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Questo testo ci è stato segnalato da un amico e lo abbiamo acquistato, visto che il prezzo ci è parso equo. Abbiamo poi deciso di metterlo in rete a disposizione di amici e naviganti che ogni tanto sfogliano questo sito.

Il linguaggio è antico ma vale la pena di leggerlo. Offre uno spaccato della novella Italia senza quei veli patriottardi che hanno costruito un paese falso e disunito che, nei primi anni, fu tenuto insieme solamente grazie quel filo di ferro chiamato esercito, per parafrasare il Settembrini.

Il Conte Durante sarebbe opera del duca Proto di Maddaloni, liberale e parlamentare, poi dimessosi a causa della sua interpellanza (sulle provincie napolitane) mai portata in discussione nelle aule parlamentari.

Dalle pagine emerge un paese in preda a ladri e arrivisti che, in nome della patria una, fanno solamente i propri interessi, instaurando nelle provincie meridionali un regime di terrore, basato sulla delazione e sulle fucilazioni sommarie. Il tutto mentre gli inquilini del Palazzo frequentavano assiduamente il decimo uffizio! Quale fosse non ve lo sveliamo, lo trovate nel testo.

Chi non condivideva tale stato di cose veniva accusato di essere un borbonico o un austriacante, nessuno sollevava critiche in quanto la stampa per la maggior parte era asservita al nuovo regime.

Di seguito riportiamo una recensione apparsa su La Civiltà Cattolica - Anno Decimosesto - Vol. I Serie Sesta, 1865

Zenone di Elea – Gennaio 2012

VERO AUSONIO Il Conte Durante, Racconto di Ausonio Vero, per il sesto centenario di Dante. Roma, MDCCCLXIIII. Un vol. in 16.° di pag. XVI, 226. Prezzo bai. 60.

Questo libro è una Commedia, un Romanzo, o una Satira? Ei ci pare un po' di tutto questo insieme, nell'orditura, quel Viaggio di Dante nella nuova Italia, colle sue vicende e coi suoi scenici s'accosta al Romanzo. Nelle scene particolari che espongono i concetti di Dante e quei delle persone in che si abbatte, v'è tanto di comico, che senti subito la commedia. Nell'idea che inforna il libro, nello stile in cui è disteso, nelle conversazioni onde è intrecciato, nei fattarelli che vi si raccontano, v'è una continua satira, spesso gentile, più spesso pungente, contro la rivoluzione e i rivoluzionarii, che hanno condotto a tanta miseria l'Italia nostra. Questo Racconto adunque esce molto dalla solita carreggiata degli scritti letterarii per la sua originalità; ed ha molte qualità che ne promoveranno la lettura. Dipinge molto al vivo i costumi e i pensieri degli uomini che la rivoluzione ha fatto montare a galla in Italia. Flagella con (scudiscio sottile i vizii e le passioni di coloro che si son fatti moralizzatori nostri. Toglie la maschera (non però il velo, che la decenza non l'avrebbe comportato) a certi tali e a certe tali, che, smesso l'abito arlecchinesco lor proprio, la trinciano da Catoni. Mostra il contrapposto tra le idea di Dante, e i fatti degli unitarii italiani, e la sciocchezza di chi vuole coonestare coll'autorità di quel gigante la fanciullaggine dei piemontisti, veri pigmei appetto a lui. In conchiusione il libro è veramente ghiotto per molti versi, e se qualche osservazione può farsi intorno allo stile, 0 alla moderazione delle satire; questa è scusata già molto dall'aver dichiarato l'Autore stesso, che la brevità del tempo in che lo scrisse, per istamparlo col principio dell'anno nuovo, ha tolto al libro quella perfezione, che dalla limatura ripetuta potea solo venirgli.

IL CONTE DURANTE

RACCONTO DI AUSONIO VERO

PER IL SESTO CENTENARIO DI DANTE

SECONDA EDIZIONE

CORRETTA ED AUMENTATA DALL'AUTORE

ITALIA - MDCCCLXIV

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PRODROMO

Grande adito ai commerci, delle cose non solo, ma delle persone, è fuor d'ogni dubbio questa felicissima invenzione dei piroscafi. Conciossiachè, ove frizzi l'occhio al cassero di, un battello a vapore, vi scorgi a prima fronte associale le più disparate persone e le classi più divise della società. Gente di ogni colore ed uomini che altrove vedresti guatarsi, a squarciasacco colassù vedi amicamente ritenersi e passeggiare da prora a poppa e viceversa, discettando di costumi, di lettere e spesso anche di politica. Su per quegli abeti non sono gelosi che li squadrano da capo a piedi, dove ti accosti ad una loro donna: non nobili che schifano il contratto di un borghese, quasi che avesse la lebbra: non villani rifatti che gonfiansi e par vogliano essi soli ber l'aria, quando in presenza di uomini, che non ebbero agio di arraffare un qualche milione: non uomo di stato o burocratico che senta il dovere da tenerti a distanza o di farti riconoscere l'autorità sua. Quella si è vera repubblica. A meno che non sia francese il capitano, ed ogni francese vuol filar del tiranno, pur declamando non voler principi: a meno che non ti avvenga in qualche inglese, come tale che a Dieppe si rifiutava a salvare un naufrago, dicendo:

Il ne m'a pas été présenté.

IV

In mare si è cittadini del mare. E ciò non saprebbe reo a noi affolli di liberalesca monomania. Se non che, corrivi non troppo al dilargare il circolo di nostri amici, (per quel convincimento che fra venti donne due solamente ne rinvieni giovani e belle, e tra cento uomini appena un solo che non sia un seccatore) in mare, più che il mal di mare, temiamo quello della compagnia: la quale non una volta e soltanto sperimentammo fastidiosissima.

E sul cadere del 1861, navigando da Catania a Messina, mentre che rapito dallo incantato spettacolo di quella riviera di tutte bellezze, piacevami profondar gli occhi in fra le selve di aranci, che vestono di eterna verzura la marina, e venia discernendo i variopinti paeselli, di che vien screziato quel campo, e le rocche saracinesche, onde si incoronano i monti ed i poggi e le anticaglie greche e le romane e le arabe, e i vecchi monasteri ed i templi, che talora specchiansi nell'onda che lambe la costa, talora sorgono in cima al villaggio, quasi a dir come esso sia nella tutela di Dio, venni distratto da quella silenziosa meditazione dai dimandi e dalla ammirazione loquace di tale che mi era da canto. Benché fra tanti codici, che furono sommersi dai turbini della moderna rivoluzione, non si salvasse punto quello del Galateo, che anzi naufragò per il primo; pure cortesia volle che rispondessi. Ma risposto che ebbi circa il nome o la storia di alcuni di quei monumenti fui strascinato in altri parlari; né solo con il mio vicino, ma con taluni che stavano vicini a lui.

Era la brigata, nulla quale veniva ammesso, me invito,

V

un crocchio arcitalianissiino od ameno per chi in vena di spassarsi c non irascibile ed intollerante, come l'autore di questa scrittura. Presiedevalo una bella donna, bella e forte come la Venere di Milo e graziosa....e graziosa come le donne di quell'isola. La carnagione di un bianco matto, trasparente sì che vedevi serpeggiarvi sotto le vene, il naso tirato ad una linea con la fronte larga ne troppo alla, gli occhi neri e grandi, e ricchissima e crespa la nera capellatura, cui bastava appena a coronare un torcoletto bigio di feltro, fregiato di un pennacchino di arione, il busto snello come di vespa, vestita una camiciuola di color Magenta alla garibaldesca, e la lunga sottana di zendado nero di Catania, raccolto da nastrini di velluto, lasciavano vedere una sottoveste di bianco, tutta fatta a fiori e trapunta, ed un piede piccolo e snello, cui avrebbe incastellalo fra gemme un uomo poco più giovane e mondano più che non siamo noi. E le mani non disgradavano punto ne poco quel piede, che però essa il sapeva e, ingemmatele di rubini e brillanti e smeraldi, le agitava anche un poco più che non sogliano le vivaci donne del mezzodì.

Ci era di tutto in lei per far girar la testa ad un filosofo: e noi fummo più che filosofo in quel frangente. Tranne il gesto, cui abbiamo detto un po' vivo, l'avresti creduta gentildonna di alto legnaggio. E pure la era men che tale, poi non tutte le carte sue avevano il bollo del curato della sua pieve o di quella del bel giovane che l'accompagnava. Con questi era un presbitero, cioè un di quei preti che

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lasciarono Cristo per la Samaritana, che vorrebbero il Papa riveduto e corretto (come diceva non ha guari il pio Mamiani, senza però, soggiungere ad usum Herodis), ed alcuni uffiziali piemontesi, che parea volessero al giovane siciliano giocare il dado medesimo che il padrone aveva tratto alla sua isola. Fra questi adunque vi era abbastanza di che farne andare in bestia, poiché lo sciame degli officiali piemontesi onde sei sopraffatto ad ogni pie sospinto, e massime ad ogni presentarli con donna brulla o vecchia o bella o giovane che sia, o ad ogni accostarti ad esse, non è il minor dei fastidii per uomo che non si sollucheri fra le umiliazioni, come pur vi si piacciono tanti. Ma quello che, malgrado la bellezza della sirena da noi descritta, rendeva più uggiosa la brigata, si era il grugno di certa antica spia diventata spia liberalesca, unitario, cavurrino e che so io, un di coloro che esser non sanno che del vincitore: e noi non maravigliamo né quereliamo certo dell'abbandono.

Uso a gabellare, a fiscalizzare coloro nei quali si avveniva, quel brutto Giuda non sapeva far verbo senza farti sdrucciolare nella politica. Laonde non istette guari e incominciò a levare a cielo la felicità del nuovo stato, e ad abbrunir anche di vantaggio il non felice quadro del passato. Ma io che non ancor seppi apprendere l'arte del tener giù ciò che mi si stanzia nel cuore, veniva discorrendo di questo o quell'orrore che veggiamo passarsi dopo la ringenerazione, e domandavo come si fa a lodare

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il male per mille dopo che lo si è maledetto per cento?

Faceva eco alle mie parole il bel giovane compagno della bella catanese, e non dissentivano dai riconoscere le presenti sventure d'Italia neppure alcuni di quei piemontesi, che stavano a campo, attorno alla siciliana. Solo l'ex assolutista perfidiava dire che si stava peggio al tempo dei Borboni. Ed io rimandandogli che in tal caso sarebbesi stato meglio quando si stava peggio, la dama dal torcoletto venne in soccorso della spia, e trinciandola da Mater Patriae, come se fosse la Principessa di... (basta non cominciamo sì presto) mi apostrofò col dire:

Vergogna! Non so come una persona onesta possa aver fronte di venire a rimpiangere le infamie a cui siamo stati segno sotto la tirannide dei Borboni e dei Preti. In vece di baciare le zampe dei cavalli di questa brava gente che è venuta a civilizzare ed a moralizzare questo paese, (che, come si vede, non lo meritava) voi avete viso di... Vergogna!,.. Per quanto e vero che sono una donna d'onore, se io fossi uomo...

Non sareste così piacevole!

Risposi io, su quel subito e, traendo dalla mia i begli umori, calmai anche le magne ire di quella Cornelia,

Era italianissima la bella! E conoscete donne di tal fatta le quali nol siano?

Di grazia, fatecela conoscere se ve ne sia una Cercheremo nuovo Brantome per scriverne l'elogio. E veramente incredibile è quanta parte si abbiano

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avuto sgualdrine e giudei in questa rivoltura. Via, la è guerra di emancipazione codesta! E però io non maravigliavo del colore della vezzosa; ma sì, indi a poco, ebbi grandemente a stupire per ciò che la, non ristando più dal politicare, conveniva in quella sentenza che orribile è lo stato presente del bel paese che Italia di per se stessa né può farsi né disfarsi, ma incocciava a volerla unificata per ciò che, diceva essa, l'unità d'Italia sia il concetto di quella gran mente di Dante Alighieri.

Questo nome di Dante su quelle labra fresche e rosee si, ma non pure, non mi maravigliò solamente ma mi offese. Però, sentendolo anche profferire da quelle due birbe del mal prete e dell'ex assolutista (applicato oggi alla Cassa Ecclesiastica), su questi, che non godevano i privilegi di donna, trabboccai tutta la mia bile e l'indignazione di gentiluomo e di sincero italiano. E dicendo loro come Dante nol si conoscessero, e che conoscendolo non potevano le loro svergognate bocche profferire il nobilissimo, il santo nome di lui, gli mandai al diavolo senza altro. E come stavo per alzare anche il bastone, che mai discompagno da me (dappoi pei tempi che corrono più col bastone si cammina che coi proprii piedi) quei due figuri divisarono svignarsela chiotto, chiotto, pur borbottando Dio sa che, ed appuntando quasi di Sanfedista me stato prigione ed esule per amore di libertà e, per amore di libertà, una seconda volta esule, ora.

La vecchia spia, andato forse a stendermi la ricetta di un terzo esilio, per qualche giorno dopo la

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restaurazione, io, poco stante, mi ritrassi nella mia cellina. Quivi mi abbandonai a più tranquilli pensieri, che quelli ai quali mi aveva desto la brigata cui aveva lasciato a spassarsi su per il cassero. Ma non potendomisi strappar dalla mente la figura di Dante che la mi vi aveva risuscitata, ne potendo poi ristar dal ridere di questa ridicolissima opinione che Dante fosse unitario, mi diceva:

Daddovvero che l'ingnoranza produce s brutti fruiti della rivoluzione. E l'ignoranza è la sola cosa che mi appaura per quell'ora della riazione, la quale pure verrà, come per tutte cose viene che sono in natura od in fatto. E vedi: i rivoltosi dicono Dante unitario ed il Veuillot, dir pure è uno scrittore, ci viene stampando che dove l'Alighieri vivesse ai dì nostri sarebbe sottoprefetto del Governo Piemontese in qualche città rubata al Pontefice! Povero Dante! Non penso ai posteri. E buon per lui, che ne sarebbe morto di itterizia. Non pensava, che con il passo per che procediamo, giorno non sarebbe lontano, che nelle città italiane, potrebbe parlarsi di lui non altrimenti che può parlarsi di Omero a Smirne.

E sì pensando vennemi in idea di dettare uno scrittarello che discorresse di un nuovo viaggio dell'altissimo poeta di qualche scena che mostrasse quel che sarebbe l'Alighieri fra gli uomini e le massime

1 J'ai souvent pensé quo Dante, s'il vivait de nos jours, serait sous-prefet do Piemont dans quelque ville volée au Pape. Veuillot. Le Parfum de Rome livre III, p. 158.

E lo scrittore francese si spinse anche a direLe Dante est grand poète, et si l'on veut, grand théologien; il n'est pas grand et intelligent catholique. Ib. livre III,, p 129.

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dominanti oggi nella nuova Italia... Ma mancatomi poscia il tempo, perciocché da sventure non poche distratto, e ad altre cure, ad altri studii affaccendato, non vi pensava più che tanto.

Sul cominciare della scorsa estate venuti a me due onorati ed eruditi gentiluomini napoletani, il Duca Michele Caracciolo di Brienza ed il Principe di Acquaviva, mi richiesero di qualche prosa o verso per una Strenna che eglino hanno in animo di fare per il sesto centenario di Dante, e nella quale non sarebhono che scritture di letterati, che pensano come noi, cioè che Dante non avesse nulla che fare con questa disonestissima rivoluzione che dicesi italiana: rivoluzione atea e sociale. Accettai su quel subito il gentile invito e, come buon italiano che mi glorio di essere, seppi grado e grazie a quei gentili per il nobile divisamente di scriver qualche cosa in onore e difesa del sommo italiano, in questa età che tanto lo si ingiuria, credendo di sublimarlo. Ed immediate mi accinsi a porre in carta ciò che or son quasi tre anni mulinava per la mente. Ma ebbi è sì tosto ad accorgermi che il mio povero lavoro oltrepassava i limiti di una scrittura per strenna. Conciossiaché non potessi trarre Dante a questi dì senza fargli vedere od udire i fatti più appurati e più conti delle nostre presenti miserie; e mi fosse mestieri fargli vivere la vita del tempo, e però imbrancarlo fra coloro in cui ti abbatti oggi per il mondo. E ciò rende soverchia la mia operetta per una miscellanea. Divisato ho dunque pubblicarla a parte, tenendo altrimenti la promessa con quei cortesi, che mi invitavano a scrivere

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nella loro Strenna Cattolica per il sesto centenario di Dante.

Ed a proposito delle persone, con le quali mi è stato forza arrotar l'ombra di Dante, dirò lealmente come mi sia governato. Ho nominato con proprii nomi e titoli coloro i quali, sia per buone opere, sia per male, o per ingegno, o per nullagine, non possono oggimai sfuggire al grido e giudizio della storia: pur sempre non di altro discorrendo che della loro vita politica e letteraria. A prima diedi loro un nome d'invenzione. Ma alcuni uomini di lettere, cui feci udire queste pagine, perché mi fossero cortesi di loro consiglio, animandomi a pubblicarle, mi facean pure notare, che cosi governandomi pe' nomi di codesti uomini del giorno, il libro assumerebbe una faccia tutta fantastica, nel guardo di coloro che non sanno delle cose nostre, né l'altissimo poeta avrei tratto più in questo che in altro paese o nel presente piuttosto che in preterito secolo. Medesimamente facevami accorto, che al postutto, per quelli che conoscono ciò che si passa oggi in Italia, il dar nomi arcadici ai personaggi della presente rivoluzione, sarebbe inutil riserva. Perciocché i popoli italiani oggimai sanno gli uomini loro e le loro opere, né mai potrei io vituperargli più che non facciano i diarii, i libercoli, le brigate, che non sian le logge di loro setta o le chiesuole di lor consorteria. Dopo il festino si leva la maschera per andare a cena: e la rivoluzione nostra è per appunto a quest'ora della cena.

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E dunque, cancellato i nomi allusivi, scrissi con tutte lettere i veri. Coloro che se ne troveranno offesi ne querelino con le proprie opere, se per esse diventarono brutti e tali da non più potersi nascondere né scusare. Volgan lo sguardo nelle loro coscienze, odano il vociare di tutte genti contro di essi, e facciali poi di asserire che non sono stato meglio che discreto nel ragionare di loro.

L'Alighieri non si governò altrimenti per i malvagi del tempo suo. Cli nomino nello e gii infamò come più seppe. E, scrivendo dell'Alighieri, non dobbiamo servire per quanto meglio ci è dato ai suoi sapientissimi dommi e tener dietro l'esempio suo autorevolissimo?

Ed ora altra cosa vogliamo dichiarare ai nostri lettori. Come in un quadro istorico, fra i personaggi principali dipintivi, vi ha sempre un volgo di figure che loro fan codazzo, quale servendo ai movimenti dei primi, quale dimostrando la maraviglia, quale il dispetto, e via, quale un senso, quale altro; così ho dovuto anch'io tesser figure seconde nella tela della mia favola. Medesimamente, come in melodramma con i cantori principali è mestieri il coro, ed in uno storico dramma o commedia non istoriche vogliono essere le parli accessorie; così in questo mio racconto vi rinvieni parecchie figure di quelli che incontri soventissimo ed a bizzeffe per il mondo. Non ne potevo fare a meno. La mia commedia aveva necessarissimo bisogno di servo sciocco, di sgunarelli, di coro.

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E come vedi, nel prototipo dei romanzi italiani, nei Promessi sposi del Manzoni, storico è il Cardinal Borromeo, storica la peste, storico il tumulto contro il Ferrer, storica la guerra di Casale, e veri l'Innominato e la Monaca di Monza; ma non più clic verosimili le altre persone che vi si leggono; o tipi del vero, in quanto che di Don Rodrigo, di Fra Cristoforo, di Renzo, di Perpetua, di Don Abbondio, di Grifo, di Don Ferrante, mutato nome o veste, se ne trovai! sempre e dovunque.

Soccorso dunque da tanto esemplare, ho fatto a fidanza e posto anch'io, in fondo al racconto cui venni ordendo, alcuni caratteri del tempo nostro, che, non ritrattando più questo che quello di coloro nei quali cotidianamente ci avveniamo, e che sono ornati di quelle virtù che lodiamo o macchiati di quei vizii che biasimiamo, di santa ragione non ho dovuto nominare altrimenti che per nomi d'invenzione. Che se poi per una particolarità o per altra, alla quale io non ho posto mente, taluno vi sia che mollo od alcun poco somigliasse o credesse rassomigliarsi ad alcuna di queste figure, gli pregherò scacci ogni sospetto. Gli farò notare che. come non ho masticato i nomi di coloro cui voleva condannare, così non avrei mutato neanche il suo, dove Io avessi tenuto singolare, né uno dei mille mille della sua specie. Laonde, come già disse il Labruyère a tale che credevasi soggetto di uno dei suoi caratteri, risponderò anche io. Tout beaut Commencez par

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declarer que man Tiphon c'est vons e si amicamente il conforterò che profitti dello specchio per acconciarsi quando che vi si vegga ritratto veramente.

Eccovi dunque il mio Conte Durante. E di grazia non ne pretendete molto, dappoiché la è una facezia cui ho dettato in non più che quarantacinque giorni, onestando così i miei ozii estivi. E non essendosi, di quei giorni che io scriveva, perpetrati ancora il carnaggio di Torino e la vergogna, nuova nella storia, del tramutar la sedia dello stato, per comando o per piacimento di forestiero padrone, tessei il mio racconto, altrimenti che non avrei fatto in autunno. Però appena ho pollino far qualche accenno di quelle infamie, mentre correggeansi le bozze degli ultimi capitoli di questa operette La quale non merita neppure che io h segni del nome mio (avvegnaché pei fatti miei ben piccolo) e si produrrà invece con quello accademico di Ausonio Vero. E se taluno mi farà l'onore d'indovinar chi si vesta di questo, prego mi sia indulgente in grazia dello amor grande che porto alla mia infelicissima Italia del mezzodì.

Frattanto non vuò presentare questa mia operetta a chi cortese di gettarvi rocchio, senza pria chieder loro venia delle ridicole scene, alle quali mi fu mestieri congiungere il nome del serissimo degli scrittori. Conciossiaché dove questa licenza non mi fossi tolta, avrei dovuto abbandonar IO pera ed il suo disegno, che egli è il tempo che, ridicolo; 0 volendo produr l'Alighieri in dramma tutto grave,

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bisognava il dramma non fosse punto moderno. Peragrate Europa per lungo e per largo, e trovate un uomo di senno che in coscienza abbia preso sul serio la rivoluzione che qui si passa. Gli allori di essa son sudicia compagnia di Pulcinelli. E volete che filino dell'Agamennone e del Bruto? E maraviglia! per quanto si lordino di sangue si bruttino di ogni più vile delitto, gli è sempre il riso che vince l'orrore che si vien dalla vista di cotali arcibuffoni... sempre il riso... ma un riso che ahi? nel fondo suo non è meno amaro del pianto di orfano miserabile. Però, come il Poeta nella Vita Nuova, concludo anch'io, dicendo che non altrimenti da coloro

Che per vergogna celan loro mancanza,

Di fuor mostro allegranza

E dentro dallo cor mi stringo e ploro.

CAPITOLO I.

In quella terza cerchia del purgatorio, dove si mondano le anime degli iracondi, tra il profondissimo fumo, che toglie l'aer puro e gli occhi a quei di entro, di brigata con le ombre affannose che cantando flebilmente Agnus Ibi e percotendosi il petto procedevano, come cieco indietro a sua guida, paurosi di smarrirsi o dar di cozzo in mal cosa, un grande spirito incedeva da più secoli, piangendovi ira ancor viva o malefica, onde macchiava il più nobile dei poemi, il sublime dei libri, dopo dei libri divini. Era l'anima di Dante la infelice, l'anima stessa del poeta di Dio, di lui che descrisse fondo a tutto l'universo nella sua commedia polisensa. 1

E quegli,, quando di carne a spirito si salia, l'anno 1321, come ognun sa, traversato l'oceano in quel vasello snelletto e leggero cui sta l'angelo da poppa, veleggiandolo con le sue ali spiegate e cantando con gli altri spiriti peregrini il salmo In exitu Israel, aveva subitamente afferrato all'isola irta e rotonda, in mezzo alla quale sorge il monte antipode a Gerusalemme.

1 Polisensa disse Dante stesso il suo poema nella sua epistola dedicatoria del Paradiso a Can Grande della Scala. Vedi Wite Dantis Epistolae etc. Epist. VII.

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Venuto però all'antipurgatorio, cioè al luogo dove si purgano le anime di coloro i quali indugiarono i buoni sospiri, vi riabbracciava l'ombra del nepote di Costanza Imperatrice, e quella di Casella che vennegli incontro ricantando:

Amor che nella mente mi ragiona,

e ritenevasi quinci alcun poco con Iacopo del Cassero, con Buonconte figliuolo del Conte Guido di Montefeltro e col Benincasa e con Cione dei Tarlati e Federigo Novello del Conte Guido di Battifolle e Farinata degli Scoringiani e il Conte Orso del conte Napoleone di Cerbaia e Pietro barone della Brossa, il segretario di Filippo III di Francia. Quindi, riabbracciato Sor dello mantovano, e con più carità riparlatogli e della sua Italia e di Firenze, passò ad inchinare Rodolfo di Asburgo, il padre di quell'Alberto di Austria, cui egli maladicea nel suo poema, per ciò che non venisse ad inforcar li arcioni d'Italia fatta giù indomita e selvaggia. Corse poi a riabbracciare i Marchesi Malaspina e Nino Giudice di Gallura, e si avvenne in Filippo Ardito, il padre di lui che il vulgo di allora cognominava Bello ed egli addimandava il mal di Francia. Egli chiedeva perdono dello aver così bruttamente sparlato di quella pianta, che non aduggiò ma protesse, ned una volta, la terra cristiana, di quella stirpe dei Capetingi, che se diede frutti indegni, a quando, del Fiordaliso, produsse pure Luigi il Santo, l'ottimo, il prototipo dei monarchi cristiani, e tanti altri grandi e benigni, che neppur la metà ne raggiungneranno tutte le altro stirpi di regi messe insieme.

Sorriso Filippo ed, abbracciato assai graziosamente il Poeta, il confortava ricordandogli come le istorie magagnate da soverchia parzialità fossero scritte quasi nella rena. Laonde, così perdonato, Dante mi partiva più lieto e più leggiero. Quindi giunse alla porta del Purgatorio, posta sui tre gradi di color diversi, quelli cioè

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della Fede, della Penitenza e della Carità. Colà, veduto l'Angelo Ostiario. sedente in sulla soglia di diamante, gli si agginocchiò innanzi umilmente, ed esso gli segnò la fronte di tre P. significanti le tre peccata cui doveva piangere, la superbia cioè e l ira, e la lussuria anche un poco.

E diciamo anche un poco, poiché non vogliamo aggiustar fede ciecamente a quella mala lingua del Boccaccio, il quale disse, che «tra cotante virtù, tra cotanta scienza, quanta è dimostrata di sopra essere stata in questo mirifico poeta, trovò amplissimo luogo la lussuria, non solamente nei giovanili anni ma ancora nei maturi 1» Oibò! E poi nobilissima è la confessione che egli la di sua fragilità, quando, disceso di cerchio in cerchio tutto l'Inferno e salito di scaglione in scaglione il Purgatorio, in cima a questo, nel Paradiso Terrestre, si avviene in Beatrice che gli rimprovera l'essersi dato altrui od il volgere

... i passi suoi pei via non vera,

Immagini di ben Minuendo false,

Che nulla promission rendono intera.

La quale come da a divider vera, verissima essere la persona amala e pianta dal Poeta (né già allegorica, né già Filosofia, né già Teologia, né già Italia e che so io, come sognarono tanti dottissimi, analfabeti del libro della vita umana), così non può farci credere perdutamente preso del piacere uomo di passioni cosi nobilissimamente intese.

Frattanto gli spiriti schifiltosi troveranno poche le tre P, e ci diranno l'invidia, l'Angelo non glie la pesava come peccato all'Alighieri? Non diceva egli nel canto XIII del Purgatorio

Gli occhi.... mi fieno arcor qui tolti

Ma picciol tempo, ché poch'è l'offesa

Fatta per esser con invidia volti?

