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Pubblichiamo la seconda parte dell'opera di Delli Franci, testo lontanissimo anni luce dalla mitologia patriottarda e lontano anche dalla propaganda borbonica.

Riportiamo un passaggio significativo:

La guerra che combatteva l’esercito napolitano era spietata e delle più difficili. Esso lottava nel proprio paese senza molti mezzi pecuniari e di offesa contro gente, la quale impossessatasi di quelli che nella capitale avevansi lasciati n'era bene fornita.

Il soldato soffriva però molti disagi e privazioni, ma egli era pur contento perocché mirava al risarcimento dell'onore delle armi napolitane ed alla indipendenza della patria, mentre gli uomini della rivoluzione, calunniandolo, ingegnavansi di farlo venire, in odio alle popolazioni, e così fare accoglienza a coloro che più tardi dovevano gittare il paese in un abisso di mali e di sventure. “

Buona lettura.

Zenone di Elea – 31 Agosto 2011


CRONICA

DELLA CAMPAGNA D'AUTUNNO

DEL 1860.

FATTA SULLE RIVE DEL VOLTURNO E DEL GARIGLIANO

DALL’ESERCITO NAPOLITANO

alla quale è posto innanzi un racconto

di fatti militari e politici avvenuti nel Reame delle Sicilie

nei dodici anni che la precedettero

PER

GIOVANNI DELLI FRANCI

Uffiziale Superiore dello stato Maggiore dell'Esercito Napolitano ed alla immediazione del Re Francesco II. — Sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito operante— Commendatore del Real ordine militare di S. Giorgio della riunione — Cavaliere del Real ordine di S. Ferdinando e del merito — Cavaliere di prima Classe del Real ordine di Francesco I. ecc. ecc. ecc.

CON DUE TAVOLE

PARTE SECONDA

NAPOLI

PEI TIPI DI ANGELO TRANI

Conte di Mula 13

1870

(1)



INDICE DELLA SECONDA PARTE.

PARTE SECONDA

DIARIO DELLE AZIONI GUERRESCHE

E DI OGNI ALTRA COSA DELLA CAMPAGNA.

CAPITOLO I.

Campagna sulle rive del Volturno.

14 Settembre.

Re Francesco, saputo che cinquantamila Piemontesi capitanati dal generale Fanti discesi nelle Marche e nella Umbria facevano guerra contro le milizie Pontifìcie, mandò in Frosinone il capitano Ferdinando de Rosenheim e commisegli di sapere dal de Mortillet, colonnello dell'esercito Papale, quali fossero oggi le posizioni dei Subalpini. Il de Rosenheim adempita la commessione, riferì trovarsi i Piemontesi tra Terni ed Ascoli. Di che impensierito il Sovrano e sospettando che l'esercito Sardo, o per la via di Fondi, o per la valle di Roveto e per Civita-Farnese potesse andare a ridosso del Garigliano, incontanente comandò che in quei luoghi si preparassero le difese. Perché il colonnello Gagliardi ed il capitano Quandel del genio, ebbero incarico di far ricognizione delle sponde del fiume e proporre quali opere di fortificazione occasionale potevano alzarsi, per contrastare, segnatamente là dov'è il ponte di ferro, il passaggio al nemico.

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Le opere che da essi uffiziali del genio si credettero utili, furono una doppia testa di ponte collocata sulla stabile via, che presso la foce è di comunicazione tra le due spónde ed alcune batterie lungo la costa, per impedire all’inimico che si avvicinasse e guarentire la strada, che costeggiata dal mare mena a Gaeta.

Inoltre Egli il Re, si recò di persona alle anguste gole di S. Andrea e fattone ricognizione, volle che il tenente generale Ferrara col capitano de Nora del genio, andassero incontanente in quel luogo e vedute ivi alcune vecchie fortificazioni, fatte dai Francesi nell'anno 1806, proponessero la maniera onde afforzarne e munirne la posizione. Costoro adempito il mandato manifestarono al Re doversi tosto occupare le gole di S. Andrea; poterlesi difendere con poca truppa collocata su le alture; essere necessitai di armare prestamente i due fortini posti abbasso e a destra e sinistra della via consolare, la quale da Terracina per Fondi e Itri si unisce alla traversa Civita-Farnese e, poco poi a quella di Gaeta, e contrastarne l'ingresso al nemico.

Tre battaglioni garibaldini attaccarono pugna con i posti avanzati dei napolitani che guardavano la riva destra del Volturno nel sito detto Gradillo, ov'era l'antico ponte a battelli e vivo combattimento si sostenne d’ambe le parti. Il comandante dei cacciatori, tenente colonnello Vecchione, veggendo durar lungamente questa lotta contro forze maggiori, domandò al generale Colonna, comandante la divisione, l'aiuto di una sezione di artiglieria. Questa fu subito inviata sul luogo; e poiché le attitudini del nemico davano a di vedere volesse forzare anche le altre posizioni circostanti, il generale in capo ordinò che la cavalleria comandata dal generale Palmieri stesse sull'avviso.

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Mentre così si operava verso Triflisco, il nemico appiccò zuffa a Capua con i posti avanzati dei napolitani fuori porta di Napoli facendo mostra di grandi forze é di ardire. Quella posizione era difesa dal nono reggimento di fanti, il quale rispose agli spari dell'inimico con somma energia e resistette all’urto dell'avversario con fermezza senza lasciare terreno, quantunque avesse a fronte numerosa oste. Ma i mezzi non erano acconci al valore di quel reggimento, il quale combattendo con archibugi a selice di vecchia usanza e però di passata assai inferiore a quella delle armi rigate, che maneggiavano le masse nemiche, pugnava contro il vantaggio del numero e del tiro. Resistere in tale disuguaglianza sarebbe stata opera infruttuosa, però si attenne allo stratagemma di piegare su gli spalti della piazza, per fare che i nemici si appropinquassero ai cannoni di essa. Difatti mercè gli spari delle artiglierie dei bastioni, l'avversario fu tosto disperso e messo in fuga e restò dei suoi nel campo molti fuori combattimento, mentre dei napolitani non furono che tre feriti.

Il ministro della guerra pubblicò di mezzo all’esercito, che gli uffiziali che si allontanavano da esso, sol perché avevano dimandato di essere sciolti dai vincoli militari e non aspettavano che loro fosse ciò conceduto, sarebbero stati reputati rei di fellonia e come tali in ogni tempo giudicati. Inoltre Egli promulgò altra manifestazione, attenente allo stato di guerra! ed altre Sovrane volontà (1).

Il generale in capo ricevette ordine di trasferire la sede del comando del corpo di esercito fuori Capua.

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Ma Egli aveva ragioni per restarvi e nello interesse della guerra le manifestò al Re (2). Il quale letto i motivi che determinavano il Ritucci a fermare in Capua il quartiere generale dell'esercito, subitamente scrisse, che il comandante in capo avesse facoltà di permanere dove più gli piacesse.

15 Settembre.

Nuove masse nemiche si fecero vedere dal lato sinistrò di Capua. Il comandante in capo ne avvisò il generale Colonna ed il colonnello Polizzy, affinché si preparassero ad un combattimento che diveniva possibile. Ma la giornata scorse in semplici previsioni, senza ostilità, così dall'un lato, come dall’altro.

Il Re commise al capitano de Nora del genio, l'adempimento di ciò che s'era fermatoli giorno innanzi, per rendere più forti le gole di S. Andrea e gli dette facoltà di costruire pure altre opere, se le stimasse utili. Il de Nora partì di Gaeta per colà con due uffiziali e cento soldati del genio, colla compagnia di artiglieria del capitano Galluppi e due di quelle del primo reggimento di fanti.

Il ministro della guerra con manifestazione all’esercito disse, che gli uffiziali ed impiegati qualsivogliano i quali si erano rimasti in Napoli disobbedendo all'ordine che avevano ricevuto il giorno Il di recarsi fra quattro giorni in Capua o in Gaeta, s'intendevano cancellati dai Ruoli militari e però doversi conferire subito i gradi e gli uffici di quelli, a coloro che non avevano abbandonata la bandiera. Inoltre Egli scrisse al generale in capo d'incominciar la guerra di offesa e volle che si promulgasse all’esercito quali essere gli obblighi e le facoltà di ciascun comandante

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di corpo nell'occupare città o contrade rubelli alle leggi; come serbare speciali norme di amministrazione nel tempo della campagna; in qual maniera attuare le regole di guerra per le imposte e le requisizioni che potevano farsi ed a quali termini estendersi la licenza conceduta ai generali, sì nel caso che gli uffiziali dovessero venir promossi a maggior grado, come in quello che occorresse passarli da un corpo all’altro (3).

16 Settembre

Questa giornata fu segnalata per qualche avvisaglia. Ai primi albori le masse nemiche attaccarono la pugna dov'erano i posti del decimoquarto e della terza compagnia del sesto dei cacciatori che guardavano la scafa di Gradillo. Incominciò aspro combattimento da ambe le parti e con uguale ardore, ma dopo poche ore il nemico si ritirò La sua forza drizzata a quella posizione, che dai napolitani fu corroborata con la 7a compagnia del sesto dei cacciatori, poteva sommare ad oltre 500 uomini.

Intanto altra colonna nemica, forte di numerosi fanti e cavalieri, aggredì i posti avanzati dei napolitani fuori porta di Napoli. Ma cedendo alla valorosa resistenza del decimo reggimento di fanti che colà era, volse le spalle e si mise in fuga con gravi perdite e senza averne cagionato alcuna alle truppe. Questa splendida azione di guerra onorò quel bravo reggimento, che inferiore di numero agli aggressori, seppe loro resistere e sperderli.

Ancora faceva mestieri dare opera affinché il lato dritto del corpo di esercito divenisse sicuro delle possibili aggressioni dell'inimico e vegliare su tutta la costa, che da Pozzuoli per Mondragone ed il Garigliano si distende a Mola.

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E poiché la brigata del generale Won Mechel, accantonata in Sparanisi e luoghi circostanti, era in uno spazio di terra opportuno, a questa esigenza, il Ritucci glie ne commise il carico, dandogli facoltà di disporre le truppe a proprio piacimento. Però ordinò al generale Segardi, che alloggiava in Carinola, di dipendere dal Won-Mechel fino a che questi non fosse mandato altrove. Anche alle soldatesche della brigata del Ruiz fu imposto in tal congiuntura, di obbedire allo stesso generale.

Il colonnello Francesco Antonelli, già sottocapo dello stato maggiore dell'esercito in Napoli e poi capo dello stato maggiore dell'esercito operante l’era stato chiamato in Gaeta fin dal giorno Il settembre e vi si era recato il 12 insieme ad alcuni capitani, onde l'altro colonnello Tommaso Bertolini ne assunse a tempo l'ufficio. . Ma notificatosi il primo ottobre da Gaeta, che lo Antonelli ivi restava con la qualità di capo dello stato maggiore presso il Re il generale in capo nominò definitivamente il Bertolini capo del suo stato maggiore ed il maggiore Giovanni delli Franci sottocapo.

Il ministro della guerra credendo essere delle sue parti ordinare tutto ciò che in genere risguardasse l'azione della guerra e stabilire norme che crescessero l'efficacia dei mezzi che si aveva il generale in capo, a fine di ottenere felici risultamenti scrisse al Ritucci una lunga lettera. In essa domandava notizia del nemico e delle operate ricognizioni; definiva irregolare la guerra che si combatteva e però pregava il generale in capo a non porre molta mente alle regole di strategia; inculcava ai generali di far spesso manifestazioni ai soldati e con calde parole stimolarne il valore;

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diceva come dovesse considerarsi la piazza di Capua e da ultimo incitava il comandante in capo a marciar tosto con l’esercito contro il nemico (4). Ma questa lettera del ministro non fece cangiare la mente del Ritucci, che stimava ancora inopportuna la guerra offensiva. Egli sapeva quale difficile missione avev'assunto ed il bene del Re e della patria, l'onore dell'esercito, avevano tale reverenza e tale amore, che non era agevol cosa indurre il suo animo a fare un impresa di cui la buona riuscita, se non certa, fosse almeno probabile.

È a notarsi ancora in questo dì la nuova che da Roma, per via di telegrafo, dette il Principe d’Altomonte al ministro degli affari esteri in Gaeta. Egli scrisse essere rotte le comunicazioni telegrafiche nelle Marche e nell'Umbria; mancare notizie esatte della guerra che guerreggiava l’esercito Papale; marciare i piemontesi da Sinigaglia e da Perugia contro Ancona e Lamoricière piegare con le sue truppe, per rifuggirsi in questa piazza.

17 Settembre

In questo giorno forti colonne nemiche si videro alla sinistra riva del Volturno verso Caiazzo. Il tenente colonnello La Rosa ch'era in quella posizione, avutane contezza si avvisò anzi tutto distruggere i mezzi di passaggio dall’una sponda all'altra, per impedire al nemico che ne occupasse la dritta. Per la qual cosa inviò lunghesso il fiume ottanta uomini della sua truppa, condotti dal capitano Laus ed aiutati da dodici esperti villanzoni armati di scure. Questo brano d'uomini, con zelo pari all'ardimento, percorse la destra riva e distrusse le scafe di Sguiglia, Pietra del pesce, Alvignanello e Campagnano.

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Ma non si arrestò qui l'operosità e l'audacia di quel vigile drappello, ché scorto da lungi i garibaldini in numero di cento circa avere già valicato il fiume verso Amorosi, andò di repente ad inseguirli e gl'incalzò sì, che privi di scampo e fuggenti fùron costretti a cercar salvezza, chi gittandosi a nuòto nelle acque per raggiungere l'opposta sponda e chi celandosi nella vicina boscaglia. Il comandante del battaglione appena seppe il fatto, accrebbe quel drappello di altra forza affinché continuasse ad adempire la sua incombenza con sicurezza maggiore e manifestò al generale in capo, aver certezza che l'inimico passerebbe il fiume sulle rive di Piedimonte, con intendimento d'impadronirsi di Caiazzo.

18 Settembre

Il nemico non si occupò che di strategia di colonne forti di combattenti su vari punti.

Le forze del decimoquinto dei cacciatori accantonate in Triflisco, notarono un' insolito ragunarsi di gran numero di masse nemiche presso lo sbocco di S. Leucio. Il che indicando imminente ostilità, le truppe napolitane preparate a battagliare, se ne stavano nelle loro posizioni. Ma tranne ciò, l'intero giorno passò senza fatti di guerra.

È mestieri por mente, che il generale in capo recatosi due giorni prima in Caiazzo aveva comandato doversi difendere quella città in caso di aggressione nemica, salvo quando per ragione del numero maggiore degli assalitori, divenisse la lotta assai ineguale. Ed affinché tale comando potesse compiersi più agevolmente, aveva mandato in Caiazzo una compagnia di zappatori per fortificare il paese e renderlo atto a più gagliarda resistenza.

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19 Settembre

Questo giorno era riserbato ad avvenimenti memorabili nei fasti della campagna e nei quali il valore delle armi del nostro Reame, accrescendo la gloria del soldato italiano, doveva sbugiardare le basse maldicenze, onde era stato oltraggiato.

Sebbene i fatti di questa giornata siano già conti allo universale, pure a noi incombe siccome cronista il narrarli veridicamente.

Verso le ore sei del mattino le masse di Garibaldi attaccando la pugna, investirono fuori porta nuova di Capua i posti militari ch'erano a loro più dappresso; ma vigorosamente respinti ed incalzati, si rifuggirono nel vicino bosco di Carditello, il quale avevano stimato dover essere il punto principale d’ogni loro strategia. Poco stante una colonna forte di meglio che tremila combattenti fece impeto simultaneamente contro tutti i posti avanzati fuori porta di Napoli. I quali sebbene si trovassero a fronte di un nemico di gran lunga superiore in numero e però in lotta disuguale, pure supplendo al difetto della forza materiale col valore, opposero valida resistenza e si battettero con bravura eguale al cimento. Ma essi, che pochi erano, non potendo sostenere quell'azione di guerra e fare del loro valore inutile sacrifizio, ripiegarono verso gli spalti combattendo e si ridussero nella strada coperta. Questo retrocedere e la mancanza di altra forza che fosse di ausilio ai posti avanzati in numero proporzionato all'aggressione, accrebbe l’audacia del nemico, sì che inoltrando con maggior veemenza per la strada di S. Maria e S. Tammaro e facendo dei pioppi ond'era sparso quel terreno tanti parapetti,

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cacciossi animoso in mezzo alla piazza l'armeggiamenti, che appellasi Campo di S. Lazzaro; con due cannoni, che postò contro i bastioni della piazza.

Innanzi a queste attitudini l'azione della metraglìa era l'unica per operare con felice successo e comprimere l'ardire del nemico. I bastioni della fortezza incominciarono a far tuonare le loro artiglierie prima da quello detto Sperone e poi dagli altri Olivares, Conte Aragona, Castelluccio é S. Amalia. I nemici sperperati dall’artiglieria nel momento che spiegavano le colonne, fuggirono in disordine, cercando scampo dietro la chiesa di S. Lazzaro, che sta nel mezzo della piazza d’armeggiamenti, e presso le casine circostanti. In questo venuto il tempo di operare, i napolitani lasciarono la strada coperta e aiutati da quattro compagnie del nono reggimento di fanti, da due squadroni di cavalleria e da quattro cannoni di campagna, inseguirono i1 nemici e con tale impeto da scacciarli dalle prime posizioni e confinarli di là del convento dei cappuccini di S. Maria. Liete di questa vittoria le truppe fecero ritorno fra le grida di «viva il Re», menando con se gran numero di feriti nemici trovati accanto a molti dei loro compagni, cui un avventato ardore era costata la vita (5).

In questa pugna che abbiamo descritta, morirono il primo tenente Cieri del decimoprimo dei cacciatori ed il capitano d'Arrigo e furono feriti venti soldati. Le per dite del nemico furono notevolissime; il terreno del combattimento seminato di morti e feriti e di armi e bagagli in gran numero, n era la più sicura testimonianza.

Fra i tratti di valore onde segnalaronsi alcuni dei combattenti è da notare quello del generale al riposo Francesco Rossaroll. Questo vecchio soldato, di robusta salute e non ancora fatto inerte dagli anni, al tuonar del cannone intese agitarsi di quel fuoco marziale,

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che non si spegne pel volgere di tempo e che segue il militare fin presso alla tomba, onde trasportandosi prima col pensiero e poi con la persona sul campo dell'onore, e là dove più ferveva il combattimento, colla voce e con l'esempio fu di nobile incitamento all'ardore dei soldati. Ma inoltrandosi in mezzo ai combattimenti per animarli alla lotta, ferito cadde a terra e più tardi tornò al suo focolare lieto per aver dato un' altra splendida testimonianza di valore. né transandèremo allerto di far menzione del tenente colonnello Matteo Negri dello stato maggiore che volonterosamente diresse ogni cosa della giornata dalla parte di S. Maria e del quale il generale in capo narrando per telegrafo al Re gli avvenimenti del giorno disse così «Il tenente colonnello Negri dello stato maggiore ha diretto gli attacchi dei nostri posti avanzati sul fronte di Napoli e si è coperto di gloria».

Lo spirito delle truppe, sempre decise a propugnare il più che si potesse la causa del Re e della indipendenza della patria, in questa occasione soddisfatto del felice risultamento del loro combattere, era promettitore di fatti ancora più illustri. E di vero nuovi fatti dovevano segnalare questa giornata. Altra zuffa, si appiccò a quattr'ore dopo il meriggio dalla strada di S. Maria. I posti avanzati dei napolitani, che si componevano di quattro compagnie dell'ottavo dei cacciatori, provocati da forti masse nemiche, dapprima risposero con la loro abituale fermezza e poi non potendo sostenere un conflitto continuo, perché erano inferiori in numero agli assalitori, retrocedettero per poco verso gli spalti, anche per fare avvicinare il nemico ai bastioni, certi di tornare alla lotta in miglior momento.

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E difatti succeduta l'opera delle artiglierie della piazza e fatti sgombrare i garibaldini, che camminando di lato alle macchine ed alle carra sulla strada ferrata, non veduti e securi erano colà pervenuti, le forze che avevano piegate cacciaronsi animose sul campo, gl'inseguirono per lungo tratto e non: rientrarono ai posti avanzati, se non dopo averli obbligati a ridursi nei luoghi che prima occupavano. E questo nuovo fatto d'arme, altri e non meno gravi danni costò ai nemici, ché non picciol numero di essi caddero morti e vennero feriti e trentadue furono fatti prigionieri. Delle truppe, solamente fu feritol'alfiere de Tommaso del decimoterzo dei cacciatori.

Mentre le milizie napolitane allietavansi di questi felici successi innanzi alle mura della piazza, altri di non minor grido accadevano nel giorno stesso presso Pontelatone.

E. prima di ragionarne, sarà pregio dell'opera dire innanzi tratto, che quattrocento garibaldini guadato il fiume a Limatola e Sguiglia e minacciato Caiazzo l’avevano occupato, , a cagione che il tenente colonnello La Rosa comandante la colonna che guardava questo luogo, aveva creduto esser cosa conveniente di abbandonarlo e mettendo campo nella pianura sottoposta, proponevasi di obbligare il nemico a combattere in aperta campagna.

E per venire a ciò di cui sopra facemmo parola, diciamo che numerose masse nemiche aiutate da grossa artiglieria e favorite da eminente positura presso ad una Casina sita sulla, strada che sovrasta il fiume, con colpi d’archibugi e di cannoni attaccarono pugna contro La prima compagnia del decimo quarto dei cacciatori, la quale era a guardia del posto avanzato rincontro al bosco Reale, con l'intendimento d'impadronirsi della pianura di Caiazzo e far forza contro i difensori del passo di Triflisco.

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Non ostante la disuguaglianza del numero e la diversità dei mezzi a delle posizioni, i napolitani fecero fronte al nemico e sì tenacemente, che non si smarrirono, né ruppero le ordinanze; sebbene in difficili condizioni si trovassero e sotto impetuoso e vivissimo sparo di artiglierie. Il comandante di quel battaglione, tenente colonnello Vecchione, non tardò di accrescere il numero dei combattenti con altre forze e spedì tosto altra compagnia di cacciatori e metà delle batterie num.° 10 ed 11, comandate l'una dal capitano Tabacchi e l'altra dallo alfiere Ainis, per dov'essere allogate in modo da incrociare i loro spari. Quest'artiglieria era protetta dà convenevole forza del medesimo battaglione dei cacciatori e da un drappello di cavalieri del terzo dei dragoni, obbedienti al tenente Maurino. Nel tempo stesso quattro compagnie dell'ottavo dei cacciatori si distesero in cordone a regolare distanza dalle due del decimoquarto, di cui le munizioni essendo state. esaurite per lo continuo trarre d'archibugi, furono sostituite dal; rimanente del proprio battaglione. Questi espedienti produssero l’effetto cui si mirava, quello cioè di osteggiare il nemico ed impedirgli che inoltrasse. Ancora in quello che il decimo quarto reggimento di fanti rientrava in Formicola, luogo del. suo accantonamento, il tenente colonnello Zattera che n'era il comandante, udito il cominciamento delle ostilità, ritornò nella pianura di Caiazzo, che aveva rafforzata solamente per antiveggenza di pugna. Ivi giunto, ordinò, così il suo reggimento, l’uno dei due battaglioni in ordinanza di battaglia, l’altro disposto qua e là per guardare i fianchi e le spalle della truppa combattente.

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Il terzo reggimento dei dragoni fu ordinato ancora in modo da potere acconciamente accorrere alla difesa. In questo tempo, poiché il brigadiere Barbalonga per contezza avutane dal maggiore Pianell, avvertì il generale Colonna ch'era in Bellona, essersi cominciato il combattimento su le sponde del fiume; questi, seguito dal Barbalonga, dal quarto e dal secondo dei cacciatori, dalle tre sezioni di artiglieria che trovavansi in quei luoghi adiacenti sotto gli ordini del capitano Solofra, andò incontanente là ove si guerreggiava. Quivi giunto mandò il Barbalonga col quarto dei cacciatori in aiuto dei combattenti ed il secondo anche dei cacciatori con l’artiglieria, restarono siccome truppe di riscossa a piè del monte Gerusalemme: Il quarto dei cacciatori alle ore dieci del mattino con le quattro compagnie dell'ottavo, battagliarono contro l'inimico, invece del decimo quarto che stanco del lungo ed accanito combattere aveva mestieri di riposo. Anche l'artiglieria ne aveva uopo, ché la mezza batteria num.° 10 con vivo e ben regolato sparo, aveva fin dal mattino egregiamente combattuta l’artiglieria nemica. Oltre ché le sue munizioni essendo state esaurite, il Barbalonga a questa sostituì la mezza batteria num.° 13 del capitano Solofra. Dalla collina Sergardi, due cannoni da 4 rigati della batteria num.° 13 tennero sgomberata da nemici l'opposta riva, per ordine del maggióre Pianell. che comandava il decimoquinto dei cacciatori. Questa calorosa azione di guerra, cominciata a sette ore del mattino, durò fino a due ore dopo il meriggio con lo stèsso ardore. I nemici, scorati e disordinati, si dettero a fuggire, mentre buona mano di napolitani, traversando intrepidi il fiume, di carriera l'inseguirono. E raggiuntili in una boscaglia ne fecero prigione trentotto, tra i quali due uffiziali, da cui si seppe

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che la truppa nemica con k quale errasi combattuto componevasi di quelle genti ch'essi chiamavano brigata del Sacchi. Scacciato il nemico da. quelle posizioni, i napolitani inchiodarono due cannoni di lui e due altri gittarono nel fiume.

Questo combattimento costava alle milizie di Napoli due vittime, che, un soldato si moriva d’archibugiata nemica ed un' altro era travolto nel fiume dalla corrente oltre di feriti ventuno, tra i quali è debito di giustizia notare il capitano Federico Fiore che, sebbene grondava sangue per proietti lanciati sul suo corpo, pure non volle cessare dal combattere. Le perdite dei nemici furono assai maggiori: essi lasciarono sul luogo ove s'era battagliato gran numero di morti e feriti e molte armi delle quali fuggendo si spogliarono. Fra quelli che furon fatti prigione, e sommavano a trecento ed otto, molti palesarono essere soldati dello esercito Sardo liberati Innanzi tempo dell'obbligo di militare.

Perle quali cose che abbiamo narrato non sarà chi non affermi maravigliosa essere stata la bravura dimostrata dai napolitani a fronte dell'inimico, degnissimi di encomio essere i comandanti. E qui ci sia lecito di aggiungere che di mezzo alla zuffa non fu da ammirare solamente il valore e l'eroismo degno di soldati italiani, ma eziandio la virtù della umanità onde eglino si composero l'animo. Conquiso il nemico, ti sentivi l’animo commosso in vedere alcuni dei napolitani non curanti della propria vita per salvare l'altrui gittarsi nel fiume per soccorrere i feriti lasciati da lui giacenti nella opposta riva, e nuotando trasportarli su le proprie spalle.

Il generale in capo col suo stato maggiore stette in questo combattimento e vistolo riuscir felice ritornò in Capua e fu spettatore di quella pugna da noi più avanti descritta e che innanzi alle mura di essa si faceva.

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In questo dì proponendosi l'inimico di tramandare alla posterità fatti guerreschi di gran momento aggrediva simultaneamente i napoletani in diversi luoghi e con tutte le forze che a lui obbedivano. E di vero circa le ore nove del mattino masse nemiche scendendo dalla montagna di Roccaromanà inoltrarono verso il paese e fattosi incontro ai posti avanzati di questi attaccarono la pugna. Questo luogo era difeso da pochissima gente, giacché non vi erano che tredici uffiziali e dugentosettantasei soldati reliquie del reggimento carabinieri a piedi e del terzodecimo dei fanti sotto gli ordini del maggiore Angellotti. Essi sebbene pochi rispetto al numero maggiore dei nemici non isgomentarono e si tennero saldi contro i colpi che loro si scagliavano fino allo arrivo della truppa che doveva rinforzarli. E rinforzati, ancor pochi essendo contro molti, in ordine aperto si slanciarono contro il nemico con impeto ed ardore. La lotta era disuguale ma accanita; il valore di pochi prodi bastò a tener fronte a numerosi armati. Il nemico che, veduto lo scarso numero di quei che lottavano contro di sé credeva di vincerli, infuriato raddoppiò i colpi e 1 impeto ma senfea prò: ché più sforzandosi di guadagnar terreno, maggiori se ne gli si facevano gli ostacoli a cagione di eroica ed audace resistenza. La quale non potendo durare lungamente e facendo bisogno di aiuto, l’Angellotti il chiese senza sospendere il combattimento al colonnello Konig che comandava in Pietramelara. Ma questi sia che prestasse poca fede al messaggiero di tal cosa, sia per difetto che aveva di efficacia in operare, sia che prevedendo caso di guerra volesse tenere tutte le forze con. se, altro non fece che mandare di posto avanzato all'ingresso del paese ov'era un battaglione del quarto dei fanti.

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Ma, cresciuto quel bisogno a cagione ancora che cominciavano a mancare di munizioni i combattenti di Roccaromana, il maggiore Angellotti di persona fece nuove istanze a quel colonnello, il quale, riunito un grosso numero di soldati, ordinò che raggiungessero le file di coloro che aspettandoli pugnavano. Questo soccorso tanto desiderato rincuorò di tal guisa quei valorosi che combattendo con maggiore impeto contro il nemico fecero che questi sgominato e fremente di rabbia volse le spalle inseguito dai vincitori.

In tale scontro ultimo di questo giorno le milizie napolitane non patirono che poche perdite quelle del nemico furono di assai numero ché degli uomini delle sue masse tra morti e feriti si numerarono bene ottanta e sessanta fatti prigione. E non tralasciamo di narrare per memoria di azione nobile e gloriosa ciò che fece in questa giornata l'alfiere del decimoterzo dei fanti per nome Dioguardi, il quale con due soldati tolse, non sapremmo dire se con ardire o coraggio, al nemico la bandiera. E ne sarà pure conceduto dire che ai combattenti si aggiunsero volonterosamente alcuni abitanti di Roccaromana, i quali, armati di scure e di altri strumenti rurali, caldeggiando la causa del Re gareggiarono con quelli in valore e tre di costoro vennero gravemente feriti.

Falliti come or ora abbiamo detto tutti i disegni dell'inimico, le milizie napolitano compirono la giornata con una serie non interrotta di vittorie e soprattutto dettero prova di quella fedeltà che, macchiata altrove da parecchi, doveva risplendere d'una luce più bella e farsi ammirare da quanti l'hanno in pregio.

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Le sconfitte avvenute all'oste di Garibaldi sconfortarono i vinti e quanti erano avversi alla indipendenza della patria. Nullameno la rivoluzione non potendo strombettare vittoria, inventando, sforzavasi per opera di giornali di far credere le truppe nazionali essere state disumane contro i prigionieri; avere aggravato pacifiche popolazioni e di mezzo a queste aver commesso uccisioni, rapine ed ogni sorta di nefandigie.

Il ministro della guerra ragguagliato dei fatti d'arme che abbiamo descritti ne fece onorevole ricordo con opportuna manifestazione all'esercito (6). E più tardi con lettera riservatissima inculcò al generale in capo di marciare a guerra offensiva. (7) E simigliante cosa il Re mandò a dire a costui per Luvarà capitano dello stato maggiore.

Il Ritucci, che dal tempo che venne prescelto a comandare il corpo di esercito operante aveva avuto continui incitamenti ed a bocca ed in iscritto per offender l'inimico, aveva fin dal giorno dodici formato un disegno di guerra il quale, per mezzo del capitano Fabri dello stato, maggiore, lo inviò al Monarca. (8) Questo disegno che il generale in capo distese per obbedire al Sovrano, convenuti dopo qualche giorno l'uno e l'altro in Sparanisi, e da solo a solo disaminati i pericoli ai quali effettuandolo si sarebbe andato incontro, non venne adempito. Nondimeno non smettevasi di cangiare la difesa in aggressione, ché anzi deliberavasi di comporre un nuovo disegno di guerra che desse opportunità alla soldatesca di disfare interamente tutte le forze nemiche prima di entrare nella Capitale.

E porremo termine al racconto dei fatti di guerra di questa giornata dicendo che il Re ed il conte di Trapani onoravano spesso spesso di loro presenza la piazza di Capua ed assai sovente, non temendo i colpi dell'avversario, erano spettatori di avvisaglie di posti avanzati.


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I Reali Principi il conte di Trani e di Caserta erano a parte dei disagi che per la campagna i soldati sofferivano ed. ardenti di guerreggiare vedevansi ora in questo ed ora in quello alloggiamento.

20 settembre

Novella pugna si appiccò dai garibaldini contro i posti avanzati di Roccaromana, ma dopo lo scambio di molte fucilate il nemico fuggì senza dar luogo ad altri fatti, né tempo da poterne valutare il numero. Questa sua apparizione faceva sospettare di qualche artifizio strategico, onde il colonnello Marulli comandò che si operasse una ricognizione su le tracce di quegli uomini ch'eransi mostrati per disparire di repente. A cagione di questa militare ricognizione si seppe che quelli erano avanzi delle masse combattute e disperse il giorno innanzi i quali vagavano pei monti per procacciarsi le cibarie. Laonde non potendo temersi altra aggressione in quel luogo, il Marulli, ch'era ito da Teano per aiutare le truppe di Roccaromana col primo reggimento dei granatieri della guardia, ritornò al proprio accantonamento.

Intanto il comandante in capo che nel precedente giorno mentre ferveva la pugna aveva raccolto al poligono di Capua la parte delle milizie che non combatteva a fine di tenerle pronte ad ogni bisogno, sì queste che altre mandò in vari alloggiamenti. Difatti ordinò che la prima divisione del generale Colonna restasse nei suoi accantonamenti, tranne il terzo dei cacciatori il quale doveva metter campo nella pianura di Caiazzo; che la seconda divisione del maresciallo Afanderivera,



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occupasse con la brigata del colonnello Polizzy, Pignataro, Partignano, Pantuliano, S. Secondino, Pastorano e Camigliano e la brigata del Won Mechel con la batteria num.° 15 entrasse nella piazza di Capua. Ancora volle che la terza divisione del generale Tabacchi stesse ne suoi accantonamenti di Teano. E poiché le quattro compagnie di gendarmeria che trovavansi nella taverna della catena partivano per S. Germano, Arce ed altri luoghi, Egli ingiunse che un battaglione del primo reggimento della guardia andasse a guardare quel posto e che la brigata del colonnello Ruiz alloggiasse in Sparanisi, Calvi, Viscano e Zuni. E da ultimo dividendo la cavalleria in due divisioni volle che la prima composta della cavalleria leggiera fosse' comandata dal generaleRuggiero venuto allora da Gaeta, e l’altra cioè la pesante restasse sotto gli ordini del generale Palmieri. Tutte e due queste divisioni eccetto i corpi che erano nella pianura di Caiazzo ordinò che occupassero le taverne e le casine lungo la via consolare fino a Sparanisi, ove alloggiasse la batteria num.° 5 della brigata del generale Sergardi. Poco stante severamente prescrisse che si fossero formati due spedali, l'uno in Teano, in Sessa l'altro e dette facoltà ai comandanti delle divisioni di porvi medici e cerusici requisiti con l'obbligo di farne lui consapevole.


21 settembre


In questo giorno altra non peritura gloria si procacciarono le truppe napolitane. Perché un combattimento che rese celebre la picciola ed antica città di Caiazzo valse la disfatta di oltre milledugento garibaldini, i quali s'erano fortificati in quella positura eminente non facile ad esser presa di assalto.



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Circa le ore nove del mattino il nemico inoltrò verso la pianura di Caiazzo in attitudine minacciosa ed assalendo le truppe napolitane si venne alle mani compiendosi d'ambe le parti fatti gloriosi. Il generale Colonna che comandava la prima divisione aggiunse il quarto dei cacciatori condotto dal tenente, colonnello della Rocca alla colonna del tenente colonnello La Rosa che componevasi del sesto dei cacciatori, di mezza batteria d'obici da 12 centimetri a schiena e e di uno squadrone del terzo dei dragoni, e comandò a quelle soldatesche di cacciare il nemico dalla pianura, costringerlo a ridursi in Caiazzo e d'impadronirsi dei paese. In questo mentre dugento di quei di Garibaldi guadato il fiume andarono ad accrescere il numero de’ difensori della città. La milizia napolitana avendo forzati i garibaldini a ritirarsi in Caiazzo si accìnsero ad assalire la città in tre punti diversi. E però una compagnia in ordine aperto fu mandata sul lato sinistro; altra con una sezione di artiglieria sul lato destro e la colonna intera sul centro per la strada consolare. Queste forze pervenute senza grave molestia a piè della collina, qui trovarono resistenza vivissima e la lotta addivenne sanguinosa. Il tenente colonnello La Resa ch'era condottiero di tutta quella soldatesca dopo un'avvicendarsi d'archibugiate dall’una parte e dall'altra stramazzò in terra per mortale ferita e gli succedette nel comando il tenente colonnello della Rocca. L'Alfiere Andrea Colonna dello stato maggiore, aiutante di campo del comandante della prima divisione che aveva guidate le truppe verso Caiazzo, cominciato questo combattimento ritornò alla pianura per assicurare il generale Colonna ohe gli ordini di lui erano stati a capello adempiti. Intanto arrivava alla pianura di Caiazzo il generale in capo seguito dal suo stato maggiore



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e fattoglisi palese quanto a sua insaputa si era operato e dettogli di poi la resistenza ch'erasi incontrata dalle truppe ed il non essere tra esse che ancora combattevano uffiziali di stato maggiore, Egli comandò che il maggiore Giovanni delli Franci del suo stato maggiore con quattro compagnie dell'ottavo dei cacciatori andasse verso i combattenti, si per esser loro di aiuto, e si per restare mallevadore del felice esito di quella pugna, e che la brigata estera del generale Won Mechel con la propria artiglieria si avvicinasse a Caiazzo per essere di riscossa, E ciò avendo ordinato poco appresso v'andò Egli stesso con due plotoni di cacciatori a cavallo. Opportunamente provvedeva il generale in capo come quegli che voleva procacciare alle milizie sicuri successi, onde vieppiù crescere con le vittorie il valore delle armi napolitane. Ad undici ore del mattino pervenne il maggiore delli Franci con le quattro compagnie dell'ottavo dei cacciatori presso Caiazzo. Il combattimento a quell'ora era ancor vivido ed aspro e le milizie non aveano ancora disperse le barrica te, che a rettifilo della via consolare erano state fatte all'ingresso del paese, difese con ostinazione che non può dirsi a parola. Bisognava dunque operare efficacemente per iscacciare da quel luogo l'inimico e francar le truppe del pericolo de’ colpi di archibugi che si lanciavano dalle finestre e dai tetti delle case onde erano stati morti i loro compagni. Il tenente colonnello della Rocca ed il maggiore delli Franci fecero tuonare nuovamente le artiglierie (8 bis.) contro gli abbarramenti della città e contro i ricoveri dei difensori. Il fitto cannoneggiamento scorò i garibaldini ed essendo questo il momento di agire con successo, Eglino animarono i soldati a combattere a corpo a corpo e fecero che i primi ad assalire fossero quei delle compagnie dell'ottavo de’ cacciatori dola di recente condotte.



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Le milizie corsero come leoni sopra le barricate è sormontandole le disfecero. In questa lotta sanguinosa grande era l'impeto degli assalitori che opponevano il solo petto alle armi nemiche, grande il valore di chi resisteva accanitamente, e fra gli uni e gli altri le artiglierie napolitane si cacciarono innanzi e bene minando scagliavano palle con eccessiva violenza. É tra lo sparo degli archibugi e dei cannoni e del furioso lottare con la baionetta, le napolitane truppe camminando sul sangue de’ combattenti ed incalzando valorosamente il nemico misero nelle sue file sgomento, disordine e fuga. Allora la cavalleria ed ancora i due plotoni di cacciatori a cavallo, scorta del generale in capo entrarono audaci nel paese tirando colpi di sciabola a dritta ed a manca e caricando il nemico che difendevasi disperatamente lo sconfissero e gridando vittoria, e fanti e cavalieri s'impadronirono di Caiazzo (9).

Questa memoranda giornata non poteva non costare alle truppe gravi perdite. Ben cinquantuno de’ combattenti caddero di mortali colpi sul campo per lasciare di loro onorata memoria nei fasti della guerra ed altri cento vennero feriti (9 bis). Considerevoli furono i danni toccati al nemico e certamente assai maggiori di quelli che patirono gli avversi. Il luogo del combattimento rimase coperto di cadaveri di garibaldini oltre a cento feriti (10) che restarono in potere de’ vincitori insieme a dugentotrentadue prigionieri, senza dire delle armi e munizioni ond’era seminato il suolo e di due bandiere, una delle quali era stata già tolta all'inimico dal primo sergente Antonio Santacroce del sesto dei cacciatori.

A questo combattimento che durò tre ore e mezzo accorsero spontanei i capitani Luigi Dusmet dello stato maggiore,



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Raffaele d'Agostino e Giovanni Afanderivera di artiglieria tutti facendo mostra di valore e militare accorgimento. E con la loro presenza v'intervennero ancora il generale in capo, il maresciallo Colonna comandante la divisione cui quelle truppe appartenevano, ed i Reali Principi Conte di Trani e Conte di Caserta. E costoro ricevute le bandiere nemiche vollero recarle Eglino stessi al loro germano e signore in Gaeta come trofei d'una. giornata gloriosa per l'esercito napolitano.

Il generale in capo volendo stare sull'avviso, quantunque fosse certo che la disfatta toccata al nemico non avrebbe fatto ch'ei si arrischiasse di riprendere la perduta posizione, comandò nondimeno che i battaglioni quarto e sesto de’ cacciatori, già stanchi pel combattimento sostenuto, riposassero nella pianura di Caiazzo e che l’artiglieria si riunisse alle proprie batterie. Inoltre ordinò che la cavalleria ritornasse nei suoi accantonamenti e da ultimo stabili che 4a brigata estera del generale Von Mechel, stata in riserva durante la pugna, occupasse il paese insieme alle quattro compagnie 'dch'ottavo dei cacciatori e che linee ben lunghe di posti avanzati si distendessero nelle pianure. Ritornato di. poi al quartier generale ragguagliò il Re degli avvenimenti del giorno; e quando il ministro della guerra richiedevgli i nomi di coloro che maggiormente si erano segnalati nella vittoria riportala in Caiazzo, Ei scrisse parole che onorano il maggiore delli Franci. (11)

22 settembre

Mentre i prigionieri nemici si spedivano in Gaeta scortati dal primo reggimento della guardia, pervenne al generale in capo una lettera del ministro della guerra scritta prima del glorioso combattimento di Caiazzo.

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Con essa il ministro lamentavasi che le milizie non, occupavano le necessarie posizioni per impedire al nemico di poter girane il lato sinistro del campo che tenevasi dai napolitani e dolevasi eziandio ch'essi erano in luoghi non vantaggiosi. E però voleva che essendo scopo del corpo di esercito di combattere e distruggere Garibaldi per tornare in pristino l'autorità Regia nella Capitale, per ciò conseguire, con forti ed efficaci offese si operasse. (12)

Intanto notizie sicure e non dubbie si aveva il maresciallo Ritucci di voler l'inimico per la via di Piedimonte tentare il riacquisto di Caiazzo, con forze poderose. Nello stesso tempo il maggiore Piànell comandante il decimoquinto battaglione dei cacciatori posto a guardia di Triflisco manifestò che sulla montagna di S. Iorio i garibaldini avevano già posto dell'artiglieria mascherandola con terra, e che in altro sito verso la estremità del monte istesso accingevansi a costruire una batteria. Per tali cose la batteria num.° 11 del capitano Tacinelli, che per cardine del generale Colonna trovavasi pure riunita a Triflisco, con ben diretto sparo già molestava il lavorio degli avversari.

