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Di questo testo riportiamo l'ultimo capitolo, di cui consigliamo la lettura ad amici e naviganti.

La peculiarità di questo testo, a nostro modesto avviso, è il mettere l'accento sul ruolo della svolto dalla Francia e dalla Massoneria nell'unificazione della penisola.

A partire dall'offerta dei massoni italiani a Napoleone I della corona di un futuro regno d'Italia, gli appetiti francesi non si placarono mai.

Per tema che il mediterraneo divenisse un lago inglese, i francesi non fornirono mai un aiuto sostanziale a Francesco II. Del ruolo inglese nella spedizione garbaldina ormai se ne sa abbastanza, ma vi consigliamo la lettura di "Cronache degli avvenimenti di Sicilia".

Purtroppo perdemmo la nostra indipendenza su questo scacchiere geopolitico che Cavour, bisogna riconoscerglielo, seppe abilmente sfruttare a vantaggio della dinastia sabauda.

Grazie alla collaborazione, lo ripeteremo fino alla nausea, dei fuoriusci napoletani da lui scelti e foraggiati abbondantemente.

Zenone di Elea, RdS 12 Aprile 2009


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DELLE

RECENTI AVVENTURE

D'ITALIA

PER

IL CONTE ERNESTO RAVVITTI







VENEZIA

TIPOGRAFIA EMILIANA.

1864

EPILOGO E CONCLUSIONE

I.

Riassumiamo. Sulle ali della fortuna il primo Bonaparte sale, sale sempre: da una parte protegge la Framassoneria, larvata aspirazioni beneficenza, avente a scopo finale la distruzione della religione cattolica a traverso la distruzione tutti i troni; dall'altra promette all'Italia libertà, unità, indipendenza, un'Italia degl'Italiani. Salendo, protegge e promette; salito, impera e dimentica. Tutto ciò che gli appartiene, parenti e servitori, uomini e donne, tutto è Framassoneria; ma della istituzione medesima poco a poco fa una macchina governativa. Spazza d'Italia il vecchio, ma nell'assettare e rassettare il nuovo smembra e rafferma la disunione, dona italiane corone a Francesi, annette sempre nuove terre italiane alla Francia, forma della Penisola un'Italia della Francia.


Vedutasi burlata, la Framassoneria torna al mestiere e cospira; procrea una figlia, la insedia a Napoli, e le da nome Carboneria. Costituitasi, la Carboneria si presenta a Gioachino Murat, annunziandosi messaggera d'incivilimento del popolo, sostenitrice dei Governi nuovi (1), ma soppiatto scrive sulla sua bandiera: unità d'Italia, indipendenza vera da qualsivoglia dominazione straniera; insegua raccozzamento da far balzare ogni cuore. Più per istinto Re che per senno reggitore, Gioachino odora il pericolo, ricalcitra, imbizzarrisce, proscrive, perseguita; come Re la maledice, come antico Frammassone la accetta, e la Carboneria quasi pregata si stende pel Regno. Sperando corromperla, come s'era fatto colla Massoneria, Gioachino spinge nelle fila de' Carbonari Ministri, magistrati, esercito, spie; sperando dominarla, si fa egli medesimo Carbonaro.

(1) Colletta; Storia Napoli, libro VIII, num. 49.

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Intanto il primo Impero francese cade; con esso cade un intero sistema, un ordine cose stabilito, un ordine d'idee già diffuse. Rilegato all'isola d'Elba, un bel giorno Napoleone Bonaparte riceve con gran mistero una lettera. La lettera portava la data del 19 maggio 1814. Chi la segnò? Quattordici Framassoni, quattordici Italiani: Melchiorre Delfico, Consigliere Stato a Napoli, il conte Luigi Corvetto Genova, e altri dodici, due Còrsi, due Genovesi, quattro Piemontesi, due del già Regno d'Italia, quattro Stati romani e napoletani. Che conteneva? La promessa liberarlo da quelle strette, quand'egli prometta venire nella Penisola a costituire l'Impero d'Italia. Napoleone accettò, come uomo che nel naufragio vede una tavola e l'afferra, disposto a gettarla al fuoco dopo toccata la riva. Un Trattato fu sottoscritto, una Costituzione giurata, la Costituzione che il primo Imperatore d'Italia doveva promulgare appena posto piede sul continente italiano.

L'articolo 51 suonava: «La residenza abituale dell'Imperatore sarà fissata a Roma.» L'articolo 53: «Verranno stabiliti quattro Viceré, la cui residenza sarà fissata nelle quattro città,Roma eccettuata, le più popolate d'Italia.» L'articolo 47: «La prima adunanza legislativa avrà luogo a Roma, la seconda a Milano, la terza a Napoli, ciascheduna per tre anni, nello stesso ordine, per turno tre in tre anni.» Napoleone I., promettendo, diceva (1): «Sarà questa l'impresa più difficile che io mi abbia tentata fin qui. Farò popoli d'Italia una sola nazione: darò loro l'unità dei costumi che adesso manca. Dopo essere stato Scipione e Cesare in Francia, sarò Camillo in Roma. Cesserà lo straniero calpestare col suo piè il Campidoglio, né più vi ritornerà. Sotto il mio regno la maestà antica del popolo-re si unirà alla civiltà del mio primo Impero, e Roma uguaglierà Parigi, serbando tuttavia intatta la grandezza delle sue memorie passate. Sono stato in Francia il colosso della guerra,sarò in Italia il colosso della pace.» La congiura riuscì; per opera dei Framassoni italiani fu sciolto il cane córso (2).

(1) Martini; Storia d'Italia, Tomo I., lib. III, pag. l53.

(2) A que' giorni si diffusero a migliaia incisioni rappresentanti l'Italia in atto sciogliere un grosso cane córso.

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Buonaparte evaso dall'isola dell'Elba; ma non appena in sul mare, già immemore dei fratelli e della corona d'Italia, drizzate le prore ai liti Francia, discese a Cannes. Allora i Carbonari si volsero a Gioachino Murat: faccia l'Italia una, sarà Re d'Italia. Sconfitto, Gioachino perde il trono Napoli, Napoleone Bonaparte e trono e libertà. In breve volger tempo due volte lo scettro d'Italia è promesso, e due volte cui era offerto tragge a ruina.

Il vinto Waterloo attraversa l'Oceano per andare a morire sullo scoglio Sant'Elena; i vincitori si dividono le spoglie, l'Italia è disposta a lor guisa, confidata peculiarmente all'Austria una maniera custodia del nuovo assetto peninsulare. La caduta Napoleone I. scombuiava orrendamente la Massoneria in Italia, appena rimastavi poco più che nome; la caduta Murat lasciava la Carboneria battuta, non dispersa. In breve la Carboneria riordinasi, grandeggia, minaccia i troni, si getta nelle avventure, ed i vincitori del Bonapartismo, atterriti, affidano all'Austria vincere la setta, donde ire assai e agli odii parte s'accumulano odii immortali. La Carboneria, sconfitta a Napoli, alza il capo in Piemonte. Dalle sue mani Carlo Alberto Savoia-Carignano accetta la proferta della corona d'Italia. Una seconda volta all'Austria si commette vincere, l'Austria una seconda volta vince; e Carlo Alberto, dichiarato traditore dal suo Re por aver capeggiato la rivoluzione in Italia, va a combattere la rivoluzione in Ispagna per farsi dichiarare traditore dalla setta. Scorsero dieci anni. La Carboneria, non perdutasi d'animo, s'illude ancora, s'illude sul momento, s'illude sul luogo, s'illude sulle forze, e rompe guerra al Papato. L'Austria accorre; la setta è schiacciata. Nella lotta, finita prima che incominciata, un giovane Carbonaro, abbarbagliato dalla promessa del diadema italiano, proclamata causa sacra la rivolta contro il Papa, campa a stento la vita e fugge coll'aiuto d'un prete. Il prete avea nome Giammaria Mastai-Ferretti, il giovane Carlo-Luigi Bonaparte.

La Carboneria italiana aveva compiuto il suo giorno; allora un Carbonaro e un Massone, Giuseppe Mazzini, fonda una setta novella, la Giovine Italia. Come la Massoneria, come la Carboneria, la Giovine Italia anela ad una religione da

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surrogare al cattolicismo, alla distruzione del Papato, alla  indipendenza d'Italia, all’unione di tutta la Penisola in un solo  Stato. La Massoneria voleva un Impero italiano; la Carboneria un  Regno d'Italia; la Giovine Italia una Repubblica unitaria, non  abborrente dal subire intanto la monarchia se più securamente  questa guidasse all’unità, per poi, raggiuntala, volgere a  democrazia. La nuova setta attecchisce, si estende, dà fuori; non  riesce che a tentativi avventati, a ridicole prove. Giunge il 1848. Da  buon tempo Carlo Alberto è Re di Sardegna. La Framassoneria si  ricostituisce in Piemonte. La Giovine Italia, tenendosi padrona del  campo, offre a Carlo Alberto la corona d'Italia, ch'ei già una volta  aveva rifiutato da Mazzini, ch'ei già una volta aveva accettato dalla  Carboneria. Carlo Alberto risponde: «La corona sì; ma non da voi,  né da altri. La prenderò da per me. L'Italia farà da sé.» Carlo  Alberto rompe guerra all’Austria, piglia la Lombardia, Parma,  Modena; e Mazzini si vendica col seminargli zizzania alle spalle,  nelle fila dell’esercito, ovunque. Ben presto tutto cangia; l’Austria  rialzasi, e Carlo Alberto perde tutto quanto avea guadagnato. Carlo  Alberto prostrato, Mazzini trionfa; il Papa fugge a Gaeta, Mazzini  proclama la Repubblica a Roma.

Il 1849 trova sul piedistallo il Carbonaro salvato e il prete salvatore. Giammaria Mastai-Ferretti si chiamava allora Papa Pio IX., Carlo-Luigi Bonaparte era Presidente della Repubblica francese. Carlo Alberto ritenta la prova, prova da disperato; e nella inconsulta caccia alla corona d'Italia, corona fatale, sente scadergli dal capo la corona Savoia. L'Austria vincitrice accenna a Roma; ma la Francia accorre, gridando: «Non voi, vado io.» Carlo-Luigi Bonaparte riconquista a Pio IX. la sede de' Papi; e l'Europa plaudente vede il vincitore Mazzini, non ravvisa l'insorto delle Romagne.

Nella nuova posizione che il caso gli ha fatta, Carlo-Luigi Bonaparte trova intorno intorno ogni fatta difficoltà: il passato de' suoi, il passato sé, il presente, l'avvenire; esempi da seguire, errori da evitare, colpe da riparare, memorie da ridestare, disegni da riprendere, imprese da continuare, progetti da incarnare, programmi da occultare, timori da nascondere, speranze da velare; difficoltà in tradizioni nazionali ed in tradizioni

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di famiglia, in vie, in mezzi, in tutto; e sul tappeto già intavolati problemi gravissimi a sciogliere, ardenti questioni, al dentro questioni latenti tra repubblica e monarchia, al fuori una questione politica e una questione religiosa, questione italiana e questione del Papato. Costretto a navigare tra Scilla e Cariddi, forzato ad incedere fra diffidenze e rancori, giuri e promesse setta lo legano, aspirazioni pretendente all'Impero lo incalzano, doveri capo potente e generosa nazione lo infrenano. Deve appoggiarsi su tutti, e non può soddisfare veruno: da una parte non può fare a meno puntellarsi svelatamente sul Pontefice, sui Vescovi, sul clero, sui cattolici; dall'altra, nascoso, sui Framassoni. Parlando per nascondere, tacendo per rivelare, circondato sospetti quando tace e quando parla, quand'opera e quando aspetta, sempre si tiene aperte due vie, sempre le più opposte tra loro; sempre prendendo a cardine del suo sistema politico l'arte fare un passo indietro dopo aver fatti due passi innanzi. E come per addormire gli uni avea scritto in una lettera, «la conservazione della sovranità temporale del Capo della Chiesa essere intimamente collegata collo splendore del cattolicismo, colla libertà e colla indipendenza d'Italia»; per addormire gli altri, annegato il beneficio nell'ingiuria, scrive ad Edgardo Ney un'altra lettera. Poi viene il silenzio, silenzio sett'anni. Intanto l'Impero risorge; e Carlo-Luigi Bonaparte, nomandosi Napoleone III, con una mano si stringe al Papato e all'Europa conservativa, coll'altra rialza la Framassoneria in Francia (1).

(1) Eletto Gran-Maestro della Framassoneria Franchi Giuseppe Bonaparte, messogli a lato Cambacérès col titolo primo Gran-Maestro Aggiunto a Sua Maestà il Re Spagna, allorquando Giuseppe perdette il Regno, conservò il Gran-Maestrato dell'Oriente Parigi, sinché morì in Firenze nel l844. Non gli fu dato verun successore, dalla caduta del primo Impero al l852 reggendosi la Framassoneria francese da Gran-Maestri Aggiunti. Il 9 gennaio 1852 alcun membri del Consiglio del Gran-Maestro si riunirono, previa la licenza della Polizia, ed offrirono il Gran-Maestrato al principe Luciano Murat, nipote del Prendente. «Questa candidatura,scrisse in un Rapporto ufficiale il Rappresentante del Gran-Maestro, Reés, 33, appoggiavasi sopra considerazioni politiche e religiose.» Accolta la proposta all'unanimità, il principe Murat, avuti gli ordini del Presidente della Repubblica, accettò, ed

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mezzo alle sue vittorie l'Austria aveva veduto la propria posizione in Italia essenzialmente modificarsi, inaugurata nella Penisola un'era d'incertezza e diffidenza. Dacché Carlo Alberto erasi fatto assalitore, la parte, assegnata all'Austria, guardiana assettamenti sanciti al Congresso Vienna, erasi tramutata in sostanza nella difesa del proprio. Il fuoco della rivoluzione ardeva tuttora nel Regno sabaudo. Colà solamente, nell'universale naufragio ordini costituzionali in Italia, incolume era rimasto un sistema rappresentativo; colà solamente, segnacolo speranza per gli uni, timore per gli altri, quasi a perenne minaccia, quasi a provocazione incessante del debole vinto al forte vincitore, continuava a star alta la bandiera tricolore. E mentre l'Europa del l815 aveva abbandonata l'Italia in mano dell'Austria per tenerne allontanata la Francia, rialzato il Piemonte per interporlo tra entrambe; la Francia del l849 era venuta risolutamente a contrapporre nel cuore della Penisola all'antica rivale sé stessa.

Soprarriva la guerra d'Oriente. Sperdendo gli ultimi avanzi della nordica Lega,

il 19 gennaio 1852 un gran numero alti ufficiali del Grande Oriente si recarono a porgere atto ossequio e riconoscenza al nuovo Gran-Maestro. «La Massoneria francese s'era stretta al principe Murat a cagione delle tendenze che la sua alleanza colla Massoneria italiana faceva supporre.» (Leone Plee, Framassone, nel Siede, giornale Parigi. numero del 24 maggio 1861).

Nel 1861 il Murat in pieno Senato votò in favore dell'emendamento, con cui s'intendeva chiedere all'Imperatore il mantenimento della sovranità temporale del Papa. Un giornale parigino, scritto da Framassoni, gli si sferrò contro. Il Murat offeso, valendosi de' diritti e delle leggi massoniche, proibì il giornale e sospese il Framassone scrittore, con provvedimento analogico alle scomuniche, cui i Massoni si beffano se intimate dal Papa, ma che religiosamente rispettano se intimate a nome della Massoneria. Allora fu deciso rovesciare il Murat dal Gran-Maestrato, e il principe Napoleone, mentre prometteva a Murat non essere candidato al Gran-Magistero, in fatto lo accettava pubblicamente e aiutava a scavalcare il parente. Giunto il dì della elezione. gli elettori furono in numero insufficiente, e si fe' tal tumulto che il Murat prorogò l'adunanza. Non abbadando al suo decreto, gli oppositori elessero a succedergli il principe Napoleone, che accettò. Murat ne andò in furie, mandò un cartello sfida al principe, dovuto accettare dal Napoleone, poi reietto per comando espresso dell'Imperatore. Il principe Napoleone dovette rinunziare alla carica Gran-Maestro, e imprendere un viaggio fuori Francia.

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la Francia si dà a' maggiori sforzi onde attrarre l'Austria nell'orbita della sua politica, firma Trattati d'amicizia con essa, la premunisce d'ogni molestia alle spalle. Ma svanite le vaste speranze grandi cose in Italia, agli uomini della rivoluzione parendo troppo poco che quella guerra nulla più avesse a fruttare se non i comuni perigli delle armi Francia e Sardegna in Crimea, Pianori è spedito a Napoleone III per rammentargli, ch'egli, figlio d'Italia, figlio della rivoluzione. aveva doveri da compiere per la rivoluzione e per l'Italia. Quel muto linguaggio è eloquente. Fatte sedere a parità Austria e Sardegna al Congresso Parigi, Napoleone III, quando ciascun men sei pensa, chiudendo le porte del tempio della guerra da una parte, le apre dall'altra, sguinzaglia il Piemonte dall'ubbidienza al silenzio, e all'ombra del non-intervento spiana la via coll'intervento diplomatico all'intervento rivoluzionario, cui terrebbe dietro più tardi l'intervento armato.

Guidato per mano da Cavour, il partito padroneggiante in

Quetato il tafferuglio fra i due, ma rimasto tale scompiglio nell'Ordine da minacciarlo ruina, intervennero direttamente l'Imperatore, svelatamente il Governo; ed il Ministro Persigny, ne' giorni stessi in cui tempestava furiosamente la Società San Vincenzo de' Paoli, ordinava scioglierne il Comitato supremo in Parigi ed i Comitati centrali nelle province, disponeva l'estremo fato alla più popolare, alla più benefica, alla più amata fra le cattoliche istituzioni della Francia, mandò fuora, il 16 ottobre 1861, una Circolare intorno ai meriti della Framassonoria, altamente lodandone il patriotismo, qui n'a jamaisscrisse, fait defaut aux grandes circonstances.

Spirati col 31 ottobre 1861 i poteri Luciano Murat, venne istituita al Grande Oriente Francia una Commissione, specialmente autorizzata dal Governo e dalla Polizia a riunirsi, composta de' cinque membri, Doumet, Gran-Maestro Aggiunto e deputato al Corpo Legislativo, Reés, Rappresentante del Gran-Maestro, Sanin, d'Aragon e Boubée, grandi ufficiali dell'Ordine, con nome Grandi Conservatori ed incarico governare la Massoneria sino alla convocazione dell'Assemblea legislativa, che per decisione del Ministro dell'Interno fu ordinata pel maggio 1862. Allora, proposto da Napoleone III, scelsero a Gran-Maestro il maresciallo Magnan. Venuto questi a morte nell'ultimo giorno del maggio 1865, gli successe nel Gran-Maestrato, proposto ancora dall'Imperatore, il generale Mellinet.

Alla fine del 1863 erano in Francia, escluse le 19 dell'Algeria e le 8 delle Colonie francesi, 276 Logge tutti i riti; delle quali in Parigi e sobborghi 96, nei Dipartimenti 180.

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Piemonte aveva un programma, una formola: guerra all'Austria, guerra al Papato; la formola della Carboneria, la formola della Giovine Italia. Solamente che, subordinata inevitabilmente la vittoria sulla temporale potestà de' Pontefici alla vittoria sull'Austria, mentre Carboneria e Giovine Italia avrebbero voluto riescirvi col fare da sé senza straniero intervento, Cavour divisava appoggiarsi sull'intervento francese, lasciato alla posterità risolvere l'arduo problema, se, fatta libera qualsivoglia signoria ed influenza dell'Austria, potrebbe poi l'Italia scuotere il giogo del vassallaggio dalla Francia. La guerra all'Austria, la guerra al Papato, Carlo Luigi Bonaparte avea già incominciate, Presidente della Repubblica, colla spedizione Roma. Oggidì però Imperatore della Francia cattolica, della Francia che teneva ad onore chiamarsi figlia primogenita della Chiesa, serbata all'Austria a suo tempo la guerra palese, al Papato ei non avrebbe, almeno per allora, potuto muovere, nelle condizioni in cui si trovava l'Europa, che una guerra velata. Nella guerra contro l'Austria stessero la Francia, la Sardegna, la rivoluzione; nella guerra contro il Papato, Francia restando da parte, la Sardegna e la rivoluzione.

Nell'ordine fisico come nel morale un eccesso qualunque fa minore impressione ogni qualvolta non vi si piomba tratto. ma vi si arriva grado a grado, passando per istadii mediani. Il legnaiuolo, che nella solitudine de' boschi agogna abbattere la quercia secolare, comincia con recidere furtivo a quando a quando i rami principali, qualche tempo appresso ne scalza le maggiori radici e le tormenta coll'ascia; alla fine avvinchia alla più alta sua cima una fune robusta, discende e tira gagliardamente. La gigantesca mole alle ripetute scosse traballa; allora il legnaiuolo stacca la fune, ricopre le radici erbose zolle, si pone in disparte, e fnor del pericolo aspetta. Un buffo vento, che romoreggia flagellando la foresta, investe la quercia e l'atterra. L'inconscio viandiante passa, vede l'albero rovesciato, e può credere che sia caduto da sé. Poi il guardaboschi, un antico legnaiuolo, un amico gioventù, che avea lasciato correre, spronato a spicciarsi e aiutato ei medesimo, che avea ronzato intorno, trattenuti a chiacchiere i colleghi e destramente impedito che alcun altro accorresse al romore de' colpi dell'ascia, intascato il guiderdone del servigio, si. stropiccia le mani, si liscia i mustacchi,

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e se ne va canticchiando:

Gittate le basi d'un primo accordo diretto tra Napoleone III e Cavour, messo in piedi l'addentellato pel momento più opportuno, Francia, appena uscita da una guerra colossale, abbisognava pace a rimarginar le ferite, tempo ad apprestarsi ad una seconda gran guerra. Scorse un anno; spazio breve troppo per chi doveva scendere in campo, troppo lungo per chi attendeva impaziente. Speravano che alti fatti avrebbero seguito alle parole; non ne fu nulla. Lento nel concepire, incerto nel porre ad atto, quanto tenace e spedito se una volta ben fermo in mente un disegno, fu creduto che Napoleone III, non che titubare, desse ben addietro, quasi che, della rivoluzione pauroso, temesse avverarsi il vaticinio Metternich (1). Tenendosi dimentichi, gabbati, traditi, e nel vero non era se non a metà, Tibaldi fu inviato a scuotere il Bonaparte dal suo torpore. Parve Napoleone non se ne addasse, ed ecco Felice Orsini all'opra.

Le rivelazioni dell'assassino () rompono d'un tratto gl'indugi.

(1) Narra Adolfo Dechamps, a lungo Ministro Stato nel Belgio (Le second Empire, Dialogues politiques, pag. 85. - 1859): «Il principe Metternich, questo tranquillo o penetrante ragionatore, mi ha detto, in sul cominciare del l850, avanti che il signor Thiers pronunziasse il celebre motto l'Impero è fatto: «La repubblica in Francia s'incammina verso l'Impero. Il futuro Imperatore ha belle carte in mano,e fa ottimamente il suo giucco. Un bell'avvenire si apre davanti a lui; egli è abile e fortuna ed andrà ben lungi. Ma ha da evitare uno scoglio, a cui può rompere; io temo ch'egli perisca come Imperatore rivoluzionario. Se egli cade come Imperatore rivoluzionario, sarà in Italia.» .

(2) Nel processo d'Orsini il Pietri dirigeva l'inquisizione. In lunghi colloquii nel carcere, Orsini fece a Pietri sì ampie rivelazioni da render questi sicuro che l'Imperatore avrebbe fatto grazia della vita al sicario. La vigilia del supplizio Pietri passò sei intere ore con lui; lasciatolo, corse dall'Imperatore. Un Consiglio Ministri, che doveva adunarsi per discutere sulla grazia ad Orsini, fu contrammandato, e in sua vece convocato in tutta fretta il Consiglio privato. L'Imperatore ascoltò, senza profferire nemmeno una parola in contrario, i motivi fatti valere dal Pietri per la grazia. Questi, appoggiato alle rivelazioni dell'Orsini, che eransi obbligati con giuramento a non arrestarsi sino a che non fosse spacciato Napoleone e cacciati Francia i Bonaparte, proponeva la questione della grazia come questione principii, esprimendo la convinzione che,


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Pietri è mandato ad abitare per cinque mesi l'Italia e predisporre su' luoghi, Cavour è chiamato a Plombières a concertare co' patti la guerra aperta all'Austria, Edmondo About è inviato a Roma ad iniziare la guerra aperta al Papato, Napoleone III, ricondotto lo Czar Alessandro II. in Stuttgard alle idee generali Alessandro I. e dell'abate Piattoli nel l804, lascia intravedere alla Russia campo aperto in Oriente; abbindola la Prussia; addormenta l'Inghilterra; isola l'Austria, le manda per capo d'anno uno scoppio tuono, e incomincia la guerra cogli opuscoli.

Stesa la rete, l'Austria v'incappa; decisa già a favore dell'Austria da Napoleone III medesimo (1) la questione: chi fosse il vero autore della guerra, se l'Austria col suo ultimatum, o coloro che l'avean tratta per disperazione ad inviarlo. La guerra d'inchiostro convertesi in guerra da cannoni. Mentre in Italia la rivoluzione spazza dinastie, al Bonaparte arride la fortuna delle armi. D'improvviso tutto muta. Napoleone III con un tiro da maestro barbaglia nemici ed amici; segna la pace in palese, continua la guerra in segreto; a Villafranca dice: come volete; a Torino dice: come vorrò; e torna a casa, lasciando in Italia il caos.

L'Europa bonariamente crede fatta la luce, e vede venir buio buio, tal buio che niuno forse vorrebbe mai saper. dire con qual nome dovrà rimanere nella storia. Si vuole e non si vuole; si dice e si disdice; si afferma e si nega; si parla tacendo, si tace parlando; si scrive e si cancella; si propone e si dispone; si da e si toglie; si promette e si ritratta; si mostra e si nasconde; si

se la rivoluzione italiana avesse potuto sperare un intervento fatto da parte della Francia, la dinastia napoleonica era salvata. Dopo il Pietri parlò l'Imperatrice a favore della grazia, rammentando il proverbio del suo paese: sangue chiama sangue. Il Cardinale Morlot, il maresciallo Pólissier ed il conte Morny invece si dichiararono nel modo più risoluto contro la grazia, Morny giungendo sino a nominare nel calore del discorso Pietri complice Orsini, se osava raccomandarlo. Allora Pietri, guardato l'Imperatore e non veduto in esso verun segno adesione, dichiarò avere espresso la sola sua opinione soggettiva, dopo che 1Imperatrice gli porse la mano.

(1) Nel suo libro Des idées napoléonnienes (Chapitre IV., pag. l22) egli scrive: Comme l'a dit Mignet (Histoire de la Révolution). le véritable auteur de la guerre n'est pas celui qui la déclare. mais celui qui la rend nécessaire.»

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blandisce e si schiaffeggia; si va innanzi e si va indietro; ora a destra, ora a sinistra; oggi bianco, doman nero; si ciancia e si vota, si compra e si vende. E allorquando il sole della verità, alzandosi sull'orizzonte ad illuminare la fantastica scena, le artifiziose tenebre diradansi, e le ombre confuse incominciano a prendere contorni e forma, l'Europa attonita, sbalordita, soprappresa, narcotizzata, scorge quale immane illusione fosse stata spettatrice e vittima; e gli scorbacchiati sono i grandi uomini che aveano creduto somma sagacia politica tener bordone. Mutato il metodo, rimasto il fine, riconvertita la guerra regia in guerra astuzie e setta, l'Europa vedeva riposti negli arsenali i cannoni rigati, e incorniciati tra le anticaglie dei musei accanto agli egizii papiri i Trattati Villafranca e Zurigo.

Promotrice e fautrice rivolture in paese altrui, in paese proprio non nuova a legare ribelli alle bocche cannoni zeppi a mitraglia, Inghilterra frattanto si picca usufruttare per sé, senza la spesa d'uno scellino, uno stato cose che Francia aveva acquistato a prezzo del sangue cinquantamila de' suoi e cinquecento milioni. Napoleone 111., alla sua volta minacciato d'isolamento. con maestria infinita si trae un'altra fiata d'impaccio: lega l'Inghilterra al suo carro, giusto allora che si tenea guidatrice; trae l'Austria a proclamare: ciascuno per sé, io bado ferme; e condotta grado a grado l'Europa a far cappello al fatto compiuto per vantaggio altrui, la forza a riconoscere il valore del fatto compiuto m suo pro. Convertita l'idea nel possesso Savoia e Nizza, la dottrina del non-intervento nella pratica dell'intervento per interesse, l'intervento armato della Francia a settentrione d'Italia cessa; restano nella Penisola l'intervento rivoluzionario, l'intervento diplomatico, l'intervento opuscolare, la politica brochurière.

II.

