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Giacinto De Sivo

I NAPOLITANI
AL COSPETTO
DELLE NAZIONI CIVILI


LIVORNO 1861 – LIVORNO ? 1861 ?

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Giacinto De Sivo
Giacinto De Sivo

NOTA - Il presente lavoro è stato portato a termine a più mani e visionando testi diversi. Di quest’opera esistono differenti versioni, di seguito ne forniamo un elenco e la loro collocazione in alcune biblioteche.

I Capitoli 1-2-3-4-5-6-7 sono stati scannerizzati e assemblati da Enzo (Principato Citeriore), i Capitoli 8-9-10-11-12-13-ultimo sono stati scannerizzati e assemblati dallo scrivente.

Per le note biografiche su Giacinto De Sivo ringraziamo il professor Gabriele Marzocco per averci autorizzato a inserirle.

Buona lettura.

Webm@ster - http://www.eleaml.org - RdS, 22 maggio 2006

De Sivo, Giacinto - I napoletani al cospetto delle nazioni civili - con appendice - Livorno ? - dopo il 1861? - 81 p.

  • Biblioteca dell'Archivio di Stato di Napoli - Napoli - NA

  • Biblioteca della Societa' napoletana di storia patria - Napoli - NA

  • Biblioteca di storia dell'arte Bruno Molajoli - Napoli - NA

I napoletani al cospetto delle nazioni civili - Livorno - [1861?] - 67 p.

  • Biblioteca della Societa' napoletana di storia patria - Napoli - NA

I napoletani al cospetto delle nazioni civili - Livorno - dopo il 1861? - 67 p.

  • Biblioteca della Societa' napoletana di storia patria - Napoli - NA

De Sivo, Giacinto - I napoletani al cospetto delle nazioni civili - Livorno - 1861?? - 67 p.

  • Biblioteca provinciale Scipione e Giulio Capone - Avellino - AV

  • Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III - Napoli - NA

  • Biblioteca della Societa' napoletana di storia patria - Napoli - NA

  • Biblioteca di storia moderna e contemporanea - Roma - RM

De Sivo, Giacinto - I napoletani al cospetto delle nazioni civili - Bologna: A. Forni, stampa 1965 - 81 p.

  • Biblioteca della Facoltà di scienze politiche dell'Università degli studi di Pavia - Pavia - PV

  • Biblioteca statale Antonio Baldini - Roma - RM

  • Biblioteca del Museo nazionale del Risorgimento italiano - Torino - TO

De Sivo, Giacinto - I napoletani al cospetto delle nazioni civili Giacinto De Sivo. Alcune notizie sul plebiscito delle provincie napolitane / Biagio Caranti - Roma: Borzi, 1967 - 162 p.

  • Biblioteca comunale F. Leopoldo Bertoldi - Argenta - FE

De Sivo, Giacinto - I napoletani al cospetto delle nazioni civili - a cura di Silvio Vitale - Rimini: Il Cerchio, 1994 - 67 p. Biblioteca comunale - Itri - LT

Giacinto De Sivo

Note biografiche di Gabriele Marzocco

Giacinto de' Sivo nacque a Maddaloni il 29 novembre 1814, da Aniello, valoroso ufficiale dell'esercito napoletano, e da Maria Rosa Di Lucia. Lo zio, Antonio, aveva fatto parte dell'armata del Cardinale Ruffo. Lì de' Sivo visse i primi anni, nei possedimenti la Torre maggiore, il Castello e la Torre piccola, acquistati dai Carafa, antichi signori di Maddaloni. Frequentò poi, a Napoli, la scuola del marchese Basilio Puoti, maestro di lingua e di elocuzione italiana.

Nel 1840, a 26 anni, compose la prima delle sue otto tragedie, dedicata a Costantino Dracosa, ultimo imperatore di Costantinopoli. Nel 1844 sposò la contessa Costanza Gaetani dell'Aquila d'Aragona dei Duchi di Laurenzana, figlia del conte Luigi, maresciallo di campo e aiutante generale del re, dalla quale ebbe tre figli.

Nel 1847 de' Sivo pubblica il Corrado Capece, che Antonio Tari giudicò il migliore romanzo storico di quell'epoca, eccettuati I Promessi Sposi. Nel 1848 Giacinto de' Sivo, dopo essere stato componente della Commissione per l'istruzione pubblica, fu nominato Consigliere d'Intendenza della provincia di Terra di Lavoro, con settecento uomini ai propri ordini, e dal gennaio al maggio 1849, fu comandante di una delle quattro compagnie della Guardia Nazionale.

Scrive un'opera sulla rivoluzione del 1848-49, ma, "per non parer di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori", non la pubblica e ripone il manoscritto in un nascondiglio della sua villa di Maddaloni. Scrive un'opera sulla rivoluzione del 1848-49, ma, "per non parer di percuotere i vinti e inneggiare ai vincitori", non la pubblica e ripone il manoscritto in un nascondiglio della sua villa di Maddaloni.

Nel 1860 Giacinto de' Sivo deve lasciare le sue tragedie storiche (l'ultima è Belisario, proprio del 1860). Una tragedia storica di proporzioni e conseguenze crudelissime si svolge sotto i suoi occhi, lo travolge: la fine di un Regno che vanta otto secoli di esistenza, la fine dell'indipendenza della Patria napoletana.

Nell'intraprendere la narrazione delle vicende che portarono alla caduta del Regno delle Due Sicilie, de' Sivo confessa: II cuore sanguina, la mente si prostra, e l'animo angosciato quasi quasi rilutta contro la volontà del Signore, che tanta ignominia e infelicità permise che insozzasse la già lieta patria nostra"'.

Segue, per quasi cinquecento pagine, un lungo elenco di vergognosi tradimenti, incomprensibili indecisioni, scelte funeste, eroismi dimenticati, anzi ignorati, paesi grandi e piccoli messi a ferro e a fuoco per essere rimasti fedeli al loro Re.

"Si voleva usurpare la monarchia, e s'è percossa la nazione; si voleva abbattere un re, e si sono spenti 100 mila sudditi".

Il 6 settembre Francesco II lascia Napoli, "perché non le fosse arrecato danno... " II 14 dello stesso mese una brigata garibaldina entra in Maddaloni. De' Sivo si rifiuta di andare a Napoli a rendere omaggio a Garibaldi e viene destituito dalla carica di Consigliere.

La sera del 14, dopo che la sua villa è stata circondata da centinaia di uomini armati, viene condotto a Napoli con apposito convoglio ferroviario. Mentre il pericoloso letterato è tenuto prigioniero a Napoli, la sua casa è occupata per tre mesi da Bixio, poi da Avezzana, infine da Carbonella Rovistano dappertutto, i liberatori, tanto che trovano il manoscritto sul 1848-49, e gli lasciano la villa "guasta e vuota di roba".

Viene scarcerato, ma il 1° gennaio 1861 è imprigionato di nuovo: il pericoloso scrittore viene portato via di casa di notte, senza nessun motivo, e rinchiuso per due mesi. Scarcerato di nuovo, vuole sperimentare "la vantata libertà della parola" e pubblica La Tragicommedia, giornale soppresso al terzo numero.

Gli fanno capire che gli conviene andar via da Napoli, se non vuole finire dentro per la terza volta. E così, nella notte fra il 14 e il 15 settembre 1861, s'imbarca sul bastimento Quirinale e si rifugia a Roma. Si lascia alle spalle una Patria conquistata che, nel solo 1861, ha visto ben 15.665 suoi figli fucilati dai fraterni liberatori piemontesi. Una Patria dove i gigli, simbolo della giustizia e della sovranità, vengono scalpellati via da tutti i monumenti; dove dilaga la caccia ai borbonici.

La camorra e la mafia si erano alleate col nuovo potere contro quello legittimo. "Il passato è quello che avverrà": di nuovo la mafia si schiererà col nemico, per facilitare la conquista della Sicilia e oggi la camorra spadroneggia nel Sud.

Eppure si dice: "retaggio borbonico". In quello stesso 1861 de' Sivo pubblica L'Italia e il suo dramma politico nel 1861 e I Napolitani al cospetto delle nazioni civili.

Incaricato dal capo del governo borbonico in esilio, marchese Pietro Ulloa, di scrivere un libro sulla Storia delle Due Sicilie, nell'estate del 1862, ad Albano, ne legge alcuni capitoli al re, il quale "ascolta con entusiasmo; fornisce chiarimenti e documenti".

Ma uno speciale Consiglio convocato per chiedere se si dovesse permettere la pubblicazione di una storia contemporanea del Regno delle Due Sicilie, da al sovrano parere sfavorevole, temendo la violenza delle dottrine dell'autore.

Lo stesso Ulloa non mette a disposizione di de' Sivo la documentazione che gli aveva promesso, tanto che lo storico di Maddaloni, in una lettera a Cesare Cantù, scriverà: "ho stimato troncare con lui le relazioni di amicizia".

Ciò nonostante De' Sivo continua il duro lavoro. Nel 1863 esce il primo volume, l'anno dopo il secondo. L'opera procura gioia agli onesti, ma provoca proteste violente da parte dei responsabili di dubbi e doppiezze. Il re gli assegna la croce costantiniana ma, delle 400 copie che aveva prenotato, ne ritira solo alcune decine.

Il terzo volume della Storia de' Sivo è costretto a stamparlo, nel 1865, a Verona. Nel 1866 il Veneto è annesso al Regno d'Italia: il tipografo ha paura di pubblicargli gli ultimi due volumi e non gli restituisce nemmeno il manoscritto!

De' Sivo è costretto a riscriverli dai suoi appunti: una fatica a cui accenna nella prefazione al quarto volume, uscito col quinto nel 1867: "se dovessi raccontare la storia di questa Storia!..".

Muore il 19 novembre 1867, nelle tarde ore della sera. Fu sepolto nel cimitero del Verano. Sulla sua lapide queste semplici parole: "Salute, o Giacinto, vivi in Dio".

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Indice


Capitolo primo

La setta mondiale I Settari straziano l'Italia

Le nazioni civili che mirano lo svolgimento di questo gran dramma italiano, iniziato a nome delle civiltà e del progresso, saran per fermo stupefatte al mirar la rea lotta che specialmente nel reame delle Sicilie procede cruenta ed atrocissima fra Italiani ed Italiani. Dopo tante lamentazioni contro lo straniero, non è già contro lo straniero che aguzza e brandisce le arme, quella fazione che vuol parere d'esser la italica nazione. Pervenuta ad abbrancare la podestà, ella non assale già il Tedesco, ne il Franco, né l'Anglo, che tengono soggetta tanta parte d'Italia; ma versa torrenti di sangue dal seno stesso della patria, per farla povera e serva. Ella grida l'unità e la forza; e frattanto ogni possibilità di unione fa svanire, con la creazione di odii civili inestinguibili; e distrugge la sua stessa forza in cotesta guerra fratricida e nefanda, che la parte più viva e generosa della italiana famiglia va sperperando ed estinguendo. L'Italia combatte l'Italia. Gli stranieri potentissimi e formidabili sogghignano e preparano le arme, in mentre le persone, le industrie, il commercio, le arti italiane e ogni forza va in fondo, fra gli spogli, le fucilazioni, gli incendi e le ruine. L'Italia subissa l'Italia. Né solo nella parte materiale subissa: il dileggio ch'ella fa del dritto, della morale e della religione, sono mali più gravi; perocché accennano a corrompere il popolo, ne degradano agli occhi dello straniero, e ne svergognano quivi appunto dove volevano sovrastare a tutte le genti. Dopo tanti sterminati vanti del nostro primato civile, ora diamo spettacolo d'avidità da pirati, di barbarie esecrande, e di cinismo e d'ateismo vestiti di stucchevoli ipocrisie. Primi ne proclamavamo, e mostriamo esser ultimi. Una immoderata baldanza di forza materiale; ed ora quando poniamo mano a stringer la forza, e sperimentiamo non esser d'altro capaci di suicidio, e perdiamo bensì la forza morale. Si anelava prima al compianto, poscia all'ammirazione della terra; invece riusciamo a meritarne il disprezzo.

Disegno della provvidenza

Non pertanto non è indarno che la Provvidenza permette tante catastrofi. Il fuoco purifica l'oro, e le sventure purificano la società; e forse da questo fuoco ch'ora ne scotta ed atterrisce sorgerà la nazione italiana monda e splendida per religione e virtù, che son la forza vera ne' secoli civili. L'uomo ingegnoso si valse della foga de' torrenti per macinar le biade; e forse per questo torrente rivoluzionario che ora ne investe, potrà l'Europa con l'aiuto del Signore abolir per sempre le superbe ambizioni, e unire le sue varie stirpi nel comune interesse dell'amore e della pace.

Civiltà cristiana

Prima che l'uomo fosse sociale fu soligno e selvatico; e il pugno più gagliardo imperava. Ma i deboli si unirono insieme; la comunale forza fu messa agli ordini del magistrato; e la società civile fu fatta. Così se il mondo avesse potuto contenere una società sola, non avrebbe veduto le guerre che sono la brutalità delle nazioni. Ma per lunghi secoli l'una società insidiava o asseriva l'altra, sinché il Cristianesimo le strinse quasi tutte nel suo amplesso. La religione fu il magistrato che mise impotenza di civiltà le nazioni. Però la guerra è un ritorno delle società allo stato brutale; è dar ragione alla gagliardia del pugno. Il mondo per tanto sarà pienamente civile; allora quando le stirpi umane, di qualsivoglia linguaggio, congiunte in Cristo, avranno il magistrato che diffinisca le loro liti, e vieti il tuonar del cannone.

Egoismi delle nazioni e comunione internazionale

Veggiamo per contrario che si fan qua e là sorger desideri esclusivi di nazionalità. Invece di anelare ad esser tutti una famiglia, tentiamo a disunirci con l'egoismo delle razze. Anzi che abolire la idea di straniero, la esageriamo, e risvegliamo le gelosie e le ambizioni. Ma questo pensiero che ne richiama a' tempi rozzi, e fa considerare nemico qualunque parli diversa lingua, è pensiero vecchio che accenna a disgiungere quanto Cristo annodava; è ritorno al paganesimo che appellava barbaro lo straniero, e lo voleva morto o servo. Ma noi siam tutti figli d'uno Adamo, tutti fratelli; e piuttosto che evocare dalla notte de' secoli i pagani concetti delle nazionalità, per isconvolgere e saccheggiare il mondo, ei sarebbe opera insigne il torre via per sempre il mal vezzo delle guerre e delle conquiste. Siccome il ricco è uguale al povero innanzi al magistrato, così la piccola Norvegia dovrebbe essere uguale all'ampia Russia innanzi al magistrato delle nazioni. E se un congresso permanente fermasse per sempre il codice internazionale, e avesse una comunale forza per la esecuzione de' suoi decreti, ei si farebbe della cristianità una sola famiglia, faria pari il debole al forte, annienterebbe le antipatie nazionali, abolirebbe tante arme parassite, e porterebbe gli uomini al vero stato civile, al quale il creatore li destinava.

Tanto pensamento, che fu lungo sospiro dell'umanità, non credo abbia sempre a rimanere inadempiuto. I bisogni reali dell'uman genere, l'avanzamento del secolo, il meraviglioso esplicamento delle forze sociali, l'idea mondiale che s'indirizza unanime a Dio, il comunal desiderio di pace e di prosperità, i vincoli sempre più estesi del commercio, l'elettricismo, il vapore, le montagne forate, gl'istmi tagliati, son tutti larghi passi verso una civiltà piena e non lontana, che agguaglierà le potenze, e farà tacere le ambizioni e le vanità. Pienamente allora Cristo avrà regno.

La sovversione settaria

Ora questa perfezione sociale, che assicurerebbe davvero la uguaglianza, la fraternità e la libertà, con lo esalamento della religione, è contrastata e combattuta appunto dalle fazione che ha per apparente divisa Uguaglianza, fraternità e libertà. Essa ritorce il sentimento di tai parole per minar la religione e la società. Va gridando le nazionalità per subissare le nazioni e derubarle, e far poi di tutte una famiglia sociale, senza Dio e senza leggi. E' una setta latente che aguzza l'arme avvelenate nel buio e nel mistero; congiura e colpisce, trionfa e si palesa, e s'è abbattuta, si rituffa nelle tenebre, per ripigliar nuova lena. E' una potenza sotterranea, che fa guerra a tutte le potenze della terra. Essa non è già italiana soltanto, ma spanuola bensì, e francese, e alemanna e russa e britanna e americana; da ogni banda ha misteriosi o palesi conciliaboli; stende in qualunque luogo sue branche, si impadronisce della letteratura e delle scuole, lancia i suoi sofismi capziosi, e propugna motti ed opinioni. Essa corrompe la popolazione, inventa la storia, investe le giovanili menti, e le abbarbaglia con le splendide parole di libertà, di giustizia e indipendenza; e mentre il contrario vuole e fa, ipocritamente fa grandi promesse, abbassa con calunnie i virtuosi, magnifica i suoi adepti, e lor fa strada a' governi, a' magistrati, alle università, alle milizie, e talvolta agli alti seggi del clero; e sinnanco le reggie ed i troni, e i consiglieri de' regi, ed i regi stessi corrompe e fa suoi. Essa impera come Satana, ed ha schiere infinite di démoni ubbidenti, essa comanda le dimostrazioni, le barricate, gli opuscoli, i regicidii, le pugnalazioni, le fucilazioni e gl'incendi della città. Essa mai non retrocede. Vinta, s'atteggia a vittima; stampa libri a difesa de' Bandiera e de' Pesacane; piange e deifica i Milano, gli Orsini, e i Locatelli, accusa i giudici d'ingiustizia e di tirannide; e prepara nuovi colpi, e rumina altri misfatti. Vincitrice, è frenetica; tutto abbatte e distrugge, piglia ogni cosa, saccheggia, sperpera, dona, rimuta, e fa vendette di sangue. Non lascia le oneste parole, ma alla luce del sole le smentisce con fatti orribili; calunnia i caduti, li spoglia e percuote; e procede ritto alla sua meta; cioè a quello che appellan socialismo, ma ch'è la negazione della società. La setta è il rovescio del Cristianesimo. Cristo unisce le nazioni in uno amore di Dio; la setta disunisce bensì le famiglie, e aspira all'isolamento dell'ateismo.