1 Boccaccio, Vita di Dante Pag. 81.


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Ma adagio, risponderemo noi, adagio. Dante era letterato; e volete letterati senza invidia? Questo è cercar gatto senz'ugna. Se l'angelo avesse a tener conto d'ogni peccato d'invidia che faccia uomo di lettere, od a rigor di lance pesarlo, in Paradiso non ci sarebbe neppur parrucca di letterato. E poi notate che Dante si accusa essere stato alcun poco invidioso. E il riconoscerlo e il confessarlo e la pochezza di questa invidia, anziché colpa, ebbero ad essere anche un bel merito per l'anima sua. Del rimanente poi, tre o quattro che fossero stati i P, onde venne segnato, e maiuscoli questi o minuscoli, noi non crediamo dover più lungamente fermarci a discettarne. E questo sì ci affrettiamo a dire, che il divino ostiario, aperto l'uscio sacrato con lo chiavi che ebbe S. Pietro da Gesù Cristo, il mise dentro benignamente; non mancando però di farlo accorto.

Che di fuor torna chi indietro si guata.

Ed ecco l'Alighieri aggirarsi anch'egli in quella mena, dove purgansi l'anime dei superbi, carco di buon macigno le spalle. Pareva soventi dicesse il più non posso, mentre, una con gli altri martoriati recitava l'orazione dominicale, siccome quella che è la più santa delle preci e meglio si viene a chi piange la colpa di Lucifero, chiedendo il nome di Dio abbia lode e non il nostro e solo la divina volontà si fornisca. Ritengasi colà soccorrevole con il bisavo suo Alighiero, figliuolo a quel Cacciaguida, armato cavaliere da Corrado Cesare e morto per Gesù Cristo in Soria l'anno 1117 della Salute. Ned altrimenti si governava con il nobilissimo Omberto degli Aldobrandeschi, con Oderisi da Gubbio pittore, col generoso e prode Prevenzan Salvani, statigli tutti e tre amici in suo vivente. E si che l'Alighieri durovvi con più o men di pazienza ogni pena, la povertà, l'esilio, la fame, le borie dei mediocri, le ingiurie dei codardi; ma non poté accostumarsi

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giammai alla dimestichezza della piccola gente. Leggi tutto quanto il Canto XVI del Paradiso, e fa poi di non esser persuado dell'albagia aristocratica di che peccava Dante. La quale egli non dismise neppure quando lasciò la parte dei grandi. E di vero re liberale e nobile democratico vuol dir citrullo o bugiardo. Ed egli che, per le leggi popolesche del suo comune, si dovette far matricolare nel registro delle arti, cantò anche pro domo sua, quando, dicendo di Giano della Bella, ne sublima la nobiltà:

Avvegnaché col popol si raunì

Era uomo di grande altare l'Alighieri,, non un letteratuzzo, non un azzeccagarbugli del tempo nostro. Era gentiluomo e valentuomo e deputato sempre a grandi faccende, comò colui che solo per la patria sua sostenne quattordici ambascerie secondo afferma il Filelfo 1. E di quei giorni gli ambasciatori non erano

1 Il Filelfo posteriore di oltre a un secolo a Dante (ma che, scrvendo a Firenze ove eran carte e tradizioni, perduta poi, parne auterovolissimo in un fatto così pubblico e principale, di che rese molti particolari) dico che Dante esercitò pel suo comune quattordici ambascierie, Noi crediamo non doversi rigettare tale asserzione, anche per ciò che abbiam memoria certa di ambascerie parecchie esercitate da Dante e fin nell'esilio sino all'ultimo di sua vita, in nome dei signori presso cui erasi rifugiato. Né dovette ciò farsi se non avesse Dante esercitato già da simili ufficii in sua patria e non si avesse gloria di buon diplomatico, come diremo oggiorno. E la maggior prova della veracità di tali ambascerie di Dante sta nei particolari dati dal Filelfo: parecchi de quali si accordano maravigliosamente coi fatti della storia. Esse sono

«I. Ai Senesi, per li confini che Dante compose a suo talento. II. Ai Perugini, per certi cittadini sostenuti a Perugia, quali ricondusse seco a Firenze. III. Alla Repubblica Veneziana, per astringersi un'alleanza che esso effettuò come volle. IV. Al Re di Napoli con regali, per contrattare amicizia, che ei contrasse indelebile. V. Al Marchese d'Este, nelle sue nozze, dal quale fu anteposto agli altri ambasciadori. VI. Ai Genovesi, per confini, che ci compose ottimamente. VII.

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come i diplomatici del tempo nostro: burrattini più o men ricamati di oro e mossi per fili di telegrafo. Erano giureconsulti, erano oratori, erano uomini peritissimi della cosa pubblica. Però bisognava frugarlo men severo. E veramente l'anima del poeta veniva posando in sua pena; poi né molto grave era il masso onde fu carico né lunghissimo il tempo assegnatogli a mondarsi di sua fierezza.

Conciossiaché se egli è vero, siccome è verissimo che la superbia sia principio e radice di ogni malabito e che col cassarsi di ossa vengansi a sbiadir tutte le altre colpe, non è meno certo però che Dante più che superbo fosse stato di sé senziente. E vuolsi per mente anche a ciò, che la superbia essendo pur vizio capitale, è peccato, sarei per dire, condizionale. Traggi Galileo o Giambattista Vico ad una ragunata di giornalisti o di egheliani; accampa il Marchese di Pescara od il Montecuccoli con i Cialdini, i Pinelli od altri cotai....galantuomini che si dicono oggi soldati; serra in una officina medesima Michelangelo o Salvator Rosa e quegli straccioni ingnorantissimi che maneggiano ai dì nostri le arti belle; e forse appunteresti gli antichi di superbia, dove prendessero a.... a scappellotti i moderni? Laonde non è maraviglia se la bontà

Seconda al Re di Napoli, per la liberazione di Vanni Barducei, che il Re era per mandare al supplizio, e che fu liberato al supplizio, e che fu liberato per quella egregia orazione di Dante, la quale comincia Nihil est quo sis, Rex Optime, conformior Creatori cunctorum et regni tui largitori, quam misericordia et pietas et afflictorum miseratio etc. VIII. IX X. et XI. Quattro volte fu oratore a Bonifacio Pontefice Massimo e sempre impetrò ciò che volle, fuorché in quella legazione che non era compiuta Oliando fu esiliato. XII: et XIII. Due volte mandato al Re d'Ungheria ne ottenne ogni cosa XIV Oratóre al Re dei Francesi, ne riportò un eterno vincolo di amicizia che pur resta fino al giorno presente, imperocché ei parlava non non senza sapore (non insipide) in lingua francese e dicesi che in questa pur iscrivesse alcuna cosa.» Vedi il Pelli p. 93

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di Dio, che è tutto giudizio, facesse come a fidanza coll'Alighieri. E diremo di vantaggio. Ché se vivendo l'età di tanti sommi, di Papa Bonifacio, di Re Roberto, di Giovanni da Procida, di Ruggieri di Lauria, di Bartolomeo di Capoa ecc, se arrotandosi in un secolo che i Fiorentini (al dire di quel Bonifacio medesimo) costituivano un quinto elemento nel mondo, tanto erano adibiti ad ogni impresa onorata, poteva parere fierezza il faro od il dire del Poeta, dove fosso vissuto ai di nostri, ì santi ministri del Purgatorio neppur di un gran di sabbia gli avrebber carche le spalle.

Il Boccaccio, egli è vero, racconta che «molto presunse di sé, né gli parve meno valere, secondochè i suoi Contemporanei rapportano che ei valesse. La qual cosa, tra le altre volto apparve una notabilmente. Mentre, che egli era con la sua setta nel colmo del reggimento della repubblica e conciofussecosachè per coloro li quali erano depressi fosse chiamato, mediante Pupa Bonifazio Ottavo, a ridrizzare lo stato della nostra città un fratello ovvero congiunto di Filippo allora Re di Francia, il cui nome fu Carlo, si radunarono a un consiglio, per provvedere a questo fatto, tutti i principi della setta, con la quale esso teneva. E quivi, tra le altre cose provvidero che ambasciata si dovesse mandare al Papa, il quale allora era a Roma, per la quale si inducesse il detto Papa a dovere ostare alla venuta del detto Carlo, ovvero lui con concordia della detta setta, la quale reggeva, far venire. E venuto al deliberare chi dovesse essere Principe di cotale legazione, fu per tutti detto che Dante fusse desso. Alla quale richiesta Dante, alquanto sopr'a sé stato, disse Se io vo chi rimane? e se io rimango chi va? quasi esso solo fusse colui che tra tutti valesse, 0 per cui tutti gli altri valessono.»

E «questa parola seguita il Boccaccio fu intesa e raccolta».

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E crediamo. Ma, perdoni Messer Giovanni, Dante aveva ragione. La sua non era presumenza, ma previdenza. Provaronlo i fatti. E si che la mediocrità o nullaggine di chi ne circonda è la più pericolosa delle adulazioni. Quel Consiglio, di che narra il Boccaccio, fu il Ministero Spinelli del Medio Evo. Esso fè quasi altrettali ed altrettante corbellerie che questi, a tempo dei brogli garibaldeschi. Lasciava entrar Messer Carlo di Valois, gli dava la balia, la signoria, i danari, le armi, le castella, e poco mancò non facesse getto anche dell'onore. Permetteva venissero Messer Corso Donati, Messer Musciatto dei Franzesi, i Neri tutti e lasciò tutti armarsi ed affortificarsi a grand'agio: ed il povero Dante rimase a Roma esule, con le lettere di credenza in tasca, condannato nel capo e nell'avere, come per delitto di perduellione;

Però Domeneddio, che è più dotto del Boccaccio, nol condannò certo per quelle parole, che procedeva pure e più certamente dalla conoscenza della sua parte. La quale per la asinità dei partigiani, non men che per quella del ricco capo, Messer Vieri de Cerchi, dicevasi dell'Asino di Porta. 8 Medesimamente non era superbia quella che quando proponevasegli ritornare d Firenze come raumiliato (cioè offerto a S. Giovanni, legato, con un cero in mano, pagando multa, passante tra i lazzi o gli scherni della bruzzaglia partigiana), facevagli scrivere superbamente al buon monaco mezzano, Don Moncone abate di Fonte Avellana. «Non è questa la via di tornare alla patria, o Padre mio. Un'altra se ne troverà, o da voi, o, col tempo, da altri, la quale non deroghi alla fama, non all'onore di Dante. Quella accetterò io con passi non lenti. Che se per niuna tal via in Firenze non si entra.

1 Boccaccio Vita di Dante, Pag. 78. e 79.

2 I Cerchi abitavano a Firenze presso Romana.

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non mai entrerò io in Firenze.» 1 La non era dunque alterezza, ma dignità: e questa, lungo dall'essere colpa, spesso è virtù molto cara nella faccia del Signore Iddio che dicene: Curam fiabe de bono nomine.

Né meraviglia poi o più declinava il tempo e meno veniva il numero di quei martoriati. Conciossiaché quo' che vi erano già passassero a purgarsi di altre colpe in altri giorni, o nuovi troppi non ve ne approdassero. La superbia suppone almen qualche lustra di valore. Altrimenti è presumenza, è buaggine. E tal già, sin dal cadere di quel secolo, era la colpa di coloro che vediamo oggiorno si tronfi. Ma questi vanno in Inferno tutti quanti, o fra quelli che mai non fur vivi: dichiariamo bene.

Ma basta; disbrigatosi Dante di quella pena, e cancellato in lui il P. della superbia, passò a purgarsi del secondo, in quel fumo sozzo o profondo, nel quale il vedemmo travagliarci, per quella stanza già così tenebrata da nubi, che ne traspariva una stella. E quivi, da cosi lunga stagione piangendo il suo peccato, nulla più sapea della terra, però che ignoto a quel regno è ciò che per il inondo i passa, ne il buio conio d'inferno concedeva discerner anima novella od accontarsi secolei. E manco di suffragi sollevavalo questa Italia, che tanto spasima e superbisce del suo poeta. Firenze gli ergeva si un grosso e brutto monumento, decretato la prima volta nel 1399 ed eretto... poco dopo... l'anno 1829, quello che vedi in Santa Croce, dove il gran padre Alighieri affigurasi accovacciato su certi cassoni o stilobati in atto di uscire dal bagno. Gli drizzava negli Uffizi altra statua, che si annasa l'indice, né sappiamo perché; ma non lo aiutò giammai di alcune buono orazioni, ma di religiosi servigi per il poeta cattolico non si diè pensiero niuno. Piagnistei più o meno conditi di rime, sproloqui politici ed estetici,

1 Witte Dantis Epistolae. Epist. VIII

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rifritture tutte di rettorica, diè Italia ad ufo in suo onore: Dante tema a tutti gli scolari in umanità ed a tutti gli scioli settari Ma quelle nonio, queste chiacchiere non gli giungevano in Purgatorio. E forse era maggior misericordia di Dio. Figuratevi Dante, abbaco i nato dal fumo e dalle tenebre ed affogato poi da un'oda del Prati, assiderato da sonetti del Sig. Saverio Baldacchini, tanagliato da prosa di un Torchiando, di un Gatti o di non so qual altro ciarpiere simigliante! Misericordia! No! No! Il Signore non voleva tribolato con tal misura anima che erasi creata alle sustanze pie. E, se al Poeta Cattolico mancarono i suffragi dei cittadini suoi, non vennergli meno le preci di quella sua Beatrice, lode di Dio vera, e di quegli stessi santi filosofi, a' cui libri aveva bevuto sapienza e il concetto istésso del suo poema.

Però, non sono corsi ancora tre anni, e l'anima travagliata, mentre orava a Opini che ogni torto disgrava, vide a poco a poco biancheggiare il fumo che circondavalo, e raggiare per entro di esso una luce. Indi vi affigurava un disco, giallo a prima e poi rossiccio: non altrimenti scorgesi quello del sole attraverso la nebbia di Londra o di Parigi. Esultò la misera a tal vista e, disbrigatosele il passo su quel subito, procedè ansia ma secura verso la spera di quella luce: la quale, da sua banda, sempre più incendeva verso il Poeta. E non è a dire la maraviglia di lui come discovrì nel mezzo di essa un benigno, che, vasto nella persona e nel volto, tumide alquanto le labbra e bruni gli occhi e la carnagione, ma un po schiacciata la faccia in sul naso e corto il collo piuttosto, vestiva la bianca saia del Guzman e 'l manto e l'almuzia di nero. Il capo covrivagli una grossa cuffia di pel morello, che gli nascondea per due faldine le orecchia E benché non bello né affabile di figura, tutta s'intravedeva per essa la mansuetudine di quell'anima, inizia ai contegni di una stirpe quasi regia, e la robusteza e lo acume e l'aligera fecondità di quella mente.

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Era Tomas di Aquino quel sommo: l'Aristotele dell'Era Cristiana: e Dante che il vedeva e il comprese, corse a baciare il lembo dello sue vesti, né più sapeva sorgere di quella postura: abbarbagliato anche più dalla luce di lui, che non era pur dianzi accecato da quel travaglio del fumo. Ma gli fu cortese l'Aquinate, ed alzatolo e trattolo in luogo solitario, mani festogli la misericordia di Dio, a sua intercessione, volerlo trarre di pena prestamente, e però, tutto quel secolo che avrebbe ancora a scorrere in quella cerchia, permutargli in pochi anni, cui passerebbe ritornando nel mondo, nel suo bel paese d'Italia.

Corno ohi nel profondo di ogni miseria odesi annunziare non più attesa ventura, e teme sognare e dubita inganno, e si allieta ad un tempo e s'attrista, e tenzona tra gioia e paura che non abbia ad esservi il peggio in tanta mutazione dello cose, ed assale per mille dimandi il vicino, ma vinco poi sempre la gioia: così lo spirito del poeta a tal nuova, In quale forse non aveva pronunziato la pianta astrologica della vita di lui, trattagli per Messo Brunetto Latini. Ma l'altro dottore noi lascio lungo in quelle ansie: e

Figliuolo non misprondete il senso delle mio parole; prese a dirgli. La grazia cui vi reco non è già per quello che passerete nel mondo, ma pel maggior tempo che vivrete fra i beati, poi vi è accorciata la dimora di questa cerchia.

Ed allora Maestro, cominciò tutto umile l'Alighieri, il mondo è cieco, ed io venni bene da esso. Se lo entoma in difetto che io mi fui, se questo vermo

Nato a formar l'angelica farfalla,

Che vola alla giustizia senza schermi,

per suo amore di volontà, dimenticò talora lo amore naturale, non però volse viso giammai dalla salute, né

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il danno improntò di persona. Già nel suo peccato medesimo, anziché si riducesse

Al buon dolor che a Dio ne rimarita,

quest'anima conturbata fu lungamente punita del non aver lesto conosciuto la buona essenza frutto e radice di ogni bene. Però miserere di noi: e se gran braccia ha la misericordia di Dio...

Non han gambe men corte, rimandogli di ripicco l'Aquinate, gli errori di coloro che Essa fece grandi sulla terra. E sì, Messere, che la vostra ira di Ghibellino sarebbe stata minor colpa anzi a Dio, dove non avesse prodotto i pessimi frutti che attossicarono lunga pezza l'Italianità. Il vostro sparlare di alcuni prelati e pontefici di Santa Chiesa e più il non parlare di Papa Benedetto 4 e di tanti sommi predecessori di lui, quel vostro maledire a quella dote, che prese da Costantino Cesare il Papato, ha ribellato gli spiriti del vulgo, che certo non fu naturato a comprendere la dottrina che si asconde negli versi strani. Esso non ponea mente che voi, anche volendo suddito al romano imperatore il romano pontefice, noi volevate destituto di signoria e della signoria di Roma, poiché sul bel cominciare del vostro poema, dicendo di essa città e del suo imperio, vi affrettavate a dichiarare:

La quale e il quale, a voler dir lo vero,

Fur stabiliti per lo loco santo,

U' siedo il successor del Maggior Piero.

E so: la vostra ira fu quella dell'amatore che maledico talora alla stessa beltà dell'amanza. Ma non tutti rimino comprendere il Santuario esseri abitato anche da uomini e questo è argomento più saldo della divinità di nostra Fede, che trionfa anche co' soldati infedeli o dappoco.

1 Il Tririgiano Benedetto XI, il gran paciere d'Italia, che però il Cav. Giuseppe de Cesare pretese lui essere il veltro predetto da Dante.

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Gli uomini vorrebbero sacrifizio io tutti; meno in se medesimi. E voi non sillogizaste che il Cristianesimo non è solamente religione ma civiltà, né questa potrebbe caldeggiarsi da un principe che pescasse ancora lamprede nel lago di Genesaret? Ci vuole altro che poveri popolani per menare a salute la riottosa umanità. Né il Signore può operare sempre per virtù di miracoli, ché altrimenti diverrebbe miracolo il procedere consueto di quel basso mondo.

Né dirò poi di quegli argomenti che almanaccaste nel vostro libro de Monarchia, quando per lo studio di tutto assoggettare a Osare, o di far lui dipendere da Dio immediatamente 1, osaste perfino. sentenziare che la umana redenzione non è legittima e non serve che pei sudditi del Sacro Romano Impero. Voi peccaste in quella non solamente contro a Dio, ma anche contro alla libertà, alla nostra Italia, alla umanità tutta quanta. Però bene dovevate aspettarvi che la vostra opera servisse a Ludovico di Baviera per la elezione dell'antipapa Pietro della Cornara, e meritamente venisse dannata poi alle fiamme da Messer Beltramo Cardinal del Poggetto, e proscritta dal Concilio Tridentino, in processo. E volevate che quegli che rappresenta la forza sulla terra, non vi dipenda da lui che è ministro della mente divina? Come avrebbero a splendere insieme i vostri due gran luminari? 3 E dunque l'uno potrà spegnere l'altro e l'inerme tutore dovrà cedere la pupilla umanità a colui che può divorarne tutte le sostanze a suo libito? Non vi andava forse a talento il tribunale supremo di tale che, nato in povero loco e grande per le grandi massime di che è raggio, segga giudice dei principi e dei popoli e gli rattenga nelle vie della giustizia, ove che sieno?

1. Dante de Monarchia §§ II. p. VI.

2. ld. id. SS 8, % 10. pp. XLII. XLVII.

3. Id, id. §§ 4 p. IX.

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Quale i fanciulli vergognando muti,

Cogli occhi a terra stannosi ascoltando

E se riconoscendo e ripentuti:

tale novellamente si stava l'anima castigata, in udir le parole di quel sapientissimo. Le quali comò ora per cessare Non più! Non più veniva esclamando l'Alighieri, persuaso già molto della veracità di esse e della loro prudenza. Ma S. Tomasso non dismetteva: e con quella sua ragione armonicamente analitica o sintetica, cui il Leibnitz addìmandava ragione geometrizzante, venivagli dimostrando come la Sapienza, più che lo Amore ricacciasse lui Alighieri nel mondo, in quest'ora medesima che più fa empito il suo trascorrere. E gli accennò, come i moderni ne vituperassero il nome, interpretando maliziosamente non poche parole di lui, e massime e desideri dandògli per soprassello in prestanza, cui il Poeta non professò giammai in suo vivente: Dante che in fin dello fini non aveva cantato che la rettitudine.

Ed Allora. Facciasi la volontà del Signore, rispose esso, volgendo gli occhi lacrimosi alle stelle, e sj faccia comunque e sempre e per ogni dove io mi sia. E poiché

In la sua volontade é nostra pace,

Ella è quel mare, al qual tutto si muove

Ciò ch'ella cria e che natura face:

sarà essa la mia scorta colaggiù e troverò nell'amor suo la fortezza, che mi sarà mestieri a fornirla

Quindi levossi come per partirsi. Ma 'bentosto riprese, dicendo. Maestro! non ristate però dallo intercedere per il vostro discepolo, lassù nella chiostra celeste.

E facevasi a dimandargli coinè e per clic modo avrebbe egli ad inceder pel mondo E l'Angolo della Scuola rispondevagli. Troverete tutto che vi si converrà.


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Già poca bisogna han le anime. Voi che potete mentire per cosa, né vi si viene frattanto Io arrotarvi fra il valgo di oggiorno con il nome per che siete celebre per la terra. Vi chiamerete però Durante, che è quello cui riceveste al fonte del vostro bel S Giovanni, e toglierete titolo di conte, come modernamente dovreste per la vostra condizione di patrizio, voi discendente da Frangipani, o che so io; ed anche per più facilmente e con più grazia mischiarvi in fra le genti di questo tempo.

Ma, a questa parola di conte, sorrise la grande anima di Dante, ed arricciò il naso e faceva spalluccia il repubblicano. E sorrise anche un po' il severo spirito napoletano, egli che schifò titolo e stato mondano e tutto che fosse terra quaggiù. Ma gli uomini, il sapeva bene, tornan sempre più alla creta primaia, ed oggi tolgon titolo signorile anche di tali che buonamente si tengono repubblicani, e vengono conti e baroni persin giudei e malladroni, per rimeritarsi di avere arricchito sé indebitando il paese. E questo si ad dimanda secolo democratico. Che diacine sarebbe se dicessesi aristocratico? Ma l'Alighieri misvoleva, perciocché i signori del tempo suo Valessero meglio e si dicessero meno. E veramente, se titoli sontuosi assumevano ben rado, gli era perché oggi la scritta fa la bottega e que,sta non ne aveva d'uopo in antico, perché se ne sapesse la roba. Pure l'Aquinate non volle porre in discettazione la sua sentenza e, veduto come essa sapesse lazzo all'Alighieri, diceva:

Vie su! Forza vi è fare per filo e per segno il mio consiglio; omo vi grava addimandarvi siccome altri molti di colà, cui vedrete ben ridicoli o tristi, toglietelo per penitenza questo titolo e ne avrete pur qualche merito.

1 Dante dissesi di origine romana in più luoghi c specialmente nel XV. Canto dell'Inferno 7378.

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Risero di pien cuore a queste parole e 'l magnanimo spirito fiorentino ed il sommo filosofo cristiano, e Dante, ritenutosi ancora un poco con l'Aquinate, come volgeva il Sole ad occaso, se ne partiva benedetto in Colui che è vita e via per l'universo. E moveva Tommaso verso le stelle, più luminoso diventando come più lontanavasi da quel monte; mentre anch'esso l'Alighieri ne veniva fuori per altra via, sur una bianchissima nube e leggera che il menava ver l'onda tirrena. Ma, tuttoché il mal di che si esca ne è veduto sempre maggiore che quello nel quale non ancora si cadde, e il Poeta facesse ritorno a quella sua Firenze, dalla quale era morto in bando, desolato; Dante partivasi sospiroso dal loco di tanto martìro, di un esilio si lungo e così gramo, e, sull'aerea navicella ginocchioni, non torcea mai il guardo mestissimo da quell'isola, finché non la perdesse dalla fronte: sia che questo spirito doloroso più nel soffrire si adagi che nella gioia, sia che Quella stanza è men trista la quale è del Signore più presso.

CAPITOLO II.

1 progressi dell'astronomia e delle altre scienze naturali, nelle quali era già sì saputo l'Alighieri la felice applicazione della fisica e delle matematiche alla meccanica, il trovato della stampa e la diffusione per essa della mezza scienza, che è come dire della ignoranza più petulante, la scoverta di un nuovo mondo,

1 Il Redi, il Magalotti, il Targioni. il Fabroni, il Bottagisio discorsero parecchie fiate della dottrina di Dante nelle scienze naturali, ma il Libri ne trattò assai più diffusamente e più dottamente nel tomo secondo di quella sua bellissima opera, che porta a titolo; Histoire des Sciences Mathematiques en Italie. Paris 1838.

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mutazioni di alcuni stati europei e di alcune Provincie e cittadi italiane, la rivoltura germanica del secolo XVI, che ruppe la salutare unità della grande famiglia cristiana e preparò la rivoltura sociale del passato secolo e del presento, non stettero lungo ad aggiugnersi alla gran sintesi delle nozioni del Conte Durante.

Ned egli teneva un tesoro lo aver saputo di quest'ultima. Conciosiaeehe la notizia di essa fosso il primo dolore che provò ritornando alla terra: e però, già pria che si accontasse molto coi viventi, il vedevi inceder mestissimo, o come uomo caduto in disperanza, o cui sapesse reo ogni conforto. Vestia il bruno, e questo cresceva a più doppii la mestizia che vernasi dallo aspetto di sua persona, mediocre ed alquanto curvetta, e dal suo vil lungo e bruno, con il naso aquilino, con neri e crespi capegli, ma con grandi occhi, con grandi mascelle e con il labro di sotto avvanzato dal labro superiore l'ira ben per questo a spetto medesimo che nel vivente di lui, secondo il Boccaccio, 1 una donna di Verona diceva a certa sua compagna, «Vedete! colui che va nell'inferno, e torna quando gli piace, e quassù reca novelle di quelli che laggiù sono?» E l'altra rispondeva«In verità tu dei dire il vero. Non vedi tu, come egli ha la barba crespa e il colore bruno, per lo caldo e per lo fumo che è laggiù?»

Erasi passata di fresco in Firenze quella mutazione che termo dietro la congiura del Boncompagni e de» gli altri sgherri di Piemonte; e certo il repubblicano Alighieri non avrebbe pianto Granduchi, dove non fos servi succeduti Stenterelli. La ragione del poeta filosofo, per quel poco che le era veduto del tempo nostro e della patria, non aveva dovuto pugnare gran fatto con il talento, per persuadersi, la repubblica, non più facile

1 Boccaccio. Vita di Dante p. 56.

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ai suoi tempi per la declinata virtù, esser diventata ormai impossibile per la virtù perduta. Pensava Firenze, reggendosi a popolo quattro secoli, non avere goduto neppure quattro anni di libertà togliendo in prestanza signori ora a Napoli, ora a Chiesa, ora a Francia ed ora anche alle castella del suo contado, trattenendogli «con pallio ed armeggerie». Non poteva non ricordare come, lui infante, i XII Buoni Uomini di Firenze desserne la signoria a Carlo di Angiò per dieci anni, e come la Maestà di lui governasse,la per suoi vicari e baroni mutati di anno in anno. Di quella ricordanza primaia si originava la sua animavversione per ogni reggimento che non fosse arcipaesano. E ritornava poi col pensiero alle cento e più costituzioni, promulgata l'una mentre l'altra non era ancora trascritta: onde ebbe a dire che la patria sua schermissesi come l'infermo con il dar volta, e così sottili provvedimenti facesse che non giungeva a mezzo il novembre quel che l'ottobre filava.

