oratorio, ad ora assai tarda, trovarono una volta che s'era buttato un bambino sui gradini della loro cappella, e che questo teneva fra le fasce il cartello ex paupertate proiectus. Lo raccolsero, ne presero cura e risolvettero di aggiungere all'ospedale un istituto che accettasse, nutrisse ed educasse i bambini derelitti.

Nel 1344, la Regina Sancia provvide alla costruzione di nuova chiesa ed altro ospedale, occorrendole l'edifìzio al baipasso o Maddalena, per allogarci un conservatorio di prostitute che volessero tornare oneste, da lei vent'anni prima fondato.

Nel 1438, Giovanna II riedificò dalle fondamenta chiesa ed ospizio, dotandoli di molte case in Napoli e di vari beni rustici in Somma Vesuviana; anteriormente Margherita di Durazzo, madre del Re Ladislao, aveva donato il feudo di Lesina, città di Capitanata, per essersi, con la protezione della Madonna, guarita da grave infermità.

Maggiormente arricchì in seguito la Casa Santa dell'Annunziata, con doni e legati testamentari di molti nobili del Sedile Capuana, (1) e di altri benefattori nazionali ed esteri, per modo che sul finire del secolo XVII la rendita annuale superava i ducati 200,000. Con tale ricchezza non solo manteneva benissimo l'asilo dei trovatelli, ma teneva un educandato per ragazze e giovanette, un monastero d'oblate, duo ospedali a Napoli, uno a Pozzuoli, più un alunnato per gli studenti di medicina e chirurgia.

Non mentiva l'elegante iscrizione sulla porta..

(1) Uno dei maestri economi o governatori della Santa Casa e Banco, che teneva la presidenza del consiglio d'amministrazione, era nominato da questo sedile. Gli altri quattro si sceglievano dal Seggio del Popolo.

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Lac pueris, datem innuptis, velumque pudicis

Datque medelam aegris, haec opulenta domus.

Hinc merito sacra est illi qua e nepta. pudica,

Et lactans orbis vera medela fuit.

Molti scrittoli di patrie memorie, discorrendo dei banchi, dicono che il Monte della Pietà e la Casa Santa dell'Annunziata cominciassero ad emettere fedi di credito nel 1575. Ma è un errore. Esistono all'archivio generale volumi di fedi emesse dal Monte di Pietà nel 1573, cioè due anni prima, e le carte apodissarie più antiche del Banco Ave Gratia Piena o Annunziata sono del 1587, vale a dire di dodici anni posteriori. Aggiungasi che nel 1575 il Monte di Pietà occupava ancora le stanze concedutegli della Casa Santa e non pare concepibile la coesistenza, nel medesimo locale, di due istituzioni simili. Dippiù il diligentissimo cav. Petroni (1) ha ricordato un documento che prova benissimo la inesistenza del Banco A. G. P. nel 1575, sicché non possa attribuirsi a dispersione o mala tenuta dell'archivio la mancanza di titoli anteriori al 1587. E la domanda del banchiere Germano Ravaschieri, 15 maggio 1577 perché "li ministri e governatoli della Casa Santa si potessero servire del suo Banco, sino alla somma di ducati diecimila,.a pattoche si osservi e continui ciò ch'erasi trattato col revisore d'essa Casa Giambattista d'Assaro, di ritirarsi, dagli altri Banchi eccetto il Monte di Pietà, tutto il denaro di credito e depositarlo nel suo. Prometteva Ravaschieri che per tre anni non avrebbe ridomandato i ducati diecimila. né preteso rendita o interessi, né diffalcata tal somma dai crediti della Casa. Il più volte citato inventario di carte del secolo XVI (vol. 508 dell'archivio pag. 17 t.) aggiunge l'altra più convincente prova della convenzione fatta tra li signori Governatori della Nonciata di Napoli e li signori Protettori del Sacro Monte, per la quale detti Governatori promettono per tre anni continui negociare e fare entrare nel detto Sacro Monte tatti i denari che pervenerann alla detta Casa Santa, e che ella pagherà in qualunque modo et anco di non servirsi d'altri banchi durante il detto triennio.

"E li detti signori Protettori promettono di tare perciò disponere de' denari del detto Sacro Monte, sino alla somma di ducati 12000, in beneficio della Casa Santa. Con che essi Governatori ogni anno, in fine di loro amministrazione, soddisfacciano al Monte quanto li doveranno. non ostante che detto triennio non fosse lenito: siccome si legge nel detto albarano, fatto a dì 5 settembre 1580, sistente (allora) nel fascicolo n.° 2 f. 34,,.

L'Annunziata dunque, nel 1577 e nel 1580, non poteva tener banco proprio, poiché si serviva del Monte di Pietà per le sue operazioni di cassa.

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Hanno fatto gli autori una gran confusione fra il Monte della Pietà, nato nel 1539. ed il Banco Ave Gratia Piena, surto nel 1587; tanto che lo stesso Cav. d'Addosio. nella pregevole monografia, sebbene chiarisca e provi con documenti da lui scoperti come. (1) Tuttoché in quest'osjtizio avesse avuto la sua sede il Monte di Pietà, pure non bisogna con fondere tale istituzione col Banco così, detto di Ave Gratia Piena (pag. 247) ingannato poi da certe allegazioni forensi del secolo XVIII. e dalla dizione poco precisa di qualche carta contemporanea, attribuisce all'Annunziata cose che riguardano La Pietà.

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7. Come la Casa Santa all'Annunziata divenne imitatrice del Monte della Pietà, quando ebbe conosciuto che dalle operazioni bancarie potevasi ricavare aumento di rendita, ricchezza di patrimonio, così l'ospedale degl'Incurabili fu invitato a fare lo stesso dall'esempio dell'Annunziata, ed apri il terzo banco nel 1589.

La nascita di quest'ospedale, ch'è stato uno dei più cospicui d'Europa, ed è ancora il primo di Napoli, si racconta così: Maria Lorenza Longo, vedova di Giovanni Francesco Longo, Regio Consigliere e poi Reggente del Consiglio Collaterale, fu colta da paralisi, per veleno datole da una cameriera. Tentati senza frutti gli umani rimedi, invocò il Divino aiuto e si fece portare alla Santa Casa di Loreto. Il giorno stesso che vi giunse, che fu la Pentecoste del 1519, al sentirò nella crossa le parole del Vangelo, rivolte da Cristo al paralitico: tibi dico sorge, si sentì sciogliere lo membra e si alzò libera.

Allora fece voto di servire gl'infermi. Tornata a Napoli, sana e vigorosa, cominciò a frequentare l'ospedale di S. Nicola della Carità, ma ciò non le parendo bastevole a sciogliere il voto, deliberò di fondare, a proprie sposo, una casa per gì infermi, più ampia ed in luogo più acconcio.

Consultati i migliori medici di Napoli, scelse la contrada sopra Santo Aniello, e nel 1521, ottenuto un Breve da Papa Leone X, diede principio alla costruzione del nuovo edilizio. Pose la prima pietra il Viceré Raimondo de Cardona, che volle poi essere uno dei Governatori. Dopo soli due anni, qualche porzione dell'ospedale era completa. Maria Lorenza Longo cominciò ad accogliere infermi, senza guardare a sesso, età, patria o religione; bastava che le malattie fossero pericolose. Clemente VII concedette al nuovo istituto

(1) Origini, vicende storiche e progressi della Real Santa Casa dell'Annunziata. Napoli stamperia Cons. 188-3.

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tutti i privilegi spirituali accordati da' Papi all'ospedale di San Giacomo d'Aosta di Roma; gli donò pure un Abbadia o Commenda nella provincia di Lecce, che si valutava ducati settantamila circa (1).

(1) stato generale attivo e passivo della R. S, Casa degl'Incurabili dell'anno 1801. - pag. 77 a "9 - Rubrica XII. Dell'Abbadia di S. Maria a Cerrate in Lecce, e de' suoi poderi, effetti, e rendite.

Possiede la nostra S. Casa un podere rustico, denominato l'Abbadia di S. M. a Cervata, seu Cerrate, alias de Cbaritate; sito nelle pertinenze della Città di Lecce; distante da essa Città da circa miglia 9, verso tramontana; distante dalla Terra di Surbo miglia 5., dalla Terra di Trepuzzi anche miglia 5., e dalla Terra di Squinzano altre miglia 5. Li corpi ed effetti della quale anzidetta Abbadia ritrovansi distintamente descritti e confinati in una platea a parte, formata giuridicamente nell'anno 1692, dal fu Dottor D. Fabrizio de Vecchis, uno de' Goveruadori allora di questa Real Santa Casa; il quale, avendo avuta non meno un' amplissima delegazione per poter esercitare atti giudiziari, concedutali dal fu Spettabile Presidente del S. R. C. D. Felice Lanzina y Ulloa, Delegato e Protettore della medesima S. Casa, che altresi la generalissima potestà trasferitali dall'intera Banca, si portò in quel tenimento, accompagnato da un Procuratore, dal Regio Tavolarlo Giuseppe Parasoandolo, e dallo Scrivano della Delegazione Pietro Majone; ove, trattenutosi più mesi, procede giudiziariamente cosi alla misura de' territori demaniali e proprietà di detta Abbadia, come alla verificazione di tutti li stabili posseduti dalle persone soggette alla medesima; e se ne fabricò un voluminoso processo, che unitamente con detta Platea, data poi alle stampe nel 1693, si conservava nel nostro Archivio fra le altre scritture appartenenti all'Abbadia.

La sudetta Abbadia, anticamente, era un monastero di monaci Basiliani. Ma essendo poi seguita la soppressione de' Monasteri e Chiese Basiliane, furono i loro beni aggregati alla S. Sede, e fra di essi anche dett'Abbadia, la quale poi fu data in Commenda a' Signori Caidinali, e l'ultimo Abbate Commendatario della medesima si fu l'Eminentissimo Cardinale Nicolò Caddi, del titolo di S. Teodora; il quale, nell'anno 1531, la rinunciò e rassegnò in mano del Sommo Pontefice Clemente VII. E perché allora il nostro nascente Ospedale degl'Incurabili, che pochi anni prima erasi fondato, ritrovavasi in una somma scarsezza di entrate, che non poleano b; stare a mantenere il numero de' poveri infermi, che giornalmeute cresceva; stimarono gli Amministratori e Deputati di quel tempo, che lo governavano, di supplicare Sua Santità a non denegarsi di unire ed incorporare perpetuamente, al detto Ospedale, il sudetto vacante Monastero ed Abbadia di S. M. a Cerrate; affinché si potesse con quelle rendite dare una necessaria sovvenzione a' poveri Infermi; e più facilmente vi si mantenessero, accrescessero, e continuassero altre simili opere, pie e caritative.

A queste suppliche benignamente annui il generoso Pontefice, con aver conceduto in commenda perpetua,

ed accordato a titolo di elemosina all'ospedale il suddetto Monastero ed Abbadia, colle sue ragioni, rendite, frutti, e proventi; mediante una special Bolla,.spedita in Roma nel di 18 Giugno 1531. La quale fu avvalorata con Regio Exequatur, mediante previsioni spedite a' 2. Gennaio 1532, dall'Eminentiss. Cardinal Pompeo Colonna, allora Viceré di Napoli, e dal suo Collateral Consiglio, in vigor delle quali Andrea de Cecchis, come special Procuratore di questa S. Casa, in nome della medesima e suoi Signori Governadori, a' 18. Cennaro dello stesso anno, prese il corporal possesso di dett'Abbadia, e suoi corpi, ed effetti. E ne fu rogato pubblico atto, per mano di pubblico notajo, che reassunto in pergamene, coll'inserta forma cosi di detta Bolla, come delle sudette provisioni e Regio Exequatur, si conservava in nostro archivio, nel fascio settimo delle istruzioni in pergamena al num. 22.

Le rendite, ed effetti di detta Abbadia, per quel che si ricava dal sudetto Processo e Platea data alle stampe, si dividono in tre specie cioè;

La prima specie si chiama demaniale, possedendola l'Abbadia pro ejus mensa et proprietate, con andare a. suo peso il coltivare i territorj demaniali, e raccoglierne i frutti, e la maggior rendita della medesima si ricava dalle olive.


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Avendo la fondatrice consumato, per la costruzione e per il mantenimento dell'ospedale, tutte le sue sostanze, domandò l'elemosina ai fedeli che venivano a visitare ed a servire gli ammalati poveri.

La seconda specie si chiama decimale, la quale non è per ragion di decima dovuta per peso di anime, e somministrazione de' Sagramenti; a' quali pesi non è obbligata l'Abbadia, per essere quella una semplice Commenda, e nudo beneficio ecclesiastico, col solo obbligo di celebrare una messa cotidiana; ma si chiama decima h sol riguardo che essendo anticamente stati quelli territori tutti boscosi, paludosi, e molto lontani dall'Abbadia, gli Abbati pro tempore li concedevano a diversi particolari, affine di farli disboscare e ridurre a coltura; colla riserba del jus rìcci mandi di ogni sorte di frutti, che son tenuti li concessionari soddisfare franco di ogni spesa, precedente stima delli frutti pendenti ed agresti, e con portar detta decima sino alla Casa dell'Abbadia. Vi è anche un'altra decima, che si chiama erbatica, carnatica, e monta. L'erbatica si è che di tanti animali pecorini, vitellini, e caprini, che nascono, se ne paga la decima. La carnatica delli animali porcini: e la monta tutto il frutto di un giorno che nasce da detti animali per ciascun'anno, ad elezione dell'Abbate, benché li padroni per detto jus di erbatica, carnatica, e monta sogliono transigersi con pagarne un tanto l'anno. Ha però luogo questo peso di erbatica, carnatica, e monta in quelli territorj ove sono case, e masserie, poiché è una specie di annuo canone, per concessione enfiteutica perpetua, ad quoseamque etiam ejtrancos; a tal segno che quando accade alienazione di qualche stabile, di qualsivoglia valore, pretendono quei naturali pagare un dritto, che chiamano decima pretii. che lo tassano a cinque carlini per qualunque alienazione. Ed essendo ciò sembrato un abuso irragionevole, s'imprese, nel 1602, l'esazione del laudemio, contro i terzi possessori, e se:e ordinarono contro di essi diversi sequestri, come apparisce dal sud. processo. Gli effetti demaniali che sono della prima specie consistono in chiusure piantate di alberi di olive, in territorj, ed in due masserie parte seminatone e parte o livetate, che in tutto sono

di capacità di tom. settecento trentanove 1|4..................................................... tt. 739 1|4

Gli effetti decimali, che sono della seconda specie, consistono in diversi territorj, posseduti da diversi Cittadini di Lecce, Lequile, Surbo, Trepuzzi,

e Squinzano, che in tutto sono della capacità di.................................................. tt. 3573 1|2

Unita dunque tutta l'estenzione e capacità de' territorj demaniali

e decimali di detta Abbadia, forma in unum....................................................... tt. 4312 3|4

E la terza specie di effetti di detta Abbadia consiste in molti piccoli annui canoni, seu censi enfiteutici perpetui, che si pagano in danaro da diversi particolari, sopra varie case di diretto dominio della medesima, site nelle Terre di Surbo e Squinzano, e sopra alcuni territorj siti in Lequile, che in unum ascendono ad ann. doc. 8.33.

La mentovata Abbadia, con detti suoi corpi ed effetti demaniali, decimali, censi, e masserie, da tempo in tempo per lo più si è data in affitto, per l'annuo estaglio metà in danaro e metà in olio; come si praticò nell'anno 1753, essendosi affittata a D. Pompeo Marone di Brindesi, per anni 6, per l'annuo estaglio in danaro di ann, doc. 1201., ed in olio mosto di annue stara 1200 misura di Lecce, trasportate a spese del conduttore nelle posture di Gallipoli; ed alle volte, non essendosi ritrovata ad affittare, si è tenuta in demanio per conto di essa S. Casa, la quale è stata solita mantenervi colà un agente, o sia amministratore per esiggere quelle rendite.

Dalli conti, che in ogni anno si rimettono alla nostra S. Casa da quello Amministratore, si rileva che coacervata la rendita per più anni, tanto in denaro che dal prezzo dell'olio, importa an. doc. 2732.12, alli quali si dà prudenzialmente il capitale alla ragione del 4 per 100, importante.... 68303

Sopra la sudetta annua rendita si paga la decima ed altri pesi fiscali, dovuti alla Regia Corte, ne' rispettivi teuimenti ove sono accatastati i poderi.

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I doni furono moltissimi; tra gli altri Lorenzo Battaglini, mercante Bergamasco. detto scudi diecimila. Con siffatti sussidi! l'ospedale fu completato e si provvide pure alle donne che volevano lasciare la mala vita, fondando per loro tre monasteri. Nel primo erano ricevuto quelle che consentivano a servire lo inferme ed a vestire l'abito di Conventuali, godendo d'una relativa libertà. Nel secondo, detto delle Pio rinate, andavano le altre più sinceramente convertite, che accettavano le regole monastiche. E nell'ultimo, detto delle Cappuecinelle o Trentatré, pigliavano posto, dopo molti anni di prove, quelle che avevano dimostrato zelo religioso e coraggio non ordinari. Oli statuti più che severi erano inumani, e per osservarli ci voleva un vero fanatismo.

Ivi la benefattrice dei poveri, Maria Longo, passò gli ultimi anni, dopo aver affidata all'amica Maria Aierbo, Duchessa di Termoli, la cura di mantenere ed accrescere gl'istituti di beneficenza. Degna della fiducia in lei posta si mostrò l'Aierbo, col menare a termine la chiesa, e col fondare altri ospedali a Torre del Greco e ad Agnano, per i tisici e per gli idropici.

Morte le fondatrici, si formò per l'amministrazione una Commissione o Giunta, composta d'un barone del regno, scelto dai feudatari. d'un cavaliere nominato per turno da ciascuno dei cinque seggi della nobiltà di Napoli, d'un cavaliere forestiere, ordinariamente spagnuolo, di due borghesi, eletti dal seggio del popolo, e di un mercatante. Dal Viceré si nominava il Presidente, ch'era quasi sempre un Consigliere di Stato.

Nel 1582, i negozianti Corcione e Composta, volendo mettere banco, pensarono di chiamarlo Iucurabiles ed offerirono all'ospedale parte del lucro. con agevolezza di prestiti. Riparleremo di questo banco, che durò pochi anni, ma, insieme all'esempio dell'Annunziata. fu sprone alla commissione animinis fratrie e per fondare una pubblica cassa di deposito e di circolazione, che si chiamò Santa Maria del Popolo. Allora fu leggermente mutata la composizione della giunta stessa, col farla di sette individui, un Delegato Protettore. Magistrato di grado non inferiore a Presidente di Tribunale o Capo ruota del Sacro Regio Consiglio, più sei Governatori, cioè un cavaliere di piazza, napoletano: un cavaliere secondogenito, ancor esso di piazza: un membro del Sacro Regio Consiglio; un avvocato; due commercianti l'uno napoletano e l'altro forastiere.