Il processo rivoluzionario

Né tampoco ell'è contenta d'un trionfo solo. Essa fe' la rivoluzione francese, e volle in ogni parte propagarla; essa menò Luigi XVI al patibolo; essa si rivoltò contro le sue stesse membra, die' favore a Napoleone, e il fe' cadere; essa consigliò a Carlo X le concessioni, e fece re il suo capo Luigi Filippo, ed essa stessa questo non ubbidiente suo strumento spezzò e cavò di seggio. Fu dessa che congiurò contro la repubblica del 1848; ma vinta sulle barricate di Parigi, si vendicò del Cavaignac col farlo superare da quest'altro Napoleone, al quale manda alla sua volta le bombe dell'Orsini. E' dessa la variopinta iride di tutti i moti rivoluzionarii. In mentre gavazza in Italia sotto il vessillo d'un re ignorante, alza la bandiera rossa in Ispana con un Perez, fa morire i Teleki in Ungheria, commuove le passioni polacche, divide l'unione Americana, e sin nella fredda Russia tenta sue prove. Qui deifica un re, colà grida repubblica altrove indipendenza o affrancamento. Qui vanta le felicità costituzionali; e là manda un grande Beker a colpire il costituzionale re di Prussica, e i Merino e i Donzios a ferire le costituzionali regine di Spagna e di Grecia. Costruisce plebisciti in Italia, e tenta percuotere in Francia un imperatore uscito dal plebiscito. Esalta fra noi la nazionalità, e la nazionalità contrasta in Irlanda. Sono mezzi diversi, serventi una stessa idea. Vuolsi la rivoluzione in qualsivoglia modo si possa avere. In Italia comanda l'unità; ingiunge la divisione in Ungheria ed in America. In Italia stessa gridava non ha guari in principio lega italiana, Papa e Pio Nono; ora non più lega, non più Papa-re, non Pio Nono; anzi fuori il papa, fuori il cattolicismo, abbasso i preti. E mentre qui fa buon viso al protestantesimo, nella Germania protestante predica l'ateismo; perché essa nessuna delle cose che grida vuole veramente, ma veramente vuole la roba altrui.

Ipocrisia della setta

Procedente sempre infaticabile in verso lo scopo suo, la setta si modifica, si dilata, si accorcia, e muta bensì nomi a seconda de' luoghi e de' tempi. Prima eran Templari, poi Massoni, poi Illuminati, Giacobini, Carbonari, e radicali e socialisti. Non ha guari s'appellavan la giovine Italia, ora si gridano unitarii qui, separatisti in America; e qual nome si daranno domani? La setta mondiale aspira a rovesciare l'ordine presente nel mondo. Vuole una qualunque mutazione per pigliarsi il mondo. E' la guerra di quelli che non hanno a quelli che hanno. E' quasi un secolo che fatti terribili e sanguinosi vansi svolgendo in fra quattro generazioni. Parecchi milioni d'uomini son caduti per ferro, per mannaie, per cannoni e per istenti; molte famiglie illustri andarono esulando per la terra, un buon re ebbe il capo mozzo, parecchi ne furon cacciati dalle loro sedi, non pochi principi e grandi caddero per veleni e per pugnali; non poche città patirono saccheggi ed incendii, innumerevoli campi vennero devastati, molte flotte, molte prosperità, molte ricchezze distrutte; e la storia già annovera assai i nomi di luoghi famosi per battaglie e ruine. E che ha guadagnato l'umanità? Si è poi proclamata libertà? Risponda qui la coscienza delle nazioni; risponda questa misera Italia nostra, anzi non più nostra; la quale viene affranta ed oppressa da tutte le genti; che in nome della libertà vide spegnersi a forza nel suo seno, quelle due nobilissime repubbliche di Genova e di Venezia, ultime reliquie delle andate nostre grandezze; e che là dove avea già solo il Tedesco, ora è dominata e sospinta da Tedeschi, da Francesi, e da Inglesi, e fatta campo miserando di battaglie! Questi progredimenti e questi ceppi s'ha guadagnati l'Italia sotto lo stendardo della bugiarda libertà.

Libertà settaria e vera libertà

Certamente la libertà è sommo concetto. Iddio creatore miselo nel cuore umano, insiem con quelli del diritto e della religione; ogni bell'anima lo sente, lo vagheggia, e per esso combatte e patisce e muore onoratamente. Ma la setta congiuratrice non vuole la libertà, fuorché sulle labbra e su' vessilli. Vuole invece la guerra civile, l'anarchia, gli alti seggi, le imposte sforzate, le grasse mercedi, l'abolizione degli altari e delle leggi, il comunismo, la distruzione della famiglia sociale, e la tirannia de' peggiori su' migliori, del gagliardo sul debole, e della rapina sul dritto. Grida libertà ma impone cieca ubbidienza a' suoi seguaci, e loro aguzza i pugnali, e poi senza pietà li lascia cadere su' patiboli. Per tutta la vita li fa congiuratori, sospettosi e infelici; lor promette beni che non può dare, li domina nelle azionie ne' pensieri, e lor nega anche il libero volere. La setta sospinge l'umanità a subire la tirannide, o ad esser tiranna. Ma v'è una vera libertà. A malgrado di quella liberalesca tirannia che a tutto attenta, vi sono al mondo animi liberi che ne sdegnano le catene, e liberamente eleggono il diritto e la religione. L'uomo onesto è libero. Egli non ha ceppi, ma ha l'amplesso della virtù; non agogna l'altrui, non è comandato che dalla legge; e quando la liberale genia spalanca le carceri, gli esigli e le tombe insanguinate, egli almen libero di anima, santificato dall'esempio di Cristo, sopporta e muore pugnando per la patria, per li altari e la ragione.

La Tirannide settaria

La gente settaria appella tirannide la difesa che la società è in debito di fare contro le sette. Ma quando poi rovesciata la società quella per poco trionfa, allora non abolisce già le tiranne carceri, ma le decupla, e v'aggiunge le fucilazioni illegali e gli esilii sforzati, e ogni sorta di vendette e persecuzioni contro i liberi propugnatori del dritto. Allora dispoticamente calpesta ogni legge, e anco le sue stesse leggi; allora impera orgogliosa, e morte a chi rilutta. Essa grida: <<Sii libero o muori>> cioè, sii mio schiavo o muori: vale a dire che gridando libertà, uccide la libertà. Se le nazioni civili danno uno sguardo spassionato a' nequitosi fatti perpetrati e che ancor più crudelmente si van perpetrando nelle Due Sicilie, vedranno in orribile specchio le nefandezze di questi tiranni. Le nostre sventure furono tanto enormi, il presente servaggio è sì efferato, e i nostri sforzi per redimerci e ricuperare la libertà saran così veementi, che forse di avviso riusciranno a' contemporanei, e di ammaestramento agli avvenire. Però noi, decimati da ingiusti assalimenti, da fucilazioni atrocissime, da nefandi giudizi illegali; noi decaduti da quella prosperità invidiata che ne faceva primi in Italia; privi d'ogni maniera di quiete, schiavi nella stessa nostra patria, impediti e depressi da qualsivoglia manifestazione del pensiero; fra' saccheggi e gli incendii, fra le calunnie e le percosse, fra le bombe e i pugnali, fra le prigioni e gli esigli, fra le catene ed il sangue, leviamo la voce in nome della umanità e del dritto imprescrittibile delle genti, per protestare innanzi all'Europa ed alle nazioni, contro l'iniquo e cruento servaggio, che da sedici mesi grava sulla nostra cara patria, che ha fatto del più bel giardino del mondo uno spettacolo d devastazioni, una piaggia miseranda di pugne brutali e di offese e di vendette.

Appello ai popoli

Popoli civili della terra, voi che udivate di continuo lo ipocrito compianto d'una serva Italia, e che per libero lancio di anime generose aspettavate a vederla ora felice e redenta, uscite d'inganno. Ell'è una trista ironia lo appellar risorgimento questo subbissamento del bel paese; il dir libertà queste torture, queste miserie, questi colpi di stile, queste sanguinose punizioni d'ogni pensiero patriota; il vantare indipendenza questo servire al Piemonte, servitore d'oltremonti; e 'l proclamare civiltà e progresso questa depressione d'ogni pubblica morale, questo combattimento alla religione, questo cinico abbrutimento, questo retrocedere al pensiero pagano, e questo rio trionfo, quest'orgia, questo debaccare di non mai sazia cupidigia, e di sete indomabile d'ambizione, e di struggere e imperare. Gli operatori del male si coprono di parole buone; il fango s'ammanta di oro; e l'inferno abbattendo e straziando, proclama celestiale dolcezze. Popoli della terra, disingannatevi; fremete, compiangete i mali inenarrabili; ergete a Dio le preci perché si degni di volgere a noi prostrati uno sguardo di misericordia, ed esaudisca le lagrimose preghiere di due milioni di famiglie che mattina e sera supplici e in ginocchio, levano la voce dall'anima affrante e spaurite. Popoli della terra, non insultate alle nostre sventure, col plaudire a' nefandi oppressori; non sublimate le catene d'una in felicissima nazione, dichiarandola beata e redenta. Deh! Pregate per noi; incoraggiate almeno con voti di simpatia gli sforzi nostri, pel riconquisto della libertà e dell'indipendenza. Sì, la nostra causa ha gagliardi sostegni. La virtù non è ancora morta. Se una setta sta contro di noi, stan per noi le nazioni. Contro Dio si combatte, ma non si vince. La navicella di Pietro non affonda. Oggi la cristianità si leva tutta; e bensì i protestanti han compreso che non al Papa solo, e a' Re, e a' Napoletani, ma alla religione, al diritto e alla civiltà si fa guerra. Un numero grande di opuscoli e di libri d'uomini insigni già schierano le menti; l'opinione regina del mondo ritorna sul retto cammino, e dà la inappellabile sentenza: il dritto trionferà. Già nelle ultime tornate delle camere legislative di Francia, di Spagna, d'Inghilterra e del Belgio fu protestato da molti onorandissimi pari e deputati e senatori; e i nostri cuori balzarono per le consolatrici orazioni di quell'anime belle che sollevarono coraggiosamente la verità conculcata. Deh! Seguitino con maggior lena ancora a queste novelle sessioni parlamentari nel nobile arringo; ogni loro parola è a noi di refrigerio; i nomi di quei campioni resteran segno alla gratitudine de' nostri figli e più che in adamante saranno scolpiti nella storia per la venerazione de' secoli. La virtù che alza il braccio a difesa degli oppressi è spettacolo di paradiso. Nondimeno perché meglio siano palesi le nostri ragioni, qui vogliamo dichiararle a parte a parte. Son corse pel mondo tante codarde invenzioni su' fatti nostri, ch'ei non sarà indarno rimondarli, e presentarli alla luce, in un tempo quando niuna cosa è di maggior pericolo che a dire il vero. La menzogna coi pugnali comanda il silenzio per imperare; ma è tempo ormai che il buio sia squarciato dal sole, e sfavilli il vero prepossente. Facciamo il bene con coraggio; perché fa più danno il bene infingardo che il male operoso.

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Capitolo secondo

Quale era il nostro paese

Esempio unico

Il Reame delle Sicilie, molto dalla stampa rivoluzionaria a'passati anni calunniato, non era secondo a nessuna nazione incivilita. Ei basta dare uno sguardo nelle Guide pe'forestieri, per intendere il valore immenso di monumenti, di strade, di città, d'acquedotti, di ponti, di pietra e di ferro, d'arsenali, d'opificii, di quartieri, di ginnasii, di teatri, di popolazioni, di prodotti, d'agricoltura, di pastorizia, di porti, di commercio e di arti che abbelliscono queste contrade. Poste le proporzioni di ampiezza e di numero e di condizioni, niun paese al mondo s'ha maggior somma totale di beni, e più a buon prezzo, e più opportuni, e meglio distribuiti. In mentre le città qui son belle e decorose, e ricche e popolate, ogni pur minimo villaggio ha a sua strada per ruote, la parrocchia, il campo santo, il ponticciulo sul torrente, l'orologio, il posto delle grasce e della neve, il monte frumentario e de' pegni, il maestro di scuola, il medico, la farmacia, un qualche convento, o un opificio, o una qualsivoglia opera speciale, onde tragga lavoro e sostentamento la gente minuta. V'è in ogni parte operosità ed agiatezza. Qualche provincia come quelle di Napoli e Terra di Lavoro, non hanno una canna di terra che non sia messa a profitto. Ne' sessant'anni di questo secolo il reame ha accresciuto la popolazione più d'un terzo; eppure ebbe guerre, tremuoti, uragani, eruzioni vulcaniche e colèra. Il colèra appunto, ragguagliato al numero, qui per la buona igiène, fe' meno vittime che altrove. Qui in proporzione v'han meno accattoni che a Parigi ed a Londra, e i poveri veri sono rari. Le statistiche dei delitti sono tenui. Il debito pubblico, fatto il più per rivoluzioni, scemava a ogni anno; e giunse a tanto che ascese al 120 per 100, con esempio unico nelle nazioni.

Giustizia e operosità

Le nostre leggi, prodotto della sapienza de' secoli, eran nel civile e nel penale sì buone, che fur sovente di ammirazione e di emenda allo straniero. Solenni e pubblici erano i riti de' giudizii sicché poteva piuttosto restare il reo impunito, anzi che condannato l'innocente. Erano le prigioni più ampie e nette, e ordinate a seconda lo scopo delle pene, cioè la custodia e la correzione del condannato, fra la religione ed il lavoro. Avevano la piena libertà civile senza distinzione di caste o di persone, tutti uguali innanzi alla legge; però talvolta fur visti i magistrati emanar sentenze fra' sudditi e la stessa cosa del re, e dar torto a questa. La proprietà era sacra; la sicurezza pubblica non fu mai tanto guarentita in questo montuoso reame quanto negli ultimi sei lustri; sicura e facile era la circolazione de' valori, protetta la santità dei contratti; la successione de' beni era regolata secondo i più moderni dettami del diritto, senza vincolo; in guisa che niuna parte di possessione poteva a lungo essere sottratta all'industria umana. L'amministrazione civile aveva, per la tutela de' comuni, leggi d'eccezione, che slacciavanla dalle forme consuete; la quale a malgrado de' pochi suoi difetti (e quale opera umana n'è senza?) pure in mezzo secolo ha prodotto a' municipi incrementi e beni ignoti agli avi nostri. La religione e la morale avean rispetto e tutela; il costume avea forza di buoni esempli; era tutelata la salute pubblica, sostenuta la istruzione elementare, moltiplicati i matrimonii, e più ancora le industrie, le colture e i capitoli circolanti. Il commercio era florido, e forse destava gelosia e invidia; operosa era la marina mercantile: nuove cale, nuovi porti, nuovi fari, nuovi bacini da raddobbi, nuove fortificazioni di difesa sorgevano sulle nostre coste. Le terre incolte eran messe a coltura, asciugate le paludose, divise le già feudali fra le popolazioni indigenti. Con le nuove strade rotabili e ferrate, co' nuovi opificii, con gl'istituti d'arti e mestieri, con le scientifiche ed artistiche accademie, con le scuole tecniche ed agricole, con gli orti botanici e sperimentali, co' monti di pegni e di frumento, con e casse di soccorsi, di prestanze, di risparmi e di assicurazioni; co' ritiri, con gli ospedali, con gli asili infantili, con le case pe' proietti, con i conventi e monasteri, non v'era stato, né età, né condizione dell'umana vita cui non si desse il braccio soccorritore. Così la pubblica ricchezza era elevata a grado eminente. Così pel buon governo le imposte eran le più lievi in Europa e non pertanto bastavano a pagar ricche liste civili; a tener in piè una flotta ch'era prima in Italia; a sostentare centomila uomini, armati di tutte arme; a spendere ogni anno cinque milioni di ducati in fabbriche ed opere di universale utilità; a bonificare immense terre melmose intorno al Volturno; a rettificare e a incanalare il Sarno; a far strade ferrate; e a metter su quel magnifico edifizio di Pietrarsa, che per macchine di ferro e di bronzo ne avea fatti franchi dalla straniera importazione.

E nulladimeno la operosa parsimonia governativa avea sempre modo da tenere in serbo un tesoro per ogni evento. Erano in cassa trentatré milioni di ducati, quando il liberatore Garibaldi vi mise su le mani, e li fe' disparire. Quella parsimonia ne facea scemare i debiti, quando i governi liberali li decuplicavano. Quella parsimonia fece che nel 1859, quando la carenza del grano, pe' scarsi ricolti, e qui e altrove, aggravava la povera gente, avesse potuto Francesco II mandare a Odessa suoi navigli, a comprar biade a caro prezzo, e venderle ne' mercati, e sin nelle più irte gole di monti a prezzi miti e sopportevoli da qualsivoglia indigente. Per quella parsimonia re Ferdinando aveva potuto soccorrer Melfi e Potenza, colte da' tremuoti, e fabbricar navigli da guerra, e dar grosse limosine e sorreggere qualche municipio con larghi prestiti a tempo, e far nuove muraglie a Messina e a Gaeta, ed elevare ospizii, e templi magnifici al Signore.

Questo era il governo di Napoli, cui un nobil lord d'Inghilterra, certamente tratto in errore per la malizia delle sette, disse con enfatico motto esser la negazione di Dio!

Ma la sopravvenuta rivoluzione gli dà le smentite; lo smentisce la presente distruzione di tante opere buone; lo smentiscono i pianti nostri, e le disperate armi che suonan vendetta su' monti appennini. E più si sono, ahi, troppo affrettati a smentirlo i rigeneratori Torinesi! Dopo tante sperticate promesse di tutto dare, tutto ne han tolto; e solo han potuto creare la miseria ed il nulla.


Capitolo terzo

In qual guisa calunniato ed assalito

La malizia sovversiva

E la setta che da tanti anni lavora all'abbattimento di Cristo, prese nota di quel famigerato motto del nobile Lord, tolse essa a difendere Iddio, e gridò da tutti i capi del mondo: maledizione al governo della negazione di Dio.

Con quel motto Napoli, le Sicilie, il re, la magistratura, l'amministrazione, l'esercito, il clero, la nobiltà e gl'ingegni nostri furono immorali ed atei giudicati. Nove milioni d'abitanti vivean col pensiero negativo della Divinità. Però re, governatori, amministratori, giudici, capitani, precettori, cardinali, vescovi e parrochi, tutti negatori di Dio, aggravavano la mano diabolica sulle corrotte popolazioni. Allora su quel tema la stampa rivoluzionaria ritemprò le sue penne e vi fè varianti e ritornelli; i lamenti delle finte vittime andarono alle stelle, e l'Europa vide in pieno giorno inventar la storia contemporanea, accusar di ateismo la religione, tacciar di ladri i correggitori d'una nazione prosperosa, e compiangere la ignoranza d'un paese, il quale, tranquillo e pago della sua sorte, era di fatto in cima alla civiltà italiana.

Era in cima di fatto, perché esso aveva, in proporzione de' suoi abitanti, più templi, più teatri, più oratori, più poeti, più filosofi, più artisti, più opificii, più reggie, più commercio, più capitali, più scienze, più arti, più uomini d'ingegno che non il resto della penisola.

Errore di governo

Fu per verità uno sciagurato e sempre lamentevole errore che il governo nostro disdegnasse le difese. Intento a fare il bene, chiudeva gli occhi allo strombazzamento bugiardo del male. Quasi non rispondeva, né permetteva di rispondere alle speciose calunnie che avventavano sul regno. Per contrario i giornali, questi moderni dispensatori di fama e d'infamia, non lasciavano opportunità da declamar soli da lontano. Ogni dì uscivano a luce sperticate menzogne a danno nostro,e a poco a poco quel mentir largo e continuato, e non mai o mai contraddetto, pigliava faccia di vero. Usavano anche di levar a cielo gli scrittori di libertà, e abbassar sempre, o almeno coprir di silenzio l'opere ed i nomi di scrittori coscienziosi. Anche delle arti usavan a fin di setta. Le arti costrette a servire quel concetto, e però sviate dal loro scopo, ch'è il bello assoluto, spesso vagheggiavano il piacere, cioè lo andare a seconda de' dispensatori della fama. Con poca fatica si diventava celebre. Parlar di patria, lamentare il servaggio d'Italia, maledire i tiranni, era la condizione sine qua non del diploma del genio. Così veggiamo laudatissime alquante miserie letterarie, che farebbero pietà; così, sotto forma di rigenerar l'Italia, si fa perder all'Italia il suo vero primato, che è nel concepimento del bello. Cotesto mescolar la politica con la letteratura è uno de' non lievi mali di questo secolo tronfio e presuntuoso.

