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Mauro Musci era persona bene informata, apparteneva alla schiera degli scrittori borbonici di osservanza regia. Uno di quegli storici da leggere e da rivalutare semprechè non si voglia continuare con l'assurda tesi che gli storici liberali fossero obiettivi e quelli borbonici dei mendaci!

Per invogliarvi alla lettura di questa e delle altre sue opere, abbiamo estrapolato alcuni passaggi che sottoponiamo alla vostra attenzione.

Come sempre, buona lettura.

Zenone di Elea – Febbraio 2012

"Cosa mai concessero gli altri Principi in Italia? Una guardia cittadina? a Napoli è istituzione vecchia. Una consulta di Stato? esiste da anni molti. La pubblicità de' fori civili penali e contenziosi? sono fondamenta della propria legislazione. La vita municipale? eh! nelle Sicilie fino i piccoli paesi eleggono le loro decurie, ed ogni distretto elegge il suo consesso distrettuale, ed ogni provincia elegge la sua rappresentanza civile a maggioranza di voti. Sicché le concessioni gradite negli altri Stati d'Italia, non serbavano eco pel Re delle Due Sicilie,

[…] al Piemonte facea bisogno di molti anni ancora per passare da una monarchia assoluta ad una monarchia temperata, e da questa ad una monarchia mista. Dunque perché tanto scalpore? perché non unirsi prima i Sovrani d'Italia per intendersi sul modo di regolare il movimento pubblico? perché assiepare Napoli e Palermo di seduzioni Albertine, se Carlo Alberto non aveva concesso ai suoi sudditi la metà di quanto possiedono da mezzo secolo i popoli del Reame?

[…] E se volessi dare un sunto de' fatti ch'io narro nel libro, detto «I Drusi ed i Maroniti d'Italia», sarebbe duopo produrre cifre spaventevoli. Sacerdoti fucilati 97; monaci 38; case incendiate o saccheggiate 3,815; chiese spogliate o manomesse 93; paesi che rimisero col sangue e più volte il legittimo governo 511. Son più di mille i pugnalati in Napoli dall'entrata di Garibaldi fin'oggi. Oltre 60,000 carcerati, di qua e di là del Faro, d'allora fino a questo mese, e a cui s'inibisce di vedere i congiunti e perfino gli avvocati della difesa. Quindici paesi incendiati e raminghi i superstiti.

Circa 35,000 o fucilati, o uccisi nei paesi incendiati, tra infermi, pargoli, vecchie, donne, e, la statistica si lavora da mano assidua. Insomma il sangue incalza il sangue, e se un colpo di cannone tuona sul Mincio o sul Po, non vi sarà piemontese che ritorni in patria; e i lamenti degli orfani, e le grida delle vedove, e le angoscie d'immense famiglie disonorate ed ammiserite, invocheranno giustizia dai superstiti, e la giustizia si farà sulle teste de' cannibali, ai quali non chiediamo che il nostro Dio, il nostro Re, la nostra indipendenza: e, e l'Europa che accorse in difesa dei Maroniti del Libano, permette con sguardo sereno questa gigantesca ecatombe di sangue umano, e, e aspetta!!!

[…] Sire - Eravamo ricchi, ora siam poveri-il nostro esercito è sciolto e i nostri soldati o ci si fucilano da briganti, o godono il beneficio della tratta dei negri, per far l'Italia libera - la nostra flotta, i nostri cantieri, gli arsenali, gli stabilimenti militari, sono scomparsi le nostre prospere finanze, volarono in siti migliori-le nostre rendite comprate al 120, or si vendono al 70, per far l'Italia aritmetica del Conte Bastogi, vero Conte del Ventaglio!!! "

IL CRISTIANESIMO

LA RIVOLUZIONE ITALIANA

E

LA POLITICA EUROPEA

MEMORIE STORICHE-POLITICHE

DEL

CAV. MAURO MUSCI

BRUXELLES

a spese dell'autore-editore

1861

INDICE DEI CAPITOLI

I. L'autore........................................Pag. 5

II. Il Libro ..........................................» 18

III. Babele..........................................» 25

IV. Seduzione ed assedio ...................» 39

V. Maschera e senza maschera ...........» 68

VI. - Ferdinando, l'Italia e lo Statuto ......» 85

VII. - L'Italia da Novara a Solferino ........» 111

Il Cristianesimo la rivoluzione italiana e la politica europea - memorie... Mauro Musci- 01 HTML
Il Cristianesimo la rivoluzione italiana e la politica europea - memorie... Mauro Musci- 02 HTML
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I.

L'AUTORE (*)

Mj ebbi libera la penna, alle così dette franchigie costituzionali del 1848 nelle Sicilie, e questa libertà la dedicai giovanissimo di anni, contro i prepotenti che furono la pietra d'inciampo a quel primiero scandalo della patria civiltà, contro un rivoluzione che sorgeva a prefazione funesta dell'anarchia e del vassallaggio di oggi; e la dedicai con un' abnegazione recisa ed inviolabile, al servizio del mio Re e del mio paese. Il più virtuoso orgoglio coronò si allo proponimento, e, dopo mesi addivenni giornalista, ed il mio giornale fu dedito a tre augusti nomi, Pio IX, Ferdinando II, Leopoldo di Toscana; il primo e l'ultimo, ospiti del secondo in Gaeta.

Nella restaurazione governativa del reame, eserciti d'intelligenti meritorii, ch'io non vidi pugnare a difesa del Re e del Reame, ne' giorni delle battaglie demagogiche, apparvero armati di coraggio e di sacrificii, e chiesero ed ottennero ricompense per la vittoria; e fu allora ch'io stimai raccogliere una novella dose di orgoglio civico alla mia studiosa giovinezza, e dopo due anni

(*) L'autore sente un dovere, di anteporre questa prefazione al libro, la quale possa dilucidare molte querele amiche o nemiche, che sono state offerte graziosamente al suo nome, nella qualità di scrittore, dopo la pubblicazione dell'Opera - GAETA ED IL QUIRINALE.

di assidui lavori e pericoli, fui solo a non chiedere e a non ottenere cariche e ricchezze.

Ma mi ebbi de' doni però, di molto superiori alle ricchezze ed alle cariche: addivenni storiografo contemporaneo del mio Re e del mio paese.

Non era un impiego di governo il mio, ma una tutela che il Re Ferdinando assegnava ai miei studii, patrocinando con la sua onnipotente volontà (essendo egli stato al dir di Lamartine, l'unico Sovrano vivente che possedea una volontà) i servizi storici ch'io prestava al suo trono ed ai suoi popoli, con la calma e col prestigio di autore, che, dopo una tempesta politica sociale, aspira a ragraneIlare le opinioni oneste della sua patria, e fondere in un amor solo i due affetti che sostengono la indipendenza di uno Stato, cioè, il dinastico ed il nazionale. Sicché in tanti miei volumi, giammai s'incontra il nome del Re senza quello del paese, ed ogni gloria che ho intestata a Ferdinando II, questa si liga alla patria civiltà.

Per compiere quest'arduo assunto, in anni assiepali d'innumeri difficoltà, mi ottenni due propugnacoli. In un governo che serbava la censura sulla stampa, mi ebbi libera la penna e responsabile solamente verso il Re; e un assoluta indipendenza dal governo, e dipendente soltanto dalla fiducia che il Re largiva ai miei lavori: indipendenza, che con triplice baluardo di gelosia, oggi più che mai, godo di conservare nell'esilio, in servizio venturo del Re e del Regno.

Ogni persona intelligente può valutare se queste attribuzioni erano due tesori, per uno scrittore che possiede la rara ambizione di non essere ambizioso (oggi ignora al volgo dei e dei di amare la sua patria quanto amar si deve.

Pacificatore d'ogni onesta opinione; laudatore del merito nazionale ovunque appariva, o in persona rovesciala o sublimala, o in carica o in esilio, o amica o nemica, aspirava a riunire le sparte file delle nazionali intelligenze, augurandomi un novello 1830, dopo i dissidii del 1848. Vidi molti salire e scendere i poteri dello stato, senza che i miei ed i miei , spalmassero la loro via: sistema costante degli oziosi, che attendono la manna nel deserto delle speranze utilitarie. Non sempre il mio modo di vedere fu simile a quello del governo, ma non avendo obli go di tutelare i suoi sbagli, io rimaneva sempre col Re, cioè ognora in difesa del principio dinastico-nazionale.

Nemico assoluto della personalità, neanche un accento si rinviene ne' miei libri, che additino un abuso del mio ministero di libero autore. Fino nelle polemiche che assumeva sulla stampa estera, ogni qual volta si slanciava un oltraggio alla dinastia ed al patrio progresso, mi ritenni nella moderazione verso governi e nemici; e spesso sfidava la vertenza sul suolo stesso da cui partiva la provocazione. E benché il mio stile sia rapido ed immaginoso, pure non procurai rancori al mio Re, in anni, che ogni granello di arena era all'Europa politica uno scoglio pericoloso, per la politica delle Due Sicilie; ed ogni scrittore rivale di opinioni, non discese due fiate con me a conflitto.

Mi ebbi moltissimi gelosi fra gl'infingardi, molti nemici fra gli utilitarii delle fatiche altrui; vissi segregato dalla società personalmente e al contatto della medesima co' miei libri, fui sempre col Re nelle gioje e nelle sventure, e poco visibile nella Reggia.

Sprezzai i partiti estremi della monarchia e della democrazia, che spesso mi osteggiavano, o che lo slancio della intelligenza mi appuntavano di

quasiché un realista debba essere un cretino, o che lo zelo dinastico addebitavano di zelo il mio stile fu sempre lo stile del cuore, ed al cuore non si comanda, né con l'oro, né con la forza. Sempre scrittore responsabile, giammai detrattore, adulatore, o anonimo, a spese d'immensi sacrifìcii (in tempi puramente utilitarii), per quattordici anni, non un pollice oltrepassai dalla cerchia dei doveri assunti.

Non aspirai pel bene del mio paese, all'impossibile delle vaghissime teorie, ma al poco fattibile in un'era, in cui la società dissipala di forze (grazie alle rivoluzioni politiche), vaneggia nella sua corsa che è rapida sì, ma attraverso di rovine e di precipizi.

Nemico leale del movimento italiano, cosi detto alla; in ogni mio volume si rinvengono molte pagini contro una politica, che ridurrà l'Italia a un campo di rovine, battagliala dalla guerra civile e dalle gelosie armate di Europa tutta. I miei compatrioti, amici o nemici delle mie opinioni, oggi possono ben giudicare se io scrissi la verità, studiando in durissima prattica le mie costanti previgenze di molti anni.

Cattolico di mente e di cuore, mi ebbi onoranza d'infondere a piene mani in ogni mio scritto il sentimento religioso, fino sulle sfere dell'arida politica, in una età tutta dedita ai materiali interessi. E disseminando il bello cristiano in ogni lavoro dedito alle scabrose quistioni del giorno, mi rassomigliava ad un solerte giojelliere, che per mancanza di purissimo oro, s'ingegna di arricchire bassi metalli con preziosi brillanti.

Amico de' buoni, de' generosi, de' timidi, degli illusi per chiarirli, de' prevaricanti per rinvigorirli, de' prevaricati per rialzarli; fui e sarò acerrimo nemico de' moderali e de' puritani.

I moderali del secol nostro, sono gl'idolatri di Giano; la loro bandiera è a mezz'asta ne' giorni delle battaglie cattoliche o politichese perciò d'ignoto colore. Pacificamente, e con le braccia conserte, attendono che i grandi edificii morali e sociali precipitino in parte o nell'intero, e allora issano lo stendardo ai quattro venti, e creandosi onori e ricchezze, (compenso al merito) si danno al lavoro di sempre riedificare sulle rovine: le rivoluzioni odierne, novantanove su cento, sono capido-pera dei cosi detti moderati!

I puritani poi, sono per me la ripetizione bibblica delle piaghe d'Egitto. Siccome i puritani delle rivoluzioni, vivono beati nel sangue e nell'anarchia; così i puritani delle restaurazioni, vivono felicissimi nel sospetto eterno, nell'eterna denunzia. Spiriti torbidi quando vili, scompajono alla vista de' pericoli, e si elevano audaci dopo la vittoria, creandosi un edificio di censure altrui, corazzandosi di coraggio dopo la lotta, iniziando la guerra dopo la vittoria, avvelenando l'aria governativa di trepidanza, scorticando i meriti altrui col coltello fratricida del livore, e, non maneggiando col pensiero e con la parola, se non tinte oscure di odio, infuocate di sdegno, livide di maleficii; giacché per questi tutto va male nel presente e nell'avvenire, se la società non si stritola per le loro mani, e se le intelligenze umane non si chiudono in un vaso di vetro, a mò di etere solforico. Prego a Dio, che nella restaurazione del Reame delle Due Sicilie, simili belve che sono le più detestabili, non si rinvenghino nel consorzio patrio, tanto espansivo ed affettuoso; giacché pria della rivoluzione ne apparivano spesso, tenaci nel letale proponimento, non molte nel numero; e, attraverso le amarissime onde dell'esilio, non manca qualche navicello manodotto sulla tempestosa corrente, da simili infausti gondolieri.

Ed ecco, - qual dolentissimo prologo del dramma che da più di un anno spiega le sue cruenti ed amare scene sul teatro ribelle delle Sicilie, - succedere la infermità e la morte del gran Re Ferdinando II; come un improvviso segnale, che Dio si avvicinava a visitare con le tribolazioni, due popoli i più incontaminati dalla peste, i più prosperi, i più sazj, i più felici di Europa sociale e cattolica.

La perdita di quell'atleta incoronato, temuto dal , rispettato dai più potenti nemici, àncora della indipendenza patria, primario fondatore d'ogni moderna civiltà italiana in Italia, ne' suoi trent'anni di regno; venne compianta da tutte le opinioni delle Sicilie, fino da quelle ostili da anni molti, giacché quel Monarca per i del paese, era un nemico cui amavano combattere ma non perdere. E Ferdinando fu pianto, ma niuno lo pianse come lo poté piangere il suo storiografo, lo scrittore abituato da anni non ad ammirare le sue eminenze governative come era dato ad ogni altro, ma a studiarle, a commentarle, a diffonderle sul tappeto della storia e delle giornaliere polemiche. E non solamente lo piansi più d'ogni altro, ma su tutti mi elevai col mio dolore, e scrissi la «» come un anello che ligava senza interruzione i miei studii storici, dal feretro lagrimato di Ferdinando II, al diadema splendido di giovani speranze di Francesco II.

In questo libro, vera tragedia domestica e popolare di cinque mesi, se è permesso l'espirmermi cosi, trasfusi colla penna quanto d'inesauribile amore si può nutrire per una regal dinastia colpita da inattesa sventura, e raccogliendo le ansie, i dolori, le speranze, le lagrime, il tutto d'una augusta famiglia, attraverso lo sfoggio eroico d'un Re in sì lungo martirio di affanni, in non mai più vista gloriosa agonìa;

ed attraverso di tanti giornalieri episodii acerbissimi, mi studiai per la prima fiata dipingere di qua di là, con quei colori vibrati che assediano il cuore di chi legge, il ritratto del nuovo Re, del Principe della gioventù, di Francesco II, e, la mia battaglia fu clamorosa nel Reame, il mio libro addivenne nelle Sicilie una corrente elettrica, lo spirito pubblico si colmò d'entusiasmo che giunse al delirio. Francesco e Sofia apparvero più splendidi di aureola accanto al letto di morte di Ferdinando, che per la maestà ¡stessa del Trono. Ed oh! se Francesco e Sofia, dietro le infiammabili impressioni di quel mio libro, si fossero fatti vedere dai popoli nostri, in un immediato giro pel Regno tutto...

E tenace e costante nei miei proponimenti, provetto per lunga prattica allo studio de' popoli nostri, non dimenticai in quel libro, tutto dinastico, innestare un interesse tutto patrio e nazionale. E cosi consacrai delle pagini energiche sulla tomba di Ferdinando II, richiamando appo il feretro, tutti i suoi nemici politici, e al cospetto della morte, mercé nobili dettami, mi sforzai di riconciliare i rancori trascorsi mercé delle tante onoranze patrie che si ligano allo strenuo governo del Monarca estinto: rancori, che per l'amore alla tanto bella e nobile patria, doveano chiudersi nel religioso silenzio di quella tomba, per così riunirci come un sol uomo a sostegno ed a gloria del Trono ringiovanito di nuovissime patrie speranze.

Quando Ferdinando II discese nel sepolcro, guardai me stesso, isolato, tra un esercito di arricchiti, di resi grandi e cospicui in onori ed in cariche, e non rinvenni che un nastro brillante di merito civile, bene acquistato, sul mio petto.

Francesco II sali al Trono, ed una seconda croce di onore largitami, suggellò la mia fede politica alla ringiovanita bandiera dinastica nazionale del mio paese.

Preziose illusioni! la mia penna abbandonando dopo anni il cimento della disputa, sperava allietarsi con nuovi studii riverberati da un Trono giovanissimo, per una nuovissima primavera di civiltà sulla diletta patria, mercé l'avvenimento a Re di Francesco II. - Quali nemici dovrò combattere per un Re che sale al soglio, come l'alba foriera di un lieto mattino? - E benché sparte e dense nubi romoreggiavano di qua di là sull'orizzonte italiano, il Reame delle Sicilie tuttavia se ne stava nobile e virtuoso, nella pace e nel benessere della sua dinastica indipendenza; e la calma era sì universale appo noi, che uso a non curare i gufi sociali, cinguettando spezzate note geremiache, mi accinsi a scrivere con tinte serene la mia impressione, e già il pubblico con avidità si attendeva un nuovo libro messo a stampa, detto «»; libro interrotto dallo come fulmine che accende e rovina.

Era l'alba del dì 26 giugno 1860, e fui desto dal grido rauco de' spacciatori di stampe, che percorrendo la bella riviera di Portici, come un lugubre chirografo, vendevano. Non mi spaventavano le franchigie costituzionali, ma lo spirito pubblico non apparecchiato a riceverle, anzi fuso nella sua maggioranza alla recisa volontà del Re; e quel che più mi accuorava, era il tempo in cui si concedevano, lo scopo per cui si erano chieste, chi le dimandava, e perché la sola negativa a darle, costituiva la salvezza del reame. Consapevole da anni molti delle file insidiatrici dell'ambizione

salii sul terrazzo della mia casa di campagna, guardai la bella Napoli che ai primi albori appare come una vasta cesta di rose, spalleggiata da vitrea azzurra marina e coronata di voluttuosi olezzanti giardini, e: - piansi, enumerando col pensiero le immani sciagure che già accorrevano su di lei, e come la vittoria di tanti anni sulla rivoluzione italo-piemontese ed italo-europea si sfumava pari a fiamma in balìa del vento, e: - pareami, che l'eco delle onde marine già mi recassero il motto derisorio di Camillo di Cavour, ripetuto in tre idiomi diversi «

Dopo quattro giorni, diedi un addio a Napoli, ai miei onesti capitali, alla mia proprietà mobiliare di città e di campagna (che poi e fu divisa tra e come suol dirsi), e mi ritirai in Gaeta, e da quivi al dì 6 settembre per volontario esilio in Roma, da cui forse sarei giunto nelle Spagne o in Germania, se il mio Re non si coronava di eroismo dal Volturno a Gaeta; e senza rimorsi e senza condanna, fruisco nell'esilio, il capitale accumulatomi da Ferdinando II, e sul quale nulla puote la confisca rivoluzionaria o cioè, la mia penna. Sicché un tavolino, molta carta e buon inchiostro, condiscono la mia vita di quelle abitudini carissime a persona studiosa.

Ebbene! a quell'amore dinastico-patrio, che mi rese autore di tante opere, io non potei dettare una parola di difesa, ne' giorni del pericolo; coraggioso soldato dell'intelligenza, dopo d'aver sostenuto molti cimenti e vittorie, la penna non ebbe il vanto di cadérmi di mano sulla breccia delle patrie sciagure; vidi compiersi inauditi ed immani misfatti, e la mia parola concitata non si udì nel fervore della palestra giornalistica; Francesco abbandonò il suo Trono, le Sicilie addivennero ancelle di Garibaldi e di Cavour, e non un grido di sdegno si udì da me,

da me difensore da anni di tanta causa, contro gli stessi capifila de' patrii nemici; le bandiere militari delle Sicilie, furon tradite ed oltraggiate, nell'orgoglio impavido delle loro vittorie, ed io non avea potuto vergare una pagina di civico sdegno!

Finalmente l'eroica Gaeta, cadde come torre che ha sfidata la oltranza di screditati nemici, ed il silenzio indefinibile ed inqualificabile dell'Europa politica e militare, e fu allora che il mio sdegno non soffrì più argini. Abbandonai i pochissimi amici che avvicino nell'esilio, onde libero ed indipendente aprire uno sfogo alla mia collera, e in pochi dì, a sfoggio di memoria, rassegnai al pensiero gli avvenimenti italiani del 1848 e del 1860, e scrissi e misi a stampa il mio libro ». La mia mente oppressa per mesi dal martirio di non mai più viste patrie calamità, abituata da tanti anni ad aver sempre pronta una pagina sacra alla gloria ed ai bisogni del mio paese, appena mi decisi ad uno sfogo, le mie idee affluirono sulla carta come fiume mugghiante e spumoso, a cui si apre il varco dopo lunga fermata; e tanto, che il mio libro, oltre le censure tipografiche, ha d'uopo di svariate addizioni. Ma nulla curai, era uno sfogo che bisognava esaurire, e con coraggio che supera di molto il mio già nolo ed abituale coraggio civile,, ho vendicato per quanto era in me, il vessillo delle mie credenze cattoliche politiche e patrie, e basta. Il mio spirito è ritornato alla calma, per quanta calma può aversi nell'esilio. La mia salute si è ristabilita, da poter scrivere molti altri volumi, Dio volendo. ha fatto il giro dell'Italia libera come merce proibita, Napoli mia con strenuo coraggio ne ha chiesto

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molte copie, la multiforme Europa resegli benigno sguardo, innumeri elogi mi giunsero, sicuramente al mio coraggio e non ai miei talenti, e, moltissime censure benanche, ma tacile come lama a sega, come da persone colpite sul vivo de' loro sbagli o delle loro colpe, ma a cui manca la coscienza della lotta «

Ringrazio amici e nemici della loro attenzione nel leggermi, ma per quanto le lodi non m'insuperbiscano, altrettanto gli attacchi non mi recano la minima molestia; giacché le Sicilie subiscono tali calamità da più d'un anno, che ai colpevoli delle cause prime, non bastano gli sdegni storici, hanno d'uopo dello sdegno di Dio, e perciò al mio sguardo le loro suscettibilità personali, mi recano non stizza, ma compassione: ed è molto il dono.

Il mio libro non mancai con gentile etichetta spedirlo al Conte di Cavour. Avea proponimento mandarne copia a Liborio Romano, ma il mio decoro di autore si stimò offeso di troppo, nel discendere sì basso; giacché un tipo umano come quello, ha perduto perfino il nome di nemico, e non é che un incubo sociale fuori società, un punto nero nell'orizzonte morale, una belva che senza febbre ha superato ogni delitto. Mi sarei accinto a far gradire altre copie altrove, ma il prudente domicilio di Roma me lo inibì.

Per dir tutto, come a una rassegna completa, (fra le piccole disgrazie della vita umana, che son più di mille al giorno per quanto scrisse un erudito); il libro mi ha tolto un certo numero di ossequj da cappello, mi ha privato di altrettanti, ch'io lo sa il Cielo se ambiva o sapessi che farne; mi ha fatto dono di un cerio numero di sguardi biechi; di talune denuncie senza offendermi; di qualche tratto incivile, che ha colpito lo scortese medesimo di rimbalzo.

- Meraviglia della verità! non ho nominalo un solo di questi nel mio libro, e parecchi con inaudita, hanno alzato la voce al pubblico per smascherarsi, gridando:

Ma siccome il mio libro è sacro a nomi troppo augusti, e a due cause nobilissime ed eminentissime, questi puntigli personali mi sono giunti come fioretti appassiti; ed invece, mi hanno divertito immensamente, anzi mi hanno recalo un sollievo insperabile per un napoletano, che dagli usi vivaci e fragorosi di Partenope, è costretto a lunga dimora nella quieta e tranquilla città monumentale dei Sette Colli. A Napoli poi, nella calma, dopo la sofferta tempesta, pubblicheremo fra i ricordi dell'esilio, questi episodii carissimi, molti de' quali bene pennellati, allieteranno lo spirito de' nostri futuri lettori; e se Iddio vorrà, scriveremo anco la storia. Vi pare? meno il rispetto ed un culto civile al Re, non fui uso ne' tempi lieti ad incensare idoli. Si sperava da me nell'esilio, da cui non aspiro che alla gloria ed al sollecito trionfo della bandiera dinastica-nazionale, un pò d'idolatria?

E, un altro libro si attendeva e si attende da me, promesso è vero con sollecitudine, e pel quale l'onore delle inchieste e delle commissioni estere, supera con orgoglio ogni aspettativa di autore. Si, il libro è scritto da molto, ma elevo la mia protesta, che pel momento non posso pubblicarlo, a meno che non mi esiliassi dal mio esilio di oggi: circostanza che non credo fattibile per molti riguardi. Non uso all'anonimo, ho il coraggio della responsabilità per quanto merita questo titolo; ma sul coraggio ebbi sempre la prudenza di circostanza. Il libro è già lungi da me e in ottime mani, vedrà la luce quanto prima, perché quanto prima questa società cattolica ed italiana sarà redenta da' suoi carnefici:

finoggi il castigo, attendiamoci la riparazione, sol perché Iddio è con la Chiesa, e Roma di Pietro è con l'Italia cattolica.

Spero intanto che l'interesse che desta il titolo dell'atteso mio libro, al gran completo si rinvenisse nella materia in che versa. È tempo di giustizia, ed il Re ed il Regno delle Due Sicilie, saranno con nobile decoro vendicali dalla storia, e, anzi plaudisco che altri molto più dotti e molto cospicui per impiego e i di cui talenti ammiro e rispetto, daranno alla luce de' volumi che discuteranno preziosi documenti, ma che tralasceranno il cuore della storia medesima, che è partita nostra per il momento; sol perché, la storia non può scriversi con la febbre, non può iniziarsi questo gran dramma patrio, senza che giunga la eroica e desolante cronaca alla catastrofe o all'apoteosi. E, mentre l'Europa politica ha assistito con innumeri eserciti senza trar colpo, alle giornale di Castelfidardo e del Garigliano, di Ancona e di Gaeta, di Messina e di Civitella del Tronto; i documenti storici-diplomatici di oggi, non sono che una jattanza una vanità un insulto al mondo cristiano e civile, e perciò senza interesse. Così, io invece aspiro solo per scene storiche a raccogliere il pianto ed il dolore dei cattolici italiani, il loro coraggio nella sventura, l'abnegazione nei sacrificii, la loro costanza nel credere e nello sperare in Dio, e nell'accettare morendo la morte dei martiri. Ecco la storia utile di oggi.

Ora invece del libro promesso ed atteso, diamo mano ad una sequela di volumi che interessano la difficile soluzione in cui si agitano le Sicilie, l'Italia, l'Europa. Diremo molto, ma non diremo quanto vorrebbe dire questa mia penna ingenua, vivace, espansiva: ma diremo.

II.

IL LIBRO

Fiume di sangue, pelago di lagrime, vasta selva di miserie e di sventure. Arse e bombardate città, popoli cattolici slanciali con sorpresa nell'abisso della miscredenza, cadaveri fratricidi insepolti per le vie. Uno stato selvaggio che subentra allo stato sociale; eserciti di legislatori, legge veruna. Caino e Giuda che si elevano sul cullo eterno del Vangelo. Nuovo Calvario,, nuovissima Croce per la Chiesa di Cristo; e lo spirito di Nerone, che anima il codice e la spada de' feroci conquistatori de' migliori popoli cristiani. Densa caligine di sacrilegi, di bestemmie e di delitti già oscura l'orizzonte italiano, raggiante di fede, di speranza e di carità; e se i venti dolcificanti della cattolica preghiera, non attraversassero miti e benedetti, quest'oceano d'iniquità, salendo ai Cieli come incenso espiativo, o i nostri popoli sarebbero già di spavento al mondo intero, o lo sguardo animatore dell'Altissimo si sarebbe coverto di quello sdegno, mercé cui impallidisce il crealo.

Ecco la miniatura dell'Italia; ecco il tema difficile del mio libro.

L'umana storia non conserva ricordo di quanto accade di delittuoso nell'Italia de' tempi nostri. E la più tarda posterità, crederà sempre all'immane cataclisma del diluvio universale, operato dalla giusta collera di Dio sugli uomini; ma sentirà ribrezzo a prestar fede all'universale diluvio anticristiano ed antisociale, che sempre più alza le sue sciagurate onde sul nostro bel paese, per le mani conserte di un piccolo stato, caduto vittima di una falange di ambiziosi, e di silenti governi,

taluni de' quali si dilettano a recar legna al nostro rogo, taluni altri a mirar l'olocausto con indifferenza, taluni per tutto ajuto versano stille di acqua sul vampante vulcano (le note diplomatiche), e taluni con masse di eserciti sdegnosi, assistono alla ruina morale ed alla strage umana e fratricida; mentre amici e nemici che sono, non vogliono ne' loro speciali interessi, quella chimera che permettono al prezzo di tante e poi tante pubbliche e privale sventure. Orrenda meraviglia!

Ventidue milioni d'Italiani, insanguinano le loro pacifiche contrade; - la miseria succede all'avita ricchezza; - il patrio genio delle scienze e delle arti, si sbrana nell'anarchia della mente e del cuore; - la guerra civile subentra nella civil comunanza; - diciannove secoli di religione, ricevon guerra a tutt'oltranza; - il inondo cattolico si spaventa alla sola idea, che le nemiche squadre si avvicinassero a Roma, centro delle comuni credenze-e tutto questo assieme di scandali di ruine e di eccidii, accade contro la volontà morale del mondo cristiano, contro i voleri de' popoli italiani, contro i divergenti interessi politici di Europa, contro la fede de' trattati sovra cui posa il mondo. E accade contro le leggi divine del Vangelo, contro le leggi indipendenti de' rovesciati governi d'Italia, contro la libertà individuale, e contro la dimane dell'Europa tutta; giacché le fiamme di quest'incendio, già recano di qua di là, sulle ali de' venti ribelli, sparse scintille in mezzo a' vicini e lontani centri sociali, come ad esca accendibile di roghi spaventevoli, per comunanza di combustibili anticristiani, antipolitici, antiumani. Eh! e si è mai vista una simile universale trepidanza di governi e di popoli, già immiseriti dal mantenimento di grandi eserciti coll'arma al braccio, per far che?

per satisfare un limitalo numero di utilitarii democratici, soverchiatore attivo d'un piccolo stato di Europa, padrone assoluto d'Italia cattolica e civile, e sovrano dispotico delle coscienze delle cinque parti del mondo; - maestro del papato; - despota della fede della storia e de' secoli del cristianesimo; - censore del dogma; - arbitro delle Chiavi, che il figlio di Dio per una serie non interrotta di moltissime generazioni, e fino all'ultimo sole che irradierà il mondo, consegnò a Pietro e a tutti quegli eletti a sedere sulla barca militante del divo pescatore; - gigante che vuol posare un piede sul Campidoglio e un altro sul Valicano, e: spogliatore reciso di quella libertà, che Dio non toglie perfino all'empio! Nuota beato nel sangue delle vittime, passeggia trionfante su debiti favolosi di favolose imposizioni; - bagnato fino all'anima dalle lagrime di madri, di vedove, di orfani;-accecato dalle imprecazioni de' digiuni e de' morenti, novello Lucifero de' figli di Adamo, possiede la nuova scienza del mondo. Egli e non Cristo è il redentore, egli e non Pio IX è il Gran Sacerdote delle anime, egli ha la Croce del vero riscatto, egli e non la Chiesa è la fonte della pubblica morale, egli solo intese dei popoli d'Italia e accorse a largire la libertà dei pugnali e dei, la libertà di pensare com'egli pensa ordina e comanda, la libertà che proclama da un anno per organo di Garibaldi di Farina di Liborio Romano di Nigra di S. Martino di Silvio Spaventa di Pinelli di Cialdini e satelliti mille di mille, suoi E, guai ai miscredenti di tanta felicità, guai ai ribelli di questo nucleo di eroi, e, per legge di tanto Idolo, i miscredenti sono degni del solo titolo di da fucilarsi come i cani idrofobi, da stilettarsi al passeggio, da chiudersi in carceri e se queste son zeppe, fin ne' sepolcri; e le loro città arse come maledette e indegne di più partecipare d'un impero di luce, di latte, di zuccaro, ecc. ecc.

Io poso la penna, che trema nella mano. Ho duopo tèrgere un sudor freddo, che mi bagna la fronte e la persona. Non sò se deliro o favoleggio, se son folle o mi diletto a scrivere questo libro ad una società d'imbecilli: è si strano l'avvicinare de' fatti che accadono sotto i nostri occhi, ma che serbano la fisonomia dell'impossibile.

E giacché l'Italia cattolica e civile stà per superare l'Italia delle Catacombe; - e giacché la mia bella e cara patria al fin si è elevata gigante ed eroica nelle sventure, e dopo la gloriosa sfida del suo Re e della sua Regina in Gaeta, sfida le magiche e patriottiche scene dei bravi di Parga e delle eroine di Scio, respingendo, i nuovissimi feroci ismaeliti; - e giacché la civilissima Europa assiste a questa infausta ecatombe di vile umane, dormendo sonni placidi e, aspetta, aspetta, aspetta; sulla corrente infingarda d'innumeri lavori diplomatici, gittiamo mercé questo libro tutt'anima e cuore, la protesta di un esule napoletano, che serba libera ed indipendente la sua coscienza e la sua penna, sacra ognora e sempre alla religione ed alla giustizia, e, siano queste elettriche memorie, dispaccio di allarme per soccorrere una gente ingannata o innocente, che muore pari all'agnello sull'olocausto; o se l'Italia infelice, non deve raccogliere che macerie dal suo glorioso edificio cattolico e civile, queste pagini almeno rimangano come una lapide che ricorda ai posteri, che, dopo la lotta barbara de' Drusi contro i Maroniti del Libano, popoli ignoti per cui l'Europa si commosse fino da far temere una guerra generale; e, l'Europa medesima, la cristiana, cattolica e civilissima Europa guarda con apatia o patrocinio,

le stragi LIBERA, NAZIONALE ED INDIPENDENTE!!!

Lungi da me in questi amarissimi giorni, l'inutile incenso alle illustri teorie politiche e sociali. Lungi da me la vanità di sorridere a una bandiera, che rovesciò in Italia nelle Sicilie, la religione la civiltà l'onore, e: la bandiera che amo, è quella della morale della pace e della patria tradizione, e per Napoli mia, vado altero di quella di Carlo III, che fu sempre il vessillo dell'indipendenza. Lungi da me la sapienza degli ottimisti, che aspirano al giusto-mezzo, alle transazioni, e di capitolare con la rivoluzione: utopie! il disordine non ha confini coll'ordine, e la rivoluzione che viene a patti, non è che un governo sul governo. Lungi da noi in fine lo sprecare il tempo e la virtù del coraggio e della verità, nelle aspirazioni di forme governative pel mio paese e per gli stati tutti da rialzarsi in Italia. Quei che brigano oggi su tali frivolezze, o sperano ritornar molto indietro, o trascinarci alla rompicollo molto innanzi. Guardiamoci intorno, c altro patrimonio desolalo non si ammira in Italia, che rovine, rovine e rovine, quasiché un secolo di Vandali si fosse accampato sulla penisola. Non è stoltezza o delirio, disegnarsi gli ornamenti per un edificio che è crollalo? rifabbrichiamolo prima! Si ristaurino i Troni coi poteri legittimi, si tolgano le armi fratricide dai partiti che battagliano, si unifichino il coraggio de' sofferenti e il pentimento degli illusi, scenda il perdono su i sedotti, il premio su i costami, e il tardo oblio su i traditori; si rialzi fino al trionfo la morale cattolica, l'energia e la previdenza politica ridiano un ordine stabile» un esercito, una pubblica ricchezza esaurita, e: allora l'esperienza ricavata da tante sventure, segnerà ai Principi ed ai popoli,

l'era proficua per lo slancio alle migliori forme governative. Guai, a chi non pensa cosi: egli non aspira nel dì della vittoria, che riconsegnare i Principi traditi ed i popoli sedotti, prigionieri perpetui della rivoluzione!

E se l'autore di questo libro, autore anco di nel giro incomprensibile degli avvenimenti del giorno, cadesse in mano all' e governo, che dicesi ecc. ecc.?

Ecco l'elegia che mi susurrano a bassa voce, molti amici.

Rispondo.

Non bramo far torto ai miei nemici, ai quali con tutta l'eloquenza del cuore, da anni molti mi onorai, in garenlìa d'Italia e del mio paese, esser loro costantemente ostile; e perciò non ardisco stimarli capaci di manomettere la libera intelligenza d'un esule italiano altamente indipendente.

Ma se così non sarà, facciano come vogliono: non mi raccomando.

La mia inimicizia però, non fu non è non sarà cospiratrice, come la, ma franca. La mia inimicizia, giuro al mondo, vale al mille di mille volte più dell'amicizia de' napoletani comprati con milioni di franchi.

E poi? - la mia patria è abbominata; - la santa religione degli avi coverta di sacrilegi e di scandali; - le chiese ed i claustri manomessi e saccheggiati; - il Re nell'esilio; - il patrio esercito tradito e indi appellalo esercito di briganti; - le patrie ricchezze predate; - due regni secolari abbassati all'umile servaggio di provincie; - le glorie e le tradizioni avite derise; - la cattolica verecondia delle madri, delle spose e delle figlie, manomesse da innumeri seduzioni scaltre e non proferibili da labbro umano.

- le patrie intelligenze, o prevaricate fino all'empietà, o sequestrate dalla minaccia di morte, dagl'insulti plebei, e dal rigore dispotico de' tribunali; - i nostri popoli armati a guerra civile, incendiate le città, dieci milioni di abitanti cristiani civilissimi felici ed ora... in esiglio, o schiavi, o fucilati, o gementi nelle prigioni, o costretti a camparsi la vita coll'arma alla mano, pari alle razze inospite de' deserti!...

Eh! gli autori di tutte queste patrie sciagure, mi useranno del male, se lo possono?

Se così può essere, sia.

E quando si scriveranno gli annali de' cannibali dell'Italia, segnandosi l'elenco d'innumeri vittime innocenti, è lusinghiera l'idea, se si. leggerà: Lo storico contemporaneo delle Sicilie, cadde per mano de ma cadendo stringeva ancora la penna, sacra alla difesa della religione oltraggiala, della patria infelice....


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III.
BABELE

Lo spettacolo letale che di sé rappresenta da anni, dietro il sipario delle rivoluzioni, l'uomo sociale, l'umanità cristiana, i politici governi, è una tragedia la più lagrimosa in se stessa e la più straziante.

Ravviciniamo questo raccapricciante spettacolo ad un rapido esame, là sulle scene delle crescenti follìe, appo cui non trovando più luce come che assediata l'atmosfera morale da foschi deliri, sia lume al nostro studio la fiaccola della fede e della speranza, astri luminosi che apparvero su Rellem e sul Calvario, per non più tramontare sull'intelletto e sul cuore de' prevaricati discendenti di Adamo.

La società attuale, sì svelta ne' suoi sviluppi, sì tenace nel suo progresso, sì altèra ed immaginosa di civiltà, è una società che si spazia sopra una mole vasta di cui non giungerà mai a circoscrivere i confini, di immensi ed incalcolabili interessi materiali; obliando ogni anno ogni giorno gl'interessi morali, che sostengono il livello de' primi, negli equi ed onesti limiti. E questa mole, che sempre più sollevasi nelle sue smisurate membra, è giunta (forse senza volerlo) a modellare con sé stessa la società medesima, come due ritratti simili. E per conservarla indipendente da ogni autorità, si studia di assorbire nella superba mole, il tipo originale d'ogni interesse cattolico e sociale, di fondere nella medesima ogni codice scritto, per così fondere ogni legame di governo, nel governo delle sue utilitarie innovazioni. Da ciò quell'egoismo di persona, di famiglia, di popolo; da ciò quel suicidio morale nelle coscienze; quell'ateismo politico che si generalizza ogni dì nelle masse.

E per renderla sovrana di sè, già la eleva da anno in anno all'onore del cullo e delle vittime, sacrificandole ogni morale; come che gli splendidi metalli, ingordigia aritmetica, possano vestire di una porpora di religione quest'idolo gigantesco, questa nuovissima torre di Babele che si slancia alle nubi. E così la società è giunta, da calcolo in calcolo, da cifra in cifra, non a ristaurare l'idolatria sul cattolicismo, divinizzando l'uomo sull'eterno altissimo Iddio; non rovesciando Cristo col suo Vangelo, o facendo credere che la religione rivelala debba fondersi nella vasta mole delle speculazioni materiali: niente di tutto questo. Dall'ateismo sociale si è crealo un nuovo ateismo politico, e dall'ateismo politico si è fatto nascere un ateismo religioso nuovo ancor esso, che dice in sostanza: stia Gesù Cristo, ma come un valletto politico e sociale, a cui possiamo acconciare tutte le vesti che vogliamo, tutte le passioni che ci assalgano, ogni dottrina che è vantaggiosa ai venti volubili dell'atmosfera utilitaria.

Io medito e scrivo. - Possibile? ha un secolo e più, che l'Europa politica, si è messa sulla china rovinatrice delle concessioni d'interessi materiali, mentre ha un secolo e più che contrasta a palmo a palmo le attribuzioni degl'interessi morali. Mi spiego. Quei secolari ed intangibili diritti della Chiesa, quei diritti che fondarono la società cristiana e la manodussero sul difficile sentiero di tante generazioni; quei diritti che sostennero, a lira verso le barbarie, l'indipendenza delle nazioni e de' Cesari; quei diritti che furono costantemente le dighe insormontabili degli usurpatori, e de' prepotenti di Re e di popoli; quei diritti che santificarono l'ubbidienza ai poteri costituiti; quei diritti insomma da cui scaturisce l'inestinguibile fonte della pubblica morale, non quale emanazione volubile degli uomini, ma quale immutabile volontà di Dio;

morale che decora e nobilita l'affetto autorevole del padre in mezzo ai figli, degli uomini nella reciprocanza sociale, de' governi su i popoli e de' popoli su i governi.

