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Fonte:

http://www.affaritaliani.it/

Mezzogiorno e unità nazionale Verso il 150° dell’Unità d’Italia

Intervento del Presidente della Repubblica 

Giorgio Napolitano


Sabato 03.10.2009

E’ certamente un luogo altamente simbolico nel quale parlare di Mezzogiorno e unità nazionale, questo Palazzo, perché non vi fu assertore più alto delle ragioni dell’unità d’Italia e insieme delle ragioni del Mezzogiorno, di Giustino Fortunato. Il suo pensiero e la sua battaglia politica, quali si espressero in decenni di partecipazione appassionata all’attività parlamentare e alla vita pubblica, restano ancor oggi un punto di riferimento illuminante per cogliere aspetti e nessi essenziali del discorso che siamo chiamati ad affrontare nel centocinquantesimo anniversario della fondazione del nostro Stato nazionale. Il ruolo del Mezzogiorno nel movimento che si propose quell’obbiettivo e che riuscì a conseguirlo, la collocazione del Mezzogiorno nel nuovo Stato unitario, quale ebbe allora a definirsi, e la grande questione che per esso il Mezzogiorno rappresentò nel lungo percorso successivo fino ai giorni nostri, costituiscono una componente decisiva della memoria e riflessione storica – e dell’esame di coscienza collettivo, vorrei dire – che di qui al 2011 vogliamo e dobbiamo suscitare.

Non sarà superfluo, innanzitutto, porre a base delle celebrazioni in programma, il richiamo al Risorgimento come moto per l’unificazione volto ad abbracciare l’intera nazione italiana quale era emersa attraverso un lungo, plurisecolare travaglio nei suoi fondamenti identitari comuni. I protagonisti e le forze motrici del Risorgimento non potevano pensare un’Italia di cui non fossero parte integrante le regioni del Regno delle Due Sicilie (così come le regioni dello Stato pontificio e Roma). E in quell’Europa nella quale, alla metà dell’Ottocento, tra le maggiori nazioni solo quella italiana e quella germanica non erano ancora riuscite a prender corpo in Stati nazionali, non avrebbe potuto assumere un ruolo effettivo un’Italia che fosse rimasta monca, che non avesse, soprattutto, abbracciato il Mezzogiorno nel nuovo Stato unitario. E’ questo un dato storico, il cui valore attuale non può oggi sfuggire, e che va ribadito di fronte a certe fantasticherie che si stanno sentendo in polemica con l’esigenza di una forte, inequivoca celebrazione e riaffermazione dell’unità e indivisibilità dell’Italia.

Di quell’unità dell’Italia tutta fu, come uomo del Mezzogiorno, il più consapevole e ardente assertore proprio Giustino Fortunato. Egli fu sempre vigile nel cogliere, con ansia ed allarme, il pericolo mortale rappresentato per l’Italia, anche decenni dopo l’unificazione, dall’emergere di tendenze particolaristiche e disgregatrici. A fine secolo, egli vedeva quel pericolo come conseguenza della “corruttela parlamentare delle province meridionali” addebitabile in primo luogo allo stesso governo, e guardando soprattutto alla Sicilia parlò di “bestemmie separatiste”. Bestemmie separatiste che gli sembravano trovare allora come non mai “terreno propizio”, non essendosi mai prima “proclamato con maggiore impudenza insuperabile il dissidio tra l’alta Italia e l’Italia meridionale” (altre, “bestemmie separatiste” si sarebbero nuovamente sentite, sul finire della seconda guerra mondiale e anche in tempi più recenti, insieme con non meno “impudenti proclamazioni” della insuperabilità del solco tra Nord e Sud).

Il Mezzogiorno, peraltro, il suo posto nel nuovo Stato unitario se l’era guadagnato sul campo. Esso fu – ha detto con forza Galasso da storico – pienamente partecipe, e protagonista di primo piano, della vicenda “di quel che fu prima definito «rinnovamento» dell’Italia e, poi, nella sua fase culminante, il Risorgimento tout court”. Una vicenda che nell’Italia meridionale si snodò, dopo l’insorgenza rivoluzionaria del 1820, tappa per tappa, fino a culminare nell’impresa garibaldina dalla Sicilia a Napoli. Quello del Mezzogiorno rappresentò un contributo peculiare e decisivo al moto risorgimentale. E pur nel quadro di un’incontestabile egemonia moderata sotto la guida del Piemonte sabaudo, la componente democratica del movimento risorgimentale ebbe un ruolo cruciale nella liberazione dell’Italia meridionale.