Vedeva bene la putrida Europa non portar più stato franco, e male potersi danzare una ridda, mentr'altri suoni la sarabanda. Medesimamente sapeva i comuni del medio evo essere ben diversa cosa da quella ad dimandasi oggi repubblica. E le regalie o libertà di quel tempo erano pure ben altro, che la democrazia e i diritti democratici cui tengon dietro le sette ai dì nostri. I comuni riconoscevano la supremazia dell'Imperatore e Re tedesco in ogni cosa non compresa nelle regalie conquistato o compre. Pero in queste solamente erano le franchigie loro ed i loro diritti. I quali di vero si svolgevano in modo più o men largo, e que' che li interpretavano più liberalmente parteggiavano per la Chiesa o ricorrevano ad essa, poi non dimenticavano che le libertà d'Italia nacquero dalla guerra, che surse a far quello immenso Gregorio VII contro agli Imperatori Franconi o Wibelini, usurpatori delle libertà

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della Chiesa e caldeggiatori di ogni scandalo, che si Incesso nel suo santo corpo.

Ottima e desiderabile indubitatamente la compiuta indipendenza d'Italia. Ma come non puoi dar di cozzo nella ala, e come la restaurazione delle cose troppo anticamente cadute non sogliono riuscire a gran prò, l'Alighieri accontontavasi della indipendenza delle città, nata per appunto dalle invasioni della penisola o dalle sue sventure e guerre politiche e religiose, corno dalle stesse infermità nasco talora alcuna crisi risolutiva di dia. E Dante era tenero di questa indipendenza delle città o stati o provincie del bel paese chè non poteva non vedere come di essa scaturisse la civiltà tutta della penisola. Però non gli sapeva più così reo la signoria in Toscana, poiché la mercé sua esisteva Toscana. E quando pensava i principi Lorenesi essere forestieri di stirpe, acconsolavasi considerando che non inglesi ì re d'Inghilterra, non francese il ninnolo che passa oggi per la lanterna magmi della storia di Francia, non tedeschi gl'imperatori che seggono a Vienna, non russi quelli di Moscovita, non Spagnuoli i re di Spagna, non portoghesi quelli ili Portogallo, non Fiammingo il sovrano dei Belgi, e neppure Italiana è casa di Savoia. Principi così detti nazionali non aveva che Francia sotto ai Borboni, non gli han che i tedeschi ed i turchi il dì nostro.

Ma ondechè venissero essi Loreni di Toscana, il conte Durante vedeva bene umanissimi essere stati ed aver caldeggiato con ogni studio il progredimento della civiltà: che al postutto tale ned altro sarebbe lo scopo di libero reggimento. Il quale, meglio che scritto nella carta, per Toscana vedevasi nel fatto. Ed è proprio il contrario dopo la cacciata.... oibò!.... l'uscita dei Lorenesi; poiché i Toscani non cacciano più manco i cani, tuttocché querelino e strillino, che rodar» loro le ossa. Del rimanente, buona o mala che fessevi stata la signoria o le signorie italiane, quel magno

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spirito non poteva non intendere come, ben pel non essersi fermate mai in alcuna sventura, Italia e le sue contrade toccassero la sventura peggioro degli stati: il mutar sempre sventure.

Delle quali non è certamente la minore quella cui vedeva tribolare oggimai l'Italianità, confiscata a una setta che servivasi del bel nome di lei, per isbattere Chiesa e Stato e perpetrar quella riformazione, cui pose mano la rivoluzione francese. Vedeva questa setta biforcarsi in ischietti ed ipocriti; in quelli cioè che combattono, direi da soldati, e dichiarano aperto che vogliono, ed in quelli che fanno da sopraffar da assassini, tementi la verità rompa il cammino all'impresa. Vedeva una vecchia casa di principi, posta a servigio della rivoltura, per poi frodare i compagni di delitto, dopo spogli i consanguinei più stretti, e rise della buaggine degli uni, e pianse sulla prostituzione dell'altra, perciocché agli spiriti generosi non è più cocente spettacolo dello invilirsi dei grandi.

Però procedeva come misantropo per la nobilissima patria, rimpiangendo il tempo che aveva dannato, né poco vergognando delle mediocrità burbanzose che vedeva diportarsi fra quelle mura, state già culla e palestra a tanti illustri. E non è poi a discorrere del corno nauseasse del quasi non più udire la dolce favella di sua stagione. Ne già che egli schifasse le parole di nuovo stampo, ingenerate dallo cose nuove e dalle costumanze procedutone. Non era esso per certo come quello alunno di Basilio Puoti, che voleva trovar zigaro nella Crusca e, noi vi rinvenendo, per dire di tale che andava con zigaro in bocca, scrivea «zazzeava con in bocca rotolo di foglia di nicozia adusto ed arso dall'un dei capi ecc.» Oibó! I grandi non sogliono essere così schifiltosi. E meno che altri l'Alighieri che, trattando del volgare italiano, non ne parla come di una sola lingua nata comune a tutti, sua distinguela nei quattordici dialetti allora parlati in Italia

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di ciascun dei quali rovistando le virtù ed i vizi, cor chiude che di tutti dee plasmarsi quella lingua comune che egli chiama Munire, cardinale, aulica, curiale, 1 K sì che l'Alighieri non riconosceva punto alla sua Toscana il principato della lingua, cui veramente non meritò che dopo da lui, o per lui e pel Petrarca e poi Boccaccio; ed appunto pel modo ecclettico con il quale essi avevano abbraccialo ì dialetti, e raccolto da questi, ed anche dalle lingue forestiere, le parole che più veniano loro in acconcio.

Dante, via, era quegli che venne accusato di avere scosso in lingua ogni fumo, di essersi però procacciato, libertà non solo, ma licenza 1 Ma questo suo consiglio vedova non attagliarsi punto ai dì nostri. Perciocché quello che allora doveva farsi oggi é fatto. Quindi udia non senza rammarico dibarbate le vecchie e naturali parole e i nobilissimi modi di una lingua del sì per rabescarla di altre involate a quelle dell'oc o dell'oil. E veramente se no eccettui il Fanfani e il Raggi

1 Dante. De Vulgari eloquio etc. Liber I cap. XVI e XVII.

2 Dante scusavasi del non far la lingua toscana la prima del mondo scrivendo «ma noi a cui il mondo è patria, siccome ai pesci il mure, tuttoché bevuto avessimo acqua d'Arno avanti di aver denti, o che amiamo tanto Firenze da patir per essa ingiusto esilio, nondimeno appoggiamo le spalle del nostro giudizio più alla ragione che al senso. E benché pel nostro piacere o meglio per la quiete della nostra sensualità, non sia in terra luogo più ameno di Firenze, pure svolgendo i volumi dei poeti e dei scrittori, dai quali si descrive il mondo universalmente e particolarmente, e discorrendo fra noi i vari siti dei luoghi del mondo e le costumanze che sono tra l'un polo e l'altro e il circolo equatore, fermamente credo e comprendo molte regioni e città essere più nobili e deliziose che Toscana e Firenze, ove son nato, e di cui sòn cittadino, molte nazioni parlare più dilettevole sermone e più utile che gli italiani. Dante de vulgari eloquio lib. I. Cap. VI. pp. 281. 252.

3 La spagnuola e l'altra lingua che secondo i filologhi maggiori dicesi pure del sì.

4 In queste tre, secondo l'Alighieri, medesimo divideansi i dialetti dell'Europa Romana Barbara. Dante De vulgari eloquio sive idiomate Cap. VIII, e IX.

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e Brunone Bianchi e il Guerrazzi, ed altri pochissimi che a noi non sovviene, Firenze è la terra d'Italia dove oggi meno si parli e peggio scrivasi italiano. E questo; non è lievissimo segno di decadenza, poi le nazioni,: come l'uomo individuo, per appunto dalla lingua cominciano a perire. Sul cadere dell'impero romàno, Roma ed il Lazio grecizzavano,; non; men che Napoli e Puglia e Sicilia greche.

Ma se la deturpata favella il fastidiva, la declinata fede il faceva venire in grande sdegno. Il Giansenismo, il Gioseffismo fecero miserabile guasto in quella nobilissima provincia d'Italia. Essi vangarono profondissimamente il terreno per la seminazione che vennervi facendo in processo le nuove sétte. E però V Alighieri, che non supea persuadersene, procedeva esclamando - è ben questo il popolo di S. Giovanni, poi non par neppure di quel Marte che fu suo patrono sub Julio?

Medesimamente egli che non aveva voluto né la balìa di Carlo di Valois, né la potenza di Corso Donati suo proprio congiunto e sotto al quale aveva militato, «Dante della schiera dei feditori di M. Corso», non è a dire come si arrovellasse è struggessesi pel pasciaficato di un Bettino Ricàsoli, e di quell'osceno vespaio di servitori che dava in fitto la terra al Savojardo. Conciofosseché se al dire di Dino Compagni Messer Corso era «un cavaliere della somiglianza di Catéllina Romano, ma più crudele di lui, gentile di saligno, bello di còrpo, piacevole parlatore, adorno di belli costumi, sottile d'ingegno, con l'animo sempre intento a mal fare... e per sua superbia, fu chiamato il barone, che quando passava la terra molti gridavano, viva il Barone, e parea la sua terra,» pure, sécondo il nimico storico medesimo, «la vanagloria il guidava» e «molti servigi faceva».

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Ma questi baroni di oggigiorno gli guida brutta e sanguinosa avarizia... e che servigio fecero essi?

Però non èra contennenda l'animavversione di quel magno, il quale cominciava il comprendere audio troppo il senso delle parole dell'Aquinate e la sarcina del novello castigo. E pentiasi di sue antiche peccata d'intolleranza meglio che non aveva fatto in Purgatorio o quando pósto giù il seme del piangere, erasi ridotto a umiltà. E divisò torcere il volto dal brutto spettacolo del presente: sdimenticando questo per appunto lui dover durare quaggiù. Laonde ricorse alle memorie del passate evo, e straniavasi, od il vedevi solitario per i chiostri ed i templi e tutte le anticaglie di Toscana. Ed ora visitava Campaldino e 'l Castel di Caprona, dove aveva combattuto nella vita nuova 1. Ora per i poggi diportavasi che gli ricordavan gli occhi ridenti delta fanciulla de' Portinari, ora aggiravasi per la riviera tranquilla

Del fìumicel che nasce in Falterona,

ed ora fra i monti di Siena scorreva, e per quelli di Arezzo, e per la Maremma pisana: ombra sdegnosa sempre e sempre amante, ma non però mai compagnevole. E spesso il vedevi anche pel Casentino, dove aveva ospitato presso a Guido Salvatici», quel cugino di Alessandro di Rumena, nepote al conte Guido Guèrra; e talora pei chiostri di quella badia di S. Gaudenzio; onde anche esso preparato avea la sciagurata impresa della Lastra 2; la quale (scusino pure gl'italianissimi). fu qualcosa come quel che addimandano mò brigantaggio.

Pure un bel di, si avviò a piazza della; Signoria. Giuntovi; si soffermò presso alla loggia dell'Orgagna, della quale lungo rimaneasi a contemplar la còstruttura

1 Cioè nella sua vita giovanile.

2 Vedi il Pelli p. 117 dove è riportata la guarentigia regata nel core di essa badia l'anno 1307.

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vaghissima, non altrimenti solea fare ai suoi di Michelangelo. Ed intanto caduto era il giorno; e la Luna, sorgendo dai monti di Fiesole, si veniva argentando la torre di Palazzo Vecchio, che parea mettesse. sue fondamenta nell'aria. Tra quei sovrumani silenzi, vittima già del trascorrer de! guelfismo, e però venuto ghibellino, Dante ripensava le male ire tra nobili e popolani, che sono l'alfa e l'omega delle sventure antiche e moderne dell'Italia nostra, (quelle rinnovellate faide dei tempi barbari), e la selva oscura, la selva dei vizi e delle parti per che si aggirava Firenze. E pen tiasi del non aver fatto il Consiglio del Cardinal di Aquasparta, legato e paciero di Papa Bonifazio in Toscana, e gemeva su quella oppressione dei grandi, alla quale oppose poi il Machiavelli l'esser Firenze inetta alle armi, e pel che cessò lo stato franco. Ned altrimenti aveva scritto in una lettera, perduta poi, ridiceva «tutti li mali miei, tutti gli inconvenienti miei, dalli infausti comizi del mio priorato ebbero cagione» e principio».

Ripensando così questo tempo, udia l'orologio della torre battere la seconda ora della notte. Laonde parendogli venir chiamato a consiglio, si avviava chino e pensoso al palazzo. Ma come fu per entrare:

Oh ehi va la?

prese a gridare la sentinella: e Dante, che non udì o non vide, procedeva. Ed allora il soldato gridò più forte Chi va la? e spianava il moschetto. Per il che, maravigliando il Poeta, dimandava:

Che è questo? Che vorrestù?

Ed allora

Ndrè countacc!. Rispondeva con mal piglio l'allobrogo, Chiel-a intra non a coust'ora. L'alo 'l biett del General Sonnaz?

Oh?..» che mai dice costui?... E che favella è la sua?... Onde se' tu? O chi ti diè di respingermi?

Ma 'Ndrè! rispondeva colui. Mi na capisso na

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bousarra d'lo c'am berhota. O 'l biett del General Sonnaz, o j tiro na ferleca!

Né diceva altro, ed appuntavagli il moschetto alla faccia, e già l'inarcava. Ma alle grida dell'alpigiano e del fiorentino, accorsi alcuni borghesi, che andavano a diporto, e gli altri soldati del posto, uno di questi, napoletano, fecesi a dirgli con bel garbo:

Abbia pazienza, signore. Vui non potete entrare a quest'ora. Scusate.... La sentinella è piemontese e onesti sono sguizzeri, non si sanno spiegare.

Quel napoletano era povero contadino, illetterato. Pure il forte istinto, fattosi intelletto, divinava a puntino la comunione di razza dì quegli alpini, E frattanto l'Alighieri, vergognando, bassava più che più la fronte, egli che aveva tenuto stranieri a Firenze, a quella sua «bellissima e famosissima figliuola di Roma, che l'aveva gettato fuori del suo dolcissimo seno 1», anche i Senesi e i Pisani ed Aretini e Lucchesi e Pistoiesi e Genovesi, cosicché contro a tutti costoro trova modo e tempo di maledire nella sua cantica dell'ira. E Dante che gelosiva di Roma e di Napoli o degli stessi toscanissiini Conti Guidi, Toscana vedeva ora latta presepe alla estrema gente della penisola. Vedevala suddita a quel Piemonte il quale (per quanto nobilitatosi in processo col diventar sedia della Casa di Savoja) ai tempi dell'Alighieri, appena si aveva nome fra i titoli della corona di Napoli, che, ereditatolo dai Conti di Provenza, il governava per qualche giusperito o barone che fosse soverchio nell'aula. Ma il buon Napoletano, che non sapeva la ragione di quel dolore, prendeva a confortarlo dicendogli.

Do!.... Non ve no incaricate. Senti a me. Torna domani... Se ci fosse qui Francesco II... mò... Ma questi Piemontesi...questi sono chiel!... Ma basta soggiungeva

1 Dante De Vulgari eloquio sito idiomate etc. Tratt. 1 Cap III. p. 13.

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poi crollando il capo dopo il carnevale ha da venire quaresima, ed allora ci rivedremo, allora... quando avranno perduto essi la maschera di conquistatori e noi quella di annessi.

Ma il Conte già più non udiva verbo, profondalo tutto che gli era nella vergogna. Ed egli che aveva lasciato Firenze «nel più stato che mai fusse 1» credeva veramente rinselvata nello stato primaio la patria. E me' che i Conti Guidi in antico, gli autori di tanto vitupero parevangli i

...brutti porci più degni di galla

Che d'altro cibo fatto in uman uso.

Ned altrimenti la gente subalpina, più certo che gli aretini del tempo suo, sembravangli i botoli ringhiosi più che non chieggo, lor possa. E allora, volta ver settentrione la faccia, e levando le pugna minaccioso, riesclamava:

O Alberto tudesco che abbandoni

Costei....

e più avrebbe continuato, dove un capannello di marmittoni e di scribacchiatori della Gazzetta del Popolo e della Nazione, sbucando da una porta degli uffizi, non lo avesse accoppato di fischi e di risa e minacciato anche di picchiarlo, gridando al Granduohista! al Codino!

La dimane, come per consueto, l'anima sdegnosa di quello Italiano che al dir del Conte Cesare Balbo «raccolse in sé l'ingegno le virtù i vizi e le fortune della patria» volgeva per al colle di S. Miniato. Quivi avvenutosi in uomo d'in su a quarant'anni, chè pure diportavasi per quel poggio, videlo sdrucciolare sul

1 Muratori Rerum Italìcarum Tom. XXIII p. 247 Cronaca di Messer Giovanni Villani.

2 Vita di Dante scritta da Cesare Balbo. Capo Primo Firenze 1853.


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ciottoli dell'erta umidi della brina mattutina; onde fu subito presso e rizzollo. Però, ricambiatisi di cortesie, presero a tenero insieme la via, ragionando.

Era il nuovo compagno del poeta, uomo, non so se ricco più di spirito che di materia: perciocché, comunque grosso della persona non l'era punto della mento, e scorrea leggiero nella conversazione. Facile, gioviale, benevolo, come colui che non aveva veraci ambo gli occhi della fronte per discernere a dovere lo esterno delle cose, neppur vedevane assai bene lo addentro con quei della mente. Pure natura parea avesse voluto giuocare di antitesi nello stamparlo: ché dottore in medicina uccideva in vece per duelli, e greve, come abbiamo detto, del corpo si addimandava Grillo. Accostumato in quella compagnia, che oggi par fòrmi altra nazione nelle nazioni, (ma che veramente era quella della gente nostra tutta quanta in antico) con bei garbo prese a ritenersi per l'erta con il nostro Conte Durante. Domandatolo del suo nome, della patria sua, delle sue cose ecc. (poiché per garbassimo che fosse, toscano era pur sempre il Grillo, e toscano suona ficcanaso), chiesegli pur che facesse cosi sovente per quel poggio così solitario e a quell'ora tanto romita. E Cerco fiorentini. rispose mestissimamente il poeta, «parlatore rado e tardo, ma nelle risposte molto sottile 1» Ed il Dottore

Capisco. Cercai sassi di questa terra, i suoi monumenti. Ila ragione. Ma bisogna bever grosso e mangiar di quei frutti, che dà la stagione per sostentarsi ed andare innanzi. La mi pare un poco misantropo. Venga con me, Signor Conto, e troverò modo a guarirla. Io sono quasi omeopatico, e penso il mal del tempo bisogna curarlo col non fuggirne le intemperie. Venga un poco con me per il mondo e se ne troverà meglio.

1 Leonardo Aretino. Vita di Dante p. 59.

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Sorrise a queste parole il Conte, non celando cert'aria di dubbio, Ma il Dottore era efficace. Eragli poi confrate, perciocché Dante quando dovette matricolar si, per avanzar negli uffizi del reggimento popolare, si matricolò giusto nell'arte dei medici et speziali 1; e tante seppegliene dire e cosi gli si mise ai panni, che il Conte consentì a varar nel vortice della società moderna la navicella dello spirito suo. Il Grillo era uomo saputo, e come meglio che altri si addava della presente piccinità dei toscani, così ben di quel subito comprese il Conte non esser perla da vezzo» Il teneva antico di massime, egli, il dottore, che non era affatto sano del contagio degli ammodernatori, egli di loro che maledicono agli assassinamenti, armando poi gli assassini, di quei bonari infine che credono il rovo od il cardo possa produr fichi davvero Ma pur gli attalentava quel far di Durante, che egli addimandava eccentricità (siccome modernamente si addimanda tutto che né si avvalla né si accomuna) e venivagli ora presentando il tale ora altro di lor cittadini. E il menò a un ritrovo che il Fiorentini, italianizzando parole inglesi, chiamano il Clubbe: genere di società perché profondasi nell'ozio e nel fumo il giorno, e tutta notte nel giuoco la nobiltà di oggiorno, cosi pegnorandosm l'ultima raschiatura di suoi stemmi Puro colà si accontava con parecchi gentiluomini colti e generosi che vi si conducevan non semino, e che poi facevagli vedere, come non tutti gli avesse Circo in pastura gli abitanti di quella valle. Coi quali gontiluomini mentre un bel giorno ritenevasi (ed mano Don

1 Come rileviamo dal registro che corre dal 1207 al 1300 in cui leggesi Dante d'Aldighiero degli Aldighieri poeta fiorentino. Vedi pure il Pelli p. 90. E notisi che quel poeta sta lì scritto apposta per far notare che Dante era matricolato in quell'arte, ma non la professava, e veggasi però come grosso sia stato quel granchio che pigliavano taluni, i quali volevano Dante reo di medicina.

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Tomasso Corsini, un discendente dei suoi conti di Gangalande, un di quei Pandolfini che diconsi oggi Covoni, un Martelli ed il Principe Carlo Poniatowski, nepote di quel Stanislao Augusto ultimo re di Polonia) udiva in altro canto altri gentiluomini discorrer da circa due ore di un Plutarco... che poi comprese altro non essere che uno stallone britanno. li nauseava. Ma bentosto venne chi il persuase che gli era ciò che potesser fare di meglio. Conciosiaché giunto un nuovo figuro, un palloncini di carne, fresco e roseo eoo luogo pizzo di capro sotto il muso:

Allegramente! prese a gridare, allegramente! Ci abbiam notizie magnifiche!

To! La Russia e la Prussia han dichiarato la guerra ali Austria?

Ma che Russia, che Prussia! Chi s'impaccia di loro... Queste sono potenze finite... Già senza il suffragio universale come si può esistere?...

Che dunque? Via!

Ebbene.... dicesi.... che al Magnanimo Alleato, per il quale la nostra Italia è finalmente indipendente, grato ai piaceri che la sua famiglia ha provato in questa nostra città, sia deliberato a comandare al nostro governo di far Firenze metropoli del regno, e soggiungesi che saprà costringervelo per ogni modo, quando non voglia servire alla Francia illico et immediate... come di ragione.

Da bravo! Veramente? Onde la tieni?

cominciamogli a chieder gli equini dell'altro canto e

Ora si che sarà finito il malcontento, sclamava l'un di essi. Si cesserà di gridare da tutte parti che Firenze non è più il giardino de fiori... che è l'orto dei cavoli pei piemontesi, che...

Ma chi dice ciò? Bisogna vedere quanti sono... Sono essi forse le maggiorità? Sono i soli pochi malcontenti. Tutti quelli che non sono deputati, non senatori, non in un modo o in altro salariati, decorati

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ingrassati con le ferrovie, le miniere, canali, le vendite dei beni demaniali e monacali... Via una minorità.,.. microscopica!

Canaglia Guerrazziana! Servitorame grimduchista!., Gente che non ha avuto come noi il civismo di ripor nel cassettone la chiave dì ciambellano.

Con questa ci vuole un pò di cannone, un pò di fucilazione, come a Napoli, un po di leggo Pica.

Ecco la massima

Spedita e vera.

Galera e boia

Boia e galera,

Ma che boia! Che fucilazione! Con questi ladri dei Guerrazzi, dei Dolfì, dei Ciofì si finisce altrimenti. Già questi son pagati dal San-Pol con danari che ha portato da Lindao. Ma... or che moverem la guerra all'Austria, quando il Cialdini avrà bombardato Vienna, quando le nostre truppe avranno passato la linea del Prutte e saranno entrate nel Tirolo e nella Dalmazia, sarà Francesco Giuseppe che dirà loro: amici! accommodatevi come meglio sapete e... bazza a chi tocca,

E Bravo! Bravo! rispondevano taluni ed altro con sicumera da baccalare:

Cosi la si finisce. L'Italia è una potenza equilatera: e però tutte le altre potenze ne hanno bisogno a fin di appoggiarsi al suo poligono. Si: egli c desso il compito del nostro voler collettivo. E questi San-Pol, questi Foresi, questi Rodriguez non sono che superfettazioni mazziniane, camuffate ora di patriottissimo ora di clericalismo; a seconda della bisogna delle loro linfe politiche.

E si continuavano quasi avesse preso loro il cimurro. Ma il Conte soffiava e sciamava Domine! E chiese al C orsini Ma chi sono coloro? Sono essi fiorentini veramente siccome odo?

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E quegli Purtroppo! L'un di essi è il Duca Strozzi senatore, l'altro un Guglielmo de' Pazzi deputato, l'altro il Conte Ugolino della Gherardesca sonatore, l'altro il...

Mai no! Mai no! Ciò non può essere...

Che?... Non credo siano ossi deputati, senatori,?..

E si! Ma non credo siano dei Pazzi, dogli Strozzi, della Gherardesca,...

Ma adaggio. Il Conte Ugolino non se li mangiò tutti i suoi figliuoli...

Ed io non dissi mai questo... Ma ahimè! avesse pur fatto cosi Ed avesse pur spenti i Pazzi tutti quanti Lorenzo il Magnifico e tutti gli Strozzi Cosimo buca, che non si avrebbero oggi il pretesto di svilirne i nomi, così buffoneggiando in politica. No, no. La fu gherminella della balia codesta. In quei messeri non può scorrer sangue di fiorentino, neppur magagnato, neppur plebeo, neppure...

E sì dicendo si cala in piazza e lasciava buoni e malvagi. Laonde il Grillo faceva peggio con il venirlo presentando a cosi fatte ragunate. Perocché la penitenza lunghissima aveva renduto meno impaziente la grande annua, l'aveva affortificata anche di vantaggio, ma non mutata. Ed ossa sempre più profondavasi nella malinconia in che era caduta Difatti, un giorno che il Dottore si proferse di menarlo al Marchese Gino Capponi, il Conte non volle neppur finita la proposta.

Ma egli è un signore cattolico come lei, un uomo dotto. Le quadrerà non dubiti affaccendavasi a dire il Grillo e

Mal per lui, rispondeva il Conte issofatto, se chi possiede dottrina non le ottempera. Sdegno i nobili spiriti che si accomodano al soffrire, che peritansi anzi il ciurmar delle plebi, che non protestano contro l'ipocrisia delle sétte e i delitti che sbugiardano le grandi parole.

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Via.... Che vuole.... Egli è già molto innanzi con gli anni... è cieco....

E che monta? Nel circo di Nerone, nel Colosseo, movevano incontro alle belve anche i ciechi ed i fanciulli e le imbelli donne egli attratti. E certo l'albero di Gino, l'antico, e di Pier Capponi righerebbe anche meglio nel martirio, che Gino il moderno sapesse soffrire per la fede sua e la sua patria.

Il grande sdegno dell'Alighieri, come vedi, non era oltraggioso per quello illustre fiorentino: conciossiachè tanto più fosse aspro, quanto assai onorevole era l'opinione che il Poeta portava della vita e degli scritti del Marchese. Il Conte Durante, chiaro è, non si sarebbe arrovellato del trovare inerti amici o contraili i tanti meschini e tristi del giorno. Che anzi sarebbe stato prestissimo a regalar, di chicche e meglio, chi cortese di tenerseli nel campo proprio. Pure, dopo tali parole ascoltate, il dottore non osava neppur parlottare del Ridolfi, del Ricasoli, dei Tabbarrini, dei Fornetti, dei Finocchietti: i Baldo di Uguglione, i Lapo Salterelli, i Vanni Fucci di questo tempo. Non ci era dunque che fare, né come tenere in sollucheri, quel melanconico, né come tornargli di minore fastidio. La pena dei mondo solo potevangli lenire le pratiche di sua religione e gli antichi studi.