Pertanto in un altro grave errore corse il governo. Vista la offesa di compre o settarie penne, sospettò d'ogni scrittore. Non impedì l'offesa, e diffidò della difesa. Fe' parere che tutti gli uomini d'ingegno gli fosser contrarii. Contento della pace e prosperità interna, poco curò quella guerra di calunnie; e l'Europa assordata da tante cantafère non ismentite, tenne quasi come vero il famoso motto della negazione di Dio. Gli spensierati, i faccendosi, i dottoruzzi che devono il sapere ne' facili fonti de' giornali e degli opuscoli, divennero strumenti di setta senza saperlo; ripetevan le lamentanze senza intender qual danno facessero, né quale immaginaria felicità si sperassero. Bensì nel regno, dove la cresciuta prosperità dava modo di vivere con poco, e però s'eran fatti parecchi gli scioperanti e i babbuassi, nel regno ancor v'eran di molti ripetitori. H dir male per cotesta gente è un fare; e il dir male di chi può più è una maniera di conforto. Concorrevano a discreditare il governo molti avvocati tristi, che nella magistratura e nelle leggi trovavano argini alle loro avidità; parecchi lettori di diritto, giornalisti, poetastri, sollecitori d'affari, quali per non soddisfatte ambizioni o per impedite frodi aspiravano a novità; parecchi uffiziali pubblici ancora, che per sognate ingiustizie, anelavano vendetta, o vagheggiavano promozioni; negozianti falliti o senza capitali, medici senza malati, studenti senza libri, proprietarii vanitosi o repressi nelle loro prepotenze, preti tenuti a freno da' vescovi, prletarii svogliati dalla fatica, camorristi, commessi viaggiatori, usciti di galera, servidorame a spasso: questa mescolanza di persone diverse, interessate a' subugli, questi, o che sel sapessero o no, erano i propagatori, o gl'inventori delle mille laidissime favole. Che questi poi fossero della nazione napolitana la parte minima e la più rea, i fatti posteriori han pienamente dimostrato all'Europa stupefatta delle nefandezze che ne' loro trionfi han perpetrate.

V'erano inoltre alquanti congiuratori; quali sin da' primi anni guasti da volterriane e tedesche filosofie, erano i veri agenti della setta. Costoro in ogni guisa s'aitavano; spargevan nelle masse desideri vaghi e sospetti stolti; denigravan tutto, e movevano inique voglie. Essi ricevevano il motto d'oltremonti, e 'l davano nelle popolazioni. Promettevano l'età dell'oro, cariche e onori; e reclutavano. A costoro non basta un uffizio modesto, e 'l giusto avanzare con gli anni ed i servizii; eglino aspirano ad alto, e a diventare grandissimi e ricchissimi in un botto. Sono cospiratori per mestiere. Una volta cotal mestiere menava in cima a una forca; e pochi vi si risicavano; ma oggidì che la tirannia de' re non usa la pena di morte, sono molti che vi giocano sicuramente, e fanno mestiere di camorristi degli uffizii e de' ministeri, mettendo a soqquadro la società. Un tempo a fare il cospiratore si moriva impiccato; oggi si divien celebre, e generalissimo, e luogotenente o ministro; o almanco pur nelle sventure si trova a mangiar senza fatica. Ma non è ella una vergogna della glorificata civiltà a veder la società versar fiumi di sangue, per appagar siffatte avide e triste ambizioni?

Adunque la calunnia, non contraddetta, sorretta e divulgata da' mercatanti di rivoluzioni, preparò il palco sul quale era da immolarsi la nostra felicità.

La Clemenza nel '48

Quando il novello scoppio e la novella compressione della europea congiura contro la società nel 1848, fece questa avvertita del precipizio onde era scampata, fu certo necessità il provvedere all'avvenire. E se persone di cuore e di mente avesser preso la somma delle cose, è da tener per fermo che l'avvenire si sarebbe assicurato. Bisognava dimostrare co' fatti che il mestiere del cospirare riesce a male. Invece le perdonanze, la pietà, la brama di vincer le calunnie con la clemenza, il facile inganno del forte che sdegna le durezze, e si affida in sé, un pio desiderio di farla finita e di abbracciare in un amplesso di pace tutti i sudditi, la cristiana rassegnazione a' voleri della Provvidenza. Tutte cose furono che lasciarono incompiuto il ritorno all'ordine pieno e a pace duratura. Non dirò fosse stato bene usar molto rigore, ma certo la salvezza di pochi rei ha partorito la morte di centinaia di migliaia d'innocenti. E' grave l'arte del regnare e del governare; e un'anima grande deve pesar nella bilancia il dolore di quattro o dieci famiglie già dalla colpa abbrutite, con le lagrime delle innumerevoli madri, e consorti e sorelle e parenti di infelici innocenti giovani, rapiti alle famiglie e alla patria, per guerre civili e nefande. Bello è il perdonare, più bello è il far giustizia a tutti.

Ma non fu solo perdonata la colpa, talvolta fu premiata. Della rivoluzione rimasero gli uomini, e il più in pubblici uffizii. Ed essi han preparato il 1860. il re nel 1848 avea dato una costituzione, come era stata domandata da' malcontenti; e questi stessi congiurarono subito contro la costituzione. Il 15 maggio doveva veder la repubblica; ma un pò di sangue in via Toledo abbatté le barricate e le settarie speranze. Nulladimeno re Ferdinando tentava altro esperimento; discioglieva le camere, e ordinava nuovi comizii. Allora la setta aspirò alla rivincita; fece gli stessi deputati, e ripigliava il pristino giuoco, se la nazione non avesse reagito, abbattendo in fatti l'opera dissolvitrice, e pregando con reiterate istanze il monarca a toglier via quella costituzione, madre di subbugli.

Ed ecco la setta dallo stesso abbattimento cava nuove forze per risorgere. Ecco un gridar la croce al re spergiuro, ecco un lamentar continuo del 15 maggio. A sentirlo pareva che il re, il re avesse fatte le barricate, per aver modo di ritogliere le franchigie. Così perditori accusano il sovrano; se avesser trionfato avrebbero scacciato il sovrano, come han fatto ora. E se nel 1860 avesser perduto, certo avremmo udito opporre al re la venuta del Garibaldi. Avrebbero detto il re averlo fatto venire, per gravar la mano sul popolo! Per contrario il Cavour che aveva finto disapprovare gli armamenti di quell’ avventuri ero, dappoi che il vide vincere, se ne vantò autore in pubblico parlamento. Questa sfrontatezza dell'accusar delle proprie insidie l'avversario, e poi farsi vanto della riuscita insidia, questa vergogna mancava all'Italia nostra.

Pochi processi, e tutti pubblici, furon fatti a carico dei rei. Ciascuno gridava sé innocente; né si trovava più chi avesse fatte le barricate, e chi sconvolta la pace del paese. Surse bensì un processo a 57 persone imputate d'esser unitarii, cioè voler l'Italia una; e fu gridato alla calunnia. Ora donde sono usciti tanti vecchi unitarii? Fu calunnia ed abuso condannare il Poerio per unitario; ed ora costui è presidente della camera unitaria di Torino. Innocenti si dichiaravano allora: erano manigoldi i giudici, compri i testimoni, sicarii i soldati, tiranno il re. Si trattava di fuggir la pena. E non solo eran dessi innocenti, ma accusavano i buoni; e sì bene seppero fare, che la colpa rimase in più dell'infima plebe. Inoltre fer cadere sospetti sui più fedeli al trono, massime ne' più capaci e buoni. E non solo camparono, ma parecchi ebbero premii e croci cavalleresche ed uffizii; ovvero serbarono gli uffizii e potettero ascendere più alto. Rifatti innocenti, rialzarono le cervici, ripresero lena, misero il piè sui buoni, e ritornarono alle congiure. Prepararono il 1860.

Divampati questi ultimi trionfi di rivoluzione, udiamo ora quei pretesi innocenti sclamar alto, ed anche con petizioni e stampe, reclamar la reità, e cercarne premio. Erano innocenti e scamparon la pena, ora sono rei, e martiri, e vogliono e danno il guiderdone! E parecchi di quei magistrati che invece di seder fra' rei, giudicarono gli altri, ora si scoprono liberali; e gridano Fuori lo straniero, cioè il re napolitano che li avea perdonati, tollerati e promossi!

Ora eglino stessi gridan tiranno quel governo del quale esercitavano la tirannide. Ah sì, fu tiranno perché non fè di voi giustizia, e lasciò che aveste pria percossi e poi traditi i popoli infelici!

Tre soli furon condannati a morte, ma ebbero la grazia; pochi ebbero prigionie, e tutti per grazia abbreviate. E in un regno di nove milioni, dopo tanta rinvoltura, passaron di poco i dugento che usciron dal paese.

Eppure queste miti punizioni eran gridate tirannie da Tiberii. Ciascuno che per debiti od omicidi e frodi si fuggiva, andava per l' Europa predicando sventure politiche, e dichiarando sé vittima di dispotismo. Il Piemonte li pasceva; lor dava i torchi, e i giornali, e li teneva pronti per instrumento di conquista.

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Capitolo quarto

Le arti del Piemonte

I traditori intorno al trono

Torino non istette solo a pascere le vittime illustri del dispotismo; ma fe' anzi lega con gli operatori del dispotismo; e guadagnò alquanti che carchi di regi benefizii lordavano le aule delle nostre reggie. Costoro infingendosi i soli amici di re Ferdinando gli fecer cerchio attorno, gli posero in mala vista gli uomini onesti, si valsero della sua soligna dimora in Gaeta, e con segni di mendace devozione, in nome di lui il vero dispotismo sopra i buoni esercitarono. Eglino le ingiustizie nell'esercito, ne' ministeri, ne' governi delle provincie, nelle finanze e dovunque potevano, suscitavano, e dolori e mala contentezza. Sovratutto osteggiavano i più noti per fedeltà e per ingegno non venduto. Per contrario sublimavano i compri ed i vili. Così un trono che avea fiacchi difensori e astuti traditori non poteva durare. Così seppero costituire, dirò, un disordine ordinato, un controsenso delle leggi, un controsenso del realismo, una rivoluzione fatta a nome della conservazione. Così il fatto d'un malessere latente che non si sapeva spiegare, faceva malcontenti appunto i veri amatori della dinastia e della patria. Il regno fu un ovile, fidato a'lupi ed agli asini. E la voracità e l'ignoranza ne han perduti.

Torino adunque stretta una lega fra i finti oppressi ed i veri oppressori, faceva accagionare il tradito monarca de' mali da esso loro preparati. Il ministro Sardo, egli medesimo, nefandamente soffiava nel fuoco, e presiedeva a' comitati. Fu guadagnato ancora, e da lunga stagione, un parente del re, il quale accoglieva in casa i cospiratori. Ambo nei loro palagi, all'ombra del diritto delle genti e de' legami riveriti del real sangue, davano orditura, sicurezza ed impunità alla cospirazione. Infingevano adunanze per iscienze ed arti; e protetti dall'arme Borbonica contro i Borboni congiuravano. Quelli che abbiam veduti dappoi ministri, deputati, senatori e in qualsivoglia altra guisa eroi, tutti eran frequentatori di quelle mura. Dove niuno avrebbe osato lanciare lo sguardo scrutatore. Quali promesse traviassero quel Principe non sappiamo: certo furon grandi, e perché troppo grandi, ineseguite. Onori e ricchezze si promettevano agli altri; la turba era abbagliata dalle parole d'Italia, civiltà e redenzione. La sola nazione che doveva esser redenta, nulla sapeva e nulla voleva. Pertanto il fi or dell'esercito, della magistratura, dell'amministrazione, della nobiltà e del clero eran fidi e al posto loro; e sarebbero stati incrollabili sostenitori del trono, se lo stesso sovrano, caduto nella via delle concessioni, non avesse lasciato che traditori ministri li rimuovessero dagli uffizii e da ogni difesa.

Impudenza del Piemonte

Rumoreggiavano le rivoluzioni di là dal Tronto quando Ferdinando II compieva sua vita mortale. La discesa de' Francesi, le fiere battaglie Lombarde, e le paci stesse di Villafranca e di Zurigo elevarono gli animi de' cospiratori. H Piemonte rigeneratore, nel momento istesso che firmava i capitoli di pace, preparava l'arme per infrangerli. La speranza d'ingannar facilmente il giovinetto re di Napoli affrettò gli eventi. Nulladimeno Francesco inviava negli Abruzzi alquante milizie col poi famoso traditore general Pianelli, per assicurare la frontiera del reame. Allora il Piemonte temente opposizione all'agognato conquisto delle papali provincie, dichiarava caso di guerra lo intervento nostro a pro del papa; perocché a quel tempo esso intendeva a maniera antica la teoria del non intervento, sebben fra Italiani ed Italiani. Fu dappoi, quando volle conquistar noi, che invocò la teoria nuova delle nazionalità per intervenire a salvare il Garibaldi dalla stretta del Volturno. Pel Conte di Cavour era intervento lo occorrere a pro d'un assalito Papa, era non intervento accorrere a pro d'un assalitore pirata! E all'ombra di sì impudente abuso di parole noi siamo schiavi!

Ma già il Piemonte avea dato vascelli, uomini, arme ed oro al Garibaldi; e in mentre lo lanciava nel regno, dichiarava con pubblici atti esser colui un pirata, e non aver con esso comunanza d'imprese; perocché temeva per lui la sorte del Pesacane, pur da esso altra fiata spinto e mal capitato. Fu quando il pirata riuscì trionfatore in Napoli che il Cavour con maravigliosa e sfrontata malvagità, si vantava nella sala del Parlamento aver esso il Garibaldi inviato, esso esser il creatore, il preparatore, il pagatore de quel trionfo. E all'ombra di tai nefandezze risorge l'Italia!

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Capitolo quinto

Guerra della rivoluzione

Il "non intervento"

Dappoi che tante male arti e calunnie non eran riuscite a muovere un popolo tranquillo, la setta mondiale osò armata mano intervenire. La teoria del non intervento che impedisce alle nazioni civili di entrare nelle liti d'un popolo pugnante fra se stesso, permette anzi che una potenza appellata la rivoluzione entri di fuori in un paese, per sconvolgerlo da' fondamenti. Si mette innanzi il diritto de' popoli, per non intervenire a vietar lo spargimento del sangue fraterno, ma questo stesso dritto merita d'esser infranto quando i fratelli sono in pace. Si fa un sacro dovere di non intervenire per porre la pace; ma è cosa lecita a dar arme e protezione a' turbatori della pace e a' fratricidi.

E siffatta ipocrisia, formulata con le parole di non intervento, è il prodotto della vantata ultima civiltà!

Adepti della rivoluzione

Oggidì, oltre gli stati costituiti e riconosciuti da' trattati, v'ha una nuova e favorita potenza, la rivoluzione. Essa ha re, ministri, diplomazia, erarii, eserciti e condottieri; essa solo fra le nazioni ha il privilegio del nuovo dritto, cioè la facoltà d'aver dritti senza doveri, di non riconoscere trattati né dritti preesistenti, e di chiamarsi sola popolo e società. Dove non è lei tutto si appella tirannide, servaggio e ingiustizia. Essa sola ha la divisa della libertà, dell'indipendenza e dell'uguaglianza; e però ha sola il dritto privato d'assalire qualunque libertà, indipendenza ed uguaglianza che non venga da lei. La rivoluzione sola dà la felicità; e guai a chi senza di lei osi esser felice!

Il reame delle Sicilie era indipendente sin dal 1734, quando andar via i Tedeschi; era libero sotto lo impero di buone leggi, che tutti i sudditi agguagliavano; ed era prosperoso, pel mite scettro de' suoi principi. Ma ciò era a seconda del dritto antico, del dritto divino; esso invece doveva esser felice pel dritto nuovo, pel dritto infernale. Dunque la sotterranea potenza, che accentra in se tutti i dritti, essa poteva e doveva intervenire: la rivoluzione.

L'impresa garibaldina

Ed avea ben preparata la macchina; avea ben colme d'oro le mani; aveva uffiziali e ministri fra gli uffiziali e ministri del re assalito; aveva con sé e per se i camorristi; aveva sicurezza di non esser turbata pel non intervento; avea la bandiera d'un re di vecchia stirpe, con la croce spiegata; e, in caso di sconfitta, ben a ragione si fidava nel soccorso di questo nuovissimo re. Lo appellò quindi re galantuomo, re di setta, re che piglia l'altrui e il fa pigliare. Quindi preparò navigli, uomini ed arme in Genova sotto gli occhi di tutte le nazioni; quindi il famigerato marinaio di Nizza, alla presenza delle armate francesi ed inglesi, fe' co' suoi mille il grande intervento. Questo medesimo Garibaldi, non con mille, ma con quattromila, undici anni innanzi, era entrato in Terra di Lavoro ad Arce; ma combattuto dalle guardie urbane, dopo alquante ore, all'avvicinarsi del maresciallo Ferdinando Nunziante rattamente si fuggì. Ora undici anni di più l'han fatto prode!

Senza offesa da' nostri marini, l'Eroe discende a Marsala; è rotto sì a Catalafini, ma il nostro generale ritraeva i soldati dalla vittoria. Quindi un primo consiglio d'estera potenza faceva uscir da Palermo ventimila uomini, senza colpo ferire; dappoi che al pio Francesco era messo innanzi agli occhi il danno della città, vicina ad essere insanguinata e abbattuta. Seguiva il fatto d'arme di Melazzo, dove il colonnello Bosco con duemila uomini urtava in dodicimila Garibaldini. La storia dirà forse il perché da Messina prima partiva, e poscia era chiamato indietro il soccorso di milizie, che avrebber posto fine alla guerra. E un secondo estero consiglio faceva ritrarre dalla Sicilia tutte le non vinte nostre soldatesche. In tal guisa aveva la rivoluzione un regno intatto, e trovava arme ed agio per invader l'altro.

Il mondo vide rinnovellati gli giuochi stessi tante volte usati. Luigi XVI, circondato da consiglieri Giacobini, fu indotto a quelle concessioni che il portarono al patibolo. Carlo X cadde per simiglianti consigli, e Luigi Filippo che da' Carbonari era stato innalzato al trono, ne discese vittima egli stesso. Similmente il nostro re, che in quel momento supremo avrebbe dovuto stringer forte le redine dello stato, fu da' suoi consiglieri spinto a promettere il richiamamento della costituzione. Allora infranse il suo scettro. Le sette domandano sempre costituzioni, ma non per francare i popoli, bensì per avere un terreno dal quale impunemente avventar colpi al trono e alla società. Avean fallato nel 1848; non si fallò nel 1860. Subito i fuoriusciti ed i traditori presero il governo; abusarono della cavalleresca pieghevolezza del monarca, tutte cose mutarono, disposero essi delle forze e delle ricchezze nazionali, e prepararono il cammino trionfale al Garibaldi. Per guadagnar tempo da corromper l'esercito, finsero trattare una lega italiana; inviarono loro ambasciatori a Torino; e sindaco il re galantuomo si piegò a scrivere al Garibaldi, pregandolo si arrestasse. Ma costui baldanzosamente niegava; e la commedia col ricusarsi la lega si compieva.