La scelta che finì per imporsi dell’“annessione immediata e incondizionata” – per plebiscito – delle province meridionali, non può condurre a definire il Mezzogiorno come oggetto di una “conquista”, anziché soggetto attivo e determinante del processo che condusse all’unità d’Italia, alla fondazione dello Stato nazionale unitario. Il Mezzogiorno si era aperto la strada verso la conquista della libertà con il suo ’48 e con il sostegno all’impresa di Garibaldi ; i plebisciti valsero a confermare quella conquista e a creare le basi per la configurazione istituzionale del nuovo Stato.

Naturalmente, le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità potranno ben offrire occasioni e sedi per una rivisitazione complessiva del moto unitario, anche con riferimento ai passaggi più controversi. Nessuno può volere rimozioni o censure, a favore di una rappresentazione acritica o addirittura agiografica.

Peraltro, il rapporto tra il nuovo sistema politico e le varie correnti che hanno contribuito al Risorgimento è stato argomento di discussioni e ricerche che hanno impegnato gli studiosi dall’Unità ad oggi e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. L’idea della sopraffazione di una parte sull’altra, che ha dato luogo ad una lunga serie di polemiche recriminatorie, ha ceduto il passo alla ricerca delle ragioni per cui il liberalismo moderato ebbe la prevalenza nel momento conclusivo e gli orientamenti federalisti vennero accantonati.

Comunque, per quel che riguarda il rapporto tra Mezzogiorno e unità nazionale, va tenuto ben chiaro lo spartiacque tra il discorso che giunge all’approdo del 1860, e quello che riguarda il modo di atteggiarsi del nuovo Stato e del suo governo nei confronti del Mezzogiorno. In effetti, ancor prima della proclamazione del Regno d’Italia, il Mezzogiorno subì una chiara penalizzazione col decreto del novembre 1860 che sancì lo scioglimento dell’esercito meridionale e il licenziamento della maggior parte dei volontari.

Successivamente, e ben presto, le tensioni tra il governo nazionale e il Mezzogiorno avrebbero ruotato intorno a due poli : la mortificazione delle aspirazioni autonomistiche e la delusione delle attese di sviluppo e di giustizia sul piano economico e sociale.

La reazione a condizioni di miseria e oppressione sociale, che già  era serpeggiata nel corso della campagna siciliana e meridionale di Garibaldi, sarebbe addirittura esplosa nelle forme estreme di feroce ribellione del brigantaggio che, portando in sé l’impronta e l’insidia della revanscismo borbonico, sarebbe stato sanguinosamente represso.

E in quanto alle istanze dell’autonomismo, innanzitutto siciliano, esse furono negate da una rigida unificazione legislativa e amministrativa secondo il modello piemontese, e da scelte di governo centralizzatrici. Già nel 1861 i propositi enunciati da Cavour di concessione di un “vero self government alle regioni e alle province” erano apparsi da lui stesso messi da parte, non traducendosi neppure in un formale sostegno ai progetti Minghetti, la cui bocciatura in Parlamento segnò di certo il definitivo rifiuto di un ordinamento regionale. L’uniformità fu tuttavia un prezzo che tutto il paese, e non solo il Mezzogiorno, dovette pagare.

Sulle vicende dell’economia, sulle condizioni reali del Mezzogiorno, sulle ricadute e sui dilemmi della politica generale dello Stato, si concentrarono riflessioni e iniziative, che aprirono, già nell’ultimo scorcio del secolo, la lunga fase storica del meridionalismo, sul terreno dell’inchiesta, dell’analisi, della polemica e della proposta politica. Fortunato ne fu – insieme con Pasquale Villari – l’iniziatore, dando un quadro di riferimento e tracciando un solco, lungo i quali si sarebbe accumulato, in oltre un secolo, da Sonnino a Salvemini e Nitti, a Sturzo, Gramsci, Dorso, fino a Saraceno e Rossi-Doria, un formidabile patrimonio di elaborazione, di pensiero e anche di esperienza di governo. Un retaggio culturale, politico e morale, che appare oggi largamente ignorato e rimosso e a cui si dovrebbe tornare ad attingere.

