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I nostri storici, quelli per intenderci che fanno da consulenti a fiction come "Eravamo solo mille" si sono fermati ad una visione alla De Amicis della storia patria e non vogliono andare oltre. Forse per tema di perdere prestigiosi incarichi?

Buona lettura!

[email protected] - 20 Gennaio 2007

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Fonte:
EDMONDO DE AMICIS - Speranze e Glorie - Le tre Capitali Torino - Firenze - Roma
MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI 1911

Edmondo De Amicis

Per Giuseppe Garibaldi

(Commemorazione popolare).


Invitato a commemorare Giuseppe Garibaldi in questo giorno nel quale ogni cuore italiano risente più viva la tristezza d'averlo perduto, non terrò un discorso ampio e ordinato dell'opera e della funzione storica compiuta da lui, poichè nulla o poco oramai ne rimane a dire che non torni superfluo a un uditorio di italiani colti. Parlerò il linguaggio facile e caldo del patriotta, che, invece di dissertare sul passato, lo risuscita, lo rivive e lascia andar tutta l'anima all'onda degli affetti e delle memorie. Spero, così parlando, di consentire alla disposizione d'animo dei miei uditori, ai quali non parrà forse occasione opportuna d'un ragionamento pacato il primo anniversario di una morte compianta. In ogni modo io chiedo perdono a voi del mio ardimento, come già l'ho chiesto, dentro al cuore, alla memoria augusta e amata, a cui consacro le mie parole.

La miglior prova della grandezza di Garibaldi è questa: che nessuna narrazione, per quanto diffusa e eloquente delle sue avventure e delle sue gesta, potrebbe aver mai la efficacia che ha la esposizione brevissima e nuda dei sommi capi della sua storia.

Concedetemi di farne qui l'esperienza, a modo d'esordio, con quella semplicità che è una forma di rispetto per l'altezza dell'argomento e con quella rapidità precipitosa che il cammino lunghissimo impone.

Nasce a Nizza, nel 1807, figliuolo di un modesto capitano di mare, e comincia la vita, si può dire, con due atti eroici: a otto anni, salvando da una gora una donna che annega; a tredici, salvando una barca di compagni dal naufragio. Adora il mare, s'imbarca mozzo in un brigantino, viaggia in oriente. A diciassett'anni va sulla tartana del padre a Fiumicino, e visita la prima volta Roma, dove, tra l'entusiasmo patriottico per le grandi memorie, gli balena la prima idea dell'incanalamento del Tevere, che propugnerà cinquant'anni dopo, con ardore ancor giovanile, nella Capitale d'Italia. Continua i viaggi, è più volte assalito e depredato dai pirati, si riduce povero a Costantinopoli, dove s'ammala, e fa il precettore di ragazzi per vivere. Poi, ritornato a Nizza, divenuto capitano di bastimento, riprende le navigazioni ardite e avventurose, con le quali principia ad acquistar fama e simpatia; tanto che ad ogni suo ritorno gli corre incontro sul molo una folla di popolo, a festeggiarlo, a rallegrarsi con lui, che onora sui mari e fa onorar nei porti d'Italia e di Francia il nome della sua città nativa. Tale è l'alba della sua gloria.

In uno dei suoi viaggi in levante ode parlar per la prima volta della «Giovine Italia», e, tocco dalla fiamma che lo arderà fino alla morte, tornato appena in Europa, si presenta in Marsiglia a Giuseppe Mazzini, si ascrive all'associazione, si vota per sempre alla patria. Recatosi in Liguria, si mette all'opera, stringe relazione coi più arditi patriotti, si arrola semplice marinaio nella flotta regia per far propaganda fra gli equipaggi e cooperare con essi al moto imminente di Genova. Falliti questo e il moto di Piemonte e la spedizione di Savoia, ripara in Francia, è arrestato, riesce a fuggire, è condannato a morte, prende altro nome, s'imbarca secondo in un brigantino, e dopo aver salvato dalle acque un giovinetto nel porto di Marsiglia, salpa per l'oriente. Ma, tediato della vita mercantile, s'assolda nella flottiglia del Bey di Tunisi, e scontento anche del nuovo stato, butta via la divisa, ritorna a Marsiglia desolata dal colèra, si fa infermiere negli ospedali, compie l'opera pietosa fin che dura la morìa, e non vedendo luce d'aurora in Italia, s'imbarca sopra un bastimento di commercio e parte per l'America.

E qui incomincia il suo periodo eroico. Arrivato al Brasile, per campare, si dà al commercio di cabotaggio; poi, con una barca e sedici uomini, move guerra di corsaro contro l'impero, per la provincia di Rio Grande ribelle. Conquistata una goletta, è assalito sul Plata da due lancioni dell'Uruguay, mandati a arrestarlo; li respinge restando gravemente ferito; è raccolto quasi morente da una nave brasiliana e portato prigioniero a Gualeguay; guarisce, fugge, è inseguito, ripreso, frustato, torturato; ma riesce a tornare a Rio Grande, dove gli è dato il comando d'una flottiglia. Combatte, vince, naufraga, riprende il mare e la lotta; ricaccia il nemico dal porto d'Imbituba, protegge la ritirata dei Riograndesi, resistendo con tre navi a venticinque, poi con settanta uomini a cinquecento; si batte a Santa Vittoria, si batte alla stazione di Taquary, si batte all'assedio di San Josè, e smarriti e ritrovati la sposa Annita e Menotti bambino, già pianti perduti, a traverso a foreste sterminate, sotto pioggie dirotte, soffrendo il freddo e la fame, cacciando al laccio e domando puledri, spingendo davanti a sè un armento di buoi, che gli muoion per via, riesce finalmente a Montevideo, dove, per guadagnarsi il pane, si mette a insegnar matematiche.

Non è che una breve tregua. L'Uruguay è in guerra col Rosas, dittatore dell'Argentina. Stretta dal pericolo, la repubblica ricorre a lui, già famoso, che accetta il comando d'una flottiglia e s'accinge a un'impresa disperata. Salpa da Montevideo, sfugge alle batterie di Martin Garcia, sguiscia fra le navi fulminanti della squadra argentina, passa sotto una tempesta di fuoco a la Boyada, a las Concas, a Cerrito, e proseguendo per Corrientes, assalito da forze superiori a Nueva Cava, dopo una resistenza eroica di tre giorni e tre notti, si salva coi suoi, incendiando le navi. Incalzato dalle truppe del Rosas, a cui scampa combattendo, ritorna a Montevideo assediata, sostiene la difesa guidando a sortite temerarie la legione italiana, salva l'esercito difensore da una ritirata disastrosa, e assunto il comando d'una nuova flottiglia e risalito con questa e con parte della legione l'Uruguay, batte il general Lavalleja all'Eridero, s'avanza sul fiume fino a Salto, e si spinge per terra fino a Tapevi, dove vince la terribile battaglia di Sant'Antonio, per cui è proclamato benemerito della repubblica. E prosegue la lotta intorno a Salto, per terra e per acqua, finchè, richiamato dal Governo che gli affida nuove navi e nuove truppe, risale da capo il fiume fino a las Vacas, vince ancora una volta le schiere riunite dei luogotenenti del Gomez, e ritorna finalmente nella capitale della repubblica, dove la sua splendida campagna americana, di cui ogni vittoria ha fatto palpitare l'Italia, si chiude dopo dieci anni al giungere delle prime notizie dei moti del quarantotto, che lo richiamano alla patria.

Fa vela per l'Europa con un drappello dei suoi legionari e, salvato il naviglio da un incendio in alto mare, arriva a Nizza, abbraccia la sua vecchia madre e va a offrir la sua spada a Carlo Alberto. Non accettata l'offerta, corre a Milano, dove il governo provvisorio gli conferisce il comando di cinquemila volontari: troppo tardi. Ma risoluto a combattere a ogni costo, anche caduta Milano, respinto l'ordine del duca di Genova di scioglier le bande, richiama il paese alle armi, arringa le popolazioni, tragitta il Ticino, occupa Arona, risale il lago Maggiore, sbaraglia una colonna austriaca a Luino, s'impadronisce di Varese e, stretto infine da tre corpi nemici, s'apre la via con la baionetta a traverso alle truppe del general d'Aspre, a Morazzone; donde, travestito da contadino, andando giorno e notte per rupi e per macchie come una fiera inseguita, ripara in Svizzera ad aspettare gli eventi.

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Ma non li aspetta, li provoca; e va dalla Svizzera a Nizza, e da Nizza, fra gli applausi di tutta la riviera d'occidente, a Genova, di dove salpa con cinquecento volontari per portar aiuto alla Sicilia insorta. Trattenuto dal popolo a Livorno e indotto a prendere il comando dell'esercito toscano, si conduce a Firenze, donde, mutata idea, parte con la sua colonna per recar soccorso a Venezia. Fermato dal generale Zucchi alle Filigare, retrocede e accorre a Roma, e dopo aver combattuto il brigantaggio e compressa la reazione in quel di Rieti, nominato generale romano, vince i francesi a Villa Panfili, va incontro ai Borbonici, li respinge da Palestrina, li batte a Velletri, s'impadronisce di Rocca d'Arce, ritorna alla città assediata, dirige con folgorante valore la difesa, e scampata la vita quasi per prodigio nel combattimento disperato di Villa Spada, esce dalle mura, quando tutto è perduto, con la sua legione, per risollevare l'Umbria e le Marche, e sfugge con una marcia maravigliosa d'accorgimenti, di fatiche e d'audacie a quattro eserciti, il francese, l'austriaco, il borbonico, lo spagnuolo, che gli dànno la caccia invano per venti giorni da Monte Rotondo a San Marino, dove, sotto la protezione della repubblica, depone le armi.