A tanta ignominia i ministri patrioti e liberali discesero, che un regno di Napoli pitoccava da un avventuri ero e da un Piemonte d'esser lasciato stare! Ma i liberali non han patria.

Vittoria della camorra

La rivoluzione non perdè un istante. Subito il ministero camorrista mise generali camorristi incontro al Nizzardo; fece da' suoi uccidere per le vie gli uffiziali da della precedente polizia; creò anzi poliziotti gli stessi ucciditori; mise camorristi Intendenti al governo delle province, alle direzioni, alle amministrazioni, a' tribunali. Sindaci nuovi, decurioni nuovi, eletti nuovi, guardie nazionali nuove, tutte persone a suo modo rimutò; e guai a chi osasse fiatare. I decreti avean la firma del re. Gli stessi soldati del re erano in nome del re mandati a sedare le reazioni fra' popoli frementi; e la forza medesima del regno era costretta a dare il reame a' pirati. Allora fu un terrore universale: camorristi a calunniare, a carcerare, a pugnalare quanto era onorato e virtuoso: la stampa a deificare il tradimento, a predicare le insurrezioni, a incitare i dubbii a diffamare la dinastia. Allora non fu più guerra d'arme, ma d'infamia. Le milizie si mandavan sì, non già contro il nemico sbarcati a Reggio, ma in gole di monti, ove eran da' loro stessi duci disciolte e sbandate. Andavan le munizioni e le vettovaglie, a' nostri non già, ma a' Garibaldini. Si chiamavan sì gli uomini alla arme, non già a prò del trono del paese, ma per la rivoluzione. Onnipotente fu questa; perché, regnatrice in nome del re, infrangeva i sostegni dello stato, spauriva gli onesti e i fedeli, e armata dell'arme regia contro il re l'arme ritorceva.

Ed ecco altro consiglio straniero, per salvar Napoli dagli orrori della guerra, induceva il buon nepote di S. Luigi a lasciar la sede del regno. Francesco a 6 settembre usciva spontaneo dalla sua città capitale: abbandonava i luoghi e le stanze ov'era nato, la reggia, i castelli, la flotta, il tesoro, gli arsenali e le arme. Usciva non isforzato da nemico, ma dal suo stesso ministero; usciva seguito dalla parte più onorata dell'esercito nazionale, numeroso e fremente, che per disciplina ubbidiva al comando; usciva tranquillo da una città silenziosa, che stupefatta mirava l'inconcepibile avvenimento, presaga de' futuri suoi danni. Francesco ogni cosa lasciava, ma non l'onore. Lasciava di fare il re sul trono; ma si ricordava d'essere il primo soldato della nazione, ma sguainava la spada, ma poneva a rischio la vita per l'onor napolitano, e sebbene tardi pur cominciava sul Volturno quella non aspettata difesa, che per opposti casi di glorie e di errori sarà memoranda.

Fu veduto un fatto nuovissimo: un ministro di Francesco, l'operatore primo di tanti inganni, accorrere festante al Garibaldi, e condurlo con sé inerme e solo in Napoli; dove i plausi de' sublimati ignoranti camorristi gridavano Italia una. Quel ministro spergiuro e vile fu si' impudente che impetrò dallo straniero, cui aveva dato la patria indifesa, un decreto che dichiarava lui aver ben meritato dalla patria. Ei si guadagnava infamia immortale, e dava a questo misero paese pur la taccia imperitura d'aver partorito un uomo gravato di colpa inaudita nella storia de' regni.

Certo non è raro a veder avvocati pigliar la difesa d'un cliente per fargli perder la lite, e aver la paga dell'avversario; ma l'avvocato ministro fu certo il primo a recar questa usana nelle liti de' popoli e de' re.

Uscito Francesco, fugati, carcerati e minacciati i buoni, lo stesso già regio ministero gridante ora Italia una, armati quanti v'eran tristi, venuti a posta dell'estero e dalle province, fra lo scintillar de' pugnali e le bandiere rivoluzionarie, qual maraviglia che il Nizzardo entrasse inerme e plaudito? Anche Silla dopo la distruzione piena del partito di Mario, passeggiava incolume le vie di Roma. E Silla era pur Romano; né scrittore alcuni il disse amato da' Romani. E sarebbe stato amato in Napoli un avventuri ero lacero e famelico, estraneo e ignoto; il quale duce di gente sitibonda d'ogni bene, raccolta in tutte le parti della terra, parlante barbare lingue, abbatteva senza colpo otto secoli di glorie nazionali, l'antica monarchia, ed un re nato napolitano, e figlio d'una santa donna, la cui memoria è cara e popolare! Quel fatto de' plausi al designato dalla setta non prova già l'unanimità della popolazione alla rivolta, prova anzi le arti nequitose de' congiuratori, e la generosità del monarca. Questi usciva per non insanguinar Napoli, e dava ordine di non usar l'arme; però i suoi fedeli battaglioni, anche seguendolo nell'esiglio, lo ubbidivano, e vedevano immoti l'orgia rivoluzionaria, e gl'ilari traditori, e il Garibaldi passeggiar solo, inerme... Un colpo, e la monarchia era salva: ma quel colpo era stato vietato dal re!

Non fu già Napoli unanime nella gioia; piuttosto, perché abbandonata da ogni forza sociale, unanime fu nel timore. Nelle cose più spaurite, più italiche bandiere sventolavano, più luminarie scintillavano. La curiosità innata in questa gente, il numero che qui di leggieri fa massa, i tristi tenuti tanti anni a freno, ora sbrigliati, i molti travestiti Piemontesi appositamente venuti, il gridar de' camorristi, de' monelli, de' proletarii accorsi allo sperato banchettare, la contentezza de' contrabbandieri cui s'erano aperti i porti, il batter di mani della setta che inebriata del trionfo, credeva aver con le dita preso il cielo, tutte cose erano che facevano parer numerosa quella festa. Ma che uomini signorili e gravi, in qualche parlamento d'Europa levin da quella tregenda argomenti mostrar Napoli e il reame plaudente al liberatore, questo è troppo grosso errore, per sembrare innocente.

L'esercito Garibaldino, lurido, bieco, famelico, disordinato,male armato,peggio vestito,entra nella città. A siffatti nuovissimi vincitori s'aprono i castelli, le reggie, gli arsenali, i porti e le casse. La flotta, quella flotta che tanto era costata, si dava da' suoi comandanti alla rivoluzione. Ogni cosa è di questi usciti da tutte le parti del mondo, ignoti l'uno all'altro, calpestatori d'ogni dritto, ignoranti di ogni legge. Si spandono per le case, pe' paesi e per le ville; sono padroni di tutto, derubatori di ogni arnese, calpestatori d'ogni monumento, insultatori d'ogni grandezza. Napoli che i Vandali mai non vide, vide i Garibaldini.

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Capitolo sesto

La guerra dei cannoni

Fermezza dei Napolitani

Nulla rimaneva all'esercito napolitano, escito per obbedienza dalle sue forti posizioni. H reame era già da due mesi dominato dalla setta in nome del re Francesco; ora in nome di re Vittorio era dalla stessa setta dominato. Allo squallido avanzo della monarchia restava sol quanto poteva con gli stremenziti battaglioni occupare. Stremenziti erano da un anno di bivacchi su' nevosi Abruzzi, stancati dalla guerra di Sicilia, dove il vincere era ito in disfatta; dalla non combattuta Calabria, dal correre sempre a cercare il nemico ove non era, e dal comandato continuo ritirarsi. Stremenziti da un anno di privazioni di ogni ben della vita; dalla lunga lontananza da' cari parenti; dal sentir vane tante fatiche; dal mirarsi soli, abbandonati da' codardi parteggiatori del nemico, e dal veder crollare il trono non difeso, e crollare innanzi agli occhi loro, mentre ancora l'arme vendicatrici avevano nelle mani. Ed erano più striminziti dal sospetto d'avere ancora nella fila altri pronti a tradire. Non sapevano se più da' loro duci o dagli avversari l’avessero a temere. Fra tante infelicità, ogni soldato di qualsivoglia nazione sarebbe soccombuto; ma il napolitano stette fermo al suo posto.

Eran frementi,ma risoluti di morire col re. Quarantamila passarono il Volturno; e altri ventimila, già sbandati da' loro generali, sin dalle Calabrie senz'arme, alla spicciolata, sfuggendo i numerosi nemici che da ogni banda lor chiudevano il passo, con estremo pericolo, travestiti da contadini, per monti e per tragetti,a nuoto pel fiume, raggiungevano le amate bandiere. Questi giovani mandati a'paesi loro, preferirono di lasciare il riposo delle sicure capanne per incontrare gli stenti e le mitraglie. E fur viste le madri, novelle Spartane,scacciar di casa i figliuoli, e sospingerli alla guerra, e gridare: E che vienea far qui, quando a Capua il re combatte per noi?

Vittorie napoletane ed errori dei generali

A Capua finirono i trionfi Garibaldini. Colà non erano Pianelli e Liborii; non è più un re cedevole a' consigli di ritirarsi innanzi agli assalimenti; ma un principe che sentiva essere sangue di S. Luigi, e nepote di gloriosi guerrieri. Incominciò la guerra vera. Il Garibaldi credeva ancora seguitare il giuoco delle incruenti vittorie e prometteva aver Capua senza colpo. Ma fu accolto a cannonate, e l'unghie de' nostri cavalli calpestarono le camice rosse. E sì v'erano ancor traditori ! Traditori che dal campo garibaldino drizzavano i cannoni contro i fratelli;traditori nelle città, che con avvisi e segnali favorivano l'avversario. Fu dato a' nemici il tempo di fortificare, d'ingrossare, e provvedere; e quando non si poteva più rattenere il soldato, a Chiazzo era stato preso d'assalto, e stabilito era l'attacco del 1 ottobre, tosto ne correva la nuova, e si dava ancoil disegno della battaglia.

Così il Garibaldi si preparò.Mille volontarii Inglesi, parecchi artiglieri dell'angla marina, duemila Piemontesi di regolari truppe alla svelata otteneva; e là dove sapeva dover essere assalito, là per cogliere gli assalitori si apprestò. E i nostri Duci,che vedevan Napoli in balia del primo ch'entrasse, invece di pigliar questa facile via della vittoria, tolsero la difficile di sforzare di fronte il nemico a S. Maria, a S. Angelo e a Maddaloni, là dove soltanto egli era a ributtarli allestito. Invece del correre a Napoli senza combattere, e tagliar fuori il Garibaldi, lungi dal mare e in paese avverso, preferirono spingere i soldati a petto scoperto contro le asserragliate vie; e a disfar tre volte la fortuna in luoghi diversi, a molta distanza, dove non eran possibili simultanei movimenti,e il trasmettere gli ordini e le novelle della battaglia. Sembrava risolvessero il problema, non già del come andare, ma del come non andare a Napoli.

Furon fatti prodigi di valore.Disfatti gl'Inglesi, sforzato il forte baluardo di S. Angelo, venne più volte con veemenza assalita S. Maria. Si vinse a Morrone e a Maddaloni. Caddero cinquemila inimici, e due nostri battaglioni animosi si cacciarono sin dentro la regal Caserta. Ma abbandonati eran questi prodi; e la grossa colonna da Morrone, senza proseguir la vittoria, si traeva indietro. I vincitori di Maddaloni,rimasti soli, dovettero seguirla. La notte divideva la sanguinosa pugna. E perché non valersi dello scoraggiamento de' Garibaldini, e non volar su Napolicon fresche milizie? Perché lasciar vani tanti rischi corsi dal re e da' suoi reali fratelli?

Questa giornata mancò d'un uomo che sapesse stringere in pugno la vittoria. Nondimeno prostrò l'esercito garibaldino, cui tolse la baldanza e il prestigio; però il ferito suo condottiero cedeva il comando al Napoletano disertore Cosenz; e quella incoerente e rotta massa per metà si sbandava. Gettavan l'arme e le camicie rosse, e in farsetto fuggivan pe' monti. La rivoluzione era vinta.

Colpo alle spalle

Era vinta irremisibilmente. Alla setta fuggiva di mano il frutto delle menzogne; il Piemonte avea profusi indarno tanti milioni per questa impresa; vedeva riuscir vane le lunghe insidie de' suoi ambasciatori; perdeva l'arme porte al Garibaldi; si riconosceva svelata per i duemila uomini accorsi a soccorrerlo in Caserta, e doveva retrocedere con vergogna dopo aver tanto proceduto con imprudenza.allora sospinta da un fato chela condannava a trista infamia eternale, non trovò altra salvezza che nel torsi la maschera affatto. Allora compiute le prime geste sul debole Papa, lanciò a visiera levata il suo re galantuomo con cinquantamila uomini nel reame, a dare improvvisamente nelle spalle di un re amico e parente, nel momento appunto ch'ei con la nuda spada combatteva, ed era per ischiacciare appieno la rivoluzione e di suoi eroi. A somiglianza degli Attila o meglio a guisa del corsaro Barbarossa,quel re non curò di far dichiarazione di guerra. Ma disfidiamo qualunque abbia scienza di storia a trovare nelle antiche e moderne carte altro fatto, per ingiustizia, per viltà e per violenza insieme, che agguagli questo turpe assalimento del re galantuomo.

Se fu turpe lo assalimento, non men turpe ne fu il modo. Il generale Cialdini, accoppiandosi co' Garibaldini, e in fingendosi chiamato da' popoli, mitragliava le popolazioni che contro di esso insorgevano; e vedemmo per le mura di Napoli il telegramma col quale annunciava le fucilazioni senza giudizio fatte agli insorti contadini. Di tanta vergogna ebbero a coprirsi i Piemontesi, per entrare in questo paese che lire spinge.

Dimezzato era l'esercito nostro per le insidie, pe' morti e pe' feriti, poco obbidiente pel sospetto de' suoi duci, stremato dalle malattie, e dalle fatiche di tanti mesi, privo di soldi edi panni, ristretto in poco terreno, messo fra due eserciti nemici, assalito da ogni maniera di scritti e di calunnie; eppure fedele al suo paese ed al giuramento, combatté sino all'ultimo istante. Non un uomo disertò. E quando per contraria fortuna fu poi prigioniero o disciolto, neppure piegò il ginocchio allo straniero; ma, senz'arme e senza uffiziali, corse su' monti per tenere alta la patria bandiera de' gigli. Ora non è mio debito narrare i fatti della mal condotta guerra; ma quando meglio le cagioni e gli effetti saran disgelati, la storia dirà perché non fu data battaglia su' campi di Venafro, ove le artiglierie e i cavalli ne avrebbero di leggieri potuto dar vittoria. Dirà perché si abbandonavano le posizioni del Volturno, per prender l'altre più strette, sul lido d'un mare indifeso e infedele. Dirà la pugnace ritratta di Cascano, ove i Sardi eran la prima volta respinti. Dirà la giornata del Garigliano, e la immatura morte del nostro prode general Negri, e la rotta de' nemici, non inseguiti per lo disfatto ponte. Svelerà perché l'armata francese abbandonasse la promesse guardia della spiaggia, e lasciasse che gli stessi napolitani vascelli, vituperati dalla sabauda insegna, bombardassero a salvamano l'indifeso nostro campo. Svelerà perché una parte del misero esercito, ancora ordinato, era menato nello stato pontificio, e tolte si vedesse le armi dagli amici Francesi; e perché non piegasse invece ver gli Abruzzi, a tener viva la fiaccola dell'indipendenza. Narrerà la storia la gloriosa difesa di Gaeta, dove il re delle Sicilie e la giovinetta eroica regina tennero alto il vessillo,tanti mesi percossi da innumerevoli italiane bombe; privi di soccorso, fra le ruine della abbattuta città, fra il tifo, gli uccisi e le immondezze. Racconterà della barbarica guerra gli esecrandi eccessi, e gli arrestati parlamentarii, e i percossi ospedali, e i lavori d'assedio fatti in tempi di tregua, e le bombe lanciate durante le capitolazioni, e i compri scoppii delle polveriere, ultima opera di nefandi tradimenti. Conterà i giorni di quel fiero assedio, non da prodezza ma da' lunghi cannoni superato, che quattro miglia distanti facevano la gagliardia di quei Piemontesi, a desco seduti e sicuri da ogni offesa. Dichiarerà come disuguale per arme, quello assedio dava non al vincitore ma al vinto la corona della gloria; come fermava per sempre nel cuore di tutte l'anime generose e nella posterità un trono in caduco al monarca discacciato; e lasciava ne' Napolitani la eterna gratitudine, e l'ammirazione pel sostenuto onor nazionale. La storia dirà che si cadde, ma con onore. E ricorderà l'ultimo addio del giovane re a' suoi compagni d'arme, l'estremo bacio sulla terra de' padri suoi, il final saluto all'amato reame sì crudelmente da barbare genti calpestato; e ricorderà il pianto e i lagni sconsolati di quei buoni soldati a baciar la polvere premuta dagli ultimi passi del suo re, a involare i lembi delle vesti della regina... Oh non è vero forse che pur la sventura ha le sue gioie? Quando i potenti della terra discendono alle volpine arti de' codardi,quando i grandi tradiscono o abbandonano la virtù sventurata, è bello a vedere il soldato figlio del contadino, dare esempii d'abnegazione e di fede; e mosso dalla semplice filosofia del cuore, far arrossire gli uomini dalle ricamate divise e da' manti purpurei, che in nome di una finta libertà pongono ceppi traditori ad una nazione innocente.

Ma... E perché tante macchinazioni, e tante bombe, e tanto eccidio? Perché la sublimazione d'ogni sfrenatezza, e il rovesciamento d'ogni dritto? Per far l' Italia una. Ma il Piemonte inventore e operatore di cotesto gran motto, vuole davvero l'Italia una? E l'Italia può essere una? E saria conveniente a farla? E i Napolitani acconsentono? Di questo è da ragionare.