Quel che della posizione di Giustino Fortunato interessa richiamare in questo momento è il combinarsi di un incrollabile attaccamento alla causa dell’unità, con un giudizio sempre più severo sul modo di condursi dello Stato verso il Mezzogiorno ; il combinarsi di una visione cruda, realistica, fuori di ogni mito, della realtà del Mezzogiorno e delle cause del divario tra Nord e Sud, con una tenace riaffermazione delle responsabilità dell’Italia unita verso il Mezzogiorno.

Così, nonostante le degenerazioni che si erano prodotte e le delusioni che aveva subìto, Fortunato ribadì, ad esempio nei drammatici momenti del 1898 : “difendiamo ad ogni costo l’unità, quali che siano i suoi torti, quali che siano i suoi errori, perché solo in essa è la salvezza della nostra indipendenza”, e perché comunque “un lunghissimo cammino è stato percorso dal 1860 ad oggi”. Senza dissimulare i suoi timori per un possibile scivolamento verso uno Stato “più o meno federale”, egli ribadiva drasticamente : “qualsiasi attenuazione del vincolo unitario segnerebbe l’inizio della comune perdizione”.

Ma certo l’unificazione politica che si era conseguita nel 1860-61 si era trovata a dover fare i conti con “uno strano dualismo”, diceva Fortunato, con “una fatale divisione che si era andata via via accentuando tra il Settentrione e il Mezzogiorno”, e di cui Galasso ha colto le origini in secoli lontani, dandoci ora una felice sintesi di un lungo percorso storico. E venendo al dopo 1860, Galasso ci ha ricordato come Fortunato pose l’accento sulle cause obbiettive di quel divario, sfatando la leggenda di una presunta ricchezza naturale del Mezzogiorno, e nello stesso tempo denunciò il peso che su di esso fece gravare, dopo l’Unità, il giovane Stato unitario attraverso “la doppia soma di un carico tributario enorme e di un regime doganale proibitivo”. Questo filone di denuncia fu poi portato avanti, in particolare, da Francesco Saverio Nitti.

Ma rimane proprio del Fortunato un approccio coerentemente centrato sul tema della politica generale dello Stato e sulla necessità di un suo cambiamento che rendesse possibile il liberarsi delle potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno. Ebbene oggi, a distanza di più di un secolo dagli anni in cui venne enunciato, quell’approccio ci sembra presentare una singolare attualità. E si può ben dirlo senza indulgere a forzature semplificatorie o polemiche.

Insomma, dopo le molteplici esperienze che si sono compiute nel periodo succeduto alla conclusione della seconda guerra mondiale, e cioè all’avvio, con la Repubblica e la Costituzione, di una nuova storia democratica, di una nuova fase di crescita politica ed economica dell’Italia unita – dopo tante molteplici esperienze, voglio dire, mirate al superamento del divario tra Nord e Sud – dobbiamo pur porci degli interrogativi di fondo.

Risultati non trascurabili si sono ottenuti, cambiamenti non lievi per determinati aspetti si sono prodotti nel Mezzogiorno ; ma i termini di quell’antico divario, pur oscillando nel tempo, conoscendo a più riprese alti e bassi, e in parte mutando di natura, risultano tuttora drammatici e tendenzialmente stagnanti. E allora, si studino le esperienze dei decenni passati, senza superficiali nostalgismi, senza tentazioni impossibili di ritorno indietro, si formulino ipotesi nuove, partendo tuttavia dalla lezione fondamentale di stampo fortunatiano. E’ cioè la politica generale dello Stato che deve cambiare guardando alla valorizzazione del Mezzogiorno nell’interesse di tutto il paese ; e deve l’insieme della società italiana muoversi nello stesso senso : le sue forze produttive, le energie imprenditoriali, non solo le forze politiche, impegnate nel governo della cosa pubblica.

Possiamo ben dire, con le parole di Giustino Fortunato : governo e paese “non ignorino di avere, nella questione meridionale, il maggiore dei loro doveri di politica interna”. Anche perché “se la nuova Italia non riuscirà a risolvere il problema economico del Mezzogiorno, essa verrà meno a una delle maggiori finalità per le quali è risorta”. Drammatico monito, che ritroviamo nelle conclusioni dell’opera di uno studioso del nostro tempo, il compianto Salvatore Cafiero. Né occorre ricordare come quello dell’unificazione economica del paese costituì l’assillo di un altro studioso, uno del Nord, che fu in tempi non lontani anche sapiente operatore pubblico, Pasquale Saraceno.