Quantunque questi fatti sempre più rafforzavano nella mente del generale in capo l'opinione che offendere l'inimico al di là del Volturno sarebbe stato grave errore, non pertanto egli, non volendo fidare sul proprio convincimento, chiamò a consiglio dapprima gli uffiziali del suo stato maggiore nei quali per il loro senno e per la loro scienza militare riponeva fiducia e poscia tutti i generali di divisione. Fine della riunione si era il discutere se fosse vantaggioso per l'esercito operare offendendo sulla sinistra sponda del fiume; esaminare le condizioni delle soldatesche e definire da ultimo se la eccentrica posizione di Caiazzo, che il generale in capo stimava doversi abbandonare, si avesse o pur né a ritenere.

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Non fu alcuno che non affermasse doversi ristale dall'offendere ed abbandonale Caiazzo, restringendo la difesa alle pianure sottostanti senza lasciar di guardare tutta quella linea dì monti fino a Formicola le cui falde erano a lato del nemico. E però il maresciallo Ritucci comandò che la brigata estera del generale Won Mechel ritornasse in Capua nel mattino seguente; il generale Colonna collocasse a suo piacimento le truppe della prima divisione per la determinata difesa e metà della batteria da campo numero 3 diretta dal capitano Giovanni Afanderivera fosse trasportata a Triflisco per meglio battere le artiglierie nemiche ed il suo comandante dipendesse dal maggiore Pianell che difendeva quel passo.

Ingiunte queste cose Egli il generale in capo non indugiò a scrivere al ministro della guerra ciò che il consiglio dei generali aveva deliberato e ragionandogli per disteso dei perigli ai quali l’esercito sarebbe andato incontro facendo guerra offensiva, ed enumerando i vantaggi già ottenuti nei vari combattimenti avvenuti conchiuse esser cosa utile di perseverare nel sistema di difesa sperimentato profittevole. (13)

Stavano così le cose quando il generale Colonna rapportò d'aver saputo dal maggiore Pianell 1500 piemontesi accampare alle spalle del monte S. Iorio aspettando l’arrivo di altrettanti con artiglierie per operare; Garibaldi essere andato di persona in S. Angelo per incitare i naturali a lavorare per la costruzione delle batterie sulle quali egli faceva assegnamento nel conflitto che diceva dovere aver luogo il domani.

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Dal canto suo poi esso generale Colonna disse non essere più prudente e salutare p3rl’esercito il movimento disposto per la batteria estera visti i crescenti e minacciosi apparecchi dell'inimico per passare il fiume, impadronirsi di Caiazzo e riuscire. alle spalle dei napolitani. Per questa ragione egli aggiunse stimare arrischiata di troppo la novella posizione da prendersi dalla prima divisione, perché i due o tre battaglioni che da Pontelatone star dovevano su i monti Fino a Formicola avevano a guardare una estensione di cinque miglia e questi corpi, che dovevano scambievolmente aiutarsi, avrebbero sperperate e distese di molto le loro forze le quali incalzate dal nemico avrebbero di leggieri piegato con perdita da quelle posizioni di difficile difesa. Ancora affermò quella ritirata essere altresì malagevole, perché in quella catena di monti privi affatto di sbocchi liberi non erano che due angusti passi per effettuarla. Più tardi il generale Won Mechel rapportando che molti indizi da lui avuti facevano credere che il nemico certamente avrebbe investito Caiazzo, propose al generale in capo di aggredirlo alle spalle oltre Pietramelara e Pietra Vairano, per poi insignorirsi di Santamaria e di Caserta, disse aspettarsi risposta e dimandò della cavalleria necessaria a perlustrare le pianure circostanti al paese. Inoltre il colonnello Ruiz fece noto raggirarsi nei contorni di Calvi alcune piccole bande le quali sovente scambiavano qualche archibugiata con i posti avanzati, ma non osavano di violare l'entrata di qualsivoglia piccolo paese, e che sommavano a più di quattrocento uomini avanzi di coloro che sostennero la pugna in Roccaromana. Dopo tutto ciò il generale in capo rivocò l’ordine di abbandonarsi Caiazzo e comandò invece che le truppe estere stessero ferme ih quella posizione.

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Poco stante il ministro della guerra per telegrafo esprimeva al generale in capo il desiderio di ritener Caiazzo e fortificarlo con opere occasionali. Questi che già aveva ingiunto quanto il ministro suggerivagli circa Caiazzo, mandò colà in aiuto della brigata estera il ter20 dei cacciatori, uno squadrone del secondo reggimento di Ussari comandato dal capitano Sprotti ed una compagnia di Zappatori onde agevol cosa fosse di fortificare il paese con mezzi passaggieri. Mia non si arrestò qui il prevedimento di lui. Scrisse al generale Colonna di tenere riunita per quanto era possibile la prima divisione restringendo la difesa da Triflisco a Pontelatone, e volle che si guardassero con piccoli posti di avviso i monti le cui falde rispondevano sul campo nemico

Sebbene fosse stato opinione di parecchi generali che il domani sarebbesi per certo combattuto, pure il generale in capo ed il suo stato maggiore non pensavano così. Nondimeno si ordinò che la brigata del colonnello Polizzy stesse in armi la dimane e pronta a qualsivoglia comando.

In tanta varietà di opinioni e di proponimenti è pregio dell'opera che sappiasi, che mentre sul Volturno intendevasi ad Sconfiggere il nemico opponendogli gagliarda resistenza, il Re in Gaeta veggendo che il generale in capo e quelli delle divisioni stimavano inopportuna e disastrosa la guerra di offesa, fece opera per intendersi col capo degli stati della Chiesa onde unire napolitani e pontifici sotto il comando del generale Lamoricière e combattere più energicamente Garibaldi. Il Papa divisò altrimenti dicendo non volersi creare imbarazzi diplomatici con tale intervento nel momento che aveva mestieri di calma e della protezione delle armi di Francia.

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Consigliava invece che Re Francesco e l'esercito di lui giurassero fedeltà alla bandiera pontificia e militassero per essa abbandonando del tutto la difesa di quella parte del Reame di Napoli non ancora venuta in potere della rivoluzione. Non istimando il Re accettare tale proposta, perché giudicava suo debito difendersi fino all'estremo, si volse al generale Bedeau in Francia e l'invitò ad accettare il grado di, generalissimo del Reame di Napoli e 1! uffizio di condottiero dell'esercito che combatteva sul Volturno. Questi disse accettare L'incarico purché il governo di Francia gliene concedesse facoltà, e questa condizione fece sì che la cominciata pratica non conseguisse il suo fine. Anche il generale Changarniere fu invitato come il Bedeau, ma Egli rifiutò, il grado e la dignità che gli si offeriva manifestando di non volere interrompere la vita privata nella quale intendeva di vivere.

Mentre tali cose si trattavano in Francia Re Francesco volendo dare un attestato di filiale e religioso rispetto al Sommo Pontefice determinò di donargli alcune artiglierie delle quali poteva aver mestieri e comandò al ministro della guerra di attuare la volontà di lui (14).

23 settembre

Il nemico poco aveva progredito col favore della notte nei già cominciati lavori sul monte S. Jorio, imperocché dai molini di Triflisco e da altra posizione presso la casina Sergardi le artiglierie napolitane lo avevano efficacemente molestato.

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Terso il cader del giorno si scorge sul monte istesso mi gruppo di gente in atto di riconoscere quelle posizioni. Vi erano individui in abito borghese e vari uffiziali che sembravano appartenere allo stato maggiore di Garibaldi: taluno pretendeva di scorgervi Egli stesso seguito dal Cosenz. Si affissò rocchio per aggiustar colpi ad essi; si lanciarono varie granate; una ne arrivò a quei crocchio e parve che allo scoppiar di essa un di quelli dell'abito borghese si tolse il cappello in atto di voler fare ironico saluto al cannone.

La posizione di Brezza era guardata da uno squadrone di lancieri che aveva carico di vigilare il lato dritto dei napolitani e propriamente dalla piazza di Capua fino a Cancello ed Arnone. Il generale in capo giudicando necessario in quel luogo anche un nucleo di fanti vi mandò il decimoprimo dei cacciatori con l'ordine di dividersi in parti uguali fra Cancello e Torre degli Schiavi. Durante la notte la prima parte venne molestata e scambiò per un ora colpi di moschetto col nemico. Il comandante del battaglione tenente colonnello de Lozza avuta notizia di questa avvisaglia mandò perché invigilassero nelle adiacenze del luogo del conflitto alcune pattuglie, e poco dopo queste ritornarono dicendo tutto essere finito ed in tutta la linea guardata dalle truppe essere calma e tranquillità.

Il Re tenne in Sparanisi una lunga conferenza col generale in capo nella quale gli palesò esser suo intendimento di doversi far guerra offensiva senza più indugiare. Le sovrane determinazioni procedevano da ragioni politiche alle quali solamente il maresciallo Ritucci faceva sacrifìcio della propria opinione. Si discusse un disegno di guerra che si disse studiato in Gaeta, il quale consisteva in assalire Piedimonte e scacciarvi il nemico,

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far ricognizione in Limatola e luoghi circostanti fin quasi ai ponti della Valle, per poi attaccar pugna in Maddaloni, Caserta vecchia, Santangelo e Santamaria. Il generale in capo ragionò sulla inconvenienza di guerreggiare in Maddaloni e Caserta vecchia; mostrò quanto fosse pernicioso aver le milizie così disgregate tra loro in una giornata di formale battaglia e conchiuse lui avvisare doversi solamente far forze contro le posizioni di Santangelo e Santamaria. Ma il Re si mostrò forte in mantenere il suo avviso ed il generale in capo promise di attuare quel disegno eh1 erasi discusso con essolui. E qui non incresca a niuno di sapere, perché il Sovrano era sì tenace di questa deliberazione. Re Francesco dopo che vide riuscir vane le sue pratiche usate presso il governo pontificio e i generali di Francia, erasi rivolto al generale Lamoricière perché gli avesse formato un disegno strategico atto a conquidere più agevolmente Garibaldi; questo avevalo contentato e quel disegno discusso col maresciallo Ritucci, che si disse studiato in Gaeta, era stato concepito nella mente del medesimo generale Lamoricière.

Per le cose qui narrate taluno potrebbe dire, che quando un generale in capo è obbligato ad operare contro la propria opinione, anziché sommettervisi, gli è imposto di rassegnar l'uffizio. Ciò è vero, ma è pur verissimo che vi hanno congiunture nella vita che costringono l’uomo a duri sacrifici. Re Francesco era stato tradito ed abbandonato da alcuni ch'erano stimati i più fidi e più intelligenti fra i suoi generali. Se al punto in cui erano le cose in settembre 1860 il generale Ritucci avesse rassegnato l'incarico, il Re e l'opinione pubblica avrebbero potuto riguadare ciò come un pretesto per voler lasciare di difendere la causa del Re, sia per politiche opinioni, sia per cagione di viltade.

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Questo pensiere il fece decidere ad obbedire ai voleri Sovrani. Perché alla brigata del colonnello Ruiz, che dagli accantonamenti di Sparanisi, Calvi l’Visciano e Zuni era passata in Teano, lasciando in Calvi la batteria num.°4 6, fu mandato ordine di riunirsi tosto alle frazioni dei carabinieri a piedi, del 2° 4 12° 13 e 15° dei fanti che accantonavano fa Pietramelara e Roccaromana ed arrivare a Statigliano per H mezzodì del domani. Colà giunto, si comandava ad essa brigata di aspettare le istruzioni del generale Won Mechel sotto i cui ordini doveva operare, e dal quale si avrebbe avuto altresì mezza batteria di cannoni rigati da 4? di montagna. Non si tralasciò eziandio di eccitare con calde parole io zelo e la bravura di quelle truppe, dicendo loro che dopo di essersi coperte di tanta gloria nel combattimento di Roccaromana, eran chiamate a dar novele prove di disciplina e di valore, e s'inculcò. al colonnello Ruiz, che comandava quella colonna, di provvedersi innanzi tempo di cibarie, affinché i soldati non ne mancassero nel bisogno. Nei tempo istesso si fece consapevole il generale Colonna del movimento che la dimane avrebbe fatto la brigata estera per Piedimonte, di concerto con le truppe condotte dal medesimo colonnello Ruiz, affinché stesse su ravviso, e pronto a qualsivoglia cosa far dovesse con te milizie che gli dipendevano. E poiché il terzo dei cacciatori e le quattro compagnie dell'8° che stavano in Caiazzo avevano già lasciato quell'accantonamento per riunirsi alle rispettive brigate, era mestieri far guardare il paese da altra truppa appena che la brigata del Won Mechel la avesse lasciato. Si prescrisse quindi al comandante la prima divisione di spedire di nuovo colà il terzo dei cacciatori con l'obbligo di mettere una compagnia di posto avanzato verso Raiano e di mandare al generale Won Mechel un altro squadrone e mezza batteria di cannoni rigati da 4 di montagna.

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ÀI comandante poi la brigata estera che riferiva avere avuta notizia d'una forte colonna nemica che da Cantinella era passata per Solopaca, e guadato il Volturno ad Amorosi, cercava per la via di Campagnano di assalire Caiazzo, percuotere e sfondare le ordinanze del fianco sinistro dell'esercito, il generale in capo pel tenente Walcarcell dello stato maggiore scrisse che l'intendimento dello inimico sarebbesi al certo stornato con aggredire Piedimonte; ed a conseguire lo scopo, gli comandò d'impadronirsi tosto di quel paese.

Intanto il maggiore Achille de Liguoro di gendarmeria, che aveva raccolto in Mignano ben seicento gendarmi, già aveva occupato Sangermano in virtù di precedenti ordini e vi aveva ripristinato l’ordine pubblico, disarmando i naturali. Per comando del ministro della guerra vennero pure tolte le armi a quelli che erano nei paesi adiacenti a Sessa e S. Agata, e fu resa pubblica la ministeriale della guerra, che dichiarava rei di morte ignominiosa coloro tra i militari che si macchiassero della colpa di abbandonare la bandiera che difendevano (15).

Ci ricorda di aver detto altrove che molti volontari eransi riuniti in Itri e che il Re intendeva a dare ad essi vesti ed armi onde trar profitto dell'opera loro per valorare la difesa del Reame. Ora diciamo che in que. sto dì il ministro della guerra, con opportuna manifestazione volle che di questi volontari si componesse tuia brigata di quattro battaglioni, e ne affidò il comando al colonnello barone Teodoro Ferdinando Klische de la Grange, al quale furono date precise istruzioni (16).

Eglino erano comandati da oficiali dell'esercito, e tra essi si contavano molti soldati dei corpi che si erano sciolti in Napoli dopo l'arrivo di Garibaldi.

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24 settembre

In quello che le truppe napolitane preparavansi a partire da Caiazzo, il nemico riuniva masse in Piedimonte e munivalo di forti barricate; minacciava Caiazzo dalla parte di Campagnano; raccoglieva forze ad Amorosi facendo vista di prepararsi a passare colà il fiume, e con diversi battaglioni ed uno stato maggiore di diciotto cavalli camminava verso Capua da Limatola e poi passava il monte dietro questa posizione. Cotali notizie che pervenivano al comandante in capo per mezzo del generale Won Mechel, e l'altra che Garibaldi aveva dormito la notte del dì 22 nel castello di Limatola e che aggiravasi in quei dintorni, facevano argomentare stare considerevole numero di armati nemici nel bosco di rincontro a Campagnano ed essi volere in breve attaccar la pugna, sia dal lato delle montagne per la via di Piedimonte, sia dalle rive del Volturno, sia da ambedue le parti. Laonde il generale in capo determinò di restar dall'offendere per un altro giorno. E però si sospese il movimento della brigata estera; si rafforzò Caiazzo coi cacciatori del sesto e si comandò al generale Won Mechel di lasciare quella posizione il giorno 25 per poi attaccar pugna in Piedimonte il dì appresso. Inoltre gli si ordinò di star bene sull'avviso questo dì, non obbliare le truppe del colonnello Ruiz che da lui dir pendevano, e respingere con tutta forza qualsiasi aggressione nemica, perciocché l’esercito sarebbe stato presto a soccorrerlo per isconfiggere l'audace assalitore.

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Poco dopo il generale in capo per tener pronto ad ogni bisogno un nerbo di forze compatte e robuste onde farne volgere una parte verso Santamaria, se lo stimasse utile, fece opera che le brigate dei colonnelli Polizzy, Marulli e d'Orgemont mettessero campo fuori Capua in quello spazio di terra denominato Poligono. Questo comando sarebbe tornato salutare all'esercito, se davvero si avesse dovuto osteggiare il nemico impedendogli il passaggio del fiume, né poteva esser tacciato di difetto di previdenza se aggressione qualsivoglia fosse venuta dalla parte d'Isernia, avvegnaché il ministro della guerra assicurava che da quel lato l’esercito sarebbe stato guarentito dalle soldatesche del maresciallo Scotti. E non si obbliarono le truppe del colonnello Ruiz che campeggiavano alle falde del monte Roccaromana. A costui si ordinò che fosse rimasto in quella posizione fino al mezzo di del giorno 25 e aspettasse ordini del generale Won Mechel per operare, ed ove per tal tempo niun comando si. avesse ritornasse tosto in Teano con la sola brigata che comandava, lasciando il rimanente delle milizie negli accantonamenti che prima si avevano.

Il nemico intanto attirava pure l’attenzione dei napolitani dal lato di Santamaria; egli forse confidava di stancare i soldati ma errava in sua mente, perciocché questi sofferivano volentieri qualunque disagio ed anelavano l'ora della pugna. Perché mentre con archibugiate scagliate contro i posti avanzati dei napolitani fuori porta di Napoli tenevano vigile la piazza da quel lato, spessi ed aggiustati spari allo stretto di Triflisco rendevano sempre più malagevole quel passaggio. In cotale stato di aspettazione e di previdenza trascorse tutta quanta la giornata senza che nulla di rilevante avvenisse.

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Il comandante in capo che aveva l’animo sempre intento a migliorare le condizioni dell'esercito a confortarne la mente e rafforzarne la disciplina con più stretti vincoli compose delle soldatesche di Capila una divisione e ne affido il comando al generale de Corné, della quale le frazioni del 1° 5° 11° 12° e 13° dei cacciatori formavano la prima brigata comandata dal colonnello Andrea Marra, e costituivano la seconda che dipendeva dal colonnello Girolamo de Liguoro il nono e decimo reggimento di fanti, il battaglione zappatori, la batteria num.° 3 e la mezza num.° 2

Più tardi plaudendo Egli alle azioni di generosità e di filantropia usate verso i vinti, dette incitamento alle nobili virtù militari, e togliendo occasione da un esempio degno d'imitazione onde si fece ammirare un sottuffìziale per umani trattamenti adoperati in favore di prigionieri feriti, emanò opportuna manifestazione all'esercito. (17)

25 settembre

Per antivedere qualsivoglia avversità derivar potesse dall’attaccar della pugna che sarebbesi fatta in Piedimonte ed aiutar quelle truppe in caso di ritirata, si fece accampare sulla strada di Alvignano innanzi Caiazzo il maresciallo Afanderivera con la brigata del Polizzy ordinandoglisi di ritornare al Poligono appena che fosse stato certo della occupazione di Piedimonte.

Il Re ed il generale in capo fra tanto ebbero lunga conferenza. Fu fermato tra essi che il proponimento già statuito di offendere sarebbe effettuito il giorno ventotto, meno che congiunture imprevedute non lo impedissero. Bisogna farla finita presto, diceva il Re, sì perché le soldatesche si mostrano ardenti del desiderio di una gloriosa battaglia,

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e sì perché il conservare più oltre lo stato di difesa, che potrebbe dirsi quasi sistematica, nuoce all'onore delle nostre armi di che a cagione delle patite sconfitte il nemico trarrà argomento per rianimare lo spirito abbattuto dei suoi. Ma il generale in capo di mala voglia a ciò consentiva, perché come abbiamo detto innanzi presentiva triste conseguenze che sarebbero derivate dal combattimento che avverrebbe ai ponti della Valle e a Casertavecchia, e dannoso riputava lo allontanamento di buona mano di milizie, che forse render potevano non solo più sicuro splendido e glorioso lo acquisto di Santamaria, ma anche men sanguinoso. Ad ogni modo l'idea del Re che mirava ad investire i garibaldini di fronte, e al tempo stesso di fianco e a tergo, fu forza di attuarla senza più indugiare. Ed affinché il generale Won Mechel avesse potuto praticare esatte ricognizioni del terreno sui quale più tardi doveva dare battaglia, per mezzo del maggiore Giobbe di stato maggiore il Ritucci gli scrisse comunicandogli il disegno dì guerra che il Re voleva si attuasse, onde provvedesse a tutto ciò che poteva occorrergli per ben combattere. (18)

Poco dopo il colonnello Ruiz rientrò colle sue truppe in Teano, per non avere avuto ordine alcuno dal generale Won Mechel. Ma saputo ciò il generale in capo comandò di ritornare incontanente in Statigliano ed incamminarsi verso Piedimonte per riunirsi alla brigata estera.

La brigata dei volontari ebbe ordine di scorrere tutta la provincia di Terra di lavoro, rincuorare l'animo dei buoni cittadini, comandare in essa il rispetto alle leggi e facilitare la riscossione delle entrate dello Stato.

Laonde un battaglione di essa venne spedito a Pico, altro a S. Giovanni Incarico, il terzo ad Isoletta ed il quarto rimase in Itri, ov'era tuttavia il quartier generale della brigata.

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In Isoletta torreggia in verso il fiume un vecchio edifizio, ch'era castello degli antichi duchi di Sora e sta proprio sulla sinistra sponda. La sua posizione è divenuta importante dopo che sopra il fiume fu costruito un ponte di fabbrica, distante tanto dal Tolero in cui confluisce, quanto ad una gittata di pietra. Essa confina con lo stato della Chiesa, e al vederla diresti essere stata posta a guardia del fiume e dello ingresso nel Reame di Napoli. Il castello ha forma di un trapezio poco irregolare e giace sopra terreno declive, si che i due ingressi pei quali vi si entra non sono al medesimo livello. Ai quattro angoli sorgono altrettante torri della medesima altezza dello edifizio che circondano. Le due del lato meridionale stanno sopra basi molto simiglianti a quelle dei bastioni. Di questa vetusta fabbrica che abbiamo descritta volle Re Francesco che se ne facesse una testa di ponte. E però Egli comandò, che i generali Traversa e Ferrara ed il capitano del genio Ferdinando de Rosenheim andassero in Isoletta e vedessero quali cose bisognasse fare affinché la fabbrica si rendesse qual Ei volevala. I quali ritornati in Gaeta manifestarono al Re i loro pensieri intorno alle opere da farsi. Ed il giorno appresso fu incaricato il de Rosenheim di compierle per opera dei contadini e dei muratori di colà.

26 settembre

Novella pugna venne provocata dal nemico a Cancello. La fanteria napolitana tenne bene e con fermezza l'invito e combattette sì gagliardamente che gli aggressori si dettero in fuga, lasciando estinto sul loro campo un uffiziale di cavalleria.

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Il maggiore Migy condottiero di quattro compagnie del secondo battaglione dei carabinieri leggieri, di una sezione della batteria num.° 15 e di uno squadrone del secondo ussari, aveva già occupato militarmente Piedimonte a dieci ore della sera del giorno venticinque senza bruciare una cartuccia ed era stato ricevuto con grida festose e straordinarie manifestazioni del popolo per la causa del Re. I nemici al numero meglio di quattrocento che tenevano quel paese avevano schivata la pugna ed eransi ritirati sul Matese, fra S. Angelo ed Alife, menando seco anche le armi della guardia nazionale. Della colonna del colonnello Ruiz le sole frazioni giunsero in Piedimonte verso sera ed il rimanente restò in Alife ed accampò poi innanzi Caiazzo per ordine del generale Won Mechel, il quale già con altre piccole colonne operava verso Amorosi, Ducenta e Limatola per riconoscere quei luoghi, prendere notizie del numero dei nemici e dei loro mezzi e perseguitare i fuggiaschi. La brigata del Polizzy col maresciallo Afanderivera ritornò al Poligono di Capua, essendo stata affatto inutile la cooperazione di quelle milizie, stante la spontanea sottomissione di Piedimonte alla leggittima autorità. Si attuò il disarmamento nei paesi occupati e si ricevette il denaro dello stato, costringendo a darlo i pubblici funzionari in potere dei quali erano le casse. Al tempo stesso si ordinò anche il disarmamento in Caiazzo e nelle casine circostanti, e si volle che fosse fatta diligente perquisizione intesa a rinvenire undici barili di polvere che si dicevano nascosti in quella città insieme ad alcuni garibaldini feriti.

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Questa operazione riuscì vana perché il colonnello Paterno al quale fu commessa, per quanto diligentemente l'avesse eseguita, nulla ritrovò di ciò che cercavasi,

Il generale in capo che impromettevasi per la dimane, o al più fra due giorni di dare battaglia manifestò al Won Mechel volere il Re ch'Egli con tutte le forze della brigata estera e dell'altra del colonnello Ruiz, rafforzata dal decimo quarto reggimento di fanti, si avviasse ai ponti della Valle per Ducenta e pel domani almeno stesse sulle alture di Maddaloni e conquistato questo paese, combattendo, entrasse in Caserta, e poi s'incamminasse verso la città di Santamaria, che sarebbe stata assalita di fronte e di fianco da altra poderosa colonna che sarebbe uscita da Capua (19).

Nel cominciamento della sera l'inimico suonando le trombe a raccolta dalla sponda opposta rimpetto Triflisco cominciò alla impazzata a scagliar colpi di archibugi, ai quali con le loro armi poche compagnie del decimoquinto dei cacciatori spiegatesi in ordine, aperto risposero siffattamente, che l’obbligarono a desistere dal minacciare in quella guisa.

27 settembre.

Il nemico che avea posto già parecchie artiglierie sul monte Santangelo e nel bosco sottostante con ispesso sparo di cannoni e di archibugi faceva divenir difficile e periglioso il passaggio di Triflisco, sebbene le milizie napolitane col continuo cannoneggiare e con fucilate ne difendevano il passo. Vedevi sovente dall'una parte e dall'altra morti e ferimenti, e ad evitare le une e gli altri le soldatesche napolitane aprirono una via dietro lo stretto di Triflisco a piè del monte Gerusalemme, e così tennero sicuro e libero il passaggio senza tema di essere offese dal nemico.


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S'intese rumore di zappa nell'oliveto di Lucarelli e propriamente al punto detto dell'arco del ponte rotto; i cacciatori spararono da quel lato; similmente fece l'inimico e dopo un ora cessò il conflitto. Il generale Colonna, che lo credette stratagemma di guerra fece perlustrare la strada verso Caiazzo dalla cavalleria e raddoppiare di vigilanza i posti avanzati. Venne esplorato eziandio il terreno tra Triflisco e Capua e il generale in capo fece accampare al Poligono le due divisioni di cavalleria. Credettesi generalmente che il nemico volesse tentare un passaggio di fiume, e questa credenza fu viemaggiormente rafforzata dopo che persona nota per devozione al Re manifestò parecchie centinaia di Calabresi avere ingrossate le file dei garibaldini in Caserta, e che buon numero di barche e pontoni essere stati eziandio colà trasportati per mezzo della ferrovia. Nondimeno il generale in capo stimò che il nemico avesse già conosciuto il disegno della guerra offensiva contro di lui e cercava simulare apparecchi di offesa mentre fortificava le posizioni da doversi assalire.

Il generale Won Mechel intanto non dava notizie dei movimenti delle truppe che da lui dipendevano. Questo irregolare procedere molto contristava il Ritucci, il quale per aver contezza di quei movimenti indarno aveva spedito due uffiziali dello stato maggiore e le agitazioni del suo animo crescevano in pensare di non potere operare contro Santamaria e Santangelo senza le con(Urtate mosse che far doveva il generale Won Mechel Egli il comandante in capo stimò sconsigliata la permanenza in Piedimonte di quei drappelli di vari corpi che si erano aggregati alla brigata del Ruiz, dopo che la piccola colonna di Migy era stata richiamata dal generale Won Mechel ed obbligata a far lungo camini no girando pei casali di Faicchio.

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E però comandò che essi drappelli si riunissero tosto alla brigata e scrisse novellamente al generale Won Mechel, per mezzo di uffiziali di stato maggiore, dolendosi con essolui, e del vituperevole silenzio che serbava, e del malaccorto ordine che aveva dato alle truppe del colonnello Ruiz (20). In questo ritornò al quartiere generale il maggiore Giobbe dello stato maggiore e rapportò che il W7on Mechel trovavasi tra Amorosi e Campagnano, ma non recò notizia dei particolari delle cose già fatte e dei proponimenti futuri, perché quel brigadiere non volle fargli palese altra cosa che la ferma risoluzione di non volere operare prima del giorno ventinove. Tutto ciò a buon dritto turbava la mente del maresciallo Ritucci, imperocché suo malgrado doveva differire l'attuazione del disegno di offesa che aveva promesso di adempire. Aggiungi che le soldatesche che tenevano campo al Poligono soffrivano disagi senza frutto e, per ragion di numero, anche penuria di viveri. L'inimico mostrava fra tanto inusitata tranquillità dalla parte di Santamaria. I suoi posti avanzati stavano cheti e non osavano di molestare i napolitani. A rendersi ragione di tale silenzio ed eseguire utile ricognizione si mandarono buona mano di cacciatori verso S. Angelo, protetti da mezza batteria di posizione collocata sulla sponda opposta del fiume e seguiti da un drappello di soldati del genio. Queste truppe avevano il mandato di assicurarsi s erano state erette, o incominciate dal nemico opere occasionali e di distruggere i siti di ricovero dei posti più dappresso alla piazza.

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Tre ore e mezzo dopo il meriggio s'inoltrarono i napolitani fin là dove s'innalza il monte S. Angelo senza ostacolo di sorta perché i garibaldini si erano ritirati nel paese; compirono con calma la loro missione e ritornarono nella piazza con le munizioni che avevano poste nei loro archibugi. Il Re ragguagliato di ciò ebbe occasione di esortare il Ritucci ad applicar bene la sua mente ed il suo animo su talune cose, dalle quali di leggieri poteva derivare il felice esito. (21)

E qui ne giova ricordare che in questo giorno istesso il colonnello Antonio Ulloa direttore della guerra scriveva segretamente al Re un memorandum, nel quale esprimeva le cose tutte a che dovevasi mirare, sì nel caso di guerra offensiva, come in quello della difesa(21bis.)

Il ministro della guerra che non mancava di tempo in tempo di mostrare alle milizie nobili esempi di virtù guerriera, per tenere avvisati la disciplina ed il valore pubblicò una manifestazione degna di essere rammemorata. (22)

28 settembre

Il nemico alzò uno spalleggiamento che dalla Casina Lucarelli andava dritto alla sponda del fiume per coprirsi dalle offese. Vi mise dei buoni tiratori e travagliava con continue fucilate i napolitani, ohe guardavano la riva opposta ed il passaggio di Triflisco, con l'intendimento di rendere pericolosa a queste soldatesche la comunicazione con Caiazzo e con la sottoposta pianura. Ma ignorava ch'esse già transitavano al sicuro per quella via costrutta dietro lo stretto di Triflisco.

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Faceva mestieri per verità rendere quella strada atta ancora al passaggio dei carri, ma a ciò fare abbisognava tempo e danaro; e poiché l’esercito era sulle mosse di offendere l'inimico sulla sponda opposta, si lasciò di pensarvisi, anche perché non si poteva sprecar moneta in cosa che non fosse sopratutto necessaria.

La guerra che combatteva l’esercito napolitano era spietata e delle più difficili. Esso lottava nel proprio paese senza molti mezzi pecuniari e di offesa contro gente, la quale impossessatasi di quelli che nella capitale avevansi lasciati n'era bene fornita. Il soldato soffriva però molti disagi e privazioni, ma egli era pur contento perocché mirava al risarcimento dell'onore delle armi napolitane ed alla indipendenza della patria, mentre gli uomini della rivoluzione, calunniandolo, ingegnavansi di farlo venire, in odio alle popolazioni, e così fare accoglienza a coloro che più tardi dovevano gittare il paese in un abisso di mali e di sventure.

Si aumentò la vigilanza a Castelvolturno ove si credette volessero i garibaldini mettersi al rischio di passare il fiume, e nel tempo istesso si tenne guardata la strada che pasa pel bosco di S. Vito, sulla quale si disse essere già raccolti degli equipaggi di ponti.

Il maggiore Pianell in Triflisco domandò pochi battelli e si offrì a passare il fiume con alquante compagnie per affrontare il nemico e sloggiarlo (22 bis). Ma il generale in capo stimò tale operazione assai inopportuna, sì perché la riva sinistra fin dove si estendeva trovavasi guardata dai posti nemici e però difficile cosa sarebbe stato il sorprenderli, e sì perché dovendo i battelli manovrare sotto le offese delle artiglierie nemiche sarebbesi senza dubbio venuto ad aspro combattimento da ambedue le parti, e l'operazione di leggieri sarebbe stata impedita.

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Perché Egli negò i mezzi richiesti e ne proibì la esecuzione.

Il generale Won Mechel intanto non faceva niente saper di sé, sì che avresti detto che non vivesse, e gli ufficiali di stato maggiore che a lui si mandavano ritornavano senza una parola di rapporto. Egli brigavasi solamente di ricognizioni anche sulla via di Campobasso; ma non palesava i suoi proponimenti, non dava ragione di ciò che faceva e ripeteva a tutti che aveva mestieri di tempo e non era ancora pronto ad operare. Ma questo stato di cose non poteva perdurare e bisognava davvero risolversi, conciossiaché calcolati gli apparecchi dello inimico, si a fronte della piazza di Capua, come verso Caiazzo, non meno che le parziali scaramucce ed i vari movimenti strategici accennati verso le posizioni dei napolitani», le batterie costruite e le minaccianti opere fatte in S. Angelo, era ben facile inferire come non si fosse al sicuro di nuove e più ardite improvvise aggressioni. Il generale in capo, ponderate tali cose ed avendo deliberato di attuare il disegno di guerra offensiva, non istimava di dare maggior tempo all'inimico pensando che di quel temporeggiare, che reputava dannoso, ne venisse Egli proprio accagionato. Quindi risòlvette di andare di persona in Caiazzo e qui giunto fece chiamare il generale Won Mechel ch'era in Amorosi per conferire con lui. Questi, che avrebbe dovuto essere in questa città per antecedente accordo stabilito col colonnello Ruiz prima dell'arrivo del comandante in capo. si fece attendere indarno fino ad un' ora prima dei meriggio del giorno ventinove, né rispose all'ordine ricevuto per mezzo di un uffiziale. Il Ritucci durante la sua permanenza in Caiazzo conobbe chiaramente che la colonna del Ruiz aveva bisogno di riposo

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per rinfrancarsi delle durate fatiche e fece richiamare le frazioni che, malgrado l'ordine da lui dato, erano tuttavia in Piedimonte. Nel partirsi da quell'accantonamento dolente dell'irregolare procedere del Won Mechel, il Ritucci gli lasciò lettera con la quale, rimproverandonelo, minacciava di affidare ad altri il comando di lui se per lo innanzi non il vedesse emendato. (23)

Al quartier generale durante l’assenza del comandante in capo arrivò un rapporto del Won Mechel, nel quale scriveva i particolari delle cose operate nei precedenti giorni e sopratutto di una felice avvisaglia che aveva combattuta il giorno ventisei a Ducenta e nei dintorni, ove il nemico aveva patite perdite di uomini, di munizioni e fin di ventitré carra di viveri. Inoltre ragguagliava la cattiva maniera di combattere dei garibaldini e manifestava non essere la loro forza quale si credeva. Ancora dolevasi che le sue milizie e quelle del Ruiz non erano provvedute a tempo di vettovaglie. Da ultimo lamentavasi senza ragione che ad ordini che testé gli venivano, altri succedevansi sovente che quelli contradicevano ed infirmavano (24). Noi qui invitiamo i lettori a leggere la lettera che abbiamo messa tra i documenti aggiunti a questa nostra cronica e vogliamo ch'essi sappiano, che il generale Won Mechel, sebbene sia stato esperto condottiero e soldato fedele alla causa del Re, nondimeno era di tale indole che, in guerra senza dipendere da chicchessia, operar voleva a suo talento.

Per le cose che abbiamo narrate il Ritucci scrisse al Re che, non essendo il Won Mechel ancor pronto e determinato ad attaccar pugna e percuotere; nel fianco l'inimico, Egli credeva per questo giorno almeno di non guerreggiare in verun luogo.

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Ed il Sovrano consentendo a questa risoluzione, risposegli di concertar bene il movimento delle colonne che dovevano dar battaglia, calcolare il cammino che dovevano fare e studiare le cose per modo da offender l’inimico simultaneamente a fronte, a fianco e a tergo. (25)

29 settembre

La posizione di Triflisco si rese ognor più pericolosa, difficile e diremmo quasi impossibile a tenersi, perché l’inimico col continuato sparo delle artiglierie poste in differenti punti del monte S. Iorio molestava assai il campo dei napolitani. I suoi colpi non interrotti ed aggiustati dirizzavansi sopratutto al sito ov'era collocata la mezza batteria num° 3, la quale per impedire dannosi eventi ed inutile sacrificio di combattenti fu trasportata sulla via consolare fuori la passata dei cannoni nemici. Ed anche il quintodecimo dei cacciatori fu costretto a lasciare solo gli uomini necessari alla custodia del fiume e mettere il resto della forza al sicuro dai colpi sul monte che sta dietro Triflisco. L'intendimento dei garibaldini era chiaro: essi fortificavano le alture che signoreggiano la sottostante pianura per far prova di poi protetti dalle artiglierie di passare il fiume. E difatti queste si vedevano aumentare ogni giorno, si alzavano spalleggiamenti di continuo e simiglianti lavori facevansi sulla via consolare tra Santamaria e Caserta. Si vedeva bene spesso Garibaldi visitare i lavori ed in questo dì egli giungeva con tre carrozze alla base del monte S. Iorio; nel bosco di S. Vito entravano masse nemiche; altre si mostravano alla estrema sinistra dei napolitani che guardavano Triflisco, vai dire a Pontelatone, e gremite di genti si scorgevano le casine tutte sulla strada consolare da Santamaria a Caserta

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su cui era pure frequente il passaggio di carri tirati da buoi che forse trasportavano cannoni e munizioni di ogni specie. Il passaggio dello stretto di Triflisco quindi per le ragioni narrate erasi renduto impraticabile, né la traversa aperta dietro Io stretto poteva dirsi interamente sicura, perché in essa scoppiavano granate dello inimico.

Quindici soldati infermi provvedenti da Caiazzo e condotti dal 2° sergente Piani del sesto reggimento dei fanti vennero provocati a guerra da fucileria nemica lungo il transito. Lo zelo, l’onore, il dritto di difesa bastarono ad infondere in quel pugno di bravi la vigoria onde mancavano per mal ferma salute. Questi presero posizioni e combattettero valorosamente contro forze maggiori.

Il generale in capo rientrò da Caiazzo ov'erasi trattenuto inutilmente per conferire col generale Won Mechel, il quale alla per fine aveva fatto giungere notizie di sé al quartier generale, come innanzi si è detto. I suoi rapporti che palesavano progetti e pretensioni affatto inammessibili mostravano d'altro canto assai chiaramente la sua indeterminazione ad operare secondo la mente del generale in' capo, malgrado i continui impulsi che ne aveva ricevuti. Era ormai tempo che il Ritucci si distrigasse degl'impacci che non lasciava di dargli il Won Mechel, perché i nemici crescevano di numero e di audacia e meglio fortificavano le posizioni da essi occupate. Egli adunque deliberò di battagliare senz'altro all’alba del primo ottobre e di assalire le posizioni di Santamaria e di S. Angelo, anche perché le soldatesche non sapevano più rendersi ragione dell'inerzia in che facevasi che stessero da più giorni. Laonde si pedi in Caiazzo per aggiungersi alla colonna del Ruiz metà della batteria num° 13 e nel tempo stesso a lui si palesarono le stabilite determinazioni

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e gli s'ingiunse di attaccar guerra nel sito dei ponti della Valle ed a Caserta vecchia, acciò l’inimico percosso di fronte e di fianco fosse astretto a disgregare le sue forze ed indebolirsi da per tutto.

E mentre queste cose si facevano, il ministro della guerra da Gaeta stimolava il generale in capo ad offender l'inimico senza più indugiare (26). Ed il Ritucci di tutto ciò che aveva fermato nel suo pensiero e scritto al Won Mechel, ne rese consapevole il ministro. (27)

Circa la mezzanotte il capitano Luigi delli Franci, capo di stato maggiore della seconda brigata della seconda divisione recò al maresciallo Ritucci un foglio del generale Won Mechel e disse a bocca, questo esser pronto ad operare per la mattina del primo ottobre.

30 settembre.

Un novello fatto d arme pel quale le truppe napolitane dovevano risplendere di bella gloria ebbe luogo in questo giorno memorabile anch'esso nelle geste della campagna. Il nemico che nella precedente notte aveva alzata una batteria accanto alla caserma dei pontonieri sul Volturno, giovandosi di questa e di altre antecedentemente costrutte sul monte S. Iorio cominciò all’alba un cannoneggiare micidiale seguito da non interrotte archibugiate contro i napoletani. Il maggiore Pianeti che difendeva Triflisco gli oppose incontanente tutto il decimoquinto dei cacciatori, allogando tre compagnie in ordine aperto su le alture e le rimanenti cinque nella pianura a fianco della via consolare. Le mezze batterie n° 3 di campagna e n° Il di montagna e la batteria n.° 13 dì cannoni da 4 rigati si collocarono per modo da colpire di fronte e di rovescio le batterie nemiche.

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In questo, sei compagnie del quarto dei cacciatori per ordine del generale Barbalonga furono poste sull'altura della casina Sergardi per molestare il nemico, nel caso voless'egli tentare il passaggio del fiume, aiutate dalle forze del decimoquinto dei cacciatori e dalle due compagnie del decimoquarto, che da più giorni tenevano con vantaggio le rampe inferiori del luogo ov'era prima il ponte a battelli, e ricacciamelo con la baionetta. I garibaldini sperimentarono di passare il fiume e fecero avvicinare alla sponda sinistra di esso i battelli che all’uopo avevano preparati. Forti masse s'inoltrarono minacciose guarentite dalle artiglierie; la pugna cominciò con gagliardia dall’una parte e dall'altra e le milizie napolitane sostenendo con valore la ineguale tenzone e combattendo eroicamente fino all’ora del pomeriggio fecero che le artiglierie nemiche sfiancate non dessero più colpi, dispersero le masse e compirono così un'azione di guerra che tra le altre pur gloriose tanto le onorano. Perché la bravura addimostrata in tale congiuntura da queste soldatesche, massime dall'artiglieria la cui opera diresti portentosa, valse a disputare ed impedire al nemico il passaggio del fiume.

In questo felice ed avventuroso combattimento solamente dodici soldati furono gravemente feriti, ché ad altri ventuno incolsero così leggiere ferite da non tenersene ragione.