Ma non rinunzia a combattere. Ribelle all'arciduca Ernesto che gl'impone il ritorno in America, scompare di notte, con duecento fidi, da San Marino, guizza fra le sentinelle nemiche, perviene alla riva dell'Adriatico, e tenta, con una squadra di barche a vela, di raggiunger Venezia. È assalito dagli incrociatori austriaci, si getta sulla costa di Magnavacca, e fugge tra boscaglie e canneti, braccato da gendarmi e da croati; e gli muor tra le braccia la moglie, a cui non può dar sepoltura, e riprende la corsa per le paludi di Ravenna, e, varcato il confine toscano, riesce a rifugiarsi a Chiavari, dove l'autorità piemontese l'arresta. Costretto a lasciare il Piemonte, cerca asilo a Tunisi, ma il Bey gli rifiuta l'asilo; ripara alla Maddalena, dove salva dal naufragio un canotto sardo, ma il Governo sardo lo sfratta anche dall'isola e lo manda a Gibilterra; respinto anche da Gibilterra, si rivolge alla Spagna: lo respinge anche la Spagna; e allora si raccoglie a Tangeri, dove imprende a scrivere le sue memorie. Ma tutt'a un tratto getta la penna, e va da Tangeri a Liverpool, e da Liverpool a Nuova York, dove si mette a fabbricar candele, e di là, comandante d'un legno mercantile, dopo esser stato in fin di vita a Panama, al Perù, e dal Perù alla China, e di qui a Nuova York un'altra volta, e da Nuova York in Europa, dove si da al cabotaggio da capo, e pianta la tenda nell'isola di Caprera, donde lo chiama Vittorio Emanuele nel cinquantanove a capitanare i cacciatori delle Alpi.

Scoppiata la guerra, con una brigata di tremila e cinquecento cacciatori, senza un solo pezzo d'artiglieria, ributta gli austriaci a Ponte di Casale, entra in Lombardia, batte il nemico a Varese, lo batte a San Salvatore, lo batte a San Fermo, entra vittorioso a Como, a Bergamo, a Brescia, donde la sua presenza sola allontana il nemico; passa sotto gli ordini del re, e si batte ancora una volta prodemente, a Rezzato. E appena conchiusa la pace, si rimette all'opera. Chiamato dal Ricasoli, riordina e rianima l'esercito toscano; eletto secondo comandante dell'esercito dell'Italia centrale, va con due divisioni, per provocare l'insurrezione nelle Marche, sui confini pontifici, donde Vittorio Emanuele lo richiama; e a Genova promove la sottoscrizione per un milione di fucili, e a Torino fonda l'«Associazione della nazione armata», e, deputato di Nizza, va a combattere in Parlamento la cessione della sua città natale alla Francia. Ma dalla riva del Po lo porta un'ispirazione divina alla riva del mare. Salpa coi mille da Quarto, sfugge agli incrociatori borbonici, sbarca a Marsala, vince a Calatafimi, vince a Palermo, vince a Milazzo, passa lo stretto, s'impadronisce di Reggio, trasvola come un fulmine, spazzando dinanzi a sè ogni resistenza, da Reggio a Salerno, entra trionfante in Napoli sotto la minaccia dei forti non espugnati, sconfigge l'esercito di Francesco II al Volturno, respinge una sortita da Capua, proclama l'annessione delle due Sicilie, depone la dittatura, rifiuta ogni ricompensa, e dispare.

Da Caprera, visitata da ammiratori d'ogni popolo, va, deputato di Napoli, a Torino, a perorar la causa dei suoi volontari alla Camera, dove solleva una tempesta; ma si riconcilia col Cavour tre dì dopo, e scampato a un tentativo d'assassinio nella sua isola, rifiutato il comando dell'esercito offertogli dagli Stati Uniti, composti nell'assemblea di Genova i dissidi del partito rivoluzionario, compie un viaggio trionfale nella Lombardia, preparando in segreto un colpo di mano contro l'Austria. Fallito questo, corre a Palermo a lanciare il grido: «Roma o morte», attraversa la Sicilia, salpa da Catania, sbarca con tremila volontari in Calabria. A Aspromonte è arrestato dall'esercito regio, ferito, imprigionato, prosciolto, ricondotto al suo scoglio; dove, estrattagli la palla dal piede, ma ridotto sulle grucce, dolente ancora, promove una spedizione per la Polonia insorta; dopo di che, invitato, si reca in Inghilterra ed entra in Londra fra l'entusiasmo frenetico d'un milione di creature umane, che lo salutano come un dio. Tornato in Italia, va a predisporre all'isola d'Ischia, sotto gli auspici del re, una spedizione in oriente, per suscitare un moto contro l'Austria nella Galizia e nell'Ungheria; e il disegno va a monte; ma un altro campo di guerra lo chiama; e alla testa di trentamila volontari irrompe nel Trentino, si batte contro gli austriaci a Monte Suello, dov'è ferito di palla a una gamba, si batte a Vezza, si batte a Condino, espugna il forte d'Ampola, s'impadronisce di Monte Notta, conquista Monte Giovo, vince a Bezzecca, e non depone le armi che alle porte di Trento, dove l'armistizio lo arresta.

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Tornato alla sua isola, ne riparte per fare un viaggio nel Veneto e nella Toscana, predicando una spedizione su Roma; e migliaia di volontari si movono; ma quando egli sta per varcare i confini, è arrestato, è tradotto prigioniero in Alessandria, ricondotto a Caprera, posto sotto la guardia di nove legni da guerra. Ma invano. Sfugge solo di notte, in una chiatta, alla vigilanza della squadra, raggiunge la Maddalena, approda in una barca di pescatori in Sardegna, arriva ignorato a Livorno e a Firenze, vola nello Stato romano, vince i pontifici a Monterotondo, s'impadronisce di Viterbo, di Frosinone, di Velletri, e marcia su Roma. Soverchiato a Mentana, in una battaglia accanita in cui cerca invano la morte, da pontifici e francesi riuniti, e ripassato il confine, è arrestato alla stazione di Filigne, messo di forza in un treno, portato prigioniero al Varignano, e ricondotto un'altra volta a Caprera; di dove un'altra volta fa vela per accorrere in aiuto alla Francia repubblicana, invasa dai tedeschi. E batte i tedeschi a Chatillon-sur-Seine, vince a Prenois, vince nelle fazioni di Saint-Martin e di Saint-Symphorien, difende per tre giorni Digione, strappa una bandiera al nemico a Pouilly, e glorioso di venti combattimenti, in cui non toccò una sconfitta, eletto deputato d'Algeri, pagato d'ingratitudine all'assemblea di Bordeaux, rinuncia alla deputazione e ritorna, addolorato, ma senza rancori, al suo scoglio.

Ed ora non combatterà più: la sua grande epopea di capitano è finita. Ma non quella di tribuno della patria e di apostolo universale di giustizia e di pace. Parla una parola alta e serena nella quistione formidabile che sorge con l'«Internazionale», va a Roma a caldeggiare la sua antica idea dell'incanalamento del Tevere, si pone a capo della «Lega della democrazia», va ancora una volta a Milano per la commemorazione solenne di Mentana, tuona di sdegno generoso contro l'invasione francese di Tunisi, torna per l'ultima volta nella sua amata Palermo per il festeggiamento dei Vespri, si vale ancora negli ultimi giorni di ogni ora di respiro che gli dà la malattia di cui morrà per far sentire la sua voce in pro degli oppressi d'ogni paese e predicar la speranza d'un miglior avvenire per la sua Italia e pel mondo; e finalmente, un mese prima di compiere il settantacinquesimo anno, la sera del due di giugno del 1882, rende l'anima grande all'infinito. Quanti secoli trascorreranno prima che si chiuda in un'altra vita umana una così maravigliosa istoria di lotte, d'affanni, d'ardimenti, di miracoli di prodezza, di genio e di forza, rivolti tutti a un così santo fine e coronati da una così luminosa fortuna? Oh, glorifichiamolo pure. Nessuna lode è soverchia sulla sua tomba. Dante gli avrebbe dedicato un canto, Michelangelo una statua, Galileo una stella.