Ebbene! per compiersi tutto questo, non chiedonsi rivoluzioni o rovesci di dinastie; non dimandami guerre e tumulti, pubbliche imposizioni e debiti onerosi, mutamenti di governi od usurpazioni di stati, non vasti eserciti di bajonette o di, non ricompense nazionali o metempsicosi di proprietà; niuno di questi ed altri sacrificii. Solamente si dimanda, che fra tutti i poteri civili passeggi da sé libero il potere morale della Chiesa Cattolica, potere che non ha rivali, e perciò non puole e non deve subire le competenze che nascono solamente da forze eguali, mentr'egli è solo ed unico, com'è unico e solo Dio.

Un esempio! I poteri civili, spediscono ambasciatori da uno Stato all'altro, oda una parte all'altra del mondo, per puri interessi materiali. Perciò si accordano loro pieni poteri, si colmano di onorificenze, si pagano ad essi vistose somme per lusso di rappresentanza, una ciurma di addetti li spalleggia, una squadra navale li accompagna su i prossimi o lontani lidi; e se un lieve disappunto anco di etichetta ricevano dai governi ove giungono, tosto si dimandano riparazioni, milioni, o s'intima la guerra, e al ritorno in patria dei plenipotenziarii, lo sfoggio delle ricompense è una paga al merito: quanto danaro si è speso? - Ecco invece la Chiesa Cattolica co' suoi poteri morali, che da mane a sera, da S. Pietro a Pio IX, spedisce continue schiere di sacerdoti su d'ogni punto del globo, non per ottenere regi favori, diminuzioni doganali, o alleanze offensive e difensive, ma per ¡spargere la luce della verità evangelica, da cui emana la civiltà e il pacifico ravvicinamento fra i popoli.

Le finanze de' governi non risentono alcun gravame, la società de dotti, de' ricchi e de' magnali non avverte nella sua vanità la partenza quotidiana e non interrotta da diciannove secoli, degli innumeri plenipotenziarii evangelici che ignoti nel cammino, poveri di mezzi e di commendatizie, giungono sconosciuti sulle più deserte spiaggie, e penetrano nelle città non cospirando contro i Principi, non per intimare la guerra, non per eccitare le moltitudini alla discordia civile, non per corrompere i costumi con idee bugiarde, non per conquiste d'imperi, ma il contrario di tutto questo, cioè pace, amore, ubbidienza, sottomissione; e sfoggiando tutto quel corredo di umana felicità che possiede il cristianesimo per i poveri e per i ricchi, pel servo e pel padrone, per l'ignorante e pel dotto, per i Cesari e per i popoli. E se in mezzo a tante fatiche stenti pericoli miserie e digiuni, taluni di questi incliti vengono condannali a morte, spesso con mezzi i più barbari, giungono al Golgota del loro martirio perdonando e benedicendo, e, ogni stilla di sangue che spargano per il bene morale delle genti, è un miracolo di fede cattolica, da cui sbucciano trionfi di nuovissime conquiste alla verità eterna, alla civiltà temporale: ed i poteri civili dell'orbe usufruttano così le messi (con le stagioni, da età in età), da una semenza che non costò loro, né guerre né tesori né fatiche.

Quale assoluta e recisa differenza tra i poteri civili degli Stati ed i poteri morali della Chiesa Cattolica; come camminano attraverso le generazioni, senza mai toccarsi o confondersi; quanto di proficuo e di sostanziale ottengono i primi dai secondi, e quanto poco costano i secondi ai primi; quante guerre, quanti eccidii, quanti delitti e sventure evitarono con la loro eccelsa influenza gl'inconcussi poteri della Chiesa, ai fluttuanti poteri dei governi?

qual baluardo incrollabile non fu la Chiesa, in mille di mille scabrose circostanze, coll'efficacia del timore di Dio, in difesa de' governi, dei Re, dei popoli, affrontando per la giustizia ogni potentissimo cimento, e abbassando innanzi a sé, in utile della politica e della società, prepotenti e prepotenze?

Ma oggi il mondo, più qua meno là, cammina al rovescio di tutti i secoli cristiani.

Sorge l'era della (dopo le calamità della riforma anglo-germanica-elvetica,) e i governi s'inchinano riverenti alla belva che li divora, ed ubbidienti a questa, spogliano dei poteri la Chiesa che li sostenne immuni da rovine, e temono più di un epigramma di Voltaire, che di tutte le censure canoniche: e la loro corruzione, corrompe i costumi de' popoli, e quei Re che. non curano più i poteri della Chiesa, non vengono più curati ne' loro poteri dai sudditi. E coi diritti de' Re, decadano i diritti dei padri di famiglia, de' mariti, de' padroni, de' capi su i subalterni, dei possessori sulla proprietà, fin le gerarchie sociali si urlano e si confondono: spento il prestigio delle leggi divine, il timore delle leggi umane è cenere al vento. E la Chiesa soffre, e tutta la società cristiana ne subisce le conseguenze, con rivoluzioni e guerre!....

Dall'era della, nasce l'era Non sono state bastevoli le amare lezioni subite dai governi emancipali dalla Chiesa. Continuano ad inchinarsi alle, e perciò forse più a spogliare la Chiesa de' suoi diritti, a guerreggiarla ove più ove meno, onde i de' governi superassero i diritti della religione, o si assorbissero in parle o si rendessero dipendenti alla moda dei codici odierni.

Ed ecco la sequela di quei stentali accordi tra i poteri civili e canonici, sollo i titoli di concordali, differenti fra loro in Europa appo governi cattolici, governi eguali in credenza, e poi disuguali ne' loro doveri presso la madre comune ch'è la Chiesa; e molti concordati de' contemporanei governi cattolici, serbano la fisonomía di quei trattali che la Chiesa otteneva in Asia ed in Affrica nel tempo de Crociali, subendo migliorie ed avarie a seconda delle vittorie o della permanenza degli eserciti cristiani. Sicché negli anni nostri, basta una rivoluzione, un mutamento di forme governative o un rovescio di dinastia, per lo scrollamento d'ogni concordalo, o in parte o nell'intero.

E ciò succede, perché i governi non serbano un assoluta dipendenza dalla Chiesa, per quanto è diritto della Chiesa di Cristo su i Re e su i popoli; e perché i concordali stessi nell'epoca di calma, o si veggono manomessi dal potere civile, o soverchiati nel l'adempimento, o causa di quisquilie da scandalizzare i popoli, abituandoli alla poco curanza e rispetto; o perché quanto è di sacro e di riverente al culto ed ai sacerdoti, non si fa apprendere dalla società, quale un assoluto dovere di ubbidienza dei Principi cattolici, e perché si dimentica che Principi e sudditi sono figli sottomessi all'autorità intangibile ed imputabile della religione, ed hanno i concordali non come un patto ed un dovere sacro e solenne, ma come uno sfoggio di pietà, come una veste religiosa, come una largizione morale da encomiarsi da salire alle stelle, perché accordala dal Monarca, come si accorda e si toglie un onorificenza o un impiego. E la Chiesa continua nelle sue sofferenze, e i governi e i popoli aumentano i loro guai, e i diritti ed i doveri politici-sociali si battagliano fra loro ogni anno più,

senza aver cura che la nudità della Chiesa fa scomparire man mano lo splendore della porpora de' troni; e che quanto più si toglie alla medesima, più si toglie ai governi, e che la sfrenata indipendenza politica e sociale de' popoli, è conseguenza primogenita della soggezione in cui il potere laico mantiene il potere chiesastico. Infatti, quando la società cristiana è nata, (dall'embrione dell'apostolato fino alla sua costante virilità), dalla culla al sepolcro, ne' suoi dolori e nelle sue gioje, nelle speranze e nei consigli, nel sapere e nella sottomissione, non altrimenti è nata ed ha conquistalo il mondo, ed ha attraversalo i secoli, che sotto il dolce influsso dell'educazione figliale della Chiesa, credendo alla medesima come alla volontà di Dio. Conseguenza: se con l'educazione cattolica, i diritti de' Re non si sostengono sulle baionette ma su i voleri divini, fino a quando i doveri de' Principi hanno appalesato una sottomissione figliale alla Chiesa; questa diminuita dalle sue attribuzioni, i Re e le leggi hanno diminuito il loro vigore sulle moltitudini, e queste chiamale alla soggezione non più da un oracolo infallibile ma dalla multiforme politica di Stato co' soli mezzi materiali, ricalcitrano alle competenze civili, affacciano diritti esse stesse, si inorgogliscono fino ad appellarsi sovrane, sol perché ne' governi attuali tutto è umano, e poco o nulla si ammira (meno nella superficie della formola esteriore) di quel governo cattolico, eh' è una emanazione divina concessa da Cristo in retaggio alle generazioni.

E dal potere della ne venne il potere delle e da queste, la società, come da cosa nasce cosa, è discesa sotto il potere delle successive E la Chiesa Cattolica intanto?

invece di vedersi intronizzata dai governi civili, là sull'orizzonte morale da cui può reggere i destini veri degl'imperi e de' popoli, là sullo sgabello della sua libertà, quale arca di alleanza sul diluvio antisociale, antipolitico ed anticristiano, che si solleva ad ora ad ora per sommergere in tutto e per tutti la vita pubblica delle genti; invece, i governi si assogettano più volentieri a questa terza riscossa suicida per chi comanda e per chi ubbidisce, che ridare alla Chiesa Cattolica il suo pieno governo di salute.

Guardate! l'era delle rivoluzioni, è nata dall'era delle concessioni. I governi di oggi non si appalesano che i valletti de' rivoluzionarii.

Quindi è che tutta la gran macchina del diritto pubblico in Europa e fuori, vien martellata a furia da colpi ribelli. Quali mezzi apprestano i governi, onde salvare sé stessi e la società cristiana, da' rovesci sì ripetuti e nocivi? mille di mille, ma inutili ed inefficaci, perché tutti di natura umana, o repressivi con mezzi materiali, o cedevoli con mezzi utilitarii; e gli uni e gli altri non producono se non raffrenarsi della decadenza sociale.

E perché? perché siccome è detto da chi tutto sà, che l'uomo non vive di solo pane ma d'ogni parola che viene da Dio; così la società cristiana che si affida al governo padrone dell'indipendenza della Chiesa, si affida alla scienza priva del timore di Dio, si affida al lavoro privo delle consolazioni cattoliche, alla ricchezza mancante della carità evangelica, all'ubbidienza politica digiuna di educazione morale che ha fonte solamente nella religione di Cristo; così addiviene spoglia della metà più essenziale di sua esistenza, ch'è la spirituale, e si abbandona a tutte le sventure umane di cui l'uomo primiero fu il gran fabbro (la superbia), e si sbriglia a tutte le infermità cui va soggetto un corpo da cui l'anima sta per dipartirsi, (la corruzione), e si giace in quei deliri di febbre che reca una sazietà indigesta (gl'interessi materiali), senza che il medico (la religione cattolica) venga chiamato per apprestarle l'unico rimedio che guarisce, la gran medicina umana di tutt'i secoli: la parola di Dio!

Questo secolo, che appena ha superalo di sé la metà del cammino ed è sì nuvoloso, e che invece di riflettere una luce meridiana, appare già co' suoi mesti raggi come prossimo al tramonto; ha speso tutto sé stesso per abbellire la esistenza sociale, e questa non conta un anno un mese un giorno un ora di sanità e di quiete.

Ripetiamolo in cento modi diversi, che la società attuale possiede miriadi di benefìcii, ma le manca il migliore ed è: l'occhio vigile di sua madre nel cammino, la parola affettuosa di sua madre nell'educarla, il nutrimento della madre che diede la vita al figlio, e ch'ella sola sà e puole conservarla: e la società moderna o è priva di madre, o negletta dalle sue cure, o emancipala da' suoi favori, e questa madre è la Chiesa Cattolica. A che si riduce una figliolanza non sottomessa alle tenerezze materne? fu visto mai un figlio ubbidiente, avvalorato dai consigli e dalle benedizioni di sua madre, cadere nelle sventure? tale e non più è il ritrailo fisionomico della società attuale.

Abbiamo Sovrani eminentemente cattolici, religiosi, devoti, munificentissimi per donativi al cullo, di costumi veramente cristiani; abbiamo ministri di Principi, adorni d'ogni virtù religiosa; abbiamo innumeri famiglie e persone, tipi di pietà e di morale. Eppure non abbiamo una società eminentemente cattolica, sol perché mancano governi eminentemente dediti a conservare gelosamente i diritti liberi assoluti indipendenti della Chiesa, come che sanno tutelare i loro diritti politici o civili.

E ripeto, in molti stati cattolici, una è la fede religiosa de' Principi e de' popoli, ma sono diversi gli accordi che ligano i poteri laici e i canonici; sicché può dirsi che la Chiesa è ritenuta da molti o da pochissimi lacci, ma non può dirsi, là, ella è senza laccio alcuno, come è suo diritto e suo dovere, per comando di Dio in utile de' governi e della società.

Elevo tre corollarii.

1°. Gli eserciti permanenti si moltiplicano alla giornata, onde reprimere lo spirito sociale, ognor più ribelle: e poco o nulla si guadagna.

La repressione governativa si aumenta con rigori, con pene, e con la vigilanza di milioni di occhi e di milioni di orecchie: e i risultali preventivi, costano tesori, ma non corrispondono all'aspettativa.

Gli economisti sudano e gelano per utili e proficui ritrovali al benessere o al benvivere sociale (com'essi si esprimono), ed il lusso democratizza i costumi ed aumenta la povertà, il diritto al lavoro rende ognor più l'uomo una macchina bruta, l'ideale delle ricchezze mena gli appetiti umani al comunismo: e quanto più si cava questa miniera d'interessi utili, la società più scende nel basso, e più famelica rimane, e perciò più inquieta.

Si è secolarizzato l'insegnamento, onde l'intelligenza avesse libero il suo orizzonte; e l'ateismo morale e politico, multiforme, assecondando i capricci delle scuole, ha partorito innumeri parolai e autori in sedicesimo, pochi uomini dotti, per quanto merita la parola.

Si sono rotte le dighe a tutti i rivoli degl'interessi materiali, a tutte le sorgenti bizzarre delle piacevolezze sociali, fino a pagar milioni a' scrittori di romanzi,

a cantanti, a ballerine (apice insormontabile delle radicali frivolezze umane); e i capitali speculativi sparsi in infiniti modi, sono sterili api che più mordono di quello che raddolciscano lo spirito sociale; e la moda arenando i costumi, ha reso il cuore umano privo di palpiti e di rimorsi: e la società è scontenta tuttora, e cammina torbida come fiume infangato.

Fra tanti esperimenti, senza guardare le conseguenze politiche o sociali degli altri secoli cristiani, si sono messi allo studio i governi contemporanei di ridonare (anco per prova) la piena libertà alla Chiesa, e farla concorrere almeno con tutti gli altri ritrovati, felicitatoli della società moderna? - mai.

2.° - Non bastevoli le repressioni governative e lo sciupo degl'interessi materiali, i governi si sono dati man mano in braccio alle concessioni politiche.

Quel che chiede la rivoluzione, un po' per volta si accorda, fino a quando i governi si riducono a valletti delle riforme. Emancipazione del pensiero, emancipazione della parola; libertà della stampa libertà di associazione, libertà di credenza; garentia individuale, inviolabilità domestica; indipendenza, e, la scala dell'indipendenza è si alta, che supera quella dell'uomo del deserto o del leone e della tigre. E i governi, o per forza o per lusso di moda, concedono fino alla nausea, fino ai loro rovesci, fino alla decadenza, o al vassallaggio delle dinastie.

È guarita la società? sono giunti i governi a saziarla dalla fame delle sue scontentezze? la società è Canto più inferma, mercé delle concessioni, eh' è giunta

Ed invece del sistema delle concessioni politiche, da cui emana il libertinaggio sociale, non è meglio per i governi appalesarsi come i loro antenati, prodighi di concessioni alla libertà della Chiesa Cattolica, per la quale la società non si ribella né a Dio, né ai Re? - mai.

3.° - Dalla repressione siamo alle concessioni, e dalle concessioni all'anarchia delle opere e de' pensieri; siamo ai fabbri della torre babelica.

La libertà, questa magica parola, denudala e decaduta dal suo prestigio umano nel secol nostro, si dilata sulla società in un modo si rapido, che allaga tutto e tutti, e supera gì' istessi vincoli sociali. Eppure i governi sono liberi, tutte le gerarchie sociali sfoggiano libertà, a tutti è permesso la piena libertà d'azione, è libero l'empio perfino di bestemmiare, l'ateo di negare Iddio, ai maestri d'insegnar quel che di più strano li attalenta; è libero l'eretico di scalzare la fede cristiana, è libero lo scismatico di acquistar proseliti, l'idolatra di paganizzare i cattolici; e per dir tutto si vuol libera fino la gente ebrea, la progenie macchiala da diciannove secoli del sangue innocente del figliuolo di Dio, che ogni generazione schiafeggiò in paga d'aver schiafeggiato il nostro Cristo; e in un oceano di libertà, chi si spera rimanere sempre più ancella? la essenza ¡stessa della società, la madre delle umane misericordie, la Chiesa Cattolica....

Ed ecco la prima, la seconda, la terza cinta bastionala, che difende l'odierna superbissima mole umana, la contemporanea Babele. Ed ecco la fisonomia fisiologica delle tre contagiose infermità della contemporanea ammalata. Ecco il socialismo con la sua febbre divoratrice, la democrazia con la sua febbre rivoluzionaria, la smodata ambizione utilitaria con la febbre di una nuovissima miscredenza.

Ecco l'uomo cristiano al completo del suo egoismo, ecco la società cristiana ne' suoi crescenti delitti, ecco i governi cristiani nel loro indiferentismo morale. Ecco una generazione, datasi tutta agl'interessi utilitarii, come solleva l'uomo sociale alla libertà selvaggia, il popolo vincolato da' doveri a sovrano, ogni politico governo a divinità, Dio a un docilissimo servo, la eterna religione cattolica a un segnale di nemico bersaglio, l'immutabile Vangelo ad una elasticità cedevolissima, ove puossi molto aggiungere e molto togliere.

Ecco l'origine della guerra senza interruzione, che sotto cento bugiardi veli filosofia si combatte dal potere civile contro il potere canonico. Ecco il protestantismo pratico che più o meno si assorbisce dai governi cattolici, e che più o meno si dilata sulle popolazioni cattoliche. Ecco perché le sostanze che si tolgono alla Chiesa, si consumano poi per le rivoluzioni. Ecco che per quanto più crescono i lacci alla Chiesa Cattolica, milioni di bajonette divorano i tesori pubblici degli stati. Bajonette che e più e più si aumentano senza mai bastare a sostenere i governi dai rovesci rivoluzionarj, quanto più chiudesi la bocca al prete, quanto più si secolarizza l'istruzione pubblica, quanto più la legislazione d'ogni stato si allontana dalla immutabile morale cattolica, dall'assoluta libertà della Chiesa. Fino le sette religiose non sono oggidì che speculazioni utilitarie, o mercé la propaganda dello scisma greco che dilata le sue future conquiste politiche in Oriente, o mercé la propaganda biblica in Occidente dietro cui dilatasi la concorrenza dell'industria anglicana su i centri manifatturieri del continente europeo, de' lidi cinesi, indiani ed americani.

Fino le sette politiche di oggi dì, (meno i novizj delle misteriose associazioni) nascono e si moltiplicano a spese ludibriose di libertà di patria di nazionalità, ecc. ecc. negl'individui sul profitto utile dell'impiego delle onorificenze de' lucri, e, grazie alle rivoluzioni, per la metempsicosi della proprietà; nei governi, o per meglio esprimermi in taluni tradizionali governi, per vendette politiche, per rovesci commerciali e industriali, e per l'acquisto di spoglie opime. E la democratica borghesia di oggi, questua ribellioni, per riescire a potersi adobbare d'insegne aristocratiche.

Insomma, ovunque nell'era attuale si giungono a spegnere gl'interessi cattolici, sotto il giogo politico o sociale degli interessi materiali, la società si abbassa ad uno stadio di tale infermità, che senza palpiti e senza rimorsi, si avvia a discendere in un abisso sì profondo e disperato, che la sapienza umana non avrà più mezzi a salvarla, tutti i codici conosciuti non sapranno difenderla od assolverla, tutti i tesori del mondo non basteranno a redimere la perdizione in cui a ore si avvalla, gli eserciti di Europa politica non sapranno che affrettarne la catastrofe, milioni di poliziotti non saranno più capaci a spiarne le colpe e le congiure o prevenirne d'un istante l'agonia, e i telegrafi elettrici rimarranno per annunziarne rapidamente la rapidissima sua consunzione!

Si, tutto è nero tutto è fosco, tutto è morte intorno a noi, e, solo un miracolo di Dio puole salvare una società gelida di egoismo nelle sue membra dalla lesta ai piedi, una società che ha blindalo il suo petto di tanta superbia, orgoglio, vanità, jattanza, amor proprio e sete utilitaria, che i battiti del cuore non si avvertono più sotto la mano. - Oh fosse pure esagerato il mio quadro, che appena stimo un abbozzo? Speriamo!

IV.

SEDUZIONE ED ASSEDIO

Abbandoniamo per poco lo sguardo critico sulla intera società europea, e issiamolo sulla società italiana, anzi sulla società di uno degli Stati di questa penisola.... lo Stato Sardo; uno Stato tanto tradizionale per fasti cattolici e di sapienza civile, ed ora, prigioniero di non mai più vista rivoluzione.

Ripeto qui la protesta emessa in altri miei libri contemporanei, cioè quella, della stima ch'io professo a quel nobilissimo paese, culla di molti ingegni, di molte virtù, e d'una genie sì balda di coraggio cattolico, che oggi fa stupire il mondo di possedere tanti eroi cristiani, forse per quanti nefasti titoli ha cercalo conquistarsi da una parie prevaricata di molti de' suoi figli; ed in questi anni di perplessità e di dolori, abbiamo attinto nella buona stampa piemontese il coraggio cristiano e civile, e di Torino ed il di Genova, furono e sono per noi cattolici, i due Fari che splendono nella tempesta delle opere sinistre e dei pensieri ribelli, della notte crescente degli errori in Italia.

Come è indimenticabile per un napoletano, la devozione alla dinastia Sabauda, splendida pel novero de' suoi eroi e de' suoi santi, e per aver data alle Sicilie una Regina che già sale all'onore immortale degli Altari Cattolici; quella Cristina tanto amata e tanto pianta, quella degna figlia dell'illustre Re Vittorio Emmanuele I, di quel Monarca che seppe al cospetto della carboneria nel 1820, non venire a patto con la rivoluzione, non vincolare il suo diadema con la medesima, ma volontariamente discendere

dal Trono abdicando al Regno, e, genuflessosi nella cappella della Reggia, disse alla sua augusta famiglia: Siamo addivenuti privati, ma siamo salvi, perché abdicando, è salvo il nostro onore e la nostra coscienza.

Pur tuttavia dobbiamo nelle nostre dolenti e giuste querele aver guerra contro tutto quanto di male oggi prende il nome di; perché è la politica di questo nome che da quattordici anni e più suicida le sue glorie e le glorie d'Italia tutta; ed oggi le profanazioni de nostri templi, la miscredenza, l'anarchia, il pugnale, la miseria e la guerra civile, nelle Sicilie specialmente, si compionoombra del vessillo

Dopo l'elasso della rivoluzione francese del novantatré, e dopo i rovesci del primo impero napoleonico, la penisola italiana ne suoi varii Stati e ne suoi popoli diversi per indole, per costume, per abitudini, ma tutti eminentemente cattolici, mercé di Roma papale, che siede come il cuore di questo corpo sociale; dopo questo elasso, dicea, la penisola italiana, subendo varie forme di territorio e di governo, fu facile rimirarla dopo pochi anni di convalescenza, guarita dell'intutto dalle sue infermità procuratele dal duplice servaggio francese, luno repubblicano l'altro dittatorio; e sì precoce sanità morale e materiale l'ebbe dalla nuova spartizione territoriale de' suoi Stati, giacché cessata la straniera centralizzazione, la tradizione rinvigorita dal risorgere indipendente delle sue capitali, la interrotta via del progresso italiano riprese il suo lustro antico dall'emulazione municipale, che fu e sarà la vita e spansiva della civiltà italiana. E se una confederazione politica non si ebbe in quella restaurazione, la penisola si appalesò confederala nel nuovo vigore scientifico, letterario, artistico, economico, industriale, commerciale, agricolo,

manifatturiero; ed enumerando la civiltà italiana nel suo benessere e nel suo solerte svolgimento (dal 1815 al 1847) in paragone di Europa tutta, ammiro con patrio orgoglio, che in molte rubriche eravamo i primi nella concorrenza sociale del mondo, in poche altre rubriche ci sforzavamo per la competenza co' primarii popoli. Eh! ci saremo giunti, e per non farci giungere, quelle sette politiche che s'istallavano in Italia (e in Europa) per mere prefetture di polizia, onde la gelosia estera di qua di là maneggiasse Io spirito pubblico delle nostre razze facili alla poesia ed alla seduzione; quelle innocue congreghe maneggiale dalla scaltrezza delle più potenti e più rivali politiche di quegli anni, sarebbero rimaste ancora come manicomii giovanili per i più spiritati cervelli, se l'aritmetica britannica, avendo scorto l'enigma del giuoco magistrale, e vedendo che dopo altri anni sarebbe stata minacciata dalla prosperità italiana (e dalla francese) e sul mare Adriatico e sul Mediterraneo; e che le Sicilie specialmente, poco o nulla più commissionavano su i suoi mercati, e poco o nulla più vendevano di materie grezze come una volta; comprarono con l'oro e con un vocabolario di promesse strane le sette italiane per avanguardia del suo nuovissimo esercito speculativo, e poi le francesi, le germaniche, le ungheresi per centro armato, e le polacche in ultimo per un estrema dietro guardia.

Le tristissime battaglie politiche sociali del 1848, vennero con orrevole strategia guidate dal geloso sul prospero e malaccorto continente europeo. E le empiriche e favolose battaglie del in Italia, dal giorno di Novara al passaggio del Ticino del maresciallo Giulai, (battaglie che affliggevano i cattolici italiani e sollazzavano i gabinetti di Europa)

continuarono ad essere battaglie aritmetiche, che con istudio matematico si elaboravano da e delle quali il conte di Cavour (perdonino gl'idolatri) non era che un automa movendosi per impulso gagliardo continuo e multiforme del telegrafo elettrico di Torre S Giacomo. E se Napoleone III, ch'io altamente rispetto ne' suoi talenti (senza far perdere a me povero autore molti studii e molti presagi politici sulla sua persona (1)), dopo lo scaltro ed immane tentativo di Orsini (uno de' cento sedotti e non seduttore) invece di scendere in Italia col valoroso suo esercito, si fosse spinto per lacerare colla sfida e anco sul campo di battaglia, non il testamento di Orsini ma il testamento della demagogia europea, là, ovunque stasse il suo centro; oggi, questo vasto incendio italiano, non minaccerebbe di addivenire un inestinguibile incendio europeo; le di cui conseguenze (se la Provvidenza non accorre riparatrice) dell'oggi e della dimane della vita pubblica e privata di tanti popoli, non bastano le cifre numeriche a calcolarne le incalcolabili sciagure. E l'Europa cattolica e politica si sarebbe slanciata in un avvenire di verace progresso, in un avvenire di quella libertà individuale e sociale tanto predicata e tanto richiesta, e che tanto più si allontana dal secol nostro, quanto più la demoralizzazione pubblica, primogenita delle rivoluzioni, si allontana dalla morale cattolica; ed il libertinaggio si sposa alla libertà, e l'anarchia del cuore si liga al socialismo, e l'anarchia della mente si liga all'ateismo cristiano, voragine dell'ateismo politico. E la Francia napoleonica, poggiata dal potentissimo concorso del sentimento cattolico,

(1) Fo appello al mio libro, detto LE OMBRE POLITICHE ECC. ECC. - Genora - Tipografia Fassi Como 1858.

che fu sempre la rocca inespugnabile degl'imperi e delle dinastie, al cospetto de' se coli; sostenuta dall'unanime volontà de' governi conservatori dell'Europa politica; animala dai desiderii di pace e di ordine della maggioranza sociale dei popoli contemporanei, tanto dedita all'utile ed al lavoro; sarebbe ascesa alla sommità delle simpatie e delle influenze, e l'Italia e le altre nazionalità europee, avrebbero ammiralo un benessere nuovissimo, privo di scisma religioso, privo di ribellioni anarchiche, privo di debiti suicidi della proprietà e della famiglia, e privo della guerra civile che inonda di sangue e di lagrime le Sicilie: lagrime e sangue che macchiano la storia de' governi di Europa, di tinte sì nefaste, che la giustizia de' secoli venturi non saprà prosciugare o togliere, sol perché il dolore degl'innocenti è dolore eterno.

E ritorniamo brevemente all'Italia del Congresso di Vienna.

Il Regno di Napoli, erede da secoli, delle migliori legislazioni patrie, de' più validi pubblicisti, giurisperiti, filosofi ed economisti, ebbe poco ad innovarsi, molto ad utilizzarsi dal dominio napoleonico. E ricomponendosi le Sicilie fra loro, mercé dei Re legittimi a un più prospero avvenire, si tennero delle antiche istituzioni il meglio, ed il più adatto del codice napoleonico, ricostruendo una civiltà con fisonomia tutta patria, bene adatta ai costumi de' nostri popoli. E la civiltà italiana delle Sicilie mercé de' proprj statuti politici canonici amministrativi giudiziari e militari, si elevò primaria in Italia, e competitrice in Europa con la sola civiltà francese, meno la formola rappresentativa, veste di infausta moda, nel secol nostro. E se l'indole elettrica de' nostri due popoli, fosse meno vulcanica, (è mia idea personale) sarebbero per leggi proprie i più educati

ad ascendere a governo costituzionale, se oggi costituzione non esprimesse rivoluzione; per solo motivo che la legislazione delle Sicilie è tanto rigorosamente frazionala ne' suoi poteri regi e governativi, si bene divisi i diversi suoi fori legali, si ricchi di pubblicità ed indipendenza, da poter dire cheorganismo legislativo delle Sicilie, bene adempito nelle sue moltipiici giurisdizioni, è per se stesso un governo rappresentativo.

Non fo cenno delle disgrazie del novilunio della carboneria, sol perché queste scomparvero nel modo più splendido, al salire a Re Ferdinando II: vera apoteosi, che commosse l'Italia e l'Europa. E fu si sublime ed inarrivabile lo slancio che si ebbero le Sicilie, e nello scibile e nell'incremento delle sue istituzioni pubbliche, e nello sviluppo della industria del commercio e dell'agricoltura, e nella creazione d'una marina di guerra, d'un esercito primario in Italia, e d'una guardia cittadina unica non solo in Italia, ma unica su molti Stati di Europa; e per le Sorgenti proficue di pubbliche opere civiche idrauliche militari vaporiere ferroviarie, e di quant'altro era giornalmente ad emularsi dalle Sicilie, sul decoro della civiltà europea; e lo scioglimento del più difficile problema economico del mondo politico, cioè, diminuzione annuale di pubblici balzelli ed annuale estinzione degli onerosi debiti che il reame soffriva da molto su i banchi esteri; e l'antico ed il moderno sapere si emulavano tra schiere di canuti dotti, colpiti da molte vicissitudini dell'era, e Ira schiere di giovani intelligenze, speranzose di maggior lustro patrio; e per una eccelsa e miracolosa fusione di spirito pubblico, operata dallo strenuo Ferdinando, mercé dell'oblio, che elevò la Reggia ed il Regno ad un vero areopago tranquillo di tutte le opinioni ligate in una energica volontà: il benessere del Reame.

Se il cuore umano, per effetto della febbre rivoluzionaria, non è capace a smarrire la suscettibilità di quelle libbre che producono quel nobile affetto che dicesi amor proprio; vorrei alzar la voce sdegnosa verso taluni miei concittadini, e per esempio, ne scelgo uno che è nemico estremo delle mie opinioni e ad esso esclamo:

0 tu, Giuseppe Ricciardi, che siedi si basso e si malinteso ad ogni accento nella camera subalpina, che dicesi (spero, per prima ed ultima volta); non avverti che sei perseguitato non dallo stuolo de' pappagalli itali-piemontesi-ministeriali, ma dallo spettro di tuo padre, di quel padre tuo che fu gloria della contemporanea legislazione napoletana, di quella legislazione che si ebbe gelosi ed emuli ma non mai maestri in Italia. Ah! l'ombra sdegnosa, li dice, come nelle tue follie, sei giunto ad umiliare il nome di tuo padre e del tuo paese, accogliendo gì' insulti che si scagliano ai codici delle Sicilie, chiamando barbara la legislazione penale d'uno stato che la facea desiderare dal sommo Dupin per la civilissima Francia; e tu hai fatto parte d'un consesso che abolisce la legislazione napoletana, per avere la piemontese? tuo padre viveva ancora, quando Carlo Alberto in emulazione microscopica del mitissimo governo iniziato da Ferdinando di Napoli, stimò raddolcire la legislazione piemontese, mercé il seguente decreto, che da sé solo ti spiega la distanza enorme che separava e separa i codici delle Sicilie dai codici Sardi....

«Volendo far disparire sin d'ora dalla patria legislazione alcune pene troppo rigorose, inutili e rovinose per le famiglie, e moderarne eziandio alcune altre, abbiamo determinato di dare all'uopo disposizioni che ci sono sembrate più urgenti, ecc. ecc.

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- 1°. Il supplizio della ruota è abolito. (

....) - 2°. Non sarà più applicabile la pena di morte per furti semplici, né anche per furti domestici, qualunque sia il numero si degli uni che degli altri, e qual che sia il valore degli effetti derubali. I rei di detti furti, che avessero incorso nella pena capitale, saranno puniti colla galera perpetua. () - 3°. Non. verrà più in nessun caso,Valutate, caro figlio del sommo Ricciardi, ove siete capitatoMa tuttavia è un articolo di legge che stà nel codice piemontese, dettosignor Ricciardi, ed ha ragione l'ombra di tuo padre di perseguitarti nel parlamento italianissimo....) -

E se queste sono leggi già in disuso pel Piemonte, ve ne potrei citare moltissime altre in vigore tuttavia, che messe al paragone, non dico della legislazione delle Sicilie, ma di tutta Italia, sembrerebbero molto lontane dalla civiltà de' tempi. Ebbene! ha insultato le leggi napolitane per tanti anni, come di barbarismo, mentre poi, se tutto vuol dirsi, gli avvocati genovesi nel famoso processo politico del 1857, invocavano in discussione pubblica pe' loro clienti, le leggi penali che contemporaneamente si applicavano dal tribunale di Salerno, pel processo di Sapri....

Leggasi questo documento ed altri, nelladi MAURO MUSCI - Vol. II, Lib. V, pag. 283.

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E dalle Sicilie, passando al governo Pontificio, al vero Nestore fra tutti i governi del mondo cristiano, rinveniamo che questo Stato, da dopo la restaurazione politica di Europa finoggi, benché eccezionale per la sua stessa natura teocratica, benché è il solo che spazia i suoi costumi, la sua educazione civile e le sue leggi sociali su quel vasto oceano della sapienza latina, maestra antica e moderna delle nazioni, eh' è il corpo di diritto romano; e benché il governo de' suoi Stati si poggia, senza confondersi, su di un governo morale eh' è suo governo per l'universo de' popoli; pure, sostenendo il potere temporale, irradialo dalla vera civiltà cristiana eh' è unica fonte di verità, non rifugge da quel tale sviluppo sociale che percorre l'Europa contemporanea, e l'immortale Pio IX, senza gl'intralci aggruppali ognor più sul suo cammino di Re, onde rovesciarlo nel suo eterno ministero di Pontefice; ha dato le più solenni pruove, fra i Principi italiani di oggi, di essere un Sovrano amantissimo del progresso de' suoi popoli.

E riserbando altrove quel che spelta alla così della quistione romana, bramiamo in questa rapida cronaca, gittar qualche raggio della vasta luce di giustizia, in cui siede il governo dei Papi, in Italia, in Europa.

Pio VII, il santo esule, l'augusto prigioniero, ritorna Re di Roma in una maniera eccezionale a tutti i Re della terra. Novello S. Pietro dalle infrante catene, attraversa un impero potentissimo che si sfascia in rovine nelle sue membra colossali, ed entra in Roma senza squadre, mentre tutti gli altri Sovrani di Europa si fanno precedere da eserciti belligeri pel riacquisto de' loro Troni. Avviene la pace europea suggellata pria a Waterloo, mercé un mare di sangue, e indi a Vienna dai primarii potenti

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circondati da numerose armale permanenti, e il solo Monarca di Roma suggella la pace de' suoi stati, perdonando e benedicendo; e basta egli solo, inerme, alla tutela de' suoi popoli, qual padre in seno della sua famiglia. Ah! il Re degli stati Romani continuò a vivere senza squadre per molti altri anni ancora - e se si ebbe breve molestia Gregorio XVI, fu un duello straniero in casa sua, cioè Ira il governo delle barricale di luglio ed il governo conservatore dell'Austria, o una lotta d'influenza prefazionata in Italia, da poche scintille scappale dall'incendio di Parigi; - e Pio IX potrebbe far lo stesso, cioè regnare senza bajonette, se l'Europa cattolica si fosse rimasta, dopo i fiotti dell'italo-anglo-cosmopolita Mazzini, alla tutela legale delle frontiere pontificie, ritornando la piena libertà sovrana al Papa-Re. Ma no - la potenza morale d'un inerme Re Sacerdote, è uno scandalo che offende Babele di nostra età, l' Babele dal ferro fuso, dai cannoni rigali, dai vascelli corazzali, e dalla libertà dei, dei regicidi, e delle fucilazioni itali-nazionali-indipendenti....

La gentile Toscana, la patria di Dante e di Michelangelo, riebbe il sostegno del suo splendido elemento civile col ritorno della dinastia di Lorena, augusta prosapia che è il modello nobilissimo dell'educazione di quel popolo, gloria perenne delle lettere e delle bellearti italiane, attraverso una storia colma di onoranze e di genio. E quest'altro stato visse per molti anni, (e vivrebbe tuttavia, se Iddio liberasse l'Italia dalla tirannia seducente del Piemonte) in tanta placidezza di governo e di spirito pubblico, da far temere una disdetta ai miscredenti della repubblica de' savii, scorgendone un modello vivente da Firenze a Pisa, tra Leopoldo II ed il suo popolo (fino al 1848).

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La casa di Borbone di Parma, dopo le sue alle e basse vicissitudini, a cui l'assoggettò la Francia democratica ed imperiale, si ebbe temporaneamente a ducato l'ex repubblica di Lucca, e l'antica sua corona di Parma alla morte dell'ex Imperatrice de' francesi Luisa. Questo piccolo stato può dirsi, che iniziò i suoi rovesci dinastici, appena si ebbe la sua attesa e desiderata dinastia.

Il Ducato di Modena si riebbe la sua dinastia estense, dinastia di Principi savii ed incorruttibili, uno de' quali fu stimato degno dall'Europa conservatrice di poter ascendere al Trono Sardo, dopo la morte del Re Carlo Felice, ultimo Principe del ramo reale di Savoja.... e lo fosse stato! ecc. ecc.

Ecco la Sardegna, giovane reame in Italia, nato nel secolo scorso dal secolare desiderio d'una Casa rispettabile, che cimentò tutta se stessa in ogni frangente europeo, alla distanza di molte e molte età, giammai con le rivoluzioni co' sacrilegi con le basse seduzioni o con la mala fede; ma con la costanza e col valore, riesci a discendere dalle alpi. E grazie ai lunghi conflitti europei per la successione al trono di Alemagna e alla venuta dei Borboni in Italia, nel secolo scorso, il Duca di Savoja di quegli anni belligeri seppe cambiar ben quattro battesimi politici, e deve a questi quattro battesimi il regalo del piccolo ducato di Novara, antica terra lombarda, ed il dono benanche dell'isola di Sardegna (come titolo di Regno) per cui ottenne il permesso di chiamarsi Re, dai Re di Europa.

Questo stato addivenne poi francese, anzi dipartimento dell'impero napoleonico; e la regione alpina è tutta francese, e quella torinese ebbe a soffrir poco,

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grazie ai costumi che serba di Francia, a un certo dialetto provenzale che parla il popolo, e all'idioma francese usato nella sua civiltà sociale: dogmatici auspicii storici, per far nascere la testa d'Italia moderna, giusto ove neanche la lingua è italiana... - proseguiamo.

Casa di Savoja si rifuggiò in Sardegna, appalesando nella sventura il vero e degno coraggio d'una prosapia si illustre. Ed i trattati solenni di Vienna la restituirono al Trono non solo, quando stimandosi di non esser più compatibili in Italia i governi democratici, Genova con le sue riviere non fu incorporata alla Sardegna, ma elevala a ducato, e conservando una certa autonomia, i suoi secolari privilegi, ed i suoi usi costumi e leggi; mercé delle nobilissime tradizioni, d'una città tutta monumenti della sua grandezza cattolica politica e civile, fu la vera gemma della corona di Sardegna; e tra Chambery capitale del ducato di Savoja, Torino capitale del ducato di Piemonte, e Cagliari capitale del titolo di Regno, Genova benché unita a tutte queste parli, rimase, se non nel diritto, nel fatto la vera capitale ove i Re Sabaudi spesso dimoravano, splendendo di più che altrove, in mezzo ad un'aristocrazia ove ogni nome è un libro degli annali d'Italia. Ma, lode alla dinastia savojarda ed all'aristocrazia e diplomazia alpigiana e torinese, le medesime, dopo i rovesci del primo impero, ritennero pochissimo delle intruse istituzioni francesi, e gelose alle tradizioni avite, affidarono a queste più che a quelle il vegnente progresso della patria civiltà.

Ecco la Lombardia e la Venezia che si appalesano distinte l'una dall'altra dal colpo d'occhio politico, come si mostrano lontane dalla natura delle altre quistioni italiane, dal 1815 fìnoggi.