Il generale in capo si recò sul luogo del combattimento il più presto che potette, fece lode a tutti e segnatamente al maggiore Pianell pel sapere e perizia di guerra onde si era fatto ammirare (28).

Mentre ciò avveniva a Triflisco altra piccola avvisaglia accadeva presso Arnone, ove una mano di circa trenta garibaldini appiccaron zuffa contro il posto dei napolitani che guardavano il fiume da quel lato.

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I quali attaccarono la scaramuccia per bene un' ora e non patirono veruna perdita. E non potendosi distruggere la scafa di Castelvolturno perché stando alla sponda sinistra del fiume era in potere dei nemici e però protetta dal piccolo castello, il tenente colonnello de Lozza per ispeciale incarico avutone fece togliere l'altra dal lago delle Bagnane ed aumentò la vigilanza della soldatesca su tutta la linea del fiume cui era stato fatto comando di difendere. Ed in questo medesimo giorno sostituito il de Lozza nell'uffizio che adempiva in quella posizione dallo aiutante maggiore Martana, non tralasciò di render conscio il suo successore dei più minuti particolari di quei luoghi e delle scaramucce dalla sua truppa sostenute.

Intanto il generale in capo che aveva deliberato a non desistere dal pensiero di venir la dimane a giornata col nemico tennesi più fortemente in tale proponimento. a cagione che il generale Colonna riferiva increscevole essere in Triflisco lo stato delle truppe di continuo molestate, e non potersi rendere più sicuro della osservanza della disciplina dei soldati se essi dovessero seguitare a difendersi solamente e vedessero cresciute impunemente le offese nemiche sul monte Santangelo. E quantunque a tutto ciò si opponesse novella rimostranza del Won Mechel che, enumerando le possibili difficoltà che ritardar potevano il cammino delle colonne a lui affidate per far guerra a lato e a spalle del nemico, chiedeva venisse differito ad altro giorno il combattimento, pure il comandante in capo stanco delle continue riflessioni di lui non mutò divisamente, ed impostogli di obbedire agli ordini già ricevuti, per ciò ch'eragli stato commesso, fecegli aperto che all’alba del giorno seguente sarebbesi in Santangelo e Santamaria venute a giornata col nemico.

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E però il quattordicesimo reggimento di fanti, non ha guari spedito per accrescere la forza della colonna del Ruiz, ebbe ordine di prendere il luogo del sesto dei cacciatori che lasciar doveva la pianura di Caiazzo.

Non si era fatta ricognizione del terreno sul quale dovevasi più tardi battagliare: sì che potevasi credere a prima giunta essersi tralasciata una delle principali cose richieste dalla strategia. Ma il generale in capo non era tale da non saperla, o dimenticarla. Egli avvisatamente non incuravasi di novella esplorazione del terreno sul quale doveva commetter battaglia, poiché operare ricognizioni verso Santangelo e Santamaria era tal cosa, che non solamente avrebbe provocato parziali conflitti di dubbioso evento, ma ancora avrebbe avvertito il nemico dei punti deboli ed avrebbegli porti motivi di fortificarli. Senzachè la conoscenza topografica del terreno a calcarsi si aveva da tutti: e di fatti chi era uffiziale, o soldato dell'esercito napolitano che per cagione di militari esercitazioni praticate per lo addietro, non una, ma più volte non avesse ricalcato il terreno dei paesi circostanti alla piazza? Ancora il generale in capo aveva bastanti notizie delle forze dell'inimico e delle opere che questi aveva fatte per rinvigorire le sue posizioni. E per fare più probabile la vittoria nei casi fortunosi dei combattimenti, chiamati a sé tutti i generali ed alcuni oficiali del suo stato maggiore loro comunicò il disegno della guerra e ai primi dette ampie facoltà di tattica per combattere l'inimico con vantaggio. Da ultimo comandò, che i soldati nello uscire a combattere fossero provveduti di razioni ed avessero la fiasca riempiuta di vino.

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Il corpo delle milizie operanti verso i paesi dì Santamaria e Santangelo che i nemici campeggiavano, fu ordinato come leggesi nel notamento aggiunto in suo luogo alla cronica (29). In Capua restarono gli equipaggi ed altre ambulanze di riserva per seguirle in caso di vittoria. Il generale in capo ai condottieri delle forze che dovevano combattere manifestando i suoi ordini a voce ed in iscritto disse: la prima divisione di fanteria composta di truppe leggiere dovere attaccar l'inimico in Santangelo; di essa divisione la brigata del Polizzy dover recarsi alla estrema sinistra del villaggio, girarlo e toccar di fianco il bosco di S. Vito ed aiutata dalla mezza batteria n° 10 e dall’altra da campo rigata n° 2 battere la caserma dei pontonieri ove prima era il ponte a battelli, e nel tempo istesso fiancheggiare Santangelo per la dritta, farsene padrone, guadagnare il culmine della montagna e prendere posizione contro i difensori del bosco; la brigata del Barbalonga dover fermarsi al punto di congiungimento delle due strade che conducono a Santangelo ed a Triflisco ed esser di riserva alla precedente; della seconda divisione la brigata di d’Orgemont con metà della batteria num° 3 investir l’inimico in Santamaria girando il paese per la dritta dopo di essersi impadronito del convento dei cappuccini, e l'altra del Marulli seguire il movimento della prima, esserle di riserva e mandare due soli battaglioni per la masseria di Della Valle e fargli andare intorno intorno i Virilasci onde attaccare l’oste nemica alla sinistra del paese: la batteria num° 1 di posizione andare indietro alla brigata d’Orgemont per la via consolare fino ad un limite, distruggere gli ostacoli che avrebbe incontrato, battere le artiglierie nemiche e scavalcarle: la cavalleria restare con le sue artiglierie nella piazza d'armeggiamenti

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fuori porta di Napoli in aspettazione di ordini e i due reggimenti lancieri e l'altra metà della batteria num° 3 guidati dal generale Fabio Sergardi dover guardare la strada di S. Tammaro e di Carditello; la forza disponibile del terzo reggimento dei dragoni doversi riunita stare nel Poligono e guarentire la mezza batteria num° 6 (30) e questa essere incaricata di tirar colpi dalla Casina Farina lungo la strada sottostante al bosco di S. Vito (31); la divisione Colonna, già menomata dal secondo e quartodecimo dei cacciatori dover essere sopra la riva dritta del Volturno, propriamente da Triflisco a Caiazzo, in sull’avviso per dar molestia a quei garibaldini che incalzati in S. Angelo apparissero nel bosco e costeggiassero la riva sinistra del fiume; la colonna di Won Mechel che comprendeva anche l’altra di Ruiz e già aveva avuto gli ordini di operare ai ponti della Valle per insignorirsi delle alture di Maddaloni e di Caserta vecchia, dover entrare combattendo prima in Maddaloni e poi in Caserta e riuscire alle spalle di Santamaria, ove questa città fosse ancora in potere del nemico.

Intanto il Re aveva mandato al! Ritucci i generali Cutrofiano e Rodrigo Afanderivera, perché facendo lode alla mente di lui gli manifestassero la Real compiacenza. (32) E quegli soddisfatto del ricevuto onore scrisse al Sovrano una lettera ch'è utile ricordare (32 bis).

Verso la mezzanotte giunse in Capua il generale Cutrofiano portatore di una manifestazione Sovrana, la quale immantinente fu letta a coloro eh erano sulle mosse di combattere. Ecco le parole del Re.

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«Soldati!

«Poiché i favorevoli eventi della guerra ci spingono innanzi e ci dettano di oppugnar paesi dall’inimico occupati, obbligo di Re e di soldato m'impone di rammentarvi che il coraggio ed il valore degenerano in brutalità e ferocia quando non sono accompagnati dalla virtù e dal sentimento Religioso. Siate adunque tutti generosi dopo la vittoria; rispettate i prigionieri che non combattono ed i feriti e prodigate loro, come il 14° cacciatori ne ha dato nobile esempio, quegli aiuti ch'è in vostro potere di apprestare.

Ricordatevi pure che le case e le proprietà nei paesi che occuperete militarmente sono il ricovero ed il sostegno di molti che combattono nelle nostre file: siate adunque umani e caritatevoli con gl'infelici e pacifici abitanti, innocenti certamente delle presenti calamità.

L'obbedienza agli ordini dei vostri superiori sia costante e decisa; abbiate infine innanzi agli occhi sempre l’onore ed il decoro dello esercito napolitano.

l'onnipossente Iddio benedirà dall'alto il braccio dei prodi e generosi che combattono, e la vittoria sarà nostra.»

Gaeta 30 settembre 1860.

Firmato — Francesco.

1 ottobre

Erano le ore tre del mattino quando le milizie napolitane uscirono di Capua e si ordinarono indirizzandosi verso quei luoghi nei quali era stato loro comandato di attaccar pugna.

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In tutte le file dell'esercito notavasi ordine e silenzio e sulla fronte di ogni soldato traspariva la decisa volontà di combattere per vincere: tutto faceva presagire un felice risultamento. Sebbene il lettore da ciò che innanti si è detto avrà potuto desumere per qual maniera quelle truppe disponevansi prima di cominciar la pugna, pure gioverà ricordare ch'esse ordinavansi così, vai dire il loro centro mirava Santamaria, la destra S. Tammaro e Carditello, la sinistra S. Angelo. E a procedere con ordine nella descrizione dei fatti d'arme di questo dì, prima discorreremo di quelli avvenuti in S. Angelo, poscia di quelli succeduti a Santamaria e S. Tammaro, Il comandante in capo ai condottieri dell'esercito disse esser venuta l’ora di cominciare a battagliare secondo era stato loro commesso, ed ai soldati profferì parole confortanti a guerreggiare.

Il generale Afanderivera che doveva appiccar pugna a S. Angelo comandò alla brigata del colonnello Polizzy d'investire il nemico in quel paese ed all'altra del generale Barbalonga di esserle di aiuto (33). Ed il Polizzy immantinente dispose che il decimo dei cacciatori comandato dal tenente colonnello Capecelatro attaccasse il villaggio per la dritta della strada consolare, che il settimo anche dei cacciatori si facesse padrone delle alture per la sinistra e che gli altri battaglioni ottavo e nono fossero di riserva ai primi. Il movimento cominciò alle ore cinque del mattino. I posti „ avanzati nemici furono respinti eoi loro sostegni fino alle falde del monte dalla seconda compagnia del settimo dei cacciatori. Quivi ebbe cominciamento la pugna. Il tenente colonnello Tedeschi mandò innanzi cinque compagnie in cordone e ritenne le altre due in sostegno (33 bis).

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L'artiglieria nemica mise notevole scompiglio fra queste compagnie, ma il cordone inoltrò Intrepido ed il centro di esso a trecento passi dall'erta venne arrestato dai cannoni dell'inimico che, posti dietro un trinceramento protetto da una Casina fortificata, erano in rettitudine della strada. I cacciatori dell'ala sinistra fecero fronte a dritta per girare ai fianchi di quella batteria ed attaccarla alla gola. E perché la estrema sinistra fu bersagliata da altra artiglieria nemica che situata alle falde del monte era garentita da casamento fortificato che la fiancheggiava, i cacciatori non reggendo alla continua e spessa metraglia dell'oste avversa retrocedettero dapprima e riordinati di poi si fecero arditamente ad assaltarla e battagliarono lungamente con ardore, che cresceva a misura che negli assalti il furore degli aggressori e degli aggrediti trascorre. Una grossa orribil zuffa ne avvenne; la casina fu espugnata con la baionetta ed i cannoni di essa vennero inchiodati. E ciò fu esempio ed incitamentoa compiere fatti più notevoli di guerra, ché mentre s'inchiodavano i cannoni un colpo di metraglia nemica, lanciata da un fortino sull'alto del monte dalla parte del villaggio, mise confusione fra la napolitana soldatesca ed il nemico valendosene interdisse loro la ritirata. Era uopo aprirsi un passaggio a viva forza ed ecco incominciare novello combattimento assai più ardente del primo. Però l’ottavo dei cacciatori ch'era di riserva fu tale sussidio a quei che già combattevano, che ricominciata la pugna il nemico fu obbligato di cedere il terreno e darsi in fuga. E mentre i cacciatori napolitani alla sinistra del cordone lieti di sì felici successi si accingevano a girare ai suoi fianchi il villaggio, la dritta del cordone medesimo verso S. Angelo ripiegava costretta a ciò dai cannoni nemici.

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Era giuocoforza per evitare d’esser tagliati una seconda volta d'indietreggiare alquanto, ma l’inimico fatto per ciò animoso lasciò le sue posizioni e si mosse alla riconquista di quelle già perdute. Essendo così le cose, alle truppe napolitane fu richiesta l'opera di due cannoni (34), i quali tirando colpi a metraglia maestrevolmente obbligarono l’avversario alla fuga e dettero tempo ai cacciatori di riordinarsi su tutta la linea, affinché questi potessero assaltare un altra casina fortificata ch'era alle spalle della prima già espugnata. Questo secondo baluardo dei garibaldini contrastato da accanita resistenza venne pur vinto dopo lungo battagliare, nel quale non pochi degli assaliti furono fatti prigione. In questo il comandante della brigata ordinò: la mezza batteria num.° 2 molestare il nemico di fianco; il settimo dei cacciatori restare a custodia delle casine vinte per forza; il nono anche dei cacciatori sormontare il culmine dell'estrema dritta del bosco S. Vito, investire il nemico a tergo e l’altro battaglione essere di sostegno alle truppe guerreggianti. La colonna del tenente colonnello Capecelatro ch'era pervenuta ai limiti del villaggio ebbe ancor'essa a battagliare contro forze maggiori sostenute da numerosa artiglieria, onde ripiegò dapprima, ma avuto aiuto dalla brigata del Barbalonga tenne gloriosamente il campo, entrò nel villaggio per la dritta e si accinse a girare ai fianchi le altre posizioni nemiche per guadagnare la cima del monte. Erano quattro ore dopo il meriggio, né mai si era rimaso dal combattere con sì lieta fortuna dalla soldatesca del Polizzy, si che vedevasi il nemico quasi debellato. Nondimeno questi, provvisto di altre artiglierie e cresciuto di numero a cagione che altre genti vennero da S. Leucio e da Caserta a rinforzare le sue file,

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si mosse con masse assai maggiori delle milizie napolitane a riconquistare le perdute posizioni con fiera ed ostinata tenzone. Ed ecco i vinti farsi assalitori e da ambe le parti ricominciare novello combattimento non meno sanguinoso del primo. Gli assaliti si difesero da bravi e con tale valore ed audacia che avresti detto la quantità delle loro forze valere quanto quella dei combattenti avversi (35). Pure per lo incessante sparo di archibugi ed artiglierie dei nemici, non potendo loro tener fronte lungamente ed essendo lassi della fatica e scorati dallo scompiglio che di mezzo a sé medesimi cagionava uno squadrone di carabinieri a cavallo percosso dalle granate dei garibaldini, suonatosi a raccolta abbandonarono quelle posizioni che dianzi avevano sì gloriosamente espugnate e piegarono verso le schiere di riscossa. I battaglioni della brigata del Barbalonga che come abbiam detto erano di sostegno a questi della brigata del Polizzy, al cominciar della giornata furono disposti per modo da essere presti al cammino che dovevan fare. E della brigata da sostenere, il maggiore Castellani con uno dei battaglioni di evoluzione del secondo dei cacciatori doveva aiutar la dritta, il tenente colonnello Vecchione con un' altro del decimoquarto la sinistra ed il tenente colonnello Ferrara coi tiragliatori il centro: i rimanenti battaglioni con le artiglierie (36) erano di riserva, defilati alcuni dietro una casina, e posti alla imboccatura della strada che mena a Santangelo gli altri.

L'uno dei due battaglioni di evoluzione del secondo dei cacciatori comandato dal Castellani e guidato dal capitano dello stato maggiore Bellucci inoltrò per appoggiare il decimo dei cacciatori della brigata del Polizzy, i cui soldati sopraffatti dall’artiglieria nemica e disanimati in veder caduto a terra per grave ferita il proprio comandante avevano cominciato a piegare.

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I nuovi arrivati fecero non solo che gli sfidati da ciò si instassero, ma l'indussero eziandio a seguirgli per iscacciar l'inimico da Santangelo. Ove giunti gli diedero la rotta ed inseguendolo con la baionetta e fugandolo alle spalle fecero tre prigionieri e gli tolsero quattro carri, due ambulanze, tre cannoni, tre casse piene di armi e munizioni e furono sul punto di acchiappare una carrozza dentro cui eravi Garibaldi se non fosse stata a tempo liberata dalle forze di lui. Nondimeno quel cocchio correndo alla disperata venne inseguito per buon tratto a colpi d’archibugi che lo resero malconcio e ne uccisero i cavalli. Molte voci, fossero vere o no non sappiamo, fecero credere ferito in questa congiuntura il capo dell'oste avversa. Mentre tutto ciò accadeva, i cacciatori del nono battaglione che sormontavano la montagna difesa dalle nemiche artiglierie soverchiati da forze maggiori erano per retrocedere. Avutone sentore il generale Barbalonga vi mandò in ausilio i tiragliatori, i quali avendo respinto l'avversario aiutarono di poi quei del settimo dei cacciatori, che dopo l'espugnazione delle casine fortificate cercava di andare innanzi verso la sinistra fiancheggiando il fiume. Ma affraliti per fatiche fuor di modo durate furono richiamati alla riserva ed in loro vece andarono altrettanti cacciatori del secondo. Or poiché il nemico scacciato dai punti forti movevasi per girare ai fianchi del lato sinistro delle soldatesche, era uopo adoperare il quattordicesimo dei cacciatori, il quale valse in poco di ora a mandar via. gli avversari. Poco appresso da una Casina murata alcune centinaia di garibaldini cominciarono una micidiale e violenta moschetteria, ma poche compagnie del secondo dei cacciatori con due cannoni ed un plotone di ussari ne li scacciarono e si resero padroni di quella posizione.

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E sebbene il comandante in capo non avesse creduto opportuno di fare intervenire in questa guerra la cavalleria, pur'essa vi fu; ché mentre ferveva la battaglia il Re vi mandò un plotone del secondo reggimento degli ussari, quattro del primo lancieri ed il reggimento carabinieri a cavallo ch'era rimaso nella piazza. Questa cavalleria congiunta al plotone de’ cacciatori a cavallo che ogni brigata leggiera si aveva dette più cariche e concorse con l’opera sua ad inseguire i nemici quando erano scacciati dai siti fortificati che occupava (37). Quattr'ore dopo il meriggio eransi guadagnati tutti i luoghi fortificati, non restava che impadronirsi della vetta del monte d'onde le artiglierie napolitane avevano quasi del tutto fugati i garibaldini. Si era in sulle mosse di giungere colà e le truppe della brigata del Polizzy vi s'incamminavano congiunte a trecento soldati del decimoprimo dei cacciatori guidati dal tenente colonnello de Lozza, i quali in buon punto venivano da Capua e per via avevano già sostenuta con alcuni drappelli di vari battaglioni dei cacciatori una splendida azione guerresca e tolti al nemico due cannoni ed inchiodati altri tre nel prendere di assalto una Casina fortificata (38). Queste forze nondimeno non erano bastevoli; altre se ne chiedevano istantemente; ma tra gli sforzi che si operavano dalla soldatesca onde pervenire a quella vetta e lo aspettare un aiuto avvenne che il generale in capo veggendo inutile ogni tentativo contro Santamaria, come diremo più tardi, fè suonare le trombe a raccolta. E ciò avveniva appunto quando i garibaldini si sforzavano di riprendere le posizioni valorosamente espugnate dai napolitani. Arrogo che contro la sinistra di costoro colonne nemiche rinforzate da fanti, cavalli ed artiglierie avevano simultaneamente cominciato sanguinoso combattimento.

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E poiché erano sul punto di offenderli nel fianco era mestieri anche di piegare, dappoicché non potevasi da milizie che durato avevano un combattimento di dieci ore sperar felici successi. La ritirata fu diretta dal generale Barbalonga e difesa dall’artiglieria che dalla sinistra distendevasi fino al centro e pure dalle quattro compagnie di tiragliatori ch'erano di retroguardo (39). Ed in quello che le soldatesche la facevano concorsero a sostenerla col loro valore dando la carica, un mezzo squadrone di carabinieri a cavallo e due plotoni, uno degli ussari e l'altro di cacciatori a cavallo. Per siffatta maniera essa compivasi. onorevolmente ed in una delle ultime cariche date dalla cavalleria cadevano uccisi vari dei più animosi uflìziali nemici. Questo fu l'esito della guerra che guerreggiò la divisione leggiera, della quale abbiamo fatto parola in primo luogo perché fu la prima a venire a giornata col nemico.

Le truppe rimaste su la riva destra del fiume per guardarla ebbero pure a combattere, poiché tormentate da continua archibuseria e dallo sparo di una batteria novella che il nemico aveva costruita nella precedente notte, non si rimasero di fare altrettanto contro lui ed avendo di mira la tattica dei cacciatori che pugnavano a Santangelo ne agevolavano come meglio potevano lo intendimento, mettendo il nemico tra offese di qua e di là, sia quando difendevasi in recinti fortificati, sia quando retrocedeva.

Descritti in fino ad ora i fatti d'arme avvenuti in S. Angelo, ci facciamo a ragionare di quelli accaduti in Santamaria. Della divisione della guardia la prima brigata comandata dal colonnello d’Orgemont incorse innanzi tutto nel gravissimo errore di non attenersi agli ordini ricevuti,

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perocché invece di dirigersi sul lato destro per attaccar pugna col nemico da questa parte del paese, come l'era stato imposto dal generale in capo, marciava in ordine di colonna in massa preceduto da una compagnia di tiragliatori verso la sinistra della strada che mena a quella città, mentre la batteria numero 1 sfilava in colonna per pezzi lunghesso la consolare coperta dai colpi d'infilata, da cui avrebbe potuto essere offesa, per allogarsi in sito convenevole e dar principio all’opera sua. Oltrepassata la linea dei posti avanzati quel comandante di brigata mandò innanzi in ordine aperto la compagnia dei tiragliatori e fece che due compagnie dei cacciatori della guardia fiancheggiassero la colonna sul lato dritto. In quello che la linea retta della strada collimava al camposanto, il cordone dei fiancheggiatori si cacciò fin sotto le mura di esso e presone possesso il comandante della brigata lo fece occupare da altre due compagnie di cacciatori della guardia, ed il resto della colonna continuò a marciare sempre in direzione del lato sinistro: sì che il d'Orgemont sebbene procedesse alacremente, pure commetteva un errore che in momento inopportuno alterava il disegno della guerra. Il generale in capo di ciò accortosi e veduto che d’Orgemont trovavasi già di rincontro a barricate, ch'erano di ostacolo al cammino delle sue truppe, spedi incontanente sul lato destro parte della brigata del Marulli per operar quello che far dovevasi dalla truppa del d'Orgemont. Intanto i tiragliatori che questa precedevano si azzuffarono con i posti avanzati dei nemici, e con l'aiuto di due obici riuscirono a fugarli e a disperdere e superare quel primo ostacolo che frapponevasi. Appianato il terreno dalle truppe del genio essi andarono innanzi e l’artiglieria sì tosto che fu giunta ove la strada volge in dritta linea verso gli archi di Santamaria, barricati e muniti di cannoni, si pose in ordinanza da scaricar contro quelli i suoi pezzi.

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Il rimbombo del cannone fu il segnale della pugna generale e i due obici lanciarono maestrevolmente parecchie granate, le quali arrecarono al nemico non lievi danni. Il terzo battaglione del terzo reggimento della guardia comandato dal maggiore de Cosiron e preceduto dalla compagnia dei tiragliatori del capitano Palladini assicuratosi del terreno per mezzo dei guastatori marciò a gran passi. L'artiglieria, che molte perdite aveva sofferto, invece di rallentarsi crebbe di forza. Nondimeno molestata grandemente da quella dell'inimico maggiore di numero aveva mestieri d'essere aiutata. Perché il comandante della brigata mandò sul luogo del combattimento due cannoni diretti dal primo tenente Giovanni Giordano, il quale preso da nobile audacia collocò le sue artiglierie sullo stradale esposte ai colpi d'infilata di quelle del nemico. Però avvenne che molte granate nemiche cagionarono la morte di lui, di non pochi artiglieri, di parecchi cavalli e di molti soldati del battaglione de Cosiron. Questo fatto arrecò grave scompiglio tra le file dei combattenti, i quali abbisognando di pronti soccorsi li ebbero dai tiragliatori là sopravvenuti. Ma il non interrotto ed efficace trar di colpi delle artiglierie nemiche già metteva maggiori disordini fra i soldati di de Cosiron, sì che indarno egli si affaticava a ricomporre il battaglione sotto l'azione della metraglia (40). Il disordine giunse a tale che si estese in fra gli stessi tiragliatori e fra i conduttori dell'artiglieria, così che tutti retrocedendo abbandonarono sul campo in preda al nemico tre bocche da fuoco, perché prive di uffiziali, di soldati e di cavalli che giacevano uccisi, o feriti, accosto ai loro cannoni.


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Intanto avutasi contezza che il nemico riceveva sussidi di forze nella posizione di Santangelo per la consolare di Santamaria, il Bertoloni capo dello stato maggiore del Ritucci mandò il secondo battaglione del secondo dei granatieri della guardia guidato dal maggiore delli Franci dello stato maggiore affinché ciò impedisse. Questo battaglione adempì con lieto successo il carico impostogli e più avvisaglie sostenne col nemico (41). Di poi esso procedeva verso Santamaria per girare ai fianchi dei così detti Virilasci, perché tale si era l'ordine che al delli Franci fu dato. Ma il disordinato retrocedere dei cacciatori della guardia fece sì che i granatieri ne seguissero l'esempio, né fu modo di raccoglierli negli ordini loro. Il ripiegare di tutta questa truppa scoraggiata, originato dall'errore commesso dal d'Orgemont, di cui innanzi abbiamo fatto parola, indusse il generale in capo a comandare ohe la colonna del Marulli fiancheggiata dalle due compagnie del nono reggimento di fanti attaccasse pugna col nemico sul lato destro della città. Ma, sia che in questa soldatesca era pure prevalso lo sgomento, sia che poco sapeva operare in ordine aperto, si disordinò anch'essa. né altrimenti fecero i tre battaglioni di evoluzioni del secondo granatieri che costituivano la riserva sotto gli ordini del colonnello Grenet, nonostante che parecchi uffiziali fossero di nobile esempio a quei soldati (42). Nondimeno il nono reggimento di fanti sostenne con tale bravura la ritirata, che non osò il nemico di trarne profitto. In buon punto accorse il colonnello Negri dello stato maggiore con otto bocche da fuoco, cinque cioè della batteria num° 1 (42 bis) e tre dell'altra num° 3, le quali stabilite sul lato sinistro della consolare in modo da dominare l'artiglieria nemica con aggiustati e ben diretti colpi fecero in breve tempo desistere i cannoni avversi dai loro spari,

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ed impedirono che il nemico, fatto animoso dalla mala fortuna incolta ai napolitani, inoltrasse verso i baluardi della piazza. Il primo reggimento dei dragoni e due squadroni del secondo adoperavansi per ordine superiore, ad insaputa del generale in capo, a perlustrare il terreno a sinistra della consolare e propriamente verso il lato sinistro dell'artiglieria la quale fulminava contro quella del nemico. L'abbattimento d'animo delle truppe della divisione della guardia fu sopra ogni dire fatale, perché fu la sola cagione della non riportata vittoria. Il Re, che fin dalla prima ora del combattimento stava sul campo seguito dal conte di Trapani e da quelli di Trani e di Caserta per dare esempio di virtù guerriera, vedeva con dolore che questa parte di soldatesca, bella di aspetto, era divenuta sorda ad ogni stimolo ed era vana opera incitarla alla pugna. Pur furono brevi conflitti fatti da alcuni tra i più volonterosi di essa guidati da prodi uffiziali (43), i quali combattimenti non fruttarono altra cosa fuor che di tener molestato il nemico ed impedirgli che facesse impeto con un movimento simultaneo su le truppe che stavano indietro disordinate. Aggiungi che una batteria nemica, stabilita opra carri della strada ferrata che si chiamano matti, non cessava di travagliare di fianco le milizie napolitane, onde fu mestieri comandare che due cannoni della batteria num°5, guidati dal primo tenente Ludovico Quandel e quattro dell'altranum0 3, diretti dal capitano Giovanni Afanderivera, dal lato sinistro della consolare passassero al destro ed obbligassero con continuo scagliar di colpi l'artiglieria avversa a restar dalle offese. Per difendere queste artiglierie furono mandati due squadroni del secondo reggimento degli ussari, i quali caricando più volte sul nemico lo fugarono.

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E qui è debito di giustizia dire che durante la guerra che guerreggiavasi innanti a Santamaria, il generale in capo col suo stato maggiore stavasi in prima linea dell'esercito per dare bello e nobile esempio ai combattenti, ché nelle battaglie si conviene andare in contro alla morte impavidamente (44). Poco lungi ed a manca della consolare era la batteria num.° 1 di posizione, diretta dal colonnello Negri e dal maggiore delli Franci dello stato maggiore.

Fa mestieri notare che nel mezzo di questo combattimento il generale Sergardi, che guardava con soli sei plotoni di lancieri e quattro cannoni della batteria num° 3, diretti dal capitano Carlo Corsi il lato destro di Santamari verso Carditello, ebbe ordine dal Ritucci per divisamente del Re di aggredire S. Tammaro che i nemici occupavano. Egli senza far motto si mosse con la sua poca gente e senza fanti per compiere il carico commessogli. Disperse le barricate nelle quali si avvenne con cannonate, fece che la cavalleria con impeto desse la carica ai fanti e cavalieri nemici che colà erano, e cacciandoneli s'impadroni del paese. Quivi furon raccolti armi e munizioni in gran copia; ché l'inimico fuggendo d’ogni cosa si spogliava. La guardia nazionale fu incontanente disarmata e, ciò fatto, il Sergardi sarebbe ito a percuotere nel fianco il nemico che difendeva Santamaria, se il Re, considerando che senza fanti la colonna non poteva operar con successo, non gli àvesse comandato di astenersene come di cosa cui fan divieto i precetti della guerra.

E tornando a ragionar di Santamaria diciamo che mentre due drappelli del decimo reggimento di linea usciti da Capua e condotti dai maggiori d’Afflitto e Cascarelli sostenevano uniti a due compagnie del nono reggimento di fanti onorevole pugna col nemico,

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che minacciava combattere di fianco la posizione del camposanto, il Re ordinò al tenente colonnello d'Ambrosio di raccogliere tuttala forza dello stesso nono reggimento, affinché sotto il comando del proprio colonnello de Liguoro facesse un ultimo sforzo contro Santamaria e pigliasse la vittoria. Di questa piccola colonna dovevano essere aiutatori due squadroni del secondo ussari sotto gli ordini del tenente colonnello Pisacane. E tutta questa milizia incamminatasi intrepida, a poca distanza del paese di Santamaria si fece a passo raddoppiato ad assaltarlo. Ma gli squadroni, che imprudentemente si erano cacciati tanto innanzi da oltrepassare i fanti, colpiti dall’artiglieria nemica voltarono faccia e misero sgomento e disordine tra le file dei fanti; sì che questi dapprima retrocedettero, ma riordinati tornarono all'assalto con maggiore ordine e giunsero a penetrare nel paese con tale ardore che il nemico sgominato abbandonando le barricate e le sue artiglierie fuggì. Nondimeno a cagione di nuove genti che vennero a ristorare le forze di Garibaldi ricominciò la lotta accanita. Ma i napolitani pochi essendo di numero, ché indarno erasi fatto di raccogliere ed animare qualche drappello della guardia per aumentarne la forza, dovettero cedere loro malgrado il terreno di cui per tanto valore erano già padroni. E per discorrere ancora dei due squadroni di ussari narriamo ch'essi col loro condottiero tenente colonnello Pisacane, nel ritirarsi più ratti che di galoppo al campo di S. Lazzaro senz'ascoltare qualsivoglia esortazione almeno quella a retrocedere con minor furia (45), facevano altresì credere ch'erano inseguiti da cavalieri nemici in gran numero.

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Perché la cavalleria rimasta in riserva, si apparecchiò per ordine del generale in capo ad osteggiare quel nemico che punto non apparve (46). In questo la batteria num° 1, per avere esaurito la munizione non potendo più oltre combattere si ritirava ed in sua vece furon mandati quattro cannoni dell'altra num° 5. Il maggiore delli Franci dello stato maggiore che condusse quest'artiglieria sul luogo del combattimento la fece collocare per modo da battere con ispari diretti e dì rovescio quella dell'inimico. Ancora raggranellati dugento cacciatori della guardia comandati dal maggiore de Cosiron e poi altri dei granatieri sotto gli ordini del colonnello Marulli si cercò di resistere al nemico che minacciava il fianco sinistro. Ma il generale in capo, visto che questi erano per venir sopraffatti e quelli del nono e decimo reggimento dei fanti retrocedevano combattendo, reputò vana cosa più oltre campeggiare. Però consentendogli il Re fece suonare le trombe a raccolta, ed ai combattenti di Santamaria nel ritirarsi le brigate del Barbalonga e del Polizzy, che udito in Santangelo il segno dato ancor esse in bella ordinanza retrocedevano, furono di valevole appoggio. Così avvenne che cinque ore dopo il meriggio tutta la soldatesca era riunita nel campo di S. Lazzaro. Essa in questa giornata se non s'impadronì di Santamaria gravi danni cagionò allo inimico; non cedette un palmo solo del terreno che prima occupava e convinse Garibaldi che le forze della rivoluzione sarebbero state certamente superate e vinte, se le truppe Piemontesi invadendoli Reame non facessero opera di guerreggiare alle spalle del campo dei napolitani.

Le perdite dei nemici furono immense; non vogliamo determinarne il numero, sì per tema d'incorrere in errore e sì per non sembrare esagerati.

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Basterà dire che i loro corpi uccisi o feriti e sparsi qua e là grondanti di sangue facevano rosseggiare il terreno del combattimento. Delle milizie napolitane morirono dugentosessanta uomini, furon feriti settecentotrentuno e settantaquattro furon fatti prigionieri (47).

Avuto il suo termine la descrizione del combattimento presso Santamaria, discorreremo ora delle truppe che in Valle e Caserta vecchia pugnarono. Esse costituivano un corpo, staccato dal restante dell'esercito belligerante, dipendente dal generale Won Mechel cui era stato addossato il carico, come altrove abbiamo detto, di tener campo a fianco ed a tergo del nemico. Questi commise alla soldatesca del Ruiz di passare il fiume ad Amorosi e per la via di Morrone salire sulle alture di Caserta vecchia e colà aspettare altri ordini, e riserbò alla brigata estera il mandato di scacciare i garibaldini da Valle e dal monte S. Michele ed insignorirsi di poi di Maddaloni (47 bis). E noi ragioneremo dei fatti d'arme sostenuti da ciascheduna delle due brigate, acciò i nostri lettori sappiano per disteso la guerra che in quei luoghi si combattette.

Perché diciamo che il generale Won Mechel con la brigata estera nella mezzanotte del trenta settembre si mosse da Caiazzo e passato il ponte sul Calore per la via di Ducenta si distese fino alle Cantinelle. Quivi giunto lasciò uno squadrone di ussari per guarentire quattro cannoni della batteria n° 15, le munizioni di riserva e le salmerie che vi rimaneva. Arrivato al punto ove. si congiungono le vie di S. Agata e di Maddaloni mandò il secondo battaglione di evoluzioni del terzo leggieri comandato dal capitano de Wieland ad impadronirsi dei ponti della Valle, e comandò che tutto il secondo carabinieri leggieri con due cannoni di montagna occupasse Valle con le sue alture e la montagna a destra,

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sì per non temere di esser sorpresi da questo lato e sì per avere un congiungimento almeno visuale con le milizie del Ruiz. Questo paese era guardato da picciol numero di garibaldini, i quali fuggirono all'apparire delle napolitane insegne. E procedendo animoso il Won Mechel col rimanente delle sue truppe che formavano il centro andò con esse ad investire l’inimico che difendeva il ponte di Valle. Alle sei del mattino dal centro e dal lato sinistro del campo del Won Mechel si appicciò la zuffa. Alcune artiglierie della batteria num° 15 poste sulla strada rimpetto al ponte cominciarono a tuonare e la pugna addivenne calda e feroce. Gran fatica durava il de Wieland, che combatteva al lato sinistro, per vincere il nemico; avvegnaché questi erasi là trincerato e con bastanti armati occupava non solo i 1 condotto di acqua, ma eziandio tutta la boscaglia fino; alla cima del monte ed il molino ch'è nelle vicinanze del ponte, ove il primo tenente Sauter inoltratosi audacemente con un plotone di cacciatori gli sarebbe stata impedita la ritirata e sarebbe stato fatto prigione, se1 non fosse ito in suo aiuto il primo tenente Won Mechel con altra compagnia. La quale con tale ardore investì l'avversario che, percosselo gagliardamente, scacciandolo da quel luogo se ne impadronì. Ma in questa lotta sanguinosa fatta corpo a corpo con la baionetta si ebbe a rimpiangere tra i morti il bravo Won Mechel figlio del generale. Ed a lode del padre dell'estinto qui conviene registrare ch'Egli, vedutolo ucciso e disteso a terra non gli cadde il cuore e soffocandone il dolore, volse altrove lo sguardo e gridò «vive le Roi». Da questo lato si aveva mestieri di maggior gente e vi andarono tre compagnie pure del terzo leggieri comandate dal maggiore Gaehter.

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Le quali, congiuntesi all'altra forza che già guerreggiava, sì veementemente aggredirono i nemici, che fugandoli conquistarono il ponte e le artiglierie rimasevi dai vinti. In questo, due cannoni della batteria num° 10 diretti dal capitano Tabacchi furono spediti prima alla base del monte a sinistra del ponte e poi alle falde di esso per appoggiare le mosse del terzo leggieri che incessantemente perseguitava l'inimico, Il quale rinforzatosi cercava di ricomporre le sue ordinanze e riconquistare le perdute posizioni. Ma quattro cannoni della batteria num° 15 con ispari aggiustati e continui seppero sì travagliarlo, che non osò muoversi ad offendere. Il combattimento alle ore nove del mattino durava ancora; i garibaldini erano stati scacciati da ogni luogo, tranne il monte S. Michele, e le truppe del Won Mechel vi s'incamminavano. Intanto 41 secondo battaglione dei carabinieri leggieri non essendo riuscito a compiere il mandato impostogli e per la forte resistenza fattagli e per la sua stanchezza cagionata dal lungo cammino e dal continuo guerreggiare, non cessando di combattere e mantenendo le ordinanze militari, piegò sopra Valle. Però mancata la reciproca unione di vista tra la brigata estera e quella del Ruiz, né essendo tra loro altri congiungimenti perché non voluti dal Won Mechel, fidante troppo nel valore dei suoi, accadde che i nemici superiori di forze corsero tutti contro lui. Il quale dapprima si difese valorosamente e mandò il capo del suo stato maggiore in cerca del Ruiz (48), e poscia, non avendo alcuna novella delle milizie di costui e non potendo resistere con le sole sue truppe all'impeto del nemico, fu tre ore dopo il meriggio obbligato a far suonare le trombe a raccolta.

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Il nemico uditone il segno credette sgominate le truppe del Won Mechel e si dette a perseguitarle, ma cento soldati del terzo battaglione dei carabinieri voltata la fronte ad esso lo incalzarono per modo da ricacciarlo fino al monte. La ritirata fu sostenuta dalle artiglierie, le quali scagliando colpi assai ben diretti obbligarono l’inimico a desistere dalle offese e dettero agio alle soldatesche di piegar con calma fino alle Cantinelle e con esso loro trasportare anche i feriti. Uno dei due cannoni diretti dal capitano Tabacchi fu lasciato ai nemici, perocché essendo stati feriti gli animali dai quali era strascinato e rotte le casse delle munizioni non era facil cosa retrocedendo salvarlo (48 bis).

In questa guerra fatta ai ponti della Valle si segnalarono per valore e per scienza militare il maggiore Gaehter, i capitani Fevot, Tabacchi, Rosaeher, de Wieland ed i tenenti Sauter, Dusmet e WonMechel e tra uffiziali e soldati morirono quarantadue, ottantuno furono feriti e novantasei rimasero prigione (49). Dei garibaldini le perdite furono senza dubbio maggiori.

La brigata del Ruiz tre ore dopo il meriggio del 30 settembre partì da Caiazzo e passato il fiume ad Amorosi su ponte a cavalletti fatto antecedentemente costruire dal Won-Mechel, si trovò all'alba di questo giorno di fronte a Limatola. Nel quale luogo il comandante ordinò che il sesto reggimento dei fanti condotto dal maggiore Nicoletti impadronendosi del paese ne scacciasse il nemico e tosto s'incamminasse verso Morrone per far simigliante cosa e poi andasse sulle alture di Caserta vecchia, mentre col resto della colonna per la via dell'Annunziata vi salirebbe Egli ancora. Il Nicoletti occupò incontanente Limatola, ché i nemici al vederlo fuggirono e si mosse a passo raddoppiato verso Morrone. ove gran numero dell'oste avversa rinchiusi nel castello si preparavano ad ostinata resistenza.

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E perché quella piccola fortezza è situata sulla vetta d'un monte, per assaltarla, fu mestieri salir su di esso per sentieri scabrosi e non ostante gli spari dell'archibuseria nemica. Incominciò lotta dispietata e si battagliò fino a che il nemico, veggendo esser vano il difendersi, si rendette a discrezione. In questo fatto d'arme dei vincitori morirono tre e cinque furono feriti; dei vinti perirono dieci, trenta furono feriti e dugentoventi rimasero prigione. I quali mandati in dietro, le truppe del Nicoletti marciarono Terso Caserta vecchia secondo era stato toro imposto. E per aver sostenuto altra felice avvisaglia presso il bosco di S. Leucio venuta in istanchezza, consentendolo il Ruiz, restò sulle alture di Caserta. Le rimanenti forze della brigata vinta la scaramuccia attaccata dai nemici a PozzoVetere, Sommana, Casale ed altre casine avevano già occupati i monti di Caserta vecchia. Ed il Ruiz, che sapeva doverglisi comunicare ordini dal Won Mechel attenenti alla guerra, non fece ciò che le regole militari prescrivono per essergli congiunto e udendo lui essere in lotta lunga e feroce coi nemici, ché l'incessante rimbombo dei cannoni lo palesava, non corse a soccorrerlo con le sue genti, né operò movimento alcuno per avvicinarsi almeno al sito della pugna. Perché niente avendo saputo della ritirata del Won Mechel e non essendogli stato notificato altr'ordine serenò la notte.

2. ottobre.

Il generale Won Mechel fece sapere al Ruiz ch'Egli crasi ritirato in Amorosi perché non aveva potuto con le sole sue truppe tenere la posizione dei ponti della Valle, sì che questi chiamati a consiglio i capi dei corpi domandò loro se fosse utile trarsi in dietro.

