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Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta (Giuseppe Buttà) - 1^ parte

Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta
Giuseppe Buttà
(2^ parte)

Napoli attende l'arrivo di Garibaldi il Dittatore entra nella Capitale - CAPITOLO XXV 201
Aneddoto su Silvio Spaventa provvedimenti di Garibaldi comportamento delle truppe stanziate a Napoli - CAPITOLO XXVI 208
Atteggiamento del clero napoletano nei confronti di Garibaldi i garibaldini si appropriano dei beni dei Borboni - CAPITOLO XXVII 215
Altre conseguenze del governo garibaldino Mazzini arriva a Napoli - CAPITOLO XXVIII 221
Il Generale Ritucci indugia fallito attacco garibaldino a Capua - CAPITOLO XXIX 227
Battaglia intorno a Caiazzo salvataggio dei soldati caduti nel fiume incontro con Don Fulgenzio - CAPITOLO XXX 233
Si discute la controffensiva contro Garibaldi scontri a Triflisco viene approvato il piano di battaglia di Lamoricière - CAPITOLO XXXI 240
Battaglia del Volturno - CAPITOLO XXXII 255
Ancora sulla Battaglia del Volturno - CAPITOLO XXXIII 264
La reazione a Isernia l'armata volontaria di La Grange capitolazione di Baia Ritucci continua a indugiare - CAPITOLO XXXIV 270
Divergenze tra Garibaldi e Cavour dibattito al Parlamento di Torino si convoca il Plebiscito altri provvedimenti di Garibaldi - CAPITOLO XXXV 278
Il Plebiscito reazioni e repressione nelle provincie considerazioni conclusive sull'epoca dei garibaldini - TERZA EPOCA L INVASIONE PIEMONTESE - CAPITOLO XXXVI 293
L'esercito piemontese invade il Regno appello di Francesco II atteggiamento di Cavour l'esercito borbonico si ritira sul Garigliano - CAPITOLO XXXVII 303
Incontro di Teano assedio e resa di Capua - CAPITOLO XXXVIII 309
Scontri durante la ritirata verso il Garigliano blocco navale francese e sua fine l'esercito borbonico ripiega a Mola di Gaeta - CAPITOLO XXXIX 323
I soldati napoletani nello Stato Pontificio - CAPITOLO XL 328
Battaglia del Colle Lombone tradimento di Pianelli - CAPITOLO XLI 335
Descrizione di Gaeta ingresso di Vittorio Emanuele II a Napoli luogotenenza di Farini - CAPITOLO XLII 343
Iniziano l'assedio e il bombardamento di Gaeta - CAPITOLO XLIII 359
Situazione del Regno sotto la luogotenenza destituzione di Farini la reazione nelle provincie - CAPITOLO XLIV 366
Resa di Gaeta partenza di Francesco II - Conclusione 383

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CAPITOLO XXV

La setta rivoluzionaria è riconoscente ai suoi adepti, riconoscenza che non si trova in tutti i sovrani, ed è questa la ragione principale che quella va innanzi, e costoro cadono ad ogni soffio di cattivo vento. I sovrani moderni hanno fatto di più, cioè han premiato i rivoluzionarii credendo farseli amici, ed hanno trascurato, e qualche volta perseguitato gli uomini del diritto antico, i quali resero alle monarchie e all'ordine pubblico segnalati servizii mettendo a cimento i loro averi, la loro libertà e la vita. Il risultato è stato sempre, che i rivoluzionarii si sono serviti della fiducia e protezione sovrana per offendere e distruggere la medesima sovranità. Gli uomini del diritto antico, ridotti senza mezzi e spesso senza credito, nelle crisi sociali sono stati impotenti a salvare i troni e le dinastie. Questa gran verità non si è voluta capire da alcuni sovrani moderni, i quali credono sapienza politica circondarsi di settarii acerrimi nemici della Chiesa cattolica, ch'è base d'ogni diritto. La rivoluzione poi quando può far da sè, dà il buono o mal servito a' sovrani, s'impone al popolo, e regna e governa con leggi draconiane. Che alcuni sovrani abbiano voluto rovinarsi, non vi è da dire; ma quello che ci preme si è che hanno rovinati i popoli, e sconvolto il vivere civile e sociale.

Vi è un'altra non lieve ragione per la quale la rivoluzione va sempre avanti.

Gli uomini del diritto antico, i realisti, quando si mettono a cimento con la setta trionfante, sono trattati con leggi draconiane, perseguitati, carcerati, e fucilati senza misericordia, e senza regolare giudizio: abbiamo su di ciò innumerevoli esempi che comprovano quanto io asserisco. Al contrario, sotto le monarchie, i rivoluzionari sono ben trattati anche quando son puniti. Io che fui Cappellano per otto mesi nell'ergastolo dell'Isola di S. Stefano, posso assicurare, come costa a tutti quelli che visitavano quell'Isola, che i condannati politici erano trattati con tutti i riguardi possibili; le istruzioni che aveano tutti gl'impiegati erano di usare generosità e carità; e noi non lasciavamo lettera morta quelle istruzioni; anzi ci prendevamo qualche libertà che oltrepassava le nostre attribuzioni, sempre con lo scopo di addolcire lo stato di que' prigionieri politici. In quanto a me poi, trascinato dal mio sentimento per gl'infelici, ed atteso il mio carattere di Prete, mi mostrai tanto largo e condiscendente con quei captivi, senza però, badate, mancare al mio dovere di fedeltà, che meritai una sospensione d'impiego per quattro mesi! Il sig. Luigi Settembrini ed il sig. Silvio Spaventa, a cui erano rivolte le mie principali cure, allora ergastolani di S. Stefano, oggi i primi uomini del Governo italiano, potrebbero confermare quanto io asserisco! E il sig. Spaventa, oggi ministro de' lavori pubblici, potrebbe ancora ricordarsi, che dopo il mio ritorno da Gaeta nel 1861, quando io era cercato della polizia, mi presentai a lui qui in Napoli, essendo egli capo di quella polizia, per ottenere un salvacondotto. Ma non avendo avuto la fortuna di essere introdotto nella sua abitazione, l'abbordai alla Riviera di Chiaia mentre montava in carrozza: io appena lo conoscea, tanto era cambiato!

Il sig. Spaventa, dopo che mi conobbe, e mi chiamò per nome, senza ascoltarmi,

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diede ordine al cocchiere di sferzare i cavalli: e fu per me un vero miracolo se non rimasi vittima sotto le ruote di quella carrozza! Oh, dissi allora, e costui è quello stesso Spaventa che in S. Stefano umile faceami la corte...! scrivendomi lettere rispettose..!

E si ricordi il sig. Spaventa, che in S. Stefano stava per aver le legnate, come insubordinato ergastolano, sebbene obbliò poi chi lo salvò da quel supplizio infamante.

Scusino i benevoli lettori questa mia digressione, io l'avea, come suol dirsi, proprio sullo stomaco; e quando a nulla valesse, avrebbe però il merito di dimostrare che i rivoluzionarii, stranieri sempre alla riconoscenza, amano chi è con essi nell'offendere e tradire.

Garibaldi, però, tipo rivoluzionario, è di sua natura riconoscente a' servizii che si prestano tanto a lui quanto alla causa che strenuamente propugna: ricompensa largamente i suoi seguaci, come i conquistatori del Medio-Evo. Egli rimunera i suoi adepti con ricchezze quando ne può disporre, con impieghi lucrosi, e con la sua amicizia e protezione. In effetto, appena afferrò il potere, rimunerò tutti quelli che l'aveano aiutato ad occupare il Regno delle Due Sicilie.

Egli creò un novello ministero, confermò D. Liborio ministro dell'interno e polizia, lasciò ne' loro posti i direttori Giacchi e de Cesare, e costoro accettarono il prezzo del tradimento fatto a Francesco II. Alla guerra destinò come ministro Cosenz, già uffiziale napoletano, disertore del 1848, col direttore de Sauget figlio del Generale Roberto; alla giustizia mise Pisanelli cavourriano, alla Polizia, come direttore un tal Giuseppe Arditi, e rimasto Prefetto il Bardari. In seguito Garibaldi divise in due rami la Polizia e l'Interno; alla prima lasciò D. Liborio, al secondo pose Conforti, già emigrato del Regno, e rientrato con l'amnistia accordata dal Re Francesco II. Il ministero degli esteri lo diede a Crispi, allora fuggito dalla Sicilia a causa delle lotte tra rossi e cavourriani. Ministro de' lavori pubblici elesse il marchese Rodolfo d'Afflitto, già borbonico e sottointendente; e così Ciccone all'Istruzione pubblica, Antonio Scialoia già emigrato, alle finanze. Un Pentasuglia, straniero, ebbe la direzione de' telegrafi. Agresti, ch'era stato pure nell'ergastolo di S. Stefano, fu eletto direttore della Dogana. Libertini reggente del Banco di Napoli. Furono poi destinati ambasciatori, il marchese di Bella in Francia, il Dottor Cattaneo in Inghilterra, e Leopardi a Torino.

Per ricompensare il generale Ghio, il quale avea perpetrato il gran tradimento di Sovaria-Mannelli lo fece comandante della Piazza di Napoli. Suo segretario particolare destinò il medico Bertani arrollatore di garibaldini in Toscana etc. etc.

Tutti i benemeriti della rivoluzione, e quelli che aveano lavorato per tradire Francesco II, furono tutti ricompensati da Garibaldi con lucrosi impieghi e grossi stipendi.

Il Ministero garibaldino cominciò a schiccherare decreti, la maggior parte per aver plauso della popolazione, e principalmente dagli stranieri; difatti que' decreti non produssero effetto, o rimasero lettera morta. A' 9 Settembre si decretò che gli atti pubblici s'intitolassero da V. Emmanuele Re d'Italia, e che i suggelli dello Stato avessero lo stemma del Piemonte.

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Furono aboliti i passaporti entro l'Italia, e fu questo un ottimo decreto; per la gente onesta e pacifica, l'affare del passaporto era stato indicibilmente molesto; mentre i rivoluzionarii o aveano mezzi di procurarselo, o ne faceano a meno viaggiando impunemente, e congiurando sempre. Fu riconosciuto il debito pubblico. Abolito il giuoco del lotto come immorale, ma dal 1° Gennaio 1861; per que' quattro mesi del 60, era morale! Quel giuoco poi tanto riprovato da' liberali l'abbiamo tutt'ora, anzi si è facilitato, potendosi giuocare per tutte le province d'Italia, trovandosi in tutti i Capiluoghi moltiplicati i Botteghini all'uopo aperti, ed il governo oggi ne tira anche la tassa sopra le vincite. Si decretò che i Castelli fossero consegnati in 

perpetuo

alla Guardia nazionale, acciò i baluardi della tirannide diventassero baluardi di libertà.

Quest'altro decreto rimase lettera morta. Si decretò che si togliessero le dogane tra Napoli e Sicilia, e sarebbe stata questa un'ottima disposizione come quella che avrebbe esentati i viaggiatori da tante molestie e giunterie: ma quel decreto rimase pure lettera morta essendosi opposto il fiscale Ministro delle finanze Scialoia, anzi più tardi le franchigie dei porti franchi furono abolite. Si liberarono tutti i pegni al di sotto di tre ducati: si abolirono le spese segrete de' Ministri, mentre costoro scialacquavano segretamente e pubblicamente il danaro de' contribuenti. Tanti altri decreti uscirono fuori, la maggior parte de' quali rimasero nell'obblio; ma il decreto più encomiato si fu la istituzione de' giurati: istituzione ad uso inglese che dura ancora, e che malamente comincia a dar noia all'attuale Governo.

D. Liborio pensò a combinare un Municipio di rivoluzionarii, dapoichè quello che vi era non rispondea all'altezza dei tempi, ed invero che si era mostrato avverso alla rivoluzione: quindi senza tener conto del voto popolare, creò sindaco Andrea Colonna, dodici nuovi eletti e ventiquattro aggiunti nelle Sezioni; rifece pure trenta decurioni.

D. Liborio non senza ragione volle comandante della Piazza il generale Cataldo, egli preparava gli avvenimenti dopo la partenza del Re da Napoli.

Francesco II avea ordinato al Cataldo di custodire i Castelli, di non bombardare e provocare i rivoluzionarii, ma assalito rispondesse secondo le ordinanze. Quel Generale non tenendo conto né degli ordini sovrani, né degli articoli 142 e 145 dell'ordinanze di Piazza, le quali prescrivono che le Fortezze si debbano cedere ne' soli casi di mancanza di viveri, o perché inutilizzate alla resistenza, o per ordine del Re, si decise cederle a Garibaldi senza che costui l'avesse molestato.

Il distinto Colonnello cav. Girolamo de Liguori Comandante il 9° reggimento di Linea, senza attendere ordini dal Sovrano, e non facendo caso in quella eccezionale circostanza delle ordinanze di Piazza si decise raggiungere il grosso dell'esercito che si riuniva in Capua; riunì tutto il suo Reggimento in armi e bagaglio nel quartiere di Castelnuovo, fè sentire a' duci felloni rimasti in Napoli, che lo lasciassero partire con la propria gente. Costoro cercavano intimorirlo, dicendogli che il popolo avrebbe fatto man bassa, e che la esaltazione pubblica gli avrebbe precluso il passo; ed egli rispose: io saprò difendermi, e risponderò fuoco contro fuoco.

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Giunta questa minaccia alle orecchie di Garibaldi, dopo un consiglio tenuto, si addivenne a far partire quel valoroso Colonnello ed il suo Reggimento. Ad esempio della fede militare e memoria de' posteri, sappiasi che quel Reggimento a tamburo battente, e bandiere spiegate, traversò Napoli il 7 settembre per recarsi alla Piazza di Capua. Quando vi giunse, il Re comandò al Colonnello de Liguori, quante erano le basse:

il Colonnello non intese, ed il Sovrano ripetè la domanda, alla quale seguì questa memorabile risposta: «Sire! Dal Colonnello all'ultimo soldato sono qui pronti a morire per Vostra Maestà, e per l'onore del tradito suo esercito.»