Con siffatta modifica, il Viceré tolse ai Sedili o prese per s il dritto di nominare tutti gli amministratori dell'ospedale e delle opere annesse, cioè Banco, Monte, Conservatòrii, 'Monasteri di donne e altro.

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Riferiamo gli atti di fondazioni e leggi primordiali del Banco Santa Maria del Popolo, aperto nell'anno 1589.

Banno et comandamento. Da. parte dell'Illustrissimo et Eccellentissimo Signor D. Giov: de Zunica, Conte de Miranda, et Marchese de Labagnara, et nel presente Regno, della prefata Maestà; Viceré, Locotenente, et Capitan generale etc.

Essendosi per noi, li giorni passati, espedito ordine, ad istanza delli Governatori della Casa Santa de Incurabili; di possere tenere, in detta Casa, una cascia di depositi, conforme a quella che hoggi si tiene in la Casa Santa de la Nuntiata, et Santo Jacovo de li Spagnoli; come più largamente appare dal dett'ordine, che e del tenor seguente: «Philippus Dei Gratia Rex etc. Illustris: et magnifici viri Regii Consiliarii, fideles dilettissimi. Per vostra parte ci è stato presentato l'infrascritto memoriale: Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. Li Governatori della Rea! Casa Santa degl'Incurabili di questa Città, riducono in memoria a V. E., come avendola supplicata questi di passati, che si degnasse permettere che detta Santa Casa potesse tenere una Cassa di depositi; simile a quelle che hoggi si tengono per la Casa Santa dell'Annunciata, et per Santo Giacomo delli Spagnoli; restò servita V.

E. (comandare) che si presentassero li Capitoli, con li quali s'havesse da governare la detta Cassa; et perché hora si producono qui inclusi a V.

E. , la supplicano di nuovo si degni farli grazia di concederli la detta licenza; acciò si possi effettuare un'opera di tanto utile e beneficio a detta pia Casa; senza la quale certificano V. E. che non potrà mantenersi per l'avvenire la detta Santa Casa.

E tutto l'haveranno a grazia singolarissima ut Deus etc.»

Con il quale memoriale, ci sono stati presentati l'infrascritti Capitoli, per voi fatti, del tenor seguente. «Per la Santa Casa di S. Maria del Popolo, detta degl'Incurabili, di questa Fedelissima Città, si desidera tenere una cassa di depositi; simile a quella che tiene oggi la Casa Santa dell'Annunciata di detta Città, et il Sacro Spedale di S. Giacomo delli Spagnoli; et per il buon governo di detta Cassa, si darà ordine che li Governatori di detta Casa Santa non possono, in conto nullo, disponere del dinaro che intrarà in detta Cassa; eccetto per farne compre d'annue intrate o con lo Regio Fisco, o con la Città di Napoli, assolutamente.

ltem, che detti Governatori non possono accomodare persona alcuna, qualsivoglia che sia, del dinaro che intrerà in detta cassa; ma solamente farne disponere da colui che ci bavera il dinaro, et per quella summa assolutamente che sarà creditore et non più; né possano, privato nomine, spendere, né far fare debitori nelli libri di detta casa.

Item, che la detta Santa Casa dell'Incurabili, ancorché si ritrovasse in estremissima necessità, e per qualsivoglia causa, etiam urgentissima, non si possa servire del dinaro di detta cassa; ma solamente debba godere l'utile che pervenerà dalle dette compre d'intrate, che si faranno.

ltem, che le polizze false o vero depositi mal pagati, vadino a risico et danno del Pandettario di detta cassa.

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Item, che gli errori che si commettessero da colui che terrà il libro maggiore di detta cassa, vadino a suo pericolo et danno.Item, che lo monete false, clic si riceveranno dal Cassiero di detta cassa, vadino a danno suo; et l'avanzo, et il disavanzo delle monete, che si conterranno in detta cassa, vadi similmente a comodo et incomodo del detto Cassi ero.

Item, che il Cassiero non si possi servire d'alcuna summa di danari di detta cassa, ne accomodarne altri, etiam con pegni di nulla sorte; et facendo il contrario, incorra nella pena di ducati mille per ciascuna volta, da applicarsi al Regio Fisco; et altra pena corporale, ad arbitrio di S. E. Et l'istesso s'intende a rispetto del Pandettario, e di colui che tiene il libro maggiore.

Item, che li ministri di dotta cassa non debbano tenere conto proprio in essa cassa, sotto l'istessa pena.

Item, che non si possa tener conto con altri Banchi, né cassa di depositi in lo libro maggiore; ma solamente (allorché) si saranno girati dinari per Banchi pubblici o casse di depositi, da terze persone, per volerci fare intrare il dinaro, et ponerlo a credito loro al libro della Cassa, si possano accettare; con dover subito prendere il contante, per portarlo alla Cassa predetta, et non altrimenti.

Item, che la cassa grossa si debbia tenere con tre chiavi; due di esse in potere di due delli Governatori di detta Santa Casa, et l'altra del Casciero; et che ogni mese, una volta per il meno, si debbia riconoscere unitamente da tutti li Governatori di detta S. Casa; a quali similmente si debbia, per li due Governatori che administraranno, dare relazione in qual termine restaranno li negotii, acciò si possa da tutti provedere al che sarà necessario.

Item, che il casciero della cassa piccola debbia, di otto in otto giorni, dar conto dell'introito ed esito di essa alli Governatori deputandi; et quelli dinari che li avanzaranno, da quello in poi che parirà di lasciarli per pagare alle giornate, si debbiano ponere nella cassa grossa.

Itoni, che li Governatori debbiano far tenere un libro separato, il quale si habbia a riconoscere con il libro maggiore della detta Cassa, per notare in esso tutte le compre si faranno et terze (1) ne perveneranno; et cossi li notamenti necessarj, toccanti all'introito ed esito della cassa grossa; et tenere conto della cassa piccola con il casciero di essa; et quello più accaderà per occasione della cassa predetta.

Item, che ogni sei mesi si debbia dare breve bilancio a S. E. delli creditori di detta cassa; giacché non vi saranno debitori delli dinari contanti; et delle compre, ed utili seguiti da quelle».

Et inteso per Noi il tenore del detto preinserto Memoriale et Capitoli, per voi presentatoci, per le cause in quelli espresse, ne senio contentati siccome per la presente ne contentamo, di darvi licenza che, conforme alli detti preinserti Capitoli, li quali osserverete ad unquem, possiate tenere la sopradetta Cassa. Con facoltà di possere ricevere in deposito li dinari, gioje, robbe, et altre cose, che vorranno lassarvi a conservare et guardare, persone di qualsivoglia natione; con che da poi, ad ogni istanza delle persone predette, che faranno detti depositi, se li debbiano restituire et consignare, non havendo altro ordine in contrario.

(1) Rendite o interessi.

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Dandosi però idonea et sufficiente pleggieria, per le persone che saranno deputate ne la administrazione di detta Cassa, di osservare quanto per li preinserti Capitoli sta ordinato et disposto^ et di refare il danno ed interesse, che da la controventione di quelli ne nascesse alle parti depositanti. Ordinando et comandando con la presente, a tutti et qualsivogliano Officiali et Tribunali, tanto Regj come di Baroni, che admettano, et debbano admettere, et bavere, et tenere per vera et reale la fede delli predetti depositi, che si faranno in detta Cassa; nella medesima forma et manera che si admettono in detti tribunali le altre fedi et depositi, fatti in simili Casse,et Luochi da noi approbati, et continuati. Ordinando con questa, à tutti li Protettori presenti e futuri della predetta Casa Santa, che cosi lo debbiano fare eseguire, che tale è nostra volontà. La presente resti in vostro potere. Datimi Neapoli che ultimo Januarii 1589. E1 Conde de Miranda - Vidit Moles Regens, - Vidit Ribera Regens;-Vidit Barra canus Regens. - Torres pro Secreta rio. In Part. 21. fol. 159.

Et acciò detto ordine, ut snpra spedito, sia noto et manifesto a tutte persone; no ha parso fare emanare lo presento banno, per lo quale se notifica a ciascuno, che possa liberamente fare detti depositi, nel modo et forma che in dette preinserto Provisioni se contene. Datimi Neapoli che ultima mensis Januarii 15S9.

A dì 9 e 10 di Febbraro 1589. In Napoli. Io Raimo Ruffo, Regio Trombetta, con miei compagni, riferimo bavere publicato lo presente banno, alli luoghi soliti e consueti di questa Fedelissima Città, e più al Mercato, alla Loggia, all'Orefici, al Pendino, alla Sellaria, alla Carità, a Palazzo, alla Dogana, alli Banchi novi, et ai l'Armieri, modo quo supra.

Occorre dichiarare che cosa fossero le compre d'amine entrate perché s'intenda il programma dei governatori degl'Incurabili, dell'Annunziata ed altre opere pie, quando fondarono le rispettive agenzie bancarie, che impropriamente chiamavano c a scie de depositi.

Nel secolo XVI il prestito ad interesse era proibito, fra cristiani, tanto dalla legge canonica quanto dalla legge civile; ma fu trovata la maniera di praticarlo lecitamente col chiamare vendite i mutui, cessioni di rendita li pagamenti di frutti. Pel caso dell'ipoteca, ch'era il più comune, non si diceva dal debitore; ho ricevuto la somma A; prometto di restituirla nell'epoca B: pagherò pel frattempo l'interesse C; e metto in pegno, per malleveria del capitale e del frutto, il fondo D. Il discorso che faceva fare dal notaio era invece: Vendo pel prezzo A; ricomprerò nell'epoca B: la rendita C sarà pel frattempo riscossa dal compratore; e quando, per la fatta restituzione (retrovendita) sarà sciolto il contratto, riprenderò la piena proprietà del fondo D. I mutui dunque si stipulavano con la forma di vendita a patto di ricompra e gl'interessi erano definiti cessioni temporanee della rendita. Ma spesso non conveniva prefiggere data pel rimborso, che si lasciava ad arbitrio del debitore, dicendo che la retrovendita ovvero riscatto sarebbe fatto quandocumque.

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Più spesso la stipulazione non si poteva riferire all'intera rendita del fondo, perché in tal'occorrenza valeva meglio una vendita pura e semplice, senza patto di ricompra e senza calcolo di frutto.

Le condizioni di siffatti prestiti diventavano proprio quelle dell'odierno mutuo ipotecario fruttifero, per la ragione che il debitori prometteva, senz'altro, di pagare in tempi determinati il frutto proporzionalo alla somma datagli. Il nomo solo differiva, perché tal pagamento, che a Napoli per vecchia consuetudine, conservata negli affitti di case, scade a gennaio, maggio, settembre e si dico la terza. non era chiamato interesse, sibbene rendita, supponendosi che porzione dell'entrata avesse il debitore ceduta. I registri degli antichi banchi, per la contabilità dei mutui attivi o passivi erano detti libri di terze e contengono migliaia d'esempi di questa forma di contrattazione, che non si riferiva ai soli cespiti immobiliari.

Le rendite derivanti dall'imposte o monopoli diventarono materia di compra, di vendita, di retrovendita; ed i debiti degli stati, dei comuni, dei corpi morali, dipendevano quasi tutti da alienazioni dell'annuo provento. Anche i feudatari si servivano spesso di questo mezzo, vendendo l'adoe ed i fiscali, quantunque le leggi del Regno pretendessero particolare Assenso Regio, e non mancano esempi di mutui fatte sull'entrate del debitore, senza designazione di cespite. Erano questi ultimi puri e semplici prestiti ad interesse, che per finzione legale pigliavano il nome di rendite.

L'ospedale, chiedendo di mettere banco, disse, nel primo articolo dello statuto, che intendeva d'investire le somme che gli avrebbero portate in compre con lo Regio Fisco e con la Città di Napoli, vale a dire in mutui fruttiferi alla finanza ed al municipio. Nacque dunque l'istituto come speculazione dell'opera pia e collo scopo di crescerne la rendita.

Dopo venti mesi, lo stesso Viceré, Conte di Miranda, provvide con altra ordinanza sull'uso delle rendite. che il banco avrebbe ottenuto dal collocamento dei capitali confidatigli. Chiarisce questa sua lettera come gli utili netti derivanti da investimento fruttifero delle somme che il pubblico gratuitamente confidava all'ospedale, si dovessero tenere a moltiplico.

Pliilippus, Dei gratia Rex Castillae, Aragona, utriusque Siciliae et Hierusalem etc.

Illustres et magnifici circumspective viri, Collateralis, et Consiliarii Regii, fìdeles dilectissimi, Perché ne la Capitolazione et ordini fatti, sopra l'apertura et buon governo de la Cassa de depositi, novamente eretta per il Sacro Ospitale dell'Incurabili, di questa Fedelissima Città, sotto n me et titolo di S. Maria del Popolo, stà ordinato espressamente, che il detto Sacro Ospitale, per qualsivoglia causa o necessità urgentissima che avesse, che non si possi servire 1 del denaro, che da li particolari vie ne depositato in detta cassa;

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ma solamente farne compra a suo beneficio, con la Regia Corte, o con questa fedelissima Città di Napoli, di quella quantità et parte che à li Maestri parerà posserne fare sicuramente, come per detta capitolazione appare; et havendone anco al presente parso espediente, per maggior fondamento di detta cassa, et aumento di detta buona opera, di provvedere ancora che li frutti pervenuti, et che perveneranno da le dette compre, fino ad oggi fatte et che per l'avvenire si faranno, de li danari di essa Cassa, servata la forma di detta Capitolazione, non si possano in modo alcuno, per li Governatori et Maestri di questo predetto Sacro Ospedale, spendere, ne convertere in altro uso o bisogno, da quello eccetto farne altre compre di annue intrate; con quelle persone però che essi Governatori cognosceranno esserne più sicure, per un certo tempo, fino a tanto che di dette intrate se ne faccia un cumolo competente, dal quale poi si possino redimere tutte ad un tempo le altre entrate proprie, che detto Ospedale tiene vendute. Per tanto, con la presente, vi dicemo et ordinamo, che tutti li denari che avanzaranno in detta cassa, tanto de li frutti di dette compre fatte et faciende dalli danari di quella, come de le terze delle compre fatte, et che in futuro di tempo si faranno con particolari, li detti frutti ut supra, deduttene prima li salarj de li ministri et ufficiali di detta cassa, spese di libri, et altre occorrenze necessarie di quella, si debbiano tutti integramente implicare et convertere in compra di altre annue intrate, con chi meglio a voi parerà di contraere, che sia persona sicura. Il che si rimetto al giudizio et conscentia vostra, tanto di dette compre tenere conto a parte, tanto nel libromagiore, come nel libro particolare di Casa, che si fa da la detta cassa; acciò la detta entrata, e frutti pervenìendi da le compre di quella, di tempo in tempo, vada in moltiplico et aumento di essa cassa; et così continuerete per alcuni anni, et insino ad altro ordine nostro, o di nostri successori. Et questo volemo che si abbia da osservare, tanto per voi, quanto per li altri vostri successori, Grovernatori e Maestri in questo predetto Sacro Ospedale in futurum, affinché per la causa sopradetta, et tra alcuni anni, si faccia un patrimonio notabile, per benefìcio et utile di questo predetto Sacro Ospedale; per poterse poi à suo tempo, in qualche buona parte, sollevare dalla molta necessità et miseria in che adesso si ritrova, per la spesa eccessiva che fa, in mantenere tante opere di pietà che exercita, et per la poca entrata che tiene. Ordinando anche a li ministri di detta cassa, come sono il Pandettario, quel che tiene il libro maggiore, et il Cassiere, presenti et futuri, che cosi lo debbiano anche osservare; et facendone detti Ministri de la detta Cassa il contrario, volemo, et così per la presente comandano, che incorrano per ogni volta ne la pena di ducati mille per ciascuno di loro, et altra corporale, a nostro arbitrio servata. Datum Neapoli che ultimo mensis Octobris 1590. Il Conde de Miranda - V. Moles Regens - V. Ribera Regens - Y. Cxorostiola Regens - Barri on - In part. 46. fol. 35.-Elemosinaliter - Alli Governatori del Sacro Ospidale dell'Incurabili.

Dal 1589 al 1601, la cassa depositi sì tenne nell'edificio dell'ospedale. Cresciute poi le faccende, i Governatori dovettero pensare a trasferirla altrove; e scelsero un palazzo alla strada S. Lorenzo, che possedeva la stessa Santa Casa di S. Maria del Popolo, per dono del signor Gaspare de Frisi, con testamento messo in esecuzione al 1647.

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Questo palazzo, allargato mediante aggiunzione di altre case, che si comperarono da Laudomia Morello per ducati 1250. dalle sorelle Mazzacano per ducati 750. e che si presero a censo enfiteutico dalle monache di San Gregorio Armeno, per l'annuo canone di ducati 100, fu adattato all'esigenze del banco e monte de' pegni. spendendo i governatori ducati diecimila circa, che tolsero dal provento delle compre. Ecco la polizza di pagamento, che tu tema di lunghe discettazioni nel secolo XVIII, quando si litigò tra l'Ospedale ed il Banco per la proprietà dell'edificio.

Al nostro Banco , conto di terze, docati diecimila, tari 1. grana 13., e per esso al nostro Banco conto di fabbrica; per tanti che si sono spesi, per mezzo di detto nostro banco, nella fabbrica della casa e botteghe, site alla strada di S. Lorenzo, dove fa residenza esso Banco, dalli 22 ottobre la 1597 per tutto li 9 del presente (anno 1600) come per libri particolari di detta Santa Casa si è vi sto; e detto pagamento si fa, non ostante l'ordine in contrario di S. F., e del Collaterale Consiglio, che li frutti delle compre di detto Banco si dovessero implicare in compra di entrade poiché, per li tempi passati, è stata informata l'Eccellenza Sua; che detta spesa si faceva dalli detti denari, per non avere la Casa Santa altra comodità di farla, come per loro conclusione delli 3 del presente, appare, alla quale etc. docati 10000. l. 13.