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Unanimemente fu deliberato doversi retrocedere, poiché, per essere i lati delle truppe affatto scoperti, il nemico poteva di leggieri farsi intorno ad esse ed impedirle il passo. Perché si ordinò che la tromba suonasse a raccolta e le guardie più vicine al nemico indietreggiassero. In questo l'oste avversa appiccò una zuffa con quelle del sesto e dell'ottavo reggimento dei fanti che stavano di posto avanzato su le alture di Caserta. E questa truppa non sapendo nulla della ritirata che faceva il Ruiz, avvegnaché non avevano udito il segno della tromba, né avevano ricevuto ordine alcuno, pugnarono con l'avversario e, passando con ardore dalla difesa all’offesa, ricacciarono animosi i garibaldini ed entrarono in Caserta combattendo. Nondimeno il Nicoletti, visto che in ajuto della sua gente non venne il Ruiz, al quale aveva fatto sapere il felice esito della pugna, avvisò retrocedere. Ma invece d'incamminarsi verso Morrone piegò per la via di Limatola con l’intendimento di passare il fiume e raggiungere la brigata. In sul cammino d'improvviso fu circondato da forze nemiche di gran lunga superiori alle sue e costretto di arrender si a loro (49 bis). Il Ruiz intanto, che marciava ritirandosi, stimolato dagli uffiziali e soldati suoi a soccorrere coloro che pugnavano in Caserta noi fece, anzi raddoppiando il passo più celeremente retrocedette. Giunto al passaggio delle due montagne che stanno alle spalle di Limatola Egli il Ruiz disse al maggiore Coda che comandava I ottavo dei fanti prendere posizione alla entrata di questa gola. Ma questi avendo manifestato essere l’ordine inopportuno e pieno di pericoli non volle obbedire: di che i soldati gli fecero plauso e mormorando del condottiero avvenne che ruppero le leggi della disciplina ed appena seguironlo fino a Caiazzo.

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Ove saputo la mala sorte di quei del Nicoletti fortemente disdegnarono e proposero di uccidere il loro capo. Il quale però non potendo più reggere la sua soldatesca fu costretto di domandare al generale in capo il comando di altra milizia, ma ottenne solamente poco poi dl’ lasciare il suo uffizio ed andare in Gaeta (50).

Tutto ciò ignorava il generale in capo, il quale sebbene avesse spedito con assentimento del Re il capitano Salerni dello stato maggiore fin dal giorno precedente in Caiazzo per aver notizie della colonna del Won-Mechel, pure non ne seppe che incerte novelle. E poiché era importante cosa conoscer l'esito della pugna attaccata ai ponti della Valle ed a Caserta vecchia per risolvere ciò che poi meglio convenisse di fare, Egli il Ritucci inviò l'altiere Bellisario dello stato maggiore a quel generale per chiedergli i particolari della guerra. E ancora gli mandò dicendo restare al giudizio di lui attuare, o né, ciò che prima di romperla eragli stato commesso di fare, e se fosse stato obbligato a ritirarsi tornasse in Caiazzo e mandasse oltre lo stretto di Triflisco la batteria num° 15.

Intanto il Re che voleva che, nella notte del giorno precedente dopo il combattimento, le truppe stessero nel campo di S, Lazzaro a serenare per riappiccar pugna la dimane, udito il parere del generale in capo opinò altrimenti. Ma andatosene in Gaeta e parutogli opportuna la prima opinione che portava, di qua gli annunziò per telegrafo che, eccetto la guardia Reale, con tutte sue forze ricominciasse la guerra in Santangelo e Santamaria. Se questo comando del Sovrano fosse stato a capello adempito, l'oste di Garibaldi sarebbe stato senza dubbio rotta e debellata, avvegnaché essa era si sgominata e tali perdite aveva patito nella guerra combattuta il giorno innanzi, che di leggieri sarebbe stata sbaragliata.

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Ma i Ritucci, che ignorava le vere notizie del campo nemico e ricordava avere il Re con lui divisato non potersi ciò fare così prestamente e col medesimo disegno di guerra, sospettò tale uomo avere indotto il Re a mutar consiglio, il quale, o volesse in caso di vittoria attribuirsene il merito, o in quello d'uno sbandamento simigliante all’altro avvenuto in Calabria e nelle Puglie farla finita e por termine ad ogni cosa. E però Egli rescrivendo al Monarca esposegli gravi difficoltà intorno a mettere in atto il comando di lui e disse non tornerebbe alle offese senza immegliare l'ordinamento delle milizie e rinfocarne gli spiriti.

E qui sia dato a noi licenza di osservare che non può un comandante in capo condurre l'esercito a combattere qualunque fosse la sua inclinazione, o attitudine, alle cose di guerra, se non è abbastanza convinto della probabilità del successo. E la storia militare di tutte le nazioni e di ogni tempo è ripiena di esempi di guerre mal finite, comunque condotte da generali illustri, sol perché esse non vennero fatte secondo i giudizi delle loro menti. Quanto non sarebbero state più gloriose per gli Austriaci le campagne contro il primo impero, se il grande Arciduca Carlo non avesse dovuto fare la volontà del consiglio aulico?

Poco appresso che il generale incapo aveva rescritto al Re, l'alfiere Bellisario il fece certo della disavventurata guerra che le milizie del Won Mechel avevano guerreggiata. Ancora a lui il generale Colonna manifestò i garibaldini darsi fretta a ricostruire in monte Santangelo le batterie danneggiate il giorno innanti e ad alzare nuove offese lungo la riva sinistra del Volturno;

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però non poter impedire che essi passassero il fiume ed apparecchiarsi a battagliare contro loro appena fossero giunti sulla destra sponda. Il generale in capo gli rispose di mantener la difesa, serbar le regole da non esser disgiunto dalle truppe di Caiazzo e di Formicola le quali dovevano fargli spalla quando avrebbe combattuto, ed ove facesse bisogno di ritirarsi camminasse per la via li Bellona, o per quella della traversa testé costrutta. Ed intanto nominatosi capo di stato maggiore del genio il maggiore Ferrara gli si comandò che seco menando il primo tenente Bianchi andasse con la compagnia di zappatori del capitano Presti a Triflisco per fortificare quello stretto ed il monte Gerusalemme.

Il che mentre si faceva il nemico attaccò pugna con le milizie napolitane che ivi erano ed avrebbele vinte e bruciata interamente una casina che andava in fiamme ed alloggiava la prima compagnia del decimoquinto dei cacciatori, se l’artiglieria con colpi di ottima direzione non avesse scavalcate ed imboccate le artiglierie opposte e levatele dalle offese. Né di questo solamente si contentarono i vincitori, ché pochi di essi scorto due sandoli, nella sponda nemica preparati per traghettare il fiume, in esso di repente si gittarono e, nuotando, arrivati là ov'erano le barche ed impadronirsene fecero ritorno alla riva ond'erano partiti tra le acclamazioni dei fratelli d'arme testimoni del loro coraggio. Fra tanto il lavorìo dei nemici non cessava; ad un quarto di miglio dalla scafa si udiva continuo passaggio di artiglieria e tutto ciò faceva argomentare che il dì appresso si sarebbe venuto alle mani col nemico. Però fu comandato a tutta la soldatesca di essere apparecchiata a combattere e tenere gli alloggiamenti congiunti tra loro per modo da aiutarsi a vicenda.

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Onde il quintodecimo dei cacciatori per salutare previsione del tenente colonnello Pianell accampò oltre la maggior passata delle artiglierie nemiche, e stabilì un posto di comunicazione tra il campo e Triflisco (50 bis).

Ancora era necessità riordinar l'esercito e gli accantonamenti. stante che fin dalla sera del precedente giorno nella piazza di Capua, oltre il presidio, il Ritucci aveva fatto rimanere tutt'i battaglioni cacciatori ed il battaglione tiragliatori in premio delle durate fatiche. Laonde delle disciolte frazioni dei carabinieri a piedi dell'11°, 12°, 13°. 14° e 15° reggimento di fanti fu composto il secondo e quarto di fanteria, e tutte le milizie furono altrimenti divise ed accantonata (51). Altresì richiedevasi rafforzare la disciplina notando chi aveva la offesa, e però il ministro della guerra manifestò all’esercito d'aver sottoposto a consiglio di guerra il brigadiere Santamaria ed il colonnello Tompson de la Tour per non aver essi adempiti i doveri militari (52).

Il maggiore de Liguoro, che per ordine del Re fin dal 30 settembre con una piccola colonna di gendarmi, plaudente il popolo. aveva occupato Venafro, scrisse che in Casteldisangro e Monteroduni era succeduta una forte reazione alla quale avevano partecipato ancora le donne, e che il governo del Re eravisi ripristinato senza spargimento di sangue e col solo disarmamento della guardia nazionale. Ed è a notare che al comandante in capo pervenne tale notizia per mezzo di corriere, poiché i garibaldini fuggendo ed incamminandosi verso Isernia, Solmona, Popoli ed altri siti avevano rotto il filo elettrico.

Finalmente diremo che in questo giorno il ministro della guerra comandò al colonnello Lagrange di andare coi volontari in Civitella del Tronto e vettovagliarla, e questi promise di farlo appena l'avrebbe potuto.

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3 ottobre.

Il generale Won Mechel espresse il desiderio di voler ritenere la batteria num° 15 anziché mandarla al di qua di Triflisco, ed il Ritucci quantunque aveva opinato altrimenti, pure per contentarlo assentì, ed ordinandogli di far tosto ritornare la metà delle batterie num° 10 e 13 nei siti ove alloggiavano le altre rispettive metà, disse la salvezza della batteria num° 15 in caso di ritirata pesar tutta sopra di lui (53).

Il nemico intanto fortificava sempre più le sue posizioni sullo stretto di Triflisco con tre ordini di batterie, l'ultimo dei quali, avendo comando sulle maggiori alture occupate dalle milizie napolitane, rendeva quel passaggio impraticabile. Laonde il comandante in capo notificando tal cosa al Re narrò una per una le difficoltà che s'incontravano per mantener Caiazzo, ed esponendo d'aver saputo che Garibaldi con poderosi armati, passando il fiume, girerebbe ai fianchi del campo, domandò per qual maniera dovrebb'egli condurre la guerra (54).

Ancora in Gaeta il direttore della guerra scriveva un memorandum pel Re, nel quale disaminando le forze delle parti belligeranti e le condizioni di esse proponeva due disegni, l'uno per vincere l'inimico in Santamaria, l'altro per occupare Aversa, e di là poi andare a Napoli (55).

Inoltre il maggiore de Liguoro manifestò al comandante in capo che in Isernia il popolo aveva operato una improvvisa reazione con pieno successo, nella quale disse che di quelli ch'erano avversi alla causa del Re tre vennero uccisi, due furono feriti e sette fatti prigionieri.

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Ed aggiunse essere per reagire contro la rivoluzione garibaldesca gran parte dei quarantacinque comuni che ne compongono il distretto; lui aver disciolto la guardia nazionale; commesso ad uomini probi il reggimento della cosa pubblica; armati alcuni del paese per la interna sicurezza e spedito colà il tenente Riesch con cento gendarmi per impedire le discordie dei partigiani. Da ultimo addimandò che altra truppa venisse in suo aiuto, imperocché gran numero di garibaldini, riunitisi in Boiano ed altri siti già s'incamminavano alla riscossa, ed un' altra loro colonna di duemila uomini con due bocche da fuoco da Avezzano marciava verso Sora. Però il Ritucci comandò che un battaglione della guardia Reale con due cannoni della batteria num° 3, ed un plotone di cacciatori a cavallo andasse in Venafro onde difendere Isernia da qualsivoglia ardita aggressione.

E poniamo termine alla narrazione delle cose avvenute in questo giorno dicendo che per incuorare i difensori del forte di Baia e recar loro abbondevole cibario, si propose di mandare una piccola colonna di truppa retta dal generale Sergardi. Ma il Monarca, antiveggendo i pericoli cui si sarebbe andato incontro per conseguir tal cosa, ne ammonì il Ritucci (56), il quale, fatto tesoro delle avvertenze del Sovrano, giudicò non doversi quella missione effettuire.

4 ottobre.

Won Mechel questo dì arrivava in Caiazzo, egli, tra perché non aveva ambulanze per trasportare i feriti e tra perché di molto tempo eragli stato mestieri per distruggere il ponte sul Calore e l'altro ad Alvignanello, aveva, retrocedendo, poco camminato.

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E qui giunto incontanente spedì il primo tenente Ferrara del sua stato maggiore con un drappello di cavalleria per far ricognizione in Piedimonte ed aver notizie dell'inimico. E questi trovato quelle terre affatto sgomberate dai garibaldini ritornò ond'era partito per avvertirne il generale.

Il comandante in capo saputo crescere le minacce dei nemici contro Isernia, e veduto che la milizia eletta ad andare in aiuto dei gendarmi, che colà erano, non essere per anco partita da Teano, facendone doglianze, comandò che tosto marciasse per Venafro. Arroge che il (le Liguoro manifestando d’aver mandato altri quaranta gendarmi in Isernia disse essere la sua gente del continuo menomata dalle malattie, che le fatiche per le lunghe veglie cagionavano. Fra tanto il Ritucci. per assicurarsi se l'inimico per percuotere e far crollare il bastione Sperone di Capua, avesse, o no alzate delle batterie, o si accingesse a qualsivoglia lavoro di approccio, ordinò che il tenente colonnello Tedeschi con dieci compagnie di cacciatori ed una di zappatori avesse esplorato il terreno verso S. Angelo ed abbattuto qualunque Casina entro cui avevan costume i garibaldini di ricoverarsi. Il quale compì la missione affidatagli, e dopo scrisse al Ritucci accertandolo niente esservi di ciò che si sospettava in danno della piazza.

In questo dì fu ordinato al maggiore Satriano ed al capitano Carrascosa del genio di eseguire sul Garigliano quanto avevano proposto nel giorno quattordici settembre il Gagliardi ed il Quandel, eccetto la testa di ponte che si comandò non dover'essere doppia, ma semplice, ed in tale forma da potersi compiere in breve tempo. Ancora in questo stesso giorno il direttore della guerra scrisse pel Re un' altro memorandum nel quale disse ciò che si avesse a fare per isconfiggere il nemico in Santamaria, e discacciamelo (57).

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5 ottobre.

Isernia il giorno innanti fu occupala da numeroso stuolo di garibaldini che avevano piegato i centoquaranta gendarmi che la guardavano sino a Venafro. Perché il de Liguoro per salvare quella popolazione dalla crudeltà dei partigiani, e liberare il vescovo di quella diocesi monsignor Saladino dalla cattività che pativa; di moto proprio, per riconquistare quel paese, marciò con trecentosessanta gendarmi appoggiati da un battaglione della guardia Reale, da due cannoni della batteria num(l 3 e da un plotone di cacciatori a cavallo. E colà giunto sebbene fossero più di mille gli armati nemici, pure impavido fece l'assalto. In questo, parte dei nemici fuggirono e parte, ricoverati nelle case, si difendevano (58). La zuffa divenne formidabile e tale che i napolitani tolta a quei restanti invasovi la bandiera, (59) li conquisero e dispersero: dei quali morirono oltre cento, e cinquantacinque furon fatti prigione. Ancora pugnarono in favore dei napolitani gran numero di contadini del paese, i quali armati di scure inseguivano i nemici fuggenti e, raggiuntili, uccidevanli. E mentre questa vittoria faceva lieta il de Liguoro e le sue milizie, i garibaldini non cessavano di molestare i napolitani a Triflisco, sì che il generale in capo istigato dal colonnello Negri, (60) comandò che ogni cosa si sapesse del monte Gerusalemme, e nel mezzo delle sue falde si allogassero quattro cannoni rigati di. montagna per colpir d'infilata la strada, che da Santamaria conduce a Santangelo, e travagliare l’avversario nei suoi passaggi. Inoltre il generale Won Mechel, dicendo i posti avanzati dei nemici stare rimpetto il tenimento di Sguiglia ed esser però probabile ch'essi assalirebbero Caiazzo, chiese al Ritucci che fosse trasferito altrove lo spedale, che ivi era, e gli si mandasse altra cavalleria.

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Il quale, comandato che quello spedale fosse stabilito in Teano, significò al Won Mechel lui aver cavalleria più che bastante ed ove, pugnando, di nuovi squadroni gli facesse bisogno dimandasseli al comandante della sua divisione. Ancora gl'inculcò di difendere Caiazzo fino all'estremo ed, in caso di avversa fortuna, retrocedere combattendo verso Pontelatone. Ordinate queste cose attenenti alla difesa di Caiazzo, spedì un drappello di cavalleria in Brezza acciò le truppe di fanteria, che guardavano questo lato, avessero avuto dei mezzi per potersi con più faciltà tra loro scambievolmente aiutare.

Fra tanto un grave delitto, di cui fortemente la disciplina militare doveva richiamarsi, facevasi in Capua fra la soldatesca. Il sergente Bruno del decimoterzo dei cacciatori stimolò i soldati a ribellarsi al generale in capo ed al governatore della piazza. La ribellione accadde nella pubblica strada, e da una porzione di soldati, con voci sediziose, si manifestò disobbedienza a quei generale. Ma gli uffiziali, stando nel loro grado, valsero a far disperdere gl'insani gridatori ragunati da quel sergente. Ed insieme a lui arrestato ancora un gendarme, che pur credevasi colpevole, furono giudicati dal tribunale militare, ed il Bruno fu condannato a morte e fucilato il giorno sedici, ed il gendarme come incolpabile venne prosciolto. Ed a lode della mente e dell'animo del generale in capo riferiamo che appena egli udì cotale sollevazione fatta contro di lui punto non ne tenne conto, e per addimostrare che spregiavala egli proprio in quell'ora fecesi vedere in tutti gli alloggiamenti delle truppe di Capua. Nondimeno per mezzo del generale Cutrofiano sommise al Re che, per avvalorare l'osservanza della disciplina e la fidanza che doveva aversi in lui,

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era mestieri che o Egli proprio il Re venisse in Capua a stare in mezzo all’esercito, o a ciò fare mandasse una Real persona. Il Sovrano approvò il suo divisamento, e vi mandò i due suoi fratelli i conti di Trani e di Caserta (61) e, concessigli ampi poteri decretati nel consiglio di Stato, sì per premiare, che per punire (61 bis) fecegli molte lodi con una lettera scritta di sua mano (62).

6 ottobre

Il maggiore de Liguoro ritornò coi gendarmi in Venafro avendo lasciato nella soggiogata Isernia il battaglione dei granatieri della guardia, l'artiglieria, il plotone dei cacciatori a cavallo, parecchi volontari e cinquanta gendarmi sotto gli ordini del maggiore Sardi. Il quale, vedendosi minacciato da forti masse garibaldine che si agglomeravano in quei dintorni, istigato a combattere dai villici che avevano operata la reazione, e che andavano a lui per avere armi e munizioni, ed il sindaco di Rionero richiedendolo di mandare nel suo paese delle truppe per iscacciarne i millecinquecento garibaldini che vi erano, scrisse al generale Sergardi in Teano e il dimandò di altra soldatesca. Questi spedì tosto altro battaglione della guardia Reale verso Isernia, e ne avvertì il generale in capo. Il quale ne approvò l'invio, sebbene vedesse con rincrescimento estendersi le mosse militari da quel lato. Intanto il colonnello Lagrange comandante di una colonna di tre battaglioni, uno di gendarmeria e due di volontari già aveva occupato militarmente Arce e Sora. Ed avuto avviso che i nemici infestavano la valle del Liri, con intendimento di precludere alle truppe napolitane il cammino degli Abruzzi, erasi reso padrone di Balzorano, ed aveva fatto presidiar dalle sue genti il castello baronale.

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E poiché essi nemici stavano minacciosi sulla sinistra sponda del Liri, e propriamente a dritta della via consolare che mena ad Avezzano, per iscacciarli da quel luogo, v'andò con seicento uomini, due cannoni ed un plotone di gendarmeria a cavallo, e con tale gagliardia gli assalì presso Civitella Roveto, che in poco d’ora li disperse e l’insegui fino a Capistreilo. Trofei di questa breve ma calorosa pugna furono molte armi tolte ai nemici.

Nel qual combattimento trentasei di essi perirono, cinque furono feriti e sedici rimasero prigione, e dei vincitori morirono cinque e quattro vennero feriti.

In Capua i garibaldini non credevano che su tutta la sponda destra del Volturno le milizie napolitano vigilassero strenuamente, e però cercavano di tratto in tratto indagare, mercé piccole avvisaglie, quali fossero i punti guardati da minor forza. Essi infatti in numero di sessanta circa attaccarono scaramuccia di un'ora e mezzo contro le soldatesche di Cancello, e pur non contonti di ciò appiccarono zuffa a Torre degli schiavi e Vunziatella. Ma visto che dappertutto erano respinti desistettero dall’offendere.

Conosciutosi accuratamente per ordine del Ritucci ogni cosa di Gerusalemme vi fu fatta una via per dar passaggio alle artiglierie che dovevano esser poste su quel monte. Compito il lavoro dagli zappatori del capitano Presti, il tenente colonnello Gabriele Ussani di artiglieria col favor della notte fece salire su di esso quattro cannoni rigati della batteria num° 13, ed incominciò ad alzare il parapetto con l’opera di quattrocento soldati del quintodecimo dei cacciatori.

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Del maggiore Guglielmo Beneventano Bosco, del capitano Camillo Rossi e del secondotenente Enrico Sayz, i quali nel tempo della guerra, avendo solamente lasciato in iscritto la domanda d'esser disciolti dai vincoli militari, abbandonarono i loro posti, il generale in capo fattone manifestazione all'esercito disse di averli come disertori, ed ammoni gli offìciali non poter veruno di essi svestirsi della divisa senza averne ricevuto facoltà. Inoltre inculcò ai capi dei corpi di attendere a ravvalorare la disciplina e vegliare che gli uomini della rivoluzione, seducendo, non corrompessero la soldatesca (63).

Finalmente in questo giorno per mezzo del telegrafo il Re ragioné al conte di Traili degli effetti delle vittorie del 19 e 21 settembre e dei fatti d'arme del primo ottobre. Ancora disse che il Won Mechel niente facesse senza la volontà di olii a lui per grado soprastava, (1)3 bis) ed ove lo spirito del generale in capo non venisse rinfrancato. si pensasse a chi dovess'essere il successore di lui (64).

7 ottobre.

Il Re si recò a visitare i feriti nello spedale di Capua, e con animo propenso a sollevarli vide e quelli del suo esercito, e quelli del nemico. Tra questi era il capitano Clonet prigioniero e ferito, il quale domandò al Sovrano licenza di potere andar libero: il che vennegli incontanente conceduto. Nel tempo stesso capitò una lettera del de Milbitz dell'oste di Garibaldi, con la quale costui da Santamaria addimandava che pur si rendesse libero il Cattabene suo commilitone, ed egli in cambio avrebbe liberato da prigionia qualsiasi uffiziale napolitano si volesse. Ed anche a questa inchiesta consentì il Sovrano dicendo che si facesse restituire il maggiore Nicoletti.

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Il quale poiché trovavasi in Napoli e dovevi trascorrer tempo per farlo venire, non sì esitò punto a lasciare andar prima il Cattabene (65).

Il maresciallo Gaetano Afanderivera, ito con la seconda divisione ad occupare le posizioni di Triflisco in cambio della prima divisione mandata altrove, diresse al Ritucci una lettera. In essa ragionò primamente delle formidabili offese che Garibaldi teneva sul monte Santangelo e della faciltà con la quale poteva passare il fiume per far forza contro il lato sinistro del campo e poscia discorrendo delle sue truppe, le quali affermava non potere nel cimento resistere al nemico, disse non avere animo di guerreggiare in quel luogo, e dimandò di essere dìsgravato di quel comando. E più tardi, narrando allo stesso generale in capo ciò che il colonnello Polizzy avevagli rapportato da Pontelatone, manifestò non essere possibile di costruire la batteria ch'eragli stata commessa di far alzare nella Casina Sergardi, la quale era imberciata dai proietti nemici che uscivano di traverso, malgrado il forte rivestimento che le truppe del genio vi avevano fatto. Inoltre significò che ove si avesse potuto alzar la batteria in quel sito, essa non avrebbe al certo soffocati i cannoni nemici in Santangelo perché posti in luoghi più elevati. Aggiunse di poi i garibaldini essere intenti a stabilir nuove offese per colpir d'infilata il piccolo sentiero che mena a Bellona, e però diffidi cosa sarebbe stato di camminar per esso e per la via traversa elierasi fatta dietro il monte Gerusalemme. Ancora disse che ove l'inimico passasse il fiume sotto Caiazzo, la soldatesca ch'egli comandava non poteva, in caso di sorte avversa, che retrocedere per Formicola ove non era strada da carri.

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Affermò pure non potere i paesi di Titillacelo, Bellona e Formicola fornir di cibarie le sue milizie, e, facendo mestieri ritrarle da Capua, era necessità che questa piazza desse licenza agli spenditori di esse di entrarvi la notte, affinché innanzi giorno ritornassero al campo con le vettovaglie. E da ultimo fece osservare riuscir difficilissimo occupare le alture di Gerusalemme in caso di ritirata, perché la via che ad esse conduce era angusta e poteva divenire impraticabile per le copiose pioggie, e però portò opinione di collocare più indietro i suoi fanti e le sue artiglierie acciò fossero meno esposti agli spari del nemico. Il generale in capo risposegli esser forza difendere la riva destra del fiume e in tutte le maniere osteggiar l'inimico, se offendendo si facesse a passare il fiume; doversi per la traversa che sta dietro il monte Gerusalemme effettuar la ritirata in eventi non prosperi; potersi provvedere nella maniera da lui proposta di cibari in Capua, e non istimare da ultimo togliere a lui il comando che aveva. Il generale Won Mechel pure in questo giorno scrisse al Ritucci e dissegli, che, ove fosse obbligato di ritirarsi da Caiazzo, stimava camminar la via di Alife e Pietravairano invece di quella di Pontelatone, onde menar con essolui anche l’artiglieria ed essere in grado di combattere con maggiore probabilità di successo se il nemico fossegli venuto appresso (66). Ed il comandante in capo assentendo ch'egli nel dare indietro seguisse il cammino di Alife, gli significò che ciò facendo andasse difilato in Calvi: Inoltre comandò dover ischivare di combattere in Caiazzo, se l'inimico con maggior forza della sua si facesse ad assalirlo, e sì in questo caso, come in quello di veder vinte dai garibaldini le posizioni di Triflisco e di Gerusalemme facesse opera di ritirarsi in Calvi.


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Intanto la batteria sul monte Gerusalemme, già compita per due pezzi, cominciò vivissimo cannoneggiamento contro la Casina Lucarelli, che il nemico aveva come serbatoio d’ogni cosa di guerra, e la strada che da Santamaria risponde a Triflisco. Al secondo colpo di cannone si manifestò l'incendio alla Casina ed il nemico fuggì dapprima precipitosamente con carri, carrozze, cavalli, attrezzi di ponte, cannoni e quanto altro era; ma dopo tre ore fattosi animo e ritornato in quel luogo spense le fiamme dello incendio. Le artiglierie napolitane che non cessavano di sparare presero nuovamente la mira contro quella Casina, sì per tener sgombro lo stradale da nemici, e sì per impedir loro di far trasporti. Altre due fiate durante il giorno esse produssero rovina ed incendio nella Casina, ed altrettante volte i garibaldini lo spensero.

Il tenente colonnello Antonino Nunziante, affermando essere malsano, chiese d'esser disciolto dei legami militari, e fu eletto in sua vece a comandar l'ottavo dei cacciatori il maggiore d’Ambrosio. Ma dopo qualche giorno, quando da Gaeta si assenti alla inchiesta di lui a condizione di dover' egli durante la guerra aver domicilio in una piazza, mutò consiglio e gli si detta novellamente il comando che aveva. E qui non incresca al lettore di sapere che il Nunziante era venuto nella prima determinazione sol perché alcuni dei suoi uffiziali avevano con infìnte ragioni di salute ischivato di combattere contro i difensori di Santangelo nella giornata del 1° ottobre per manifesta e non dubbia codardia.

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8 ottobre.

Mal fondate notizie pervennero al maresciallo Gaetano Afanderivera con le quali facevaglisi credere che i garibaldini erano sul punto di passare il fiume a Triflisco. Egli ne informò il comandante in capo, il generale Won Mechel e Colonna, e dispose opportunamente per respingere le forze nemiche. Ma fu opera vana ogni avvertenza ed apparecchio, ché tosto si seppe quelle notizie esser false.

Veramente in Isernia crescevano le probabilità di pugna perché grosse masse garibaldine si riunivano in Rionero e Campobasso. Ed il maggiore Sardi che guardava quella posizione non mancò darne opportuno avviso e chiedere novellamente aiuto di soldatesca necessaria a difendere il paese in tutta la sua estensione. Egli ignorava che fin dalla sera precedente altro battaglione pure della guardia Reale marciava a gran giornata verso lui.

Pure in questo dì accaddero fatti d'arme, e le napolitane truppe dettero un'altra volta prova luminosa della loro costanza e del loro valore. All'alba i posti avanzati della piazza di Capua, che si componevano di soldati dei tiragliatori della guardia e del nono reggimento di fanti, vennero alle mani col nemico. Essi sebbene combattettero contro gente di gran lunga maggiore per numero, pure non retrocedettero. I garibaldini divenuti rabbiosi per sì audace resistenza ristorarono i loro combattenti di nuove masse ed obbligarono i napolitani a piegare verso gli spaldi. In questo l'artiglieria dei bastioni Sperone e Sapone della piazza cominciò a lanciar granate, e si bene aggiustò i colpi, che mettendo disordine nelle file del nemico costrinselo ad indietreggiare.

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In questo combattimento erano i Reali principi il Conte di Trani e di Caserta, i quali, veggendo che l'inimico aveva rotte le ordinanze e sgominato dava indietro, fecero suonare le trombe per far marciare le truppe ch'erano nella strada coperta. Le quali a questo suono si mossero velocemente contro il nemico e si dettero a perseguitarlo fin oltre la linea dei suoi posti per modo, che fecero bottino di vettovaglie in varie casine e giunsero in alcune di esse ad assidersi al desco e desinare ciò ch'era stato preparato per gli avversari. E poiché novelli armati sopravenuti dal lato di Santangelo minacciavano il fianco sinistro dei napolitani, il colonnello de Liguoro, avutone licenza dai Reali principi e dal governatore, raccolse un drappello di soldati di vari corpi e li menò alla zuffa. Il sole era in sul tramontare e le soldatesche camminando oltre inchiodarono un cannone dei nemici, e fecero prigionieri due bersaglieri piemontesi. Nondimeno l'ardore di ch'esse erano comprese nel combattere contro forze assai maggiori, anziché dirlo valore stimavasi audacia. A cessar la quale i Reali principi fecero suonare le trombe a raccolta con la speranza di far venire altra volta gli avversari sotto gli spari del cannone della piazza. Le milizie obbedirono alle trombe ed in bella ordinanza piegarono, ma il nemico questa fiata non li seguì.

In questa pugna, dei napolitani morirono due soldati e diciassette furono feriti, e dei garibaldini possiamo dir solamente che il terreno era seminato dei loro cadaveri tra i quali erano quelli di due uffiziali superiori.

Ma non furono questi i soli avvenimenti del giorno, anche a Triflisco si guerreggiava. La batteria alzata sul monte Gerusalemme, che nella notte precedente era stata compita per quattro bocche da fuoco, al cominciar del giorno fece tuonare le sue artiglierie.

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Simigliante cosa fu fatta dall’inimico con tre batterie, una posta sulla cresta del monte S. Jorio, l’altra a metà e la terza infine alla base di esso. Questo conflitto durò molte ore, e quanto maggior danno vedevano i garibaldini ch'era loro cagionato, tanto maggiore diveniva la frequenza dei loro spari, dei quali i colpi cadevan tutti sul monte Gerusalemme. Molti proietti vuoti lanciati dal nemico producevano pericoli e danni alle munizioni ed agl’ inservienti dei cannoni napolitani. E però il tenente colonnello Gabriele Ussani, dopo che vide ferito il capitano Blasi mentre mirava sopra di un cannone per aggiustar colpi all'inimico, comandò che tosto la batteria fosse munita di blinde, ed i zappatori del capitano Presti, nonostante il continuo cader delle palle, compirono in breve ora quel faticoso ed utile lavoro. La mezza batteria num° 2 ch'era ai mulini di Triflisco pur combattette e distrusse un parapetto con sacchi a terra che l'inimico aveva costrutto a 400 metri dalla riva destra del Volturno, e vi aveva aperte eziandio tre cannoniere.

Fin dal principio della nostra cronaca per non distenderci in molti particolari ci siamo astenuti dal registrare le promozioni che volta per volta accadevano tra gli uffiziali dell'esercito. Ma oggi ne strigne il dovere di farlo, ché il Re in ricompensa del valore dimostrato nella guerra, avendo innalzato a maggior grado alcuni uffiziali e generali, elevò il Ritucci a quello di tenente generale (67).

Appresso le soldatesche plaudivano solennemente ad una manifestazione del ministro della guerra, e udivano con gioia dover finalmente esser giudicati coloro che avevano per viltà, o per tradimento, rendute al nemico le piazze e le castella (68).

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9 ottobre.

Le incessanti minacce del nemico in Triflisco: il crescere giorno per giorno delle sue artiglierie a danno delle truppe e delle loro vie di passaggio facevano credere certamente clv egli volesse tosto passare il fiume: e questa credenza era rafforzata dal vedere apprestato un equipaggio di ponti. Il generale in capo non dissentiva da questa opinione e convinto che poco poté vasi contrastarglielo, conciossiaché le formidabili sue artiglierie le quali avrebbero potuto proteggerne l’opera non avrebbero permesso alle milizie di resistere lungamente. preparavasi a dare battaglia agli avversari appena fossero su la sponda destra. Laonde seguito dal suo stato maggiore recossi a far ricognizione del terreno sid quale egli intendeva di dover guerreggiare tra poco. In questo tempo il nemico chiese al governatore di Capua una tregua di ventiquattrore per raccogliere la sua gente morta nella pugna del giorno innanzi e seppellirla. Da questa inchiesta del nemico di leggieri desume vasi lui aver patito non poche perdite. Il maresciallo Salzano consentì alla domanda senza averne avuto licenza dal comandante in capo. Il quale ritornato dalla effettuita ricognizione gliene fece doglianza, e solamente per non far venire in discredito il governatore tenne il patto come fermato. Nondimeno volle che l'armistizio stabilito riguardasse il solo fronte della piazza verso S. Maria, ed in pari tempo ne informò il capo degli avversi che lo aveva dimandato. né dal solo generale in capo venne disapprovata la tregua, ché biasimolla anche il Re con lino giudizio e molto argutamente (69).

Intanto l'inimico che aveva smascherata altra batteria di due cannoni da 24 ad una Casina poco discosta da quella di Lucarelli cominciò tre ore dopo il meriggio a cannoneggiare contro la batteria sul monte Gerusalemme.

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Ma pochi tiri dell'artiglieria napolitana ben diretti soffocarono i cannoni nemici e volsero in fuga i cannonieri. Scacciati così i garibaldini da quella Casina e dall’altra Lucarelli si ripararono in altro fabbricato per molestare coi loro colpi i soldati che transitavano sulla strada che da Capua mena a Triflisco. Era mestieri francarsi di questa soggezione e però il Gabriele Ussani per ordine del generale in capo fece porre sulla strada medesima due cannoni da 24 diretti dal capitano de Roberto e con efficace sparo in breve era rese malconcio quel fabbricato in cui si annidavano gli avversi e costrinseli ad abbandonarlo. Ed a cagione di esso sparo divenne pure inoffensibile uno dei due cannoni che i garibaldini tenevano sullo stradale di Santangelo e propriamente nel punto ove questa via cangia direzione.

Nella scafa di Grazzanisi distante un miglio da Prezza avvenne una subitanea apprensione, cagionata dall'udire alcuni colpi d'archibugi che le scolte scagliavano contro un drappello di nemici, i quali alle dieci ore del mattino si vedevano percorrere la riva opposta del Volturno.

Il generale Echaniz comandante le truppe in Formicola ricevette ordine che, in caso di conflitto sullo stretto di Triflisco per qualsivoglia causa, le milizie ch'erano sotto gli ordini di lui dovevano aiutar quelle della seconda divisione senz'abbandonare del tutto la posizione ch'egli guardava: e questo comandamento venne pur notificato al maresciallo Gaetano Afanderivera.

È notevole un rapporto scritto in questo giorno da un sindaco di Terra di Lavoro al proprio intendente. In esso oltre a molti particolari discorrevasi che lo spirito pubblico della provincia era dappertutto e nella maggior parte favorevole a Re Francesco.

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Notavansi ancora le eccezioni, e parlavasi di alcuni giovanastri che con armi della guardia nazionale fuggivano nell'Aquilano, e dicevasi che il sotto intendente Colucci, il Pateras napolitano ed il de Cesaris di Penne capitanavano una colonna di rivoluzionari, che con due cannoni stavano in Avezzano per travagliare alle spalle l'esercito napolitano.

10 ottobre

Il ministro della guerra scrisse al comandante in capo di fare che il corpo di esercito non si discostasse troppo dalle rive del Volturno e del Garigliano e dicesse al de Liguoro di non dovetegli molto innanzi marciare, e con i soli volontari e gendarmi confortare i moti delle popolazioni richiedenti la salvezza del Reame. Queste dis# posizioni indussero il Ritucci ad ordinare che retrocedessero in Venafro le forze dello esercito ch'erano in Isernia ed ivi rimanesse di guisa il de Liguoro con i soli volontari e gendarmi da poter essere congiunto con le truppe messe indietro per appoggiarlo in qualsivoglia congiuntura.

Poco poi pervenne al Ritucci un memorandum del Casella, ed era proprio quello che Ulloa direttore della guerra scrisse pel Sovrano e di cui noi facemmo parola sette giorni innanzi. E poiché nello inviarglielo il ministro gli dava facoltà di esaminare se le cose in esso contenute fossero, o né, attuabili, il Ritucci lettolo le disapprovò, e propose di significare in miglior tempo la sua opinione.

Il cannone nemico fra tanto poco aveva tuonato nelle ore del mattino contro la posizione di Triflisco e le truppe napolitane non sapevano darsi ragione di cotanta tranquillità dal lato dei nemici.

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Ma dopo il meriggio essi cominciarono a cannoneggiare, e così avvenne che da ambe le parti spesseggiarono colpi oltre a due ore. Il che fece che la mezza batteria, num° 2 del capitano de Rada, posta con senno ai mulini di Triflisco per tenere sgombra di nemici la riva opposta, fosse stata in aspre condizioni. Però a premunirne gli uomini e le munizioni si elevò dagli zappatori del capitano Giordano un parapetto, e furono fatte blinde nel sito delle munizioni. Ancora si alzarono sulle rampe ov'era l’antico ponte a battelli dei parapetti con fossate onde salvare le soldatesche, che ne difendevano il passo.

11 ottobre

Nella precedente notte tre cannoni della batteria num° 15 diretti dal capitano Fevót da Caiazzo furono trasportati nella pianura sottostante per battere di fronte e di fianco le batterie nemiche erette alla cima ed a piè del monte S. Angelo. All'alba il. Fevót cominciò i suoi spari e. gli avversi non tardarono a fare similmente. La lotta fu accanita e dopo oltre tre quarti d'ora di vivo cannoneggiamento, i garibaldini posero altri tre cannoni a mezzo del fianco del monte. E l’aggiustatezza dei colpi dell'artiglieria napolitana fu tale, che costrinse quella del nemico a più non tuonare. Compiutosi dal Fevót la missione, con i tre cannoni sani e salvi, tornò incolume in Caiazzo. Contro le posizioni di Triflisco e di Gerusalemme non si trassero che pochi colpi, ed i napolitani fecero notare frequenza di spari solo contro un parapetto che i garibaldini avevano innalzato per travagliare al coperto gli inservienti delle artiglierie a loro moleste.

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Scortosi sulla sponda nemica già allestito un ponte a cavalletti e non potendosi rovinarlo agevolmente per essere stato collocato dietro la casina Lucarelli, il tenente colonnello Gabriele Ussani scelse un sito alle falde del monte Gerusalemme per allogarvi un cannone da 24 e tosto venne fatta dagli zappatori una via accomodata a trasportarlo.

In questo dì il Re decretò che d’ora innanzi le promozioni ai gradi di colonnelli e generali si facessero per ragion di merito e di sua libera volontà, e quelle ai posti di maggiori e tenente colonnélli, la terza parte si facesse in simigliante guisa, e solamente per anzianità le restanti due (70). Questa sovrana volontà nuova affatto nelle regole della milizia napolitana fu plaudita da molti. E se fosse stata attuata nei tempi più calmi che precedettero la campagna, senza dubbio l’esercito ne avrebbe tratto vantaggio.

12 ottobre

Furono concertati dei segnali tra i vari accantonamenti onde avvisarsi, sì di giorno, come di notte, delle cose più importanti e rendere tra le soldatesche gli aiuti più pronti. Il comandante delle forze nemiche in Santamaria, per mezzo del Porcelli dimandò lo scambio dei feriti, ma si il generale in capo, come il ministro della guerra il diniegarono. Il maggiore de Liguoro, conosciuto che il nemico ch'era in Rionero intendeva di occupare Fornelli e Monteroduni per battere di fianco le milizie in Venafro ed Isernia, manifestò al generale in capo lui marciare tosto verso Fornelli ed andare di poi, se gli fosse stato conceduto, in Rionero e Casteldisangro. Ed aggiunse che ove una colonna di truppe seguitandolo a giusta distanza fossegli stata di presidio, Egli avrebbe superati i difficili passaggi del Macerone, della Vandra, del bosco di Roccarasa,

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del piano di cinque miglia e, delle gole di Vallescura e Pettorano per isnidare i garibaldini da Solmona (71) ov'eransi in gran numero riuniti. Ed affinché più facilmente il Ritucci gli concedesse di così operare trascrissegli una lettera con la quale il maresciallo duca di S. Vito aiutante generale del Re ed ispettor generale della gendarmeria esortavalo a ciò fare. Il comandante in capo rispose di non poter secondare questo proponimento ch'egli reputava arrischiato, e non avrebbe mai permesso che le forze dello esercito oltrepassassero Isernia. I generali Won Mechel e Polizzy per ordine Sovrano furono avvertiti di trovarsi il domani in Capua onde conferire col generale in capo.

Intanto alle falde del monte Gerusalemme lavoravasi alacremente dai cacciatori del 7°, dagli artiglieri e dagli zappatori, sì per trasportare il cannone di 24 per la via tracciata il giorno innanzi, e sì per elevarne il parapetto. Quatt'ore dopo il mezzodì il cannone da 24, già pronto a sparare, trasse incessantemente contro la Casina Lucarelli ed il ponte a cavalletti che colà stava. I suoi colpi e quelli della mezza batteria num° 2 collocata ai mulini di Triflisco fecero dare il segno al nemico per por mano alle armi, eie artiglierie di lui tuonarono con grande strepito. Dopo poco tempo in ambe le parti al rimbombo dei cannoni successe una profonda calma. Della quale valendosi il generale in capo fece spedire in Caiazzo due cannoni della batteria num° 10 guidati dallo alfiere Casciati per aggiungersi alla brigata del Won Mechel. Nella notte i posti avanzati della piazza di Capua sostennero oltre un'ora di pugna contro pochi drappelli nemici, dai quali, or qua, or là, erano molestati.

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E di questa pugna gli spari furono si continui che il governatore di essa piazza, credendo che l’inimico volesse far prova d’improvviso assalto, fece suonare le trombe a raccolta. Ma il termine dato ad essi appalesava chiaramente l'avversario con quelle sue archibugiate intendere di assicurarsi per qual maniera le truppe si guardavano nei loro, posti.

13 ottobre.