E ora che altro si può dire, se non quello che tutti sanno: che il merito supremo di Garibaldi fu di aver reso popolare il movimento italiano? E diciamolo pure, poichè è una di quelle verità che il consenso comune appunto rende sempre grato il ripetere. Togliamo col pensiero Garibaldi dalla storia della nostra rivoluzione. Non si può giudicare storicamente impossibile che la liberazione e l'unificazione d'Italia si compissero senza il concorso dell'opera sua. Noi possiamo supporre l'esercito dei Borboni vinto e disperso in tre grandi battaglie successive dall'esercito di Vittorio Emanuele, sceso dalle Marche, o l'insurrezione di Sicilia vincitrice, qualche anno più tardi, con l'aiuto di quella stessa brigata Reggio che Garibaldi aveva chiesto al re, comandata da un generale dell'esercito, e sbarcata a Marsala dalla regia flotta. Ma che immenso vuoto non ci ritroveremmo dinanzi! Possiamo raffigurarci Napoli senza il Vesuvio e Venezia senza San Marco? Il popolo italiano sarebbe ugualmente redento e uno; ma quasi ci pare che sarebbe un altro popolo; poichè nè Vittorio Emanuele, nè il Cavour, nè il Mazzini avrebbero potuto destargli nell'animo la fiamma per cui la nostra rivoluzione divampò davanti al mondo come un incendio. E in fatti: il Mazzini era un apostolo, non potente che per la forza della parola, la quale nè a tutti giunge, nè da tutti è intesa, ed ha effetti sparsi e lenti; oltrechè al Mazzini mancò la virtù abbagliante della fortuna. Il Cavour era un grande uomo di Stato; ma solitario e quasi invisibile al popolo nella sua altezza; nè la natura del suo genio nè quella della sua opera eran tali da essere pienamente comprese e da poter suscitare l'entusiasmo delle moltitudini lontane dal campo in cui egli operava. Vittorio Emanuele era un re popolare e guerriero; ma non era figlio del popolo; e la sua forza, la sua azione era così complessa e commista con quella del suo governo, informata d'elementi così diversi, palesi ed occulti, facili e non facili a comprendersi e a valutarsi, che non potevano le plebi, in specie quelle del mezzogiorno, vedere come incarnata in lui la rivoluzione d'Italia e quasi inviscerarsi la sua gloria e sentire nel proprio sangue il suo sangue. Ora Garibaldi raccolse in sè tutto quello che a quei tre italiani insigni mancò. Ebbe la fortuna che fallì al Mazzini, l'aureola maravigliosa che non ebbe il Cavour, e quel fascino di guerriero combattente per impulso e vincente per genio e per valore proprio che non poteva avere Vittorio Emanuele; e aggiunse a tutto ciò una potenza infinita di farsi amare. Questo era necessario all'Italia. Dieci milioni d'italiani, sciogliendosi dall'odio mortale che li aveva scatenati contro la tirannia borbonica, si ritrovarono con l'immenso amore di Garibaldi nel cuore. Egli non fu soltanto una grande forza: fu l'originalità, la bellezza, la poesia della rivoluzione italiana. Egli ebbe questo grande merito in faccia alla storia, come disse in Germania un illustre apologista del conte Cavour: quello d'insegnare ai suoi contemporanei e alle future generazioni la consolante verità: «che anche in tempi grandemente civili la santa energia d'una passione primitiva è una potenza fra gli uomini».

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E quale potenza! Essa fu tale che l'averne veduto i segni incantevoli è per gli italiani della generazione che tramonta uno dei più grandi conforti della vita. E giova notare prima d'ogni cosa che Garibaldi rinfiammò all'improvviso l'entusiasmo delle moltitudini in un momento in cui ve n'era bisogno supremo. La pace di Villafranca, troncando all'improvviso sul Mincio la guerra che doveva «liberar l'Italia fino all'Adriatico» ci aveva posti in condizioni difficili e tristi. Minacciati dall'Austria, con la quale, anche più forte sul Mincio che sul Ticino, non potevamo misurarci da noi soli; diffidenti della Francia, che si temeva non paga della Savoja e di Nizza, ma intesa a chiedere nuove terre in compenso della sua protezione necessaria; irritati contro il governo di Torino che pareva peritoso, quasi restìo, per ragioni non da tutti comprese, all'annessione delle provincie centrali; ci trovavamo in uno stato tanto più intollerabile in quanto, pure avendo coscienza che non potesse durare, non vedevamo per qual via si potesse uscirne. Giorno per giorno sbollivano gli entusiasmi, crescevano i sospetti e s'inasprivano le passioni partigiane, aggravando le difficoltà che già da ogni parte premevano l'opera amministrativa del nuovo Stato, sospinto avanti e rattenuto a un punto da forze opposte. A noi che non misuriamo il tempo con la impazienza ardente che agitava gli animi allora pare un assai breve tratto quello che trascorse dal luglio del '59 all'aprile del '60; ma allora i mesi contavano per anni. Parevan già tanto lontane, dopo men d'un anno, le belle vittorie di Palestro e di San Martino, dopo le quali nessun fatto era più seguito che facesse rialzar la fronte agli italiani, e riaccendesse la loro fede nel proprio ideale e nella propria forza! Che erano i moti per cui s'eran liberate le provincie centrali? Avvenimenti fausti e onorevoli; ma non glorie guerriere. Dopo quella grande ebbrezza dei trionfi sul campo riusciva meschina e quasi vile l'azione diplomatica lenta, circospetta, coperta, che dava alimento ai più strani timori e offriva bersaglio alle più nere accuse. Occorreva qualche grande cosa. Il popolo, la gioventù sentiva questo bisogno, e fremeva, e si volgeva intorno, rodendo il freno, aspettando che da qualche parte s'alzasse una bandiera e suonasse uno squillo di tromba. Era un ribollimento di desideri, d'ire, di rammarichi, di discordie, che, se tra poco non si fosse aperto loro una via di fuga, sarebbero forse scoppiati in guerra civile.

E allora comparve Garibaldi. Diciamo: comparve allora, perchè la sua vera e grande popolarità non cominciò per tre quarti d'Italia che nel 1860. Allora si sentì quella sua voce magica che a traverso al mar Tirreno chiamava la gioventù italiana alla santa crociata di Sicilia, e c'era giunta appena la notizia del suo ardimento, che due vittorie inaspettate, l'una sull'altra, come due colpi di fulmine, facevano un'eco immensa al suo grido. Chi era questo Garibaldi? Molti, nel popolo, non lo sapevano ancora che vagamente. Un nizzardo, un soldato, che aveva combattuto in America e a Roma, quello che aveva condotto gli emigrati lombardi nel '59, un uomo biondo, vestito di rosso, buono, intrepido, povero, con una voce e uno sguardo che affascinavano, un paladino di tutti gli angariati, un vendicatore di tutte le ingiustizie, che con una mano gittava davanti a sè delle folgori e con l'altra accarezzava la fronte ai feriti e spandeva consolazioni e speranze. E allora si videro prodigi. Il suo nome passava come un soffio di fuoco sul paese, e per lui gli operai lasciavano le officine, gli studenti disertavano le scuole, i signori abbandonavano i palazzi e le ville, e le spose dicevano:--Va!--le madri non osavano di piangere, le fidanzate baciavano la sua immagine, i vecchi benedicevano, i fanciulli fremevano. Partire, raggiungerlo, attirare un suo sguardo combattendo, una sua parola cadendo, morire vedendolo passar vittorioso da lontano, era il sogno di tutti i giovani d'Italia. L'entusiasmo per lui spegneva in ogni parte passioni ignobili e bassi pensieri, rialzava cuori di scettici e anime di disperati, suscitava come nembi di scintille propositi di sacrificio e virili ambizioni in tutti gli strati del mondo sociale. Ed anche fuori della società. E si videro in conventi solitari monaci rozzi e inerti, che non avevano mai amato nè compreso la patria, comprenderla ed amarla per la prima volta nel suo nome, e compiere o meditare il proponimento d'andar a combattere al suo fianco. E perfino nelle carceri e nelle galere, dove freme l'omicida non pentito, meditando nuovi delitti, si vide qualche volta anche in quel fango umano, tocco dal caldo raggio della sua gloria, sbocciare il fiore d'un entusiasmo generoso, si sentì anche dalle bocche più nefande pronunciare il suo nome come una parola di redenzione e d'amore. Se altro egli non avesse fatto sulla terra, avrebbe diritto per questo solo alla benedizione della patria e alla gratitudine del mondo.

E tutto questo, che par leggenda, è storia, o meglio: è l'una e l'altra cosa ad un tempo, poichè di leggenda la vita di Garibaldi presenta già la vaga e grandiosa bellezza, nè ha più bisogno, come quella d'altri uomini somiglianti, d'acquistar nulla col tempo dall'immaginazione umana. Che cosa le potrebbe aggiungere, in fatti, la fantasia popolare se già ora la mente del popolo stenta a crederla e ad abbracciarla intera nella sua realtà quasi ancora parlante e visibile? E la maggior prova di questa apparenza di prodigio storico che ebbe Garibaldi nel tempo nostro è la difficoltà quasi insuperabile che trovarono molti contemporanei della classe colta, anche d'intelligenza non volgare, ma chiusa in uno stretto cerchio di idee, e d'animo non ignobile, ma freddo, a comprenderlo e ad ammirarlo. Non iscoprivano la ragion vera della sua enorme potenza, che attribuivano a una quasi miracolosa cospirazione di fortune propizie, in cui non avesse parte alcuna, o poco più che nulla, la virtù sua; scambiavano i suoi eroici errori di fanciullo sublime con aberrazioni vanitose d'un cervello angusto; giudicavano mostruosità quello che in lui era grandezza, e su questa pedanteggiavano, giungendo fino a riprovare come sconveniente e risibile la sua foggia singolare di vestire, divenuta ora gloriosa e incancellabile dalla mente delle generazioni come la divisa del Buonaparte, poichè non comprendevano da che varie e intime ragioni di sentimento poetico della vita, di amabile giovinezza d'animo, di sprezzo istintivo d'ogni servitù e d'intuito dell'istinto artistico del nostro popolo anche quella sua originalità derivasse. Facevano rispetto a lui come gli accademici arcigni che appuntano trionfando le offese alla geografia nell'Ariosto e gli errori di gusto nello Shakespeare. Guardandolo con occhio falso vedevano un Garibaldi falso, un grand'uomo sbagliato, portato sugli altari dalla passione di parte degli astuti e dall'idolatria cieca degl'ingenui. E di costoro non è tutta spenta la razza. Ma furono o saranno severamente puniti dal loro medesimo errore: morirono, moriranno senz'aver amato Garibaldi.