Frattanto infra coloro, con i quali più dimesticamene egli usava, erano due sapienti, il Canonico Bindi cioè ed il Padre Mauro Dicci. Con questi venuto un giorno a S. Maria Novella, dopo assistito al Santissimo Sacrifizio, moveva per quel vecchio convento, ammirando il tesoro di arte ivi accolto. Però mentre procedea per il chiostro inferiore, presso il Cappellon degli Spannoli, si avvenne in un vecchio, cieco quasi ed infermo, che procedeva sostenuto da uomo, di assai onesto sembiante. Ed il Bindi che sapea bene di quei duo, gli presentò incontanente al Conte Durante, il cieco pel nome dì Niccolò Tommaseo, l'altro pei quel del lucchese

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Marcucci che aveva dato non ha guari alle stampe di gravi studi sul Divino Poema.

Il Conte fu lieto di accontarsi con esso loro, e già sapeva chi e che fusse il Tommaseo. Aveva inteso come nato ricco e gentiluomo in Sebenico, vecchio municipio di Dalmazia, tornasse anche più italiano per l'essere stato creato ai buoni studii in Venezia, e per lo amore che aveva portato sempre, grandissimo alla regina delle nazioni, all'Italia. E sapea pure come povero e vetusto ponesse poi sua stanza in Firenze; povero dopo aver fatto ricchi di tante belle opere i nostri studii, dopo esser seduto ministro a tempo della sua rinnovellata repubblica di S. Marco.... il che non sarà poi di coloro che confiscano oggi l'Italia. Ed il Tommaseo, sendo sugli uffici, non si permetteva altro lusso che il cappellano: conciossiaché non perché credesse a repubblica miscredeva Dio e i suoi santi. Del che maggior gloriasi avrebbe, dove non avesse talora sovrapposto alla Fede la politica, e contaminato la penna con libro contro al poter temporale dei Pontefici (cotanto giustamente dannato) e con altre scritture, degne poco di filosofo e di cattolico niente allatto. Ma più o men logica che fosse la sua ortodossia, gran piacere fu per quel povero vecchio il ritenersi con il Conte Durante. E pareagli averlo conosciuto altra volta, amarlo da gran tempo, non essere nuovo a quel commercio, a quell'afflato: egli dei più eruditi commentatori del Divino Poema. E però come soglion direi Francesi, che quando si parla del diavolo se ne vede la coda (ed il vulgato proverbio à ragione) così noi soggiungeremo che quando si è in ragionari onesti compariscono gli angeli. Laonde discettando cristianamente d'Italia quei dotti, non poteva non cadere il discorso sul Poeta, che pei parlari del Conte, occorrea sempre più alla mente del Tommaseo e del Marcucci E

Dante professavasi chierico, venia dicendo l'un di essi, non solo perché chierchi si dicessero gli uomini

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di lettere del tempo suo, ma puro perché falso filosofo e pessimo italiano è quel letterato o cittadino nostro, che non si faccia raggio e ministro della gran macchina del cattolicismo.

Ed in quella Voi vi apponete prese a dire il grande spirito, quasi in punto dì svelarsi. Ma presto, temperando l'impeto, aggiungea L'Italia del tempo nostro è figliuola non del gentilesimo, ma di S. Chiesa. Però allora fu prode e sapiente e soprastava alle altro regioni della terra, tenendole tributarie inconsapevoli, quando ì Veneziani e i Pisani ed i Pugliesi ed i Liguri difendevano e propagavano il cristianesimo per Oriente: quando la Repubblica di Firenze decretava il tempio di S. Maria dei Fiore e il comune di Bologna quello di S. Petronio. Dal giorno che le repubbliche italiane non mandavano più all'Oliveto del Calvario a prendere la terra benedetta per conservarvi in pace i loro morti, nessuno più si che cura par conservarvi i vivi in libertà. Mal prospera chi scappa di casa. E scappata di casa è questa Italia, la quale troppo era formosissima perché non venisse viziata e perduta quando divisa dalia gran madre.

E sì dicendo veniasi tanto infiammando lo spirito cattolico, che il vecchio dalmata, quasi commosso da elettricismo, sentiva anche la vista degli occhi rinvigorir s'egli. Credeva incielarsi. Ma riparlandosi del come il medio evo bisognasse studiarlo, non cantarlo e soltanto, interruppe il nobilissimo discorso la venuta di altro illustre, cui il Tommaseo presentò al Conte Durante pel nome del Cavaliere Albèri. Questi aveva fatto grande servigio alla scienza col dare alla luce e commontare le opere di Galileo e le relazioni degli ambasciatori veneti. Però il Canonico Bindi, detto ciò al Conto Durante, si prese a discorrere delle massime di stato dm fecero la Regina dell'Adria sì lunga stagione trapotente, e di quelle che perdettero Firenze. Della civiltà antica della, quale e della moderna venutosi al ragionare, il terribile

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spirito diceva frolla codesta, la addimaudava belletto di prostituta. Ma il Tommaseo e l'Albori, si opponevano a quella vecchia ira dell'Alighieri, e, questi:

Che vale civiltà, o che civiltà è quella, soggiungeva, la quale non figlia più cosa, o vi fa passivi noi dolori come nei piaceri Italia sta in Europa come l'Asia nel mondo, e Toscana sia in Italia non altrimenti che la Cina nell'Asia Che anzi dirò vi sta peggio. Perocché la civiltà fradicia della Cina è cinese, ma questa di Toscana è merce di scarto, ned altro, piovutavi da Inghilterra e la Francia Vogliamo esser nostri e non cominciamo dall'essere noi? Italia vuol diventar grande non come l'aquila volando, ma come la rana ingrossandosi Onesti irrequieti impotenti ignorano forse che i popoli come le famiglie non sono eccelsi per numero, me per la unione e pel valore che altrimenti la prima nazione di Europa sarebbono i Rossi. E dato che pervenissero a bene stringersi in un solo stato gl'italiani, che sarebbero ogni acconto il numero di altri popoli vicini e nemici. Ma eglino, a dir lo vero, sono imprigionati in unità, non uniti, e mima forza si avrà più questo corpo, lo cui membra furono stretto da ceppi e mortificate, poi solo ingrossarne la testa.

Tutti convennero in questa sentenza quei saputi, ed il Marcucci venia dicendo come poi non si potesse sperare vittoria m quel campo, dove non sia gente deliberata a perirò. l'Ira tutti i popoli diversi d'Italia, ciascuno è presto a sopì astaro, non un solo a sobbarcarsi. Milano terne gli austriaci, che stanno a poche miglia, e però spia che si escano allatto d Italia per poter levare anch'essa la cresta e pazzeggiare a suo modo. Firenze brontola, ma si aspetta la vecchia promessa delle società segrete, il diventar essa metropoli della nuova Italia. Guai se Torino venisse minacciata di perdere il seggio. Torino farebbe peggio che Napoli e Palermo, e ci avremmo anche il brigantaggio piemontese.

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E veramente Torino e il Piemonte senza reggia, sarebbero la sottoprefettura di Lagonegro.

Ed uno di quei valentuomini cui non vogliamo nominare, per quel rispetto che portiamo sempre alla Polizia, maravigliava che questi nostri politici di oggiorno non si sappiano come ad ogni forma sia necessaria quella definizione e stabilità che gli uni chiamano legalità, e gli altri con poca differenza legittimità? Alla quale quando più toccano parti, tanto più sono pervertitici. Le incertezze dei diritti, le infedeltà, i tradimenti, i pronti innalzamenti, le frequenti cadute, le ricchezze e le povertà subitanee sono cause irresistibili di sovvertimenti, e che si fabbrica mai sovvertendo? Laonde terminavaPovera gente! L'Alighieri per fare il ritratto ai suoi contemporanei andò peri regni transumani. Ma, per dipingere questi, più che bastevol viaggio sarebbe stato il morotrofìo o l'ergastolo.

CAPITOLO III.

Al pomeriggio il dottor Grillo venuto a visitare il Conte il trovo men torvo, senza sapere come a mattino avesse aperto il zipolo alla bile e però si sentisse più leggiero. Ed egli che perfidiava in voler vedere nella melanconia di lui una morosità epatica e voleva curarla a forza di mandragola e di distrazioni, teneva quella miglioranza esser virtù della sua ricetta. Ned altrimenti che gli antichi curavano i malinconici col mandargli all'isola di Anticira dove nasceva l'elleboro, il Crillo divisò questa volta menare il Corate alle Cascine: luogo che se non è propriamente l'isola di Anticira dei Fiorentini ne è certo l'Esperide; ma una Esperide, dove non tutte di oro e neppur tutte dorate sono le poma che possa cogliervi mano d'uomo

Ma checche fosse quel dilettevolissimo diporto non

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appena entrarono per sua via, il Conte Durante ed il Grillo si avvennero in Bettin Ricasoli, che tutto tronfio o azzimato, quasi bottegaio per festa, dall'alto di un fetonte inglese, che rioordavasi di Waterloo, menava due vecchi ronzini, i quali non disgradavano il padrone, né pel color di carota di loro pelo, né per la groppa spolpata e le costole. Il Poeta rise di pien onoro a quella sintesi barocca, e pio si esilarava analizzando la parrucca biondaeeia, cui portava appiccicata alla zucca e i baffi a punta, e il pizzo dipinti e calafatati come stoppa, e certi occhiali di oro e le vesti corte e stretto e di colori impudenti. Però E di chi è questa mummia! dimandava il Conte, e saputo, soggiungeva In fè di Dio, avrebbe fatto meglio ad annestar sé al Museo Egizio di Torino, piuttosto che vender viva la carne dei cittadini nostri.

Ed il Grillo, che manco il diligeva, vernagli allora narrando come il Baron della Trappola, quando a casa si piacesse vestirsi delle loriche e cosciali e morioni degli antenati, e avesse posto in punto il suo castello di Broglio con cannoni e spingarde di legno, scimmiando gli antichi signori. Ma

In legno! rimandogli il conte, ché questi non sono inaci neppure di loro vizi. E si immascherino i nepoti come vogliano, da uomini di pace o di guerra, saranno sempre pigmei; poiché non è il ferro quello che manca ai di vostri, ma il petto.

E il dottore seguitava contandogli del come, morto il Salvaglieli il legislatore del codice di procedura di questa rivoluzione (lui che osò sentenziare che con la verità non si governa ), orasi fuggita l'animi anche di quel coso di terra cotta che chiamasi il Barone Ricasoli. Che pero preso esso a saltellare qua e là senza modo, ed anche a plagiare scritture di monaci, egli fratofobo antico. E certo la era insigne ingiustizia quella accusa che il Ministero Ricasoli non fosse un ministero conquistatore. La Badia di Val di Chiana per

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qualunque sia stata annessa, per Italia pei suoi famuli, la è stata pure una bella annessione. Uomini capaci di ciò non Sasciano intraveder forse un Masseria?Ma

...... quell'ingrato popolo maligno

Che discese di Fiesole ab antico,

è sempre pettegolo e maledico, avvegnacché non (eriga più del monte né del macigno. Però diceva il forte, l'austero barone tapinare, la campana suonar come fossa, E veramente Italia, malgrado lo strombazzar dei consortieri e manutengoli del brigantaggio ministeriale, non durò fatica ad accorgersi il battaglio non esser più quello stesso, quando battaglio vi avesse. Laonde il Barone tornò senza penne al suo covo, dai corvi misvoluto e dai pavoni.

Frattanto la grande ridicolosità di quell'uomo aveva maravigliosamente esilarato il filosofo poeta, spirito, come ognun sa, scevro non solo di quella pedanteria, che sta nel modo dello scrivere, ma anche di quella che cosi sovente veggiamo nelle costumanze del vivere di taluni sapienti. I quali perdonsi studiando ne' libri soltanto, e la vita contemplativa antepongono alla vita attiva ed ogni teorica alla pratica. E procedendo pei viali odorati di quella villa, ed or di questi chiedendo ed or di quegli, e ritornando pur sempre con il pensiero alla sua mummia, esclamava:

Per ver dire, questo refrigerio ha il purgatorio del mondo, che ne è temperata dal riso la pena.

E frattanto il dottoro, ohe non era uomo da fallir per omissione, profittando delle carte che vnnivangli belle, il menò ad una carrozza di dame che slava li ferma sul piazzane, ' circondata da indigeni zanzeri e da esotici. Ed il presentò a quelle signore, che furono molto cortesi con esso lui, tuttoché il sentissero del paese.

1 Luogo della cascine di Firenze dove si soffermano le carozze.


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«A Firenze l'ospitalità è commercio dicova un malevolo di francese e però rado vi si domanda dell'essere di taluno, sempre del che spenda». Noi abborriamo affatto da tal sentenza, noi amici e grati a cosi nobilissima parto d Italia, Ma solo diremo codesta ingiustissima accusa originarsi da quella stemperata ed ingiusta cortesia dell'essere con tutti egualmente cortesi, li dessa è che lascia, venirsi a sciacquare in Arno ogni fatta di bari e ladroni e sgualdrine io carrozza; che talvolta poi, ed appunto per il loro trafare, sonovi accolti a più onore che non la fanteria degli onesti. Per le sgualdrine si Conte Durante non aveva diritto di far motto, poiché Firenze ne è ab antichissimo il Saint Lazar 1 Europeo.

Firenze è pur sempre quel paese dove tale diventa granduchessa che scappata era dalla casa e dalla patria per mal costume. Dante non aveva veduto ciò, ma a lui doveva pur sovvenire di quella Cunizza, figliuola di quell'Ezzelino da Romano cognominato il Monaco. La quale maritata pria a nizzardo da S. Bonifazio, e poscia vissuta con Sordello, il famoso trovatore, e poi con Conio, un cavaliere trivigiano, con il quale corse ventura in varie parti di Europa, fu poi moglie ad un Conte di Braganza, e finalmente ad un terzo marito, un giovane veronese con il quale andò porre sua stanza a Firenze. E colà fu conosciuta da esso Dante che (dobbiamo noi ricordarlo?) la ficcò pure io paradiso... nel terzo cielo! Ma via Cunizza erasi pentita non era più nell'età verde, e poi... e poi.... voleva bene a Beatrice.... e questo sì spianerebbe tutto; ché sarà sempre giovane la filosofia di quella vecchia nostra canzone, per cui garzone innamorato dice amar Fava della sua, bella, però che essa figliassero la madre.

Ma facendo ritorno ai moderni, ed alle dame cui

1 Ospedale di Parigi per donne traviate.

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era presentato il Conte, diremo corno esse fossero una madre e due figliuole, queste belloccie e gentilesche, tuttocché di nobiltà poca e provinciali (vizio incurabile), quella ispida e brutta e benché vestita ai colori italiani, portavane gli austriaci nel volto. Ché veramente il giallo ed il nero confondevansele nella pelle e nei capegli, cui sendo costretta a dipingere, non so perché non gli tingesse di rosso. Magra, sbilenca, con le labbra livide e grosse, e il naso che studiavasi di nasconderle l'orrida tenevasi formosissima; poiché non so qual bello spirito, per darle la baia, si era fatto oso di dire che bellezza ed orrore possano anche coesistere. Dama di corte a tempo dei Lorenesi, piemontesissima sotto ai piemontesi, si teneva anche donna di spirito e colta, perciocché, giovane, era stata amanza di un poeta: quasi il sapere e la piacevolezza fossero contagiosi come il vainolo. Ma per consueto i sapienti sanno poco di beltà e di eleganza, ed amano, amando, riposarsi dalle fatiche dello ingegno. Forse è per ciò che le oche sì spesso vedi scolpite negli obelischi, che gli Egizii consacravano al Nume Trismegisto per cui simboleggiavano la dottrina. Ma l'innominata (poiché anche noi vogliamo permetterci un innominato) era un oca arrabbiata: e però fuggiva l'aqua e mordeva, pur credendo dire piacenterie. Invidiando anche alle figliuole i vagheggini, luceva di distrarti da quelle. Voleva essere adorata a ogni costo. Si arrabbattava indarno: e non pertanto più veniva burlata, e più anfanava di aggiogar vittime al suo carro, e vittima che le desse gloria di Aspasia.

Però, come la nostra innominata udì il Dottore ragionare del gran sapere del Conte, posegli di bollo uri assedio e di cortesìe e di ingiurie e di ogni generazione di molestie e di moine. Mandavagli a casa gli amici, i figliuoli, i servitori, il marito. Ed ora il convitava a desinare, ora il menava in carrozza, ora il voleva nel palco ai teatri. E diportavasi dove sapeva lui di portarsi,

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e nel tempo medesimo ora. il punzecchiava nel dilicato delle sue opinioni, ora il sublimava e il piaggiava. Non è a dire, che nuovo martirio fosse questo per quell'anima nobilissima, la molestia di un amor misvoluto e dell'amor di una vecchia si brutta e così grulla. Ma la non ristava, tenea duro. E frattanto venia crescendo la lama della dottrina di questo nuovo retrivo venuto in mozzo, e lui pei caffè, per lo bettole e per certi saloni alla moda (che sono al postutto una cosa, sola) già traducevano come un maledetto austro-clericale-borbonico, una lancia spezzata del vecchio mondo, un puntello di parrocchia, un nemico di ogni progredimento, di ogni lume ecc. Né è maraviglia: poi uomo che pensi col capo proprio né pel bollettino delle sétte, sarà sempre detto guelfo da chi è più ghibellino di lui e ghibellino dai più guelfi, e guelfo e ghibellino nel tempo stesso, dove la sua coscienza gli detti di stare in mezzo. Il Conte vi ci si doveva aspettare, esso che nella sua vita mondana, anziché nascondersi, diceasi bello di farsi parte da se stesso. Ma questo si che ora come allora non vi era amato. Ma menava rumore.,.. e ciò bastava alla nostra innominata, la quale faceva la neofita con esso Durante, che non curava punto di catechizzarla, e l'apostolo con quelli di sua brigata, spacciando sé essere per guadagnare un grande uomo alla setta, il Conte sotto la sua condotta far progredimenti maravigliosi nello amore d'Italia e nella conoscenza delle sue bisogne.

Frattanto lo spirito dell'Alighieri più che più riprendeva in uggia la patria sua. Ed a tale egli era che dove fossesi avvenuto in Carlo da Valois in quel baron Malefammi che era Corso Donati, in Messer Canto Gabrielli che il voleva arrosto, igne comburatur sic quod moriatur 1 od in quegli Adimari, che occuparono i suoi poderi,

1 Puoi vedere per questa condanna il Tiraboschi, il Pelli, il Troya nel suo trattato del Veltro, ed il Fauriel e l'opera dell'Arrivabene, di che tanto valsesi il Balbo per la sua vita di Dante.

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loro avrebbe renduto lo grazie maggiori per quel benefizio dell'esilio. E se cacciali anch'essi, gli avrebbe abbracciati facilmente consorti, Ma. ciò che mise il più di assenzio in quella tazza si fu la congiuntura più lieve di questa sua dimora, la quale congiuntura come meglio sappiamo, racconteremo.

L'orrida beltà movendo, come per consueto, alla caccia del Conte Durante, riuscì ad attrapparlo, un bel giorno, su per l'erta di Poggio Imperiale e, costrettolo a venir seco in carrozza, il menò a sera in sua casa, dove conveniva, secondo essa, il fiore della società italiana. In mezzo a molta scoria, a Firenze vi è grande e singolarissimo tesoro di ogni virtù. Ma queste, come le piante dilicate nella siepe, van sempre nascoste dai dumi che sporgon fuori, e però il fiore di che facea verbo la innominata non era per certo di acanto. Firenze è feracissima sempre, ma vi fu gettato di lolio molto troppo, e se

... tanto più maligno e più silvestro

Si fa il terreo col mal seme e non colto,

Quant'egli ha più di buon vigor terrestro;

non era a maravigliare, se per le sale ammodernate di quella dama vi si vedesse più varietà di birbe che non di rose e ranuncoli in una mostra di orticoltura.

Perocché vi avea Girelli e Gingillini quanti hai voglia, poi questi a Firenze sonovi più vecchi della signoria e dei Lorenesi, né col partirsi di essi cessarono, che anzi diventarono Gingillini Piemontesi e si perfe|tuarono Con questi vedevi una dozzina di giudei, ancor putulenti di Ghetto e di Livorno, e co' giudei un cinque sei grandi nomi di patrizi, che quando nomi e non altro, quando armadare di grandi imbecilli, i cosi detti Malvoni ne van proprio in broda a vederseli fra loro E sì, che come l'artigiano, fornitosi al rigattioro, crede poter inceder spavaldo per qualche concio che porti di signore, cosi quei falsi democratici, pei quel contatto,

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credonsi tolta di dosso la nota di canaglia che si han dall'un campo e dall'altro della società. Però nelle stanze della nostra innominata tutta vedevi quella confusion delle persone, cui quel muso duro dell'Alighieri diceva principio sempre del mal della cittade. E forse per ciò che ad essa tien dietro la confusion dei caratteri, e perché il buon successo del broglio, il veder trionfata la corruzione e dimandato onesto lo spolio ed il tradimento civismo, inocula nell'animo dei bacchi il dubbio della morale, e la coscienza vien perdendo l'orrore del laido e del malvagio.

Quindi vedeva donne e fanciulle fiere di loro disonestà, quasi nuovo Cianchelle 1, e madri mercar lo amore delle figliuolo, e mariti lieti e scherzosi trastullarsi del disonor della casa. Arsero a quello spettacolo le guance del poeta, di lui che, se non casto sempre, non fu mai sfrontato, di lui che aveva sentenziato

Che amore e gentil cor sono una cosa,

e però, sondo ancor giovane, rimproverava

...alle sfacciate donne fiorentine

L'andar mostrando colle poppo d petto.

Dalla corruzione del costume procedendo sempre Io sfacimento dello repubbliche, Dante vedeva allora a girando agio il come e il perché proprio di Francia e di Toscana movesse questa felicità di rivoluzione, che affortificatasi poi in Piemonte, pel favore, dei popoli, no, ma dei suoi principi, dilagò finalmente per Italia tutta quanta.

E voleva fugirsi di quella stanza, quando ne fu impedito dal sopravvenire di certa Teodora, moglie a ministro, di cui il nomo non ci sovviene. E Sua Eccellenza ci perdoni, poiché ricordarsi i nomi di tutti i ministri, che volano e eaggiono per miracolo dì rivoluzione,

1 Dissolutissima donna fiorentina del tempo di Dante.

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sarebbe più arduo che il mandare a memoria quelli de' cocchieri da nolo quanti sono. E Monna Teodora:

Non si va via così presto prese a dire al Conte afferrandolo con far camaldolese a per il braccio Ci faccia un pò la corte, che siamo molto in collera con molti, e noi vorremmo esser anche con lei.

E sì gracidando il menò a seder seco ad un canape cui ella invase di meglio che tre quarti. Perocché il ministro (e in casa alle donne come la Teodora la ministressa è il marito) non che si., impinguasse di molto per il ministerio, siccome gridano le male lingue, era di altrettale volume che se fosse figliuola di un ostiere. Là faccia disegnata a mò di frittata, aveva gli occhi sporti in fuora siccome due uova sode, ed il naso oppresso dallo gote e la bocca fradicia ed enorme, piovente un diluvio di saliva sugli ascoltanti. Gorgheggiando più che non faccian le Ciane, gridava poi come un corno, ma un corno fuori di chiave. E non pertanto a lei intorno corsero tutti a farsi biliottrire dalla bava ministeriale. Il cortigianismo dei Piemontesi non avrebbe trovato riscontro neppure in corte ai Cesari Bizantini. E Teodora clamorosissimamente benedicendo quegli inetti o famelici, che venivano per attorno al suo divano, incominciò:

Ci è stato fatto un oltraggio non più udito. Nò ceri duol per noi, ma per l'Italia... che noi rappresentiamo. Ma ne avremo vendetta... non dubitino. Napoleone si avrà una bella nota del Minghetti Lia scriverò al Nigra domani... e gli proibirò di far più sciarade a Fontainebleau, o cucinare a Compiegne. Bisogna punirgli questi francesi per farsene temere....

Ma che avvenne dunque? domandavano a coro parecchi: e Teodora continuava

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La cosa non può passarsi così. Ci va l'onor nazionale.... E perché abbiamo fatta l'Italia?

E sì tempestando o scoppiandole gli occhi di peggio ì famuli gridavano Si valga di noi Ci conti, via! Non ci tenga in ansia Ch'è stato? E Teodora:

Ma di lei, di lei prima, diceva al Conte, vogliamo il parere, di lui che e uomo di lettere ed è un signore.

E quello, fatto segno di ascoltare pazientemente, tutti si posero loro attorno come in cerchia. Laonde la dama ricominciò:

Sentano dunque II console di Francia, Monsieur Brullonel, ci ha convitati a desinare per la gala dell'Imperatrice Eravamo i primi del paese: io, il prefetto con la sua Migliora, la moglie del professor Scarpone, il Conte e la Contessa Trepeli, il General Buseca, l'avvocato do Cavillis, né pochi altri, ma minori. Quando giungo certa Marchesa Troublevilfe... ed il Console. ili Immolo Nervo, lei di bracciere, ed a lei è dato il posto di onore!

Poffarbacco!... Gridarono allora ad una voce quasi tutti, e quale diceva ImpoMHibdo! quale Incredibile! quale Il Consolo usci di senno! quale Vedete come ci menano questi Francesi. Tengono l'Italia una prefettura dell'Impero! E via (sia detto fra noi) siamo governati per telegrammi di Parigi. E non usano garbo neppure! Neppur le mostre di un po' di rispetto! e Neppure! Neppure! ripetevano a coro i rigenerati.

Quando saltò fuori un francese che era colà, non sappiamo se spegnere o più che più adescare la fiamma, tolse a difendere il Console, allegando la Marchesa Troubleville essere moglie di un diplomatico, dama di corte dell'Imperatrice, eccetera: nel gran mondo giudicarsi di precedenza per levatezza di condizione, non di carico, e però avere il passo quella che era marchesa...

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Ma, a questa parola marchesa, Teodura si sguinzagliò come pantera, ed urlava:

Il n'y a pas de Marquises, il n'y a pas de dames de cour qui tiennent. Nous sommes tous égaux, tous! et moi je suis ici presque la Grande Duchesse... oui, oui... presque la Grande Duchesse, et c'est à moi que devait donner le bras ce misérable!

A questa apostrofe tulliana, si levarono quasi tutti a plaudire la signora Presque, tenendo meglio che giusto, non vi fosse più differenza di persone nel mondo: quella tranne che corre tra chi divora e chi lasciasi divorare.

Questa scena ridicolosissima, non era scena nuova, per certo. Era la moglie di Masianello che non voleva dar più sette passi senza esser portata in bussola, che diceva alla Duchessa di Àreos:

Voi siete la viceregina de' nobili, ed io la vice regina del popolo.

Era la moglie di un droghiere di Roma, stampato generale dalla rivoluzione del 48, certa Galletti, che diceva alle sue comari:

Ora siamo tutte eguali: e poi che Meo è venuto generale, mi spetta l'Eccellenza, come alla Principessa Borghese ed alla Rospigliosi.

Ma non per lepidissima che fosse ed usata, questa scena sapeva men reo al Conte Durante. Riconosceavi l'orgoglio eia dismisura, cui aveva già detto generare

La gente nuova e i subiti guadagni,

e stava taciturno, e quasi fra tanto schiamazzo vergognoso. Ma come la signora Presque tornò a scuoterlo col dirgli.

Ma che? Le par poco? Avremmo l'atta l'Italia inutilmente? Ma ella solo non dice nulla? rispose, ruggendo quasi:

Io dico... Ahi serva Italia!.. e peggio che serva fantesca, poi non sa mutar che padroni!

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Quindi, frenando anche maggioro scoppio di sdegno, sì levò di colà prestamente e infilò l'uscio tutti lasciando affacendati gli italianismi nello avvisare al da farsi, perché venissero meglio servite le mogli dei ministri d'Italia e l'Italia.