Da quel momento tutto cangia da parte Napoleone III : politica, vie, mezzi, condizioni. Mentre Francia e Inghilterra s'intendono per manomettere quanto ancor resta in piedi in Italia d'un ordine cose che han predestinato a soccombere;

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e il

Suonata è l'ora mantenere promessa Re. Assenziente e cooperante il Governo Torino, assenziente e proteggente il Governo Londra, assenziente e nulla veggente Napoleone III, Garibaldi vada in Due de' più gravi ostacoli, che in addietro avevano nell'Italia meridionale abbarrata alla rivoluzione la via, omai erano stati rimossi: Ferdinando II e le truppe svizzere. Francesco Duca Calabria, primogenito Re Ferdinando, stava per impalmare Maria Sofia, principessa Baviera; e da Trieste a traverso l'Adriatico doveva toccare il suolo napoletano a Manfredonia. Il dì 8 gennaio del I859 Ferdinando II si dipartiva da Napoli per accogliere la nuora allo sbarco. Freddissimo più che d'ordinario il verno. Il giorno 9, fra mezzo agli Appennini, i cavalli scivolando sul ghiaccio, fermò sotto Ariano, dubbioso se proseguire. Era Vescovo colà Monsignor Caputo, per regio favore traslatatovi dalla diocesi d'Oppido, ove per male opere l'avean preso a sassate. Il Caputo si presentò al Re, supplicandolo vivamente salire in Vescovado. Ferdinando non mai soleva desinare in casa altrui, pur alle istanze del Caputo si arrese, ed in casa d'un Vescovo beneficato stanchezza e opportunità lo indussero a sedere a mensa.

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Vi fu allora chi scorse al Vescovo in viso, e lo rammentò ben dappoi, un ghigno amaro (1). La notte, Ferdinando, che fino allora era stato sanissimo e lietissimo, si senti male, ebbe brividi, dolori, insonnie, sconci sogni. Si spinse avanti ad Andria, sempre peggiorando. A Lecce dovè porsi a letto; il male aggravò sempre. A' primi febbraio trascinatosi fino a Bari, a gran fatica potè essere ricondotto a Napoli. Lungamente penato, venne a morte il 22 maggio 1859 (2).

Correvano già oltre i trentanni dacché il Governo delle Due Sicilie teneva a suo servizio quattro Reggimenti Svizzeri, sempre mostratisi onesti e valorosi soldati. L'8 del luglio I859 una parte que' soldati si ammutina in Napoli, sotto pretesto che si dovessero loro restituire le bandiere federali, a richiesta del Governo elvetico state scambiate con bandiere regie. Usciti gl'insorti da Napoli, abbandonatisi a violenze nel procacciarsi viveri ne' contorni, riescito vano ogni tentativo ricondurli a ragione, fa mestieri persuaderli colla forza. Circuiti dalle altre truppe svizzere rimaste fedeli, e da molte napoletane, i sediziosi risposero a nuove esortazioni con adoprare le armi da disperati, né desistettero

(1) De Sivo; Storia delle Due Sicilie, Voi. II., pag. 392.

(2) Il Caputo fu il solo tra i Vescovi del mondo che si rendesse degenere dalla sublime unanimità dell'Episcopato cattolico; che fu rimeritato colla carica Cappellano Maggiore Napoli e col gran cordone de' Santi Maurizio e Lazzaro. Proclamò voler cantare un Te Deum nella basilica San Pietro in Roma per l'insediamento del Re d'Italia in Campidoglio e per la spogliazione finale della civile potestà dei Pontefici. Il 6 settembre 1861, all'invito celebrare la funzione religiosa del giorno 8 quel mese a Piè Grotta, rispose in iscritto (lettera stampata nel Nomade, giornale Napoli, del 7 settembre): Accetto l'invito, e la preghiera che farò a Dio sarà questa: «Signore! Date lume al Capo della Chiesa, che cessi proteggere in Roma il Re dei briganti, Francesco II; e che una volta per sempre si ravvegga errori ed orrori commessi con iscandalo tutta la Cristianità.» Poi menò vanto gradire la nomina a presidente onorario dell'Associazione scismatica delle tre decine preti apostati italiani. Il 6 settembre 1862, un anno dopo la scritta dell'orrenda preghiera, morì in Napoli quale avea vissuto da poco. Fu scritto lui (San Pol; Quaresimale del Contemporaneo, Conf. 1.), che, «s'egli fosse vissuto ai tempi delle Margherite, delle Adelaidi e delle Cristine, colla debita riverenza e colle ottenute facoltà chiesastiche, al Caputo non sarebbe mancato un ergastolo ed una mannaia.»

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se non quando furono appuntati i cannoni. I reggimenti svizzeri furon disciolti, i più de' soldati rinviati in patria.

È facile, passato il trionfo, riaddormentarsi; più facile allora dimenticare i veri amici, beneficare i peggiori perché più destri, blandire i nemici più o meno in maschera. Intanto le sètte, risollevato il capo, preparano nuove congiure, e ripercosse sempre risorgono. A Ferdinando IL, primo operatore della reazione che due lustri addietro avea salvata l'Europa, godente incontrastata autorità, applaudito da' sudditi, parve bastare, molto operando a restaurare le cose, il fatto della materiale vittoria sulla rivoluzione, senza darsi forse troppo pensiero conquiderla nelle menti. Messi a uno stesso livello, anche in altissimi gradi, fedeli ed avversi, operosi e infingardi, valenti ed inetti, cercata piuttosto la mediocrità, la nave dello Stato trovavasi, quand'ei morì, barcollante sull'onde lievemente increspate; e in condizioni sì fatte, se al timone non siano a tempo uomini grande forza e destrezza, basta talora improvvisa raffica per capovolgere.

Francesco II, a 23 anni chiamato a succedergli, in tempo quando non mai i monarchi ebbero più pericoloso agone, nuovo agli affari, s'avveniva a reggere un popolo la cui immensa maggioranza era sinceramente affezionata alla dinastia, che colle più miti gravezze (1) avealo reso prosperoso all'interno e rispettato al fuori; la cui amministrazione era affidata ad uomini varii pensieri, né tutti ben fidenti del presente, e tra coloro che sedeano più in alto non pochi poveri pentiti camuffati realismo, ingordissimi d'autorità, paghi de' grassi stipendii, coll'occhio all'avvenire per veder modo, al caso mutata veste, star nullameno a tutt'agio; con un esercito terra e mare, fedele, disciplinato, a capo del quale stavano in numero generali, carchi d'onori e pingui paghe, ancorché molti tra essi fossero ben note reliquie associazioni settarie. Bello è perdonare a' rei qualche volta, più saggio non elevarli mai a potestà.

Tra mezzo ad esterne insidie ed interne difficoltà, il nuovo

(1) Mentre il Piemontese pagava 19 franchi per anno, il Romano ed il Parmense 18, il Toscano 17, il Modenese 15, il Napoletano. dopo il 1832, 14 franchi, ed il Siciliano meno ancora.

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monarca s'avveniva sui gradini del trono in un principe Casa Borbone, uno zio largamente impigliato nella pania, Leopoldo conte Siracusa. Ammogliato a Maria Vittoria Savoia-Carignano, sino dalla sua giovinezza passava per liberale. Mandato a reggere la colà circondato dalla setta e sospinto a gridarsi Re, richiamato in fretta quando la trama stava per iscoppiare, tutta la vita avea dappoi congiurato contro e sotto gli occhi Ferdinando, assicurato dal regio sangue e dalla indulgenza onde il Re copriva le colpe de' suoi. Gran proteggitore delle arti, artista egli stesso, scultore egregio, vivente ancora Re Ferdinando, aveva esposto in un gruppo l'Italia che riconciliava il cavallo napoletano coll'aquila savoiarda, allegoria dell'alleanza. In Napoli il suo palazzo era divenuto centro quotidiano ritrovi, dove chi per malizia e chi per goffaggine diceano il peggio del paese e del Governo, poi al fuori a manciate spargendone accuse e calunnie (1). Un altro zio del Re, il conte d'Aquila, ammiraglio nella marineria nazionale, meglio del fratello temente Ferdinando, per levità carattere più forse che per convinzione verace, la scialava eziandio da liberalone e in casa propria e più in casa altrui.

Salito appena al trono, Francesco II, mutato Ministero, ne avea posto a capo Carlo Filangieri, principe Satriano, cui la età e la sperienza inspiravan fiducia; capacità militare primo ordine, prima Massone, poi Carbonaro, più volte mutata bandiera, due volte fatto il mercante, due volte fallito e dopo il fallimento risalito a maggiore ricchezza, ed anche essendo Viceré dicevasi l'avesse fatto a maniera mercante. Capitano ad Austerlitz, capo battaglione nell'esercito Murat, ferito e decorato al Panero e fatto generale, caduto in disgrazia dal 1821 al 1830, nel primo anno del regno aveva tentato ricostituire un Ministero costituzionale. Dal 1846 al 1848 si dà per liberale più che mai, ma mandato Pepe in sua vece nell'Italia superiore, per gelosia costui si fa reazionario. Da allora devoto alla sua nuova bandiera, organizza in Napoli la spedizione trionfa a Messina, conquista il rimanente

(1) Mendicata a Torino una pensione, disprezzato da ognuno, sfuggito da tutti, il principe moriva poco appresso, d'apoplessia fulminante.

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dell'isola, che poi regge per un settennio. In questo incarico sin da principio avea fatto tutte cose e bene e male. Uomo forte volontà, pacificata l'isola, tenuta ferma la potestà, regolate bene l'amministrazione e le finanze, curate le pubbliche opere, avuto a regola il premiare il merito, steso ampiamente l'obblio del passato; e tutto questo era lodevolissimo. Ma qui appunto cadendo in opposto estremo, tenne in uffizio i già traditori ufficiali regii, mise in uffizio ufficiali della rivoluzione, e con cariche onorate e lucrose molti stati questa promotori e braccio; e ciò era gran male, che il premiare la colpa, comunque dicasi prova forza, è ingiustizia, e le ingiustizie scrollano, non raffermano i troni. Sin da' principii diede a' Siciliani la promessa che il principe ereditario con due Ministri sederebbe a Palermo, promessa che solleticava una loro aspirazione, ma ch'ei non aveva facoltà dare, e non potendo essere mantenuta. era inizio a lamenti, abilmente usufruitati da' tanti figli della rivoluzione, che accarezzati e inalzati in posto, a metter in odio sovrano e governo faceano intanto soprusi e oppressioni. Tolto lasciatavi così una macchina per guisa conciata che senza lui dovea crollare, il Filangieri, avvicinandosi il 1859, parea soppiatto tornasse a sue idee d'altri tempi, gallico sopra tutto; ed ora fatto Ministro e capo del Gabinetto, ripigliate alla morto Ferdinando II da Francia e Inghilterra le interrotte relazioni diplomatiche colla Corte Napoli, Filangieri stringevasi al Brenier, Legato francese, stato nel 1848 Console a Livorno, in gran lega co' più famosi settarii dell'epoca, poi Ministro a Torino, rimandato presente a Napoli a soffiar nelle ceneri.

All'avvento Francesco II la Sardegna avea spedito a Napoli, negli ultimi giorni del maggio, un inviato speciale, il conte Salmour, con incarico proporre al nuovo Re alleanza offensiva e difensiva, e reciproca guarentigia dell'integrità Stati delle due parti contraenti. Pare nella realtà che a quel momento questa fosse offerta sincera. Già non aveva potuto sfuggire all'osservatore il fatto che quanto più la guerra erasi andata appressando, tanto maggiormente eziandio Cavour erasi astenuto fare nelle sue scritture diplomatiche allusione alcuna alle cose delle Due Sicilie, in ispecie per non intorbidare l'amicizia della Russia; dappoiché lo Czar avrebbe fatto esplicite riserve a fa

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Tornando in seggio, Cavour inviò a Napoli, nel gennaio del 1860, il marchese Villamarina a riproporre l'offerta. Ammaestrata da quanto consimile era avvenuto poco prima in Toscana, dubitando la Corte Napoli che tanto affetto velasse il tranello a suo danno, non se ne fe' nulla ancora, comunque Francia e Gran-Bretagna si adoperassero ufficialmente a tutta possa per trarvi il Governo napoletano, e Russia dichiarasse approvare appieno questa politica del Piemonte verso le due Sicilie, essendo ciò, diceva (2), indispensabile per tenere a freno il partito liberale, e il Piemonte, non avendo più bisogno della rivoluzione, dover essere conservatore. Dopo che Napoleone III aveva detto il 26 gennaio 1860, al Nunzio pontificio in Parigi (): «Noi manterremo le nostre truppe a Roma sino all'accomodamento generale delle cose»; nel marzo successivo era venuta Francia la proposta sostituire in Roma con truppe napoletane le francesi, che in tal caso, affermavano, sarebbero tornate in patria. Quel disegno si convertì in un altro: che un esercito napoletano andasse a porre stanza nell'Umbria e nelle Marche; disegno, già dicemmo, in addietro messo in campo da altra parte, ed allora avversato appunto da Francia. Il Re Napoli, pauroso che a meglio travolgerlo nella decretata ruina lo si volesse condurre a passi che accelerassero la fine, dichiaravasi ben risoluto a non accettare, come aveva rifiutato la prima, neppur questa seconda profferta.

(1) Dispaccio confidenziale del conte Cavour al conte Salmour del 29 maggio l859.

(2) Dispaccio del commendatore Regina, Ministro siciliano a Pietroburgo, al Ministro affari esteri a Napoli, del 16 gennaio 1860.

(3) Vedi nel Capitolo ventesimosesto a pagina 320

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D'altronde, richiedeva, che ne pensa la Sardegna? Il Gabinetto delle Tuileries ripeté la domanda a Torino, ed il 26 marzo raccomandò al Re la risposta (1): Sardegna acconsente. Ma poche ore dopo che il Brenier aveva trasmessa questa risposta, Villamarina, ritenendo forse che il Re Francesco accettasse, annunziò formalmente al Governo, avergli Cavour scritto per telegrafo, che se truppe napoletane entrassero nel Pontificio, egli, Villamarina, dovesse protestare, rompere ogni relazione col Governo

Napoli, e partire. Non appena i Francesi incominciavano a muovere Lombardia per riedere in patria, che da Torino parte l'ordine dar mano a ribellare Da una parte Cavour a capo del Governo subalpino, dall'altra stretti dal regio patto Mazzini e Cavour a capo della Massoneria e della Società Nazionale avevano del loro meglio predisposto il terreno. Il 3 aprile Palermo era in preda a febbre sediziosa. Da più giorni si trovavano al mattino appiccicate su' muri proclamazioni eccitanti alla rivolta, decreti, disposizioni provvisorie, edite dalla stampa clandestina un Comitato, elevatosi a Governo invisibile fronte al Governo regio, che impone obbedienza a' suoi ordini, e per paura la ottiene più che le autorità costituite. Queste proclamazioni dispensano largamente promesse e minacce; determinano rigorose condizioni a' membri della Polizia, se vogliono essere amnistiati; annunziano l'unità italiana, il concorso del Governo piemontese, il prossimo soccorso Garibaldi. Vasta congiura nell'ombra si ordisce, in cui operano concerto nobili ambiziosi e plebe rotta ad ogni delitto, istigata da que' medesimi che, reduci appena dall'esilio, pagano la regia clemenza con più fiere cospirazioni. Un terror panico si diffonde. A calca le genti d'ogni classe si premuniscono che vivere; altri si chiudono in casa, altri, lasciata la città, si ritirano nelle campagne.

Assente il Luogotenente del Re in principe Castelcicala,

(1) Dispaccio telegrafico del conte Cavour, al marchese Villamarina, Ministro Sardegna a Napoli.

«Turin, 24 mars 1860. - Sa Majesté le Roi de Sardaigne promet de ne mettre aucun obstacle a l'occupation des Marches et de l'Ombri e par les troupes napolitaines, et de tout faire au contraire pour empêcher que l'agitation ne te propage dans les États de l'Église.»

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stava la somma delle cose militari in Palermo affidata al generale Salzano. Nel 1801 era costui nelle bande Fra Diavolo contro i Francesi; nel 1815 era, voltata casacca, nell'esercito del francese Murat, ufficiale e cavaliere. Carbonaro zelante nel 1820, era stato inviato con Florestano Pepe a Palermo per sottomettere Borboni; ed ora si trovava ancora in Palermo quando doveano perderla. All'alba del 4 le campane del monastero della Gancia danno in Palermo il segnale della sedizione. Circondato d'alte e solide mura, quell'edificio nella notte stessa avea la Polizia diligentemente perlustrato e per la scaltrezza dei monaci cosa alcuna scoperto. Accolte le accorse soldatesche a colpi fucile e cannone, e alle grida Viva Vittorio Emanuele, i più de' sollevati caddero morti, feriti, o prigioni. Moltissime le armi e le munizioni trovate sul luogo, fra esse tre cannoni. Rotti i fili del telegrafo elettrico per impedire al Governo le comunicazioni colle province, nel tempo medesimo bande d'insorgenti s'avvicinavano a Palermo, dopo brevi avvisaglie obbligate a ripiegarsi.

Il 6 torbidi in Trapani, l'8 tentativo rivolta in Catania, tosto sedate. Lo stesso giorno il sangue corre per le vie Messina, sommossa dai fratelli Sella, l'uno Console, l'altro Viceconsole Sardegna, assicuranti che la ribellione aveva trionfato in Palermo. A Marsala il Console sardo, Lipari, in abito ufficiale, eccitando a rivolta colle solite grida, corre per le strade con bandiera piemontese in mano, prende alle regie casse tutto il denaro che trova, per pagare con esso le bande armate, che organizza onde ispedirle a soccorso Palermo. Il giorno appresso, conosciuto il mal esito del tentativo della capitale, i più compromessi fuggono, altri si fanno denunziatori presso le autorità regie, e tutto ritorna com'era.

Reduce in Palermo il principe Castelcicala, povero mente e consiglio, restò a capo delle truppe il generale Salzano. Intanto le bande, da più parti accozzatesi, infestano i dintorni Palermo; e Salzano, tenendo già oltre a quindicimila soldati nella sola città, le lascia vagare a lor grado, e appena appena manda qualche leggera colonna a breve distanza. La insurrezione soffocata nella capitale si estende e si afforza nel territorio circostante.


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Da Napoli si dispongono crociere navigli lungo le co

La tranquillità erasi alquanto ristorata in Palermo, allontanate e assai sminuite le bande, ristabilite le comunicazioni colle province, allorché, il 23 aprile, la fregata piemontese il Governolo vi approda. Una nuova agitazione si manifesta, si formano capannelli, s'alzano grida sediziose. Corsa voce, che allo scendere dell'equipaggio sardo la sommossa rialzerebbe il capo, il principe Castelcicala manda a dire al comandante del Governalo: quanto gli sarebbe increscevole, se, dovendo reprimere con la forza ogni attentato all'ordine, si trovassero confusi nella folla individui appartenenti alla sarda marineria. Ne ha in risposta: apprezzarsi l'avvertenza; promettere che si vieterà all'equipaggio por piede a terra; gli ufficiali, venendovi, userebbero abiti borghesi. E intanto soppiatto dal Governolo s'introduce in città gran copia d'armi e munizioni. Quando poi il Console sardo si udì richiedere la partenza delle navi da guerra della sua nazione ancorate in porto, con serietà rispose: «La fregata Governolo dovere rimanere per prendere a bordo il Consolato ed i sudditi sardi nella vicina sommossa tutta la

Era scorso un mese, e le cose poteano dirsi nelle stesse condizioni che a' primi dell'aprile. L'insurrezione né si disanimava, né era riescita d'impadronirsi veruna città importante. Trapani, che pareva caduta in potere de' sediziosi, o che piuttosto non era in potere d'alcuno, reggendosi con una specie Guardia civica,

(1) Dispaccio del Luogotenente generale al Re, in data 17 aprile 1860.

(2) da aprile 1860 a marzo 1861. pag. 28.

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era stata occupata da un forte nodo regie milizie. Ai primi maggio l'isola è percorsa da agenti piemontesi, che, reclutati quanti più possono colla giornaliera mercede siciliani tari quattro, l'internano nelle montagne, a fornirli armi, od organizzati in bande, alle quali fan capo in buon numero Cacciatori delle Alpi, imbarcati alla spicciolata in Genova, e per le vie Livorno e Malta introdottisi furtivi ne' porti siciliani. Le voci del prossimo sbarco Garibaldi in si fanno correre con crescente insistenza. Il 9 maggio, altro subbuglio in Palermo, ove da quarantun giorno con mezzi estesissimi repressione le condizioni peggiorano e i governanti si cullano nel dolce far niente.

III.

A Garibaldi occorrevano uomini, danari, armi, navi; e quanto era d'uopo fu dato. Posti a suo servigio i mezzi pecuniarii che disponeva la Società Nazionale, non potendo il Governo Torino riconsegnare a Garibaldi, senza svelare soverchio la connivenza, le armi allogate negli arsenali dello Stato per sequestro anteriore, il Governo comperò quelle armi medesime, sborsandone al generale il danaro per l'acquisto altre. Poi per ordine espresso del Ministero si trassero dall'arsenale Modena altri fucili, consegnati in Genova. Colà, la sera del 5 maggio 1860, intorno a mille avventurieri si radunano alla marina della Foce; poi alcune barche staccatesi dalla spiaggia, avvicinati chetamente i due piroscafi il Lombardo ed il Piemonte, giunti allora allora da Tunisi, gettano sulle due navi una mano Garibaldini.

Parve ardito colpo mano; erano navigli comprati.

Medici, trattato l'affare col proprietario Rubattino, eransi accordati sul prezzo. Rubattino, consapevole dell'uso che si voleva fare delle sue navi, rifiutava però consegnarle senza pagamento sopra la semplice firma Garibaldi. Fatto intervenire il Farini, allora Ministro dell'Interno, e non bastando, fu d'uopo volgersi al Re, a guarentire a sua volta il Ministro. L'atto vendita de' due bastimenti, stipulato in Torino presso il Notaio della Casa Reale, sottoscrissero: Medici per Garibaldi,

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Ricardi per suo suocero il Farini, il generale Saint-Frond, Aiutante campo del Re, per Vittorio Emanuele (1).

Partita la spedizione, il Rubattino avanzava un simulacro protesta per subita violenza e forzosa sottrazione de' suoi navigli; ed il Re Sardegna riceveva dalla Posta una lettera, previamente concertata onde poterla addurre a testimonio innocenza presso la diplomazia, in cui Garibaldi sul punto salpare scriveva: «Sire. Il grido dolore che dalla è corso a' miei orecchi, ha profondamente commosso il mio cuore e quello alquante centinaia de' miei vecchi compagni d'arme. Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei nostri fratelli della ma dal momento che si sono sollevati in nome dell'unità italiana, cui la Maestà Vostra è la personificazione, non ho dovuto esitare a mettermi alla loro testa. Il nostro grido guerra sarà sempre: Viva l'Unità d'Italia! Viva Vittorio Emanuele, il suo primo e più valoroso soldato! Se riusciamo, andrò superbo ornare questo nuovo gioiello la corona Vostra Maestà. a patto però che Vostra Maestà si opponga a far sì che i suoi consiglieri cedano questa terra allo straniero, siccome hanno fatto per la mia città nativa. Non ho comunicato il mio divisamento a Vostra Maestà per la sola ragione che io temevo, che per effetto della mia devozione alla sua persona, la Maestà Vostra non riuscisse a persuadermi abbandonarlo.»

Il Piemonte ed il Lombardo escono dal porto Genova, e le autorità locali mostrano nulla sapere, nulla vedere. Dopo più ore dalla partenza Cavour spedisce per telegrafo a Genova due ordini pressantissimi, l'uno per l'Intendente, l'altro per l'ammiraglio Persano. L'ordine all'Intendente porta sorvegliare la costa

(1) Due Decreti dittatoriali, firmati dal solo Garibaldi in Caserta, comparvero nel Giornale ufficiale Napoli, del 5 ottobre 1860. Col primo s'assegnano alla Società Rubattino 450,000 franchi, da pagarsi dalla Tesoreria Napoli, per rinfrancarla della semplice cattura del suo battello

Cagliari, servito per la sfortunata impresa Carlo Pisacane. Col secondo si assegnano alla stessa società Rubattino altri 750,000 franchi, da pagarsi dalle Finanze Napoli e in compenso della perdita de' due suoi battelli il

Lombardo ed il

Piemonte, serviti ala fausta spedizione

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e catturare tutte le armi che vi si trovassero; dopo che Giuseppe La-Farina avea portato a Genova alcune parole scritte dal conte Cavour pell'Intendente; dopo che, effetto quelle parole, l'avvocato Fasella, Ispettore della Questura Genova, con due suoi agenti avea sopravvegliato al trasporto delle armi e delle munizioni sul mare. L'ordine all'ammiraglio Persano era muovere sull'istante da Genova colla flotta per tagliare la via a Garibaldi, ed impedire lo sbarco sulle costiere siciliane; e l'ammiraglio aveva in tasca un viglietto nel quale si leggeva: «Signor conte. Vegga navigare tra Garibaldi e gli incrociatori napoletani. Spero che mi avrà capito!» sottoscritto: «Cavour.» Al quale viglietto il Persane aveva risposto con quest'altro: «Signor conte. Credo averla capito: dato il caso, ella mi manderà a Fenestrelle.» A Talamone, fortilizio sul territorio toscano presso Orbetello, Garibaldi si arresta, riveste l'abito generale piemontese per imbarcare centomila cartuccie e quattro cannoni rilasciatigli dal Governatore Orbetello dietro ordine scritto del generale Fanti, Ministro della Guerra in Torino. Poi le solite lustre: il Governatore fu destituito (1).

Ancorché condotta con sì grand'arte, la cooperazione del Governo sardo all'impresa garibaldesca non aveva però potuto sfuggire agli occhi della diplomazia. Giunto a Pietroburgo l'annuncio ufficiale dello sbarco in lo Czar, rimandando al principe Gortschakoff il dispaccio, scrisse in margine a questo: C'est infame, et de la part des Anglais aussi. Al marchese Sauli, Ministro Sardo presso la Corte Russia, Gortschakoff disse (): «Che se il Gabinetto Torino era débordè, se la rivoluzione lo trascinava a trascurare qualunque dovere internazionale, tutti i Governi d'Europa dovranno prendere in considerazione tale posizione della Sardegna, ed uniformare i modi con che continuare i loro rapporti con essa. Incaricarlo scrivere al conte Cavour che l'Imperatore Alessandro provava tale e tanta indegnazione

(1) E dopo le lustre i soliti romanzi. Chi ama tal genere letture, vegga. Le guerre d'Italia da Villafranca ad Aspromonte Franco Mistrali, da pag. 150 a pag. 156.

(2) Dispacci riservatissimi del Duca Regina, Ministro delle Due Sicilie a Pietroburgo, al Ministro affari esteri a Napoli, de' 14 e 20 maggio 1860.

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per ciò che accadeva in e per l'attitudine serbata dal Governo Sardo, che se la posizione geografica della Russia fosse stata diversa, egli sarebbe intervenuto materialmente,malgrado e contro il principio non-intervento proclamato dalle Potenze occidentali.» Prussia fu un po' meno ferma ed esplicita. Austria inviò due Note identiche a Parigi ed a Londra, ricordando in esse alla Francia la promessa da lei poco dianzi fatta, che «se il Piemonte, malgrado i suoi consigli, vorrà proseguire una politica d'ingrandimento, la Francia sarà del tutto disposta a provvedere.» Né la Francia, non volendo apparire da meno, fu avara delle più severe rimostranze verso il Gabinetto Torino; vuote baloccherie, dappoiché Napoleone III ben si era questa volta guardato dall'impedire che il Garibaldi fosse lasciato andare; dal pronunziare una quelle parole, che, quando lo si volea, si sapeva pure fare ascoltare, e lo avea provato Garibaldi medesimo in ottobre del 1859, come lo proverebbe più tardi ad Aspromonte.

Alle proteste, alle acerbe recriminazioni che gli veiaano da tutte Corti d'Europa, con inarrivabile dissimulazione Cavour contrappose l'impossibilità, in che, a suo dire, trovavasi il Governo piemontese, attraverso un'impresa diretta contro un Governo incorreggibile. «Con quale buon diritto, ei diceva, si può chiamare in colpa la Sardegna non avere impedito a Garibaldi lo sbarco sulle coste siciliane, mentre l'intiera Marina napoletana era a ciò stata impotente? Come avrebbe potuto il Governo Torino, senza segnare il proprio divorzio dalla causa nazionale, vietare che dalle liguri coste partissero italiani per porgere quell'aiuto, che i fratelli hanno diritto richiedere dai fratelli? E poiché Garibaldi aveva alzato lo stendardo della guerra popolo, forse che la monarchia non distruggerebbe incerta guisa colle sue mani medesime il proprio avvenire, ov'essa si determinasse a strappare mano le armi agli accorrenti volontarii? Mettersi per una tal via era un voler sprofondare l'Italia negli abissi dell'anarchia. La monarchia costituzionale della casa Savoia, onde rimanere sicuro argine in Italia contro il torrente delle idee rivoluzionarie, dovea innanzi a tutto conservare con vigile custodia il proprio prestigio.» Si cominciava a confessare aver saputo e tollerato, e questo ne' giorni

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medesimi in cui il Governo Napoli, energicamente protestante a Torino, che, malgrado le promesse d'impedire la spedizione pubblicamente organizzata ed armata, fosse nullameno partita, Cavour rispondeva (1): «Non potere nemmeno cadder dubbio, che il Governo del Re Sardegna non approvi e contraddica la condotta Garibaldi; d'ordine del Re non esitare a dichiarare,che il Governo Sardo è totalmente estraneo a qualunque atto Garibaldi; il Governo sua Maestà Sarda non potere che formalmente disapprovarlo.»