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La Lombardia da molto non era Stato a sé. Retta dalla Spagna, quando questa era austriaca, richiesta dalla Spagna e dall'Austria, quando i Borboni addivennero dinasti spagnoli e gli Ausburghi non lo furono più; in olocausto della rivendicala indipendenza delle due Sicilie dai Borboni medesimi, e dal riconoscimento ai medesimi della ancor quistionabile eredità de' Farnesi sul ducato di Parma, la Lombardia nel diritto pubblico di Europa del secolo scorso rimase all'Austria. E per la sua importante posizione strategica, soffri il maggior peso delle guerre napoleoniche in Italia, e fu testa della repubblica itala-francese ed addivenne dopo vice regno d'Italia; e nel!' un modo e nell'altro, non fu che dipartimento della Francia.

L Austria la riebbe, dai trattali europei di Vienna,.la elevò a Regno, (unitamente alla Venezia) accordò alla medesima istituzioni privilegi, la rappresentanza d un Arciduca a vice-Re, e nell'impegno di vederla contenta, forse promise molto e fece sperare moltissimo, che i posteriori avvenimenti ribelli in Italia, i nuovi commovimenti francesi, ed il carattere fermo di rimanere ognora potenza conservatrice e non riformatrice, fecero sì che la Lombardia, si stelle alquanto in broncio, attendendo avvanzamenti che non si diedero. ' Ma fuori quel puntiglio di idioma e di nazionalità, la dinastia austriaca sfoggiò pe' lombardi ogni possibile cura di civile progresso, di sviluppi d'interessi utili, ed ogni immegliamento scientifico artistico meccanico industriale; e la Lombardia resa uno de' primarii emporii di vasto impero, si elevò a ricchezze e a prosperità invidiabili in Italia, e Milano addivenne l'Atene delle bellearti, un primario mercato manifatturiero in Europa, e 'I suo benessere sociale erasi elevalo ad una sfera sì splendida, che l'antica metropoli dell'impero d'Occidente,

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la superba capitale della Corona di ferro, (più, fino al 1847) attirava fra le sue mura il convegno primario dell'alta società mondiale. E se la politica centralizzatrice del ministero austriaco, avesse saputo prevenire gli avvenimenti italiani del quarantotto, illustrando l'alterigia lombarda con qualche aureola di lustro politico o municipale, la il piemontismo, non avrebbero trovato avventori da sedurre nell'orgoglio civico di quella gente; e se l'Austria medesima non serbasse nella moderna Europa, la virtuosa colpa di potenza antirivoluzionaria, l'incontentabile Regno Lombardo non si mostrerebbe oggi provincia suburbana del limitrofo Piemonte.

La Venezia poi è una vera eccezione fra le quistioni italiane, e, se non fosse (oggi), un mio concetto originale, col dovuto permesso del distinto storico Cibrario, mi esprimerei così: Co' trattati del 1815, la Liguria fu spedita ad apprendere il francese a Torino, e la Venezia rimase a Vienna ad apprendere il tedesco: ai posteri non febbricitanti, l'ardua sentenza.

Questo stato quanto antico tanto fastoso nella secolare famiglia de' vecchi governi di Europa, si diede colla sua aristocratica democrazia a far l'amore con la democrazia rivoluzionaria della convenzione francese, e fu amala sedotta rejetta dalla medesima, e indi ligate entrambe (egualmente alle altre repubbliche italiane) al carro trionfale del nuovissimo Cesare, che sollo la toga consolare seppe nascondere la porpora degli imperatori. E questo, dopo d'averla spogliala de' secolari poteri, de' suoi fasti e delle sue memorie, la cedé, mercé d'un interesse territoriale sul Reno, all'Austria, che s'impossessò della Regina dell'Adriatic

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giacché la Francia di oggi, niuna provincia ha scambiata col Piemonte, mentre la Francia del primo impero si ebbe in cambio dello stato Veneto dall'Austria, le sue province del Belgio.

Nella restaurazione europea, la Francia venne spogliala di quelle provincie da nuovi interessi politici, e l'Austria non stimò cedere ai suoi compensi. Né fu una gran disgrazia poi, giacché in quel vasto pelago di nuovo sistema territoriale, se l'Austria cedeva la Venezia, questa sarebbe caduta sotto al protettorato inglese, come Corfù (1); e chiunque ha senno può scandagliare le tristi conseguenze se ciò avveniva, riducendo per l'Italia l'intero mare Adriatico un lago brittannico.

Venezia intanto, rimanendo all'Austria, fu elevala a Regno in unione della Lombardia (Regno Lombardo-Veneto), e se non fu qual'era un tempo, l'Austria medesima non risparmiò modo di calmare la sua alterigia antica mercé di uno sfoggio di utilità, e i suoi Cesari l'abitarono spesso, e quella, storica aristocrazia (protagonista di tutte le epopee drammatiche epiche e romantiche dell'odierna letteratura italiana), fu conservala nella dignità e ne' privilegi, e l'aristocrazia europea si onora di ossequiarla visitando le lagune nelle propizie stagioni; e così quel popolo svelto ed ardito, che un tempo percorreva i mari colla sua temuta bandiera, dopo d'aver visto la sua flotta incendiata (con la genovese) ne' due roghi servili di Haboukir e di Trafalgar, oggi non è men nobile di proficui trafìci; e la bella Venezia, oltre che si eleva a primario emporio marittimo di vasto impero,

(1) Si legga pel proposito la mia opera STORIA CIVILE E MILITARE Vol. II. Lib. V. Cap. V.

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e a scalo primario d'importazione e di esportazione colla Germania, conserva intatta la sua scuola secolare di scienze, di bellearti e di meccanica manifatturiera, e già da anni, una fantastica ferrovia la unisce alla terra ferma d'Italia, come un vascello ligato al lido. Sicché possiede tutto, (grazie alle giuste carezze dello stato che la governa) ma non abbiam cuore di dire che ella è quel che fu.

E i popoli d'Italia, nello spazio di circa sette lustri (dal 1815, al 1847), emuli ma distinti l'un l'altro da governi, da costumi e tendenze, avvanzavano rapidamente nel loro cammino sulle onde flessibili della civiltà moderna, e ognun d'essi splendido di pacifiche glorie cattoliche e civili, percorreva, fra i popoli del mondo, l'arringo del più decoroso benessere sociale.

Ma già si lavorava nel mistero, quindi in palese, una nuovissima Babilonia di rovine e di scandali nel l'Italia, per rovesciarla dalla sua dignità morale e politica, con un esercito d'idee prima, indi con un esercito di fatti antiilaliani.

(1), questa che nacque dalla fantastica poesia italiana, come un sogno di rose, e che per anni molti fu curala dai potenti qual termo metro centigrado di elevazione e di abbassamento dello spirito pubblico d'Italia, al contatto delle esagerazioni politiche vigenti oltre Alpi ed oltre mare; questa letale utopia, adorna dei vaghissimi colori dell'iride, e che bisognava sradicare bambina, si rese adulta e mise in sciopero governi e popoli dell'America in prima,

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indi i popoli ed i governi di Europa (1848); e che aggiogata da anni, per inqualificabile volontà della politica odierna, là sulla Dora, si è invecchiata ammaestrandosi all'ingordigia di Saturno, e cambiando nome e non natura, si è data ad ingojare tutti i popoli della penisola.

Sventuratamente (per le conseguenze di oggi) quest'associazione settaria si ebbe culla in Genova, mercé del suo padre e patrono, il genovese Giuseppe Mazzini, e perciò nacque su terreno piemontese, politicamente parlando.

I suoi prologhi pel gran dramma s'inaugurarono con scene tragiche, che per fortuna si sventarono in Genova stessa ove speravansi compiere. E fu allora che la lesta pensante di questo morbo morale d'Italia tutta, essendo sfuggita co' suoi primarii membri, oggi viventi ancora e taluni in carica; essendo sfuggita dicea dalle mani della legge e del carnefice, lasciò di se le traccie velenose nella penisola, e rifugiossi nel l'ospitale Elvezia (1), e da quivi (Mazzini) divulgò la cattiva semenza che giunta a maturazione è stata raccolta da altre mani più scaltre, ed egli non è tutto dì che un cospiratore in esiglio.

La primaria vernice che illustrò questo malanno, fu di riunire l'Italia in una sola corona nazionale, e troncando come oggi tutte le leste autonome, che animano la vita pubblica delle razze italiane, cioè le capitali dei diversi stati, animare da queste membra slogale una specie di quel mostro sociale si bene pennellalo dai sommi versi della metamorfosi di Ovidio.

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Il primiero proclama, fra i mille di mille di Mazzini, fu diretto al Re Carlo Alberto, e con l'accento geremiaco, il gran cospiratore, quasi un Atlante che ha sulle spalle il mondo, lo pregava a gradire la corona d'Italia che già serbava nel suo portafogli come una lettera di cambio.

Il buon senso del Re, circondalo in quegli anni dal fiore della diplomazia dello stato, non solo sfuggi dal sorridere a tale stolta vanità, ma ebbe nobile sdegno di veder proferire il suo nome da un capo di setta, da colui che organava un anno prima a Genova, un tentativo di regicidio sulla sua persona.

Mazzini tacque, e in luogo del dono della corona d'Italia, spedi invece al Re Sabaudo il suo pugnale col manico di lapislazzuli; e per la futura corona d'Italia iniziò il suo pellegrinaggio di subasta, cioè:

Evitando oggi di emettere giudizi storici su dei tanti stimati degni del futuro diadema della universale rivoluzione italiana, noteremo solamente che passeggiò l'Europa come mobile, e su i primitivi piroscafi attraversò l'Oceano e giunse fino in America con biglietto di visita ad Achille Murai, primogenito di Gioacchino; ma questo mori.

Vivea allora in Italia un giovane Sire, circondalo da ogni possibile sfoggio di popolarità; un Sire che avea sublimato il suo Reame ad un progresso politico sociale unico in Italia; che possedea la fede de' suoi popoli, ed una flotta e un esercito splendido per uomini chiarissimi nelle trascorse epopee militari, e una ricca finanza, e il prestigio appo tutte le opinioni oneste del paese; e che ne' suoi viaggi d'Italia, di Francia e di Germania, avea raccolto gl'incensi civili e militari delle simpatie di Europa: questo Sire tanto amato e plaudito era Ferdinando II delle Sicilie.

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Gli della, trovarono tutti i numeri in Ferdinando di Napoli pel loro ideale e magico proponimento, e, si diedero ad un assedio strenuo ed animoso di lusinghe e di scaltre seduzioni, senza poter mai sperare una breccia nell'animo prudente, previdente ed assennato di quel Principe; e lo sbarco de' fratelli Bandiera nelle Calabrie, ed il Congresso de' Scienziati a Napoli, furono le estreme ma inutili prove di averlo a duce nel italiano; ed un anno dopo Mazzini sdegnoso fino al delirio, per la mancala preda, giurò co' suoi recisa vendetta contro l'augusto delle Sicilie, e scrisse nel suo alla Ferdinando II si muoverà con la forza, e Carlo Alberto per l'ambizione, ecc. ecc. Sventuratamente per questi due Prìncipi e per l'Italia, il Maestro dell' mantenne la parola.

Spenta, dopo anni d'inutile pellegrinaggio, la speme di ottenere un pretendente o un pervenuto per la , l'assedio ritornò a riconcentrarsi sulla Dora, da dove un dì era stato disfatto. E siccome oggi i cannoni rigati hanno inutilizzale tutte le artiglierie vigenti nel mondo; così la seppe rinvenire armi nuovissime per non temere più né la politica dei gabinetti, né le scaltrezze di polizia, né il numero delle bajonette: udite.

Un oceano d'innocua metafisica sociale, una specie di pioggia empirica d'idee, un prestigio di religione cristiana trasfusa a piene mani nelle masse, nella gioventù studiosa, ne' chiostri, appo il sacerdozio, e: con i discorsi, con gli opuscoli, con velati giornali letterarii, con ingenue poesie popolari, si scalzava la quiete e l'ordine vigente nella penisola. Sembrò un'era di magnetizzatori dello spiritò pubblico, ignorandosi la causa, senza far scorgere la mela a cui si andava.

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Le opere cattoliche di beneficenza si centuplicarono senza inchiesta, gli alti più filantropici si largivano da mani ignote, i templi si affollavano di non mai visti credenti, i poveri in sulle vie ottenevano elemosine non chieste e non sperale, la plebe delle capitali e de' paesi si meravigliava di ossequi civili e di confidenze aristocratiche, e, udiva ad ogni istante l'insinuante molto: povero popolo, povero popolo! Non vi era convegno domestico, in cui non si predicasse la pietà e l'amore fraterno da un virtuoso animo, e se bisognavano lagrime drammatiche, vi era là, chi sapea piangere per intenerire. I Vescovi rispettali meglio che ai primi secoli del cristianesimo, i Sovrani encomiali fino all'entusiasmo, i nobili blanditi come ai tempi feudali, i ricchi ossequiali come la parie migliore della umana famiglia, i dotti riveriti come i filosofi greci, la toga lustrala, la spada incoraggita, e: dietro questo vasto nembo d'incensi e di profumi, incantevoli, ammalianti, non un molto politico! e se per azzardo nomavasi l'Italia, la parola restava tronca, e appena avvertivasi a caso un sospiro frenalo, un volger d'occhi al cielo, e....

La politica se la rideva di questa che chiamava lecita poesia insurrezionale della penisola ila liana, campeggiata da pochi seduttori in mezzo a milioni da sedursi e se il movimento scaltro si aumentava alla giornata, la politica più dilettatavasi dicendo: i popoli costituiscono l'eco di ciò che non sanno e non daremo tempo che giungano a comprendere. Sarà cosi, ma questa mistica propaganda ribelle, serbava i suoi già scritti e stampati da Mazzini. Perché i governi non leggono questo nuovo catechismo, confrontandolo col movimento dello spirito dei popoli? Baje! Speriamo.

Ed il cattolico Piemonte, serba in se stesso de' distinti ingegni de' chiarissimi nomi che con libercoli ameni


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pare che alzassero alquanto la visiera alla Sfinge del nuovissimo incantesimo italiano; e quei libri immaginosi e commoventi di patriottismo, o in prosa o in versi, o di Balbo e d'Azeglio, o di seguaci a questi, invadevano a modico prezzo o in dono la vasta penisola. Ma il primo guanto di sfida agli Stati, ed alle tradizioni delle monumentali capitali italiane, ed alle regnanti dinastie in Italia, venne propriamente da Torino, ne' momenti di maggior calma politica e sociale; e questa primaria sfida, derisa o poco valutata dai governi e dai patriotti, fu data dal distinto Cibrario, mercé la storia di casa Savoja, provando che, l'unica e la sola dinastia italiana che da lontani secoli esiste in Italia è la Sabauda; e qual lontanissima parallela pel futuro assedio al rovescio delle nostre gloriose autonomie, la casa Sabauda è l'unica dinastia da dominare l'Italia, quando l'Italia sarà nazione (all'uso

Senza prender sul serio questo gran colpo maestro, la storia di Cibrario, benché in moltissime pagini raffigura uno studio archeologico antidiluviano, benché quell'Arduino e quei Re d'Jvrea, sembrano come profili invisibili nella magica storia delle potenti famiglie italiane, talune delle quali si ligano senza interruzione alle primarie famiglie latine, e talune altre superano queste per origini elleniche joniche doriche, trapiantale in Italia per conquiste dominii e parentadi; noi sfuggiamo questo mare splendido, egualmente che il rivolo cavalo a forza dal Cibrario, e solo valutiamo come il lavorìo per ingojarsi l'Italia fin dalla sua innocua origine, fu scaltro e provocatore contro i fasti infiniti d'Italia tutta, e non consenso spontaneo de' popoli nostri di darsi preda a questo estremo lembo della penisola, a questa Torino che per costumi e tendenze,

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fino ad anni or sono si stimava francese (1) e che non ha tutto di, se non Principi Savojardi, leggi, statuti e tradizioni, altro che italiane; a questa puerile vanitosa, che non avrà mai un nome, non dico al seguilo dell'unica Roma, dell'antichissima Milano, della illustre Venezia, della superba Genova, della dotta Pisa, dell'altèra Firenze, della bella Napoli e di cento altre città italiane; ma non possiede annali da venire appresso alle secolari tradizioni italiane di Brindisi, di Taranto, di Cotrone, di Capua, di Siracusa, di Girgenti, e di tante altre antichissime capitali; e le zolle istesse che si raccolgono (nel napoletano) su i ruderi di Pesto, di Palinuro, di Cuma, di Puteola, di Stabia, di Egnazia, di Ruvo, di Nola, di Pompeja, di Ercolano, ecc. ecc. ella non possiede ne' suoi musei; e se memorie monumentali esigge per prosapie italiane, non deve salir le Alpi o starsi sulla Dora, ma invece elèvare uno scrutinio negli archivi (almeno) di Napoli, di Cava, di Montecasino, di Monreale. Ma questa è provocazione municipale? Né, è storia italiana per ammutolire i superbi.

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tramonto, la sua aureola si estinse d'un tratto nel più bujo meriggio.

L'assedio italiano, manodotto da questo esimio genio contemporaneo, noi lo chiameremo approccio per l'assalto alla cittadella del diritto storico dinastico nazionale degli Stati italiani. La sua opera sul, fu un fuoco di fila a tutte le intelligenze della penisola, e non vi fu italiano che non si commosse a quell'elettricità di silogismi; e non vi fu cuore cattolico che non si sublimò dell'entusiasmo dell'era crociata, e quell'influenza morale che imprigiona e signoreggia il pensiero fu sì potente in Italia, che senza l'avvenimento di Pio IX al trono e senza le innocenti ed utili riforme accordale da questo ai suoi popoli, il papato già predominava lo spirito pubblico d'Italia e di Europa, e i sensali potevano già disporre de' nostri popoli a qualunque eroico disimpegno e nel bene e nel male; e, utilizzarono invece la loro ambizione, dominando, nella circostanza, la suscettibilità degli intelligenti per un' elevazione di nazionalità, e l'entusiasmo religioso per una commozione popolare. Se il Piemonte di quegli anni, non fosse stato un granello di arena, come lo chiama De Maistre, e avesse posseduto 200,000 bajonette, e la flotta napoletana; avrebbe mercé un inesprimibile movimento d'idee ed affetti (mascherando bene le sue batterie di egoismo e di centralizzazione servile), espletato in un anno il suo contratto leonino, invece di attendere quattro in cinque lustri, per rapire quanto oggi possiede per prezzo di oro, di spergiuri, di tradimenti, di scandali, di sacrilegi, di appoggi forestieri, e per prezzo di sangue fratricida.

Aperta così la breccia, Gioberti si stimò padrone de' baluardi politici d'Italia tutta, e alzandosi la visiera, pubblicò il libro dei,

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veri prolegomeni d'una vastissima rivoluzione italiana, in cui si sfida ogni inciampo al cammino, in cui si spiegano le future tendenze del, mercé cui si elevano a storia i più bugiardi libelli per insinuare lo scandalo nelle moltitudini; e siccome Mazzini ha, che Ferdinando II si muoverà con la forza, cosi il più forte governo della penisola è duopo minarlo, giacché l'Austria può dirsi che regna da forestiera sul Lombardo Veneto, ma i Borboni regnano da italiani sulle Sicilie. E perciò Gioberti con la sua penna scende fin nel religioso silenzio de' sepolcri, calpesta le ceneri di Ferdinando I e di Maria Carolina, e, ma pari ad un amante tradito, la di cui gelosia svela il dolore dell'animo, Gioberti scopre sé stesso ed i suoi complici negli amari orpelli che scaglia sul Re Ferdinando II; e allorché discorre del subito da' fratelli Bandiera nelle Calabrie, il suo parlare non è giustizia storica ma è un gran rimprovero, come dicesse: Ti recarono la Corona d'Italia, e tu li dannasti a morte, ora mi vendico ingiuriandoti o Ferdinando, ed inveisco contro di te, non per te, ma pel tuo rifiuto (1).

Dai baluardi politici, il sommo autore salta al colpo di grazia, come dicesi, onde impadronirsi fino de' baluardi morali della povera Italia; giacché coltentò un assalto più sociale che politico in Italia; coi (che sono postumi maliziosamente al, mentre non sono che continuazione di assalto) che nacquero prima ma non convenne esser imprudente a pubblicarli innanzi ora, egli tende un reciso assalto più politico

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che sociale nella penisola; così mercé, egli spera, o render mancipia della rivoluzione la Chiesa, o impadronirsi mercé d'una sol pietra che per diletto scastra all'edificio cattolico, della Chiesa Romana.

Fosse equivoco? - Spiego come posso il mio concetto critico.

Come lavoro letterario, di Gioberti, ardisco paragonarlo alla scritta da Cibrario per fissare una cronaca italo-dinasta; insomma un lavoro stentato, un libro fuori gusto e fuori genio, che vien di scrivere, ma che non stava nella mente del cospicuo autore, e che senza un senza rifiuto, lo scrittore intelligente non avrebbe pensato a scrivere o a potersi scrivere: e Gioberti benché si vuole in molta ruggine co' gesuiti, pure avrebbe sprecalo un capitolo da contenersi in poche pagini, giammai si sarebbe dato per sfogo personale ad un opera si robusta; giacché per conio suo gli sarebbe mancalo la vena, l'interesse e la materia.

La (come ogni altra setta politica dell'epoca nostra), non vuole né Troni né Altari, o li soffre in caso estremo, come paggi docilissimi al proprio servizio. Come riescire a ribellare l'Italia, essendo la medesima un centro di cattolicità, e possedendo molte dinastie? Di queste ne rimanga una sola pel momento, ma come un potere politicocapace a capitanare la rivoluzione, ma incapace a fermarsi o a tornare indietro; di quello, cioè del potere cattolico, lo sublimeremo tanto e tanto co' scritti e coi gridi di gioja, da sperderlo di vista allo sguardo delle stordite moltitudini, e quando ritornerà in sé, lo avremo tanto denudato, che, o vorrà seguire i nostri passi, o rimarrà negletto ed isolato dal consorzio de' credenti, resi già nostri tributarii.

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Non esprimo giudizi temerari: leggansi le opere di Mazzini, e specialmente quelle che datano nel 1846.

Da ciò ne viene che il nobile ingegno di Gioberti, già prevaricalo, venne eletto a compiere tutte queste conquiste, dopo che i suoi meriti e i suoi idolatri, gli aveano spianata un apoteosi sullo spirito intelligente d'Italia.

I gesuiti intanto possedevano (e possiedono tuttodì) quelle virtuose che attaccano la febbre ai cervelli seduttori della società moderna. Enumeriamone talune che più urtavano e più urlano la suscettibilità de' nostri avversarii.

In Piemonte, era gesuita il regolatore della coscienza del Re Carlo Alberto, gesuiti ufficiavano pel culto quotidiano nella chiesa del palazzo. Come possedersi a vittima espiativa quell'augusto e la sua dinastia, senza rovesciar pria un tanto baluardo?

E nella maggior parte d'Italia, la pubblica istruzione ed educazione della gioventù, era affidata ai collegi gesuitici, su d'ogni altro istituto. La setta possedeva numerate intelligenze, e per le battaglie ribelli necessitavano innumeri coscritti, una intera generazione di spensierate speranze domestiche, le scintille vivaci ed espansive di tutte le classi sociali, la gioventù studiosa. Stigmatizziamo i guardiani dell'ovile, onde le agnelle fuorviino dal sentiero.

I gesuiti sanno ispirare una certa fiducia nel ricco e nel povero; benché religiosi, amano coltivar le scienze e le lettere in un modo si speciale, che sono al contatto de' dotti di tutte le classi; i gesuiti serbano una severità di studii, che al loro metodo è difficoltoso il dar satelliti alla scuola di prevaricazione; i gesuiti con la predicazione si danno a chiarir le menti, onde metterle in guardia

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dai lacci delle sette: dunque Gioberti non il primo nell'assunto, ma erede del mandato degli del secolo scorso, gittò la rete ed ebbe la tristissima consolazione di raccogliere molti credenzoni; e cosi, il Piemonte pria, (e dopo tutto quanto è), bandi i gesuiti, e poi tutti gli ordini religiosi, e poi Cardinali, Vescovi, Sacerdoti, tutto quanto si può crollare da un edificio, a cui si è tolto con violenza una delle pietre angolari.

Ma non basta tutto questo al lavoro stentato del gran filosofo. Egli sa ciò che fa, e conosce l'appetito di lo, come e quando può essere satollo. Sta bene., con la sua catastrofe, non sarà capace a diroccare il Papato (corona dell'opera), ma a togliere al medesimo un valido ausiliario, una delle guardie avanzate, per indicare la scalata morale al Valicano. E come da cosa nasce cosa, il rovescio gesuitico costituendo uno scandalo, questo alle coscienze sarà il cemento per un contagio pria d'indifferentismo, indi di scisma; o questo avvenga prima di quello, la sfida è assicurala, ed il papato cadrà in rovine (per quanto è logica degli atei cattolici politici) man mano che si potrà.

E sia un altro mio ardimentoso raziocinio, chiusura di questo capitolo.

Gioberti per me sta, essere l'esecutore completo delle dottrine di Mazzini, colla differenza che, questi scrive coll'alterigia mozzicata dell'oracolo antico di Delfo, quello scrivea col fascino dell'eloquenza e della dialettica. Mazzini istruisce i suoi seguaci in dieci pagini in ottavo, Gioberti svolge queste poche pagini in molti volumi. Quello racchiude il suo sistema insurrezionale dagli al, e questi scrive tre magiche opere,

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che per la Chiesa Cattolica e per la società cristiana d'Italia tutta non sono altro, che l'alternativa mazziniana, cioè dall' al Mazzini spaventa i Sovrani renitenti d'Italia con la minaccia di repubblica, onde muoverli; Gioberti anima i medesimi a seguirlo nella corsa, sollevando uno stendardo monarchico velato di religione di nazionalità di libertà: ma entrambi aspirano ad essere padroni dei Re e de' popoli, mercé dell'insurrezione italiana.

Infatti, egli con volumi tutt'amore e poesia, sublima la fede cattolica a maestra della civiltà italiana, il sacerdozio alla vera apoteosi dell'apostolato, chiama tutti gì' italiani ad inchinarsi ubbidienti al soglio del Sommo Piero, eleva il papato su tutti i Troni d'Italia, e vorrebbe che l'Italia acquistasse il suo primato politico e nazionale dai Pontefici; ecco gli. Indi coi di riverbero denuda Chiesa e credenti, con mano incognita gitta il veleno dello scisma su i gradini del Tempio, il mal oprare de' gesuiti è un ferire alle spalle il sacerdozio cattolico, è un oltraggio al papato che sostiene una corporazione detestabile, è un dar lezione alla Chiesa, è un degradarla ne' suoi membri infetti, insomma è una religione obesa che fa duopo ringiovanire per mano dell'autore ch'è un prete in esilio; ecco la prefazione giobertiana del il di più lo ammireremo nella qualità di ministro del Piemonte o dell'Italia piemontese.

Ed i seguaci di Mazzini e di Gioberti, capitati nelle mani di Camillo di Cavour, costantemente vogliono giungere alla mela tracciata da questi due, sommi in maleficio, e, in complesso politico, in complesso sociale, ed in complesso religioso, non si appalesano che i continuatori degli e del

Ammiriamo!!!

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Li schiamazzatori di ai Principi italiani sono quei che hanno rovesciato i loro Troni.

Gli apologisti del povero popolo, della libertà de' popoli, degli ai popoli italiani; sono quelli stessi che oggi esigliano senza condanna, carcerano senza processo, fucilano, mitragliano, fanno pugnalare gl'italiani, e incendiano le loro città, e non salvano neanche le donne i vecchi i fanciulli gl'infermi.

Gli amanti folli di Pio IX, quei che versavano dolci lagrime al proferire l'augusto nome, quei che deponevano ai santi piedi i loro talenti, le loro sostanze, i loro figli, la loro vita; quei che non ammettevano altro governo al mondo che il governo angelico e paterno di Pio; insomma tutti quei che un di gridavano fino a perdita di voce, sono essi stessi che da dodici anni e più smarriscono i sonni, la voce e la vita, per addossare la Croce sulle spalle del Vicario di Cristo e condurlo con le proprie mani ed insulti giudaici, là al Calvario d'ogni dolore, d'ogni sacrificio, d'ogni spogliazione. - Ma (esclamano) si desia il solo potere temporale per fare l'Italia, e....

Mentitori! voi stimate assicurare al Papa un impero spirituale, sol perché le vostre nequizie hanno isterilita la pubblica morale, e credendo di estinguerla dell'intuito, sorridete all'idea di donare ciocché avete ucciso con le vostre dottrine, ciocché voi dite in cuore, che più non esiste. Se in voi reggesse la credenza, che il mondo cattolico (ch'esiste e che esisterà fino all'estremo de' secoli) esistesse o potesse esistere, voi tremereste di Pio IX, come noi che crediamo in Pio IX, attendiamo il giorno in cui lo sguardo della giustizia di Dio poserà alla fine su di voi e passerà oltre: ritornerà dopo istanti a guardarvi, e voi non sarete più con le vostre iniquità.

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V.

MASCHERA E SENZA MASCHERA

La semenza fu gittata a piene mani sulla società italiana da assidui ed operosi travagliatori: assistiamo brevemente a un primiero saggio della messe che si raccoglie.

Qual sarà la messe? qual fu il seme coltivato.

Ed il seme? seme per far l'Italia.

Anatomizziamo questo rarissimo frumento cosmopolito che formerà l'Italia, ma pria di ciò è duopo passar in rivista i sommi coltivatori italiani.

A Roma si benedicono fino alle stelle le ottenute riforme, e gli esuli romani restituiti in patria, bramano un Italia colma di riforme, è benedetta da Pio: modesto desiderio!

A Torino, il cielo mite delle prossime Alpi, si riscalda e supera in calorico il cielo vesuviano di Napoli, ed il Piemonte chiassa in ogni giorno per quanto ha potuto chiassare in cento anni, eh! le riforme: si ottengono le riforme, ed ottenendosi, Carlo Alberto si spoglia di quei consiglieri prudenti, e delle tradizioni cattoliche e politiche di sua prosapia, ed in poche ore gitta la sua Corona, la sua dinastia, i suoi popoli, su di una china si profonda, che sono scorsi quattordici anni e si scende ancora, ed ignorasi ove ha termine la voragine piemontese. In qualunque modo vada, gli Stati Sardi sono in festa, e le loro feste sono colme di sublimità cattolica da superar Roma amenocché Pio IX non risiedesse in Torino, e colme di tanta italianità, d'attirare l'attenzione di tutti i popoli della penisola: questo è lo scopo.

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La nobilissima Toscana, per gridar come si grida a Torino, calpesta le civilissime sue istituzioni e si appalesa bisognosa di riforme. I Ducali giocansi le loro autonomie per emular Torino. Il Lombardo-Veneto si scuote per emanciparsi dall'Austria, ed è l'unica regione italiana che, bene o male, tende ad uno scopo tutto proprio. Le Sicilie aspirano ad ottenere ciò che hanno a ribocco, le riforme; e rinunciano a quella verace libertà che godettero fino al 1847, libertà vera, che si ottiene dalla reciproca fiducia di popolo e di governo; ma il loro movimento è torpido, sol perché si è che

Tutto è pronto, tutto è preparato per una generale eruzione in Italia. Ed ecco che le due più potenti politiche di Europa, la francese e l'inglese, intervengono nella penisola. La francese, meravigliata che avvenga da sé, quanto non riesci alla medesima di compiere per tanti anni in Italia, spedisce Rossi qual suo ambasciatore a Roma, che stima centro del movimento, o almeno il punto più influente perché animalo da forza morale; e la politica di luglio viene per capitanare, e trova che il vessillifero della circostanza è di nuovo conio. Ed ecco apparire in Italia Lord Minto,, astro di segnale per l'assicurata bufera, che visita i Principi italiani e sommessamente consiglia loro di accordare qualche cosuccia ai popoli; e poi avvicina i capi delle classi moventi, e, dimandate, dimandate che tutto vi si concederà, e se desiderate armi munizioni monete ecc. ecc. ve le mando io, ma parola d'onore, non dovete farvi del male, le terrete per divertimento semplice, per affratellarvi....

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Ed i Principi si danno alle riforme, e fino nel Lombardo-Veneto si accordano riforme; riforme che la giovane stampa quotidiana in Italia applaudisce come ad apice d'ogni espletato desio della penisola. Ma nelle Sicilie la concorrenza del simpatico ritrovato non potea far breccia. Cosa mai concessero gli altri Principi in Italia? Una guardia cittadina? a Napoli è istituzione vecchia. Una consulta di Stato? esiste da anni molti. La pubblicità de' fori civili penali e contenziosi? sono fondamenta della propria legislazione. La vita municipale? eh! nelle Sicilie fino i piccoli paesi eleggono le loro decurie, ed ogni distretto elegge il suo consesso distrettuale, ed ogni provincia elegge la sua rappresentanza civile a maggioranza di voti. Sicché le concessioni negli altri Stati d'Italia, non serbavano eco pel Re delle Due Sicilie, e le Sicilie intanto non solo gridavano riforme ma tumultuavano, e si versava sangue a Palermo nelle Calabrie, e nella provincia di Principato Citra, di locandiere, (poi cavaliere colonnello deputato) Carducci, iniziava su pacifiche città quelle straggi di cui oggi va orgogliosa la ferocia di Pinelli. Dunque i gridi giulivi erano eguali per tutta Italia, ma per destino costante, d'allora finoggi, da per ovunque si mascheravano con le rose, nelle Sicilie si appalesavano con le spine; e me ne appello di Vincenzo Gioberti, al napoletano Massari, che in quegli anni, essendosi fatto piemontese puro sangue, avea un panegirico ed una biografia fino per un Ciceruacchio, e pella sua ex patria serbava il broncio il sarcasmo la sfida.

Ma dove si và? qual'è la mèta prescritta?

Dove si và lo vedremo fra poco, - la prefissa mela s'ignora anco dopo quindici anni, anco al momento che scrivo....

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Intanto nelle Sicilie, fra viltà tradimenti e ribellione, s'ingrossava la tempesta, e Ferdinando II senza una ragione valida si vedea gittar la sfida mascherata dalla politica riformatrice del nuovo gabinetto piemontese, politica sostenuta con cento tranelli dall'Inghilterra, senza che l'Europa Sovrana si brigasse a dare una spiega sull'andamento da prendersi. Le riforme piemontesi erano un punto sotto al zero in paragone delle istituzioni delle Sicilie, e, queste forse eran mature. ad avere una costituzione rappresentativa (senza l'intervento anarchico della); al Piemonte facea bisogno di molti anni ancora per passare da una monarchia assoluta ad una monarchia temperata, e da questa ad una monarchia mista. Dunque perché tanto scalpore? perché non unirsi prima i Sovrani d'Italia per intendersi sul modo di regolare il movimento pubblico? perché assiepare Napoli e Palermo di seduzioni Albertine, se Carlo Alberto non aveva concesso ai suoi sudditi la metà di quanto possiedono da mezzo secolo i popoli del Reame? perché l'Europa politica permette che la rivoluzione italiana si agglomeri sulle Sicilie senza un bisogno, e non si palesa sul modo da tenersi? Dunque è una sfida ingiusta, una provocazione irragionevole, un aguato in cui mi si vuol trarre? esclamò Ferdinando di Napoli, e, in un bel di, con quel genio creatore che lo assisteva, sfidò il Piemonte l'Italia l'Europa, e senza cader vittima d'una rivoluzione, l'affrontò con dignità, e seppe senza degradarsi concedere con piena volontà lo statuto costituzionale, e nel momento di darlo, esclamò ai suoi intimi: Scambio una carta di visita col mio cugino di Sardegna che me la chiede con le sue riforme, e co' miei alleati di Europa che speravano abbandonarmi nell'imbarazzo.

Ed il biglietto di visita di Ferdinando II fece impallidire la riformatrice politica piemontese, che col nonnulla e con l'incendio in casa altrui, sperava ingrandir se stessa.

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E quel biglietto di visita fu la bacchetta magica che svelse coraggiosamente la maschera alla rivoluzione in Italia, ed alla rivoluzione in Europa; e l'Europa, minata, andiede in fiamme, e l'Italia salita al potere della libertà acquistò favella per esprimere i suoi

Ecco che siamo già senza maschera, ed a nuove scene di un secondo dramma.

Trista condizione! L'Italia si agita, e non si pensa a circoscrivere la sua agitazione. L'Italia vien trascinata ad un movimento nazionale, ignorando il cammino e la fermala. L'Italia si commuove, si emancipa, si eleva ne' suoi Stati a mutamenti governativi, senza che i Principi s'intendano fra loro, o ligandosi a palli federali, o giurandosi indipendenti l'un l'altro. Tutto è all'azzardo, tutto è all'impensata, ogni governo della penisola si regola con prudenza: un solo (il piemontese)

Che ne avviene? che mentre l'Italia, senza soggezione dell'Europa prostrata, poteva, oltre all'emanciparsi dallo straniero elevando una nuova dinastia nel nuovo Regno Lombardo-Veneto, confederare le forze de' suoi governi e la volontà de' suoi popoli mercé palio solenne e coscenzioso; ligare in armonia le diverse tendenze delle popolazioni, mercé l'emulazione delle rispettive dinastie, mercé l'emulazione delle diverse autonomie; o almeno almeno stabilire una lega nazionale, reciproca d'interessi, e per sostenersi nella pace e per garentirsi nella guerra, non fa niente di tutto questo. La rivoluzione cammina a talento, e la politica cammina allo sciopero. E perché? dimandatelo alla storia di Cibrario!!!

E intanto noi riassumiamo la rivoluzione cosi:

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Gioberti colle sue falangi giunge da Parigi più che federale, ed a Torino addiviene fusionista. Mazzini ritorna in Italia con lo spauracchio della repubblica. Forse questi avrebbe simulato ancora le sue tendenze, ma travede le trame che si ordiscono a Torino per fondere tutte le corone d'Italia in una corona piemontese, e che la rivoluzione si maneggia sulla Dora non per impegno di nazionalità e di libertà, ma per conquista di tutti i popoli italiani, e, sincero ne' suoi maleficii, unico cospiratore al mondo che và senza maschera, si divide dai suoi complici ed eleva Io stendardo della democrazia non più per spauracchio, ma per massima e per base della rivoluzione italiana. Fra Gioberti e Mazzini, come tra questi e la politica sabauda, erede prattica, di già, della cronaca di Cibrario, si eleva vista e non vista, la persona di John Bull, che smascellandosi dalle risa, ajuta e protegge i contendenti, e compra e vende, e vende e compra, e fa milioni e l'Italia; e mentre i nostri si rissano (d'allora ad oggi) a voler ognun da se coltivare il terreno, gittar la semenza, farla sbucciare, crescere, giungere a maturazione, cogliere il frutto e mangiarlo, e tutto questo lavoro di secoli, in fretta in fretta, riepilogarlo in un anno in un mese in un giorno, l'amico John Bull per non perder tempo, fa i con le finanze dell'Italia e degl'italiani, e loda la carta moneta; passa ai musei alle pinacoteche ed alle biblioteche italiane; gitta lo sciopero,, ne' nostri stabilimenti industriali meccanici metallurgici; accorre su i mercati, e grazie alla, mena via quanto è proibito asportarsi, e a forza quanto è inibito importarsi in Italia; spaventa i speculatori di cambii, e compra rendite per metà, che fra poco rivenderà con due terzi di guadagno;

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scambia pessimi cannoni con buoni bronzi, e si alla discesa delle campane dalle torri delle chiese; vende fucili e polvere ad ogni disputarne, volendo a tutti; eh! fa sottomettere la Sicilia, quando non ha più dove deporre lo zolfo preso, e scambia e permuta fino le razze bovine, e fu bello un giorno (giugno 1849) veder Malia coverta da un esercito di animali cornuti, e l'Italia allora; e ne parleremo con maggiore effusione diallorquando cessando il non intervento nel!' Italia di oggi, possiamo esser certi che l'Inghilterra che esigge ora il non intervento, esiggerà l'intervento, in quel dì che non avrà più oggetti da dall'Italia, ed è tanto misericordiosa da lasciarle le ossa spolpale.

E l'Italia è fatta.

Il Piemonte costituzionale, si scuote per la sorpresa di trovarsi uno statuto più o meno dato in fretta, per copia conforme a quello di Napoli, e già vincolato dalla precauzione di, (come scrisse al dì 15 marzo 1848 con dispaccio ministeriale a Vienna); statuto che non avea scritto né sperava scrivere, quando assediava con gridi e con giornali provocatori gli altri governi italiani; e, si dà alla preda di quei popoli che in un momento di frenesia si erano ribellali senza suo ajuto materiale ai rispettivi Principi.

I Ducati di Parma e di Modena, abbandonati per misure strategiche dalle truppe austriache intervenute alla tutela di quelle dinastie; ecco che la soldatesca piemontese, senza chiamala legale di quei popoli, e senza dichiarazione di guerra con quei governi, s'impossessa, e con una parola ignota al diritto pubblico europeo, su del quale esiste il Regno Sardo, a sé, come due provincie, due autonomie storiche.

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Scoppia l'insurrezione a Milano, ed il Piemonte rifiuta recisamente accorrere in ajuto de' lombardi mitragliati dagli austriaci; ed appena cessano quelle cinque sanguinose giornate e Milano trovasi emancipata, ecco che i battaglioni piemontesi passano frettolosi il Ticino, s'impossessano della Lombardia più che possono, sorprendono lo spirito pubblico di Milano, che vede ad ogni ora un ritorno vendicativo del nemico espulso, un popolo pel quale non avea sacrificato un uomo o una moneta; e siccome ora ha invaso il napoletano, dicendo all'Europa, che andava a far fronte a Garibaldi che e l'Italia, cosi scrive alle potenze d'allora, manomesse dalle rivoluzioni, che accorreva (senza dichiarar guerra al suo alleato) in Lombardia, insommala Lombardia, come l'anno scorso intervenne a le province pontificie!?!

E con tranelli sì triviali, Milano che dopo Roma è la più cospicua antica città capitale d'Italia, si rende ancella di Torino, per la prima volta, e compie il primo della cronaca di Cibrario! E quando gli austriaci si avvicinarono, dopo quattro mesi, per riprendere Milano, si assicura al popolo che il Re con la sua truppa vuol seppellirsi per difenderla, il popolo ci crede, permette che la soldatesca sarda per vedute militari incendiasse ì subborghi milanesi; ed invece la credula città, dopo ventiquattr'ore viene abbandonala senza palli onorevoli alla discrezione di Radetzky, e i colpi di fucile diretti al Re sul palazzo Greppi, additeranno alla storia, l'ira giusta di quella città sedotta, messa al servaggio e poi tradita.