Niuna cosa notevole in questo giorno operarono i nemici, tranne poche fucilate che alcuni suoi drappelli trassero contro l'accantonamento di Brezza ed un continuo movimento dei loro armati i quali, drizzandosi ora ad un luogo, ora ad un altro, facevano arguire ravvolgersi nella loro mente pensieri di gran guerra. Però il generale in capo ordinò aumentarsi la vigilanza nelle porte della piazza di Capua per evitare che sotto mentite vesti vi entrassero mandatari del nemico per ispiare qualsivoglia cosa. Inoltre fece stabilire in Calvi un novello spedale da contenere gli infermi.

In questo dì il Re ordinò al capitano Andruzzi del genio di andar tosto ad esaminare le gole di S. Nicola per iscegliere i ìuoghi atti ad alzar batterie, ed altre opere occasionali che fossero utili a difendere quel passo. E la esecuzione di quanto lo Andruzzi propose di fare venne prima a lui medesimo ed al capitano Luigi de Rosenheim commessa nel giorno appresso, e poi ai due germani de Rosenheim.

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14 ottobre.

Il Re fece venire a sé in Calvi il generale in capo, il quale vi si recò immantinente seguito dal tenente colonnello Giovanni delli Franci dello stato maggiore. Giuntovi conferì lungamente colla Maestà del Re da solo a solo. Trattossi di ricominciar le offese per far entrare vittorioso in Napoli l’esercito. Perché il Re diceva essere indotto da gravi ragioni a distornare il plebiscito che colà doveva farsi il giorno ventuno e per tal modo impedire che venisse sforzata la volontà di non pochi dei suoi popoli, e fosse tolto alla rivoluzione il pretesto di annunziare falsamente (siccome falsamente fu pubblicato) che la maggior parte di essi votassero in favore di novelli ordini politici. Il generale in capo manifestavagli quanto fosse pernicioso all'esercito l’offendere senza certezza di vincere, e quanto danno arrecherebbe alla dinastia ed alla indipendenza della patria risicare ed uscir poi di ogni speranza. Ma il Re quantunque non rigettasse le ragioni di lui, pure non ismise il proponimento di venire a battaglia col nemico. Il colloquio durò due ore e ciascuno tenne la sua opinione. A por termine alla discordanza dei pareri il Sovrano dissegli che ritornato in Capua li discutesse con i generali Won Mechel e Polizzy ed in iscritto gli riferisse ciò che insieme avrebbero deliberato. Ed il Ritucci prima di accomiatarsi da lui avendo ottenuto elio fosse dal corpo di esercito, salvo i tiragliatori di essa, segregata la guardia, e scambiassela la soldatesca stanziata in Gaeta, partì da Calvi e si rivolse a Capua per adempiere la Reale incombenza. E qui è mestieri narrare i motivi che sollecitarono il Ritucci a portare nel colloquio in parola opinione opposta a quella del Re.

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E noi prima di discorrere di essi diciamo che fors'egli avrebbe avvisato altrimenti se, come pure abbiam detto altrove, avesse saputo le vere condizioni del nemico per mezzo di spie che non seppe bene né creare né ordinare (72). Il quale nemico spesso spesso dimostrando di offendere sforzavasi di nascondere essere le sue forze per iscarso numero e per iscuoramento ridotte a tale, che la soldatesca napolitana appiccando novella pugna avrebbele senza dubbio superate e vinte. Ora favellando di quei motivi affermiamo che il Ritucci non isperava che gli unitari, favoriti dalla Francia e dall'Inghilterra ed aiutati dal governo Sardo, che con la sua armata ristorava di celato la gente di Garibaldi, ismettessero la loro opinione e non facessero accanita resistenza all'esercito napolitano che sarebbesi appressato alla Capitale. Arroge lui osservare che in caso di prospera fortuna che avrebbero avuto le sue armi, Napoli sarebbe stata saccheggiata ed arsa per le vendette e le ire dei partiti. Però impensierito pei fatti di Castelfidardo avvisava doversi indagare le intenzioni del governo Sabaudo intorno all’Italia del mezzodì, e pensava che ov'essa non fosse stata invasa apertamente dai piemontesi, il tempo e principalmente la prossima stagione d'inverno, non propizia a truppe di massa, avrebbero senza dubbio e di leggieri disciolte quelle del Garibaldi. Il che se fosse accaduto stimava che quegli uomini della Capitale commossi a ribellione, vedutine i tristi effetti a quando a quando si ravvedessero, e giubilassero in rivedere la bandiera apportatrice della indipendenza del Reame.

Il Ritucci giunto in Capua chiamò i generali Won, Mechel e Polizzy a discutere le opinioni di cui sopra abbiamo fatto parola, e tutti e tre dopo diligente e mirmta ricerca delle ragioni che la favorivano, o no, dettero la stessa sentenza, vai dire non dovere ora l’esercito riprendere le offese.

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Di questa sentenza il generale in capo espresse tutte le considerazioni in un rapporto che mandò al Re. Noi per non passare i limiti assegnati ad un cronista non giudichiamo del valore di esse, ne lasciamo il giudizio ai lettori del documento che le contiene (73). Solamente vogliamo notare per ciò che saremo per dire appresso nella nostra cronica le cose con le quali il Ritucci pose fine al suo ragguaglio. Egli disse ch'ove il Re nonostante le riflessioni sommessegli avesselo obbligato a marciare guerreggiando insino a Napoli, l'avrebbe fatto, purché ciò fosse stato risoluto dal consiglio di stato e dal Sovrano medesimo.

Il generale Sergardi ritornò per volere Sovrano al comando della brigata dei lancieri ed al brigadiere Marulli fu dato a tempo quello della divisione della guardia.

Al tempo stesso venne pubblicata una manifestazione del ministro della guerra con la quale per volontà del Papa era stato provvisoriamente rivestito della dignità di cappellano maggiore l'arcivescovo di Gaeta (74).

Intanto poiché l'inimico mostravasi sovente nelle case rurali poco discoste dai posti avanzati della piazza e da esse al coperto molestava le vedette e le sentinelle più vicine a sé, e faceva ancora supporre ohe si accingesse a cominciar lavori di approccio, il generale in capo opinò di fare effettuire la dimane una ricognizione verso quel lato. Ma volendo che il suo pensiero non si sapesse innanzi tempo chiamò nella piazza il sesto e decimoquarto dei cacciatori senza dirne la ragione, ed a sera tardi fece che il tenente colonnello delli Franei dello stato maggiore a bocca la notificasse al governatore, al colonnello Vecchione che comandar doveva la truppa ed al capitano del Re dello stato maggiore, cui venne pure la ricognizione commessa.

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Ai battaglioni testé nominati ed eletti a farla si aggiunsero due drappelli, di artiglieria l'uno sotto gli ordini del capitano Salalìa, del genio l’altro comandato dal capitano Catanzariti. Al colonnello Vecchione ed al capitano del Re fu ordinato di marciare verso Santangelo, scacciare il nemico dalle case rurali, esplorare il terreno circostante e contenere l’impeto degli avversi finche i drappelli delle armi speciali avessero distrutto quei ricoveri. E ad essi Vecchione e del Re fu vietato di attaccar pugna disuguale ei imposto di ritirarsi appena vedessero l'inimico essere su le mosse di battagliare con forze di maggior numero delle loro. La truppa di artiglieria venne provveduta di barili di polvere muniti di lunghe cravatte di lanciafuoco, ed i soldati del genio ebbero un doppio numero di strumenti, onde, se glie ne corresse l'obbligo, ne usassero quella mano di cacciatori ch'erano di riscossa.

15 ottobre

La truppa eletta ad operare la ricognizione alle cinque ore del mattino uscì di Capua. Ai cacciatori del decimoquarto, e a due compagnie del sesto fu dato di cominciare la scaramuccia e le restanti forze erano di riscossa in ordine di colonna lungo la consolare che risponde a Santangelo. Le operanti ordinate per modo da esser sicure su i fianchi assalirono i posti avanzati dell'inimico, e snidandolo dalle case rurali s'impadronirono delle loro salmerie, e fecero eziandio prigione uno che apparteneva all'esercito piemontese. Ma rafforzate di molto le file dei garibaldini, le case rurali conquistate con valore dalle milizie napolitane furono rioccupate dal nemico e per altre due fiate riconquistate da queste che contrastavano il terreno con indicibile bravura.

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Già da Santamaria si movevano robuste masse nemiche in aiuto dei loro combattenti e sarebbe addivenuta assai disuguale la pugna, se il colonnello Vecchione non avesse a tempo opportuno fatta effettuare la ritirata in modo lodevolissimo e come gli era stato ingiunto. Ritiratisi i cacciatori per il cammino coperto della piazza, i nemici audacemente mostraronsi nel campo di S. Lazzaro, ma orribilmente percossi dalle artiglierie dei rampari fuggirono a tutta carriera come se fossero stati fugati allo spalle da alta carica. La ricognizione ebbe il suo pieno effetto, perocché certamente seppesi non aver fatto il nemico alcun lavoro di approccio. E se per difetto di tempo i suoi ricoveri non isparvero del tutto, parecchi di. essi furono adeguati al suolo. Ed è a notare, che non si stimò minarli, conciossiaché le fogate avrebbero avuto poco effetto, ed una mina regolare avrebbe porto occasione al nemico, come si costuma nelle guerre, di poter coronare l'imbuto a danno della piazza e segnatamente del bastione Sperone.

Quest'avvisaglia durò quattr'ore e fu senza dubbio calda e feroce. Dei napolitani morirono l'alfiere Odorisio del decimoquarto dei cacciatori e due soldati e quaranta furono feriti; del nemico le perdite furono di gran lunga maggiori.

Le artiglierie poste su le alture di Gerusalemme e quelle di Triflisco. alle quali fu ordinato di non sparare durante la ricognizione, non appena questa fu compiuta trassero con gagliardia contro le casine di là del fìume e contro le offese che il nemico alzava di rincontro a Triflisco. Ventitré granate lanciate coi pezzi rigati e quaranta colpi di palle e granate tirati col cannone da 24 bastarono ad impedire il lavorìo dei nemici e le frequenti loro riunioni.

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Il maggiore de Liguoro, avuto contezza che masse nemiche da Rionero si erano incamminate per quei paesi dell'Abbazia con lo intendimento di andare in Fornelli per far proseliti, imporre tasse ed aspreggiare coloro che si mostravano ligi alla legittima autorità, marciò verso questo luogo ed occupatolo vi raffermò l'ordine ed il rispetto alle leggi. I nemici che stavano in Àcquaviva appena seppero che la colonna del de Liguoro quantunque stanca divisava inoltrare verso quel paese, lo abbandonarono incontanente e presero il cammino che mena a Forli. Saputo di poi il de Liguoro che il de Luca, quello stesso ch'egli aveva costretto a fuggire con i suoi nel giorno cinque, era riuscito a raccogliere molta gente, e con tremila uomini da Sepino era partito per Boiano e minacciava Isernia, quivi andò, nonostante la dirotta pioggia e l'ingrossare del fiume Vandra che ne rendeva malagevole il passo. E nel partire da Fornelli vi lasciò cento gendarmi con un' ufficiale, cui ingiunse di ritornare in Isernia la dimane. Egli fece intanto istanza presso il generale in capo per aver sussidi in caso di conflitto. II quale sebbene non giudicasse di sperperare troppo in quel lato le forze del suo esercito, nondimeno dette ordine alla soldatesca della guardia Reale in Venafro di esser presta a guerreggiare, ed essere militarmente congiunta a quella del de Liguoro per ristorarla in ogni rincóntro. Fra tanto il ministro della guerra, disapprovando i movimenti troppo arrischiati del maggiore de Liguoro, comandò che si fermasse in Isernia per contrastarne al nemico il possesso, e di mai più non risicare combattimenti non prescritti dalle regole della scienza militare (75). Nel tempo stesso persona degna di fede riferì al Ritucci che il ministro piemontese Villamarina era giunto in Campobasso per andare incontro al Re Vittorio Emmanuele,

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che a capo di meglio che cinquantamila combattenti aveva invaso il Regno senza dichiarazione di guerra per la via degli Abruzzi. Questa nuova, che non reputavasi vera, egli mandò per via di telegrafo al ministro della guerra. Il quale rescrivendogli disse che i sardi non erano entrati nel Regno, né vi entrerebbero prima del giorno ventuno; e per fare che ciò non accadesse. bisognava ch'egli avesse ricominciato le offese e difilato andasse in Napoli (76).

Più tardi il Sovrano malamente informato delle cose del nemico palesò al Ritucci essere Santangelo sguernito di forze avverse, e però disse riuscire facile e prospero il battagliare in quel luogo. Ed il comandante in capo, esponendo al Re come la forte resistenza incontrata dalle truppe nella ricognizione di Santangelo dimostrava stare colà ben poderosa oste del nemico, avvisò non doversi rischiare novelli conflitti.

A cagione di ciò che fu due giorni addietro fermato partirono da Gaeta il primo reggimento di fanti ed i battaglioni scelti del primo, terzo, quinto e settimo reggimento pure di fanti, per iscambiare i granatieri della guardia Reale che rimanevano segregati dalle milizie del Ritucci. Al quale il Re mandò il generale Antonelli affinché gli significasse di dare il comando di questa nuova brigata al generale Bertolini capo dello stato maggiore dell'esercito. Ma il generale in capo non istimò di effettuire l’ordine ricevuto, sì perché il giudicò procacciato per chi amava di non vedere il Bertolini esercitar l’uffizio di capo di stato maggiore, e sì perché costui per la solerzia con la quale ne adempiva i doveri avevasi acquistata la sua piena fiducia. Però egli scrivendo al Re propose che il colonnello d'Ambrosio scambiasse il Grenet, il quale, avrebbe comandato la nuov'arrivata brigata.

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Intanto i lavori in Isoletta cominciati sul finir di settembre erano già al loro termine e noi non trasandiamo di descriverli brevemente. Laonde diciamo che il palazzo ducale d'Isoletta perché servisse da testa di ponte fu circondato da larga fossata; furono murati tutti vani delle finestre lasciandovi feritoie; fu alzato un parapetto lunghesso un verone, che posto al secondo piano correva da un capo all'altro del prospetto del castello e girava altresì intorno alle torri che lo fiancheggiano; ne fu validamente rafforzata la porta maggiore e si prepararono i materiali per barricarne uno dei due ingressi essendosi murato l'altro. E perché a cagione dell'altezza delle torri non poteva ben difendersi la porta e fare che innanzi di essa avvenisse ciò che dicesi incrociamento di spari fu fatto al di sopra di esse torri sporgere un lungo tamburo di legno, con piccole caditoie sul pavimento, per dare faciltà ai difensori di gittare giù granate amano, materie accensibili ed altre cose siccome costumasi in caso di difesa, A capo di dieci giorni tutto ivi era disposto ed apparecchiato per fare che la testa di ponte resistesse ad una aggressione improvvisa. Passarono altri dieci giorni nei quali si cercò di raffinare le cose già fatte, come fu di rendere la fossata più profonda e più larga e costruire una scarpa di fabbrica per sorreggere l’edilìzio. Inoltre fu fatta in esso conserva di polvere e di cibari; fu pulita un'antica cisterna e riempiuta. d'acqua e furono con puntelli rafforzate le volte dei luoghi in cui dovevano collocarsi le artiglierie. Delle quali quattro cannoni corti da 12 di ferro furono, posti in cima alle torri; due cafonate da 12 anche di ferro sopra affusti di marina si misero al secondo piano dello edifizio per sparar contro Isoletta e due altre dello stesso calibro vi furon poste per modo da tirare una contro il ponte, e l'altra sul ramo di via che da Isoletta mena ad esso.

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Ancora colà sulla via consolare che confina con gli Stati della Chiesa furono scavate due fossate; si recisero alberi e qua e là si gittarono innanzi ad esse, e simiglianti cose si fecero in una via secondaria che mena all’antico castello.

Il governo sardo intanto, che aveva suscitato la ribellione nel Reame delle Sicilie ed aveva aiutata e protetta l’impresa del Garibaldi con tante arti, le quali, oltre i documenti che noi potremmo allegare, basterebbe a dimostrarle il sol diario del Persano che rivela i nomi di coloro che concorsero a fare che apparisse vittorioso il Garibaldi, ruppe finalmente davvero ogni indugio al simulare. Ei fece che il suo esercito invadesse le Marche e l'Umbria per impedire che i pontifici si congiungessero ai napolitani, e fossero più gagliardo ostacolo ai suoi intendimenti. E, vinte queste provincie ed obbligato il Lamoricière a capitolare in Ancona, le sue armi capitanate dal Re Vittorio Emmanuele (come disse il Cialdini nella lettera che diresse al condottiero dei napolitani della quale ragioneremo in appresso) entrarono il giorno 12 ottobre nel Reame delle Sicilie, senza cartello, per la vi degli Abruzzi. Noi non diciamo i particolari della guerra guerreggiata dal Lamoricière come quelli che per diritto non ci risguardano. Solamente affermiamo che il Re fu fatto consapevole essere i piemontesi entrati nel Regno e sì non ne propagò la notizia per non disanimare la soldatesca ed i loro condottieri, che la celò anche al Ritucci. Nondimeno il suo animo era inquieto e non sapeva a qual partito appigliarsi ora che le sue truppe e di qua e di là sarebbero state in breve offese da nemici. Perché pensò di richiedere il generale Lamoricière di venire in Gaeta, affinché questi consigliasse lui dubitante sulla strategia da seguitare, e glie ne fece l'invito con una lettera scritta di sua mano che mandogli per mezzo del colonnello de Mortillet (77).

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Ma il Lamoricière nel dì appresso, rescrivendo al Re disse che di buon grado sarebbe venuto in Gaeta se i termini della capitolazione di Ancona non l'avessero costretto a desistere per uno anno dal combattere contro i piemontesi (78).

16 ottobre

Il nemico aveva cominciato ad alzare un parapetto sulla falda del monte S. Iorio distante mille e cento metri dalla mezza batteria num° 2 allogata ai mulini di Triflisco. Si trassero molti colpi dalle artiglierie napolitane per impedirne il processo ed il riparo non avanzò. Intanto spargevasi tra le milizie la voce di non avere il nemico osservate le leggi intorno ai prigionieri e aver fatto morire di percosse nel giorno precedente l'alfiere Odorisio del decimoquarto dei cacciatori. Però il generale in capo commise a tre Cerusici lo esame del cadavere. I quali avendo assicurato essere stata bugiarda quella voce egli ne fece pubblica manifestazione, affinché le sue milizie nei casi di guerra non venissero incitate a vendicare false offese (79).

Arrivate in Teano le truppe di Gaeta il comandante in capo ordinò altrimenti la soldatesca e divisela meglio nei loro accantonamenti (80).

Il ministro della guerra in questo giorno comandò al colonnelli) Lagrange che valendosi della spontanea sottomissione di Avezzano s'incamminasse coi volontari senza indugio per la via degli Abruzzi e di paese in paese inoltrando giungesse fino in Aquila per essere di aiuto a quelle pacifiche contrade, le quali spesso mandavano in Gaeta deputazioni per essere liberate dall’opprimente giogo della rivolta.

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E poco poi significò al generale in capo esser giunto nella rada di Gaeta ii vice ammiraglio Barbier-de-Tinan con quattro navi francesi per impedire a nome del governo di Francia e l'assedio e il blocco della piazza (82). L'apparire della bandiera francese nel porto di Gaeta in sembianza di amica favoreggiante, se incuorando la Corte la ingannava, non incoraggiava il generale in capo, non falliva la mente di lui. Egli palesò ad alcuni ufficiali del suo stato maggiore non prestar fede a quella protezione ed avvisava fuori dell'esercito non restare altra cosa a salvezza della dinastia periclitante e dell'autonomia del Regno.

17 ottobre

Per avere il nemico la sera precedente da una Casina posta sulla sponda sinistra del Volturno con le sue artiglierie molestata la soldatesca napolitana che alloggiava alle casine Cappabianca e Farina, sul far del giorno furono collocati sulla consolare di Triflisco diretti dal capitano de Roberto due cannoni da 24, i quali cominciarono a trarre colpi contro quella Casina e le granate scoppiando opportunamente la fecero in breve tratto divampare. Altri colpi si spararono per impedire non solo ai nemici di spegnere ¥ incendio, ma per alimentarlo con nuove fiamme. Insomma si voleva veder crollare le mura di quel fabbricato, nel quale sovente, perché al coperto, si faceva baldanzoso l'inimico. Non„ dimeno, contentandosi delle cose già operate, non si adequò al suolo l'edilizio; gli spari si sospesero ed i cannoni furono trasportati in Capua.

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Di poi i garibaldini si affaticavano per alzare quel parapetto che, nel giorno innanzi a cagione dell'efficace tuonare delle artiglierie napolitane, non avevano potuto compiere. Ma non appena furono veduti ciò fare, i cannoni delle mezze batterie num.° 2 e 13 tuonando con grande strepito sì aggiustatamente li percossero, che un'altra volta li costrinsero ad abbandonare quell'opera, la quale sembrava sarebbe stata ad essi di gran prò. Sua Altezza Reale il conte di Caserta venne nel luogo ov'era la mezza batteria num° 2, si trattenne lungamente ed intrepido senza temere pericoli volle esser presente agli spari di essa.

Il maggiore de Liguoro che era accantonato in Isernia con gendarmi e volontari, saputo che oltre mille garibaldini per la via di Cantalupo si dirigevano verso lui e che drappelli nemici avevano già presa posizione a Pettorano, villaggio che soprastava al suo alloggiamento, fece immantinente dar di piglio alle armi e spedì parte della sua gente ad assalir quel villaggio per impadronirsene. Egli a ciò fare era stimolato dal sano e lodevole proponimento di allontanare i disastri della guerra dalla città e combatteré il nemico in campo aperto. I gendarmi aggredirono con tale ardore quegli che occupavano il villaggio, che la lotta d'ambe le parti divenne sanguinosa e feroce. La resistenza che i garibaldini opposero all’urto della soldatesca napolitana fu grande, e grande del pari fu l'impeto degli assalitori. Gli uni e gli altri fecero geste maravigliose di guerra per le quali non potevasi affermare con certezza chi fosse il vincitore. Finalmente dopo lungo battagliare, i napoletani siffattamente furon sopra i nemici, che questi piegarono verso Forlì.


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Quest'altro splendido fatto d'arme cagionava ai vincitori la perdita di due gendarmi, l’uno morto, ferito l'altro, ed ai vinti gran numero di gente ferita sul luogo della pugna oltre centoquaranta prigionieri tra i quali dieci uffiziali. Oltre ciò i gendarmi tolsero agli avversari due bandiere, cavalli, munizioni e salmerie.

Il generale Won Mechel recatosi di persona in Piedimonte e conosciuto lo spirito obbediente e benigno di quelle popolazioni ne ragguagliò il comandante in capo, e propose di trarne vantaggio armando una mano di volontari. Il generale Ritucci sebbene facesse poco assegnamento sopra i partigiani, come quelli che non varrebbero a far testa al nemico, pure giudicava che il loro esempio sarebbe stato nobil seme che avrebbe fruttificato che altre popolazioni l'imitassero. Laonde egli determinò di trasmettere al Monarca nel suo testo le parole del Won Mechel per sapere qual cosa delibererebbe la Maestà del Re. Il quale nel giorno seguente ne approvò il pensiero ed ingiunse al Ritucci di operare che si effettuisse. Ed incontanente furono mandati in Piedimonte cinquecento fucili con baionette e quindicimila cartucce con palle sferiche affinché i volontari di quel luogo ne venissero forniti.

E prima di terminare la narrazione di questo di diciamo che il Re fece consapevole il conte di Trani stante in Capua esser Garibaldi disanimato per lo scoramento della sua oste, , ed il governo sardo aver fatto sbarcare duemila uomini delle sue milizie per accrescerne le forze in Santamaria (83).

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18 ottobre

Il novello ordinamento del corpo di esercito lasciando Venafro ed Isernia guardati da poca truppa dette occasione agli avversi di andar bucinando sognate vittorie. E per tal maniera ne vennero propagando la falsa notizia, che saputola anche il Won Mechel ne avvertì il Ritucci e proposegli di spedire altra soldatesca in Caiazzo e mandar lui in Alife e Piedimonte, sì per impedire il riunirsi delle masse nemiche, e sì per far respirare aria più salubre ai suoi soldati già troppo travagliati da febbri continue. Poco appresso discorrendogli eli una ricognizione eseguita dal capitano Fevót di artiglieria dse i nemici avere alzate delle tende rimpetto a Piana dietro un' altura; tener pronto in Caserta un equipaggio di ponti; fare intravedere che volessero risicare di passare il fiume ed a ciò fare allestire ogni cosa nel luogo appunto dei padiglioni. Onde gli dimandò che a cagione di tali cose non più si allontanasse da Caiazzo la brigata estera, anzi la si rinforzasse di nuove genti. Però il generale in capo rescrivendo al Won Mechel e dettogli che massime nelle notti buie facesse crescere la vigilanza lunghesso la riva del fiume, gli fece intendere che qua! comandante di divisione poteva in qualsivoglia congiuntura giovarsi in un istante della brigata del Polizzy, purché non isguernisse del tutto il passaggio di Triflisco. Inoltre gl'ingiunse di tenere avvertito di ogni cosa il maresciallo Colonna affinché la brigata del Barbalonga, come la più vicina a lui, potesse pure essergli di aiuto in qualunque occorrenza. Esso generale in capo volle eziandio che i vari accantonamenti per aiutarsi a vicenda fossero militarmente congiunti e meglio concertassero i segnali da farsi nel giorno e nella notte.

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Ordinò ancora che la cavalleria la quale perlustrava la valle di Alife e Piedimonte ritornasse tosto in Caiazzo.

Oltre a ciò egli teneva gli occhi su la via degli Abruzzi, che temeva sempre una invasione piemontese. E sebbene colà il maresciallo Scotti Douglas con gendarmi e volontari da lui forniti d'armi e munizioni favoriva le popolazioni intere che si appalesavano fedeli alla dinastia regnante e dimostravansi sostenitori dell'autonomia del Reame, pure il Ritucci per non essere improvvisamente aggredito comandò al generale Grenet di mandar truppe in Venafro per fare spalla a quelle d'Isernia e per vedere se al di là fossero nemici nuovamente arrivati. Per la qual cosa Grenet senza por tempo in mezzo spedì in Venafro con un plotone di cacciatori a cavallo il primo reggimenti di fanti comandato dal tenente colonnello Aurìemma, e impose al maggiore Giovanni Marra comandante un battaglione del quinto dei fanti di prendere posizione con le due compagnie granatieri al punto ove convengono le strade di Piedimonte, di Venafro e di Sangermano. ed ivi essere a campo per proteggere la ritirata del primo dei fanti!

Fu arrestata una donna piemontese che asseriva essere una vivandiera delle truppe sarde già accampate sul monte Macerone, e di questo asserimento raffermato anche da persone che venivano da Chieti punto non si dette pensiero il generale Scotti, sebbene il de Liguoro lo stimolasse a are opera per sapere il vero. Adunque la poca truppa d'Isernia accresciuta di centotrenta gendarmi e due cannoni venuti testé da Gaeta si apparecchiavano ad un conflitto, nel quale aveva certo a combattere con forze assai maggiori. Le artiglierie di Triflisco e quelle del monte Gerusalemme trassero colpi contro i nemici rifugiati nella Casina Lucarelli e contro quelli che a piè del monte S. Jorio brigavansi nuovamente di compiere il parapetto (84).

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II generale in capo chiamato dal Re in Gaeta non istimò cosa prudente di partirsi in questo dì da Capua e lo pregò assegnargli per colloquio un altro giorno Egli, per bene esercitare la soldatesca e fare che il loro spirito marziale fosse di continuo risvegliato, volle che trattassero le armi almeno una volta al giorno (85).

E qui non ci rimaniamo dal dire che il Re scrivendo al conte di Trani che era in Capua rallegravasi delle vittorie riportate in vari luoghi da gendarmi e volontari, e dolevasi che niente si faceva sul Volturno per offendere. l'inimico. Inoltre significavagli, (e ciò diceva per istimolare il Ritucci a combattere) essere ritornato a lui il colonnello de Mortillet ed avergli detto in nome del generale Lamoricière doversi prima di andare in Napoli combattere l'inimico in Santamaria e debellarlo. Ma il divisamento del Re e del Lamoricière non venne effettuito, ché il Ritucci pensava altrimenti.

Da ultimo narriamo che il ministro della guerra con parole rammemoranti la bravura addimostrata dalla soldatesca ordinò a’ generali ed a tutti i capi dei corpi di trasmettere a lui in iscritto il racconto dei veri fatti dei combattimenti sostenuti affinché il valore di chicchessia non fosse dimenticato (86).

19 ottobre

Poiché i napolitani intendevano a tagliare gli alberi ch'erano alla sinistra del bastione Sperone di Capua, i posti avanzati più vicini a S. Angelo e Santamaria furono attaccati dal nemico e per lunga pezza tennero il campo. Il tenente colonnello Gabriele Ussani di artiglieria, clic stava presso le casine.

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Farina e Cappabianca per fare alzare un parapetto a difesa delle artiglierie che là erano collocate, si avvide che nella casina Ragni sulla sponda opposta erano cavalieri e fanti dello inimico. Incontanente fece lanciar molte granate per colpire a tergo gli avversari e sì efficaci ne furono gli scoppi, che produssero la fuga dei cavalieri e la dispersione dei fanti. Poco poi da quella stessa casina il nemico cominciò a trarre micidiali archibugiate, sì che per la incolumità degli artiglieri fu mestieri fare retrocedere i cannoni.

Le artiglierie del monte Gerusalemme tirando contro il campo nemico cagionarono dispersioni e morti di combattenti e appiccarono due volte il fuoco alla casina Lucarelli. I garibaldini intanto su la cima del monte S. Iorio alzavano senza ostacoli due altre batterie, perciocché non era facile alle artiglierie napolitane di far co lassi! giungere i loro proietti a cagione della elevazione di che abbisognavano le bocche da fuoco. Nondimeno mercé i cannoni rigati da 4 riuscì al capitano de Rada di tirare sì dirittamente un colpo che l’uffiziale nemico il quale dirigeva quel lavoro cadde a terra, non sappiamo se morto o ferito, e gli operai fuggirono lasciando gli strumenti.

Sul tramontar del sole una pattuglia di tre soldati dei dragoni spedita lunghesso la riva del Volturno fino a Sguiglia ritornando di carriera in Caiazzo riferì l'inimico accingersi a passare il fiume nelle vicinanze di Cesarano. Per avere certezza di ciò verso questo luogo si mossero uffiziali dello stato maggiore e le truppe si ordinavano a combattere. Ma in breve tempo seppesi qualcuno dei nemici solamente aver passato il Volturno.

Il comandante in capo fu fatto certo dal tenente colonnello de Liguoro campeggiare nella contrada della Vandra gran nomero di fanti e cavalieri che dicevansi piemontesi.

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Questa nuova turbò l'animo del Ritucci che vedeva in certa guisa avverati i suoi sospetti. Egli come abbiamo detto il di innanzi teneva gli occhi sopra la via degli Abruzzi temendo una invasione piemontese, non ostante gli si facesse credere che il governo subalpino senza alcun motivo e senza dichiarazione di guerra non sarebbesi fatto aperto sostenitore della rivoluzione compiendo una invasione indecorosa (87).

Il generale Scotti intanto in Isernia aveva fatto armare dugentoquaranta volontari e credeva che con essi e con lo scarso numero di gendarmi potesse far fronte a qualsivoglia aggressione; egli non prestò fede alle parole del de Liguoro che affermavano essere i piemontesi alla Vandra, né valse ad accertamelo l'arresto di un vecchio che diceva essere cameriere d’un uffiziale sardo venuto nel Regno con le milizie accampate non molto lungi da Isernia. Nondimeno, poiché la nuova di ora in ora diveniva più certa, ei fu costretto a dimandare aiuto agli accantonamenti vicini, ed affinché certamente il ricevesse si recò egli proprio in Venafro e senza dir nulla al Ritucci, per la qualità di commessario del Re con l'alterego, impose al primo reggimento di fanti che andasse in Isernia. Egli stette tutta la notte in Venafro ove il de Liguoro spesso spesso per lettere avvisavate il nemico della Vandra essere un esercito regolare e non massari soldati raccogliticci. Il generale Won Mechel scrivendo al comandante in capo disse provvigioni da bocca portate da alcuni animali essere state per la scafa di Piedimonte mandate in Limatola, e se volevasi prestar fede ad un villico i nemici in gran numero volere nella notte passare il fiume. Quattro compagnie di fanteria di marina comandate dall'aiutante maggiore Pagano e la compagnia

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di artiglieria del capitano Trombetta andarono a presidiare il palazzo ducale d'Isoletta con l’ordine di difendere quella posizione nel maggior tempo possibile.

Essendo così le cose arrivò il generale Antonio Ulloa portatore d’una deliberazione del consiglio di Stato di Re Francesco indiritta dal presidente dei ministri al Ritucci cui porsela. Noi stimiamo esser conveniente di compendiarla, senza privare i nostri lettori del documento che poniamo a suo luogo in fine della cronica. Laonde diciamo che il consiglio di Stato considerando che l’esercito era rimaso lungo tempo senza venire alle offese; che i rigori del prossimo inverno avrebbero senza dubbio scemate le forze di esso ch'erano a campo: che le condizioni politiche del Reame eran tali da richiedere doversi conquidere la rivoluzione: che la diplomazia esigeva simigliante cosa per impedire che nuovo nemico con ippocrite ragioni che celavano i suoi intendimenti si facesse ad appoggiare il partito unitario (87 bis), deliberò che il generale in capo, senza più indugiare, guerreggiasse in qualunque modo gli piacesse contro il nemico prima del giorno ventuno» e gli concedette eziandio ampie facoltà di usare ogni mezzo per conseguire la vittoria (88). Questa deliberazione essendo stata segnata il giorno 15 fece, che il Ritucci dicesse ad Ulloa che il consiglio del Re non l’avrebbe fatta oggi quattro giorni appresso di sua data in cui un nuovo nemico è nelle vicinanze d'Isernia. Il generale Ulloa a vie più indurlo ad eseguire l’ordine in parola, nella sua qualità di direttore della guerra, scrisse innanzi a lui proprio una lettera a nome del ministro, nella quale alle ragioni che causarono quella deliberazione altre non lievi ne aggiunse, ed a bocca dipoi affermò essergli stato prescritto dal Re di restare in Capua finché non si fosse appiccata la guerra (89).

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Il generale in capo, cui pareva che ardua e difficil cosa gli s'imponesse, si consigliò col Bertolini, col Negri ed altri oficiali del suo stato maggiore ed insieme ragionando si risolvette di non doversi attuare le offese, avvegnaché le minacce dei piemontesi negli Abruzzi, obbligavano a star sulla difesa. Questo avviso per lettera affidata al tenente colonnello Giobbe il Ritucci mandò al Re, e dissegli che sperimentare l'esercito guerra offensiva contro le masse garibaldine, quando alle sue spalle esso aveva poderoso ed ordinato nemico parevagli cosa da schivare del tutto. Nullameno affermò, che farebbe guerra, senza farsi mallevadore di essa, sol che glie ne desse comando egli proprio, il Re (90). Il quale nel giorno appresso per via telegrafica espresse ad esso Ritucci, mandare in Gaeta Ulloa, fare intorno alla guerra tutto ciò che stimasse convenevole e renderne ragione al consiglio di Stato (91).

20 ottobre.

Ali alba il generale Scotti reduce da Venafro ordinò al de Liguoro di attaccare sul monte Macerone gli armati nemici, i quali diceva essere massa di gente di niun conto. Non valsero a cangiare il proponimento di lui le parole del de Liguoro e di quanti erano nel paese onesti cittadini che affermavano quei nemici non comporsi dì masse. Perché seicentotrentaquattro gendarmi e dugentoquaranta volontari capitanati dal de Liguoro marciarono per attaccar zuffa sul Macerone senza sapere qual si fosse l'oste avversa che avrebbero incontrato, e come fosse a campo. Questo picciolo numero di soldati e di volontari fu diviso in tre colonne una per ciascun lato e l'ultima sulla via maestra appoggiata da due cannoni.

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Esse non tardarono ad imbattersi nel nemico ed a sette ore del mattino si cominciò la pugna da ambe le parti. I gendarmi e volontari spiegati in ordine aperto senza sostegno, perché certi di essere sussidiati dal primo reggimento di fanti, aggredirono si audace mente i posti avanzati degli avversari che in breve ora li piegarono. Il nemico credeva di essere assalito da numerose truppe e per accertarsene, difendendosi, artifiziosamente indietreggiava. A nove ore della stessa mattina giunse sul terreno del combattimento il primo reggimento di fanti col generale Scotti ed il capo dello stato maggiore di lui colonnello Gagliardi, il quale andò subito ove viva era la pugna, e lo Scotti, che aveva la divisa e non la mente di generale, e che aveva mandato i soldati a guerreggiare per esser vinti ed uccisi, rimasto solo si appressò al sostegno più vicino dei suoi che stava sulla via consolare. Il nemico intanto rafforzò di molto le file dei suoi combattenti, e fece tuonare le artiglierie rigate, a soffocare le quali non erano certo acconci i due cannoni di montagna del de Liguoro. Il combattimento addivenne allora assai ineguale, ché le forze napolitane ebbero a pugnare con altre dieci volte maggiori di loro. Il generale Scotti troppo tardi si avvedeva di avere a fronte l'esercito piemontese, il quale forte di numero e condotto dal re Vittorio Emanuele invadeva senza niuna ragione un Regno amico. Fra tanto i napolitani non potendo resistere alla superchiante oste nemica cominciarono a ritirarsi (92). E fattisi certi gli avversari che combattevano contro soldatesca di scarso numero la investirono gagliardamente e la inseguirono. Essa contrastando palmo a palmo il terreno piegava verso Isernia, ma, accerchiata da numerosi fanti e cavalieri nemici caddero prigione quattrocento soldati

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del primo dei fanti, il tenente colonnello Auriemma e gran parte degli uffiziali di lui. Nel tempo stesso uno squadrone dei lancieri di Novara, caricando lunghesso la via consolare quei dei napolitani che stavano più indietro per essere di riscossa, fece prigione il generale Scotti, il colonnello Gagliardi, il tenente colonnello de Liguoro, tre uffiziali di gendarmeria e centoventicinque gendarmi (93). Il restante della truppa napolitana, riparò su pei monti in Isernia e poscia in Teano.

Di questa infausta guerra fu tosto informato il generale Echaniz, il quale da Teano mandò subito un plotone di cavalleria in Venafro per averne più certe novelle. Il Re fu ancora prestamente ragguagliato della mala sorte toccata alle milizie d'Isernia per colpa dello Scotti, e ne tenne avvisato il Ritucci. Il quale ricevuta la spiacevole notizia, dal Re, dallo Echaniz e dal Gargiullo capitano di gendarmeria, propose al Sovrano che tutto il corpo d’esercito si ponesse in cammino per Teano ed ivi campeggiasse. Ed il Re, rispostogli di consultare su di ciò lo stato maggiore di lui e di operare subito e bene, gli ordinò di mandare verso Venafro un oficiale di stato maggiore per incontrare le truppe che si ritiravano da quei luoghi e farle ripiegare in Teano, affinché unite alla brigata del Grenet guardassero meglio quella posizione. Il che per opera del tenente colonnello Giobbe fu immantinente effettuito.

Il Ritucci dispose ogni cosa per levare il campo da Capua il giorno seguente, e dinnanzi tutto scrisse al governatore di essa di difenderla con le truppe che la presidiavano (94). Egli notificò al generale Echaniz in Teano la commessione data al tenente colonnello Giobbe ed ordinò che il colonnello d'Orgeinont vigilasse con la sua brigata in Calvi, ed ivi andasse il reggimento cacciatori a cavallo.

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Inoltre ingiunse a Won Mechel per mezzo del primo tenente de Loriol dello stato maggiore di lasciare Caiazzo e con tutta la brigata estera partire a passo raddoppiato per Teano con tutti i viveri che poteva ragunare. E diegli arbitrio di camminare per la strada di Triflisco, o per altra che reputasse più convenevole. Ancora comandò al Polizzy di marciare in retroguardia dell'esercito dal quale doveva esser distante per due miglia. Di poi impose al Colonna di far trovare il domani tutta la sua divisione con le artiglierie e le salmerie ordinate a scaglioni presso lo Spartimento. Appresso prescrisse che il battaglione tiragliatori andasse in Calvi e la brigata del generale Andrea Marra comandata dal tenente colonnello de Lozza, perché il generale medesimo rimase in Capua ammalato, marciasse per Teano. Da ultimo fece opera che le due divisioni di cavalleria si trovassero il dì appresso anche a scaglioni lungo la strada maestra che mena allo Spartimento, ed i giovani alfieri di artiglieria, che stavano alla scuola di applicazione in Capua, andassero in Gaeta (94 bis).

E non vogliamo tacere che in questo giorno il direttore della guerra scriveva pel Re altro memorandum col quale discorreva della necessità di sloggiare il nemico da Santamaria. e ragionava del modo onde ciò potevasi effettuire. Ed ove tal cosa non volesse farsi, perché i generali non intendevano guerreggiare guerra offensiva, egli proponeva apparecchiarsi Capua a sostener lungo assedio: costruirsi prontamente la lunetta S. Antonio sulla sponda sinistra dei Volturno per rendere meno agevole al nemico la breccia al bastione Sperone; mettere un, ponte a battelli per la ritirata dei difensori di essa lunetta; armare le opere basse innanzi al bastione medesimo per tener lontano l'avversario al cominciar dell'assedio;

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abbattere tutti gli alberi che avrebbero ricoverato gli offensori ed alzare un trinceramento nello interno dello stesso bastione. Inoltre opinava si compisse sulla riva sinistra del Garigliano la testa di ponte già cominciata e, dimenticando di avere i piemontesi già vinto il de Liguoro, avvisava si mandasse a questo, allo Scotti, ed al Lagrange cavalleria ed anche artiglieria, affinché si distendessero coi volontari e coi gendarmi per la provincia di Molise, per gli Abruzzi e per le Puglie. Finalmente diceva doversi preparare spedali in Itri, Fondi, Ceprano, Sora, Arce, Arpino ed ancora in Pontecorvo, se il governo pontificia ne desse licenza (95).

21 ottobre

Il ministro della guerra scrisse al generale in capo il movimento d'una parte del corpo d'esercito doversi fare in modo da attaccare e vincere il nemico prima di giungere in Teano; fare opera ch'esso né da Caiazzo, né da Triflisco passasse il fiume, e la prima divisione congiunta alle truppe di Calvi ed alla cavalleria s avviasse tosto al novello campo (96). Il Ritucci rispose la brigata estera non poter passare con la sua batteria per Triflisco; non esser possibile ivi ed in Caiazzo tener posizioni, conciossiaché se vi lasci poca forza essa sarà vinta di leggieri, se molta indebolisci l’esercito combattente, e lui marciare senza indugio. E poiché il generale Won Mechel aveva ricevuto facoltà di ritirarsi per la via di Alife, o per l’altra di Triflisco, dal Ritucci venne a lui spedito in Caiazzo l'alfiere Fiore dello stato maggiore per sapere quale delle due egli, o già aveva, o avrebbe eletta.