L'11 maggio Garibaldi, presa finta direzione per Malta, virato bordo a vista della crociera napoletana, approdava a Marsala, porto fra Trapani e Girgenti. Il Piemonte, su cui era Garibaldi, entrò primo, seguito da presso dal Lombardo. Dinanzi al porto stava all'ancora da poche ore una corvetta inglese guerra, l'Intrepido, col cui capitano Garibaldi erasi concertato durante la traversata. Il disbarco comincia colla più grande prestezza; due terzi uomini erano già a terra, quando lo Stramboli e il Capri, le due navi napoletane che incrociavano a poca distanza, appariscono all'ingresso del porto. Lo Stromboli apre mollemente il fuoco nella direzione de' garibaldiani. Nello stesso istante il capitano della corvetta inglese sale a bordo dello Stromboli per dichiarare al comandante, che i suoi ufficiali ed una parte del suo equipaggio trovandosi in Marsala, egli lo rendeva responsabile qualunque accidente che potesse loro avvenire. Imbarcazioni si staccano per ricondurre gl'inglesi, ch'erano a terra. In questo mentre il resto de' garibaldiani scendeano sul lido. Una fregata napoletana a vela sopraggiunge. Allora le tre navi borboniche tirano all'impazzata nella direzione della città molte inutili cannonate, perocché, i proiettili cadendo quasi tutti nel mare, Garibaldi ed i suoi riparavano infrattanto sani e salvi entro le mura Marsala.

La notte medesima Garibaldi spinse i suoi avamposti verso Salemi. Il generale Primerano, che stava con una Brigata a brevi distanze, quantunque avvertito, resta inerte. A Salemi Garibaldi si arresta, si proclama comandante in capo l'esercito nazionale in

(1) Dispaccio del conte Cavour al marchese Canofari, Ministro delle Due Sicilie a Torino, del 26 maggio 1860.

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annunzia che prende in nome Vittorio Emanuele Re d'Italia la Dittatura nell'isola, elegge un Governo provvisorio, ed attende per congiungersi colle bande d'insorti che s'incamminano in quella direzione. In questo mentre al principe Castelcicala, richiamato in Napoli, era sostituito Commissario straordinario in colle potestà alter ego il generale Lanza, vecchio settantatre anni, stato a suo tempo Carbonaro focoso, poi venuto in fama fedelissimo, dagli esperti nella scienza militare giudicato balordissimo pel modo con cui nel dì 9 maggio l849 aveva investito senza pro Palestrina, difesa dal Garibaldi. Il giorno 15 Garibaldi, lasciato in pace per sette dì. giunto senza molestie a Calatafimi, si trovò per la prima volta a fronte soldatesche borboniche. Il generale Landi, che a queste comanda, dapprima fatte mancare le vettovaglie ai soldati, de' suoi quattromila ardentissimi battersi spinse contro ai garibaldiani quattro (1) sole compagnie cacciatori, tenuto indietro il resto a distanza. I colonnelli, i capitani gridare: «Come? Perché non ci lasciate combattere? Intanto quelle quattro compagnie teneano testa ai mille, e quasi che non li ruppero. Esaurite le munizioni, dan piglio alle pietre ed ai calci dei moschetti, ma al numero forza è al fine che cedano. Allora Landi ordina dare addietro, e la ritirata regola con tale precipitazione che fa cadere in mano dell'avversario uomini, bagaglio e un cannone. Tosto appresso scrive al regio Luogotenente in Palermo: «Soccorso! Pronto soccorso! La banda armata, che ha lasciato Salemi questa mattina, ha inviluppate tutte le colline da sud a sud-est Calatafimi. La metà della mia colonna avanzata è stata disposta a tiragliatori, ed attaccò i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. Il fuoco fu ben sostenuto, ma le masse de' ribelli erano in numero immenso. I nostri hanno ucciso il gran comandante, e presa la loro bandiera che noi conserviamo. Io mi trovo in questo momento sulla difensiva. Siccome i ribelli in grandissimo numero accennano volermi attaccare

(1) Musei; Gaeta ed il Quirinale, pag. l3l. - Da testimoni oculari, entrambe le parti, ebbi la piena certezza che le compagnie erano quattro. non due, come altrove fu scritto. Sul principio del combattimento due compagnie erano sparpagliate in tiragliatori, due più addietro in massa a sostegno. Da ciò probabilmente le contraddizioni.

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supplico inviarmi subito un possente rinforzo d'infanteria. Temo essere assalito nelle posizioni che occupo; io mi difenderò per quanto mi sarà possibile, ma se un pronto soccorso non mi arriva, dichiaro non sapere come terminerà l'affare. Le munizioni dell'artiglieria sono quasi consumate, quelle della fanteria considerevolmente scemate; la posizione è critica. Insomma debbo prevenire, che, se le circostanze mi costringono,dovrò ritirarmi in luogo eminente.»

Tiratosi in disparte, lasciò a Garibaldi dischiusa la via a Palermo (1). Il latore del menzognero dispaccio nella notte cadde a caso in un'imboscata dell'avanguardia garibaldiana. Turr, aiutante campo Garibaldi, cui fu recato lo scritto del Landi, vi aggiunse; «Nota Rene. Osservazioni dell'Aiutante-generale Stefano Turr. Il gran comandante Garibaldi non fu ucciso e sta benissimo.» Le bande de' siculi insorti, congiuntesi agli sbarcati Marsala, durante il combattimento eransi tenute per paura in disparte e il loro condottiero, il siciliano La Masa, svenne alla vista del nemico. Ordinata dal Landi la ritirata, i Siciliani diedersi a bottinare sul campo, spogliando i cadaveri, molte monete d'oro raccogliendo sul corpo d'uno uccisi ufficiali Garibaldi; pel che questi, montato in furore, dava invano ordini rigorosissimi fino a far flagellare i sospetti. L'impresa, che Garibaldi avea assunto, senza il tradimento era impresa impossibile; egli ed i suoi o sarebbero stati sommersi in mare, o moschettati in sulla riva ().

(1) In marzo 1861 un famiglio si presentava al Banco Santo Spirito in Napoli per farsi pagare una polizza quattordicimila ducati. Il cassiere 1'esamina, e dice: Non vi pago, se non viene persona il vostro padrone. Era il generale Landi. Andato al Banco, il cassiere gli domanda, onde avesse quella polizza. Landi risponde, che non si aveva nessun diritto domandarlo, che la polizza dovea pagarsi a vista, e non si dovea cercar altro. Il cassiere replicò socco: O voi manifestate chi vi diede quella polizza, o voi non uscite qui che per balzare in carcere, giacché la polizza è falsa. Allora Landi allibito dichiarò averla avuta in mano del Garibaldi. Fu tanta l'ira e la vergogna, che pochi giorni appresso il Landi mori crepacuore.

(2) Nel Parlamento Torino (Camera dei Deputati, tornata de' 20 aprile 1861 il napoletano Conforti confessava: «Il giorno, in cui è partito Garibaldi coi mille, tutti gli animi erano costernati, pensando a' gravi pericoli cui andavano incontro. Quel giorno stesso mi sono imbattuto

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La ferace pianura in mezzo a cui sorge Palermo ha nome Conca d'oro. Lunga dodici e larga cinque miglia, la cinge una catena monti, cui monte Pellegrino a nord-ovest e monte Gibelrosso a sud-est segnano gli estremi confini verso il mare. A sinistra monte Pellegrino sopra elevata collina vulcanica siede, a quattro miglia da Palermo (1), Monreale, posizione importante perché là domina buon tratto della via che dalla capitale mena per Partinico ed Alcamo a Calatafimi. Sopra Monreale, ad occidente Palermo, trovi monte Calvario; e al disotto questo il villaggio Parco presso cui corre la strada da Palermo per Piana de' Greci a Corleone, distante poco men che quaranta miglia dalla capitale, addentro nel cuore dell'isola. Garibaldi ripiglia il cammino; già il 17 è in Alcamo, trenta miglia da Palermo. S'appressa il momento in cui Lanza dovrà dargli in mano la capitale. Palermo ha forma un rettangolo cui i minori lati guardano l'uno il mare e l'altro verso Monreale e Parco; i maggiori stanno a fronte l'uno monte Pellegrino, l'altro monte Gibelrosso. Due larghe vie, intersecandosi quasi ad angolo retto, la dividono in quattro parti eguali. Via Toledo dal mare corre sino al Palazzo Reale; l'altra, via Macqueda, s'incrocia colla prima, quasi al centro della città, sulla piazza dei Quattro Cantoni.

Il 18 Lanza distribuisce le truppe ne' quartieri lungo la linea nord-ovest da Palazzo Reale al mare, lasciando scoverto tutto il resto. Poi, sotto pretesto non fornire al popolo motivo d'irritazione, fa chiudere tutti gli appostamenti che la Polizia teneva in città, abbandonando questa a sé stessa, libera sollevarsi a suo grado. Affermando sospettare che potessero parteggiare pegl'insorti loro compatrioti, invia a Napoli molti soldati siciliani del presidio Palermo; con tenere questo senza motivo sotto le armi dall'alba sino alla mezzanotte, lo svoglia,

in un Ufficiale Superiore molto dotto nell'arte della guerra. Naturalmente il discorso cadde sulla famosa spedizione. Sapete voi che cosa mi ha detto quell'uffiziale? Mi ha detto: «L'impresa, che ha assunto Garibaldi, è un'impresa impossibile; esso ed i suoi o saranno sommersi nel mare, o saranno moschettati in sulla riva.»

(1) Il miglio siciliano corrisponde a metri 1487,16. Quattro miglia geografiche d'Italia, 60 al grado, formano presso a poco cinque miglia siciliane.

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l0 stanca, lo rafferma nella credenza doversi avere d'ora in ora a fronte e i filibustieri disbarcati e le popolazioni ribellate. Tra pegli ordini del temuto Comitato segreto, tra per le disposizioni dissolventi del Commissario Lanza, sgomento, confusione, anarchia, dan fuori da tutte parti prima ancora del pericolo. Le botteghe stan chiuse; nessun uffizio governativo funziona, fuggiti o nascosti gl'impiegati, i più spinti ad andarsene dal Lanza stesso, che intanto, richiesto pressantemente dal Re pigliare con energia l'offensiva (1), risponde (2): «Vi è poco a sperare vincere la rivoluzione, e sarebbe gran ventura poterci ritirare a Messina.»

Il 20 Lanza invia da Palermo per Monreale un grosso scelte soldatesche, cui altre manda dietro nel giorno appresso sotto il comando del colonnello De Mechel, lealissimo, ma freddo, irresoluto, accidioso, insofferente consigli, testereccio. De Mechel, cui, coll'incarico muovere contro Garibaldi, è data piena libertà d'azione, spintosi innanzi il 2I, s'imbatte in una banda in marcia per congiungersi coll'avventuriero, ne uccide 1l caporano, Rosolino Pilo, e speditamente la fuga. Garibaldi ben sapea che De Mechel non era un Laudi; d'altronde De Mechel non era cane per quella volpe. Lasciata innanzi Monreale una squadra d'insorti ad ingannare i regii, Garibaldi, cui assolutamente impossibile rendeasi tentare schiudersi il varco per la via Monreale, scesa la notte, si getta a destra, e in mezzo alle tenebre ed a torrenti pioggia, per aspri sentieri portando a spalla d'uomo i pochi cannoni, valica le cime una duplice catena monti e raggiunge il villaggio Parco.

De Mechel, tenuto nell'errore sino alla sera del 22, dispone pel giorno appresso far impeto contro il Parco; poi, pentitosi, differisce all'indomani. Il 24 raggiunge Garibaldi, che apprestavasi a procedere innanzi. Assalito, in sulle prime questi non solo fa mostra resistere, ma simula anzi assalire esso medesimo i regii con una parte de' suoi; poi dà indietro in gran fretta nella direzione Piana de' Greci. Intanto sopraggiunge la notte. Allora, pervenuto dove un sentiero si parte e

(1) Istruzioni Reali al Tenente-generale Lanza, del l8 maggio 1860.

(2) Dispaccio del Tenente-generale Lanza al Re, del 19 maggio 1860.


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L'astuta tattica Garibaldi è bene intesa dal generale Colonna e dal Maggiore Del Bosco, che invano insistono presso De Mechel onde ritorni senza indugio in Palermo, dove sicuramente, diceano, poteva l'avventuriero, abile partigiano qual è, ripiegare, sapendola sfornita delle più elette soldatesche dilungate ad inseguirlo sopra falsa via. De Mechel tien fermo, continua la marcia per Corleone, a piccolissime tappe, ostinandosi a dire a Del Bosco, che, presago della sventura, gli proponeva prendere almeno la via Marineo: «Marciate per Corleone con l'avanguardia; prenderò tutto sopra me.» E Del Bosco fremente arriva a Corleone, attacca i garibaldiani guidati dall'Orsini, lor toglie due cannoni, e per lungo tratto li insegue senza poterli raggiungere.

Garibaldi, pervenuto il mattino del 25 a Marineo, erasi spinto la sera sino a Misilmeri, dove avea dato la posta alle bande siciliane. Il giorno appresso, concertata col Comitato Palermo la rivolta della città pel dì successivo, si pone in relazione coll'inglese contrammiraglio Mundy, sopraggiunto nelle acque Palermo; pranza a Misilmeri con tre ufficiali inviatigli dal Mundy, che nella sera riceve sulla sua nave questo viglietto, annunziante ciò che effettivamente si verificherà appuntino dappoi (1):Domani, alle prime ore del mattino.» scoppierà in Palermo una insurrezione, e subito dopo. Garibaldi sarà presso Porta Sant'Antonino, deciso a sforzare l'ingresso nella città colla baionetta.»

Scambiati per tutta notte segnali tra la città e le montagne,

(1) Hannibal at Palermo and Naples during thè italian revolution l8591860, pag. l06 (London, 1863). Opera dello stesso contrammiraglio sir Rodney Mundy.

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all'alba del 27 le campane Palermo suonano a stormo. Nello stesso tempo Garibaldi, a capo appena novecento sbarcati Marsala e tre in quattro mila delle bande siciliane, senza un sol pezzo d'artiglieria per la via Misilmeri, lasciata da Lanza del tutto indifesa, si spingeva a gran passo sopra il lato meridionale Palermo, sforzava la Porta Termini, contigua a quella Sant'Antonino, e, superata l'insufficiente resistenza, entrava in città, inoltrando sulla via Macqueda per raggiungere al più presto la piazza dei Quattro Cantoni. Impadronitosi questa, prima sera tutta la parte della città compresa tra il mare e l'opposta estremità via Toledo cadde in potere Garibaldi, ad eccezione del Forte Castellamare, mentre Lanza richiamava mano a mano le truppe intorno a Palazzo Reale ad occidente Palermo. In codesta ritirata, non punto necessaria, né forzata, lascia in balia lor stessi i condannati a' ferri del Bagno ed oltre ad altri duemila carcerati, che accorsero ad ingrossare le torme garibaldesche co' quattro cannoni abbandonati alle porte delle prigioni.

Da Castellamare e dalle regie navi all'ancora nel porto si bombarda Palermo, le cui vie gl'insorti asserragliano barricate. Il 28 Lanza, docile alle istruzioni Torino, continua a mantenere le truppe intorno a Palazzo Reale in iscoraggiante difensiva, appena interrotta da fiacchi conati ripigliare il perduto; e a chi gli fa presente l'inopportunità d'un bombardamento non buono ad altro, se non sia sostenuto da' movimenti delle truppe, che a rendere a' cittadini odioso il Governo, risponde con ostinatamente fare alzare, segnale distruzione, la bandiera rossa sul regio palazzo.

Il 30, nel mattino, Lanza manda a chiedere a Garibaldi una sospensione d'armi, da trattarsi, ov'egli acconsenta e ne fissi l'ora, a bordo della nave ammiraglia britannica. Fu risposto, che l'armistizio comincerebbe A mezzodì; a un'ora avrebbe luogo il convegno. Intorno le'l0, una colonna truppe borboniche, sopraggiunta d'improvviso dalla strada Misilmeri, attacca vigorosamente la Porta Termini, quella stessa pur cui era entrato Garibaldi, sbaraglia gli appostamenti degl'insorti, rincaccia gli accorsi garibaldiani, prende d'assalto con impeto irresistibile otto barricate e s'impossessa della Fiera Vecchia.

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Era De

Un armistizio per ventiquattr'ore fu conchiuso. pattuito che ognuno restasse infrattanto nelle posizioni rispettive, con che le truppe De Mechel, per incredibile sfacciatezza del traditore Lanza, si trovarono obbligate a starsene sul selciato delle strade medesime in cui erano penetrate, ristrette e prese entro una rete barricate, costruite dopo la tregua e in onta ad essa dai garibaldiani alle loro spalle ed ai fianchi, e rese incapaci muoversi in caso nuovo attacco. Segnata la sospensione d'armi, Lanza mandò a Napoli il negoziatore questa, generale Letizia, con imbasciate a voce pel Re, onde fare, all'Decorrenza, ricadere sopra questo e sopra i suoi Ministri la responsabilità dell'ordine ripigliare le ostilità e de' danni, cui la città sarebbe stata esposta in conseguenza d'un altro attacco o d'un altro bombardamento. A richiesta Lanza l'armistizio prolungasi, stipulatane la durata per tre giorni, e la consegna intanto della Banca a Garibaldi; che riceve cinque milioni ducati, ventidue milioni franchi, sino allora custoditivi dalle truppe del Re, per nulla costrette ad allontanarsene.

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Il 6 giugno, approvata forzatamente dal Re la proroga della tregua, autorizzatolo a pattuire la libera partenza delle truppe col materiale da guerra, e ritirarsi ove a lui più opportuno sembrasse, Lanza nello stesso dì segnava con Garibaldi una convenzione determinante libero l'imbarco o partenza per terra all'esercito esistente in Palermo. Perduta la capitale, restavano tuttavia in alla fine del giugno oltre a trenta mila uomini (1). Ma, spianate largamente le vie dal tradimento, l'isola si potea dir già perduta.

IV

Avvenuto lo sbarco Garibaldi in fu messa in campo un'idea mediazione; per fermo singolare mediazione tra assalito ed assalitore straniero al paese. Stese dall'Imperatore de' Francesi, le basi codesta mediazione a' 3 giugno Brenier presentò al Re Napoli. Erano: «I. Integrità del Regno delle Due Sicilie; II. Unità Costituzione, formulata sulle basi della Costituzione imperiale e modificata secondo gli spiriti delle popolazioni, i bisogni e le necessità proprie al Regno; III L'effusione del sangue sarà arrestata, attesa l'esisteuza dei preliminari delle negoziazioni.» Brenier soggiungeva che l'Imperatore si riserbava espressamente sentire i suoi alleati. Ad avvolger le menti, cose varie dicessersi, offerte molte facessersi; quando queste accettate dal Re, l 'uno o l'altro alleato nel lavoro distruzione dichiarasse: non mi sta bene. Poi altre profferte; e così sino al giorno in cui, crollante la monarchia da ogni parte, fosse dato rispondere: È troppo tardi; non si può ridar vita a un cadavere.

Ancora salvezza o perdizione che fosse quest'opera mediatrice, Francesco II scrisse a Napoleone che l'accettava, ed a recare la lettera mandò un inviato speciale, De Martino. Il l3 giugno De Martino e l'Antonini, Ministro Napoli in Francia, erano accolti dall'Imperatore a Fontainebleau, presente il Ministro Thouvenel. Letta con grande attenzione la lettera del Re, il Bonaparte lor disse: Ma quali sono queste basi per la mia mediazione?

(1) Al 25 giugno erano in Messina 15389 uomini, in Milazzo 4636, in Siracusa ed altrove 10049, insieme 30094, con 40 cannoni da campo.

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In che modo potrebbe essere esercitata? In codesta quistione io debbo agire perfettamente d'accordo co' miei alleati, ed è pur molto aver ottenuto questo accordo. Ha il Re accettato il mio consiglio circa le tre condizioni che credo indispensabili? - De Martino risponde, sviluppando il pensiero essenziale della lettera del Re, e le lui ferme intenzioni. - E troppo lardi, ripigliò l'Imperatore, un mese fa avrebbe potuto prevenir tutto; ora è troppo tardi! La Francia trovasi in difficile posizione; la rivoluzione non si arresta con parole, tanto meno ora ch'è trionfante. Les italiens sont fins; eglino sentono benissimo, che, dopo aver dato il sangue de mes enfants per la causa della loro nazionalità, non tirerò giammai il cannone contro essa. È questo convincimento che produsse la rivoluzione, l'annessione della Toscana, mio malgrado e contro i miei interessi; faranno altrettanto con voi. Perciò non posso agire che perfetto accordo coi miei alleati. È la loro azione combinata colla mia che può sola arrestare il corso né a ciò essi aderiranno mai se non vi trovano il proprio interesse. Non so se le basi da me proposte avranno questa condizione; ad ogni modo su queste basi, nell'interesse del Re, potrò agire su' miei alleati, e lo farò con ogni mio potere.

La lasciata a sé stessa, obbiettarono gl'inviati, cadrà presto o tardi sotto l'influenza o sotto il protettorato inglese. L'interesse della Francia combina su questo punto coll'interesse Napoli. - Potrebbe, domandò Napoleone, prepararsi una separazione tra i due paesi sotto lo stesso Re e con Costituzioni diverse? Forse sarebbe questo il miglior partito; ma verrà accettato? - Thouvenel citò l'esempio della Svezia e della Norvegia. - La Sardegna sola, continuò l'Imperatore, può arrestare la rivoluzione; quindi avreste dovuto dirigervi al Re Sardegna, e non a me. Solo contentando l'idea nazionale potreste arrestare la corrente. Le concessioni interne non avrebbero scopo per sé stesse, separate da questa idea. Nessuno le accetterà. Se avete forze da per voi per comprimere la rivoluzione, fatelo pure; io sarò il primo ad applaudirvi. Ma se non le avete, quello è l'unico mezzo per disarmarla. L'incendio esiste, grandeggia e si avanza. I momenti si contano, ed ogni momento perduto è irreparabile.

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A questo punto l'Imperatore avendo voluto coordinare codesti pensieri ai patti Villafranca ed alla Confederazione, che il Re Napoli aveva a suo tempo accettata in principio, gl'inviati, ribattendo l'argomento, si diedero a provare che a quel momento non si trattava più un patto con cui varii Stati indipendenti si sarebbero riuniti nello stesso scopo per un interesse comune e generale, ma sibbene trattarsi dare da per sé stesso il Regno delle Due Sicilie legato in braccio ad uno Stato maggiore, soverchiante, invasore, la cui politica tendeva apertamente ad assorbire tutta Italia, che si serviva d'ogni mezzo, che fomentava e sosteneva la rivoluzione nelle Due Sicilie. E noi sue vittime, dissero, noi i primi, noi i soli dovremmo far atto riconoscenza, adesione, concorso alla sua politica, alle sue spogliazioni, al suo ingrandimento? Potrebbe volerlo la Francia, mentre in cambio una Confederazione, nella quale dominerebbero i suoi principii e il suo interesse, vedesse il consolidamento un'opera esclusivamente rivoluzionaria? L'Italia così costituita, ed in posizione non consultare un giorno che i suoi proprii interessi, quale punto d'accordo potrà avere con la Francia che ha interessi affatto contrarii ed opposti? Si comprende che ciò possa convenire all'Inghilterra, per la quale il principio liberale rivoluzionario è il suo punto d'appoggio contro la Francia medesima e forse contro essa avanti tutto; ma alla Francia?

Tutto ciò può esser giusto e vero, replicava l'Imperatore, ma oggi siamo sul terreno dei fatti. La posizione della Francia non è più quella del I849. Appunto perché noi non vogliamo l'annessione, la quale è contraria a' nostri interessi, io consiglio d'intendersela col Piemonte, ch'è l'unico mezzo pratico per evitarla od almeno per ritardarla. La forza è dal lato contrario, forza irresistibile, contro la quale dobbiamo star disarmati. L'idea nazionale deve trionfare; si sacrifichi tutto a questa idea in un modo qualunque. Nel fondo si faccia e subito, domani sarebbe troppo tardi. Il mio appoggio leale in questo caso vi sarà assicurato; altrimenti dovrò astenermi, lasciare che l'Italia faccia da sé. Il principio del non-intervento sarà mantenuto. - Che lo sia pure per tutti egualmente, risposero gli inviati del Re Napoli. In questa lotta che uno Stato sovrano ed indipendente sostiene contro una rivoluzione provocata e

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Le condizioni sono differenti, riprese l'Imperatore, tra lo Stato romano ed il vostro, essendovi pel primo una questione religiosa e la presenza delle truppe francesi. Gli Italiani han sentito che per questo avrei dovuto agire; per voi sentono il contrario, et voilà ma faiblesse. Non pertanto continuerò le pratiche a Torino; ma è vano, Cavonr è débordé. Date a Cavour un interesse per sostenervi; lo farà. Egli è una mente pratica, sente il pericolo della rivoluzione, che ingigantisce e mette in forse l'opera sua. Egli vorrebbe camminare piano e sicuro, e la rivoluzione lo strascina dans l'inconnu. È a Torino, a Torino che bisogna agire. - Sì, a Torino, ripigliarono vivamente gl'inviati, a Torino si deve agire; ma per impedire l'intervento che la Francia riprova; ma per far rispettarci diritti buon vicinato, dei Trattati, della morale pubblica. È a Torino che la voce dell'Europa tutta dovrebbe tuonare contro tali attentati, e la Francia, che ha proclamato e vuole mantenere il principio non-intervento, è la Francia che deve prendere l'iniziativa e dare l'esempio. Noi lo domandiamo formalmente all'Imperatore. - Ci penserò, e risponderò a Sua Maestà, si limitò a soggiungere l'Imperatore. Durante la discussione, durata due ore, Thouvenel non aveva avuto altro pensiero, che avversare il Re Napoli. Allorché si era parlato applicare per tutti con eguale giustizia il principio del non-intervento, ed impedire al Piemonte dar mano alla rivoluzione, «in fatto questione italiana, disse agli inviati, il Piemonte non è straniero. Una lotta ulteriore in è per voi impossibile; ma quando pure lo fosse, potrebbe l'Europa rimanere spettatrice oziosa della crudeltà de' vostri soldati?»

Indi a poco l'Imperatore fe' tenere a De Martino la sua definitiva risposta. Nell'essenza diceva: «Due istinti possenti sembrano attualmente governare gli animi degl'Italiani, l'uno tende

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so Imperatore de' Francesi a questa difficoltà avea suggerito riparare, riservando, sull'esempio della Francia, la questione dell'Italia centrale; questione in cui la Francia non potea domandare più quello che essa medesima avea fatto, e che lo stesso Piemonte non poteva volere pregiudicato dal Re Napoli, il cui riconoscimento, infatti, non avrebbe fatto che constatare il non riconoscimento tutta Europa.

Così stando le cose, il 2l giugno Francesco II fa domandare a Parigi: «Se il Re facesse ciò che ora riferisce De Martino, s'impegnerebbe l'Imperatore de' Francesi a guarentire dinastia e territorio?Napoleone risponde a mezzo Thouvenel: «La Francia sola non può assumere obbligazioni guarentigia, ma darà il suo appoggio diplomatico a Torino ed a Londra, quando i suoi consigli fossero seguiti.» Il marchese Antonini, a Thouvenel ed a. lord Cowley, ambasciatore inglese, diceva: Dunque senza guarentigia a qual pro tanti sacrificii del mio sovrano, mentre l'Imperatore de' Francesi dichiara che lo stesso Re Piemonte e Cavour sono trascinati dalla rivoluzione mazziniana, e la subiranno come noi? - Ed eglino a replicare: E che vorreste che facessimo?

Il 25 giugno Francesco II accordò tutto: ordini costituzionali e rappresentativi nel Regno, e quanto a peculiari istituzioni con un principe sua famiglia a Viceré; bandiera tricolore; generale amnistia per ogni reato politico; Ministero nuovo; alleanza col Re Sardegna. La pubblicazione delle regie concessioni è seguita in Napoli da tumulti, pe'quali il Brenier, Ministro Francia, ne va col capo pesto, e lo si riporta a casa fuori sensi. Nel nuovo Gabinetto, che resterà nella storia contraddistinto coll'appellativo Ministero della catastrofe, quasi per intero composto d'uomini già venduti al Piemonte, portati a potestà per alienare il reame, sedeano De Martino, poi Romano, chiamato infrattanto da De Martino a reggere la Polizia; poi, allontanato dal Ministero della Guerra il leale Ritucci, il Pianelli. De Martino soppiatto avea già voltato casacca. Liborio Romano, figlio d'un Grande Oriente della Massoneria napoletana, giovanissimo ancora, egli medesimo dignitario massone, poi Carbonaro, per questo fuggiasco, mandato a confine, sorvegliato sempre. pei fatti del 1848 imprigionato, esule in Francia, grazia

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Già il 19 giugno, venuta appena Palermo in mano degl'invasori, Cavour scriveva (1): «Sarebbe un gran bene se Garibaldi passasse nelle Calabrie.» Intanto la diplomazia si fa molesta; a parole parecchie Potenze si adoprano alacremente per rimuovere da Napoli o almen ritardare l'estremo fato. Gettatosi Francesco II in braccio Francia, concesso tutto quanto questa avea consigliato e diceva desiderare, la mediazione andava innanzi come doveva andare, senza riescire ad alcun che. Napoleone III, da una parte desioso abbonire l'Europa allarmata e sospettosa, dall'altra ognor più impensierito pello screzio dì per dì crescente in fra Garibaldi e il Governo Torino, propose all'Inghilterra che le flotte lei unite alle sue impedissero a Garibaldi passar oltre nelle province napoletane. Inghilterra rifiutò. Nello stesso tempo Francia disse a Sardegna, essere suo desiderio che si obbligasse Garibaldi ad assentire una tregua sei mesi sotto la guarentigia delle Potenze; e, accertatasi che Inghilterra avrebbe rifiutato, Sardegna risponde: assentire proporre a Garibaldi la tregua, però ad espressa condizione che vi sia l'assenso immediato del Governo britannico. Questo allora dichiara alla Francia, essere sua ferma volontà non intervenire in niun modo per obbligare Garibaldi a far tregua, protestare anzi ove la Francia intendesse farlo. Nel frattempo, per dar meglio a credere che Garibaldi si comportasse da uomo indipendente affatto da chicchessia, Vittorio Emanuele manda per un suo aiutante campo in due lettere, l'una che Garibaldi aveva a leggere ad alta voce (), l'altra a voce bassa.