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Capitolo settimo

Il Piemonte non vuole una Italia

Ipocrita diritto di nazionalità

Questo dritto di nazionalità cavato fuori a questi tempi, tende a disgiungere le genti di linguaggio diverso, e ad unire le nazioni per ragion del parlare. Però, se questo è dritto, l'Italia ha ragione d'annettere a sé tutte le contrade ove il SI suona. Dunque Venezia, Corsica,Malta, Trieste, e sin le spiagge della Dalmazia e dell'Illirio son terrei taliane, e dovranno per quel dritto venire in potenza della madre patria. Ma il Piemonte che vanta le simpatie di Francia e d'Inghilterra, non può voler torre,né il potrebbe, a queste forti nazioni le due italiche gemme di Corsica e Malta.Di strappar Venezia e Trieste al Tedesco molto parla; ma non vi si risica, sinchè non troverà di qualche Liborio o Pianelli alemanni in Mantova e Verona.Quindi esso per lo meno non può unir l'Italia. Ma che nol voglia è manifesto dall'aver dato a Francia le vere porte d'Italia, le province di Nizza e Savoia,che furon la culla della sua rinomata stirpe sabauda, nel cui nome va stendendo in giù le sue branche. Quando quella stirpe era appena italiana fu prode e fida sentinella del bel paese; oggi ch'è fatta italianissima, ne lascia la guardia allo straniero; ed anzi a quella nazione appunto dalla quale s'ebbe a guardare,e che per la sua mobile e intraprendente natura, e per la trista esperienza di molti secoli, era più di tutte a temere. Una porta aveva l'Italia in mano al Tedesco, potenza conservatrice; e il Piemonte, senza chiudere questa, ne apre un'altra al Francese, potenza sperperatrice. Vorrebbe una Italia, e ne dà via due province. La vorrebbe forte, e la fa fiacca di fatto, esposta a subir le leggi di più gagliardi atleti, che certamente la terranno arena delle loro disfide. Vittorio ha fatto peggio che Ludovigo il Moro.

Ipocrita avversione allo straniero

Questa vantata unità, conseguita in tal modo, è parola bugiarda. Il Piemonte ha tolto di postole Alpi. Dio le fe' Italiane ed ei le fa Francesi. Grida, si, fuori lo straniero! Ma fa entrare un altro straniero nel cuore delle sue terre, ve lo insedia, e se ne vale per cacciar di sedia i principi Italiani. In tal maniera abbatte i deboli duchi di Modena e di Toscana; caccia via dalle Marche e dall'Umbrie il pacifico Papa; schiaccia con le bombe il re di Napoli, e tempra l'arme scismatiche e irreligiose per mandar fuori dal seggio di Pietro il Pontefice di Dio. Il Piemonte grida Italia, e fa guerra agli Italiani; perché non vuol fare l'Italia, ma vuol mangiarsi l'Italia.

E mentre proclama l'Italia del SI, e la cacciata degli stranieri, chiama dentro uomini di tutta la terra,cinguettanti i più strani dialetti. Col Garibaldi vennero Belgi, Dalmati, Greci, Slesii, Croati, Ungari, Polacchi, Prussi, Inglesi, Americani, Svizzeri e Turchi.Costoro non erano stranieri solo al regno, ma a tutto il mondo, ed anche al luogo ove nacquero; perocché loro patria è la setta, e là dove trovano da far sacco. E mentre cotesti barbari accoglie, il Piemonte esilia i più eminenti Italiani; desta ire e vendette fratricide qua dove era concordia e pace,richiama dalla tomba de' secoli i parteggiamenti de' Bianchi e Neri, de' Guelfie Ghibellini, e cammina baldanzosa all'asservimento pieno delle italiane contrade. Poco innanzi avevano Lombardia sola ita all'Austria per dritto di successione; ora per dritto di rivoluzioni e di cessioni, abbiam Tedeschi,Francesi ed Inglesi; perdemmo le repubbliche di Genova e Venezia; ed or si ritaglia Savoia e Nizza, e chi sa forse quale altra cosa. Che Italia sia stata ludibrio dello straniero, il sapevamo; ma che fosse ludibrio degli stranieri e dell'italianissimo Piemonte, e che codesta vergogna nuova dopo le antiche vergogne, s'appelli da quei patrioti redenzione, unità e forza, ell'è una prova dell'ultimo traviamento dell'umanità.

Il Piemonte sa di non poter vincere Francia, Inghilterra e Alemagna; però non pensa neppure a far restituire Nizza, Savoia, Corsica, Malta, e Venezia; ma si contenta di beccarsi la Toscana,le Romane e le Sicilie, stati italiani; perché questo lo può fare con l'aiuto Strani ero. Dicono il Tedesco dominava in Italia; ma veramente dominava su la setta, e le vietava devastasse questo bel giardino. Cosicché il Tedesco per questa ragione anzi che dominatore era benefattore. Tolto lui di posto, la rivoluzione all'ombra delle vittorie Francesi fa versar fiumi di lagrime e di sangue. La Francia che faceva la guerra per un'idea, e per ricostruire la nazionalità del SI; s'ha tolto un altro cantuccio della terra del SI; e il Piemonte con tal contratto cedeva le sue magre piagge alpigiane per prendersi i grassi campi Lombardi e le più grasse Puglie, Sicilie e Terra di Lavoro. Questo è far la camorra in grande. E credo non mai si vedesse vendere il sangue, la pace, la roba e la felicità de' cristiani in più spudorata maniera. Inoltre il Piemonte per conquidere l'Italia è costretta a rovesciarne la grandissima gloria del Papato, ch'è gloria prima e senza rivalità su la terra. L'Italia pel papato,impera nell'universo mondo. Con la parola di Dio ha una forza maggiore di tutte le flotte e i battaglioni del settentrione e del mezzogiorno, e fa chinar le ciglia a dugento milioni di fedeli. Per quella parola la patria nostra suona famosa nelle menti umane; perocché scelta da Dio per sedia del suo Vicario splende di luce imperitura, che riverbera sulle arti e sulle scienze, sulle manie sul pensiero, e suscita la scintilla dell'ingegno, e della Fede. Il Piemonte sente esser pigmeo innanzi a tanta grandezza, e nuovo Satana tenta abbattere l'opera di Dio. Quindi molesta, spoglia la Chiesa, perseguita i prelati, fa predicare eresie, sparge false bibbie, fabbrica chiese protestanti, assale la religione e la morale con la stampa, insozza le scene con mali drammi, le università con rei cattedratici, e le vie con immagini nude ed oscene. Vuole l'unità geografica, e la disunione morale. Quindi calunnia il papa e i vescovi,inventa sconce favole, mistifica il vero, e in tutte abbiette guise combatte. Ma il Vaticano s'ebbe ben altre scosse che no questa melensa procella piemontese;ed ei starà, sinchè Dio vuole.

Né l'Italia può scendere dal suo saggio civile; né abdicare a favor d'un misero Piemonte. Essa può avere di vertigini; può la melma (e dove non è melma?) intorbidare le pure sue fonti, può esser sì qualche istanti abbarbagliata da parole luccicanti; ma l'eloquenza dei fatti, ma il suo naturale ingegno la fa salva. La civile Italia ha già cavata la maschera bellettata al nero Piemonte;invece del liberatore ha visto in esso lo schiavo; e già lo sprezza e loscaccia. L'Italia se non sarà una per istato, una sempre sarà nella religione e nel diritto, e avrà forza da rivendicare contro qualunque straniero o interno tiranno la sua vera libertà e indipendenza. Il Piemonte NON VUOLE l'Italia una, ma la vuol serva. Ei si vorrebbe ingrandire; ma l'usurpazione in tempi civili non riesce a grandezza.

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Capitolo Ottavo

L'italia non può' essere una

Si conceda che il Piemonte voglia fare una Italia, che strappi Nizza, Corsica e Savoia alla Francia, e Mantova e Venezia al Tedesco; che accheti il mondo cattolico, mandi il Papa a Gerusalemme \ e giunga a sedere in Campidoglio; si conceda che la frode e la forza vin­cano ostacoli si gagliardi, e sian raggranellate in un laccio tante sparte provincie, e tutte le genti del SI sotto uno scettro; posto che questa nuova potenza struggitrice de' dritti preesistenti, sia nel suo nuovo dritto riconosciuta dalle nazioni, e trionfi; immaginiamo tutto ciò pie­namente compiuto, sarà anche allora fatta l'Italia una?

Non può la forza congiungere animi disgiunti, interessi opposti, passioni invide o rivali, terre separate da monti, da fiumi e da distanze, differenti costumanze, varie stirpi, bisogni diversi, contrarie tendenze, e gli opposti sensi e le tradizionali memorie, che si nudron col sangue, e si succhian col latte. Le parti eterogenee d'un tutto sconnesso, messe insieme a forza d'insidie e usurpazioni, si sciolgono presto; e la guerra civile inevitabile, e parteggiamenti e vendette, saranno il frutto d'un'ope-ra elevata da scellerato capriccio, a dispetto degli uomini e del cielo. Più saranno le provincie fuse, e più saranno i nemici. La natura com­pressa ripiglia il suo dritto; lotta sì con l'opere stolte delle umane fan­tasie, ma pur vince alla fine. Ciascun essere non può mutare sua es­senza; e una nazione sarà sempre quella che fu. Potrà progredendo diventar grande e forte, ma non fonderà i frutti di semi diversi, perché Iddio tutto die' all'uomo, fuorché la potenza di turbare le leggi della creazione. Il cammino de' popoli è come un sillogismo che costa di proposizione premessa e di conseguenza; e là dove si vogliano conse­guenze che non iscendano dalle premesse s'ha il sofisma. L'Italia una è un sofisma. Gli antichi, maestri di politico senno, mai non pensarono a fondere una Grecia. E la Grecia ha consanguineità e simiglianza di regioni e di usanze con l'Italia antica e moderna. Atene, Sparta, Tebe, Argo, Corinto non potevano esser fuse; solo potettero esser dominate dai Macedoni, e poi dall'aquile romane. Oggi il Piemonte vorrebbe fare il Macedone in Italia, ma non ne ha le falangi; e mentre intende ad agguantar gli altri, non vede poi tre aquile e lioni con unghie adunche che gli stan sulle spalle, per dilaniar esso e la preda.

L'Italia antica più ancora della Grecia fu sin dai principii popo­lata da popoli molti e diversi. A' tempi eroici furono guerre in Flegra, che adombrano, come chiarì il Vico, le lotte campane fra gli Opici e i Greci1, fra gli uomini della terra e quelli giunti dal mare. I Pelasgi non fecero una Italia, né gli Etruschi, né i Greci, né i Troiani. Cia­scun popolo si adagiò sur un canto di terra; e fur parentele e guerre e paci fra loro, senza più. Virgilio numera a centinaia di popoli con­federati con Turno o con Enea. E Livio narra le fatiche de' Romani per domarli, Umbria, Etruria, Lazio, Liguria, Venezia, Gallia, Lucania, Campania, Sannio, Irpinia, Apulia, Brezia, Caonia, Sabina, Sicania, Ernicia, Daunia e cento altri nomi avevano queste contrade. I savii Romani non pensarono a fonderle mai; ma lor serbarono le auto­nomie, cioè leggi, magistrati e governo; e soltanto le federarono, onde n'ebbero aita e forza. E pur patirono la rivoluzione, detta la guerra sociale, per la federazione de' socii contro di essi. E quando dopo concedettero a tutti gl'Italiani la cittadinanza romana, cioè il dritto del suffragio, allora venne meno il senno di Roma. Ne' comizii, fra tanti popoli diversi, si portavano, più che voti, arme ed argento; onde sursero ambiziosi che corruppero e comprarono lo stato; e la repub­blica cadde. Fu il sofisma sociale che non discendeva dalle cose pre­messe; fu una maniera d'Italia una, patteggiata, scissa e insanguinata da' Catilina, da' Marii, da' Cesari e dagli Antonii. Allora la società, nella pienezza della vita vicina ad essere disfatta, s'ebbe a ricostruire sotto lo scettro del più furbo, e surse un Cesare, cioè il dominatore universale. Allora l'Italia non fu una già, ma unita nella servitù con tutto il mondo, schiavo de' Caligola e de' Neroni.

L'Italia non potè essere una neppur nel medio evo, quando le nazioni moderne uscirono unificate dalla spada e dal seme de' Barbari. Spento l'Impero romano le genti settentrionali, agguagliando con le stragi e le devastazioni i popoli tutti, occuparono le regioni, e furono semi di nuove nazionalità. I Franchi fecero una Francia, gli Unni una Ungheria, gli Angli una Inghilterra, e i Goti una Spagna; ma simi­gliami Goti non poterono fare una Italia. E certo se alcuno poteva farla, questi era il gran Teodorigo Goto; perché distrutto quasi il sangue romano, ripopolata la regione da estrana gente, fu quasi un popolo nuovo, cui si poteva dare la forma una, con l'unità di leggi e di go­verno; e che poteva naturalmente nel novello sangue, cominciar ver­gine una vita autonoma e sua. Teodorigo questo volle fare col gagliardo scettro e le leggi sapienti. Voleva una Italia; ma l'opera sua finì presto; e la spensero i diritti preesistenti de' Greci Bizantini, e la difficoltà geografica del territorio, più che i delitti de' suoi successori; né val­sero le buone leggi, le gagliarde volontà e le fortissime arme a soste­nerla. Teia ultimo Goto non fu vinto già da Belisario e Narsete sol­tanto, ma dalla impossibilità d'una Italia. E così con uguale vicenda non riusciva a farla Narsete, né Longino, né l'Alboino longobardo, vincitore venuto con tutto un popolo ad occuparla. I Longobardi sé stessi divisero. Autari terzo re, nel 589, asservendo molte repubbliche sino a Reggio di Calabria, fé' qui uno stato distinto. E v'ha chi assicura che anche a costui preesistesse il ducato di Benevento. Restò il regno lombardo superiore, il Beneventano nella parte inferiore, e alquante spiagge a' Greci. Incomincia da quel tempo l'autonomia del napo­litano paese, che conta tredici secoli e più!

Né tampoco sì poco divisa, e quasi tutta longobarda potette du­rare; che presto qua e là sursero repubbliche rivali e nemiche; ed ebbero la prima origine le persone di tante città, e le memorie e gli interessi varii e contrarii, che non sono ancora spenti in tanto volgere di tempi.

Carlo magno prepossente voleva in una Italia fondare l'impero Franco; ma Arechi Beneventano lo arrestava sul Volturno; e seguiva fra essi una pace che fermò per sempre l'autonomia di questo paese meridionale. Carlo allora, veramente magno, vista la impossibilità di fare una nazione, e farla forte con l'Imperio, la volle forte con la Fede; e creò, o forse meglio riconobbe la monarchia de' Papi; la quale nel corso de' secoli ha propugnato la Fede e la civiltà. Ma il fortissimo Carlo magno non potè fondere l'Italia.

Non serve a rammemorare gl'inani sforzi degli Svevi, né quelli moderni del 1° Napoleone, che pure catturò il Papa in Vaticano. L'Italia non potè essere una mai; né quel misero Conte di Cavour avrebbe fatto col braccio straniero quanto né Teodorigo, né Alboino, né Carlo, né il Bonaparte con arme proprie e vittrici poteron fare. Il Cavour poteva solo, come fece, dare allo straniero un altro lembo di questa strambellata italica terra.

L'Italia non fu una come Inghilterra, Spagna e Francia, perché, Iddio la creò svariata, la fé' lunga e smilza, e rotta da fiumi e da montagne; la popolò di stirpi diverse d'indoli, di bisogni, di costumanze, e quasi anche di linguaggio(1) (1); le mise più centri, le fé' elevare più città capitali; e die' a tutte le sue contrade una prosperità che basta a ciascuna, e a ciascuna una mente, un'anima e una persona compiuta. Han sì somiglianzà, ma non omogeneità. Ogni suo paese è uno stato intiero; ha sangue, storie e passioni e bisogni suoi; ognuna ha e vuole la sua indipendenza, le sue leggi, il suo nome, e la sua vita; e niuna vorrà perdere l'essere, cioè uccidere sé, per far presente del suo spento corpo ad una città lontana o ad un tutto ideale, per averne in ricambio la particella d'un nome fragoroso, le difficoltà del gover-namento, la mutazione delle leggi, il far parte delle guerre europee, e il servaggio della patria vera.

Non si può per una nazionalità ideale distruggere le nazionalità reali. Potranno le cieche sette turbare gli stati, destare odii contro i sovrani, magnificar con paroloni un re galantuomo, muovere i facili desiderii di novità che annidano nelle masse; potranno sorprendere ed abbagliare un momento; ed in un istante di vertigini spingere una popolazione ad abdicare la sua potestà; ma passa la febbre, i mali nuovi si sperimentano peggiori de' vecchi, si ricordano i beni perduti, risorgono le antipatie di razze, si sentono le compressioni dello stato nuovo, manca la consueta prosperità, vien la miseria e la fame; e l'opera della rivoluzione in nome di una nazione fittizia è presto dal fremito delle vere nazioni rovesciata. E se lo stato assorbitore non fosse né forte né glorioso né civile né ricco quanto quelli assorbiti? Immaginate una Torino ingoiare una Napoli, un Piemonte abbrancar le Sicilie, l'ignoranza insegnare alla scienza, una terra assiderata, e quasi non tocca dal genio del bello, mandar pedanti a recar le lettere là dove le arti e le scienze tutte, misero eminente il loro seggio? Solo la cecità de' settarii, e quella testa del Cavour tanta insigne pre­sunzione potean nudrire.

A tanti argomenti di storia e di filosofia sento mettere innanzi l'esempio della Francia rifatta una. Ma questa non ebbe difficoltà di territorio, né di stirpe. Essa è circolare, con un centro naturale; fu sempre di un sol popolo, de' Galli prima, poi de' Franchi. Non mai fu divisa, perocché ebbe un re solo; e se grandi vasalli n'aveano stac­cati gli utili dominii, pur rimasto era l'imperio al monarca.

Fu opera non impossibile, ma neppur lieve, il restituire alla corona quelle strap­pate gemme; e i francesi vi stettero più secoli a farlo, ma con trattati, e successioni e nozze; cioè rispettando i diritti preesistenti, sebben fors'anco abusivi. E Francia ebbe solo una Parigi; né ebbe Napoli, e Roma e Firenze e Genova e Milano e Venezia e Palermo, né cento altre minori ma pure autonome città, che alla loro volta d'altri territorii son centri. E oggi la rivoluzione, calpestando ogni diritto, vorrebbe fare in un botto un'opera impossibile iniziata da una Torino, quando l'opera possibile, iniziata da' re in Parigi, e afforzata dal dritto, ebbe pur di più secoli mestieri!

L'Italia non può essere una. Né mai l'umana malvagità per più vana impresa inabissava i popoli innocenti in più crudeli ruine.

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Capitolo Nono

Non conviene che sia una

E sarà poi la vagheggiata unità di giovamento? Si vuole l'unità, per esser forti. Ma che forse la forza da felicità? Infelicissima dunque sarà S. Marino ch'è la piccolissima delle repubbliche. E domandate a S. Marino se vuole abdicare al suo passato per fondersi nella persona italiana? La felicità viene dalla virtù. Questa è grande per sé; ed è più grande in Socrate bevente la cicuta, che in Marco Aurelio imperante al mondo. Per la virtù fu Solone da più che Creso, e Sparta ed Atene più forti che Persia; per essa Roma sola domò la terra; e la Roma di Gregorio VII vide prostrati gl'Imperatori alemanni. Oggidì quando è tanta pompa di civiltà, diremo la civiltà stare nell'ampiezza del terri­torio, anzi nell'ampiezza fatta con insidie e rapine? La civiltà è per le nazioni quello ch'è la morale per l'individuo: civiltà immorale è paradosso.

Gridate civiltà, e lacerate i patti di Zurigo da voi stessi firmati? suscitate le rivolture, comprate i Ricasoli, i Liborio, e i Pianelli, fate guerre senza dichiarazioni di guerra, suscitate passioni ree, abbattete monumenti, e calpestate le leggi del dritto, dell'onore e del bello? Gridate civiltà, e mentite sempre; infingete plebisciti, adescate i popoli, e li spogliate, e li fucilate, ed esiliate dalla patria gli uomini più eminenti? Gridate civiltà, e percuotete in tutte guise la religione, ch'è il fondamento della civiltà?