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Venezia tumulta, e gli austriaci volendo conservare intatta questa città al loro Imperatore, l'evacuano senza attacco, e per orgoglio di sé, e per tema di addivenire mancipia dell'ambizione piemontese, eleva lo stendardo, ahi! del suo leone non più temuto come un tempo, e ricostituiscesi alla forma antica del suo governo. Era un ideale nobile e giusto, ma non da potersi realizzare ai tempi nostri, e l'erede dell'ultimo Doge poteva almeno addirsi ad altra realtà meno empirica al cospetto dell'Europa moderna. Tuttavia, i fasti secolari di Venezia si svegliarono ardenti nel mondo civile, e moltissime sterili simpatie la illusero. La politica sarda, senza promettere soccorsi a Venezia, attese in broncio che questa si come estrema provincia. Vide che la gagliarda non avea voglia, e ardì vendere al padrone (all'Austria) quella che non fu mai piemontese; e giunse fino ad aprir trattative con il governo austriaco, il quale ebbe onta di darle ascolto, a patto però che l'Impero d'Austria riconoscesse il suo possesso sulla Lombardia (1): viva l'Italia! E ciò valga di rimembranza ai scandalizzali per Nizza e Savoja, ai timidi per l'avvenire della Sardegna e della Liguria, e ai destini futuri dell'Italia unita!!! E non è tutto. Il rifiuto dell'Austria, rese più allera la politica piemontese, e brigò per una flotta sardo-napoletana a difenderla, e dopo soggiunse alla città abbandonata a sé stessa. «Fa la fusione, che li proteggerò» (2) che nel volgare s'intende, come unpirata

(2) CERNUSCHI, id: id: Lettera tutta di pugno del Re di Sardegna in data di Roverbella. 7 loglio 1848.

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dicesse alla ciurma di un naviglio in naufragio: se vuoi che ti salvi, devi cadere mia preda, se nò, muori. E Venezia cadde, ma non fu piemontese, e questo tratto è più glorioso della sua stessa difesa.

La Toscana serbò allora maggior criterio di oggi nella sua dignità. Entusiasmata dai battaglioni universitarii e crociati, ebbe almeno la risoluzione ardita di attaccare gli austriaci, appena intese la lotta cittadina in Lombardia, compromettendo il bravo 10° reggimento di linea napolitana; fu poesia di guerra, non niego, ma le sue giornale di disfatta, sono pagini storiche che superano il cimento piemontese a Novara, sol perché quivi battagliava esercito contro esercito, e le falangi toscane costituivano un'armata in miniatura contro un valido corpo di truppa tedesca. E quando l'anarchia più forestiera che patria, menò Leopoldo II a Gaeta in primo esilio, il Piemonte poco curando quest'altro suo alleato, già aspirava ad una rapina senza nome, quasi simile a quella espletata fuori diritto fuori legge e fuori onore dal ministro sardo Boncompagni, in Firenze nel 1859, a barba della diplomazia europea. Per intervenire in Toscana, bisognava la fusione; l'abbandonò al suo destino, appena perdè speranza di conquistare al suo carro un altro popolo.

Ecco Roma, ecco i suoi stati Pontificii, in preda alla violenza ed all'anarchia. Gli lietissimi d'un tempo sono svaniti. Il Piemonte raccolse a suo profitto ed a tempo utile l'entusiasmo italiano, operato da Pio con pacifiche e purissime idee, e fondendo questo slancio morale nelle fauci sitibonde della anticattolica ed anti-italiana, eleva mercato di popoli per suo uso privalo, e, a Roma non restano che rimproveri, palpiti e tenebre per attraversar la tempesta organizzata. E il più elastico dilemma maneggiavasi intanto nelle sue tendenze.

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O gli eventi di Europa mi rovesciano l'Austria, e allora io addiverrò padrone della più gran parte d'Italia, e salvasi chi può; o l'Austria ritorna alla sua potenza primiera, ed io mercé i nuovi interessi nati in Francia, e la mia dilatata cospiratrice, scenderò a palli, e, sempre un aumento di territorio dovrò avermi, come nelle guerre del secolo scorso, e, non importa poi che dò mezzi ad un nuovissimo e più vasto Spielbergk per idell'era: e cosi da egoismo in egoismo, la storia moderna è colma de' suoi fasti. E che sia cosi, ve lo prova l'abbandono che regalò a tutti i popoli compromessi in Italia dalle sue voglie, e che ebbero la dignità di evitare il suo servaggio. Ve lo provano i tumulti dei diversi Stati italiani, abbandonali all'oscillazione in cui stavasi il Piemonte, senza voler definire la sorte della penisola. Ve lo prova l'ostinazione assoluta, di non voler sottoscrivere i dieci articoli del patto federale redatto da Rosmini ed accettato da tutti i governi italiani. Ve Io prova l'interesse seducente che nutriva di spedir truppe negli stati del Papa, mentre poi abbandonava Pio all'anarchia romana; e Pellegrino Rossi cadde pugnalato da un furibondo, sol perché osteggiava con slanci diplomatici la politica piemontese. Registro questa memorabile confessione del Cernuschi, resa pubblica in questi giorni, testimone oculare degli avvenimenti, e uomo troppo altero per mentire.

» Fu questa politica (), quella cui Rossi osteggiava accanitamente a Roma; quella che lui morto, trionfava (1); quella che, partito il Papa,

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» stipulava per mano del governo provvisorio successo a Rossi, l'ingresso delle truppe piemontesi, stipulazione che sollevò a sdegno l'assemblea romana, e affrettò se non determinò la proclamazione della repubblica».

Ricordiamoci bene, (dopo la narrativa di un episodio inedito), le ultime parole del Cernuschi: e, se non la proclamazione della repubblica.

Dimando: lo scandalo, che oggi si altamente perturba il buon senso de' popoli civili di Europa (mercé il dispotismo neroniano sulle Sicilie), e che da quasi un anno mantiene l'allarme morale nel mondo cattolico (mercé l'ingordigia d'ingojarsi Roma papale), è conseguenza di oggi, o è seme che raccolse, raccogliendo (nel 1848) l'eredità della eredità scissa tra Mazzini che aspirava ad un immediata repubblica universale in Italia, e Gioberti che aspirava ad una immediata universale monarchia Sabauda in Italia?

Gitto sulla corrente della pubblicità contemporanea un aneddoto ignoto, fra tanti che ho raccolto per talune mie memorie politiche sulla vita pubblica e privata di Ferdinando II, da mettersi alle stampe non sò come o quando, e che solleva il velo su molti misteri.

L'astro delle itale-piemontesi, Gioberti, dopo d'aver prescritta metà dell'orbita, si condusse a Roma, qual culmine maggiore dell'orizzonte percorso e da percorrersi, e quivi ottenne incensi credenti e vittime, ma vi dimorava la polente Sovranità di Pio IX, scoglio di naufragio pel Piemonte. Un napoletano che sommamente onora co' suoi talenti e colla sua modestia, e la mia patria e l'Italia tutta, alquanto mossa ma non pervertito dalla infermità dell'era, per scopo dei suoi costanti e profìcui studii, rattrovavasi a Roma.

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Un amico gli disse un giorno, che Gioberti spasimava per fare la sua conoscenza. II napoletano ne fu lusingato, ed appalesò gran desio di far visita, non all'uomo politico, ma all'uomo dotto. Fissalo il giorno e l'ora, l'illustre napoletano senz'apparecchio di etichetta, trattandosi di visita a un filosofo a un prete, si avviò all'Albergo d'Inghilterra (1) concertando in sé stesso una conversazione sui tanti volumi elaborati da sé e dall'illustre piemontese. E con tai pensieri giunse all'Hotel anzidetto. Un milite in sentinella al portone, lo fermò, e, chi dimanda? Vado dall'abate Gioberti Vada. Altri simili armati occupavano l'interno, e spesse persone le scale. Pensò fra se il napoletano, qui abiterà di certo qualche generalissimo, o sarà la residenza dello stato maggiore, o di una grande ambasciata, e, polea scegliere altra dimora più confacente ad un ecclesiastico e ad uno studioso, come lui, ragionava il mal capitalo. Finalmente al pianerotto di un appartamento, altro milite di guardia Io ferma, e: Chi cerca? Vado per visita all'abate Gioberti. Un momento, ed ecco che il passa voce fa uscire un ordinanza, che dimanda del suo nome. Sono N... N.... Sembrami che il suo nome è in lista, perciò favorisca con me. La sorpresa più che la volontà, permise al napoletano di muovere i piedi e seguire le orme del luogotenente, ed eccolo in una sala col suo modesto abito, ispezionato da molti sguardi, e non curato dai tanti che formavano varii crocchi fra loro, giornalisti civili e militari d'ogni grado ed arma, borghesi aristocratici forestieri, che in più idiomi, e parlando a mezza voce, costituivano un mormorio prolungato. Miserere di me, pensò il napoletano!

(1) Via Bocca di Leone.

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Dante mi accompagna in una bolgia, un equivoco mi gitta al ridicolo, o il mio cervello ha dato di volta? Vengo per trovare un prete, un filosofo, un forestiere, una persona che dice di essersi recalo a Roma per baciare il piede al Santo Padre; ed invece qui trovo un servizio da sovrano, il sussieguo fastoso d'una Reggia, un udienza da autocrata? E Pio IX al Quirinale è Re e Papa, fui all'udienza, e neanche la mela di questo cerimoniale usa alla sua persona. Passa un ora di anticamera, agitato dalla sorpresa, dalla meraviglia e dal dispetto, e mentre coi moti risolutivi d'un partenopeo, si era deciso andarsene via, volgendo le spalle a quella cuccagna da teatro, per colmo di sua disdetta, si mosse al momento il battente d'una soglia, e un azzimato introduttore d'ambasciata, (forse il Massari...) lo chiese a nome. Lo segui per finirla, ma la illusione per la visita al gran filosofo era svanita per metà nel suo animo, e, cosi fu fermalo ed annunziato (era giunto alla sala del Trono???), e dopo istanti si apri un altra soglia, ed ecco apparire l'idolo, vestito di nero con ricercatezza e con lunga capigliera si profumala, che il dotto e modesto napoletano pensò di esser giunto in un voluttuoso dell'Oriente, e, rinunziò all'altra metà d'illusione rimastagli pel sommo uomo, e per semplici vincoli di convenienza sociale gli porse la mano, e si sedè a fianco.

Si scambiarono delle cortesie, e, prese la parola Gioberti. - Sa ella valutare l'importanza della sua visita? - Effetto della vostra cortesia a mio riguardo, e del mio impegno di conoscer personalmente un autore sì apprezzalo nel mondo. - Grazie, ma io la dimando per uno scopo più sublime.... - Mi chiedete collaboratore per qualche opera di circostanza?

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- Oh! ben altro, carissimo amico. Ella sa che stiamo facendo

Italia, e che giro per molti punti, onde la fusione (?) alla Corona della gran spada si accelerasse per completare l'uscita dello

Ed il napoletano si mise in guardia tacendo.

- Ella mi vede in Roma

e, dopo sistemate le faccende qui, voglio e informalo da molti amici, ch'ella ama tanto la buona causa, e che gode una certa influenza sullo spirito degl'intelligenti nel Regno, la prego con calore a prepararmi il terreno, come suol dirsi, onde io.... - Sentite, signor abate (spezzandogli il discorso riprese la parola il napoletano), dite benissimo ch'io amo l'Italia, come si ama da ogni persona onesta, ma non so come i vostri amici vi hanno assicurato ch'io godessi dell'influenza nel Regno, mentre il mio stato e le mie abitudini, non permettono ch'io brigassi su chicchessia. Ma avendo voi fattami una confidenza, azzardo darvi un consiglio e restituirvi una confidenza benanche. Se toccate Roma a profitto del vostro stato, estinguete il prestigio di voi stesso, rovinale il vostro Re e il vostro paese, e gittate l'Italia in nuovissime sventure: e questo è il consiglio. La vostra idea su Napoli è scabrosa, difficile. Troverete partiti d'ogni genere fra assolutisti e costituzionali; esiste anche un esagerazione democratica, ma non rinverrete aderenti al partito piemontese. Non vi basta l'esempio della Sicilia? per orgoglio patrio, aspira di ottenere una dinastia a sé, ma non vi è riescito aggiogarla al vostro carro. E poi signor abate, Napoli non è metropoli che si abbassa con chicchessia, possiede troppo di tradizioni, di privilegi e di civiltà, per ritornare un sol giorno ai tempi vice regnali. In questi momenti se vi dicono che gridasi in favore di Re Carlo Alberto, succede per spirito di opposizione al passato governo, non per idee piemontesi.

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E poi la dinastia Borbonica poggia sulle simpatie della generalità del paese. Anco i nemici di Re Ferdinando non l'avreste con voi, ma se la rivoluzione europea si aumentasse, a Napoli si potrebbe vedere qualche mese di repubblica, ma non un sol giorno di fusione con lo Stato Sardo. Se lavorate per una confederazione, andate pure a Napoli, che anco nel Re troverete appoggio. Se poi volete guardare il Regno con gli occhi de' vostri compagni d'esilio, Napoli addiverrà la tomba del vostro prestigio. -

Gioberti si alzò infastidito da sedere, il dotto napoletano benanche. Si licenziarono freddamente: ma Gioberti non stimò suo coraggio di recarsi a Napoli.

Potendo guarentire la verità dell'esposto, vivendo ancora quell'onorevole napoletano, dimando ai miei lettori: Camillo di Cavour è stato dopo dodici anni di assidua breccia in Italia e nelle Sicilie, non altro che l'esecutore laborioso della prestabilita politica anticattolica ed anti-italiana del Piemonte; e che fin d'allora la strategia era di piemontizzare pria l'alta Italia, indi l'Italia meridionale, per poi, chiudendo Roma fra due fuochi ribelli, ridurla poco più poco meno, alla condizione cui si lavora da un anno, con un egoismo sì scandaloso e malvaggio, che il volume dell'attuale politica piemontese, in mezzo agli annali passati e futuri d'Italia, si serberà coverto di nero, ed ogni sua pagina conserverà un sacrilegio, una macchia di sangue, una tinta di lagrime, molti delitti, moltissime imprecazioni....

Dopo tutto questo, le parole di Cernuschi acquistano maggior luce nella quistione di allora e di oggi, che non è se non una parentesi, e:, di Mazzini a Roma.

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Dunque Mazzini collaboratore antico di Gioberti, o questi di quello, travide lo scopo della venuta a Roma ed il sussiego che lo circondava; conobbe ché volea e perché bramava andare a Napoli il carissimo abate, e, sprezzando il tranello piemontese, disse a se stesso, egli si divora le membra della preda (l'Italia) per conto suo, ed io mi tengo la testa (Roma); o quelle seguiranno la testa e chi non ha lavoralo non mangìerà, o le membra si slogheranno, ed allora niente per me e niente per lui. E se oggi spaventevolmente vediamo attuarsi quel che allora non riusci, succede che la politica piemontese, corrompendo tutti d'Italia ha saputo illudere la mercé d'una apoteosi monetala in milioni di franchi fusa per Garibaldi, ch'era l'¡strumento di Mazzini ed è addivenuto la vittima dei misteri di Cavour.

Ma la testa veneranda dell'Italia, cuore dell'Europa e del Mondo (Roma Papale), si vedrà ligata ancella, a queste già lacerale membra della dolente penisola Ausonica?

Noi cattolici guardiamo con raccapriccio il funesto allagamento antireligioso, anti-politico, antisociale, e finalmente anti-umano, del diluvio italiano; ma fidenti ne' nuovissimi trionfi serbali alla Croce, ammiriamo sul pelago sciagurato dei torbidi e sanguinosi fluiti, galleggiare la militante Gerusalemme (Roma) qual -'Arca, da cui volerà la colomba della pace, per additarci che il vento balsamico delle divine misericordie, già fuga le onde sacrileghe che tempestano irate, sulle coscienze di ventidue milioni di cristiani...

Ecco quanto vediamo e speriamo.

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VI.

FERDINANDO II,
L'ITALIA E LO STATUTO

E la carta di visita di Ferdinando II, cosi detta, , fece il giro d'Italia, donando alla medesima quel che il secolo attuale chiama libertà

Sì innattesa ed insperabile iniziativa largirla dal più popolare Principe politico in Italia, momentaneamente commosse la penisola in ovazioni di gioja; ma d'un tratto, i piemontisti di qua, i mazziniani di là, ammutolirono la universale esultanza; e la politica di Torino esterefatta dalla sorpresa e dalla paura pel difficile paragone de' due Monarchi che si misuravano sulla scena degli avvenimenti, incoraggiò i fusionisti e lisciò il pelo ai repubblicani, onde riprendessero l'antico bersaglio contro il troppo cattolico, ed il non ambizioso Re delle Due Sicilie; e i bersaglieri si mascherarono a vicenda, sol perché il nemico da rovesciare era un atleta che dominava lo spirito de' suoi popoli, e stava bene lui solo in Italia alla testa dell'esercito, opera di sua mano: e l'Italia è fatta con sìpreparati!...

La Sicilia che ognor si ribella da Palermo, e Palermo che si ribella (sempre) per pochi nobili che lo comandano, quando la febbre dell'orgoglio municipale tocca il cervello; la Sicilia, Palermo e la sua aristocrazia (nel 1848), si trovarono duplicate ne' loro atti febbrili,

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per la concorrenza di Ire rivali che ligati in un sol volere aspiravano a tre interessi differenti, e questi tre pervenuti (per l'indipendenza italiana e fuori lo straniero), erano di lord Minto, quel di Mazzini con la coorte degli esuli siculi magnetizzati a Marsiglia e a Malta, e quella politica piemontese: stupenda coalizione!

E la Sicilia inizia l'indipendenza d'Italia rovesciando una dinastia italiana, ed inizia l'unione italiana scostandosi da Napoli: a meraviglia.

Dunque il primo Sovrano d'Italia che ha donato la libertà politica, liberalmente perde metà di regno; e mentre smania per proteggerequell'isola meravigliosa, smania il per elevarla a cittadella della bambina democrazia italiana, e da sulla lanterna di Genova sospira, geme, e notte e di esclama: vieni vieni, Sicilia, fondiamo le Alpi e l'Etna, lighiamo in uno gli estremi, e, l'Italia è fatta; la Sicilia per dare all'Europa un concetto politico della prima unione d'Italia, fa all'amore con tutti, ma finisce còl chiedere una corona a sé, e fa la grazia solamente di dimandare alla Gran Spada, una piccola spada per conto suo....

Vada come si vuole, la sfida all'autore delle costituzioni italiane è maneggiata con impegno, e Ferdinando perde la Sicilia, ha duopo d'un'armata per conquistarla, e lo scisma fra i due popoli è arra di gravi rovesci al Trono dei Borboni: il solco è tracciato, gli approcci si aumentano, e la politica piemontese

E Napoli esulta ne' primi giorni, e partecipa alle province continentali la sua esultanza, come una testa in ebbrezza che partecipa alle sue membra un molo simultaneo. Pacificamento sotto un diluvio di evviva si praticarono delle festività al Re e allo statuto,

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e tutti gridavano e plaudivano, benché moltissimi (com'è uso de' popoli) non capivano quel che dicevano; ed i partiti estremi si mascheravano d'ipocrisia e molti ottimisti si fecero liberali. Il Re, tutto vita e tutto moto alle sue cure di Stato, si attendeva compiacente i nuovi lavori de' consessi legislativi, e con canuti uffiziali del primo impero si dava a studii tattici di strategia militare de' più famosi campi belligeri d'Italia. I della patria saliti al potere del governo si beavano nelle aule della Reggia, bevendo a quella tazza che aristocratizza ogni spartano democratico, e fino il delle costituzioni, Carlo Poerio, volava di stella in stella conversando col Re, ed esclamava a voce alla: E, più o meno tutti i liberali che salivano e scendevano il Palazzo Reale, si addimostravano frenetici di amore pel Monarca costituzionale, ed i tre colori italiani facevano bella mostra di sé, fino nei rinfreschi e nei dolciumi, pel consiglio di stato degli eccellentissimi. Il Re al passeggio era accompagnato dalla folla plaudente, al gran teatro massimo si stordiva al suo apparire, fra gli ossequj di gioja: e per dir tutto, Io statuto sembrava una primavera magica d'ogni felicità.

Ma ecco dopo pochi giorni da mani ignote gittarsi la coppa del disordine sulla vasta metropoli, e, come un coro lontano che si ode ma non si vede sulla scena d'un dramma, emulare senza bisogno gli episodii incivili e tumultuosi di Torino, di Genova, di Roma ecc. ecc. su i gesuiti, e su favolosi ed immaginarii nemici dell'Italia e delle franchigie; e questo sciopero da trivio, scisse l'unità delle opinioni, i prudenti iniziarono la

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Eppure non si riesci con tutto questo a sfiacchire la buona volontà del Re e degli onesti. Date tempo, l'assalto si darà, perché così è scritto là ove cosi si vuole.

Ed ecco che mentre la capitale delle Sicilie riprende il suo brio per festeggiare la nascita d'un Principe che aumentava sempre più la giovanissima famiglia di Ferdinando, giunge la nuova delle barricate di Parigi, della fuga de' Reali di Francia e della proclamazione della repubblica. Dietro questo infausto annunzio, ecco giungere un motto d'ordine, che:. E se ben mi ricordo (giacché quest'altro mio libro è uno sfogo di memoria), quella sera medesima, fra le luminarie della città e i tutti domestici della Reggia, apparve sulla prima colonna d'un giornaletto idrofobo (1), bugiardo dispaccio, che si disse opera di quell'onesto, morigerato e studioso giovane un tempo, e pervertito da un viaggio all'estero (come tanti miei buonissimi compatriotti), da quel tale che da delirio in delirio è giunto finalmente a non volere per l'Italia cattolica e per un cattolico consesso, il intendo di Petruccelli con soggiuntivo (oggi) della Gattina!

Il dispaccio era più o meno cosi:

(1) Il Mondo Vecchio ed il Mondo Nuovo.

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«Si è rinvenuto un piego ai ministero degli esteri a Parigi nel momento che venne invaso dal popolo, e questo piego controllato da Guizot, conteneva una riservata di Luigi Filippo al suo nipote (Ferdinando II) in cui lo assicurava d'essersi inteso con Metternich, sul da farsi, e che tenesse mano un altro poco e poi pensava lui per togliere lo statuto a Napoli, ecc. ecc.»

Un pasticcio più goffo di questo non si potea ideare, né smaltire, né far credere ad anima viva. Eppure fu questo il motto d'ordine per gittare l'allarme nel Regno, e Napoli prese la fisonomia d'una Babilonia, e dal cadere di febbrajo al di 15 maggio, quella entusiasta ed affettuosa metropoli si ebbe la similitudine di un romoreggiante vulcano che si apparecchia alla più formidabile eruzione.

Cristina di Belgiojoso viene ad accendere le prime scintille dell'incendio, e rapisce a centinaia di famiglie i più virtuosi figli, e fra i tumulti ardenti delle strade, il Re vide su i legni dello stato, partire alla morte ed alle sciagure le speranze di moltissime desolate madri; e fu gioco forza dare un appoggio a queste vittime prime de' tranelli, e spedi di conserva un intero reggimento di linea, il 10.° Real Abruzzi; e questi crociati e soldati napoletani partirono alla guerra italiana senza proposito o direzione, e i primi perirono di ferro e di fame o disertarono, i secondi caddero coll'arma alla mano per l'onore della bandiera, e pochi avanzi si diedero prigionieri. Finse almeno, la politica piemontese, di sapere che questi napoletani giunsero nell'alta Italia, ella che ordinava queste anarchiche movenze?...

Ferdinando non si smarrì al cospetto di questi disordini politici e sociali che lo circuivano per bloccare

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il suo Trono e la sua persona, e Sovrano leale e legale, disse ai suoi ministri (che già si rinnovavano in ogni settimana): Facciamo l'Italia, ma colle leggi de' trattati e mercé d'una lega de' Principi italiani, onde mostrarci uniti nello scopo, sul da farsi, ne' pericoli e in tutte le bisogna: li Regno darà l'esercito, la flotta, le finanze, le sue influenze, e tutti i suoi mezzi per la guerra dell'indipendenza, ma qual guerra può sostenere l'Italia contro la potenza austriaca, se la sua politica e le sue forze sono incomposte? ci comprometteremo inutilmente, e al primo disastro cadremo nel servaggio e nell'anarchia, perché manca una base di operazioni, e siam privi di unione da cui nasce la forza: Noi non aspiriamo ad ingrandire il regno con nuove province, ma non vogliamo compromettere la sua indipendenza.

E cosi Ferdinando, autore della costituzione italiana, si elevò ad autore della prima lega politica e militare in Italia, prima che nascesse il patto federale di Rosmini; e prese l'iniziativa e spedi dei plenipotenziarii trascelti fra personaggi savii ma non amici delle sue opinioni, onde allontanare fino i scrupoli di attaccamento più alla sua persona che al movimento italiano. E a Roma ed a Firenze si appalesò giustizia alla volontà di Ferdinando, e la politica piemontese in mezzo al bivacco militare di Sommacampagna, rifiutò tutto, e rispose:, delitto che la storia non dimenticherà negli infausti annali d'Italia. delitto che preparò tutti i disastri italiani di quel l'epoca. E così il Piemonte rifiutò 200,000 bajonette napoletane in servizio dell'indipendenza nazionale, per la sete violenta di sua ambizione, sperando impadronirsi dell'Italia (come oggi), mercé delle rivoluzioni e de' rovesci delle dinastie, e raccogliendo le spoglie di Mazzini.


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E la torbida fiumara dell'anarchia ogni di più allaga Napoli e sue province; ed ecco iniziarsi l'alba di quell'astro sanguinoso che nella storia napoletana s' intitola 3. La sua composizione istessa fatta e disfatta più fiate, gitta la capitale sull'orlo dell'abisso, e bastò un di, fra convocati sulla Reggia, l'alterco di un liberale che polea dirsi onesto (Gabriele Pepe capo supremo della guardia nazionale) e di uno smodato demagogo vestito per molti anni alla realista (Aurelio Saliceti), tra quello che assicurava esser lo statuto concesso bastevole alla capacità de' nostri popoli, e questo che perorava la costituente e una monarchia democratica, per iniziare la guerra fratricida delle strade; sicché il militare in un impeto di collera generosa disse che avrebbe fatto appello alla sua guardia (come lo fece) per sostegno della costituzione largita, ed il magistrato (1) rispose che sosteneva la costituente con centomila pugnali: splendida aurora pel ministero del 15

E finalmente nacque il ministero del 3 Aprile, ed il prologo del suo programma letale fu, che una sera, folla incomposta di popolo disseminata di forestieri noti a pochi, ignoti alla moltitudine, circonda l'abitazione del ministro delle armi (del Giudice) e dimanda la immediata partenza di truppa per la Lombardia. Il generale, ministro responsabile!... o complice o imbecille, risponde, vado a dirlo al Re, e s'incammina alla testa della moltitudine per la via Toledo; e quello entra nel Palazzo Reale, e questa si accampa sulla piazza della Reggia.

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Il ministro ad apice della sua imbecillità o complicità, non ritorna a dare una risposta che non dovea promettere, e per altra via si restituisce in casa. La moltitudine ebbra di sdegno e di sangue giunge all'impazienza, i più protervi palesano l'idea che il ministro è rimasto prigioniero, che il Re l'avrà fatto uccidere, le grida più forsennate si elevano, gl'insulti più atroci si emanano contro il Re, si giunge ad oltraggi incivili tanto, che le orecchie più depravate non sanno udire senza ribrezzo! E grossi battaglioni nei cortili della Reggia, odono quei saturnali contro il Re, e senza comando imbrandiscono le armi per schiacciare i forsennati, i cancelli si chiudono, il Re stesso si gitta tra le squadre per contenerle, e, fu un atomo che non corressero per Napoli rivi di sangue: e questo è un episodio fra mille.

Dodici in quattordici mila uomini con fanteria con cavalleria parco d'artiglieria e cassa militare, il ministero del 3 aprile spedisce per la guerra italiana, senza legami politici che l'unissero ad altre schiere, senza concerti militari, privi di dipendenza altrui, e privi d'indipendenza propria, ma isolati, agli ordini di un duce (Pepe Guglielmo) che non serbava legami di fede né coi realisti né coi liberali; e nel tempo stesso una forte squadra navale si spedisce nell'Adriatico, e senza lega col Piemonte che la rifiutò, si unisce di conserva con i pochi legni sardi, non per la difesa di Venezia, ma per fondere Venezia al Piemonte; insomma si toglie una forte colonna a Ferdinando, onde la rivoluzione segni un altra parallella pel rovescio del suo Trono. Ma....- proseguite ad assistere al dramma.

La rivoluzione siciliana è in trionfo, ma il Re possiede guarnigione nella piazza forte di Siracusa e nella temuta Cittadella di Messina, onde con questi baluardi riconquistare l'isola.

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Il ministero del 3 aprile riesce con mezzi retrospettivi a far abbandonare Siracusa, e non riesce a far evacuare la Cittadella, perché questa la comanda un eroe (Pronio) che sà valutare la differenza che passa tra la volontà del Re emanata per de' ministri costituzionali, ed i suoi doveri di castellano. Il ministero abbandona alla fame ed alla sete quella guarnigione, ma il bravo generale sfida sete e fame, e serba la cittadella pe' prossimi trionfi militari alla ripresa di Messina. E tutto questo onde Ferdinando traballalo sempre più, rovesciasse.

Udite! la truppa è partita per l'alta Italia, ma ve ne rimane ancora a tutela del Regno che più non deve esistere, ed in Napoli vi ha la guardia reale (tre reggimenti di fanti e due di cavalleria) e vi hanno i quattro reggimenti svizzeri, tutta robba che mena le mani e non puolsi corrompere. Mazzini da Roma spediva urgenti comandi, comandi urgenti spiccavansi da Sommacampagna, eh! il ministero in un bel di, si addobba alla drammatica, e si presenta non atteso dal Re. - Sire, siamo perduti. - E come? - Il Santo Padre ha emanata una bolla che eleva a crociata ed a guerra santa, la guerra contro l'Austria. Possibile? - Ci si ufficia da Roma, o Sire. - E come regolarci? - Non altro espediente per salvare il Re ed il Regno, che fare uno sforzo sovrumano, con la partenza dell'intero esercito, non esclusa la (!) per la Lombardia. Altrimenti, da domani, Vescovi e parrochi alla testa di popolazioni ingombreranno Napoli, e V. M. si vedrà in urti mortali co' suoi popoli. Sire, il ministero (?) si rende garante della sacra persona della M. V. e dell'Augusta famiglia, e la guardia cittadina costituirà ildel Trono. - Ma tutto questo senza una lega, un patto politico....

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Datemi pochi giorni di tempo,- conchiuse Ferdinando. - Ma, o Sire... - Voi non siete militari, riprese con prudenza il Re, ed ignorate quanto bisogna per muovere un esercito in campagna.

I ministri (emuli di Liborio Romano) si ritirarono dalla Reggia mistificali dal trionfo, e molti partirono, e, la Reggia, la ferrovia per Capua, e tutti i sili sospetti per venire a Roma furono barricati da poliziotti» dubitandosi che Ferdinando spedisse de' messi a verificare la. Ma in mezzo a tanti occhi allenti, un servo fedele si condusse non visto a Roma: quivi trovò che si la bolla, e che il Papa erasi unito in concistoro. Costui si mischiò nella folla demagogica che assediava il Quirinale; il concistoro fini, i gridi energumeni dei capifila de' maleficii cattolici italiani muggirono come l'Etna, leggendo l'editto (1) che il Santo Padre, qual Pontefice di pace e Vicario di Gesù Cristo, non poteva e non dovea iniziar guerra a chicchesia, e specialmente ad un impero cattolico; ed il messo di Ferdinando da incognito e provisto di documenti all'uopo, ritornò in Napoli, ed il ministero napoletano dello del 3 aprile, si

Ed il sperava fino uno scisma religioso tra la Germania e la Santa Sede per imbeccarsi l'Italia: che talenti preconcetti si sviluppano in pochi mesi in quella politica regione!

E Ferdinando non cade ancora dal Trono, comunque lavorisi l'assedio dalla divisa in due eserciti ed in un solo intendimento.... ma cadrà, o per far l'Italia democratica, o l'Italia piemontese!

La stampa italica-ministeriale apre le sue batterie in Napoli, e gitta la sfida al potere:

(1) Allocuzione di S. S. Pio IX, datata ai 29 aprile 1848.

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. Ma che ne sapete d'uno statuto non ancora messo in prattica? ma come modificarsi se il Re lo ha giurato? come vi si può abrogare avendo gli elettori designato i loro rappresentanti per questa giurata costituzione e non altrimenti? e se il popolo nostro in massima parte ignora che vuol dire costituzione, come in questi difficili momenti puole attuarsi nientemeno una costituente? scenderemo all'anarchia e alla guerra civile: e tanto si brama....

E il giorno dell'apertura del parlamento partenopeo si avvicina, e i deputati (nella maggioranza) non essendo rappresentanti del popolo ma dei comitati più rivoluzionarii, si conducono a Napoli in compagnia di armali satelliti, e questi si uniscono a molti ignoti di lingua e di patria, che non si sa come e da dove son giunti in città, e la città cresce ad ora nella sua fisonomía d'una Babilonia.

Il ministro degl'interni, calpestando moltissimi pregevoli suoi antecedenti, è il maggior duce della catastrofe fratricida che si approssima, e giunge con ufficio ministeriale ad autorizzare fino il comunismo, onde l'anarchia delle province (bisognando) accorresse su Napoli coadiuvatrice del prossimo governo delle barricate. Ed egli è addetto a dirigere la festa religiosa che si terrà nella Chiesa municipale di S. Lorenzo, presente il Re. Gli addobbi di questa (che in altro libro descrissi) costituiscono un mistero fra i misteri che si spiegheranno in quel giorno designato, e fra trofei d'armi proibite, scompartimenti chiusi per gl'invitati, innumeri bandiere e coverti nascondigli, la casa di Dio ha molto del ridotto.

E al 14 maggio i deputati si stanno fra loro nelle sale del municipio per una

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che si prolunga fino alla sera e si prolunga ancora la notte, e, ordinano e comandano le barricale, dal palazzo di Monteoliveto alla Reggia e rioni adiacenti. E perché? perché la costituzione ha duopo di ampliamenti. E le barricate amplificano lo statuto? No, sono una garanzia per ottenere quel che si brama. Ma voi chi siete? non ancora deputati perché il Re non ha costituito la sessione, i vostri poteri non sono verificali, il giuramento non si è dato, e il mandalo che vi ha eletti cadrebbe se si modifica uno statuto fondamentale per il quale e non altrimenti siete per essere rappresentanti, ed allora farebbe uopo di una novella elezione che vi darebbe o no un altro mandato.

Baje! noi ragioniamo di costituzione, e questi vogliono il Trono o la vita di Ferdinando, non lo statuto che ha concesso.

La città dall'anarchia passa allo spavento, la guardia cittadina innocente di tanta conflagrazione, nella sua maggioranza, accorre ai quartieri, e nella Reggia, la meraviglia, la sorpresa, il timore si succedono, e Ferdinando sfòggia un coraggio immenso ed una immensa prudenza, onde evitare la guerra civile nella capitale de' suoi stati, e finalmente cede a un termine per la circostanza e: Sembrò per un momento placata l'idra della discordia, e prudenti messaggieri penetrarono in quel vero antro di Caco, qual erasi fatta la sala municipale ove stavansi i non ancor deputati, e con energici consigli sperarono ricondurli alla ragione ed alla salvezza dell'infelice metropoli. Molti s'inchinavano ai suggerimenti, un quasi ordine si dava per disfarsi le barricate, si prestò fede per altre ore della notte,

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ma all'alba il fermento di quei tribuni smodati crebbe per l'ansia del delitto, e così, elevarono maggiori pretensioni, il ministro degl'interni partì dalla Reggia per ritornare e rimase nell'aula cospiratrice ad accendere maggior fuoco; si dimandò un senso più lato alla mistica parolaindi si ripresero le pretensioni per una costituente, indi da sulle barricate si l'allontanamento da Napoli delle truppe e specialmente della guardia reale e de' svizzeri, indi si giunse a chiedere il presidio dei Castelli che dominano Napoli e la Reggia: insomma o Ferdinando andava a rinnovare i suoi giuramenti allo statuto nella chiesa di S. Lorenzo, ed ivi sarebbe stato misteriosamente pugnalalo per, e la soldatesca e la civica schierate su lunga via avrebbero aperto un fuoco fra loro da sommergere Napoli in un diluvio di sangue e di delitti; o non si moveva dalla Reggia e le pretensioni esagerate de' legislatori avrebbero sfidata la pazienza de' pochi battaglioni bivaccati sullo spianalo della Reggia, e, Ferdinando o fugge da Napoli o si rende nostro prigioniero o l'incendio e la guerra civile coprono la vasta città di ruiné e di eccidii, e così sarà detronizzato, ed in qualunque modo quel Monarca che è intoppo a al modo di Mazzini o del Piemonte lo rovescieremo, e, dopo Napoli viene Roma, e, così si tentò allora, e così si tenia oggi, e l'Italia di Satana è fatta....

E, non è nostro scopo descrivere quella lugubre giornata notissima all'universo, e, volendo percorrere il cammino di questo capitolo nel modo più rapido, seguiremo a discorrere di episodii importanti per il nostro tema.

Si combatte fin sotto la Reggia tra soldati fedeli e ignoti demagoghi, e fra questi pochissimi napoletani, ed il Re vede sì orribile sfida alla sua persona,

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al suo Trono ed ai suoi popoli, privo di consiglieri, giacche l'odioso e ferale ministero dei 3 aprile ha gittato i suoi portafogli e la sua responsabilità sulle barricate; e se cerchi qualcheduno de' ministri nelle adiacenze della Reggia, rinvieni nel Palazzo della Foresteria, Poerio ed altro letterato, che da ore, e mentre il sangue e la morte già passeggiano Toledo, sono occupati col vecchio presidente dei ministri (il dotto Troja) a rovistar libri per rinvenire la radice della parola, o una parola simile e più arcana nella sostanza ma che potesse gittare il Re nel tranello, e, forse sudavano su codici anti-diluviani, o almeno su quei dei Goti, degli Unni e de' Vandali: libri di circostanza.

La gioja frenetica appalesasi in quel covile di saturnali parlamentari, appena la guerra civile è scoppiala in città, ed il presidente di età intenerito prorompe nel, ecc. e parecchi che serbavano la testa sul collo pe' Borboni, sforzano i timidi all'unanimità de' voti per decretare (con qual mandato?...) la decadenza dal Trono di Ferdinando e della sua dinastia; ed il governo delle barricate già emana leggi e di ufficio scrive al comandante la piazza militare, e questi atti sono firmati un giudicabile tuttavia (perciò non lo nomino) che tanto e tanto deve a Ferdinando I e a Ferdinando II, e dal Petruccelli!

E Ferdinando II, avendo inteso che il consesso regicida e fratricida già si trova in mezzo a due fuochi (i soldati l'ignorano...), sente pietà de' sciagurati, e spicca un generale a salvarli, e travestili da' gendarmi li fa scortare a domicilio, attraversando le vie su cadaveri e morenti per loro colpa.

E dopo la fatale giornata, appena un'inchiesta giuridica si eleva dal Re clemente su i non deputati

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già autori primi e provocatori delle stragi; e neanche un' inchiesta si prattica pel noto mistero da volersi compiere nella chiesa di S. Lorenzo; e i ministri responsabili, che sollo la più lata democrazia avrebbero dovuto montar lo sgabello de' rei, restano incolumi; e fino quel patto sociale che dicesi statuto costituzionale si vituperevolmente laceralo e scisso dalle barricale, dai projettili di morie scaricali sulla Reggia, e dagli alti di decadenza di Ferdinando dal trono, Ferdinando restituisce intatto al 17 maggio ai suoi aggressori.

Ed il 16 maggio si ha nuova legale dal telegrafo di Nocera de' Pagani, che il dì innanzi, mentre fervea la sanguinosa sfida in Napoli tra l'ordine e il disordina, tra il governo e l'anarchia, giunse dispaccio telegrafico da Salerno (fermato a Nocera) del locandiere, cavaliere, deputato, colonnello Carducci, che con una già sapea a quaranta miglia di distanza il conflitto ed il governo provvisorio, e a questo rivolgendosi lo assicurava che molte migliaia di armati, muovevano per la capitale... eh... il 15 maggio fu combinazione (dicesi tuttora dai messeri) ordita dal Re bombardatore!

E parte dei deputati salvati nella vita dal Re nel famoso consesso di Monteoliveto, salpano per mare, si gittano nelle Calabrie, sollevano tumulti, a Cosenza si costituiscono in governo provvisorio, di nuovo proclamano la decadenza del Re, e il Petruccelli scrive proclami sozzi di lordure contro il suo Sovrano salvatore, e il generale Ferdinando Nunziante (già morto da anni, per non confonderci) che usò tante precauzioni per salvare costoro nella sala, secondo i voleri del Re, spedito poi nelle Calabrie a combattere la rivoluzione,

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viene messo fuori bando dai liberali da morte che giungono a decretare un ricco compenso a chi reca loro la testa del generale Nunziante: apice di gratitudine dei Drusi d'Italia.

E sconfitti questi eroi nelle Calabrie, porzione appajono alle barricate di Parigi, altri accorrono ad apprestar legna al rogo della Sicilia, altri (Saliceti e compagnia) figurano poi ne saturnali demagogici di Roma, qualche altro appare nello sgoverno di Toscana, niuno di questi va a Venezia, niuno accorre in Lombardia, niuno combatte a Novara; e Carducci e Petruccelli con satelliti annunziano di sbarcare alla marina di Vibonati, onde il primo ripeta una terza ribellione nella provincia di Salerno, il secondo una seconda ribellione nella Basilicata, cosi aprendo il fuoco anarchico in due centri triangolari del Regno, isolando la truppa in Calabria tra le movenze di Messina e di Salerno, ed ingrossando così i tumulti o per isolar Napoli o per circuirla. Ma providenzialmente fatti lo scopo, e scovertasi la trama dai realisti (oggi briganti), un livore privato vendicò un oltraggio pubblico, e la barca al lido, sicura di sé, alrispose no e dopo una fucileria di ore al bujo, Petruccelli (aquila italiana) non si rinviene al volo, e Carducci ferito, forse cadde vittima di odio personale ed evitò il paese da nuove stragi, il tribunale da una condanna di morte, e l'Italia di oggi da un fucinatore che avrebbe rovinata di De Sonnaz, di Pinelli, di Cialdini e seguito virtuoso, al cospetto dell'Europa politica e sociale, meravigliala...