(1) Lettera al La Farina in Palermo (Bianchi; Il conte Cavour, pag. 99).

(2) È curioso che l'apologista Cavour (Bianchi; Il conte Cavour, pag. 99), nell'alludere a questa lettera, dopo che, vivente il lodato Ministro, tanto flato e tanto inchiostro eransi sprecati per persuadere il contrario, lui morto, abbia scritto: «Cavour, a non porre allo scoperto tutto il suo sistema dissimulazione diplomatica, dovette maggiormente avvilupparlo per qualche autorevole manifestazione pubblica,

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Nello stesso momento Cavour scriveva (1): «Non vedo com'egli si potrebbe impedire passare sul continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani compissero od almeno iniziassero l'opera rigeneratrice; ma poiché non vogliono o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L'impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in deve risalire il Regno, estendersi lungo le coste dell'Adriatico, finché ricopra la regina quel mare. Si prepari dunque a piantarla colle proprie mani, caro ammiraglio, sui bastioni Malamocco e sulle torri San Marco.»

Il dì 20 agosto, favorito dalle tradigioni ufficiali del naviglio da guerra borbonico, Garibaldi felicemente mise in terra ottomila de' suoi nelle Calabrie verso Reggio; il giorno appresso, stretto il debole presidio Reggio, lo forzò a capitolare. Il generale Briganti, che stava a campo nelle vicinanze, in luogo d'investire le bande, separa l'artiglieria dalle schiere de' fanti, e a vece mandarli serrati a combattere, li sparpaglia.

attestante che né il Re Vittorio Emanuele, né il suo Governo esercitavano realmente qualche potente influsso snl1

animo del generale Garibaldi.»

(2) Lettera all'Ammiraglio Persano; Torino, 28 luglio 1860 Banchi; Il Conte Cavour, pag. 103).

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Allorché questi s'avvidero della fraudo, e gridarono: al traditore, Briganti spronò il cavallo per fuggire ai garibaldeschi; ma i soldati sparandogli addosso, l'ebbero gittato cavallo, e corsigli sopra, trovarongli in tasca le polizze della sua fellonia. Poco più innanzi, il generale Ghio abbarrava intorno a Tiriolo da eccellenti posizioni sulle balze la grande via consolare, che da Reggio guida per Cosenza lungo il mare a Napoli. Aveva sotto i suoi ordini quattro reggimenti fanti, tre battaglioni cacciatori, trecento gendarmi, due squadroni lancieri, dodici cannoni da campo, insieme oltre a diecimila uomini. Ghio, che non voleva finire d'orribil morte come Briganti e tradir nullameno per oro fa chiedere, il 29 agosto, un abboccamento a Garibaldi, segna con esso una capitolazione, obbliga le sue schiere a deporre le armi, schiuso affatto il cammino a Napoli. E già il 6 settembre Garibaldi era in Salerno, alle porte Napoli.

La dissoluzione progrediva come il fiotto della tempesta. Una depravazione infinita dalle vicinanze del trono scendeva fin giù ne' tugurii della plebe.

Il conte Siracusa, pronto a passare nel campo sardo, vuoi farsi guarentire i suoi appannaggi dal nemico capitale della sua dinastia, da Vittorio Emanuele; e dopo avere, il 3 aprile, vigilia de' primi torbidi in consigliato al nipote spingersi nella via delle innovazioni politiche, e declinando ogni altra alleanza europea, accordarsi col Governo sardo, il 24 agosto, credendo o supponendo che la sua corrispondenza col cognato, il principe Eugenio Savoia-Carignano, fosse stata sorpresa, scrive per dolersi che giammai era stato ascoltato, per esortare Francesco II ad imitare l'esempio della Duchessa Parma, per invitarlo ad abbandonare il Regno. La lettera è pubblicata nei giornali, sparsa a migliaia copie prima ancora che fosse rimessa nelle mani del Re, il quale al leggerla non disse altro: «Se io non fossi Re,e non avessi la responsabilità della corona verso il mio popolo e verso la mia famiglia, da molto tempo me ne avrei tolto il peso.» Colpito dal dolore, non punto abbattuto, sopportando le angosce e le fatiche con una forza gran lunga superiore all'età sua e alla sua salute, non abbandonandosi ad alcuna illusione, Francesco II sapeva vedere la verità senza impallidire.


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«Non tengo al trono,» diceva, «ma vorrei strap

Quanto avveniva sotto a' suoi occhi trovava ben pochi riscontri nella storia. Rarissime volte un esercito aveva dato un esempio come il napoletano, l'esempio un esercito eccellentemente armato che si discioglie davanti una schiera a lui molto inferiore, mancante molte cose, ch'egli possiede in abbondanza; un esercito in cui il soldato è fedele, ed il tradimento, infiltrato larghissimamente nelle regioni superiori, scende dall'alto, rendendosi mano a mano sempre men manifesto nelle inferiori. Né Fernando Cortes, né Pizarro trovarono nel Messico e nel Perù avversarii cosi innocui come li aveva incontrati Garibaldi. Senza il tradimento degl'incrociatori napoletani l'ardito avventuriere cui giammai nella vita fece diffalta assai coraggio personale, avrebbe trovato la tomba nella traversata o allo sbarco in Marsala; senza il tradimento Landi era schiacciato a Calatafimi; senza il tradimento Lanza gli era sepolcro Palermo; senza il tradimento del naviglio regio la discesa in Calabria era un impossibile, ed una sola fiancata, che avesse lanciata la Fulminante, bastava a seppellire per sempre in grembo al mare il vecchio Franklin e Garibaldi che lo montava; senza il tradimento Briganti e Ghio Francesco II era ancora salvato.

Senza farsi ribelle al suo destino, ma ben risoluto a rimanergli superiore e rialzarsi o soccomber da Re, Francesco II, il mattino del 6 settembre, s'imbarcava in Napoli, avviato a Gaeta. Negli ultimi istanti, voltosi a Liborio Romano, gli disse sorridendo: «Ma non siete abbastanza compromesso, signor Ministro, per staccarvi un passaporto?» Romano rimaneva per accogliere Garibaldi, per ricevere da lui il guiderdone dei traditori. Il giorno appresso Garibaldi è in Napoli; e Liborio Romano è eletto a suo Ministro. Romano, Carlo De Cesare, Michele Giacchi, ieri Ministri Francesco II, aveano usato sì bene del potere conferito da esser reputati degni tutta la fiducia dell'usurpatore. Tutta la flotta riunita nel porto Napoli fu consegnata da' comandanti a Garibaldi. Tutti i navigli della crociera co' quali il Re imhattevasi, viaggiando, ricusarono portarsi a Gaeta;

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una sola fregata lo segui. I presidii dei Forti Napoli furono costretti dalla fellonia ufficiali superiori a deporre le armi. Ghio fu innalzato a Governatore militare della capitale.

Mentre Re Francesco riparava in Gaeta, quelle truppe, della cui fedeltà erasi fatto dubitare, entravano Brigata per Brigata in Capua. Se v'era ancora confusione e disordine, non vi erano però diserzioni, né tampoco insubordinazioni. Sdegnate d'essere state vinte senza essere state battute, dubbiose su chi dovessero far cadere i loro sospetti, stavano in tal condizione gli animi che non mai vidersi schiere cosi ardenti, così adombrate, cosi diffidenti, a tale che bastava non comprendessero una cosa, perché gridassero al tradimento. Era la controrivoluzione nelle fila dell'esercito. Sperando impossessarsi Capua e stringere il Re entro Gaeta, Garibaldi muove il 19 settembre sotto Caiazzo. Dapprima Caiazzo cade in suo potere, poi è ripreso a viva forza dai regii, prendendovi prigionieri parecchie centinaia nemici. Avvisaglie e scontri continuano sino al primo ottobre, nel qual giorno si combatté dall'una e dall'altra parte con molte forze e grande accanimento. La vittoria restò ai regii, perdutivi dai garibaldeschi, per loro stessa confessione, non meno 4500 uomini. Durante la battaglia Garibaldi erasi trovato a si mal passo, che per telegrafo gli fu mestieri chiamare da Napoli al soccorso quanto truppe piemontesi vi stavano, giunte con celerissima corsa della ferrovia in tempo da rinfrancare alquanto il coraggio de' garibaldini, non andati salvi da estrema ruina se non per la sollecitudine con cui, a riparare l'insufficiente copia artiglieri, il comandante della nave da guerra inglese il Renown ne fornì largamente con suoi marinai i pericolanti amici. Se i regii il giorno appresso fossero tornati all'assalto, ed avessero vigorosamente incalzato il nemico, Garibaldi sarebbe stato affatto perduto.

V

Infrattanto era giunto il momento in cui, gittate al tutto le maschere, dovea svelarsi ogni intrigo. Muovendo a visitare la Savoia, Napoleone III giungeva a Chambery, ove da Torino convenivano pure nel 27 agosto Farini, Ministro dell'Inter

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Giungendo a Chambery, Napoleone era pessimo umore, e non appena varcati i confini dell'antica Francia, ogni popolare entusiasmo avea veduto andarsi in dileguo. Nella vecchia città savoina l'accoglienza fu fredda, freddissima, glaciale. Gl'inviati Torino, desideratissimi dall'Imperatore, si facevano maledettamente aspettare, che questi si mostrava vivamente contrariato. Erano attesi al mattino, e non si videro neppure quand'e

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La sera del giorno successivo Napoleone accommiatava gli inviati colle parole, in cui compendiavasi l'intero programma: «Dunque addio. Siamo intesi. Non toccate Roma, e soprattutto fate presto.» Tornati lestamente a Torino. subito ne' due dì seguenti vi si tennero lunghi Consigli de' Ministri. Quello che vi fosse fermato apparve dai fatti che vennero tosto appresso. Ma corse voce, siccome era stato scritto dall'Imperatore de' Francesi al Persigny, desiderarsi che l'Italia si pacifichi, non importa il Come; così ancora a Chambery il Piemonte fosse licenziato a condursi come meglio gli tornasse a conto, purché non si toccasse alla città Roma. L'indiscrezione era prematura. A' giornali officiosi del Governo francese fu ingiunto darsi prestamente a smentire, con quanto aveano forza, cotali dicerie; nel che accadde, secondo il solito, il contrario ciò che intendevano, e tutti rimasero persuasi che non certamente in tali confutazioni fosse a ricercarsi la verità. A due reggimenti fanti fu dato ordine muovere speditamente a rinforzo della guarnigione francese in Roma; ed al generale De Noue, a que' dì nominato al comando del Corpo d'occupazione, in luogo del Goyon poco prima rientrato in Francia, fu commesso far sapere alle truppe sotto la sua dipendenza e ad un tempo al Santo Padre, che l'esercito francese gli conserverebbe, checché accadesse, il possedimento Roma e Comarca, e le province Civitavecchia e Viterbo.

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Questa dichiarazione parve raggio luce nelle tenebre de' 3,124,668 abitanti dello Stato pontificio, se ne aveano perduti 1,009,636 nel 1859. De Noue aveva ricevuto l'ordine difendere tre province: Roma e Comarca con 321,114 abitanti, Civitavecchia con 20,701, Viterbo con 128,328; un territorio con 470,139 abitanti, della superficie 8496,36 chilometri quadrati, de' 41,294 costituenti la superficie dello Stato avanti il l859. Se ne inferiva dunque, che si avea determinato dovesse il Papa perdere fra breve un territorio con 1,644,893 abitanti.

In particolare dal principio dell'anno Sardegna era stata ognor più operosa negli armamenti. Richiamati presente alle insegne tutti i soldati, spediti i più in Toscana e nelle Romagne, il Fanti, Ministro della Guerra sardo, sotto colore passare a rassegna i varii corpi truppe, corse le novelle province del Regno, e si fermò in A rezzo, intorno a cui convenne grosso nerbo truppe. Il quarto Corpo d'esercito al comando del Cialdini incominciò col 30 agosto un movimento concentrazione lungo la via Emilia, avvicinandosi ai confini pontificii. La scelta del pretesto, che metterebbesi in campo per fare la guerra al Papa, era fatta. Cavour si attenne al pericolo e al danno che veniva all'Italia dalle truppe nazione straniera che militavano sotto il generale Lamoricière a servigio della Santa Sede. Farini ne inventò un altro, cioè il dovere d'impedire che si spegnesse colla forza il fuoco dell'insurrezione; e perciò da Torino volò a Bologna, a Firenze, a Livorno, per dare impulso agli apprestamenti quanto occorreva affinché ci fosse almeno l'apparenza d'insurrezione popolare, averne cagione udire il grido dolore e accorrere ad impedirne la repressione. E poiché si avea veduto impossibile il levare a ribellione i popoli dell'Umbria e delle Marche, si tennero pronte compagnie ventura, che, sostenendo la parte popoli insorgenti nel novello Atto del dramma da rappresentarsi, aprissero tal modo il varco all'esercito regolare piemontese.

Mentre queste cose avvenivano, il comandante supremo dell'esercito pontificio provvedeva a un novello ripartimento delle truppe che stavano alle sue dipendenze. Perocché, fra mezzo alle tante incertezze che abbuiavano la situazione, questo solo sembrava dover tenersi per fermo, che si mulinava alcun che grave

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Le truppe pontificie, cui Lamoricière poteva disporre in campo, contavano sedici battaglioni e due mezzi battaglioni in formazione, alcune compagnie gendarmi mobilizzati, quattro squadroni cavalleria, cinque batterie d'artiglieria con trenta cannoni; in tutto l2, 650 fanti, 480 cavalli, 500 artiglieri, l3, 630 uomini. Parecchi de' battaglioni essendo composti otto compagnie, Lamoricière ne ridusse il numero a sei; e colle venti compagnie rese per tal modo disponibili, con alcune altre gendarmeria mobilizzata, con un battaglione e mezzo bersaglieri, e col battaglione irlandese S. Patrizio, che non peranco aveva ricevuto né giberne né sacchi, un 3850 uomini in tutto, provvide al presidio delle piazze. Restavano da mobilizzarsi quattordici battaglioni e mezzo fanteria, quattro squadroni cavalleria, cinque batterie d'artiglieria campo; insieme non più 8800 fanti, 480 cavalli, 500 artiglieri, 9780 uomini. Lamoricière ne formò tre Brigate ed una riserva: la prima, sotto il comando del generale de Schmid, col Quartiere-generale a Fuligno; la seconda, sotto il generale marchese de Pimodan, col Quartiere-generale a Terni; la terza, guidata dal generale de Courten, col Quartiere-generale a Macerata. La mezza Brigata riserva, comandata dal Colonnello Crept, sotto gli ordini immediati del generale supremo, pose il Quartiere-generale a Spoleto.

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Buona parte queste truppe più o meno si risentiva della affrettata od incompleta organizzazione, in particolare l'armamento lasciando molto a desiderare. Non ostante le iterate sue pratiche presso diverse Potenze, il Governo pontificio non ancora aveva potuto procurarsi un numero sufficiente d'armi precisione, ormai indispensabili alla fanteria. Due soli battaglioni e mezzo e tre compagnie volteggiatori erano provveduti fucili rigati; un solo battaglione era armato carabine Miniè; un altro aveva carabine svizzere che rendevano necessario un provvedimento particolare. Nell'artiglieria molti i conduttori imperfettamente esercitati; i pezzi non erano tirati se non da quattro cavalli, e quando per operare se ne dovevano attaccare sei, era d'uopo requisire cavalli e buoi per trascinare le riserve delle munizioni addette alle batterie. Un duecento cavalli, che doveano in quel torno giungere da Trieste, non peranco erano arrivati. Né ancora aveasi potuto organizzare un parco riserva. Le ambulanze consistevano in alcune carrette, e quanto al treno non se ne avea alcuno.

Tale però qual era quel piccolo esercito, lo animava uno spirito eccellente, e nudriva una piena fiducia. Se non che un avvenimento sopraggiunse a spargere qualche ansietà ne' quattro battaglioni bersaglieri arruolati nell'Austria e nei reggimenti lingua tedesca, proprio ne' giorni in cui più vivo dovea farsi sentire il bisogno solida fede nell'avvenire. Nei primi dì del settembre una comunicazione del Governo austriaco, diretta agli ufficiali e soldati quei quattro battaglioni, accennando al caso in cui l'esercito pontificio, aggredito da forze troppo superiori, dovesse vedere il trionfo della rivoluzione, prometteva a coloro che avessero gloriosamente resistito e combattuto fino all'ultimo momento, che sarebbero accolti nell'esercito austriaco, nel quale la maggior parte loro aveva già servito. Dal che s'inferiva, che, poiché il Governo imperiale prevedeva il caso in cui la rivoluzione dovesse trionfare, ciò sembrava indicare che i pontificii dovevano essere assaliti nel medesimo tempo e da mezzogiorno e da settentrione, e che per più nessuna Potenza si muoverebbe a soccorrerli.

Altre circostanze concorrevano d'altronde a raffermare nell'esercito speranza e fiducia.

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Nei primi giorni del settembre furono sparse novelle, senza che se ne potesse appurare la prima

D'altra parte era noto che i soldati napoletani, ai quali s'era ingiunto. deporre le armi, avevano ricusato arruolarsi nelle milizie Garibaldi;

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e che le numerose navi da guerra, ve

Le condizioni strategiche una tale difesa erano però delle più sfavorevoli. L'esercito pontificio aveva a custodire un vasto paese nelle più difficili posizioni, considerate sotto l'aspetto militare. Al nord ed al sud due estese frontiere a guardare; una catena imponente monti, che tagliava in due il campo delle operazioni; non un fiume, non una piazza forte cui potersi appoggiare. La sola Ancona offeriva un punto difesa; e questo pure a grande distanza da Roma, ad una estremità, e lungo un mare, su cui non avevasi un navilio a tutelarne gli approcci. Minacciate le Marche e l'Umbria da bande avventurieri, che fronte, alle spalle o dal mare potevano ad ogni istante invaderle, a Lamoricière non era dato che tenere occupate le principali città e luoghi più importanti frontiera, a fine premunirle da improvvise irruzioni; e ragunare in alcune città più centrali tutto quel maggior nerbo forze che per lui si potesse, onde accorrere prontamente dovunque gli lo avessero richiesto. E questo erasi conseguito col ripartimento ch'egli aveva dato alle truppe, accozzando al qua e al là Appennini la più gran parte dell'esercito in due centri principali, ad Ancona e circostanze, e intorno a Spoleto nel cuore dello Stato.

Codesto ordine battaglia partiva adunque dal principio che il territorio, che si doveva difendere, sarebbe invaso da corpi franchi, stando in dubbio da qual parte essi vi penetrerebbero. L'incertezza durò poco. Nel mattino dell'8 settembre due baude varcavano le frontiere: l'una, pigliando le mosse da Cortona Toscana, diretta a Città della Pieve, l'altra dal confine delle Romagne ad Urbino; accozzaglia contadini toscani e romagnoli, fuorusciti pontificii, malviventi e vagabondi, assol

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La banda sotto il comando del Masi piombò su Città della Pieve, guardata da dieci soli gendarmi; quella del Zambeccari spintasi sotto le mura Urbino, presidiata da piccol numero gendarmi e pochi ausiliarii, disarma il posto ad una delle porte e si precipita nel centro della città. Qui la lotta si sostenne per due ore, finché, sopraffatti i pontificii dal numero immensamente superiore degl'invasori, poterono battere in ritirata e raggiungere Pesaro. Nella sera dello stesso giorno quest'ultima banda spingevasi sino a Fossombrone, dovunque abbattendo gli stemmi papali e sostituendovi quelli Casa Savoia.

Non appena tali nuove giunsero a Lamoricière, che questi ordinava al generale De Schmid muovere da Fuligno sopra Città della Pieve con una mezza Brigata, e rioccuparla; ed al generale De Courten volgersi colla sua Brigata sopra Fossombroue ed Urbino. Nel dare questi ordini lo stesso Lamoricière confessava, essersi egli trovato in grande perplessità. Ei non era punto rassicurato contro un'invasione dello Stato dal lato del sud;

(1) Giornale Roma, numero del 26 ottobre 1860.

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e non ostante le ripetute assicurazioni ricevute in nome del Piemonte restavangli gravi inquietezze sul conto suo. Non poteva isfuggire all'osservatore l'insolito agitarsi delle popolazioni Umbrie e marchigiane. La simultaneità dei movimenti delle bande chiariva che obbedivano ad una direzione comune; né si potea non dar peso all'asseveranza con che esse annunziavano il concorso delle truppe piemontesi. Se l'assalto più vigoroso doveva venire dalla parte del Regno Napoli, era d'uopo lasciare le schiere Pimodan a Terni, e tenere aggruppato il rimanente dell'esercito in posizione donde potesse agevolmente accorrere alla difesa delle frontiere meridionali. Ma se per converso il Piemonte doveva da Toscana e dalle Romagne sostenere le bande con tutte o parte delle forze notoriamente già agglomerate al confine settentrionale, era grave errore dividere le truppe, sperperandole lungo i confini a rintuzzare gli assalti de' corpi franchi; perocché in tal caso la prima misura a prendere, l'unica manovra ragionevole, supposta una grande disparità forze, doveva esser quella tenere tutte le truppe disponibili il più possibilmente riunite, ed appoggiarsi senza indugio ad Ancona.

In questo mentre il Governo Torino facea viaggiare alla volta Roma un dispaccio, e perché alla violenza s'aggiungessero scherno ed oltraggio, Cavour, che pur si piccava d'essere gentiluomo, aveva scelto a portarlo quello stesso conte Della Minerva, che, dopo avere abusato del suo carattere diplomatico in Roma fomentandovi la ribellione contro il Papa, era stato là sfrattato dal Governo pontificio allorquando fu consumata l'usurpazione delle Romagne. Partito da Torino il 7 settembre, da Genova per terra recatosi a Livorno, colà imbarcatosi sopra una nave da guerra piemontese, non approda a Civitavecchia che il giorno l0, onde colle studiate lentezze nel frattempo dar agio alle bande spingersi innanzi e dilungare le soldatesche pontificie. A Civitavecchia il Delegato non permette lo sbarco; Della Minerva dichiara aver d'uopo della facoltà scendere a terra poiché, latore d'un importante dispaccio del suo Governo, doveva consegnarlo in persona al Cardinale Antonelli. Soggiunse che ne sapeva il contenuto, e ne disse il sunto, per telegrafo fatto tosto conoscere a Roma. Da Roma fu risposto che non si lasciasse venire il conte; se avea dei dispacci pel Cardinale Antonelli, li consegnasse al Console francese o li mandasse.

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Costretto a valersi d'altra mano, Della Minerva diede il dispaccio. Cavour scriveva: «Il Governo del Re Sardegna non poter vedere senza grave rammarico l'esistenza truppe straniere al servigio pontificio. Questo offendere profondamente la coscienza pubblica dell'Italia. La presenza de' corpi stranieri, che impedisco la manifestazione de' voti de' popoli, dover produrre immane abilmente la estensione de' rivolgimenti alle provincie vicine. Le ragioni della sicurezza de' propri Stati imporre al Governo del Re il dovere porre, per quanto in lui stava,immediato riparo a questi mali. La coscienza del Re Vittorio Emanuele non permettergli rimanersi testimonio impassibile.» Le truppe del Re avere incarico d'impedire che i mercenarii pontificii reprimano colla violenza l'espressione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell'Umbria. Invitare il Governo della Santa Sede a dar l'ordine immediato disarmare e disciogliere quei corpi la cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità d'Italia. Aver fiducia che il Governo pontificio vorrà comunicare tosto le disposizioni in proposito.»

Il dispaccio giunse in Roma la notte dal I0 all'll. Nel mattino dell'11 l'esercito piemontese invadeva già il Pontificio, Fanti da Toscana, Cialdini da Romagna. Il giorno innanzi, 10, Napoleone III aveva scritto per telegrafo da Marsiglia al Re Vittorio Emanuele, che se le truppe sarde entrassero nel territorio pontificio, egli sarebbe obbligato ad opporvisi en antagoniste, ed aver dato ordine aumentare il presidio Roma. Lo stesso giorno il Governo francese faceva dichiarare a Torino (1), che sarebbero rotte le relazioni diplomatiche tra i due Governi quante volte non venisse data l'assicurazione che l'intimazione fatta al Governo della Santa Sede non avrebbe avuto seguito, e che l'esercito sardo non avrebbe attaccato le truppe pontificie. Quattro giorni più tardi il diario ufficiale annunziò (2): «Attesi i fattitesté avvenuti in Italia, l'Imperatore ha deciso che il suo Ministro abbandonasse immediatamente Torino. Un segretario resta incaricato affari della Legazione Francia.»

(1) Nota del barone Talleyrand, Ministro Francia in Torino. al conte Cavour, del 10 settembre 1860.

(2) Le Moniteur universel, numero del 14 settembre 1860.

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In poche ore l'opposizione en antagoniste erasi schiarita colla cerimonia diplomatica della partenza trepitosa del Ministro Talleyrand da Torino e colla fermata in Torino un segretario incaricato affari della Legazione Francia per la continuazione delle relazioni diplomatiche.

Il dì medesimo 10, il Duca Gramont, Ambasciatore francese a Roma, inviava al Console Francia in Ancona un dispaccio telegrafico. Esso diceva; «L'Imperatore scrisse da Marsiglia al Re Sardegna, che se le truppe piemontesi penetrano sul territorio pontificio, egli sarà tenuto ad opporvisi: ordini sono già dati per imbarcare truppe a Telone, e questi rinforzi debbono giungere senza ritardo. Il Governo dell'Imperatore non tollererà la colpevole aggressione del Governo sardo. Come Vice-console Francia, voi dovete regolare la vostra condotta in conseguenza.» Prometteva egli questo dispaccio un intervento truppe da Tolone, ovvero un intervento diplomatico a Torino? Parlava egli rinforzi soldati francesi che dovevano giungere senza ritardo negli Stati pontificii, ovvero solamente del dispiacere che il Governo dell'Imperatore Napoleone sentiva in suo cuore pella colpevole aggressione da parte del Governo sardo? Diceva egli che il Governo francese non avrebbe tollerata la colpevole aggressione del Governo sardo, ovvero che l'avrebbe poi, benché con suo dispiacere, tollerata? Volendo riassumere il dispaccio in poche e chiare parole, dovevasi riassumere con dire: avere l'Imperatore promesso opporsi colla forza. E così fu inteso da molti a Roma. da Lamoricière al campo. A cosa fatta il Governo Francia dichiarò ('), che quel dispaccio dovea solamente «porre il Console francese Ancona nel caso poter opporre a falsi romori l'assicurazione che l'invasione Stati della Santa Sede, lungi dal farsi coll'autorità del Governo dell'Imperatore, avea anzi eccitata altamente la sua disapprovazione.»

Ad Ancona il Console francese, col suo dispaccio in mano, sale in carrozza, e a gran corsa muove ad incontrare Cialdini. Cialdini legge, dà in uno scoppio omerico riso, e risponde: «L'Ambasciatore Francia a Roma e il suo Console in

(1) Nota ufficiale nel Moniteur universel, numero del giorno 15 ottobre 1860.


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Ancona non esser punto introdotti nei segreti della politica. Egli ed alcun altro aver avuto l'onore essere ricevuti a Chambery da Napoleone III Sua Maestà avere approvato nel suo pieno il disegno che si metteva in esecuzione; essere stato raccomandato a loro soltanto far presto, poiché, se l'affare andava in lungo, poteva succedere che la Francia fosse necessitata ad intervenire.» Il Console Francia resta a bocca aperta, e Cialdini dà alle truppe ordine affrettare il passo. Il Comitato rivoluzionario Ancona, impensierito alla lettura del dispaccio, credendo scorgervi, come quasi tutti gli altri, l'avviso un intervento armato della Francia, manda due de' suoi a Cialdini; e questi risponde quanto ha detto al Console. Le parole Cialdini corrono su pelle effemeridi tutta Europa; e il Governo francese, il Moniteur ufficiale, i giornali ufficiosi, serbano tutti silenzio. Il silenzio dura ancora.

I Piemontesi inoltrano speditamente: alle soldatesche pontificie manca il tempo riannodarsi. L'11 Cialdini investe Pesaro, dove a capo appena 1200 tra soldati e ausiliarii, e tre cannoni ferrovecchio, il colonnello Zappi con disperata resistenza arresta per ventidue ore il corpo d'esercito sardo, e ridotto all'estremo s'arrende prigione guerra. Il l4 settembre Perugia è assalita, ed il generale Schmid forzato a capitolare con patti onorevolissimi: le milizie papali uscissero con armi e bagagli, a bandiere spiegate, libere del ritorno a Roma. Avuti in mano i Pontificii, i Piemontesi ebberli tosto dichiarati prigionieri guerra, disarmati, rapite le bandiere, mandati in Piemonte tra i fischi, le imprecazioni, le contumelie della compera bordaglia d'ogni città e terra per dove passavano. Il generale de Courten è costretto a riparare in Ancona. Lamoricière, con tutto quel che può raunare, a marcia forzata quaranta miglia in ventidue ore attraverso i sommi gioghi dell'Appennino, si attesta a Macerata. Poi, raggiunto da Pimodan, s'avvia per Recanati e Loreto verso Ancona; e il l8 si trova a Castelfidardo a fronte tutto l'esercito Cialdini. Lamoricière non aveva con sé che poco più 5800 uomini e quattordici cannoni ('), da opporre ai 45000 soldati e a quindici batterie del generale sardo.