Ma si esce più facilmente da una cerchia di Purgatorio o d'Inferno, che non dalla casa di brutta femmina. Laonde, come il Conte fu nell'anticamera, tale il soffermò, che con gran piglio di favore presentò lui ad un signor Toscanelli giovane deputato, pubblicista,, cognato di ministro ecc. E questi:

Con piacere fo la sua conoscenza, signor Conte preso a parlargli tutto stecchito Già avevo inteso a dire che ella è uomo di merito... e... mi proponevo parlarne con mio cognato. Di lei si potrebbe fare qualche cosa e... vorremmo....

Ma a tale presentazione, a tai parole l'anima sdegnosa sentivasi a più doppi umiliata, più che non a tempi di sua grama, fortuna, quasi il di che alle prese con i buffoni di Can Grande. E si che la fierezza dell'Alighièri non aveva poco né poche volte sofferto nel suo più vivo 1A lighiori, che bandito per sua generosa opposizione alla venuta del Valosio, videsi associalo ad un Corso Ristori, ad una Giunta dei Biffo!i ad un l'm ipo Saltarelli, uomini perdutissiini, e cori essi condannalo non solo perché «contradissono la venuta Domini Caroli» ina perché «feaerunt baratterias et acceperunt quod non licebat, vel aliter quod licebat per leges etc. 1» Figuratevi Dante appuntato di barattiere! Ma le parti fanno sempre ad un modo, ed esse son pur fatte al torno tutte quante. Pure Dante così se ne dovette accorare che non se ne difese mai; poiché l'accusazione del vile interesse è così cruda per un

1 Vedi Condemnacioncs fa eia e per nobilem et potentem militem Dom. Cantem de Gahrielis Potestatem Florentiae MCCCII et primo Delìzie, dei letterati toscani. Tom. V. 1778 p. 73:

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nobile spirito, che esso necessariamente aborre anche dal farne cenno. E questo è valoroso argomento di difesa anzi il giudizio del filosofo.

Ma, tornando alla presentazione del Conto Durante, diremo come questi, a primo occhio, vedesse m quel membro del parlamento Torinese un che di peggio, che non aveva veduto in quel Dante di Maiano, che rispondendo al suo primo sonetto,

A ciascun'alma presa a gentil core,

il mandava villanamente al medico, per guarire di mattezza. Ma il Toscanelli era fornito di una parlantina si tempestosa, che non lasciava tempo da pescarvi, corbellerie, avvegnaché vi guizzassero spesse come aringhe e grosse corno balene. Però, lui invito, prese a narrargli di sua vita, di suoi scritti, di suoi disegni di leggi, di industrie, di nuove società ecc. Ma più che altro vernagli spianando quel suo progetto, venuto illustre oggìmai, e pel quale, con non più che franchi cinquecento, esso Toscanelli proponesi riparare alle finanze italiane, che sino al giorno di oggi sono oberate di meglio che tre miliardi di debito. E diceva come per questi franchi cinquecento, moltiplicati dal loro interesse, Tanno 2864 si avrebbe la somma di quindici miliardi, talché con dieci di essi il governo potrebbe solvere tutto il suo debito, e coi cinque di avanzo permettere a tutta Italia una scialata in onore e gloria di Galileo.

Che ci entrasse a fare il nome del sommo astronomo italiano in cotale cibreo, noi per verità non sappiamo. Ma questo si possiamo asserire che il Conte Durante guardò pria come estatico il deputato pisano e. poi, frenatosi indarno, scoppiò in risa cui non avea mai riso fino a quel di: né per verità era mestieri il Conte fosse proprio Dante per iscompisciarsi a tal segno

E senza più dire svignò. Né già per altro palliasi, che per tema di perdere lo sdegno. Il quale se vizio

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è talora, tal altra è farmaco, e usbergo a conservar forte lo spirito e giusta la ragiono od Onesta. E

Non più,! Non più! dicendo comò colui il quale è vinto dalla passiono, troppo pestifera è l'aria di questa palude: fu di un salto alle case di alcuni suoi amici che se non erano più il suo Dino Frescobaldi, il suo Guido Cavalcanti, il suo Forese 1 erano pur vomiti cari al buon Dante, in quel suo novello soggiorno nella patria. Quindi, accomiatatosi da loro, benché a mezza notte ed il verno, usci di Porla al Prato precipito: talché un inglese che il vedeva sì fattamente scappavo da Firenze, a quell'ora, ne sapeva chi fosse, diceva:

Quell'uomo avere molti debiti o molto spirito.

CAPITOLO IV,

Potente, ola di animo fu quella, ni cui lo Spirito Sempiterno dineguava il loco del Mediterraneo e le onde vi condurmi dell'Oceano. Né altrimenti ohe a tempo della creazione, il Signore par vi si piaccia tutt'ora; poi in nessuna cosa della terra più chiaramente specchiasi il cielo nel suo sorriso o più terribilmente nell'ira. E l'Alighieri il sentiva: e quando, lasciato il dissoluto albergo della sua patria, entrò in mare per a Napoli, credeva novellamenta passare il luminoso sentiero dell'Empireo.

Distratta cosi la mente dalla terra, non più partiasi dal cassero. Teneavisi muto o solitario, lo sguardo affisso nel cielo o nell'onde che vi si confondono, il cuore nella Vergine e in Dio pregante pace alla regione che a Lui piacque fare si bella. E, caduta la notte,

1 Messer Forest dei Donati fratello di Suor Piccarda.

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veniva cercando quella costellazione dei Gemini, sotto alla quale era nato, e cui esclamava;

O gloriosa stella o lume pregno

Di gran virtù, dal quale io riconosco

Tutto, qual che si sia, il mio ingegno.

Di quei pensieri contemplativi, nei quali vedovila assorta, la grande anima venne rimossa in quella che il piroscafo afferrò al porto di Civitavecchia e dovette abbassare la bandiera tricolore, che dicesi italiana, e fu della francese Repubblica Cisalpina. Conciossiaché e gl'inservienti ed il capitano cominciassero ad eruttare ogni fatta d'ingiurie contro alla Chiesa ed al Sommo Pastore, e chiamare fortunato quel giorno che, entrate le truppe della rivoluzione nella Città Eterna, ne venisse cacciato in bando il santo Pontefice e fatto prigioniero o trucidato. E dicean vicina l'ora che la cherisia macellata, e tutto in riva del Tevere socquadrata, e schiuse a bagordi le basiliche, e i tesori delle arti e del culto sperperati, e sparse al vento le reliquie dei Santi, il Tempio Vaticano ed il Campidoglio sarebbero lordi dalle lutulenti assemblee di una setta, cosi desti futa di onore che di coraggio. E bestemmiavano anche allo Imperatore dei Francesi, che non compie il servigio pattuito e gli friggo cosi fra mezzo Re d'Italia e mezzo Re di Napoli e mezzo Papa e mezza Repubblica. Ma del che dicessero di cosini non si accorava punto il cattolico Alighieri, inorridito già troppo della venerazione nessuna, che quella bordaglia si aveva delle Somme Chiavi E diceva:

Miserere mei Domine! Non questo per certo io voleva quando Iacea voto, perché non confondessersi i due regimenti del regnare e del pontificare. Se antiveduto avessi una così scellerata canaglia, quale è questa che dice voler francare Italia e farla morale, non io per certo avrei scritto verbo si imprudente. Che anzi avrei predicato si obbedisse ciecamente all'Unam Santam di Papa Bonifacio.


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Avrei predicato ogni forza do vin si alla Chiesa per la confusione dei..tristi, pel trionfo di quella Cattedra, della quale fui sempre discepolo, pur quando preso allo panie delle idee ghibelline e strascinato nell'ira della parzialità. E che?... non ricordano poi quel mio Roma e il suo impero posti ab aeterno per il loco santo? Non ponesi mente, che anco quando volevo la soprassovrauità del Sacro Romano Impero io non desiderava però il Pontefice in privata condizione? Sta lì tutto il mio Stesso libro De Monarchia che ne fa fede. Ciò non era possibile, né fui mai lunatico io! E poi io aveva già mutato parte, io ero già ghibellino, quando scriveva:

Siate cristiani a movervi più gravi:

Non siate come penna ad ogni vento,

E non crediate che ogni acqua vi lavi.

Avete il vecchio o d nuovo testamento,

E il pastor della Chiana che vi guida

Questo vi basti a Vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

Uomini siate e non pecore matte,

Si che il giudeo, tra voi, di voi non rida:

Non fate come agnel, che lascia il latte

Della sua madre, e semplice e lascivo

Seco medesimo a suo piacer combatte.

Questo u ciò che scrissi ili più chiaro e semplice nel che vivente E per avventura potrebbe parer di uomo poco ossequente alla potestà pontificia? Ahi! Ahi! Che non continuai a scriverlo in latino il mio poema! Veramente sei meritavano...

E cosi cominciava a ripetere quell'

Ultima regna canam fluido contermina mundo,

Spiritibus quae lata patent, quae praemia solvunt

Pro mentis cuicunque suis...

Ma qui cessava, e diceva poi:

Nè, via, vale meglio quel mezzo del cammin di

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nostra vita......... Ma l'avrebbero capito meno e mi avrebber fradicio meno fastidiosi e meno serappuntini ne sarebber nati. E sì che non meritava il benefizio di mie lezioni chi crede io non sapessi, come ben per la grande opera di quella triade di Gregorio VII, ed Alessandro ed Innocenzo Terzi, si risolvessero a libertà i comuni. Egli fu per ciò che gli italiani crearonsi in quella lingua, in quelle arti, in quella civiltà che Italia godé prima delle altre genti di Europa, ed a queste ebbe gloria di dare in processo di tempo? Negava io forse che in quello scorcio del secolo IX, in tutto il X, e sul cominciare del XI, la elezione de' pontefici sendo più soggetta agli imperatori, fu pure più dipendente dalle parti. Quella fu pur la età dei mali papi e quindi dei peggiori chierici per tutta Cristianità. E dunque non poteva io volere suddita la Cattedra del Maggior Piero come si vuole oggi, che si arrabbattono ad un regno d'Italia, e però bassi bisogno di Roma. E Roma non può aversi senza cacciarne o tenervi Pietro nelle catacombe o nell'aula, creato da Re Vittorio e proposto da vii curiale: come pur loicamente diceva un sincero rivoltuoso di quel conciliabolo che addimandasi parlamento italiano. E non poser mente costoro, che mi citano per lungo e per largo, come io, sin dalle prime parole che scrissi contro a Bonifacio o contro altri pontefici., mi affrettassi a protestar la mia riverenza per il loro ministerio, dicendo a Niccolò III che

... se non fosse che ancor lo mi vieta

La riverenza delle somme chiavi,

Che fu tenesti nella vita lieta,

Io userei parole ancor più gravi.

E benché mi volgessi ben undici volte contro a Papa Bonifazio, io Ghibellino esagerato, quale colui che era ghibellino nuovo ed esule, pure non fu ira di acattolico né di frigido cattolico quella, con cui mi volsi contro al Mal di Francia, a Filippo il Bollo.

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Non ricordano quanto e come Bonifazio offeso e prigioniero, inorriditi perché vedevo

..... in Alagna entrar lo fiordaliso

E nel Vicario suo Cristo esser catto?

Ed ei fu per gli oltraggi di Sciami Colonna e la liberazione anche più molesta degli Orsini che io esclamava per il Papa nemico:

Veggiolo un altra volta esser deriso,

Veggio rinnovellar l'aceto e il fiele,

E tra vivi ladroni essere anciso.

E questi curiali famelici, che spogliano chiese e monaci, non ricordano, eh! come io condannassi il Re di Francia o chiamassilo novo Pilato perché portasse nel Tempio le cupide vele, cioè cacciasse i Cavalieri Templari e si insignorisse di loro conventi e di lor feudi? E sì, che «frati e le monache di oggi conducono vita ben altramente povera o Mania od inappuntabile, che quei monaci armati di allora!

E ti in quella, ricomincio a gridare più terribilmente:

U difesa di Dio perché pur giaci?

E certo con più di giustizia. E tale fu quel suo grido che quasi ne furono desti i passaggeri, come da scroscio di fulmine E veramente potevasi perdonare sdegno a quel grande che fu cattolico, cattolicissimo sempre nella Commedia ed in tutto sue opere, non epicureo (come più propriamente chiamavansi allora coloro che diconsi oggiorno panteisti) non Paterino, non Albigese, non dei seguaci di Era Dolcino, di niuna insomma delle eresie serpenti allora per Europa ed Italia. E quel Dante che non fu neppur sospetto per tale (siccome furonlo Federigo II e i Cavalcanti e Farinata degli Uberti e Cecco di Ascoli e Pietro Barliario ed altri del tempo suo e della sua parte) vedevasi poi da talun asinisssimo del secolo nostro almanaccare come un precursore dei Wicleff,

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dei Giovanni Hus, dei Lutero, dei Molantoni, dei Zuinglio, e che so io? Dante «un anello mancante alla storia delle resie, un membro di società segrete, uno scrittore in gergo, vile, doppio,» cospirante contro a quel sereno della sapienza ch'egli venia invece diffondendo con il suo volume fatto vulgare? Dante, che nel Trattato Secondo del Convito scriveva che «intra tutte le bestialità di quella è stoltissima, et vilissima, et dannosissima che crede dopo questa vita altra vita non essere 1»? Povero Dante! Povero Cavaliere! E così viene oltraggiato quando neppure il piede può più cacciar dall'avello?

Fra tante offese ed in cospetto a bestialità così crassa, della quale fa la prova il processo della setta italianissima, egli che aveva chiamato la già sua parte dei neri, la parte dei padri suoi, tutta ingrata, tutta matta ed empia, imaginate se avesse poi a far grazia di un pò d'indulgenza a codesti Pur talora cadeva dallo sdegno in mestizia. Ned altrimenti che quando ridottosi a umiltà scriveva ai rettori ed al popolo di Firenze, per riacquistar la grazia di rientrare in patria, venia novellamente esclamando: Popule mi, quid feci tibi? 2 E come già nel Convito scriveva, ripeteva ora «Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci, e liti, dal vento secco che vapora la dolorosa povertà, e sono vile apparito agli occhi a molti, che forse per alcuna fama, in altra forma m aveano immaginato, nel cospetto dei quali non solamente mia fortuna invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera di già fatta, come quella che fosse a fare 3».... E sia!... Pure non torsi mai il guardo da quel faro della dottrina cattolica,

1 Convito. Trattato II Cap. IX p. 59.

2 Leon Aret. Ed. Min. V. 57 Witte Ep. II, III. Balbo Vita di Dante p, 247. Edo Le Monnier

3 Dante. Convito: Trattato I Cap. III.

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pel quale solamente può camminarsi nella via ili salute e di civiltà. Però non so se abbia a farmi più sdegno o pietà l'ignoranza o la malafede con che vanno strombazzando me ed il Petrarca aver detto Babilonia Roma o la corte di Roma. E che, non sanno come, a tempo che dettavamo noi, la Curia non più a Roma sedesse ma ad Avignone? Non sanno che la dimora del Papa colà venisse anche popolarmente alidi mandata cattività di Babilonia? E noi piangevamo questa traslazione, per appunto perché buoni italiani e veri cattolici. Perciocché vedessimo per essa poco men che distrutta la grandissima opera di Gregorio VII e dei suoi successori. O almeno sospesa, come fu pur troppo, per poco men che due secoli. Questa traslazione accostumava i popoli a vedere ed i principi a desiderare fuor d'Italia il Pontefice. Laonde spianò il passo o, meglio, figliò ossa medesima quel lungo e grande Scisma di Occidente, prima, causa e fonte delle disquisizioni o divisioni dei concili di Pisa e di Costanza e delle resie del secolo XV ed anche di quello del XVI. e cosi di quella Riformazione che è la riviera onde partonsi tutte le dissensioni e rivolture di oggiorno. Però, l'essermi io inserpentito contro a Clemente V ed al caorsino Giovanni XX, non dovrebbemisi appuntare a colpa, perché cattolicissimo fu quel mio sdegno, e Higlimdodi cattolicissima ragione. Quel pontefice che io maledissi, il leverebbero a cielo i rivoltuosi moderni, presti ad irrogare il martirio a quelli che stanno saldi nel non voler trasferire altrove la Sede Santissima, e nel non dismantarsi di quel regal manto che quaggiù la fa indipendente. E poi e poi, non conoscono forse la mia epistola ai cardinali italiani ragunati al conclave di Carpentras, con la quale gli confortava ad eleggere un papa italiano, acciò riconducesse ad Italia la sua corte? E sì, che la ho veduta pubblicata da tanti! 1

1 Antologia T. XXIII. a LXIX Witte Epist. VII

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Ed a scriver quella, ben è chiaro, mi spingevano amor della italianità e della cristianità ad un tempo stesso. Il mio ghibellinismo cedeva le armi al mio catolicismo. Se non erro pregavali «per la sposa di Cristo, per la sede della sposa che è Roma, per l'Italia nostra, e più pienamente dicendo per tutta Sa città dei peregrinanti in terra»... No, no... codesti italiani non meritavano la fatica, per che legai

.... Con amore io un volume

Ciò che per l'universo si squaderna.

E di grazia. Furono combuste forse le istorie, perché non si sapessero più questi saccentoni come, cessato con la presenza dei Pontefici, il loro principato di parte guelfa cadesse al Re di Francia e diventasser in Italia stranòlìli cosi i Guelfi che i Ghibellini? E si giunse a tal che videsi il Cardinal Napoleone Orsini, legato del Papa, capitanar un esercito Ghibellino e far lega e giura contro alla mia Firenze, contro all'antica rocca di parte guelfa! 1 Dismettano dunque dal fastidiarci anche di là dalla vita terrena, e si accomodino a dir di questa Italia quel terribile:

Infelix Dido nulli bene nupta marito!

Fra cosi molesti pensieri travagliandosi l'anima del Poeta, il piroscafo entrò il golfo di Napoli. Ma passando fra quei giardini odorati delle isole di Procida e d'Ischia fu desta come da sonno. E vedeva il capo di Miseno, tutto d'oro dipinto e di verde, e le rovine purpuree di Cuma, e Puteoli sorger come di argento in mezzo al limpidissimo specchio delle sue onde, e gl'incantati colli flegrei sentiva imbalsamar tutto l'aere con l'olezzo dei loro rosai.

Ed esclamava nero: Che è questo o dove mi

1 Muratori Annali d'Italia 1305... 1306 Villani pp. 120-122

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sono io credendo aver passato già Lete od Eunoè riaggirarsi già per quel lorrcst.ro paradiso dove obbedìa la terra ed il cielo.

Ed allora: L'est la baie de Naples dissegli un elegante, che aveva a tergo, e che, temendolo forestiero al suo paese non isdegnava entrare in parole con esso lui Il Conte Durante resegli grazie: ed il gentiluomo, udito lui essere italiano e parlare il vernacolo degli avi, cominciò anch'esso a discorrere india propria favella, rabescandola di parole piemontesi: ed era napoletano.

L'aere più spirabile, la vista di tanto sorriso della natura, avevano come sciolta l'anima travagliata, ed il Conto veniva amando tutto che gli era attorno, li pareva gemello ogni spirito. A dire del fu Principe di Metternick, non è italiano, il quale non sia stato una o due fiate esule, come non Polacco ohe non fosse tre o quattro volto Polowski. Però il Poeta, esule già e figliuolo o nepote di esuli 1, cominciò a dire al suo vicino:

Voi fortunati che nasceste sur una terra si lieta. Per chi napoletano l'esilio dovrebbe essere peggio che morte, perocché questa possa condurre a regione più l'alice, ma il bando non può darvi luogo migliore.

Ed il Napoletano,

Sì, ci c del vero in questo che voi dite. Pel clima minca mal In verità adesso ci si sta benino. Napoli ha migliorato assai dopo che ne abbiamo cacciato i Borboni. Ci abbiamo tutti i giorni la banda alla Villa Reale. Chiell dovrebbe vedere che folla!

Ed il bellimbusto continuava, quasi credesse o volesse dare a credere che anche la venustà della

1 L'Avo ed il Padre ili Dante erano stati cacciati da Firenze dopo la Battaglia di Monteaperti: ma per tutti gli antenati e discendenti o collaterali di Dante puoi consultare il Pelli che ne ragiona copiosamonte §§. 3 e 4, da p. 11 a 56 delle sue Memorie per servire alla vita di Dante.

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natura fosse opera del reggimento novello per quelle contrade. E prendendo a parlare delle grandi libertà che vi si godono, la mercé dell'annessione, ed il Conte dimandando quali:

Quelle che sono per tutti i paesi inciviliti, rispondeva il Napoletano. Vedi bische e case di tolleranza per ogni dove. Si vende ogni fatta di libri e di stampe; e gli spettacoli più proibiti per innanzi vengonsi ora mostrando per li teatri. Abbiamo veduto persino i matti del morotrofio di Aversa venire a recitare la commedia sulla ribatta del Teatro del Fondo. Ora ci abbiamo anche i quadri plastici.

Quindi tornava a dire della banda della Villa Reale. Ma il Conte, che di questa banda gli aveva già udito a parlare quattro volle, tagliò corto, dicendo:

Via, sta bene per la musica!.. Ma la libertà di quelli che non amano le sozzure, come viene essa guarentita? Come protetta la morale, la religione, basi a qualunque reggimento, vuoi di popolo, vuoi di principe, vuoi di quelli che si dicono misti?

Chi non l'ama se ne vada. Scappi a Roma... si metta a fare il brigante..,.

Rise omericamente il Conte in apprendendo le nuove libertà dell'esulare o del farsi fucilare. E fé tesoro anche di questa novella notizia, egli che non aveva solamente apparato, seduto a ciò che chiamava il banco delli studiò ma, più che su questo, per via, in sedia, per corti, per uffizi, per dovunque gli venisse fatto, il mirifico zerbino (Zerbino di oltre a sette lustri) trasse poi in mezzo discorsi di appresti di guerra, di cani fregiamenti fatti e faciendi, di perfezionead operarsi in questa o quell'arma, della eleganza delle pislagno all'inglese, dei consigli porti da lui al Galantuomo od al ministro della guerra, dei vani disegni degli Austriaci, di un suo cavallo cui faceva usare al bombo delle artiglierie per isbaragliare gl'imperiali nella prossima guerra ecc.

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Por la qual cosa il Conto, che ora disposto a tatto vedere facile e bello, dicensi

Capisco la causa efficiente di tanto corbellerie! Messere è militare.

E il credeva un gran caporale, un fondisquadra dei più addurati: né per verità poteva addarsi che egli fosse di que' fantocci che portano la divisa di soldato per gioco. Ma, giunti al porto indi a poco, preso l'un dall'altro commiato, e scambiandosi il cartellin del nome, seppe il fiorentino quel napoletano ossere un Marchese de' Guidotti, e questi focosi prometter dal Conto che verrebbe a ritrovarlo, si ch'egli potesse fargli conoscere i suoi cavalli, i suoi amici, e della società napoletana il fior fiore.

CAPITOLO V.

Grande e bellissima e Napoli e più che noi porti l'area del suo circuito popolosissima lì cielo limpido e gaio, l'aere temperalo come per sempre viva primavera, il frequentissimo popolo, arguto e facozioso come quel di Atene, e conio quel di Egina formoso, i cocchi infiniti e i cavalli, la maravigliosa abbondanza dei viveri e di ogni merce, il color vario del caseggiato ed il viver di quella gente meridionale, più che per lo case, nelle piazzo, danno così grande aspetto di contento e d'ilarità ché difficile torna il rimaner mesto fra tanta leggiadria di uomini e di cielo e quasi impossibile lo addarsi di malor che vi sia, attraverso di aspetto sì roseo.

Difatti, il morbo asiatico mieteva a migliaia i cittadini suoi: ed accanto allo caso diserte dalla moria, vedevi danzar la tarantella e la ridda, ed imbandire cene, e scorrer sempre frequentissimi i cocchi tra mortori che succedevansi come flutti.

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La guerra ardeva alle porte della città, i garibaldeschi erano stati sbaragliati a Maddaloni, le case e gli spedali vedevansi ingombre di filibustieri feriti e moribondi, aspettavasi il ritorno delle regie arme, temeasi veder polluta dalla guerra intestina la metropoli, ma i commerci procedeanvi dal passo medesimo, moveva a diporto la gente stessa che per innanzi, né meno frequenti erano le veglie e i teatri, e le riviere incantate di Posilippo e di Portici erano pur liete di sollazzevoli brigate. Ed io ciò Napoli non è punto diversa da Parigi dove si danza e gavazza mentre che le vie si asserragliano; Napoli sin dagli incunaboli usata a dormigliar su vulcani.

Laonde il forestiero inesperto non può discoprire in essa una città che si trucida, che vien frodata d'ogni ricchezza, di ogni onore, soqquadrata da capo a fondo nei suoi istituti, un capo che sveltesi da corpo cui rimase congiunto otto secoli, li veramente per fare di una città grandissima le solitudini di Siracusa, di Taranto, di Capoa, di Pavia, di Toledo, di Àrles ci vogliono i secoli, le grandi catastrofe della storia, la spada di Attila o di Genserico o di Carlo Magno, non gli orditi di un Villamarina o di un Fasciotti, e i badalucchi del Garibaldi e del Cialdini. Napoli par dunque a prima fronte una demente che si suicida danzando. Pure, rimovasi il volo di tanto riso, e lagrime discernerai e sangue infinito e la disperata lotta del naufrago che fa di sorger dall'onda che lo affoga.

Ma questo velo l'Alighieri non aveva ancor trovato chi gliel squarciasse. Però maravigliava si, ma credeva reale ed universale quella ilarità Egli è vero che avrebbe dovuto addarsi del come ogni napoletano vi fosse guardato da due carabinieri. Ma il Poeta vi pose mente più che tanto, e teneva la città dei filosofi, senza alcun dubbio, impazzisse dietro questa fisima dell'unità d'Italia. E veramente Dante fu uno de' pochi italiani che amasse Napoli, che non ne fosse invidioso: tuttoché egli più che ogni altro ne potesse comprendere il valore.

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Eravi stato due volte ambasciadore, e colà, come pare, udì leggere filosofia in quello studio dove avea già dettato l'Angelo della Scuola. Ed ivi avea conosciuto Re Carlo Martello, figliuolo che fu di Re Carlo Novello. Con il quale gentilissimo principe Carlo Martello egli si era legato di grande amistanza, e morto avevalo pianto molto; poi poetò di lui maravigliosamente, mettendolo in Paradiso fra gli spiriti innamorati e cantanti Osanna nel Cielo di Venere. E cosi più che per le gesta guerriere e per la corona di Ungheria, ereditata dalla madre Maria, era il Poeta che infuturava Carlo Martello di Napoli con quel porlo

fra i principi celesti

D'un giro, d'un girare e d'una sete;

Dante che mettevagli sulle labbra quelle parole bellissime:

il mondo m'ebbe

Giù poco tempo; e se più fosse stato

Molto sarà di mal che non sarebbe.

E Dante, che pur sapeva della ingratitudine dei regnatori, era poi così certo della amistà di quel principe napoletano, che non dubitò dire che dove Carlo Martello vissuto fosse più lunga pezza avrebbegli mostrato del suo amore più oltre che le fronde. Però non è mestieri ragionare del come dispettasse l'Alighieri in veder diserto dello splendore di sua gran monarchia

....... quel corno d'Ausonia che s'imborga

Di Bari, di Gaeta o di Crotona,

Da onde Tronto e Verde in mare sgorga.

La regal Napoli non gli pareva più quella, poiché non avea più li suoi regi Nati di Carlo e di Rodolfo; idest (scusino italianissimi e repubblicani) nati da

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casa Capeto e da casa d'Austria! 1 Proprio come i Borboni di oggiorno? E, certo, per quei versi, così pare gli desiderasse il Poeta.