E la soldatesca e la flotta napoletana? dopo la sfida demagogica o fazionista ottenutasi dal real governo, la flotta bisognò alla difesa del napoletano non a coadiuvare il rapimento di Venezia al servaggio piemontese;

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ed il blocco italiano sull'Adriatico si smarrì in grazia del delfico oracolo di Sommacampagna: ed un distintissimo marino, (de Cosa) onore e gloria di Napoli, sembrò compromesso al cospetto del governo in un'èra di gravi sospetti, non per sé, ma per la puerilità de' suoi subalterni che discutevano al cospetto delle ciurme sul dovere del giuramento e della causa italiana, e per una certa rilassatezza delle ciurme entusiaste per l'amore dinastico e perciò messe in urto co' loro capi: de Cosa però lo stimo innocente, perché ogni valoroso vero non fu mai traditore.

La divisione intanto era giunta tra Bologna e Ferrara, e benché sulla riva del Po, la politica che si ormeggiava sotto le tende di Sommacampagna rifiutò di far bivaccare la nostra artiglieria, fanteria e cavalleria a fianco de' piemontesi, sol perché l'Italia non si dovea fare dagl'italiani ma (capile bene) dal Piemonte, e per si permise che andasse a combattere ove il Piemonte non volea combattere senza la fusione, cioè nella Venezia. Doppio mistero racchiudeva questo egoismo bifronte, cioè, o il vento de' tumulti per le annessioni riesciva bene nel napoletano, sperandosi rovesciare Ferdinando con le barricate, e questo si trovava già privo di una forte divisione nel Regno; o riescivasi non per sé ma per gli avvenimenti ribelli dell'impero austriaco a poter dominare l'Italia, e, non si bramava che il napoletano si vantasse d'aver cooperato a far l'Italia o chi sà ad alzar solamente gli occhi sulla preda, non a sperare vantaggio su d'un palmo di conquista: e, quando Iddio vorrà che la tempesta rivoluzionaria sarà dispersa dalle aure della pace della giustizia e dell'oblio, ho fede che questo mio libro avrà un peso nella bilancia della verità e della storia.

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Sicché qualunque fosse il prestigio che di sé dava Venezia, la truppa napoletana non poteva e non dovea soccorrerla. Non poteva per la mancanza di un accordo politico o almeno di una convenzione militare tra gli Stati italiani; non potevasi accordare una milizia che per lontananza rimaneva distaccata ed interrotta d'ulteriori ajuti e mezzi da Napoli, aggravandosi già la situazione della Lombardia al cospetto delle immense risorse che sviluppava l'Austria già rinvigorita dalla puerile ambizione piemontese atteggiata alla Rodomonte, rifiutando lega con le altre forze d'Italia, rinnegando confederazione per ingordigia, e raffreddando il gagliardo impelo de' popoli italiani per una indipendenza che non offendesse le autonomie; ed in ultimo Ferdinando non dovea spedir da sé solo ajuto a Venezia, perché Venezia erasi da difendere come parie della difesa intera della penisola. Ma dacché i contraili leonini del Piemonte negavano un unione simultanea al l'Italia, la sola divisione napoletana ivi relegata, e ivi rejetta dall'esercito piemontese (ch'era il più prossimo a sostenerla e stavasi il più infingardo), avrebbe concessa un altro mese di resistenza al Leone di S. Marco, ma non l'avrebbe salvato, e, dopo Novara, l'Austria avrebbe forse occupalo il napoletano in qualche punto, e, senza aver resa indipendente Venezia, il Regno o con occupazione o con tributi stranieri, avrebbe manomessa l'indipendenza propria.

Perciò Ferdinando dopo il 15 maggio ed il rifiuto capzioso di Sommacampagna, diede ordine che la divisione ritornasse nel Regno. Il Pepe (perdona il mio caro d'Ayala) speravasi una seconda edizione di Monteforte ed Antrodoco (1820, 21),

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e uso dal 1812 Murat nella campagna d'Italia, diil generale d'armata, contro il dovere il giuramento e la subordinazione al Re, nascose gli ordini augusti, antepose i bisogni di Venezia a quei di Napoli, e ambiva far passare il Po alla soldatesca, nel duplice scopo o che si sbandasse o si corrompesse. La soldatesca, ognora fedele alla dinastia, odorò l'intrigo, e in bell'ordine e priva di pane raggiunse la frontiera degli Abruzzi; e si ebbe la perdita di distinti uffiziali che senza calcolo, sedotti o illusi dalla febbre del momento, seguirono il generale; e una batteria già avea traghettato il fiume ed ignara fu a Venezia, ma i cannoni ci si restituirono per favore dagli austriaci; ed il 2.° battaglione cacciatori di avanguardia già slava al di là del Po e giunse a Venezia con inganno. Fu esso colà generoso del suo sangue per la difesa, ma appena comprese il tranello, supplicò ritornare al Re che lo avea spedilo, evitando l'oltraggio di corpo disertore, e, Pepe generale napoletano, uno de' l'Italia d'allora, dopo d'averlo ingannalo, riesci con un vile sotterfuggio a disarmarlo, e dopo lo licenziò, e quei valorosi si ebbero la paga di aver combattuto e di essere disonorati da quei che aveano difesi! povera storia d'Italia... Ma l'ultimo è il meglio, e, la cassa militare, pesante di buona moneta per lunga campagna non ritornò dal Po, e simile alla cassa militare del 1821 seguì le orme fedeli del fedelissimo generale; e Mariano d'Ayala come giunse a Napoli nel ed 1860, chiassò per un funerale al difensore di Venezia o della seconda cassa militare, e lesse l'orazione funebre con molta unzione patriottica. - Peccato ch'io era già in Gaeta, altrimenti tra un periodo e l'altro del funebre panegirico,

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avrei ricordato all'oratore: Mariano parlami di Monteforte di Antrodoco, e delle casse militari... un almeno se lo meritano quei molti sacchetti di moneta... basta, non più di Venezia, carissimo d'Ayala, e, le casse, le casse!

Ed il napoletano Leopardi ministro plenipotenziario presso la Corte Sarda, destituito di carica dal ministero del 16 maggio, ha il di rimanersi ministro di Napoli sotto le tende di Somma campagna; e la politica piemontesedi riconoscere accreditato un plenipotenziario destituito: perché era messo in ufficio dal ministero del 3 aprile, dal ministero delle barricate... che dovea

E Ferdinando pazientemente convoca i collegi elettorali, ed il nuovo ministro degl'interni (Bozzelli) ufficia riservatamente agl'intendenti onde raccomandassero agli elettori la saviezza e la prudenza nell'avvicinarsi alle urne, dando liberi i voli ma a persone che amassero i veri interessi della patria senza ulteriormente compromettere le franchigie costituzionali: prezioso consiglio. Invece, Mariano d'Ayala, che per metempsicosi dell'èra avea cambiato la spada con la toga, fa pompa di pessima logica ai suoi noli talenti, e confondendo i doveri della carica con le sue privale opinioni, protesta con la pubblicità della stampa all'ufficio riservalo del suo superiore, e senza difendersi abbandona l'intendenza di Aquila, rompe i confini del Regno, si ricovera in Toscana (futuro ministro delle armi, di futura armala); e la sua indecorosa pubblicità è esca di allarme ai comitali ribelli, e le nuove urne elettorali raccolgono i nomi dei deputati delle barricale del 15 maggio...

E Ferdinando chiude gli occhi su gli elementi impuri della patria legislazione ed apre il parlamento napoletano.

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Le colpe di sangue fraterno scolpite sulla fronte dei rappresentanti della nazione, non servono ad appalesare in loro quel modesto pentimento che lava ed assolve un errore consumalo, né la clemenza del Principe su molti di essi che invece di sedere sulla scranna de' legislatori, seder doveano sullo sgabello dei giudicabili, li rende grati e prudenti. Niente di tutto questo. Anzi fan mostra di smodata alterigia, non una fiata si ode dalle labbra di quei cospicui la parola di S. M. Ferdinando, del nostro Re, ma invece quella della Corona, del potere esecutivo, ecc. e questi democratici partenopei da lunghi anni, e fino a quattro mesi prima, erano usi a fruire dal Sovrano, cariche, favori, titoli, e speciosi utili: la storia, la storia!

Per formularsi una risposta al discorso della Corona, passa quasi intero il tempo della legislatura, non per altro, se non per la speranza di veder in fiamme il Regno, o dai nuovi moti delle Calabrie, o da quei che si organizzavano in Roma ed in Firenze, o dalle piemontesi, e, anelavano ad esser conseguenti ognora e sempre al programma del 3 aprile ed alle clausole ed agli alli del 15 maggio.

Non discorro delle grandiose leggi votate in questa infantile libera legislatura, perché idei contemporanei parlamenti italiani, sono passati in proverbio pel mondo civile, e: meno un diluvio di mozioni sulla flotta reduce da Venezia e della divisione ritornata dalle sponde del Po, senza curarsi del rifiuto capzioso di Carlo Alberto, senza un motto sulla lega o confederazione italiana, e senza la spiega a loro notissima, che le armi nostre ritornavano per effetto della loro nelle sale di Monteoliveto; meno la jattanza del deputato che fu ministro degl'interni fino al 15 maggio,

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nel gittare l'elogio ad ogni piè sospinto, al ministero del 3 aprite, quasi una sfida e un oltraggio alle vittime ed ai superstiti di una ecatombe tanto sanguinosa; meno i periodici orpelli alle nostre truppe che sfidavano la morte nelle insorte province, quasi fosse carne che dovea farsi ammazzare senza resistere agli aggressori; meno una sistematica sfida al bravo generale Nunziante (Ferdinando), a quello che salvò ad essi la vita nel 15 maggio; il primitivo parlamento napoletano fu tutto di verbosi ludi accademici (e cosi gli altri che seguirono), insomma un di quel taleche un anno dopo istallò Gioberti nel teatro di Torino: proprio sul palcoscenico d'un teatro!

E qui cade in acconcio far plauso alla memoria del presidente della camera de' deputati, Capitelli, dovendosi alla sua prudenza e fermezza il mantenere alto le dighe di quel gonfio pelago delle patrie sciagure, riducendo ogni smodatezza parlamentare compromittente lo spirito pubblico, alla riserva degli ufficii della camera; come anco molto devesi alla intelligente moderazione del ministro degl'interni Bozzelli, alla coraggiosa fermezza del ministro delle armi Principe d'Ischitella, al contegno speculativo e ricco di risorse del ministro delle finanze Ruggieri, ed alla memoria non peritura del presidente de' ministri e ministro degli esteri Principe di Cariati a cui molto devono le Sicilie in quegli anni, per le loro cospicue vittorie diplomatiche sì interne che internazionali, attraversando con patria indipendenza un mare politico e sociale burrascoso e colmo di naufragi in Italia e in Europa: la giustizia a tutti, il merito ed il plauso a chi spetta.

Ed il patriottico parlamento napoletano, dopo tanti estivi sudori, fu necessità chiuderlo e scioglierlo, volendo la politica di Ferdinando

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riequilibrare le forze vitali del Regno e riconquistare la Sicilia, senza di cui non poteasi iniziare la pace sul continente: avvenimenti che non poteansi verificare con il parlamento in funzione, senza vedersi il Real governo osteggiato dai suoi giurali e notissimi nemici, i deputati della seconda riscossa, che rappresentavano Venezia, Milano, Torino Roma ce., ma non gl'interessi l'onore e la dignità del Reame, non i bisogni d'un paese scomposto da questi e da questi trailo nella guerra civile, ne' tumulti, nello sciopero delle classi agricole, nella miseria: beatitudine degli degli anni nostri, d'allora ad oggi.

E Messina venne ripresa dalle mani d'una rivoluzione italo europea che già trinceravasi da Sicilia a BudaPest, grazie all'impavido valore del nostro esercito e di chi lo comandava (Filangieri), e con un valore sì eroico, che la flotta francese e la inglese predicarono con entusiasmo quella nostra vittoria, vittoria che in pochi dì menava le patrie bandiere a Palermo, se i raggiri diplomatici di Palmerston non avessero arrestalo la marcia; Palmerston che tacque al nostro cimento su Messina, perché stimava esser Messina la tomba delle nostre disfatte; Palmerston che volle d'allora per vendicarsi di Ferdinando, e che hadi oggi per vendicarsi del Regno di Ferdinando, e: Iddio sia con noi e con lui. E questa aureola patria sconfortò fino al delirio l'armata e la politica, ed i liberali partenopei (ubbidienti agli ordini) furon mesti, stizzosi, e taluni deputati presero il tutto e fino nelle gale del teatro massimo apparvero vestiti a bruno.

E Ferdinando pazientemente convoca per la terza fiata i comizj elettorali, e per la terza fiala i pochissimi volanti che si approssimano all'urna (giacché la maggioranza illuminata dagli avvenimenti,

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ebbe la saviezza di non più mischiarsi al maleficio del regno), scielgono per la terza fiata a rappresentami del paese, meno frazioni, gli autori del 15 maggio, e, sempre questi, e anzi si eleggono fino taluni colpiti da ulteriori processi per le rivoluzioni di Calabria, e fino il disertore diplomatico Leopardi. E questi si riuniscono, più alteri, più provocatori, più smodati, più pertinaci e contro il Re e contro il governo, e le più attrite interpellanze aprono e chiudono l'ordine del giorno quotidianamente.

Le vittorie militari de' nostri bravi su Messina, non danno un palpito di civico orgoglio ai patrii legislatori, e che anzi elevano querele su i medesimi, interpellano sulle accuse di ferocia motivate da una stampa estera e nemica, senza tener conto de' nostri primi soldati sbarcati a Messina, che vennero presi e mutilati e la di cui carne fu venduta a libre su pubblico macello per saziare quei nuovi antropofagi, sitibondi di sangue e di carne napoletana. La catastrofe mondiale di Roma commosse l'universo sociale, Pio IX venne ospite nel Regno, Gaeta vide nelle sue mura un pellegrinaggio di tutte le lingue conosciute, e i non mostrarono neanche di accorgersene, onde non molestare l' di Roma e di Torino. Si giunse a chiedere nella camera i deputati Petruccelli, Ricciardi e compagnia, i quali dopo d'aver rovesciala con atti pubblici la dinastia, mercé il governo delle barricate, salvati la vita dal Re, corsero in Cosenza a decretare per la seconda volta la decadenza di Ferdinando con l'opera di un governo insurrezionale. Si facea le meraviglie perché Saliceti che da mesi lavorava con Mazzini a Roma, non si fosse ancora presentato alla chiamata de' suoi elettori; si dimandava perché Leopardi non sedesse nella camera, mentre il medesimo conscio delle sue non mai viste colpe,

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si era rimasto ove l'Italia; e si dimandava vendetta sul prete Peluso, sospettato uccisore del Carducci, (non perché io stimassi giustificare la morte di costui), ma il deputato Carducci nel 1847 avea fucilato molti padri di famiglia nel Cilento, nel 15 maggio avea telegrafato da Salerno al governo delle barricate, ch'egli marciava con trenta mila ribelli su Napoli; che dopo capitanò la rivoluzione delle Calabrie, e che dopo (come rilevasi da suoi documenti allora ed oggi notissimi) in compagnia del de' popoli Petruccelli della Gattina, accorreva per nuove ribellioni per nuovissimi massacri. Dunque tacete! che dopo d'aver rovinate le propizie sorti d'Italia, aspirate non a render libero il vostro paese, ma schiacciato dalle orribili catene dell'anarchia e della miseria....

E i nostri padri della patria, come che eletti a deputati o sedenti in parlamento, si (grazie al mandato d'inviolabilità) a gittar l'allarme nel Regno; e l'oscillazione nelle leggi nella società nella proprietà nella famiglia, si rendeva un abitudine nella vita pubblica e privata de nostri eletti, e al 29 gennajo 1849 poco mancò non si rinnovasse un secondo 15 maggio per anniversario allo statuto. Governo e popoli o si doveano inchinare alla guerra civile ed all'anarchia delle coscienze de' pensieri e delle opere (per ad uso piemontese) o si dovea seppellire lo statuto. L'opinione pubblica, quell'opinione che non respira l'aria gazzosa de' comitati, fu per dar requie allo statuto: e appena si poté dire, EI FU, la morale cattolica e la prosperità sociale riapparvero rigogliose di sé sulla nostra ahi! troppo bella patria; e ciò, fino a quando quel tale statuto si volle far risorgere dalle sue e con lo statuto risorsero dal novero dei perdonati, degl'esiliati, de' condannati, (tutti o lettori!..)

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quei strenui delle tre antiche legislazioni; e le urne del 1860 furon colme dei nomi dei deputati del 15 maggio; e Liborio Romano agl'interni ed alla polizia, sembrò gigante al paragone di Conforti, e mettendo in opera contro Francesco II il fatale 3, vinto da Ferdinando II, trovò nel di 6 settembre dell'anno scorso, la vera radice alla parola , che il sommo Troja, Poerio ed Imbriani non seppero trarre nei codici dei Vandali, e: la parola d'allora, si spiega oggi e i deputati del 15 maggio gittarono il Regno di Napoli nelle braccia di Garibaldi, in seno alla del plebiscita, ed agli amplessi delle carabine rigate dell' Piemonte, e: allora (nel 1848) fu un sol giorno il 15 maggio, adesso, grazie a quei tali legislatori, promossi a proconsoli del baratto, ogni dì è un 15 maggio di guerra fratricida... nell'abbominata patria mia!

Ecco in miniatura, Ferdinando l'Italia e Io Statuto... - Dimando: chi rovesciò il movimento italiano? chi la costituzione?

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VII.

L'ITALIA
DA NOVARA A SOLFERINO

Onde poter giungere istruiti sul campo delle querele italiane, ove oggi si combatte la guerra di una ribellione politica sociale e religiosa al tempo stesso, per satollare l'ambizione, per contentare la rivoluzione europea e per coltivare le speculazioni politiche,, manifatturiere del Tamigi; è duopo che attraversiamo col naviglio della storia contemporanea il difficilissimo mare dell'Europa, chiuso fra due sponde oh! quanto diverse l'una dall'altra, e che appelleremo la prima Novara, la seconda Solferino.

È vero che la traversata riesce difficile e minacciosa, sol perché (oggi!) le grandi verità politiche godono i ceppi d'una libertà gravala di servaggio, e le grandi verità sociali fruiscono la convincentissima dialettica dei pugnali e dei; pur tu Ila via la necessità ci sarà scudo nell'arduo viaggio, e alla libertà politica ci avvicineremo vestiti del corredo indefinibile ed incomprensibile dell'attuale diplomazia, onde passar via senza nome e senza scopo; e alla libertà sociale favelleremo la dolente cronaca, spalmando le nostre labbra di balsamo dolcissimo: doneremo all'una e all'altra metà e non più de' nostri concetti, l'altra metà la rimetteremo col silenzio prudente, alla cortesia di moltissimi lettori che non siano (nel gergo del secolo) moderati o puritani.

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Un'altra difficoltà ci si para allo sguardo ed è, l'impossibilità di racchiudere in un capitolo la materia cui appena bastano molti volumi. È vero: e noi ci atterremo a raccogliere solamente quei fioretti che possiam toccare con le mani camminando, e questi uniti in una tal quale armonia, se non altro offriranno l'iniziativa a molti strenui ed intelligenti coltivatori, di seguire le orme nostre, per raccogliere intera l'ampia messe di cui segniamo lo spazio ed i confini.

L'Europa politica e sociale si rovescia da sé con impulso nel 1848, da sé si rialza nel 1849, da sé si riedifica nel 1850.

Perché si rovescia? per un interesse morale, se ducevolmente raccolto in Roma cattolica, e sparso ai quattro venti delle suscettibilità umane con scaltro ed ardito intendimento dalla propaganda rivoluzionaria.

Perché si rialza? per un interesse morale oltraggiato fino all'eccidio dalla rivoluzione medesima, in Roma ch'è centro del mondo religioso, e nella persona del Papa fuggito in esilio.

Perché si riedifica? pel trionfo di un interesse morale qual è quello di ristabilire col papato la vittoria completa in Roma cattolica; e coadiuvando a un trionfo d'interesse morale, l'Europa politica e sociale trionfa essa medesima sulla rivoluzione.

Dunque l'Europa fu sedotta, si ammalò, e guari sé stessa per un grandioso interesse morale.

Né ci si dica intervenne l'interesse di nazionalità, di libertà, di statuti, di repubbliche: queste furono le legna al fuoco, ma la scintilla che i protervi scelsero pel vasto incendio, fu scintilla eminentemente morale, fu il grido entusiasta di viva Pio IX. Ne ci si dica che la rivoluzione d'allora, smodata e sanguinosa conturbò la riunione de' popoli e per cui la società si divise in due opposti campi:

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ammettiamo tutto ciò, ma la rivoluzione avrebbe esautorato tutte le sue forze su i buoni per moltissimo tempo pria di cedere ai suoi gagliardi impeti, se lo scandalo consumatosi dalla rivoluzione medesima su Roma morale, non l'avesse discreditala agli occhi degli onesti, che fusero le loro opinioni politiche in uno scopo cattolico, e si diedero alla rivincita. E ai cattolici si unirono nello scopo anco i dissidenti in credenze, e siccome lo scisma ed il protestantismo mancano di centro, ed ogni interesse morale senza volontà è spinto per leggi proprie a trovarselo, come per legge dinamica ogni corpo si equilibra al suo centro di gravità; così allora gli Stati ed i popoli scismatici e protestanti del mondo civile, e nei gabinetti e sulla tribuna parlamentare e nelle colonne della stampa quotidiana, rappresentarono a meraviglia lo spirito pubblico e de' governi, battagliando la rivoluzione, mercé di un interesse morale che si compendiava nelle sventure del capo visibile dell'unico centro religioso, Pio IX. Né ci si dica in ultimo che quella restaurazione politica e sociale si ottenne dalla rinnegazione e dal tradimento dei capi ribelli, dall'intervento della Russia in Ungheria, dalla disfatta di Novara, dalla riconquista della Sicilia, dalle barricate vinte a Napoli a Vienna a Parigi a Berlino, ecc. ecc.: questi furono mezzi che si manodussero dai governi e dallo spirito sociale non pervertilo, quando i popoli ed i governi, temendo che nelle genti si spegnesse dalla rivoluzione la vita morale col pugnale demagogo che sollevava Mazzini dall'alto del Campidoglio, come si può spegnere un uomo con la morte; si fè guerra in mille modi per mille interessi diversi, che come raggi intorno a un asse luminoso, serbavano a mela de' loro trionfi la restaurazione di Roma, qual base sui cui reggere le restaurazioni tutte di Europa, e nell'edificio politico e nell'edificio morale.

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E che sia così, richiamiamo al pensiero la più virtuosa scena guerriera di questi anni, la vittoria dei francesi alla conquista di Roma.

In Francia, più che in ogni altra regione, si reggevano bandiere dai molti colori o nobili o vituperevoli, fino a quella del socialismo, del comunismo, e dell'ateismo politico e religioso. E mentre Proudhon predica ne' saturnali della sala Valentino o nei postriboli galanti del Giardino d'Inverno a Parigi: nell'assemblea legislativa, Luigi Bonaparte colla coorte de' napoleonidi, Lamartine coi repubblicani, Thiers cogl'orleanisti, Larochejaquelein coi legittimisti e Montalembert co' cattolici, colmano l'urna dei loro voli nobilissimi, e, in quel consesso agitato da immense passioni del tempo, par che in quel dì presieda la calma dell'eternità, e quell'urna sembra sostenuta dalle mani unite di diciannove secoli cristiani. Le progenie de' Re franchi par che assistino alla deliberazione, il vessillo di Carlo Magno e quello di S. Luigi pare che si stendano fiammeggianti sulla tribuna degli oratori, fin l'ombra dell'Esule di S. Elena direi che è stringendo nelle gelide mani una rustica croce, e l'Europa civile e il mondo sociale attendono e contano le ore per una risposta che primeggia isolala su d'ogni impegno lieto o dolente del giorno: - che avvenne? la Francia va a Roma. A Roma, a Roma! ecco il grido di cuore che ripetesi sul gran popolo, dai Pirenei alle Alpi, e questo grido commuove d'inusitata letizia il mondo cristiano. E quando la bandiera francese sventola altera di sé da sui colli del Gianicolo, quei bravi soldati si animano di quel santo orgoglio de' loro antenati, e appajano i veri figli degli antichi crociali, che attraversavano le arene dell'Affrica e i deserti dell'Asia, mossi dal desio di spiegare i loro stendardi su i colli di Gerusalemme.

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Ed il primo colpo di cannone che tuona da sul Gianicolo, ripete l'eco sul colle Valicano; e l'eco del Valicano, risponde come un eco di plauso in Europa tutta, e la vittoria de' francesi sull'Eterna Città, è vittoria completa ai governi ed alla società europea, e da un gran trionfo morale emanano cento speciali trionfi all'ordine politico e civile sul disordine demagogico e rivoluzionario. E la Francia che sembrava una baccante nell'ebrezza concitala delle sue passioni, si riduce mite e docile al primato della sua prosperità e civiltà, e per quanto era discesa da anni nell'abisso inconfinabile de' materiali interessi, da cui partorì la sua Babilonia del 1848; altrettanto si eleva all'orizzonte de' splendidi interessi cattolici, e quel trionfo che ottiene su Roma è proficuo trionfo per sé stessa, trionfo che la generosa, oggi, con sublime abnegazione serba nella bilancia de' nuovissimi errori religiosi politici e sociali, lenendo ferma la volontà contro la rivoluzione che si sforza con più feroce e sleale impegno a soverchiar tutto e tutti, e recare uno scandalo maggiore su quell'alma Roma, che dalla sua vittoria segnò le vittorie per tanti governi e per tanti popoli.

E a tutto esprimere il mio concetto, elevo alla storia contemporanea un miracolo speciale, prodotto dal gran trionfo morale di quell'anno ed è: che Luigi Bona parte fu già Imperatore, fin da quel giorno che la sua volontà presiedè alla spedizione dell'armata francese in Roma, giacché un personaggio allo localo, che inizia su d'una gran nazione un trionfo morale che preoccupava l'universo cristiano, addiviene nel diritto e nel fatto il suo motore, l'uomo primario, l'essere privilegiato per eccellenza, e perciò il suo capo. E il tempo che passa dal dì dell'entrala trionfale delle armi francesi in Roma, al giorno che Luigi Bonaparte eleva un nuovo Trono alle Tuglierie,

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non è che quella tale parentesi che la Provvidenza apre e chiude sugli avvenimenti umani, onde espletare il suo lavorio che affida al tempo, sol perché il tempo è la fisonomia che distingue la mano del Creatore, atteggiala direi ad ubbidire alle leggi da lui fissale, per operare la sua. volontà sulle creature. Ma ogni sguardo umano fin da quel dì già vedea tessere la nuova porpora pel nuovo Cesare, e questo Cesare e questa porpora si lavoravano dal sangue francese che versavasi sulle zolle di Roma, zolle già pregne del sangue di milioni di martiri, di quel sangue che combatté che vinse la rivoluzione del paganesimo (madre e nutrice di tutte le rivoluzioni odierne, sitibonde di libertinaggio) per i trionfi della Croce, trionfi che istallavano il primo impero morale nel mondo politico e sociale.

Bastano queste riflessioni, come a un regolo per le attuali dispute, e, io ed il lettore le riprenderemo da qui a poco: ritorniamo intanto a delineare l'Italia con le tinte più marcale che si distinguono dal dì di Novara al dì di Solferino.

E la molto bella e perciò molto infelice Italia, soffre una rivoluzione nel 1848, una riparazione nel 1849, un trionfo nel 1850; e vien sedotta da un prestigio religioso, uno scandalo religioso la ritorna al bene, e un trionfo religioso la restituisce al suo secolare primato d'Italia cattolica, d'Italia civile, d'Italia intelligente.

Abbiamo assistito alle sue immane seduzioni, avviciniamoci a notomizzare il cammino che segue per rialzarsi dai suoi rovesci.

Oli stati italiani si commuovono, ognuno nelle sue speciali risorse, per far l'Italia una, libera, nazionale,

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indipendente, e benedetta da Pio IX, e: Venezia ricostituisce la sua repubblica, e viene rejetta dal Piemonte che-Milano guerreggia gli austriaci, per sorpresa si fonde allo stato Sardo, e poi vien riconsegnala agli austriaci dal Piemonte che - la Toscana giunge agli eccessi dei deliri ribelli, il suo buon Principe si allontana, lasciandola in balìa della rivoluzione che la divora, ed il Piemonte chel'abbandona ai suoi eventi, sol perché non vuol addivenire piemontese - la Sicilia distaccata dal continente, vien divorala dall'anarchia più feroce, dimanda un Principe Sabaudo (il Duca di Genova) e perché non vuol nella qualità di provincia piemontese, ritorna per sua fortuna ad unirsi col napoletano - Napoli ed il Regno sfuggono con la vittoria che ottengono sulle barricate, dalla di addivenir quattordici anni prima, misere e sanguinose piemontesi per - e Roma dai tranelli piemontesi, cade nei tranelli demagogici, e la sua prostrazione momentanea, segna i confini alla rivoluzione italiana che muore per mano dello scandalo istesso che la mena al potere degli eccessi; e così l'ambizione piemontese, che fin nell'esiglio di Pio IX vuol transiggere con la demagogia, onde col baratto comprarsi le spoglie sante che questa svelse al Papato; il Piemonte sì florido un anno prima, sì nobile per sue illustri tradizioni, sì forte nella sua stessa debolezza, si riverito dalle genti... miratelo!

Egli già soffre in complesso, quanto fa soffrire agli Stati d'Italia ed alla Chiesa

Abbandonato alle sue limitatissime risorse, rejetto fin dai capi della rivoluzione italiana, rimane compromesso innanzi agli occhi nemici non solo, ma amici benanche. l'Austria lo minaccia sul Ticino,

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Mazzini lo provoca da Roma, i moti repubblicani lo sfidano da Genova, Venezia abbandonala lo chiama responsabile de' suoi gagliardi rovesci, Milano si appella tradita dal Piemonte, la Toscana rovescia su lui i suoi eccessivi Ducali lo imprecano per avergli compromessi inutilmente, la focosa Bologna se tumulta e si difende e cade sollo le armi austriache, ne maledice il Piemonte che la guarda inerme e lasciala alle proprie forze. Messina, Catania, Palermo già mandano in giro pel mondo i propri esuli, lusingali e rejetti dal Piemonte; e Napoli e le sue quindici province continentali, dopo d'aver offerto alla politica delle seduzioni anti-italiane il loro prezzo di sangue in tante rivolture cittadine, e sulle barricale del 15 maggio, dalle prigioni e dall'esilio, nella miseria e nel dolore, fruiscono le immani conseguenze de' tranelli piemontesi, - seme di smodata ambizione e seme che faceasi spargere da Mazzini per indi raccoglierne i frulli.

Quel Piemonte che ribellò tutti i popoli italiani, che permise il rovescio di tanti Troni nella penisola, che chiamò debolezza ogni lega politica ed ogni patto federativo, che sprezzò l'esercito napoletano, che non volle stender la mano leale a quel Ferdinando Re politico e militare, che sorrise alla fuga di ben degni Principi italiani, che abbandonò all'anarchia, alla demagogia ed alla mitraglia straniera tante illustri regioni che non vollero inchinarsi al suo servaggio; quel Piemonte che centuplicò, con la sua smania di dominio, il calice amarissimo che tracannava la religion cattolica in quell'epoca, unitamente al suo Vicario Pio IX; il Piemonte sì illustre per fasti cattolici dinastici e militari, appena Pio IX, ch'è il solo centro morale d'Italia,

scende dal Quirinale per chiudersi esule nell'ospitale Gaeta, il Piemonte ripeto, si rassomiglia a un orgoglioso che sfidò cielo e terra, c che prostralo da forza ignota quasi cadavere al suolo, vien laceralo da vasto stuolo d'immondi corvi. Scacciato al di là del Ticino, mentre stava per oltrepassare l'Isonzo, Torino rappresenta una città presa d'assalto dai più facinorosi demagoghi della rivoluzione italiana europea, che vuotano a milioni le casse delle sue finanze, dettano ordini al Re ed a tutti, mentre l'astro splendido delle sue fusioni, Gioberti, si riduce ad un burattino pria trastullalo indi deriso e maledetto dalle fazioni, e sia per restituirsi in esilio, senza che il Piemonte e l'Italia, si curino della sua partenza o l'avvertano. E quella Spada d'Italia che volle senza i Principi dinasti degli altri stati, e che aspirava ad avere il Papa, qual sensale delle sue rapine; si ebbe l'umiliazione sgradevolissima di dover questuare una spada in mezzo alle armate straniere, e inutilmente picchiò a tutti gli ufficii pubblici di Parigi, e inutilmente si prostrò nei gabinetti democratici della Francia, e, Cavaignac e Lamartine nei loro eccessi, Luigi Napoleone e de Falloux nella loro moderazione, respinsero ogni priego e non concessero fin l'ultima spada francese in ajuto del Piemonte discreditato appo il mondo civile, e per la sua ambizione smodata e pei rovesci della causa italiana e per la sua ipocrita slealtà ed ingratitudine a Pio IX. E la Spada d'Italia si rivolse, - mentre i più illustri generali italiani di Napoli vincevano la vasta guerra delle barricale, domavano le Calabrie, e da vittoria in vittoria compivano le colossali giornate di Messina, di Taormina, di Catania, di Palermo e di Velletri, contro la forza dei più esperti militari europei giurati alla ribellione,- la Spada d'Italia dicea,

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si ridusse a comprarsi una innominata spada straniera in mezzo a' burbanzosi comitali; e sotto gli auspicii d'un mercenario duce supremo marciarono alla guerra gli Augusti di Casa Savoja (giustizia di Dio!), i generali piemontesi e quegl'illustri battaglioni savojardi ch'eran un dì i modelli degli eserciti, e, a Novara cadde su d'un campo di sangue la Corona di Re Carlo Alberto, illustre Principe tradito e prima vittima d'una politica anticattolica ed anti-italiana; e mentre Carlo Alberto abdicando al Trono correva a nascondere in Oporto i proprii martiri, il suo primogenito, Vittorio Emmanuele, questo rampollo di eroi, figlio di una pia e sposo di un'altra pia, questa seconda vittima mille volte più espiativa della prima (prosieguo della giustizia di Dio!), dovette camminare lungamente su i cadaveri piemontesi, per recarsi a ricevere la sua Corona (oggi Corona d'Italia!!!), sotto la tenda militare d'un generale austriaco, e, con quei prudenti riguardi ed ossequi con cui si presenta il vinto al cospetto del vincitore; e, fu una generosità di Radetzky il non voler giungere a Torino, il non pretendere patti umiliantissimi, e l'esiggere solamente una forte tassa di guerra, ed una temporanea occupazione militare in Alessandria e sue linee strategiche. Eh! e Novara fu una straordinaria riparazione morale sullo spirito italiano, e Dio segnò colla sua destra onnipotente, su quel campo sciagurato, una primaria lezione contemporanea alla politica de' tranelli e delle ambizioni sociali, alla politica piemontese che vuol signoreggiare l'Italia da sul Campidoglio de' Cesari, per covrire con l'ombra di un Trono umano, la maestà d'un Trono divino che si estolle da XIX secoli sul Vaticano... e Dio Ottimo Massimo non diede su i campi di Novara clic una prima lezione! -È forse oggi accorciato il suo braccio?

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E l'Italia trionfa nel 1850, dal trionfo di Roma cattolica, e questo trionfo eminentemente d'interesse morale, fa scaturire su i governi e su i popoli italiani la pienezza della pace, della ricchezza e d'ogni benessere sociale. E pari ad un corpo infermo che proficuo alimento eleva al primiero vigore e alla sanità smarrita; così questa nobile ed ognora infelice penisola, si diede negli interessi pubblici e ne' privali, a rimarginare le piaghe moltiplici che la rivoluzione le diede: e questa Italia, eh' è miniera inesausta di naturali tesori, riesci in breve tempo ad essere di bel nuovo e sempre l'invidia dello straniero.

La ragion del cammino assunto in rapida corsa, or ci obbliga ad esser presente - 1.° alla disamina dell'Italia ne' suoi speciali governi dopo la restaurazione, e della sorveglianza d'una potenza che l'assedia - 2.° alla disamina dell'Italia nel suo movimento naturale ed artefatto, cioè all'esiggenza de' suoi popoli e a quanto pretende dai popoli medesimi la rivoluzione mazziniana, legala, dall'influenza inglese, al carro della politica piemontese - 3.° alla disamina in ultimo dell'Europa per quanto interessa la sua esistenza morale politica e sociale, in rapporto all'esistenza morale politica e sociale d'Italia: percorrendo questi sentieri così tracciali, io e il lettore ci troveremo sul campo italo europeo di Solferino.

1.°-Roma con le sue province è ritornala al secolare e vetusto dominio de' Papi, grazie al trattalo di Gaeta, sottoscritto dalle potenze cattoliche di Austria, di Francia, di Spagna e delle Due Sicilie, mercé il loro intervento diplomatico ed armalo; e grazie all'intervento di diritto e d'influenza, cioè religioso e politico di tutti i governi del mondo, a ripristinare il governo papale in Roma, e come un diritto politico che siede qual Nestore in mezzo al diritto pubblico di Europa,

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e come antemurale dell'indipendenza che goder deve ond'essere indipendente l'Oracolo infallibile delle coscienze sparse per l'intero orbe cattolico: e lord Palmerston (apice d'ogni dire!) alla prima interpellanza che gli venne sulla tribuna ministeriale, riguardo al ristauro del governo pontificio, rispose col suo felice atticismo, che, se il Papato non esistesse indipendente, era necessità fino per l'Inghilterra di procacciargli una indipendenza.

E Pio IX ritorna da Gaeta a Roma, e Roma al suo apparire risente la vitale influenza dell'anima su corpo esinanito; e l'Europa politica è in veglia ed attende che i telegrafi, i dispacci, i veloci piroscafi e le staffette annunzino da Napoli: Il Papa è partito per Roma.-E da Roma: il Papa è giunto al Vaticano.-E quest'ansia, che attraversa fin l'Oceano, è il suggello alla vittoria dei governi e della società sulla rivoluzione. E senza decreti vessatorii, gendarmi, poliziotti, esilii, carceri e fucilazioni, onde ottenere un sacrilego per l'Italia a Torino; l'universo cattolico da sé si prostra al suolo, si affollano le chiese di devoti, ed ogni governo cattolico, ogni popolo, ogni famiglia ed ogni persona cristiana, come a un sacrosanto dovere si conducono a piè degli altari per isciogliere il gran voto delle comuni preghiere all'Altissimo, in rendimento di grazie pel trionfo di Roma Papale, pel ritorno di Pio IX alla Cattedra di S. Pietro, e, questo suffraggio veramente e per antonomasia , è l'unico ed il solo plebiscito libero e spontaneo di cui la storia odierna possa registrare l'apoteosi ne' suoi fasti celebri, sol perché niun cuore mentiva i proprii affetti, niun labro smaltiva compri plausi, non vi si pubblicavano lodi misteriose o mercenarie da penne dorate, niun votante attendeva ricompense nazionali; e, né una lagrima,


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né una stilla di umano sangue, fu versata dalle cinque parli del mondo, nell'esprimere la gioja e la preghiera a Dio per un trionfo della Chiesa che fu villoria per ogni cristiano.

E proseguendo nel mio sistema di voler esaurire fino all'ultima idea ogni mio concetto, registro quest'altra monumentale circostanza. Il grido ingannatore di, che la rivoluzione italo-europea scrisse sulle sue bugiarde bandiere, per sedurre ai suoi maleficii lo spirito pubblico, commosse per un momento, non è da dubitarsi, l'universo civile. Ma visitale Roma dal dì dopo che l'augusto e santo esule di Gaeta è tornalo al Valicano. Meraviglia! Roma non basta a contenere in ogni anno i forestieri d'ogni regione e d'ogni lingua, che a guisa di eserciti di pellegrini si affollano più dell'usato nell'Eterna Città, mossi dal desio di vedere almeno la persona di Pio, di quel Pio che salì il Golgota del dopo tanti mentilidi quel Pio che splende per la maestà di Vicario di Gesù Cristo, e splende ognor più allo sguardo dei cattolici per quanto più amarezze riceve dalla rivoluzione; di quel Pio che dal giorno (1850) in cui la politica e la tribuna piemontese, gittando la maschera farisaica, lo appellarono un Sovrano straniero e nemico all'Italia (di Torino), fino al giorno che senza pudore e senza rimorso, si giunse a non gittare innanzi a un consiglio di guerra quel generale (Pinelli), che mentre nuota bealo in un mare di sangue italiano, ardì, scrivendo di ufficio, insultare il capo Supremo, il Padre di una famiglia di oltre a duecento milioni di cattolici, qual vampiro sacerdotale che succhia il sangue dell'Italia (di Torino). Eh!..da quel di finoggi, accorrono a Roma per conoscere l'amore d'ogni cristiano affetto, Pio IX, non solo i suoi figli, ma i protestanti dai più remoti lidi, ed ogni sacrilego insulto al Sanio Nome,

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produce una conquista ubertosa di ammiratori di panegiristi di difensori: ed ogni cattolico italiano che per far l'Italia alla piemontese, smarrisce la vista della fede nel l'empietà, è causa di togliere dall'errore e guidare alla luce vera più e più eretici; sicché se una statistica si elaborasse per notare gl'italiani pervertiti e gli eretici evangelizzati, si avrebbe una cifra d'uno a dieci, e questo quotidiano miracolo ne' quotidiani dolori della Chiesa Cattolica, si deve senza fatto, oltre al lume della grazia) alle simpatie ognor più in aumento pel vivente martire d'ogni trionfo, per Pio IX.