(1) Lamoricière, nel suo Rapporto (Parte III), dice che aveva appena 2000 uomini fanteria, e Pimodan altri 2600: il bollettino

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Lamoricière disse a Pimodan che vedesse aprirsi il valico onde passa la via che conduce ad Ancona; ma i Piemontesi avendo antivenuto il suo diseguo, Pimodan trovò i due sproni del monte Castelfidardo già occupati dai nemici. Pimodan non isgomeuta; muove all'assalto, sloggia un forte nodo Sardi da una prima cascina, fa un centinaio prigionieri, comanda senz'aspetto l 'assalto della seconda cascina. Una palla lo percuote nella guancia. - Generale, siete ferito; gli si dice. - Non è nulla, risponde. Avanti! Alla baionetta! - I Sardi son cacciati addietro, e Pimodan ha il braccio dritto colto da una palla. Afferra colla mano mancala spada e grida ancora: Giovinotti! Avanti! Alla terza carica Pimodan riceve una palla nella coscia; non si muove d'arcione, e grida ancora: Giovani miei! Dio è con noi I Avanti! Avanti! Alla quarta carica alla baionetta! La lotta è ferocissima; i Piemontesi s'ammassano a migliaia intorno a quel pugno valorosi. In quello Pimodan è giunto da una palla nel fianco diritto, che gli attraversa le reni, e passa pel lato manco. Tre palle lo avevano colpito, venendogli fronte, tre palle uscite da fucili sardi; la quarta lo aveva colpito, venendo per dietro, uscita dal fucile d'uno de' suoi (1). Lamoricière fece sonare a raccolta; De Pimodan, dopo qualche ora, spirò.

ufficiale sardo gli dà 11,000 uomini. Da documenti ufficiali possiamo desumere la vera forza de' pontificii che combatterono effettivamente quel Lamoricière teneva a Castelfidardo sotto a' suoi ordini la Brigata Pimodan, e la Riserva rinforzata. La Brigata Pimodan comprendeva allora: il 1.° o 2.° battaglione Cacciatori, il 2.° battaglione Bersaglieri, il battaglione Carabinieri, il mezzo battaglione de' Zuavi franco-belgi, una compagnia del battaglione irlandese San Patrizio; 2800 fanti. La Riserva constava dei duo battaglioni del 1.° Reggimento estero, del 2.° battaglione del 2. o Reggimento estero, del l. o battaglione del 2.° Reggimento Linea; 2400 fanti. La cavalleria annoverava le Guide, due squadroni Dragoni, uno squadrone Cavalleggieri, uno squadrone Gendarmi. Insieme 5200 fanti, 440 cavalli, 225 artiglieri; 5865 uomini.

(1) «Dopo il voto dell'annessione, io seguii Farini a Torino. Il appresso al mio arrivo mi faceva partire per Roma. Condussi con me due agenti assai destri, Brambilla e Bondinelli, che riuscii a far entrare nell'armata pontificia. Un po' più tardi, e a diverse riprese, feci entrare un certo numero carabinieri piemontesi nell'esercito che creava allora il generale de Lamoricière. Ci furono grande aiuto a Castelfidardo. Le istruzioni, che avevano. versavano su tre punti principali: in guarnigione provocare il più gran numero possibile

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Seguito da un 350 fanti e 45 cavalieri, Lamoricière giunse a guadagnare Ancona. Stretti entro una cerchia ferro, i pontificii da Castelfidardo dovettero il I9 capitolare e deporre le armi in Recanati. La flotta sarda bombardava già Ancona, dove Lamoricière non aveva da contrapporre ai quattrocento cannoni rigati dell'ammiraglio Persano, ai parchi d'assedio e alle quindici batterie Cialdini che centoventi vecchi fusti d'ogni età e d'ogni grado. Aperta una breccia larga cinquecento metri al corpo della piazza, quando Lamoricière fu ridotto a non più potersi valere d'un solo cannone, il 29 settembre Ancona s'arrese. L'esercito pontificio aveva cessato esistere.

VI.

La tragi-commedia oggimai volgeva al termine. Re Francesco Napoli, pregato e consigliato da Napoleone III a non ostinarsi in sanguinosa difesa de' suoi diritti, i quali, diceagli e ripeteagli, saranno per altri mezzi mantenuti salvi ed integri, si dichiara (1) che il principe, essendo uscito dalla sua capitale ed avendo cosi abbandonato il suo reame all'anarchia, lo Stato divenne nullius, o, per meglio dire, chi ha forza per pigliarselo. Da Ancona, prendendo, il comando dell'esercito, il 9 ottobre Vittorio Emanuele proclama (): «Si combatteva per la libertà in Sicilia, quando un prode guerriero, Garibaldi, salpava in suo aiuto.» Erano Italiani; io non poteva, non doveva rattenerli.

diserzioni, a fronte danaro, al quale effetto avevano cassa aperta presso i Consoli piemontesi, a Roma il conte Tecchio, ed in Ancona Renzi; al campo ed in guerra gridare: si salvi chi può; e sbarazzarsi uffiziali durante l'azione. l1 generalo de Pimodan è morto assassinato. Nel momento in cui si lanciava alla testa pochi uomini per caricare una colonna piemontese, un soldato postogli dietro gli scaricò a brucia pelo un colpo fucile che lo ferì nel dorso. Questo soldato era quel Brambilla che io aveva qualche mese prima fatto ingaggiare a Roma. Fu al suo arrivo al campo piemontese nominato maresciallo d'alloggio ne' Carabinieri. Non avea fatto altro che attenersi alle istruzioni de' suoi capi.» Curletti; Rivelazioni, % VII. e X.

(1) Nota del conte Cavour al barone Winspeare, Inviato straordinario del Re Napoli a Torino, del 6 ottobre 1860.

(2) Manifesto ai popoli dell'Italia meridionale.

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Non permetterò mai che l'Italia diventi il nido sette cosmopolite, che vi si raccolgono a tramare i disegni o della reazione o della demagogia universale. Popoli dell'Italia meridionale! Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare l'ordine. Io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma a fare rispettare la vostra.» In Europa la mia politica non sarà forse inutile a riconciliare il progresso dei popoli colla stabilità delle monarchie. In Italia so che io chiudo l'era delle rivoluzioni.»

L'unione della massima parte d'Italia in solo Stato stava per diventare una realtà. «Forse», avvertiva Cavour (1), i mezzi non furono regolari; ma lo scopo giustifica in gran parte la irregolarità de' mezzi adoperati». Il I3 ottobre Vittorio Emanuele varcava i confini del Regno Napoli; due giorni appresso, il l5, Garibaldi decretò: «Le Due Sicilie fauno parte integrante dell'Italia una ed indivisibile sotto lo scettro Vittorio Emanuele e suoi discendenti. Deporrò nelle mani del Re,al suo arrivo, la Dittatura». Un plebiscito fu ordinato; l'uso stessi mezzi doveva produrre lo sviluppo stessi effetti. Il 29 ottobre Garibaldi smise ogni ufficio; rientrato nel nulla. dopo pochi giorni partì, a seppellirsi sullo scoglio Caprera. Divenuto arnese non più necessario, Cavour se l'era cavato a tempo da' piedi. Con mezzi ch'egli chiamava forse irregolari, Cavour aveva dato ni Re Sardegna otto milioni d'abitanti; con mezzi non più irregolari che quelli adoperati dal sardo Ministro, Garibaldi aveva dato a Vittorio Emanuele altri otto milioni d'Italiani: Garibaldi valeva almeno quanto Cavour. Per aversi quel popolo d'otto milioni Cavour aveva venduto allo straniero Savoia e Nizza, terre in cui si parlava francese e terre propriamente italiane; per quegli altri otto milioni, pel più bel reame d'Italia, Garibaldi non aveva ceduto all'Inghilterra un palmo suolo italiano: Garibaldi valeva più che Cavour. Per un'idea, a lungo indeterminata, Cavour, -nato in condizione, finamente educato, tutto quel più che aveva arrischiato sugli incruenti campi della diplomazia, dai morbidi velluti del gabinetto, era stato una Nota o un dispaccio. Per un'idea ben netta, ben ferma, il rozzo Garibaldi, nato povero, tra le mille avventure della travagliatissima vita

(1) Tornata del Senato Sardo, del dì 16 ottobre 1860.

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non mai sino allora venuto a ricchezza, per sei lunghi mesi avea cimentato la vita ogni giorno, ogni ora: tutto sommato, Garibaldi valeva meglio che Cavour.

Entrato nel Regno per la via Abruzzi marittimi il grosso de' Sardi a' cenni del generale Cialdini, rimontata senza trovare ostacoli la valle della Pescara, e valicato l'Appennino scendendo per la valle del Volturno, l'esercito napoletano si trovò minacciato rovescio. Fu mestieri che questo. onde non essere serrato tra due avversarii, rafforzata Capua, ad ogni altro movimento preferisse abbandonare la linea difesa del Volturno e ritirarsi dietro quella del Garigliano. Il 29 ottobre i Sardi tentavano forzare il passaggio del Garigliano; ma incontrata fermissima resistenza, erano astretti a ristare, lasciando molti prigionieri, morti e feriti. Giunta innanzi Gaeta il l6 ottobre una flotta francese, il Viceammiraglio Le Barbier de Tinan, che la comandava, aveva dichiarato al Re Napoli che egli si sarebbe opposto ad ogni impresa navale, la quale dai Piemontesi si fosse tentata in qualsiasi punto del littorale compreso tra la foce del Garigliano, Gaeta e Sperlonga. Quelle assicurazioni furono cosi esplicite e solenni, che il Re ne rimase commosso, e ne mandò ringraziare affettuosamente Napoleone III Sulle prime parve che la parola data, e tanto più creduta secura quanto che era stata offerta spontaneamente, dovesse essere mantenuta. Il 30 ottobre la squadra francese viene ad appostarsi alla foce del Garigliano, si schiera in ordine battaglia, ed in zaffarancio combattimento mostra volersi effettivamente opporre allo intraprese delle navi piemontesi; tenendo per fermo che la presenza quella squadra guarentisse il lor fianco destro, i Napoletani lasciano le proprie posizioni da quel lato affatto sguernite difese.

D'improvviso tutto muta. Nelle ore pomeridiane del 1.° novembre il Viceammiraglio de Tinan riceve ordine da Parigi annunciare immediatamente a Francesco IL, non dover più il naviglio francese opporsi alle operazioni guerresche de' Piemontesi, doversi quello raccorre senza indugio sotto le mura Gaeta, rimanere però liberi dai tentativi marittimi dei Sardi i luoghi messi sotto il tiro dei cannoni francesi. Pochi momenti appresso, la sera dello stesso giorno, la flotta Francia era costretta ad

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Alli 2 novembre Capua cadde in potere dei Cialdiniani; con che Francesco II perdeva 10,500 uomini, 290 cannoni bronzo, I60 affusti d'artiglierie, 20,000 fucili, 10,000 sciabole, 80 carri, 240 metri ponte, 500 cavalli e muli, e copiosissimo approvigionamento d'ogni ragione. Occupata Mola Gaeta, i Borbonici vi eressero quelle opere d'occasione che la scarsezza mezzi e tempo permetteva a ripararla dalla parte terra, intralasciando ogni difesa «Dalla parte del mare, dappoiché Mola essendo sotto il tiro del cannone della squadra francese, dovea con piena fidanza reputarsi guarentita da ogni attacco navale; e le nuove assicurazioni ricevute allora allora dal Viceammiraglio de Tinan erano state precise a tal segno, che non si stimò neppure necessario trasferire a Gaeta gli ospedali militari stabiliti a Mola. Nullameno accadde ancora una volta quanto poco prima era avvenuto alla foce del Garigliano, sottosopra quello stesso onde furono vittima le truppe pontificie. Altri ordini dell'Imperatore Napoleone erano sopraggiunti per telegrafo, e comandavano al de Tinan darvi corso all'istante. Mola Gaeta investita dai Sardi, per ben quattro volte spintisi all'assalto alla baionetta, altrettante n'eran stati respinti. Ma ecco ad un tratto sopravvenire le navi sarde e fulminare i Borbonici, i quali, per le assicurazioni del francese de Tinan, nulla menò aspettavano che l'essere cosi presi dalle spalle.

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Nelle ore pomeridiane del 3 novembre assalito il villaggio da sette piroscafi sardi, non fu possibile opporre loro più che un solo cannone rigato da dodici, che non cessò dal trarre se non quando quelle navi si allontanarono. Il mattino seguente la flotta sarda rinnovò l'attacco, cui resistettero con successo mercé cinque cannoni grosso calibro tratti nella notte da Gaeta, e messi in fretta sulla spiaggia. Ma la postura Mola, a simiglianza quella del Garigliano, non istimandosi difendibile contro un attacco combinato da terra e da mare, fu dato ordine abbandonarla; e la ritirata fu eseguita nel pomeriggio sotto il fuoco dell'esercito piemontese che si avanzava per terra, e sotto quello della squadra che lo fiancheggiava.

Dell'esercito napoletano la più gran parte s'incamminò per la valle d'Itri, parte piegò sopra Gaeta. I generali posti a capo de' trentamila avviati per la valle d'Itri, ben provveduti cavalleria, artiglierie, munizioni, aveano ordine dal Re guidarli negli Abruzzi, a prender fianco gli assalitori Gaeta. In quel cambio, mercanteggiato il sangue de' soldati e l'onor loro col Piemonte prima con marce e contromarce li ebbero stracchi morti; poi, resili scalzi, laceri, consunti fame, sì che buon numero gente e cavalli veniva meno per le strade sfinimento e d'inedia, li indirizzarono sopra Terracina come una mandra pecore, a posare le armi sul territorio pontificio in mano de' Francesi. Il 5 novembre Francesco IL aveva ancora a Gaeta intorno a ventitremila uomini (1), e 798 pezzi d'artiglieria (). Ben presto dovettero i Sardi convincersi che

(1) Generali 39; Ufficiali Stato Maggiore, Impiegati militari e sanitarii 262; Infanteria l8067; Cavalleria 480; Genio 604; Artiglieria 2343; Artiglieria ed Infanteria Marina a terra 730; Artiglieria ed Infanteria Marina a bordo 4l3; insieme 22938 uomini.

(2) Nella Fortezza, sulle batterie ed in cantiere cannoni 542, carenate 17, obici 66, mortai 67, artiglierie da campo 46, sulle navi da guerra in porto 60. Delle artiglierie in Fortezza quelle ad anima liscia erano a breve gittata, quelle bronzo non più in perfetto stato servizio, molte per aver sostenuti i due assedii del 1806 e 1815, poi pressoché tutte antica fabbricazione. l'avea cannoni del 1756, del 1732, e insino obici fusi nel decimoquinto secolo; armi non più da guerra, ma da museo. E a' 75 cannoni rigati Cialdini non ebbero mai a contrapporre più che nove cannoni rigati piccolo calibro.

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l'oppugnazione Gaeta, dapprima foltamente credutasi aver a durare non più che alquanti giorni, era impresa ben difficile ed aspra.

L'8 dicembre Francesco II segnò il suo testamento politico (1), proclamazione ai popoli delle Due Sicilie, sparsa per tutto il Regno a gran dispetto de' Piemontesi, in Napoli affissa per le vie, letta e cementata ad alta voce dalle genti che si affollavano intorno, indarno fremendone i novelli padroni. «Da questa piazza, diceva, dove io difendo, più che la mia corona, l'indipendenza della patria comune, il vostro Sovrano alza la voce per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stessa tempo dalle nostre sventure, ché mai ha durato lungamente l'opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato perdersi nel disprezzo le calunnie, ho guardato con isdegno i tradimenti, mentre che tradimenti e calunnie attaccavano soltanto la mia persona; ho combattuto non per me, ma per l'onore del nomo che portiamo. Ma quando veggo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo cime popoli conquistati portanti il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede straniero padrone, il mio cuore napoletano batte indegnato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell'astuzia.

Io sono Napoletano; nato tra voi, non ho respirato altra aria, non ho veduti altri paesi, non conosco altro suolo, che il suolo natio. Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno; i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua è la mia lingua, le vostre ambizioni mie ambizioni. Erede un'antica dinastia, che ha regnato in queste belle contrade per lunghi anni, ricostituendone la indipendenza e la autonomia, non vengo, dopo avere spogliato del loro patrimonio gli orfani, de' suoi beni la Chiesa, ad impadronirmi con forza straniera della più deliziosa parte d'Italia. Sono un principe vostro, che ha sacrificato tutto al suo desiderio conservare la pace, la concordia, la prosperità tra' suii sudditi. Il mondo intero l'ha veduto: per non versare il sangue

(1) Proclama Reale, da Gaeta, 8 dicembre 1860.

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ho preferito rischiare la mia corona. I traditori pagati dal nemico straniero sedevano accanto ai fedeli nel mio Consiglio; ma nella sincerità del mio cuore io non poteva credere al tradimento. Mi costava troppo punire, mi doleva aprire dopo tante nostre sventure un'era persecuzione; e cosi la slealtà pochi e la clemenza mia hanno aiutato la invasione piemontese, pria per mezzo avventurieri rivoluzionarii e poi della sua armata regolare, paralizzando la fedeltà de' miei popoli, il valore de' miei soldati.

In mano a cospirazioni continue non ho fatto versare una goccia sangue, ed hanno accusata la mia condotta debolezza. Se l'amore più tenero pe' miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nell'onestà altri, se l'orrore istintivo al sangue meritano questo nome, io sono stato certamente debole. Nel momento in che era sicura la rovina de' miei nemici, ho fermato il braccio de' miei Generali per non consumare la distruzione Palermo: ho preferito lasciar Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale, per non esporla agli orrori un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed in Ancona. Ho creduto buona fede che il Re Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione Garibaldi, che negoziava col mio Governo un'alleanza intima pei veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutto le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazione guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari.

Io avea dato un'amnistia, avea aperto le porte della patria a tutti gli esuli, conceduto a' miei popoli una Costituzione. Non ho mancato certo alle mie promesse. Mi preparava a guarentire alla istituzioni libere, che consecrassero con un Parlamento separato la sua indipendenza amministrativa ed economica, rimuovendo a un tratto ogni motivo sfiducia e scontento. Avea chiamato ai miei consigli quegli uomini, che mi sembravano più accettabili alla opinione pubblica in quelle circostanze, ed in quanto me lo ha permesso l'incessante aggressione, della quale sono stato vittima, ho lavorato con ardore alle riforme, ai progressi, ai vantaggi del paese.

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Non sono i miei sudditi che han combattuto contro me; non mi strappano il Regno le discordie intestine; ma ci vince l'ingiustificabile invasione d'un nemico straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, questi ultimi asili della loro indipendenza, si trovano nelle mani de' Piemontesi. Che ha dato questa rivoluzione ai miei popoli Napoli e Vedete lo stato che presenta il paese. Le finanze, un tempo così floride, sono completamente rovinate; l'amministrazione è un caos; la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene sospetti; in vece libertà lo stato d'assedio regna nelle province, ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi, che non s'inchinino alla bandiera Sardegna. L'assassinio è ricompensato (), il regicidio merita un'apoteosi, il rispetto al culto santo de' nostri padri è chiamato fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori al proprio paese ricevono pensioni, che paga il pacifico contribuente. L'anarchia è da per tutto. Avventurieri stranieri haa rimestato tutto per saziare l'avidità e le passioni de' loro compagni. Uomini che non hanno mai veduto questa parte d'Italia, o che ne hanno in lunga assenza dimenticati i bisogni, formano il vostro Governo. Invece delle libere istituzioni che io vi avea date, e che era mio desiderio sviluppare, avete avuta la più sfrenata dittatura, e la legge marziale sostituisce adesso la Costituzione.

(1) Il Giornale ufficiale Napoli del 28 settembre 1860 conteneva il seguente Decreto, che la Storia deve conservare nella sua integrità.

«Italia E Vittorio Emanuele.

Il Dittatore dell'Italia meridionale.

Considerando sacra al paese la memoria Agesilao Milano, che con eroismo senza pari s'immolò sull'altare della Patria per liberarla dal tiranno che l'opprimeva:

Decreta.

Art. 1.° È accordata una pensione ducati trenta al mese a Maddalena Russo madre del Milano, vita durante, a contare dal 1.° ottobre prossimo.

Art. 2.° È accordata una dote ducati due mila per ciascuna delle due sorelle del detto Milano. Questa somma sarà investita infondi pubblici a titolo dote inalienabilee consegnata alle sorelle nel corso del prossimo ottobre.

«Napoli, 25 settembre 1860.

Firmato: «Garibaldi.

Maddalena Russo vive ancora; e il Re d'Italia paga.


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Spari

sce sotto i colpi dei vostri dominatori l'antica monarchia Ruggiero e Carlo III, e le Due Sicilie sono state dichiarate province d'un Regno lontano. Napoli e Palermo son governati da prefetti venuti da Torino.

Vi è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo. La concordia, la risoluzione, la fede nell'avvenire. Unitevi intorno al trono de' vostri padri. Che l'oblio copra per sempre gli errori tutti; che il passato non sia pretesto vendetta, ma pel futuro lezione salutare. Io ho fiducia nella giustizia della Provvidenza; e qualunque sia la mia sorte, resterò fedele a' miei popoli ed alle istituzioni che ho loro accordate. Indipendenza amministrativa ed economica per le Due Sicilie con Parlamenti separati; amnistia completa per tutti i fatti politici; questo è il mio programma. Fuori queste basi non vi sarà pel paese che despotismo o anarchia. Difensore della sua indipendenza, io resto e combatto qui per non abbandonare così santo e caro deposito. Se l'autorità ritorna nelle mie mani, sarà per tutelare tutti i diritti, rispettare tutte le proprietà, guarentire le persone e le sostanze de' miei sudditi contro ogni sorta oppressione e saccheggio. E se la Provvidenza ne' suoi alti disegni permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero l'ultimo baluardo della monarchia, mi ritirerò con la coscienza sana, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione; ed aspettando l'ora inevitabile della giustizia, farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria, per la felicità questi popoli, che formano la più grande e più diletta parte della mia famiglia.»

L'11 dicembre il Viceammiraglio Le Barbier de Tinan si presenta a Francesco II con una carta in mano. È una lettera del suo sovrano. Leggiamola.

«Parigi, 6 dicembre I860. - Mio Signor Fratello. Non ho scritto da qualche tempo a Vostra Maestà, poiché voleva attendere che gli avessero assunto un carattere abbastanza deciso, a fine poter con cognizione causa esporre tutto intero il mio pensiero alla Maestà Vostra. Allorché la ingiusta aggressione del Piemonte venne ad aiutar la rivoluzione negli Stati Vostra Maestà ed a forzarla ritirarsi a Gaeta, io risolvei d'impedire il blocco per mare, affine dare a Vostra Maestà una prova della mia simpatia,

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ed evitare al

A persuadere Francesco II ch'ei non avea più veruna probabilità risalire sul trono, che avea il dovere deporre senza altro la sua corona, si proclama che diritto e giustizia stanno dalla sua parte; e dopo avere partecipato le gravi apprensioni che la

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Intorno a quella rocca su cui sventola altera la bandiera Francesco II indarno Cialdini consuma l'opera delle artiglierie e la vita de' soldati, cadenti a migliaia per le intemperie della stagione, vittime della febbre e stenti che seco trae laboriosissimo assedio. Rotto ogni freno, il furore della rivoluzione trionfante si scatena da ogni parte contro Napoleone III, che, colla permanenza della flotta francese nella rada Gaeta impedisce al sardo navilio l'assalto dal mare, e col tenere aperto ai

(1) Lettera del Re Napoli all'Imperatore de' Francesi, del 13 dicembre 1860 (Quandel; Giornale della difesa Gaeta, pag. 122-125).

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soccorsi vettovaglie e d'armi quel porto, rende sì lungo e sì duro l'assedio. Ma colla flotta francese a Gaeta, fu chiesto, a chi si rende maggior servizio? A Francesco II o alla rivoluzione? Al quesito, paruto impertinente, un diario Torino, sino a poco fa orrendamente malmenante tutto dì l'Imperatore de' Francesi, rispose (1): «Ma fate il piacere e finitela una volta, ché senza Napoleone noi saremmo niente! Egli fu il solo amico ch'ebbe l'Italia; egli ci fu amico a malgrado della Francia stessa; è cosa nota che nel 1859 l'unico giornale che appoggiasse Napoleone era quello amici Manin, era lo Siède. La flotta ora è a Gaeta, è vero; ma vi tiene il posto quella Russia; e poi bisogna ancora che sappiate, che Gaeta per mare è così forte da distruggere la nostra flotta, e noi non ne abbiamo due.» Dunque? Dunque, replicarono a coro tutti i giornali officiosi del Governo Torino (), «è preferibile che dinanzi a Gaeta resti la Francia, e dobbiam desiderare non se ne parta, col pericolo che il giorno appresso vi giunga una squadra russa. Questo contegno ibrido Napoleone III pone in chiaro che l'Imperatore, senza suscitare o dar pretesto ad una guerra europea, vuole ciò che noi vogliamo, e continua a proteggerci, sebbene un po' meno palesemente. Per favorire la causa nostra, col trattenere la flotta francese a Gaeta, toglie che altri vi venga o tenti venirvi collo scopo d'impedirci ciò che l'Imperatore ci lascia fare.»

Il 27 dicembre Le Barbier de Tinan ritorna a Francesco II Questa volta ei si presenta con due proposte da parte dell'Imperatore de' Francesi: o la conchiusione d'un armistizio della durata quindici giorni, dopo i quali il Re dovrebbe uscire Gaeta e consegnarla a' Piemontesi; o un armistizio egual durata, libero nel frattempo ad entrambi gli avversari continuare i lavori attacco e difesa. Il Re rifiutò. Infrattanto Napoleone III vide giunto il momento richiamare da Gaeta la sua flotta, posciachè, siccome le batterie piemontesi poc'oltre alla metà del gennaio sarebbero compiute e in pieno assetto guerra, veniva con ciò a cessare lo scopo vero per cui quella flotta erasi sino allora colà rimasta. Mandate ad offrire in suo nome novelle propo

(1) Gazzetta del popolo, numero 359, del 28 decembre 1860.

(2) (2) La Nazione Firenze, numeri dei giorni 2 e 3 gennaio 1861.

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Il 19 gennaio I86l, una mezz'ora prima dello spirar della tregua, la flotta francese abbandonava Gaeta. Allorché l'Ammiraglio de Tinan, carattere aperto, animo onesto e leale, aveva dovuto recarsi per l'ultima volta dal Re, s'era accommiatato colle parole: Ainsi, Majesté, adieu. L'honneur est à vous, la honte à nous! Tornato a Parigi più napoletano un Napoletano, ei diceva, parlando del Re Francesco e della Regina Sofia, e ricordando quel momento: «Mi ci volle tutto per non piangere nel separarmi da loro. Tutti i nostri marinai avrebbero voluto combattere e morire per la Regina. Se i nostri cannoni fossero stati carichi, credo che si sarebbero sparati da sé stessi.» Ricevuto dall'Imperatore, non si peritò dirgli: Sire, le Roi des Deux Siciles étant à Naples, ce fut un enfant; étant à Gaete, ce fut un homme, et, en considération des circonstances, un grand'homme! De Tinan cadde in disgrazia.

Senza trarre un sol colpo i Piemontesi cercarono spingersi sotto le mura quanto meglio potessero, valendosi del riparo abbandonate case. che avvedutisi i difensori, nel mattino del 22 dirizzarono sessanta pezzi cannone contro una delle più pericolose batterie assedianti. Allora i Piemontesi cominciando a trarre da tutte le loro batterie, con orrendo fracasso una tempesta ferro e fuoco si scambiò tra i combattenti. La loro flotta, spintasi ad assalire con gran veemenza e niun successo il Fronte mare, per istanchezza ristando dal trarre fu astretta ad allontanarsi malconcia sì che parecchie navi dovettero rientrare negli arsenali a riattarsi. Le mura della fortezza, poco risentitesi quella sfuriata, ne ripagarono ad usura gli assalitori, sinché una bomba, cadendo sul magazzino delle polveri d'una

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Da quel giorno tanto in tanto si riappiccava il fuoco, si scambiavano centinaia ed anche migliaia cannonate, poi tutto tornava in quiete. Quand'ecco, il 4 febbraio, una bomba sarda sfonda in Gaeta, alla destra del Fronte terra, la volta, reputata alla pruova, contigua ad un magazzino provvisorio da munizioni, e una prima esplosione apre la serie de' disastri e una breccia praticabile nella cinta principale. Il giorno appresso, tutt'ad un tratto, scoppia con immenso fragore, all'estrema destra del Fronte stesso, una grande polveriera a tutta prova bomba, contenente ottanta centinaia polveri, oltre a settemila proiettili carichi, pressoché quaranta mila cartucce da fanteria. L'effetto della esplosione è terribile. Largo tratto delle mura della cinta principale è lanciato in mare, schiudendo ampia breccia anche da questo lato. Le casematte contigue crollano, tutte le case parallele all'apertura sono demolite, per vasto spazio all'intorno ogni cosa minaccia ruina. Il Tenente-generale Traversa, Direttore Generale del Genio, oltre a duecento uffiziali e soldati restano morti sul luogo, molti altri feriti o sepolti sotto le macerie; un centinaio abitanti colpisce la stessa sorte. Incontanente i Piemontesi dirizzano da quella parte le loro artiglierie e tempestano que' ruderi si fieramente, che si rende impossibile il recare verun soccorso alle vittime che vi giaceano oppresse ed ai miseri interrati nei vani delle casematte. I Borbonici allora cominciarono a trarre quanto poterono sopra le batterie piemontesi, così astringendole a sparpagliare il lor fuoco.