Diportandosi per quella bella contrada che dicesi Toledo, per la riviera di Chiaia, per l'erta del Campo, sorrideva un bel riso di commiserazione, veggendo i grandi monumenti della monarchia napoletana, spogli delle arme e delle statue de Borboni, e fregiato invece di quelle dei Duchi di Savoja. Chiedevasi se si potesse lacerar la storia a grande agio o persuadere ai napoletani il Museo borbonico (il più nobile di Europa per tesoro di anticaglie) fosse stato fatto dall'opera e della roba di un principe di Carignano, lo Albergo dei Poveri dalla carità di un Farini, la Reggia di Caserta, quello di Napoli, di Capodimonte, di Portici ecc. dal Segretario Nigra, il teatro di S, Carlo dal La Marmora, il palazzo di S, Giacomo dal Bardessoni, e cosi via via. Ma il suo era anche più melanconico e più filosofico del piangere di Eraclito, avvegnaché ne alleggiasse soventi lo amaro il canto che sentiva soavissimo di quel bel popolo. Napoli è la città musicale ab antico e Dante il maggior amatore di musica che sia stato: come ci fanno a sapere il Boccaccio e Leonardo Aretino ed egli stesso, perciocché metta fra i supplizi d'inferno gli stridori e faccia cantare a dovere in Paradiso ed anche in Purgatorio.

Convitato un bel giorno ad asciolvere dal Marchese Gasdotti, divisò bene andarvi. Né maraviglia: che il Poeta, adir del citato Aretino, «niente tralasciò delle conversazioni urbane e civili, né per gli studii si rimase in ozio, né privossi del secolo». «Ed era mirabile cosa, che studiando continuamente a niuna persona sarebbe paruto che egli studiasse,

1 Per Clemenza di Austria moglie di Curio Martello e figliuola di Rodolfo Imperatore.


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per l'usanza lieta e conversazione giovanile». 1 Venutovi dunque ed entrato la sala terrena dove, fra brutto nugolo di fumo, gracidava una dozzena di napoletani abbigliati più o meno all'inglese ed uffiziali piemontesi vestiti alla tedesca, credette a prima risalir la cerchia degli iracondi Ma poi non durò molto ad accorgersi quivi esser gente appo cui miglioranza non ha ingresso.

Imbandite le mense, il Conte senza pur saggiare le dapi, fu ben satollo dalle lodi che il Marchese volutigli facendo di esso e dei suoi argenti e dello stoviglie, quasi un villan rifatto, un mercante, ne già uomo di nobile schiatta ed aulica che egli era. Ma in quella piombò in mezzo della radunala un Conte Filindo Alberghini, mal sparviero con becco e gambe di cicogna tuttoché pelo avesse di pipistrello. E

Glie ci è di nuovo? Allons!....

cominciarono a gridargli alcuni dei convitati, poiché l'Alberghini era di quelli farebbono fallire le gazzette, anche quando deputate ad involger il salame del Ministero Pure egli era uno a contare il vero. Né per amore di verità, ma per ismania di narrare e per conservarsi l'autorità dell'essere udito Ma come e perché il facesse che monta? E noi racconteremo come questo Filindo che né d'ingegno era scemo, come l'anfitrione, né del senso dell'onestà, con il naso più aguzzo ed anche più sparuto del solito, prese a narrare un brutto caso del mattino, cui egli, becchino d'ogni sventura, aveva appuralo su quel subito: l'eccidio di Pietrarsa!

Pietrami è sito tra Napoli e Portici, cosi addimandato da un corso di lava del Vesuvio colà impietratosi in traboccarsi nel mare. Ferdinando II di Borbone vi aveva edificato un grande opificio di macchine di piroscafi, di ferrovie ecc, unico in Italia, e che di vero non sarebbe indegno di Birmingham né di Liverpool.

1 Leonardo Aretino Vita di Dante etc.

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Re Ferdinando, checché di lui si voglia o si dica, era certo il più saldo campione della indipendenza della patria sua e della sua corona. Però vedeva non solo nell'Austriaco uno straniero, ma anche nell'Inglese e nel Francese, e divisava francare il suo regno pur da quei tributi, che vengonsi larghissimamente solvendo per le esclusività dei commerci. E questo opificio prosperava e per la munificenza regia e per lo ingegno dei napolitani ad ogni cosa felicissimo. Ma caduta lo monarchia nazionale, e facendosi di tutto distruggere nell'Italia di giù dagli italiani di su, volevasi atterrare e vendere anche questo Pietrarsa. Però non potendosi furia cosa, ché per tema dei venturi Borboni era difetto di compratori, né l'altra volendosi, per paura delle già troppe strida dei Napoletani, i Verri Piemontesi divisarono darlo a fitto.

Ciò fermo, presentatosi certo Bozza lombardo, il dimandò prezzo di suo colore, e l'ebbe di botto e per poco nolo. Era questo Bozza birba proteiforme ed ubiquista. Creatura dell'Avvocato Murena, servia Ferdinando II come direttor dei telegrafi. Per lo medesimo officio e sotto la condotta del Nunziante e quella di Liborio Romano, disservito avea poi Re Francesco. Conciosiacchè falsasse a Napoli telegrammi, che dicevano rivoluzione per tutto lo provincia e defezioni delle regie armi, ed a queste non significasse o travolgesse i comandi che faceva loro il Monarca. Il servigio, come vedi, fu insigne, od il prezzo fu più largo che non i trenta danari dell'Iscariota. Pure non bastava al brutto lupo subalpino. E questi divisò ingrassar di vantaggio, minuendo di un terzo il salario degli artigiani, ed accrescendone di due ore il lavoro. Tanta liberalità di quel libertino non quadrò alle menti di quei popolani, che già per la carizie del vivere e di ogni cosa e 'l venir meno di tutti quei mezzi di buscar pane, che quelli non fossero della prostituzione, sentiano ossero all'amati, Kenza per anco addarsi dell'essere stati liberati.

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Però,come la dimane si presentò il buon lombardo, cominciarono a querelare del loro meschino stato. Quindi, messisi nella corte dell'opificio, dicevano voler restare oziosi, poi che avevano a cader dalla lame. Ed allora:

Oibò! Mi non voglio morti d'inedia,

rispose il Bozza. E svignatasela pacificamente, fu di un salto alla caserma vicina, onde tratto un battaglione di bersaglieri (eroi già tutti di Palestro e di S. Martino) condusselo difilato a Pietrarsa. Ivi, nulla udendo né cosa comprendendo se non il fiero cenno di quel scellerato, i bersaglieri trassero tutti sui miseri operai colà inermi ed inerti, e cadderne meglio che cinquanta feriti, e ne furono morti oltre a venti. E quale precipitavasi nel mare per fuggire alla crudeltà militare, quale, facendosi in mezzo per parlare, venia passato fuor fuora dalle baionette, quale riparando alle sale dell'opificio rovinava nelle gallerie sotterranee, quale, piangendo sul cadavere del compagno o del fratello, uscia di senno, credendo non la comune miseria ma sé esser cagione di così vile ed immane uccisione.

Ma al racconto di fatto cotanto atroce non si levarono inorriditi i satolli, né verbo udivi di riprovazione. Che anzi presero essi ad inneggiare al Bozza, ai bersaglieri, al loro valore, alle schioppettate ecc. ed

Ecco carabine civilizzatrici! esclamava un Conte Stanga, bollo ingegno senatorio, che si apprestava a proporre una leggo per impiccare con il gallows, come in Inghilterra. Que' di Pietrarsa sono socialisti!

Ma no! Ma no! Questi sono borbonici! soggiungeva il Principe Anguilla, piemontista a Napoli e a Vienna gentiluomo di camera di Re Francesco. Ed allora:

Bisogna finirla con questi birbaccioni! belava torcendosi nella cravatta, il Barone di Piperino, un servitore di tutti forestieri che venissero a darsi temperie, eterno dispregiatore della patria. E tutti beveano e strillavano, e quale dicea, colpa, la mansuetudine piemontese,

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vedrebbersi sino a palazzo i briganti; quale volava si fucilasse per la contrada di Toledo, per la Villa Reale ecc; e chi diceva in quel fatto esser la mano dei preti, chi dell'Austria, e chi anche di Francia. Ma

La boustica! Bisogna mostrare, che gli abbiamo cacciati noi proprio i Borboni soggiungeva tra boria vera e finta collera l'anfitrione, pure tenendo in fondo a quella sala il suo ritratto, vestito dell'assisa di ciambellano borbonico. Ma gli era di labile memoria: aveva dimenticato che soldava gli uscieri di corte per esservi invitato a servire il più spesso. Ma il Conte Durante non sapeva qual commedia avessero recitato per lo passato quelle maschere. Nondimeno maravigliava forte di loro parlari, credevasi caduta tra cannibali, delle isole di Sandwich, pare vagli aver gustata di quel migliaccio di porco con che il dì del berlingaccio furono avvelenati nella patria sua i quattro gentiluomini dei Cerchi ed i loro consorti. E provatosi a dire che per tali massime, con simil procedere, in condizioni siffatte non si fonda imperio né casa, usci nel gridare:

E voi non solamente non costruite ma demolite. E che demoliste il presente, sarebbe paco danno, di vero. Ma voi atterrate l'avvenire, poi non sarà scelleraggine quale non possa parere lievezza dopo i delitti sublimati in questo tempo. Cosi governandovi voi attossicate la morale ed uccidete la libertà. Poiché i popoli la schiferanno, vedendo essa poter tollerare e mantella re tanta infamia, e vedrà il mondo un'età in cui i principi daranno franchigie ed i popoli vorranno servaggio, tementi la tirannide dei più, sempre più crudele e più vile che quella di qualsiasi Nerone o Cambise.

A queste parole, con riso di commiserazione, que' ciuchi presero a dirgli quasi ad una voce:

Ma voi non siete italiano.

Ed il Conte Durante, lo spirito di lui che al dire di Cesare Balbo «fu l'italiano, più italiano che sia stato mai»

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non li degnando di risposta neppure, usci della sala e della casa, fustigato da scipidi e gelati sarcasmi, da nota di spia borbonica, di gesuita in farsetto e che so io.

Egli era già lontano frattanto, e seguitavalo Filindo che, non avutosi animo di opporre ai rabbuffi di quei farnetici, veniva isfogando la sua benignità col fiorentini, contandogli il mal di questo o di quegli, o le sceleratezze infinito di quel nuovo reggimento... che pur non voleva cessasse.

Era l'Alberghini un di quotanti che con lo svelare il mal della casa si arrabbattano alla caduta d ogni governo, senza alenilo mai raddrizzarne, perenni pittori di ombre, senza altro sprazzo di luce. Ma lo sprazzo venne chi voi sovrappone, Perocché, mentre Filindo contava al oolite di tale, che aveva più tempestato a quel desco e più benedetto alle fucilazioni, un figuro, stato liberale il 48, esule il 50, graziato il 52, arricchito per regìe concessioni il 54, ciambellano il 58 ed il 60 chiamatore del Galantuomo a Grottammare e senatore il 61, l'Alighieri esclamava:

Domine! Che sudici animali produce questa si incantevole piaggia!

E Signore! Dà vita anche ai generosi ed ai forti questa contrada infelice!

prese a dire un gentiluomo, aggiuntosi su quello istante all'Alberghini! E continuava Mal si giudica della tempera di alcune onde, così, senza avervi immerso il termometro. Voi di Napoli, non ne avete scorto che la faccia. L'ordura in che cacciaste il piede pur dianzi, non è lezzo peculiare di questa terra, ma si della corrottissima Europa tutta quanta, lo non mi ebbi mai favore dai Borboni, e già da lunghissimi anni credevo bello far d'Italia un paese forte, ragunandone sótto ad uno scettro le provincie. Ma poi che veggio fuor di strada la rivoluzione e, come disse quel nobile ingegno dell'Ondes, l'unificazione della penisola vienesi

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facendo a moda di quel matto che togliesse di Firenze la Venere dei Medici, di Roma il Meleagro ed il Laocoonte, di Napoli l'Aristide e la Flora Tiberina e, pestele tutte, ne facesse brutto pupo moderno, che però non sarebbe più statua né marmo, ma fragil masso di argilla, dovrò io disdir la ragione, e affermar che camminiamo a salute? Mai no! Medesimamente non posso tenermi dal confessare che gli apostoli del vangelo nostro ci fecero maggior male che i dissidenti,0 ne pel diverso consiglio con il quale io procedo, non convenire che tra nostri avversari e con essi vi ha purtroppo il numero non solo, ma i caratteri più saldi e più onorati. Vi ha il popolo, vi ha il clero, vi ha la nobiltà, vi ha pure quella parte della borghesia, che vive del proprio censo, e non delle infermità e dei litigi degli uomini, o delle male arti dell'usura e del peculato. Il reggimento novello non ha partigiani altri che un quarto di quelli che comperò, e tre di loro che voglionsi vendere. La maggiorità non è con esso e la minoranza neppure, perciocché questa vorrebbe avacciare l'impresa. Ma lo ingegno, mi domanderete ora per chi tiene? Ed io vi chiederò prima dove stia? Che sieno colobo che mestano nella pubblica cosa a Torino voi gli vedete. E, che è peggio, gli vede Europa, e Dio faccia che alle vergogne presenti, ed a tanta multiplicità di delitti, non abbia a succeder castigo una infamia senza scusa, ed una servitù senza compianto.

A queste parole il Conte che non si scellerò mai negli eccessi di che fannosi brutte le parti, fu preso da subita simpatia per il cortese interlocutore. Ne domandò il nome, la patria, e si accontò prestamente con esso, non altrimenti colui che sendo in fiamma trova a tuffarsi in un bagno.

Né maraviglia: ché Dante erasi accostato sempre al più mite, egli che al dir del Boccaccio «posto aveva ogni suo ingegno, ogni arte, ogni studio mostrando ai cittadini più savi come le gran cose per la discordia

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in breve tempo tornano al niente e le piccole per la concordia crescono in infinito 1». Egli «che vedeva che per sé medesimo non poteva una terza parte tenere, la quale giustissima la ingiustizia delle altre due abbattesse, tornandole ad unità». E però sempre «con quella parte si accostò, nella quale secondo il suo giudizio era più di ragione e di giustizia; operando continuamente ciò che salutevole alla sua patria, ed ai suoi concittadini conosceva 2». Del rimanente egli, che pel trascorrere anche della propria fazione, fu costretto poi a dichiarare che faceva parte da se solo, credeva aver trovato alla fin fine un partigiano proprio, ed il vedeva in quel gentiluomo pugliese, il quale con tanta moderazione veniagli confessando le colpe della parte sua.

Era il novello compagno del Conte un signor Filippo Bonelli, uomo misurato della persona e piacente del volto, avvegnaché non bello, ed in lui non sarebbe stato possibile non riconoscere a prima fronte una sincerità non mai importuna, una generosa ignoranza del male, e quella mezza virginità dell'anima che l'uomo serba capace di entusiasmo, quasi giovane, e di consiglio come vecchio. Persona di condizione, uomo di molte lettore, unitario per antica vaghezza, e pur non settario, non era però scevero di amor di patria. E ciò diciamo porche questo amore vien mortificato oggi dalle sétte, per quel voler guardare all'umanità in complesso, e non alle particelle di essa. Che cuori vasti! E il Conte Durante, benché non fosse da tanto da comprendere quella che gl'italiauissimi addimandano sovranità dello scopo, pure comprese il Bonelli su quello stante. E svignossela alla bella meglio da Filindo (che corse a spandere ad altri forestieri altro vergogne del suo paese) e si legò dì tutto animo con esso Monelli, perocché lo

1 Boccaccio Vita di Dante p. 30.

2 Boccaccio Vita di Dante pag. 32.

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amore dei buoni e dei forti spiriti è presto grande, come quello che è conoscimento e rinnovellamento di altro già concepito nella patria prima di questo entoma, la Mente di Dio sempiterna.

Ed il Bonelli, sempre per isbiadire il brillio di quel quadro, che tanto giustamente aveva saputo reo al Conte Durante, venia discorrendo spesso seco lui dei più nobili caratteri e dei più saputi della patria del Vico e del Sannazaro. Dicevagli di Giuseppe Ceva Grimaldi Marchese di Pietracatella, uomo per erudizione non secondo al Casaubono? né per gaiezza di spiriti al Rabelais. Il quale Ceva, stato lunghi anni presidente del consiglio di Re Ferdinando II, venuta su la setta rivoltuosa, non volle più gli si pagasse neppur il frutto di sue vecchie fatiche: che quell'oro, diceva egli, avrebbegli lorda la casa, poiché aveva a passare per mani cosi sudice. Mostravagli quel vegliardo venerando di Anton Maria Statella Principe del Cassaro, uno dei più nobili caratteri anche per quelle età che non ne pativano difetto. Quel Principe del Cassero che aveva preferito l'infortunio e il confine al conservare il portafoglio di primo ministro macchiato di men che un mancamento di parola. E contavagli come testé richiesto dai sicofanti della signoria forestiera, perché andasse ad inchinare il Galantuomo, egli che trovavasi cavaliere dell'Annunziata, rispondesse loro Ebbene, ci vada l'insegna. E sì volea rimetterne il collare. Ma quei balordi non fecerne più motto, avvisando che ci perdeva di vantaggio l'almanacco di corte, che avrebbe avuto un cavalier vero di meno, un cavaliere del Toson d'Oro e dei primi ordini d'Europa, né più che un ciondolo il Cassero. E sì, che la collana di Amedeo il Beato non più che un ciondolo diventava, quando prostituita al collo de' Farini, de' Rattazzi, de' Cialdini e di non so quante altre birbe simiglianti.

Dicevagli molti essere stati i traditori della vecchia monarchia, e il più di essi coloro che più fecersi esosi

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ai popoli soggetti: ma quelli esser poi infiniti i quali rodeva fame gloriosa noi segreto di loro abituro, sdegnosi del cibarsi di un pane, che costasse il piegare la fronte all'occupatore della patria, che potesse ingenerare il sospetto dell'esser prezzo del tradimento, che vendé a casa Savoia la corona. Però, spianavagli come feroce, sociale quasi, fosse stato questo rivolgimento, e declamava all'Alighieri, quella terzina terribile della Mascheroniana:

Dal calzato allo scalzo le fortune

Migrar fur viste, e libertà divenne

Merce di ladri e furia di tribune.

La qual furia di tribune non aveva potuto poi abbindolare un popolo così sveglio, come il napoletano. Conciossiacché la verità si sentisse da tutti, malgrado le altisonanti proteste e promesse del Parlamento e delle Logge, e l'oscenità di quei fogli, che chiamansi gli organi della pubblica opinione. E nulla poteron, le pene della stampa indipendente. La quale, quando non possa altrimenti far muta, essa medesima la Polizia, manda a spegnere per mano di suoi cagnotti ed accoltellatori imbacuccati da studenti e da guardie nazionali. Ed allora vedi quegli spudorati soqquadrare uffizii e tipografie e ferire scrittori e rompere torchi e legnare gli stampatori ed incendiare la carta e disperdere i caratteri e la casa stessa minacciare di dare a fuoco. «Il Giornalismo a Napoli conta più invalidi che non certi eserciti la dimane di una battaglia 1». In men di dieci giorni sonovisi veduti ventinove sequestri di giornali indipendenti, ed un sol giornale religioso, in men di due anni, ne ha patito quasi venticinque. In un paese, che trombasi libero, il gerente dell lieo fu sostenuto, nudrito a pane ed acqua,

1 Justice pour Naples ci la Pologne. Lettre a Mr. Gladston Chancelier de l'Echiquiur par Àdricn de Brimont. Paris

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giudicato, condannato a due anni di prigionia od a settemila franchi di ammenda, per?... Per una parola equivoca sull'UNITA' ITALIANA!

E poco è ciò. Il Barone Nicotera, uomo estremo per opinione, ma nel tempo stesso di molta onestà o di assai valore, denunziò in pien parlamento come a Noto un giornalista per nome Mariano Salvo la Rosa, accusato di avere scritto un articolo contro il prefetto della provincia, fosse cacciato in carcere cosi insalubre che pochi giorni appresso vi fu trovato morto 1. Volete una lista di giornali cessati con ruina e ferimenti di loro scrittori ed editori?Eccovela: l'Aurora, l'Araldo, l'Alba, la Croce Rossa, il Corriere del Mezzogiorno, il Cattolico, l'Equatore, l'Esperienza, il Flavio Gioia, la Gazzetta del Mezzo Giorno, la Settimana, la Stella di,Napoli, la Stampa Meridionale, la Tragicommedia, l'Unità Cattolica di Napoli, il Ciarlatano di Borgo, la Babilonia, il Padre Rocco, il Ciabattino... E via, non la finiremmo più dove volessimo fare la necrologia od anche la sola commemorazione di tutti. La stampa in Napoli non ha che la libertà di vendersi. Però cantando non mai bastevoli lodi a quei diarii che combattonvi per la verità, non ci curiamo dei vili, e non se ne curava neppure il Bonelli, che venia ragionando con il Conte di ciò che onora la patria sua? non dì quello che tornale in disservigio. E come egli, veniamo oltre anche noi.

Ancor commossa è la terra che accolse le spoglie di Carlo Troya, il grande storico del medio Evo, l'autore del Veltro di Cataldo Iannelli continuatore del Vico, del Barone Galluppi, il debbellatore del Kant,

1 Seduta de! 22 Novembre 1862.

2 Il Balbo citando il libro dei Veltro non dice mai l'autore esserne il nostro Troya; e pur ciò sapevasi da lunga pezza. Sarebbe stata invidia provinciale? Ma egli cita anche raramente l'opera dell'Arrivabene, e pur deve a quella pun luUe k notizie della sua vita di Dante.

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di quel dottissimo giureconsulto, filosofo ed oratore facondissimo che fu Pasquale Borrelli, del Marchese Basilio Puoti che rinnovellava fra noi l'amore e il decoro della italiana favella, di quel gran giusperito che fu Niccola Niccolini, dell'insigne modico Vincenzio Lanza, di Cesare Monticelli della Valle Duca di Ventignano, nobilissimo tragedo, del Cavalier Francesco Avellino grande ellenista e grande archeologo, principi tutti, fra i napoletani o fra gli Italiani, per ogni generazione di dottrina. E di quei giorni medesimi schiudevasi l'avello ad Angelo Granito Marchese di Castel l'Abate, che accomiatavasi dalla terra fornendo la sua dotta istoria della Congiura di Macchia, ed a Marzio Carafa Principe di Colobrano, orientalista e filosofo dottissimo, il quale periasi di crepacuore in vedendo dove riuscisse quel lungo sospiro di libertà che aveva con tanti altri pur tratto. E quei due nobilissimamente sostenevano la gloria di quel patriziato napoletano che diede ad Italia ed al mondo Tommaso d'Aquino e Bartolomeo di Capoa e Malizia e Diomede Carafa od il nepote di costui Paolo IV, o il Sannazzaro e Tristano Caracciolo od Antonio di Alessandro e Bernardino Rota o Galeazzo dai Tarsia e i Costanzo e il Seripando e il Porzio e Vittoria Colonna e Torquato Tasso ed Andrea Matteo e Claudio Acquaviva e i Telesio e i della Porta e Paolo Mattia Doria e Francesco Spinelli e Raimondo di Sangro od Alfonso dei Liguori e Gaetano Filangieri o il Galluppi o il Marchese di Montrone e tanti illustri che lungo sarebbe qui enumerare»

Molto aveva dunque perduto Napoli. Pure venia dicendo il Bottelli come non fosse perita la antica sapienza napoletana. Ed al Conte Durante faceva conoscere Luigi Bianco Marchese di Campolattro, stratego e pablicista di maravigliosa dottrina, e poi Francesco Casella giureconsulto eruditissimo od assai elegante oratore, ed il Barone Giacomo Sa' Varese economista a niuno secondo, s'intende del tempo nostro, poi a quelli

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dell'Alighieri l'economia scienza non era ma un fatto; non altrimenti un fatto e non magra teoria era l'estetica. Indi parlógli del fratello di lui Roberto, uomo antico per dottrina come per virtù, e di Giuseppe Marini Serra giureconsulto, e certo il primo fra gli oratori italiani del tempo nostro, e di Costantino Crisci, insigne pubblicista. E costui, animo nobilissimo, una con esso Roberto Savarese, col Principe di Torella, col Duca Proto (né ricordiamo scaltri vi fosse) bene diede a divedere non tutta essere stata di traditori l'assemblea elettiva del 1848, perciocché, cercando libertà e federazione degli stati italiani, non voleano sottrarsi ai loro principi naturali e vender la patria a Casa Savoia.

Indi toccò di Luigi Cianciulli dottissimo gentiluomo, antico soldato dell'Iliade Napoleonica, e del quale se fossero stati uditi i consigli, Napoli non avrebbe perduto la corona. E lungo ragionò di Carlo Filangieri, l'Eroe di Ponte Panaro, il riconquistatore della Sicilia, il quale le arti della rivoluzione allontanarono dal fianco di Re Francesco, e veramente, come volle sventura, il Filangieri era troppo innanzi con gli anni al tempo che alla congiura piemontese fu dato di vincere. E disse poi degli Ulloa, dei quali avremo agio di discorrere altrove, e di quegli altri dottissimi che sono il Marchese Luigi Dragonetti e il Generale Vincenzo degli Uberti.

Né si stette a ciò: ma fece il Conte si accontasse col Duca di Satriano, chiaro per eruditi lavori sulle nostre istorie e sugli antichi progressi delle arti belle, e col figliuolo di lui il Marchese del Tito, felicissimo commediografo, uomo di bella e varia dottrina, e col Cavalier Filippo Volpicella, assai erudito ed elegante scrittore, il primo forse fra gli italiani che gettasse occhio su quella funesta piaga della, società che son le prigioni. E però ebbe a parlare soventi e della Irene Capecelatro e del Marchese Tacconi,


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poeti gentilissimi, e di Giuseppe Campagna tragedo in molto onore presso i napoletani, e di tanti altri discorse, di cui ora non sovviene alla nostra labile memoria, e di che domanderemmo loro perdono, ove credessimo valere alcun che le lodi nostre. Enumerando poi que' che ora diciamo scienziati, il Monelli toccò del Barone Manfrè, il dottissimo autore, del Severino, lo ammodernatore della clinica napoletana. Quindi disse del matematico Vincenzo Manti, non certo matematico puro, e degli archeologi Giulio Minervini e Stanislao d'Aloe e Bernardo Quaranta, e del Quadrari orientalista e teologo, e di Luigi Palmieri filosofo e meteorologo e del celebre botanico Michele Tenore, e di quel valorosissimo matematico che è Ferdinando de Luca, e del grande naturalista Oronzio Costa,

Ed il Bonelli, che era veramente filopatro, trovò modo di parlar, senza arrossire, anche delle armi napoletane; avvegnacché il fianco zoppo di nostra nazione sia per appunto quello che porta la spada. E ciò non diciamo già per il valor personale dei napoletani, il quale fu sempre grandissimo: non per le virtù militari anticamente mostrato, poiché vuolsi non aver otto pagina di storia, per ciaramellarne come ne ciarla la bordaglia italianissima. E neppur per la valentia dei soldati, i quali ben pei fatti medesimi del 1860 diedero a divedere non essere indegni di alcuna delle prime nazioni del mondo, essi che, traditi ed abbandonati e disciolti da lor capitani, ricorrevano volontari alle bandiere del principe che combatteva sul Volturno e sul Garigliano. Ma zoppo il diciamo noi per quella Uffizialità che, regnante Ferdinando II, ad dimandavasi elemento militare, e che poi fu l'elemento di perdizione della nostra autonomia, l'elemento che in pace si adoperò mano e piedi a rendere esosa la signoria, e come scoppiò la guerra, diedele il colpo di grazia con il venderla.