Sì, il maggiore dei nostri doveri, oggi, e con ancor maggior forza, è l’affrontare la “questione meridionale” come – ha ragione Galasso – “questione italiana”. Le celebrazioni del 150° dell’Unità debbono assumere come impegno centrale quello di promuovere una rinnovata consapevolezza di quel dovere, oscuratasi da troppi anni per effetto dello spegnersi del dibattito culturale e politico meridionalista e dell’esaurirsi di una strategia nazionale per il Mezzogiorno. Ma anche per effetto – non possiamo sottacerlo – del diffondersi nell’opinione pubblica settentrionale di un’illusione di sviluppo autosufficiente, destinato a dispiegarsi pienamente una volta liberatosi dal peso  frenante del Mezzogiorno.

Sono convinto che si possa ben rendere invece comprensibile e convincente l’esigenza comune di un rilancio delle potenzialità dello sviluppo meridionale come condizione imprescindibile per una rinnovata crescita dell’economia italiana, ben più sostenuta di quella dell’ultimo decennio. Tale crescita, e una collocazione dell’Italia nell’Europa più integrata e dinamica che auspichiamo guardando anche alla sua proiezione nel Mediterraneo – la crescita e la collocazione dell’Italia nel mondo che è cambiato e che cambia globalizzandosi – passano attraverso una visione e un’azione capaci di far leva sulle nuove opportunità che il Mezzogiorno può offrire.

Le celebrazioni del centocinquantenario hanno senso perché l’Italia ha bisogno di più unità, di nuova e più forte coscienza unitaria ; l’unità nazionale conquistata un secolo e mezzo fa si consolida affrontando con nuovo slancio la sfida dell’incompiutezza della nostra unificazione.

Lo Stato italiano  non  è più nemmeno quello del 1961 ; presenta un processo di forte mutamento, rispetto al quale non c’è da tornare indietro ma da avviare un ulteriore e più coerente percorso di riforma. Ma proprio la novità del federalismo fiscale, per conquistare i maggiori consensi che le mancano e superare le preoccupazioni o diffidenze che la circondano, deve saldarsi con una chiara, non formale riaffermazione del patto nazionale unitario.

I richiami alla valorizzazione delle diverse esperienze storiche e delle diverse realtà e tradizioni rappresentate dal Nord e dal Sud, o più specificamente rappresentate dalle singole regioni, sono comprensibili e significativi, e non possono considerarsi in contrasto con la loro riconduzione a unità, che fu il grande obbiettivo del moto risorgimentale e il grande traguardo della fondazione dello Stato nazionale italiano. Ed egualmente la valorizzazione delle correnti autonomiste e federaliste (riassumibili nei nomi di Cattaneo e poi di Salvemini, e in altri ancora) può confluire pienamente in un programma celebrativo che abbia al suo centro la riaffermazione del patto nazionale unitario. D’altronde, Galasso ci ha dato una bella caratterizzazione del formarsi delle nazionalità come fenomeni storici complessi che si svolgono su molteplici piani e abbracciarono, specie in un paese policentrico come l’Italia, un grande arco di diversità.

In conclusione, le celebrazioni del 150° dell’Unità italiana dovrebbero favorire il diffondersi di un clima nuovo, al Nord e al Sud. Da un lato, con l’abbandono di pregiudizi e luoghi comuni attorno al Mezzogiorno e ai meridionali, di atteggiamenti spregiativi che ignorano quel che il Mezzogiorno ha dato all’Italia in varii periodi storici, e in particolare la ricchezza degli apporti della sua intellettualità, delle sue élite culturali – apporti, da De Sanctis a Croce, essenziali nel concorrere all’unificazione del paese. Vecchi e nuovi atteggiamenti spregiativi e sommari impediscono di cogliere e trattengono dal riconoscere energie valide, eccellenze, fattori di dinamismo che il Mezzogiorno presenta e su cui occorre far leva.

Dall’altro lato, una seria riflessione critica della società meridionale – delle forze che la rappresentano, che la guidano o che in essa comunque si muovono : una seria riflessione critica su se stessa, voglio dire. Il bilancio delle istituzioni regionali nel Mezzogiorno non è uniforme, comprende esperienze positive – come quella della Basilicata, e non lo dico perché sono qui tra voi – ma nell’insieme è tale da farci dubitare che le forze dirigenti meridionali abbiano retto alla prova dell’autogoverno. E pur riservandoci e sollecitando un approfondimento obbiettivo delle ragioni di un bilancio a dir poco insoddisfacente, non possiamo – lasciate che lo dica in questo momento da meridionale e da convinto meridionalista – non possiamo permetterci alcuna autoindulgenza.