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E con lo intendimento di difendere per breve tempo lo stretto di Triflisco se la brigata estera vi passasse, lo stesso Ritucci ordinò al Polizzy che vi facesse restare un battaglione con due cannoni con l’obbligo di retrocedere in caso di pugna per la via di Sessa e ripiegar poi verso Teano per la traversa di Riopersico. Date queste disposizioni il comandante in capo con tutto il suo stato maggiore si partì di Capua e passato per Calvi si trattenne per accertarsi se le truppe avevano eseguito i movimenti da lui ordinati. Mezz'ora prima del mezzodì dopo avere di persona comandato ai tiragliatori che, marciando a passo celere, occupassero la traversa della catena, arrivò in Teano. Ivi giunto egli proprio fece ricognizione dei luoghi circostanti, cercò di conoscere tutto ciò che facevasi dall’inimico e fece apparecchiare quanto richiedevasi per l'accampamento delle soldatesche. Poi andò con uno squadrone di cavalleria sino alla taverna della catena, cioè là dove ritrovatisi tre strade che rispondono a Venafro, a Piedimonte ed a Sangermano; aspettò l’arrivo dei tiragliatori e disse al colonnello Ferrara, che comandavali, di restarvi fino a quando scambiato da altra milizia potesse ritornare frettolosamente in Calvi. Verso sera ingiunse al generale Eclianiz di marciare ed occupare con la intera brigata del Grenet la taverna della catena, starvi in luogo dei tiragliatori e spiare ogni mossa del nemico. Più tardi gli capitò una lettera che il giudice regio di Venafro signor de Bernart dirigeva al ministro della guerra in Gaeta. E poiché il latore asseriva esservi cosa riguardante il maresciallo Scotti fatto prigioniero in Isernia, il Ritucci reputò aver licenza di aprirla, ed apertala lesse con istupore il generale sardo Cialdini muover doglianze per maltrattamenti fatti a prigionieri garibaldini ed affermare che,

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ove ciò si seguitasse a fare, egli avrebbe operato simigliantemente contro quelli delle milizie napoletane che erano in poter suo, e perfino contro la persona dello stesso generale Scotti. Noi senza ragionare della minaccia che in ogni caso certamente non era nobile, chiamiamo in testimonianza del vero quanti del Garibaldi furono prigione in Capua ed in Gaeta ed in ispecie gli oficiali, i quali diranno essere stati assai amorevolmente trattati dai napolitani; e sebbene questi non fossero stati astretti a così diportarsi verso gente che non aveva nome di milizia, pure vollero dimostrarsi generosi e magnanimi. Il Ritucci mandò la lettera al generale Casella e manifestò al giudice di Venafro egli, cui era stato conceduto di leggere qualsivoglia scrittura, maravigliarsi grandemente per le parole di lui; esser caduto il generale Cialdini in gravissimo errore e però facesse opera di trarlo dall'inganno nel quale era (96 bis).

Il colonnello Tedeschi che col settimo battaglione dei cacciatori era rimasto nella posizione di Triflisco veduto che seguitare ad esservi fosse pericolo, ragionando, ne scrisse al comandante in capo, il quale gli dette facoltà di andare, o verso Teano, o verso Cascano secondo che meglio giudicasse. Intanto il governatore di Capua disse avere il nemico passato il Volturno ed il ministro della guerra che n'era stato informato lasciò ad arbitrio del generale in capo, o di dividere le soldatesche in due corpi per assalire gli avversari in Venafro e Triflisco, o metter campo tra Cascano e la pianura di Sessa (97). Ritiratasi la truppa da Triflisco fu ordinato al colonnello Dentice che col primo reggimento degli ussari perlustrasse la strada di Riopersico lino allo Spartimento.

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Essendo così le cose, il ministro della guerra, considerando potere il nemico ch'era in Isernia, o occupare Sangermano, o far forza per superare le gole di Teano1, inculcò al Ritucci di riunire tutte le sue milizie e star bene all'erta, che nel primo caso il percuoterebbe ai fianchi nell'altro il combatterebbe di fronte. E se i conflitti che sarebbero avvenuti l’obbligassero a piegare dicevagli di sperimentare la guerra nelle valide posizioni di Sessa e del Casigliano (98). Nullameno poco poi gli comandò d'investire l'inimico nel suo campo e non dargli tempo di rafforzar si (99). Cotali ordini non parvero opportuni al comandante in capo il quale non reputava conveniente l’offendere. Egli avvisava campeggiare solamente fra Cascano e Sessa, ed il suo divisamente, che il generale Negri mandato da lui in Gaeta manifestò al Re, venne approvato (100); Ed il Sovrano ordinò al Carrelli di notificare al colonnello Lagrange la guerra combattuta sul Macerone; i piemontesi essere in Isernia e per cansare di esser fatto prigione convenire di ritirarsi in Isoletta. Mail Lagrange rescrivendo al Carrelli nel dì appresso disse ch'egli andrebbe a campeggiare sull’alto piano di Rovere, essendoché da colà avrebbe potuto più facilmente, o ritirarsi per aspre sì, ma secure vie, o offendere la città di Aquila.

Non crediamo da ultimo di tacere, che il Ritucci essendo in Teano pensava, com'egli affermò di poi in un opuscolo pubblicato nel 1861, di andare per la via di Sangermano negli Abruzzi e colà, aiutato dai partigiani del Re, guerreggiare alle spalle dei sardi, impedirgli di assediare Gaeta e dar tempo alla diplomazia di operare in favore del Reame.

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Ma questo pensiero del Ritucci rimase nella mente di lui, né alcuno può affermarlo, perocché come scrisse egli, stesso non fu palesato a chicchessia e nemmeno al Bertolini capo dello stato, maggiore dell'esercito.

22 ottobre

L'alfiere Fiore dello stato maggiore reduce da Caiazzo riferì che il generale Won Mechel non potendo passare per Triflisco per non mettere a rischio la batteria num.° 15 aveva retroceduto per la via di Alife. Perché il generale in capo, che aveva già mandato al quadrivio della catena il generale Echaniz con la intera brigata del Grenet, affinché questa importante posizione fosse guardata, spedì la brigata del de Lozza allo sbocco della traversa di Pietravairano per restarvi fino al passaggio della brigata estera. Oltre ciò il decimoquarto reggimento dei fanti misesi nella traversa di Riopersico con due cannoni ed un plotone di cavalieri per aiutare la cavalleria, cui era confidato di perlustrare la strada lino a Spargimento. Intanto il Ritucci cominciava a sapere cose certe del nuovo nemico. Già per opera di spie si conosceva che un primo corpo di esercito con molte salmerie capitanato dal. generale Cialdini era giunto in Isernia, dond'egli con trecento cavalieri era andato fino a Venafro e poi aveva fatto ritorno in Isernia. Sapevasi ancora che un secondo corpo di milizie di maggior numero del primo lo seguitava, al quale andava dietro un altro in cui vedevasi il Re Vittorio Emmanuele. E poiché appariva chiaramente che queste forze volevano congiungersi a quelle del Garibaldi, il comandante in capo, sebbene gli fosse venuto in mente di aspettare che Cialdini s'incamminasse al sud di Venafro per combatterlo, pure deliberò di metter campo, come aveva scritto al Re, tra Cascano e Sessa.

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Coloro che dopo la non avventurata guerra del monte Macerone potettero ritirarsi in Teano furono ordinati e messi. sotto gli ordini del tenente colonnello Paolo Ruggiero. Ed a questo picciol numero di soldati furono aggiunti quelli che usciti dagli spedali avrebbero dovuto recarsi in Capua~ Inoltre i volontari provvenienti da Piedimonte e da Isernia furono spediti pure in Mola pei unirsi di poi alla colonna del colonnello Lagrange. Il generale Gaetano Afanderivera domandò licenza al Ritucci di richiamare tre compagnie delle sue truppe distaccate i Mondragone, si perché in caso di concentramento di soldatesca in Sessa il nemico avrebbele tagliate fuori dell'esercito, e si per mandarle in S. Agata a difendere la batteria num° 4 obbediente al maggiore Baccher. Il comandante in capo vi aderì e gli comandò di guardare Cascano fino all'arrivo di altre truppe» Inoltre egli dispose che il tenente colonnello delli Franci ed il capitano de Torrenteros dello stato maggiore si recassero in Cascano, Sessa e luoghi circostanti, vi facessero esatta ricognizione, vedessero qual numero di truppe vi potesse campeggiare e sevi fosse abbondanza di cibari. Ancora volle che il maggiore Sangro del genio insieme a due uffiziali del corpo stesso, venuti con lui da Gaeta, manifestassero quali opere passaggiere potessero farsi per fortificare Cascano e Sessa dalla natura già renduti atti a valida difesa. Da ultimo disapprovò ogni disegno di opere forti al quadrivio della catena, anzi perch'egli non intendeva di difender Teano volle che si ristasse dall’alzar barricate e far tagliate d'alberi all'ingresso di questo paese verso Venafro.

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In questo tempo nuovamente il ministro della guerra comandava al Ritucci d'investire l’inimico ed impedirgli il possesso del ponte di fabbrica sul Volturno (101). Ed il comandante in capo rispondevagli che avrebbe operato contro la propria opinione, e il di appresso a quello, in che la brigata estera sarebbe arrivata in Teano, egli attaccherebbe i piemontesi (102).

23 ottobre

Il generale Echaniz mandò al comandante in capo un uomo il quale con due suoi conterranei diceva saper nuove del nemico. Il Ritucci dopo di aver conferito con essoloro, seguito dal suo stato maggiore e da un plotone di cacciatori a cavallo, fece esatta ricognizione dei dintorni del suo campo verso Venafro e dispose la intera brigata del Barbalonga con uno squadrone di cacciatori a cavallo andasse in Roccamorfina; stesse a Casafredda un forte posto avanzato, ed altra brigata con uno squadrone di cavalleria accampasse in quel punto che collima con Versano e sta a cavaliere della strada che conduce al quadrivio della catena. Questi provvedimenti, che pareva fossero stati fatti per salvezza del campo, il Ritucci indirizzavali in sua mente a ben1 altra cosa, a compiere cioè il proponimento d'incamminarsi, come dicemmo altrove, per la via di Sangermano negli Abruzzi e combattere i piemontesi alle spalle.

Mezz'ora prima del meriggio il Ritucci ebbe avviso che il Re attendevate in S. Agata per conferire con lui. Egli partì tosto per quel luogo e, lasciando in Teano il capo del suo stato maggiore per ogni occorrenza, menò seco il brigadiere Negri. Quivi arrivato il Re ebbe con lui breve ed amorevole ragionamento come dovesse mettere altri a capo dell'esercito.

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E manifestatogli la stima in che avevalo pel valore e per la fedeltà di lui, il disgravò dall'alto suo carico e imposelo al generale Salzano, che per ordine Sovrano da Capua era venuto a bella posta in S. Agata (103). Il Ritucci ritornato in Teano col Salzano manifestò alle truppe lui essere stato eletto dal Re a compiere in Gaeta altro incarico diverso da quello che aveva, e diede l'addio all'esercito (104). Al quale immantinente il Salzano notificò che a lui qual comandante in capo si obbedisse (105). Più tardi vennero nel campo pubblicati i nomi di alcuni uffiziali esteri che volonterosi avevano offerto all'esercito i loro servigi (106). Ancora fu ordinato che il tenente colonnello. Gabriele Ussani senza lasciare il comando delle artiglierie della seconda divisione adempisse l’ufficio di capo di stato maggiore di artiglieria in luogo del colonnello Ferdinando Ussani infermo, ed il maggiore Iovene comandasse quelle di riserva.

Da spie fu confirmato i sardi trovarsi ai due lati d'Isernia ed essere in Venafro circa 700 cavalieri e 400 fanti, i quali campeggiavano al ponte così detto degli archi sotto gli ordini del generale Grifini che comandava l’avanguardia del corpo di esercito del Cialdini.

Il Salzano chiamò a se i comandanti delle divisioni e delle brigate per intendersi insieme intorno a ciò che convenivasi di fare. Egli fece parola innanzi tutto del campo: notò esser mal sicuri i suoi fianchi ed affermò Teano non essere posizione militare ove i nemici si muovessero ad un tempo da Bellona e da Isernia per assaltarla. Per%le quali cose egli era di credere che l'esercito retrocedendo mettesse campo fra Cascano, Sessa e luoghi circostanti, come aveva divisato il tenente colonnello delli Franci dello stato maggiore

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per impedire che alle sue spalle il nemico da Sangermano marciasse verso Sessa e stesse in Roccamonfina una brigata. Intorno a ciò che discorse li comandante in capo, i generali concordemente; portarono la opinione di lui. Ed il Salzano fattone consapevole il Re gli avvisò che il dì appresso dopo il meriggio avrebbe in tal guisa fatto muovere l’esercito: del quale movimento il Sovrano dettegli arbitrio.

Il generale Negri fu chiamato in Gaeta per temporanea commessione, e partì incontanente. Fu ordinato al primo reggimento dei lancieri dì scambiare il primo reggimento degli ussari che perlustrava la via di Riopersico fino a Spartimento, ed alla brigata del Barbalonga in Roccamorifma di guarentire la posizione di Sessa da qualsivoglia aggressione dello inimico. Si disfece lo spedale di Calvi; se ne restituirono le masserizie ai proprietari; gf infermi furono mandati in Mola e le loro armi in Gaeta. Inoltre si détte il comando della brigata estera al colonnello de Mortillet per istanza fattane dal generale Won Mechel. Al tempo stesso, giunse una lettera del ministro della guerra con la quale egli inculcava novellamente al comandante in capo non lasciasse nelle mani del nemico il ponte di fabbrica sul Volturno, e glie ne contrastasse il possesso per non renderlo padrone delle due sponde del fiume; difendesse in caso di ritirata tutti i passaggi, tutte le gole per arrestarlo nel cammino; facesse strenua difesa nella pianura del Garigliano: ed ammonisse il suo esercito che se. battagliando. alcuno dei suoi corpi restasse tagliato fuori, si riducesse in Isoletta (106 bis).

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24 ottobre

Il generale Echaniz novellamente manifestò al Salzano i nemici stare in Venafro ed in Pietravairano, ed aggiunse che in questo comune non potevano essere che i garibaldini provvedenti da Bellona. Adunque la riunione dei sardi con quei di Garibaldi dovevasi avere per cosa, se non certa almeno probabilissima. Ancora conoscevasi in Mignano aspettarsi gente nemica ed in Marzano apparecchiarsi viveri in abbondanza. Tali cose causarono che il generale in capo senza por tempo in mezzo. levasse il campo da Teano e ponesselo tra Cascano e Se?sa. Lo spedale di Teano fu abolito, ed a guardar questo paese fu lasciata la gendarmeria ed i drappelli di corpi diversi che domandava il tenente colonnello Ruggiero. Al quale fu imposto di schivar pugna se fosse dal nemico aggredito con oste maggiore delle sue forze.

Intanto giunse al generale in capo una lettera del generale Cialdini comandante l’avanguardia dei sardi, i quali affermava essere condotti da Re Vittorio Emanuele. In questa lettera il Cialdini pregavalo di convenir seco il domani, là dov'è il lago delle Pienteme, in quell'ora che a lui sarebbe piaciuto di notificargli (107). Il generale in capo mandò a Re Francesco nel suo testo la lettera, e dimandò se dovesse o né tener l'invito. In questo al maresciallo Gaetano Afanderivera, che marciava per Traetto, il ministro della guerra ordinò di far sapere al Salzano, spedirsi da Gaeta ventidue mila razioni in Capua in tredici carri militari e facesse opera che questi nel cammino per sicurezza fossero accompagnati da fanti e cavalieri.

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Ancora voleva gli signifìcasse che in rimandarli a Gaeta, entro vi facesse porre qualsivoglia cosa non fosse necessaria alla piazza di Capua. Il comandante in capo appena che le fu notificata questa volontà del ministro ne fece consapevole il governatore di Capua, e gli comandò di mandar truppe fino alla taverna di Agnena per riceversi i carri in parola, i quali, dopo di essere stati scaricati, facesseli caricar prestamente di quanto fosse inutile alla difesa della piazza ed inviasseli in Gaeta. Egli poi il Salzano, per fare che siffatti carri arrivassero sani e salvi alla taverna di Agnena, incaricò il maggiore Migy di scortarli e dispose che il generale Colonna la dimane desse a costui un battaglione della prima brigata e due squadroni dei secondo dei dragoni. Due battaglioni, usciti dalle porte di Capua per la via di Roma, per far come solevasi spesso, ricognizione, videro nemici postati in Scambiaferrano, e seppero esservene circa cento altri nella casina Farina ed altrettanti nella masseria Vecchi. Perché il governatore, avendo argomentato Garibaldi aver con la sua oste passato il fiume e cinto la piazza da ogni lato, tutto ciò palesò al ministro della guerra in Gaeta, il quale incontanente ne fece conscio il generale in capo. Però il Salzano fu indotto ad ordinare che si facesse verso Venafro novella ricognizione per sapere qual cosa intendessero di fare i sardi. Ed a ciò fu deputato il tenente colonnello Giovanni Marra con il battaglione del quinto dei fanti ed un plotone di cacciatori a cavallo. Egli adempito l’ordine riferì nulla avere avuto a notare fino al ponte di Sesto; sol poco lungi da esso aver veduto un caporale e tre soldati dei lancieri sardi i quali all’apparire della cavalleria si erano ritirati di carriera, lasciando un uomo solo per ispiare che poco poi disparve.

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Ancora disse che postosi ad osservare quei dintorni non aveva scorto nemici e ritornando aveva solamente scorto nella via che da Presenzano per diritto mena al Volturno un luccicar d armi e due barche nel fiume. Da ultimo manifestò avergli detto taluni trovarsi i Piemontesi accampati a Selliti proprio nella masseria del duca di Miranda; il giudice di Venafro aver scritto al sindaco di Presenzano di tener pronto cibari per truppe ohe sarebbero in breve colà arrivate ed essersi preparate vettovaglie anche in Marzano alla sinistra del campo. Una spia del generale Barbalonga che difendeva Roccamonfina asserì che in Mignano dai popolani era stato arrestato un uomo che entratovi a cavallo aveva gridato viva Garibaldi, e il nemico avere intendimento di passare per questo paese e poi per Sìpiccioni, S. Carlo, ('origliano e Maggi andare in Sessa e sulla via che conduce al Garigliano. E però fu ordinato al tenente colonnello Giobbe ed al capitano Guillamat (107 bis) dello stato maggiore di far ricognizione depuriti vulnerabili di Sessa. Cascano e luoghi circostanti, e ad alcuni uffkiafó del genio di fortificare diverse posizioni con opere occasionali: ecco in sunto i lavori che si costruirono. Fu fatto un trinceramento con cannoniere sulla traversa da Cascano a Teano che costeggia S. Giuliano, Roeci, Fontanelle ed altri paesi: altri trinceramenti furono alzati alla gola della montagna spaccata e vennero abbattuti alberi su le vie che da Cascano mettono in Teano, ed in Roccamorfina, e si ruppero alcuni ponti per arrestare il cammino del nemico se mai si fosse fatto ad aggredir le milizie napolitane.

Il Re per mezzo di Carrelli capitano del suo stato maggiore avvertì al Lagrange che in caso di ritirata facesse testa al nemico in Arce, invece di andare, in Isoletta come gli aveva prima comandato.

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Finalmente diciamo che il generale in capo, credendo mal sicuro il suo campo se fosse ad un tempo assaltato di fronte, di fianco e a tergo avvisò di metterlo nella pianura del Garigliano e ne scrisse al Re.

23 ottobre

La strada di Capua per le cose che abbiamo narrate era divenuta pericolosa, onde il Salzano a miglior sicurezza dei carri che dovevano andare in quella piazza dispose che fossero scortati da una intera brigata e quattro cannoni. Al colonnello Patefno che comandava queste forze fu ingiunto di precedere i carri, fermarsi allo Spartimento, assicurarsi del terreno circostante e riferire ogni cosa al Migy, affinché questi avesse potuto deliberare se convenivagli, o né, di camminare insino a Capua. Il Ruggiero ch'era rimaso a guardar Teano invece di adempire il mandato che gli venne fatto si ritirò in S. Agata: di che sdegnato il generale in capo gli ordinò dapprima di rioccupar quel paese, ma considerando poscia che la truppa di lui, non colpevole, era sì stanca da non poter sopportare novello cammino differì il comando ad altro tempo. Intanto il governatore di Capua manifestò al generale in capo il nemico forte di fanti e cavalieri avere occupato Bellona ed aspettare colà altri armati per offendere la piazza.

Re Francesco consenti che il Salzano si recasse a conferire con Cialdini. generale Piemontese, e gl'inculcò che ragionando con essolui nulla promettesse, o deliberasse, allegando di avere obbligo di riferire ogni cosa al ministro della guerra. Per la qual cosa il comandante in capo, accompagnato dal tenente colonnello delli Franci dello stato maggiore, al suo aiutante dì campo e da un plotone dì cacciatori a cavallo partì da S. Agata.


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Giunto in Teano e veduto un drappello di cavalleria garibaldina che faceva ricognizione mandò a dir loro si astenessero di entrare nel paese mentr'egli conferirebbe col Cialdini e si guardassero di venire alle offese col plotone di cacciatori a cavallo che qui lasciava per aderire al generale Piemontese, il quale, avendolo invitato ad aver seco un colloquio, desiderava che convenissero insieme senza compagnia di armati: ché l'onore di cui debbono gloriarsi gli eserciti regolari sarebbe all’uno e all’altro bastante guarentigia. Il Salzano avutane assicuranza dai garibaldini stimò prudente cosa di comandare che i carri di cui abbiam tenuto discorso, invece di andare in Capua ritornassero in Gaeta ed egli s'avviò al campo sardo. E pervenuto ai posti avanzati di esso presso il lago delle Pienteme s'imbattè nello antiguardo piemontese composto di molta cavalleria comandata dal generale Grifini. Quivi stette e mandò al Cialdini una lettera con la quale affermava lui aver tenuto l'invito ed aspettare lo abboccamento (108). Il Cialdini rescrivendogli da Presenzano cortesemente disse aver fatto inoltrare il suo esercito fin là per non aver avuto risposta alla sua lettera e tra due ore e mezzo troverebbesi alla taverna della catena (109). Al tramontar del sole i due generali erano nel luogo assegnato e dopo cortesi parole che l'un disse all’altro restarono a conferire da solo a solo. Il Cialdini in principio cominciò a discorrere delle condizioni dello esercito napolitano e della volontà dei popoli del Reame e poscia ragionando, come non potevasi sostener sul trono la dinastia Borbonica, alla quale in virtù del plebiscito era succeduta quella di Savoia, proponevagli che a risparmiar stragi e sangue l’esercito deponesse volontariamente le armi e militasse sotto il vessillo di tutta Italia.

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Il Salzano ascoltò stupefatto tali parole e risposegli essere maravigliato in vedere invaso il Reame dallo esercito piemontese, che senza disfida e contro il diritto delle genti era venuto a guerreggiare ed a levar giù dal trono un Re amico; disapprovar la sua mente quei consigli che avrebbero macchiata la reputazione dei napolitani, i quali avrebbero difesa la causa del proprio Re e del proprio paese, ed avrebbero ceduto le armi dopo di aver contrastato al nemico palmo a palmo il terreno, e di essere stato ridotto a tale da non poter più combattere. Intanto quel drappello di cavalleria garibaldina ch’era nei dintorni di Teano, come or ora abbiam detto, entrò nel paese ed affettando dapprima amistà, in un tratto fece prigione il plotone dei cacciatori a cavallo e lo menò seco in Bellona. Questo turpe atto sdegnò quanti erano abitanti di quel comune e saputolo il generale in capo per lettera ne fece doglianza al Cialdini e domandò che fosse renduto a lui quel plotone da chi, avendo rotta la fede datagli, avevalo con ingannevoli maniere imprigionato. Al Salzano non rispose il generale piemontese, il quale non fece opera che si sostenesse l'onor militare ch'egli proprio aveva invocato per scambievole sicurtà (110).

Poiché in questo giorno si videro del tutto compiti i lavori, ch'erano stati da lunga pezza ordinati in S. Andrea stimiamo esser nostro debito dire per disteso le opere ch’eransi colà effettuite. Il de Nora giunto il quindici settembre in quel luogo, in ciascuno dei due fortini alzati dai Francesi nel 1806 mise quattro cannoni, che essi non ne potevano contenere altri e costruì sulla cima delle alture dei trinceramenti dietro i quali potevano, offendendo, difendersi ben dugentocìnquanta archibusieri.

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Nondimeno perché a mezzo miglio dai fortini è una vallata, nella quale un sagace nemico per ischivare il periglio di passar per le gole da Fondi poteva intromettersi e poi per viottoli riuscire con truppe leggiere alle spalle della posizione ed impadronirsene. accortamente il de Nora fece sulla collinetta detta dell'Epitaffio, che sta all’uscita di essa vallata, un ridotto quadrato onde contrastare quel passo al nemico e poterlo percuotere con le artiglierie per tutta la strada dall'Epitaffio a Fondi. Il ridotto dell'Epitaffio ebbe cencinquanta palmi di lato e vi si aprirono quattro cannoniere, due verso Fondi e due in dritta linea della via consolare. Compito questo ridotto fu prestamente aperta una larga strada per trasportarvi entro le artiglierie, le quali furono di quelle di calibro fuori uso, onde non potessero servire al nemico, se in caso di ritirata dovessero lasciarsi. Si fecero conserve di polveri e sì nel ridotto, come nel fortino a dritta ed in quello a sinistra furono messi cento archibusieri. Si alzarono due ripari sulle falde della collina che domina il fortino a. sinistra, e fattavi la banchina si aprì pure una via che dalla consolare menava ad essi ed al luogo ov'erano le tende della soldatesca. E si abbattettero pure molti alberi. sì per dare pena al nemico nel cammino, e sì per togliere un ricovero ch'egli dietro ad essi avrebbesi fatto. Inoltre poiché il Re in visitando i lavori in parola aveva espresso il pensiero che si facessero baracche, mercé le quali si potesse tener la truppa in quella posizione anche nella stagione d’inverno, ne furon fatte due allo ingresso, in ciascuna delle quali potevano capire ben dugentocìnquanta uomini, ed alle gole di S. Andrea ne furono costruite altre quattro, delle quali ognuna poteva contenerne cento.

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I posti degli urbani furono altresì ridotti a caserme difensive e vi si fece alloggiare la truppa. né si trasandò dr fare fornelli nei pilastri del ponte innanzi S. Andrea e si tenne pronta la polvere per caricare la mina, se i difensori dell'Epitaffio fossero stati aggrediti, e dopo la loro ritirata far saltare il ponte per così tagliare la strada consolare e fermare i nemici nel loro cammino. Ancora in questo dì Re Francesco col conte di Trapani e pochi ufficiali, si recò di persona in Isoletta per vedere le cose eh eransi fatte colà per difendere il passaggio del Liri, e si mostrò abbastanza soddisfatto dei lavori di cui altrove abbiamo tenuto parola. E mentre egli stava colà, considerato che i piemontesi da Sangermano per Pontecorvo e Pico potevano per una via girare ai fianchi la posizione, comandò che il capitano Ferdinando de Rosenheim vi facesse ricognizione, si assicurasse se per essa potessero passare le artiglierie e glie ne desse tosto ragguaglio. E perché il de Rosenheim riferì che i cannoni potevano passare per que. sta via, gli fu ordinato di renderla impraticabile. Il perché da esso de Rosenheim furono fatti demolire due ponti che attraversano la strada, la quale fu scomposta, tagliata in molti siti ed inondata di acqua, mercé un rigagnolo che trattenuto con una diga sottocorrente fecesi tutto in un tratto straripare su la via.

26 ottobre

Nella scorsa notte il generale in capo andò in Gaeta, riferì al Re ogni cosa del colloquio avuto con Cialdini ed ottenne la permissione di metter campo, com'egli aveva divisato due giorni addietro, nella pianura del Garigliano. Ritornato in S. Agata comandò allo esercito di retrocedere e di porre sulla riva destra di quel fiume gli alloggiamenti (111).

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Intanto un fatto d’arme avveniva in Teano. Il Won Mechel aveva spedito da Cascano il primo tenente Loriol, dello stato maggiore con un plotone di cacciatori a cavallo per investigare ogni cosa dello inimico. Il Loriol giunse fino alle mura di Teano, e quantunque sapesse entro il paese essere i nemici, pure gli balenò alla mente il pensiero di entrarvi per far suo il pane che preparavasi per satollare i sardi. E mentr'egli accincevasi all'opera, avvertito essere colà grandi forze, smettendo la voglia di far bottino, ritiravasi. In questo venne da grande numero di cavalieri piemontesi aggredito. I cacciatori a cavallo, benché pochi contro molti, dettero prova di bravura, ma morti cinque dei loro cavalieri e sei fatti prigione, i restanti, non potendo lungamente contrastare a forza di maggior numero dovettero fuggire per loro scampo. Essi furono inseguiti oltre il ponte. Quivi il Loriol al vedere che i suoi soldati fuggivano di carriera, solo volse la fronte a coloro che inseguivano e scagliatosi contro essi sì combattette, che ferito tre volte nel capo cadde a terra e rinnovò gli esempi dell'antica Roma. I nemici il credettero morto e il lasciarono sul suolo; ma riavutosi a stento cercò rifugio sotto il ponte e si tenne celato nch'acqua che ivi scorreva. Di poi presa la via di Casale, s'avvenne in una pattuglia amica comandata dal tenente conte Sayvez dal quale fu condotto a Cascano.

A undici ore del mattino cominciavasi a togliere il campo da Sessa e vedevi le truppe marciare verso il Garigliano. Un' ora dopo il meriggio, quando la divisione del generale Echaniz incamminavasi per i nuovi loggiamentì, seppe il generale in capo farsi guerra nei dintorni di Cascano. Incontanente spedì il tenente colonnello Giovanni delli Franci dello stato maggiore per averne esatti ragguagli.

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Il quale dopo poco tempo gli riferì, i piemontesi avere attaccato pugna contro i difensori di S. Giuliano e cercare di percuotere il fianco dei napolitani. In Cascano il delli Franci aveva ingiunto alle truppe che aspettando nuovi ordini di là non si muovessero. Il comandante incapo, approvò, ciò che aveva disposto il previdente delli Franci volle ch'egli ed il Negri (112) dirigessi il cammino retrogrado della divisione dello Echaniz e della brigata del d'Orgemont e collocassero queste soldatesche e le loro artiglierie a scaglioni lungo il terreno di Santamaria la piana, affin di proteggerle la ritirata dell'esercito (113). Date queste disposizioni egli il Salzano, col Bertolini e con alcuni uffiziali dello stato maggiore si recò in Cascano per essere di persona nel combattimento. Intanto i combattenti sardi crescendo il loro numero facevano forza contro S. Giuliano e cercavano impadronirsi delle alture. Il generale Polizzy collocò, con sagacia le sue artiglierie; fece occupare i due monti intersecati dalla via ed abbattere gli alberi, i quali gittati e sparsi qua e là sul terreno avrebbero reso più difficile e scabroso il cammino agli avversari. Ma l’assalimento de’ sardi fu sì impetuoso, che girando ai fianchi S. Giuliano, se ne impadronirono, piegarono i napolitani e di qui si mossero per vincere l'altro villaggio Giusti. Ed il Polizzy già apparecchiato a far guerra dalle montagne sovrastanti al detto villaggio, con ispari di archibugi e di cannoni cominciò a travagliare i nemici per modo, che la pugna loro riusciva dura e sanguinolenta. E poich'esso Polizzy s'accorse che i difensori del villaggio, essendo di poco numero rispetto a quello del nemico potevano in breve esser superati, loro comandò di uscirne e di. occupare il monte che gli sta a cavaliere e lo stretto che passa tra esso e l’altro che gli è a fronte.

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Nondimeno egli poteva esser vinto se il Won Mechel, prevedendo che potesse al Polizzy abbisognare altra soldatesca non glie l'avesse mandata: ché il nono dei cacciatori di riserva ad esso Polizzy, disobbedendo agli ordini ricevuti, invece di andare in Cascano, ricoverò in Sessa (114). Le milizie ausiliatrici inviate dal Won Mechel si componevano di tre battaglioni e due cannoni comandate dal colonnello de Mortillet: il quale uscito di Cascano e trovato sulla via due cannoni della batteria num° 10, che si ritiravano, li condusse seco a Giusti. Ivi scontratosi col nemico durò fatica a respingerlo e ad occupare alla sinistra le alture; e poi scacciatolo e postosi sul monte gli impedì di poter girare ai fianchi quella posizione (114 bis). Gli spari degli archibusieri e dei cannonieri del de Mortillet e del Polizzy continuarono lino al tramontar del sole ed il nemico ne restò cosi sgominato che desistette dal guerreggiare. I suoi combattenti sommavano a più di dieci mila oltre la cavalleria ed otto bocche da fuoco; e nella pugna dei napolitani ne morirono venti e diciotto furono feriti, dei piemontesi diciamo solamente che assai maggiore fu il numero dei morti e dei feriti. Il generale in capo saviamente ordinò al Colonna di marciare in ritirata lasciando al Won Mechel di essere di retroguardo all'esercito. Il Colonna retrocedette con le sue soldatesche in bch'ordine e senza turbamento, sebbene l’artiglieria nemica collocata in acconcio luogo avesse cercato con incessanti colpi di molestarle. E quando il Colonna aveva già retroceduto, il Won Mechel dispose il movimento regressivo della sua truppa.

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E questa ritirata fu. fatta con tale accorgimento che liberamente corse la sua via e non fu per niente dall’inimico impedita. La brigata del colonnello de Mortillet, due cannoni della batteria num° 4 (115) ed uno squadrone di cacciatori a cavallo formavano l’ultima retroguardia. In sulla mezzanotte tutte le milizie napolitane erano già nella pianura del Garigliano ed ivi posero il campo.

Giunse nel porto di Gaeta il vascello inglese Renoun mandato dal governo della gran Brettagna per porgere amichevoli offerte a Re Francesco e parti poi il giorno 28. Il ministro della guerra pubblicò all'esercito l’ entrata dei sardi nel Regno ed il colloquio che il Salzano aveva avuto col Cialdini nel giorno innanzi e disse di star saldi sotto le insegne loro, ché l’Europa non sarebbe rimasa inerte a sì inaudite enormezze (115 bis). Re Francesco fece sapere al Lagrange, che l'esercito piemontese entrato nel Reame era poderoso e che senza indugio si ritirasse nel distretto di Sora(llG). Ed il direttore della guerra dette nelle mani del Sovrano un'altro dei suoi memorandum, nel quale esaminato il campo dei piemontesi e quello dei napolitani, primamente censurava il Salzano d’aver lasciato Teano seni aver combattuto, o contro i sardi, o almeno contro i garibaldini che avevano passato il Volturno a Triflisco. Poscia ragionando delle forti posizioni di Cascano e del Garigliano, disse potersi ivi a lungo prolungar la difesa e però esser mestieri di compiere con sollecitudine le opere occasionali già cominciate. Inoltre discorse della necessità di guardar bene Isoletta, affinché lo esercito non potess'essere in pericolo che il nemico sopra gli andasse improvvisamente per la via del Liri.

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Parlò pure di Gaeta e ponendo poca mente alla specie delle artiglierie del nemico, aggrandì il tempo nel quale la piazza avrebbe resistito agli assedianti. E da ultimo consigliava il Re intorno agli approvvigionamenti da farsi sì pel campo, che per la fortezza (117).

 CAPITOLO II.

Campagna sul Garigliano

27 ottobre

Poiché oggi il campo è sul Garigliano è mestieri innanzi tutto narrare a che punto fossero le fortificazioni ordinate fin dal 4 ottobre da farsi sulle sponde di esso per difenderlo. Si scelse per la testa di ponte la forma di un dente fiancheggiato da due lunette zoppe che si appoggiavano su la sponda sinistra e potevano essere con grandissima faciltà fiancheggiate dagli spari degli archibusieri ed artiglieri che si sarebbero messi su la riva opposta e fra tali lunette si lasciavano due spazi muniti di traverse per dare libero campo a qualsiasi sortita. Ma tutte queste cose, sia per lo scarso numero, di lavoratori, sia per difetto d'istrumenti, sia per veder sorger l’acqua appena si scendeva in piccola profondità, non essendo compite, in questo dì si giudicò dal generale in capo dovessero in fretta disfarsi. Le batterie lungo la costa per le stesse ragioni per le quali non si era interamente effettuita la testa di ponte non erano state neppure tracciate. Intanto il Salzano fece scomporre il suolo del ponte di ferro e misevi invece dei lunghi tavoloni, i quali nel momento che i nemici si accingevano a camminar su di essi potevansi con funi tirare e così impedirne loro il passaggio.

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Egli commise al generale Negri ed al tenente colonnello delli Franci dello stato maggiore di collocare le artiglierie nei siti più acconci a difendere il ponte; ingiunse al tenente colonnello Giobbe di stabilire i posti avanzati innanti il Garigliano e propriamente sulla sponda sinistra: inviò ufficiali del genio alla sinistra del campo affinché vedessero quali opere di fortificazione conveniva si facessero per rafforzarla, e mandò il capitano Bianchi in Scauri e S. Nicola ed il capitano Guillamat verso Castelnuovo e Roccaguglielma per far ricognizione di questi luoghi. Inoltre ordinò, la brigata del de Lozza con quattro cannoni di montagna andasse ad occupar Traetto, Tufo e le loro alture: quella della guardia del Marulli si trasferisse il domani in Mola; la gendarmeria a piedi ed a cavallo alloggiasse in Itri; e restassero in Scauri il maggiore Biondi per esercitare l'uffizio di Prevosto generale del campo ed il capitano Prinzivalli per coadiuvarlo nell'incarico, e le salmerie ch'erano sul Garigliano si mandassero oltre Mola scortate da truppe messe sotto il comando del tenente colonnello Viti dei dragoni. Ancora volle che il primo tenente d’Andrea dello stato maggiore, distruggesse la scafa di Suio e facesse ricognizione del fiume fino a S. Apollinara. Comandò pure che nel campo una determinata rete eli sentieri si facesse, acciò e cavalieri e fanti potessero agevolmente passarvi anche di notte, e si aprissero da per ogni dove strade di comunicazione. Poco poi egli il comandante in capo fece rassegna generale di tutto 1 esercito ed ordinò il campo. Perché furono collocate, le batterie num° 1 e G, a scaglioni sulla destra del ponte; quella num° 4 sulla sinistra mettendo due obici sul ponte: l’altra num° 3 dopo quella nuni0 4, valendosi di un parapetto antecedentemente fatto;

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quella num.° 13 al primo gomito del fiume più dappresso alla via consolare di Cascano; la batteria num° 5 con i due parchi dietro l’accampamento dei fantaccini e delle restanti artiglierie di montagna, ciascuna batteria seguitò a stare con le proprie divisioni. Ancora fu posto a difendere le artiglierie e guardar la riva destra del fiume un lungo e fitto fitto cordone di cacciatori. La prima divisione del Colonna fu messa in ordine di battaglia a dugento metri dal fiume. La seconda divisione del Won Mechel prese posizione a pie del monte Tufo e guardava lo sbocco di Suio, ove si mandò uno squadrone del terzo dei dragoni, e la valle che mena alle Fratte. La dritta di questa divisione era appoggiata su la sinistra della prima. Le seconde brigate della 3a e 4 divisione, furon disposte anch'esse in battaglia su di una linea parallela a quella della prima divisione. La cavalleria misesi anche in battaglia dietro i parchi di artiglieria. Disposto in questa forma il campa, Re Francesco con un proclama fece pubblicare di mezzo all’esercito le ragioni per cui esso oggi stava sul Garigliano e inculcavagli di seguitare a combattere eon fede e con valore in difesa della causa del dritto, dell'onore, della religione e punto non si scoraggiassero, ché i nemici nuovamente arrivati erano quegli stessi che sotto mentito nome erano stati vinti a Triflisco, a Caiazzo e a Capua (118). Poco dopo Egli coi Reali principi si recò nel campo e di sua presenza rallegrò le truppe che si mostravano sempre ardenti di gloria militare.

Due fregate ad elica e quattro Piroscafi piemontesi si videro verso Mondragone. Appena si scorsero se ne avvisò l’ammiraglio della squadra francese, il quale di li a poco spedì la pirofregata Descartes presso la foce del Garigliano

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per osservare le mosse delle navi piemontesi ch'erano sotto gli ordini del viceammiraglio Persano. Poco stante i legni sardi si misero in cammino dirigendosi verso Gaeta. L ammiraglio francese Barbier-de-Tinan, come videli avvicinare, facendo segni al vascello il Redoutable, che veniva in quel momento da Beyrut, gli comandò di non gittar le ancore e di andar tosto incontro alle navi sarde e proibir loro il cammino dal Garigliano a Sperlonga. E visto il Tinan che le navi piemontesi non si fermavano, fatto riunire al Redoutable il vascello S. Louis e la Pirofregata Descartes, in ordine di combattimento, loro ingiunse di combatter contro l'armata sarda se non curasse il divieto: ed egli ancora coi vascelli La Bretagne e l'Imperiai era pronto a battagliare. Ma i legni sardi rinsaviti presero il largo, ed allontanatisi, quei di Francia, salvo la Descartes che restò ad incrociare presso la foce del Garigliano, tornarono nella rada di Gaeta. Re Francesco ch'era sul Garigliano viste queste cose ordinò per telegrafo al ministro della marina di andare su la nave la Bretagne, renderne grazie all'ammiraglio Tinan e pregarlo ch'esprimesse la sua gratitudine all'Imperadore. Intanto il ministro degli affari esteri per mezzo del console Galera ch'era in Roma, fece sapere alle legazioni di Londra, Madrid, Brusselles, Berlino, Pietroburgo, Vienna e Roma il combattimento ch'erasi avuto coi sardi nel giorno precedente e l'esito di (isso, perché le corti straniere sapessero le opere del novello nemico che doveva l'esercito napolitano combattere (119).

Da ultimo diciamo che in sulla mezzanotte, il tenente Avolio dello stato maggiore recò al capitano Ferdinando de Rosenheim in S. Nicola l'ordine Sovrano di minare e far saltare in aria il gran ponte di Pontecorvo.

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Ma poiché questi disse non poter adempire il mandato senza i mezzi necessari, l'Avolio ritornò in Gaeta per ragguagliarne il Re.

28 ottobre

Il generale in capo che alloggiava in Scauri si recò nel campo; fece egli proprio ricognizione dei luoghi ove la seconda divisione era accampata; comandò al Won Mechel di guardar bene la valle e di essere militarmente congiunto con la prima divisione che doveva prestargli aiuto in ogni occorrenza; fè tagliare tutti gli alberi che nel terreno della sinistra sponda del Garigliano impedivano di vedere i movimenti del nemico e volle di persona assicurarsi se su tutto lo spazio del campo erano fatte le vie per cavalli e pedoni, e se sul rivo Arecari erano stati messi piccoli ponti con zattere. Più tardi con una manifestazione all’esercito cercò lustrare alle soldatesche essere egli presto sì a premiare coloro che si facevano ammirare per valore e fede militare, come a punire quelli che avessero trasgredito, o adempissero con tiepidezza, gli obblighi del loro ufficio e del loro grado (120). Il comando delle truppe nel campo era affidato al maresciallo Gaetano Afanderivera, il quale, adducendo false ragioni, domandò più volte a voce ed in iscritto che altri in sua vece l’avesse. Il generale in capo diedelo al maresciallo Colonna ed impose allo Afanderivera di recarsi là ov'era la prima brigata della sua divisione. Il commessario ordinatore Rocchi per comando del Sovrano fu richiamato in Gaeta e l'altro Tiscar fu scelto in luogo di lui a dirigere 1'amministrazione del corpo di esercito.

