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Per non far torto a nessuno e per non ledere i diritti degli autori delle opere, riportiamo poche righe tratte - di solito - dalla prima pagina di ogni testo (in questo caso alcune righe tra le pag. 63-64), per invogliarvi allo studio personale degli argomenti.

Il libro di Bruno Arpaia, napoletano trapiantato a Milano, sta facendo discutere ed ha scatenato violenti polemiche.

A noi le argomentazioni e le tesi di Arpaia piacciono molto, perchè l'autore cerca di portare dentro la sinistra il recupero della tradizione con tutto quel che di positivo essa contenga. 

Per noi la sinistra meridionale soffre di un difetto genetico - ovviamente questo non rientra nelle argomentazioni di Arpaia - quello di non riconoscersi nella storia del Sud, di averne accettato la negazione in nome della modernità e del progresso.

Noi invece abbiamo bisogno di una sinistra che affondi le radici nella storia della propria terra che non se ne vergogni e che da essa attinga la linfa per un futuro migliore, visto che il futuro che ci hanno dispensato gli altri, quando ci hanno portato la libertà garibaldesca, è sotto gli occhi di tutti: plotoni d'esecuzione, processi sommari, miseria, emigrazione, criminalità, sottosviluppo.

Una sinistra, per intenderci, che quando si trovi a contestare un tour dei savoia attraverso le regioni del nostro Sud, come è avvenuto in Calabria di recente, non si ricolleghi al vento del nord ma alla resistenza delle decine di migliaia di contadini, pastori, ex-soldati borbonici morti combattendo fra le boscaglie del Vulture.

Webm@ster - 10 Aprile 2007
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Fonte:
PER UNA SINISTRA REAZIONARIA di Bruno Arpaia Guanda - 2007 pagg. 63-64

Ah, la sinistra. Chissà perché, ci sono temi, idee, pensieri che ha sempre «regalato» alla destra, abbandonandoli alle intemperie della storia come residui arcaici, tenebrose rovine lunga la strada asfaltata del Progresso. Deve trattarsi di un piacere masochistica, vista che, can uguale nonchalance, ha «lasciata» alla destra anche attimi scrittori, filosofi, artisti ...

Se proprio la sinistra ha dovuto occuparsi di temi come «tradizione» a «comunità», lo. ha fatta, can le dovute e lodevoli eccezioni, sala per sottoporli a critica sprezzante e ferace, senza mai approfondirli davvero, senza mai scorgervi qualcosa che potesse riguardarla, ritenendola appartenente al fondo più «oscuro» e «barbaro» dell'uomo.

Sul bordo di quell'abisso, i «progressisti» hanno. fatta marcia indietro, preferendo. prendere a prestito le idee liberali per combattere il «nemica» reazionario. Ma tant' è: la nostra sinistra è irrimediabilmente ed esclusivamente illuminista, buonista, rousseauiana. Arretra dove dovrebbe osare. Per lei, non si può certo dire ciò che Canetti, pur pendendone le distanze, affermava can ammirazione di Habbes: «Guarda la realtà negli occhi e non teme di chiamarla per nome».

Tra i concetti «vietati» alla sinistra, quella di «comunità» è il più scabrosa, il più gravata di interdetta. Basta pronunciare quella parala per evocare immediatamente sangue e suolo, il nazismo, le società arcaiche, gli orrori del passata. Eppure, come abbiamo già visto, più a meno due secoli fa, proprio contro le idee della sinistra, era stato il liberalismo a mettere in soffitta la comunità, a relegarla tra i ferri vecchi della politica e della storia.

Nel regno dell'individuo e della sua absoluta autonomia, i legami comunitari rompevano le uova nel paniere, intralciavano le «libere forze del mercato».

E oggi? Dove ci ha condotto questo processo?

Siamo arrivati oltre la modernità, ma nessuno può negare di essere percorso da un disagio che non sappiamo nominare, bruciato da una ferita, dalla mancanza di un destino o di un progetto collettivo.

Se, come afferma Roberto Esposito, all'origine dell'uomo c'è già il legame sociale, «la comunità significa essere consapevoli che non si è individui, che non si è soli. C'è altro fuori e dentro di sé». Parole straordinariamente simili a quelle di Giorgio Gaber: «L'appartenenza» cantava in uno dei suoi ultimi spettacoli «è quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa. L'appartenenza è avere gli altri dentro di sé, il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo. Sarei certo di poter cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi».





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STUDI SUL MEZZOGIORNO REPUBBLICANO

PER UNA SINISTRA REAZIONARIA


di Bruno Arpaia


Guanda - 2007





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Da leggere la recensione al testo di Carlo Mangio:
"Chi voleva davvero le industrie al Sud?"
tratta da http://www.scriptamanent.net/


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