Imparino i felloni ed i vili come si adempie al proprio dovere, e sia questo solo esempio eterna gloria al Colonnello de Liguori, anatema a' traditori, ed incitamento a' codardi che trovano difficoltà ad ogni piè sospinto.

Questo bello esempio del de Liguori fu seguito dalla guarnigione del Castello del Carmine e di quello dell'Uovo ov'erano otto compagnie del 6° Reggimento di Linea. Le quattro compagnie di questo Reggimento erano di guarnigione al Castel S. Elmo. Il Capitano Bassi sciolse queste quattro compagnie, quando il Governatore Colonnello Garzia se ne fuggì, ed il tenente Colonnello Paternò stava per essere ucciso da' soldati, perché consigliava costoro a cedere alla rivoluzione. In quel Castello stavano per succedere scene di sangue, se non che alcuni uffiziali, ben voluti da' soldati, smorzarono l'ira soldatesca, e consigliarono di ritirarsi tutti in Capua, non avendo mezzi per sostenere un lungo assedio. Quelle quattro compagnie del 6° di linea, ed una di artiglieria, con armi, bagagli e bandiera spiegata scesero in Città, traversarono Toledo con baldanza militare; i rivoluzionarii non fiatavano e li lasciarono dirigersi a Capua.

Il Comandante del Forte dell'Ovo, cavaliere Michele de Torrenteros vedutosi privo della guarnigione regia, perché partite le compagnie del 6° Reggimento, sostituite da Cataldo, con la Guardia Nazionale, deluso nella determinazione di resistere ad ogni costo, chiese istantemente il ritiro, ed avutolo, corse gravi rischi di vita. Fu il de Torrenteros supplito dal Tenente Colonnello Testa, docile ai comandi del Cataldo.

Questi, la sera del 7 settembre, fece riunire il 13° Battaglione Cacciatori nel Quartiere di Pizzofalcone, affinchè il Comitato militare rivoluzionario, preseduto dal sempre distinto Generale Alessandro Nunziante, avesse la via più facile di corrompere i soldati e farli disertare: ma tutti costoro sprezzarono promesse e minacce.

In quel Battaglione erano cinque Capitani affiliati al Comitato preseduto dal Nunziante, ed erano Valentino Zecca, Gaetano Pomarici, Michele Giordano, Giuseppe Huner, e Valentino Ortini. Quest'ultimo Capitano, forse incaricato dal Nunziante, fingendosi ammalato per esentarsi dal Battaglione, assieme ad altri, si era recato a Salerno per prendere conoscenza della truppa ivi accampata, e della posizione de' luoghi, con lo scopo di unirsi al nemico ed opprimere più facilmente i proprii connazionali, e gli stessi suoi compagni d'armi. Quando ritornò da Salerno, non si peritò farsene vanto! I sopra nominati Capitani perché faceano propaganda rivoluzionaria

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nel Battaglione furono accusati dagli altri uffiziali al Comandante Golisani, ma costui lasciò impuniti i colpevoli, anzi li avvertì di guardarsi dagli uffiziali accusatori.

Alessandro Nunziante, per mezzo del Capitano Valentino Zecca voleva persuadere tutti gli uffiziali del 13° cacciatori acciò si risolvessero a condurre i soli soldati a Garibaldi, e giurare fedeltà a costui. Tutti si negarono, ad eccezione di quelli che faceano parte del Comitato. Allora si pensò di attirare alla setta il Comandante del Battaglione, il Golisani, il quale non si fece pregar molto, e per salvare le apparenze, mandò o finse di mandare in Capua l'Alfiere Ballo per ottenere il permesso dal Re di consegnare i suoi dipendenti a Garibaldi...! La mattina dell'8 Settembre il Dittatore ordinò che il 13° Cacciatori fosse traslocato al quartiere Ferrandina. Al sentire quell'ordine, i soldati gridarono Viva il Re,

e chiesero di essere condotti a Capua.

Il Golisani, fatto già arnese di setta, a causa dei vantaggi personali a lui promessi da' rivoluzionarii, riunì il Battaglione, e disse che sarebbe difficile condurlo a Capua, che era volere del Re che tutti servissero Garibaldi; e chi si negasse avrebbe il congedo per andarsene alla propria casa. Tutti i soldati si negarono a servire la rivoluzione, e quel Battaglione si sciolse. Alcuni soldati ritornarono alle loro famiglie, ma altri presero la via di Capua e raggiunsero l'esercito. Il 1° Tenente Francesco de Fortis che si trovava con un drappello di soldati del 13° Cacciatori di guardia al Molo, fu ivi abbandonato senza ordini, e senza mandarli né cibaria, né denaro per pagare i soldati, egli supplì a tutto; ed appena conobbe la difezione del proprio Comandante, lasciò quel posto, ed assieme a' suoi dipendenti con nobile divisamente si ritrasse in Capua.

Dal 13° Cacciatori si diedero al nemico il Comandante Golisani, i cinque Capitani faciente parte del Comitato militare rivoluzionario, altri tredici uffiziali, ed il Quartier mastro Ferdinando Ghio (fratello dell'eroe di SovariaMannelli) appropriandosi la Cassa militare del Battaglione.

Il Golisani, sebbene povero di spirito e di corpo, in compenso della sua fellonia fu ritenuto al servizio attivo da' suoi nuovi padroni, mentre tanti giovani uffiziali baldi e coraggiosi furono mandati a' veterani invalidi in compenso di aver fatto il loro dovere. Anche il Golisani fu poi tolto dal servizio attivo, e gli si diede il terzo della pensione, perché non potè dar conto di certe somme sparite, dal Magazzino delle vesti, e di altri arnesi appartenenti al 13° Cacciatori: così avverossi che «Iddio non paga il sabato..!

Il Generale Santamaria e il Colonnello Dupuy, quest'ultimo tanto beneficato da' Borboni, si presentarono al ministro della guerra garibaldino Cosenz e si sottomisero alla rivoluzione, facendo disertare al nemico tutta la gendarmeria da loro comandata: e si videro poi que' gendarmi con l'uniforme borbonica e la Croce di Savoia in fronte...!

Trentasette Guardie del Corpo seguirono il Re a Capua ed a Gaeta, con l'Esente Luigi Milano, ad onta che gli venne meno la guida del loro Comandante.


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Tra que' giovani volenterosi che vollero incorporarsi all'esercito combattente in Capua, e che a compensar e la loro abnegazione e fede furono interrogati d'ordine del Generale in Capo, dal Capitano di Stato Maggiore cavaliere de Torrenteros, in quale arma desiderassero servire, certuni preferirono la Cavalleria, altri la Fanteria della Guardia, ed il solo cav. Rodinò di Migliore rispose: «amo un battaglione Cacciatori e quello che trovasi oggi stesso agli avamposti.» Tale nobilissima domanda fu piacevolmente esaudita, e fu destinato al 9.° Battaglione Cacciatori: furono poi destinati a quel Battaglione de Tommaso, Caracciolo del Sole, e il Marchese Renna, costui si distinse più di tutti.

La bandiera della compagnia delle guardie fu salvata, e gelosamente custodita dal guardia sig. De Maio, la cui condotta e fede, onorerà sicuramente i suoi discendenti, dopo che è morto come tanti altri travagliato materialmente e moralmente dai nostri rigeneratori generosissimi.

Il bellissimo Reggimento Marina acquartierato nella darsena invano aspettava la esecuzione dell'ordine regio per raggiungere l'esercito a Capua, né l'ordine si fece giungere a' soldati, né il Colonnello pensò condurre costoro ove desiderassero essere condotti. Trascrivo qui quello che dice il Capitano dello Stato Maggiore Tommaso Cava nella Difesa nazionale napoletana,

pag. IX, il quale ne dovea saper più di me, e quel che dice è conforme a quanto altri hanno scritto: «Francesco Nunziante Colonnello del Reggimento Marina al 1860, soddisfece i suoi immensi debiti verso la dinastia dei Borboni, seguendo le orme di suo fratello Alessandro. Il suo Reggimento che si accorse della sua equivoca condotta si ammutinò contro di lui il mattino degli otto settembre 1860, mentre Garibaldi era già in Napoli.

Di animo meschino, andò a pitoccare protezione ed appoggio presso il Generale Bartolo Marra, il quale avea preceduto lui nel comando di quel Reggimento, e giustamente contava sul rispetto dei suoi antichi dipendenti verso di lui. Questi si propose di ripresentarlo a quei soldati onde riabilitarlo; ma combattuto il Nunziante dal timor panico che la sua nera ingratitudine gl'infondeva, e delle promesse date sopra la sua acquiescenza al partito della rivoluzione, non accettò l'offerta.

Il Generale Marra si recò nel Quartiere della Marina, ed arringò que' soldati dai quali fu bene accolto e festeggiato. Immediatamente dopo di lui, si spedì loro il ben noto Padre Gavazzi coll'incarico di sovvertirli a favore della rivoluzione, per lo che il Reggimento summentovato immediatamente si sbandò, non già per seguire le istigazioni di quel rinnegato, ma perché quella fida soldatesca comprese che soltanto in quella guisa poteva allora svincolarsi dalle vessazioni di coloro che volevano disonorarla; e si sbandò per raggiungere il proprio Esercito sui campi del Volturno e del Garigliano. In fatti, pochi di essi chiesero un nuovo fucile per gloriosamente combattere a favore del proprio Sovrano, e per salvare l'onor militare di quell'Esercito a cui appartenevano.

Liberato il Nunziante della presenza dei suoi dipendenti, domandò il dovuto compenso della sua fellonia, e gli fu dato il comando del Reggimento Veterani, dove tuttavia si trova, (Cava scriveva nel 1863) ma da pertichino però, poichè nel 1862

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egli passò in secondo posto per cedere il comando al Generale de Benedictis, il quale ha meritata la preferenza pei servizi resi da lui più energici e molto più vantaggiosi di quelli del Nunziante.»

È da notarsi che il Capitano Cava scrive senza rancore circa la distinta famiglia Nunziante; difatti da de' meritati elogi all'attuale Marchese, il giovane Vito Nunziante, al fratello di costui Riccardo, ed allo zio Antonino Comandante dell'8° Cacciatori; anzi a quest'ultimo giustamente lo difende pel consiglio di guerra subìto in Gaeta.

In quanto a me poi, avrei desiderato che il sig. Francesco Nunziante figlio di un illustre e prode Generale, benemerito della Patria e dei Borboni, avesse imitata la bellissima condotta del suo collega Colonnello Girolamo de Liguori Comandante il 9° Reggimento di linea; e l'avrei desiderato non solo acciò il Nunziante avesse fatto onore al bel nome che porta, ma ancora perché avrei soddisfatto un mio desiderio, cioè di lodarlo meritevolmente.

Il sig. Colonnello Francesco Nunziante, a quanto io sappia, detesta oggi la sua abberrazione del 1860; ciò lo riabilita nell'opinione di molti. Ma la storia è inesorabile anche verso i colpevoli di un giorno: essa s'impossessa dei fatti compiuti, e li tramanda alla posterità ad onta del pentimento di coloro che li compirono.

La vera storia - vergin di servo encomio - e di codardo oltraggio - sorvolando sugli umani riguardi, o encomia, o scaglia la folgore..!

Il celebre generale Lord Tommaso Fairfax si rivoltò contro il suo Sovrano, Carlo I d'Inghilterra, e si unì col dittatore Cronwell ai danni del proprio Re; tutti e due condussero quello sventurato Principe al patibolo! Fairfax si pentì poi, e per riparare il malfatto, coadiuvò il Generale Monk per la restaurazione di Carlo II, figlio della sua vittima: in seguito si ritirò dalla vita pubblica. La inesorabile storia, mentre encomia la riparazione fatta da Fairfax, non tralascia però di condannar costui alla esecrazione de' posteri per la condotta tenuta contro il suo Re Carlo I.

Gli allievi militari di Maddaloni, la maggior parte fuggirono a Gaeta il dì 8 settembre ove tutti fecero il loro dovere, e sebbene giovanetti molti si distinsero.

Il Capitano Vincenzo Nini del 1° granatieri della Guardia Reale, trovandosi sul campo di Capodichino con un distaccamento di 149 individui di truppa di diversi Corpi, e 2 uffiziali, cioè il tenente Meula, e l'alfiere Fortunato addetti alla costruzione del Tempio votivo, il 7 Settembre non ebbe alcuno avviso di ritirarsi. Però quel Capitano conosciuta la partenza del Re, e l'arrivo di Garibaldi a Napoli, mandò a Capua l'Alfiere Fortunato per avere ordini precisi, il Ritucci gli ordinò di raggiungere il resto dell'esercito; ed il Nini ubbidì subito conducendo con sè la sua gente con armi, bagagli e munizioni di guerra.

Il Tenente Colonnello comm. Antonio Ulloa che trovavasi a Torre dell'Annunziata, affittò un convoglio della strada ferrata per condurre i suoi soldati a Capua, ma le mene de' settarii e l'opposizione di un certo Carabelli beneficato da' Borboni, gl'impedirono di avere quel convoglio. Nondimeno l'Ulloa non si perdè d'animo, anzi spiegò tanta energia quanto ne richiedeva la sua difficile posizione.

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Il 7 settembre richiamò da Scafati le tre compagnie de' Granatieri della Guardia, gli armieri ed i doganieri; trasse da quella fabbrica di Scafati armi e strumenti di guerra che poteano essere utili all'esercito, e consegnò la fabbrica al Primo eletto del Comune.

Dopo che riunì con difficoltà tutti i suoi dipendenti sobillati da' settarii, ad eccezione di pochissimi uffiziali felloni, volse a piedi risoluto a Capua ove condusse i suoi volenterosi dipendenti. L'Ulloa, ufficiale superiore di molta e svariata istruzione, divenne direttore del Ministero di Guerra e Generale dippoi.

Anche la guarnigione di Castellammare il 7 settembre si ritirò a Capua, e lasciò alla guardia Nazionale il Cantiere.