E Pio IX è in Roma.

Riprende le sue cure vere di Sovrano temporale, con quella mitezza, generosità e personale abnegazione e disinteresse, che sono le speciali virtù fra tante di questo Papa-Re. Si circonda de' più sperimentati consiglieri, trascelli fra tutte le classi de' suoi sudditi, e si dà man mano alla ricostruzione delle pubbliche finanze rovesciale dalla rivoluzione fino alla fatale cartamoneta, e con studio e moderazione eleva imposte circospette e confacenti alla prescritta cerchia delle riparazioni dello stato. Dilata il numero degl'impiegati civili ne' varii dicasteri, in paragone del ristretto numero degli ecclesiastici, che tuttavia sono individui dello Stato e appartenenti alle varie condizioni de' suoi sudditi. Riprende su più ampia scala le monumentali opere pubbliche che in Roma e sue province costituiscono da lunghi secoli una specialità tutta propria de' Papi, ed un eccezione su tante specialità nel pontificalo di Pio IX, augusto nome che trovasi su marmo inciso per ogni via dell'alma città. Quella clemenza che lo accompagnò salendo al Trono, quella clemenza istessa ritorna a fianco a Pio da Gaeta a Roma, ed egli non è il Monarca detronizzato che ristaura il Soglio con la vindice giustizia,

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ma è il padre misericordioso in mezzo ai figli, e, meno un temporaneo esiglio di prudenza per un ristretto numero di compromessi politici, niuna condanna e rigore, egli tutto cuore, inizia nello stato.

E il buon Leopoldo da Gaeta si restituisce in Toscana, non come un Principe soverchialo dalla rivoluzione, non come fuggito da Firenze elevatasi in Babilonia, ma come per semplice diporto si fosse recalo a Napoli: è si mite e benigno di mente e di cuore questo Sovrano tipo della civiltà de' suoi popoli. Non è in collera con chicchesia, e se i ministri suoi possedessero la sua tempra, non saprebbero neanche in legge rinvenire nella ribellata Toscana un ribelle. In quella specie di popolo gentile, benché sedotto dalla febbre dell'era, riesce facilissima una restaurazione politica; e Leopoldo ristaura la sua diletta Toscana, co' più placidi moli, si compone un armata competente ai propri bisogni, ritira lo statuto per tempi più tranquilli e meno faziosi e deliranti, e il suo governo è sì generoso, che apre le porle agli esuli degli altri stati Italiani.

Il Ducato di Modena si ristaura col ritorno del suo Principe savio ed intemerato, e se un qualche rigore si scorge, è effetto del governo militare straniero che occupa lo stato, più per necessità strategiche dell'esercito austriaco in Italia che per necessità locale. E il Duca, detronizzalo dal Piemonte senza guerra si forma una armala e si occupa a rifare le pubbliche casse vuole dell'intutto, grazie alla

Così il Ducato di Parma, per l'abdicazione del vecchio Principe, si ristaura sotto gli auspicii d'un giovane Sovrano che ha in moglie un Augusta, erede di molte glorie e sventure, e che fra breve addiverrà un eroina e la madre del suo popolo.

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La Lombardia serba in quegli anni tale e tanto giusto sdegno per il Piemonte, che meno i suoi speciali compromessi, addivenuti in seguito proconsoli alpigiani, non risente col cipiglio di stizza il dominio austriaco. E l'Austria sfoggia ogni utilità possibile per rinvigorire al primiero lustro la pubblica e privala ricchezza del popolo lombardo; e conscia della sua forza nel tutelar tutto e tutti, dopo una rivoluzione si provocatrice, perdona ad ogni compromesso,oblia ogni antecedente molesto, anco per quei che amarono meglio di addivenire piemontesi.

Venezia dopo lunga lolla più straniera che del suo popolo, ritorna al potente governo che la possiede, scarna e scarmigliala, perché oltre ai projettili di un bombardamento, si ottenne la fame, la peste, ed il bollino di non pochi che la difesero sì bene, da menar via molti zecchini, non poche gemme e qualche vittima della seduzione: e chi scrive conserva i documenti raccolti a Brindisi, ove sbarcarono più centinaja dei difensori di Venezia... (1)

La Sicilia, grazie alla clemenza di Ferdinando IL e del governo civile e militare del generale Filangieri, non ¿1 ebbe dopo una si smodata rivoluzione e guerresca restaurazione, che 27 e non più esiliati temporanei, e, si ebbe un debito pubblico e qualche balzello per soddisfarlo, onde animare la spenta vita di quello stato, isterilito ed ammiserito dai suoi padri della patria, gaudenti nell'ozio di beato esiglio i fruiti delle spoglie opime; e siccome fra i predicati motivi della sua ribellione, vi era quello della promiscuità d'impieghi col continente, si tolse questa

(1) L'autore intende parlare de volontari, e non delle specialità che difesero Venezia.

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promiscuità utile ai siciliani che non la volevano e disutile ai napoletani che doveano percorrere 400 miglia di mare: e la Sicilia ebbesi tutto a sé, meno la coscrizione militare e sempre meno imposizioni, al paragone del Regno continentale: la Sicilia è una miniera ricca di tali risorse, che presto risorge da ogni qualsivoglia sventura.

Il Regno di Napoli oltrepassò la sua delittuosa tempesta in modo provvidenziale, giacché l'alta mente di Ferdinando II ligata sempre all'indole affettuosa ed espansiva de' suoi popoli, appena seppe a questi ridare la pace pubblica, che ogni traccia di sventura scomparve. E l'unica parte d'Italia fu questa che sostenne una rivoluzione interna, una guerra per riprendere la Sicilia, senza la dura ed onerosa necessità di contrarre debiti all'estero e di aumentare per conseguenza le imposizioni. L'unico stato in Italia che sostenne la sua dignità sovrana in mezzo a tanti rovesci, e giunse dal disordine all'ordine e dalla guerra alla pace, senza contrarre obblighi con l'Europa militare e senza inchinarsi all'Europa politica elemosinando protezioni. Unica terra italiana (lo registra l'istoria), che grazie all'italiano suo Monarca, non permise che bandiera straniera e che straniero esercito toccassero un palmo della nostra patria; e che ebbe cimenti e vittorie, ma fu italiano il vessillo delle nostre querele e delle nostre glorie. Quale altro punto d'Italia in quegli amarissimi anni, puole vantarsi di si cospicua italiana indipendenza, quanto le Sicilie?

E mentreItalia rivoluzionata si ristaura in modi diversi, attraverso quest'orizzonte morale politico e civile che si schiarisce alla giornata, apparisce lo stato Sardo fra gli Stati italiani, come un astro solitario e nebuloso che presenta la sua orbita più sdegnoso di prima e più provocante nell'isolamento.

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Condanna a morte un generale (Ramorino), per illudere sé stesso non l'Europa, d'una disfalla che provocò e che volle per solo interesse de comitali più ribelli, e che ogni più comune intelligenza prevedeva anco a Torino, pria di spirare l'armistizio, e dopo ancora; giacche non è logico che chi sfida alla guerra, permetta pazientemente che il nemico non solo si avvicini al Ticino da padrone, non solo lo passi tranquillamente su tre ponti che ha tutto il tempo di gittare dalla riva lombarda sulla riva piemontese, ma che pria della pugna ha già occupato, fortificandosi, le prime province sarde. Ebbene? e se anco Ramorino avesse a tempo condotta al fuoco la sua divisione, e se anco l'antico valore dell'esercito piemontese avesse manomessa l'armala di Radetzky, quale altro esercito possedea il Piemonte per tener mano ad altri corpi nemici che potevano sempre giungere in soccorso, varcando i tre ponti militari del Ticino? e per qual concetto gittò novellamente il guanto delle battaglie ad un nemico che salvò dalla prigionia di guerra Re Carlo Alberto e 'I suo esercito in Milano?

Ed il Piemonte, che senza scrupolo al mondo provoca e chiama gloria italiana ogni rovescio dinastico, ogni città che si ribella; il Piemonte ad un molo eccessivo di Genova, che non volendo partecipare alle complicità burbanzose di Torino (Italia) ed all'umiliazione disastrosa del Piemonte (Italia), in un bel dì sente la febbre della sua dignità antica, e tumulta per rompere la sua catena del 1815 (catena di pochi anni al paragone dei legami legali di altre regioni per altri governi rovesciali in egual tempo dalla politica sarda), Genova che poteva calmarsi dalla quasi ragionevole sua collera, Genova che non avea mezzi per emanciparsi dal Piemonte e che dopo pochi giorni dovea per necessità restituirsi da sé al governo che la regge,

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Genova vien bombardata dal Piemonte in forza di quei trattati che il Piemonte vuol distrutti in tutta Italia: ed il Piemonte non vien mai chiamatoE perché quei projettili sprecali su Genova non istimò egli miglior decoro usarli in difesa del Ticino, mentre si gittavano quei tali ponti? Ma ciò è un primo espediente e nient'altro. Avviciniamo Torino, quest'inclita città cattolica e civile, dal di dopo i disastri dì Novara.

Sede e lesta della più disastrosa politica che la impoverisce nella sua ricchezza, Torino ha smarrita la sua fisonomia tradizionale, e gli alti più sgradevoli che ha commesso contro l'italiana indipendenza, e le sue stesse umiliazioni, non la svegliano dal torpore suicida delle sue glorie, anzi l'addormentano fino al letargo della colpa, da cui si sveglierà un giorno coverta di molti delitti, per gavazzare nel sangue italiano e nell'eresia delle opere e del pensiero.

Non è più la politica sua, febbricitante per una ribellione che passa come ogni malattia morale dell'umana famiglia, ma è la rivoluzione medesima che prende il nome di politica italiana, è la rivoluzione di Mazzini e di Gioberti che rovescia il Trono di Savoja, elevando un Trono a sé, su cui obbliga a sedere da Re senza regno e senza governo, senza fede cattolica e civile un Sovrano che lacera senza volontà i fasti di sua prosapia, Vittorio Emmanuele II, già prigioniero de' comitali.

Infelice Monarca, infelicissimo paese! quell'idra anticristiana ed anti-italiana, ch'è la contemporanea rivoluzione, si spegne per tutta Europa, e si permette dalla inqualificabile politica europea (della dalle barricate di luglio, politica di transazione),

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la creazione di un campo agguerrito per le battaglie future agli Altari, ai Troni, alla società cristiana dell'Occidente, nientemeno che nel disgraziato Piemonte....

Ed il Piemonte centralizza in sé tutti gli esuli politici d'Italia e di Europa, e spande per le sue vegnenti riscosse in Italia le esagerazioni democratiche, mentre la democrazia italiana lavora per fondere il Piemonte ne' suoi eccessi, e la democrazia europea si fortifica in Torino da cui gitterà l'allarme ai governi tutti, come e quando potrà.

Ov'è più il tipo piemontese, sì nobile, sì intelligente, sì altero in mezzo a una civiltà tutta propria, e che da tre secoli e più lavora, or collo stendere un piede sul suolo francese, or coll'avanzarsi sul suolo italiano, acquistando sempre e mai sciupando quel che conquista, fino ad elevarsi a Regno fra gli Stati di Europa? Quel che egli ottenne fino al congresso di Vienna, fu lavoro dell'Austria, che stimò creare una guardia fra la Francia e l'Italia pe' suoi interessi strategici: ed ogni stato che offende le sue tradizioni politiche, è difficile che si regga, è facile che cada.

Ov'è più quella Savoja co' suoi annali religiosi e militari, quella Savoja dinastica e guerriera, che diede la sua severa e gagliarda fisonomia politica e sociale al Piemonte? La Savoja ch'è un tipo a sé, forzata a fondere i suoi fasti in mezzo alle querele italiane, si vedrà tanto oltraggiala dai capricci piemontesi, e nella fede religiosa e ne' costumi e nelle tendenze, che appena Camillo di Cavour la toccherà con le mani parricide per offrirlo alla Francia, appaleserà alla storia un distinto parto cesareo, cioè, che il figlio segregandosi dalla madre, invece di farla morire la guarisce e la fortifica, senza dolori e senza gridi: e ditemi, o lettore, se lo scastramento politico della Savoja dal Piemonte non è poi un vero parto cesareo,

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la Savoja che ha la culla e la tomba della dinastia piemontese, ed è origine di molte origini pel Piemonte?

E la Sardegna, questo nido isolano che fu custodia alle sventure di Casa Sabauda, e che diede il nome di Reale alla corona ducale de' principi Savoiardi; quest'isola che fa parte intrinseca dello stato Sardo, ma che ritenne a sé con fermezza le sue tradizioni e i suoi privilegi, scaturigine delle proprie ricchezze, appena il Piemonte iniziò i suoi incomposti amori con gli stati d'Italia, la Sardegna prese il dolente aspetto d'una colonia piemontese nell'Oceania; e mentre lo statuto libero rovesciando i suoi saldi privilegi, la incatena qual provincia di Torino, ella, spedisce a Torino le sue sostanze e i suoi oratori, e Torino le invece molte speranze italiane, molti progetti utili ma incadaveriti nei portafogli ministeriali, e innumeri discorsi parlamentarii di centro di diritta e di sinistra, robba che intisichisce altrui e sazia ed arricca chi la manda: e, date tempo, e la prospera Sardegna (una volta), acquisterà la fisonomía dell'Irlanda in religione ed in povertà, e i suoi lamenti occuperanno i giornali conservatori: ma il Piemonte divagato a, non avrà cuore né occhi né orecchie per l'Isola che gli diede nome di Regno...

E per chiudere questa scena de' primi rovesci piemontesi, dimando al Piemonte: Che ne fu del ducato di Genova che l'Austria ti regalò? non era miglior consiglio elevare un Trono dinastico in città si cospicua, che ingrandita da altro territorio italiano, sarebbe addivenuta emula di Napoli e di Marsiglia sul Mediterráneo? E lo statuto piemontese in gran parte assorbisce l'autonomia ligure, e la superba Genova si spoglia fin del titolo che le rimane di sua secolare grandezza, e s'inchina al modesto nome di provincia di Torino;

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e dopo il saluto di bombe e lo smembramento de' suoi temuti bastioni che riceve da Torino, la vedremo, non spoglia delle sue tradizioni, ma saccheggiala da un governo e da una stampa che contaminando il suo primato cattolico, tino al giorno che il Conte Camillo la farà passare per le forche caudine de' più onerosi balzelli, degraderà fino del porlo militare quella riviera illustre da cui salparono le flotte italiane per le più illustri battaglie navali; e riducendo la sua storica e monumentale Darsena a un emporio di merci, la provocherà dalla tribuna chiamandola, e, la farà insultare dai suoi organi, parodiandola, ad ogni ligure querela, abbominevole oltraggio per chi lo fa non per chi lo riceve; come per dirle: li chiamavi Regina, or li chiamo mia ancella, - ed era pur quella Genova che fu Regina ne' fasti italiani, mentre il Piemonte favoleggiava l'Italia (sua preda) da Ivrea e dal Concilio di Costanza.

Ebbene! con queste prime tinte scoraggiami, che additano lo sfacelo civile e morale dello Stato Sardo dopo Novara, l'Europa pennellerà che un piccolo Stato in completa rovina delle sue limitate membra, già ammiserito di risorse e lacero di tradizioni, assorbisca l'Italia a sé; e quel governo che non sa più governare sé stesso» si elevi ad arbitro de' più cospicui governi italiani; e quello stato che disprezza la sua origine savojarda, il suo titolo sardo e la prestigiosa unione alla liguri», per dirsi solamente piemontese, quello stato giungerà a mantener in armi l'Europa, provocherà una rivoluzione a tutti i governi europei, e si stimerà capace di demolire a sé d'intorno, tutto quanto e lavoro di diciannove secoli e che regge sulla parola eterna ed immutabile di Dio, cioè, il Cristianesimo?...

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Avanziamo nella storia dolente del malefico seme, di cui oggi raccogliamo i primi fruiti.

L'infelice Stato Sardo già si raccoglie novellamente per la della futura Italia, riunendo intorno a sé i suoi sedotti e i suoi seduttori. Ma qual coraggio ha egli per si arduo cimento? Isolato dai rovesci suoi e da quelli procurali dalla sua ambizione, al movimento di nazionalità e d'indipendenza italiana; umilialo dall'Austria che Io vince a Milano e lo disfà a Novara, abbassando la sua alterigia col chiamare all'abdicazione Carlo Alberto e costringendo il figlio di questo ad accettare la corona sotto la tenda di Radetzky; l'Austria stessa lo guarda bieco per invaderlo ad ogni ulteriore scappatagine. La Francia che si apparecchia ad elevar un impero su i ruderi della rivoluzione, non ha altra politica visibile se non quella del trionfo cattolico e delle sue novissime vittorie civili di ordine e di pace; la Francia napoleonica guarda il Piemonte, come può guardare il socialismo francese ricoveratosi a Londra, ed i proletari della repubblica rossa che relega a Cajenna e Lambesse. La Russia, vero spettro de' campi Filippi d'ogni rivoluzione europea (fino al dì che Francesco II uscì da Napoli), parla diplomaticamente al Piemonte, come parlò in Ungheria con le sue bocche da fuoco. Insomma la smodata ambizione piemontese e per sé stessa e per gli arredi Mazziniani di cui spesso si orna, e per la guerra ribelle che inizia verso Roma con la maschera di quisquiglie canoniche, non solo non fruisce alcuna simpatia dai ristaurati governi di Europa, ché anzi ogni gabinetto esamina ogni dì le colpe che ha e quelle che le affibbia la rivoluzione, la quale in marcia di ritirala da ogni regione del continente, alza le sue tende di bivacco in Londra ed in Piemonte. Vi ha di più ancora per pingere la sua tisichezza politica.

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La restaurazione d'Italia si esegue e senza di lui e senza il suo concorso e senza dircelo neanche, mentre fino a qualche mese prima solamente il Piemonte era il

d'Italia, perché il Piemonte ha una ignota missione (!) naturale nò perché è lembo italiano e non centro, sovrannaturale non credo perché non ebbe profeti o profezie, ha una missione, ripeto, di. E mentre a Torino si grida alla disperata «fuori lo straniero» non solo lo straniero è in Italia, ma giunge di guarnigione in Piemonte e mancò poco non montasse la guardia a Piazza Castello. E mentre pensa ad addivenire Italia, in Gaeta si sollennizza un congresso di quattro potenze, una italiana ch'è Napoli, l'altra spagnola, l'altra francese e l'altra austriaca per rimettere il triregno sul Campidoglio, senza dir verbo al Piemonte e senza permettere che origliasse almeno sulla soglia dei congregali. E francesi, austriaci, spagnuoli e napoletani (allora croati, come adesso briganti) senza la venia dell' senza esprimere «io vengo ecc.» stranieri e ch'erano (come dicesi a Torino), fanno la guerra, dichiarano la pace, ristaurano i Troni, e taluni lasciano de' presidii in Italia fino agli equivoci del generale Giulay; e se il quadrilatero e la Venezia si spaziano su terra italiana, i sono ancora con noi, e taluni senza esser ma stranieri solamente, anco oggi rimangono in Italia, ed in quella regione italiana ch'è il cuore di Europa e la tesla pensante del mondo morale e civile: Roma.

Eh! quale umano coraggio avrebbe potuto attraversare, se non quello del disgraziatissimo Piemonte, un si vasto pelago di amarezze e di umiliazioni? Ma il Piemonte è granitico: è sapete chi tale lo rende? una carta ed un consigliere.

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Volete che vi sveli l'indovinello e l'indovino?

Coraggio e pazienza, e proseguiamo la traversata di questo pessimo mare, seguendo le sue orme incerte e volubili, fra gl'incerti e volubili venti che spingono senza posa la nave politica di quello Stato.

Vi era in quegli anni una fisonomía politica ministeriale in Inghilterra (e che oggi impera sulle rovine del vasto incendio italiano), la quale avendo arruolalo sotto i stendardi aritmetici delle proprie utilità, tutte le sette politiche esistenti, le seppe sì bene guidare alle battaglie del disordine, che l'Europa diede il primo spettacolo alla storia di rovesciarsi tutta quant'è sul campo dell'anarchia. L'Inghilterra ministeriale maravigliò di sé stessa, ma s' indispettì molto più ancora, quando sul suo letale e misterioso intervento, vide apparire il misericordioso intervento della Provvidenza, che rialzò la società europea con mezzi ignoti alla mente d'un puritano scozzese qua!' è lord Palmerston. II vecchio protestante fu per ammattire nel trovarsi sì gagliardo nella rivoluzione del continente, ed estraneo e pigmeo nella restaurazione, sol perché la sua religione non vide un castigo supremo nelle sociali sventure di cui la di lui politica fu l'istrumento: e perciò non avvertì il giorno in cui Dio scrisse il suo onnipotente VETO sull'alto del Valicano, e il gran lord e'1 suo grande esercito cosmopolito apparvero arido fieno in balia delle fiamme.

E lo spirito pertinace di quest'incubo mondiale, che l'eternità (benché tardi) respinge ancora di accogliere nel suo seno, quasicché ella che spaventa tutti, Io rifiutasse; questo spirito dirci che regolò la ritira la del disfalto esercito piemontese, e pare raccogliesse le reliquie della infranta politica per risarcirla a modo suo. Infatti, il Piemonte non cura che a Carlo Alberto gli cada sul sangue d'un'armata sagrificata, e la spada e lo scettro.

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Non sente pudore che Vittorio Emmanuele debba ricevere la corona dalle mani d'un nemico vincitore e in mezzo alle bajonette austriache. Non si spaventa che non ha più esercito, che la repubblica rumoreggia fin nel parlamento di Torino, e che i tedeschi distano una tappa dalla capitale. Non misura la sua compromissione al cospetto dell'Europa politica, appo la quale non serba più titoli di confidenza. - Non si crucia all'idea della miseria che assedia le sue finanze ed il credilo pubblico, mentre pagar deve molti milioni per tributo di guerra - nò, l'italianissimo Piemonte, tra lo stordimento e la cecità, non curò non vide altro da raccogliere sul campo di Novara che un foglio di carta già lacero e maculalo in ogni verso, e con questo foglio di caria ritornò a Torino ed esclamò agl'irati partiti quanto gli sussurrava all'orecchio quel tale: Signori, tutto è perduto, ma abbiam raccolto a Novara l' futura: e nel cosi esprimersi mostrò al rispettabile pubblico lo Statuto Costituzionale, e, quei sapienti si calmarono non al veder la carta ma quel tale an che la reggeva. l'umanissimo ministro del Tamigi prese fiato, si terse il sudore della paura, e si diede a nuovissimi studii, che se la sua dotta mente l'applicasse al bene come l'applica al male, il mondo politico e sociale (mercé sua) sarebbe felicissimo, com'è infelicissimo. E l'Europa vincitrice, altera pe' suoi non sperali trionfi, vide il Piemonte, lo Statuto e drammatizzare la farsa a Torino, sorrise con la fisonomia di chi guarda le bambocciate de' burattini, disprezzò la commedia chiamandola ridicola, e, chiuse gli occhi sulla scena, e, eh! gli riaprirà al fracasso della catastrofe.... con sua massima meraviglia!

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Ecco il nostro primo quadro alquanto in abozzo, che abbiam chiamato: Disamina dell'Italia ne' suoi speciali governi dopo la restaurazione, e la presenza d'una potenza che l'assedia. - Riuniamo le tinte per colorire il suo secondo quadro: Disamina dell'Italia nel suo movimento naturale ed artefatto, cioè l'esigenza de' suoi popoli e quanto pretende dai popoli medesimi la rivoluzione mazziniana, ligata dall'influenza inglese al carro della politica piemontese. -

2.°- L'Inghilterra ministeriale, dopo la rivoluziono del 1848, si trovò completamente isolata dalle simpatie politiche dell'Europa tutta. L'Austria le affibbiava la ribellione d'Ungheria e del Lombardo-Veneto, e non avea cuore di avvicinare un alleata sì sleale ed a cui contentò per secoli molte voglie. La Germania aristocratica legittimista e nazionale le additava le avvenute evoluzioni democratiche, capaci a manomettere la sua potente unità federale. La Russia colla sua eminenza conservatrice e legittimista, si atteggiava allo scandalo mirando i tranelli demagogici palmerstoniani. La Francia guarita dal suo parosismo democratico, ardita ed intelligente, avea senno per enumerare le rovine de' suoi opificii, elaborate dalla plebe francese vestita alla proletaria dalle influenze brittaniche, e Luigi Napoleone essendo pe' suoi studii severi il vero storiografo della politica inglese, da Presidente e da Imperatore l'avvicinò sempre d'allora ad oggi con un suo metodo preconcetto di evoluzioni strategiche, giammai con sistema palese, onde non farsi sorprendere. Ma se lord Normanby mi assicura che Palmerston riconobbe l'Impero francese prima della sua Regina, io mi ci adatto a crederlo, non per ammettere la opinione comune, esser Palmerston l'architetto di quel Trono, ma bensì suo zelante ammiratore. E sapete perché?

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per la befana che scuoteva l'illustre gentiluomo, all'idea di veder risalire alle Tuglierie la Duchessa d'Orleans ed il Conte di Parigi, i quali erano testimoni delle lire sterline che li violentarono si crudelmente alla camera dei deputati, quando stavasi per votare una reggenza sulle barricale, e, al paragone stimò meglio inchinarsi all'Aquila che vinse a Waterloo, che ai Borboni rovesciati dai banchetti riformisti, e che nell'isolamento politico dell'Inghilterra nell'Europa vincitrice ed incollerita, potevano addivenire scintille efficaci per una coalizione.

E Roma solamente, è Io scoglio appo cui urla e s'infrange la politica inglese, giacché Roma cattolica dal di della riforma di Enrico, non volle aver che fare con la medesima come stato, e Pio IX dopo la rivoluzione del 1848 finoggi tesaurizza su ampia scala le sue conquiste spirituali nel superbo impero, ma in politica non ha che fare. E Ferdinando II che si giurava perduto in quell'anno, mercé i proponimenti del gabinetto di Londra, riusci vittorioso usando ognora contro il medesimo la forza del suo diritto, qua! baluardo innanzi al diritto della forza.

Dunque l'Inghilterra, isolala a sé stessa dai rimproveri dei gabinetti europei, senza discendere a patti con questi, si studiò un nuovo sistema di coalizione, onde elevarsi una base d'interesse per dominare taluni governi, per compromettere i governi reni lenii e per ottenere delle forzate simpatie da taluni altri, mercé della paura.

Formò sul Tamigi tre legioni sciagurate, co' proseliti piò famosi delle rivoluzioni, e a queste scelse per capi Mazzini, Kossul, e LedruRollin. Diede carta bianca (i passaporti inglesi) a tutti e Ire, a tutti e Ire pieni poteri (le lire sterline), e a tutti tre una legislatura dominatile (la polente influenza della stampa inglese).

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Mazzini che ha la fìbbra dell'acciajo ed il volo dell'aquila, addivenne Io spirito folletto da sfidare l'Europa, comparendo ovunque era necessità spaventare gittando un pugnale ovunque necessitava un tentativo o una vittima, canzonando tutte le polizie, non curando eserciti, sprezzando flotte in crociere; e Mazzini, un uomo, un profugo, un reo fuori legge, ha tentalo la vita a quasi tutti i Sovrani, senza che i Sovrani, coalizzandosi, avessero curato di dire all'Inghilterra: o Mazzini a noi, o noi a Londra. Kossul si eleva a spada provocatrice contro Austria e Germania, e a Londra vien ricevuto meglio di un ambasciatore persiano; il lord maggiore lo accoglie con un discorso e gli dà un pranzo in nome della città, e questo insulso avvocato cospiratore vien mistificato dalla Gran-Brettagna fino all'apoteosi degna di un Licurgo, e si giunge a permettergli di timbrare banconote ed ottenere un prestito per azioni. E Ledru-Rollin, tra i viperei libelli di Victor Hugo e la sanguinosa sete del dottor Bernard, ha il suo filo conduttore da Londra a Parigi, doma la potentissima polizia napoleonica, ed eleva la futura ghigliottina pe' futuri massacri francesi, sotto il titolo speciale della» fino a quando, non più al coverto delle convenienze ma sotto la istruttoria di un processo a Parigi, si trovano questi ed altri sciagurati autori sotto al crimine di regicidi, provenienti dal domicilio inglese. Ebbene? l'Inghilterra negò ogni più lieve sodisfazione ai tribunali ed al governo francese per non offendere le sue leggi che, tutelando mostri simili, oltraggiano tutti i codici di tutti i secoli, patrocinando cosi gli assassini dei Troni e della società di Europa. E l'Europa tacque e tace, ed assiste alla catastrofe che si trama da sul Tamigi. E John Bull è superbo di ottenere dai condannati dei governi e della società d'Europa che abitano a Londra,

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quanto non può sperare pe' suoi profitti da tutte le simpatie dei gabinetti sovrani.

E mentre la ministeriale Inghilterra sfida con si mostruosa coalizione l'Europa intera; mercé dello Statuto libero del Piemonte, si accampa in Italia, preda privilegiala fra i suoi bollini, fino a quando da Malia e da Corfù non la riduca a un India europea.

Ed in fatti, assistiamo al duplice duello che sfida il Piemonte in Italia dal di dopo di Novara, per ravvisare la svelala fisonomia inglese ad ogni colpo che invia, ad ogni parola che proferisce. Due campioni italiani bisognano alla politica inglese di rendere vulnerabili, e questi sono Pio IX e Ferdinando li. Rovesciare il papato onde protestantizzare l'Italia: ed abbattere la dinastia di Napoli da cui nasce la fermezza cattolica e politica in un paese che possiede un Re non ambizioso, altamente indipendente e coraggiosamente nemico del libertinaggio, avverso ai tranelli britannici, e padrone del braccio e del cuore di dieci milioni di sudditi. Non cura i ducati italiani, non si spaventa degli austriaci nel Lombardo-Veneto che affida a una generale insurrezione italiana e ad altri intingoli riservati, ma ha duopo solamente dello scisma religioso in Italia, e della guerra civile fra due popoli vulcanici. Ecco i due baluardi temibili, ecco le due breccie da pratticare: il resto viene dopo.

E col sorriso del demone della montagna, John Bull trasporta sull'alto del Cenisio la politica piemontese, e: Guarda, le dice, vedi com'è bella e vasta l'Italia, tuo sogno beato di molti secoli? io tela voglio donare, e di tutte le Corone italiane, non escluso il Triregno, ti voglio formare un solo diademi da nomarsi. - Vattene, Milord Satana, non tentare chi fugge da Novara,

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non insultare un nano che la volle far da gigante, non provocare un saccheggialo dalla libertà e dall'indipendenza italiana» e che teine di ritirarsi in Chambery se Radetzky pentito di sua generosità volesse far visita a Torino, e, non deridere un caduto, e caduto in un modo si orrendo, che l'Europa sdegnala potrebbe ridurre alla sua origine di savójardo, che si spiega .» - E Jonn Bull si alleggia da amante offeso, e: Tu sei l'Italia, soggiunge, tu Piemonte addiverrai per mio mezzo la madre dei genii e degli eroi (il Piemonte è ridotto a cambiar sesso per addivenire Italia...), ma a palio, che coi miei mezzi e col tuo portanome ci confederiamo onde abbattere due barbari che son gelosi di te, o carissima ed invincibile Italia, ecc. ecc. e questi barbari l'uno è il Papa, e l'altro è il Re di Napoli, che da oggi farem credere una jena un boa col sovranome di bombardatore. - Rapito in estasi il povero Piemonte, bebbe grosso, non travide che per addivenire Italia dovè tesser la tela non per un Italia piemontese ma per un Italia Tamigi, ed ebbro di seduzione magnetica si chinò come Psiche nelle braccia del vecchio Giove dai fulmini demagogici, e, Lord Satana giurò sull'oppio, sul carbonfossile, sul cotone e sul ferro fuso; e il Piemonte, che cambiava sesso, sacramentò su i suoi debiti passali presemi e futuri: disseroe l'Italia

Ci siamo alle pruove! Massimo d'Azeglio inizia la guerra con la sua corrispondenza al Cardinale Antonelli che fu il primo bersaglio. L'Arcivescovo di Torino e l'Arcivescovo di Cagliari sono le prime vittime della guerra; la legge Siccardi è la prima mina contro la Chiesa Cattolica, e il Conte Camillo è l'Alessandro dell'epica belligera, fino a quando la morte lo colse pria d'incoronarsi in Campidoglio,

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incoronandolo invece de' sacrilegi dello scisma e dello scandolo al cospetto della Giustizia eterna, che noi gli auguriamo misericordiosa.

E mentre il primo duello (issatosi per far l'Italia incomincia da Torino a Roma, ecco Sir Gladstone viaggiatore sul modello dell' di Riccardo Cobden e di Lord Minto, apparire in Napoli a il sistema penitenziario delle Due Sicilie.

E noi, per quanta brevità ci permette un sunto de' fatti, assisteremo alla duplice sfida brittanica-piemontese-italiana.

Ferdinando II, che per lunghi anni di regno avea clementemente quasi abolita la pena di morte fino pe' reati comuni, volle proseguire ad esser pietoso verso i suoi nemici, per disgrazia di suo figlio Francesco, della sua augusta famiglia e de' suoi popoli, oggi fucilati da briganti, per organo di quei tali graziali dal defunto Monarca. Poteva resistere nel gennajo 1848, e per non permettere il patibolo concesse lo statuto. - Poteva abbandonare alle fasi del combattimento i deputati ed il ministero del 15 maggio, ed oggi sarebbero mancali i proconsoli all'umanissimo Piemonte, ed invece li rese salvi dal pericolo. Vittorioso nelle Calabrie, 900 e più ribelli prende in allo mare e lo dica il cosmos delle rivoluzioni il piemontese Ribolli, e questo ritiene per poco alle delizie di S. Martino e di Santelmo, gli altri spedisce a casa loro. Longhi e delli Franci uffiziali disertori (e che disertori!) subiscono un consiglio dr guerra che li danna a morie, e il Re contro il consiglio de' suoi ministri e contro la disciplina dell'esercito, segnala dalla Reggia al Castello con sua mano «grazia della vita.» Chi ritorna da Venezia è restituito fino alla carica. molti impiegati e professori, che a tèmpo e con quella prudenza che onora un delirio che fu,

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rimasero in carica, riedirono all'esercizio della cattedra e del foro: meno il distinto Mancini che venne spinto all'esagerazione del giorno dagli epigrammi d'un giornale che per celia lo chiamava «il cavaliere brasiliano» e che venne precipitato a volontario esilio dal timore di denuncia di un tristissimo (e non era solo!) fra gli uomini; e che per quanto amò la dinastia ed illustrò la sua patria, altrettanto oggi oltraggia quella e suicida ne' modi più nefasti il luogo nativo. A molti altamente compromessi fa giungere passaporto e monete di oro e prudenti consigli, onde si allontanassero pel momento dallo Stato e fra tanti fò appello all'inaridita coscienza del Conforti; e taluni di questi che godevano delle pensioni dallo scrigno privalo del Re, non perdettero i sussidii che ricapitavano mensilmente a Torino, anco quando questi cospiravano contro Ferdinando, e Ferdinando lo sapeva... oh! se la mia prudenza fosse provocata, quanti democrati dovrebbero impallidire...

E così proseguivano i primordii della restaurazione del Regno per mano di Ferdinando, e proseguivano stentati si, perché è difficile a un Re esser clemente presso popoli meridionali, esagerati nelle rivoluzioni ed esagerati nelle restaurazioni; e si perché Ferdinando avea collocalo a capo del suo gabinetto conservatore un presidente de' ministri che, uso a lunga prattica di governo al servizio del Re Giuseppe Napoleone, odorava moltissimo ancora nel 1850 delle giunte di stato e de scrutinii a cui prese parte dal 1806 in poi. Tuttavia Ferdinando avrebbe da sé superalo questi immancabili difetti di governo, inevitabili dopo le rivoluzioni, se nel meglio la stampa anglo-piemontese e i discorsi provocanti della tribuna britannica e le noie diplomatiche di questo gabinetto: assistito, forse innocentemente, da altri governi,

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sotto gli auspicii di umanità, non avessero sdegnata la dignità del Re, che cessando di sua clemenza, stimò suo dovere giustificare i suoi atti aprendo il varco ai processi politici (qui lo voleva l'Inghilterra...), processi che Ferdinando non avrebbe ordinato, se lo stimolo provocante della politica inglese non l'avesse obbligato. Ed ecco la ministeriale Inghilterra che si gitta fra gli esuli delle Sicilie, e: voi siete delle vittime innocenti, difendetevi con la stampa e noi vi raccomanderemo. Avvicina i compromessi, e: non fuggile, fatevi carcerare giacché la costituzione non è abolita. Penetra nelle prigioni, e: voi martiri illustri, non paventale, anzi rifiutate la grazia, giacché vi spetta la giustizia. E fino ne' tribunali visibilmente assiste alle discussioni, situando i membri della legazione rimpetto allo sgabello dei rei, e questo procedere inqualificabile e violatore della indipendenza e della dignità d'uno stato, che serba i migliori codici penali di Europa e che l'Europa riconosce nella civile famiglia de dinastici governi, attirò ne' nostri tribunali la legazione francese per concorso d'influenza, e fino per convenienza gli addetti dell'ambasciata d'Austria. E questo scandalo diplomatico che oltraggiava ogni diritto internazionale, fece si, che moralmente il real governo sali a sedere sullo sgabello de' rei, ed i rei apparvero agli occhi loro ed allo sguardo dell'opinione pubblica d'Italia e della stampa mondiale, i giudici che condannavano Ferdinando, la sua politica ed i suoi codici, - e gli esuli tumultuarono onde chiudersi il varco al ritorno in patria,- molti disutili animali anfibii cercarono di fuggire all'esiglio, (su legni inglesi...) onde laurearsi a Malta ed in Piemonte d'un serto di martirio e d'un sussidio agli oziosi - i giudicabili addivennero tanti Marcelli, laureando le colpe col prestigio patriottico dell'italianità,

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e convinti della clemenza del Re, spasimavano per la forca, e Luigi Settembrini (tanto intelligente e tanto prevaricato...) scrive a sua moglie col prestigio de' martiri di Chateaubriand e colla melanconia di Victor Hugo nelle ultime ore di un condannato;-

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e fino fra i giudicati esistevano degli magnetizzali da Milord Satana per organo di quello strenuo Fegan (addetto inglese), vero Mazzini della città di Napoli, i quali tremavano alla sola idea di amnistia; ed ogni qualvolta credeasi a ciò, Fegan sulla stampa estera e per il Regno facea girar mille fole da sdegnare il Re, e fra queste, che l'Inghilterra e la Francia avevano intimato a Ferdinando di bombardar la Reggia se non dava un ampia ammistia - capite? il gabinetto inglese impallidiva all'idea di clemenza in Ferdinando II. - E Carlo Poerio, quest'ombra infingarda d'un gran nome in sepoltura (suo padre), fu avvisalo ad andar via, ebbe ogni mezzo e protezione dal Re per uscire da Napoli, ma buono e collo, quanto debole e raggirato, moriva di. duolo se non andava in carcere, sol perché l'anglomania piemontese l'avea talmente mistificato, per abozzare una in un ministro di Ferdinando che, che Poerio avrebbe rinunciato a un impero per vedersi equipaggiato da galeotto, e, ci pervenne e fu beato: e, rifiutò di chieder grazia al Re moltissime volte, e, la sua mente era sì sconcertata, che dopo anni dimandava di esser giudicato e come deputato e come ministro dalla camera dei pari, e, il Re Ferdinando per contentare tanta eccentricità dovea ribellare novellamente i suoi popoli (non avendo altro valore la costituzione nelle Sicilie), eh! dimenticava che avea percorsa sua gioventù più in carcere che in casa,

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che il suo nome fu il santo dato a tutte le cospirazioni delle Sicilie, e che fece parte del programma del 3 aprile, ed era ministro... il 15 maggio!!!.... E Petruccelli l'anno scorso denudava sulla stampa un, assimilandolo ad un mito, che disegnato erasi (dalla propaganda anglo-piemontese), per rovesciare i Borboni di Napoli, e che cessato lo scopo, Poerio era una nullità....

E Gladstone visita i nostri tribunali e le nostre prigioni, e stampa quelle famose lettere per cui si scatenano tutti gli anatemi delle sette politiche, e, Palmerston cadde in deliquio di contentezza e il Piemonte risali frettoloso fino alle cime del Cenisio per guardar se era giunta l'ora vaticinata da Milord Satana per, e già entrambi si attendevano di veder schiacciato Ferdinando II sotto il peso dell'opinione pubblica. L'oracolo fallì, si perché lEuropa politica non ancora era stata scissa nella sua forza unitiva, là sotto le mura di Sebastopoli ove i misteri brittanici ricscirono a gittar il pomo della discordia; e fatti perché Ferdinando II era tuttavia il Re del 1830, e se l'Inghilterra lo costrinse ad elevar processi politici, egli poté cassarli, come seppe cassare salendo al Trono tutte le colpe del novantanove, del decennio napoleonico e della carboneria.