Finalmente l'indomani Cialdini consentì ad una tregua quarant'otto ore, a patto però che non si lavorasse punto né po

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Alla richiesta capitolare, l'll febbraio, Cialdini risponde: esser contento aprir trattative resa, ma essere suo costume ristar dalle ostilità solamente quando le capitolazioni son sottoscritte. Già il Cialdini, atrocemente disumano, violando tutti gli usi e i diritti della guerra tra nazioni civili, non aveva voluto usare verun riguardo per risparmiare gli spedali, alle istanze sopra ciò rispondendo con sarcasmi. Mentre si stanno stendendo nel campo piemontese le condizioni della resa, le batterie dell'attacco covrono le opere fortificazione e la città una tempesta infernale proiettili d'ogni specie, con una violenza non mai veduta, che tocca al furore. I parapetti delle cannoniere sou demoliti al livello della spianata, le casematte minacciano rovina, quella della giovine Regina è sul punto cadere, ed essa non faceva altro che sorridere. Un giorno una palla d'obice, penetrata nel suo appartamento, scoppiava quasi a' suoi piedi, ed ella, menomamente turbata, al Ministro Spagna, Bermudez de Castro, leggiermente ferito, diceva quasi gelosa: A tout prendre, vous etes heureux, cher prince, vous étes blessé, et moi je n'ai pas la plus petite égratignure. In fine tutto crolla, e non vi è più strada praticabile, né più luogo sicuro.

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Nel mattino del 13 i Commissari incaricati della capitolazione s'avviano da Gaeta al Quartiere-generale Cialdini. Dopo il mezzodì un parlamentario recasi al generale piemontese per far trasmettere mercé il telegrafo al comandante del piroscafo francese la Mouette l'invito recarsi senza indugio da Napoli a Gaeta per imbarcarvi Francesco II e la regia famiglia. Stipulata già ogni condizione della resa, non mancando più, perché la capitolazione fosse compiuta, che trascrivere il testo quel lungo documento e la formalità delle sottoscrizioni, quando appunto son più che mai evidenti l'assoluta inutilità e la ferocia d'un bombardamento, le batterie piemontesi incalzano il fuoco con atroce furore.

Un Guarinelli, colonnello del Genio, adoperato già da Ferdinando II a riattare e compiere le polveriere Gaeta, datosi a' servigi del nemico del suo Re, era al campo piemontese, e là insegnava minutamente come dirizzare i colpi dove poteano riescire più micidiali; onde spiegavasi perché le bombe sarde avessero saputo cosi direttamente piombare là dove stavano Francesco II e la Regina.

Mercè le indicazioni costui, intorno alle tre del pomeriggio, all'estrema sinistra del Fronte terra, balzavano in aria il magazzino da munizioni ed un contiguo laboratorio, situati sotto il terrapieno della batteria Transilvania, contenenti intorno a 18000 chilogrammi polvere e gran numero proiettili carichi. La batteria è completamente distrutta sino al pavimento delle casematte scavate nella roccia, lanciati in mare arsi e pesti uomini ed artiglierie. La violenza della esplosione scuote tutta la fortezza, un'immensa colonna nero e denso fumo s'innalza a sterminata altezza, e rinversa a gran distanza all'intorno fitta pioggia pietre. A tal vista, alte grida giubilo, presenti i plenipotenziarii napoletani che attendono la trascrizione dei patti della resa, rispondono dalle linee de' Sardi, battenti palma a palma come se assistessero ad uno spettacolo festivo. Poco appresso la capitolazione è segnata, il fuoco cessa.

Il dì seguente, buon mattino, Francesco II, Maria Sofia, che con eroismo infinitamente superiore al suo sesso ed a' suoi diciott'anni avea sino all'ultimo mirato in faccia la morte senza impallidire, i due giovani principi che si eran sempre esposti al pericolo come l'ultimo soldato, il Corpo diplomatico rimasto,

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protesta parlante, presso il Re, s'imbarcarono sulla Mouette. Sostenuto un bombardamento senza esempio nella storia militare, Gaeta non era stata espugnata, si era arresa. Abbandonando quei ruderi insanguinati, Francesco II, tenuta parola, poteva con giusto orgoglio ripetere insieme al primo Francesco: tutto è perduto, Suor che l'onore!

VII.

Convocati nel gennaio 1861 i comizii elettorali in tutta l'Italia sarda, gli eletti Deputati raunavansi il 18 febbraio in Torino. Il 17 marzo fu pubblicata la legge, per cui il Re Sardegna assunse, per sé e suoi successori, il titolo Re Italia. Dichiarato da Cavour, che: «Roma ci è necessaria per capitale, e fra sei mesi ci saremo»; la Camera dei Deputati, sanzionando tale dichiarazione, con voto solenne proclamò il 27 marzo Roma capitale d'Italia. Settantun giorno appresso caduto improvvisamente come morto la sera del 29 maggio, il mattino del 6 giugno Cavour non era più. La sua morte produsse alla Corte imperiale Francia una impressione analoga a quella che vi avea prodotto l'attentato Orsini. Napoleone III ne fu atterrato, e durante alcune ore non pronunziò parola. Finalmente, indirizzandosi a Fleury, con visibile commozione disse: «SaintArnaud, Lourmel, Espinasse sono partiti in tempo. Cavour avrebbe dovuto durare ancora due o tre anni. Egli se ne andò per lui in buon punto, per me troppo presto.» Nove giorni dopo la morte Cavour, la Francia, ripigliando le relazioni diplomatiche, riconosceva Vittorio Emanuele a Re d'Italia (1).

Codesto riconoscimento, si disse, era egli eziandio una commedia? Lo storico che ha il dovere, registrando gli esporre coscienziosamente cause ed effetti, non può permettersi alcuna escursione nel vasto campo delle congetture. Comunque sia, parlando principi viventi, difficilissimo non cadere nelle apparenze della malignità o dell'adulazione, lo scrittore veramente indipendente, come non dee intessere panegirici, non deve neppure intessere satire.

(1) Dispaccio del Ministro Thouvenel all'Incaricato d'affari Francia in Torino, del 15 giugno 1861.

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Mentre tuttavia la ruota della fortuna gira senza mai essere confitta, la storia che ha bisogno tutto conoscere e diritto tutto giudicare, deve tenersi paga a tutto osservare, a nulla pretermettere. In settembre del 1860 il Governo Francia scrive (1): «La saggezza consiglia alle Potenze non mischiarsi attivamente negli affari d'Italia, se non quando la Penisola, stanca delle sue agitazioni, conoscerà il bisogno ricorrere all'Europa.» Poco più tardi lo stesso Governo aggiunge (2): «Un giorno l'Italia, stanca delle rivolte e dei disordini che la sua imprudenza avrà provocati, accetterà dalle mani dell'Europa come un benefizio quello che altra volta le parve una violenza.» Morto Cavour, il Governo francese scrive ancora (): «Il Re Vittorio Emanuele ha diretto all'Imperatore de' Francesi una lettera avente per iscopo chiedergli riconoscerlo come Re d'Italia. L'Imperatore accolse questa comunicazione co' sentimenti benevolenza che lo animano verso l'Italia; ma se, aderendo al voto del Re, la Francia non vuole lasciar dubbii relativamente alle sue intenzioni sopra questo soggetto, vi sono tuttavia delle necessità ch'essa non 'può perder vista e che deve prender cura onde il suo riconoscimento non sia interpretato in un modo inesatto in Italia e in Europa. Il riconoscimento dello stato cose che risultò dagli scoppiati nel 1860 in Italia, non potrebbe esserne la garanzia, come non potrebbe implicare l'approvazione retrospettiva una politica, intorno alla quale la Francia si è costantemente riservata piena libertà giudizio.»

Poi Napoleone III scriveva a Re Vittorio (): «Mio Signor Fratello. Io sono stato ben lieto poter riconoscere il nuovo Regno d'Italia, nel momento in cui Vostra Maestà perdeva l'uomo che più aveva contribuito alla rigenerazione del suo paese. Con ciò ho voluto dare una novella prova della mia simpatia ad una causa per la quale abbiamo combattuto insieme.»

(1) Dispaccio del Ministro Thouvenel, del 28 settembre 1860.

(2) Dispaccio del Ministro Thouvenel, del 17 ottobre 1860.

(3) Dispaccio del Ministro Thouvenel all'Incaricato d'affari Francia in Torino, del 5 giugno 1861.

(4) Lettera dell'Imperatore de' Francesi al Re d'Italia, il 12 luglio 1861, da Vichy.

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Ma, ripigliando le nostre relazioni ufficiali, sono costretto a fare le mie riserve per l'avvenire. Un Governo è sempre legato da' suoi precedenti.

Da undici anni io sostengo a Roma il potere del Santo Padre. Malgrado il mio desiderio non occupare militarmente una parte del suolo italiano, le circostanze furono sempre tali che mi è stato impossibile sgombrar Roma. Facendolo senza serie guarentigie, sarei venuto meno alla confidenza che il Capo della religione avea riposto nella protezione della Francia.» La situazione è sempre la stessa. Devo adunque dichiarare francamente a Vostra Maestà che, mentre riconosco il nuovo Regno d'Italia, lascerò le mie truppe a Roma, finché ella non sarà riconciliata col Papa, ovvero il Santo Padre sarà minacciato vedere gli Stati, che gli rimangono, invasi da una forza regolare od irregolare.

In questa circostanza Vostra Maestà sia persuasa, che io sono mosso soltanto dal sentimento del dovere. Io posso avere delle opinioni opposte a quelle Vostra Maestà, credere che le trasformazioni politiche sono opera del tempo, e che un'aggregazione completa non può essere durevole se non è preparata dall'assimilazione degl'interessi, delle idee e dei costumi.» In una parola io penso che l'unità avrebbe dovuto seguire e non precedere l'unione. Ma questo convincimento non influisce punto sulla mia condotta. Gl'Italiani sono i migliori giudiciciò che loro conviene, e non ispetta a me, uscito dall'elezione popolare, esercitare una pressione sulle decisioni un popolo libero. Spero adunque che Vostra Maestà unirà i suoi sforzi ai miei, affinché in avvenire nulla venga a turbare la buona armonia sì felicemente ristabilita tra i due Governi.»

A cui riferiscasi quel ella da riconciliarsi col Papa, se all'Italia riconosciuta, se a Vittorio Emanuele cui è indirizzato il discorso, o se a Roma cui si tratta, era mistero e sempre mistero.

Il Regno d'Italia fu il risultamento dell'azione combinata, ancorché non del tutto concorde, due uomini, Napoleone III e Camillo Cavour; l'uno stromento nelle mani dell'altro; l'uno sempremai avverso all'unità assoluta d'Italia, l'altro lun

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leone III (1): «E a seconda del cammino che le vedute modificansi, lo scopo s'aggrandisce o rimpicciolisce. Io non aveva punto la follia, diceva Napoleone I., voler torcere gli al mio sistema; al contrario io piegava il mio sistema sulla tessitura . Napoleone III voleva un'Italia confederata, ma un'Italia infranciosata, una Federazione francese; un'Italia alleata, ma un'alleata vassalla; un'Italia forte abbastanza da potersi guardare da sé, debole abbastanza da poter essere guidata per mano dalla Francia per interessi francesi, e non mai un'Italia compatta si da poter diventare più tardi, a circostanze mutate, da alleata indocile un pericolo per la Francia. Villafranca dava una Federazione, prodotto ripiego, balocco pel momento, una Federazione, dal punto vista napoleonico, austriaca, una Federazione quindi che non poteva andare. Intanto gli incalzavano, si voleva che incalzassero, dovevano incalzare, perocché stava appunto nella loro precipitazione la sorte d'ogni questione, il presente e l'avvenire, la vita o la morte tutto un sistema. Ma al disopra della questione dell'unità federativa o dell'unità assoluta italiana stavano ben più alte questioni, l'idea napoleonica, l'idea dell'alleanza delle stirpi latine, l'idea della rivinta Waterloo; ed ecco Napoleone III proclamare: «L'Italia si pacifichi,non importa il come».

Bipartita l'idea napoleonica nell'idea del primo Impero e nell'idea del secondo Impero, afferma Napoleone III (2), l'idea del primo Impero «consistere nel ricostituire la società sconvolta da cinquant'anni rivoluzione, nel conciliare l'ordine colla libertà, i diritti del popolo coi principii d'autorità.» Afferma ancora Napoleone III, l'idea del secondo Impero consistere nel ricostituire la società sconvolta da quarant'anni pace, nel conciliare l'ordine colla libertà, i diritti del popolo coi principii d'autorità. L'idea napoleonica, dice Napoleone HI., «sgorgò dalla tomba Sant'Elena come la morale dell'Evangeliosi è elevata trionfante malgrado il supplizio del Calvario; sortidalla rivoluzione francese come Minerva dalla testa Giove,

(1) Des idéts napoléoniennes; chap. IV., pag. 121-122.

(2) Des idèes napoléoniennes; pag. 6.


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il casco in testa e la lancia in mano; combattè per esistere,trionfò per persuadere, soccombette per rinascere dalle sue ceneri, imitazione un esempio divino! In mezzo a due partiti accaniti, cui l'uno non vede che il passato e l'altro che l'avvenire, prende le antiche forme e i nuovi principii; volendo fondare solidamente, poggia il suo sistema sopra principii d'eterna giustizia; trova un elemento forza e stabilità nella democrazia, perocché essa la disciplina; trova un elemento forza nella libertà, perocché essa ne prepara il regno collo stabilire larghe basi prima edificare; comanda colla ragione e conduce, perocché essa marcia la prima; non attacca importanza che alle cose, odia le parole inutili; eseguisce in un sol anno ciò che gli altri discutono per dieci anni; voga a piene vele sopra l'oceano della civiltà, anziché restare in uno stagno melmoso per tentare inutilmente ogni sorta vele. L'idea napoleonica, avendo la coscienza della sua forza, respinge lungi da sé la corruzione, le blandizie, la menzogna, questi vili ausiliarii della debolezza, accorda la lode o getta il biasimo, sexy condo che le azioni sono lodevoli o degne biasimo. Per sua natura idea pace piuttosto che idea guerra, idea ordine e ricostituzione piuttosto che idea sconvolgimento, l'idea napoleonica si appella più volentieri alla ragione che alla forza; ma se, poussée à bout, essa divenisse l'ultimo rifugio della gloria e dell'onore, allora, riprendendo il suo casco e la sua lancia, direbbe a' popoli ciò che San Remigio diceva al fiero Sicambro: Rovescia i tuoi falsi Dei e le tue immagini d'argilla; abbrucia quel che adorasti sin qui, e adora quel che hai abbruciato.» Schiarita da un volume definizioni napoleoniche (1), l'idea napoleonica, quando non fosse la formola: Vogliate tutti quel che voglio io, sarebbe l'oracolo: Ibis redibis non morieris in bello.

«Giungendo sulla scena del mondo, Napoleone I., scrisse Napoleone III (2), vide che la sua parte era d'essere l'esecutore testamentario della rivoluzione». Proclamatosi, mentre ancora vivea nell'esiglio, propagatore delle sue idee, pervenendo su quella scena medesima,

(1) Napoléon III ; Des idées napoléoniennes.

(2) Des idèes napoléonienne»; chap. II., pag 23.

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Napoleone III trovava ben nettamente tracciata la sua parte

continuatore delle opere dello zio; ma la diversità delle origini doveva necessariamente condurre alla diversità de' mezzi da adoperarsi pello svolgimento de' programmi. Così all'idea della Confederazione europea sbozzata nella mente del primo Napoleone, il terzo sostituiva l'idea dell'alleanza delle stirpi latine, dinanzi alla quale per lui diveniva secondario affatto che l'Italia si avesse unità assoluta od unità federativa. Come il periodo del primo Impero francese era stato una guerra a morte dell'Inghilterra contro la Francia, il periodo del secondo Impero napoleonico doveva essere una guerra sottile della Francia contro l'Inghilterra. Inghilterra e Francia viveano bensì sempre in pace, scambiavano ad alta voce proteste amicizia e alleanza, faceano anzi più, meschiando talora il sangue dei loro soldati combattenti l'uno a fianco dell'altro; ma dandosi braccio, ognuna esse non lo faceva se non perché l'altra non avesse a scappare. Tagliato l'istmo Suez a dispetto dell'Inghilterra, con indissolubili vincoli legata a sé l'Italia, aggruppando intorno alla Francia i popoli razza latina viventi lungo le sponde del Mediterraneo, Napoleone III avrebbe assicurato il bando della supremazia inglese da quel mare, permutato tal guisa in un lago francese. Allora le due penisole italiana ed iberica formerebbero le due ali quel grande esercito, cui la Francia costituisce il centro.

L'idea della rivinta Waterloo compendiasi nell'annullamento dei Trattati del l8I5. «Uomini Stato del Congresso Vienna», è Napoleone III che parla (1),voi che foste i padroni del mondo sulle reliquie dell'Impero, la vostra missione avrebbe potuto essere bella; voi non l'avete guari compresa! In nome della libertà ed eziandio della licenza avete ammutinati i popoli contro Napoleone, lo avete messo al bando dell'Europa come un despota ed un tiranno, diceste avere liberate le nazioni ed assicurato il loro riposo. Esse vi hanno creduto un momento; ma non si costruisce nulla solido sopra una menzogna e sopra un errore! Napoleone aveva chiuso il vortice delle rivoluzioni; arrovesciandolo, l'avete riaperto.

(1) Des dèe napoléoniennes; chap. II., pag. 23.

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Guardatevi che quel vortice non v'inghiottisca! Quanti anni scorreranno ancora, quante lotte e quanti sacrificii prima che voi, uomini della libertà, siate giunti al punto cui Napoleone vi aveva fatti pervenire! In vero, complimentato un giorno perché avesse posto un termine alle rivoluzioni, Napoleone I. aveva risposto: Non, non, j'ai mis seulement le signet. Après moi on tournera le feuillet, et elles recommenceront. Certamente. nemmen noi non siamo molto teneri dei Trattati del I8I5; pure come potersi lasciar persuadere che quei Trattati sieno la causa vera delle sopravvenute rivoluzioni, e per via nuovi Trattati, informati a seconda della volontà del terzo Napoleone, si possa veracemente mettere le signet alle rivolte, ridare durevole pace all'Europa? Quand'anche ciò fosse, après moi on tournera le feillet, et elles recommenceront.

I Trattati del 1815 erano stati cangiati nel Belgio, erano stati cangiati in Polonia, erano stati cangiati a Cracovia, erano stati cangiati a Neuchàtel. La Francia li avea cangiati due volte, nel 1830 e nel 1852. presente si erano cangiati in Lombardia, a Parma, a Modena, in Toscana, nello Stato pontificio, nelle Due Sicilie, a Nizza, in Savoia. Contro quanto que' Trattati restava tuttavia in piedi non mai Napoleone III aveva cessato protestare ogni qual volta gliene era venuto il destro, fatte sorgere appositamente le occasioni, quando non si fossero presentate da sé. Tutta la sua vita pubblica si riassume in una protesta contro le stipulazioni del 1815, più o meno velata, sotto cento aspetti, in mille guise, ma pur sempre protesta perenne, incessante. A fronte codesta idea fissa, codesto fine supremo, a Napoleone III bastava che l'Italia, rimescolata una volta che fosse dal Po all'Etna, abbastanza prestamente si pacificasse, non importa il come.

La vita stessa Napoleone III compendiasi in un grande dramma in Italia, cui ogni Atto porta l'impronta qualcosa caratteristico, una serie scene che lascerebbero, se vuoisi, presentire lo scioglimento riserbato alla scena finale. A quella guisa che in certe sinfonie il compositore indica appena qualcuno de' più originali motivi svolti nel melodramma, nel preludio della sua vita pubblica Carlo-Luigi Bonaparte apparisce in Italia in una impresa contro la temporale potestà del Papato; guizzo

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VIII.

Il quinto atto principia; ha per titolo: La conciliazione. Dapprima viene l'opuscolo La France, Some et l'Italie Laguéronnière e compagno: programma politico origine e genere, smentiti come metodo, comuni ai consanguinei Napoléon III et l'Italie e Le Pape et le Congrès; specie commento tanto alla esposizione ufficiale fatta dal Baroche al Senato ed al Corpo legislativo Francia, quanto alla scelta documenti che si eran dati alla luce dal Governo francese intorno agli ultimi menti d'Italia; altro solenne atto accusa intentato alla Santa Sede innanzi al tribunale tutte le Potenze Europa, ed appello al giudizio dei popoli; libello inteso a porre in sodo che la ostinazione Pio IX., cui affermavasi il cuore essere stato sor

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Seguiva il discorso in Senato del principe Napoleone (1) un genere oratorio fino allora sconosciuto, cui però Napoleone III si mostrava soddisfattissimo, con una letterina congratulazione al cugino e con qualche riserva generica, come volea prudenza, intorno ad alcune idee; discorso fatto per ciò subito, d'ordine del Ministro dell'Interno, stampare a duecentomila esemplari ed affiggere alle porte tutte le quarantamila comunità della Francia, propugnante la necessità acconciare a Roma, la quale ha da cedersi per capitale all'Italia, il domicilio del sovrano Papa e del sovrano Re d'Italia. «Volgete un'occhiata diss'egli, sopra la pianta Roma, e scorgerete una straordinaria cosa fatta dalla natura. Il Tevere che la spartisce in due: alla riva destra voi vedete la città cattolica, il Vaticano, San Pietro; alla sinistra voi vedete la città antichi Cesari, il colle Aventino, e in somma tutte le preclare memorie Roma imperiale. Ebbene: quivi, alla riva destra, si potrebbe restringere il Papa e il suo regno civile, assicurarlo dentro questi confini, mallevargli una rendita, fornirgli un presidio, consentirgli una giurisdizione, lasciargli la bandiera, e donargli tutti i casamenti che sorgono in quella contrada. Conciò voi avreste un'oasi del cattolicismo nel bel mezzo delle procelle mondane.» Infatti, la natura avendo operata la cosa straordinaria dare al Tevere Roma una sponda destra ed una sponda sinistra, sulla sua sponda destra sorge quella parte della città che forma il XIV. Rione, che ha nome Borgo, più conosciuto sotto la storica denominazione Città Leonina. Era qualche cosa; un Reame tre miglia circuito, con sei strade, sei chiese e più la Basilica, tre piazze e più Piazza San Pietro, sei a sette migliaia d'anime.

(1) Atti del Senato Francia, Tornata del 1° marzo 1861.

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Quel discorso del principe fu occasione a gagliarde risposte, a dispute indecorose, sì che il presidente tolse al principe stesso la facoltà parlare, ed al marchese Boissy servi pretesto per ripetere Napoleone III. con molto spirito in Senato: Quest'uomo non parla mai, e mentisce sempre ('). Poi un grande novero Senatori votò in favore del dominio temporale del Papa, quantunque fosse notissimo, che chi dava il voto in tal senso agiva apertamente contro la volontà dell'Imperatore, né vi era stata seduzione, intrigo, minaccia, che non si fosse adoperata perché la politica napoleonica avesse a riportare nella votazione uno splendido trionfo. Dal che ire molte alle Tuileries, e assai aneddoti. Il Duca Arrighi Padova, sul cui voto contro il Papa erasi fatto securo assegnamento, votò invece in favore. Rimproverato per ciò severamente dall'Imperatore, il Duca rispose, che, sostenendo il Santo Padre ed obbedendo alla propria coscienza, aveva il pieno convincimento rendere il migliore servigio alla dinastia napoleonica. Ebbene, risposegli Napoleone III, saprò d'ora innanzi quali sono i miei veri amici; e gli voltò aspramente le spalle.

Intanto Ricasoli, succeduto a Cavour nella presidenza del Consiglio dei Ministri del Re d'Italia, proclamava (): «Noi vogliamo andare a Roma. Andare a Roma è per gl'Italiani una inesorabile necessità. Vogliamo andare a Roma concerto colla Francia. L'opportunità, che si prepara e sorge nel tempo, aprirà la via a Venezia. Intanto pensiamo a Roma.» A quest'uomo Ricasoli scriveva e firmava tre lettere, sotto la data del 10 settembre 1861,

(1) Boissy, pigliato argomento a gridare contro l'Inghilterra, che entrava nella discussione quanto il Corano nella Messa, «quell'Inghilterra disse,che ha avuto la baldanza affermare del nostro Imperatore: Cet homme là il ne parie jamais, et il ment toujovrs!A queste parole molti Senatori gridarono: All'ordine! All'ordine! ll presidente gridò anch'esso: All'ordine! E Boissy imperturbabile rispondere: Tanto meglio! Dopo averli ben lasciati sfogare, Boissy riprese: «Era certo,o signori, che avreste voi tutti partecipato alla mia indegnazione.» Un'immensa risata si alzò da tutte parti, i Ministri abbassarono la testa e risero alla lor volta; e la frase rimase non contraddetta, non ritrattata.

(2) Atti Ufficiali della Camera dei Deputati, Tornata del 1° luglio 1861; numero 240, pag. 915.

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e una cosa che chiamò Capitolato (1). La prima lettera era pel Papa, affine

persuaderlo -cedere Roma al Re d'Italia, onde «riconciliare insieme la nazione italiana e la Sede Apostolica, che sono in un conflitto fatale.» Il Capitolato, dodici Articoli, era un connesso alla lettera al Santo Padre, per dare libertà alla Chiesa, spogliandola, e rendere indipendente il Papa, liberandolo dalle cure sovrano temporale; col secondo Articolo in ispecialità «il Governo del Re d'Italia assumerebbe impegno non frapporre ostacolo agli atti che il Sommo Pontefice esercita per diritto divino come Capo della Chiesa, e per diritto canonico come Patriarca d'Occidente e Primate d'Italia.» La seconda lettera era pel Cardinale Antonelli, perché «porga utili ed ascoltati consigli», e compia un'opera. la spogliazione del Papa, «che farà il Cardinale benemerito della Santa Sede non solo e dell'Italia, ma tutto il mondo cattolico.» Infine la terza lettera era pel Nigra, Ministro del Re d'Italia a Parigi, onde invocasse i buoni uffizii dell'Imperatore de' Francesi, non solo perché le tre carte pervenissero al Santo Padre, ma eziandio «perché fossero presso lui efficacemente raccomandate.» Or, sia che Napoleone III si fosse accorto che la lettera Ricasoli a Pio IX. era trascritta da un'opera a stampa (), sia qualsivoglia altro motivo, Napoleone III si rifiutò mandare e raccomandare a Roma lettere e Capitolato; sicché Angelo Brofferio venne a dire nel Parlamento Torino (): «Ci si chiedeva tempo per la questione Roma; è passato un anno ed invece d'andare innanzi siam tornati indietro.»

Il 27 gennaio 1862 Napoleone III riapre la Sessione Legislativa. «Ho riconosciuto, disse, il Regno d'Italia colla ferma intenzione contribuire, con consigli benevoli e disinteressati, a conciliare delle cause, l'antagonismo delle quali turba da per tutto le menti e le coscienze.»

(1) I quattro documenti leggono negli Atti ufficiali della Cattura dei Deputati del Regno d'Italia, num. 325, pag. 1255.

(2) Cioè dai Prolegomeni sulla Storia Ecclesiastica. D. Luigi Tosti, monaco Montecassino. - Vedi: L'Armonia Torino, numero del 30 novembre 1861.

(3) Atti Ufficiali del Parlamento d'Italia, Tornata del 29 novembre 186l della Camera dei Deputati, pag. 1252, col. 3.

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La mala riuscita Ricasoli ne' suoi disegni conciliazione del Regno d'Italia col Santo Padre non lo aveva però scoraggiato punto, e nemmeno il Rattazzi, suo successore. E così mentre questi scriveva (1), «che il Re ebbe dal Parlamento, come dalla nazione,il mandato completare la formazione del paese e trasferire la sede del Governo nella città eterna, a cui solo spetta il titolo Capitale d'Italia, ed il Governo del Re farà tutto per raggiungere questo scopo, d'accordo col grande alleato che ora protegge il Santo Padre colle sue armi, si andava destramente insinuando a Parigi un altro disegno conciliazione ideata egualmente dal Ricasoli, consistente nel far sì che Roma venisse occupata con presidio misto Francesi e Piemontesi per alcun tempo, dopo che i primi bel bello si verrebbero ritirando, onde i soli Piemontesi rimanessero a tutela della libertà e della indipendenza del Pontefice.