Le operazioni del Banco continuarono senza disturbo fino al 1623, nel quale anno, per deficienza di cassa, effetto d'un ordine del Viceré, che annullava la monetina d'argento chiamata zannetta, dovette puntare li pagamenti. Racconteremo nel seguente capitolo questo fatto delle zannette, che fece fallire gl'istituti di Napoli. Per quello di S. AI. del Popolo sappiamo da relazione dei vari Delegati, scritta nel 1780, e da memoria dell'Avv. Gerardo Gorgoglione, stampata nel 1796, che l'ospedale fu costretto a pagare ducati 83,316,71, facendo debiti al 5 ed al 6 per cento, con ipoteche sui beni patrimoniali; ma questo non bastò per tornare credito al banco, che aveva nel disastro perduto il patrimonio, vale a dire tutto il capitale delle compre fatte nel trentennio, che valutarono Duc. 193,598.26 effettivi e Duc. 329,983.60 nominali. Ne prese l'amministrazione il Corpo Municipale di Napoli, cioè i cinque seggi della nobiltà e l'altro del popolo, che garentirono con le rendite comunali l'altre passività, ed ottennero per tale nuova malleveria che i depositi di moneta ricominciassero.

Ma non mancarono proteste di chi governava l'ospedale sulla intrusione della Città, che si reputava ingiuria ed oppress

ione della Santa Rogal Casa degl'Incurabili. Scrivevano infatti al Viceré.

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Illustrissimo et Eccellentissimo Signore. Ordinò V. E. che la relazione fattale a bocca, dalli Governatori della Casa Santa degl'Incurabili, nel parlare del Banco di detta Santa Casa, se le dovesse fare per iscritto; e per ubbidirla si dice a V. E. come nell'ultimo del mese di Febraio 1589, per l'Eccellenza del Conte di Miranda, allora Viceré, fu data licenza che detta S. Casa potesse ereggere un Banco; con darseli nome S. Maria del Popolo, come appare per le capitolazioni, e Regie Lettere sopra di ciò espedite.

Ed essendosi continuato a tenere detto Banco, sotto il governo e nome di detta S. Casa, dalli Governatori di quella, per li quali non solo unitamente si è governato, ma ogni mese si è assistito da uno di detti Governatori al servizio di quello, e questo fino al mese di Gennaro 1623.

Nel mese di febbraro del detto anno, fu per viglietto di V. E. ordinato che Fra Lelio Brancaccio, del Consiglio di Sua Maestà, governasse detto Banco in luogo del Marchese di Corleto; come con effetto governò per alcun tempo, in compagnia delli altri Governatori di detta Santa Casa; di modo che quando si trattava di governo di detta Santa Casa, interveniva il Marchese di Corleto con li medesimi Governatori, però quando si trattavano negozi del Banco, interveniva detto Fra Lelio con detti Governatori.

Restò servita V. E., dopo, ordinare che Fra Lelio andasse in Genova; e nel partire, credendo egli forse che chi succedeva a lui nel Governo della Grassa (1) fosse anco successore al Governo del detto Banco, lasciò una delle chiavi della cassa maggiore del detto Banco, ch'egli conservava, a Gio. Lorenzo Buongiorno Rarionale della città; e l'altre chiavi restarono in potere del Segretario e Razionale de la Casa Santa dell'Incurabili, come per prima le tenevano.

Essendosi dopo eletto il Reggente D. Gio: Erriquez per Grassicro, ordinò al detto Segretario e Razionale degli Incurabili, che le chiavi che conservavano appresso di sé, nel l'Udienza di detta Santa Casa, l'avessero consegnate ad esso Reggente Erriquez; a ehi per obedire furono consigliate, credendo esso Segretario, che detto Reggente tenesse autorità similmente di governare detto Banco come il eletto Fra Lelio.

Ma perché,Signore Eccellentissimo, il Banco predetto non è stato, né fu mai della Città, ma di essa Casa Santa dell'Incurabili, con detto nome di S. Maria del Popolo, e governato dalli Governatori di essa, come si è visto, resterà servita V. E. ordinare, che in conto nullo la Città predetta se intrighi nel governo di detto Banco; ma che tenglii solamente il suo conto e denari in quello, conforme si è tenuto per il passato, e tiene per li altri creditori del detto Banco; e che li Governatori di detta Santa Casa attendano al detto Governo con tutta l'autorità, e solite prerogative. E non tenendosi dalli Governatori di detta Santa Casa cura del detto Banco, come per il passato, potria di facile succedere danno e disordine; che perciò resterà servita V. E. ordinare che nel governo di detto Banco non se intrighi persona alcuna, solo che il Marchese Manzeela, il Marchese di Bracilia.no, Bernardo Sersa le, il Consigliere D. Francesco del Campo, Gio: Tomaso Giovene, Andrea Pappagallo, e Giov: Battista Morroni, Governatori al presente di detta Santa Casa, e li Governa dori che in tempo saranno.

(1) Sorveglianza dell'annona municipale.


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Rappresentando anco a V. E., e ponendoli in considerazione, che li Eletti e il Reggente Grassiero il maneggio (li eletto Banco non possono tenerlo in nessnn modo, sotto nome della Città; e particolarmente senza licenza espressa di V. E., e di suo ordine, in potestà della quale sta il permettere che si erigesse novo Banco, con farsi le debite Capitulazioni, e prestarci il Regio Assenso; e volendosi tener Banco, in nome di detta Città, non si può senza convocar prima le Piazze, e che quattro di esse Piazze per Conclusione ne supplicassero V. E.

Talché si conosce chiaramente detto Banco esser di detta Santa Casa, e non della Città. Però, quando V. E.

fosse servita di dar licenza alla detta Città di erigere e tener Banco, e per comodità di detta Città se li concedesse il luogo dove oggi si tiene, per esser vicino al Tribunal di S. Lorenzo; in tal caso sia obbligata detta Città, con assenso di V. E., a pagare docati mille l'anno per il piggione del luogo tantum che oggi sta occupato per servizio di detto Banco, così per il passato, come per lo avvenire; restando a beneficio di detta Santa Casa tutto il rimanente dello stabile di detto Banco, così come l'Eletti predetti han dato sempre ad intendere, e che li Governadori di detta Santa Casa teneranno il loro Banco in detto luogo, o altrove, dove li parerà più comodo e necessario etc.

Durò la tutela del Municipio 12 anni, 1623 a 1636. Poi furono dall'ospedale ripresi per proprio conto gli affari del Banco. Però per poco tempo, che nel 1640 e 1645, dopo altri sconci, ed altre puntate di pagamenti, furono le due amministrazioni divise, onde non corresse sempre pericoli il patrimonio degl'infermi.

Quali fossero gli sconci, argomentiamo dalla seguente protesta d'un Governatore.

Io Giovan Battista d'Alessandro, ritrovandomi Governatore dell'Incurabili, e del Banco del Popolo di detta Santa Casa, dico con la presente dichiarazione, come nelle sessioni che si son tenute in detta Casa Santa, nelle quali io sono intervenuto, ho fatto più volte istanza al signor Reggente Pietro Giordano Orsini,Presidente del S. C., Protettore e Delegato di detta Casa Santa, che dagli officiali s'osservassero puntualmente le constitutioni del detto Banco, et l'ordini Regali sopra di ciò fatti; et particolarmente, che dal libro maggiore Liberato Eranco, et dalli cassieri Giovanni Nigretto et Francesco di Massa, non si facesse disponere, pel prestito, di ninna quantità di denari del detto Banco, in beneficio di persona alcuna che non fosse creditore in Banco, senza l'ordine in scritto di tutta la Congregazione, quando fosse bisognato. Perlocliè dal detto Signor Presidente, con la sua solita circospezione e zelo, sono stati dati diversi ordini agl'Ufficiali di detto Banco in dette sessioni, per l'osservanza di dette costitutioni et ordini, in conformità di dette istanze fatte da me, siccome costa per più conclusioni fatte di diversi tempi, e particolarmente una de' 21 di ottobre 1638, et una de' 22 di luglio 1639. Al presente intendo, che per detto Libro Maggiore et Cassieri, non ostanti detti ordini fatteli, cosi a bocca come in scritto, s'è controvenuto

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a tutto quello che per detto Signor Presidente è stato ordinato in dette Sessioni; havendo essi Libro Maggiore et Cassieri fatto disponere di denari del Banco, a diverse persone che non vi tenevano credito. Conforme delli notamenti che si sono cavati dalli libri del detto Banco. Per le controventioni di detti ordini, e dar certezza della verità, cosi alli futuri Governatori di detta Casa Santa et Banco, come ancora ad altri superiori Maggioralo la. presente dichiarazione, per disgravio della mia coscienza, et per beneficio del publico; con la quale mi protesto di non esser stato colpevole in cosa alcuna, per qualsivoglia sorte di danno che potesse venire al detto Banco, por inosservanza degli ordini detti di sopra; giacche per me non è mancato di procurar continuamente che il tutto camminasse con ogni buon go¬ verno, integrità, et rettitudine; conio si potrà vedere dagli ordini dati per detto Signor Presidente, il quale, come Ministro di tanta dualità et bontà, è stato sempre zelantissimo a far che s'osservasse il tutto con ogni puntualità. Et perciò voglio che la presente s'abbi a conservare tra le scritture di detta Casa Santa, affinché in ogni futuro tempo appaia quel clic io ho procurato di fare, per gloria e servizio di Dio Benedetto, e beneficio di detto Banco. Oggi il dì 18 di settembre 1039. Giovali Battista d'Alessandro.

Non volendo biasimare i colleghi Governatori, d'Alessandro si sfoga coi cassieri, quasiché da costoro dipendesse l'indirizzo amministrativo. Ala Franco, Nigretto e di Alassa non facevano altro che ubbidire alla maggioranza del Consiglio la quale, in soli tre anni (1(336 a 1639), tolse dal deposito apodissario. per collocarla in compre od in mutui fruttiferi la somma di D. 144315. Questa maggioranza voleva procacciare subito al Banco di S. Ah del Popolo una rendita che, non solo fosse bastevole per le sue spese d'esercizio, ma gli permettesse d'aiutare l'ospedale ed anche di formarsi il patrimonio. Per conseguenza metteva a frutto i denari dei depositi appena ch'entravano nella cassa, senza preoccuparsi della necessità di tenere riserva metallica sufficiente per fare onore a tutti gli obblighi e specialmente per pagare a vista le carte nominative. Succedette dunque che, nel 1639, qualche polizza non si potette subito estinguere, che ciò produsse correria. cioè ressa dei creditori agli sportelli del cambio e che gl'imprudenti governatori dovettero vendere a rotta di collo i titoli comperati pochi mesi prima, facendo sopportare all'ospedale una perdita di molte migliaia di ducati.

Il Duca di Caivano, Angelo Barile, ch'era il Delegato Protettore, pensò di separare definitivamente i due enti e fece costituire pel Banco, nell'anno 1(342, un Governo diverso da quello della Casa ed Ospedale degl'Incurabili. quest'ultima mandò pure la seguente petizione al Viceré.

Eccellentissimo Signori. Li Governatori della S. Casa degl'Incurabili di S. M. del Popolo di questa Città, espongono a V. E. come, nell'anno 1589, li Governadori che in quel tempo erano di detta Santa Casa,

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utile expediente, così del pubblico come di detta Santa Casa, previa licenza del Signor Viceré di quel tempo, et plegiarie date, et consenso delle Piazze, apersero un Banco sotto nome di 8. Maria del Popolo, che per alcuni si resse nell'istessa Casa degl'Incurabili. Dapoi, per maggior comodità, con occasione che questa Fedelissima Città negoziava in detto Banco, edificarono una casa nella strada di S. Lorenzo, con spesa di ducati 10 mila e più; nella qua! casa si è eretto detto Banco, per insino a tanto che, essendo fatto Delegato di detto Banco il Duca di Caivano, volse dividere il governo di detto Banco dal governo di essa Santa Casa degl'Incurabili, facendoci altri Governadori. Il quale Banco, essendo ultimamente dismesso, s'intende adesso che di nuovo si voglia aprire, sotto l' istesso nome, et che si vogliono unire gli effetti (1) di detto Banco, per pagare creditori fatti a tempo di altra amministrazione, per le provvisioni de' ministri, e spese da farsi in questo Banco novamente da erigersi; con servirsi anco della propria casa, edificata da essa Santa Casa. Et perché non conviene che essa Casa Santa stia soggetta al danno che può apportare detto Banco, e non all'utile che potria pervenire; come si è visto in altri tempi, che fu necessitata la Casa pagare a' creditori del detto Banco grossa summa, che ancora corrisiponde a' diversi creditori del detto Banco; et che presenzialmente patisca il danno di avere a pagare, dalli eletti del Banco che sopravvanzeranno, le spese che se haveranno da fare per manutentione di esso, et anco il piggione della casa, che per lo tempo che teneva la Cassa questa Fidelissima Città li pagave ottocento ducati r anno. Perciò ricorrono a Y. E., e la supplicano voler ordinare che il nuovo Banco, forse da erigersi, si faccia di modo che essa Casa Santa non stia soggetta a danno e spese, che potrà apportare detto Banco; et che degli effetti che oggi vi sono, si paghino quelli creditori alli quali potria star obbligata la detta Santa Casa; e lo dippiù, che forsi avanzasse, si applichi alli bisogni di detta Santa Casa, che sta tanto interessata; alla quale se paghi anco il piggione della casa di Santo Lorenzo, in caso che si vogliano servirò di essa. Supplicando V. E. a volere commettere al Collaterale, dove già sta introdotto detto negozio, o chi altro parerà a V. E., acciò intese le ragioni di detta Casa Santa, si facci sopra l'exposto complimento di giustizia; ut Deus etc. Giov: Francesco Capece Piscicelli - D. Diego Varela - Griov. Battista Franco - Oratio Spinola.

Fu la domanda quasi soddisfatta, con questo decreto del Reggente Zufia:

Die 28 Julii 1645 Neapol.-Per spectabilem Regentem Didacum Bernardum Zufia, "Eegii Collateralis Consiliarium, et Commissarium Delegatimi. - Viso retroscripto memoriali, porrecto S. E. pro parte Sacra? Domiis Incurabilium. Provisum, et decretum est, quod administratio Gubernii dicti Banci Sanctee Mariae de Populo, ad praesens noviter erecti, per Gubernatores ipsius, nullo nunquam futuro tempore afficiat praejudicium, nec interesse Sacrae Domui, et Hospitali Incurabilium; salva previsione facienda super aliis contentis in dicto memoriali, hoc suum etc. - D. Bernardus Zuffa Regens-Franciscus Anastasius Regius a mandatis scriba.

(1) Titoli, crediti ed attività.

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Le firme sul memoriale sono quattro, non sette, probabilmente perché agli altri tre Governatori non piaceva la separazione..Nella memoria dell'avv. Gorgoglione sono trascritte le seguenti proteste d'un oppositore, che ci paiono importanti, per le notizie sullo attivo e passivo, ma specialmente perché manifestano quali benefici i luoghi pii sperassero di trarre dall'amministrazione dei Banchi e Monti di Pietà.

Non è dubio alcuno, che li Signori Governadori di detta Santa Casa abbiano fatto errore in abbandonare il Banco, essendo il Banco una gioia. Qualunque Luogo Pio ha desiderato averlo per due cause; la prima per utile che li proviene, essendo che la Casa Santa degl'Incurabili, da che ha posto il Banco ne lave avuto d'utile più di duecentomila scudi; la seconda per lo comodo che ne sente; poiché le Case Pie grandi, per li gran negozj ed amministrazioni d'eredità e di monti, che tengono, l'è necessario avere il Banco proprio per tenerci diversi conti, il che nelli Banchi alieni non si può fare. Si lassa in disparte la reputazione, che tiene una Casa in avere il Banco. E così, essendosi fatto errore in abbandonarlo e rinunziarlo, opra di prudenza sarà di ripigliarlo, per l'utile che al presente ne si trova. Ed è che essendosi spogliato il Libro Maggiore ultimo di detto Banco, nel quale sono notati li creditori e debitori e l'assegnamenti fatti, per aver certezza dello stato in che si trova il Banco, s'è ritrovato, che il Banco del Popolo tiene creditori, alli quali s'ha da fare assegnazioni, per la somma di centoventiquattroniilasettecento trentotto ducati, e tari quattro. All'incontro il detto Banco tiene dì proprietà, sopra l'infrascritti arrendamenti e persone particolari l'infrascritte summe di capitali cioè: (segue un lungo catalogo di crediti, poi continua).

Quali importino annui duc. 13,000 in circa e di proprietà D. 200337 4 19

Delle quali deducendone la summa d'assegnare 124738 4 00

Rimane di proprietà in beneficio di eletto Banco 75599,0,19

Dippiii, della summa che si ha da assegnare a' creditori, ci è più del terzo che non si assegnerà, per essere li creditori minuti e scordati; e d'altri, che non li spetteno crediti per errore, siceliè il Banco avanza altri ducati 41579,3 (1).

Il detto Banco tiene di debitori più di Duc. 100 m. dei quali sì bene ce ne sarà la maggior parte decotta, in ogni modo se ne ponno ricuperare altri ducati 40000, che in tutto sanano Duc. 157138, 3, 19.

Questo utile è venuto al detto Banco per la diligenza, e prudenza del Signor Andrea di Gennaro, Regio Consigliere, Delegato del detto Banco; poiché non tanto il quondam Regio

(1) L'accusa fatta al Libro Maggiore Franco, ed ai Cassieri Negretto e di Massa, era per l'appunto d'aver scritturato a credito di parecchi individui Duc. 41579,3 senza che il denaro si fosse versato nella cassa.

(2) Non merita tanto biasimo il R. C. Migliore, che dovette porre in esecuzione una legge o Prammatica del 10 aprile 1623. - Si vegga al seguente capitolo, paragrafo 14, tale prammatica che ordina la liquidazione dei Banchi e Monti di Pietà, mediante consegna a' creditori dei beni mobili e specialmente degli effetti e dell'annue entrate o terze.

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Consigliere Migliore, suo predecessore, aveva cominciato a rovinare il detto Banco, con assegnare ai creditori capitali, e le terze si sono venute a perdere (2), quando il detto Signor Andrea have assegnato terzo, o li capitali si sono guadagnati; opra di prudenza e di carità, giacché ridonda in beneficio di questa Santa Casa, così depressa.

Talché, da tutte questo coso, si viene in cognizione che il ritardare a ripigliarsi il Banco é cosa di grande interesso alla Casa. Santa, essendovi così notabile avanzo, e potendolo in così gran miseria sollevare alquanto, poiché di tutto questo avanzo, designatone un capitale più espliciti) por la provisione del1i Ministri del Banco, e por le spese di esso, tutto l'avanzo, o buona parte di esso, si potria ogn'anno voltare in affrancare l' assegnamenti che dallo stesso Banco si sono venduti; e questo é utile certo e presente.