Ecco che Ferdinando in un bel di con energico colpo di Stato modifica il ministero nella persona del suo presidente, e da Caserta si mette alla testa d'un corpo d'armata in evoluzione, e si conduce nella capitale del principato ultra, Avellino, stimata sede di molti liberali. Vien accolto da entusiasmo universale, ed egli generoso cancella tutte le accuse politiche che trova ne' tribunali della provincia, giudicate e giudicabili, e benedetto passa innanzi. Eccolo nel principato cifra, nella liberalissima Salerno, assiepato da popolo immenso, senza squadre, e,

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convoca le autorità, apre le prigioni, cassa molte requisitorie, e mentre fino i suoi ministri lo attendono impensieriti a Napoli, egli salutalo dalle lagrime espansive di tante consolale famiglie si dà invece a percorrere le temute e ribelli Calabrie. Alza la sua tenda di bivacco nelle adiacenze di Cosenza, la città dei governi insurrezionali. È l'alba, egli è desto, e da su un colle vede luccicar qualche bajonetta nel basso - spedisce un ordinanza - e - Sire, una catena di condannati che dalle carceri centrali passa al bagno di pena-Ferdinando monta a cavallo e la raggiunge- Chi comanda la squadra? un sergente di gendarmeria si avvicina, e, al crepuscolo risponde - Io, signor colonnello - A me il foglio di via, e quivi segna la grazia completa ai molti, che slegati immantinenti, gendarmi e galeoni con la febbre della gioja rientrano confusi in Cosenza al grido di - A Catanzaro fra immensi perdoni registro questo - il Re assiste ad un accademia del collegio civile per festeggiarlo, un ragazzino di dieci anni, declama un sonetto con squisita maniera - Che bel figlio! a chi appartiene? - Ah! Sire, suo padre e un condannato all'ergastolo per grave misfatto politico - Ragazzino, a me la carta, e, a piè del sonetto il Re scrive «Nelle adiacenze di Paola vede giungere un vecchio monaco paolotto-Sire, dieci scellerati che fanno i briganti (briganti politici) appartengono a buone famiglie, e pregano V. M. di volerli o fucilare immantinenti o fra loro la grazia, perché temono la lungagine delle carceri - Ma che fecero? - Ed il monaco con la sua ingenuità, Sire, fecero mille bricconate a V. M. nel quarantotto, sono de celebri o Sire, e dicono che io povero frate debbo ottenere dalla M. V. la grazia -

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Il Re che avea a memoria il personale del Regno intero, comprese chi erano i soggetti e li fece venire al suo cospetto.-Signori, amo vedervi a cavallo, e, li fa galoppare tutto il giorno alla coda de' suoi reggimenti di Ussari e alla sera li restituisce alle desolale famiglie. E così giunge acclamato Re clementissimo, fino a Reggio dell'estrema Calabria. E da Reggio all'impensata s'imbarca per Messina, quivi il popolo giunge a togliere i cavalli dal legno ed a condurre il cocchio fino alla Reggia temporanea i e perdona (1) a molti rei politici, felicita quella città di un porto franco e di altre risorse utili, che animano al canto la nobilissima lirica di Felice Bisazza, e così acclamalo e munificente percorre la Sicilia fino a Catania, e se affari di stato non lo chiamassero a Napoli, sarebbe giunto anco a Palermo.

Il terremoto devasta la Basilicata, ed egli co' suoi augusti figli, si reca sulle rovine di Melfi, ed è l'Angelo delle consolazioni in mezzo ai superstiti della sciagura.

Da Napoli inizia il suo perdono a quegli esuli che ebbero la prudenza di non stivarsi nell'affollato Piemonte a, e perciò seppero purgare i loro errori colla virtù del contegno. Fra molti che man mano ritornavano, ecco che giunge in Napoli il distinto emigrato Pignatelli Strangoli, mentre il Re riprendeva le sue magiche feste notturne nell'incantata Reggia di Napoli, oggi ridotta a misera locanda per era in udienza per ringraziare il Re, il Re lo vede e sapete che gli dice? Oh! vieni a proposito, sai che diamo una festa? e, mi ricordo che tu eri il mio appoggio nell'accademia delle Dame e de' Cavalieri, e, spero non vorrai privarmi del tuo concorso. -

(1) Per errore tipografico a pag: 126 si è detto 27 la cifra degli esigliati siciliani, mentre deve dire 43, cifra che da anno in anno si ridusse a pochi ed il Bey Paternostro fu uno degli ultimi sgraziatamente; per quanto gli stesso ha detto in parlamento (a Torino) al Crispi....

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E in quelle feste si splendide, i di cui rari adobbi oggi volarono a Torino per qualche dignitario del governo vedeva attraverso quei torrenti di luce e di concenti musicali delle persone che la polizia serbava nel novero degli attendibili politici» e, sulle prime per zelo si stimò avvicinare il Re e dirgli sommessamente t Sire» per la festa si aggirano delle persone.... - Si» sono stati invitali da me» perché la casa mia non è tribunale» e nella Reggia io regno solamente» ma governo fuori di qui ne' ministeri, e perciò son padrone di ammettere chi credo.

Quando amnistiò il Duca Proto (oggi forse sleale più di prima) qualche puritano ardi esprimere un ma- Ma che? rispose il Re ha scritto de' buoni drammi ed io amo che si rappresentino a Napoli e non a Parigi.

Chiama dall'esilio di Firenze il Duca di Cirella. Questo si presenta a Napoli, ringrazia Ferdinando e chiede permesso di ritornare a Firenze per accudire a due giovanissimi figli non amnistiati, onde non prevaricassero. - Capisco, risponde il Re, ma i vostri figli.... - Sire, avete ragione- Ma non voglio un vostro disagio, ed allora Duca, siete contento che per un altro poco li facciamo trattenere ad Ischia? - Ringrazio V. M. - E i giovani tornarono in Regno ma si ammalarono in Ischia. Il Duca corse dal Re a Caserta per la grazia di un cambiamento di domicilio e non altro. Non poté vedere il Re che ad ora tarda - Duca, ora i giovani si rimetteranno in salute - Ma, o Sire, l'aria d'Ischia è nociva e prego V. M. a dar loro un altra località-Duca da quanto tempo siete uscito di casa?- Sire da stamane - È sbaglio di ore: ritornate giacché io sò che i vostri figli sono giunti al vostro palazzo a Napoli, giacché li vogliamo buoni sudditi e di buona salute-Il Duca fu per svenire, dietro una contentezza insperabile.

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Il Re fu all'isola d'Ischia a prendere i bagni, c molte persone lo scansavano nel vederlo (ordini di polizia), e, Ferdinando un giorno venne loro si da vicino che non potettero cambiar via-Le signorie vostre prendono i bagni? vi giovano? disse il Re - Sire, e che bagni? noi siamo relegati politici -Di grazia chi siete? e si nomarono quei disgraziati - Bene, bene, appartenevate al comitato basta, vi prego non più comitati, e giacche non v'interessano i bagni minerali, ritornate alle vostre famiglie - - E Ferdinando volle esser presente al gratuito imbarco sul piroscafo delle sue messagerie, e ripeteva agli aggraziati «Signori, vi raccomando a divertirvi, ma non più comitati»

E benché quest'altro volume poggi sulla mia memoria, pure potrei registrare moltissimi altri fatti celebri, fin quello dell'amnistia di Liborio Romano: ed io era nella Reggia dell'isola d'Ischia e fui presente alla prostrazione genuflessoria di D. Liborio ai piedi di Ferdinando, e, potrei citare una signora che si appoggiava al braccio di D. Liborio, dir chi era, perché veniva dal Re, e quanto opera il marito di costei in Napoli, oggi, per. Ma pressato come sono da altri ricordi e dalla lunga via, mi fermo, e fermandomi, vedo che se sulla Dora e sul Tamigi esisteva una Rupe Tarpéa, i nuovissimi latini e si sarebbero precipitati, per la collera di non esser riusciti a schiacciare Ferdinando II, sotto la mole della contemporanea opinione pubblica che scrive, veste e mangia monete per, mole artefatta dai processi politici di Napoli e dalle lettere gladsloniane che Ferdinando ridusse in cenere. Respiriamo, Palmerston cade, risorge e giace, ma il suo astro (l'Italia inglese)

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splende ognora a Torino, come il suo satellite (Fegan) brilla a Napoli nell'orizzonte de' futuri impiegali del futuro Regno, della futura Italia libera-nazionale-indipendente...

Riprenderemo questo duello, all'apparir dello stendardo della guerra di Crimea e del Congresso di Parigi: avviciniamo intanto la sfida anglo-piemontese, contro Roma.

E Pio IX, con la restaurazione del suo dominio temporale, inizia il suo imperio di Pontefice e di Re con i più prosperi auspicii. Tutta l'Europa, anzi le cinque parti del mondo sorridono al mite e felice suo governo, meno lo Stato Sardo, che con una politica provocatrice, saluta il Papa che risale il Vaticano fra le benedizioni di tutti i popoli, con gli alti i più insani che emanano da una politica ribelle, sposala ad ogni ' dissoluzione cattolica.

Dopo un anno che sono in Roma, e benché è una Roma in tempi eccezionali e minala nello spirito pubblico dagli eserciti della rivoluzione, pure posso giurare al cospetto della storia, che in Roma é visibile e palpabile una libertà sociale che si può elevare ad alla scala, messa al paragone degli altri stati contemporanei. Quivi si parla e si discorre come più attalenta ai buoni ed ai tristi, senza che un invisibile polizia (come altrove) ti chiude la bocca con la denunzia politica. Al passeggio, nei ritrovi, nelle sale da caffè, da per ovunque, quasi un abitudine di pubblico costume (essendo il popolo romano tutt'ora il popolo della satira e degli epigrammi), ogni cervello emana un pensiero retto o strambo, veritiero o bugiardo, caustico o atrabiliare, e sulle proprie opinioni politiche, e spesso o quasi sempre sul proprio governo e sulle persone pubbliche: libertà che a Parigi o a Torino, o altrove, si sperimenterebbe con un invito in polizia o con una qualche detenzione correzionale.

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Meravigliato sulle prime, ho avvicinato personaggi di diverse opinioni, chiedendo se questa libertà in Roma era sbucciata con la ; ed unicamente mi hanno risposto, che non solamente in Roma, ma in tutto lo Stato, purché ognuno compia il suo dovere, si parla come si vuole e si pensa come si vuol pensare, e che il governo papale non adoperò mai le forbici colla lingua umana.

Ebbene: la politica piemontese, d'allora ad oggi, non avendo documenti per offendere il governo pontificio, ha elevato a documenti i tagli quotidiani delle forbici sociali di Roma e sue provincie, ne ha insaccate a dovizia le colonne de' suoi officiosi giornali, e l'esuberanza (figuriamoci quanti milioni di parole vuote, scappano nelle botteghe da caffè della sola Roma), e l'esuberanza di questa merce doviziosa, per organo dei suoi corrispondenti, è stata offerta fino a quella selva oscura ch'è il, ed a tutti i giornali di Europa che godono

E la umanissima politica piemontese, non solo ha smaltito come mercé di privativa un si insipido frumento, ma ne ha fatto uso per bocca de' suoi deputati nell'aula legislativa ed a tempo opportuno; ne ha tesaurizzalo l'istesso Cavour alla tribuna, ne' pasticci de' suoi alti diplomatici, ne' spropositi senza logica e senza creanza sciorinati (col permesso de' superiori) nel Congresso di Parigi, e per esca gittata ai gonzi quando divorò a sé le Marche e l'Umbria; e, la famosa nota del » signor Bettino Ricasoli, non è che un getto del medesimo metallo; e se avrò libero un giorno, aspiro all'onore di confutare il Signor Barone, non con alti ragionamenti, ma smozzicando la sua nota in tante dicerìe che già si predicavano in Roma dagli oziosi, dai cervelli a fantasia, e dagli interessati a piemontese;

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e potrei citare all'Eccellentissimo fino le botteghe in cui si fabricano, e gli enti possibili ed immutabili (noti all'universale) che negoziano qui gli epigrammi di Marforio e di Pasquino: oltre le due alleanze, che amano (negli anni nostri utilitarii eminentemente) il Piemonte, Mazzini, il Turco, ecc. purché peschino un lucro qualunque ai loro ozi: eh! di questi alleati l' ne ha un immenso esercito, eh! l'altra alleanza sarda in Roma si compone di proletari! che fanno all'amore co' beni della Chiesa, quei soliti beni di (utili ai molti poveri) e che si vogliono per dalle mani vive che pel povero popolo....

E la politica piemontese, per rimaner salda ai patti giurati con la parte contraente, ha sfoggiato contro Pio IX e come Papa e come Re, quanto è possibile ad un governo protestante contro il capo della cattolicità, quanto è possibile ad un governo che vuol divorare il suo vicino. E la fraseologia che Cavour tolse a Montalambert a Chiesa libera in libero stato» non è che una parodia. Giacché se il Piemonte ha rovesciato in casa sua ogni fondamento cattolico, e man mano prosegue la immane rovina ovunque la rivoluzione solleva il suo stendardo; com'è fattibile che il Papa rimanga in Roma piemontizzata, qual Vicario di Cristo, se Roma qual capitale d'Italia, dovrà assorbire a sé tutti gli atti anticattolici (forse con maggior usura) che possiede da anni il Piemonte, e che regala ai popoli conquistati, recando sul Campidoglio gli annali delle cristiane persecuzioni sarde, unitamente alla storia dei martiri quotidiani delle Due Sicilie? Nò, suo scopo è quello, o che il Papato cada sotto il peso degli scandali (e non lo crede, lo spera...),

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o che vada esule in cerca di altra stanza, togliendosi da presso la vittima ed i rimorsi (lo spera! e non lo crede). Infatti la guerra che esso combatte dal 1850 fin'oggi contro Roma, non è solamente una guerra politica, ma è religiosa e politica nel tempo stesso; valutando bene per conto suo, esser incapace di assorbire a sé l'Italia, se l'Italia serba la sua civiltà tutta cattolica; e valutando bene il meccanismo delle mire brittaniche, le quali essendo tutte di odio protestante e d'influenza aritmetica, senza che si giunga a spegnere il lume della fede che scaturisce dal Vaticano, sulle credenze de' popoli italiani, questi non sapranno mai ribellarsi ai propri Sovrani, non avranno mezzi di libertinaggio onde discendere al servaggio piemontese, e serberanno la loro tradizionale dignità per non umiliare l'Italia a un mercato inglese.

E poi, questo Pio IX che serba a corona della sua persona la rappresentanza diplomatica, non solo dei governi cattolici del mondo, ma anco de' governi dissidenti in religione, oh! quante volte ha dovuto amareggiarsi nello scorgere fin nelle sue relazioni politiche con uno stato cattolico qual'è il Piemonte, o una interruzione completa d'ambasciata, quasi fosse in guerra o trattasse con governo eretico, o ha dovuto soffrire agenti ostili in casa sua, o si è visto obbligalo a dar loro i passaporti quali cospiratori contro il suo Soglio, o in fine ha dovuto nel dì 11 settembre del 1860, ricever la nota del Conte della Minerva, ambasciatore cattolico d'un Re cattolico e d'una regione cattolica, nientemeno intimatrice della spogliazione di altrevincie romane, e con stile sì acerbo c sleale quasiché il Piemonte emancipasse popoli cristiani, dal barbaro governo dei turchi.

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E questo Pio IX, il quale non ha sul suo volto che il più dolce sorriso della pace e del perdono, che non ha sulle labbra che la preghiera a Dio per tutti i popoli del mondo, che la sua destra non sa far altro che beneficare e benedire i suoi amici e i suoi nemici quai figli carissimi al padre, che spende ogni suo avere in utile de' suoi sudditi ed in riparazione delle grandi calamità per l'universo cattolico; questo Sovrano viene provocato dal Piemonte in ogni suo allo, vien insultalo dagl'italianissimi governanti che succhiano le sostanze de' popoli infelici, di popoli ai quali tolgono Iddio ed il pane, per farli liberi! Oh! come la politica piemontese esegue a puntino l'ordine ricevuto di protestantizzare la cattolica Italia, e di ridurla a sé, pari al campo fruttifero su cui imperversa la tempesta. Non le basta che i lamenti della Savoja, della Sardegna, della Liguria e del Piemonte ancora, regioni ricche per loro stesse, attraversino il mondo morale e civile, annunziando con sovrumano coraggio, come la religione degli avi loro vien manomessa dal libero governo, e come le sostanze del ricco e del povero si assorbiscano dagli annuali debiti dello stato e dagli annuali pubblici balzelli: due abissi che divorano tanto, senza mai colmarsi?

Oggi che la morte ha reso mula e per sempre la immane parola sulle labbra del Conte di Cavour il Piemonte che sopportò in lui un dispotismo ed una tirannia non mai più al cospetto de' contemporanei, sol perché allettava ed incatenava, insultava e padroneggiava; oggi dico, il Piemonte è coverto da tante perplessità, che gli manca il tempo per trascrivere ai posteri quanto di male gli venne da costui, che apparve gigante nella sua virilità,


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come quei turbini improvvisi che non danno tempo al passeggiero neanche di guardarlo da dove viene per isfuggirlo. Ma chi scrive queste memorie, in seno della pace del suo paese, per molti anni segui costantemente le traccie micidiali di quest'astro malefico.

Sale al potere, e rinvieue nella fisonomía politica il primo abozzo anglo-piemontese, se ne impossessa e ne svolge la materia fino all'indice. In ogni giorno cambia un abito politico o religioso, ma la sua religione è la rivoluzione, la sua politica è l'assorbimento completo dell'Italia pel suo paese. Or altero, or umile, or insinuante, or demagogo, or aristocratico; moderato ed esaltalo, sprezzatore e piaggiatore, cattolico ed eretico; inglese, francese, moscovita, turco, egli ha la potenza di raggirare senza posa lo spirito pubblico del suo paese e le opinioni di tutta Italia, come

» La bufera infernal, che mai non resta,

» Mena gli spirti con la sua rapina

» Voltando e percuotendo li molesta.

…..................................................

» Di qua, di là, di giù, di sù gli mena.»

Ma tutti i raggi della ruota del carro della sua politica, poggiano in sua mano, come la sua mano posa sul cocchio della rivoluzione; e siccome quella belva «che di tutte brame carca nella sua magrezza e» cosi il potente genio, di Cavour per, seppe centuplicare i suoi appetiti, ma seppe saziarla parcamente, e satollarla solíanlo di novità squisite, e, come dava a divorarle un pasto, poi l'addormentava con speciali sermoni (piatti vuoti) di cui era gran fabro, per indi scegliere altro pasto e poi altre cantilene, e tutto ciò a spese degli ammiseriti popoli dello stato Sardo;

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fino a quando venne l'ora sua propizia e piemontese, che allo sguardo di molti sembra riescita per l'influenza inglese e per l'appoggio francese. Io senza negar l'una e non ammettere l'altro, elevo un ragionamento a me (che svilupperò come posso nel termine di questo capitolo) ed è, che il Conte di Cavour, o la politica piemontese, pel disaccordo neghittoso di tutte le potenze di Europa, quando la rivoluzione europea ebbe tempo ed aggio di formarsi ad esercito. Quest'esercito (oggi!) si è elevalo a potenza dominatrice de' troni, ed è giunto a sedersi con la maschera dell'utilitaria ipocrisia ne' consigli di stato: e con la maschera de' tradimenti sta alla testa delle armate fedeli, e, forse con un piede alla staffa (come suol dirsi) si raggira fin nelle aule delle Reggie Monarchiche. Ecco quel che ha concorso a; e se nell'era del non intervento, la Provvidenza (unico intervento in cui sperano i cattolici) non avesse fatto ammirare l'intervento della morte nel potente gabinetto piemontese, e il quotidiano intervento che si ammira dello spirito cristiano nella grande nazione francese su d'ogni altra, per arginare il cammino superbo e vittorioso della rivoluzione, la medesima, calpestando i rottami della fede e del diritto, de' codici e de' trattali (oggi cadenti o caduti in Europa), già da molto sarebbe Signora in Roma, mentre dopo lo scandalo di Castelfidardo e di Gaeta, tutto è permesso, tutto è possibile. Eh! ma dopo Roma l'Europa tutta: perché le fiamme d'un rogo morale costituiranno l'incendio del mondo politico, e la forza brutale e l'arbitrio fratricida siederanno padroni dei governi e dei popoli: niuno riderà delle nostre disfatte, perché due eserciti avrà la società presente, l'uno di spogliatoti l'altro di spogliali;

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e due legislature si eleveranno fra gli uomini, l'una di carnefici, l'altra di vittime.

E noi non ci prolungheremo nel reso conto degli atti anticattolici, antipolitici ed antisociali che sfioraronsi dalla politica piemontese sugli stati sardi per molti anni, si perché sono innumeri, sì perché sono già noti alla storia; ma invece per conforto ed ammirazione de' buoni, ci intratteremo ad ammirare il coraggio di quei popoli infelici, i quali lottano in mezzo a una rivoluzione che assedia le loro contrade, e lottano per la difesa non solo della loro manomessa civiltà cattolica, ma combattono per la cristianità d'Italia tutta, e si elevano eroi, nel combattere i nemici del Valicano, e lottano per la Gerusalemme militante, per la Cattedra del mondo morale che si eleva con eterno impero di salute di luce e di verità in Roma; ed il loro coraggio serba le luminose traccie del genio del cristianesimo, uso ad elevarsi sublime sulle sventure, come quell'iride che brilla nel fosco della bufera, ed è arca di alleanza tra la vindice giustizia di Dio e le iniquità vanitose degli uomini.

Quel clero piemontese capitanato dal teologo Margotti e quell'aristocrazia tradizionale capitanala dal conte Solaro della Margherita: quel clero genovese guidalo dalle successive e non ¡nterrotte compilazioni dello strenuo periodico il Cattolico e quella storica aristocrazia cui è lustro costante quel marchese Brignole-Sale: quella Sardegna col digiuno suo clero, che sfida i flutti dell'eresia e del libertinaggio sollo la guida di quell'Arcivescovo Marongiu, campione che divide i perigli e le glorie di un Atanasio con l'Arcivescovo Fransoni: - quella Savoja che lotta magnanima col suo clero cui è gloria l'arcivescovo di Chamberv, e con la sua nobiltà cui

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citare un Costa della Torre ed un Costa di Beauregard, li rappresentano instancabilmente per anni quelle gloriose lolle cristiane de' primitivi concilii sulla classica terra d'Oriente, ove i cattolici deprimi secoli, confessori o martiri, alzavano la loro voce col coraggio degli Apostoli ed istruivano i popoli avendo i carnefici alle spalle, e scrivevano opere immortali, erudite apologie con la polente vena de' grandi dottori della Chiesa, senza spaventarsi de' Scribi, de' Farisei e de' Giuliani, come di ogni tiranno o legulejo. E cosi abbiamo ammirato ed ammiriamo tutto dì i campioni cattolici del Piemonte attraversare le molestie, le persecuzioni, l'esilio, i processi, le carceri, le multe, e levando sempre alta la voce nelle camere legislative, negl'indirizzi al Re, su i pergami, negli alti di religione, con scritti che confutano gli errori a palmo a palmo sul terreno teologico, filosofico e canonico, con volumi di apologie, con libri edificanti che spargono fra la gioventù, con cattolici giornali che in Iena inestinguibile, quotidianamente sostengono polemiche che fanno impallidire i riottosi e fino i ministri nella loro prepotenza.

Veggono questi campioni, manomesse le loro credenze e i loro costumi da un emigrazione, che dal trionfo del male aspira le proprie vendette cattoliche e politiche, e, senza rifiutarsi alla virtù dell'ospitalità, abbracciano la sventura e combattono il vizio. Veggono per molti anni i patrii impieghi scientifici e civili occupali da forestieri, le cariche militari concesse ai medesimi, le annuali ed ognor crescenti imposizioni ridurre la loro avita proprietà, l'industria e il commercio alla rovina, e, non si lamentano, ma si slanciano contro il governo, come vedono pubblici alti che contaminano la religione e la fede. Il protestantismo ed il libertinaggio (sinonimi) si allagano nelle loro città,

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ed essi con pubbliche preghiere espiative e con coraggiose polemiche scongiurano al duplice mortale maleficio, senza perdita di un sol giorno. Si iniziano in quegli stati i furti sacrileghi su ampia scala, fino da costringere i Vescovi ad ordinare ne' santi riti i vasi sacri di bronzo o rame dorato, onde mettere un argine all'empietà, che davasi da anni e da per ovunque, fino a manomettere gli augustissimi ciborii, e tante fiale il sacrilego scempio giungeva a fugare le ostie sacramentali ed involare piissime e nobilissime reliquie; e noi da Napoli, in seno al trionfo della fede e dell'ordine, mentre ci laceravamo il cuore per tante iniquità, eravamo virtuosamente gelosi delle cospicue riparazioni che i cattolici de' Stati Sardi sfoggiavono per lavare le tante macchie impure impresse dai baci de' loro Giuda, e questi tratti eroici ci riducevano al pensiero (mentre si...) gli annali coraggiosi dell'età delle Catacombe, ignorando che l'Italia delle Catacombe non dovea essere, negli anni nostri, lo Stato Sardo ma il Regno delle Due Sicilie! E sulla tribuna parlamentare e sul banco de' ministri, per lunghe stagioni si parodiavano i Sovrani d'Italia e di Europa, come alla Convenzione francese, con modi e dire sempre bugiardo» spesso plebeo, e più d'ogni altro l'Augusto Pio IX e Ferdinando di Napoli; ebbene ai Sovrani legittimi e alla Maestà del Sommo Pontefice, non faceano bisogno difese ufficiali per abbattere le triviali diatribe e officiosi difensori spesso sorgevano nelle aule legislative; e sempre furon pronti, e lo sono tutt'ora, scrittori de' giornali piemontesi, sprezzando le contumelie de' loro avversari, e sostenendo ognora in alto, oltre il vessillo della religione, quello benanche della legittimità. La stampa di quel Regno, oltre un perenne diluvio di libelli sozzi, inverecondi, atei, ereticali,

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indecenti e corrompitori della mente e del cuore (per...) serba da dodici anni e più periodici nefasti alla cattolicità, ai troni, alla sana politica ed ai retti costumi, e, non era possibile che umano coraggio avesse saputo affrontare quotidianamente un torrente si impetuoso e devastatore. Ebbene! i giornali cattolici del Piemonte ne hanno assunto la atletica missione, e le loro vittorie si enumerano tuttavia coi giorni e co' processi e con le onerose. multe; e quando (perTamigi) Mazzini e complici iniziarono sotto gli auspicii della futura, il regicidio politico, aprendo la parentesi delittuosa sul Duca di Parma e chiudendola in Parigi con le bombe di Orsini; in mezzo al fremito coscienzioso di tutte le oneste opinioni di Europa, la sola stampa piemontese e solamente nello Stato Sardo si giunse all'abominio di elevare il regicidio all'aureola dell'apoteosi, e l'Europa morale e politica, non intese il bisogno di respingere queste provocazioni degli inverecondi cannibali della moderna ci , ma si vide virtuosamente vendicata dalla stampa cattolica di quella desolata parte d'Italia. Camillo di Cavour in ogni propizia stagione politica, concedé alla rivoluzione un brano della veste lacerata di già alla Religione Cattolica, or processando Vescovi, or menando venerandi parrochi sullo sgabello dei rei ne' tribunali, or ritenendo nelle prigioni per lunghi mesi, anco infermi, pii sacerdoti innocenti, ed or elevando in cattedra, in impiego, in onori ecclesiastici quei che rinegano il loro eterno ministero: ed or gittando i poliziotti sotto i pergami, bisce proterve elevate all'impiego di scrutinare la parola di Dio; or menando pe' confessionali ipocriti, farisei, per gittare lo scandalo, il ridicolo ed il discredito sul sugello del ministero della penitenza;

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or permettendo atti detestabili ed empi nelle chiese piene di devoti» or parodiando gli augusti misteri cristiani nelle processioni in sulle vie, ne' teatri, ecc. ecc. e noi da Napoli un tempo abbiamo pianto di gioja nell'ammirare il coraggio de' cattolici di quelle regioni, sfidare i nuovissimi proconsoli dell'idolatria con la pietà, con la rassegnazione, con la fermezza, con la preghiera, e con energici avvertimenti ai deboli, onde su tante persecuzioni liberiane ed iconoclaste, la vittoria de' buoni confondesse l'audacia sacrilega de' tristi,

La legge detestabile di equiparare completamente il sagramentò del Matrimonio a un contratto umano, per modo che la donna, cuore e viscere della famiglia, dalla dignità a cui il Vangelo la sublimò co' legami eterni, discendesse novellamente al vitupero d'una merce che si compra, per poi rifiutarla a capriccio come mobile; onde (per...) fino i legami dolcissimi della società domestica, gran conforto che Gesù Cristo donò alle sventure della vita umana, si rompessero; onde le virtù domestiche scomparendo, le spose, le madri, e le figlie non fruissero il santo impero de' pudichi affetti su gli uomini loro» che l' vuole armati di pugnali, vuole audaci e stolti per le rivoluzioni, vuole macchine per sostenere un' ambizione politica, senza religione e senza Dio, e, Dio è il popolo, quel popolo sovrano che si priva di religione per averlo strumento, e poi si rifiuta appena l'ambizione politica è satisfatta (ed il popolo sovrano dell'Inghilterra, offre annualmente all'attonita Europa, una lugubre statistica di lunga serie di morti per fame!..) e benché questa legge fosse stata già lesa nella sua cattolica indipendenza, e benché la rivoluzione legislativa in Torino la desiasse come manna, e benché là stampa inglese

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ricca di quotidiani divorzi la provocasse con mille arguzie, e benché il ministro Cavour promettesse dalla tribuna e su i suoi, giornali il compimento di questo, più volte in ogni legislatura; la fatale legge non si sancisce da lungo lempo, per l'imponenza di quei cattolici e per l'energica resistenza della stampa religiosa di quello stato.

E quando la cristianità europea assiste all'abolizione de' conventi (nello stato Sardo), allo sperpero dei claustri delle pie vergini, alla spogliazione del clero secolare ed alla rapina delle dotazioni sacre; quale sfoggio di eroismo cattolico non si ammira nelle azioni protestative di quei sacerdoti, in paese che si vanta eminentemente (!?!), e in cui è legge la spogliazione delle proprietà altrui, è legge il rovescio arbitrario della volontà de' donatori, è legge che uomini, che donne non sieno libere di unirsi in domicilio, di metiere in comunità le loro sostanze, di rimaner casti, di far bene ai poveri, e di far sacrificio di tutti i piaceri sociali senza offesa pubblica e privala; mentre poi sono liberi gli altri di associarsi a sette cospiratrici, di legarsi in giuramenti fratricidi, di unirsi in segreti comitati ribelli, ed è libera la donna che scandalizza il prossimo con pravi costumi, ed è libera di abbassarsi fino nel fango della meretrice?

E non vi sembrava di assistere alle sacrileghe scene del regno di Enrico Vili, quando si è inteso che le squadre cavuriane sono andate a cacciar sulla via, a far rimanere privi di pane i tanti monaci che, protestando con la forza del diritto contro il diritto della forza, o sono rimasti nel pianto e nella miseria sulla soglia de' monasteri, o hanno chiesto pane e rifugio negli altri stati d'Italia, recando sulla loro fronte la dignità della sventura?

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E quegli edificii di dottrina, di penitenza e di santità, venduti all'asta pubblica; e quelle monastiche biblioteche saccheggiate e messe all'incanto; e quei quadri ed opere di arte strappate dai tempii per ornare pinacoteche profane (per), non è una completa similitudine dell'era infelice, quando le tribù tartare accorsero a manomettere la cristianità civile dell'Oriente? E quelle scalate (dai facsimili dei Cialdini, de' Pinelli, dei de Sonnaz in tenuta di finanzieri), fatte di pieno giorno alle clausure feminee, e quelle soglie rotte e scassinate da' fabri ferrai, (che spesso fuggivano' per non aver parte all'empietà), e quei gemiti desolati di vergini pudiche che si violentavano sorprendendole nelle pacifiche loro celle e cacciandole con violenza in altri luoghi o in sulla via, per poi attendere la mitologica elemosina della cassa (senza fondo) detta per crudele ironia,; in loro stesse, non vi abbozzano un prologo di quei dramma orrendo e sepolcrale, che in realtà lo stesso Piemonte, oggi compie su ampia scala nel Regno delle Due Sicilie? e, i gemiti e i gridi disperati delle donne e de' pargoli mitragliati in Auletta, in Montefalcione, in Spinelli, in Viesti ed in tante altra città, non vi spiegano che la tragedia italiana iniziata col sacrilegio è giunta al delitto, e che in Piemonte bastavano le lagrime delle vittime e nel napoletano si ha sete di sangue e d'incendii? E quei tanti sacerdoti napoletani che oggi si fucilano o si scannano in quelle vie (pari all'angelico Tufari mio compagno d'infanzia!..) non ti presentano la scena spinta alla catastrofe dell'ignominia fratricida, di quel tale dramma (perche si augurava anni sono in Piemonte collo spoglio dei monasteri e delle chiese?

Ma, viva Iddio! il coraggio del clero piemontese nel soffrire l'insulto e la miseria per tanti anni, oggi è semenza preziosa di martirio eroico pel clero delle due Sicilie.

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Eh! felici i posteri, che avranno il beneficio di vedere un di sugli altari, i strenui confessori del cattolico Piemonte, i gloriosi martiri del Napoletano; ed ho fede nei soldati di queste nostre apostoliche battaglie, per la futura civiltà cattolica d'Italia e di Europa, sol perché i sacrificii della Chiesa militante nelle persecuzioni, furon sempre ubertosi di pace, di progresso e di salute alla società cristiana; come il legittimismo cattolico e civile della maggioranza piemontese, che ha difeso in ogni modo e per anni, attraverso le rivoluzioni, per la giustizia de' Principi e de' popoli italiani, oggi fruttifica con abbondanza nella colossale resistenza che riceve la rivoluzione nelle Sicilie!

Si - noi combattiamo i vizii del Piemonte, noi glorifichiamo le virtù del Piemonte. Si - noi diamo i cattolici piemontesi, ad esempio di tutti i cattolici italiani, oggi oppressi dalle catene rivoluzionarie. Si - noi eleviamo il sacerdozio piemontese, come lucerna sul monte, per illuminare il clero di tutte le regioni italiane, esclamando: voi soffrile da mesi, quello soffre da anni, e come quello combatte da anni: combattete voi sulle loro orme. - Si - la rivoluzione nel Piemonte ha spogliato, ha ammiserito, ha affamato il sacerdozio, ma non ha scemalo il coraggio ne suoi eternali doveri. Tutt'ora e sempre, vigila il sacramento matrimoniale, fino ne testimoni se sono o nò fuori censura canonica, senza temere inimicizie di persona o di governo; custodisce le convenienze battesimali con scrupoloso coraggio; pietoso ma giusto, si avvicina al letto de' moribondi, ottenendo edificanti ritrattazioni, e, non paventa gli artigli del fisco; affronta il pericolo nell'istruire, nel predicare, nell'esercizio delle funzioni chiesastiche, superiore a minacce ed orpelli; ed appalesa il suo eroismo evangelico fino nella sacra custodia de' morti,

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ove la odierna (per!), aspira anco a manomettere la religion de' sepolcri, a violentare il riposo degli estinti, obbligando i parrochi (in Piemonte!) a tumulare ebrei, eretici, protestanti ne' cimiteri dei fedeli, e, neanche poca terra indipendente vogliono concedere agli estinti, quei tali che ci promettono indipendente l'Italia... - ma il sacerdozio piemontese, difende i credenti in Cristo» sino al di là della tomba, con pericolo di sé stesso.

E l'Italia che novellamente fu felice dopo i trionfi di Pio IX al Valicano, e l'Italia che risali al suo apogeo di cattolica, di civile, di prospera, di ricca, di felice; contar deve gli anni, i mesi, i giorni, le ore, per discendere a viva forza e senza sua volontà, nel L'abisso d'ogni miseria, d'ogni sventura, d'ogni delitto, per contentare i contraenti del monte Cenisio e l'Europa politica nella glaciale sua pigrizia.

Lo dicevamo, che il tema di questo capitolo era vasto, e lungo il cammino da percorrere. Abbiamo sommariamente discusso il primo ed il secondo tema, or ci resta il tema più difficoltoso e più coverto di tenebre, che noi con prudenza ma con molto coraggio affrontiamo, ed è: la disamina dell'Europa per quanto interessa la sua esistenza morale politica e sociale, in rapporto all'esistenza morale politica e sociale d'Italia.

3.° - E l'Europa prostrala quasi intera dalla rivoluzione del 1848, nel 1849 seppe risorgere dalla sua prostrazione, e nel 1850 ricavò per sé stessa una non insperabile vittoria. Abbiamo provalo che la medesima attraversò rapidamente questi tre stadii, mercé d'un influenza morale.

La Francia, e memore delle sue profonde ferite in senso morale, ottenute dal governo di luglio, governo che gli ottimisti ora difendono, e forse anco taluni liberali di buona volontà rimembrano con qualche compiacenza,

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sol perché è uso umano obliare le sciagure che furono per ricordarsi quelle che sono. Ma se oggi la rivoluzione serba la fisonomia della provocazione ed il gesto sdegnoso della sfida; forse il governo di luglio, che non era se non la rivoluzione vittoriosa ma localizzata, costituita sotto talune formule legali, e difesa dal prestigio d'un trono fabbricato dal cemento incompatibile d'un potere legittimo infranto e delle barricate rotte dalla mitraglia; forse il governo di luglio, ripeto, non fu per molti anni, una minaccia per tutti i poteri morali, politici e sociali di Europa? forse la Francia di luglio non addivenne la culla de' prole la rii del 1848, la cattedra dell'ateismo cattolico e politico, la fucina di tutte le sette antireligiose ed antisociali; un campo di battaglia, in cui si ricoveravano tutti i rivoluziona rii del mondo civile, tutti i cospiratori dei governi, ogni rinnegato alla fede cattolica, godendo una certa protezione ed ottenendo de' sussidii?

Forse Mazzini in Marsiglia non conservava un centro malefico, da cui emanava su i lidi d'Italia i suoi ordini, i suoi proclami e i libri di circostanza? forse la non apprese il maneggio del pugnale dal costante tentativo di regicidio, che in Parigi si era reso un vero ordine del giorno della rivoluzione? forse la disumana guerra delle strade, appellata delle barricale, gli affigliali a tutte le sette non la impararono a Parigi, per poi eseguirne delle prove nelle altre capitali di Europa?

Forse i codici della disonestà, della seduzione e del libertinaggio (peste divoratrice della gioventù), che il Piemonte, oggi sparge con l'impeto delle vere battaglie su i popoli italiani, ad esca di sue conquiste,

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non hanno allagato la cattolica Napoli d'ogni vizio e d'ogni misfatto (per e non ebbero forse un di i loro autori, gl'illustratori, i tattici e le prime edizioni in Parigi durante il governo di luglio?

Forse non fu in quel governo che la cattolica chiesa francese soffrì tutti i disagi, tutti gli attriti, ogni possibile abbandono, ogni sfregio di competenza con gli altri culti, ogni attacco dall'apostata de Lammenee e dai tanti dissidenti seguaci di questo, e, non fu il governo di luglio che converti in Panteon idolatra e demagogico la chiesa cattolica della Maddalena, e permise l'incendio ed il saccheggio all'Arcivescovato parigino?

Forse non fu il governo di luglio che laureava di virtù cittadina ogni fazione politica d'Italia e di Europa, e che creò la fatale scienza che oggi suicida l'Italia tutta, cioè il, il quale per prima prova di sé, diede a spettacolo scandaloso dell'odierna società, molti anni di guerra civile nel Portogallo e nella Spagna, da cui l'Italia di oggi serba molti eroi che in quelle immani tragedie studiarono la classica umanità di fucilare i popoli senza processo? E Cialdini forse oggi non usa nel napoletano, da maestro, le stragi sociali del non intervento, che apprese nella Spagna, ove era appena un alunno carnefice, in mezzo a quei massacri di parte?

E per finirla: - forse come oggi la rivoluzione che appare qual torrente devastore, non si facea allora temere in Europa come legge di Stato dal governo delle barricate, che con sorriso spaventevole dicea nelle grandi controversie: con la morte di Luigi Filippo la Francia và in fiamme, e quelle fiamme incendieranno l'Europa? E se la Provvidenza col suo subitaneo e straordinario intervento,

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non rovesciava i contendenti sulle barricate, adempiendo il sacro motto, «» forse la sfida d'allora non avrebbe un giorno manomessa la società?

Mi si dirà, che allora la rivoluzione era in collegio ed oggi è in cattedra, e perciò spaventa più oggi che allora; ma è indubitato però, che Londra e Torino di questi ultimi anni, hanno introitata non altro che l'eredità rivoluzionaria della Parigi di luglio. Ed io benché sia devoto al mio vessillo sacro alla legittimità de' Troni, ho sparso e spargo de' fiori di giustizia storica sul governo di Luigi Napoleone, che seppe con mano gagliarda redimere la Francia dall'incendio socialista che divorava tutte le sue glorie, e quel che più onora il Bonaparte si è d'avere spento in quel nobile paese i due vulcani infausti al mondo, cioè, il panteismo morale coll'abbattere la protervia umana nel ridicolo significato» Iddio è il Popolo» - e il panteismo politico nell'abbassare l'alterigia d'un partilo febbricitante, che nel suo orgoglio esclamava» Il Popolo è Sovrano». Oggi questi due stendardi, perché non sventolano più sulla Senna, l'Europa che tremava, forse è muta di encomii all'autore che li rovesciò; ma noi, qualunque siano le combinazioni attuali della politica francese, battiamo tuttavia le mani plaudenti, sol perché da quei rovesci, ora si ammira in Francia una maggioranza di coraggiosi conservatori, non importa di diverse opinioni; e il mondo cristiano (oggi), che traballa su i suoi cardini, rinviene nella gran nazione francese, un sentimento cattolico si eroico e deciso ad affrontare strepitose battaglie, che se l'Europa rivoluzionaria vorrà scendere un di in campo, la Francia marcierà contro di avanguardia, e i nuovi eserciti crociati passeranno rivista da Lione a Parigi: ecco la storia della nostra stima per Napoleone III, che seppe elevare un Impero

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su i trionfi francesi nella Roma cattolica, e volle essere Imperatore d'una Francia cristiana, sfidando le imprecazioni della rivoluzione e i regicidii della demagogia.

L'Austria vincitrice, ebbe memoria che le sue vittorie politiche erano splendide di aureola morale, ed il giovane Imperatore volle iniziare un trionfo cattolico sul suo Trono, dando sepoltura alle leggi giuseppine e leopoldine, mercé di un ampio concordalo con Roma: concordato che fece ruggire la rivoluzione, come rugge l'Etna ne' suoi parosismi vulcanici.

L'Austria col suo concordato, fu d'iniziativa ad altri governi italiani; e la Toscana si avvicinò molto alla Chiesa con ottimi accordi; e le Due Sicilie, benché rette dal cattolico Ferdinando II che amava ogni trionfo cristiano, si ebbero degli ulteriori vantaggi canonici, di che il tenace spirito giannoniano di quel Regno prese vendetta con strategia politica, sorprendendo lo zelo e la buona fede di qualche ministro, per cui fu rovescialo invece l'iniziativa d'una istituzione a Napoli in favore del clero di tutto il reame, e bandito il proficuo periodico dello, che illuminava i buoni e preveniva i deboli, mentre il governo non avea mezzi di rivistare i pieghi di taluni consolali esteri, ne' quali giungevano i giornali più empj del Piemonte, e proclami sediziosi, e libercoli incendiarii e, illustri vittime si procacciò, a svantaggio del Trono e dello spirito morale.