A Parigi Nigra si adoperò alacremente presso il conte Cowley, che scrisse tosto a Londra (): «L'idea una guarnigione mista a Roma truppe francesi e italiane, per un tempo limitato, esser degna considerazione; ma probabilmente cadrà a terra, come tutte le altre proposizioni, in presenza della ostinazione papale.» Mentre Cowley aggiungeva (): «Il Ministro Thouvenel non aver mostrata alcuna disposizione a sostenere quel progetto»; Russell rispondeva (4): «Un presidio misto francese ed italiano non sarebbe idea conveniente. Sarebbe molto meglio, che le truppe italiane dovessero essere in libertà occupare l'intero territorio dello Stato romano alla sponda sinistra del Tevere, e che le Francesi dovessero occupare la regione vaticana della città, Civitavecchia, ed il Patrimonio San Pietro, alla sponda destra del Tevere. Quando questo disegno fosse accettato come un accomodamento temporaneo, il Papa sarebbe protetto; la sua dignità come principe sovrano, sarebbe riconosciuta;

(1) Nota circolare ai Rappresentanti del Regno d'Italia presso le Corti straniere, del 28 gennaio 1862.

(2) Dispaccio lord Cowley, Ministro inglese in Francia, a lord John Russell, Ministro pegli Esteri, del l2 marzo 1862.

(3) Dispaccio Cowley a Russell, del 14 marzo 1862.

(4) Dispaccio Russell a Cowley, del l7 marzo 1862.

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e dopo un certo tempo, il Re d

'Italia ed il Papa sarebbero dalla forza delle circostanze riconciliati.» Allora Thouvenel a replicare (1): «Dichiarando il Papa non volere acconsentire a nessuna composizione, se non gli si rendano le possessioni che ha perdute, e il Governo italiano rifiutando sanzionare veruna combinazione, la quale non riconoscesse Roma a capitale d'Italia, tra due così estreme opinioni non parere possibile un componimento, giacché la Francia non poteva permettere a truppe italiane entrare nel territorio occupato da essa, senza il beneplacito del Papa. E perché dov'essere la Francia richiesta abbandonare Roma e il Patrimonio San Pietro al Re d'Italia? Il più che si può aspettare dalla Francia, sarebbe la restituzione Roma ai Romani. Le pretese del Governo italiano sopra Roma come capitale d'Italia (2), e sopra Venezia come provincia italiana, essere interamente ingiustificabili, secondo la maniera comune interpretare la legge internazionale.»

Quel disegno conciliazione irreparabilmente caduto, Rattazzi non si perdé d'animo. Muliné e disse: «Cavour mandò Garibaldi in pensando a Napoli; e si lasciò fare. Perché non si potrebbe mandare Garibaldi in Tirolo, pensando a Roma; e perché non si lascierebbe fare? Garibaldi, uomo testa molto piccola e vaporosa, già chiamato sul continente da Bettiuo Ricasoli, è fatto venire a Torino, conferisce lungamente con Rattazzi, e agli amici suoi, che lo ammonivano a diffidare del Ministro fatale, messo a capo del Gabinetto d'ordine espresso dell'Imperatore de' Francesi, sorridendo risponde: «Date il vostro voto al Ministero. Depretis veglierà! Depretis era stato pro-dittatore Garibaldi in ed ora sedeva nel Gabinetto presieduto da Rattazzi. Largamente provveduto danaro, corteggiato dai Prefetti, accompagnato da uno Stato-maggiore Ufficiali, Garibaldi è condotto in trionfo per l'Italia settentrionale, la fa da Re al nord della Penisola, mentre Vittorio Emanuele la fa da Re al sud, pubblicamente aduna uomini ed armi; ma venuti ordini positivi da Napoleone III, doversi a qualunque costo impedire l'impresa, avendo l'Austria dichiarato schietto alla Francia che,

(1) Dispaccio Cowley a Russali, del 20 marzo 1862.

(2) Dispaccio Cowley a Russell, del 28 marzo 1862.

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qualora i Garibaldeschi avessero valicato le sue frontiere, ne avrebbe fatto caso guerra contro il Piemonte, si scambian le carte, s'imprigionano i capi subalterni a Garibaldi e parte gli arruolati, si sperdono gli altri, si sequestrano le armi, si versa sangue il giorno l6 maggio a Brescia, e mentre Rattazzi in viaggio col Re a Napoli sacramenta averne saputo propriamente nulla, Garibaldi stesso è costretto ad andarsene anco una volta a Caprera.

repente Garibaldi piomba a Palermo, e l'8 luglio, mentre, avendo al fianco il Prefetto Palermo, assisteva ad una rassegna Guardia Nazionale, pronunzia: «Popolo Palermo! Gli Italiani sieno concordi in un solo volere, l'unità della patria. Ma non parole, fatti. Il padrone della Francia, il traditore del due dicembre, colui che versò il sangue dei fratelli Parigi, sotto il pretesto tutelare la persona del Papa, tutelare la religione, il cattolicismo, occupa Roma. Menzogna, menzogna! Egli è mosso da libidine, da rapina, da sete infame d'impero; egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Popolo del Vespro, popolo del 1860, bisogna, è necessario che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro. Ogni cittadino, a cui sta a cuore l'emancipazione della patria, si prepari un ferro. Il muratisene non sarebbe in Italia che un proconsolato Napoleone. Il Re Papa, o il Papa Re, è la negazione dell'Italia. Il Governo non è forte abbastanza per riscuotere il giogo della Francia. Bisogna che il popolo colla sua compattezza, colla sua energia, lo appoggi. Mettiamo nelle bilance della diplomazia ferri arruotati, e la diplomazia allora rispetterà i nostri diritti, ci darà Roma e Venezia. Il programma con cui sbarcammo a Marsala, Italia e Vittorio Emanuele, deve essere sempre il nostro programma; con esso andremo a Roma e Venezia. Io leverò l'Italia da questa inerzia in cui giace; vi sarò compagno nell'ultima lotta».

In vero le mene muratiste erano in que' giorni medesimi giunte ad un grado mai più veduto, condotte affatto allo scoperto. Ridotte già quasi al nulla, d'improvviso aveano ripigliato vigore dal giorno, era alla fine del gennaio 1861, che il Ministro Thouvenel aveva richiamato alla memoria del conte Groppello, rappresentante Sardegna in Parigi, le segrete pattuizioni

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Groppello erasi recato da Thouvenel per lagnarsi che nelle truppe Francesco II vi fossero molti uffiziali francesi, rimproverando con ciò alla Francia una maniera d'intervento contro il Piemonte. Al che il Ministro avendo risposto, «che de' Francesi ve n'erano da per tutto, nell'esercito napoletano e nell'esercito piemontese,aveva conchiuso: «Del resto, che vi fa a voi altri ciò? Sapete bene che voi non resterete a Napoli.» Groppello chiese allora se gli faceva uffizialmeute siffatta dichiarazione. E Thouvenel a lui: «Non ho altre spiegazioni a darvi in proposito; ma vi ripeto che voi non resterete a Napoli, tenetelo per detto.» Negli stessi giorni era venuto in Napoli, bello e stampato da Parigi, quel bando, rimasto celebre ne' fasti del moderno muratismo, con cui Luciano I. dava largo corso alle collere contro Vittorio Emanuele, che gli avea rubato, ei diceva, il suo trono; bando largamente diffuso in Napoli e nel Reame, con grande ira de' Piemontesi, intorno a' quali Murat in esso scrisse: «Veramente non alla patria, ma alla cupidità quattro sensali politici e del loro borioso banchiere, s'immolarono i pubblici interessi. Una setta avara e superba d'amor patrio s'imbellettò, ma sotto il liscio si veggono le grinze. Governo monopolio e conquista,frutto non è amor patrio; frutto è corruzione e stoltezza. Gli uni sono violenti per libidine potere, gli altri per ignoranza. Vennero su fra le tenebre delle piemontesi combriccole certi saccenti da trivio, che accettarono dalle genti straniere il concetto e la norma del governo. Privi d'ogni nativo e schietto senso italiano, impresero a rifar l'Italia dietro le loro fanciullesche utopie. Digiuni ammaestramenti dell'esperienza, non potevano sentire la necessità un sistema federale. Non sentirono queste anime degeneri che privilegio è della ricca penisola italiana moltiplicare i centri, le capitali città,perché più abbondi e si sfoghi in tutta la copiosa varietà dei suoi diversi istinti la mente e la vita dei nostri popoli. E per istoltezza scoronarono Napoli, destinata ad essere la seconda Roma nell'italiana federazione, e prima ad ogni altra città.»

presente emissari e messaggieri bonapartisti si recavano misteriosamente da Parigi a Napoli, a ravvivarvi il sacro fuoco muratiano, ed il 15 giugno I862, dato piglio un'altra volta alla


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Torniamo a Garibaldi. Ei non perde tempo, con instancabile solerzia visita ad una ad una le sicule terre, conciona i popoli, prepara palesemente, non disturbato, armi ed armati; mentre a Torino, dove tutto si era preveduto, Rattazzi sta coll'occhio intento a cavarne profitto, o per la gloria valersi direttamente quegli eccessi se gli il comportassero, o per la gloria reprimerli poi quando avessero dato il lor frutto. A Marsala, il 20 luglio, Garibaldi, arringando, alza il grido: O Roma o morte! E voci rispondono: O Roma o morte!

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«Questa è una paè un... un... un... (1). Egli non fece la guerra del 1859 per T Italia, ma lavorò per sé stesso. Noi gli demmo il nostro sangue nella guerra Oriente, gli pagammo sessanta milioni, gli demmo in gola Savoia e Nizza, e voleva altro; lo so io! Egli ha lavorato per ingrandire la sua famiglia; ha pronto un principino per Roma, un signorino per Napoli, e cosi via i via; lo so io! Napoleone fuori, fuori!! E il coro: Fuori, Fuori! Nella più bella delle chiese Marsala l'apostata Pantaleo celebra la Messa, poi invita a levare il braccio, stendere la mano all'altare, e giurare: Roma o morte! E giurano: O Roma o morte!

Garibaldi dà il segno raccolta pe' suoi soldati, e annoda presso Corleone, da Generale esercito, il dì primo dell'agosto, mette fuori l'Online del giorno per la partenza, e muove. La campagna finì presto. Napoleone III mandava ordini sopra ordini a Torino, meglio minacce sopra minacce; ed il 3 agosto le mura Torino erano tappezzate d'un Proclama Vittorio Emanuele, annunciante: «Ogni appello, che non è del Re è un appello alla ribellione.» Il Proclama era controfirmato da Rattazzi e da tutti i Ministri, compreso Depretis. Si diceva, e Garibaldi stesso pubblicamente si vantò dell'aiuto (2), che Gran-Bretagna avesse dato danaro per la spedizione; ma intanto l'Imperatore de' Francesi al Governo Torino,

(1) Ci si perdoni se non riportiamo le parole.

(2) In una parlata a Rocca Palumba, il 6 agosto, disse: «Cosi non può più durare. Ormai la sorte è decisa. Vado contro il Governo, perché non vogliono lasciarmi andare a Roma. Vado contro la Francia, perché mantiene il Papa e i Briganti. Ad ogni costo voglio Roma. Roma o morte! L'Inghilterra mi aiuta. Se riesco, tanto meglio. Altrimenti, piuttosto che cedere, distruggerò l'Italia che ho fatto.»

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che aveva dato a Garibaldi un milione franchi per andare in Oriente, scriveva: Garibaldi dev'estere tutt'affatto schiacciato. Dichiarato ribelle, Garibaldi si incoccia fieramente; il 5 agosto muove colle sue schiere da Corleone, scorazza per l'isola, poi volge verso Catania. Abbandonato nel frattempo dai più, s'imbarca su due piroscafi e scende il 25 in Calabria presso a Melito, a capo appena 1500 uomini. Accerchiato il 29 agosto da un grosso truppe italiane sugli altipiani Aspromonte, vengono alle mani, e Garibaldi cade ferito da due palle, leggermente a una coscia, sì gravemente ad un piede che resta assai mesi inchiodato sopra un letto e storpio per tutta la vita.

Mentre Garibaldi gridava: O Roma, o morte!, si chiedeva da tutte parti: Che farà la Francia? E la Francia risponde (1): «I giornali domandano quale sarà il contegno del Governo francese riguardo all'agitazione presente d'Italia. La questione è talmente chiara, che ogni dubbio sembrava impossibile. Il dovere del Governo francese ed il suo onore militare lo sforzano più che mai a difendere il Santo Padre. Il mondo dee ben sapere che la Francia non abbandona nel pericolo quelli sui quali estende la sua protezione.» Or, infrattanto che Garibaldi volgeva l'opera ad acconciare le cose a Roma a sua guisa, Napoleone III si era studiato accomodarvele dal canto suo a suo grado; aveva per ciò scritto lettere () onde far sapere: «che la sua politica riguardo all'Italia era stata sempre la stessa, consacrare l'alleanza della religione colla libertà; essere urgente che la questione romana si abbia un definitivo scioglimento, doversi cosi il Papato riconciliare coll'Italia»; aveva fatto dare istruzioni speciali al suo Legato in Roma, perché giungesse a persuadere il Papa a codesta riconciliazione (), conciliazione ed istruzioni rispondenti perfettamente alle idee esposte nell'opuscolo II Papa e il Congresso.

(1) Nota ufficiale nel Moniteur del 25 agosto 1862.

(2) Lettera dell'Imperatore de' Francesi al barone Thouvenel, Ministro affari esteri, del 20 maggio 1862.

(3) Istruzioni del Ministro Thouvenel al signor La Valette, Ambasciatore Francia presso la Santa Sede, in data 30 maggio 1862, pubblicate dall'ufficiale Moniteur del 25 settembre 1862.

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Quattro furono le condizioni offerte da Napoleone III al Pontefice (1): «1. Il mantenimento dello statu qua territoriale,rassegnandosi il Papa, sotto qualunque riserva, a non esercitare autorità fuori delle province rimastegli, mentre l'Italia s'impegnerebbe colla Francia a rispettare quelle che la Chiesa possiede tuttora. Ove il Sovrano Pontefice consentisse a prestarsi a tal transazione, il Governo dell'Imperatore dovrebbe ingegnarsi farvi partecipare le Potenze soscrittrici dell'Atto generale Vienna. - 2. Il trasferimento a carico dell'Italia della maggior parte della totalità del debito romano. - 3. La costituzione, a profitto del Santo Padre, una lista civile destinata a compensare le rendite che per la riduzione del numero de' suoi sudditi gli mancherebbero. La Francia, nel prendere l'iniziativa questa proposta presso le Potenze europee, e più specialmente presso quelle che appartengono al culto cattolico,dovea impegnarsi a contribuire per parte sua all'indennità nella proporzione una rendita tre milioni. - 4. La concessione per parte del Santo Padre riforme, che, conciliandogli i sudditi, consoliderebbero all'interno un potere, protetto all'esterno dalla guarentigia della Francia e delle Potenze europee.» Ancorché l'ambasciatore La Valette. avesse fatto del suo meglio per convincere Pio IX. quale immenso interesse egli aveva entrare nella sola via salute, che gli era offerta, riconciliarsi coll'Italia, dalla quale non potevano essere disgiunti i puoi destini, Roma dalle sue sofferenze, salvare le coscienze dal turbamento che le agita, salvare la fede dalla scissura che la minaccia, saltare la Chiesa da una delle più gravi sventure ond'ella sia mai stata colpita; Pio IX., proclamato ostinato, quella ostinazione cui aveano dato esempio Pio VI. e Pio VII., Pio IX. rifiutò, non giungendo, fra le altre cose, la Corte Roma a capire, che sorta transazione potesse essere codesta per cui la Francia si sarebbe ingegnata ottenere dalle Potenze soscrittrici del Trattato Vienna, le quali avevano già guarentito il tutto, che guarentissero ora non più una piccola porzione.

Andato in dileguo anche questo disegno conciliazione, questo, come lo aveva chiamato una delle più reputate

(1) Dispaccio La Valette a Thouvenel, del 24 giugno 1862.

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fra le effemeridi parigine (1), «atto curioso della commedia italiana contemporanea», il Governo Torino annunziò solennemente all'Europa (): «L'Italia reclama la propria capitale, Roma. La Francia soprattutto riconoscerà il pericolo che deriva dal mantenere più a lungo fra l'Italia ed il Papato un antagonismo, la sola cagione del quale risiede nel potere temporale. Un simile stato cose non può più durare.» Ma rivoltosi direttamente al Governo francese () «per sapere se credea giunta l'ora ritirare le sue truppe da Roma», n'ebbe in risposta (): «Il Governo dell'Imperatore avere continuato i suoi sforzi, relativamente alla questione romana, con tale perseveranza, che non si lasciasse vincere né da resistenze ostinate, né da impazienze sconsigliate. Ma i dispacci del generale Durando aver tolto, per ora, la speranza, che la Francia avrebbe voluto fondare sulle disposizioni del Governo italiano, pervenire alla cercata conciliazione. Il Governo Torino avendosi appropriato ora il programma Garibaldi, ed affermando il diritto dell'Italia sopra Roma, rivendicato la consegna questa capitale e la decadenza del Santo Padre, sembrare inutile la discussione e superfluo ogni tentativo componimento.» In sostanza, Napoleone III dichiarava, che trattazioni relative alla questione romana non avrebbero potuto essere riprese fino a che il Gabinetto Torino non avrà anticipatamente ritirato ogni sua pretesa su Roma, e finché l'indipendenza politica del Santo Padre non sarà messa fuor questione. Questa dichiarazione ebbe per conseguenza che Rattazzi, Durando, e tutti gli altri Ministri dovettero smettere i portafogli; e per contraccolpo che nella Camera dei Deputati in Torino il De Sanctis venne a dire Napoleone III (): «Signore! Voi siete il suffragio universale.

(1) La Revue des deux Mondes, del l. ° ottobre 1862; Tom. XLI., pag. 718.

(2) Dispaccio circolare del Generale Durando, Ministro pegli affari esterni del Regno d'Italia, ai Rappresentanti italiani presso le Corti straniere, del 10 settembre 1862.

(3) Dispaccio del Ministro Durando al Nigra, Ambasciatore italiano in Parigi, dell'8 ottobre 1862.

(4) Dispaccio del sig. Drouyn de Lhuys, Ministro agli affari esterni in Francia, al conte Massignac, Incaricato affari francese in Torino, del 26 ottobre 1862.

(5) Atti ufficiali del Parlamento; unni. 906, pag. 3521.

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Signore! Voi siete l'indipendenza dei popoli. Signore! Voi siete la rivoluzione italiana. Cammina! Cammina! Se ti arresti, tu sei perduto! E la Camera ad applaudire. Bravo! Bene! e Petrucelli della Gattina a soggiungere (1): «No, questo Bonaparte non ha ragione esistere.»

Giunto il giorno dovere riaprire la Sessione legislativa del 1863, il 12 gennaio, Napoleone III si sbrigava della questione con due parole: «Le nostre armi hanno difeso l'indipendenza d'Italia senza patteggiare colla rivoluzione, senza abbandonare il Santo Padre, che il nostro onore ed i nostri anteriori impegni ci obbligavano sostenere.» Poi mandò il Billault, Ministro incaricato spiegare la mente dell'Imperatore, a dire nel Senato: «La politica dell'Imperatore. dopo che questa controversia romana entrò nel dominio della discussione, non variò un sol momento. L'Imperatore ha sempre voluto due cose: l'indipendenza dell'Italia e l'indipendenza della Santa Sede; e siccome questi due interessi sono in lotta, esso ebbe la volontà conciliarli. Furono proposti diversi modi conciliazione, ma non sono ancora riusciti. Però è certo altresì che l'Imperatore ha la volontà raggiungere il suo scopo. Ecco il punto a cui siamo. Questo non possumus, che noi incontravamo a Roma, ora lo incontriamo a Torino. Ebbene, in cospetto del non possumus politico Torino, come anche del non possumus religioso Roma, l'Imperatore ha detto: Havvi fra questi due estremi una conciliazione possibile; la voglio, e se il momento non è ancora giunto per farla prevalere, aspetterò.» Dalla quale dichiarazione, qualificato il non possumus del Papa come religioso una questione religiosa, derivava la conseguenza, che un non possumus politico si può disdire per motivo politico, o per effetto una volontà superiore che ha la forza farsi obbedire; mentre un non possumus religioso, fondato nella santità del diritto, imposto da inviolabile dovere coscienza, reso sacrosanto dal giuramento, né per blandizie, né per promesse, né per minacce, né per violenze, non può e non poteva mai esser rivocato.

Proclamando adunque all'universo che tra il non possumus religioso Roma ed il non possumus politico Torino havvi

(1) Atti ufficiali, numero 906, num. 918, pag 3569.

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una conciliazione, ch'egli affermava possibile, Napoleone III aveva detto: La, voglio; per farla prevalere aspetterò. E aspettò infatti; aspettò anzi nel frattempo tanto, che ad altri cappò la pazienza. Nel pomeriggio del 3 gennaio 1864 quattro uomini sono arrestati in Parigi. Perché? Perché era loro disegno attendere in quella sera l'Imperatore de' Francesi mentre andava all'Opéra, come fece l'Orsini; quivi gettare sotto la carrozza bombe micidialissime, come aveva fatto l'Orsini; e poi piombare sull'Imperatore e finirlo colle pistole e co' pugnali, ciò che non aveva pensato l'Orsini. Erano: un Greco Pasquale, nato a Pizzo Calabria; Trabucco Raffaele, nativo Aversa Napoli; Imperatori Natale, nato a Lugano nel Cantone Ticino; Scaglioni Angelo, un Lombardo della provincia Pavia.

Greco era figlio un ardente Muratista, che aveva reso grandi servigi a Gioachino nello sbarco a Pizzo, in cui questi trovò la morte, e per ciò condannato nel capo, era stato salvato per intercessione Filangieri; stette con Garibaldi nel 1860 a Napoli, colà legatosi a Mazzini. Caduto Garibaldi ad Aspromonte, lo aveano mandato in Calabria a rannodare i Garibaldeschi dispersi. Da allora stato sempre nella più grande intimità del Mazzini, e pur conservandola, divenuto poi ad un tempo fidato agente segreto della Polizia Torino, resosi reo d'un misfatto commesso in Varese alli 19 ottobre 1863, non l'aveano arrestato quantunque il delitto fosse pubblico, perché dal Questore Torino era stato scritto a Varese, che si lasciasse stare essendo uomo noto e che avea facoltà portare armi insidiose. In un primo viaggio a Parigi, nel giugno 1863, eravi stato in rapporti col principe Luciano Murat; ma l'Imperatore essendo partito in quel mentre, Greco non potè che istudiare il terreno. Ora ritornava dopo avere ricevuto da Alazziui tremila lire, lettere, bombe, pugnali avvelenati, pistole a rivoltella, tutto l'occorrente pel colpo. Trabucco era dal l848 disertore dell'esercito napoletano, nel 1859 soldato nei Cacciatori delle Alpi del Garibaldi, nel 1860 Luogotenente Garibaldi in da Greco arruolato a Genova per l'impresa. Imperatori era uno dei primi mille sbarcati con Garibaldi a Marsala, presto fatto Luogotenente, recente vendutosi a Greco in cerca complici. Scaglioni, nel 1859 soldato in un reggimento piemontese altro dei mille Marsala,

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poi sotto-tenente, poi con

Restò oscuro se il Greco, gareggiante durante il processo col Fisco nella voglia provare la complicità de' suoi tre consorti e la reità del Mazzini, quale autore primario della congiura, fosse, come a dire, il Liborio Romano del Mazzini a vantaggio del Governo Torino, facendosi provocatore, capo-esecutore e spia al tempo stesso, per deprimere, infamandolo, il partito d'azione; sì che, fatto romor grande per ciò nel Parlamento torinese, il Ministero dovette scolparsene e il Ministro Minghetti giurare per tutti gli Dei dell'Olimpo, che il Governo era incapace sì nero machiavellismo (1). Restò oscuro perché il Procuratore generale Cordoen ed il Presidente della Corte d'Assise Parigi passassero con gran cura sotto silenzio il soggiorno Greco in Piemonte, le sue relazioni col Ministro Minghetti, l'alto patrocinio favore e d'impunità accordatogli dal Ministro Peruzzi e dal Segretario generale Spaventa, l'attentato commesso in Varese, il processo a cui fu sottratto, e la libertà che cosi ebbe tornare in. Francia a condurre innanzi l'impresa. Ciò che non restò oscuro davvero fu la voglia Mazzini torsi dagli occhi quella spina Napoleone IlI., che intanto, fatto rinchiudere in un'urna d'argento il cuore Voltaire, ordinava lo si avesse a custodire con grande onore in Parigi.

I due non possumus stavano sempre l'uno a fronte dell'altro. Da una parte delle Alpi si aveva detto: «Havvi tra que' due non possumus una conciliazione possibile, la voglio;dall'altra parte delle Alpi gli echi ripercuotevano le parole: «Cammina! Cammina! Se ti arresti, tu sei perduto! Tutto ad un tratto la conciliazione si disse avvenuta. Sino allora erasi creduto che per conciliare due interessi i più opposti, due opinioni estreme, facesse mestieri rinvenire un punto mediano, un pensiero intermedio, intorno al quale le due parti avverse, ciascuna all'altra concedendo qualcosa, venissero a stendersi reciprocamente la mano in cospetto del conciliatore;

(1) Atti ufficiali della Camera dei Deputati, Tornata del 25 gennaio 1864.

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presente s'era scoperto bastare per amicare i due, che l'una delle parti sottoscrivesse un foglio carta con chi si affermava mediatore, senza che per l'altra parte fosse guari d'uopo d'intervenire nella stipulazione, anzi nemmeno sapesse che si trattava. Il 15 settembre 1864 una Convenzione fu sottoscritta in Parigi tra i Plenipotenziari d'Italia, Nigra e Pepoli, ed il Plenipotenziario Francia, Drouyn de Lhuys, determinante: «L'Italia si obbliga a non attaccare il territorio attuale del Santo Padre, e ad impedire anche colla forza ogni attacco proveniente dall'estero contro il detto territorio Stati pontificii. La Francia ritirerà le sue truppe gradatamente a misura che l'esercito del Papa sarà organizzato. Ad ogni modo la evacuazione dovrà compiersi entro due anni. Il Governo italiani non reclamerà contro l'organizzazione un esercito pontificio, anche se composto volontarii cattolici stranieri, sufficiente per mantenere l'autorità del Papa e la tranquillità, tanto all'interno, quanto sulla frontiera dello Stato, purché questa forza non possa degenerare in un mezzo d'attacco contro il Governo italiano. L'Italia si dichiara pronta ad entrare in trattative per prendere a suo carico una parte proporzionata del debito antichi Stati della Chiesa.»

Un Protocollo annesso, sotto la data dello stesso giorno dichiarò che la Convenzione non avrà valore esecutorio, se non quando il Re d'Italia avrà decretato la traslazione della Capitale del Regno nel luogo che sarà ulteriormente determinato dal Re. Questa traslazione dovrà esser fatta nel termine sei mesi. Poi, con separata Dichiarazione, segnata a Parigi il 3 ottobre seguente, fu statuito che il termine due anni fissato per lo sgombero Stati romani per parte delle truppe francesi, come altresì quello pel trasferimento della Capitale cominci dalla data del Decreto Reale che sancirà la legge da presentarsi intorno a ciò al Parlamento italiano. La Capitale fu trasferita a Firenze, Capitale stabile secondo alcuni, Capitale provvisoria secondo altri. Nel giorno 11 dicembre firmata dal Re codesta legge, insieme al Decreto che ordina la piena ed intera esecuzione della Convenzione colla Francia, il termine de' due anni assegnati per lo sgombero de' Francesi da Roma verrebbe a spirare col dì ll dicembre 1866.

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La Convenzione del l5 settembre 1864 essendo un corpo opaco, privo al tutto luce propria, e sol capace riflettere quella che dal fuori gli viene trasmessa, due Soli fecero a gara per illuminarlo, il Governo francese ed il Governo italiano, senza alcun sodo costrutto dell'universo mondo, che assisteva allo spettacolo singolarissimo un contratto fatto tra due Potenze, le quali sembrava che non sapessero ancora con precisione che cosa avessero pattuito fra loro. Come nel fenomeno, che gli ottici appellano d'interferenza, se due fascetti luce cadono sopra un medesimo punto in guisa che le particelle luminose si muovano in senso opposto, in cambio chiarezza vien prodotta oscurità; ad onta dello spaventevole numero dispacci e contro-dispacci, Note e contro-note, dichiarazioni Ministri ed Ambasciatori, parole imperiali e regie, discorsi ufficiali alle tribune de' Parlamenti, l'effetto fu tenebre, e tenebre più dense prima.