Vi é anche l'utile incerto, e futuro, cioè che avendo la Casa Santa pigliato il banco, od avendo qualche opulenza di contanti in cassa maggiore, può avvalersi di D. 40 o 50 mila per fare li prestiti; conforme la licenza che si è ottenuta dal Collaterale. E così l'utile, che potria importare qualche cosa, saria della Casa Santa.

Rimase il Banco separato dall'Ospedale, con Delegato e quattro Governatori propri, lino al 1806. La sua cassa di pegni ad interesse s'era aperta nel 1648, quando ottenne permesso dal Viceré, per un capitale che sul principio fu di soli D. 6000; ma nel secolo decimottavo superò la somma di D. 400000. Nuove regole per tutti gli affari avevano l'approvazione Regia, data con dispaccio 3 ottobre 1753.

L'amministrazione municipale adoperò sempre questo banco pel suo servizio di cassa. Abbiamo documenti del 1616 (1) i quali provano che dal Viceré Conte di Lemos s'era comandato di separare fra tre istituti tale servizio, e precisamente di usare il Banco di Sant'Eligio per la parte relativa all'annona, il banco della Pietà per la nuova acqua (canale di Carmignano), ed il banco di S. M. del Popolo per le gabelle, cioè dazi di consumo; ma il Re disapprovò quest'ordine pel suo rappresentante, facendo scrivere nel dispaccio 22 agosto 1616 che tra sei mesi tutto il denaro della città andasse al Banco di S. M. del Popolo, tenendosi in esso i conti separati dell'annona e degli altri rami di spese, secondoprima stava e si tenevano, obbligando gli altri banchi di girare al Banco del Popolo tutto il denaro della città presso di li loro esistente."

Al tempo che furono garentiti i depositi dal Comune, cioè pel dodicennio 1623 a 1635, era sorvegliata la gestione del banco dai 29 delegati dei seggi (eletti) e particolarmente dal capo dell'annona municipale (Grassievo).

(1) Rapporto dell'archivario municipale Michele Pastina, 19 giugno 1826. Vol. 45 archivio del segretariato generale del banco.

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Sembra che la città, servendosi di questa tutela amministrativa, non fece pagare circa centosettantunomila ducati, dei quali era debitrice verso il banco, per resta del compenso assegnatogli quando si abolirono lo zannate.

Nel 17(37 fu scoperto un altro debito del municipio di D. 236404,96, che faceva parte della deficienza di D. 325508,80 a carico del cassiere Gaetano La PI aneli e del nazionale Gennaro Graziuso. quest'ultimo, che per molti anni tenne nel tempo stesso le due incompatibili cariche di Razionalo della Città e del Banco, pagava le spese comunali con polizze vuote, vale a dire che traeva cheques sul cassiere quando la madrefede, cioè conto corrente, non offriva rimanenza di credito. Ci fu strepitoso giudizio (1) che durò fino alla soppressione dell'istituto, quantunque avessero insistito per una decisione qualsiasi, e con una rappresentanza del 28 marzo 1796, i Governatori si dolessero vivamente col Re per le declinatone di foro, le controversie di precedenze ed altre cavillazoni con le quali il Comune ritardava, da trent'anni, la spedizione della sentenza.

Anche l'ospedale insistette al secolo XVIII, con atti amministrativi e giuridici, per ripigliare la proprietà del banco, od almeno per riscuotere le pigioni dello edilizio, dal 1(345 in poi, più gli effetti del banco vecchio, vale a dire le rendite patrimoniali, i capitali dei mutui, e quanto l'istituto di credito possedeva al momento della separazione. Tale lite finì per l'ottima ragione ch'era cessato lo scopo di contendere dopo i fatti che racconteremo al capitolo terzo. Vale a dire perché un altro ente, il fisco, prese e consumò quello che spettava alla Casa, al Banco, ed allo stesso pubblico, per carte in circolazione!

8. Ambrogio Salvio, monaco Domenicano, fondò verso il 1555, nella chiesa dei SS. Apostoli, un'associazione zelatrice delle opere di culto o di filantropia e specialmente del buon costume, Non sappiamo per quali ragioni, passò tale associazione all'altra chiesa di San Giorgio Maggiore e dopo due anni a San Domenico. Cresciuti di numero i soci, fabbricarono la cappella del Rosario a Porta Medina con un educandato per le loro figlie e poi, nel 1562 tolsero in enfiteusi parte del giardino del Duca di Maddaloni, per l'annuo canone di ducati 1040.

Ivi costruirono altra cappella, dedicata allo Spirito Santo, alla quale aggiunsero un asilo o conservatorio per le figlie delle prostitute.

Il Viceré, lieto che praticassero la cristiana opera di salvare da immonde speculazioni quelle fanciulle, accordò al monaco Salvio ed ai capi della confraternita, chiamati allora maestri, la facoltà di strappare, anche con la forza, le donzelle dalle loro madri.

(1) Archivio di Stato. Processi della Camera di Santa Chiara irresoluti. Serie 17 n, 425.

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Articolo 2.° della regola del 1664.

«Perché detto conservatorio fu eretto e fondato per salvare le povere figliole che si ritrovano in procinto di perdere il bel fiore della loro pudicizia e verginità, per levarle dalla bocca del dragone infernale e farle spose dello Spirito Santo; perciò si deve stare ben avvertito all'esecuzione di quest'opera; di sorta che non si tralasci di fare quello si deve, ne si facci quello si deve tralasciare. Invigilando di aver luce per la città di chi si ritrovasse in tal pericolo, per salvarla da quello. Per quanto la qualità delle figliole che si possono accettare per detto conservatorio è che siano figlie di meretrici, o allevate da quelle, o da altre donne infami, che altre volte abbino venduto la lor pudicizia e che cerchino di vendere quella di simili figliole, o che stiano in evidente pericolo di perdere la loro verginità.»

«Onde le prime prove saranno le informazioni extra iudiciali, che si faranno da noi medesimi, e da nostri successori, o da ciascheduno di noi, o dal maestro d'atti a ciò destinato. E conosciutosi con tal diligenza che possa esser dell'opra, si commetterà in scriptis da noi detta informazione al detto mastro d'atti, il quale la piglierà con ogni diligenza, puntualità e secretezza possibile, acciò non venisse in notizia delle loro madri, o parenti, o baile, come fussero, e l'occultassero; con esaminarsi tre testimoni di buona vita e fama e degni di fede. E ritrovandosi uniformi e contesti, nella lettura che dovrà farsi di detto esame in congregazione, si farà la decretazione e conclusione in dorso della medesima informazione, acciò si possa mandar a pigliare. Ed essendo necessario di mandarci il nostro portiera, con la guardia di soldati, per dubitazione di renitenza da chi li tiene, si facci senza indugio; tenendo quest'opra ed il nostro governo la prerogativa di poterle togliere da qualsivoglia luogo o casa. L'altro requisito è che dette figliole, della qualità ut supra, non averanno da avere meno d'otto anni, né più di quattordici, conforme sopra ciò ci avemo anco le bulle e brevi Pontifici, e lettere de' signori Cardinali della Santa Congregazione. E perciò li avemo concluso che oltre l'informazione abbia da costare detto requisito anco per fede di battesimo ecc.»

Le rendite dei sodalizio non bastavano pel suo scopo, ma nel 1590 si pensò di accrescerle col negozio di banco. Fu sprone l'esempio freschissimo dell'Annunziata e degl'Incurabili. Raggranellato un capitale di ducati 18000, per sicurezza dei depositanti, chiesero i maestri la facoltà di aprire pubblica cassa di deposito e di circolazione.

Dopo favorevole parere del Consiglio Collaterale, il Duca di Miranda, Viceré, concedette Regio assenso, ch'è una copia quasi letterale di quello promulgato pel Banco S. M. del Popolo; ma con questa notevole conclusione:

"Delli denari che fossero depositati in detta cassa voi presenti maestri possiate far compra, come con la Regia Corte, o con questa fedelissima città di Napoli, di quella quantità e parte che a voi parerà poterne fare sicuramente compra, con che li frutti perverranno da dette compre, che si faranno dalli danari di essa cassa, non si possino in modo alcuno, pei voi presenti Maestri e Governatori della detta chiesa et conservatorio,

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né per vostri successori spendere, né convertire in altro uso o bisogno. da quello eccetto farne ulteriori compre d'annue entrate, con quelle persone però che voi presenti Maestri e Governatori conoscerete essere più sicure; per un certo tempo, fino a tanto che di dette entrate se ne fa un cumolo competente,dal quale poi si possano redimere tutto ad un tratto le altre entrate proprie, che questa chiesa et conservatorio tien vendute".

Con maggiore chiarezza dunque di come s'era espresso per Santa Maria del Popolo, approva il Viceré l'idea di far servire il banco per redimere i debiti dell'opera pia; egli permette d'investire fruttiferamente parte dei depositi, comanda di tenere a moltiplico la rendita, e spiega che tutto debba servire per ricomperare l'entrate proprie che cotesta chiesa e conservatorio tiene vendute.

Dopo trent'anni d'esercizio e prima di fondare monte di pegno il Banco dello Spirito Santo teneva:

Per depositi liberi e con fedi (carta in circolazione libera) …...................................................................................... Ducati

599788,71

Per depositi condizionati e sequestrati (somme rappresentate pure da carte in circolazione che il Banco non avrebbe liberato prima che s'adempisse a qualche patto, ovvero che si verificasse qualche circostanza preveduta e registrata sul titolo creditorio nonché sui libri dell'istituto)..................................."

489587,17

Per conti nostri di casa e banca (rendita accumulata, crediti per compre e per altri prestiti, capitale patrimoniale dell'istituto)..............................................................................."

209476,41

Totale Duc. 1398852,29

Pari a L. 5945122,23. Questi numeri son presi da un bilancio del 2 Marzo 1 522 (Ardi. pat. vol. 22(5 pag. 42(5) ma si noti che quella fu epoca di crisi, anzi di puntata dei pagamenti e liquidazione per comando regio. Certo la circolazione ed i depositi furono anteriormente più cospicui.

La moneta metallica in cassa giungeva quello stesso giorno a Duc. 489655,70, escluse verghe e paste da mandare alla zecca per riconiazione.

Nel patrimonio di Duc. 209476,41 entravano Duc. 74000 circa già spesi pel conservatorio delle orfane. I Governatori riferirono, rispondendo ad un quesito lor fatto a 17 febbraio 1628 (ardi, patr. vol. 226 pag. 468)dei Duc. 74000 s'ha servito la casa dello Spirito Santo in diversi tempi, per la fabbrica e mantenimento di essa, che senza detto soccorso saria stato bisogno di smettere la santa opera,,.

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Nel 1629 la Casa ottenne permesso d'aggiungere al banco un monte pegni ad interessi, col capitale di Duc. 4000. Quando fece questa concessione, il Viceré tolse parecchi dritti ai fratelli e maestri, ordinando che l'amministrazione del Monte e Banco fosse sorvegliata da una Giunta o Commissione di sette individui, cioè un nobile di età non minore di 50 anni, un avvocato e cinque eletti borghesi, fra cui un mercatante forestiere; tutti di età non minore di 35 anni. Nella regola del 1664 ecco i paragrafi che riguardano l'elezione della Giunta, e le scarse facoltà che furono lasciate a' maestri, cioè ai delegati delle ottine.

«... Reggono tutte le dette opere (chiesa, conservatorio, casa e banco) sette signori Governatori. Il primo de' quali ha da esser nobile, di buona vita e fama, e d'età matura, non meno d'anni 60, di piazza (ascritto ai sedili) o fuor di piazza. Il secondo avvocato delli regi tribunali di questa città. E gli altri cinque cittadini scelti e qualificati; fra li quali vi ha da essere un negoziante forastiero. Li quali tutti dovranno essere di buona vita e fama e non meno d'età d'anni 35 per ciascheduno».

«Il nobile, finito che ha il tempo del suo governo, propone e nomina sei altri suoi pari; tre che godano nelle piazze e seggi di questa fedelissima città, e tre altri fuori piazza. E tutti sei, dopo nominati, si bussolano con ballotte segrete, tanto dagli altri signori Governatori, quanto dall'infrascritti deputati dell'ottine di questa città ovvero dalla maggior parte di essi. Cioè ciascheduno dei signori Governatori una ballotta, ed ogni ottina fa una voce e non ogni deputato. Che perciò se sono due deputati d'una ottina, danno una ballotta; ed essendovi uno deputato per ottina, similmente dà una voce per detta ottina.»

«Fattasi detta bussola o scrutinio, s'implora prima la assistenza dello Spirito Salito, dal clero della, nostra Chiesa, come negozio di somma importanza, che richiede ogni dovuta preparazione, colla maggior divozione possibile; e poi, riconosciuti li voti, resta eletto quello nel quale sono concorsi maggior numero di voti. Al quale dopo si darà il possesso, nella forma solita; con cantarsi il Te Deum laudamus dalle reverende monache, in agimento di grazia.»

«Nella qual medesima forma si fa l'elezione degli altri sei atteso ciascheduno d'essi, terminato il tempo del suo governo, propone e nomina tre altri, dell'istessa sua qualità o professione; precedente prima l'istessa funzione; li quali nominati si bus solano nell'istessa forma, dalli signori governatori e deputati di ottime, o maggior parte di essi; e resta eletto quello che havevà maggior numero e quantità di voti, al quale poi se li dà il possesso nel medesimo modo accennato di sopra.»

da quale elezione è solita farsi due volte l'anno, cioè nella Pasqua di Pentecoste e nella Pasqua d'Epifania. E si è osservato sempre che quando si muta il nobile resta l'avvocato; quando si muta questo resta il nobile; acciò rimanga sempre una delle dette due sedie, che stia più informata degli negozii e interessi di detta Santa Casa e banco.»


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«Suol durare il tempo di ciascheduno di detti signori Governatori per anni Duc. Atteso che vi è biglietto del signor Viceré di quel tempo, in esecuzione di lettera regia, che li governi di simili luoghi e banchi non possano durare più di due anni. Però si è osservato che a rispetto del signor Governatore nobile si è confirmato dalla Deputazione tante volte quanto li è parso. Ma gli altri signori Governatori non hanno avuto tal conferma, se non con ordine dei signori Viceré; la quale conferma si è praticata e si pratica tanto a rispetto di detti sei altri signori Governatori, quanto anco al signor Governatore nobile; quando così è parso di ragione alli signori Viceré di questo regno, che sono stati e sono pro tempore.»

«Uscito uno dei detti signori Governatori, non può ritornare ad essere bussolato, per detto governo, se non tre anni dopo.»

«.... Alli quali signori Governatori, cioè alli sei, essendone da ciò esente il signore Governatore nobile, spetta a ciascheduno di essi, mese per mese, conforme l'ordine della banca, cominciando dal primo di essi, di far l'ufficio di Mensarim II qual'è appunto come un padre di famiglia ed economo di tutta la casa, chiesa, conservatorio e banco. Ed a lui spetta di venir ogni giorno all'ore destinate, che li pareranno e saranno più commode, per firmar le polizze, ricevere e dare li pegni, provvedere la chiesa e conservatorio delle cose necessarie; governare e reggere tutte le opsre giornalmente, con particolare zelo e santa carità e accuratezza al tutto; con dare poi ragguaglio alla banca in ogni sessione di quanto l'occorre. Ben vero quando occorrano spese o altre resoluzioni straordinarie e non correnti, si hanno da risolvere da tutta la banca che governa.»

«Come la detta elezione, conforme si è detto, si fa tanto dalli signori governatori, quanto dalli deputati dell'ottine di questa città, conviene ben anco d'liaver ragguaglio di detta deputazione e del modo e forma della sua creazione.»

«Questi deputati sono 72 per 36 ottine, cioè due per ogni ottina, tanto per dentro quanto per fuori la città, cioè per li borghi di essa, che vanno anco inclusi in questa deputazione. L'elezione e creazione dei quali cammina in questa forma.»

«Un mese prima della Pasqua di Pentecoste, con ordine di detti signori Governatori, si manda il portiere ordinario di questa Santa Casa, ai Deputati che si ritrovano, a pigliar da essi le nomine per la futura elezione, ciascheduno dei quali ne nomina due altri. Quali (nomine) ricevute e raccolte dal nostro Magnifico Segretario, si portano in banca alli signori Governatori, che per tale effetto si congregano.»

«Quelle viste, si ripartono dal signor Governatore nobile a ciascheduno degli altri signori governatori, acciò faccino le diligenze e informazioni necessarie; se siino abili, con li requisiti che si ricercano; dovendo esser cittadini onorati, capi di famiglia, di buona vita e fama, di anni 40 incirca, conforme anche sta ordinato dal signor Viceré, per Collaterale, sotto li 22 novembre 1662. Fatte dette diligenze ed informazioni, si ritornano ad unire detti signori Governatori, e da essi si eliggono li due per ciascheduna ottimi. Quale elezione fatta, se li manda l'avviso, per darseli il possesso nella forma solita, otto giorni prima della Santa Pasqua di Pentecoste. Ed in caso che li nominati non si trovassero (buoni) con le informazioni e diligenze, si richiederanno che faccino altra nomina, altrimenti si provvedere dall'istessi signori Governatori.»

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«È vero però che si sogliono confirmare quelle ottine che si ritrovano sedendo in Chiesa, quali restano per un altro anno; e se alli detti signori paresse confirmar anche gli altri possono liberamente farlo».

«Ed in caso alcuno de gli deputati eletti, durante il tempo della sua deputazione, si avesse notizia che fosse discolo o di mala vita, e costumi non leciti, (il che a Dio non piaccia!) si debbono prendere l'espedienti giusti per rimoverli. Li quali deputati, finito che haveranno il tempo della loro deputazione, non possono essere di nuovo nominati né c letti, se non elassi due anni.»

«Questi deputati tengono il lor luogo in chiesa, dove sedono in bancone da loro fabbricato a questo effetto, a man dritta della porta grande quando si entra, dove assistono con molta devozione, per raccogliere l'elemosine da fedeli devoti e distribuire le indulgenze; ed anco hanno obbligo di andar facendo le cerche per le loro ottine per l'elemosine, e portarle di cassa per soccorso delle tante opere che si fanno.»

«E quando occorre di chiamarli in congregazione, perché la camera dell'udienza non è capace di tanto numero, si fanno sedere in alcuni banchi che stanno attorno alla sala a quest'effetto, e nel mezzo si colloca la tavola dell'audienza conforme al solito».