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Tutti costoro, e anche molti di quelli che nel campo politico opposto l'ammirarono, avrebbero voluto un Garibaldi prudente e docile, una specie di «generale a disposizione del ministero» che non movesse passo se non per ordine e parlasse il linguaggio ponderato d'un diplomatico; che non fosse altro, insomma, che una bella insegna di rivoluzione, la quale il Governo potesse sventolare a tempo opportuno e ripiegare quando gli paresse. Ma il Garibaldi potato e castigato che essi sognavano era un Garibaldi impossibile. Egli non poteva essere se non quello che fu. Alle sue biasimate ribellioni egli fu mosso da quella stessa virtù che lo spinse a tutti quegli altri atti audaci, fortunati e lodati, coi quali rese i più grandi servigi al proprio e ad altri paesi; e quella virtù era una fede assoluta nella forza d'entusiasmo e di sacrificio del suo popolo, nella invincibilità della causa della giustizia e nel favore della fortuna che fin dalla prima giovinezza gli aveva «porto la chioma». Egli credeva fermamente che allo scoppiar di una guerra contro l'Austria, contro la Francia, anche contro l'Europa intera confederata a comprimere il nostro diritto, sarebbero sorti dalla terra italiana milioni di uomini prodi come lui, risoluti a una resistenza disperata, lieti come lui di dar la vita alla patria. Capace egli di far miracoli, credeva nei miracoli della sua nazione. Come pretendere che un tal uomo avesse dell'opportunità politica, dell'importanza dei trattati, della necessità delle alleanze, delle tradizioni, della legalità, delle convenienze diplomatiche lo stesso concetto che n'avevano i ministri della monarchia? E anche nelle due imprese temerarie che gli fallirono, e per cui fu tre volte prigioniero, per quanta parte non fu indotto a lanciarsi avanti e a persistere dall'incertezza ambigua del governo, che non s'oppose ai principii, e gli gridò:--Indietro!--troppo tardi, lasciando credere fino all'ultimo a milioni d'italiani che sotto al divieto palese ci fosse un consenso occulto, conforme alla doppia politica ch'egli aveva seguìto anche riguardo all'impresa di lui più fortunata? Fu chiamato Garibaldi fulmine di guerra, e ai suoi scoppi improvvisi e agli incendi che suscitò e alle distruzioni che fece l'Italia deve in parte la propria redenzione; ma il fulmine nè si guida nè si corregge; non si doma che disperdendone la forza nella terra. In verità, noi crediamo che, considerando l'indole e le virtù senza le quali Garibaldi non sarebbe stato chi fu, e i procedimenti dei governi ai quali egli servì e disobbedì a volta a volta, e la forza immensa ch'ebbe nel pugno, le generazioni venture si maraviglieranno che ei non abbia fatto della legge un assai maggior strazio di quello che fece.

Ma non è che le sue intemperanze e le sue temerità, perchè furon cagioni di turbamenti e di pericoli, non abbiano recato al paese altro che danno. Chi non comprende ora quanto abbia giovato ad affrettare il compimento della liberazione della patria quella voce che gridava infaticabilmente:--Armiamoci, scotiamoci, operiamo,--che manteneva in continuo fermento la gioventù come il tonare non interrotto d'un cannone, che, predicando senza posa la fede e l'audacia, faceva l'effetto come d'uno sprone infocato, perpetuamente confitto nel fianco della nazione? Chi può negare che abbian concorso a persuadere il mondo che Roma era necessaria all'Italia anche quelle due disperate imprese del sessantadue e del sessantasette con le quali egli provò che l'Italia non avrebbe avuto mai pace senza la sua capitale storica, che l'incendio cento volte soffocato si sarebbe cento volte riacceso, che Roma non italiana sarebbe stata un'eterna minaccia di guerra all'Europa? Chi può affermare che l'esercito sparso degl'impazienti e degli audaci non sarebbe stato causa di ben più gravi turbamenti interni se non l'avesse contenuto la speranza, anzi la certezza che nessuna occasione d'operare, anche arrischiatissima, egli avrebbe lasciato sfuggire, che, lui vivente, una politica indietreggiante non sarebbe stata possibile mai, e una politica immobile non avrebbe mai potuto durare, se anche fossero saliti al potere dei nemici mascherati della rivoluzione? Ogni volta che il paese, irritato degl'indugi e della pazienza dei governanti, incominciava ad agitarsi, egli si gittava innanzi a capo basso, urtava contro un muro di bronzo, e cadeva: era per molti un delitto, per tutti un dolore; ma era uno sfogo, una protesta, una sfida, un grido che non moriva senz'eco nel mondo. Caduto il ribelle, riusciva a tutti più evidente e imperiosa la necessità di raggiunger lo scopo comune, una scintilla della fiamma soffocata penetrava anche nell'animo dei più freddi, la diplomazia si riscoteva come per una sferzata, sulle traccie dell'audacia fallita faceva un passo innanzi perfin la prudenza, e la paura si vergognava. Egli viveva ancora, che già ci appariva sotto un tutt'altro aspetto anche quello che fu giudicato il suo più grande errore. Nel 1870, su tutte le vie per cui l'esercito italiano moveva a Roma, precedeva le colonne, avanguardia ideale, Garibaldi, e segnavano loro il cammino le gocce di sangue stillanti otto anni innanzi dalle sue carni.

Ma anche quelli che giudicano più severamente le sue temerità e le sue ribellioni sono forzati a riconoscere l'alta chiaroveggenza politica di cui egli diè prova, il sapiente impero che seppe esercitare sulle proprie passioni nei momenti supremi. È questo uno dei caratteri singolari della sua grandezza: di essere ammirabile per le virtù opposte. Quando è necessaria l'unione di tutte le forze della patria contro lo straniero, egli, nemico della causa dei re, offre il suo braccio e quello dei suoi soldati d'America a un re, che «s'è fatto il rigeneratore della penisola» e per quel re «è pronto a versare tutto il suo sangue». Dieci anni dopo, per la stessa necessità della patria, è tra i primi a fondare quel nuovo «partito nazionale» che stringe intorno alla monarchia i più alti ingegni e le spade più prodi, devote fino a quel giorno all'idea repubblicana. Con la bandiera di Vittorio Emanuele parte per la grande impresa, nel 1860, e, non accecato, ma illuminato dalla fortuna, opera per modo in Sicilia che basta per due mesi la sua autorità a tenervi luogo di governo e di leggi; onde il conte di Cavour, che da prima temeva, finisce con scrivere al Persano:--Se Garibaldi non vuole l'annessione immediata, sia lasciato libero di fare a suo talento.--Nell'ottobre dell'anno stesso, a Napoli, in quel momento terribile, in cui, disputandosi l'animo suo i fautori del plebiscito immediato e quelli dell'elezione di un'assemblea, corse pericolo l'unità nazionale, fu la sua improvvisa ispirazione:--«non voglio assemblea, si faccia l'Italia»--fa questo grido suo che salvò l'Italia. Fu nel 1861 l'inaspettata, saggia, nobilissima temperanza con la quale egli rispose a una lettera dura e provocante del più popolare generale dell'esercito, quella che troncò sull'atto un conflitto che poteva esser principio d'un periodo funesto di discordie e di guai. Nel 1862, dopo il fatto di Sarnico, spontaneamente egli si ricrede intorno all'opportunità d'una spedizione contro l'Austria, desiste dal proposito, sconsiglia gli arrolamenti, e con saggie parole dissipa dall'orizzonte ogni nube. Quattro anni dopo, quando riceve l'ordine di ritirarsi dalla frontiera del Tirolo, nel punto che gli si apre dinanzi, dopo tanti stenti e sacrifici sanguinosi, il periodo più facile e splendido della guerra, con infinito rammarico, ma senza un momento d'esitazione, senza una parola di lagnanza, obbedisce. E durante il suo viaggio trionfale in Inghilterra, benchè porti in cuore un alto proposito, benchè patriotti ardenti d'ogni paese lo stringano e mille occasioni lo tentino, non profferisce una sola parola che possa provocare contro lo Stato che l'ospita la più lieve lagnanza dei governi contro i quali è solito scatenare i suoi sdegni. E anche nell'ultimo anno della sua vita, quando ancora bollente d'ira per l'offesa subita dall'Italia a Tunisi, giunge a Palermo per la commemorazione dei Vespri, quando si teme da tutti gli amanti della pace ch'egli prorompa contro la Francia in parole terribili, per cui si risollevino le passioni che già s'eran quietate, egli, con sovrana saggezza, rivolge al popolo palermitano un discorso, nel quale della Francia non pronuncia il nome e della quistione di Tunisi tace. Bene dice il più appassionato dei suoi apologisti che egli «poteva inveire, minacciare, gittare in mezzo alla nazione parole tremende ch'eran pericolosi tizzoni d'incendio, ma che quando li vedeva divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, accorreva per il primo a soffocarli col piede» e vero è ciò che quegli soggiunge che «anche i suoi più esaltati e temerari seguaci non avrebbero osato mai di lanciare il grido ultimo della discordia, di dare il segnale irrevocabile della guerra civile, mai, fin ch'egli viveva». Sangue di guerra civile corse una volta sola sotto i suoi occhi, a Aspromonte. Ma egli ordinò di cessare il fuoco ai primi colpi, e con che nobili parole, pure giustificandosi in parte, confessò il suo errore nelle sue memorie.--«Io dovevo andarmene prima dell'arrivo della truppa, e non lo feci.--Avrei dovuto anche frazionare di più la gente--e non lo feci.--Tutte le misure che potevano allontanare la catastrofe io avevo in mente di eseguire, ma ciò doveva essere eseguito con la celerità che mi aveva servito in altre occasioni.... e non lo feci».--Quanta tristezza, che sincero e profondo rammarico nella ripetizione di quelle tre semplici parole! Rammarico tanto più generoso in quanto egli avrebbe invece potuto dire:--Se m'avessero intimato la resa prima d'assalire, io mi sarei arreso, avanti che partisse un colpo di fucile.--Se non ci fossero corsi addosso appena ci videro, non si sarebbe sparso sangue.--A farci deporre le armi bastava che ci lasciassero il tempo di riaverci dalla sorpresa.... e non lo fecero.