Restava nella Provincia di Napoli il forte di Baia: il Maggiore Giacomo Livrea che lo comandava, sprezzò lusinghe e minacce, e non volle cederlo a' rivoluzionarii, ad onta che avesse per guarnigione 145 artiglieri invalidi, ed un gran deposito di polvere mal custodita, si espose a tutti i pericoli; difatti subì un semi-assedio; ma tenne lodevolmente fermo.

Nella ritirata della truppa a Capua, si abbandonarono oltre i tesori di moneta sonante e la fortuna peculiare del Re, non pochi magazzini di arnesi militari, parte si abbandonarono per la fretta, parte per incuria di chi ne avea la consegna, e parte per lasciarli al nemico, e metterlo nella comoda posizione di usarli a danno dell'esercito riunito sul Volturno.

CAPITOLO XXVI

Garibaldi, tanto semplice e democratico, in Napoli la facea da Re in tutto e per tutto: spendea una somma favolosa per la sua tavola, come appare delle note fatte dal Segretario Bertani. Egli facea uso di un'autorità che non hanno usata mai i re più assoluti: egli era Dittatore ed esercitava in tutta la sua estensione questa terribile magistratura; simile a Mario e Silla, altro non gli mancava per raggiungere questi due tristi dittatori di Roma antica che le note di proscrizione e di sangue: e pure nelle province erano queste in vigore, come appresso dirò.

Il Dittatore, e per esso il medico Bertani dava fuori decreti, e neppur domandava la firma de' ministri responsabili; né stampandoli li facea distinguere da quelli proposti dal ministero. Non dava esecuzione a quelli deliberati in consiglio, e da sè decretava provvedimenti nuovi senza farne motto ad alcuno.

Spesso i decreti si contradicevano, perché Dittatore e Ministri erano affetti dalla

decretomania.

D. Liborio, capo del ministero garibaldino considerandosi il fabbro della rivoluzione, credea ancora esercitare l'alto potere come l'avea esercitato sotto Francesco II; ma Bertani tirava diritto, e poco si curava se D. Liborio avesse sbraitato; costui sotto voce accusava Garibaldi d'ingratitudine, sfogando l'animo suo con li amici ed i suoi confidenti....!

Però, Garibaldi conoscea che non avea forza per sorreggersi, e per conseguenza da

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un momento all'altro la sua dittatura potea essere contrastata o abbattuta. Stava un poco in sospetto perché Persano avea fatto scendere a terra le truppe piemontesi ed avea fatto occupare l'Arsenale. Avea pure costui fatto venire in fretta da Genova un Reggimento di soldati, a' quali fece prendere possesso della Granguardia. Attesi i malumori tra repubblicani e monarchici, tra comitato d'ordine e quello d'azione, tra Garibaldi e Cavour, quelle forze regie che occupavano l'Arsenale e la Granguardia, invece di essere una guarentigia, erano un fuscellino nell'occhio del Dittatore, che non lo rendeva sicuro; quindi segnalò a' suoi volontarii che accorressero subito a Napoli.

Turr trovavasi in Ariano a comprimere la reazione. Rustow con la sua brigata trovavasi in Eboli: e questi all'ordine del Dittatore, il mattino dell'8 settembre, si affrettò a partire per Napoli. Prese carrozze, carri, muli, asini e partì per Salerno; ove la sua gente, sebbene ricevuta dalla musica locale, nondimeno era vestita tanto grottescamente che fece ridere a tutti quelli che assistettero al suo defilare. Da Salerno, Rustow con la sua brigata partì per Napoli in ferrovia, ove giunse di notte: e così le tenebre coprirono l'aspetto poco rassicurante di que' nuovi liberatori, i quali alloggiarono a Pizzofalcone, e non oltrepassavano mille uomini.

Il resto di quell'accozzaglia, detto esercito garibaldesco, vi giunse poi alla spicciolata; e i napoletani si meravigliarono di non vedere soldati ma gente famelica, disordinata, malcoperta come vincitrice del florido esercito nazionale di centomila uomini! Que' garibaldini ebbero in Napoli alloggi principeschi, e non pochi abusarono della posizione in cui il caso o la fortuna l'aveano messi.

Padre Gavazzi e Pantaleo catechizzavano il popolo nelle pubbliche piazze, cioè bestemmiavano contro la nostra santa religione. Essi vi si presentavano vestiti mezzo frati e mezzo garibaldini, mischiando pugnali, pistole e crocefissi. Quando non erano compresi dagli uditori ne aveano applausi; e qualche volta avvenne che furono obbligati a rompere in mezzo la predica e fuggire, come accadde al padre Gavazzi nella piazza del Mercatello il 30 settembre. Costui avendo bestemmiato contro la Vergine SS.a fu preso a sassate dall'uditorio, e se non fosse stato difeso da' camorristi, sarebbe rimasto vittima del suo fanatismo, e del suo zelo diabolico.

Gavazzi e Pantaleo, apostoli garibaldini, avevano con loro una turba di preti e frati apostati venuti da Sicilia e Calabria, e formavano la così detta legione sacra. Tutti questi sacerdoti del pontefice Garibaldi, andavano a celebrare in alcune chiese con quel raccoglimento e devozione che ognuno potrà facilmente supporre. Essi si presentavano vestiti in costume garibaldino con baffi e barba, con pugnali e pistole, e in queste strane foggie si cingevano degli abiti sacri, e celebravano la S. Messa ognuno a modo loro. Poveri misteri della vita e passione di Gesù, come rappresentati! s'impossessarono poi delle più ricche e frequentate chiese di Napoli; cioè di S. Francesco di Paola, di Santa Brigida, del Gesù Nuovo, de' Ss. Apostoli, ed altre.

Molti preti delle province napoletane, uniti con alcuni preti della diocesi di Napoli, fecero un Comitato ecclesiastico unitario, stamparono de' programmi contro il Papa, e proclamarono il libero esame in materie dogmatiche. Ed in verità questi due termini,

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dogma e libero esame parmi che fanno a calci! ma ciò non dee recar maraviglia; i rivoluzionari sono poco scrupolosi in tutto quello che riguarda il principio di contradizione: basta che trovano il proprio tornaconto.

Però il clero garibaldino, sebbene avesse Garibaldi pontefice Massimo, il quale schiccherava decreti circa la disciplina ecclesiastica, e circa la libertà di coscienza ed altro, avrebbe desiderato un Vescovo Cattolico per meglio ingannare la plebe ignorante; e gli riuscì trovarlo nella persona di Monsignor Caputo Vescovo di Ariano. Era costui frate del dottissimo Ordine de' PP. Predicatori; più volte era stato proposto Vescovo da Ferdinando II, e Roma avea respinta la proposta, perché conosce meglio del Sovrano la condotta di quel frate. Dopo tante insistenze del Re Ferdinando, Roma per contentarlo fece Vescovo di Oppido il Caputo, e costui si comportò tanto male in quella diocesi che fu cacciato a furia di popolo, caso unico nel Regno di Napoli. Non per tanto Re Ferdinando diede a quel Vescovo la diocesi di Ariano, migliore di quella di Oppido. Caputo corrispose alla incomprensibile condiscendenza del suo Sovrano verso di lui con farsi rivoluzionario e garibaldino, scandalizzando i fedeli con la sua apostasia, e con libelli contro i suoi benefattori e contro il Papa; fu egli il solo vescovo in tutta l'Italia che si contaminò d'indisciplina ed ingratitudine, ed èvvi chi lo accusa d'avvelenamento a Ferdinando II, allorchè questi pranzò da lui quando si recò a ricevere la sposa Duchessa di Calabria Principessa Ereditaria.

Tralascio di raccontare la fine miseranda di Caputo, il quale morì come l'ateo Voltaire, cioè quando cercò un confessore autorizzato, gli fu negato da' suoi seguaci..!

Garibaldi (nuovo Robespierre che accordava l'esistenza all'Ente Supremo con un decreto) decretò la libertà di coscienza, ed annullò la Bolla Etsipastoralis del Sommo Pontefice Benedetto XIV, dando a' Greci albanesi di Sicilia la libertà di esercitare il loro culto. Garibaldi ed i suoi consiglieri diedero prova di non intendere quella bolla, la quale accordava a' Greci albanesi le immunità, libertà ed esenzioni che costui credea di dare col suo decreto papale; e non crebbe i privilegi concessi da' Papi a' Greci. Il decreto garibaldesco accordò quello ch'era stato concesso, e credè di togliere una proibizione che non esisteva; e sono questi gli uomini che celebra sapienti la rivoluzione!

Il 17 settembre si approvò una formola di giuramento pe' pubblici uffiziali, e fu questa un'altra contradizione con la decretata libertà di coscienza. Il primo a giurare fu il sempre distinto D. Liborio; che importava a costui un giuramento di più o di meno non avendo né religione né onestà naturale? Molti uffiziali ed impiegati giurarono fedeltà a Garibaldi, cioè alla pagnotta. Però, dopo il 24 settembre, quando la bufèra era già calmata, quelli uffiziali ed impiegati furono tolti via di officio con la dicitura: perché colpiti dalla pubblica indignazione, ovvero, in omaggio alla pubblica opinione. Non pochi di questi uffiziali ed impiegati, l'abbiamo poi veduti in Roma atteggiarsi a fedelissimi de' Borboni e a vittime della rivoluzione!

Tutta la magistratura di Napoli giurò fedeltà a Garibaldi. I presidenti fecero

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ampollosi discorsi di libertà, tutti fecero come Moroveo Re de' Franchi, adorarono quello che aveano bruciato, e bruciarono quello che aveano adorato.

Non dobbiamo maravigliarci, è stata sempre questa la vicenda delle umane viltà: la magistratura francese giurò fedeltà al Re Luigi XVIII, dopo che l'avea giurata a Napoleone 1°, ed elassi cento giorni giurò un'altra volta fedeltà a favore di quello stesso Re.

Il presidente della Corte suprema di giustizia, il sig. Niutta, stimato e messo a quel posto da Ferdinando II, si distinse più di tutti con i suoi discorsi liberaleschi, essendosi fatto liberale di occasione per farsi di nuovo codino all'occorrenza. Pochi magistrati non giurarono fedeltà al Dittatore, tra i più noti Falcone, ed Andreana, e delle Calabrie Giovanni Maddaloni.

Tutti costoro che giurano, secondo i liberali, erano gente onesta, dotta e moralisssima: al contrario chi sprezzò la pagnotta, e non volle saper di loro, erano chiamati con i più volgari nomi. E vedete contradizione de' così detti liberali: proclamavano la libertà di coscienza, e non voleano la libertà di opinione quando questa fosse diversa da quella che essi professavano.

I rivoluzionarii avrebbero voluto che tutti i vescovi del Regno fossero stati simili a Monsignor Caputo, cioè che avessero aderito a' principii rivoluzionarii, li avessero encomiati con pastorali e li avessero predicati da' pergami. E qui un'altra barocca contradizione: i liberali dicono e sostengono che i preti non si debbono mischiare di politica, e poi pretendono che si facessero apostoli di Satana per predicare i loro principii contro la Società e contro Dio; e chi non si presta è un reazionario, un sanfedista, un prete che sconosce il Vangelo! Guai poi se i preti e i Vescovi difendono la morale e i diritti della chiesa manomessa; allora cominciano le persecuzioni le più ingiuste verso gli ecclesiastici più degni per santità e dottrina, ed i più benemeriti al vero popolo; conciosiachè i liberali temono l'influenza del vero prete santo e dotto.

I primi Vescovi ch'ebbero l'onore di essere perseguitati dal governo dittatoriale furono il cardinale di Napoli, l'Arcivescovo di Sorrento e quello di Reggio, e il Vescovo Montuoro di Bovino.

Il Cardinale di Napoli ebbe comando da Garibaldi di condiscendere all'abilitazio ne dei preti e frati garibaldini agli uffizii sacri, di armare i preti e i seminaristi a dife sa della rivoluzione: il nostro Porporato si negò risolutamente e dignitosamente. Padre Pantaleo, credendosi già persona d'importanza, si era recato più volte presso il Cardinale per importunarlo, ma vedendo che nulla ottenea, il 19 settembre menovvi ausiliario l'infelice Vescovo Caputo, tutti e due pretendeano che il primo Vescovo del Regno aderisse alla rivoluzione, ed avendolo trovato assolutamente negativo, il Pantaleo alzò ardito la voce, e quello gli disse: chi siete voi; aspettate fuori. Il frate villano rispose: mi farò conoscere, ed andò via.

Fratacchione briaco ed impertinente, ti avevamo tutti conosciuto abbastanza, e non è quindi necessario che ti dicessi cosa sei. Un pari tuo, giacchè in uno de' duchi dell'illustre famiglia di Riario Sforza non volle venerare un Cardinale della santa

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chiesa romana, doveva almeno rispettare il primo gentiluomo del Regno, l'uomo caritatevole e virtuoso: ma tu fosti educato ne' campi, e nelle vigne di Castelvetrano, quindi operasti in conseguenza.

Garibaldi che predicava libertà, vedendo che il Cardinale di Napoli non era in nulla condiscendente come l'Arcivescovo di Palermo Naselli, gl'intimò l'esilio per mezzo di un certo Trecchi cremonese; ed il santo Porporato partì sull'Elettrico per Marsiglia il 21 settembre.

L'Arcivescovo di Sorrento Mons. Francesco Saverio Apuzzo, uomo dotto e semplice, amico de' poveri, e de' tribolati, dopo una visita domiciliare, fu arrestato e condotto alla Prefettura di Napoli, oggi Questura; indi al carcere della Concordia. Dopo sei giorni, senza fargli vedere un parente, o un amico, fu imbarcato e mandato a Marsiglia. Gli altri vescovi perseguitati furono pure mandati in esilio: e così la rivoluzione inaugurava la libertà!

Garibaldi, facendola sempre da Pontefice massimo, con decreto dell'1 1 Settembre abolì la benemerita Compagnia di Gesù; e con un senso retroattivo annullò tutti gli atti stipulati dalla Compagnia sin dal suo sbarco in Marsala.