Non possiamo nascondere inefficienze e distorsioni dietro la denuncia delle responsabilità altrui, e soprattutto dietro le responsabilità  dello Stato e dei governi che lo hanno retto. La critica di indirizzi e di comportamenti, di omissioni e di penalizzazioni, di cui il Mezzogiorno ha sofferto è legittima e anzi doverosa, purché seria e fondata, ma non può coprire le responsabilità di quanti si sono nel corso di lunghi anni avvicendati nel rappresentare e guidare le Regioni meridionali e le istituzioni locali, o hanno comunque espresso le forze della società civile.

E’ giusto che da parte del Mezzogiorno si rivendichi il meglio del proprio passato storico e del proprio presente, e che innanzitutto ci si riappropri, con uno sforzo intellettuale e morale del tutto carente negli ultimi tempi, dell’eredità della cultura scientifica e umanistica meridionale, di un patrimonio luminoso di pensiero e di creatività che (basta riandare al XVIII secolo) ha lasciato segni duraturi nel farsi dell’Italia e dell’Europa.

Ma essenziale sarà soprattutto uno scatto di volontà, di senso morale e di consapevolezza civile da cui emergano nel Mezzogiorno nuove forze idonee a meglio affrontare la prova dell’autogoverno e della partecipazione al governo del paese.

C’è materia, credo, per un esame di coscienza che unisca gli italiani nel celebrare il momento fondativo del loro Stato nazionale.



Ecco la sintesi storica del dramma meridionale scritta recentemente da una grande artista, Eugenio Bennato, e cantata durante la notte bianca dell'agosto 2009 a Rionero in Vulture.

NINCO NANCO

1859, muore il vecchio re Borbone

e sul trono va suo figlio, 23 anni, ancora guaglione.

E’ il momento di approfittare di questo vuoto di potere,

di quel regno in mezzo al mare difeso solo dalle sirene.

E u Banco ‘e Napoli è l’ideale per rifarsi delle spese,

per coprire il disavanzo della finanza piemontese.

E Ninco Nanco deve morire perché la storia così deve andare

e il Sud è terra di conquista e Ninco Nanco nun ce può stare,

e Ninco Nanco deve morire perché si campa potesse parlare

e si parlasse potesse dire qualcosa di meridionale.

E lo Zolfo di Sicilia e i cantieri a Castellammare

e le fabbriche della seta e Gaeta da bombardare.

E’ l’ideale che fa la guerra, una guerra dichiarata

per vedere chi la spunta tra il fucile e la tammurriata,

e tammurriata è superstizione, questa storia deve finire

e qui si fa l’Italia o si muore e Ninco Nanco deve morire.

E Ninco Nanco deve morire perché la storia così deve andare

e il Sud è terra di conquista e Ninco nun ce può stare.

E Ninco Nanco deve morire perché si campa putesse parlare

e si parlasse potesse dire qualcosa di meridionale.

E per sconfiggere il brigantaggio e inaugurare l’emigrazione

bisogna uccidere il coraggio e Ninco Nanco è meglio che muore.

Perché lui è nato zappaterra e ammazzarlo non è reato

e dopo un colpo di rivoltella l’hanno pure fotografato.

E la sua anima è già distante, ma sul suo volto resta il sorriso,

l’ultima sfida di un brigante: “Quand’è bello morire acciso”.

E Ninco Nanco deve morire perché la storia così deve andare

e il Sud è terra di conquista e Ninco Nanco non ci può stare.

E Ninco Nanco deve morire perchè si campa putesse parlare

e si parlasse potesse dire qualcosa di meridionale.

E Ninco Nanco da eliminare e se lui muore chi se ne frega,

sulla sua tomba neanche un fiore, sulla sua tomba nessuno prega.

E Ninco Nanco da eliminare, che non si nomini più il suo nome,

sia maledetta la sua storia, sia maledetta questa canzone.

E fila, fila la lana a sette soldi la settimana,

E fila fila il cotone a cinque soldi pe’ lu padrone.

E Ninco Nanco deve morire perchè si campa putesse parlare

e si parlasse potesse dire qualcosa di meridionale.





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