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L'impero ch'egli esercitò sulle proprie passioni nei momenti supremi--si disse. Ma noi crediamo che questa espressione non dica il vero. A ciascuno di quegli atti che furon detti di ribelle e pericolosi alla patria egli fu mosso dalla profonda coscienza di far cosa utile alla patria, che è quanto dire, di compiere un dovere che a lui solo era imposto; e non desistette, non si ritrasse mai se non quando fu persuaso d'essere in errore. Quando la somma idea del vero, del giusto, dell'utile gli balenava, cessava in lui ogni conflitto della volontà con la passione, poichè una passione che la sua coscienza giudicasse contraria all'interesse della patria nell'anima sua non capiva. Non domò sè stesso in quei momenti supremi; ma comprese, si ravvide e cedette senza sforzo agl'impulsi mutati e concordi della sua ragione e del suo cuore. Ricordiamo quello che fu uno dei giorni più gloriosi della sua vita e dei più fortunati della nostra storia, quello splendido 26 ottobre del 1860, quando nel piccolo villaggio di Cajanello le avanguardie delle sue legioni vittoriose, venendo da Capua, e i primi battaglioni dell'esercito regio, calando da Venafro, s'incontrarono. Mai non rischiarò il sole d'Italia un così bello e fausto incontro di vincitori. Smontato di sella, in mezzo ai suoi ufficiali immobili, Garibaldi aspettava. L'alba imbiancava l'Appennino e il vecchio castello di Teano e tutto quel bel paese austero della Campania, su cui da pochi giorni, dopo molti secoli, spirava l'aria della libertà. Qua e là per la campagna, tra i vapori del mattino, fiammeggiavano da una parte le divise dei volontari, sventolavano dall'altra i pennacchi dei bersaglieri. Era da un lato la rivoluzione, dall'altro la monarchia, tutt'e due coronate dalla vittoria, piene di forza e di alterezza, memori entrambe di gelosie e di contrasti recenti, non riconciliate in fondo al cuore, presaghe di discordie e di conflitti futuri. Nell'uno e nell'altro esercito regnava il silenzio di un'aspettazione solenne. E Garibaldi, chiuso nei suoi pensieri, aspettava e taceva. A un tratto echeggiarono le fanfare reali e corse un fremito per i due campi. Che sarà passato per il cuore di Garibaldi, sia pure per la durata d'un lampo, al suono di quelle trombe? A quell'annuncio che segnava la fine del suo comando supremo, che suonava come un superbo alto là opposto al suo corso di trionfatore e gli metteva di fronte un'altra gloria a cui era necessità di vita l'offuscare la sua, forse a quell'annunzio egli si sentì rialzare nell'anima tutto il suo passato, e il rancore per la sua Nizza perduta, e l'ira per la via di Roma preclusa, e la coscienza d'aver ancora nel pugno mezza Italia, tutto questo forse, confuso in un impeto di ambizione e d'orgoglio, gli sollevò il sangue e gli velò la ragione.... Certo, ciò supponendo, può parer più ammirabile lo slancio con cui, cacciato avanti il cavallo, egli tese la mano e gridò:--Salute al re d'Italia!--e si comprende come s'induca più d'un oratore a trarre da una tal supposizione un forte effetto drammatico in onore di lui. Ma noi crediamo che non uno di quei pensieri, non un'ombra di quei sentimenti sia passata nel suo cuore in quel punto. La sua volontà era già ferma, il suo animo era già quieto fin da quando un'illuminazione improvvisa della mente gli aveva fatto dire a Napoli:--«Non voglio assemblea, si faccia l'Italia».--No, il suono di quelle trombe non turbò neppure un istante la serenità dell'anima sua, lo spettro della guerra civile non s'affacciò neppure alla sua mente; non ebbe bisogno di riflettere, non gli occorse di vincer sè stesso; egli fu grande senza lotta. Un solo pensiero egli ebbe in quel momento, e lo espresse: il desiderio d'affratellare sui campi di battaglia i volontari e i soldati, di proseguir la guerra alla testa dei liberatori di Napoli, al fianco dei liberatori delle Marche, avanguardia di Vittorio Emanuele, antesignano degli eserciti uniti. Presentendo imminente una battaglia al Garignano, chiese al re l'onore del primo scontro. Non l'ebbe. «Egli si batteva da troppo lungo tempo, le sue truppe erano stanche, si doveva mettere alla riserva». Questo solo gli turbò la serenità dell'anima. Ma fu grande anche allora. Più grande d'ogni più sdegnoso sfogo di dolore fu la tristezza rassegnata di quelle semplici parole:--«Ci hanno messi alla coda»--con le quali egli annunciò la sera ai suoi fidi il suo splendido sogno svanito.

Singolarissima natura, semplice nell'apparenza, ma nel fondo così complessa, dotata di virtù e capace di passioni così rare a trovarsi congiunte in un uomo, che, vivo ancora, egli può esser giudicato a volta a volta dagli stessi giudici in cento modi dissimili, apparire ai lontani, sotto certi aspetti, infinitamente diverso da quello che è, rivelare anche a chi gli vive accanto da anni, con parole inaspettate e atti imprevedibili, lati nuovi e mirabili di sè stesso, essere nel suo paese medesimo adorato, odiato, benedetto, vilipeso, levato al cielo come il più alto benefattore del suo popolo e segretamente desiderato morto come un flagello vivente, come una calamità incarnata della sua patria. Lo credono i più d'animo incerto, pieghevole a tutte le pressioni di chi lo circonda, operante quasi sempre più per impulso altrui che di moto proprio; ed è invece così tenace nelle sue idee e forte nelle sue volontà, e sta così fieramente in difesa dell'indipendenza loro, che il discutere con lui--come dice uno dei suoi biografi--anche per chi egli più stima ed ascolta, è la più ardua, la più erculea delle imprese.--E così forte di volontà nelle cose grandi, è nelle piccole il più arrendevole uomo che sia stato mai, incapace di rifiutare un favore, che anche gli costi un sacrificio, a chiunque lo chiegga con dolcezza, facile come un fanciullo a lasciarsi ingannare da ogni più lieve apparenza di generosità e di rettitudine. Ha trascorso quasi tutta la sua vita fra le lotte e il sangue, in faccia alla morte, esperimentando tutte le forme dell'iniquità e dell'efferatezza umana; e ha serbato una così dolce mitezza d'animo che si leva una notte d'inverno per andar a cercare un'agnella smarrita, di cui ha udito il belato fra le rocce della sua isola, e ama gli alberi e i fiori come creature vive, e si arresta commosso davanti alla bellezza d'un'aurora o al canto d'un usignuolo, ed espande in versi i suoi affetti come un innamorato di venti anni. Il fulminatore del Papato, che vuol fondare la religione del Vero, il flagellatore furibondo d'ogni superstizione, che è per milioni di credenti il più sacrilego propagatore di miscredenza demagogica, crede fermamente in Dio, crede nell'efficacia delle preghiere di sua madre morta, che gli appare davanti di pieno giorno, crede trasmigrate in due uccelli che si posano ogni giorno sul suo balcone le anime delle sue bambine perdute. L'uomo che par fatto dalla natura alle battaglie e alle tempeste, che fa sua la sentenza del capitano spagnuolo:--«la guerra è il vero stato dell'uomo»,--e al quale si direbbe che l'alito immenso delle moltitudini debba essere un elemento necessario dell'aria che respira, ama invece di così profondo amore il raccoglimento e la solitudine, che, ogni volta ch'ei possa, frappone il mare fra sè e il mondo, e vive per mesi e per anni nel silenzio d'un'isola deserta come chi a una tal vita, e non ad altra, sia nato, e da quella non uscito mai che per forza degli eventi, a malgrado proprio, e facendo violenza alla sua natura. E quest'uomo stesso, che ha un così grande bisogno di pace e di riposo del corpo e dello spirito, nè l'uno nè l'altro riposa neppur nella solitudine della sua isola, dove lavora infaticabilmente del braccio e del pensiero: studia agricoltura, dissoda la terra, alleva animali, scrive romanzi e memorie, risponde a epistole infinite, volge in mente mille disegni, tenta tutti i problemi, incita all'opera quanti conosce. E questo, finalmente, è anche più mirabile. Salito da natali oscuri a un'altezza che nessuno raggiunse nell'età sua, vissuto tanto da veder avverato, e in gran parte per sua virtù, quello che alla sua giovinezza era parso un sogno, la redenzione d'Italia, divenuto oggetto d'ammirazione e d'amore a tutti i popoli, egli che potrebbe godere serenamente la sua gloria, considerando la propria missione compiuta e confidando che quanto rimane a fare altri faranno, egli no, egli, più grande dell'opera propria, dello stato presente non s'appaga; e non solo dello stato del suo paese, che non vede potente e felice come aveva sognato, ma dell'andamento delle cose nel mondo intero; e d'ogni grande quistione che resti a risolvere in Italia o altrove si affanna, e ad ogni grido di sventurati e d'offesi che da qualunque parte gli giunga s'impietosisce e si accora, e impreca ai violenti, tuona contro i ricchi, saetta gl'ignavi, lancia anatemi, invoca riforme; e dimentico della sua gloria, parendogli di non aver fatto nulla perchè non ha fatto tutto, si tormenta, si rattrista, s'inasprisce il sangue, è infelice. Maravigliosa l'anima sua come la sua vita. Marinaio, negoziante, maestro di scuola, lavoratore della terra, cospiratore e generale, corsaro e dittatore, liberator di popoli e scrittore di romanzi, seguìto come un nume e arrestato come un bandito, potente come un re e povero come Giobbe, chiamato il leone, il filibustiere, «Santo Garibaldi», eroe, fanciullo, mago, matto, anticristo, mandato da Dio. Avranno ragione i posteri che diranno:--è un mistero.