Quattrocentonove benemeriti padri Gesuiti, furono buttati in mezzo la strada, e sarebbero morti, di offese e di disagio, se la carità privata non l'avesse soccorsi. Erano tra quei religiosi, vecchi, infermi logorati dagli anni e dalle fatiche per istruire la gioventù e renderla virtuosa, non che per soccorrere e consolare tante sventure occulte. Oh quanti e quanti di coloro che gridavano fuori i Gesuiti, erano stati educati istruiti e soccorsi da quelle infelici vittime!

La setta persèguita la Compagnia di Gesù, perché è dessa il martello che stritola gli empii, ed è la più dotta difenditrice de' diritti della Santa Romana Chiesa. I Gesuiti aboliti nel secolo passato, dispersi e perseguitati da tutti i governi, anche da chi doveali difendere, trovarono sicuro asilo in un impero scismatico, e da lì difendevano da valorosi, con dotte polemiche, i proprii persecutori, i re legittimi! ed i Romani Pontefici. La Compagnia di Gesù si fortifica sempre nelle patite persecuzioni, perché ha fede nel suo santo fondatore, il quale ad imitazione di Gesù Cristo, disse a' suoi figliuoli, ego mitto vos sicut agnos inter lupos.I Padri Gesuiti per essere sempre più distinti nelle persecuzioni settarie, neppure si ebbero quella modica pensione governativa, che la setta governo oggi dà agli ordi ni religiosi che abolisce. I beni de' Gesuiti furono incamerati, e si creò una Giunta all'uopo per amministrarli, cioè dissiparli. E siccome l'appetito viene o cresce man giando, i rivoluzionarii cominciarono a spogliare i luoghi pii. Un decreto del 21 Settembre dichiarò nazionali i beni delle Mense Vescovili: promise a' Vescovi una congrua non più di due mila ducati annui per ciascheduno, e il resto da dividersi al basso clero. Il risultato di quel decreto fu, che il resto se lo divisero i rivoluzionarii che non eran preti; e que' reverendi che aveano tanto coadiuvato la rivoluzione, restarono defraudati nella loro aspettativa di far grossi guadagni!

Il boccone più ghiotto pe' liberali fu lo spoglio di Casa Reale. Francesco II, dolen te di lasciare un popolo che amava, in preda alla rivoluzione, - cioè sicut agnos inter lupos -,
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non curò di mettere in salvo la sua fortuna privata, e quella della sua famiglia. Garibaldi, consigliato dal Ministro Conforti, decretò la confisca di tutti i beni di Casa Borbone; si confiscarono i maggiorati de' Principi reali, le doti delle Principesse, e i beni dell'ordine Costantiniano, eredità de' Borboni avuta da Casa Farnese. Le stesse Reggie di Caserta, Capodimonte, Portici, Quisisana ed Ischia, erano state fabbricate e decorate col danaro privato de' Borboni.

Il Ministro Conforti sequestrò parecchie Cedole di rendita in ducati centoquattromila seicentoquattro, intestate ad un Rispoli controlloro di campagna. Costui fu messo in carcere, e lasciato digiuno sino a che rivelasse a chi appartenessero quelle cedole. Quest'infelice dopo tante violenze sofferte, ed abbattuto dalla fame e dalla sete, rivelò che le cedole appartenevano a Casa reale: era quanto desideravano i

redentori de' popoli, onde fecero subito il

repulisti!...Indi sequestrarono altre cedole di rendita in ducati trecentodiciassettemila centottantasei, appartenenti a' fratelli e zii del Re. Le prime e le seconde cedole di rendita sequestrate formano la somma di mezzo milione e mille e settecentonovantaquattro ducati; quale rendita, calcolata alla pari formava il Capitale di dieci milioni trentaquattromila-ottocento ottanta ducati! Si sequestrarono altre rendite appartenenti al Re, tra le quali una di ducati cinquemila quattrocento quindici, frutto di economia di quel sovrano, ed altri sessantasettemila cinquecentonove ducati di rendita, dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia madre del Re Francesco. Questo inqualificabile spoglio di Casa Reale, il Conforti lo chiamò reintegrazione legittima di quanto i Borboni aveano rubato.Miserabile! i Borboni ladri?! dovunque avessi tu girato lo sguardo, altro non avresti veduto che danaro privato di Casa Borbone, profuso con magnificenza per rendere monumentale e ricco quel Regno che tu venisti a spogliare. Avresti dovuto dire che ti facea gola la roba de' Borboni, e non mai calunniarli su quella onestà indiscutibile a preferenza di tutti i sovrani dell'Europa.

È la più degradante viltà calunniare chi non ci può offendere, e leccar poi le zampe a' potenti del giorno!

Per cotesti spogli di casa reale, Francesco II, il 5 ottobre protestava per organi del Ministro degli esteri Casella, e tra le altre cose dicea: «Di avere unita la sua causa a quella del Popolo, e di non aver curato di porre in salvo le sue sostanze, perché avrebbe sdegnato di salvare per esso una tavola in mezzo al naufragio della patria.» Ed i rivoluzionarii perseguitano e calunniano un sovrano che nutre simili magnani mi sentimenti! Ah! lo perseguitano e lo calunniano, perché era vigile guardiano de' suoi popoli, ed impediva a' redentori di spogliarli, e perseguitarli con le leggi ecce zionali di Sicurezza pubblica

Tutta la rendita sequestrata a' Borboni, il Conforti volea intestarla a Garibaldi, ma si opposero gli Agenti di Cambio, quindi con dispiacere di quel ministro fu pel momento aggregata all'erario.

Dopo la guerra del 1866, terminata con Custoza e Lissa, i contribuenti del Regno d'Italia pagarono a pronti contanti le doti di due principesse di Casa Borbone di Napoli,


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maritate con gli arciduchi di casa d'Austria, e fu questo uno de' patti della pace tra l'Italia e l'Austria; quelle doti erano quelle stesse sequestrate dal redentore Garibaldi, e dall'onesto ministro Conforti, già sperperate Iddio sa come!

Tutta la ricca argenteria di Casa reale parte sparì, parte si vendè all'incanto. Anche il magnifico letto di argento di Gioacchino Murat, che i Borboni seppero conservare come un oggetto artistico e prezioso, fu venduto al maggiore offerente. Degli altri oggetti e mobili di Casa reale, alcuni presero la via di Torino, altri sparirono, e molti oggi adornano qualche salone de' redenti ed anche di qualche nostra conoscenza!

Il romanziere Alessandro Dumas, essendosi mischiato nell'amministrazioni delle forniture dell'esercito garibaldino, avea bene guadagnato: e Garibaldi gli avea fatto molti doni or sotto un pretesto, or sotto un altro. Quando costui s'impossessò di tutto il Regno volle pagar bene tutte le menzogne di quel cervello balzano, e calunnie dette e stampate da quel francese contro gli italiani. Con una lettera, ad uso napoleonico, gli diede la regia Casina del Chiatamonte, e lo nominò direttore del Museo di Napoli. Si fa direttore del Museo di Napoli uno straniero! Oh povera Italia....! Il Dumas non seppe far altro che aprire la sala delle statue oscene tenuta chiusa dai Borboni per decenza.

I Borboni regnarono in Napoli 126 anni, e tutto il bello e il buono che si ammira ancora oggi in questa Città ed in altre, è opera di que' Sovrani. Napoli non vide i vandali, vide però i garibaldini trionfanti, ed i rivoluzionarii piemontizzati; i quali non contenti di aver tolta la secolare autonomia al Regno, non paghi di aver saccheggiati i tesori di Casa reale, gli arsenali, i Banchi, i beni ecclesiastici, tentarono pure distruggere la storia patria, guastando e distruggendo i monumenti. I liberali ridevano, e rimproveravano la polizia borbonica nemica di certe forme di cappelli, di barbe, e di alcuni colori de' gelati; però essi poi mostrarono una rabbia vandalica contro gli emblemi e gli innocui gigli; e quel che più dispiace si è, che per togliere i gigli da' monumenti han distrutto e guastato i monumenti stessi.

La gente del popolo in più luoghi diede lezioni di senno patrio a' rivoluzionarii che andavano distruggendo i gigli di sopra i monumenti. In Marcianise, i contadini si armarono e si schierarono innanzi la fontana decorata co' marmorei medaglioni di Ferdinando IV e Maria Carolina, e li salvarono dalla rabbia vandalica di que' rivoluzionarii che stavano per distruggerli.

Io non so cosa abbiano inteso di fare i così detti liberali sostituendo la Croce sabauda agli stemmi de' Borboni. Han creduto falsare la Storia Patria com'è loro costume? Era forse per essi un rimprovero che i Borboni avessero lasciato una città ricca e monumentale? Mi si potrebbe dire da qualche arrabbiato: l'abbiamo fatto per togliere la memoria de' passati tiranni: ed io rispondo, e perché conservate i monumenti di Claudio, di Nerone, di Caracalla, di Comodo, de' Vice-Re di Spagna e di altri tiranni antichi e moderni? Se in Italia si volessero distruggere tutti i monumenti de' veri tiranni o di quelli creduti tali da' rivoluzionarii, questa classica terra ammirata ed invidiata dallo straniero, per i suoi mille tesori d'arte,

e le famose glorie che possiede,

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resterebbe solamente con le cerulee marine, i campi floridi, ed il bel cielo che la ricopre!


CAPITOLO XXVII

Ho detto di sopra come Garibaldi fidava nel medico Bertani suo segretario particolare, e come costui sciorinava decreti senza proporli a' ministri responsabili. Il Ministero per riparare all'assolutismo del Dittatore, distese un regolamento da porre un argine agli arbitrii di costui. Ma il liberalissimo Garibaldi non l'approvò! anzi nominò altri governatori in cambio di quelli proposti dal Ministero. I rivoluzionarii per vezzo predicano contro l'assolutismo quando essi non sono al potere, appena il ghermiscono divengono più despoti di qualunque sovrano assoluto.

Al Cesarismo di Garibaldi si opponevano le forti lagnanze de' ministri, ond'Egli sembrò per un momento piegarsi ad operare secondo i principii che intendea rappresentare. Fu deciso in consiglio che ogni atto dittatoriale si discutesse dal ministro responsabile. Nonptertanto quel giorno stesso, il Dittatore pubblicava decisioni e decreti senza averli consultati, né fatto firmare da' ministri!

Il ministero capì che Garibaldi avea preso gusto a farla da Re assoluto, e comandò le sue dimissioni. Il 26 settembre tutti i ministri, (ad eccezione di Conforti che avea fatto lo spacconaccio contro i Borboni assenti) scrissero al Dittatore dicendogli: «voi siete venuto acclamato fra noi; ma badate, che dietro i vostri passi non resti solco di lagrime e di dolori.» Fu questa una gran profezia....! Garibaldi annoiato dalla pretensioni ministeriali, accettò le dimissioni dei ministri, e creò un nuovo ministero pieghevole a lui di schiena, che lo facesse regnare e governare dispoticamente.

Lasciò il Conforti alla polizia, essendosi costui mostrato d'indole corriva al dispotismo dittatoriale. Giura andò a' lavori pubblici, il fedele collega di Vacca, di Barone, e di Vitagliano, cioè Scrugli, alla marina. Scura alla giustizia, de Sanctis all'istruzione pubblica, Cosenz restò alla guerra. I direttori Giacchi e de Cesare rimasero a' loro posti, e furono poi tolti il 9 ottobre.

Il povero D. Liborio Romano, dopo novantadue giorni ne' quali fece da ministro sotto due governi che faceano a calci, rimase un Cèsar declassé; ma si consolò avendo ottenuto da Garibaldi una dichiarazione di aver ben meritato della patria, che fece affliggere alle mura della città. Il Ministro di Francesco II, D. Liborio Romano, si onorò di avere il benservito da Garibaldi!

Ed ora il fratello di D. Liborio, scrive ed osa stampare essere stato costui un tipo di galantuomo, un onesto e fedele Ministro di Francesco II! Ma è inutile; la storia non si falsa né per intrighi di setta, né per dispotismo di tiranni. D. Liborio Romano fu il più volgare traditore del Re e del Regno di Napoli: il suo posto è assegnato tra i cinque uomini fatali che vendettero la dinastia ed il trono secolare delle due Sicilie: la memoria di lui sarà dagli onesti esecrata e maledetta!

Garibaldi, con quel nuovo Ministero secondo il suo cuore, e secondo il cuore di Bertani,

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che era il vero Re delle Due Sicilie, non fu più importunato quando schiccherava ordinanze e decreti. Si diedero cariche ed uffizii a gente ignota al paese, ignorante di tutto, e con poteri illimitati. Questi nuovi venuti al banchetto rivoluzionario, approfittarono della loro posizione, pensarono a' propri affari. Vuotarono, già s'intende, le casse pubbliche, posero nuove tasse, vendettero impieghi di subalterni, approvarono conti pigliandosi il pourboire.Del resto servirono bene la rivoluzione: sciolsero Municipii e Guardie nazionali, esiliarono, incarcerarono, e fucilarono senza giudizii, amici e nemici. Non vi fu illegalità ed efferatezza che non perpetrarono cotesti nuovi proconsoli: neppure si vergognarono di far tagliare le labbra con la forbice ad alcune donne, perché aveano gridato Viva Francesco II!Le reazioni di que' tempi erano compresse con modi crudelissimi, dappoichè avendo la rivoluzione proclamata sovrana la volontà popolare, le reazioni erano una protesta indiscutibile. Garibaldi però accomodava tutto, dichiarando che quelle reazioni non costituivano la volontà popolare, ma erano un effetto dell'ignoranza in cui i Borboni aveano tenuta la popolazione delle Due Sicilie.

Secondo questo strano redentore e legislatore, era veramente volontà popolare quando si acclamava a lui solamente, od alcuno dei suoi creati!

Ad onta delle punizioni terribili che s'infliggevano a' reazionarii, molti paesi si rivoltarono contro il governo garibaldesco: Montemiletto, Ariano, Aversa, Marcianise, Canosa, Bitonto, Resina, Scafati, Isernia, e tanti altri paesi e borgate furono il teatro di sangue e di violente repressioni.

Garibaldi facea punire duramente quelle popolazioni in rivolta, perché que' moti era l'effetto dell'ignoranza in cui i Borboni aveano tenuto la popolazione delle Due Sicilie!..Il Dittatore mentre ordinava repressione, ed esemplari castighi contro i reazionarii, rimunerava i rivoluzionarii e i felloni col danaro de' contribuenti. Diede pensioni a vedove e figli di galeotti, sublimati all'onor del martirio.