Adunque il Bonelli tennegli discorso del valor grande

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dei Principi di Caserta e di Trani, e di non pochi altri superstiti di quelle fazioni del Volturno e del Garigliano. E ricordando parecchi di loro che ebbero la ventura di non sopravvivere all'onta della divisa, diceva di quella onorata figura di Matteo Negri, che, assai gravemente ferito al passaggio del Garigliano, non volle dismettere il comando dell'esercito, e però, fervendo la battaglia, morì valorosamente incalzando il nemico. Il quale egli avrebbe disfatto, dove non fosse stata la lealtà,... degna non certo dei conterranei del Bajardo. Perocché l'ammiraglio francese, dopo promesso a re Francesco che terrebbe il mare, si ritrasse e lasciò venire innanzi le navi traditrici dell'armata napoletana, le quali avanzaronsi a mitragliare di fianco i loro fratelli. Ed il Negri era liberale e di molto! Ma era pure uomo di onore: o però non poteva capire la libertà come intendonla i settari piemontisti.

Quindi ricordava quel Generale Rossaroll, che vecchio soldato e ritratto però dall'esercito, volle correre a Capua, e combattendovi proprio negli avamposti, ne riportò non lieve ferita, lietissimo, solea dire, di poter mostrare come i soldati anziani debbano, esser di sprone ai novelli Ed altro antico soldato rammentava pure: il Generale Traversa. Il quale, benché travagliato da antiche piaghe alle gambe, era fra i più solerti difensori di Gaeta. Talché il fortissimo veglio 1 cadde seppellito sotto alle macerie della esplosione dello polveriste, avvenuta, come ognun sa, per la vendita del loro segreto che faceva lo architetto di esso, quel Guarinelli, che vedevasi gavazzare fra gli assedianti!

Dicendo di questa orribile esplosione non poto non gettar qualche fiore sulla tomba di Don Paolo di Sangro San Severo, giovane di tutte virtù,

1 Aveva il Traversa 75 anni, nè volle mai entrar neppure l'ospedale per medicare le sue profondo ferite.

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cessato unch'osso fra le mine delle polveriste 1. E narrava pur di un gentiluomo suo amico, per nome Giuseppe de Mollot, capitano delle Reali Guardie, perito assai bellamente nella fazione di S. Maria, e di un capitano Bozzelli, che con due compagnie di ultima retroguardia al Garigliano contrastò fieramente il passaggio ai Piemontesi, nel momento della ritratta, delle povere armi napoletane. Soli rimasti ivi quei prodi, innanzi ad esercito così maggiore per numero, il Bozzelli vide cadere ad uno ad uno i suoi soldati, e cadde quindi egli stesso, benedicendo a Dio (cui voleva consacrarsi ministro, quando era sul primo entrare di giovinezza) perciocché gli concedesse morendo di spendere pe' fratelli il suo sangue.

E si che assai ed s più furono i traditori e i codardi fra gli uffiziali dell'esercito, onde giustamente i napoletani allibiscono di animavversione e di vergogna al solo nome di esercito. Ma quanti non furono pure gli egregi che corsero alle armi volontari mentre che i legati dal cingolo svingnavansela? E, ricordando questi, il Monelli diceva di un Giordano, bollissimo giovanotto, che salta in aria a Gaeta una con la batteria Transilvania, e di un Lanza cui portò via i piedi l'ultimo colpo del cannone piemontese: quando, con non più udito esempio di barbarie, il scellerato Cialdini continuò a bombardare Gaeta, anche dopo segnata la capitolazione delle resa E di tanti altri disse che a noi sarebbe e lungo e doloroso il ricordare. Ma più lodevolmente parlava di quel Generale Ferrara, stato precettore dille Francesco e perito di tifo fra gli assediati, e di un Colonnello La Rosa e di un Solimene, morto l'uno mentre guidava la sua colonna nel glorioso fatto di Caiazzo, e l'altro dopo l'amputazione di un braccio e di una gamba. E. più che più si ritenne in rimpianger la perdita di quelli

1 Vedi Giornale dell'assedio di Gaeta. Roma 1863

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le onorate figure che furono Emmanuele Caracciolo Duca di S. Vito e Riccardo Duca di Sangro, morti anch'essi in Gaeta, dopo avervi valorosamente combattuto accanto il valoroso loro Re: uomini degni davvero di ben altro evo che il nostro.

E, come dicemmo noi, il Bonelli non venia punto sospetto di borbonismo. Pure (vedi miracolo di libertà in liberale) discorrendo di omelia disperata guerra non poté tenersi dal confessare, grande essere stato il valore mostrato da Re Francesco e della Regina sua sposa. Riconosceva che non paté comparazione la valentia di chi, sapendosi tradito e da traditori molti troppo circondato, ostinatamente ancora e valorosissimamente combatte, e la prodezza di chi per tradimento entrato, per tradimento procede contro ad un campo già pieno di partigiani propri e di compri.

Gli uomini dei quali il Monelli aveva fatto parola, eccetto il Volpicella e la Capecelatro ed il Costa, tutti avevano a maraviglia capito l'equivoco della moderna rivoluzione. Erano tutti abborrenti dalla fazione parricida che travaglia quelle contrade: ed egli, come già dicemmo, gli commendava perocché spirito giusto, perocché indegno sarebbe del nome di uomo tale che non lodasse virtù ove che fosse. E benché obbliasse di molti, un napoletano era presente a quei suoi parlari che, so gli perdonava la lode degli uni e l'obblio degli altri, si rodea le viscere, scoppiava, perciò che non sentisse il Bonelli nominar lui. Però, non presentato, divisò presentarsi da se, e comincio a parlare al Conte di due romanzi che han per titolo Unfredo di Castellamonte l'uno e l'altro Leofante dei Laofanti. E discorrevane come dei più squisiti frutti che producesse il Parnaso Italiano in questo secolo Ma il Poeta non sapeva punto, né aveva mai udito a dire di queste scritture: e però dimandava un napoletano ne fosse lo autore, e quale. Ed allora il Bonelli, messe le spalle al muro,

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dovette pur presentargli l'interlocutore e dirgli quello esser desso. Laonde il Conte, fattegli le scuse pei la sua ignoranza di quelle o pere, non se né parlò più, e d napoletano cominciò a querelarsi della sua precoce vecchiezza, e perché (noi sventurati!) non si sentisse più la vigoria di dettar romanzo come l'Unfredo di Castellamonte od il Leofante dei Leofanti.

L'Alighieri, come ben si può immaginare, pianse perciò calde lagrime Ma il romanziere napoletano pensò cessarne i singhiozzi col fargli conoscere, che non per ché più non romanzeggiasso aveva egli dismesso il pensiero dell'umana felicità. Dissegli lui essergli dato a scrivere opere finanziarie (qualche scrittarello, scipido battuto di qualche idea elementare dello Smith o di Michele Chevalier) e quindi si accomiatò quasi amico, contento, a quel che diceva, di non aver perduta la giornata, di aver conosciuto.... via.... non ci è male... quell'uomo di merito fiorentino.

Era il napoletano uomo d'in su i sessant'anni, di persona elata e cosi fatta di volto, che non vi avresti trovato né alcun tipo di bello e manco di brutto. E benché averne bianchi ed i capelli ed i balli non potevi a prima fronte non comprendere lui essere ancora fanciullo, avvegnacchè più che di mezzo secolo antico. Chè lo vesti, egli portava sempre dei colori più in moda o delle fogge più giovanili ed un grande affare era per colui lo avere un frak cucito dal Pool piuttosto che dal Lennon. E si che a Dante avrebbe invidiato anche più un cappello del Chapman che il Canto di Francesca da Rimini. Ma più che altro erano i suoi mo' del dire e del moversi, era il pavoneggiare perenne, era una vanità più che di zanzero di femmina, che il davano a divedere immediate come una di quelle creature fatate a rimaner sempre bambine.

Di uomini cosiffatti non è paese il quale non abbia dote ed anche ricca. Noi però potremmo dare al nostro uomo

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un nome inglese o francese od italiano o spagnuolo e sarebbe pur quello. Ma questi, in cui si avvenne il Poeta a casa il Bonelli, noi vogliamo pur nominarlo pel suo vero nome: e poi che ora non è più, diciamo senza paura, come si addimandasse il Conte Tacchino, e fosse senatore. E diciamo senza paura, perciocché il Tacchino era un terribile spadaccino, che non dismise neppure a sessantacinque anni la ingegnosissima e piacevolissima usanza di passar due ore e mezzo del giorno tirando botte e parate ed un al tra al bersaglio con le pistole.

Il 1849, che non era ancora unitario, voleva farsi perdonare un breve fatto di liberalismo appiccando briga or con questo, or con quel demagogo che fosse ben altro che uom di spada. Ma il più bello episodio delle sue imprese, si fu la sfida di un giornalista siciliano per nome Angelone Nell'Unfredo di Castellamonte è una scena, nella quale si descrive come il paggio di quel principe, fuggendosene a cavallo con la figliuola, non appena fu sul Ponte Senatorio (quello, di Roma che oggi dicesi Ponte Rotto), questo gli crollò sotto; e però vedevasi il Tevere strascinare al mare i due miseri amanti, il misero cavallo» e gli archi ed i piloni del ponte. Laonde l'Angelone, che era un impertinente e non rispettava i letterati neppur quando baroni, si fé' oso scrivere nel giornale la Vongola, che ciò non poteva essere accaduto proprio così, poiché sta bene che il Tevere portasse a Fiumicino il Paggio e la Dulcinea, ina non già i gravi massi del ponte.

L'osservazione era giusta. Non pertanto il nobile autore andonne in bestia e lesto spedì un cartello al giornalista. Questi ebbe la virtù di non accettarlo, e pubblicò la sera, nel suo diario, questa scusa «Signor Conte. Voi, il so bene, siete valorosissimo duellista. Io niente affatto. Per la quai cosa, voi mi passereste fuor fuora con la vostra spada, mi fendereste in due con la vostra sciabla, mi brucereste

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le cervella con la vostra pistola ma vi fo notare ohe gli archi ed i piloni del ponte rotto rimarranno sempre in fondo dal Tevere. Fatemi dunque la grazia di lasciar tranquilli essi e me.»

Al leggere questo parole il Tacchino diventò un condor. Il meno che volea faro del povero Angelone gli era il mangiarselo a piccolo braggiuolo. E benché il Prefetto di Polizia desse ogni opera per placarlo e minacciasselo anche severamente, ed il giornalista facesse proceder scortato quasi dalla forza pubblica, quando da casa si recava alla officina, il povero giovane dovette svignarselo da Napoli e ricoverare a Parigi, dove ebbe miglior ventura, e diventò ricco e famoso nel postribolo giornalistico di colà.

Era terribile il romanziere! E pure, più che con la spada l'era con il fastidio che veniasi di sua compagnia. Conciossiachè egli fosse un di que' feti di celebrità concepiti al più per il limbo: uno di quei cavoli chi i botanici incocciano di non voler classificare tra gli alberi. La felicità, egli e vero, sta nell'omaggio proprio più che nell'altrui. Puro il Tacchino, sondo felice, né poco, per ciò che, se altri non consentiva, egli tenevasi bene per albero, maledottamente perfidiava in voler che di quella sua cortese opinione fossero tutti in cui si avveniva. Laonde procedevano un flagello di seccatura, un contaggio non men funesto del tifo o del l'idronos. E questo fastidio toccò anche al nostro poeta; poiché il Tacchini, sollucherato da alcune parole cortesi di lui, o saputo dal Bonelli lui essere profondo filosofo, gli si mise ai panni fieramente, ne più scorreva giorno che noi scorticasse almen qualche ora.

Il facchini, come abbiam detto, era senatore e però credevasi licenziato a parlare anche di politica. Veniva il medico, che era anch'esso senatore, e, se qualche malore avesse, scordava questo e parlava di balzelli. Veniva il castaldo, un usumere della sua provincia anche senatore, ed invece di prender notizia della raccolta, o

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delle cambiali, cui quel gran cavaliere scontava a grave sconto, domandava delle fasi dello spirito pubblico, della benemerita arma dei carabinieri, delle elezioni ecc. Però figuratevi come avesse a straziare il nostro povero Durante. Contento di esser finalmente qualcosa, assai tenevasi di quel titolo di senatore. Credevasi buonamente collega di Papirio, di Caio Popilio Lottate, di Trasea Peto ecc. Ma pure non gli piaceva di pensare come la gamorra, che per torselo dalle gambe, lo aveva fatto nominar senatore. Però, immaginando un ridicolosissimo figurino, acconciato del laticlavo e del codino, sparlava per diritto e per traverso del governo, dell'unità, del suffragio universale e che so io: ma (diciamo il vero) con quella gente ed in quelle sale che non avevano ancora amnistiati i demolitori della vecchia Italia. Laonde il Conte Durante, fradicio un giorno dalle sue iatture o da tanta contraddizione, domandogli se il canzonasse, e perché portando cotale opinione della rivoltura sedessene poi noi conciliaboli.

Ed il Tacchini rispondeva

Che vuole. Io la rivoluzione non la ho latita io. Non ci entro per nulla... Ma... poi che fu fatta... via.... mi studio di far andar il paese il men male che può. Certo non perché sedessi sonatore, la ho fatta io questa rivoluzione.

E sappiamo non la avete fatta voi. E diremo di vantaggio che la rivoluziono non la ha latta alcuno qui, poi la vi fu portata di Piemonte. Ma, se alcuno non fecela, vi ha han di taluni ohe la sostengono in vita e questi sono coloro ohe per sciocca ambizione o per vil cupidigia trescano con gli oppressori.

Quel giorno il Tacchini non travagliò a lungo il Poeta: che anzi, dopo queste parole stette poco e mutolo, e si andò broncio. Ma la dimane venne tale per parte sua che fecesi annunziare il Cavatici Pizzonero. Il quale, ricevuto cortesemente dal Conte, incominciò per dimandargli se il giorno innanzi bene avesse udito il Tacchino,

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che la rivoluziono italiana a Napoli vi è sostenuta da alcuni, che per stolida ambizione o per vile interesse trescano con lo straniero, e che mai per queste parole volesse dire egli il Conte Durante Laonde questi rispose:

Che non capiscano il Pape Satan lo concedo, ma che il vostro amico non abbia compreso le parole dette ieri, la è troppa ottusità di orecchie o di cervello, lo ho detto e voluto dire, che la mutazione in Napoli non vi e stata fatta da persona, e vi è sostenuta da coloro, che per avarizia di onori o di pecunia, trescano con l'occupatore della loro patria.

Voi dunque mantenete ciò che aveste fronte di dire iersera?

E si. Che maraviglia!

Ebbene: io sono dunque il padrino del Conte Tacchini, ed ho carico di sfidarvi in suo nome. Scegliete dunque le armi, stabilite il loco e l'ora dello scontro, e poi mi farete l'onore di dirmi con chi avrò a fare, che sarà vostro secondo.

Il Conte Durante guardò fisso lungamente il Cavalier Pizzonero, che era un bell'uomo, bruno, aitante, che avea aria e tenevasi in contegni, tuttocché altro non fosse veramente che uno spiantato corteggiatore di vecchie, e di duelli non altro che bravissimo parlatore. Ma poiché l'ebbe tutto squadrato, ed indubitatamente compreso, sorrise un pochino e poi prese a dire:

Sta bene. Per il loco e l'ora, domani alle ore due del pomeriggio sulla riviera di Bagnuoli. Per le armi la lancia e l'azza, cavaliere e cavallo loricati di tutte armi. Per il mio padrino poi, non posso rispondervi così presto, però che mi è mestieri trovarlo. Il che è di tanto più difficile che io intendo si abbia a fare come in antico, cioè che abbia a combattere anch'esso e con voi.

Ma mi burlate? Chiese con piglio severo ed al» zumdosi il Pizzonero. Io non sono venuto qui a celiare.

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Ned io sto. Ma non deggio sceglier io le armi e dettare le condizioni di questo duello? Ebbene i patti sono questi.

Voi volete ricusare.

E voi assassinare! Sì assassinare!..., percioché? innanzi alla filosofia ed alla religione non è diverso il delitto di lui che profitta dell'ombra o della solitudine per ispacciarsi del suo nemico, che quello di chi si valga di sua perizia nello armi per bravare ed uccidere o sopraffar chi gli spiacela. Il vostro amico non si batterebbe dunque con armi cui non sia uso, o nelle quali valesse meglio il suo contrario? Voi non vi presentereste secondo, non sareste rettore o spettatore della occasione o del ferimento, dove fosse pericolo anche per voi, come a tempo degli avi?... E però... escite... io vi respingo... Io non discendo a tenzonar co' codardi.

Alle corte, Signore, lilla non ha il coraggio d'i accettare...

Io ho quello di ricusare.

Ma le son chiacchiere queste! Ma voi credete con tal mezzo sfuggire alla vergogna del rifiuto. Ma noi parleremo con tutti... noi scriveremo anche sui giornali...

Escite. E parlate e scrivete pur quanto vi piaccia, che altra opinione non terrà dietro la vostra, so non la opinione di chi vi somiglia.

E si dicendo miselo alle scale, lasciandogli eruttare le più villane parole a grande agio;

Lo spirito dell'Alighieri, sappiamo, avrebbe potuto ricusare altrimenti di battersi con quel facchino, allegandole ragioni della Fede e della Civiltà clic militano contro questa barbara usanza del duello, i decreti del Tridentino, la bolla di Clemente Viti ecc. Ma egli che avevalo squadrato e compreso che buccia di uomo si fosse il Pizzonero, sapeva come tali ragioni non avrebbero fatto con lui più che tanto. Però, divisiamo tene?

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facesse a sbatterlo per via del ridicolo. Che se tutti così si governassero, cesserebbe quel vezzo tanto malamente radicato in Italia, (e a Napoli più che in altra contrada della penisola), di venire ai ferri per ogni parola od atto; e 'l paese raggiungerebbe in ciò prestamente l'inglese civiltà, che la respingere di ogni onesta brigata colui, che per sua colpa o per sua sventura, abbia avuto a battersi talora in duello.

CAPITOLO VI

Il Tacchino ed il suo lanciarotta Pizzonero mollarono grande scalpore di questo rifiuto del Conte Durante. Ma più bravava il secondo tuttoché peritasse, né poco solo in pensare al pericolo che avea passato, del dover finalmente risicar la pelle, poiché avrebbesi dovuto battere col padrino dell'avversario. E però dicevasi

Veramente tempo facile e civile è questo in cui a sì buon mercato si può faro il gradasso.

Ma checché gracidassero essi ed il loro coro, il Conte Durante erasi francato da quella molestia della scipitissima conversazione del Tacchini, del cui ridicolo greve e sonnifero non si poteva sprizzar neppure una risata,. Però sei tenne a ventura quello accidente. Parlonne e risene di molto con il Bonelli, pur troppo anch'esso fastidito de' due scogli del golfo di Napoli, quello dei duellisti e quello dei poliziotti. E benché i primi anfanassero a pubblicare lui esser carogna di uomo, mori uomo, il Poeta impipavasene bellamente e con lui quanti eran di senno.

Frattanto procedeva, in quel suo visitar la travagliata metropoli delle Sicilie o nello studiare i ceti e lo fazioni onde il buon popolo di essa si parte. Però, meglio addentrandosi nelle coso del paese, sentia che se di molto o poco nobile sangue ora purtroppo il più di que' sciocchi

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nei quali erasi avvenuto (italianissimi tutti con il parafulmine di un babbo, di un suocero o dì un fratello a Roma), non però aveva a misurar con la stregua medesima la casta onde si uscivano. Conciossiaché essa mostrasse grande animo e salda tenacità di massime e protestasse animosamente, quasi tutta, contro ad un poter misvoluto.

Medesimamente maravigliosa vedeva esservi la resistenza del clero, di questo esercito della società cristiana, non certo atteso dai suoi ostoggiatori. E già gli uomini come le poma, la intemperie o gli matura o gli fa cader giù lazzi. Tra i fortunosi vortici di questa bufera non crollò cima né fronda la Chiesa napoletana, questa coorte di eroi dal suo condottiero Sisto Riario Sforza Cardinale di Santa Sabina al più umile diacono della più povera pieve. E, maraviglia, udendo di tanti dotti napoletani e cinerei valorosi, non seppe né di Don Luigi Tosti Cassinese, ne di Don Alfonso Capocentro Oratoriano. E sì, che ei son dei più eletti e forbiti scrittori d'Italia! Ma forse perché i soldati fuor di schiera non occorrono al guardo di chi viene facendo rassegna del campo, ed ii Capecelatro ed il Tosti non son co' ribelli, egli è vero, ma neppure in quell'acie combattono vè la dottrina loro gli vorrebbe, vè la tromba di Dio gli convoca ed il militare onore di sacerdote ed il pericolo della società commessa alla disciplina della Cheresia.

Ed il Conte, venuto in questi parlari del clero con il Bonelli, non potè tenersi dal dire Osanna in sua gloria. Aggiungeva, lui aver già da lungi notato la dottrina e la robustezza della chiesa del napoletano, nella quale se furono i Caputo e i De Giacomo e i Guerrasio, ciò fu per divina permissione, che vuole la luce non si scompagni dall'ombra, perché più so ne ammiri la felicità. E diceva bastare il prezzo del cambio a dire della nobiltà del metallo. Il chierico che combatte per Roma briga la gogna ed il carcere e la miseria e la morte: il chierico che passa


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nel campo della rivoluzione merca benefìzi e salari o ciondoli non più cavallereschi. Né maravigliava il Conte che con il clero di Gesù Cristo sterse il pupillo xxxh osso; il popolo. Ed egli è però che questo, cui il cinismo del primo Napoleone si fece uso chiamar «carne ila cannone» vien bellamente mostrando il sangue dei soldati essere più nobile di quello dei capitani, poiché non per oro né per potenza sa profondersi, ma per il suo Dio o pel suo Re e per la sua Patria diserta, anche quando sciolto e venduto dai proprii condottieri, anco quando sembri perduta la causa, anco quando abbandonata da ogni potestà della terra.

Laonde, la fazione che fa di riformare la vecchia società, dibarbaudone la religione, venne pur finalmente in questo divisamento di gettar via il lupo, di muovere a guerra rotta contro a questa Chiesa, che non avea potuto né un'ora sola abbindolare. La quale si vedeva non poter meglio sbattere, che, con moderna, frase, spriorandola, cioè corrompendolo il popolo, tacendogli perder la fede così di Dio che dogli uomini Conciossiachè, quando abbi perduto ogni amore, di chi sarai tu? Il demonio o la setta di lui quelli aggraffano i quali non son di persona Però gli uomini della rivoluzione esordivano a Napoli per dare alcune chiese a preti apostati di altre contrade Ma a questi templi contaminati non usava, uomo timorato di Dio. Allora, come Leone Iconoclasta e poi Lutero, divisarono aprir la guerra con lo avventarsi al culto esterno. E fatto sfregiar nottetempo una immagino della Madonna che era presso alla Chiesa di S. Niccola in via di Toledo, senza più, persuasero al Sindaco di Napoli, che si fossero da togliere dalle contrade tutte lo immagini sante ed i segni di un popol cattolico.

La coscienza pubblica ne fu offesa: ma non quella del Sindaco, tristo nò ma dappoco, un Giuseppe Colonna nato di stirpe, cui la Chiesa non dovrebbe esser rara solamente per ragion di Dio, ma anco per onor di famiglia.

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Né per altro che per naturale indolenza quell'uomo patrizio strascinava nel fango il casato, piaggiando uomini cui gli avi avrebbero schifato fra i servi, e prestandosi docile ad ogni infamia: poiché non vogliam credere facesse per la avarizia di conservare un carico da tutti misvoluto, o per un lucro diviso con il famulato più vile.

Ma come i cagnotti della questura e del municipio presero a cancellare i simulacri, quelli veniano tosto respinti a colpi di sassi e di bastone. Però cominciavano a movere all'alta impresa, spalleggiati dai soliti eroi de' soliti Palestro S. Martino. Ma anche gli eroi insultati e feriti da popolani o pubblicamente maledetti de' sacerdoti, si tornea conflitto. Laonde il Generale Lamarmora ricusò mandar per lo innanzi i suoi polli, il Lamarniora, cavaliere che non isdegna il mestier del bino, quando gli torna, ed in quella non gli tornava. Ed allora fu fermo che le immagini vorrebbersi cassando a poco a poco, la notte, cosi come di sorpresa, di furto. Laonde vedevi adornar di fiori e di ceri quelle care effigie, da povere donne e popolani maceri dalla fame, nella quale chiodavali un potere, che froda di ogni ricchezza la loro patria, che solo all'acqua ed all'aria non impose per anco balzelli; e gli udivi a dire:

L'è forse l'ultima volta che la vediamo. Vogliamo pur farle festa, prima che ce l'abbiamo a strappare così vilmente.

Questi fatti passavansi sotto ai propri occhi del Conto, il quale come se ne arrovellasse non è a dire. Aveva udito l'Abate Luigi Miranda, operoso apostolo del Signore, essere stato spento a colpi di bastone dalla bordaglia settaria, a sera, presso il Palazzo dogli Studii. Vedeva oltraggiati i sacri oratori, e Monsignor Musto ed il teologo Ciarloni tra questi, e sapeva contro venerandi sacerdoti, in vie remote, venire izzati feroci mastini, onde ne ebber lacere spesso le vesti, spesso anche le carni. E di quei giorni venia polluto anche il tempio: che l'Abate Neri, predicando

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in duomo dei dolori di Maria Vergine, come calavasi dal pergamo, fu assalito da scherani de' consortieri e lasciato per terra quasi morto. Questo fu spettacolo di orrore ai fedeli, che non mai avrebber pensato si potessero di così esecrandi delitti perpetrare in città, stata sempre ininsigne per la suo l'odo, che per sue libertà vetustissime non vide scorrer sangue de' martiri, neppure a tempo dello più feroci persecuzioni di Diocleziano e dì Galero; e 'l votino mò, in un secolo che gridasi tollerante e civile ed abborrente da ogni ferita. Il Conte Durante cominciava molto troppo a comprendere come lo atroce di questa rivoltura non fosse da men del ridicolo.

La curiale ingordigia e l'odio del cattolicismo sin dal bel principio della rivoluzione italiana avevano posto mano ai beni degli ordini religiosi, affamando frati e monache, sperperando il censo della Chiesa nelle orgie dei sicofanti della signoria piemontese. Ma di quei giorni dei quali noi discorriamo, i satelliti della mala setta principiavano a togliere a que' pii anche il povero bene del ricovero in cui eransi ridotti a penitenza; minacciando dibarbargli tutti, come farebbono, quando non piacesse al Signore di cessar presto il flagello che tribola così la sua Chiesa e la Plebe sua. Ed il Conte Durante, diportandosi un giorno per il vecchio Napoli con il Bonelli, pei quella Palepoli che tanto è in uggia al vulgare degli uomini e piace tanto ai saputi, veniva pur dolorando dell'abbandono in che cadrebbero gli antichi monumenti della pietà napoletana, dove fossero sottratti ai loro antichi custodi. Laonde, entrato il tempio di S. Chiara, cui Giotto suo amico avea tutto dipinto delle istorie della Apocalisse (che erano le più. belle pitture di quel grande, e la invenzione delle quali era proprio di lui Dante) il Poeta fu grandemente maravigliato del non più vedervene traccia.

I Giorgio Vasari. Vite dei Pittori, Scultori, ed Architetti Fiorentini. Vita di Giotto.

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E domandato il perché e chi avesse perpetrato il misfatto del cassarle, un Frate che moveva pel tempio risposegli:

Non i figliuoli di S, Francesco, per certo. Fu uno spagnolo, fu il Presidente Bareonuevo quegli che ciò fece, quando in Santa Chiara prese a radunarsi il tribunale che addimandavasi Sacro Regio Consiglio, e tutto di questo pio luogo fu alla obbedienza di esso.

Ma come?.... Ma perché ciò? Continuava a domandare il Conte, quasi non vi aggiustando fede. Ed il Frate.

Perché al curiale spagnuolo quelle pitture parevano brutte, come quelle che erano diventate scure. Laonde le fece tutte imbrattare di bianco e di gialletto di Seviglia...

Poffardio!

E via, men male, che questo tempio fu poi decorato, come il vedete, con questi ricchissimi stucchi dorati e queste pur belle pitture del Conca, per la magnificenza di Re Carlo III di Borbone. Ma guai se ne cacciassero noi! Perirebbero anche queste....