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E qui ci arrestiamo perchè a spingerci più oltre nello studio dell'anima di Garibaldi ci manca l'ardimento e l'ingegno. Per compiere questo studio degnamente, per illuminare tutta quanta agli occhi nostri la grande figura di lui, dovremmo, prima di tutto, andar a cercare l'origine della maggior parte delle sue idee politiche, sociali, morali, e anche di molte consuetudini della sua vita privata, in quella specie di evo medio del nuovo mondo, in quel caos ardente di popoli giovani, selvaggiamente indomiti, spensierati ed eroici, agitantisi nella ricerca tumultuosa d'una forma civile di società e di governo e lottanti a un tempo contro la natura, la barbarie, l'anarchia e la tirannide; in mezzo ai quali egli temprò l'animo e la spada e si vestì d'un'armatura di gloria per le future guerre d'Italia. Dovremmo spiegare come nei grandi viaggi oceanici, nei lunghi silenzi pensieroi di marinaio innamorato del mare e del cielo, e uso a contemplare la società di lontano, a traverso al desiderio e alle immagini dolci e care dei ritorni, sia potuto sorgere in lui e farsi così saldo, da resistere all'urto d'ogni più dura esperienza delle cose e degli uomini, quel suo ideale d'un'umanità semplice e buona, d'una società rinnovata dalle fondamenta, retta dall'amore più che dalle leggi, e quasi vivente nell'innocenza dell'età primitiva; al quale accennava di continuo in forma vagamente profetica, quasi che temesse, determinando i propri pensieri, di distruggere in sè l'illusione amata. E ancora, in questo suo ideale splendido e fermo dovremmo dimostrare la ragione prima di quello sdegno amaro e generoso che lo dominò nell'ultimo periodo della vita, quando, dopo aver tanto operato per la patria, egli vide il moto maraviglioso della rivoluzione nazionale arrestarsi all'unità e alla libertà politica, lasciando qual'era la miseria delle plebi, permanenti l'ignoranza e la superstizione, intatti istituti decrepiti e privilegi odiosi e mille avanzi enormi e sinistri del passato, ch'egli credeva possibile spazzare a colpi di decreti e di leggi; e che questo non si facesse, gli pareva delitto di principi, tradimento di ministri, perfidia di parlamenti, stoltezza e ignavia codarda di popoli. E in fine, in quella sua cultura varia e strana, piena di oscurità e di lacune, nella quale s'univano la poesia, l'agronomia e la matematica, cinque lingue viventi, molte e lucide cognizioni di scienza militare e di storia antica, e canti interi di Dante e del Tasso, e con la predilezione del Foscolo, dell'Hugo e del Guerrazzi l'ammirazione gentile che lo condusse ad abbracciare Alessandro Manzoni, in quella cultura multiforme e incompiuta, che gli consentiva le simpatie intellettuali più disparate e i tentativi letterari più arditi e diversi, dovremmo rintracciar le sorgenti della sua eloquenza singolarissima di parlatore e di scrittore, di quel suo stile ingenuo insieme ed enfatico, rotto e tormentato, splendente non di rado di selvatica bellezza, e qualche volta terribile, del quale egli diede saggi indimenticabili in pagine che corruscano e scrosciano come cateratte di lava, e, supremo saggio, la sfolgorante allocuzione guerriera ai suoi legionari romani del '49. E quando il patriotta, l'idealista, l'apostolo, l'oratore, lo scrittore fossero sviscerati, rimarrebbe pur sempre, oggetto ammirando di studio, il capitano. E non già per risolver la quistione, tante volte posta innanzi durante la sua vita da ammiratori e avversari, se d'un grande capitano egli avrebbe spiegato le vaste facoltà quando avesse condotto un grande esercito: quistione accademica e vana. Ma per dimostrare come dagli stratagemmi fortunati che gli soccorrevano nei combattimenti d'un pugno d'uomini sulle rive dei fiumi e nelle foreste dell'America, risalendo a mano a mano alla condotta meravigliosa della ritirata da Roma, alla mossa stupenda sopra Palermo, alla battaglia ammirabile del Volturno e alle sapienti campagne del Tirolo e di Francia, le sue facoltà potenti di capitano si andassero allargando con l'allargarsi dei campi d'azione, e sorgessero nuove facoltà sulle antiche con l'ingrandir delle imprese.

Ma dopo tutto ciò, una cosa ancora rimarrebbe a spiegarsi, la quale sarà oggetto di curiosità grande ai nostri nipoti: da che nascesse veramente la virtù fascinatrice della sua persona prima ch'egli possedesse quella che gli venne dalla fortuna e dalla gloria delle sue gesta maggiori. E anche questa spiegazione, come quella di molte qualità singolari della sua indole, dovremmo andarla a cercare di là dall'Oceano. Poichè là la cercai e la trovai in parte, concedetemi qui di evocare un ricordo personale. Un giorno, in una delle più grandi e belle città del Rio della Plata, fui condotto, senza preannunzio, alla sede d'un'associazione popolare; dove, in due piccole sale bianche s'accalcavano molti uomini silenziosi. V'era a una parete un ritratto di Garibaldi, e alcune sue parole di saluto, inquadrate; sulla parete opposta una vecchia bandiera nera spiegata, con l'effigie del Vesuvio fiammeggiante. Quell'adunanza era tutta composta di vecchi, i più tra i sessantacinque e i settant'anni, parecchi ottuagenari; erano antichi coloni, operai, artefici, commercianti; pochi mulatti e creoli; tutti gli altri italiani; liguri e piemontesi la più parte: facce brune, solcate di rughe profonde, grandi barbe canute, rozze mani e rozzi panni, fronti severe, corpi ancora gagliardi. L'aspetto di tutti quei vecchi immobili, anche prima di saper chi fossero, mi destò un vivo sentimento di simpatia e di reverenza. Immaginate quale fa l'animo mio quando mi si disse:--Questi sono gli avanzi dell'antica legione di Montevideo e questa è la loro bandiera: sono i superstiti di quella memorabile battaglia di Sant'Antonio, di cui fu salutato l'annunzio in Italia con un grido d'entusiasmo, come quello d'una prima vittoria della nostra causa: sono quei legionari garibaldini che, moribondi di fame e di sete, circondati d'agonizzanti e di morti, trincerati dietro a mucchi di cavalli uccisi, combatterono da mezzogiorno a mezzanotte contro un nemico quattro volte più forte e uscirono vittoriosi da una delle più disperate strette che la storia delle guerre ricordi. La mia commozione di quel momento ve la potrei esprimere; ma ciò che in alcun modo non saprei rendere è l'alterezza, l'ardore, l'irruente eloquenza con cui tutti quegli uomini carichi d'anni, provati da mille vicende, occupati alcuni di gravi cure, e parecchi poveri e costretti a un duro lavoro per vivere, si misero, quasi improvvisamente ringiovaniti, a parlare del loro antico capitano, prima l'un dopo l'altro, poi dieci insieme, poi tutti in coro, raccontando, descrivendo, imitando.--Tale era il suo viso, in questo modo egli camminava e gestiva, così portava il mantello di «gaucho», così si gettava a nuoto, così mulinava la carabina.--Io son quello che gli resse la staffa quando saltò a cavallo per slanciarsi a Las Cruces a salvare il colonnello Nera, ferito a morte.--Io ero presente quando prese prigioniero quel carnefice del Millan che lo aveva messo alla tortura, e disse:--non voglio vederlo: liberatelo!--Io gli stavo accanto a Sant'Antonio quando quel cavaliere indemoniato del Gomez si slanciò solo sopra di noi per dare il fuoco alle nostre tettoie, e Garibaldi ci gridò:--Risparmiate la vita a quel bravo!--E si vedeva che quei ricordi erano il loro orgoglio e la loro gioia, che non li avrebbero dati, come diceva Garibaldi, «per un globo d'oro», che se ne pascevano da quarant'anni come d'una passione che raddoppiasse loro la vita. E io li guardavo, li ascoltavo, maravigliato, e mi veniva alla mente il proverbio turco:--chi ha bevuto una volta alla fontana di Tofanè è innamorato della regina del Bosforo per tutta la vita.--Così quegli uomini, che avevano bevuto da giovani l'incanto di Garibaldi, dopo quasi mezzo secolo lo sentivano ancora. Egli aveva segnato a fuoco sulle loro fronti il suo nome, per la vita intera. E via via che s'infervoravano nel risuscitare memorie, nelle loro parole, nei loro occhi, nei loro gesti l'immagine del Garibaldi antico mi appariva e con essa la ragione intima e prima della sua potenza. Sì, era quella faccia leonina, che accoppiava alla forza d'una testa romana la bellezza d'un profilo greco, eran quegli occhi azzurri che mandavano baleni di spada e raggi d'amore, era quella bocca fremente da cui uscivano squilli di tromba e accenti di bontà infantile, quell'entusiasmo che non contava i nemici, quella fortezza che sorrideva fra gli spasimi, quella gaiezza che cantava in faccia alla morte; e sopra tutto questo, come disse Giorgio Sand, qualche cosa d'arcano, per cui non gli somigliava nessuno, e che faceva pensare: la irradiazione dei grandi predestinati, il riflesso della visione interna d'un mondo. Sì, era tutto questo. E dissi a quei vecchi:--Continuate: voi siete le prove palpitanti della sua grandezza; egli è più vivo nelle vostre parole che in mille pagine di storia; parlatene ancora; io porterò l'eco della vostra voce nella nostra patria lontana.--E oggi per la prima volta adempio la mia promessa. Mandiamo un saluto insieme a quei prodi veterani, di cui la maggior parte vive ancora: fra venticinque giorni essi l'avranno, e sarà come un bacio della patria sulla loro fronte gloriosa.