Assegnò venti ducati mensili alla vedova del galeotto Laporta, ed altri venti a quella di un certo Caprio; sei a quella di un certo nominato Cappuccino, ucciso nella reazione di Montemiletto; trenta a quella di Romeo, e quattromila ducati per dote alle figlie di costui. Assegnò sessanta ducati mensili ad una figlia adulterina di Pesacane, gravandoli sul Gran Libro. Si promosse ne' gradi della milizia un morto in Milazzo, per accrescere la pensione alla madre. E tante e tante altre pensioni si diedero a simile gente che sarebbe noioso rammentarle tutte.

Quella perciò che fece molta impressione fu la pensione di trenta ducati mensili data alla madre del regicida Agesilao Milano, e la dote di due mila ducati alle sorelle di costui. Il decreto dicea:

«Sacra è al paese la memoria di Agesilao Milano, che con eroismo incomparabile si immolava sull'altare della patria per liberarla dal tiranno.»

E dopo quest'apoteosi che canonizzava il regicidio, non pochi de' sovrani d'Europa proseguirono a proteggere Garibaldi e la rivoluzione..!

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Lo stato di Napoli in que' giorni era orribile. Si carceravano Vescovi, Generali, Aristocratici e Magistrati, tra gli altri il venerando Francesco Morelli; e si dava la libertà a' ladri che carceravano alla lor volta i giudici. E tutto questo avveniva sotto l'egida della libertà. Libertà vera di spoliatori ed assassini!.... A nostro credere una sola giustizia fece la rivoluzione, menò a S. Elmo il generale Ghio, il traditore di Soveria-Mannelli. La setta si ricordò essere stato il Ghio quello che avea in parte distrutti ed in parte arrestati i rivoluzionarii sbarcati a Sapri nel 1858. Si ricordò essere stato il Ghio quello che presedeva all'uccisione di Pesacane capo di quella audace spedizione, nelle quale fu arrestato Nicotera, che poi con altri, ebbero tutti la grazia da Ferdinando II.

Non valse al Ghio il fresco servizio di aver consegnato a Garibaldi dodicimila uomini in Sovaria-Mannelli: Bertani l'accusò che avea fucilati trenta patriotti; (ciò non è vero, e gli fece un processo formale). Ghio, da comandante della Piazza di Napoli, fu carcerato in S. Elmo, e sottomesso ad un processo terribile. Quando poi si stabilì in Napoli il governo Sardo, si soppressero le accuse, e Ghio fu liberato dalla prigionia.

Cavour, conoscendo che Garibaldi era mal circondato, e particolarmente da' repubblicani, i quali lo facevano regnare e governare or da Nerone, or da Eliogabalo, giudicò che non avrebbe potuto tirare a lungo, per la qual cosa non volea tardar più oltre a porre le mani sul Regno di Napoli, con la pronta ed incondizionata annessione al Piemonte. Garibaldi, che avea preso gusto a fare da Re autocrata, dicea che avrebbe fatta l'annessione al Piemonte non appena conquistata Roma e Venezia. Cavour, uomo politico, e che sapea meglio degli altri quanto valevano le fanfaronate del Dittatore delle Due Sicilie, comprese benissimo che costui non avrebbe conquistate quelle province, dovendo fare una grossa guerra contro la Francia, e contro l'Austria; quindi facea di tutto per far rinsavire Garibaldi, e persuaderlo che la sola àncora di salvezza era la pronta annessione delle Due Sicilie al Regno Sardo.

Intanto i partiti erano divisi; chi volea l'annessione condizionata dopo la conquista di Roma e Venezia, chi la volea senza alcuna condizione e subito. Questi ultimi era quelli che aveano carpiti impieghi lucrosi, e sfogate tante vendette; or, temeano di perdere tutto e cimentare anche la pelle: quindi metteano loro paura le pazzie di Garibaldi, mentre una pronta annessione al Piemonte avrebbe loro assicurata la pagnotta e la vita. Per la qual cosa, il partito cavourriano e garibaldino si guardavano in cagnesco, e si regalavano a vicenda improperii e contumelie vergognosissime.

In Sicilia erano le stesse lotte. De Pretis, Prodittatore di Garibaldi, nel fatto era per Cavour, e poichè volea far subito l'annessione al Piemonte, dovette romperla con Crispi, il quale fu fischiato, costretto a fuggire dall'Isola, e recarsi a Napoli, ove in compenso della sua opposizione a' cavourriani, gli si diede il Ministero degli esteri; ma egli si sarebbe contentato di fare meglio il Ministro delle finanze in Palermo. Semplicissima velleità!...

Garibaldi irritato per le mene de' cavourriani, il 10 Settembre mandò a Palermo una sua Proclamazione concia di frasi che spesso ci regala nelle sue laconiche letterine.

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Con quella Proclamazione protestava amore a' Siciliani, e conchiudeva così: «A' vili che s'ascondeano quando combattevate sulle barricate per l'Italia, rispondete che proclamerò l'annessione dall'alto del Quirinale, quando l'Italia, visti i suoi figli in una famiglia, potrà accoglierli in seno tutti liberi e benedirli.»

Amen. Avea ragione Cavour!

Garibaldi supponea che il Landi di Calatafimi, e tutto lo stuolo maledetto de' Generali e Ministri napoletani traditori che gli fecero codazzo, li avrebbe incontra ti ad ogni piè sospinto. Che peccato! neppure Aspromonte e Mentana lo convinse ro poi in contrario. Ma no, che sulla Loira da' suoi fu presa una bandiera a quelli scortichini di Prussianie basta!

Il de Pretis, il 12 settembre lasciò la Sicilia e si recò a Napoli, ove gli fu fatta cattiva accoglienza dal Dittatore.

Fervendo in Palermo sempre più la lotta tra i due partiti avversi, furono imprigionati trentadue individui de' più arditi; e crescendo il tumulto il Ministero dell'Isola si dimise.

Il 14 settembre, Garibaldi per mostrare di cedere a qualche cosa, decretò che lo Statuto piemontese fosse esteso al Regno delle Due Sicilie. Potea riconoscere quello dato da Ferdinando II, e confermato poi nel 1860 da Francesco II, che era più liberale di quello del Piemonte. Ma quello avea ilpeccato d'origine!..Il 15 di quel mese giunse a Napoli Giuseppe Mazzini, l'apostolo dell'idea, e consigliò Garibaldi a tener duro contro gli annessionisti e contro Cavour. Il Dittatore, sempre ibrido tra monarchico e repubblicano, infiammato dalle parole del patriarca rivoluzionario, scrisse una lettera ad un certo Brusca di Genova e gli dicea:

«Mi dite che Cavour faccia credere di essere in buone relazioni con me; ma sebbene io sia disposto a sacrificare le mie simpatie sull'altare della patria, pure vi fo certo che non potrò mai riconciliarmi con uomini che hanno venduta una provincia italiana.» E Cavour potea rispondere: «giusto perché io vendetti una provincia italiana, oggi tu ti trovi Dittatore delle Due Sicilie e fai lo spacconaccio!»

Garibaldi sempre più infiammato da Mazzini, il 17, corre a Palermo per impedire l'annessione al Piemonte: alberga nella Reggia, crea Prodittatore Mordini, oggi Prefetto di Napoli, rimprovera acremente i Ministri, vieta loro di rispondere, e li congeda. Rifece il ministero, Parisi all'interno, Pisani alle finanze, Corvaia all'istruzione pubblica, Fauchè alla Marina, Scrofani alla giustizia, il Prete Ugdulena a' culti. Insomma un ministero di tutti i colori.

Poi si mostra al balcone e fa uno de' suoi soliti sermoncini, dicendo ch'egli non volea l'annessione, perché intempestiva, e perché l'avrebbe sottomesso alla diplomazia; e come dovea ancora liberare altri fratelli dalle catene della schiavitù, e conchiuse: «il migliore amico dell'Italia e di Vittorio Emmanuele sono io.» Quest'ultima protesta era necessaria per trovarsi bene in tutti i possibili eventi.

La presenza di Mazzini in Napoli esaltava il partito repubblicano, e in que' giorni sembrava imminente la proclamazione della repubblica. Garibaldi tentennava tra Mazzini e il Piemonte, a quello l'antica amicizia, i ricordi di solidarietà de' giorni

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felici e nefasti della repubblica romana del 1849, a questo il bisogno di essere sostenuto. I cavourriani, e tutta la caterva de' pagnottisti piemontizzati, erano atterriti della presenza di Mazzini e dell'imminente repubblica. Fecero indirizzi al Re del Piemonte che presto venisse a Napoli, un altro a Garibaldi che facesse presto l'annessione al Regno Sardo.

Il Dittatore, vedendo comparire quegl'indirizzi stampati, infuriò e rimproverò Pisani ed Afflitto.

Spaventa che alzò la voce a favore dell'annessione, fu minacciato d'esilio.

La Guardia nazionale, la parte faziosa, temendo che i regï da un momento all'altro investissero Napoli, volea espulso Mazzini, e la proclamazione del Regno d'Italia per essere difesa dalla truppa piemontese.

In effetti, mandò a Torino una deputazione di dodici uffiziali, ed a capo degli stessi il Leopardi, per pregare Cavour acciò costui mandasse subito a Napoli un corpo di esercito.

Il nuovo Sindaco della Città ed il Municipio, che aveano la stessa paura della Guardia nazionale, il 24 settembre andarono dal Dittatore a Caserta, e lo pregarono di cacciare Mazzini, e che s'infrenassero i repubblicani. Garibaldi sempre in bilico tra monarchia e repubblica, rispose con frasi degne di un generale moscovita, o turco, dicendo: farò fucilare chiunque si dice repubblicano.Io a questo punto son costretto ammirare Mazzini, perché almeno costui tenne sempre alta la sua bandiera: potrei dire lo stesso di Garibaldi allora ed oggi che siede da deputato nella barracca di Montecitorio in Roma?

Il Dittatore avea altri affari più serii a cui pensare che non erano le lotte repubblicane e cavourriane. Egli sapea che dietro il Volturno l'esercito napolitano si organizzava: egli avea sperimentato il valore, e la tenacità alla patria bandiera di quell'esercito, ed avea la convinzione di averlo in parte vinto con l'aiuto e co' tradimenti de' proprii Capi. Scontento che i regï nol seguissero, e che traditi e disarmati si erano ancora una volta riuniti sotto le bandiere del proprio Sovrano, volle di nuovo tentare la fedeltà di quei prodi.

Il 9 Settembre pubblicò uno scritto nel quale dicea: «Se non isdegnate Garibaldi a compagno, egli ambisce pugnare a lato vostro i nemici della patria: tregua alle nostre discordie.» Era questa l'umiltà della volpe; e le discordie chi le avea importate nel Regno?

Il 12 dello stesso mese, avendo inteso che sulla sinistra del Volturno non erano soldati regï mandò Sirtori con una brigata ad occupare S. Maria poco lungi da Capua: indi mandò la brigata Eber, e poi quella di La Masa e di Winckler. Quella medesima sera, Garibaldi giunse a Caserta, e al solito, alloggiò nella Regia, avendo preso gusto a farla in tutto da Sovrano. Il 14 il polacco Milbitz, e l'ungarese Turr occuparono Maddaloni al sud-est di Caserta e quei paesi circonvicini. Mio Dio, quanti stranieri venivano a redimerci della schiavitù!

Le popolazioni di que' luoghi occupati dai garibaldini, abituati alla disciplina e vestiario della truppa nazionale borbonica, trasecolavano a vedere quella disordinata accozzaglia garibaldesca parlante tutti i dialetti d'Europa.

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Quella gente prendea alloggi a forza, trasportando mobili da una casa all'altra contro la volontà de' proprietarii da' quali pretendeano vitto e tutto servizio. Molti garibaldini si vendeano le armi, insidiavano l'onestà, e qualcheduno rubava. A citare un esempio, il fedele vecchio Tenente Generale Pietro Vial che seguito avea il Re, s'ebbe tutto involato in Caserta, e da Roma reclamando ed invocando la protezione Francese, potè poi ricuperare una minima parte di quello che i redentori aveano creduto annettersi. Tutti si atteggiavano a liberatori, perché combatteano il legittimo Sovrano del Regno; quindi credevano che ogni cosa era loro dovuta, per riconoscenza e per diritto; e guai a chi si fosse negato!

I capi garibaldini pensavano poco alla guerra, perché credeano facile la vittoria senza fatiche e senza sangue; per essi il passato era certa guarentigia dell'avvenire. Pensavano a far buona vita, alloggiando nella sontuosa reggia di Caserta, o ne' migliori palazzi di quella Città; e poco si curavano della disciplina de' subalterni. Quei duci democratici sprezzatori de' re, prodigavano basse adulazioni al Dittatore per avere onori e gradi. Il garibaldino scrittore Rustow, da cui ricavo queste notizie, racconta nelle sue rimembranze d'Italia, che arrivò a tale la cortigianeria verso Garibaldi, che, siccome costui era astemio, molti beoni affettavano pure di non bere del vino. Lo stesso Rustow racconta che Garibaldi, nuovo Alboino Longobardo promettea feudi a' suoi seguaci capi di divisioni, e terre comunali a' componenti l'esercito garibaldino. Dice ancora, ch'egli era segnato il quindicesimo feudatario, ed avea scelto S. Leucio con le sua adiacenze. Ecco, io soggiungo, ove va a finire il liberalismo di questi redentori di popoli, di questi democratici strombazzatori di liberalismo, a' tempi feudali! tempi i più tristi che rammenta la storia dei popoli, quando non pochi feudatarii trattavano i propri sudditi peggio che bestie: non lasciandoli neppure padroni del proprio onore!