Tra mezzo a si gran tenebria giunse il 1865, e con esso un nuovo discorso del principe Napoleone ed una lettera del D uca Persigny, sprazzi luce secondo alcuni, poiché venuti l'uno dal Bonaparte più d'accosto al trono imperiale, l'altra dal più intimo tra gl'intimi Napoleone III Il dì l5 maggio inaugurandosi il monumento eretto in Aiaccio a Napoleone I. ed a'quattro suoi fratelli, il principe Napoleone, recatovisi a rappresentare l'Imperatore, recitò appiedi del monumento una lunga orazione, iu cui, volendo tessere l'elogio dello zio, s'impose il programma depurare ed isolare l'idea Napoleone I. sulle questioni che oggi pendono e tengono occupate le presenti generazioni, sì che per codesta via con assai contorcimenti e stiracchiamenti poter egli giungere a ripetere le cose stessissime che avea già dette il primo marzo del 186l nel Senato. Tratta tal maniera in campo la questione romana, il principe oratore venne a ridire: dovere il Romano Pontefice essere spogliato d'ogni temporale dominio; essere cotale spogliamento conforme alla politica della Francia, ed appartenere questo spogliamento medesimo alla filosofia Napoleone I. ed alla tradizione che si deve conservare nella sua famiglia. Or mentre il discorso del l. ° marzo 186I era stato lodatissimo da Napoleone III con una letterina gratulatoria, il secondo d'Aiaccio,

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ancorché informato ai medesimi principii religiosi e politici del primo, valse al principe una

Finalmente Persigny, dipartitosi Parigi con un manoscritto in tasca, rimasto a Roma alquanti giorni, intorno alla Pasqua del 1865, dopo avervi ripetuto in tutti i tuoni, che l'Imperatore aveva conchiuso la Convenzione del l5 settembre per guarentire al Santo Padre le province che ancora possiede, e ch'ei non permetterà mai che quella Convenzione sia sviata dal suo scopo, riproduceva con particolare veemenza questa dichiarazione in presenza del Papa. - Io ho diritto, gli disse, dare a Vostra Santità la parola dell'Imperatore per la conservazione de' suoi Stati attuali. - Ma io ho già questa parola dall'Imperatore per tutti i miei Stati, rispose Pio IX., e la tengo buona. - Allora Persigny mandava a stampare il manoscritto, una lettera ("'), in cui, mostrando scrivere appunto da Roma, lasciate intravedere le idee dell'opuscolo Il Papa e il Congresso, rivelò «com'ei da lungo tempo presentiva l'esistenza d'un grave segreto nella sede del Papato, ma codesto gran segreto non è punto tale per ognuno che vive qui.» Che diavolo segreto è questo, si disse bentosto (), che è saputo da tutti quelli

(1) Inserita nel Moniteur, del dì 27 maggio 1865.

(2) Lettre de Rome, 30 avril 1865.

(3) Nardi; Lettera al Presidente del Senato francese, Troplong, in risposta a quella del Duca Persigny.


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che vivono in Roma, dove stanno migliaia Francesi, e da dove si scrive e si telegrafa ogni giorno a Parigi? Il segreto, scoperto presente dal Duca, era: l'esistenza in Roma d'un partito organizzato dai nemici della Francia, d'un partito che domina ogni cosa, il Papa, i Cardinali, le Congregazioni, il Governo; un partito che giocherebbe senza esitare contro la rivoluzione la sicurezza venti Papi, che, padrone tutti gli strumenti del potere spirituale, non ha altro pensiero che occuparli alla disorganizzazione della Francia attuale; un partito, in una parola, che vuole rovesciare e distruggere niente meno che l'Impero francese. Accusa enorme, se non fosse enormemente ridicola, se il partito non fosse altro che una non spiritosa invenzione, posta innanzi per potere svillaneggiare la politica pontificia, mostrando almeno in apparenza rispettare il Pontefice; per potere attribuire alla cieca ostinazione codesto partito tutti i mali che ha incorsi la Santa Sede in questi tempi; per potere tessere la storia a suo grado, svisando fatti, affermando menzogne.

Scimieria stravecchia ancor questa. Anche cinquantott'anni prima si aveva scoperto che il partito esisteva a Roma. Allora il Papa si chiamava Pio VII e l'Imperatore Napoleone I, ora il Papa si chiamava Pio IX e l'Imperatore Napoleone III Allora si pensava: solertia sapientia; adesso si diceva: inertia sapientia. Allora Cesare faceva e scriveva da sé; adesso Cesare faceva dire e scrivere a mezzo alter ego. Allora Napoleone I. scriveva: «Non vi ha nulla cosi déraisonnable come la Corte Roma (1). La condotta della Corte Roma est marquée au coin de la folie (2. Non voglio più avere a fare con que' nigauds (3).» E l'ultima volta ch'io entro in discussione con questa pretraille romaine. Il Papa è responsabile dei disordini che vogliono commettere gli Antonelli, i Pietro ed altri prelati italiani,

(1) Lettera al Cardinale Fesch, da Monaco, 7 marzo 1806. - Correspondance de Napoléon I, Tom. XI., pag. 643.

(2) Lettera al Re Napoli, dei 5 giugno 1806. - Correspondance de Napoléon I, Tom. XII., pag. 596.

(3) Poscritto ad una lettera Napoleone I. al principe Eugenio, da Finkenstein, 3 aprile 1807. - Correspandance, Tom. XII.

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pei quali le boulerversement non è cagione d'inquietudine (1). Poco appresso Pio VII non era più sovrano in Roma.

Ma allora come adesso non dissimili, nella essenza, le condizioni delle cose, quali le aveva tratteggiate un ingegno preclaro (2): «Né la Chiesa, né il Governo pontificio, né la coscienza dei popoli, entrano per nulla in questa catastrofe della società cristiana. Il Governo pontificio ha perduto le sue province, perché cosi conveniva ai fabbricatori dell'Italia; esso è stato accusato, perché si voleva spogliarlo; esso vien diffamato, perché è stato spogliato: ragione e pratica del più forte. Similmente la Chiesa è ingiuriata, perché il decreto politico la condanna a servire, e il decreto rivoluzionario a perire. La coscienza pubblica si spaventa quest'ultimo delitto. La rivoluzione sola lo domanda, il genere umano ne ha paura; quelli stessi che lo propongono, non lo fanno che esitando. Essi balbettano delle scuse, essi pretendono d'essere in caso legittima difesa contro la Chiesa, essi giungono perfino a chiamarsi cristiani. Strano cumulo d'irrazionalità, spergiuro e ridicolo! Strana sventura del mondo, che vede svolgersi questa soperchiera spaventevole, che la penetra, che ne prevede il termine luttuoso; e non osa né zittire, né gemere!»

IX

Abbiamo a larghi tratti sbozzata una tela cui restano a pennelleggiare ben più che le macchiette. La storia scritta senza documenti, al dire Cesare Balbo, non servendo a nulla, pare a noi corra forzatamente divario grandissimo tra il modo narrazione vecchi qualche anno, ed il modo narrazione eventi giorni recentissimi. Astretta questa, quando non voglia mancare alle due condizioni indispensabili allo scrivere storia, dell'avere cioè conosciuto il vero e averlo voluto dire franco rispetti umani e ambagi, a poggiare

(1) Poscritto ad una lettera al principe Eugenio, da Dresda, 22 luglio l807.

(2) L. Veuillot; Le Guepier italien, pag. 20 (Paris 1865).

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con maggiore evidenza forme sopra documenti diplomatici, atti, come sogliono dire, ufficiali e del giorno, dura fatica ad addirle quello stile uguale, rapido, stringato, severo, che meglio conviensi a quella prima maniera narrazione, ed appartiene alla storia propriamente detta nell'antica e nobile significazione della parola. Checché ne sia, giunti presente allo strignere tutte fila, conchiudiamo.

Sceverata la parte de' secondarii, il Regno d'Italia non fu nella essenza che il prodotto dell'opera d'un uomo, Napoleone III; e, fenomeno curiosissimo in un'epoca in cui più abbondano fenomeni singolarissimi, un uomo, che appunto non aveva nessunissima volontà plasmare un Regno d'Italia a quel modo. Doveri figlio, antichi legami, vizio d'origine, gli additavano una via, nella quale tuttavolta sembrava ch'ei titubasse ad entrare. Un italiano, Pianori, lo interroga sulla pubblica via, e Napoleone III risponde colla questione italiana al Congresso. Gettato il seme, pare che Napoleone III non si dia assai cure coltivarlo; ed ecco tre uomini che si apprestano ad interrogarlo ancora, Tibaldi, Grilli, Bartolotti. Ad una velleità d'interrogare Napoleone III risponde con una velleità rispondere, e tira dritto. Questa maniera risposta non andò a sangue ad Orsini. Mazzini aveva mandato quei quattro: Orsini pensò: «Mazzini è una bestia, perché mandò quattro bestie che non seppero interrogare.» Anderò io.» Orsini, Pieri, Rudio, Gomez, vennero infatti, e interrogarono con piglio tale, che Napoleone III, mandate a rotolare le teste Orsini e Pieri sul palco, rispondeva colla pubblicazione del testamento politico Orsini. Per apparecchiarsi alla morte si accordavano, in generale, tre giorni ai condannati al capestro. Mazzini, più generoso, accordava tre mesi a Napoleone III per prepararsi alla guerra; e Napoleone III silenzio. Ne aggiunse altri tre; e silenzio sempre. Nel frattempo Cavour era bensì andato a Plombières, ma pare ch'ei fosse stato sì incivile da non mettere Mazzini a parte del manicaretto. Decisamente, disse allora Mazzini, se Orsini mi proclamò una bestia, ei non fu bestia minore me; non seppe interrogare, manderò io. Spedì Donati. Nove italiani, nove mazziniani, erano venuti ad interrogare; omne trinum est perfeetum, l'interrogazione era tre volte perfettissima,

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e Napoleone III a tutti nove rispose in una volta sola col saluto ad Hubner, nel mentre che Donati se ne moriva in carcere.

Due mesi guerra bastarono per porre l'Italia a soqquadro, secondo gli uni; per porla in ordine, secondo gli altri. Il non-intervento fe' il resto. L'Italia era, ma, come si è detto in Parlamento, era un'Italia senza capo e senza cuore. Or cuore e testa appunto pareva che Napoleone III non volesse, almeno in que' tempi, concedere, e per verità come si fa a vivere senza testa e senza cuore? Sulle sponde del Po superiore si cominciò a gridare: Cammina, cammina! Se ti arresti, tu sei perduto! Bestie. rispondeva Mazzini non capite che c'è il Moncenisio mezzo, e non vi potrà udire? Manderò io, manderò io! Inviò, in fatti, Greco, Trabucco, Imperatori, Scaglioni, quattro garibaldiani del 1860. L'interrogazione non era stata fatta né pubblicamente, né chiaramente; parimenti la risposta poteva esser data né pubblicamente, né chiaramente, almeno per allora. E Napoleone III rispose colla Convenzione del 15 settembre 1864. Greco, capo-interrogatore, voleva egli domandare da senno o da burla? La risposta rispondeva ella intanto da senno o da burla?

Ad ogni modo, se tredici interrogatori italiani erano riesciti ad ottenere risposte più o meno concrete, l'Italia, in ordine o nel caos che fosse, secondo il gusto osservatori, non costituiva che una ruota in un sistema addentellati. sistema, ciò è incontrastabile, non italiano, ma francese, più esattamente napoleonico; un sistema che, guardato dal basso in alto, poteva sembrare che poggiasse sull'unico perno della vita d'un uomo soggetto quindi a tutte le infinite vicissitudini d'una esistenza individuale. E quando ciò fosse, lasciata a parte ogni questione dei mezzi, intorno a' quali veruna discussione è possibile, vi sarebbe stato molto e molto più previdenza e logica, e ciò eziandio è incontrastabile, dalla parte coloro, che, come Carlo Alberto e Garibaldi, pigliavano a motto: L'Italia farà da sé, o non sarà. Sotto questo aspetto non la era questione diritto, non la era questione giustizia, principi spodestati o da spodestare, ma si puramente e semplicemente questione Bonapartismo.

Messo in sodo, siccome avea proclamato, in miglior forma ogni altro, il principe Napoleone nel discorso Aiaccio, che lo spogliamente del Romano Pontefice d'ogni temporale dominio

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(1) La Perseveranza, giornale Milano, Anno II., num. 216, del giorno l8 giugno 1860, contiene il seguente articolo, da conservarsi come documento storico. «L'Imperatore de' Francesi fece venire a sé il sig. Ernesto Renan, e con lui s'intrattenne per più un'ora. Per coloro che conoscono l'illustre scrittore, questa chiamata fu cagione non poca maraviglia, essendo noto come il Signor Renan non si lasci mai sfuggire alcuna occasione protestare contro l'Impero, e non risparmi giammai nella sua protesta i principii dell'89. H colloquio non versò in materie politiche. L'Imperatore diede al sig Renan l'incarico scoprirela Fenicia e le ruine Tiro, Sidone e Babilonia. Ei gli assegnò provvisoriamente una somma 40, 000 franchi sulla sua cassetta particolare, assicurandolo che non avrebbe mai dovuto ritardare le sue ricerche per mancanza danaro. Tutte le agevolezze, che il Governo può concedere col mezzo de' suoi agenti consolari e politici in 0riente, sono assicurate al sig. Renan. Questi usci tutto soddisfatto dall'Imperatore. Tuttavia non volle accettare senza consultare i suoi amici politici, signori Sacy e Laboulaye. Essi lo consigliarono con molto calore ad accettare: «Questo è altrettanto onorevole per l'Imperatore, che per voi; quindi accettate senza esitanza, gli disse Laboulaye; giacché, quando si onorano i lavori dell'intelligenza, non si è lungi dal concedere qualche cosa ai diritti dell'umanità.» Niuno ignora che il Renan mandato a scoprire la Fenicia, scopri a quella vece i Luoghi Santi, e ritornò col suo libro bello e scritto, nuovo sviluppo della formola Voltaire: Schiacciamo l'infame!

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dalla fede in un nome, dopo che presso a venti milioni martiri suggellarono col loro sangue questa fede, la scoperta che quel nome è il nome d'un uomo che fu un furbo matricolato, che si spacciava altrui ciò che sapea non essere, un visionario, che si pensava essere ciò che non era; il nome «un giovane forese o villageois della Galilea, che vide il mondo a traverso il prisma della propria dabbenaggine (1), un «giovane democratico (2), fanatico (3), exalté, in cui l'operare era sì poco guidato dalla ragione, che alcuna volta si sarebbe detto: il suo cervello vacillare (). Chiarissimo allora, perché, se il Capo del Cristianesimo dev'essere assassinato, si guiderdoni e si onori () il bestiale ribaldo che, col dire l'autore del Cristianesimo un allucinato ed un impostore, vorrebbe condurre ad ammettere che il Cristianesimo stesso sia un'allucinazione ed un'impostura, onde poi al Dio de' Cristiani si sostituisca il Dio Architetto de' Framassoni.

Certamente un corpo senza cuore e senza capo è un mostro che, quando pure potesse esistere, non potrebbe che languire,

(1) Renan; Vie de Jésus (Paris, Michel Levy, 1863), pag. 40.

(2) Vie de Jésus, pag. 147.

(3) Pag. l06.

(4) Pag. 3l2-3l8.

(5) Per il viaggio, il cui frutto fu l'abbominevole romanzo, cui diede il titolo Vita Gesù, Renan ebbe da Napoleone III 6l, 000 franchi. Reduce dal viaggio, gli fu data in premio la cattedra lingua ebraica, caldaica e siriaca nel Collegio Francia: ma la prima volta, che diede lezione, bandì l'ateismo con forme sì ciniche d'empietà, che troppo essendo manifesto l'oltraggio alla Francia cattolica, il Governo fu costretto a sospendere il corso pubblico quelle lezioni. Renan continuò a ricevere lo stipendio della sua cattedra, sotto la protezione del Ministro per l'Istruzione pubblica, Duruy, Gran-dignitario della Massoneria francese e favorito dell'Imperatore; e quando si fecero da molte parti le più attive premure presso il Ministro onde avesse a cessare cotanto scandalo, il Duruy si dichiarò pronto ad uscire carica, anziché rimuovere dal Collegio Francia il Renan. Questo stato cose era tuttavia troppo violento, e vi si rimediò con avvantaggiare la sorte del Renan, nominandolo, il l. o giugno 1864, Conservatore dei manoscritti alla Biblioteca imperiale. Retto dal demone dell'orgoglio, Renan impugnò il diritto muoverlo dal Collegio Francia, pubblicò su pe' giornali una lettera tanto oltraggiosa che fu d'uopo, per decoro governativo, smetterlo da ogni ufficio. Ebbe poi altri compensi, e imprese un nuovo viaggio in Oriente.

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non mai vivere vita lunga, indenne, operosa. Foggiata una volta l'Italia ad unità, o questa unità dovrebb'essere assoluta, o tutto l'edificio, più presto o più tardi, dovrebbe inevitabilmente ruinare. Dunque si tolga Roma al Papa; all'Austria il Tirolo meridionale, la Venezia, Trieste coll'Istria; alla Svizzera il Cantone Ticino e la valle Poschiavo, pertinente al Cantone dei Grigioni; alla Francia la Corsica e Nizza; all'Inghilterra Malta. Come è falsissimo che il trono dei Papi, collocato nella Penisola, sia il primo, il solo, il più invincibile ostacoli alla trasformazione d'Italia in unico Stato, altrettanto è verissimo che un tale trono sia un insormontabile impedimento alla assoluta unità italiana, politica e nazionale. L'antichità pagana ci ha tramandato nella favola Semele un'immagine effetti dell'assoluto. Essa aveva desiderato vedere Giove nella sua essenza divina. Il Dio cedette ai suoi voti. Ma la sola lui presenza pose il fuoco al palazzo, e l'imprudente Semele perì divorata dalle fiamme.

Supponiamo pure, e supporre costa poco, respinta irreparabilmente l'Austria al là delle Alpi Rezie, Noriche, Giulie, Carniche; supponiamo anzi qualcosa meglio ancora, supponiamo che non solo l'Austria abbia cessato essere nel novero delle grandi Potenze, ma a vece dell'Austria, travolta dal turbine delle nazionalità risorgenti, l'Italia veda un bel giorno al là quelle Alpi un grande popolo riunito e compatto, la Germania, essa pure piegatasi ad unità assoluta! Sarebbe forse più secura o più forte l'Italia, se in luogo d'un Impero austriaco si trovasse a' fianchi un Impero germanico? Non la essendo punto per verità questione d'Austria, considerando come sino a che staranno a destra e sinistra d'Italia una Francia ed una Germania, T Italia sarebbe mai sempre, né più né meno qual fu e qual é, campo gelosie secolari, un capo ameno propose, divelta dalle radici delle Alpi, trapiantare l'Italia in mezzo alle solitàrie immensità dell'Oceano.

Amor patria, nazionale indipendenza, onesta e comportabile libertà, son sensi innati, indiscutibili, imprescrittibili. Se destino immutabile, eterno. esser stato dovesse che «Italia serva o vincitrice o vinta fosse d'Alemagna o Francia, né Francesi né Tedeschi giammai avrebber mal garbo pretendere negato ad Italia appellarsi nazione, che l'Austria,

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spesso ed an

La questione era, fatta sempre astrazione da' mezzi, se all'Italia fosse più confacevole l'unità assoluta o l'unità federativa, favorita questa da morali e fisiche ragioni, dalle sue dissonanze stirpe, da quella disannonia genii, affetti, propinquità, culture, d'usanze, d'instituzioni, mire, d'interessi, a cui la prescrizione secoli inviscerò la tempera seconda natura, dall'esistenza Stati formanti altrettante unità distinte, distruggere una delle quali, aveva scritto il Cantù (1), sarebbe stato un omicidio quanto abolire un vasto regno. «Le trasformazioni politiche», al dire di Napoleone III, sono opera del tempo, ed un'aggregazione completa non può essere durévole se non è preparata dall'assimilazione degl'interessi, delle idee e dei costumi ().

La questione era, dacché il Piemonte, pari a torrente cui s'abbian schiuse le chiaviche, allagava da settentrione a mezzogiorno si largamente la Penisola, se fosse il Piemonte che si annettesse all'Italia o l'Italia che si annettesse. al Piemonte; e quando in quest'ultima condizione si fosse trovato il vero, se avrebbe poi bastato a riparo un trasporto Capitale in altra città Capitale provvisoria o stabile che la si volesse.

La questione era, predisposti i materiali per l'edifizio da una consorteria a vantaggio d'una setta, stando capomastro della fabbrica tal che da Carbonaro () era divenuto Massone,

(1) Storia Universale; Epoca XIII., Capitolo XXI.

(2) Lettera Napoleone III al Re Vittorio Emanuele, del 12 luglio 1861.

(3) È in questo senso che dev'essere inteso ciò che si disse a pag. 95 del vol. l.

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poi Gran-Maestro della Massoneria italiana; stando ingegnere direttore dei lavori altro Carbonaro dapprima in Italia, poi Massone, poi supremo protettore della Massoneria in Francia; stando consultore e favoreggiatore lo stesso Gran-Maestro Generale della Massoneria mondiale; la questione era se il Regno della minoranza potesse rappresentare veracemente il Regno della maggioranza. E come niuno si attenterebbe affermare in Francia che la Massoneria francese, una minoranza, è la Francia, nazione; né veruno oserebbe sostenere in Italia che la Massoneria italiana, non una fazione, ma una frazione, costituisca l'Italia, nazione: la questione ora se per avventura potesse forzatamente risultarne, anziché un'Italia Italiani, un'Italia dei Framassoni.

La questione era, presupposto pure che l'Italia domini incontrastata sino alle Alpi Rezie e Giulie, se uno Stato surto per le armi dello straniero, venuto necessariamente alle dipendenze dello straniero, potesse poi a suo grado spigliarsi dagli abbracciamenti del protettore; se per avventura, anziché l'Italia degl'Italiani, dovesse risultarne l'Italia della Francia, l'umiliazione assicurata anziché la rigenerazione promessa.

La questione era se nemmeno una Italia siffatta dovesse o potesse dimenticare Villafranca, Nizza, Firenze. Napoleone III scende in Italia per ridare, diceva, all'Italia la sua indipendenza. Un bel giorno annunzia: Voglio la pace; I 'Italia è indipendente. E l'Italia indipendente resta cogli Austriaci come prima, e colla dipendenza dalla Francia, che non aveva. Napoleone III, sceso in Italia per un'idea, un bel giorno annunzia: Voglio Nizza; l'Italia è indipendente. E l'Italia indipendente resta con una provincia italiana meno, e colle chiavi delle Alpi in potestà della Francia per più. Napoleone III, per dispetto o per disperazione deliberato ad uscire dalla inertia sapientia, detta un patto all'Italia, a condizione questo patto che Torino cessi d'essere la Capitale del Regno. L'Italia prega, supplica, scongiura, e Napoleone III risponde: Voglio la Capitale a Firenze; l'Italia è indipendente. E l'Italia indipendente deve obbedire e pagare, lasciata ai posteri la soluzione del problema se innalzando a Napoleone III una statua sulla Piazza dell'Indipendenza, fosse gratitudine, ironia o satira.

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Che se Napoleone III avea proclamato all'Europa (1), essere la formazione un Regno italiano nove milioni abitanti ai confini francesi mutamento territoriale tale rilevanza da dare alla Francia il diritto chiedere una guarentigia per sicurezza delle sue proprie frontiere, e l'Europa aveva lasciato in pace prendersi per ciò Savoia e Nizza; era logico, d'una logica incontestabile, che, formato una volta che fosse un Regno italiano oltre a ventisei milioni d'abitanti, la Francia avesse il diritto, già ammesso incontrastato e dall'Italia e dall'Europa, aversi una migliore guarentigia, proporzionale all'ampliamento del nuovo Regno, per sicurezza delle sue proprie frontiere. Allora la questione sarebbe qual fatta d'indipendenza avrebbe dato all'Italia la sostituzione un quadrilatero sulle rive del Po e del Tanaro ad un quadrilatero sulle sponde del Mincio e dell'Adige, la sostituzione Alessandria, «base essenziale della potenza francese in Italia (), a Verona, base essenziale della potenza austriaca nella Penisola. Allora la questione sarebbe qual fatta unità avrebbe dato all'Italia la cessione dell'isola Sardegna alla Francia. Che se la storia, insegnandoci a coordinare il presente in vista dell'avvenire, ci mostra impossibile il determinare i tempi, non ci mostra punto impossibile il prevedere gli accidenti, tanto meno se siano accidenti in buona e debita forma già preveduti con due Convenzioni scritte in vista due contingenze ben determinate.

E al disopra delle questioni interne e delle questioni esterne, dacché si avea senza veli proclamato, «non esser già che si combattesse il Papato per ciò solo che la sovranità sua sia incompatibile colla redenzione nazionale, ma combatterlo a Roma come lo combatterebbero ad Avignone, a Vienna, a Madrid, come lo combatterebbero a Gerusalemme o a Costantinopoli (), la questione era se la coscienza del cattolico anche il meno fervente potesse restarsi in forse a fronte della volontà

(1) Discorso al Corpo legislativo, del primo marzo 1860.

(2) Thiers; Histoire du Consulat et de l'Empire, Tom. VII., livre XXV., pag. 25.

(3) Il Nazionale, giornale Napoli, numero dal 5 marzo 1861.

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ritornare ai tempi dei Diocleziani e dei Massimini, quando al Pontefice s'intimava l'atroce dilemma: O obbedisci, o muori. Ah! il Papato non è solo la chiave vòlta dell'edifizio sociale, non è solo il più forte riparo che protegga l'ordine contro l'anarchia, la società contro la dissoluzione, il Papato ('), sostenuto attraverso i secoli dall'obbedienza, dal rispetto e dall'amore dei popoli cristiani, si è più che un riparo che ci difende, più che uno scudo che ci ricuopre; è come un carro che ci porta, è il carro trionfale che porta con noi medesimi, da diciannove secoli in qua, il progresso e la civiltà del mondo cristiano.

La questione restava sempre qual era il 30 gennaio l848. Quel giorno, ad un discorso del cattolico Lamartine, straricco frasi, poverissimo senno politico, il protestante Guizot dalla tribuna della Camera dei Deputati in Parigi rispondeva: «Si può ben desiderare rimettere l'ordine e la luce nell'universo, ma non bisogna perciò cominciare dal mettervi il caos; perocché nessuno sa quando potranno rientrarvi l'ordine e luce, una volta che il caos vi è stato messo. Bisogna non chiedere a Pio IX ciò che non può fare, ciò che non dee fare come Papa; bisogna rispettare la sua sovranità spirituale, e le condizioni temporali della sua sovranità spirituale; bisogna che il Papato resti intero. Potete ben domandargli continuare la risi conciliazione della religione colla società moderna, ma il Papato non può abdicare sé stesso, non può distruggersi; bisogna che sia mantenuto in tutto il suo splendore, in tutta la sua purezza. È l'onore, è la gloria, è il bisogno tutta Italia, Roma, del Papato medesimo. È necessario che non si domandi al Papa, che quello che il Papa può fare; e ad un tempo è necessario che il Papa sia ben sostenuto, fermamente sostenuto, contro coloro che vorrebbero fargli fare più, o fargli fare altre cose. Colui che da tanti secoli è il più eminente rappresentante delle idee conservazione, perpetuità, d'ordine, non vorrà abdicarle per convenirsi in uno strumento disordine e anarchia: no, nol farà!»

Dopo avere abbracciato il passato, l'uomo si ferma ai limiti dell'avvenire, e guarda.

(1) P. Félix; Conférences a Notre-Dame de Parti.

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Vede dietro a sé mine, d'intorno confusione, dinanzi tenebre; e interrogate quelle ruine, fra il caos contemporaneo, ritrae ammaestramenti e lezioni. Tirare tutte le conseguenze dalle nostre premesse stimiamo incomprensibile a chi le pagine che precorrono non lesse, e a chi lesse colla calma del pensiero cui tanto maggiore è il bisogno, quanto più violente le emozioni, ci lusinghiamo superfluo. Con questa lusinga ci siamo sorretti tra le mille difficoltà dell'asprissimo cammino, lieti e paghi se ci fosse dato raggiungere che quelle conseguenze venissero ad affacciarsi spontanee alla mente de' leggitori.

Due opposte correnti trascorrono con impeti mal frenabili: estreme fidanze, estreme sfiducie. Guardiamoci da queste, come da quelle; studiamoci moderare impazienze proprie dell'uomo, ché Dio solo è paziente, perché è eterno. Lunge, lunge sia lo sconforto. La storia dell'umanità è un'alternata vicenda discese al male e ritorni al bene; i rinnovamenti non arrivano se non traverso alle espiazioni. Tra le molteplici vicende, altezza ardimenti, errori proprii e d'altrui, sviamenti e ritorni al bene, glorie e vergogne rapidissimamente alternate, la bella e poetica Italia, la terra privilegiata del sole, della natura, delle arti, del genio, questa martire sublime, la cui peggiore sventura fu avere sventure sempre nuove, grande nei giorni della gioia, grande nei giorni del dolore, e nella gioia e nel dolore maestra prima alle ora incivilite nazioni, l'Italia ha sempre nel suo seno spiriti retti e nobili cuori. Stata regina del mondo, il fuoco sacro delle sue vecchie età non saprebbe estinguersi presso lei. Ella non saprebbe dimenticare che la vera libertà, parola evangelica e santa, prostituita spesso, vituperata da molti, figlia e suddita alle buone leggi, la vera libertà non istà nella libertà delle passioni, ma nella sicurezza ragionevole dei diritti. E fidente in Dio e nel diritto, l'Italia non può degenerare, non può decadere, non può perire.

Fine.

INDICE

LIBRO TERZO.

Due mesi di guerra............................................................................................... Pag. 7

Capitolo Decimosesto. - La Toscana e i suoi sommovitori....................................... » ivi

Decimosettimo. - Colpo di mano a Firenze.............................................................. » 41

Decimottavo. - Un rovescio a Parma......................................................................... » 72

Decimonono. - Gli Austriaci in Piemonte................................................................. » 104

Ventesimo. - Gli alleati in Lombardia...................................................................... » 129

Ventesimoprimo. - Rivolte nei Ducati....................................................................... » 149

Ventesimosecondo. - Il Papa e i neutrali................................................................. » 177

Vbntesimoterzo. - Pace di Villafranca..................................................................... » 209

LIBRO QUARTO

Il non intervento....................................................................................................... » 253

Capitolo Ventesimoquarto. - Diritto nuovo................................................................ » ivi

Ventesimoquinto. - Trattati di Zurigo........................................................................ » 275

Ventesimosesto. - Guerra al Papato.......................................................................... » 293

Ventesimosettimo. - Savoia e Nizza.......................................................................... » 330

Epilogo e Conclusione.............................................................................................. » 365





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