Per togliere ogni dubbio sulla perfetta separazione d'interessi fra il conservatorio delle giovanette, amministrato dal sodalizio ed il Banco, si convenne che avrebbe pagato quest'ultimo la pigione del locale concedutogli. L'archivio tiene completa la raccolta di scritture, dal dì che si mise la cassa di depositi, cioè dal 1591 II Monte pigliava in pegno solamente le gioie e gli oggetti 0 monete d'oro e d'argento. Gl'interessi giungevano, nei primi anni, al sette per cento; ma poi si ridussero al sei e qualche volta a quattro o cinque per cento. Il capitale poi, di ducati quarantamila, con permesso dei Viceré, fu cresciuti a D. 50,000, quindi a D. 00,000 e poi a maggiore somma, arrivando, nel secolo XVIII alla cifra di D. 150,000. - Abbiamo pure documento che la somma collocata con pegno fosse di D. 184,333,4,5 al 31 dicembre 1730 e di D. 190,650.4,5 al 30 giugno 1731.

Nel mese di settembre 1744, quando fu carcerato il cassiere Gaspare Starace, il Monte di pegno teneva collocato un capitale di D. 159,138,4,5.

Lasciava molto a desiderare, nel seguente secolo, la amministrazione del Monte e Banco Spirito Santo, sicché i Governatori compilarono nel 1664 nuovi statuti ed istruzioni (1), che non ebbero la sanzione del viceré prima del 17 settembre 1717 e sembra che avessero fatto crescere gli abusi, invece di sradicarli. Il cassiere principale,Pietro Monteforte ebbe comodità di prendere D. 269443,4,09

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(1) Meriterebbero queste regole d'essere ristampate, per notizia degli usi d'allora, e del modo come pensavano o scrivevano i Governatori. Valga per saggio l'articolo 67.

"Essendosi visto per esperienza e toccato con mani, che l'uscita della processione delle monache e figliole del nostro conservatorio per Napoli, il martedì di Pentecoste, anticamente istituita per ricordare alla città tutta la così grande e pia Opera, tanto accetta a N. S. Dio, che si esercita per detta nostra Casa; acciò le pie e facoltose persone, dalla loro vista ispirate e mosse a divozione, con elemosine o donazioni o legati aiutassero il mantenimento di essa; come anche per comodità di collocarle (a); al presente, per essersi il mondo talmente viziato, e li buoni costumi in modo corrotti, opera effetti in tutto contrari; mentre la detta processione ora è assolutamente un incentivo di molti peccati e disordini e inconvenienti; dandosi occasione a' tristi di esercitare le loro dissolutezze; ed a persone pie di buona volontà, di scandalo e di alienarsi da ogni buona intenzione che avessero verso la Santa Casa. Mentre in detta processione non si vede più quella antica e santa modestia, che moveva fin le persone più rilasciate a compunzione, mi con l'abuso cosi male di gale, ornamenti, con guardinfanti, gioie ed altro, non solo si somministrano ai giovani dissoluti occasioni di parlare sconciamente, e di fare mille atti disconvenevoli; ma alle persone di matura età e gran giudizio causa grandissimo scandalo, ed anco mormorazione, o ne nascono più e più inconvenienti e disordini, quali per modestia non si devono esprimere in carta. né è possibile a quelli rimediare, stante che per esser talmente mutato il mondo, li guardiani che si pongono per custodia della grege riescono tanti lupi. Oltre che per ritrovare tante vesti galanti, oro, gioie ed altro, mesi prima, fanno mille pratiche e si pone sossopra una città intera. Dal che ne nascono mille disordinate amicizie, con la peggior qualità di persone, quali con la vista sola possono macchiare la candidezza di quelle, non che tenerci familiar amicizia. E per quello che spetta al maritarle, s'è anco sperimentato che se ne maritano più nel conservatorio che nella processione; conforme è successo gli anni passati, che nella processione se ne maritarono quattro sole e nel conservatorio se ne sono maritate altre dodici, con maggior reputazione e decoro; e cosi anche negli anni seguenti. Oltre che di 200 persone che si alimentano in esso conservatorio, tra monache e figliuole, appena ne escono in processione circa 40; atteso l'altre, parte di esse, per essere persone esemplari, che conoscono li stessi inconvenienti di sopra accennati, e parte per la proibizione fattali di non portare vesti galanti, oro, né gioie, né abbigliamenti di testa e di faccia, si scusano sotto vari pretesti e impedimenti di uscire; sicché appare l'opera molto diminuita e quasi annichilita; con non poco discapito della nostra casa, quale porta il peso al presente di 200 bocche, e per la città non se ne vede che la quarta parte».

«Fatte più e diverse sessioni sopra detta materia, ed il tutto maturatamelo_ considerato e discorso, s'è giudicato che detta processione non sii più necessaria, né per servizio di Dio, ne del pubblico, né di detta Santa Casa; sì per le cause di sopra, come anche per essersi conosciute che in poche ore si perde quanto si travaglia un anno, per educarle nel santo zelo, modestia ed obbedienza che si conviene. Ohe perciò s'è concluso, che per togliere affatto tutti li detti ed altri inconvenienti ed occasioni di offendere S D. Maestà; detta processione da oggi avanti non si faccia più. Tanto magiormente che così anco si osserva dalla Casa Santa della Santissima Annunziata di questa città, dalla casa di Santo E ligio, e da tant'altri luoghi, che similmente per antico solito uscivano le loro figliole e monache in processione. Dismesse non senza validissime cause, e certo avendosi esperimentato li medesimi inconvenienti e disordini che sono praticati in quelle del nostro conservatorio. E così si esegua per l'avvenire, pregando li signor governatori pro tempore che così vogliano osservare, assicurandoli che sarà servizio di N. S. Dio, utile di detta Santa Casa, e decoro di detto nostro Conservatorio.

(a) In matrimonio. Un testamento di Notar Cristofaro Cerlone donava ducati cento per dote, a ciascuna ragazza del conservatorio che trovasse marito.

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vale a dire quasi due terzi di tutta la riserva metallica, ed appare dal processo (vol. 227 ardi, patrimoniale) che molti mesi prima della carcerazione si fossero dai governatori conosciute le mancanze. Intatti nella verifica dell'ottobre 1690 trovarono la deficienza di ducati centotredicimila e nell'altra di Febbraio 1691 di ducati 143000; ma lo lasciarono in carica fino al 24 luglio 1691, perché s'erano contentati della cessione di certi suoi titoli creditori e non avevano saputa scoprire la vera entità delle malversazioni. Solo nella terza verifica mostrarono energia, tacendo sequestrare le persone di Monteforte e di altri sette individui, presunti complici, che per tre giorni furono trattenuti nel locale stesso del banco e poi portati alle prigioni regie.

Monte forte cercò di scusarsi, dicendo che altri cassieri gli avevano dato l'esempio e che causa di tutto era stato una cortesia al collega del Banco S. Giacomo. Costui s'era servito della cassa e per ingannare i propri governatori, nella contata che sapeva avrebbero fatta di determinato giorno, gli chiese per poche ore quarantamila ducati. Denari che produssero l'effetto di far comparire in piena regola la cassa San Giacomo, ma poi non furono restituiti al Banco Spirito Santo ed a Monteforte, per la ragione che il mezzano dell'intrigo, Antonio d'Asti, genero del cassiere Calduccio, se ll'era impossessato.

Il processo fu interrotto dall'uccisione di Monteforte, che secondo le carte sarebbe rimasto vittima d'un tentativo di fuga dalle carceri; ma non è impossibile si fosse mandato all'altro mondo per impedirgli di palesare quello che sapeva.

Due terzi della deficienza si ricuperarono dal Banco Spirito Santo colla riscossione dei crediti e la vendita dei beni mobili od immobili dell'indellcato cassiere. Altri D. 45,635,2,16 li perdette il Banco San Giacomo, per una fede di credito data da Monteforte a Calduccio, che si riconobbe falsa.

Quando, nel 1740 e 1745, i governatori risolvettero di cancellare dal libro maggiore apodissario le rimanenze debitrici trovarono accesi questi quattro conti.

Cassa piccola del quondam Pietro Monteforte. D. 80,162,0,09

" " " " Pietrantonio Grimaldi 11,520,1,03

" " " " Giuseppe Franzese 167,2,18

Conto di Bernardo e Giambattista Viganei. 8,529,0,01

D. 100,278,4,11

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La rendita accumulata del monte di pegni presentava, a quel l'epoca, margine sufficiente per lo storno di tali crediti non esigibili, che allora scomparvero dalla scrittura; salvo ben inteso le ragioni contro degli eredi dei malversatori.

Ma poco dopo dovettero riaprire i conti di debito per colpa di Cesare de Marco, che prese D. 14,000, e di Gaspare Starace che fece molto peggio. Questo cassiere, indipendentemente da un furto di D. 23,000, aveva screditato il Banco, col pagare zecchini scarsi mediante bilance falsificate. Stamparono i Governatori del Banco Spirito Santo (15 maggio 1747) un allegazione la quale prova benissimo la colpabilità di Starace, ma lascia eziandio credere che avessero vigilato ben poco sulle operazioni dei loro subalterni. Le accuse infatti non ci riferiscono solamente alla deficienza nella cassa, ed al pezzetto di cera che trovarono sotto la coppa della bilancia dei zecchini; due delitti che per qualche tempo avrebbero potuto sfuggire alla più rigorosa sorveglianza, ma parlano pure di introiti vacui pei quali occorreva la complicità di molti impiegati, e di esorbitanti prelevazioni del tesoro, cioè un atto che non avrebbe potuto compiersi senza che lo avessero conosciuto ed approvato gli stessi governatori. Per gl'introiti vacui dice l'allegazione:Spetta alla causa sapersi dal difensore del reo che malamente si fonda nello argomento della crescenza della resta nella cassa del Banco nel 1742, 1743 e 1744; quasi che provenendo l'aumento di detta resta dal denaro che nel Banco s'introitava, nasca da ciò che ben trattate, e non già straziate nei loro interessi dallo Starace erano le persone che nel banco introitavano il danaro. Si tratta d'interessi dei banchi, onde conviene far sapere al difensore del reo quel che in qualità di governatore di banco dovrebbe sapere. Può benissimo un cassiere di banco tener nella cassa ducati centomila di effettivo denaro, e far crescere la resta fino a ducati duecentomila, col farla tale apparire in ogni contata, mentre può in testa sua, o di persona supposta, fingere uno o più introiti, di altri ducati centomila, e quelli descrivendo nel libro della cassa, farne una o più fedi di credito di simil somma; ed in tal modo, perché la resta va a crescere quanto più cresce l'introito nel libro, apparirebbero nella cassa del Banco D. 200,000 quando soli 100,000 dovrebbero starvi. Per restar poi il cassiere disciolto dai D. 100,000, fintamente introitati, gli basta che conservi nella cassa la fede o le fedi di credito già fatto, perché esibendole nel tempo della contazione in suo discarico, resterebbe coverto quel debito a cui per li ducati centomila non introitati potrebbe esser tenuto.

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Questo non nasce da fantasia accesa, perché così praticò Gaspare Starace tino a principi del 1742, tanto che nella relazione che umiliarono a S. M. litro zelanti governatori, non lasciarono di esporre l'inconveniente. Dissero, in detta relazione, che nella contata della cassa, fatta ai 2 Aprile detto anno, te trovarvi Gaspare Starace, di polizze non ancora passate, la somma di D. 7(55142.00. D'altre della stessa natura, sotto la rubrica di doversi accomodare, D. 62193.00 e di altre consimili la somma di D. 14373.00. Tutte dell'istesso Banco Spirito Santo, in testa di esso Starace e di altre persone. Ed abbiamo detto tutte del banco dello Spirito Santo, perché di altri Banchi, sotto nomi di riscontri, se ne trovò la somma di Duc. 81173. Questo dunque era il modo con cui Gaspare Starace regolava la cassa del banco, per avvalersi del suddetto argomento, quando si sarebbero scoverti i suoi delitti; modo che racchiudendo inganni e frodi, fu necessario raffrenarsi per il buon governo del Banco".

Rispetto alla riserva metallica, che Starace aveva fatto passare dal tesoro alla cassa, racconta l'allegazione che:

Ricorse Gaspare Starace ad altro mezzo più proprio, qual si fu di trasportarsi, dalla cassa del tesoro, tutto il danaro nella cassa del banco. E gli si aprì ampiamente questa strada col dispaccio dei (3 aprile 1742. che il suo difensore trascrive nella nuova allegazione. Si ricava da questo che fìngendo Starace impedirsegli da governatori di tener pronto il denaro, per servizio del regio erario e delle regali truppe, furono costoro avvertiti a non dargli sopra di ciò alcuno impedimento. Ognun sa che nei banchi della nostra città la maggior parte del denaro si conserva nella cassa chiamata del Tesoro, di cui se bene una chiave stia presso del cassiere, non è però il denaro nella sua libera amministrazione, perché altre chiavi diverse si conservano dai governatori, e senza l'intervento di costoro non può il denaro dalla detta cassa estrarsi. Gaspare Starace. che godea la felicità del tempo nel 1742, 1743 e 1744. fece in modo che tutto o quasi tutto il denaro, dalla cassa del tesoro passasse nella cassa di sua amministrazione. E perché la resta, che giornalmente si forma, contiene soltanto il denaro della cassa che amministra il cassiere, coll'essersi in questa unito il denaro di quella del tesoro venne la resta ad avanzare. Ma, coll'avanzo della resta, non avanzò il denaro del banco con altro denaro di negozianti, ma col denaro che, già sistente nel banco. si conservava nella cassa del tesoro....

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Rivolga (il difensore del reo) lo sguardo alla ricontata fatta coll'autorità del signor Consigliere D. Giuseppe Andreassi, sopra la resta della giornata dei 17 ottobre 1744, perché troverà che il denaro della cassa del Banco, nell'amministrazione dello Starace, doveva giungere a Duc. 715,423,3,2 e quello della cassa del tesoro giungeva a Duc. 156,000 - che uniti sommano Duc. 871423,3,2. Se il difensore del reo, il quale colla bocca e colla penna esagera sempre la verità, volesse di questa far uso nella domanda che gli facemmo, in qualità di governatore del banco, se il denaro che si conserva in ciascuno altro banco ascenda a detta somma, saremmo fuori d'impaccio....,,

Esercitavano dunque con molta negligenza il loro ufficio i governatori e delegato del banco Spirito Santo, ed è giusta un esclamazione della memoria. Poveri banchi, quando san (governati da uomini della stessa semplicità! Gli atti della causa parlano pure di continua illecita negoziazione, che tenea Gaspare Starace colli cambiamonete ed altre persone pjer avere zecchini scarsi, rilasciando c loro beneficio il terzo dello scarso!.. Nonché di altre frodi commesse al 1741, epoca di correria o crisi monetaria, quando si teneva che potesse fallire quell'istituto, ed i creditori pigliavano ciò che dava loro Starace, senza peso né verifica, dicendo che l'avevano asciato nterra e si avesse dato cap)e de chinavi pure l'avarriene pigliate!

Ai vuoti Starace e di Marco s'aggiunsero le spese per rifar la chiesa (D. 80,000); un mutuo al conservatorio di D. 110,000; e la perdita di altri D. 145,990,68, subita li 11 febbraio 1769, per un furto con scasso, di cui furono accusati i fratelli Davolo, Giosuè Rao ed altri ladri siciliani.

Tutte queste deficienze di cassa e perdite, rappresentate da carta circolante e pagabile a vista, tenevano sempre in pericolo l'istituto Spirito Santo, che non avrebbe resistito senza soccorso degli altri Banchi. Per invito del Re (dispaccio 22 Febbraio 1769) gli altri sei Monti aprirono un credito a conto corrente (riscontrata) di oltre ducati 200000. Dice tale invito "Per far cessare le voci sparse per la città in disvantaggio del Banco dello Spirito Santo, per il furto nel medesimo accaduto, pel quale, sebbene di poca considerazione di rapporto dui fondi che ha il cennato banco, non lascia nondimeno di angustiarlo per la concorrenza dei creditori ecc.,, A titolo di rimborso del mutuo al conservatorio, di D. 110000, avevano i Governatori sospeso lamino pagamento della elemosina di ducati 3000

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con la quale contribuiva il Banco alla sussistenza delle 400 giovanotte e delle sessanta monache professe. La badessa si raccomandò al Re dicendo, conio riferisce un rapporto contemporaneo che non ostante l'opulenza della Casa e Banco, si ve devano esse e le fanciulle lacere e morte di fame. Mosso il pietoso animo di V. M. a compassione, si degnò di ordinare al delegato e governatori che l'informassero, provvedessero a dovere,c riferissero. Questo ricorso dovette cagionare qualche maggior restrizione c dispetto nei subalterni incombenzati, onde un giorno le monache presero lo strano partito di uscire dal conservatorio,come fecero, per venire a raccomandarsi a S. M. in processione. Ma furono sulla strada opportunamente impedite e fatte tornare a casa.,,

Fece gran chiasso lo sciopero delle monache! Ferdinando IV se ne dovette occupare. Egli mandò ad inquirere Giovanni Pallante, ed avutone il rapporto, che biasima duramente i concetti amministrativi dei precedenti governatori, commise alla Camera di Santa Chiara, ed ai sette delegati protettori, la compilazione d'un progetto completo d'ordinamento, non del solo Banco Spirito Santo, ma di tutti gl'istituti di credito napoletani. Poco si conchiuse, e non ci furono grandi novità fino alla crisi del 1794.

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9. Tre gentiluomini francesi, familiari di re Carlo I. d'Angiò, che si chiamavano Giovanni Dottun, Guglielmo Borgognone e Giovanni Lions, con l'aiuto di filantropi cittadini napoletani, fondarono un ospedale pei militari e pellegrini poveri. Piacque al Sovrano l'idea di soccorrere la gente più bisognosa d'aiuto, per lontananza dalla patria o dai parenti; forse perché il maggior vantaggio sarebbe toccato ai soldati che gli avevano fatto conquistare il Regno di Napoli, e la prova del suo compiacimento consistette nel Regio Editto lo luglio 1270, pel quale fece dono di un vasto suolo edificatorio, presso le mura della città. Nove anni dopo, lo Arcivescovo

Aiglerio approvò solennemente le regole dell'ospedale e d'un annessa chiesa, dedicata a S. Eligio. Regole poco diverso da quelle dell'Annunziata e di tante opere pie napoletane e straniere; per le quali una fratellanza serviva i malati, ed alcuni socii, scelti con libera elezione, pensavano ai conti, alla spesa ed agli uffici amministrativi.