Del resto se Garibaldi avesse avuto il tempo di resuscitare la morta e sepolta feudalità, non sarebbe stato un fatto nuovo nella storia della democrazia, o un avvenimento senza esempio che ci avrebbero dato i rivoluzionarii. Sappiamo che la grande rivoluzione francese del 1789, dopochè distrusse la feudalità, la risuscitò a vantaggio dei feroci suoi agenti tanto nemici degli aristocratici. Que' fieri demagoghi che si faceano un vanto farsi chiamare Sansculottes (senza calzoni), dopo pochi anni, sotto il 1° impero si pavoneggiavano con gli abiti aristocratici, appellandosi duchi, principi, altezze, e re. E se Danton, Marat, e Robespierre non fossero stati uccisi, non avrebbero sdegnato i titoli di duchi e principi, come non li sdegnarono altri feroci demagoghi Sansculottes, tra gli altri l'exprete Fouchè fu duca, l'avv. Cambacères altezza, il figlio del paglietta di Pau Bernadotte, re di Svezia, ed il figlio del locandiere di Cahors Murat, granduca di Berg, e poi re di Napoli!

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CAPITOLO XXVIII

Giosuè Ritucci generale in capo dell'esercito regio del Volturno si persuase di non profittare de' primi giorni in cui i garibaldini entrarono in Napoli, per tentare un colpo ardito. In quel tempo l'oste rivoluzionaria era parte dispersa, parte godeasi bella vita, parte non aveva niuna apparenza di coesione. Ritucci si difende con dire: una volta che il Re abbandonò la Capitale per non versar sangue non era a lui lecito attaccar subito i garibaldini, ma aspettare che costoro si fossero curvati sotto la propria obesità. I risultati però furono che invece di curvarsi sotto la propria obesità, que' garibaldini si organizzarono alla meglio, ed occuparono i paesi della riva sinistra del Volturno, fortificandovisi. Quel Generale in capo, non solo si trincerò nella più assoluta ed assurda difesa dietro il Volturno, ma permise, la distruzione della Scafa di Triflisco, e fece rompere il ponte tra Cancello ed Arnone: e tutto questo, secondo lui, per ragioni strategiche di grande importanza. Il certo si è che tutto questo giovò a Garibaldi, il quale ebbe il tempo ed il comodo di riorganizzarsi, occupare la sponda sinistra del Volturno e fortificarsi in modo da prendere subito egli l'offensiva contro i regï.

Il Re per soddisfare il desiderio de' soldati, il dì 11 settembre si recò a Capua, ed accortosi de' cattivi giuochi della politica dettò il seguente ordine del giorno:

Soldati, lascio Capua al vostro valore; lungi l'idea del tradimento, che i vostri duci sono leali e prodi; e lo mostreranno guidandovi alla pugna e combattendo con voi. L'ora della prova è vicina, siate saldi e l'onor della bandiera sarà salvo.»

Il 15 settembre si fecero vedere le prime masse nemiche dal lato sinistro di Capua, ed accennavano ad un attacco: Ritucci avvisò il generale Colonna, ed il colonnello Polizzy per respingere il nemico con le brigate che comandavano: ma quella giornata passò senza ostilità.

Il Re già sapea che i Piemontesi erano nelle Marche e nell'Umbria e combatteano contro i soldati del Papa; e prevedendo che sarebbero piombati sul Regno di Napoli, mandò il Colonnello Gargliardi, e il Capitano Quandel del genio per ispezionare la via di Fondi, e la valle di Roveto, d'onde sospettava un'invasione; ed ordinò che in que' luoghi si preparassero le difese per arrestare gl'invasori. Egli medesimo si recò in quei luoghi per meglio accertarsi dello stato delle cose; ordinò inoltre al Tenente generale Ferrara, e al Capitano Nora del genio che afforzassero nelle anguste gole di S. Andrea alcune vecchie fortificazioni fatte dai francesi nel 1806.

Lo stesso giorno 15 il Re da Gaeta desideroso di combattere subito il nemico, mandò il Capitano Luvarà dello Stato Maggiore per premurare Ritucci, il quale differiva ad assalire Garibaldi. Quel Capitano era munito anche di un ordine ministeriale che incitava il Generale in Capo all'offensiva contro il nemico. Ritucci oppose che si dovea tentare colpo sicuro, perché se fosse stato respinto sarebbe stata la rovina dell'esercito da lui comandato; al contrario stando sulla difensiva piglierebbe tempo, e l'Europa si commuoverebbe forse a favore del Re di Napoli. Io già l'ho detto, che gli uomini più eminenti di questo disgraziato Reame dopo le date franchigie

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costituzionali aveano perduto mente e cuore. Ritucci sperava nel commovi mento dell'Europa a favore del Re di Napoli, quando nessuna potenza si commo veva a favore del Papa! Trovo essere censurabile che un Generale che ha a fron te un esercito indisciplinato, mal vestito, e mal condotto, attendere il commovi mento dell'Europa per sbarazzarsi da questo nemico! Sperava forse conservar l'eser cito, per vederlo disciolto d'ordine Sovrano, come alcuno de' burbanzosi suoi duci sussurrava?

Che Ritucci era proprio ostinato a non ispingersi all'offensiva si rileva da un brano della Cronaca della Campagna d'Autunno scritta dal suo sottocapo dello stato Maggiore, maggiore Giovanni delli Franci. Questo distinto uffiziale superiore mostra molto rispetto pel Generale in Capo, e pure in forma giustificativa dice di Ritucci a pag. 8, che il Ministero della Guerra: «invitava con lettera il Comandante in Capo a marciar tosto con l'esercito contro il nemico. Ma questa lettera del Ministro non fece cangiare la mente del Ritucci, che stimava ancora inopportuna la guerra offensiva.

Garibaldi avea promesso a' suoi impadronirsi in breve tempo di Capua, e quindi tutti gli credevano, essendosi avverate le altre sue precedenti promesse e profezie; quindi per mantenere il suo prestigio dovea spingersi a dar qualche cosa. Ma in Capua non avea D. Liborio Romano factotum, e Pianelli Ministro della Guerra, avea solamente qualche pratica, e fidava molto sulle assicurazioni, forse del Maresciallo di campo Pinedo, Governatore di Capua, onde si avvisò accostarsi al campo sperando che la sua presenza e quella de' suoi avrebbe fatto cadere le mura di questa Città come quelle di Gerico. Il giorno 16 Settembre dunque si avanzò con numerosi fanti e cavalieri, ed investì i posti avanzati de' Napoletani dalla parte di porta di Napoli. Trovavasi in que' posti il 10° di linea, il quale fece una valorosa resistenza, e sebbene in numero assai inferiore agli aggressori, sbaragliò costoro e l'inseguì, recandogli grandi perdite. I garibaldini fuggirono in disordine e furono inseguiti sino in S. Maria. Quel Reggimento in sì splendido fatto d'armi, dimostrò al resto dell'esercito quanto valevano i soldati napoletani quand'erano diretti da superiori valorosi e fidi.

Nel medesimo tempo che si combattea in Capua, la brigata Winckler assalì la Scafa di Gradillo, ov'era il 14° cacciatori, ed una compagnia del 6°. La lotta fu accanita, ma gli aggressori furono rotti ed inseguiti.

Garibaldi, facendo uso del suo solito stratagemma di guerra, per mettersi sempre in contatto co' regï, mandò un parlamentario in Capua, e chiese una tregua di 24 ore per soccorrere i feriti e seppellire i morti. Ritucci gliel'accordò.

Il Dittatore, per girare la posizione de' regï, mandò da Maddaloni la brigata Csudafy nel distretto di Piedimonte. Costui avea pure la missione di ribellare quel distretto e dare nelle spalle a' napoletani. Mandò pure Cattabene con altra gente per coadiuvare Csudafy ed impedire a' regï di girare le sue posizioni di Caserta e Maddaloni. Il Cattabene comparve nelle vicinanze di Caiazzo. Il tenente colonnello La Rosa che guardava quella posizione, mandò il capitano Laus con una compagnia

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coadiuvata da molti villani, e fece distruggere i mezzi di passaggio da una sponda all'altra del fiume. Alcuni garibaldini che aveano valicato il fiume ad Amoroso, furono inseguiti dal capitano Laus, non trovarono salvezza che gettandosi a nuoto nel fiume per ritornare sulla sponda opposta. La Rosa ritenendo di essere aggredito dalla parte di Piedimonte, chiese rinforzi al Ritucci: costui gli mandò una compagnia di zappatori per trincerarsi in Caiazzo, e gli ordinò che si tenesse fermo in quella interessante posizione.

Garibaldi non iscoraggiato dall'insuccesso del giorno 16, perché non era scrupoloso di sacrificar la vita di tanti giovani, e perché fidava nelle occulte trame che si ordivano in suo favore dentro Capua, ritornò il 19 a tentar la prova.

Ricorrendo il giorno festivo di S. Gennaro, il 18 finse recarsi a Napoli per adorare il sangue del S. Martire. Intanto sotto pretesto di difendersi avea raccolte diverse divisioni tra Caserta e S. Maria. La notte del 18 mandò un certo Spagaro con due battaglioni a S. Tammaro a precludere la via di Aversa. Sulle ore sei del mattino, Spagaro attaccò i posti avanzati fuori porta nuova di Capua, ma fu respinto ed inseguito sino al bosco di Cardillo, ove rimase ferito. Una colonna di fanti fu mandata dalla parte di S. Angelo, ed era condotta dal La Masa. Al centro si avanzò Rustow con circa quattromila uomini, i quali investirono tutti i posti avanzati fuori porta di Napoli. La lotta era disuguale; i regi combattevano uno contro cinque, nonpertanto opposero una valida resistenza, e diedero indubitati segni di bravura. Però nel combattimento si ritiravano sempre per far uscire i garibaldini allo scoperto, dapoichè costoro combatteano da dietro i pioppi. Nell'oste garibaldina si era ad arte sparsa la notizia, che i cannoni della piazza erano carichi a polvere solamente, che si sarebbe fatto un simulacro di resistenza, e quindi il Generale Governatore avrebbe schiuse le porte di Capua a Garibaldi.

Attesi i fatti precedenti, tutti credevano che il Dittatore si sarebbe impossessato di Capua quel giorno istesso. Quindi appena i regï ripiegarono combattendo verso gli spalti della fortezza, i garibaldini s'inoltrarono dalla parte di S. Tammaro e di S. Maria, e con audacia si cacciarono nel Poligono detto degli armeggiamenti, o Campo di S. Lazzaro, ove non sono né alberi né altri ripari.

Quel giorno chi per curiosità, chi per dovere tutti eravamo sopra i bastioni di Capua a guardare quell'attacco. Io quando vidi avanzare alla corsa i primi garibaldini, e vidi puntare contro di essi i cannoni carichi a mitraglia, fui assalito da un palpito senza pari; ero convulso.

Avea veduto centinaia di morti e moribondi in Palermo, e più in Milazzo; vidi poi altre ecatombi umane il 1° ottobre, ed in Gaeta, e non provai strazio di cuore pari a quello che mi assalì il 19 settembre! La ragione si è che in quella giornata io non correa alcun pericolo: sul campo di battaglia, quando siamo esposti al pericolo, la morte de' nostri simili ci fa poca impressione perché viene attenuata del proprio cimento.

Io dal fondo dell'anima compiangea quei giovani illusi, che per soddisfare una idea ambiziosa, di qualche furbo che in quel momento poltriva deliziosamente, si lasciavano uccidere.


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Pensava e compiangea anche i miseri genitori loro che avrebbero avuto massacrati i figli, per far nome ad un Garibaldi, il quale non era, secondo D. Liborio Romano, che semplice strumento della politica onnipossente delle due grandi Potenze, Francia ed Inghilterra: cioè di Napoleone III e di Lord Palmerston!

Quando i garibaldini giunsero in mezzo al Poligono, le batterie Sperone, Olivares, Conte Aragona, Castelluccio, e S. Amalia tirarono contro di essi a mitraglia..! Io rivolsi inorridito altrove i miei sguardi alla vista di tanto scempio..! Pochi si salvarono, la maggior parte feriti dietro la chiesetta di S. Lazzaro che trovasi quasi nel centro del Poligono: alcuni non trovando altro scampo si avvicinarono più alla piazza e si salvarono ne' fossati, chiedendo pietà a' soldati, e pietà ottennero: altri infine fuggirono verso S. Maria.

Immediatamente uscirono da Capua quattro compagnie del 9° Reggimento di linea, due squadroni di Cavalleria, e quattro cannoni, ed inseguirono i garibaldini sino al Convento de' Cappuccini di S. Maria. Questi valorosi ritornarono poi lieti della vittoria, e col solito grido di viva il Re.I garibaldini retrocessero sino a Caserta e gridavano: si salvi chi può. Spaventarono il resto dell'esercito garibaldesco, e non pochi che ne faceano parte fuggirono a Napoli. Rustow, da cui ho attinto queste notizie, dice, che se una brigata napoletana l'avesse inseguiti oltre S. Maria i suoi garibaldini scoraggiati, non avrebbe trovata che una debolissima resistenza. Ma i duci regi aveano elevato a dogma di guerra di non prendere in nessun caso l'offensiva per ripigliare quello che aveano lasciato!

Mentre i regi inseguivano i garibaldini, io ed alquanti chirurgi, ed il Cappellano dell'8° Cacciatori, D. Raffaele Vozza, uscimmo da Capua e ci recammo immediatamente nel Poligono per soccorrere i feriti garibaldini. Quale orrendo spettacolo...! Dopo il lungo volgere di circa 15 anni, sufficienti ad incanutire i miei capelli, la funesta rimembranza di ciò ch'io vidi quel giorno mi conturba ancora, e la mano mi trema nel vergare questa pagina di dolore. Io vidi.... uomini adulti, e giovani imberbi sfracellati orribilmente e sconciamente dalla mitraglia, con gambe, braccia, e testa divelti dal tronco, ed ancor palpitanti...! Altro non si sentiva, in mezzo a que' feriti, che «diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d'ira...» alcuni diceano: oh figli miei, ah Padre mio, ah Madre mia ove siete... non rivedrò mai più....!

Oh! il cuore non regge a tanto strazio, e giova stendere un velo sopra quella scena di orrore e di sangue, ove si sagrificarono tante vittime da un condottiero che tutt'ora si atteggia ad umanissimo. Eppure quel giorno Garibaldi non vide tanto eccidio!