Ma a voi basta una civiltà di parole e di panni; volete esser forti, per dominare. E sareste forti, o Italiani, distruggendo il papato? questa opera immensa che ne da la sola grandezza possibile dopo la irreparabile caduta di Roma pagana? questa opera che fa abbassare le più alte cervici, e fa piegare ossequiosi ver la patria nostra dugento milioni di fedeli? questa pietra imperitura che arresta gli Attila, i Carli, gli Errighi e i Napoleoni? Roma città capitale d'una Italia, sarebbe più capo del cristianesimo? Oh! se volete forza, trovate prima una forza che agguagli il segno di croce della mano del venerando vecchio, che dal Vaticano benedice la terra.

Si dirà: uniti non saremo più comandati dallo straniero. Ma lo straniero non mai comandò in Italia, se non per le rivoluzioni. Queste, suscitate e sorrette dallo straniero, distrussero non ha guari Genova e Venezia, onore del nome italiano; queste menarono il papa prigione in Francia; alzarono prima una repubblica e poi un trono francese in Napoli; han tolto all'Italia, e forse per sempre, altre isole e provincie, e forse anche il resto toglieranno. La storia di tremila anni dimostra che la rivoluzione appoggiata allo straniero, mette capo al servaggio. La stessa rivoluzione che sotto lo scudo delle stranie vittorie ha fatte ora tante prodezze, ella sta sperimentando come lo straniero le impone le mercedi e le corse e le fermate. Esso comanda di dar Nìrza e Savoia, esso spinge a Milano, esso ordina di non toccar Venezia, e sta minac­cioso a Roma, e vieta anche alla rivoluzione il suo pieno trionfo. In nome della libertà si permette di asservire Napoli libero, e si vieta di liberar Venezia serva. E non vedete che si caccian via non gli stranieri ma gl'Italiani dall'Italia? Così ne verrà forza? Questa patria infelice già impicciolita e stremenzita vedrà tosto molte nazioni venir su questi giardini, a contrastarsi la nostra servitù.

Si dice: i principi nostri erano alleati dell'Austria. Certo erano alleati contro la rivoluzione; e sarebbero alleati con qualunque altro stato legittimo che fosse in Lombardia. Non furono certo i principi che v'insediarono il Tedesco. Il comune rischio doveva collegare tutti gli stati italiani per la difesa. Togliete l'arme alla rivoluzione, e la lega con l'Austria non ispaventa nessuno. Anche Torino, fu tanti anni amica dell'Austria; oggi ch'è fatta sedia di sette, è naturai cosa che gridi contro i Principi e l'Austria collegati. Se Torino avesse voluto davvero la indipendenza nazionale, non avrebbe suscitate rivolte, né tocca l'altrui libertà; e l'Italiano senza veder visi novelli di stranieri camminerebbe a gran passi. Ma Torino, cieco istrumento d'oltremonti, distrugge le sue e le nostre forze, e pone i ceppi all'Italia, per darla ligata agli stranieri.

Ma per noi Nopolitani è un dileggio crudele il vederci ora liberare da stranieri che non avevamo. Noi son già cento e trent'anni che con la bandiera de' gigli scacciammo il Tedesco, e ricuperammo la libertà; né poi da quel felice anno 1734 vedemmo più stranieri battaglioni, fuorché in tempi di rivolte. Li vedemmo con le libertà repubblicane del novantanove, li rivedemmo con le libertà regie dal cinque al quin­dici, e ne vedemmo altri per la costituzione del 1820. Nel 48, grazie all'esercito nazionale che li respinse a Velletri, non avemmo cotai liberatori. Ed in questi memorandi 60 e 61 abbiamo stranieri da tutte le parti del mondo, venuti a liberarne dal peso delle nostre ricchezze. Lo straniero dal quale ne ha liberati il Nizzardo ora Francese Garibaldi, fu il napolitano Francesco, pronipote di quel Carlo tanto vero liberatore e benefattore de' Napolitani.

L'unità per noi è ruina. In nome della libertà ne vien tolta la libertà; perdiamo il dono di Carlo III; ritorniamo a' viceré, anzi a' luogotenenti, anzi a' prefetti, anzi a' molti prefetti, per esser menati con la frusta. Siam costretti a pagare i debiti fatti dal Piemonte ap­punto per corrompere e comprare il nostro paese. Con la fusione de' debiti pubblici, noi nove milioni d'anime, con un lieve debito di 550 milioni di lire, ci fondiamo con quattro milioni d'anime ch'hanno l'enorme debito che sopravvanza i mille milioni; vale a dire che noi pagheremmo quattro volte i debiti nostri(1). Avvezzi alla pace, sa­remmo strascinati a combattere le frequenti guerre europee, e a fare i soldati, lontani di casa, in luoghi nevosi e mortiferi, a mille miglia distanti. Veggiamo chiusi i ginnastii e gli educandati e gli opificii e i porti e le dogane, per sentirne adornati i nostri grossolani padroni. Restiamo gretti provinciali, senza lustro, costretti a mercar giustizia da ministri lontani, superbi, e ignoranti delle cose nostre; e pagarla cara in lunghi viaggi e strane stazioni, e non sempre averla; e temer le vendette e le calunnie e le avidità de' potenti, privi d'un cuor soccor­revole ch'oda i nostri lagni, e d'una mano amorosa che ne lenisca i mali.

Una Napoli senza re, senza ministero, senza diplomazia, senza nobiltà; una Napoli monumentale diventare uguale a Salerno od a Chieti, è idea da non si poter concepire. Comandati dallo straniero e dal nazionale, saremmo greggia in balìa di lupi, tosata e scannata. Di già un tristo saggio ne abbiamo in quest'anno trascorso. E se tanto spietato dispotismo, e tanta avida brutalità usa Torino in su' principii, che saria quando ringagliardito il braccio e sicuro dell'imperio, non avesse più temenza e ritegno?

Il governo liberale fallito spoglia il governo assoluto prosperoso; e ridotto a non poter vivere, per campar del nostro, inventa questa fraudolenta unità. Il proletario desidera accomunare i beni col signore. Vuoi far guerra col sangue nostro; vuoi saziare la sua setta parassita co' denari di noi pacifici e industriosi; e appagare le sue borie col nostro abbassamento; però fonde i debiti pubblici disuguali, appaia le sue alte tasse alle miti nostre, e in un botto, con una parola, ne invola la metà della roba nostra. Il primo frutto dell'unità è lo aumento di tutti i pubblici balzelli.

Si dice: con l'unità si fa la forza. Ma essa per contrario addoppia le gelosie municipali, fa le popolazioni riottose, consuma le soldatesche per contenerle, e sparge in casa quel sangue che dovrebbe esser sacro alla patria difesa. I principi discacciati da' loro seggi avran qui per lunga età simpatie e seguenze; e terran vivo il fuoco, né mancheranno d'aiuti forestieri. Avremmo in ogni lustro guerre civili e dinastiche di pretendenti, dove, se pur si vincesse sempre, ne andrebbe guasta la felicità del paese, sino alla distruzione di tante principesche famiglie. Già questo reame ebbe per due secoli i dinastici parteggiamenti An­gioini, Durazzeschi e Aragonesi, che lo posero in fondo d'ogni infelicità, e ne ritardarono l'incivilimento. Ritorneremmo a quei tristi tempi. E fra tante ire, dove andrebbero le unitarie forze nazionali? Anzi dove sono ora? Già pochi capi di banda che han levata la bandiera de' gigli, combattono soli contro la vantata unità. Tutte le forze d'Italia non furono bastevoli in un anno a scacciar Chiavone da' monti di Sora, né Cipriano dalle colline di Noia! E scaccerebbero il fortissimo Tedesco da Mantova? E non vedete co' fatti quanta è surta fiacchezza da quella unità sì levata a cielo?

Si dice: L'Italia con Roma a capo sarebbe grande. E qui si con­fonde l'effetto con la causa. Roma ha gran nome perché a capo della cristianità; fatela capo d'Italia, e sarà minore di Vienna, di Parigi e di Londra: distruggete il pontefice, e Roma è città morta1, siccome il suo colosseo. Ma si, voi promettete libertà a un papa che spogliate; e la promessa uscita da chi si vanta di non riconoscere nessun dritto, e di chi infrange i patti solenni de' trattati, credete persuada il Cri­stianesimo, e il contenti che il Vicario di Dio diventi cappellano d'un re galantuomo} Voi proclamate chiesa libera in stato libero; voi stato rapinatore dello stato altrui, voi liberali toglienti alla chiesa la libertà de' suoi secolari possedimenti, voi rivoluzionarii che ponete la bruta­lità invece del dritto delle genti! Credere che i cristiani vi possan credere è un beffarsi del raziocinio. Oh le promesse de' settarii! A voi basta il gridar popolo e civiltà per saccheggiar i popoli civili; a voi bastò gridare Italia, perché di poverissimi abbiate già fatte colossali fortune; a voi basta sclamare innanzi, innanzi, e che v'importa dove si vada a precipitare? che importano a voi le calamità degli altri, purché si faccia l'Italia?... L'Italia senza Dio! Ma a che serve avere uno vessillo, e la divisione nel cuore? I pugnali, gli odii, i tradimenti, le ipocrisie, le calunnie, gli spogli, le carceri, gl'incendi, gli stupri e le fucilazioni!... L'Italia a questo prezzo?

L'Italia abbenché divisa, fu sempre grande. Ella ha due volte dal suo seno cavata la scintilla della civiltà, e l'ha porta al mondo. Pitagora e Dante, lontani per tempi e distanze, ambo cittadini di due fievoli repubbliche, dettero i primi lampi delle due civiltà di cui la storia ha ricordo. Non le forti falangi, ma il forte pensiero è vincitore. L'Onnipotente che non da tutto a tutti, se tolse a questa patria il poter essere una, le die' grandezza per via della sua stessa divisione. Divisa, ebbe più centri, dove in più parti si cumularono monumenti d'arte e scienze infiniti. Napoli, Roma, Venezia, Milano, Palermo, Ge­nova e Firenze sono ciascuna una maraviglia; e lo straniero esula ogni anno dalle sue grette contrade per venire a bearsi d'ogni pietra di questa classica terra. Qui il Franco, l'Espano, l'Anglo e l'Alemanno s'inchina, a questa polve gloriosa, che a dispetto della sorte detta ancora leggi di sapienza, di religione e di bellezza. Solo chi ha il cuor duro come le rupi, ne affetta con barbaro sogghigno il disprezzo. Il settario soltanto è insensibile alla eloquente beltà di tanti monumenti che calpesta; e così dimostra l'anima sua aver molto del macigno delle Alpi.

L'Italia ha tante città quanti ha popoli e stati. L'emulazione e la gara innalzò tutte; e che sarebbe se avesse una Roma soltanto? La Spagna ha Madrid, l'Inghilterra ha Londra, e la Francia, l'altiera Francia ha l'ampia Parigi. Tutti questi grandi e nobili paesi non volgono gli occhi che a una sola grande loro città, siccome a stella scintillante in fosco cielo; ma le città d'Italia sono un gruppo di soli...

L'Italia una spegnerebbe questi soli. Il Piemonte con le sue tenebre vorrebbe abbuiarli. Ma la Provvidenza sta. Ella arma i contadini delle Sicilie, perché resti irrisa la cruenta vanità de' Cialdini e de' Pinelli, e la mala sapienza degli eroi della rivoluzione. I nostri contadini col braccio e col cuore dimostrano che l'unità non è conveniente all'Italia.

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Capitolo Decimo

I Napolitani non vogliono

E fosse pur buona, la ricusano i Napolitani. La volontà popolare, ora quando si deifica il dritto de' popoli, sarà solo pe' Napolitani parola morta, anzi amaro scherno? Torino vuole far una Italia, e le Due Sicilie saran disfatte, perché Torino vuole"!

Certo anche qui, il 21 ottobre 1860 fu secondo l'usanza un suf­fragio universale; un suffragio dopo che il Dittatore aveva decretata l'annessioneM Vi presiedevano cinquantamila Garibaldini con l'arme sanguinose, mentre cinquantamila baionette sarde assalivano alle spalle i nostri pugnanti soldati. In quel momento di terrore, quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli sulle cantonate dichiaravano nemico chi votasse pel NO; quando battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de' comizii; quando anche l'astenersi era apposto a colpa di stato; in quel terribile furor di guerra fra cannoni e pugnali e rewolvers; quando eran poste due urne palesi per far che la paura sforzasse la coscienza, e quelle del NO eran coperte da' camorristi; quando costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte; quando minacce, insinuazioni e promesse sforzavano la volontà; quando gl'impazienti vincitori, frementi dall'aspettare e del veder pochi votanti lanciavano e piene mani i SI dentro l'urne; quando gli scrutinatori moltiplicavanli con la penna, e ne facevano a forza numero di maggioranza, oh!... quel famosissimo suffragio universale è crudo scherno.

Niun pacifico uomo, in quei miserevoli giorni, poneva mente a quanto la setta operava. Salvar la vita era il pensiero universale; e il poter salvarla col gettare una schedula nell'urna era sovente opportuno modo. Il popolo udì il non più udito plebiscito, senza intenderlo; e dove intese si astenne o riluttò(1). Nella piazza reale di Napoli fu proclamato il voto, senza sorpresa, senza plauso, senza popolo, se plauso e popolo non diransi le guardie nazionali chiamate per ordine, e i camorristi di rito, e loro famiglie. Il popolo, e soprattutto quello delle campagne, fremeva a quella ressa, della quale non bene il senso intendeva(2); ma ben capiva ch'era rivoluzione e broglio. Il contra­bandiere vedeva di poter ora spregiar le ordinanze doganali(3); il pro­letario sentiva che avrebbe mangiato senza fatica; l'ambizioso che avrebbe uffizii e soldi; il galeotto si vedeva fuor dagli ergastoli; e pur di donne brutte o vecchie si speravan torvare amanti e mariti fra tanti scavezzacolli stranieri. La buona gente si stava in casa, o stretta in carcere, timorosa ed ansiosa, non dando importanza legale a quella rea tragicommedia.

Ma alla setta bastava mostrare all'Europa una maggioranza di cifre; fu bensì avveduta a non esagerarla oltre a 1,313,376; e più le parve bene mostrare imparzialità col segnare 10312 voti negativi. Cosicché in tutto fé' credere venissero all'urna 1,323,688 votanti. Or se da quei voti affermativi togliete quelli dati dodici volte da' camorristi accorrenti a tutte le piazze, quelli a migliaia dati da esteri Garibal­dini(4), quelli lanciati da' presidi dell'urne; se togliete i giovanetti imberbi, ammessi per far numero; se cancellate le cifre moltiplicate da' computisti che aveano a tirar fuori un numero da aggiungere a maggio­ranza, troverete pochissimi i votanti.

Né indicano libertà di giudizio i 10312 voti negativi; perocché, se pur furon veri, furono de' Garibaldini repubblicani, che davano il NO. Qualunque altro non Garibaldino che osò oltrettanto, la pagò cara. Pertanto in molte piazze furono busse e pugnalate; e io vidi in piazza Montecalvario, un bel mezzo di Napoli, un povero vecchio an­darne malconcio di gravi ferite, alla presenza dell'eletto. E che mai non fecero ne' paeselli solinghi e lontani?

Dunque nel reame soli 10312 voti niegarono l'annessione al Pie­monte? E le prigioni tutte colme di centomila infelici che Borbonici appellate voi stessi? E le vostre liste di sorvegliati indefinite? E le migliaia di fucilati da voi? E i vostri stati d'assedio(1)? E i centomila uffiziali militari e civili da voi cacciati d'uffizio? E gli esiliati che van raminghi per la terra? E le bande, insorte in tutte le provincie, che vi combattono con l'arme alla mano? E gli abitanti di quindici città reazionarie da voi rovesciate e bruciate? E i villaggi, e i molini, e le cascine, e le case in ogni parte saccheggiate da' Garibaldini, e da voi? Tutta questa immensa enumerazione di gente, cui voi stessi dichiaraste inimica, va dunque compresa ne' 10312 voti negativi; ovvero vota­rono pel SI?

Lasciate dal vantar plebisciti. Dite che son fatti compiuti; e si che sono compiuti, ma per restar monumenti eterni di vostra nequizia. Voi, gretta minoranza, volete imporre il vostro pensiero ad una na­zione, e col pensiero i ceppi, e co' ceppi gli spogli, e co' spogli le morti. Vi dichiarate maggioranza, ma l'opere vostre stesse vi han contati, e coteste paure vi dimostran pochissimi. Mandate via gli armati stranieri, e conteremo meglio. Un pugno di tristi vuoi comandare a' milioni; però destituisce, disarma, condanna, pugnala, carcera, esilia, fucila ed incendia. Siete atroci, perché pochi; siete costretti a dar terrore, perché vi manca il numero; dovete far seguaci con la corru­zione, perché non avete il concorso della virtù; e volete asservire la patria, perché la patria non vuoi voi. Ma niuno più vi crede; e quei protettori che a forza di menzogne vi guadagnaste, anch'essi han dato giusto giudizio de' vostri plebisciti. Il nobile Lord Russel nel dispaccio del 24 gennaio 1861, diceva: I voti ch'ebber luogo pel suffragio universale in quei regni e provincie non han grande valore agli occhi del governo di S. M. la regina. Questi voti sono mera formalità dopo una insurrezione, o di una ben riuscita invasione; né implicano in se l'esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si son dati. Ben è vero che questo Lord soggiungeva il Parlamento di Torino qual rappresentante della nazione poter dell'annessione delibe­rare. Ma se nullo è il plebiscito, è illegale il parlamento; né quei rap­presentanti potevano aver mandato per l'annessione ritenuta già fatta. I rappresentanti eran conseguenza non causa dell'annessione.

E come vennero eletti costoro? È stato più volte comprovato che i voti dati in tutta Italia a' deputati proclamatori del re d'Italia giunsero appena a centomila. E centomila fra 24 milioni d'Italiani fermerebbero i destini di tante nazioni? E se non era legale pel Russel il voto di un milione e trecentoventitremila persone nel solo regno di Napoli, sarebbe legale il voto d'un parlamento fatto da centomila in tutta Italia? Cotesti sedicenti deputati, ignoti al popolo, corifei di sette, eletti da se stessi, e il più senza nome e poverissimi, ora procla­mano il re d'Italia, e fan debiti, e pongono imposte, e ci levan la roba. Fuorusciti, cospiratori decennali, pasciuti da Torino, ora pagano lo scotto a Torino con le nostre tasche. E questa nobilissima patria sarebbe così manomessa?

In mentre qui stranieri e camorristi costruivano il plebiscito d'an­nessione, l'esercito nazionale combatteva per l'indipendenza; e per l'indipendenza combattevano con falci, ronche e pietre i disarmati con­tadini(1); combatteva il clero col niegare i Te Deum, l'ingegno e la nobiltà con gli esigli e con le carceri e lo astenersi, combatteva la ricchezza col nascondersi, la mercatanzia col ritirarsi dal commercio, e gli uffiziali col farsi dagli uffizii destituire. In mentre si menava a cielo l'unanimità del voto, i Pinelli* e i Cialdini lo smentivano con le bombe e le fucilazioni, col sacco e col fuoco(2).