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Fu l'associazione protetta e favorita dai monarchi di casa d'Angiò; per oltre due secoli provvide quindi assai bene al culto ed alla beneficenza; ma, cacciata quella famiglia da Alfonso d'Aragona, i soci furono maltrattati per la qualità di francese o di partigiano dei francesi e la confraternita si dovette sciogliere. Affinché non finissero anche l'opere pie, concorse l'amministrazione municipale a nominare altri maestri. Prima quattro Ottine del quartiere Mercato, poi tutte le Ottine di Napoli, vale a dire i borghesi e popolani che costituivano il Seggio del popolo, ebbero parte all'elezione di tali maestri. Ma ciò non valse ad impedire la decadenza dell'ospedale, che nel 1546 era quasi vuoto. Si pensò di metterci il conservatorio di fanciulle orfane o miserabili che prima stava a Santa Caterina Spina Corona; quindi, nel 1573, si aggiunsero altre sale per la cura ed assistenza delle donne colpite da morbi acuti.

Occorrendo maggiori rendite, ed anche per comodo de' commercianti dei quartieri Mercato e Pendino, i maestri imitarono lo Spirito Santo ed altri luoghi pii, mettendo banco con casse di deposito e di pegno. Le più antiche fedi di credito sono del 1592.

Si modificò allora nuovamente il governo dell'Istituto, aggiungendo ai quattro maestri, che nominavano le Ottine, tre persone scelte dal Viceré, cioè un magistrato, un gentiluomo ed un maestro della zabbatteria vale a dire un delegato dell'associazione dei calzolai. L'ospedale fu considerato sempre come proprietario dell'edilizio, tanto che il Banco gli pagava l'annua pigione di D. 870.

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10. Pietro di Toledo, uomo vago di fama, amatore di belle arti e di lavori edilizi, aveva fatto cominciare, verso il 1540, la costruzione di una grande chiesa per la nazione spagnuola, che dedicò a S. Giacomo. I disegni architettonici fece Ferdinando Manlio ed i denari vennero da ritenute sugli stipendii della milizia e da elemosine.


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Don Giovanni cl' Austria, figlio naturale dell'Imperatore Carlo V. quando, nel 1571, venne a Napoli, trionfante per la vittoria ottenuta sui turchi a Lepanto, fondò un ospedale destinato alla medesima nazione Spagnuola, che chiamò S. Maria della Vittoria. Posteriormente chiesa e spedale si fusero in una pia istituzione che, congiungendo i due nomi, s'intitolò dei Santi Giacomo e Vittoria. I reggitori, per meglio condurla, posero Banco e Monte di Pietà. La collezione delle fedi di credito comincia dall'anno 1597; ma stimiamo che sia perduto qualche volume più antico, per la ragione che l'istituto di credito doveva certamente esistere nel mese di gennaio dell'anno 1589, quando cioè la Santa Casa di S. M. del Popolo domandava, coll'istanza che abbiamo ora trascritta, la facoltà di mettere ima cascia di depositi, conforme a quella che hoggi si tiene in la Casa Santa de la Nunziata, et Scinto Jacovo de li Spagnoli.

Pel monte di pegni si racconta (1) che l'operazioni cominciarono al giorno 8 marzo 1606 e che furono, sul principio, assegnati dodicimila ducati al mutuo senza interessi.

Assorbì questo banco, nei secoli XVII e XVIII, la maggior parte degli affari fiscali, per la sua prossimità al palazzo reale, dove allora stavano l'amministrazioni finanziarie, e principalmente perché la sua qualità d'istituzione spagnuola procacciava le simpatie del Viceré e dei principali ministri. Però tali affari non lo fecero regolare meglio degli altri, anzi lo misero varie volte in pericolo.

I governatori, che avrebbero dovuto tenere l'ufficio solo per due anni, come negli altri banchi, trovavano modo di durare molto più. Aspettava S. E. che fosse successo qualche inconveniente per imporre il rispetto della regola.

Nel 1702 fu necessario di sopprimere il monte di pegno, che riaprirono due anni dopo (7 giugno 1704) ma col fondo di soli ducati 20,000, accresciuto in seguito mediante permessi taciti od espressi del Viceré. Questo monte riceveva solo l'oro e l'argento, con esclusione delle gioie e di qualsiasi altra materia.

L'inabilità degli amministratori fece rinunziare al traffico sui fondi pubblici, anzi fece domandare la sanzione regia per una conclusione del 1704, con la quale si proibiva assolutamente di far vendite d'annue entrate, od altre alienazioni sia perpetue, sia pure provvisorie di beni, per qualsivoglia motivo, anche urgentissimo, sotto pena di privazione d'ufficio e d'altro, a beneplacito di S. E.

1 Memoria inedita del Marchese Ciccarelli Reggente del Banco delle Due Sicilie, Gennaio 1845 vol. 1156 dell'archivio del Segretariato Generale.

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Così San Giacomo potette molte volte dichiarare che non teneva creditori strumentari, che non aveva peso alcuno d'annualità con in nessuno luogo né persona. non avendo mai preso denaro ad interesse per lo quale dovesse corrispondere alcuna annualità o terze".

Ma, se mancavano debiti legittimi, abbondavano invece gl'illegittimi, le deficienze cioè di cassa e di guardaroba, coverte dalla circolazione di carta nominativa. Nel 1744 si scoverse che i conservatori dei pegni usavano di sottrarre gli oggetti loro confidati e d'impegnarli come roba propria negli altri banchi della città. Disponevano così d'un cospicuo capitale che avevano dato a mutuo, ritraendone grossa rendita. Quando dal proprietario si ridomandava il pegno la frode non si scopriva, perché l'oggetto esisteva in un altro monte ed essi lo spegnavano e lo restituivano dopo piccolo ritardo. I cassieri da parte loro si servivano con la massima impudenza dei depositi fiduciari.

Tenendo segreti questi fatti si tirò innanzi vari anni, ma nel 1757 e 1758 le correrìe, che erano giustificate dalla deficienza di settecentomila ducati, fecero sospendere i pagamenti del Banco San Giacomo. L'avrebbero probabilmente distrutto, se gli altri istituti di Napoli non consentivano a tenere in cassa carta sua, per l'ammontare di quattrocentomila ducati, senza domandarne baratto. Dicono le conclusioni.

31 gennaio 1761. Essendosi da noi considerato che il signor D. Marcello Ferro, nostro collega, e che sta incaricato di sopraintendere all'esazione del denaro dovuto da' debitori del nostro banco, in virtù delle loro confessioni, obblighi ed istrumenti, fatti fin da che si penetrarono le arti detestabilissime di coloro che ne avevano sottratto considerevoli somme, onde avvenne la prima correria del Banco. E quantunque non siesi creduto mai regolare che ai signori governatori, per le fatiche che fanno per lo buon governo del banco, si avesse a dar loro veruna ricognizione, a ogni modo, come il caso occorso quanto è stato straordinario, altrettanto è stato fastidiosissimo e pieno di fatali conseguenze per la sussistenza del banco; per cui provvedendosi di avvocati fuori di esso, oltre l'avere a palesare con intempestiva pubblicità le cose, scritture e libri del banco stesso, avrebbero dovuto essere non piccole le ricognizioni che s'avrebbero dovuto fare. Quindi,per risparmiarle il meglio che si potesse, a vendono dato il maggiore carico all'anzidetto nostro collega D. Marcello Ferro, ed avendo il tutto, per quanto è stato dal canto suo, procurato disimpegnarlo con zelo e dottrina, abbiamo stimato farli una ricognizione di Duc. 150 in contrassegno del gradimento di quanto fui fatto in queste circostanze, cotanto critiche per lo nostro banco.

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31 gennaio 1761. Avendo il signor D. Ferdinando Santoro, fu governatore del nostro banco, in tempo del suo governo, fatta ricevuta di essergli stati esibiti e tenore in suo potere li mandati di città n.° 85 ritrovati nella cassa piccola di Michele Un oro, fu nostro sotto cassiere, che dolosamente gli aveva ànticipati a diversi mercanti, in somma di ducati 286755. Li quali, in tempo della prima correria, nelli mesi di ottobre e novembre 1757, dalla real clemenza di S. M. Cattolica, mediante il zelo ed assistenza cosi dell'III signor cav. delegato (Francesco Vargas Macciucca) come di detto signor T). Ferdinando, furono ripartiti per tutt'i banchi di questa capitale, acciocché no avessero Mesi tanti nostri riscontri quanta era la rata che a ciascuno fu assegnata, con real dispaccio in data dei 2 novembre di detto anno 1757; per riscuotersi poi e rimborsarsi la detta rata da ciascun banco a misura che sarebbero maturati li detti mandati; e per li quali non contenti gli anzidetti banchi dai soli mandati originali, che loro si erano consegnati, domandarono anche che dal nostro banco loro si fossero fatto le fedi di credito per la corrispondente somma, come in fatti si fecero; eccetto che al banco dello Spirito Santo, il quale dopo che prese tanti riscontri di nostro banco quanta fu la rata dei mandati di Città che li fu data in virtù di detto dispaccio, li rimandò al nostro banco con farsene fare ricevuta. Ed essendosi finalmente, dopo il corso di tre anni, stato restituite tutte le anzidette nostre fedi di credito, per causa che li mentovati banchi hanno esatte dalla città tutte le rispettive somme, e ne sono stati pienamente soddisfatti. Pertanto ordiniamo ecc.

Causa principale del vuoto di cassa e della correria fu dunque il pagamento anticipato di un debito del Municipio di Napoli, di ducati trecentomila circa. Ma ci concorsero le mancanze nelle guarda robe, la disordinata scrittura dei conti apodissari e molti prestiti che certi cassieri si permisero di fare a proprio vantaggio, con denaro del pubblico.

Per ripianare il vuoto di settecentomila ducati, San Giacomo diminuì la spesa, soppresse tutte l'elemosine, assottigliò il numero e gli stipendi degl'impiegati, fece insomma molti sforzi affinché migliorasse la proporzione della rendita netta, che investiva tutta in minorazione del passivo. Nel 1774 aveva ridotto lo sbilancio a ducati 550,000 e nel 1780, giusta relazione del suo Delegato Crisconio, a D. 400,000. Giovandosi del credito ricuperato dalla sua carta, moltiplicò i mutui attivi e collocamenti fruttiferi, aprendo cassa di pegno a quattro per cento, cioè a ragione più discreta di quella degli altri banchi, per vincerli nella concorrenza. Molto probabilmente avrebbe toccato la meta del perfetto bilancio, e liberato da ogni ipoteca il suo cospicuo patrimonio, se non fossero sopravvenuti i guai del 1794. che. raccontammo diffusamente nel terzo capitolo.

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11. Il Banco SS. Salvatore, ultimo per data di fondazione, fu l'unico che nacque senza scopi filantropici, senza legami con istituti pii.

I consegnatari o amministratori del provento d'una gabella sulla farina, che dovevano fare ogni mese migliaia di riscossioni e pagamenti, pensarono che il movimento di capitali imposto dalla loro gestione potesse bastare per la vita del settimo istituto di credito. Dicendo al Viceré che le varie casse di circolazione non li servivano con sufficiente zelo, che si perdeva troppo tempo per depositare nei banchi la moneta e per notare le 'polizze, cioè avvalorare cheques, ottennero, nel 1 640, il permesso di fondare la cassa di credito della gabella della farina sotto il titolo del SS'. Salvatore. Lo statuto si approvò con decreto del consiglio collaterale del 17 Aprile 1640, a relazione del Reggente Casanata, e concedeva monopolio al nuovo ente per qualsiasi movimento di moneta fosse prescritto dai numerosi contratti d'appalto e di vendita della gabella.

Non e' era capitale patrimoniale, ma i fondatori speravano di raggranellarlo a poco a poco, col mettere a frutto le somme giacenti, vale a dire le rate di rendita dell'imposta che non si dovevano pagare senza l'adempimento di qualche formalità, come pure ciò che non si domanderebbe dai creditori per dimenticanza, perdita del titolo, morte ecc.

Uno dei fondatori prestò diecimila ducati perché cominciassero le operazioni di un monte di pegni ad interessi, simile agli altri già esistenti, che col suo provento doveva sopperire alle spese d'amministrazione. Il resto dei fondi si prese in seguito dalla rimanenza dei depositi, tenendo collocati fruttiferamente D. 40,000, in media, nel secolo XVII e poco meno di D. 200000 nel secolo XVIII.

La vita di questo banco fu molto tempestosa. Parecchie volte dovette chiudere le casse, venendo a concordato coi creditori. Suo difetto intrinseco era la qualità di ente quasi fiscale, che gli toglieva il rispetto procacciato agli altri banchi dell'opinioni religiose e dalla filantropia (D.

(1) 1673. Ad un invito del Viceré di concorrere per riscatto di soldati spagnuoli presi dai turchi, risposero i governatori che davan D, 300, ancorchè il Banco non abbia istituto di far opere pie. Quella fu V unica spesa di beneficenza fatta nel secolo XVII.

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A ciò si aggiungeva, per dargli poca reputazione, la maniera scorretta com'aveva cominciato, poiché la regola del 1 640 niente diceva del monte di pegno, posto senza permesso, e dava facoltà d'avvalorare le fedi di credito, o certificati di deposito, per le somme lasciate nella cassa dai soli consegnatari dell'imposta, e che derivavano dalla ripartizione del provento della gabella. Abusivamente si converti la casso della farina in pubblico banco, non diverso dagli altri per l'ordinamento e per l'operazioni; cosicché quando i governatori furono invitati a dichiarare chi avesse loro dato facoltà di tare pegni e fedi di credito, non potettero presentare altro che soprascritte di poche lettere del Viceré, dove l'istituto era, chiamato Banco, con qualche documento di tribunale.

Altro fatto che contribuiva all'inferiorità del Banco Salvatore, era la direzione data ai consegnatari dell'imposta. Calcolandolo come un nuovo affare della gabella, lo lasciarono in balia delle persone stesse che si dovevano brigare della farina, e tali persone si continuarono a scegliere per via d'albarano cioè lista di sei governatori, discussa, concordata e firmata dalla maggioranza dei comproprietari. Però s'usavano le tacite conferme, con le quali diveniva perpetuo l'ufficio di governatore, convocandosi gli elettori per nuove scelte nei soli casi di morte o dimissione. Al 1660 i governatori si ridussero a cinque e nel 1706 a quattro. Avvenne la prima diminuzione perché non parve conveniente far tenere dallo stesso individuo i due uffici di Delegato Protettore con nomina del Viceré, e di Governatore per elezione dei comproprietari. La seconda poi fu effetto d'un pettegolezzo, perché il Duca di Castelluccio, come titolato, pretendeva il primo luogo e gli altri colleghi, come anziani, non glielo vollero cedere; rimase per conseguenza vuota la sedia. Carlo III fece cessare, nel 1758, la perpetuità della carica di governatore, comandando al Banco Salvatore che imitasse gli altri e facesse presentare la lista di tre candidati alla successione da chi terminava un biennio d'esercizio. Nondimeno le scelte cadevano sempre sui consegnatari dell'imposta, rispettando, in quel ceto di creditori dello Stato, un dritto di tenere il governo del Banco.

Dopo soli cinque anni d'esercizio, il Salvatore sospese i pagamenti a Luglio 1647 e li ripigliò nel 1650. tacendo concordato coi creditori, che si dovettero contentare del quaranta per cento.

La transazione consistette nel cedere ai portatori della carta nominativa le azioni che teneva il banco nella regia della gabella ed un credito cartolario sulla Casa Spinola. Calcolandole al valore nominale, l'azioni rappresentavano 60 0|0 del passivo del Banco, ma poiché si vendevano con grande discapito

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ed occorreva di pagare molte quote con numerario non titoli, fu pareggiata la condizione di tutti per la valutazione di 32 per 100. Gli altri otto centesimi poi, compimento del quaranta per cento, furono distribuiti a tutti in contanti; ma dopo molti anni, quando cioè si riscossero dagli Spinola le somme che dovevano.

Alcune carte danno la colpa al cassiere Bartolomeo di Stefano, che accusano d'un vuoto di D. 100,000: ma pare che il fallimento fosse conseguenza dei tumulti popolari e fatti politici del 1647, che mandarono in rovina tutti gl'istituti di Napoli.

Altra sospensione di pagamento nel 1664, questa volta per tradimento del cassiere Carlo Pulcarelli e per cattivo indirizzo. Facendo il bilancio si conobbe poter distribuire sessantasei per cento circa, ed il Protettore Delegato, con la speranza di giovarsi dei crediti abbandonati, non solo promise settanta per cento, pagabile in sette uguali rate mensili, ma soddisfece integralmente il fisco, il municipio di Napoli e gli assegnatari della gabella. Troppo tardi s'accorse che aveva fatto male i conti e che i denari non bastavano; ma fu rimediato alla meglio coi proventi d'un capitaluccio che si tenne ad interesse nel monte pegni, e col soddisfare a piccole rate i creditori ritardatari, facendo durare più di trent'anni la liquidazione del conto 1664. Non fu questa la sola prova d'imperizia data in tale occasione. Si conservano in archivio molti conteggi, lettere ed. atti per la deficienza Pulcarelli, che sebbene compilati per ordine del Delegato e dei Governatori sono la loro condanna. Dal 1648 al 1661 non contarono la cassa, ovvero computarono a discarico del cassiere parecchi prestiti ad interesse, con o senza pegno, ch'egli, usufruendo delle somme confidategli, aveva fatto per proprio vantaggio. Le date di tali prestiti e la controversia giuridica per quello a Felice Basile di D. 4148,48, nella quale presero parte i Governatori stessi, mostrano che li sapessero ma non e' avessero provveduto. A 14 ottobre 1661 il Pulcarelli si rifugiò in una chiesa (le carte non dicono quale) con tutto il residuo denaro del Banco, e di là. forte del dritto d'asilo, fece sentire ai Treposti, per mezzo d'Ottavio Brancaccio, che se non gli rilasciavano ducati venticinquemila sarebbe coi denari uscito dal Regno.

Non valse la potestà del Viceré, cui ricorse il Delegato de Rosa, ed i Governatori subirono l'umiliazione di firmargli formale quietanza, con una coitehrsiove dal ladro dettata, che infelicemente cercarono di rendere nulla, mediante preventiva protesta scritta nella quale dicevano di sottostare alla forza ed alla necessità, e che non volevano né intendevano di danneggiare il Banco. (1).