Giovani italiani, miei cari compattrioti, se voi aveste veduto quel ch'io vidi il dì 19 Settembre 1860 sul Poligono di Capua, si dileguerebbero tutti i vostri sogni di gloria. Voi da bravi mi risponderete: è bello morir per la patria. Sì, avete ragione, ed anch'io vi seguirei per la parte che mi riguarda. Ma per la Patria...! e non già per essere vittima della Politica onnipossente di un Cavour, di un Palmerston e di un Napoleone III.

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Quel giorno i garibaldini perdettero 400 uomini. Morì il Colonnello Puppi, comandante la brigata Cacciatori delle Alpi, morirono un Montesi, ed il Palermitano Cozzo. Rustow comandante di quella divisione che si cacciò nel Poligono, perdè il cavallo, e si salvò a stento. Fu pure ferito un Maggiore Piccoli.

I regï raccolsero sul Poligono molte armi, ed arnesi di guerra: ebbero venti feriti. Morirono il tenente Certi ed il Capitano d'Arrigo. Fu ferito il vecchio generale Francesco Rossaroll. Questo intrepido soldato, era al ritiro, ma al tuonar del cannone intese invadersi dal fuoco marziale de' suoi primi anni, quando combattea in Russia, e volle difendere la patria pericolante e l'amato giovane sovrano. Il 19 settembre uscì da Capua assieme a' soldati che, combattendo i garibaldini, la sua voce e il suo esempio fu di nobile incitamento a quella truppa: da prode inoltratosi troppo nella mischia cadde ferito gravemente. I soldati lo raccolsero e lo portarono in trionfo. Il Re lo fece Tenente generale, e ritornò onorato e lieto al suo domestico focolare per aver data l'ultima prova del suo valore ed attaccamento al sovrano ed alla patria napoletana. Più tardi i redentori, lo arrestarono e il tennero confuso con altri volgari colpevoli. Fu accusato di reazione, e riconosciuto innocente riebbe la libertà. Così ebbe compenso quella gloriosa quanto canuta individualità.

Alle 4 pomeridiane dello stesso dì 19, si attaccò altra zuffa sulla strada di S. Maria. Quattro compagnie dell'8° cacciatori condotte dall'Aiutante Maggiore Fondacaro, tennero fermo contro un gran numero di nemici; indi ripiegarono strategicamente per attirarli sotto i cannoni di Capua, e così ritornare alla carica in migliori condizioni. Di fatti i garibaldini inseguirono i soldati, e giunti ov'è la stazione della ferrovia, furono un'altra volta mitragliati da' bastioni della fortezza. Le quattro compagnie dell'8° cacciatori riprendendo l'offensiva l'inseguirono sino a S. Maria, facendo 32 prigionieri, oltre di non pochi morti e feriti che quelli lasciarono sotto Capua. De' regï fu ferito il solo alfiere de Tommaso.

Mentre in Capua così si combattea, il garibaldino Sacchi con la sua brigata, tentò passare il fiume a Gradillo vicino Triflisco, però fu ricevuto a colpi di cannone dalle batteria n. 10 e 11 comandate dal capitano Tabbacchi, dall'alfiere Ainis e dell'alfiere Dusmet. In questo fatto d'armi si distinse il 14° battaglione cacciatori, che fece 20 prigionieri con un uffiziale garibaldino. Molti soldati di quel valoroso battaglione passarono a nuoto il fiume per soccorrere i garibaldini feriti sulla sponda sinistra, e nel ripassare all'altra sponda, due soldati perdettero la vita nella corrente. Son questi i soldati tanto disprezzati e calunniati! Ma vi è un Dio...

Tutti gl'individui del 14° cacciatori fecero il loro dovere, ma più di tutti si distinse l'aiutante di Battaglione 1° Tenente Giacomo Malinconico, e il valoroso capitano comandante la 3° compagnia, Sinibaldo Orlando. I regï ebbero 25 feriti, tra gli altri il capitano Federico Fiore, che, sebbene grondante sangue non volle cessare dal combattere.

Quella stessa mattina i garibaldini furono respinti da Triflisco, ove trovavasi il 15° cacciatori comandato dal maggiore Enrico Pianelli, il quale fu soccorso dal generale Barbalonga che conducea da Vitolaccio il 2° cacciatori, e poi dal generale

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Colonna che conducea il 4° della stessa arma. I soldati passarono il fiume, inseguirono i garibaldini, fecero 38 prigionieri, tra i quali due uffiziali, e molti dichiararono essere soldati piemontesi, difatti aveano precario congedo in tasca. I napoletani che passarono sulla sponda sinistra del Volturno presero diversi cannoni a' nemici, alcuni l'inchiodarono, due li rovesciarono nel fiume. In questo fatto d'armi è da ammirarsi il valore de' soldati napoletani e l'umanità che dimostrarono verso i nemici. Rotto ed inseguito il nemico, ti sentivi l'animo commosso in vedere non pochi de' regï non curanti la propria vita gittarsi nel fiume per soccorrere i garibaldini o giacenti feriti sulla sponda opposta, o trascinati semimorti dalla corrente. Il generale in capo Ritucci si trovò presente a questo bel fatto d'armi.

Il Capo brigata Csudafy si era ben recato, come ho già detto, nel distretto di Piedimonte, ed ivi avea radunato molti faziosi, e li avea aggregati alla sua brigata. Assalì Roccaromana ov'era il Maggiore Angioletti con meno di 300 soldati, avanzi del 13° di linea, e de' carabinieri sbandati dopo i fatti d'Ariano. Csufady assalì quella truppa con forze dieci volte superiori. I regï erano aiutati dalla popolazione, la quale, non escluse molte donne, armate di fucili, scuri ed altro, davano addosso ai garibaldini al suono della campane a stormo. Ma l'Angioletti che ben conoscea non poterla tirare in lungo contro un nemico superiore in numero, il quale conducea con sè molti soldati piemontesi in camicia rossa, domandò soccorso al Colonnello Leopoldo Kenig, che trovavasi al vicino paese di Pietramelara. Questo Colonnello che alloggiava in casa di faziosi, e forse temendo per sè, non volle soccorrere lo Angioletti, e all'insistenza di costui mandò solamente un posto avanzato del 4° di linea: ma cresciuto il bisogno, Angioletti si recò a Pietramelara e pregò il Kenig di soccorrere i suoi dipendenti che già difettavano di munizioni, ed il Colonnello si negò recisamente dicendo che dovea tenere tutte le forze intorno a sè. Però i soldati di Pietramelara inteso che si trattasse abbandonarono Kenig e corsero a soccorrere i compagni d'armi. L'Angioletti fu pure seguito dal Maggiore de Francesco che conducea 180 uomini; e tutti giunsero nel punto che i soldati di Roccaromana ripiegavano oppressi dal numero de' nemici.

I regi divisi in tre piccole colonne assalirono i garibaldini, la popolazione già scoraggiata prese animo, e tutti diedero di nuovo addosso a nemici già vincitori, i quali furono inseguiti alla baionetta, ed a colpi di pietre. L'Alfiere Dioguardi del 13° di linea si slanciò in mezzo a' nemici e tolse loro la bandiera. I garibaldini cercarono scampo sotto il monte di S. Maria del Castello, ma sempre inseguiti si sbandarono: ottanta furono uccisi, altri sessanta fatti prigionieri, il resto passarono il fiume e si salvarono a Piedimonte.

Si disse che il Colonnello Kenig tentò di far fuggire i prigionieri, ma i soldati accortissimi a spiare l'equivoco procedere del Colonnello, impedirono la fuga de' prigionieri.

Il dì 19 settembre, Garibaldi volle dar battaglia su tutta la linea de' regi, cioè da Capua a Roccaromana, ma fu respinto dovunque, ed i suoi soffrirono danni incalcolabili.

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Un Manifesto del Ministro della guerra del 20 Settembre firmato dal Direttore Antonio Ulloa, lodava il Maresciallo Rossaroli, i generali Colonna, de Corné, e Barbalonga. Del Tenente colonnello dello Stato Maggiore Matteo Negri dicea che avea «diretto gli attacchi degli avamposti sul fronte di Napoli, e che si era coperto di gloria.»

CAPITOLO XXIX

Gli scrittori garibaldini divulgarono che gli assalti di Grandillo, Triflisco, e Roccaromana, furono da essi dati a solo scopo di distrarre l'attenzione de' regi da Capua, ov'era stato il vero attacco, per invadere quella fortezza. Ciò sarà vero: ma è triviale e stomachevole la calunnia spacciata per l'onta e la rabbia di essere stati battuti dovunque, l'avere strombazzato che i regi furono disumani contro i prigionieri, che saccheggiarono le pacifiche popolazioni, e che uccisero molti cittadini, donne, e fanciulli innocenti. È questo il solito modo di vendicarsi delle sconfitte, calunniando sempre tutte le volte che a nulla valeano le loro seduzioni co' regï duci, e che erano ben picchiati dalla truppa napoletana, spacciavano che questa avesse perpetrate azioni da selvaggi, da cannibali e peggio.

A sbugiardare simili ed altre calunnie spacciate da' rivoluzionari, basterebbe il solo ordine del giorno del 24 Settembre, scritto e pubblicato dal Generale in Capo, Ritucci per ordine del Re. In quell'ordine del giorno, o manifesto, si faceano elogi alla truppa perché erasi mostrata generosa co' vinti in tutti i fatti d'armi che avea sostenuti fino allora nella Campagna Militare del Volturno. Un caporale del 6° Cacciatori, Agostino Gianfrancesco, meritò gli elogi del Re e da Costui fu fatto sergente, perché fu il primo a dar l'esempio di soccorrere i garibaldini feriti. Anche il sottuffiziale d'Angelo Salvatore del 14° Cacciatori, si distinse tra i primi con atti di bravura, e con soccorrere i garibaldini feriti. Da ciò si potrebbe argomentare come fossero trattate le popolazioni da' soldati.

Lo stesso giorno 19 Settembre i garibaldini ebbero una consolazione, cioè riportarono una vittoria, non già con le armi, ma con i soliti mezzi morali: s'impossessarono della piccola Città di Caiazzo! I giornali garibaldini descrissero le solite pugne omeriche, strombazzando alla Dumas che nella presa di quella Città furono uccisi migliaia di borbonici a colpi di baionetta, ed altri tanti affogati nel fiume; tutto questo era poi lecito a' soli garibaldini perché redentori? Ecco quello che vi è di vero nella presa di Caiazzo.

Il Tenente Colonnello La Rosa, come già ho detto trovavasi in Caiazzo col 6° Cacciatori, e non avea nessuna voglia di rimanervi ad onta che il Generale in Capo ito colà, e veduta l'importanza di quella posizione gli avea inculcato di sostenerla a qualunque costo. Ho detto pure che il bolognese Cattabene con pochi garibaldini si era incamminato nel distretto di Piedimonte, che avea passato il Volturno a Limatola vicino Caiazzo, e che era stato respinto da' soldati comandati dal Tenente colonnello La Rosa.

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Il 29 Settembre il Cattabene passò di nuovo il fiume e si diresse a Caiazzo. La Rosa senza un perché, in luogo di respingerlo, radunò la sua gente, abbandonò quella Città e scese verso Gradillo.

Trovavasi in Caiazzo il fiorentino Manetta agente di Casa Corsi, era stato favorito dal passato Governo, e per disobbligarsi si fece secreto fautore de' garibaldini. Egli introdusse Cattabene e gli altri garibaldini in Città per un suo giardino: e così Caiazzo fu occupata da Cattabene senza che fosse stata arsa una cartuccia: intanto avete inteso quante menzogne si spacciarono circa l'occupazione di quella Città.

Appena i garibaldini furono dentro Caiazzo abusarono di tutto, vollero i migliori alloggi, vettovaglie, danaro, tutto quello che a loro facea comodo. Il Cattabene vedendo la poca benevola accoglienza fattagli da quella Città, mandò in fretta a Maddaloni per avere rinforzi. Ebbe il 3° battaglione della brigata Medici comandato da un certo Maggiore Vacchieri.

La Rosa dopo l'abbandono di Caiazzo si era ritratto a Gradillo col 6° Cacciatori, uno squadrone del 3° dragoni, e quattro obici a schiena. Avendo inteso che Cattabene avea avuto de' rinforzi da Maddaloni, scrisse subito al Generale Colonna che gli mandasse altri battaglioni, non per assalire Caiazzo ma per assicurarsi la ritirata.

Si trovavano in Capua i giovanetti fratelli del Re, il Conte di Trani e il Conte di Caserta, i quali avendo inteso i fatti di Caiazzo, si unirono al Ritucci per riconquistare quella città. Costui che deplorato avea lo abbandono di quel punto strategico, spedì ordini severi e pressanti per farlo rioccupare.

Fu mandato a rinforzare La Rosa, il Tenente colonnello della Rocca col 4° cacciatori, con la missione di cacciare i garibaldini dai posti avanzati, e spingersi dentro Caiazzo. Mentre questa truppa si avanzava, duecento garibaldini passarono il fiume ed andarono a rinforzare la gente di Cattabene.

Caiazzo è una città vescovile, con 5000 abitanti, edificata sopra un monte alto sul mare 700 palmi. Dalla parte di mezzodì passa il Volturno che la separa dal Mote Tifata, all'ovest ha vicini i paesetti della Piana e di Gradillo; più giù Pontelatona indi Capua.

La Rosa attaccò i garibaldini fuori Caiazzo, e già si spingeva ad entrare in città con la brigata da lui comandata. Già era giunto a piè della collina, ove trovò resistenza vivissima, e la lotta divenne sanguinosa: La Rosa cadde ferito mortalmente, e gli succedette nel comando della Rocca. Giungevano in quell'istante il Generale in Capo Ritucci ed i Principi Reali, accompagnati dai fratelli d'Agostino, distinti uffiziali, alla loro immediazione, incontrarono alcuni soldati che portavano La Rosa moribondo. Costui pagò con la vita l'errore che avea fatto di abbandonare Caiazzo. Lo storico de Sivo dice, che non si sà se cadde ferito di palla nemica, o scagliata da qualcheduno de' suoi soldati per vendicarsi dell'abbandono di Caiazzo, essendo stato egli la causa del sangue che si versò in quella giornata. Però, il Ritucci che parlò con La Rosa prima che costui spirasse, assicura ne' suoi comenti che fu ferito di palla nemica.