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Ma, come suole accadere delle persone amate e perdute, che noi rivediamo sempre col pensiero nel loro ultimo aspetto, più spesso che l'immagine del Garibaldi fiorente e potente di America, di Roma, di Palermo, ci si riaffaccia alla mente quella del Garibaldi degli ultimi anni: quanto mutato! Durante i suoi anni migliori, noi avevamo sognato per lui una vecchiezza vegeta e lieta, che fosse come uno sfiorire lento e quasi insensibile della sua maturità poderosa, una discesa trionfale e serena come d'un astro che tramonta. E la sua vecchiezza fu invece travagliata e dolorosa. Noi dovemmo vedere l'infermità che lo torturava alterare a poco a poco, violare i lineamenti, diventati sacri per noi, del suo viso, e stender quasi sulla sua fronte il velo della morte prima che ne fuggisse il lume della vita. Tutti i milanesi e migliaia d'altri cittadini ricordano, come una delle commozioni più profondamente pietose della loro vita, lo spettacolo dell'ultima entrata ch'egli fece nella capitale lombarda per la commemorazione dell'ultima sua battaglia italiana. Il popolo, che da anni non l'aveva più veduto, credeva di rivedere, se non il Garibaldi antico, un'immagine ancora risplendente di lui. Lo vide invece avanzarsi, portato lentamente da una grande carrozza, disteso sopra un letto come un ferito a morte, col viso consunto e cereo, con le mani rattratte e fasciate, col corpo immobile, che a stento girava ancora il capo bianco e lo sguardo svanito.--Pareva,--disse uno degli spettatori,--la salma d'un santo portato a processione da un popolo di devoti, più che il corpo vivo d'un uomo.--Non era più Garibaldi. La folla immensa, ch'era preparata a festeggiarlo con la sua gran voce di mare in tempesta, taceva, costernata, e lo guardava con un senso di stupore e di sgomento. No, nessuno poteva rassegnarsi a credere che Garibaldi non si sarebbe più levato da quel simulacro di feretro su cui si mostrava. Che la legge della vita colpisse inesorabilmente tutti gli altri, che la vecchiaia, che le infermità atterrassero col tempo ogni pianta umana più salda e più superba, si capiva; ma che avessero incatenato anche quel braccio, spento anche quello sguardo, prostrato anche quella forza, pareva quasi un errore, una violenza crudele della natura. Pareva di vedere la gioventù stessa d'Italia e tutti i nostri passati entusiasmi distesi là moribondi sotto quella specie di mantello funebre che avvolgeva il corpo dell'eroe. Le fronti si scoprivano, le mani si tendevano verso di lui, gli occhi lo accompagnavano, umidi di pianto; ma le bocche rimanevan mute. Solo un mormorio diffuso e dolcissimo, come una preghiera sommessa della moltitudine, lo precedeva e lo seguiva. Eran le voci dei giovani della nuova generazione, che mormoravano:--Noi che non abbiamo combattuto, non combatteremo più oramai al suo fianco.--Eran le voci delle donne del popolo che dicevano ai ragazzi:--Guardatelo bene perchè presto morirà.--Erano i suoi vecchi compagni d'armi che sospiravano:--Non lo rivedremo mai più!--Era la città delle cinque giornate che dava al capitano delle trenta vittorie l'addio supremo!

E dopo d'allora noi numerammo trepidando i suoi giorni; ripigliando speranza, non di meno, e rallegrandoci ogni volta che la gagliarda vitalità del suo spirito usciva ancora in qualche manifestazione improvvisa; come avvenne per l'oltraggio fatto a noi dalla Francia col trattato del Bardo, quando dal suo orgoglio lacerato d'italiano proruppero quelle parole terribili che scossero per un momento l'Italia, come un fulmine scoppiato fuor da una tomba. Ma l'opera della natura proseguiva, senza tregua, spietata e rapida: dopo ognuno di quegl'impeti, egli ripiegava il suo bel capo stanco sopra il guanciale come il pensiero nel passato. Perchè accompagnarlo con la parola fino all'ultimo istante? Quella camera nuda dove pende a una parete il ritratto di sua madre, quella finestra per cui appare il cielo sereno e la marina immobile, le due capinere che, come sempre, si vengono a posare sul davanzale, e che egli, con voce spenta, raccomanda ai suoi, perchè continuino a nutrirle quando sarà morto, l'ultimo sforzo del capo con cui si volta a domandare del suo piccolo Manlio lontano, l'ultimo atto convulso col quale si asciuga la fronte, l'ultimo sguardo lento e sorridente che volge ai suoi figli e al suo mare.... questo quadro è vivo nella memoria del mondo. Anche nella sua morte, come dice il Thiers della morte di Napoleone a Sant'Elena, «tutto fu grande, solenne e semplice».

Ed ora quale ultimo omaggio più degno possiamo rendere alla sua memoria che di rappresentarci al pensiero quella che dev'essere la prediletta delle sue visioni nel mondo sovrumano dov'egli sperava di rivedere sua madre? Rappresentiamoci questa visione, che è della nostra storia di ieri, e par già d'uomini e di gesta di secoli remoti; passino a lui dinanzi, ed a noi, i suoi dieci eserciti, le sue bandiere lacere, i suoi eroi, i suoi fratelli, i suoi figli, e dai loro cuori valorosi, commossi dal ricordo delle battaglie sacre, non dalle nostre povere labbra, erompa l'inno della gratitudine e della gloria.

Ritto, immobile sopra una roccia, che sovrasta al flutto delle generazioni, bello, biondo, superbo come negli anni più fiorenti della sua giovinezza, alzando il viso splendido e dolce di redentore, sorridendo dai fieri e profondi occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, egli li vede trascorrere ai suoi piedi, e rivive con tutta l'anima nel passato.

Qual capitano al mondo assistette mai a una sfilata più maravigliosa di armati e di memorie?

Al primo manipolo di combattenti ch'egli trasse con sè sulla piccola flottiglia della repubblica di Rio Grande contro i trenta navigli della squadra imperiale brasiliana, a quello scarso drappello temerario, così stranamente svariato di riograndesi, d'italiani, di spagnuoli, di mulatti, di negri, infiammati dal suo primo grido di guerra per la libertà, fra i quali brilla il viso ardito e onesto del Carniglia, il gigante genovese, fedele a lui fino alla morte,--tien dietro impetuosamente, cantando l'inno nazionale del Figuerroa, sventolando lo stendardo nero in cui fiammeggia il Vesuvio, la bella legione di Montevideo, dalle assise verdi, bianche e purpuree, che va a combattere in difesa della sua «patria d'esiglio»;--italiani d'ogni provincia, ricchi e poveri, commercianti e avventurieri, antichi sergenti dell'esercito sardo, futuri generali dell'esercito italiano: il giovane Medici, che porterà trent'anni dopo alla tomba del Pantheon la spada del primo re d'Italia, Francesco Anzani, suo fratello d'anima, un secondo Garibaldi, cui non mancò che la fortuna, Gaetano Sacchi, il suo primo alfiere, i primi compagni, i primi spettatori della sua aurora gloriosa, quelli ch'ei ricorderà per tutta la vita con la più dolce predilezione del suo cuore d'eroe.