I Romani federavano i popoli vinti, e lor serbavano le leggi e le costumanze; però solo quando si facevan ribelli assoggettavanli a pre­fetture. E questo era stato di punizione, e durissimo; laonde ogni città abborriva dall'esser prefettura di Roma. E si crederà Napoli spontanea agognare all'onore d'esser prefettura di Torino!! Torino ha inventato il plebiscito de' numeri; ma il mondo vede i plebisciti de' fatti d'una intiera nazione, e molti e diversi. Le fortezze di Capua e Gaeta, di Messina e di Ci vitella del Tronto contrastano sinché han potenza di difesa. Gli agenti nostri diplomatici all'estero restano al posto loro, e senza emolumenti. I nobili, fuggenti o cacciati dal regno, riempiono l'orbe de' loro lamenti, protestano, e danno al re e alla regina sulla terra dell'esiglio, una spada e una corona gioiellata, per omaggio di fedeltà, e attestato di gratitudine per la difesa della pa­tria(1). I soldati lasciano le case loro, e disertano dallo straniero per isquassare sopra le vette de' monti l'avita bandiera. I contadini (fanno i nove decimi del popolo) tutti a sospirare il re; e chi corre a ingrossar le bande nazionali, e chi vi reca panni e pane, e chi da avvisi e segnali, e pronti anzi a morire che a servire. Gli scienziati od artisti si niegano alle orgie demagogiche, e sono condannati a non pensare; però vedi rimutate le università e i licei, e sciolti gl'istituti di scienze e belle arti, e gli educandati e i collegi. Il Clero fuggente o sofferente leva preghiere a Dio, ed aspetta. Gli artegiani, mancanti di lavoro, cadenti per fame, esclusi dagli aboliti opificii, piangono, tumultuano e van popolando le carceri e i monti. Sin le donne in frotta per le vie, innanzi agli oppressori sventolano bianchi panni, e gridano Viva Francesco. Il popolo tutto accorre a comprare i pochi giornali conservatori, e impara a memoria i proclami di Burges e di Chiavone. Si vedono bensì Garibaldini far la palinodia, e ripigliar l'arme pel combattuto re, e scrivere giornali borbonici, e pienamente pentirsi. Anco i deputati rivoluzionarii strepitano nella camera a Torino, e v'ha chi protesta e chi si dimette. E gli stessi giornali rivoluzionarii, o che finiscono per mancanza di lettori, ovvero anche pagati da quel governo, sono stanchi di adulazioni, e fanno dalle mal vergate linee tralucere l'odio al Piemonte, e la stanchezza della menzogna. Una guerra è in ogni paesello, il regno è un fuoco, e il terrore non basta a rattenerlo.

Né bastano le male arti, né la forza. Non bastarono centomila Piemontesi, né un principe reale, né quattro luogotenenti cui la setta avea già dato rinomanza e celebrità; non un Farini riorganatore, non un Nigra diplomatico, non un Ponza amministratore, non un bestiale Cialdini(1). Questi gonfi uomini innalzati da vaporose lodi settarie, qui denudarono la loro nullità. Non bastò si accozzasse una guardia nazionale faziosa, che fa la spia, lo scherano e il carceriere; non basta­rono i corpi franchi e le guardie mobili composte di proletarii e dispe­rati. Non bastarono cento nuove leggi, non i promessi demanii, non le dogane aperte, non i profusi tesori, non le ordinanze marziali spie-tatamente eseguite, non i nuovi ordigni inventati per ferrare le dita e i polsi a' gentiluomini, non le persecuzioni e gli abbruciamenti de' giornali propugnatori della verità; né bastò che la menzogna insagui-nata sfolgorasse tutte maniere d'arme e di vendette. La nazione rilutta.

Altra prova di contrario plebiscito è la ordinata leva militare. Le liste sono lacerate a furor di popolo, gli agenti comunali minac­ciati; indarno accorrono battaglioni, e armati sgherri presiedono a' sorteggi; incontanente i sorteggiati fuggono su' monti. E questo paese dava senza sforzo centomila coscritti al suo re. E perché ora non vanno a servire il Piemonte quei che dettero il famoso SI?

Chi adunque nel reame vuole l'unità? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non i con­tadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o ambi­zione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno non vuole l'Italia una.

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Capitolo Decimoprimo

Invocano il non intervento

Se una Italia non è davvero voluta dal Piemonte, se l'Italia non può essere una, se non conviene che la sia, se i Napolitani non la vogliono, perché bruttare la patria col ferro e col fuoco? E l'Europa gridò non intervento; ma non interpose il suo veto all'intervento del Piemonte. S'ell'è giustizia che nelle gare interne de' popoli non entri straniero, non poteva il Piemonte entrare a conqui­stare uno stato ch'ha tredici secoli di vita sua, riconosciuta da cento trattati. Non poteva il reame esser considerato parte d'uno stato ipo­tetico; e, pel sofisma dell'unità del linguaggio, essere assalito improv­visamente da altro stato, col quale da che l'Italia fu abitata mai non ebbe comunanza. Chi ritiene non intervento lo intervento piemontese in Napoli, ritiene fatto uno stato non ancora fatto. Quasi che una Italia fosse già costituita, si finge riguardare la lotta internazionale come gara interna d'un solo popolo; e si permette che la potenza di tutta Italia, unita a forza dallo straniero e dalla setta mondiale, ischiacci una nazione tranquilla. Quando l'Italia ancora non era fatta, si sup­poneva fatta per farla. Questo giuoco di parole corrisponde al giuoco delle idee che l'Europa civile ha dovuto subire, per essere spettatrice impassibile del più enorme attentato contro la indipendenza dei popoli ch'abbia mai visto la misera umanità.

Il non intervento fa, o crede fare, omaggio alla volontà de' popoli, e al diritto ch'ha ciascuno di costituirsi a modo suo. E sia così. Ma dunque i Napolitani soli saranno al bando delle nazioni, e dovranno essere costituiti a modo altrui? Anzi che vietarsi lo intervento, s'è anzi lo intervento incoraggiato. Col supporre le Sicilie già fuse con l'Italia, si permette l'aggressione per fonderle; e all'ombra del non intervento, uno stato felice s'ha di fuori l’intervento, e il più orribile de' mali, la rivoluzione! Così l'assassino dispogliando il viandante potrebbe in­vocare il non intervento de' gendarmi.

Cotesto esempio darebbe in appresso rei frutti. Il Belgio e la Francia hanno unità d'origini, di territorio, e di storia e di favella, e già altra volta furono fusi; ma sarà per l'Europa caso di non inter­vento, ove la Francia assalga il Belgio? Se la Prussia per la ragion del parlare annettesse a sé tutti gl'indipendenti stati alemanni, niuno dovrebbe vietare l'assalimento? Se il Portogallo, congiunto alla potenza rivoluzionaria segreta e palese, assalisse, corrompesse e annettesse la Spagna, sarebbe ei pur caso di non intervento? Certo tai due stati han comunanza di patria, di sangue, di clima, di storia e di costumi; e fusi furono, e già per 68 anni stette il Portogallo annesso alla monarchia Spagnuola sino al 1640; quando rinunziando alla grandiosa idea d'unità nazionale ei rivendicava la indipendenza. E che parrebbe una Spagna annessa al Portogallo? Saria come le Sicilie annesse al Pie­monte; il più compreso nel meno, la sapienza compresa nell'ignoranza, che sono impossibili fisici e morali. E quando un piccolo Portogallo non potè durare nelle forze Spagnuole, che imperavano sul mondo, sarebbero le Sicilie tenute a lungo dal fievolissimo Sabaudo?

Dire che il linguaggio costituir debba gli stati, è certo un sofi­stico errore; ma egli è sarcasmo crudele per noi a udir cotal errore ritenuto per buono da stati possenti, che co' fatti e con le forze loro dimostrano il contrario La Francia che ha Corsica e Nizza, Inghilterra che ha Malta voler l'Italia costituita pel linguaggio! Esse che tengono tanta parte d'Italia, e che forse più ne sospirano! Ahimè! sembra un più lontano intendimento s'abbia chi dichiara una cosa ch'è contraria al fatto suo, e proclama altro dritto per altri, ed altro per sé.

E se il linguaggio costituisse gli stati, sono certamente italiani questi Nizzardi, ora dati appunto per prezzo della dichiarazione di non intervento. S'interviene per avere, non s'interviene per far prendere. Così l'ambizione acconcia le parole al desiderio. Unità di linguaggio v'è fra il Piemonte e le Sicilie, lontani le mille miglia; non v'è unità fra Nizza e Genova limitrofe e sorelle. Deh! per pietà, potenti della terra, adoprate pure le vostre formidabili bombe; ma non abusate del raziocinio, non fate all'umanità l'infelicissimo de' danni, ch'è il disper­dere l'idea della ragione e del dritto.

Deh! si ritorni all'eque idee d'universale giustizia: niuno davvero intervenga nelle liti nostre; il Piemonte lasci Napoli a' Napolitani; e ne sia ridonata la patria. La patria non è vano nome; ella è il luogo dove siamo nati; né siffatta semplice idea, cui bensì ogni idiota sente, si può con astrattezze complesse d'inconcepibile unità pervertire. La nostra patria non è Torino, ma Napoli; e l'uomo delle Alpi non è Napolitano. Inoltre l'uomo che saccheggia, che fucila e incatena ed esilia, è straniero di fatto; né solo a questo regno, ma a tutta Italia, all'Europa e all'umanità. Il Piemontese tornando a casa sua ne può esser fratello; può esser cattolico se bacia il piede al santo padre; può esser civile se riede al dritto delle genti; ma qui, col pie su di noi e sopra S. Pietro, e su mezza Italia da lui devastata, il Piemontese è più straniero che il Tedesco; è barbaro Unno; ovvero è il fratello che uccide il fratello, è Caino.

Potrebbe l'Europa con un motto punire del mal fatto intervento questo invasore, e por fine al sangue; perocché il reame in un giorno saria per se stesso ricostruito. Ma in qualunque caso badi l'Europa a far che novelli possibili interventi non evochino fra noi altre più gravi e più disastrose dinastiche quistioni. Se rimane la gara fra il reame disarmato e il Piemonte armato di tutte le rivoluzionarie forze, sarà ancora acerba la lotta, ma vinceremo; che non si scaccia la nazione come si è scacciata la dinastia. Gaeta e Civitella crollarono sotto le bombe, ma sono incrollabili gli Appennini fatti da Dio per la nostra indipendenza. Fuori lo straniero! è il grido terribile di tutta una gente oppressa: ogni valle, ogni grotta, ogni macchia ne ripete l'eco; un popolo non può tutto andare in esilio, o in carcere, o in tomba. Vi saran sempre braccia per combattere e seppellire l'avido invasore sotto le campane glebe.

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Capitolo Decimo secondo

Vogliono il loro re

Assaporati i mali dello straniero governo liberatore, i Napolitani rimpiangono la pristina pace, e il loro patrio governo. Viste le rapine delle annessioni, anelano a' beneficii della restaurazione; visto il re Sabaudo, rivogliono il re Borbone. Questa volontà è manifesta. Lo dicono gli stessi oppressori, co' loro eccessi; eglino stessi appellano borbonica la reazione; e di più l'han battezzata malvagia. Il venirci essi a incatenare è eroismo; il volerci noi redimere e malvagità! Ma se l'azione fu rea, la reazione è santa. Che vale che i tristi la dicano brigantesca? Ne avete tolte l'arme a tradimento, e siamo briganti com battendovi senz'arme alla svelata? Briganti noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni; e galantuomini voi venuti qui a depredar l'altrui? Il padrone di casa è il brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiarne la casa? Ma la coscienza universale ha giudi­cato; e già l'Europa ha imparato a intendere a rovescio le vostre parole. Se siamo briganti, quel governo che sforza tutto un popolo a briganteggiare è perverso. Quel governo che s'impone con le bombe e le fucilazioni è spietato; e se prima poteva avere amici fra gl'illusi, dopo la prova ha solo oppressi che lo abborrono. E questo nome stesso di briganti, che fu già tristo ed abbietto, noi lo facciamo amare dal­l'anime gentili, e lo renderemo glorioso.

Sinché il re combatteva, noi eravamo con esso su' campi del­l'onore; oppresso il re, era da scegliere fra il servaggio e la morte. Fu necessità salire su' monti a trovar la libertà. È quasi un anno che combattiamo nudi, scalzi, senza pane, senza tetto, senza giacigli, sotto i raggi cocenti del sole, o fra' geli dell'inverno, entro inospitali boschi, sovra sterili lande, traversando fiumi senza ponti, travarcando muraglie senza scale, affrontando inermi gli armati, conquistando con le braccia le carabine e i canonni, e strappando pur su' piani campi di Puglia e di Terra di Lavoro la vittoria a superbissimi nemici. È quasi un anno che versiamo il sangue, fra le benedizioni de' sofferenti, sostentati dal­l'amore de' popoli più miseri di noi, e sorretti da quel Dio che non abbandona gli oppressi. È un anno che sventoliamo sugli occhi di questi vani strombazzatori di trionfi, la santa bandiera de' gigli; di quei gigli che essi indarno cancellano da' patrii monumenti, e che sono sculti ne' cuori di nove milioni d'abitanti. Viva Francesco! è l'unanime grido de' prodi.

Spargono che siamo pochi; ma duriamo da un anno contro cento-mila baionette, e contro insidie più triste ancora. Dicono che combat­tiamo per rapire. Rapire a' Piemontesi che non han nulla, e tutto ci han rapito? Dicono che la reazione è alimentata dal re. Da quel re che abbandonava la città capitale per non far sangue? Da quel re che uscendo di Gaeta ritraeva dagli Abruzzi il colonnello Luvarà, combattente con le masse a Tagliacozzo? da quel re che nulla ha, dappoi che sin de' suoi privati beni era da' rigeneratori dispogliato? No, è la nazione che abbandonata a se stessa spontanea rilutta. Nel mezzo della Basilicata e delle Puglie, su' monti Irpini e Nolani, non possono andare ordini né soccorsi dell'esule monarca; e sono invenzioni di giornali le bugiarde notizie di sbarchi di stranieri a migliaia annunziati. Non stranieri, Napolitani sono. Senza soldo, senza onori, senza uffiziali si combatte; ed anco il prigioniero, morente sotto spietate fucilazioni, cade dando i viva al Re, fra gli aneliti di morte.

La nazione vuole Francesco. Trovate un re più cavaliero, più cristiano, più meritevole? Qualunque osi col pensiero agognare questo rovesciato napolitano trono, si misuri con Francesco, e si taccia. Fran­cesco è il re napolitano; e più che pel sangue e pel dritto de' suoi padri, egli è re pel sostenuto onor nazionale, per le pugne del Volturno, e per le fiamme di Gaeta.

L'Europa s'affanna su la quistione napolitana: e qual quistione? Posto che Roma è del Papa, rotta è l'italica unità; qui resta un regno, che ha il suo re. Escano i Piemontesi, e la quistione è risoluta. Questa è la sola, è l'unica soluzione del facilissimo problema. Vogliamo il re nostro. Per questo sfidiamo le carceri e i ferri; per questo a guisa di belve siam cacciati per grotte e per valli, ed in durissimi esigli; per questo morenti protestiamo; e le nostre città fra il foco, gli stupri e il saccheggio, innanzi agli occhi dell'Europa civile, cadono rovesciate dal vandalico braccio di codardi oppressori. Vogliamo il nostro re.

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Capitolo Decimoterzo

Vogliono far davvero l'Italia

Dicono esser noi nemici d'Italia, quasi che questa patria non fosse Italia per eccellenza. Gli antichi intendevano Italia appunto questa. La scuola di Pitagora Cotroniate, era detta la scola italica; perché qui divampò la prima italiana, anzi europea, scintilla del sapere. Più su era Gallia, eterna nemica del nome latino; e fra essa e l'Italia era il Rubicone. Dopo la barbarie, qui risorgeva la civiltà, alla corte di Federico II. Qui la poesia, qui le leggi, qui le scienze umane risfavil­lavano. Flavio Gioia e Pier delle Vigne nacquero qui; e qui dappoi sursero ingegni, che la italiana grandezza elevarono, sì che questa meridionale contrada nella universale opinione non rimase addietro a qualsivoglia nobilissima nazione.

Nell'età moderna il settentrione della penisola è stato ritenuto terra italiana, per geografica designazione, e bensì per una certa simi-glianza di favella, per le glorie e le sventure comuni, e per una certa comunanza d'insieme, che da a tutta la penisola una ideale incontra­stabile unità. Ma niuno al mondo pensò mai l'Alpigiano esser più italiano di chi nasce nella patria di Cicerone e d'Orazio, di Giovanni da Procida, del Tasso e del Vico. Era serbato a noi viventi l'onta del soffrire i rozzi cinquettatori d'un semi-gallico dialetto, venire a inse­gnare l'italianità a noi, maestri d'ogni arte, e iniziatori d'ogni scienza.

L'arte settaria denigrava il nostro paese, e il Piemonte si pensava davvero di venire a incivilire questi barbari popoli; e fu sì insolente e stupido da portarne l'abbiccì, e obbligare i nostri maestri di scuola a udir le lezioni di certi Torinesi, appositamente inviati per imparare a balbettare non so qual sillabario; e, per farne meglio italiani, ne recò un incomprensibile vocabolario, e cento ineseguibili leggi, e le sue monete di falsa lega, e i suoi debiti, e gli esempi di laidezze e rapine e irreligione e ferocia di cui dopo i Vandali s'era perduta la memoria.

Ma noi, la Dio mercé, siamo ancora gl'Italiani per eccellenza. Il seno della nazione non può esser domo dalle luccicanti fallacie delle sette. L'Italia fu grande perché fu virtuosa, né può tornare a gran­dezza, se non torna a virtù. Il Piemonte corruttore non può essere iniziatore, se non di decadimento. Noi, noi vogliamo la civiltà, la libertà, l'indipendenza, il progresso, e l'esaltamento vero del nome italiano; non già rovesciare il concetto radicale di tai parole; né valerci di esse per coprire l'avidità e l'ambizione. Vogliamo la civiltà cristiana; vo­gliamo il dritto, la ragione, il bello e Dio. Non attentiamo all'altrui, e siam paghi del nostro; non vogliamo guerra, ma pace; non ciarla­tanerìa, ma scienza; non la ipocrisia atea e ladra, ma la carità, l'amore, e il fraterno amplesso della Fede.

Napoli non avversa l'Italia, ma combatte la setta, ch'è anti-italica, com'è anti-cristiana, ed anti-sociale. La setta dice unificar l'Italia per derubarla; Napoli vuole unire l'Italia davvero, perché proceda a civiltà, non retroceda a barbarie, perché salga al primato della sapienza e della virtù, non perché inabissi nel sofisma e nella colpa. Napoli vuole agglo­merare intorno a sé le percosse forze sociali, perché la società non pera. E come da' monti calabri uscivano i primi lampi della pitagorica favilla, così da questi luoghi i primi concetti di vera libertà contro le sette sfavilleranno. La società aggredita si dissonni dal suo letargo; ne porga la mano, e si persuada che nel vincer nostro è la nostra e la universale libertà.