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(1) Protesta dei Governatori.

Avanti il Regio Signor Consigliere Giuseppe de Rosa, Delegato per Sua Eccellenza del Banco del Santissimo Salvatore. compareno li Signori Governatori di detto Banco, et esponeno come Carlo Pulcarelli, cassiero di quello, si sia rifugiato in Chiesa, a di 15 del presente mese di ottobre 1061, e portatosi appresso di se molte migliaia di ducati, coll'intenzione di non ritirarsene se prima da detti signori Governatori non se li farà escomputo dì ducati venticinquemila, con conclusione da consegnarseli originalmente; quali ducati venticinquemila dice ritrovarsi meno nella cassa così per causa del contaggio come per diverse altre cause. Il che considerato da detti signori Governatori, hanno trattato diversi modi, e fatteli varie promesse acciò ritornasse; e, non essendo stato possibile, alla fine per rimediare all'improvviso successo sono stati costretti offerirli delli detti ducati 25000 rilasciarli ducati dodicimila e li altri ducati tredicimila restarne sospesi. E perché di questo trattato devono farne conclusione, per consegnarcela originalmente, perciò prima, con la presente, si protestano che la detta conclusione non si fa di loro volontà, ma sono forzati a farla per rimediare a maggior danno; e per servizio del pubblico e del Banco predetto, al quale non s'intende con quella farsi pregiudizio alcuno in ogni futuro tempo; atteso condiscendono a tale risoluzione assolutamente per ricuperare quelle quantità di denari che detto casciero si ha ritirato in chiesa. E fanno instanza al detto Regio sig. Consigliero Delegato che con la sua giudiziaria autorità voglia interponerli decreto che citra praeiuditio di tutte le loro ragioni e del Banco suddetto contro qualsivoglia persona, li sia lecito fare detta conclusione, mentre cosi stimano espediente per servizio del pubblico e buon governo del detto Banco, qual decreto, insieme con la presente, si debba conservare dal Segretario del Banco ad ogni futura cautela, (non ci sono firme).

Die 20 mensis 8bris 1661 Neap. Per militem. utriusque. I. D. Josephum De Rosa Regium Consiliarium et per S. E. Delegatimi Banci SS. Salvatoris, fuit provisum et decretum quod praesens comparitio conservetur penes Mag. Secretarium Banci praedicti, pro futura cautela supradictorom Gubernatorum; quibus et Banco praedicto, per conclusionem per eos faciendam, nullum inferatur preiudicium - Joseph De Rosa.

Conclusione data a Pulcarelli.

A di 22 ottobre 1661. Congregati li signori Governatori del Banco del Santissimo Salvatore nelle solite stanze dell'udienza, ed avendo letto il memoriale di Carlo Pulcarelli cassiere del Banco, ed udito le sue istanze le quali contengono che essendo stato esercitato da lui per anni quindici il detto uffizio con ogni finezza e fedeltà, senz'essere stata assegnata altra'provvisione che D. 18 il mese, avendo egli pagato molto più alli sustituiti, che per l'affluenza dei negozi è stato forzato tenere; e per lo spazio di tal tempo essendo seguita la deplorabile calamità del contagio, nel qual tempo, ritrovandosi sospeso il commercio di tutti li altri banchi, egli tenne aperto questo dei Santissimo Salvatore negoziando indifferentemente; stando sempre senz'aiutanti, essendone morti nel principio del morbo sette successivamente, perlochè non era possibile con oculatezza contar solo la moneta a tanto numero di persone, la maggior parte infette, senza irreparabili sbagli, ed in conseguenze senza perdita notabile. E di più, servendosi la fedelissima Città del Banco, viene di necessità ad introitarsi in esso la moneta di cavalli, portata dai panettieri; seguendo il simile per li arrendamenti della farina vecchia ancora, servendosi di tal Banco li signori Deputati di esso arrendamento, correndo anco la moneta metà de cavalli, nel contante, quali con la cambiatura di essi ci è stata perdita notabilissima. In modo che misurandosi il tempo del suo esercizio così lungo, incontrò perdite di grandissima considerazione, mentre che a molti altri cassieri d'altri Banchi di questa fedelissima città, senza ne patissero danno nessuno, li è stata fatta defalcazione di considerabili somme.

Pertanto ha supplicato che se li bonificassero e deducessero D. 25000. E fatta matura reflessione da detti Governatori di materia tanto importante, tenuto sopra di essa varie sessioni, e considerata la suddetta istanza, ed avendo fatto pensiero a molte ragioni urgentissime le quali ne hanno mosso la mente, hanno concluso e deliberato, con parere e voto comune, senza discrepanza di nessuno, che li debbano contare li denari de la cassa, e ritrovandoli giusti, in conformità del bilancio del libro maggiore, gli debbano bonificare e defalcare da detto conto

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Un simile fatto avrebbe dovuto scuotere i Preposti, invitarli a licenziare il cassiere appena potessero, contentandosi d'aver perduti D. 25,000, e so non lo consentiva qualche altro segreto patto del quale non c'è traccia scritta, dovevano almeno badare bene che non crescesse la deficienza. Ma questa, quando tre anni dopo si risolvettero a farlo filialmente carcerare, giungeva a D. 58.000 (1).

D. 12000 e per altri ducati 13000 in conformità delle sue pretensioni si riserbano di pigliareappresso la risoluzione, sospendendo però di chiedere il rimborso d'essi, fintanto si considereranno molte scritture su tal materia e si riveggano di nuovo li conti e per vedere se vi sia errore; determinandosi che da qui avanti si abbia ogni principio del mese da contare la cassa dal sig. Governatore mensario per togliere affatto per l'avvenire di chiedere più deffalcazioni ed escomputi. E così hanno concluso e determinato li sottoscritti governatori del Banco del Santissimo Salvatore -Macedonio -Miranda -Lanfranclii - Aulisio - Citarella.

(Non fu trascritta nel volarne delle conclusioni né in quello degli appuntamenti).

(1) Relazione al Viceré del Delegato De Rosa.

Illust. ed Eccel. Signore. Con viglietto delli 5 del presente si servi V. E. rimettermi l'inclusa nota presentata a V. E. per parte di Carlo Pulcarelli, olim cassiero del Banco del Salvatore, ordinandomi che io le riferissi quello che intorno ad essa mi occorreva. Che perciò, per obbedirla come devo, dico, che il debito del detto cassiero non solo è di D. 50000, come dice lui, ma di D. 58000, che tanto si ritrovò quando io lo carcerai e gli contai la cassa, e ne feci fare atto pubblico dallo scrivano, firmato dall'istesso cassiere. Anzi, adesso che si sta formando bilancio più esatto dalli ufficiali del Banco, mi dicono che cresce più detto debito per certe partite che non se l'erano caricate.

Per quello che poi tocca alli discarichi che lui pretende. Al primo di D. 25000 che suppone esserseli fatto d'escomputo dal presente governo, dovria bene detto cassiere ricordare come passò quel fatto. Poiché a 15 di ottobre 1661, giorno di Santa Teresa, il prescritto cassiere si ritirò in chiesa, e mandò a patteggiare con li governatori del Banco, che voleva D. 25000 d'escompnto che dicea mancarli in cassa; li quali governatori, sospettando, come era probabile, che lui si avesse preso o tutto o maggior parte del denaro che era in cassa, bisognò che per evitarne mali maggiori, promettessero di fare quello che lui voleva, acciò ritornasse al Banco. Come con effetto sotto il di 21 dell'istesso mese li firmarono una conclusione, nella quale asserirono quello che lui volle, e gli fecero escomputo di D. 12000; e per l'altri D. 13000, sino alli 25000, promisero di sospenderli sinché si vedessero meglio lì conti, come dalla copia della conclusione che viene alligata con questa.

Però, prima di fare detta conclusione, li governatori me ne diedero parte e si fecero proteste avanti a me che tutto quello lo facevano forzatamente e per evitare il danno maggiore del Banco, al quale non intendevano fare pregiudizio alcuno con detta conclusione; ed io sotto li 20 dell'istesso mese li feci decreto che per conclusionem per eos faciendam nullum inferatur praeiudicium Banci, come dalla copia della protesta e decreto che viene alligata. E deve V. E ricordare che di tutte questo fatto glie ne diedi parte, riferendole a voce tutto quello era passato, e V. E. mi disse che avessi visto allora di riparare al meglio si potesse, che poi si saria preso rimedio opportuno; sicché il voler oggi allegare quello escomputo è allegare un doppio delitto. Oltre che li governatori, anche quando volontariamente avessero voluto fargli l'escomputo di D. 12000, nemmeno teneano quella potestà; né la causa delli danni patiti in tempo del contagio potea importare quella somma, essendosi visto che gli altri Banchi, che pure sono stati in quel tempo, non hanno patito simil danno; oltre ciò che può rispondere agli altri D. 13000 che non furono cscomputati, ma solo sospesi. Sicché per questo capo detto Carlo non ha difesa.

Alla seconda partita delli D. 8600, che dice doversi cioè D. 6400 da Ger. Lignito e D. 2200 da Donato ed Andrea Pisano, si dice che quelli furono sotto cassieri posti dall'istesso Carlo a sua risico e pericolo, ed avendosi preso il denaro del banco nell'anno 1655, si obbligono di restituirlo fra certo tempo, ma senza pregiudizio dell'obbligo dell'istesso Carlo principal debitore,

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Terza crisi nel 1681, pure per cattiva amministrazione; però senza deficienza di cassa. I creditori si pagarono integralmente, ma per un quarto a vista e per gli altri tre quarti dopo quattro mesi.

Narreremo, nel seguente capitolo; come avvennero l'altre sospensioni di pagamenti del 1701 e 1794 che in parte derivarono da infedeltà dei cassieri e dappocaggine dei governatori, ma furono anche conseguenza di fatti politici che scossero il credito pubblico dell'intero regno di Napoli.

Ebbe stanza questo monte e banco prima, colf amministrazione e archivio della gabella della farina, nel chiostro del convento di S.M. di Montevergine (strada. dell'Università). Dal 1652 alla casa di Giov. di Gennaro in via Forcella, dirimpetto la chiesa dei SS. Filippo e Giacomo e poi nel palazzo al largo S. Domenico che comperò per ducati diciottomila dai Principi di Castiglione, di casa Aquino nel 1697, ed era prima appartenuto alla famiglia del Balzo (1).

Dall'avvocato signor Orazio Faraone (2) fu pubblicata la rappresentanza al Re del Delegato Michele Iorio. 15 ottobre 1789, che trascriviamo pei ragguagli che fornisce sulle condizioni finanziarie di questo Banco, verso la fine del secolo passato.

come dalla fede dell'instrumento che viene acclusa. Ma perché quelli tali erano persone decotte, e non se n'è esatto quasi niente, ed al presente non vi sono effetti di considerazione, e li detti obbligati sono morti, ed uno ch'è vivo va fuggendo, onde ne resta detto Carlo debitore.

Alla terza, dei D. 3025 che dice aver pagato al Banco di Sant'Eligio, quello non è vero, essendosi pagati di denari del Banco a lui bonificati. Di questo non se n'ha notizia, non avendo lui mai tenuta tal pretensione, che perciò giudico non sia vera se non ne porta prova concludente.

Alla quarta delli D. 750 pagati per mandati spediti dalla deputazione della salute in tempo del contagio, il banco non ha potuto ricuperarne cosa alcuna con tutte le diligenze fatte, ben note a V. E. solamente lui stesso ne ha ricevuto D. 200.

Alla quinta di D. 4500 improntati da lui al quondam Felice Basile in effetto non sono se non D. 4148.2.3. Ancorché il Banco ne abbia avuto aggiudicazione di simil somma dalli effetti di detto Felice sopra il pane a rotolo, nondimeno li creditori di detto Felice anteriori cercano a levarli dal Banco e c'è attualmente la lite.

Al sesto ed ultimo delli D. 0000 che dice di avere di pleggi sicuri e solvendi, questa è una bella forma di discarico! Lui si piglia li denari dal banco e con quello viene a confessare il furto che ha fatto, e poi vuole che il banco vadi appresso alli pleggi! Oltre che li pleggianti sono di molto poca considerazione.

In quanto poi al dire che a tempo di Sua carcerazione la cassa non fu ben contata, questo non può asserirlo con verità, perché fu contata esattamente, in presenza mia, di tutto il Governo e molti testimoni, e dello scrivano della causa, e colla sua assistenza; ed io ne feci fare atto pubblico firmato da lui stesso prima che andasse carcerato.

Questo è quanto posso riferire a V. E. intorno a questa materia, rimettendomi del tutto alla sua incomparabile prudenza, con la quale risolverà quello li parerà più conveniente. Intanto resto facendoli umilissima riverenza. Li... 1664,

11.

Dopo d'aver litigato vari anni, si transigette nel 1732 per D. 4500 un controverso dritto di ricomprare il palazzo che pretendevano tenere gli eredi del venditore.

12.

Del passato, del presente e dell'avvenire del Banco di Napoli.

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«S. R. M. Con Real carta dei 23 settembre prossimo caduto, noi tempo stesso che si degna Va M.a rescrivermi di essere rimasta intesa di quanto io Le avea umiliato, con rappresentanza del dì 5 detto, relativa ai sussidii ad Elisabetta Bianchi, Piccola Tizzani, Maria Sarnataro, P. Anna e D. Narcisa Furiel; mi comanda che rimetta alla 31. V. pel canale di codesta Regia Segreteria di Stato e Casa Reale, il bilancio d'introito e di esito di questo Banco del Salvatore».

«Ed io, in obbedienza e per maggior esattezza, trascrivo in breve a V. M. lo stato del Banco dell'intero caduto anno a tutto dicembre 1788, quello stesso appunto che ai 6 agosto dello scorso anno 1788, ricevuto l'onore della carica di Delegato del suddetto Banco, fu da me esaminato e discusso, e ai 20 dicembre dello stesso anno non mancai di umiliare a V. M.».

«Rilevai adunque dal medesimo che le rendite proprie del Banco non ad altro ascendono che alle somme di circa 15 in 16 mila ducati l'anno. Che altrettanta somma, a un dipresso, si ritraeva dall'interesse dei pegni; e che finalmente dal capitale di circa mezzo milione, non proprio del Banco, perché il denaro lo aveva preso dal pubblico e lo avea impiegato in compra, ne lucrava l'interesse di circa altri ducati 10000; meno o più secondo le restituzioni del denaro, ed altre cause straordinarie che accadono alla giornata.»

«Esaminai al contrario i pesi intrinseci del Banco, e rilevai che quelli ascendevano a circa ducati annui 18700. Passai alle spese necessarie per lo meccanico di esso, ed osservai che quelle montano alla somma di circa annui ducati 15300, tra le quali erano comprese circa annui ducati 8500 di elemosine; e che finalmente appena avvanzavano circa ducati 10000, più o meno come sopra quelli stessi che si ricavano d'interesse dal capitale non proprio del Banco, perché di denaro del pubblico, a cui ad ogni semplice richiesta fovea restituirsi».

«Da ciò due prossimi nascenti assurdi rilevai. Uno cioè che il Banco era debitore del pubblico di mezzo milione, perché lo aveva, impiegato in compra, e non avea un modo facile a potere assicurare un tale debito; talché, domandandosi dai depositanti il loro denaro, non lo ritrovavano. L'altro, peggiore del primo, che invece di baciarsi a togliere, con qualche annuale avanzo, una tale ingente somma, che aveva il Banco contratto di debito col pubblico, quello si impiegava in buona parte ad elemosine. Ve chiesi conto, ma rilevai dal registro delle rappresentanze che questo stesso, conosciutosi dal fu D. Nicola Vespoli, mio antecessore Delegato, avea rappresentato a V. M. in agosto 1777, che il Banco non potea sostenere il peso di elemosine; perché non avea, né fondi addetti per le medesime, né sostanze sufficienti a poterle sopportare. Non avea fondi poiché il suo istituto lo ebbe dalli consegnatari dell'arrendamento delle farine, i quali, invece d'introitare ed esitare per li Banchi in allora già eretti, stabilirono una cassa particolare per gl'introiti e gli esiti di loro pertinenza; per cui si chiamò cassa delle farine, che poi col tratto di più tempo divenne un pubblico banco. Non avea sostanze sufficienti, perché li pesi assorbivano le rendite, anzi quelli si soddisfacevano in parte col prodotto dell'interesse dei pegni. Soggiungendo a V. M. che per queste tali ragioni si era fatto una ragionatissima conclusione, colla quale restò stabilito, per punto fisso, che non si fossero oltrepassati ducati 3000 annui di elemosine, nascenti dall'espressato prodotto dell'interesse dei pegni.»


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«Non ebbero benigno ascolto tali suppliche; e seguitando a crescere di giorno in giorno le limosine, dopo qualche tempo e propriamente di gennaio 1782, fu costretto il detto fu

Delegato Vespoli di nuovamente rappresentare alla M. V. supplicandola, della sospensione di detto elemosino; poiché quelle giunte già erano alla somma di circa ducati annui 5000, abbenchè vi fosso stato lo stabilimento suddetto di non oltrepassare la cennata somma di ducati 3000, per le additato ragioni».

«Queste seconde suppliche neppure ebbero sfogo; e continuando, con qualche lentezza per altro, ad aumentarsi le elemosine, e perché il detto fu Delegato Vespoli era passato alla caricagli Direttore delle Reali Finanze, e quella di Delegato del suddetto banco non ora stata ancora conferita dalla M. Ar., si vidde nel l'obbligo il Giudice della (Iran Corte D. Paolo Guidotti, allora Governatore del Banco medesimo, rappresentare a V. M. in giugno 1786, che si fosse degnata sospendere i reali ordini per nuove elemosine, giacché quelle erano cresciute al doppio dello stabilimento fatto colla surriferita conclusione».

«E Vostra Maestà, con Reale dispaccio del 1° luglio 1786, rescrisse al detto Giudice Guidotti, che si era reso cal'ico dei motivi esposti, onde il Banco suddetto non era in grado di gravarsi di elemosine,oltre a quelle già stabilite, che per niun titolo era in obbligo di fare. E che, per governo ed intelligenza, dichiarava la Maestà Vostra che avea sempre fatto insinuazione e non comando, e perciò li Governatori doveano regolarsi colla loro prudenza ed a misura delle forze del Banco».

«Ma non ostante le suddette reiterate suppliche del fu Delegato Vespoli e del Governo, ed il suddetto Reale dispaccio, continuarono sempreppiù ad aumentarsi a dismisura le dette elemosine; perché furono in maggior numero i reali dispacci coi quali V. M. comandava che quelli coi quali insinuava; fino a che giunsero alla mentovata somma di ducati annui 8500».