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Passa la legione di Montevideo, e un altro esercito viene innanzi, più tumultuoso, più ardente, più italiano, che agita in alto la bandiera di Giuseppe Mazzini: la legione dei Vicentini, il battaglione dei Pavesi, le reliquie dei suoi commilitoni d'America, il fiore dei prodi delle Cinque giornate, uno stuolo di signori lombardi, uno sciame di nizzardi e di liguri, un'accolta di combattenti di tutti i Corpi franchi dell'alta Italia, in divisa di soldati e in panni di cittadini, chiusi in casacche strappate ai Croati, vestiti del costume italico con la giacca di velluto e il cappello piumato, armati di fucili e di sciabole d'ogni forma e di spiedi e di bastoni e di scuri: l'esercito dei volontari del '48 che passa e lo saluta d'un evviva frenetico, rammentandogli il primo sangue italiano sparso su terra italiana sotto le ali vittoriose del nome suo....

Ed ecco un altro esercito più bello, più potente, più glorioso: l'esercito di Roma: i suoi valorosi di Villa Panfili e di Villa Spada, il battaglione dei Reduci, i quattrocento universitari, i trecento doganieri, i trecento emigrati, la sua brava legione del quarantanove; e primi tra i primi l'eroico Luciano Manara, stretto al fianco d'Emilio Dandolo sanguinante, nelle cui braccia rese l'anima; Goffredo Mameli, bello come un dio risorto; Emilio Morosini, l'eroe di diciott'anni, grondante sangue da tre ferite; il prode Dalla Longa, morto salvando il cadavere d'un fratello; e in mezzo alle schiere, piantala in groppa a un puledro, la sua Annita intrepida e amata che frustò i codardi sulla via d'Orvieto, e il suo fido Ugo Bassi, coronato a Bologna dalla morte che ambiva, e il gentile Luigi Montaldi, il gemello del Mameli, crivellato dalle baionette dei vinti del 30 aprile, e il Montanari, e l'Isnardi e il Marocchetti, che accettarono il suo fiero invito sulla piazza del Vaticano, e gli furono compagni in tutte le vicende dell'epica ritirata. E:--Gloria a te,--gli gridano--o grande rivendicatore di Roma!--e l'inno immortale del biondo fratello caduto ascende dall'anima loro al suo cuore.

Le note dei «fratelli d'Italia» si perdon nell'aria, e un altro esercito s'inoltra, d'aspetto diverso e nuovo, ordinato e disciplinato come un vecchio esercito, una fiumana di cappotti grigi e di berretti turchini, segnati dalla croce di Savoia, battaglioni serrati e rapidi di studenti, d'artisti, di dottori, di patrizi, d'operai, di poeti, comandati da antichi ufficiali di Venezia, di Roma e del Tirolo, l'esercito del '59, i valorosi Cacciatori delle Alpi; e tra le prime file il tenente Pedotti con una palla nel cuore, e il Guerzoni con la spalla infranta, e il De Cristoforis col ventre lacerato, e Narciso Bronzetti, superbo di tre ferite mortali, sorridono al loro generale adorato, e agitando le carabine e le spade vittoriose gli gridano i nomi delle loro tre battaglie, e al suono dei tre nomi benedetti balena la fronte augusta tre volte....

Ed ora: tre volte gloria! Ecco l'esercito leggendario, i trentamila vincitori del '60, un torrente color di fuoco, i «mille» immortali, soldati di tutti i popoli, centinaia di giovinetti e d'uomini canuti, stormi di calabresi e di «picciotti», una pleiade di generali registrati dalla storia, il Sirtori, il Cosenz, il Turr, il Lamasa, l'antico campione del Vascello; e in capo alle file dei più bravi, i morti venerabili e i feriti memorandi: il Tukery, fulminato all'assalto di Palermo, Benedetto Cairoli che gitta sangue dalla fronte, Nino Bixio che si strappa dal petto con le proprie mani la palla borbonica, Deodato Schiaffino, bello come una figura del Da Vinci, caduto sotto un'intera scarica di plotone a Calatafimi, Achille Majocchi che agita tra il fumo il braccio troncato, l'Elia che ricevette nella bocca il piombo diretto al cuore di Garibaldi, e Filippo Migliavacca, l'eroe di Varese, morto come un romano antico a Milazzo, e Pilade Bronzetti, il cui sacrificio sublime al Volturno salvò l'esercito da un colpo mortale. E tutti passano lanciando le note trionfali dell'inno del Mercantini all'immagine luminosa del loro dio.

E un altro esercito si avanza, quanto diverso da quello che s'allontana! ma pure bello e solenne nella sua austera tristezza: due legioni di soldati agguerriti d'ogni terra d'Italia, il battaglione eletto dei Palermitani, una moltitudine d'inermi, stuoli di ragazzi scalzi, di veterani coi capelli grigi e il petto scintillante di medaglie, laceri, infraciditi dalle lunghe pioggie, stremati dalle marce forzate e dalla fame, pensierosi tutti e taciturni come chi porta nell'anima una santa speranza uccisa; ma alla vista del grande caduto d'Aspromonte rialzan tutti insieme la testa e gli gettano l'antico motto: «Roma o morte!» con l'alterezza e con l'entusiasmo antico, e gli gridano:--Benedetta la tua ferita, o nostro capitano e nostro padre, poichè fu il piombo fraterno a cui t'offristi quello che ruppe, in un colle tue carni, la prima pietra delle mura di Roma!--Ed egli risponde loro dolcemente:--Benedetta la mia ferita!

E altri tre eserciti s'avanzan di corsa, empiendo il cielo del loro grido. Passano i venti reggimenti rossi del '66, fiancheggiati dalle artiglierie dell'esercito regio, portando in trionfo l'intrepido Lombardi, grondante d'acqua del Chiese, tinta del sangue della sua fronte spaccata, e il fortissimo Chiassi ferito nel cuore, e il temerario Castellina, crivellato di palle a Vezza, e le sue guide e i suoi aiutanti che fecero una barriera di petti fra lui e la morte sulla via di Tiarno, e lo stuolo eroico ch'egli spinse all'ultimo assalto di Bezzecca. E poi un'altra grande ondata di divise purpuree, biancheggianti di polvere, i bersaglieri del Burlando e dello Stallo, i carabinieri genovesi del Mayer, ultimi a lasciare il campo fatale, i lombardi e i romagnoli del Missori, e sovrastanti a tutti, soffocati dalla rabbia e dal dolore, risoluti a morire, il vecchio Fabrizi, Alberto Mario, il Friggeri, il Pezzi, il Cantoni morto, il conte Bolis morto, il Giovagnoli morto; tutto l'esercito di Monterotondo e di Mentana, illuminato da un raggio d'oro della gloria di Roma. E finalmente l'esercito internazionale dei Vosgi, vestito di mille fogge e armato d'ogni forma d'arme, una folla tempestosa d'italiani, di francesi, di spagnuoli, di greci, di polacchi, d'algerini, di soldati stanziali e di volontari e di franchi tiratori e di guardie mobili, che sollevano in alto anch'essi i loro morti gloriosi e le loro bandiere insanguinate, e confondono la loro voce con le voci lontane di quelli che passarono, gridando:--Gloria a te, che ci guidasti per tante vie e su tante terre a combattere, sempre per una causa grande come l'anima tua. Gloria a te, sempre il primo ad assalire, sempre l'ultimo a cedere, sempre il più forte nella sventura, sempre il più mite nella vittoria, sempre grande egualmente nell'ira e nell'amore, nella oscurità e nella potenza, nel trionfo e nella morte! Gloria a te, tribuno infaticato di tutti i popoli, cavaliere generoso di tutte le patrie, amore e vanto del sangue tuo e della razza umana!

E quando le ultime grida dell'ultimo esercito muoion nello spazio, un'altra folla s'avanza ancora col dolce mormorio d'un fiume tranquillo, e son le creature sconosciute a cui egli salvò la vita, i nemici a cui fu benigno, gli offensori a cui perdonò, e i feriti che rialzò da terra sul campo, e i moribondi a cui resse il capo negli ospedali, e le madri orbate a cui terse le lacrime e fece risollevare la fronte, e le fidanzate a cui tolse un fanciullo e restituì un eroe, e gli umili e gl'infelici d'ogni terra ch'egli soccorse e carezzò e benedisse; e--Gloria a te--gli gridano anch'essi, levando il volto e le mani--e sia benedetta la gloria tua!

Rimani dunque eternamente, sulla tua roccia solitaria, bello, biondo, superbo come negli anni fiorenti della tua giovinezza, col tuo viso splendido e dolce di redentore, sorridente dai profondi occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, e passi reverente ai tuoi piedi, rispecchiando la tua grande immagine, l'onda infinita della posterità.




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