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Nel tempo stesso giunse al campo il Visconte Michele Adolfo Pelet de Lautrec, ed il Salzano palesando all'esercito che il Re avevalo nominato capitano miselo presso il colonnello de Mortillet che comandava la seconda brigata della seconda divisione (121). Lo squadrone del terzo dragoni che stava in Suio ebbe ordine di ritornare nel campo e la posizione fu occupata da due compagnie di uno dei battaglioni della brigata del Polizzy e (la mezzo squadrone del primo degli ussari. Al comandante di questa piccola colonna fu commesso di esplorare i movimenti dei nemico. far ricognizioni a discreta distanza ed in caso di pugna ripiegare in bch'ordine sulle truppe del de Mortillet. Uno squadrone di lancieri, scambiò quello dei cacciatori a cavallo ch'era con la terza divisione, il quale fu aggiunto alla seconda. Dallo squadrone di lancieri teste nominato fu staccato un plotone e mandato al tenente colonnello de Lozza che comandava la 1 brigata della terza divisione.

Intanto il direttore della guerra, da Gaeta, non tralasciò di pensare a far trincerare la posizione di Mola e precipuamente l’entrata del borgo. Egli spedi colà il capitano Quandel del genio con l'incarico di vedere e di proporre quali lavori dovessero farsi. E poiché il generale in capo aveva anch'egli fin dal precedente giorno spedito colà il maggiore Sangro ed i capitani Anfora e Sponzilli del genio pel medesimo fine, questi insieme al Quandel fecero ricognizione di quei luoghi e ne stabilirono le opere. Quandel ritornò in Gaeta per informare di tutto il direttore della guerra ed i rimanenti uffiziali del genio fecero alacremente eseguire quanto avevano in lor mente fermato. Essi costruirono due trinceramenti di fabbrica preceduti da fossate e ciascuno con una cannoniera per poter sparare lungo la strada che sta innanzi al borgo:

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chiusero tutti i vani delle prime case e vi aprirono feritoie per poter molestare al coperto il nemico: alzarono una banchina dietro i muri dei giardini che da esse case si estendevano fino alla collina di S. Antonio: elevarono due barricate nel paese per chiudere la comunicazione tra due strade laterali con la principale ch'è la via consolare; sfondarono le mura di molte case per poter passare dall’una all’altra e così, aver sicura ritirata: fecero una strada per la quale potessero le artiglierie salir su la collina S. Antonio; sulla cima di essa collocarono una batteria e fortificarono la strada di Maranola, costruendovi un dente per dugento uomini con un cannone sulla linea capitale per opporre resistenza a qualsivoglia aggressione che potesse farsi per la strada di Roccaguglielma. E vuolsi notare che gli ufficiali del genio non proposero difese che servissero a guardar Mola dal lato di mare, perciocché confidavano nch'ammiraglio francese, il quale affermava essergli stato ordinato dal suo Imperatore di guarentire ai napoletani il mare dal Garigliano a Sperlonga.

Dopo il termine del suo congedo giunse in Gaeta il Conte Kleist. de Loss ministro del Re di Sassonia accreditato presso la corte di Napoli, il quale presentò in nome del suo Sovrano a Re Francesco le insegne dell'ordine cavalleresco di quella Real casa. Tanta cortesia fu avuta in gran pregio ed estimazione ponendosi, mente al tempo nel quale usavasi.

Il generale Casella scrisse al Salzano S. Germano essere in agitazione e stare truppa nemica al di là del Liri e di Pontecorvo, onde, oltre lo sbocco di Maranola già fortificato, convenire guardar Trivio e Castellonorato perché egli in nome del Re

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comandò che il capitano Andruzzi con quattro minatori e due cantara di polvere andasse insieme all’altro capitano Ferdinando de Rosenheim a distruggere con una mina il ponte di fabbrica posto sul Liri in Pontecorvo, e la soldatesca del maggiore Pagano ch'età in Isoletta ne proteggesse l'opera. Ed egli in qualità ancora di ministro degli affari esteri notificò al console Galera in Civitavecchia di far sapere al generale conte Cutrofiano ch'era in Parigi quanto aveva operato nel dì precedente l'ammiraglio Tinan ed ingiungergli in nome del Re di andare di persona dall'Imperatore, per ringraziarlo e domandargli altresì che mandasse milizie francesi in aiuto delle napolitane (122).

29 ottobre

All'alba la soldatesca del Pagano ed i capitani Andruzzi e. de Rosenheim erano in Pontecorvo per adempire il mandato ricevuto da Re Francesco nel giorno innanti. Pontecorvo giace sulla riva sinistra del Liri che la divide da un' esteso sobborgo. Il quale è unito alla città, mercé un ponte di fabbrica di antica costruzione con dieci luci, ch'era quello appunto che volevasi distruggere. Appena fu divulgata la nuova che quel ponte doveva farsi crollare i naturali di Pontecorvo ne furono a buon diritto attristati. Vedevi genti d’ogni. sesso e condizione, dolenti di quella necessità di guerra, correre precipitose da un capo all'altro della città per vedere quei del sobborgo ai quali erano ligate per ragioni di commercio, di parentela, di negozi. Intanto i napolitani, indagato ove stessero i piemontesi, e saputo ch'essi erano assai lungi e che i posti più avanzati stavano in S. Vittore, deliberarono di minare regolarmente il ponte senza ricorrere alla maniera di farlo saltare con una mina in aria.

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Incontanente fu fatta opera per aprire i cassonetti nelle incosciature dei piloni dell'arco maggiore del ponte e vennero concedute due ore di tempo a tutti gli abitanti che volessero tramutarsi con le loro masserizie dal sobborgo in città e viceversa. Aperti i cassonetti di forma cubica, ciascuno del volume di un cantaro di polvere, si fece che i centri di figura di quei cubi stessero a sette palmi dal piano di calpestio del ponte e congiunti di poi con una cordamiccia, questa si ricoprì con un involucro di tela lungo la borratura. Divisa tale corda per metà, dal punto dì mero fu fatta partire la miccia comune ad ambo i cassonetti, e fatti allontanare tutti si appiccò il fuoco alla miccia. Dopo sedici minuti secondi lo scoppiar della mina e le macerie del ponte che con gran tonfi cadevano annunziarono ch'esso non era più. Eseguito in siffatta maniera il volere di Re Francesco la milizia napolitana ritornò ai suoi alloggiamenti.

Il direttore della guerra scrisse pel Re Francesco un' altro dei suoi memorandum, col quale disse dover l'esercito sul Garigliano far guerra difensiva, però non dover' esso rischiar battaglia, ma fare tali cose di cui qui non accade far menzione, essendo state già disposte dal generale in capo (123).

Verso le nove ore del mattino i posti avanzati napolitani ch'erano di là del ponte videro venire contro loro truppa nemica maggiore in numero di quella che d'ordinario appariva. Il generale Negri che stava a cavallo per invigilare che le artiglierie fossero state ben collocate nella maniera prescritta dal generale in capo si cacciò oltre la linea dei posti più vicini all'oste avversa per assicurarsi di persona delle sue mosse. Egli era accompagnato dal tenente colonnello Salazar e capitano Giovanni Afanderivera di artiglieria.

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E, visto che appressatasi una colonna di cavalleria nemica forte di cinque squadroni, fece consapevole di ciò il maresciallo Colonna che comandava il campo. Il quale incontanente fece dar di piglio alle anni a tutta la soldatesca; rafforzò i posti avanzati con uno squadrone del primo reggimento degli ussari; fece inoltrare verso il ponte tutta la cavalleria del campo? mise ili ordine di colonna per plotoni molto vicino ad esso ponte due squadroni di lancieri e rese più fitto il cordone dei cacciatori che dovevano difendere tutta la riva destra del Garigliano. I sardi fatto ritirare la loro cavalleria inoltrarono con tre colonne di fanti precedute da bersaglieri col chiaro intendimento di far forza ad un tempo contro i lati ed il centro del campo dei napolitani. Dei quali i posti avanzati, che si componevano del secondo dei cacciatori, di tre squadroni dì lancieri ed uno del primo degli ussari, in veggendo avvicinare il nemico, ordinati a difesa, cominciarono nn vivissimo sparo d’archibugi. In questo i piemontesi accresciuti di numero azzuffaronsi coi napolitani. Il Colonna voleva dapprima mandar sopra al nemico tutta la cavalleria, ma posto mente che la ritirata non poteva compiersi in ordine, che il suolo del ponte era stato scomposto, come abbiam detto innanzi, giudicò più savio consiglio di ordinare che la truppa ch'era di posto avanzato piegasse e si combattesse l’inimico dalla destra riva del fiume. La soldatesca ch'ebbe l'ordine di ritirarsi, indietreggiò, combattendo, siffattamente che la cavalleria piemontese non osò di caricarla. Appena i sardi furono alla maggior passata delle artiglierie napolitane, queste cominciarono a tuonare con grande strepito. Allora s'accrebber l'ire ed il combattimento fecesi sanguinoso e feroce.

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I piemontesi, simulando con piccole colonne di voler combattere i napolitani ai fianchi, divisavano con forti masse di truppa guerreggiare contro il centro per impadronirsi del ponte e passarlo di viva forza. Perché cresciuto il numero dei loro bersaglieri e, distendendoli a destra e a sinistra della strada consolare, li fecero si audacemente inoltrare che alcuni di essi pervennero dal limitar del ponte, dopo di avere ucciso con le loro archibugiate quasi tutti gl'inservienti delle due bocche da fuoco che guardavano quel passo. Ma l'opera pronta ed efficace delle artiglierie della batteria num.° 3 del capitano Corsi (chiamata in fretta a difendere il ponte) valse a disperdere e ad uccidere i più animosi dei bersaglieri nemici. In questo l'artiglieria sarda cominciò a cannoneggiare quella avversa e la zuffa fu sì spietata, che per lo denso fumo, non si vedevano più i combattenti tra loro. Fra tanto rimbombo i bersaglieri sardi rapidamente camminando e riparandosi dietro i rialti che incontravano nel terreno cercavano uccidere i cannonieri avversi. Ma lo sparo delle artiglierie napolitane, le quali con tiri di ottima direzione facevano strage dei nemici più ardimentosi e il trar continuo degli archibusieri che le difendevano, non permisero ai piemontesi d'impadronirsi del ponte. Tre volte essi cercarono di farlo e tre volte furono respinti. E poiché dopo tutto questo il combattimento durava ancora, il Barbalonga fatto collocare più alla sinistra del campo la batteria num° 13 e due compagnie del decimoquarto dei cacciatori ordinò loro di sparar contro il nemico. Il quale percosso in siffatta guisa di fronte e di rovescio, sgominato perdette il campo.

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E così quel ponte che altra volta difeso da' francesi gli spagnuoli passarono con valore, questa fiata da napolitani protetto, i piemontesi non guadagnarono (124). La soldatesca del Colonna più vicina al ponte passata all’opposta sponda e fattasi ad inseguire il nemico fuggente ben quaranta di essi fece prigione. Fu sventura che per la ragione che qui innanzi abbiam detto la cavalleria napolitana non potette operare, che al certo la vittoria sarebbe stata più splendida. Poco poi gran numero di drappelli di soldati napolitani si fecero ammirare per nobili pruove che dettero di umanità. 1 quali, andati al di là del ponte, raccolsero i feriti nemici in quella maniera che il generale Bertolini capo dello stato maggiore aveva lor«, esortandoli all'opera virtuosa, additato (125). Il cordone dei cacciatori e dei soldati del terzo dei fanti continuò a serbare le sue posizioni, ond'essere pronto ad efficace resistenza, se l'avversario si fosse fatto ad aggredir nuovamente il campo. Al dir dei prigionieri piemontesi la loro oste che aveva combattuta era stata comandata dal generale Cialdini ed era tutto l’antiguardo del loro esercito.

In questa avventurosa giornata nella quale if: coraggio dimostrato dai vinti accrebbe la gloria dei vincitori, i primi, come affermarono gli stessi loro prigionieri, patirono gravi danni, rispetto ai quali pochi al certo furon quelli toccati ai secondi. La maggiore delle perdite dei napolitani fu quella del giovane e valoroso generale di artiglieria Matteo Negri, che ferito al piede in sul cominciar della pugna gli venne poi da palla d’archibugio trapassato il ventre. Il quale portato in una prossima casina e poscia in Scauri, si morì in sul far di sera tra le braccia d'uno degli inconsolabili germani e di molti compagni d'arme.

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Egli fu giovane certamente di belle speranze per le maschie e peregrine virtù dell'animo ond’era adorno. La sua salma fu trasportata in Gaeta e, portata su gli omeri dai suoi compagni d’arme, fu con grande onore seppellita nel Duomo in un monumento, che rizzogli Re Francesco in memoria delle sue virtù (126). Il generale in capo che non era stato presente al combattimento di questo dì, perché con alcuni uffiziali dello stato maggiore era ito di buon mattino a far ricognizione sulla strada delle Fratte, giunto' nel campo dispose molte cose attenenti alla difesa. E però comandò che tutte le artiglierie fossero collocate dietro opportuni ripari; ordinò che fossero costrutti degli spalleggiamenti dietro i quali i cacciatori potessero al coperto proteggere le artiglierie ed osteggiare al nemico il passaggio dal fiume; volle che a più lunga distanza fossero tagliati gli alberi ch'erano di ostacolo, tanto all'esplorazioni di vista, quanto ai movimenti della truppa, ed ingiunse di distruggere, subito tutte le scale non ancora tolte acciò il nemico non potesse traghettare agevolmente il fiume. Due ore dopo il meriggio Re Francesco onorò di sua presenza il campo ed ebbe lungo colloquio col Salzano. Era opinione de’ colti uffiziali dello esercito napolitano che i piemontesi per la via di S. Germano e Pontecorvo fossero venuti alle spalle del campo per istaccar l'esercito da Gaeta. Ma i sardi, gagliardamente respinti dal Garigliano, non osarono di operar movimento strategico per guerreggiare alle spalle dei loro nemici. Ed il Salzano, posto mente alle posizioni del suo esercito, comprese bene che sarebbe venuto in difficili condizioni, se milizie nemiche da S. Germano per Pontecorvo riuscissero avanti Itri evitando Isoletta e S. Andrea.

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E però volle che si compissero in fretta i lavori di S. Nicola ed ivi la dimane si recò egli stesso per farvi ricognizione. Sebbene i lavori in S. Nicola non fossero del tutto compiti pur egli è mestieri qui discorrerne, acciò i nostri lettori sapessero quali opere colà si facevano. Ed innanzi tutto vogliamo dire per qual ragione Re Ferdinando Il di Borbone costruir fece quella traversa che CivitaFarnese si appella, e sulla quale sono le gole che si volevano all'orzare per valorarne la difesa. Arce era uno de’ punti più strategici del Regno delle Sicilie, poiché da esso si diramavano tre grandi strade; una che per Sora mena nella valle di Roveto e negli Abruzzi; un'altra che per Ceprano va negli stati della Chiesa; la terza che per Sangermano conduce a Capua. Re Ferdinando II negli ultimi anni del suo Regno volle che con opere di fortificazione permanente si assicurasse il possesso di questo punto nel quale dai tempi di. Manfredi sino a quelli del Murat avvennero sempre strepitosi fatti di guerra. E però un dotto uffiziale del genio, dir vogliamo il colonnello Trauiazza, disegnò la costruzione d’una fortezza sul palmo del colle d’Aspra presso Isoletta. E se questo disegno discusso e controverso non fu attuato, ne fu cagione la rivoltura che avvenne nel Reame. Intanto Re Ferdinando per mettere in comunicazione la immaginata fortezza con quella di Gaeta, la quale sarebbe stata distante dalla prima per due soli giorni di cammino, da Itri fece aprire una scorciatoia in larga strada cui fu dato il nome di Civita-Farnese. La quale passando per Pico Farnese antico feudo di casa Borbone e toccato S. Giovanni Incarico. si congiunge con la via consolare clic conduce ad Arce. Essa scorciatoia fin presso Campodimele si estende quasi in dritta linea,

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poscia si ritorce per molte svolte ai fianchi di monti assai ripidi e boscosi, traversa in S. Nicola una roccia tagliata, e da queste gole che sono al culmine della strada, discende insino ad Itri. A cavaliere della prima svolta e propriamente nel gomito che essa forma con la seconda sta una prominenza spianata in cima che guarda tutta la valle sottoposta fino a Campodimele. Quivi si alzava una batteria per tre cannoni, dei quali due miravano a colpir per diritto la valle e di fianco la linea diretta della scorciatoia, e l'altro a percuotere questa di rovescio. A piè del rialto, che trovasi a destra di chi passa le gole per camminar verso Gaeta, si elevava altra batteria di tre cannoni per isparare di rovescio sopra la prima svolta e d'infilata su la terza, e far tendere pure i loro colpi nello spazio di terreno racchiuso tra i monti. Finalmente altra batteria di due bocche da fuoco rizzavasi dopo le gole nel medesimo lato destro più indietro alle due già descritte ed in sito poco eminente, per fulminare le gole nel momento che un nemico accingevasi a passar per esse e dare cosi tempo di trasportare i cannoni della seconda batteria ov'era la terza mercè una via provvisoria appositamente costrutta. Innanzi la seconda, batteria s'erano sparsi sul terreno molti alberi di che abbondavano quei colli e quelle gole. I quali erano di ostacolo a chi voleva assaltar le batterie, e davano opportunità di travagliare al coperto 1inimico con incessanti colpi d'archibugi. In siffatta guisa fortificate le gole di S. Nicola esse costituivano la più forte posizione di tutta la traversa Civita-Farnese ed avrebbero potuto per più giorni contenere l'urto di un nemico audace che fosse venuto a far forza contro di esse. Tornato il Salzano da S. Nicola comandò che il primo reggimento dei dragoni accantonasse tra Arce, Isoletta, S. GiovanniIncarico, Pico e Campodimele; il secondo rimanesse al Garigliano ed il terzo alloggiasse tra Itri e Fondi.

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Il tenente colonnello Armenio significò al Salzano avergli riferito un villico i piemontesi accingersi a girare il fianco sinistro del campo per la via delle Fratte e di Castelforte. Il generale in capo saputo ciò manifestò al Colonna ed al tenente colonnello de Lozza, alla cui brigata apparteneva l’Armenio, che ove l’inimica volesse attaccar pugna per la strada di Castelforte, la brigata estera dei de Mortillet che teneva i posti avanzati in Suio se ne sarebbe senza dubbio accorta. E, poiché esso nemico sarebbe venuto con poca gente e senza artiglierie, ché i sentieri pei quali doveva camminare erano aspri e poco praticabili, le truppe del de Mortillet sarebbero state bastanti per combatterlo. Oltre a ciò disse convenire guardar bene S. Maria di Leffola detta volgarmente degli infanti, e però la dimane il de Torrenteros capitano dello stato maggiore avrebbe allogato nella maniera da lui creduta acconcia la milizia e l'artiglieria ch'era in Traetto. Due persone passarono a nuoto il Garigliano con grave rischio di lor vita ed entrarono nel campo. Erano due gendarmi che fuggiti con altri otto loro compagni da Napoli avevano traversato il campo nemico in abito borghese sprezzando ogni pericolo per venire a militare sotto le bandiere della indipendenza della patria. I loro compagni per non saper di nuoto erano rimasi all'opposta sponda del fiume ed ivi si tenevano celati. Onde il capitano Prinzivalli della gendarmeria ebbe l'incarico di renderne loro facile il passaggio e consegnarli al prevosto generale del campo acciò li spedisse al corpo.

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30 ottobre

Il Salzano manifestò al Re una quantità di segnali con razzi farsi tra l'esercito nemico e la sua flotta che bordeggiava alla foce del Garigliano; la truppa piemontese sommare a circa trentamila combattenti componenti tre divisioni e la flotta aver soldati a bordo. Inoltre dissegli in Pontecorvo, se volevasi prestar fede alle notizie ricevute dal generale Liguoro che guardava Mola concentrarsi forze nemiche, le quali sebbene si fosse fatto saltare in aria il ponte di Pontecorvo, pure facilmente esse potevano in altro sito passare il fiume, e però convenire di guardare assai meglio la posizione di S. Nicola, la cui difesa era confidata a scarso numero di milizia ed a volontari disarmati. Perché egli il Salzano commise al capitano Andruzzi del genio di far ricognizione del Garigliano da Isoletta fino a Pontecorvo e riferire quali fossero i punti più facili a potersi guadare dai sardi. Poco poi egli medesimo col tenente colonnello Giobbe andò ad esplorare tutti i dintorni di S. Nicola per vedere quali cose dovessero farsi per meglio rafforzare quella posizione. Il colonnello Lagrange dopo faticoso cammino aveva lasciato la valle di Roveto ed era in Arce, ove aveva messo campo per difendere tutta la pianura che da Sangerinano distendesi al fiume Liri.

L'armata piemontese con pontoni a rimorchio si mostrò novellamente nelle acque di Gaeta e presso la foce del Garigliano. Appena essa apparve le si fece incontro Tammiraglio Tinan còn tutte le sue navi. Le quali si collocarono rimpetto alle piemontesi per impedir loro ogni opera. E così stettero le une e le altre anche il giorno seguente e l’altro che gli succedette fino al tramontar del sole.


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Mentre i napoletani erano intesi ad impedire al nemico il passaggio di S. Nicola ed aspettavano di essere provocati a battagliare, nel campo piemontese scorgevasi un continuo affaticarsi e vedèvansi in bell'ordine erette tende in gran numero. Alcuni bersaglieri sardi avevano occupato la torre che sta presso la foce del Garigliano sulla sinistra sponda e di là tiravano di tratto in tratto delle archibugiate contro il cordone dei cacciatori napolitani. Il capitano Antonini che con un drappello dell'ottavo dei cacciatori stava in Suio, riferì vedersi molta truppa nemica che da Sessa andava per la via consolare sul Garigliano e piroscafi da Mondragone correre verso la medesima direzione. Poco dopo il Won Mechel propose al Salzano per mezzo del capitano Luvarà dello stato maggiore (126 bis) di disporre la brigata del Polizzy a scaglioni sulla dritta di quella del de Mortillet. Il generale in capo consentendo a ciò disse al Colonna che si facesse. Intanto il de Torrenteros dello stato maggiore, cui il Salzano aveva confidato di collocare nel modo che a lui paresse più acconcio le soldatesche di Traetto, tornato al campo manifestò aver lasciato colà una compagnia del decimoprimo dei cacciatori; aver collocato sulla cima del piccolo monte che domina la valle delle Fratte i quattro cannoni della brigata del de Lozza guardati da una compagnia di cacciatori; sulla collina rimpetto a tal monte aver messo due compagnie di cacciatori; altre due averle fatte alloggiare nel villaggio di Bulgarini per guardare ad un tempo la via delle Fratte e quella di Castelforte ed aver comandato che il de Lozza alloggiasse in Tufo. Il capitano Mellini del quinto dei cacciatori ebbe incarico di distruggere la scafa ch'era in S. Giorgio. Vi andò con la propria compagnia e colà saputo che nella seguente notte sarebbero arrivati i nemici, per non essere sorpreso, divisò di portarla altrove e bruciarla.

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Egli fatto consapevole essere altre scafe in S. Ambrogio, al Cerro di S. Marco ed in S. Apollinare, corse difilato a distruggerle, sebbene disastrose fossero le vie che doveva camminare. S. A. Reale il Conte di Caserta andò nel campo e restò a pernottare in esso sotto un padiglione alzato propriamente là ov'era la batteria n° 4 del maggiore Baccher.

31 ottobre

Il ministro della guerra inculcò al Salzano di ordinare che gli uffiziali dello stato maggiore del maresciallo Gaetano Afanderivera e del brigadiere Marulli esplorassero il terreno che le loro truppe dovevano difendere, e non s'incurassero di quella parte che confina al mare, che le navi di Francia guarentirebbero ai napoletani la marina dal Garigliano fino a Sperlonga. Ed il comandante in capo adempito la volontà del ministro scrisse al Re un lungo memorandum. In esso tenuto parola della ricognizione da lui fatta in S. Nicola il giorno innanti lodò le opere che colà si facevano, disse doversi in tutta fretta compierle e collocarvi le artiglierie; essere forza di occupare con truppe leggiere la montagna boscosa che sta a sinistra di esse opere e le signoreggia; convenire farsi padrone dell'altra montagna a destra e armare i volontari per difenderla; bisognare con opera di mine tagliare le falde di questo monte per impedire che il nemico venendo da Pontecorvo potesse valersene; farsi un trinceramento al disotto di esse opere; mandarsi armi e vesti ai volontari, formarli meglio e provvederli di nutrimento.

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Avvisò ancora di trar partito da tutto e di tutti e però tornare utile armare i popoli che caldeggiavano la indipendenza della patria, di accender guerra di partito e far rivivere i celebrati condottieri di masse che tanto si fecero notare nel 1799; di chiamare alle armi il Reame intero per combattere il nemico ed imitare la Spagna quando nel principio di questo secolo tutta si mosse in difendere l’antica sua monarchia (127).

A nove ore del mattino il Colonna comandante del campo, veggendo venire verso il Garigliano fitto cordone di bersaglieri nemici, fece dar di piglio alle armi a tutta la soldatesca. Ma poco poi per essersi i piemontési ritirati, il campo dei napolitani videsi tornare in calma. Più tardi Re Francesco rescrivendo al Salzano intorno a quello che questi avevagli manifestato il giorno innanti, disse in Pontecorvo non esservi nemici; doversi guardar Suio e S. Apollinare; esser utile di sapere se i sardi avessero equipaggio di ponti; convenire distruggere, non il ferro, ma il legname del ponte alla foce del Garigliano e doversi avere come cosa non dubbia la protezione delle navi francesi dal Garigliano a Sperlonga. Il generale in capo ito nel mezzo del campo comandò, il maggiore Ferrara del genio andasse con alquanti zappatori in Spigno per distruggere il ponte che ivi era; si alzasse un riparo per collocare artiglierie là ov'era la foce del fiume per contrastarne l'entrata; si collocassero quattro cannoni al così detto Colosseo per isparare più dappresso contro di essa, e la gendarmeria delle Fratte bruciasse i sandoli che si dicevano rimasi in S. Ambrogio. Intanto i posti avanzati d'ambe le parti contendenti non cessavano dal trarre archibugiate, per le quali dall’una parte e dall’altra accadevano sovente morti e ferimenti.

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Il maggiore Pagano che guardava Isoletta, riferì al Salzano persona di sua fiducia spedita a spiare in Pontecorvo aver detto essere colà arrivata una lettera provvedente da Sora ed indirizzata ad un tal Mario Prigiano, con la quale si affermava ch'erano per giungere colà seimila piemontesi, e in colle S. Magno sópra Roccasecca prepararsi provvigioni pel nemico. Il generale in capo. scrisse queste notizie al ministro della guerra ed inculcò ai Pagano di crescere ancora più la vigilanza La traversa Civita Farnese militarmente congiunta al campo del Garigliano era difesa così. In Arce era la brigata dei volontari del Lagrange; in Isoletta il battaglione della fanteria di marina, due squadroni dei primo reggimento degli. ussari ed una compagnia di artiglieria; in S. Giovanni Incarico e Pico tutta la gendarmeria, un battaglione del decimoquarto dei fanti ed uno squadrone del primo dei dragoni; in S. Nicola un battaglione del quattordicesimo reggimento di fanti, un drappello di artiglieria ed un altro del genio. Di tutte queste truppe poste a difendere la traversa in parola n'ebbe il comando prima il generale Marulli e poi l’altro Grenet, al quale fu comandato di difendere Isoletta con vigoria ed ove il nemico, o la superasse, o passando il Liri in Pontecorvo, camminando per aspre e mal preparate vie, la evitasse, corresse difilato in Pico e combattendo indietreggiasse fino a Campodimele. Quivi giunto celeremente andasse innanzi le gole di S. Nicola e vi prendesse posizione per combattere il nemico con vantaggio, e da ultimo facesse strenua difesa nelle gole stesse e nel terreno boscoso che quelle circonda (128).

Il Lagrange fece sapere al Re una colonna di piemontesi camminare per S. Germano verso lui ed altra gente garibaldina venire da Atina,

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ond’egli non potendo combattere nel medesimo tempo i due nemici aveva stimato di ritirarsi in Isoletta (129). Poco poi il capitano Carrelli in nome del Sovrano gli significò che certamente sarebbesi fatta guerra in Sora e Pontecorvo e però cercasse di tormentar l'inimico nel cammino (130). Ed egli rescrivendo al Carrelli nel di seguente da Pontecorvo disse che avrebbe strenuamente difeso quel paese e poscia travagliato il fianco del nemico se attaccasse pugna in Isoletta (131).

Re Francesco intanto sicuro della protezione francese della quale aveva avuto pruova nei giorni innanzi, temeva solo che la squadra sarda non potendo operare sulla pianura del Garigliano, sbarcasse truppa sulla spiaggia da Sperlonga a Terracina. Perché comandò che il capitano de Nora del genio andasse ad esplorare quei luoghi e vi situasse quattrocento gendarmi nella maniera che gli paresse più utile. Il de Nora adempì il mandato ricevuto e percorsa tutta quanta quella spiaggia la reputò propizia ad uno sbarco di nemici, si pei vari viottoli che mettono sulle colline, come pel bosco del principe di Fondi che poteva tener celato il cammino che avrebbero fatto. Egli non potendo guardare tutti gli sbocchi per lo scarso numero di difensori, per la mancanza d'acqua e per la difficoltà di far giungere in quei siti i cibari, si contentò di collocare cencinquanta gendarmi a Sperlonga e situò piccoli posti ognuno di dodici uomini alla Torre di S. Agostino, alla dogana del sale e sulla grotta detta di Tiberio, affinché vedessero le mosse del nemico e ne avvertissero la soldatesca che stava in Itri e Fondi. E poiché detti posti non potevano nella notte scorgerle, mise altri dugento gendarmi nel bosco e propriamente nel punto ove si annodano le varie vie.

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Inoltre Egli il Re fece sapere al colonnello della Rocca, che per un'altra missione aveva spedito in Roma, il felice combattimento del 29 ottobre e la vittoria riportata su i sardi. Aggiunse che a questa vittoria di leggieri succederebbe una sconfitta, se il forte esercito piemontese con migliore strategia facesse forza contro il campo del Garigliano. Però dissegli che facesse istanza presso il generale Govon per ottenere che la Francia, siccome per mare difendeva i napolitani, difendesseli ancora per terra (132). Poco poi rivolse all'esercito sì commoventi parole, che in udirle più volte esso gridò: viva il Re.

«Soldati! Quando dopo due mesi di slanci generosi, di abnegazione perfetta, di stenti e fatiche, credevamo compiere l'opera nostra, distruggendo ed abbattendo la invasione rivoluzionaria nel nostro paese, giunge un esercito regolare di un Sovrano amico, che col minacciare la nostra linea di ritirata ci ha obbligati ad abbandonare le nostre posizioni. Checchessia di tali fatti la Europa nel valutarli e deciderli, non potrà fare a meno di apprezzare il valore e la fede di un pugno di bravi, che opponendosi alle a seduzioni dei perfidi ed alle armi di due eserciti, ha saputo non solo tener fermo, ma illustrare altresì la storia dell'esercito napolitano coi nomi di Santamaria, Caiazzo, Triflisco, Santangelo, Garigliano ed altri, a Tali fatti resteranno indelebilmente scolpiti nel mio u cuore. A renderne duratura la memoria sarà coniata una medaglia di bronzo colla scritta: Campagna di settembre ed ottobre 1860 e sul rovescio Santamaria, Caiazzo, Triflisco, Santangelo, Garigliano, ecc.; pendente da nastro bleu e rosso, la quale fregiando gli onorati vostri petti, rammenterà a tutti la fede ed il valore che sarà mai sempre argomento di gloria a quelli che avranno lo stesso vostro nome.

«Gaeta 3 ottobre 1860»

Firmato – FRANCESCO

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1 novembre.

I posti avanzati dei napolitani e dei sardi sparavano continue archibugiate e vicendevolmente si molestavano. Tre ore dopo il meriggio arrivò in Scauri il decimosesto dei cacciatori con S. A, il conte di Trani generale di brigata ed ivi si accantonò. Il quale unitosi al germano di lui il conte di Caserta, che stava nel campo, ripartirono insieme per Gaeta. In questo il generale in capo ricevette dal Re avviso che l’ammiraglio francese questo dì e quello appresso non poteva impedire sbarco di truppe piemontesi (133). Nel tempo stesso il prevosto generale del campo gli notificò aver scritto l'uffiziale di gendarmeria di Pontecorvo che in quella città parlavasi del prossimo arrivo d'una colonna di truppe sarde e che i rivoluzionari di colà ricevevano questa nuova con gioia. Il generale in capo andò in Gaeta accompagnato dal tenente colonnello delli Franci e dal suo aiutante di campo per conferire col Re, e giunto in quella piazza tenne pur parola al Sovrano di ciò che aveva saputo dal prevosto generale del campo. Ritornato il Salzano in Scauri seppe che il nemico aveva messo più innanzi i suoi posti avanzati ed aveva occupato due casine assai poco lontane dalla sponda sinistra del fiume rimpetto a Suio. Il Lagrange, saputo i piemontesi essere in Mignano e Sangermano, con otto compagnie di volontari, quattro cannoni ed uno squadrone di dragoni si mosse da Arce per investirli d'improvviso nei loro alloggiamenti; ma l'opera sua fu vana, ché quei paesi erano affatto sgombri di milizie piemontesi. Egli voleva allora correre difilato in Teano ove i prigionieri napolitani erano custoditi da pochi sardi; ma considerate bene le sue forze, desistette da quel pensiero.

Un'ora prima della mezzanotte l'armata sarda cominciò a far tuonare i cannoni contro il campo dei napolitani. Invano si sperò aiuto dalla squadra francese.

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Il Tinan aveva fatto ancorare le sue navi nella rada di Gaeta ed aveva manifestato avere ordine dal governo di Francia di lasciare operare a lor talento i piemontesi. Egli non volle proteggere i napolitani neppure per poche ore delle quali abbisognavano per levare il campo dal Garigliano e metterlo altrove.

Noi non vogliamo qui discorrere distesamente sulla politica dello Imperatore dei francesi per non discostarci di troppo dal nostro compito, ché sopra di essa molti comenti dovrebbero farsi. Solamente diciamo che l'esercito napolitano, giudicò essere stata la protezione francese un'altra delle tante opere fatte in favore della rivoluzione. Perché esso avvisava che l'Imperatore per impedire che le potenze di Europa si levassero in difesa d'un sacro diritto violato, fece sembianza di proteggerlo; e quando vide che l'esercito napolitano, fidando sul possente appoggio di lui, non aveva sul Garigliano alzate difese dal lato di mare, per ridurlo in difficili condizioni, lo abbandonava.

Tutta la notte la squadra sarda non lasciò dal lanciar granate nella pianura del Garigliano; ma i suoi tiri erano sì malamente diretti che non cagionarono quasi niun danno. Il Salzano quando più continuo era il cannoneggiamento si recò col Bertoloni al Garigliano. Egli fece levare il campo; disse aver trasferito il quartier generale in Mola ed ordinò che della prima divisione dell'esercito, la prima brigata con la batteria n° 11, quella a cavallo ed il primo reggimento degli ussari guardassero Mola, e la seconda accresciuta dal decimosesto dei cacciatori con la batteria n° 13 tenesse campo in Scauri, Traetto, Maranola e Tufo;

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la seconda divisione, i reggimenti cacciatori a cavallo e secondo ussari (134) e le batterie n° 10 e 15 rimanessero al Garigliano per difendere tutta la sponda destra; della terza divisione la prima brigata accantonasse in Itri, la seconda con la batteria n° 3 stesse tra S. Andrea, S. Nicola, Pico e S. Giovanni Incarico: la brigata dei lancieri andasse in Itri, il primo dei dragoni occupasse Isoletta, S. Giovanni Incarico e Pico; la brigata composta del e 3° dei dragoni e la batteria n° 5 accantonasse in Fondi e le batterie n° 1, 4 e 6 coi due parchi di artiglieria e la quarta divisione ricoverassero in Gaeta (135).

2 novembre.

l'esercito napolitano tre ore dopo la mezzanotte cominciò il movimento retrogrado accompagnato come abbiam detto dal cannoneggiamento della flotta nemica, della quale i colpi seguivano le truppe via via lungo il cammino dal Garigliano a Scauri, la cui strada è costeggiata dal mare. Re Francesco divisò di far venire in Mola le truppe del Won Mechel e del Barbalonga ch'erano al Garigliano e manifestò questo suo avviso al generale in capo. Il quale incontanente comandò che si attuasse il pensiero del Sovrano, lasciando arbitrio a questi generali di scegliere quella via che più stimassero acconcia a camminare.

Il nemico intanto sebbene campeggiasse sul Garigliano poca soldatesca, pure non osò di venire a nuova guerra, né risicare di passare il fiume combattendo. Egli aspettava che i cannoni delle sue navi siffattamente molestassero i napolitani da costringerli a cedere il terreno.

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E quando vide che le milizie del Won Mechel per virtù dell'ordine ricevuto indietreggiavano, senza molestarle, si accinse a gettare un ponte sulla foce del Garigliano, ché credeva quello di ferro minato in maniera da saltare in aria appena esso il passasse. Guardavano la foce del fiume sulla riva destra due compagnie del sesto dei cacciatori napolitani comandate dal capitano Bozzelli. Le quali sebbene avessero ricevuto avviso di ritirarsi, nullameno, perché erano già in guerra col nemico che gittava il ponte in quel luogo, non istimarono di cessar dal combattere e siffattamente battagliarono che stettero saldi in difendere il loro terreno. Perché le truppe sarde ch'erano passate sulla riva destra del fiume, avendole assalite con forza di gran lunga maggiore ed intimato loro di arrendersi, noi fecero, e seguitarono a guerreggiare per morir da valorosi. E difatti di essi pochi soltanto caddero prigione ed i restanti col capitano Bozzelli morirono pugnando.

Il Salzano, credendo mal sicuro lo spedale di Mola, domandò al ministro della guerra ove dovesse trasferirsi. Il quale risposegli di non disporre alcuna cosa intorno agli infermi, ché l'ammiraglio di Francia aveva assicurato che non avrebbe permesso ai legni sardi di sparar contro la città di Mola (136). Poco poi il comandante in capo notificò a Re Francesco, le truppe del Won Mechel e del Barbalonga essere arrivate sane e salve in Mola, eccetto le compagnie del Bozzelli, il quale con gran parte dei suoi soldati aveva voluto morir morte gloriosa. Inoltre dissegli abbisognare di decidere quale via di ritirata dovessero tenere le soldatesche di S. Andrea e di Civita-Farnese se l'inimico impadronitosi di Mola andasse alle loro spalle per combatterle.

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Il Monarca rescrivendo al Salzano si mostrò lieto per la bravura dimostrata dal Bozzelli e sopra o$ni dire addolorato per la morte di lui, e gli fè sapere che, in casi non favorevoli di guerra, le truppe di Mola piegassero in Itri e quelle della traversa Civita-Farnese in Isoletta e Ceprano.

Il generale in capo dopo aver fatto col suo stato maggiore ricognizione dei dintorni di Mola ordinò, la intera prima divisione serenasse sulla strada Itri sulla quale stesse per modo da tenere l’estrema sua sinistra a quel punto ove comincia la scorciatoia che conduce a Gaeta; la seconda divisione difendesse Mola, Maranola e le alture; la batteria n° 13 si collocasse metà dietro le barricate alzate all'entrata del paese e metà sulle colline e la batteria n° 15 alloggiasse in Mola e mandasse due cannoni ai posti avanzati per proteggerli. Inoltre poco fidando sulle nuove assicuranze del Tinan fè venire da Gaeta un cannone da 12 rigato e comandò al colonnello Gabriele Ussani di collocarlo acconciamente per isparare contro le navi sarde in qualsivoglia evento.

Voleva Re Francesco che l'esercito lasciato in Gaeta le sue numerose artiglierie, per la traversa Civita-Farnese andasse negli Abruzzi, guerreggiasse alle spalle del nemico e ristorasse i popoli che volevano difendere l'autonomia del Reame. Il Salzano non dissentiva dal far ciò, ma considerava che l'esercito dovendo vivere con imporre ovunque tasse di guerra, sarebbe stato malamente accolto dalle popolazioni e la disciplina sarebbesi affievolita. Però egli per mezzo del tenente colonnello delli Franci fece sapere al Re, che se l'esercito dovesse andare negli Abruzzi era mestieri che un principe Reale, o il comandasse, o guerreggiasse con esso.

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E qui ne sia dato di dire che continue suppliche riceveva Re Francesco d’ogni parte del Regno, con le quali i suoi popoli addimandavangli aiuto per iscuotere il giogo opprimente della rivoluzione. Il che mostrava chiaramente, come han pure confermato gli stessi uomini che favorirono la rivolta (142), essere stata la rivoluzione nel Reame di Napoli non fatta dai popoli di esso, ma voluta ed importata dai governi di Francia e di Piemonte, i quali favoriti altresì dall'Inghilterra sciolsero il freno alla setta per conseguire il fine. Ed è falso affermare che per essere i popoli siciliani malcontenti fu possibile la rivoluzione, avvegnaché se il poco contento delle popolazioni fosse cagione di facile mutar di reggimento, l'attuale ordinamento l'Italia non esisterebbe da gran tempo. Noi, a cagione d'imparzialità, abbiamo notato nei primi capitoli della nostra cronica gli errori che commetteva il governo dei Borboni, ma ora diciamo che quegli errori non furono causa dei mutamenti politici del nostro Reame: ché se talvolta deploravansi, ciò facevasi per desiderio di più savio reggimento, non per trovar ragioni di ribellarsi al Principe e far sacrificio della indipendenza della patria. Più tardi il ministro della guerra significò ai comandante in capo che le milizie dopo aver difeso Mola dovevano per la via di Fondi ridursi in Terracina. Questa volontà del ministro non piacque all'esercito il quale per mezzo dei generali fè sapere al Salzano, che non avrebbe mai passata la frontiera del Regno. Ed il generale in capo mandò in Gaeta il tenente colonnello delli Franci dello stato maggiore perché a bocca ragguagliasse di tutto ciò il Re e facessegli mutar sentenza. Il quale udito dal delli Franci le intenzioni dello esercito dissegli, che il Salzano ragunasse a consiglio i generali ed obbligasse ciascuno di essi a scrivere il proprio parere intorno al doversi o né ridurre l’esercito in Terracina.

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Fu incontanente adempita la volontà Regia ed il Salzano riuniti nella sua dimora il dì appresso i generali loro parlò nella maniera che voleva il Re. Costoro concordi scrissero il loro avviso nel quale dissero e fermarono non voler entrare nel territorio del Papa e però difenderebbero Mola e poscia piegherebbero verso Gaeta (137).

Il ministro della guerra pubblicò di mezzo all'esercito avere il Re fregiati della medaglia d'argento di Francesco 1° coloro tra i difensori della cittadella di Messina che venuto il tempo che liberavali dallo esercitar la milizia, spontaneamente vollero restare nello esercito fino al terminare della guerra (138). Il ministro degli affari esteri scrisse al Canofari in Parigi di sollecitar l'Imperatore perché mandasse truppe in soccorso dei napolitani (139). Ed il ministro Carbonchi parimente scrisse al S. Martino in Madrid ed al duca della Regina in Pietroburgo, affinché sì l'uno presso la Regina di spa gna, che l’altro presso lo Czar ottenessero che s'inviassero aiuti in Gaeta (140).