«Ritrovando io in questo stato le coso, sembrò a me un dovere rinnovare alla memoria di V. M. i suddetti alti e giusti motivi, pei quali degnata si fosse esentare questo Banco da ulteriori elemosine, mentre quello erano cresciuto a detta considerabilissima somma di ducati 8500 annui, umiliandole ancora l'intero stato di detto Dauco. Di fatti la M. V. si degnò incaricare la persona di D. Giuseppe Marciano, per lo riscontro e verificazione di quanto nello stato erasi esposto. Ma quando credeva che ben giusto si fossero rinvenute le cause, per le quali il Banco dovea esentarsi da dette elimosine, pure tra il corso di men di un anno, queste sononsi aumentate in altri ducati 200 circa; sicché oggi importano tali annuali distribuzioni di elemosine Duc. 8700 circa».

«Ora io aggiungo ai detti fatti le seguenti circostanze che vi concorrono Per la negoziazione oltremodo cresciuta veniva ritardata la scrittura nel suo giro; e restando impedito quell'ordine, col quale solamente può regolarsi e reggere il Banco, accadevano dei disordini tali che, coll'andare del tempo, senza meno recar doveano al pubblico ed al Banco uh notabile danno. Per l'opportuno riparo del quale, si è dovuto crescere nel principio del corrente anno altro numero di uffiziali, le annuali provvisioni dei quali sommano ad annui ducati 1156. Dippiù è inevitabile accordar quasi ogni anno qualche perdita o spesa straordinaria, cui deve succumbere il Banco; come appunto è avvenuto questo anno, essendosi perduta ogni speranza di barattarsi molte migliaia di monete forestiere,

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per lo stesso prezzo che si ritrovavano da molti anni Pegnorate nel Banco; quelle si sono principiate a vendere in parte e su di questa porzione venduta il Banco ha perduto ducati 4849,30; restando tuttavia a vendersi il resto, dove in conseguenza dovrà fare altra perdita. In tempo del fu Delegato Vespoli, circa l'anno 1778, nel tesoro del Banco vi esisteva più di un milione di contante, in oro ed argento. Nel principio della mia delegazione, cioè m agosto scorso anno, ne ritrovai esistenti 727 mila e rotti. E nel corso di circa un anno,per le richieste del pubblico, si sono tolti dal Tesoro ducati 230000. Sicché ora appena esistono in esso ducati 497000 e rotti. Da che ho avuto la carica di Delegato, non ho impiegato in compra neppure un ducato, perché ho conosciuto mio preciso dovere di economia e giustizia, che quando anche dal bilancio dell'introito e dell'esito, in fine anno, avvanzasse somma, questa dovesse erogarsi in dismissione del debito che ha il Banco contratto col pubblico e non già di accrescerlo, né farne altro uso del detto avvanzo. Da ciò la conseguenza ne risulta, che la rendita del Banco di giorno in giorno diminuisce, perché si fanno delle restituzioni di capitali al Banco, e quelli non si reimpiegano. L'interesse dei pegni anche deteriorando da quel che era prima, perché il capitale impiegato in esso va diminuendo, avendo sospesa la pegnorazione da qualche tempo, per la notoria scarsezza del contante e per le additate altre circostanze del Banco. Finalmente riferisco che il detto capitale impiegato in pegni era, pel passato anno, circa 80000 ducati dippiù di quello che è oggi».

«Queste, o Signore, sono le circostanze del Banco, che come fedele conservatore delle sostanze del pubblico, debbo far presenti a V. M. affinché si degni risguardarle cogli occhi di sua clemenza reale e si compiaccia concorrere ad annuire alle mie umili suppliche. E il Signore Iddio feliciti la M. V. e la "Reale famiglia per lunghissima vita, a seconda dei voti dei vostri fedelissimi sudditi. Napoli 15 ottobre 1789. Di V. S. M. umilissimo vassallo-il Delegato del Banco del SS. Salvatore-Michele De Iorio»

Soverchiamente timido si mostra, con questa lettera, il Delegato Jorio. Se tutti gli altri amministratori avessero pensato ed agito nel medesimo modo, i banchi di Napoli non avrebbero mai posseduto un patrimonio o capitale proprio, né recato avrebbero giovamento alcuno. Infatti egli chiama jwossimo nascente assurdo (!) tenere investito di mutui ed in fondi pubblici (compre) ducati cinquecentomila. Riscuote per conseguenza li crediti appena scadono, si astiene da qualsivoglia collocamento o reimpiego, e preferisce le diminuzioni di utili agli aumenti di debito. Vuole in somma cambiare il banco di circolazione in vera e propria cassa di deposito, sì che la carta emessa sia effettivamente rappresentata dai sacchi di scudi.

Riflettendo nondimeno sullo scopo della lettera, che è una specie ' d'invito a S. M. per non tormentare maggiormente il banco del Salvatore, comandandogli largizioni ed elemosine alle quali non era tenuto, si approva la straordinaria prudenza della quale fece pompa il Delegato. Notiamo pure che veramente la riserva metallica era scemata d'oltre la metà in pochi anni. Più che fra sette banchi il Salvatore stava al secondo posto per la circolazione

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(debito apodissario), al penultimo per la somma collocata in pegni, ed all'ultimo per gli utili annuali.

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12. Trascriviamo certe regole pel servizio pegni, messe dal Banco San Giacomo nel 1745, che rassomigliano molto a quelle degli altri Istituti, per notizia del modo come si conduceva a Napoli l'amministrazione dei Monti di Pietà, nello scorso secolo.

«Appuntamento dei Signori Delegato e Governatori del Banco dei SS. Giacomo e Vittoria. 1745 a 30 dicembre.

«Si è appuntato (a) di far fare le seguenti istruzioni, da stamparsi, attinenti alla cassa dei pegni di nostro Banco (b).

«1. Non deve essere permesso al cassiere dei pegni prendersi, con biglietti, dalla cassa (c) del Banco somma alcuna, per qualunque causa; sotto pena di privazione d'ufficio, tanto a lui quanto a chi li pagherà il denaro.

«2. Che per il denaro bisognevole per detta causa, si deve far polizza dal Governatore Mensario, non più di ducati 1000 la volta, pagabile al detto Cassiere, al quale se li deve dar debito dal Libro Maggiore, e discaricare tal debito con l'esito dei pegni; qual esito (d) deve notarsi dal Libro Maggiore o suo aiutante in una partita in sano giornalmente a due conti, cioè a debito del conto nuovo di pegni, ed a credito di detto Cassiere.

«8. Che in ogni sera il credenziere dei pegni faccia il conto dei dispegni e dell'interesse; dal corrente mese di gennaio avanti; atteso per lo passato si deve terminare il conto vecchio, ed introitarsi il denaro in Cassa Maggioro, siccome si è pratticato. Quale conto, firmato da esso Credenziere e dal Magnifico Razionale, che ne tiene il libro all'incontro, et in sua assenza o altro legittimo impedimento dall'aiutante del medesimo si consegni al detto cassiere, acciò nell'istesso giorno facci introito nella cassa maggiore e consegni al Cassiere Maggiore detto conto firmato: dovendo detto Cassiere Maggiore conservarsi detto conto, e badare se l'introito sia conforme alla certificatoria del Razionale e Credenziere. Ed in fine cl' ogni semestre dovrà il Cassiere Maggiore consegnare alla Revisione i detti conti, acciò si puntino con l'introito dal detto Revisore, o suo aiutante».

«4. Che resta incaricato l'aiutante del Magnifico Razionale, ogni sera, puntare il libro del credenziere con quelli del cassiere, ed andare di accordo anco con il libro del guardaroba.»

«5. Che il cassiere dei pegni,ogni sera, consegni le cartelle all'Esito di Cassa, acciò la scrittura vadi in corrente con li giornali, secondo l'istruzioni del Banco; e questi (giornali) puntino in sano con il Librò Maggiore cosi lo introito come l'esito».

(a) deliberato.

(b) Tutti questi provvedimenti presero quando fu conosciuta la deficienza fatta dal guardaroba Mazzarella e dall'orefice Savastano, i quali, come dicemmo, usavano d'impegnare per conto proprio in altro banco, la roba consegnata a S. Giacomo.

(c) Apodissaria o di deposito.

(d) Prestito o somma collocata.

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«6. Che non sia lecito al Credenziere e Cassiere dei pegni introitare e discaricare interesse dei pegni di qualunque sorta, se non si facci nel l'istesso tempo il detto pegno; potendo bensì questo novellamente impegnarsi con la giornata corrente; riserbandosi solamente al Governo di far ricadere l'interessi a conto (a) secondo la quantità del pegno e qualità del padrone del medesimo; il che dovrà pratticarsi quanto meno sia possibile, per evitare la confusione della scrittura e poca cautela del Banco.»

«7. Che non si possa vendere pegno di sorte alcuna ad istanza del padrone, senza licenza in scriptis del Governatore Mensario; il quale dovrà permetterlo con il consenso in scriptis del padrone; con far descrivere il pegno nella nota corrente, che dovrà fare il Credenziere, dei pegni che devono ponersi in vendita, dopo che detta nota sarà sottoscritta dal Governatore Mensario».

«8. Che non si facci pegno di sorte alcuna in testa d'officiali (b) e soprannumeri, né si ricevano p er mano dei medesimi, a tenore anco dell'appuntamento su di ciò fatto».

«9 Che pel' l'inviolabile osservanza delle presenti istruzioni, ne resti incaricato il Magnifico Razionale, sotto pena di privazione d'ufficio, se d'ogni inosservanza non ne dia subito notizia al Governatore Mensario; siccome ancora sarà privato d'officio ogni altro officiale che controvenerà alle presenti istruzioni; al quale effetto resterà a peso del medesimo Razionale consegnare una copia delle presenti istruzioni a ciascuno delli officiali di sopra nominati, con farsene fare ricevuta, cioè al Cassiere Maggiore e Sotto Cassiere, Libro Maggiore e suo aiutante, Revisore, Guardaroba, Orefici, Credenziere e Cassiere dei pegni. Restando però ferme l'altre istruzioni del Banco, circa l'obbligazioni di ciascun officiale dei pegni, purché non s'opponghino alle presenti.»

L'interesse sui pegni era discretissimo. Nel secolo XVII fu quasi per tutti del sette pei1 cento; poi, per iniziativa del Monte della Pietà, si ridusse a sei per cento nell'operazione ordinarie, ed a minor ragione per parecchie qualità di mutui garentiti. Ciascun Banco lo poteva mettere alla ragione che gli pareva; poiché nessuna regola antica contiene tariffa degl'interessi; praticamente però trattavano tutti nella stessa maniera la clientela. Li 17 luglio 1748, proposero i Governatori del Banco dello Spirito Santo ed i Protettori del Banco della Pietà di moderare gl'interessi sui pegni dal 6 al 4 per cento, Furono interrogati dal Re gli Eletti (Consiglio Comunale) della città di Napoli; costoro suggerirono il 2 per cento, e rammentarono d'avere, nel 1735, fatto calorose istanze al Re ed ai sette banchi per una generale minorazione.

Porta la data 1 febbraio 1748 un curioso opuscolo stampato: Ragioni per le ciucili si deve basscire e ridurre a più giusto e ragione vol modo l'interesse che si esige per li prestiti sopra pegno dai banchi e dai Monti di Pietà in Napoli; proposte da un Governatore della Regal Casa dello Spirito Santo. L'anonimo governatore voleva provare:

(a) Cioè non riscuotere l'interesse al momento della rinnovazione del pegno, ma aggiungerlo al valore della somma già prestata,

(b) Impiegati del Banco.

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"1.° Che tale interesse, così come ora si. esige, in ragione del sei per cento, è dalla morale cristiana detestato e condannato, perché lontano dalle massime e dai principi di quella vera pietà che ella insegna,"

"

2.° Che non è permesso della savia politica, perché opposto al bene pubblico ed alle leggi che sono al bene pubblico ordinate".

"3.° E che finalmente il menomarlo e recarlo a più giusto ragguaglio non è contro la conveniente utilità e la ben condotta economia dei banchi e dei monti medesimi".

Indipendentemente dal grosso capitale che la Pietà ed i Poveri tenevano collocato in pegni graziosi, molte somme si davano, pure senza interesse, da tutt'i sette monti ai luoghi pii; che impegnavano argenti nei casi di squilibrio contabile, quando, per ragioni di beneficenza o d'utilità, erano dall'Arcivescovo e dal Ministro facoltati ad indebitarsi.

Al pubblico concedevano quasi tutt'i banchi sei giorni franchi, computando l'interesse dal settimo in poi. Questo costituiva comodità, per le momentanee urgenze, ed appare dai libri che molti si giovavano di tale facilitazione. Il gran lusso d'argenti, sfoggiato allora da tutte le case magnatizie di Napoli, non meno che alla moda, si può attribuire alla larghezza dei Monti, che subito li convertivano in danaro e niente domandavano pei prestiti pegnoratizi di brevissima durata.

Quasi tutte le regole davano tre anni di tempo per riscattare i pegni; ma spesso si concedevano differimenti. Per le vendite si agiva con la massima buona fede e con molta deferenza pel proprietario del pegno. Fu deliberato dalla Giunta di governo del Banco 8. Giacomo a 12 maggio 1774.

"Le vendite dei pegni scorsi (scaduti), che si devono fare nella strada degli orefici a pubblico incanto, si faccino in ogni tre mesi; e con avvisarsi pria dellavendita suddetta li padroni dei medesimi dei quali si potrà avere k' notizia. E da oggi in avanti ordiniamo al custode ed all'apprezzatore dei pegni, che con bel garbo, procurino sapere dai pegnoranti dei pegni da ducati 50 in sopra, chi ne sia il vero padrone ed ove abita; affinché scorso il tempo del maturo si mandi ad avvisare, che fra il termine di giorni venti li mandino a dispegnare, altrimenti si venderanno; e se per avventura, dopo il suddetto avviso, e passati li suddetti giorni venti, non l'averanno dispegnati, se li mandi di nuovo avviso che accudiscano nella piazza degli orefici, nel giorno destinando, perché si venderanno li loro pegni".

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Volendo, ad ogni costo, impedire i monopoli, tutti gli antichi monti di Napoli non temettero le spese, fastidi e pericoli del metodo di vendita che aggiungeva alla legalità del pubblico incanto il buon prezzo che dipende dal saper fare del venditore. Tenevano perciò bottega in piazza degli orefici, pei metalli e gioie, ed alla giudeca pei panni, dove l'apprezzatoli, pagato con premio di tanto per cento, aveva tre mesi di tempo per raccogliere offerte sulle quali s'apriva la gara in prefìsso giorno. Quest'apprezzatoli, o magazziniere, si faceva coadiuvare da parecchi incantatovi, pure pagati ad agio, che portavano essi i pegni in giro, mostrandoli in tutt'i negozi delle due contrade ed offerendoli a quante più persone potevano. Allorché, compiuto il giro, non trovavano da vantaggiare, segnavano la posta, cioè l'indirizzo del migliore offerente, cui in seguito era liberata la roba quante volte nella pubblica definitiva licitazione non si fosse ottenuto altro aumento di prezzo. L'asta pubblica si teneva con le forme prescritte dalla procedura giudiziaria del tempo, ch'erano abbastanza complicate, facendo assistere un Governatore, il Razionale, il Segretario, il Custode, il Credenziero ed altri agenti, divulgando prima la notizia coi trombettieri regi e con manifesti stampati che descrivevano minuziosamente tutti gli oggetti.

Tutt'i Monti di Pietà eran pure banchi di circolazione, essi usavano, come vedremo, una valuta cartacea che sostituiva molto bene la moneta ed era, com'è ancora a parer nostro, lo strumento di credito meglio immaginato. Ma, con accorgimento e lealtà, non se ne vollero servire pei mutui con pegno. Le regole prescrivevano espressamente che le casse di monte dovessero adoperare la sola moneta d'argento; escluso l'oro perché soggetto ad oscillazioni di cambio; escluso il bronzo o rame, che si stimava valuta non ricettibile, quantunque la zecca viceregnale l'avesse inondato il regno e ci fossero prammatiche minacciose per chi la rifiutasse; escluse pure le carte bancali, che pei vecchi ordinamenti si dovevano emettere ed avvalorare contro consegna dell'equivalente valore di contanti, senza che l'istituto avesse facoltà di crearne per proprio conto. Prima del 1794, non s'è dato il caso che i monti avessero procurato d'allargare la circolazione, consegnando carta in luogo di moneta nei pegni d'oggetti.

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Molto meno consentivano che a titolo di restituzione, ovvero d'interesse, ovvero di prezzo di vendita, si accettassero valute bancarie. Il possessore della fede o polizza la doveva prima spendere, cioè permutare con moneta d'argento nella cassa apodissaria, e poi presentarsi allo sportello della cassa di pegno. Quest'antica regola od uso di tre secoli, nel 1800 (1) i Governatori della Pietà insistettero per fare rimettere, però senza frutto.

I pegni senz'interesse qualche volta tornavano ai proprietari per liberalità di benefattori. Era stimata opera molto cristiana riscattare le cartelle degli operai, onde non mancarono testamenti e donazioni per le quali si riconsegnava gratis un numero più o meno grande d'oggetti, particolarmente d; utensili da lavoro. In occasione di pubbliche esultanze, si facevano generali liberazioni di pegno., qualche volta a spesa della Corte, più spesso per elemosina degli istituti. Anche nel presente secolo se ne sono dati vari esempi ed i più recenti furono quello del 1859, per l'assunzione al trono di Francesco 2° quando si restituirono 46793 pegni di pannine e 10800 di metallo, con la spesa di D. 82648.99. Del 1860, per la venuta di Garibaldi, allorché furono 85,000 con la spesa di D. 160000 circa; e del 1862, per una visita di Vittorio Emanuele, che costò somma maggiore, per essersi liberati tutt'i pegni minore di tre ducati (L. 12,75).

La cartella, come abbiamo già osservato, era titolo nominativo; ma, per forza di consuetudine, divenne un valore al portatore, issando i mutuari d'indicare un nome qualsiasi, non il proprio, quando presentavano il pegno. Evidenti ragioni di comodità per l'Istituto, e di convenienza pei debitori, facevano tollerare l'infrazione della regola, per la quale i Monti pigliavano indolo più speculativa di quanto sarebbe ai Protettori piaciuto.

(1) Rappresentanza 3 luglio 1800, vol. 59 archivio patrimoniale.














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