La Spagna, benché per la sua costituzione è mobile nel bene e nel male, pure si affrettò in quegli anni a restituire qualche attribuzione alla Chiesa, oltre l'edificante proficua religiosità di quella Sovrana, testimoniala in cento modi, verso il Pontefice Pio IX; ed il Portogallo, benché costituzionalmente parlando, è più mobile della Spagna,

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pure concorse in qualche modo negli anni in cui ogni potenza stimò far gradire dei fiori alla Chiesa cattolica.

La Prussia, dopo le sue vittorie politiche sulla rivoluzione, fu generosa co' popoli cattolici che regge. Non parlo della cattolica Baviera, che attraverso de' secoli è sempre guelfa per Roma Papale; e la vasta Germania, mano mano, più o meno, ne' suoi diversi stati, ha fatto de' ravvicinamenti con le attribuzioni della Chiesa; e fino la Russia, dopo la sua apoteosi ottenuta in Ungheria, la Russia che non ha vincoli di religione che la leghino alla cattolicità, né ancora possiede similitudine civile per concorrere in Europa, pure magnanima com'è fin dal suo apparire in Occidente, qual potenza conservatrice, sollevò per favore de' cattolici suoi sudditi la cortina del predominio scismatico, e fu ed ò in politica per Roma de' Pontefici, quanto non è qualche potenza cattolica.

Sicché, i Troni, benché più o meno assiepali dai pregiudizi civili e dalle leve settarie, valutarono dopo i rovesci rivoluzionarii ed i trionfi morali, che la politica senza i raggi eterni della Croce di Cristo, non sa esser efficace al governo de' popoli? e che la possa del Vangelo sul cuore degli uomini, supera ogni codice sociale, e che la milizia inerme della Chiesa cattolica (il clero) puole sulle rivoluzioni, più di tutti gli eserciti agguerriti?

Ma durarono questi trionfi e durano tutt'ora? nella politica traballano, nella società si perdono e si guadagnano, ma i guadagni sono colossali, come è colossale il coraggio del cristianesimo sulla rivoluzione.

Ma dopo tante sventure e riparazioni, la politica europea che pur regge e governa su centinaja di milioni di persone, si uni ad un patto solenne per assicurare la pace alla società cui presiede?

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Se dico si, ingiurio la storia - se dico, forse si ebbe in mente, esprimo non altro che un concetto - se dico che non si volle e non si puole, pronunzio una grande verità.

Lettori! la società attuale co' suoi governi, puole aspirare con le rispettive sue forze non ad altro, che ad una tregua, più o meno breve; ma per sé, senza uno straordinario intervento tutto divino, nulla puole più (oggi) contro il diluvio della corruzione; e la sorgente contemporanea di queste acque dissolventi lo spirito pubblico, noi brevemente l'abbiamo descritta nei terzo capitolo di questo libro, col nome di BABELE, e, forse qualcuno leggendolo, avrà detto, e perché qui questo capitolo? non stà. E sta e bene sta, perché io volendo narrare le odierne sciagure della patria mia, senza prevenire, ho cercalo circoscrivere la base delle sciagure della società d'Italia, di Europa, del mondo morale. Insomma la società nostra serbava due nature, materiale e morale, civile a cristiana, del tempo e dell'eternità. Oggi tutto ciò, grazie all'incantesimo prestigioso che fruisce la vita umana, e grazie agli innumeri bisogni che l'assediano e l'incalzano senza riposo, inseguita più dalla concorrenza de' pregiudizi (la moda) che da cattiva volontà, si è fusa più o meno nella cerchia isolala del tempo, e più o meno s'inferma, e più o meno vaneggia, ma in ogni modo si appalesa schiava d'ogni predominio d'interesse puramente materiale. Molti sono schiavi e non lo sanno, molti negano per orgoglio o ipocrisia la propria schiavitù, ma la catena è per tutto intero il corpo sociale. Ma siccome l'uomo non è per sé stesso che una sublime vanità, una perenne contradizione; cosi la società attuale eh' è prigioniera servile di miriadi di bisogni futili, volubili, effimeri, ingordi senza conoscenza di sazietà, a questi idoli meschini, sacrifica la propria nobiltà immortale;

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e, nientemeno inganna se stessa (nei più), è proprietà di guadagno (ne' pochi) la smania di conquistare col peso di tanta catena, la libertà politica, la libertà sociale, la libertà personale... E chi? chi mai? quella società che ha rossore di non cambiare abiti almeno dodici volte l'anno-che mangia col codice della galanteria- che indovina macchine, onde consegnare il suo lavoro al ferro ed al vapore - che ozia su i fili de' telegrafi elettrici - che dona il suo moto ai cocchi - che rompe le frontiere naturali de' popoli, mercé delle ferrovie - che si eleva un potere bugiardo e dispotico col giornalismo- che compendia la dottrina di tutti i secoli, in libercoli futili e corruttori - che crede ai miracoli del magnetismo e non crede all'immortalità dell'anima - che giura per le tavole giranti e non ammette Dio - che da mane a sera gitta nell'abisso incolmabile de' capricci della moda tutti i suoi averi - e non ammette lo scettro de' Troni, e s'inchina ai voleri arbitrarli de' comitali settarii - che aspira al possesso della volontà,; e questa sottomette alla tirannia de' partiti-e finalmente, questa immaginosa società che grida, patria! patria sì fugace e passeggiera com'è, non sente non vede e non crede a una patria eterna che l'attende! Eh! la voluttà, il lusso, i smodati piaceri de' sensi, l'ebbrezza della crapula, la seduzione al pudore, l'immoralità, la rapina, la miscredenza, intendonsi forse pér ond'essere liberali e democratici? al contrario la Grecia e la potenza latina, appena discesero a questi vizi, che oggi si aspirano dai patriotti, fabbricarono con le loro mani le proprie catene, e la libertà addivenne servaggio, e la potenza precipitò in rovina.

È questa la società che si vanta di democrazia, e percorre da quasi un secolo l'arringo e non ancora si è costituita,

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ed ignora fra innumeri sanguinose riscosse, qual sarà il suo governo, e quando potrà dire a sé stessa: ecco la meta?

Ma i Drusi? saranno Drusi italiani, i piemontesi che innondano di sangue le Sicilie; ma forse non vi sono Drusi fuori Italia, che innondano di tradimenti i governi e i popoli, che massacrano i costumi e l'innocenza col libertinaggio, che violentano la religione cristiana, che anelano rivoluzioni e bottino, e che hanno sete dell'altrui proprietà? fan parte dell'odierna rivoluzione? chiamateli come volete, sono sempre i Drusi della civiltà.

Ed ecco che la società nostra assorbita com'è nel suo umano orizzonte aritmetico, ha fusa la politica de' governi nel crogiuolo degli interessi utilitarii; la pace e la guerra oggi giorno sono un mercato di speculazioni, e le aspirazioni patriottiche e democratiche non si presentano nella loro sostanza (non sempreall'occhio profano) se non come negozii di borsa, e le rivoluzioni ¡stesse non sono che un valore di cambiali che si pagano dai gonzi e s'introitano dagli arditi; e, la società nostra, (intendo per nostra, la contemporanea) orgogliosa di questa vera reale ed assoluta fusione dei popoli, essendo già tutta materia, aspirava ed aspira tutt'ora di fondere in eguali cifre anco la Chiesa Cattolica Apostolica Romana. E siccome le opere divine ed eterne sono immutabili, governano gli uomini e non si fanno governare, ecco la guerra, ecco il dispetto, ecco il sistematico scioglimento della quistione che il secolo chiama ROMANA, problema che si è lavorato con ogni studio nei più dotti gabinetti di Stato, riducendolo ognora, a che? a cifre di compenso al Papa, di milioni al culto, dl' splendore alla Chiesa, di libertà alla Fede ecc. ecc. Oh! società d'imbecilli! tu credi così di conoscere il cristianesimo, mentre non copii che la tua fisonomìa strettamente utilitaria,

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- tu compensar vuoi il Papato (e se io compensi lo credi) come opera umana, mentre non è che un opera divina; - tu parli del cullo cattolico, come parlassi d'un contralto finanziera - tu e la tua civiltà che splendono da diciannove secoli di verità per virtù della Chiesa che solamente s'ingemma del prezioso sangue di Gesù Cristo, tu ardisci lumicino fugace di far splendere la luce per essenza- tu schiavo d'ogni umano servaggio, tu servo della morte, ardisci di largire la libertà alla Fede cattolica, a quella fede che venne dal Cielo in terra ad infrangere le catene dell'errore e della colpa, a riunire gli uomini, come fratelli, ad elevare la verità che ci rende civili?

Ecco che questa aritmetica società moderna che da sé si predica quel ch'è, ricalcitrante con le leggi divine, sprezzatrice d'ogni legge umana, serba in mezzo ai popoli del mondo tre corpi di armala, e si è elevata a potenza su d'ogni potere legittimo: avanguardia, centro e dietroguardia. La prima si compone di bersaglieri, ed è la gioventù inesperta che la rivoluzione con la poesia di generose idee mena innanzi per combattere, e muore in battaglia, o geme nelle prigioni e nell'esilio, o suicida il suo avvenire nel libertinaggio. La seconda squadra si forma dagli avanzi della prima, dai liberali perdai piaggiatori di tutti i poteri, degli arricchiti dalle rivoluzioni e dalle restaurazioni, e dai puritani delle , delle e delle dei popoli, che seminano ribellioni e raccolgono majorascati, e democraticamente si cuoprono il petto di croci cavalleresche, e salgono a ministri per quanto basta al rispettivo personale, e spesso muojono marchesi o conti.

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La terza legione, o armata di dietro guardia, è la peggiore, perché invisibile a tutte le opinioni finché dura la lotta, sale al potere con visiera calata, non ha politica palese, è zelante di monarchia ne' consigli di Stato e ne' ministeri, e in sulla via si adatta a indossar quel colore che più la raccomanda, ed abbassa la dignità dell'imperante alla condizione di partito, or sublimando in carica una fazione che ha un certo colore e non ha merito, or il merito che non ha colore politico; i meno rei gitta agli amplessi de' tribunali, i più rei agli amplessi degli impieghi; or consiglia ai Sovrani, poggiatevi su i vostri fedeli (ma fedeli scelti dai consiglieri, cioè le fedeli spie dei ministri su i Re...), ed or insinua la ironica parodia alle teste coronate, e: Sire, mostratevi Re liberale (può credersi, è un Sovrano democratico?..), e: Sire, glorificate quei che tradirono per eccesso died abbassate quei che mancarono per eccesso di fedeltà: morale! il vessillifero che condusse li stendardi al campo nemico è un eroe (oggi!), e il vessillifero che per soverchio zelo compromise una battaglia, è reo! Ed invece di dire: Sire, il Monarca deve regnare non sopra i partiti fluttuanti, ma sulla giustizia che compartisce ai popoli che regge, e la clemenza istessa che è l'aureola dei troni; non deve apparire né debole né partigiana, ma sorgente benefica della giustizia. E cosi ed altrimenti operando, con un costante sistema prestabilito, questa fatale armata di dietroguardia s'invecchia al potere, va e viene ed è sempre la medesima: sempre atta all'oscillazione dello spirito pubblico, perturba le suscettibilità di tutte le opinioni, ed è la vera parentesi delle rivoluzioni, ed accampata tra queste e le restaurazioni,

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or sorride a dritta ed or a sinistra, ed i Re ed i popoli non sono per la, ché un negozio perenne, fruttifero del cento per uno.

Ecco la rivoluzione liberale, nazionale,che comanda e dispone della vecchia e della giovane Europa, cullando le medesime ed a breve ora, tra l'ordine e il disordine.

Or dopo le straordinarie rivolture del 1848, la politica europea, non dovea addivenire un campo trincerato, tanto più che la stanchezza ¡stessa de' partiti, era un valido presidio per la medesima?

Io non sono un di quei che ammettono il plebiscito de' popoli, ma ammetto però che Luigi Napoleone era già Imperatore senza del plebiscito. Or questo nuovo impero fu acclamato da tutti i governi costituiti, ed ogni Sovrano lo ritenne con plauso, qual coperchio che chiudeva la tomba della rivoluzione e del socialismo. Ebbene! la vecchia Europa chiuse gli occhi al pensare, che il più valido articolo del congresso di Vienna era nel diritto e nel fatto lacerato da un Bonaparte che ricostituiva l'impero. La medesima, che in cento modi energici esciva vittoriosa dalle battaglie contro la democrazia, stimò ammettere la più vasta formola democratica, ch'è in se stessa la monarchia elettiva, prodotto del voto popolare; e ciò in benemerenza per Luigi Bonaparte, che fu la persona capace di schiacciare la rivoluzione nella sua testa eh' era la Francia, e, Luigi Bonaparte non otteneva poi dall'Europa i duri sacrificii che la medesima soffri dal governo di luglio, giacché Napoleone sulla repubblica elevava un Trono, ma non rovesciava un Trono dinastico e un Re legittimo come in quello.

Dunque non bastava riconoscere l'Impero francese nelle pure formule diplomatiche, ma era necessità

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di riconoscerlo con tutti quei modi stabili che potevano utilizzare l'equilibrio e la pace in Europa, si perché 1 Europa in questo secolo vien commossa ne' suoi guai dallo spirito francese, si perché l'Europa non prostrata dalle rivoluzioni ma vittrice sulle medesime, stimava il Napoléonide, allo a tener le briglie del più gran popolo sensibile e semovente ch'esista. Se Napoleone III seduto appena in soglio, ha rallegrala l'Europa acclamando f Impero della pace, l'Europa fin da quel di, dovea chiamare il nuovo scettrato ad un congresso di Sovrani, e stabilire su valide basi le sorti presenti e future di tanti governi e di tanti popoli. Quelle visite simultanee di Austria, Prussia e Russia, col seguito dei molti Principi germanici, perché in tanti anni nell'augusto itinerario non segnarono Parigi? e perché tra i convegni di Niccolò, di Francesco Giuseppe e di Federico, non si badava ad invitare un quarto che si chiamasse Luigi Napoleone? se costui lo ritenete qual freno potente della rivoluzione, se costui comanda sulla più sensibile regione di Europa, se lo circondate de' vostri ambasciatori, se ricevete le sue credenziali, perché poi Io isolate ne' mezzi più vitali, mentre la rivoluzione rugge ognora in Europa, e l'Inghilterra, spoglia dalle vòstre simpatie, sviluppa ai suoi cenni un esercito ribelle e contro voi medesimi e contro Napoleone? Se di nuovo si ammala qualche potenza del nord, e, sarà una sventura locale, facile a guarirsi, ma se s'inferma nuovamente la Francia, cadrà in paralisi l'Europa tutta, e, ancorché la legittimità dovesse ritornare alle Tuglierie (oggi) è duopo che attraversi un vulcano fiammeggiante dalla Vistola al Danubio e dal Danubio alla Senna.

E poi - se gli eserciti di Europa dopo i trionfi di Ungheria e d'Italia, freddando le membra alla rivoluzione,

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non hanno stimalo andare in Parigi a reciderne la tesla, e quest'atto ch'era il più difficile, si è stimato affidarlo non alle bajonette ma al tatto vigoroso d'una mano intelligente, qual fu quella dell'autore del

; l'Europa Sovrana, dopo la riuscita, comprendeva che l'operalo si poggiava sulla vita di Napoleone, e che questa vita dovea augurarsi lunga per non veder col rovescio dell'autore il rovescio della macchina, che se non pericoloso (e lo ammetto), esser dovea molto e assai sensibile per la tranquillità europea. Ebbene? conveniva all'Europa Monarchica largheggiare di un qualche stabile fondamento di simpatia verso il medesimo, collocandolo in parentado con una valida e conservatrice dinastia, e fra tutte le necessità di stato a cui spesso e da molti anni si assoggetta la vecchia Europa, io stimo che una sposa augusta pel Bonaparte sarebbe stato il meno costoso ed il più proficuo al benessere de Troni e della società. Non ragiono sul meno costoso, perché è una materia nota ad ogni persona versala nella storia politica, e, mi fermo alquanto sul più proficuo.

La ragion politica, e per se stessa, e per le lacere vestimenta cui oggi indossa il moderno diritto pubblico, grazie alle rivoluzioni morali, politiche e sociali che percuotono la essenza ognor più instabile dell'Europa; la ragion politica contemporanea è un albero silvestre a cui appena tolgansi i frutti della propizia stagione, si lascia in balìa di sé alla scure ed al fuoco. E se nella vecchia Europa, quest'albero silvestre gode di qualche coltura, anco dopo il ricolto, devesi ad un certo umore che lo inaffia e lo prediligge. Cioè a dire, che la politica sovrana ha duopo dell'interesse e del parentado, e appena l'interesse cessa subentrano i legami del sangue, e senza questi, l

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a politica attuale, che spesso sagrifica la ragione e la tradizione lino ai pregiudizi del secolo, non regge per sé stessa all'equilibrio internazionale, ed all'equilibrio della pace.

Sicché, se la Francia imperiale si fosse lìgata, coll'Europa, oltre ai vincoli politici mercé d'un alleanza di Sovrani, co proficui vincoli di parentela; giuro a me stesso che la fisonomia del giorno non sarebbe apparsa come quei lampi notturni che ti assicurano una grave tempesta, ma ingannano il passaggiero sul quando giunge, qual direzione prende, ed ove scaglierà i suoi fulmini; e, d'allora fin'oggi, moltissimi avvenimenti incredibili non si saprebbero compiti, e la rivoluzione stessa sarebbe stata meno audace d'intimare regicidii, e l'Inghilterra ministeriale o si troverebbe anch'essa ammansita o avrebbe cambiata politica, pensando ai casi suoi.

Invece, l'Europa dinastica, riconosce ed applaude al giovane Impero francese, ne pesa il valore, e lascia sé stessa e la Francia in un incerto avvenire, in una politica divisa da varii interessi, e che oggi ha una fisonomia, dimani un altra, e Napoleone III, quale mobile politico, acquista e diminuisce di valore pari ai venti che soffiano e si calmano; e Napoleone medesimo, Imperatore per formola elettiva ma se non altro erede di una tradizione gigantesca nata col suo zio, si sposa ad una virtuosa signora privata, mentre l'Europa che spegne le idee democratiche, dà da sé un altro colpo alla porpora ereditaria, e, i popoli possono creare i Sovrani, e i Sovrani possono creare un'Imperatrice in ogni donna che credono...

E per finirla, se l'Inghilterra avesse visto splendere un Impero della pace, mercé d'un congresso sovrano, mercé d'un accordo stabilito e giurato fra i Sovrani del continente, dopo il 2 Dicembre,

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o almeno Napoleone in parentela con qualche grande potenza; credete voi che l'Inghilterra col solo sospetto di una coalizione o con la tema di uno scrupolo di blocco continentale per talune clausule, non si sarebbe data all'antica politica conservatrice (aritmetica sempre), e per, non avrebbe oggi stabilita una Cajenna britannica per gabbia di quel suo esercito cosmopolita?

E che sia cosi, l'Inghilterra palmerstoniana o nò, ebbe la febbre come vide l'uomo del 2 dicembre in grande accordo col continente, accordo che poteva ad ogni ora far succedere quel tale testamento di S. Elena; e come che la stampa onesta della ristatala Europa, iniziò i quotidiani spauracchi d'un armata francese a Londra, e si giunse da un distinto militare elvetico a scrivere un libro come un ordine del giorno di guerra, valutando tutti i mezzi facili del terzo Napoleone per passar lo stretto e conquidere il Tamigi, mi ricordo bene che John Bull sorridendo alla celia pur tremava, e la stampa officiosa rispose all'uffiziale svizzero con un demagogico orpello, cioè:» È vero quanto si è scritto, che la Francia Bonapartista puole con ogni facilità sorprendere Londra; ma si è omessa una sola difficoltà, d è, che in quel giorno in cui la Francia giunge in Inghilterra, le fa duopo d'un centomila uomini di più per la guarnigione di Parigi» - volendo dire: noi comandiamo alla rivoluzione, e come Napoleone esegue il suo passaggio oltre la Manica, faremo alzare le barricate a Parigi. Ecco come si rendeva provocatrice fin d'allora l'Inghilterra, ed ecco come riesci a tranquillizzare i suoi sonni: mistificò la diplomazia, con quei mezzi ignoti ai profani, e di cui il mondo sociale ne sente' le conseguenze e ne ignora le remote oscurissime cause; riesci con la eddi Hamilton Seymur a scatenare i segreti dal petto del potentissimo Nicolò di Russia; compromise la Francia,

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o ad accusarsi complice dei famosi colloqui dello Czar, o a rinnegarli con modi palesi; suscitò (con facilità nella belligera Francia) il desio d'un aureola militare alle nuove aquile napoleoniche; il morbo coadjuvò le voglie inglesi, decimando ed indisciplinando il corpo d'armala francese in Turchia, così rendendolo incapace di restituirsi in Francia senza un colpo ferire almeno; e, f Inghilterra riesci, così, oltre ad allontanare la Francia dalle tentazioni di passar lo stretto, oltre a schiacciare la potente signora del Marnero, la Russia, oltre a sperdere la forza morale della Russia sulla rivoluzione in Europa, rivoluzione che la credeva invincibile coll'intervento, a scindere ogni unione politica in Europa. E con tale fatalissima scissura fra tutti i gabinetti, vieppiù isolar la Francia napoleonica dalla confidenza di talune potenze, e far perdere il prestigio al gran molto del giorno «L'Impero è la pace» e, a costituire la rivoluzione in potenza formidabile tanto, che oltre ai tristi che possiede, per il disquilibrio politico de' Sovrani, si attirerà le capacità timide, le perplesse, le interessale a non compromettersi; e, fino la rivoluzione italiana ottiene smacheratamente il suo trionfo sotto le mura di Sebastopoli, mercé della divisione piemontese chiamata non a combattere la Russia, ma a farsi vedere sul campo delle dissidie europee, come una minaccia a tutte le leste coronate d'Italia, come una sfida ai suoi governi legittimi.

Qui cala il sipario su d'ogni nostro coraggioso ragionamento, non perché la materia ci mancasse, ma perché il tema del libro ci chiama altrove; e per quel che rimane de' nostri studii sul vasto argomento, farebbe duopo d'un volume, che noi potremo pubblicare quando che sia. Il nostro lettore, ora potrà da se riempire la laguna che rimane, e scandagliare il disquilibrio morale politico e sociale in cui discende l'Europa,


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mercé la paralisi di tutte le sue forze; e come il nuovo diritto pubblico delle genti, solleva i nuovissimi stendardi della violenza, del mendacio, del disordine, su quant'è l'umanità costituita. Ma a chi la vittoria? fuori la rivoluzione, che non più cammina ma vola, non avvi governo politico che oggi possa ideare, l'avvenire è mio. La stessa politica inglese, già si sforza a moderarsi, ma viene suo malgrado trascinata agli eccéssi che creò, e l'unica speme a cui aspira è quella di gittare la Francia imperialista nel cimento, quale vittima di espiazione, ed attendere da una si vasta catastrofe un qualche pronto rimedio, una qualche crisi che scongiuri la sua paura, e i suoi interessi, che oggi male vivono dal malessere dell'Europa. E la Francia, nei momenti difficili di suo isolamento, per aver appena sorriso un istante alla rivoluzione ed a chi la protegge, è stata costretta non a mettersi alla testa, ma ad accamparsi tra la rivoluzione e la politica inglese, onde divorziare il prepotente connubio, scindere il peso in due opposte bilancie, ed a spese indicibili ed invalutabili di sé e dell'Europa, forse attendere l'ora propizia ed improvvisa per un europeo, che riuscendo farà stordire i secoli; giacché non è presumibile che Napoleone non voglia essere più Imperatore (trionfando la rivoluzione), e bramasse gittare suo figlio, povero orfano in sulla via, e scindere l'Imperatore dall'Impero per una seconda Waterloo: ma, quale umano coraggio è capace di solcare l'oceano mentale del terzo Napoleone, per laurearsi profeta?..

E l'Europa dinastica e politica, che non cura il suo avvenire, non cura l'avvenire dell'Italia.

L'Italia, uscita da' suoi malanni ribelli, non riceve dall'Europa un molto, un ordine, un avviso, ed ogni Stato si rimette secondo era riconosciuto dall'Europa medesima;

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e se il Piemonte crede di poter rimanere sotto un regime costituzionale, ciò nulla toglie agli altri governi; e se Genova, Venezia, Lucca, potevano ristabilire le loro repubbliche, niun pregiudizio assegnavano, perché l'Italia, meno la lingua, i parentadi dinastici e le convenienze internazionali fra i governi non avea altri patti, e l'Europa non ama in realtà che patti esistessero: benché oggi l'

Ma il Piemonte da vicino e l'Inghilterra da lontano, bramavano tutt'altro, e quel che bramavano non era più un mistero per l'Europa conservatrice, ma un fatto palpabile e quotidiano. Il Piemonte era la rivoluzione personificata, e la rivoluzione era l'Italia piemontese. Questo granello d'arena, provocava cielo e terra, insultava l'Europa costituita a seconda le sue voglie, colmava di amarezze il Capo supremo della cristianità, parodiava la religione cattolica con i modi più sacrileghi ed empi, molti suoi giornali eran proibiti in Francia e non penetravano nei più potenti paesi di Europa; e quando non ebbe più oltraggi da ideare, creò l'apoteosi al regicidio, il calabrese Milano, elevò panegirici pel prete spagnuolo Merinos, glorificò Orsini fino a coniar medaglie per l'avvocato Giulio Favre che lo difese, e quando l'Imperato d'Austria sfoggiando clemenza si condusse nel Lombarda-Veneto, la stampa piemontese con un cinismo demagogico elevava voti che un pugnalatore italiano aggiustasse meglio il colpo che sbagliò a Vienna il règicida ungarese. Ebbene? l'Europa politica, che più o meno s'interessava per un centinajo di rivoluzionarii che Ferdinando II consegnava ai tribunali, non curava e disprezzava che il Piemonte minasse non solo l'Italia, ma anco l'Europa. A che pensava la medesima?

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era la rivoluzione di dietro guardia che assiepava già i gabinetti delle Reggie, o i Sovrani che già transigevano co' nuovi vaggiti della belva feroce, e aspettavano che si rendesse adulta, pari alle transazioni di luglio 1830, per attendere il 1848? - all'anno 1861 la risposta.

E perché le primarie potenze non isolarono Torino dei loro ambasciatori, quando Cavour parlava alla tribuna e segnava note diplomatiche, che Napoleone I, all'apice della sua padronanza mondiale, non giunse a proferire ed a scrivere? allora almeno con lieve proponimento energico, l'Italia avrebbe ottenuta quella fisonomia che l'Europa vorrebbe darle oggi, ma è troppo tardi; e le fiamme vulcaniche dell'Italia ribelle, non avrebbero oggi manomessa la sicurezza europea sfidandola non con una ma con tre rivoluzioni, religiosa con Roma, politica con tutti i Troni, e socialista con tutti i popoli.

I Sovrani di Europa gradiscono de' colloqui con Napoleone, da dopo Sebastopoli fin'oggi; ma perché non ne iniziarono dopo il dicembre, ed erano molto opportuni e necessarii?

Cosi esprimendoci, non abbiamo stimato far l'apologia del terzo Napoleone, ma elevare la verità storica a quel punto di luce che spella: e poi? dopo l'ecclissi diplomatica di Zurigo, sarebbe un tradire l'umanità bruciando incensi ai governi dell'Europa; e, vi ha del bujo per tutti, fino a quando la luce sia fatta.

Enumerando le colpe dell'Europa, rapporto all'Italia, segno la più speciale dell'Italia contro sé stessa.

Gli Stati italiani, nella restaurazione, con ogni voglia consegnarono al Piemonte i rispettivi contingenti per le future vittorie rivoluzionarie: e Napoli più d'ogni altro, mercé degli esuli.

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Non perché io oggi sono un esule (benché d'altra colore, mercé di Dio), elevo giudizio su tale materia; ma il mio qualsivoglia modo di vedere si trova espresso in altri miei lavori, e con principii discusso nei prolegomeni della mia Per me l'esilio politico, in genere, non fa che togliere un nemico allo Stato e donarne cento e forse mille di mille. L'esule, per sé stesso, è un paziente che rimane a vista del patibolo finché dura l'esilio, e perciò è un essere in perpetua febbre morale: l'aria che respira Io soffoca, la terra che calpesta è un carbone acceso, e serba i suoi palpiti ed i suoi pensieri in un duello continuo ed atroce, ed è l'unico condannato che non giunge a fissarsi un orizzonte, direi, ad acclimatarsi colla sventura. l'esule pe' suoi congiunti, è un membro che si recide violentemente dal corpo, e che quanto più lontano sia, più si valuta la mancanza e più s'irrita il corpo: e il parentato dell'esule è il più nocivo allo stato, conservando contro il medesimo quella lenta stizza morale, che quanto più è invisibile più si dilata, ed a tempo opportuno si eleva a contagio. L'esule nel paese che abita, gode sempre le benemerenze d'una vittima, sol perché la sventura da sé covre e sana ogni colpa. Se l'esule è un essere comune, chiunque lo guarda, chiunque lo sente, addiviene un amico e perciò un suo partigiano; e perciò gli amici dell'esule e l'esule, da relazioni in relazioni giungono a costituire un partito contro il governo nell'opinione pubblica. Se l'esule è persona costituita intelligente, la sua sdegnosa parola addiviene un incendio, e se scrive, i suoi stessi eccessi giungono ad essere creduti in parte, fino da' suoi oppositori in opinioni. Guai, se il paese ove giunge l'esule ha bisogno pe' proprii interessi politici, della collera dell'esule; l'esule assomigliatelo in questo caso ai leone che si stimola onde meglio divori i passeggieri,

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o ad un infermo cui mano protettrice versando del balsamo nelle sue ferite, col balsamo v'inocula il veleno.

Ebbene! i diversi stati italiani, dopo il 48, offrirono spensieratamente all'ospizio del Piemonte, che volea moltissime intelligenze, che sotto i rispettivi governi poteano migliorarsi, moderarsi, pacificarsi, possedendo i governi medesimi tutti i mezzi efficaci repressivi e dolci, per farsi rispettare dai suoi, e, i panni lordi (molto antico) è miglior consiglio che si lavino in casa propria; o, ammetto ancora io l'esilio come legge eccezionale, ma questa pena civile dev'essere localizzata dai governi, appo governi amici e conservatori, e tutti gli esuli localizzati, riedirono presto e ottimi alla terra nativa. Sappiamo oggi, quale miniera cavarono al Piemonte gli esuli italiani? piemontese!...

Sia sempre presente ai governi italiani, che la Francia del secolo passato, si ebbe quella immane rivoluzione organizzata con le idee dai suoi esuli che emigravano in Inghilterra, e che Mirabeau (figlio) addivenne il Mazzini dell'epoca, dall'esilio, e da quello specialmente che ebbesi a Londra.

Chiudiamo questo ornai lungo capitolo, col guardare non più Gianduja e John Bull sulle eresie del Moncenisio; ma Gianduja, John Bull e la rivoluzione cosmopolita, che da un erta maggiore guardano compiacenti la classica terra, ove il SI risuona, e da validi strategici fissano l'Italia, qual prima parallela per la breccia europea.

La rivoluzione italiana saluta l'Europa politica da su i monti di Crimea, con lo scherno del debole che si appoggia al più forte; ed il vessillo piemontese, infingardo al gran duello, dalle rovine fumanti di Sebastopoli (non come incendio militare alla Russia, ma qual incendio morale ai dissidii europei), apprende,

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meno il valore la lealtà e l'onore de' bravi, apprende dicea, le dissumane giornate che compirà a Castelfidardo, ad Ancona, a Gaeta, a Messina ed a Civitella del Tronto.

La rivoluzione medesima ottiene un posto al, come esprimevasi Cavour, e, dopo d'essere stata riconosciuta in culla, dopo che da infante alla guerra, le si dice (ed era giusto), parla: e la infante parlò, spropositando come tutti gl'infanti, ma essendo spropositi d'una pargoletta che già sedeva, secondo Cavour, a quel tale banchetto, gli spropositi fu duopo ritenerli se non in fatto almeno in carta, e vennero copiati su varii fogli lucidi con inchiostro politico, e per battezzare questi fogli di un nome (non avendo avuto finora alcun titolo proprio li spropositi), si dissero note diplomatiche, che attaccarono i nervi cerebrali de' più flemmatici, e, mentre i contraenti dissero alla pupilla, basta cosi per ora, la medesima pianse come le ragazze lisciate, e quel pianto che fece ridere di cuore il mondo intero, colpi le fibbre sensibili degli agnelli italiani che pascolano sul Tamigi, e la farsa si cambiò in tragedia, nota al rispettabile pubblico; e in Torino si elevarono due tutele invece d'una, e l'Inghilterra ministeriale rimase con l'Italia cosmopolita Tamigi, e la Francia prudente e savia, discese (voglio credere con lealtà) a far l'Italia co' preliminari di Villafranca, e sarebbe l'Italia ragionevole; o quell'Italia che potrà essere, se la mente di Napoleone III riesce a stabilirla, non come è oggi atea in religione, in politica ed in umanità, ma quale è degna di essere per un capo della cattolica Francia, e degna di colui che seppe conquidere la demagogia di Roma e di Parigi.

Ecco che percorriamo le linee combattenti di Solferino, apice di valore fra le due aquile che non s'incontravano dal giorno di Waterloo,

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e mentre combattono nella gagliarda tenzone, noi, al fragore delle armi amiamo intrattenerci a lineare due scene pacifiche, che serbano la gloria di molte battaglie.

Il Piemonte già si stima signore dell'Italia, dopo le compite in Crimea e dopo le mitologiche rapsodie Cavour-Minghetti recitate nel congresso di Parigi col dovuto de' superiori, iniziando in politica uno scandalo non previsto da tutti i codici del mondo, cioè, che senza citare le parti, i testimoni e gli avvocati, si denunziano (dal Piemonte) i Sovrani d'Italia, si processano, si condannano e poco mancò che il Conte Camillo vestito di usciere, non si fosse presentato alle capitali d'Italia, coll'intimo della sentenza, fuori appello, a varie teste coronate.

Fra questi Principi, stavasi il nome augustissimo di S. S. Pio Papa IX, qual Re legittimo dello stato Romano, stato che don Camillo dipinse moribondo di forze, con popolazioni ostili, e quasi spento e alle soglie della rivoluzione (piemontese per), se non si emanassero: quelle tali riforme da detronizzare i Principi, secondo quella tale giurata sul Cenisio. Di passaggio, dico: che l'Italia, ne' suoi varii stati, avrebbe ottenuta delle confacenti riforme e forse anco qualche fisonomia rappresentativa, se l'Europa avesse pensato a far tacere il Piemonte-brittanico, e se la politica europea avesse chiuso il medesimo e per sempre ne' limiti che serbava non per sé ma per munificenza de' trattati; senza ciò, la parolain Italia era ed è un pericolo ribelle, un tranello dinastico. Ed io autore napoletano in volontario esilio, ne rappresento una prova visibile nel libro che scrivo; e Francesco II sul Quirinale, è il faro che oggi vigila la traversata a tutti i governi

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che si riformano non per legge propria, ma per il codice de tranelli, liberi-nazionali-indipendenti, ecc. ecc.

E Pio IX dopo il Congresso di Parigi e prima della rapina de' suoi popoli, volendo smentire, non con fogli di carta ma con fasti storici visibili all'universale, le calunnie del portafoglio Sardo che recava lord Clarendon nel parlamento inglese, stimò eseguire un giro per le provincie de' suoi Stati, e, umani omaggi non si videro mai si unanimi, si veritieri, si espansivi e clamorosi, simili a quelli che le provincie offrirono al loro amatissimo Sovrano; e Bologna di quei di, smenti e smentisce Bologna di oggi.

E Pio IX, oltre questa gigantesca smentita a tutte le noie diplomatiche d'allora ad oggi (fino al pasticcio ricasoliano eh' è il non più oltre de' tempi odierni), volle giungere anco a Firenze, futura capitale del dittatore Bettino, e, qui smenti anco il Piemonte, lo smenti nella visita de' ducali, e il Piemonte smenti sé stesso col non invitare il Santo Padre ai giungere almeno sul suolo Sardo, almeno a Genova; e si smenti da sé non facendo giungere un suo Principe Reale ad ossequiarlo almeno, in concorrenza di altri Principi italiani, e smenti sé stesso nel pallore di Giuda (visibile a tutti) che covri il volto al plenipotenziario sardo in Firenze, quando ottenne udienza di rilo: e, ed era quell'Iscariota che congiurava contro Leopoldo II! e, il Piemonte si tolse la maschera per Pio IX in Firenze e disse alla storia con i suoi atti: Io sono nemico del Pontefice e del Sovrano, e perciò nemico del Papato e del principato di Pio IX, e sfuggo anco di vederlo per rispetto alla rivoluzione ed al protestantismo che mi comandano, e, mi rimane il pudore del delinquente che sfugge la vittima: ma questo astro fugace dell'umana coscienza scomparirà il dì 11 settembre del 1860.

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E Ferdinando II, questo tipo di Re, come esser devono i Re e per la propria dignità e per la indipendenza de' loro popoli; questo tipo di Re, sfuggilo dalle forche caudine della ministeriale Inghilterra, cioè dai processi politici e dalle lettere gladstoniane, l'Inghilterra politica che a forza lo vuol vittima (pergli crea un nuovo inciampo nella guerra d'Oriente. La guerra d'Oriente, improvvisala in Europa co' veri contorni d'una guerra universale, se l'Austria a tempo opportuno avesse gittata la sua spada nella bilancia delle quistioni (ottenendo anco la pace), non poteva che rovinare le potenze minori che si ligavano armale alla Francia e all'Inghilterra; e le Sicilie circuite da mare, approdabili su estesissime riviere e deboli di frontiera terrestre, non debbono ne' conflitti europei che serbare una doverosa neutralità, giovevole a tutti i contendenti. Ferdinando, amico d'ogni Sovrano, serbava la tradizione che, suo avolo si compromise col 1° Napoleone, mercé delle alleanze armate, e non volendo dare contingenti in Crimea contro la Russia, non l'avrebbe dati all'Austria sul Po e sul Mincio, o alla Germania sul Reno.

Odialo dall'Inghilterra ministeriale, egli fu sempre l'amico amalo dalla nazione inglese. Compromesso momentaneamente con la politica francese, Napoleone era memore della stima palese di Ferdinando versa di lui presidente, e come al 2 dicembre, le prime credenziali che apparvero alle Tuglierie imperiali, furon quelle del Re di Napoli; e fin' oggi, son certo che Napoleone terzo ne' suoi speciali talenti, serba più opinione della neutralità indipendente delle Sicilie, che dell'alleanza del col suo mitologico esercito e con la sua Babele che chiama politica o governo.

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Sicché l'Inghilterra per suggello de suoi detestabili propositi, la Francia per quel nuovo sistema di amicizia colla sua vicina (vicina che si arma notte e di, per l'amorevolezza francese), accondiscese a talune formalità ed a ninna prattica contro Ferdinando, e, scambiarono il rifiuto de' contingenti, con quelle tali da darsi alle Sicilie; e che si diedero poi al di 25

Ferdinando si negò reciso, non per le riforme che non bisognavano o che almeno non erano urgenti, ma perché non volea padroni nella sua Reggia e non amava dare in enfiteusi i suoi popoli alla rivoluzione. Sir Tempie (con tradizione sociale) benché fratello a Palmerston e ministro inglese a Napoli, amava personalmente Ferdinando, e da vero gentiluomo previde che dovea licenziarsi dal Re per ingiuste misure politiche; perciò ottenne un permesso e si accomiatò da cavaliere, rimanendo quel segretario di legazione (Fegan), da un anno spedito a Buenos Ayres, senza muoversi, e non si mosse neanche all'epoca dell'interruzione diplomatica, e credo che tutt'ora la sua Buon'Aria sia Napoli. La Francia sospese anche le sue relazioni, ed il ministro Barone de Brenier, ch'è un tipo di quei cavalieri francesi che rimembrano la gentilezza leale della Corte di Versailles di Luigi XIV, fu a Gaeta ad accomiatarsi dal Re in quel nobile imbarazzo che giustifica la verità, e rinvenne Ferdinando gioviale al solito, mentre la flotta coalizzata diceasi in Corsica, e, nel trasmettere i suoi ossequi all'Imperatore, soggiunse al ministro «storico molto che la sola morte cassò, e non le potenze armate! - Intanto a Torino padroneggiava la politica inglese, la francese, anco la russa per l'Imperatrice vedova a Nizza e pel porto di Villafranca palleggiato (auguri felici per), e, Napoli,

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stavasi isolala da tutti, e nella virtuosa dignità ed indipendenza di vero Sisto che però dirsi gloria d'Italia; fa flotto quotidianamente si attendeva ad ora ad ora, per imporre le con la miccia su i cannoni, e gli ultimatum si dissuggellavano nel ministero degli esteri.

Ferdinando II convoca una straordinaria riunione de' Principi del sangue, de' ministri e dei consiglieri, e sul verde tappeto del gabinetto, legge l'ultimatum, e chiede il libero parere ai congregati sul da farsi. Difficile consiglio, al cospetto di un tanto Re e di una provocazione si onnipotente. Il primo espresse il proprio voto per qualche concessione, e gli altri man mano (pari ad un motivo di musica trasportato in variazioni) usarono per amore alla dinastia o per la responsabilità degli avvenimenti, noni altro che dei fac-simile, per qualche concessione.

Ferdinando allora, si alzò nella colossale sua persona, e ad alla voce, disse:. «NO! Se non conoscessi chi siete, vi chiamerei traditori di me e de' miei sudditi. Nò, non posso, non debbo cedere alla mia dignità, e alla indipendenza del Regno delle Due Sicilie. La flotta non verrà, perché le manca il diritto. Ma se pur venisse, salirò sul Trono, mi circonderò de' miei figli, e l'Europa ed i miei popoli avranno lo spettacolo in me, come si difende l'onore d una Corona, e come si reggono le sorti dei popoli soggetti...»

I ministri tramortirono, - la flotta non venne,- la vera Italia indipendente dallo Straniero, si fregiò di gloria non peritura - e per mia stima a Napoleone III, gli auguro un alleato della fibra di Ferdinando II.









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