La piazza di Capua intanto, rimasta sola e disgiunta dal restante dell'esercito dopo che i piemontesi misero campo in Teano, ebbe in questo dì a capitolare (141). Essa era governata dal Salzano, il quale eletto a comandar l’esercito nel giorno 23 ottobre affidò la difesa di essa piazza al brigadiere Raffaele de Corné. Il quale nell'assumere il difficile incarico lesse al consiglio di difesa un ordine del Re, che inculcava di tenere la piazza insino a che si potesse, e manifestò ch'egli avrebbe adempito la volontà del Sovrano. Per mancanza di danaro fu imposto alla città una tassa di guerra, la quale sebbene riuscisse sgradevole agli abitanti, pure fu incontanente pagata.

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Gli uomini della rivoluzione visto risoluto il de Corné a sostener la difesa, cercarono con arti insidiose propagare diffidenza tra uffiziali e soldati; ed accusando i primi di slealtà e tradimento, ingegnavansi di suscitare negli altri la insubordinazione e la vendetta. Nondimeno la condotta degli uffiziali fu tale, che valse a dissipare in gran parte le vili e basse macchinazioni della setta. Di buon' ora il sindaco della città protestò non essere farina per la popolazione, quantunque di grano vi fosse abbondanza. Il de Corné si volse al direttore di artiglieria, colonnello Campanelli, perché trovato avesse modo da stabilir mulini. Questi traendo partito da due pietre mole che per privati esperimenti avevasi, cercò di corrispondere alle premure del generale. Ma per la pochezza del tempo e dei mezzi poco o nulla valsero quest'improvvisati rimedi. Presidiavano la piazza circa undicimila combattenti e la difendevano cencinquanta bocche da fuoco incavalcate su vecchi affusti e collocate nella sola cinta principale e nei rivellini. La munizione era appena sufficiente a sostener la difesa per soli pochi giorni. Il cibario era bastante a satollare i difensori per un mese solo. E gli spedali erano pieni di soldati gravemente feriti, a cui era grandemente molesto il tuonar delle artiglierie. Tutto ciò dimostrava chiaramente che la difesa di Capua non poteva durar lungamente. Nondimeno con sortite, e con ispessi ed aggiustati spari di artiglierie, si travagliò l'inimico per cinque giorni e non gli si permise punto di alzar batterie o altre offese. Due ore dopo il meriggio del giorno 26 nella piazza suonavasi a raccolta perché i nemici dal monte S. Angelo lanciarono improvvisamente alcune granate.

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Si credette che le artiglierie nemiche avevano tirati si pochi colpi, per assicurarsi se potevano o no fare la loro passata, onde stabilir poi il sito nel quale dovevano alzare le batterie. Non ignorava il de Corné eh egli era assediato non da garibaldini, ma da un corpo di esercito piemontese condotto dal generale della Rocca. Il quale il dì 28 ottobre con lettera notificò al governatore di aver ricevuto il mandato di assediar Capua. E discorrendo delle posizioni occupate dai napolitani sul Garigliano; della difficoltà ch'essi avevano di poter soccorrere la piazza e però della inutilità di difenderla, con artifiziose ed astute parole di umanità, pregavalo a trattar con essolui della resa della fortezza (142). Il governatore riscrivendo al della Rocca disse sapere ove stesse a campo l’esercito napolitano ed essere maravigliato in vedere le truppe del Re di Sardegna combattere quelle d'un Sovrano amico; avere il mandato di difender la fortezza ed egli difenderebbela fino a che il potrebbe (143). Dopo questa lettera immantinente i sardi alzarono intorno intorno alla piazza alla distanza di 3000 metri sei batterie di cannoni rigati di grosso calibro e di mortari. E nel giorno 31 ottobre, quando il sole era in sul tramontare, con queste artiglierie cominciarono a bombardare senza verun riguardo la città, i cui abitanti, atterriti, vedevi correre per le vie in cerca di sicuri ricoveri. Della soldatesca della piazza, i fanti si raccolsero sotto le malsicure poterne, ed i cannonieri stettero impavidi su i rampari a fulminar con le loro artiglierie 1 inimico, sebbene ei stesse sì lungi, che solo i colpi di pochi cannoni potevano percuoterlo. Dopo poche ore di non interrotto bombardamento le case e le strade della città erano rovinate; fuoco divoratore divampava in vari palagi;

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parte delle artiglierie della piazza non più sparavano, dappoiché i loro affusti, a cagione del rincular dei cannoni e dell'angolo di elevazione col quale dovevasi tirare per far lunga gittata, mal reggendo a tali sforzi eransi renduti sconci e disadatti. Arroge che il sindaco e l'arcivescovo Cosenza scrivendo al governatore imploravano mercé e pregavanlo salvare i cittadini dal furioso bombardar del nemico (144). Anche le autorità mill’tari che componevano il consiglio di difesa riunitesi senza comando del de Corné (144 bis) andarono a lui e ragionando delle scarse munizioni ch'erano nella piazza e della difficoltà di poter offendere i sardi, si con improvvise aggressioni, e sì con le artiglierie, i cui colpi non giungevano alle batterie nemiche, avvisavano essere la piazza venuta a tale da trattar di resa. Il governatore ed il generale d Ambrosio divisavano altrimenti e proponevano di resistere ancora e poi, guerreggiando, audacemente congiungersi per la via più acconcia al restante dell'esercito ch'era a campo sul Garigliano. Ma postomente il de Corné che di pochi giorni soltanto poteva la difesa prolungarsi a cagione delle scarse munizioni, e difficil cosa era di attuare l'ardito proponimento di abbandonar la fortezza ed unirsi allo esercito, ed avendo ancora compassione agli abitanti della piazza, spedì messaggio al della Rocca per istabilire i patti della resa di essa (145). Il quale con feroce animo non volle lasciare dal bombardare la città mentre si facevano le trattative. Le quali furono rotte due volte, ché non volevasi concedere ai difensori quei patti che al valor loro era dovuto e finalmente si conchiusero in questo stesso giorno dopo diciott'ore di spesso e crudo bombardamento.

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3 Novembre

Re Francesco fece affidare la difesa delle gole di S. Andrea al colonnello Tedeschi e comandò al Salzano di fare che il Lagrange aggiungesse alle sue schiere il battaglione di marina e quello digendarmeria. Fu stabilito in Terracina un nuovo spedale e furon colà trasportati tutti gli infermi ch'erano in Mola. Fu ingiunto al maggiore Sangro del genio di far ricognizione delle alture alla sinistra di Mola ed alzare opere di fortificamento per renderne valida la difesa (146). Il Salzano mandò al Re in Gaeta la sentenza nella quale erano venuti i generali intorno alla strada da camminare in caso di ritirata. Ma tre ore dopo il meriggio il ministro della guerra volle di persona andare in Mola e colà giunto, ragunati i generali loro manifestò volere il Re che lo esercito lasciando il suo retroguardo a difender Mola, per la via di Fondi si riducesse in Terracina. I generali non aderirono a ciò ed il Casella partì per Gaeta. Nondimeno dopo poco tempo il Salzano scrisse al Re che contro la volontà dei generali, egli marcerebbe per entrare nello Stato pontificio (147).

Intanto l'esercito sardo ad otto ore e mezzo del mattino aveva passato il Garigliano nella sua foce. E poiché alcune navi sarde cominciarono a sparar contro i posti avanzati dei napolitani, il Salzano mandò truppe sulla strada che da Mola mena a Scauri per saper nuove del nemico: del quale soppesi ch'esso stava ancora assai lungi. Quattr'ore dopo il meriggio due legni della squadra piemontese navigando lungo il lido di Mola inoltraronsi fin sotto il paese e fecero tuonare le loro artiglierie. I napolitani non avevano che un solo cannone da 12 già collocato opportunamente sulla spiaggia.

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Incontanente con questa bocca da fuoco e con le artiglierie da 4 rigate si trassero colpi sì acconciamente, che i legni sardi si misero in salvo oltre la maggior passata di quel cannone (147 bis). In questo il tenente colonnello Guccione che comandava in Pico riferì essersi fatto vedere il nemico a mezzo miglio dalla via Fratte e però la gendarmeria di Monticelli e Roccaguglielma essersi ritirata nel suo alloggiamento e quella di Castelnuovo e delle Fratte aver ripiegato in Itri, e nel medesimo tempo il maggiore Pagano fece sapere da Isoletta che cinquanta garibaldini avevano occupato Arpino dopo un conflitto avuto con gli urbani e spacciavano che altri cinquemila dei loro li seguivano. Ciò dicevano per intimidire le popolazioni, le quali per contrario avevano preso le armi per difendere i loro paesi. Le offese già ricevute dalle navi sarde persuasero ancora una volta Re Francesco che anche questa fiata la protezione del Tinan non era vera. Perché comandò al Salzano di difender Mola e gli mandò quattro cannoni, due del calibro di 60 e due di quello di 24 perché con tali artiglierie offendesse i legni sardi. Ed il comandante in capo commise al colonnello Gabriele Ussani di alzare in fretta opere di terra dietro le quali potessero questi cannoni sicuramente sparare. Da ultimo vuolsi in questo dì registrare la nota che il ministro degli affari esteri di Re Francesco diresse alle corti d'Europa con l'intendimento di palesare tutto ciò clic l'ammiraglio Tinan in nome del governo di Francia aveva fin'allora operato (148).

4 novembre.

All'alba tre fregate, quattro pirocorvette, quattro pirofregate una bombardiera e due cannoniere nemiche andate innanzi Mola cominciarono con trecento bocche da fuoco orribile bombardamento (148 bis).

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Era questa la seconda volta che l'esercito napolitano s'accorgeva d'essere stato deluso nelle assicuranze dell'ammiraglio di Francia e n'era a buon dritto sdegnato; avvegnaché vedeva ormai tutta riuscita a capello quella trama che il Bonaparte (per vendicarsi del trattato del 1815) ed il Cavour avevano insieme ordita a danno dei Signori d'Italia, dalla quale originarono tante miserie e calamità che per isventura teggiamo ancora essere nelle nostre contrade. Al furioso borbardamento i napolitani eccetto gli spari di cinque cannoni non opposero altro (149), ché le restanti artiglierie per essere di piccolo calibro non potevano offender quelle delle navi e soffocarle (150). I legni sardi quanto meno si vedevano offesi tanto maggiormente infuriavano a lanciar proietti contro quel miserando paese, i cui cittadini fuggivano disperatamente pei monti per salvare almeno la lor vita. Il feroce bombardar dei nemici durò fino al mezzodì e sarebbe continuato fino a sera, se l'ammiraglio Tinan non avesse alla perfine compreso, che delle vittime e delle rovine di sì spietata guerra era colpato il governo di Francia. Egli mandò prima del mezzogiorno una sua nave in mezzo alla squadra sarda ed impose al Persano che comandavate di desistere da un'opera disumana e. certamente ingloriosa. Le soldatesche napolitane durante il bombardamento stettero impavide nei loro posti. Solo il secondo battaglione dei carabinieri leggieri lasciò le sue posizioni e per la via de’ monti si ricoverò sulla strada d'Itri. Di che il generale in capo sdegnato, andò di persona incontro a questo battaglione e fattogli acerbo rimprovero, impose al maggiore de Werra che lo conduceva di riprendere immantinente il posto abbandonato.

— 183 —

Poco poi pervenne al Salzano una lettera del ministro della guerra con la quale diceva che, in casi fortunosi di guerra, l'esercito doveva andare nel territorio pontificio ove sarebbe entrato con le armi (151). Ed il comandante in capo, che nel precedente giorno aveva manifestato al Sovrano che contro la volontà dei generali egli condurrebbe in Terracina l'esercito, convinto ora che questa determinazione non poteva empirsi, che gli uffiziali non volevano seguirlo, avvegnaché credevano che passata la frontiera del Regno il nemico avrebbeli condannati all’esilio della patria, corse difilato in Gaeta col tenente colonnello delli Franci onde persuadere il Re a cangiar risoluzione. In questo, tre ore dopo il mezzodì, la flotta sarda novellamente si dette a bombardare la città di Mola e nel tempo stesso forte nerbo di truppe piemontesi attaccarono pugna con i posti avanzati dei napolitani. La brigata estera del de Mortillet che guardava questi posti, non mostrò bravura nel difenderli e piegò con poco ordine (152). Questa precipitosa ritirata e gli spari non interrotti delle navi nemiche cagionarono che la brigata del Polizzy, anch'essa retrocedendo, malamente contrastasse il passo il nemico. Il quale incontrato poca resistenza nel cammino e fatto ardimentoso dalla protezione della sua flotta, che incessantemente travagliava i napolitani nel fianco, fecesi ad inseguirli. Ma la batteria n° 15 disposta e collocata opportunamente scaricò sì continuati colpi di metraglia, che il nemico con gravi perdite fu costretto a camminar guardingo e lentamente. Così le truppe del de Mortillet e del Polizzy potettero senza molestia, per opera delle artiglierie della batteria n° 15 e per la solerzia del generale Bertolini e dello stato maggiore del Salzano, cominciare a ricomporre le rotte ordinanze e ritirarsi men frettolosamente.

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E poiché l'esercito giudicava ripararsi in Gaeta, per quella via le soldatesche volsero i loro passi. Ed il Salzano ch'era in Gaeta, avvedutosene, andò di carriera incontro ad esse per persuaderle ad empire la volontà del Re e condurle su la via d'Itri; ma i suoi sforzi furono vani, avvegnaché imbattutosi con alcune schiere di esse al borgo di Gaeta e comandato loro d'incamminarsi per Itri, non fu possibile indurle ad obbedire. Laonde le milizie del de Mortillet e del Polizzy si ridussero sul piano di Montesecco che sta innanzi Gaeta. Il generale Colonna che con la prima divisione stava sulla strada d'Itri, veduto ciò che queste fecero, per le alture, condusse a Gaeta le sue truppe che avevano serbato intatte le ordinanzeAncora quattro compagnie del terzo leggieri che guardavano Maranola attaccate dal nemico sostennero gagliarda pugna. E quando si videro circondate da numerose forze avverse, con la baionetta si aprirono la strada di mezzo ad esse 3 e, camminando la via delle, alture, giunsero pure la notte del giorno appresso avanti Gaeta. Così avvenne che le due prime divisioni dell'esercito con le loro artiglierie miser campo sul piano di Montesecco in sul far della sera, mentre le restanti truppe alloggiavano in Itri, in Fondi e niella traversa Civita-Farnese.

Le perdite sofferte dai napolitani per questa ritirata furono lievi, ma tra i pochi morti ebbesi a noverare il bravo capitano Fevòt ed il primo tenente Brunner della batteria n° 15, che s'avevano acquistata non peritura gloria proteggendo con le loro artiglierie la ritirata dello esercito. Il ministro della guerra veggendo che una parte dell'esercito contro il volere del Re aveva messo campo innanti Gaeta ne fu grandemente addolorato; fece opera che a questa milizia fosse vietato l'entrar nella piazza e però comandò che si alzassero i ponti levatoi.

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Onde il Salzano, mandate in Terracina le truppe del de Mortillet per la marina di Sperlonga, ordinò che le restanti soldatesche serenassero sul piano di Montesecco e che gli, uflìziali dello stato maggiore stabilissero i posti avanzati del novello campo, sulla strada del borgo, su i Cappuccini, e sulle alture ch'erano alla sinistra (153).

Il maresciallo Fergola castellano della cittadella di Messina fatto sapere alle sue truppe che il danaro mancava, queste volontariamente vollero venire in suo soccorso e gli offerirono la pingue somma di ducati quattordicimila. Tale spontaneo disinteresse, di cui fecero bella testimonianza quelle milizie, il ministro della guerra lodò con una manifestazione all'esercito (154).

5 novembre.

Il Casella era inquieto sulla sorter delle milizie che tenevano campo avanti la piazza, perch'essa non aveva viveri a sufficienza e bisognava appigliarsi ad un partito che facesse cessare ogn'inquietezza. Già aveva fatto sapere ai soldati che pensava di licenziarli: il che. riuscì dannoso, avvegnaché ciascuno di essi conoscendo che tra poco sarebbe tornato alla propria casa, non sì facilmente cimentava la vita, e la disciplina considerevolmente si rilassava. I generali ed i capi dei corpi di queste milizie furono chiamati dal Re in Gaeta e mentre due ore dopo il mezzodì si ragunavano in una delle sale del Real Palazzo, saputo che i nemici venivano verso Gaeta, corsero tutti nel campo per combatterli (155). Il generale in capo fece immantinente suonar la tromba che chiamava alle armi i soldati e compose le loro ordinanze nel modo che giudicò più propizio a difendersi.

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Poco poi col suo stato maggiore s'avviò nel borgo di Gaeta, sì per vedere di persona come stessero situati i posti più vicini al nemico, e sì per esser loro di sprone a combattere. Per via si scontrò in un messaggio dei nemici, il quale a nome del generale Cialdini dimandavagli se fosse vero che i napolitani volessero cessare dal guerreggiare. Il Salzano stupefatto risposegli lo asserimento esser falso ed il Cialdini aspettasse una sua lettera. Dopo mezz'ora altro parlamentario mandato dagli stessi nemici diede al comandante in capo una scrittura del Cialdini, nella quale esso Cialdini ricordandogli il colloquio ch'ebbe con essolui alla taverna della catena dicevagli che ove per la mezzanotte non gli facesse parola di arrendimento, la dimane non avrebbe accettato patto alcuno (156). Ed il Salzano rescrivendo al Cialdini gli tornò alla mente dapprima le parole onde allora risposegli, poscia disse che fino alla mezzanotte egli non avrebbe potuto deliberare cosa alcuna, ché facevagli mestieri di maggior tempo per valutare bene le sue forze ed i mezzi di difesa, e da ultimo lo pregò di consentire che per 24 ore soltanto fosse tregua tra le parti belligeranti (157). Intanto il ministro della marina in nome di Re Francesco inculcò al Salzano di proporre lo scambio dei prigionieri al Cialdini. E poiché come ora abbiam detto era necessità di sciogliere le milizie di Montesecco, ed il Re suo malgrado ne aveva fitto in mente il pensiero, il Salzano scrisse novellamente al generale nemico prima che la metà della notte suonasse e, ragionando di terminar la guerra, domandò che le soldatesche che stavano avanti Gaeta, lasciate le armi, avessero libero il passo per andare ove lor piacesse ed i prigioni a vicenda si restituissero (158).

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6 novembre.

Un messo dei piemontesi recò al campo dei napolitani una lettera che il generale Fanti, per ordine del Re di Piemonte e nella qualità di capo dello stato maggiore di lui, dirigeva al Salzano per dirgli che il tenente colonnello de Sonnaz recavasi a Montesecco per trattare di ogni cosa proposta al Cialdini, (159). Ed il comandante in capo rispondendo al Fanti lo invitò a convenire insieme per intendersi a bocca su di ciò. Perché fu fermato che a nove ore dopo il mezzogiorno i due generali si sarebbero veduti nella casa Arzano (160). All'ora designata il Fanti col Bertolè-Viale ed il Salzano col delli Franci si trovarono nel luogo stabilito e dopo cortesi parole i generali parlarono da solo a solo. Il Fanti per affamare la piazza, costringendola ad alimentare le soldatesche che campeggiavano su i suoi spalti, disse che se Gaeta si rendesse egli, ne avrebbe trattato i patti, altrimenti non avrebbe fatto capitolazione con quelle milizie e non avrebbele accettate neppure se si dessero a discrezione. Ed il Salzano mostrando ch'egli nella qualità di comandante in capo dello esercito non aveva impero sul governatore della fortezza e però non poteva aderire al pensiero di lui, addimandò che per quelle sole sue truppe si venisse a patti. E poiché il suo ragionar fu vano, prese commiato e ritornò nel suo campo. Fra tanto una colonna di truppe sarde sotto gli ordini del generale de Sonnaz era partita da Mola con intendiménto di vincere i napolitani che stavano in Itri e nella traversa Civita-Farnese. Ma essi, appena i sardi occuparono Mola, per ordine del ministro della guerra (come diremo tra poco) si concentrarono in Terracina.


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— 188 —

Intanto il comandante in capo con opportuna manifestazione all'esercito aggiungeva nuove truppe a quelle ch'erano più dappresso al nemico e meglio fermava la disciplina nel campo (161).

7 novembre.

Appena il Salzano si fè vedere nel campo, tosto gli uffiziali gli si fecero intorno per sapere della loro sorte. Egli disse, che il Re desiderava che l’esercito avesse capitolato col nemico, non bastandogli l'animo di licenziare i soldati e gli avversari non volevano stabilir patti nei quali non si comprendesse Gaeta. Gli uffiziali non sapevano trovar ragioni della, condizione imposta dai sardi. Ed il Salzano per avvalorare ciò che aveva detto, aggiunse che andasse qualcuno di loro nel campo nemico per indurre i piemontesi a capitolare senza ragionar di Gaeta. Eletto a far ciò il tenente colonnello delli Franci dello stato maggiore rifiutò l'incarico, il quale fu dato al colonnello Pianell ed al tenente colonnello Giobbe e costoro col pretesto di restituire ai nemici i loro prigionieri andarono in Mola e recarono al Cialdini una lettera del loro generale in capo, il quale signifìcavagli aver dato ai recatoli di essa le facoltà per la capitolazione delle truppe (162). I quali, senza aver nulla ottenuto, ritornarono dopo breve tempo nel campo. La disciplina intanto dell'esercito sempre più s indeboliva ed i soldati erano sopra ogni dire scontenti, perché si era loro vietato di entrar nella piazza.

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8 novembre.

Nulla di rilevante in questo giorno ebbesi a notare, eccettoché alcuni battaglioni piemontesi si videro metter campo alla così detta scanzatoia e dietro il monte Conca, ed un parco di artiglieria nemica stare fra gli alberi al di là di Mola. Nel campo napolitano alcuni uffiziali avevano lasciato il loro posto e pei cammino coverto della piazza erano entrati in essa. Perché il generale in capo per metter freno a questo disordine con una sua manifestazione pubblicò, che gli uffiziali che si allontanerebbero dal campo, sarebbero immantinente destituiti (163). Egli aveva fatto sapere al ministro della guerra esser necessario che i soldati entrassero in Gaeta per ristorarne la disciplina, ma il Casella invece comandò che si apparecchiassero i cosi detti fogli di congedo per tutti coloro che lo bramassero.

Ricorderanno i nostri lettori ciò che noi narrammo nel giorno 25 ottobre intorno alla cattura dei plotone che Salzano comandante in capo recò con se per avere alla taverna della catena abboccamento col Cialdini. Or poiché la gazzetta di Gaeta attribuiva questa prigionia ai piemontesi, il Cialdini con lettera se ne doleva oggi fortemente col Salzano. In quale forma scrisse il primo e l'altro rispose, si vedrà nei documenti posti in fine della nostra cronica (164).

9 novembre.

Il tenente colonnello Nunziante riferì al comandante in capo, ch'egli non entrava mallevadore della difesa del monte della catena a lui confidata, perché 618 soldati del suo battaglione che aspettavano di essere licenziati, difficilmente avrebbero sostenuto pugna col nemico.

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Ancora il comandante dei cacciatori a cavallo manifestò essere il suo reggimento cosi sperperato nel borgo, che in momento difficile non potrebbesi con faciltàriunire. Il generale in capo esortò il Nunziante di difendere con ogni mezzo la posizione da lui occupata, ed ordinò che i cacciatori a cavallo accantonassero alle prime case del borgo, ed ove ciò non fosse facile bivaccassero dietro i padiglioni eretti pei fanti. Infine inculcò ai generali di fare che i soldati intendessero essere l'interesse di difendersi pur personale; dappoiché l'inimico vincendoli e menandoli prigione, a buon dritto avrebbeli notati di codardia e bistrattati. Poco dopo le batterie n 11e 13 per volere di Re Francesco entrarono in Gaeta e rimasero nel campo solo quattro cannoni della batteria n° 10, due cioè collocati nel borgo, e due su i Cappuccini,

Nella notte i piemontesi dalla cappella Conca trassero col cannone rigato da 4 molti colpi contro il campo di Montesecco. Le artiglierie della piazza non tuonarono perché essendo quelle del nemico molto lungi, sarebbero stati i loro colpi certamente perduti.

10 novembre.

In sul mezzodì fu fatta dai commessali di guerra rivista di tutte le truppe del campo, per ordine del comandante in capo, il quale seguito dal suo stato maggiore si assicurò di persona che tra le file delle soldatesche non erano del tutto spenti l'ordine e la disciplina; animò tutti con parole da veterano ed inculcò sofferenza nei disagi. Più tardi, volendo semprepiù informare l'animo delle milizie delle regole militari, pubblicò parole esortanti ad osservarle.

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Durante la notte 1 piemontesi nuovamente molestarono per lungo tempo con artiglierie rigate il campo di Montesecco. Oltre cento granate caddero in esso e le truppe si videro costrette a ripararsi su gli spalti della piazza e nel cammino coperto di essa. Il generale in capo al tuonar del cannone nemico videsi in mezzo alle sue milizie per rincuorarle con la voce e con l'esempio, e fece riprendere a ciascheduna di esse il lasciato campo. La piazza come nella precedente notte e per le ragioni medesime, non fece udire il rimbombo delle sue artiglierie. Nondimeno il cannoneggiare dei piemontesi, cagionò solamente che due soldati restassero feriti.

11 novembre

I napolitani avevano occupato le alture innanti al loro campo e tenevano un battaglione sul colle dei Cappuccini, uno sull'altura del Lombone, due sul monte Atratina, mezzo battaglione su l'altro monte S. Agata e mezzo nel borgo. Tutti i capi dei corpi nel medesimo tempo scrissero al Salzano che per essere i soldati poco propensi a guerreggiare, essi non intendevano di risponderedi qualsivoglia cosa fosse per avvenire. Il generale in capo, recò di persona ai Re tali dichiarazioni.

Quattr'ore dopo il mezzodì, alcuni battaglioni piemontesi preceduti da bersaglieri inoltrarono verso Gaeta e cercarono a tutt'uomo d'impadronirsi delle posizioni guardate dai napolitani. I quali animati dai loro ufficiali furon sopra al nemico e cori tale impeto che ne contennero l'urto. Poco dopo il decimoquarto dei cacciatori, ricevuto per errore l'ordine di lasciare la posizione che difendeva sul Lombone e di scendere a Montesecco,

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obbedì senz'aspettare che fosse scambiato da altra truppa, e così le milizie sarde potettero impadronirsi di quel monte senza verun' ostacolo. Quest'avvisaglia durò circa due ore ed essendo già sera non fu possibile al quattordicesimo dei cacciatori di riprendere la posizione abbandonata: sì che ciò fu differito alla dimane. Re Francesco conosciute tutte queste cose, degradò incontanente il comandante del battaglione in parola, impose doversi tosto riconquistare il posto abbandonato e comandò eziandio che la mezza batteria n° 10 rientrasse nella piazza (165).

12 novembre

Il decimoquarto dei cacciatori dimostratosi sempre prode in tutta la campagna, andò contro al nemico con tale ardore che all’alba era già novellamente padrone del monte Lombone. Esso fu condotto alla pugna dal capitano Orlando, cui il Re in premio della bravura addimostrata, nominò immantinente maggiore. Quattro compagnie del 3° leggieri guidate dal capitano de Torrenteros dello stato maggiore occuparono la Torre Viola all’estrema sinistra del campo (166). Il generale in capo, che net precedente giorno manifestandosi malsano non potette ottenere dal ministro della guerra di lasciare il comando dello esercito, pubblicò una manifestazione con la quale disse che per essere cagionevoli, egli, il Colonna, il Barbalonga, (167), il Won Mechel, ed il Polizzy, conferiva il comando delle truppe al brigadiere Sanchez de Luna(168). Inoltre nominava capo dello stato maggiore di esso esercito il maggiore Migy, essendoché gli uffiziali di maggior grado, appartenendo alle armi speciali, e rami stati richiamati nella fortezza (169).

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Non incresca al lettore di sapere un'altra volta quali fossero le posizioni che oggi occupava l'esercito napolitano. Sul monte S. Agata e nel borgo alloggiavano il decimoquinto dei cacciatori ed un plotone di cacciatori a cavallo; sul colle Cappuccini era il terzo dei cacciatori; sull'altura di Atratina campeggiava il quarto dei cacciatori; il sesto difendeva la sinistra di esso verso il camposanto; in Torre Viola stavano le quattro compagnie del terzo carabinieri leggieri, ed in Montesecco vedevansi i battaglioni cacciatori 2°, 7°. 8°, 9° e 10 ed il reggimento cacciatori a cavallo, i quali erano di riscossa.

A nove ore del mattino il nemico si mostrò con forze considerevoli ed attaccò pugna contro il centro e la sinistra dei napolitani. Il brigadiere Sanchez fece togliere i padiglioni da Montesecco e rafforzò la linea dei posti avanzati per osteggiare il nemico. Il combattimento addivenne in breve aspro e sanguinoso; due ore dopo il mezzodì durava ancora e non sapevasi qual fosse il vincitore. A quest'ora i sardi fecero forza altresì contro la dritta dei napolitani ed il quintodecimo cacciatori comandato dal colonnello Pianell che doveva difenderla, invece di combattere lasciò farsi prigione (170). Perduto i napolitani lo appoggio dell'ala dritta, le forze ostili entrando nel borgo percossero nel fianco i difensori dei Cappuccini. Il terzo dei cacciatori, che ivi era, dopo ostinata resistenza, non potendo resistere a forze maggiori, piegò. Ma avuto l'ordine dal Sanchez di riprendere la posizione e mantenervisi, obbedì, e ripresala vi si mantenne finché circondato da nemici, fu costretto, aprendosi una strada con le armi, a ritirarsi. Solo tre compagnie di esso comandate dall’aiutante maggiore Santacroce, retrocedendo, vollero esser fatte prigioniere.

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Il quarto dei cacciatori sul monte Atratina tenne testa al nemico e sostenne feroce combattimento. Ma superato dal numero degli aggressori e percosso anche nel fianco si ritirò in bell'ordine su gli spaldi della piazza. Il sesto e decimoquarto dei cacciatori che tenevano le rimanenti altere stettero fermi nei loro posti e respinsero gli assalimenti dell'inimico aiutati da quattro compagnie del 2° e da tutto il 10° dei cacciatori. Le quattro compagnie del terzo leggieri poste nella torre Viola furono più furiosamente aggredite e combattettero con tale valore che un solo uffiziale e 130 soldati, rimasero salvi (171). Dopo otto ore di accanito conflitto visto il Sanchez che altri rinforzi avevano avute i piemontesi, consentendogli il Sovrano, fè suonare le trombe a raccolta e le milizie si ritirarono con calma senza essere inseguite.

Le perdite dei napolitani furono gravi, ché essi tra morti e feriti e prigionieri contarono ben 2400 uomini, e non meno gravi furono quelle dell'inimico (172). Dopo questo fatto d'arme Re Francesco disformò il corpo d’esercito del Salzano e comandò che le truppe entrassero nella piazza ed accrescessero il numero dei difensori di essa.

Verso sera una pattuglia dei napolitani arrestò nel borgo un'aiutante del quintodecimo dei cacciatori ed un soldato di fanteria piemontese che lo accompagnava. Sulla persona dell'aiutante fu trovata una lettera che il colonnello Pianell dal campo nemico scriveva al tenente colonnello Nunziante che comandava l'ottavo dei cacciatori. Perché sospettatosi che il Nunziante avrebbe potuto esser reo di fellonia, venne rinchiuso in castello per essere giudicato dal tribunale militare. Il quale dichiarò incolpabile il Nunziante, e se questi usci della piazza fu perché non si volle dargli il comando che aveva.

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Noi non parleremo della difesa della fortezza di Gaeta, perché un ragguardevole uffiziale superiore dello stato maggiore napolitano, dir vogliamo Pietro Quandel, l'ha narrata nel suo pregevolissimo lavoro che ha per titolo: Giornale della difesa di Gaeta.

CAPITOLO III.

 Fatti che avvennero alle truppe napolitane che si ridussero
negli stati Papali dopo gli avvenimenti di Mola.

Abbiamo or ora narrato ciò che avvenne a quella parte delle soldatesche napolitano che dopo la ritirata di Mola si ridussero a Montesecco. Vuolsi ora brevemente discorrere di quello che succedette ali altra parte dell'esercito che nel di 4 novembre stava tra Itri, Fondi e la traversa Civita-Farnese. Se dopo i fatti di Mola i piemontesi invece di fermarsi in Castellone fossero andati velocemente contro i napolitani che difendevano Itri, come fecero due giorni appresso, questi non potendo valersi delle già preparate difese contro il nemico che avrebbeli incalzati alle spalle, non avrebbero avuto il tempo di piegare con tale lentezza da salvare il materiale da guerra e le salmerie che avevano. Il generale di cavalleria marchese Ruggiero che comandava le truppe d'Itri assunse il comando di tutte le milizie da Itri ad Isoletta, essendoché egli era il più anziano dei generali che stavano in quei luoghi e si preparò a combattere i sardi, senza punto smarrirsi per essere stato tagliato dal restante dell'esercito.

La notte dei 4 novembre uno ordine scritto dal ministro della guerra con la matita ingiunse al Ruggiero di far riparare le truppe di lui per la via di Fondi nello stato pontificio.

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Questa determinazione del ministro era savia, avvegnaché le truppe, a cagione della numerosa artiglieria e cavalleria di che componevansi, non potevano con faciltà volgersi agli Abruzzi. Ed il Ruggiero quantunque fosse stato uno di quei generali che avevano deliberato di non voler entrare nello stato papale, pure non sapendo qual disegno strategico si fosse concepito in Gaeta non volle alterare menomamente il ricevuto comando. Perché, obbedendo alla volontà del ministro incontanente mandò avviso ai vari corpi che da Itri ad Arce alloggiavano di concentrarsi per la via più breve in Terracina. Nelle gole d'Itri, come abbiamo a suo luogo narrato, furono fatte opere di fortificazione nel caso che un nemico per Fondi si fosse accinto a sorprendere l'esercito, alle spalle. Ala ora che i piemontesi erano padroni di Mola e potevano assalir tali opere a tergo, esse riuscivano dannose ai napolitani stessi che le avevano costrutte. Laonde il Ruggiero accortamente comandò che le artiglierie e le munizioni fossero levate dalle difese per trasportarsi dalle soldatesche. Compito ciò le truppe si misero a camminar per Terracina, ove giunsero il mattino del 5. Il battaglione di fanteria di marina e la compagnia di artiglieria che presidiavano il palazzo ducale di Isoletta, dopo avere inchiodate le bocche da fuoco e disperse le munizioni si recarono in Frosinone e di là in Cisterna; e la medesima via fecero i volontari del colonnello Lagrange (173). Le truppe che guardavano Pico Farnese e S. Giovanni Incarico il mattino dei 6 per le montagne andarono in Terracina ove giunsero la sera del medesimo giorno. Le milizie di S. Nicola comandate dal generale Grenet, menando con essoloro le artiglierie tirate da buoi ed il materiale del genio, seguirono per la strada di Fondi il cammino della colonna del Ruggiero.

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Insomma il mattino del 6 quasi tutte le truppe eransi riunite in Terracina, ove stavano altresì i tre battaglioni esteri, che da Gaeta pei monti costeggiati dal mare erano venuti il giorno innanzi. Chi sappia per poco delle cose di guerra può agevolmente immaginare in quali condizioni fosse il Ruggiero che capitanava un corpo d'esercito di oltre dodicimila uomini, composto di parti non proporzionate tra loro, che l'artiglieria e la cavalleria vincevano di gran numero i fanti. Oltre che egli con questo corpo di esercito era situato su di un terreno montuoso e per soprassello aveva a lato il mare, dal quale facilmente il nemico poteva molestarlo. Arroge ch'ei trovavasi in un suolo guarentito dalle armi francesi sulle quali dopo i fatti del Garigliano e di Mola non poteva farsi assegnamento veruno.

Una squadra composta di sette legni sardi con truppe da sbarco, il mattino del 6, misesi avanti Terracina. Nella notte del 5 una barca provveniente da Gaeta recava al console napolitano in Terracina un foglio, col quale il ministro della marina di Re Francesco lo incaricava di avvertire il Ruggiero che in breve i nemici avrebbero attaccato pugna per mare e per terra. Aggiungasi a tutto ciò che la mattina del 6 stesso una colonna di truppe di meglio che dodicimila piemontesi condotta dal generale de Sonnaz era già vicina a quella città pontificia. Comeché i napolitani fossero in condizioni svantaggiosissime, pure non mancò nelle loro file chi proponesse il disperato consiglio di morir gloriosamente combattendo. Ma un fatto gravissimo allontanò ogni dubbio sul loro avvenire. I napolitani erano stati bene accolti in Terracina e le autorità tutte si mostrarono propense a soddisfare ogni loro bisogno, per comando avutone dal governo romano.

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Nondimeno la notte del 5 il ministro napolitano ch'era in Roma in nome del governo della Santa Sede manifestò al Ruggiero ed al delegato di Terracina, che i napolitani non potevano più lungamente restare con le armi sul territorio pontificio, poiché avrebbero cagionato seri imbarazzi al governo di sua Santità. Poco poi il generale francese Govon scriveva la medesima cosa ed aggiungeva ch'egli aspettava da Parigi ordini sul proposito. I quali furono in breve comunicati al Govon e questi fè sapere al delegato di. Terracina ed al Ruggiero, che i francesi tenerissimi della sicurezza degli stati del Santo Padre, per mantenerne la integrità, non potevano consentire che i napolitani con le armi stessero sul territorio pontificio. Però fece ancora noto che, ov'essi non depositassero le armi fino a quattr'ore dopo il mezzodì del giorno sei, i francesi, che già s'eran'incamminati verso Terracina, marcerebbero a gran giornata contro di loro. Intanto il capitano di stato maggiore Mammony fu dal Govon spedito in Terracina per sapere qualcosa deliberasse il Ruggiero. Il quale, non potendo sperimentar la sorte della guerra, propose, o di venire a patti col nemico, o consegnare le armi nelle mani dei francesi, che rappresentavano il governo papale, per riprenderle in miglior momento. E per attuare il primo divisamento la mattina del 6 il tenente colonnello Armenio ed il capitano Ferdinando de Rosenheim furono mandati dal generale Ruggiero come parlamentari al Comodoro della squadra sarda, a fine di conchiudere una capitolazione sopra queste basi, vale a dire: armestizio di poche ore affinché un uffiziale potesse recarsi in Gaeta e di là ritornare per palesare la volontà del Re; cessione ai piemontesi del materiale da guerra e delle armi, eccetto quelle degli uffiziali che le conserverebbero;

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facoltà ai soldati di andare alle lor case ed obbligo ai piemontesi di dar loro la paga per quindici giorni; licenza agli uflìziali di manifestare fra due mesi se volessero servire nel nuovo esercito d'Italia, ovvero dimandare la pensione dovuta ai lor passati servigi militari. Il Comodoro udite queste basi di capitolazione si mostrò propenso ad accettarle e disse che avrebbele notificate ai Cialdini e manderebbe a dire al de Sonnaz che si sarebbero fermati dei patti tra i due eserciti contendenti. Dopo poco tempo lo stesso de Sonnaz col suo aiutante di campo si recò in Terracina per trattare direttamente col Ruggiero. Avuto con lui breve colloquio e saputo le condizioni che il Ruggiero proponeva in capitolare, rigettolle dapprima superbamente, ché voleva le milizie napolitane si rendessero a discrezione. Poscia mutò consiglio e disse solamente di non voler concedere che si mandasse in Gaeta un uffiziale per sapere la volontà di Re Francesco, e le truppe estere dovessero darsi come prigioniere ed esser private d'ogni vantaggio. I patti del de Sonnaz furono rifiutati, ché i napolitani reputavano infamia rimettere alla volontà del nemico quei commilitoni, i quali avevano con essoloro guerreggiata la guerra della giustizia e e dell'onore. Perché infermata ogni trattativa col de Sonnaz, il Ruggiero giudicò di depositare le armi nelle mani del governo papale per ripigliarle quando che fosse. Di che il de Sonnaz, infuriando, nel partire di Terracina, disse parole assai sconvenevoli contro i napolitani, alle quali se costoro, e massime il Salerni capo dello stato maggiore del Ruggiero, cui furono quelle parole indirizzate, non risposero con villani fatti, ne fu cagione il rispetto ed il riguardo che le nazioni civili han debito di usare verso ogni parlamentario nemico, sia pur ch'egli trascorra nella forma delle sue pretensioni.

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E poiché il Mammony era giunto in Terracina fin dal mattino ed aveva udito il colloquio in parola, il Ruggiero gli manifestò la sua deliberazione e dissegli esser presto ad empirla.

La storia narra mille esempi d'invitti ed agguerriti eserciti, che, senza contaminare il loro onor militare, si sono sottomessi alle leggi internazionali e ne registra fresche memorie nelle guerre recentemente combattute. I francesi e gli austriaci deposero le armi nel passare il confine della svizzera; i pontefici, sul cui suolo ora trovavansi i napolitani, facevano altrettanto quando recavansi in Benevento e Pontecorvo: onde i napolitani con ragione credettero di non vilipendere l’onor militare in obbbedire anch'essi a siffatta legge.

La sera del 6 le truppe del Ruggiero partirono per diversi luoghi dello stato pontificio e chi in Velletri, ohi in Albano, chi in Frascati, chi in Valmontone e chi in Sezza si fermarono e dettero le armi ai francesi rappresentanti del governo di sua Santità (174). E qui non devesi tralasciare che i francesi nel riceversi le armi dei napolitani, a ciascun corpo lasciarono dodici archibugi per guardare le bandiere che con tanto valore avevano difese. Ovunque le soldatesche napolitane vennero accolte graziosamente dalle milizie francesi e dalle autorità pontificie (175). Esse stettero nei luoghi da noi mentovati sebbene non ricevessero che scarsa paga fino a che Re Francesco il dì 8 dicembre mandò in Roma il Conte di Trapani per dichiararle disciolte (170), e noi poniamo termine alla nostra cronica con registrare l'addio che il Sovrano, licenziandole, diede ad esse.

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«Soldati!

«Separato da voi per la forza degli avvenimenti, non lo sono per affetto. La memoria delle fatiche durate in e questi ultimi otto mesi e quella dei fatti d'arme da voi gloriosamente combattuti, rimarrà sempre viva nella e mia mente.

«Sono obbligato a sciogliere provvisoriamente i corpi dei quali fate parte. Ho ferma fiducia che in breve sarete ricomposti, forse per pugnare di nuovo e per accrescere gloria e nome alle truppe napolitane. Il vostro valore sarà scolpito su i vostri petti colle medaglie che rammenteranno a tutti i combattimenti nei quali deste prove luminose di coraggio e di bravura.

«Voi ritornerete alle vostre case, ove ritroverete ì vostri compagni che valorosamente nel 1848 e 1849 seppero guadagnarsi le medaglie, di fedeltà, dello assedio di Messina, della campagna di Sicilia e quella degli e Stati pontifici: unitevi con quelli e sarete del pari rispettati ed onorati da tutti i buoni ed onesti cittadini. Son certo che verrà un giorno nel quale tutti saprete riprendere quelle armi che avevate fra le mani per la salvezza del paese, delle famiglie e delle sostanze vostre.

Firmato — FRANCESCO

FINE











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