L'Italia può esser collegata, Con la lega restan sacri tutti i dritti preesistenti, le autonomie, le leggi, le tradizioni, le consuetudini e i desiderii di ciascun popolo. Non si combatte il Papa, non si rinnega Cristo, non si sconvolgono le coscienze, le menti e gl'interessi, si uniscono le forze di tutti, e si pon fine alla guerra. Riconduciamo le nazioni dal campo della forza a quello del dritto, e l'Italia cristiana riederà al suo naturale primato.

La storia nostra dimostra come sempre per leghe fummo rispet­tati e salvi. La lega delle città Campane, quella delle Etnische, l'altre Sannitiche e Latine e della guerra sociale, le leghe romane onde usci­vano quelle legioni che vinsero il mondo ne son prova. E quando l'Italia fu serva d'un despota, e retta da avidi proconsoli, non ebbe più difesa, e cadde ne' Barbari. Bensì nel medio evo le leghe ne salva­rono. Gregorio II forse il primo fu che federava parecchie città italiche insieme, ed era imitato da Gregorio VII. Poi sotto il terzo Alessandro la lega Lombarda fugava Federico Svevo; e più tardi quel magnifico Lorenzo de' Medici un'ampia confederazione di stati italiani compieva. Fu una lega italica che ricacciava di là dall'Alpe il Francese Carlo Vili; e Giulio II nel secolo XVI fidava alle leghe il suo famigerato motto: Fuori lo straniero] E non fu forse il regnante Pontefice Pio IX che nel 1848 si faceva a stringere la confederazione, dal fedifrago Piemonte avversato? Sin da allora il Piemonte agognava al conquisto, non alla unione, a far da padrone, non da fratello.

Le confederazioni di piccoli stati non destano gelosie, e vivon vita tranquilla. Sono anzi innocue e rispettate. Ventidue cantoni Svizzèri, l'America collegata, trentanove stati germanici, son rimasti col­lettivi e forti e non tocchi, sino a' giorni presenti. E l'Italia per le sue cento città, pe' suoi varii mari, per le sue naturali ricchezze e divisioni, è fatta per essere collegata, e diventare una grande nazione! Chi lanciava in Italia la parola unità, volle gettarvi il pomo della di­scordia, per abbattere la sua troppo crescente prosperità, e infiacchirla e ammiserirla... Oh! io tremo a diradare un velo che copre la storia contemporanea: chiarirà il tempo quel pomo a prò di chi fu lanciato.

Gli stranieri che si mostran teneri della italiana libertà, ne desi­derano liberi, e non ne fanno indipendenti; e per giunta vorrebbero che il primo, il sommo italiano, il pontefice di Dio cadesse nella dipendenza d'un re di setta, cioè d'un re dipendente! Non v'è libertà senza indipendenza; né in Italia v'è indipendenza senza confederazione. Lasciate dal guidarne; lasciatene stare, e saremo confederati, indipen­denti e liberi. Siete voi o stranieri che ne fate avere la libertà a parole e il servaggio in fatti. Siete voi l'ostacolo vero e storico e futuro alla nostra redenzione, voi siete.

Se il trattato di Zurigo che fermava le basi della confederazione si fosse eseguito, noi non ispargeremmo tante lagrime, né sarebbero caduti sin ora in guerra nefanda più che centomila italiani. Ma la setta voleva roba; però usciva da tutti i suoi antri, esordiva sul sicuro Marsala, e correva innanzi a spogliare la pinguissima Napoli. La rivo­luzione ha riempiute le tasche de' suoi campioni, e ha raggiunto lo scopo suo. Ma il nobile sangue francese sparso per questa pattuita federazione sarà indarno? Impassibile la Francia si vedrà in viso lace­rare i sacrosanti patti d'un solenne trattato? E l'onor Franco resterà vilipeso? E qual nazione poserà più l'arme per patti, se i patti fermati con una Francia saranno impunemente per avidità di conquista lacerati? A voi o generosi Francesi è l'offesa; a voi su' quali s'appoggiano le pazze sabaude ambizioni; e se voi stessi non vi ponete rimedio, tal vi rimarrà macchia nella storia, che saran pochi a lavarla dieci Solferini e cento Senne.

Fra Zurigo e Gaeta è un abisso; ed ei bisogna colmarlo col cadavere della setta. Il settario Piemonte non volle la convenuta lega; e l'Italia non potrebbe voler con sé quel Piemonte. Mal s'accoppiano lupi ed agnelli. L'Italia, quando col voler di Dio sarà collegata, e che i protettori stranieri la lasceranno far da se, ha anzi il sacro debito d'accorrere su quelle infelici ligure e alpigiane terre conquistate dalla setta, per discacciare la rivoluzione dal suo seggio, e liberare quelle già felici contrade dal giogo di chi le ha cardie di debiti e di vergogne, e l'ha fatte carceri di preti, e le ha retrocesse al paganesimo, e alla brutalità, in onta al nome italiano. Dovrà stendere la mano soccorre­vole a quei miseri italiani fratelli, gementi sotto gravissime tasse, sforzati a pascere i settarii dell'universo, spinti a far guerre nefande, e a mirar vilipesa la religione e la morale, e a tenere una larva di re disonesto, che di lascivie è miserando spettacolo al mondo. Liberare quelli ammiseriti popoli è carità di patria, ed è necessità per la comune quiete e del mondo. L'Italia ha il dovere di dare fratellevole aita a quella fredda sua regione; di riscaldarla con l'amor della Fede, e con lo splendore delle scienze e delle arti; di restituirla alla morale, farla salire all'eccellenza delle altre, e ritornarla alle benedizioni del Vicario d'un Dio che perdona.

Imparerà Torino da Napoli il vero costume italiano, e la carità patria, e l'amor di Dio, e che sia libertà e indipendenza. Le sue reggie ritorneranno come le nostre santuarii d'amore; e la vecchia stirpe de' suoi re, rionorando la croce del suo nobile scudo, ripiglierà le avite virtù, prenderà da' Borboni di Napoli esempi di magnanimità e di valore; e apprenderà come sia più grande il combattere per la patria, che rapire l'altrui con la corruzione e la menzogna. Il Piemonte allora entrerà nella famiglia italiana; e l'Italia davvero sarà fatta.

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Capitolo Ultimo

APPELLANO ALLE NAZIONI CIVILI

In mentre la fantasia si lancia rapida ne' campi dell'avvenire, e vagheggia il trionfo della civiltà, il tuonar di barbari cannoni ne richia­ma al cieco debaccare della forza brutale. Qui ferve una lotta esecranda fra la ragione e la setta, fra la religione e l'ateismo, fra l'ingegno e l'ignoranza, fra la verità e la calunnia, fra l'ordine che rilutta e il disordine che comanda. Il disordine seduto in seggio, sorretto da braccia abbiettissime, vuole l'ordine a suo modo, cioè l'imperio della brutalità. Né è contento che si ubbidisca, e si paghi, ma vuole benanco si sorrida e si plaudisca, e si faccian luminarie, e si preghi per esso a un Dio cui non crede. Vuole la libertà di tutti i culti, fuorché del cattolico; vuole la libertà della stampa, purché si esalti la rivoluzione; la libertà del pensiero e della favella, purché si pensi e si dica a prò d'ogni storta idea; vuole un re, purché sia quel galantuomo; vuole la costitu­zione, purché non s'esegua; vuole un parlamento, purché vadan depu­tati i suoi adepti. Il disordine si è ordinato: ha tribunali che con­dannano la gente onesta; ha carceri, e le ha piene di reazionarii; ha gendarmi, e lor da nuovi ferrei ordigni da legar la gente; ha guardie nazionali perché faccian le spie e le visite domiciliari; ha camorristi perché si godan tutti gli uffizii; ed ha soldati Pinelli e Cialdini, da fucilare inermi, e da bombardar da lontano, e abbruciare le nostre città. Il disordine è trionfatore; però non rispetta patti né capitola­zioni, e imprigiona o deporta sull'isole gli uffiziali fedeli al trono, e i difensori di Gaeta; però mutila e abbatte monumenti, ruba i milioni, addoppia le imposte, impone leve militari, discioglie collegi e istituti d'arte e di scienze, abolisce conventi e se ne piglia le rendite; e fa vendette, e pugnala, e perseguita, ed esilia, e in mille maniere percuote qualunque abbia amor di patria e nobiltà di sangue, o di cuore, o d'ingegno. Il disordine è anche religioso. Ha i suoi Caputi e Gavazzie Pantalei che predicano la religione del coltello dentro i tempii di Dio, che cantano i Te Deum al Signore, perché benedica le orgie; e dicon le messe pe' suoi martiri, e pongon fiori e croci sulle tombe de' regicidi. E il disordine è pure legislatore: esso fa cento leggi coercitive pel popolo vinto; ma per sé ha la legge suprema-ed immutabile del non ubbidire a legge nessuna.

E dove ha più gli occhi l'Europa? Mira impassibile la distruzione delle più belle contrade della terra, e lo abbrutimento di quel popolo che trovava la bussola e la filosofia. La pace, supremo de' beni, n'è tolta impunemente; e siam saccheggiati, scacciati dalle nostre case, e legati e carcerati, e barbaramente vilipesi, e uccisi in cento guise ne­fande. Oh Dio di pietà! tu poni fine agl'inenarrabili mali nostri; tu disugella gli occhi de' potenti della terra, perché veggano questo sole delle nostre infelicità. Dio di pietà, fa ch'ei sappiano come al regno sia rapito ogni decoro, ogni forza, ogni ricchezza! Mirino le deserte derubate reggie, i porti vuoti di vascelli, gli arsenali vuoti di arme, gli opificii distrutti, i rovesciati monumenti, i monasteri aboliti, e tante religiose in forse del domani. Veggano le leggi mutate in peggio, l'esercito disciolto, deportati i duci, i soldati costretti a morir fuori per guerre straniere, gli sprofondati erarii, gli addoppiati debiti, il mancato commercio, le abbiettate arti, i liberati galeotti, i contrabandi, le strade rotte e infeste da ladri, gli assassinii impuniti, le fucilazioni illegali, le frodi sublimate, la perduta giustizia, le violazioni del domi­cilio e delle lettere, gli ergastoli, le paure, e la perdita d'ogni libertà. Veggano come andiam raminghi per la terra, riempiendola di lamenti, invocando soccorso dagli uomini e dal cielo. Come da ingordi stranieri siamo isforzati a lasciare i luoghi cari dell'infanzia, a vagar miseri e ca­nuti, lungi dalle mogli e da' figli, privi di conforti, tementi di pugnali,, incerti dell'avvenire, per estranie terre ed algenti, fidando all'aura i sospiri che da' petti angosciati mandiamo alla patria lontana. Vegga l'Europa come questi sono barbari e spietati, come insultano e percuo­tono, come saccheggiano ed incendiano. Venosa, la patria d'Orazio, ebbe il fuoco; fuoco e sacco ebbero Barile, Monteverde, S. Marco, Ri-gnano, Spinelli, Carbonara, Montefalcione, Auletta, Basile, Pontelan-dolfo, Casalduni, Cotronei, ed altri molti villaggi e borgate. Fuochi, saccheggi e stupri da per tutto. I miseri abitanti innocenti, avvertiti così delle Garibaldesche imprese, chi fugge e chi muore; chi dalle baio­nette è sospinto a forza a morire nelle fiamme delle crollanti case, e chi da piombo micidiale è atterrato sul limitare della soglia paterna. Vedi le madri, i vecchi, i fanciulli, le verginelle vagolare scalzi pe' monti, senza panni, senza un tozzo di pane, fra mille stenti, cercar rifu­gio fra le meno ospitali belve, nelle caverne degli orsi, in recondite valli, o ne' più ermi casolari. Senti le strida de' bambini, le preci delle madri, i gemiti di tutti, e di tutti un volger gli occhi a Dio misericor-doso, per un conforto che troppo tarda a venire.

Queste rovine finiranno? ritornerà l'antica nostra pace? Miseri! e sarà possibile d'averla? Dove ritroveremo i nostri cari caduti a migliaia? dove i benestanti riavranno l'entrate disperse, gli animali uccisi, le case derubate? dove i mercatanti chiederanno i mancati capitali? dove i pa­dri di famiglia ricupereranno i figli traviati nel subisso delle idee so­cialiste? dove centomila capi di famiglia, cacciati d'uffizio, chiedenti li-mosine, avranno soccorso? dove la giustizia impetrerà la forza del drit­to? Ma dove, dove ricupereremo i morigerati costumi e la religione de' nostri padri? Forse nelle eresie, o nelle false bibbie, o nelle chiese di­ventati teatri, o ne' teatri fatti chiese? O forse negli osceni detti, o nelle luride immagini, o nelle persecuzioni de' buoni prelati, o ne' culti pubblicamente derisi dei santi, e sin della Vergine Madre di Dio?

Nazioni della terra, voi che vi vantate soccorritrici dell'umanità straziata, voi che mandate vascelli e battaglioni a difendere cristiani in Siria ed in China, voi avete permesso che i Cialdini, i Pinelli, i Gari­baldi e i loro spietati seguaci vituperino l'italiano nome, e sgozzino tanti cristiani innocenti. È qui, nel bel mezzo dell'Europa, nel seno dell'italico giardino, che i più neri delitti, alla luce del sole, innanzi agli occhi vostri, si van perpetrando. Voi siete sordi a' nostri gemiti; e par che non giungano a voi. Queste dolorose e miserande grida sono soffocate, sono smentite, sono anzi calunniate; e noi barbaramente morenti ed oppressi, siam tacciati di briganti e di barbarie. Ma tutto ha limite quaggiù: il servaggio che s'appella libertà, la tirannide che si dice uguaglianza, la menzogna che si vanta civilità già spuntano le loro arme. La immaginazione ora retrocede innanzi a un presente che ne insanguina ed insozza, e non osa scrutare un avvenire fosco, e forse più terribile ancora. Le nazioni non possono perire; e una forza ignota pre­possente sospinge le braccia de' popoli offesi...

Deh! l'esempio nostro sia salute universale. Sopra di voi, o mo-narchi, pesano gravissimi doveri in questa ultima lotta fra la barbarie e la civilità. I nostri nemici sono anche i vostri. Voi pure li avete, e co­perti d'ipocrisie, intorno a' più splendidi vostri troni, donde tiranneg­giano la terra, e minacciano la società. La setta manovra, investe, com­batte, trionfa, procede, e non riposa; né riposerà, perché la società non può riposar fuor del dritto.

I Napolitani invocano il dritto, reclamano la pace, fanno appello agli uomini onesti di tutte le nazioni, e fidano in Dio.

31 dicembre 1861



(1) Un Toscano non intenderà a udire un Napolitano, né questi un Genovese, né questi un Calabro, né questi un Lombardo, né questi un Siculo, né questi un Veneziano. Ciò è perché nella formazione de' dialetti, e nella fusione del romanesco col germanico linguaggio, ciascun popolo serbò le native forme di pronunzia e di vocaboli. Senza l'ingegno di Dante che unì le sparse membra del favellare nazionale, forse non avremmo lingua scritta universale in Italia.

(1) Questi debiti furon fatti dalle rivoluzioni. Le sette non potendo meglio praticano così il comunismo. I settari (che non hanno mai nulla del loro) saliti al potere, fanno far debiti allo stato; quali in mille guise sono spesi e da essi stessi ingoiati, e poi pagati da chi ha roba. Così senza strida, la proprietà scema del suo valore; perché sempre una maggiore parte, sotto forma d'imposte pubbliche, ne va al fisco, per pagare i creditori.

(1) II governatore rivoluzionario della Capitanata così rapportava da Foggia, a 24 ottobre 1860: II giorno del plebiscito è stato per questa provincia un giorno d'insurrezione, ed i comizii in più comuni non si sono raccolti. Si sono fatti E SI FANNO SFORZI STRAORDINARI, perché il movimento non fosse generale ecc. Parla poi di reazioni universali, e domanda soldati ed arme. Vedi Appendice all'opuscolo II Governo della Capitanata. Napoli, Tip. Colavita, 1861. Se fossero pubblici i rapporti degli altri governatori, avremmo in ogni provincia di simiglianti confessioni.

(2) Presero talvolta a ingannare i contadini, dicendo che i SI accennavano al ritorno di Francesco, come avvenne in Mileto di Calabria, e altrove. Sovente davano molti SI in una cartella; e l'ignaro contadino ubbidiva, credendo con più voti di richiamar meglio il suo re.

(3) Vendevano pubblicamente per le vie il sale di contrabando a due grani il rotolo, gridando: Sono usciti i ladri! per incitare a plaudire la rivoluzione. Così ogni stato costituito sarà ladro se ha pubblici balzelli; e l'Inghilterra, che ne ha di gravissimi, sarà la più ladra di tutti.

(4) Anche il Garibaldi, il Bixio, il Sirtori e consorti ebbero l'impudenza di dare il voto.

(1) II governatore rivoluzionario di Teramo dava fuori a 2 novembre 1860, cioè nove giorni dopo il plebiscito, questa ordinanza: Tutti i comuni della "Provincia dove si sono manifestati o si manifesteranno movimentti reazionari, sono dichiarati in istato di assedio. In tutti i detti comuni sarà eseguito un rigoroso e generale disarmo... I cittadini che mancheranno all'esibizione delle arme di qualunque natura, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un consiglio di guerra subitaneo. Gli aggrup-pamenti saran dispersi con la forza. I reazionari presi con le arme saran fucilati... Gli spargilori di voci allarmanti saran considerati reazionarii e puniti militarmente con rito sommario — p. de virgili. — E chi dubitasse della esecuzione ricordi l'ordinanza essere eseguita da generali e soldati piemontesi!

(1) Ricordo i soli fatti d'Isernia e Caiazzo vicinissimi a' campi di battaglia.

(2) II Pinelli da Ascoli, a 3 febbraio 1861, emanava un ordine del giorno a' suoi soldati, ove fra l'altre diceva: ... Siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali (i reazionarii) la pietà è delitto. Noi annichileremo e schiacceremo il sacerdote vampiro, il Vicario non di Cristo ma di Satana... Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall'immonda sua bava... Non ti par di udire un cannibale, anzi il Satana del Milton che maledice il creato, la virtù e Dio? Lo stesso governo piemontese l'ebbe a richiamare; perocché voleva, si, che si fosse col ferro e col fuoco proceduto, ma voleva non si dicesse. E di fatto ritornato dappoi il Pinelli, ha usato ferro e fuoco, ma non ha più dato di siffatti ordini del giorno.

(1) Questi doni costarono 200 mila franchi; ed è molto eloquente cotal maniera di plebiscito, dove il prezzo è pagato da chi da il voto, non da chi il riceve!

(1) II proclama di costui è monumento della balorda ignoranza d'un plebeo salito al potere. Parla d'un Vesuvio ruggente, d'un Portici che trema, e non so quante altre pappolate. Quando ei poi andò via, fu schernito con questo scritto per su le mura. Quando il Vesuvio rugge, Cialdini fugge.

















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