Indubitatamente, gli rispose il Bonelli, poi verrannovi a fare il rancio i granatieri. Che anzi servirà veramente di stalla, come Carlo Illustre diceva a Re Roberto suo padre parergli questo tempio, del quale non amava la struttura, fatta cosi di una sola nave vastissima con piccoli sacelli per attorno. E quel buon Re ebbe a rispondergli «ahimè! Dio voglia che tu non abbi ad essere il primo giumento istallatovi.» E fu profeta!

Ma il Conte era troppo tristo, troppo conturbato dal veder la mina delle cose umane, e però non più prendeva parte in queste parole. E si uscì subito di quel tempio, non potendo durare la vista del barocchismo l'animo dell'Alighieri. E ciò come poeta e come pittore poi fu anche pittore quel sommo, secondochè

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Leonardo Aretino focene a sapere 1, e cel dicono le descrizioni stesso della sua Commedia; le quali non avrebbe potuto faro con tanta vivacità senza esser perito nell'arto di Apollo anche molto

Ma, non appena fu verso Torta di S. Sebastiano, si avvenne in grande calca di popolani e di borghesi., quai lagrimosi, quai frementi. E questa seguitava gran nerbo di poliziotti o di carabinieri odi bersaglieri, che procedevano cannoni con accesa la miccia, non altrimenti nel quasi perenne stato di assedio per che tienesi in tranquillo ed in fede il popolo del plebiscito. Spirito di quel barbaro tempo che dicesi Medio Evo, e che non sapeva pero di questa novella invenzione del tempo dei lumi, lo stato di assedio, il Conte maravigliava, credeva Napoli ribellasse, si facesse tumulto in qualche rione, l'Austriaco fosse alle porte, quei valorosi movessero all'assalto di qualche bastione o fortezza..... Oibò! Movevano a cacciar povere monache dal loro claustro!

Ed eccoli quei valorosi alle mura ilei monastero di S. Giovanni a Porla di Costantinopoli: bella e vetusta opera della pietà di nostri padri, già fra tante rivoluzioni di popolo rispettata e, tante mutazioni delle dinastie e, come tutti gli altri monasteri, venuto ricco per il censo medesimo di quelle vergini che vi si monacavano. Ed in quel claustro di S. Giovanni chiudevansi nell'abito di S. Domenico vergini patrizie, promettendo la via della sua setta. Ma ecco il Questore a picchiar forte, all'uscio inviolabile, bestemmiare ed erutar parole oscenissime i suoi cognati: ecco la veneranda Badessa, una vecchia settuagenaria od inferma, farsi al verone del sacro asilo e domandar che volessero dalla stanza degli angeli quegli armati. Il Questore lesse allora, la grida del Guardasigilli, che le ingiungneva di aprire lo porte del Monastero;

1 Vita di Dante di Leonardo Aretino. Edizione della Minerva p. 59,

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e di risposta la Badessa, umile a un tempo ed altera recisamente negavasi di ottemperare all'empio comando, E ricordava loro gli anatemi della Chiosa, in che incorrevano; e si dicendo soggiungeva:

E sventura anche a me, e non minoro vergogna, dove scelerassi le mie mani in così fatto sacrilegio, schiudendovi io stessa la porta di questo claustro consacrato. No! No! Di costì per altre vie non potremmo uscire, che per quelle della perdizione o della violenza. E noi siamo preste ad ogni danno che dalla nostra volontà non derivi, e poi che il Signore vuol provare anche noi in questa persecuzione della sua Chiesa, sia più la sua mano benedetta, quanto più crudo martirio ci appresta. Ma voi entrerete (sappiamo) ma sol per lo arti e il diritto della forza, e no troverete presso gli altari, preganti fortezza per noi misero, per voi la divina luce o il perdono.

Queste parole parlando, la veneranda Badessa divenuta era sì nobile nel volto, e sì nel gesto imperiosa che avrebbe umiliato ogni forte. Ma la Polizia ed il nestore, si chiamino pur come vogli e servino chi meglio lor piaccia, birro sono pur sempre e bordaglia; né però maraviglia se non comprendessero tanta grandezza, né si peritassero innanzi ad una forza che quella non sia delle manette. Però il Questore crollò il capo, ridendo il sogghigno del carnefice, e uscì nei dire, tutto scherzoso a suo modo:

Sia fatta la volontà di Dio. Come si hanno a persuadere queste teste di cenci?

Indi, fattosi a parlare al maggiore dei Bersaglieri, comandò ai suoi birri che isfondassero le porte del monastero: e quelli, aiutati alla bisogna dai soliti eroi, fecerle cadere a terra di botto. Ed allora, si sguinzagliarono lesti come veltri i manigoldi, sperperali dosi per i chiostri e le celle e tutto pigliandovi ed abbattendo. Però non anima incontravano in quel riciuto Ma, venuti alla sala corale, trovaronvi tutto oggi inocchiate nei loro stalli

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le sacre vergini e nel suo trono la Badessa, vestila di manto bianchissimo ed in mano il pastorale dorato. Spettacolo nobilissimo!.. Ma quegli italiani del secolo XIX, non sentirono neppure i brividi che si ebbero i Galli di Brcnno, entrando il Foro Romano, chiusi anche al senso della dignità che si avean quei selvatici. Conciossiaché il Questore, venuto al seggio della Badessa, la allenò villanamente per il braccio e la cacciò fuora. E fecero altrettanto alle povere monache i sudici satelliti che tenevangli dietro. Ed allora avresti veduto quelle misere creature uscir povero e piangenti fuori dai luogo, ira cui avevate fatto sacramento di vegghiar e dormir insino al morire

Con quello sposo, che ogni voto accetta,

Che cantate a suo piacer conforma;

e quale esser tratta informa, qual vecchia e cieca, qual paralitica, e quale anche moribonda; poi la violenza di quel fatto e il dolore ne veniano accelerando la dipartita.

Ahi vile setta! gridò allora, quasi uscito di senno l'Alighieri, che muto o torvo erasi rimasto contemplare scena si brutta. Dante era sempre quegli che tanto nobilissimamente malediceva a Corso Donati, perché col suo Farinata 1 ed altri uomini a mal più che a ben usi, aveva tratto fuor della dolce chiostra di S. Chiara la gentil figura di paradiso, che fu quella Piccarda, che tra bella e buona non so qual fosse più e disposavala a Rosellino della Tosa. Però non è a dire come più fieramente inserpentissesi mo' contro agli scelerati della questura e dall'esercito cui vedeva affaccendati a cacciar lo povero monache di S. Giovanni. Ed esclamava:

1 Farinata addimandavasi il capo degli sgherri dì Messer Corso Donati che rapirono la Piccarda dal Chiostro di Santa Chiara.

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Queste son dunque le battaglie vostre, o rigeneratori d'Italia? Lo imbracarvi contro sacerdoti imbelli, contro povere donne solitarie? Tremate voi ed allibite sol quando pensate Francia possa abbandonarvi, Austria mover passo, i Garibaldeschi provocarla: e così siete forti e tracotanti contro ai fiacchi? Ahi! Ahi! Nel mio vivente io arrossiva della mia patria solamente ed avea cura di segnarmi «Fiorentino di nascita, non di costume 1» Oggi arrossir dovrei di esser anche italiano, abbenché pei natali e soltanto! Ma... Fate pure. Gavazzate... I popoli, che in cosif fatte armeggerie si esercitano, voltan le spalle al nemico quando sen venga a battaglia.

CAPITOLO VII.

Il Bonelli erasi già ritratto di colà vergognoso, la coscienza martellata da vago rimordimento, avvegnaché sospirando Italia non la avesse già desiderata sì vile. Ma invece del Bonelli, il Conte aveva a tergo un delegato della questura. Il quale compreso, le parole non già, ma il senso dello sdegno del Poeta, bai tendo lui sulle spalle, dissegli:

1 La lettera con che Dante rivolge a Can Grande della Scala la dedica del Paradiso, cui prima disegnato avea intitolare a Federigo Re di Sicilia, incomincia «Al magnanimo e vittorioso Signore, il Signor Can Grande della Scala vicario del Sacratissimo et Sereno principato in Verona et Vicentia, il devotissimo suo Dante Allegherio, fiorentino di nascita non di costumi, desidera vita felice per lunghi tempi et perpetuo incremento del nome glorioso.» Medesimamente Dante Alighieri volle che tutta l'opera sua incominciante con questo titolo, «Incomincia la Commedia di Dante Alighieri, Fiorentino di nascita non di costumi.» Puozzi consultare intorno a ciò il Pelli, l'Arrivabene ccc.

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Amico! Di questo monastero se ne va a fare una prigione, poiché quelle che c'erano a tempo dei Borboni, sono tutte piene zeppe di Borbonici, e non bastano. Aveste voglia di venirla ad abitare voi per il primo?

Ma il Conte, sbirciatolo come schifoso rettile, nol degnò di risposta veruna e andò via..... Ma benché ente incorporeo non precedé allora senz'ombra.

E già da parecchi giorni era braccheggiato. Perocché certo letteratuccolo, che bazzicava in casa al Marchese Cuidotti, udito i suoi parlari divisato farne profitto a suo modo, l'aveva ben concio ne' libri della polizia.

I] costui era pur originale. Un ridicolissimo per nome Botolino, tale che aveva giuntato nome di letterato fra gli insipienti, coi dirsi letterato, e fra gli scioli col far l'eghelliano. Povero traduttore di traduzioni, scriba un non so a quel dicastero a tempo dei Borboni, erane stato cacciato con nota di malcreato, né manco poté esservi riammesso per ciò che facesse il retrivo al 48. Plasmalo d'invidia, pinzo di rabbia e dalla prima veglia del giorno briaco, tenevasi redivivo Lord Byron!.. E per verità, traimela condiziono e lo ingegno, tranne d valore dell'anima e la formosità dello aspetto anche un poco (poi l'uno era biondo e bello e bruno e brutto l'altro), il Botolino rassomigliava a capello al poeta inglese.

Ma questo aveva di meglio il Byron napoletano che non era zoppo. Però fatto da corriere tra il Villamarina e Liborio Romano, a tempo del costui ministero, ne fu pagato con l'esser messo a servire nella polizia giornalistica, idest ficcato a dirigere un di quei sudici fogli, che diconsi livree della prefettura. E per esso, ingiuriando ora quelli che avevanlo sfamato nella povertà, ora lavorando di soffietto (facendo cioè coram populo il mestiere che facevano nel segreto dell'antica prefettura pochi vilissimi) non aveva indugiato

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a dare a conoscere alla setta dominante, come fosse giunto a Napoli un fiorentino, certo Conte Durante, cui dicea ciamberlano del Granduca, venuto di Lindao, passato per Roma, dove aveva ineliinato Re Francesco e Papa Pio, dai quali si aveva avuto lettere e danaro per il Donatello od il Crocco., lo schifiltoso giornalista non sapeva bene.

Ma di questa denunzia non fecero gran caso ne i circoli, né la questura, usa già a non trovar mai nulla e neppure quel che metteva essa medesima; verbigrazia la lettera di Re Francesco, per che fu prigione il Duca di Caianello otto mesi. Fra tenuto ad occhio, si, ma via, non gli si difendeva ancora l'aprico aere del golfo. Ma come soppesi da quel delegato di questura che il Conte aveva detto in piazza, lì anzi il monastero di S. Giovanni, fra un capanello di speranzosi, che fra breve giungerebbe Francesco II con il Feld Maresciallo Benedek, e cesserebbe quella libertà di occupare la roba altrui, del diffamare gli onesti, del soverchiare e spolpare il misero popolo ecc., il Marchese Rodolfo di Afflitto, prefetto della provincia, andò in bestia (o meglio rimasevi) e mandato spacciatamele per il Questore»

Siete un somaro! cominciò a gridargli, siete un fanullone! un cretino! Cosi mi lasciate voi per il mondo gli emissari del Borbone? E che, non sapete leggere voi? 0 non vi bastavano le denunzie della Patria, dello Arlecchino, del Pungolo e di altre simili gazzette? Ci vedete voi come talpa, eh? Ma un'altra volta... un altro Conte Durante che trovasi per Napoli, vi farò perder l'impiego. E sappiate,... Signor mio... che non è questa la prima volta, ned io sono il primo... tra i primi uomini di stato, per cui venghiate sospetto come borbonico voi medesimo.

All'apostrofe del Prefetto, il Questore che era paglietta 3 e però non aveva lingua meno sciolta di quel

1 Nome che per vendetta o per disprezzo dassi a Napoli

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che la avesse un burocratico, messo le pugna ne' fianchi e tirato il collo una spanna fuor della colonna vertebrale, con piglio non più cavalleresco dei modi del Marchese, incominciò:

Che diacine mi viene contando Vossignoria di borbonico, di sospetti, di perdere impiego o che altro? E si che io non porto titolo di Marchese, (come permise a lei di portarci Francesco II, quando gli andava strisciando fra i piedi ) ma crede per ciò che io sia men galantuomo di lei? Io non fo la polizia ab antico, come facevate voi, creatura già del Del Carretto quando sottointentende a Bovino ed a Cefalù perseguitavate liberali e miscredenti, e talvolta anche i vescovi quando vi parean liberali. Ma questo sì posso dirvi, che io ci vedo più dritto che non permettano a voi i vostri begli occhi. È vero: io non ho congiurato come voi, quando dal ministero Spinelli nominato consultore di stato, assembravate in vostra propria dimora il comitato piemontese. E forse aspettavate di tradir questo, dovei avessero vinto i Borboni, come tradiste i Borboni, poiché prevalsero i milioni del Cavour. Non so far tanto, è vero, ma non dubitate... ho anch'io la mia malizia... e anch'io... Signor Marchese di Francesco IL...

seguitava minaccioso il birro paglietta al birro nobile. Ma l'Afflitto, irato come furia, e cacciato un palmo più oltre la bazza:

Uscite! gridava a squarciagola, uscite! o vi caccerò nel più profondo....

Mi cacci pur dove vuole, che non potrò mai cadere più giù di quando le sono a livello: rispose placidissimamente l'avvocato, che uscivasene

agli avvocati, e la cui origine non abbiamo raai potuto appurare: Forse da che ie paglie sono mosse dal vento con assai facilità e cangiano esse moto a seconda come a seconda di chi li paga sostengono il giusto o l'ingiusto i curiali dappoco.

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con aria trionfale da quella sala; poiché vi lasciava in tanta ira colui che aveva esordito con tanta burbanza.

Di vero l'Afflitto rimase schiacciato. Pareva morto di sua bella morte (di quella del rospo cioè), che in tutte le membra della sua personalità era stato ferito Fatto come grosso tarpano e grigio della carnagione come dei capegli, te ne vasi un Adone, ed erasi udito mordere sugli occhi cui aveva orridamente guerci. Fiero di sua antica nobiltà, il curiale aveagli ancor dato il titolo permessogli dal Borbone. Parlatore di probità, di onore, di cavalleria, odiasi ricacciare suo sul muso il tradimento. Gran personaggio che credeva essere addivenuto, ricordavasegli la unil fortuna, le sottoprefetture di Bovino e di Cefalo, Strombazzatore di libertà che si era, fatto gli si rimproverava la persecuzione del Cassinese Don Visconti Proto Santa Dorotoa vescovo di quella Cefalù: santo e dottissimo prelato, che nell'infierire del morbo asiatico, moriva soccorrendo ai moribondi, vendendo sin la sua suppellettile per i poveri, lasciando alla sua sposa la gloria che Carlo Borromeo e il Belsunzio lasciarono alle Chiese di Milano e di Marsiglia.

E voleva menarne vendetta... Ma come? Però guai al Questore ove fossesi abbattuto nel prefetto in loco.... in loco dove non gli avesse veduto persona. Correva come fuor di sé per la sala, schizzando veleno per tutte le membra, bestemmiando ed abbatteindo tavoli e canapè, tutti borbonici veramente poiché l'Afflitto erasi accomodato in uno dei palazzi dell'antica corte. Quando non più atteso conforto vennegli da tale, che, schiuso l'uscio della sala, fugli annunziato pel nome del Principe di Ottaiano. Conciossiaché la propria viltà altro alleggiamento non possa aversi che quello poverissimo il quale si venga dalla viltà altrui. Ed il Principe di Ottaiano, ricco e nobilissimo signore nel suo paese, un Medicco, servo già ai Borboni e servo troppo, segno ad ogni favor della corte,


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pari del regno per la costituzione del 1848 e nel 1850 autore di certa scritta, che chiedeva l'abolizione delle libertà, e postillatore di nomi per avvalorarla, ornato il petto del cordone mauriziano, avuto da Re Vittorio Emularmele II come inviato di Re Francesco II pel suo avvenimento al trono, veniva ora a significare al Prefetto della Provincia di Napoli, come egli volentieri tenesse l'invito di servire il padrone sabaudo quale sottoprefetto del regio palazzo. E dicevasi onorato di succedere ad un eroe della rivoluzione (rimosso di quel medesimo ufficio con nota di ladro) e sottomettevasi ai comandi del Maestro delle Cerimonie di Piemonte, piccolo sire cui egli, due anni prima, avrebbe fatto di berretta ben duro.

Pure il Principe di Ottaiano, pochi mesi innanzi, era stato sostenuto come manutengolo di briganti! Però l'Afflitto credevasi riconciliato con l'onestà, con la dignità di uomo, con ogni virtù, poiché rinveniva chi il superasse di oscenità, poiché vedeva tanta ingratitudine, tanta codardia in tanto signore, e per nulla! Ritornato però in superbia, con cenno di testa olimpico, plaudiva alle parole di quel Grande di Spagna. Le quali., come ebbe tornito, dissegli:

Sta bene. Ella ha compreso finalmente i doveri di buon cittadino... ed il Re... con piacere... credo... accetterà questo nuovo servitore.

E l'accomiatò. Ma per la umiltà del patrizio tornandogli sempre più a cuocere la fierezza del curiale, e dispettando e mulinando vendette, né per allora potendo, divisò, in quel frattanto, scaraventar tutta l'ira sua contro alla innocente cagione di quello accidente del Questore. Laonde, mandato per altri birri minori, irrogò la prigionia al Conte Durante, la perquisizione ecc. dappoiché (colpa la frequenza dei forastieri) non ancora avevasi potuto per mano a fucilare fra il rigolo del Sebeto e la vecchia grotta di Posilipo!

(ili scherani corsero issofatto a casa il Conte e,

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ricercando le sue cose, furono grandemente maravigliati del non trovare né carte, né quattrini, né cencio. Il che a coloro che non potevan sapere dell'essere di lui, pareva anche più torbo. E divisarono altri averle ed altra esser la vera stanza di quel retrivo. Quindi consacrato ciò nel verbale della visita, presero il Conte e misergli le manette siccome a vile assassino E questo è progredimento tutto italianissimo, che non cosi si faceva a tempo della tirannide del Borbone. Sì nobilmente accomodato, a notteferma il trascinarono poi al carcere di S. Maria Apparente, non senza le solite busse ed i vituperi; ché quella sbirraglia davagli del ladro per ciò che non le avesse fatto trovar cosa da rimpinzarsi le tasche.

Noi che dell'Alighieri scriviamo siamo ben lungi dal l'aver scintilla della mente di lui. Però male potremmo ritrarre il misero modo ohe egli vide tenere le tante vittime del libero reggimento in quel carcere sozzo, umido e oscuro, privo di ogni conforto che quello non fosse dell'onore o dell'innocenza o della speranza nella giustizia di Dio. Conciossiacbè vedesse per quella stipa avallati a massa i miseri prigionieri. E benché il tifo e le altre infermità carcerarie mietessero largamente fra essi, il numero non venia però a scemarne; poiché nuovi miseri, nuovi innocenti 1 prendevano il posto di quelli eransene partiti per ricever dalle mani di Dio la stola gloriosa del loro martirio Stimolati da vermi fastidiosi, nudriti di pudrito cibo, od affamati per lo schifo di cosiffatte vivande, laceri, seminudi per la condizione poverissima del più di essi, scherniti e battuti da faziosi aguzzini, e privi pur di quell'aere che il Signore aveva fatto per loro si spirabile, quei tormentati gemevano quasi tutti ingiudicati

1 «Quelle carceri sono piene d'innocenti» Circolare del Generale Piemontese Conte Maze della Roche al comandane del corpo di distaccamento della provincia di Foggia.

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per quelle bolgie, perianvi da meglio che due anni, sol perché avean preferito la fame all'ignominia di un pane compro con il tradimento o l'apostasia.

E quale giaceva cola, vittima di un suo congiunto o vicino che faccia di rapirgli il censo; quale per gelosia di codardo rivale; quale, più che della miseria di sua prigionia, piangeva quella della famigliuola innocente lasciata a mendicare sul lastrico, quale struggevasi in pensando all'onor della sposa o delle figliuole in balia di osceni dominatori ad ogni viltà licenziati e ad ogni infamia Crudelissimo spettacolo, ma pur glorioso, necessario! Perocché lo spirito del Poeta in contemplandolo, od enumerando i tanti miseri che soffrian per amor di giustizia e la loro fede, vedeva non tutta ossei codarda questa famiglia degli uomini. E si, che se malvagi troppi figliava la gloriosa terra saturnia, ben più fecondo è il suo alvo di spiriti forti od onesti. E largo gli si schiudevano alla mente i campi della speranza, che niuno soffrire fu giammai inulto o sterile ninna virtù. Vedova non lontano il giorno che, ricomposto in pace il bel paese, rialzerebbersi le difese dell'innocenza e della verità, né solo la potestà dei principi ristaurerebbesi ma quella ancora dei principi, come per parola francese presero a dirsi le massime, poi che per predominio francese si persero.

Certo quel travaglio del carcere, tornavagli anche più duro dell'esilio, perciò che in esso non potesse dire, come da quello scriveva «e che? non potrò io d'ogni dove discernere i miragli del Sole e degli astri? Non d'ogni dove a cielo aperto speculare dolcissime verità 1?» E barcheggiando tra le sue pene e le speranze di che toccammo: vide entrare la stanza dolorosa un branco di figuri più o meno torvi ed avvinati. Indi udì l'uno esser certo Mister Sterlingson,

1 Dante lettere Ediz; della Minerva. Tomo V. p 120

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membro del parlamento inglese ecc. un secondo il Colonna Sindaco di Napoli, un terzo l'Afflitto e gli altri... altra roba di egual prezzo. E perché venissero, ecco.

Di quei giorni per tutta Inghilterra ed Europa di scorrevasi di rivelazioni terribili sullo stato delle prigioni napoletane, non che della ipocrisia delle libertà apportate all'Italia meridionale dalla Signoria Piemontese. E da per tutto leggevasi l'onesta diceria cui Lord Arrigo Lennox, reduce di Napoli, aveva tenuto nel Parlamento Britannico 1. Però il Palmerston ed il Gladston, autori inglesi della rivoluzione italiana, divisarono sbattere le parole del nobile figliuolo del Duca di Richmond con un discorso di ricolpo, con qualche pappolata che dicesse proprio il contrario. Quindi, dovendo mandare a Napoli un loro famulo, pensarono a prima al Layard. Ma considerando questi esservi stato già una volta, aver già fatto un suo rapporto, ed essere stato creduto giusto il contrario di ciò che aveva detto della felicità del nuovo regno (poiché in Inghilterra come fuori troppo scornato è quel Layard) poser gli occhi sullo Sterlingson membro whig o Pilista nel Parlamento, membro del Congresso della Pace, membro della Honourable Temperance Society, membro della Most Nobl Animals Friends Society e di non so quante altre liberalissime ed umanitarissime assemblee.

Questo quadruplice membro non sapeva alfa d'Italiano e scilinguava poche parole francesi, storpiandole sempre di sesso. Pure, accettato il carico, si pose in via prestamente e, sbarcato a Napoli, lesto faceva sapere della sua missione al Prefetto. L'inglese era coscenzioso: e perché non si avesse a dire che egli non aveva veduto né udito, lo invitò a voler egli medesimo accompagnarlo per le prigioni,e soffiargli ciò

1 Seduta del Parlamento Inglese del 8 maggio 1863.

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che avrebbe poi a sciorinare alle oche di St James Parck. E l'Afflitto corse di botto a inchinarlo. Quindi piegatosi, strisciatosi, prostratosi abburrattò per ogni maniera il buon deputato. Con un desinare luculliano rischiarò poi per benino il bello ingegno di lui a forza di Porto e di Shery. Propinossi ora alla Regina, ora all'Imperial Parlamento, ora alla protezione degl'Inglesi per la discesa dei Garibaldeschi a Marsala, ora alla rigenerazione di tutti i popoli, alla distruzione del Papato, al rinnovellamento della società, alla morte del privilegio, alla confederazione dei due emisferi, ad urta nuova costituzione del sistema planetario ecc, e quindi l'Afflitto ed il Colonna ed altri pagnottisti consorti menarono il deputato inglese pel dilettoso calle delle prigioni, nelle quali vedevagli entrare il Conte Durante.

E come procedé questi per inferno e pel Purgatorio, accompagnato da Virgilio, che in senso cui egli diceva anagogico (cioè sovrasenso) significava la ragion naturale e la poesia come fu guidato per Paradiso da Beatrice, in cui, per la medesima anagogia, si affiglia anche la teologia o cognizione di Dio; cosi il Palmerstoniano Peregrino procedeva fra il Colonna e lo Afflitto, i quali un commentatore moderno, senza paura di prender granchio a secco, potrebbe bene avventurarsi in definire la balordaggine e la turpitudine

Però il deputato inglese, sentiva il puzzo mortale di quella stipa, e diceva good! Passava per il buio ed esclamava charming! Udiva il pianto dei vivi, il randolo dei moribondi, perché avrebber dovuto mansue scere i più crudeli cuori ed invece, venia susurrando well! Toccavasi poi le vesti, le sentia fradicie dall'umido, ned altro gli si udiva a dire che delightfull! Vedeva i letti verminati ed i cenci e gli trovava comfortable

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e, saggiato o fatto le viste di saggiare il cibo ond'erano nudriti quei miseri, veniva esclamando delicious! E si che io era quel cibo medesimo che nel Parlamento di Torino il Ricciardi diceva non avrebbe augurato neppure al Conte Ugolino!

E torceva le spalle per partirsi. Quando il Colonna, avvicinatosi ad un prigioniero che stava accovacciato e tremolante sulla soglia, livide le pupille e le labbra e rorido di morte le gote, dimandavagli:

E a voi vi manca nulla? Avete querele a faro?' Desiderate qualcosa?

Che ne togliate l'orrore di vostra presenza! sclamò divenendo terribile il morituro Che non ci accresciate il tormento di questa bolgia, con il lezzo del fango di che siete plasmati!

Allibirono tutti,.... meno l'inglese che venia barcollando, cori un naso come di bragia. Ma lo Afflitto, tosto prese animo; perocché chiestogli se per avventura avesse compreso le parole del prigioniero, ebbene risposta del no. E cominciò a sporgli come quel poverino dicessesi contento, si trovasse meglio che in casa propria. Anzi soggiungeva che a tempo dei Borboni le carceri erano pena, ma ora.... sotto ai Piemontesi?..... Una villeggiatura come a Sorrento!

Lietissimo di questa libera versione, il palmerstoniano vernasene in brodo di giuggiole. E maravigliando di ciò che egli addimandava le menzogne del Lennox, del Baly Cochrane, del Maguire, del Bowyer, del Walsh, ecc. sì uscì dicendo ai consorti:

Tutto va bene. L'Italia è una nobile nazione. La vostra civiltà è grande e l'umanità vostra ne è pruova Ma poiché così buoni con gli uomini, vogliate esserlo pur con le bestie. Esse sono più nobili di noi, poiché nella Bibbia leggiamo essere state create prima del l'uomo. Ebbene, ier l'altro, mi sono avvenuto in un asino carco di due ceste di frutta troppo grevi. Ieri ho veduto i cani essere non bene nudriti. ed oggi, oggi,

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ascendendo questa collina, ho notato sferzava i cavalli! Che crudeltà! Io dunque non ho altro a raccomandarvi, che la clemenza verso le bestie... e... e del resto tutto va bene, e parto contento di tutti.




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