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Il generale in capo ordinò che si assaltasse Caiazzo, ed aggiunse altri battaglioni. Diede ordine al Maggiore delli Franci, sottocapo del suo Stato Maggiore di spingersi contro la città alla testa di quattro compagnie dell'8° cacciatori, che la brigata estera si avvicinasse a Caiazzo, ed il 9° cacciatori, ove io apparteneva, fosse rimasto di riserva a piè della montagna.

Cattabene e Vacchieri aveano barricate le strade di Caiazzo, aveano fortificate la case, e principalmente la porta della Città che guarda il nordovest, d'onde si aspettavano di essere investiti da' regï. In Caiazzo erano mille e duecento garibaldini, e sarebbero stati sufficienti a difendere quella città, forte per la sua naturale posizione.

Dopo che fu ferito La Rosa, si fece un poco di tregua, ma delli Franci, e della Rocca fecero di nuovo tuonare il cannone. era mezzodì del 21 settembre, presente i Principi Reali, si diede principio all'investimento di Caiazzo, e fu assalito da tre punti, cioè dalla collina di destra, da quella di sinistra, e dalla via consolare. I garibaldini avrebbero potuto contrastare con vantaggio l'assalto de' regï fuori la città, ove non si fossero ristretti a difendersi entro a quella, com'è il loro costume di guerra. La lotta fu terribile nell'assalto che si diede alla porta di Caiazzo. Le milizie napoletane corsero come leoni sopra le barricate e sormontandole le disfecero. In questa lizza sanguinosa gli assalitori opponevano il solo petto alle armi nemiche, e grande era il valore di chi resisteva, e, fra gli uni e gli altri, le artiglierie napoletane si cacciarono innanzi, scagliando palle e mitraglia contro i garibaldini. La cavalleria regia ed i fanti più volte retrocessero, ma incorati dalla presenza, e dall'esempio del Generale in Capo e de' Principi reali, che stavano intrepidi come sempre al fuoco nemico, si slanciarono avanti e tutto vinsero col solito grido di viva il Re, aggiungendo l'altro pure di Viva i Principi reali! Presa la porta ed entrati in città, si dovettero conquistare ad una ad una le strade principali e le case fortificate. I garibaldini tiravano fucilate senza lasciarsi vedere, ed avrebbero recato grandi danni a' regï se non fosse stato pe' villani di quella città, i quali si armarono, e diedero addosso a rivoluzionari. Costoro se cadeano in mano de' soldati, erano prigioni, ma se invece lo erano de' villani, senza misericordia venivano uccisi. Cattabene ferito si era rifugiato con altri 18 Caporioni nell'istessa casa del Vescovo, il quale miracolosamente salvato, fu pure scudo ai garibaldini che caddero prigionieri del Capitano Giovanni Afan de Rivera, accompagnato, dal Capitano Luigi Dusmet dello Stato Maggiore, e dal Capitano Raffaele d'Agostino, che tutti e tre in quella giornata furono d'esempio ai soldati, e fecero mostra di valore militare e di accorgimento.

Vacchieri e 500 de' suoi fuggirono da Caiazzo, ma inseguiti da' fanti e da poca cavalleria, quali furono uccisi, quali furon fatti prigionieri, e quali si affogarono nel fiume volendolo ripassare nelle vicinanze di Limatola. Vacchieri però assieme ad altri ebbero la fortuna di salvarsi.

Quel glorioso fatto d'armi pe' Napoletani durò tre ore. Caiazzo era stata saccheggiata da' garibaldini, e sofferse di nuovo il saccheggio allo entrare de' regï, segnatamente da' soldati de' battaglioni esteri mandati ivi dopo il combattimento.

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Molte case furono bruciate, perché vi si erano fortificati i garibaldini. Io che entrai in quella Città la stessa sera del 21 Settembre, ne provai maraviglia e ribrezzo. Nonpertanto, gongolai di gioia nell'osservare la buona disposizione di que' cittadini, i quali, poco curando il danno sofferto, si consolavano al pensiero di essersi sbarazzati dei garibaldini. Caiazzo era una Città devotissima a' Borboni, eccettuate pochissime famiglie. E qui è da notare, che, allorquando i liberali ripresero Caiazzo saccheggiarono altre case, uccisero molto che designavansi borbonici; ed il nuovo Governo fece poi gran processo contro di que' cittadini che sfuggiti erano al furore atroce de' garibaldini.

Nel fatto d'armi di Caiazzo, i garibaldini perdettero armi, munizioni, arnesi di guerra, e due bandiere, una delle quali fu toltagli dal 1° sergente Antonio Santacroce del 6° Cacciatori. Ebbero 300 morti, tra' cui cinque uffiziali e due chirurgi, e 232 prigionieri che furono mandati a Gaeta.

De' regï morirono 51 soldati, il Tenente Colonnello La Rosa, ed il Tenente Massarelli del 4° Cacciatori.

Ebbero inoltre 100 feriti, tra' quali i Capitani Ludovico Laus del 6° Cacciatori, e Carlo Antonini dell'8°, nonchè il 1° Tenente Pasquale Perino del 4° della stessa arma.

Quando si combattea in Caiazzo io mi trovavo col 9° Cacciatori, ch'era di riserva, e tanto vicino a quella città, che potei osservare tutti i particolari di quel fatto d'armi. Dopo che i garibaldini fuggirono, dalla prossima parte del fiume s'intesero delle grida strazianti. Tutto ad un tratto vediamo circa dieci garibaldini trascinati dalla corrente, alcuni sembravano morti, altri si dibattevano disperatamente nell'acqua, gridando aiuto! La compagnia comandata dal mio carissimo amico Capitano Giacomo Carrubba, si trovava vicinissima a que' naufraghi, io e il Capitano invitammo i soldati a salvare quegli infelici, tutti esitarono a buttarsi nel fiume, ed intanto il pericolo de' naufraghi richiedeva un pronto soccorso; stando sulla sponda destra nessuno osava dare l'esempio di gettarsi nell'acqua. Il Capitano Carrubba, uomo prode e pio, non sapendo nuotare, se ne doleva sinceramente con un suo ufficiale che neppure sapea di nuoto; allora compresi che toccava a me dare il primo esempio e mi slanciai nel fiume: un grido di applauso echeggiò in quella valle, e non meno di 40 soldati mi fecero seguito. Cominciammo a salvare i garibaldini, afferrandoli o per i piedi o per i capelli, e strascinandoli alla sponda del fiume, ove altri soldati se li prendevano, e li mettevano in sicurtà. Salvare un naufrago è un affare un poco difficile per colui che non è buon nuotatore, e specialmente nel fiume; conciosiachè il naufrago non sente ragione, e predominato dallo istinto grancisce qualunque corpo che gli si para davanti; se arriva ad afferrarvi un dito solo, non vi è caso che più vi lasci; vi si avviticchia in modo per salvarsi, che dovrete affogarvi entrambi. Di que' soldati che si gettarono nel fiume per salvare i garibaldini, circa la metà furono spinti a quell'atto irreflessivo dall'umanità e dall'entusiasmo, e siccome qualcuno non sapesse di nuoto, convenne mettere anche costoro in salvo. Quella lotta durò una buona mezz'ora; la corrente ci avea trascinati per un chilometro:

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ma salvammo tutti, garibaldini e regi. Molti, a principio, non davano segno di vita; però, mercè l'aiuto, e le cure de' chirurgi de' corpi accorsi subito sul luogo, e dell'Ospedale di Capua, ove poi i naufraghi furono condotti, nessuno ne morì, tutti tornando al primitivo benessere.

Uscito dal fiume non avevo altri panni per cambiarmi, il freddo faceami battere i denti, e sarebbe stato per me meno angoscioso restarmi nell'acqua, anzi che tenermi esposto all'aere con que' panni addosso. I soldati mi condussero in un pagliaio, ove potei spogliarmi, e restare avvolto in un cappotto di truppa. Carrubba, ed altri soldati accesero un gran fuoco, e tutti si affrettarono ad asciugare i miei e gli altri panni per rifocillarci. Io mi sentiva sì male che mi credetti spacciato da polmonite o malattia simile; ma grazie a Dio, non soffrìi neppure un dolor di capo, ad onta che la mia salute allora non era perfetta. Il Capitano Carrubba facea dello spirito per tenerci allegri, e tra le altre cose, supponea il caso che ci avessero assaltati i nemici, mentre io e gli altri soldati ci trovavamo abbigliati in quella semiadamitica toletta - In vero la sarebbe stata curiosissima farsa, far rivivere i combattimenti dei Parti! Già eravamo tutti vestiti de' nostri panni bene asciutti; quando giunse un soldato, e mi disse che tra' prigionieri eravi un Cappellano garibaldino preso con le armi alle mani, il quale si era battuto come un valoroso soldato. Io corsi subito sulla vicina strada consolare, ed in effetti trovai un distaccamento del primo Reggimento della guardia che scortava gran numero di captivi garibaldini. Pregai l'uffiziale di consegnarmi il prete prigioniero, obbligandomi anche in iscritto di condurlo io stesso a Capua: l'uffiziale dopo qualche difficoltà aderì alle mie preghiere, ed alle mie assicurazioni, facendogli pure notare, che non sarebbe stato conveniente condurre quell'ecclesiastico qualunque si fosse, assieme a tanti altri prigionieri, che sebben ben trattati, purtuttavia non pochi aveano il vestito e l'aspetto poco rassicuranti.

Il reverendo prigioniero era un mascherato in tutta l'estensione della parola. Uomo sui 40 anni, lungo e secco, come una pertica, senza segno di barba, con naso lungo ed aguzzo; avea occhi grandi e sporgenti; era calvo, calzava coturni che sovrastavano a' calzoni di panno bigio: la storica camicia rossa era lunga, e non messa sotto la cinta de' calzoni, ma pendevagli sin sotto i ginocchi. Indossava un soprabito da Prete, e suppongo che non fosse stato fatto per lui, perché troppo largo: fazzoletto a diversi colori annodato alla garibaldina, collare di prete; ed a questa toletta era corona un kepì colle insegne di Capitano!

I soldati al vedere quella maschera, che chiamavano il D. Nicola, ridevano come pazzi. Non era mio costume rimproverare alcun prigioniero; nondimeno, senza volerlo, dissi a quel prete garibaldino; «anche voi, padre mio, alla vostra età?! «Mi rispose: La riverenza alle sacre chiavi -, non toglie un voto all'Italia unita. Ho capito, io dissi tra me: ho da fare con una testa bislacca...!

I soldati che avevano preso gusto a vedere e sentire parlare quel prete, piacevolmente lo circondarono, e gli fecero tali e tante domande; che D. Fulgenzio - così chiamavasi il prete - rispondeva per lo più declamando versi di classici italiani e latini, e spesso bene a proposito. D. Fulgenzio era prete lombardo, ed era stato anche

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Parroco di un villaggio. Avea memoria ferrea, ed era mediocremente istruito: però il deffinii mezzo matto. I soldati gli domandarono se dicesse la Messa, ed egli rispose che l'ultima l'avea detta a Maddaloni: e ci raccontò, che il chierico gli somministrò del vino cattivissimo; ed egli stava per darli il calice in testa; pure, a non dare quello scandalo, si contentò di schiaffeggiarlo sopra l'altare stesso...! I soldati ridevano, a crepa pelle, ed io tra me compiangea quel povero matto! Gli domandarono se avesse moglie, rispose declamando alcuni versi lubrici di Ovidio e propriamente de' tre libri Amorum. Io lo lasciava declamare, sicurissimo che nessuno capiva que' versi: ed intanto i soldati, non escluso il religiosissimo Capitano Carrubba, seguitarono a ridere a causa degli atteggiamenti grotteschi del declamatore. In ultimo lo pregarono a far loro una predica, e D. Fulgenzio vi condiscese subito: si atteggiò bizzarramente, si soffiò il naso con un lembo della sua camicia rossa, tossì, indi cominciò: Fiat unum ovile et unus Pastor. Non appena io intesi il testo della predica, indovinai quello che volea trattare, e come avrebbe potuto applicare quelle parole di Gesù Cristo; quindi mi affrettai ad impedire la predica con gran dispiacere de' soldati e dello stesso D. Fulgenzio. Però io era sicurissimo, che se costui avesse fatta quella predica la scena comica si sarebbe cangiata in una tragica.

D. Fulgenzio si trovava da circa un'ora tra noi, quando da Pontelatona giunse l'ordine che egli seguisse gli altri garibaldini prigionieri, da essere condotti immediatamente a Gaeta. Egli all'udire quell'ordine, ci domandò se in Gaeta vi fosse buon vino, ed i soldati gli risposero che ve ne era poco e cattivissimo. Allora fece quattro smorfie, ed a modo teatrale ci voltò le spalle per seguire la sua scorta, declamando i versi di Dante: Per me si va nella città dolente ecc.Peccato! il povero D. Fulgenzio avea sbagliato la vocazione; se si fosse fatto istrione avrebbe fatta forse la sua fortuna: non avrebbe scandalizzato con la sua condotta, avrebbe fatto ridere, anzi che piangere pel suo traviamento.

In quel tempo, il 18 settembre, avvenne la battaglia di Castelfidardo, ove valorosamente pugnarono due mila zuavi pontifici contro cinque divisioni di soldati piemontesi comandati da' generali Fanti e Cialdini. Non è mio compito raccontare i fatti dell'invasione sarda negli stati della Chiesa, ma l'accenno come preludio all'invasione del Regno delle Due Sicilie: dirò solamente, che molti soldati, e varii uffiziali papalini, dopo quella battaglia, vennero ad incorporarsi in quella parte di esercito napoletano che combattea al Volturno. Tutti coloro riuscirono ottimi soldati. L'esercito papalino, tanto calunniato dai rivoluzionarii, proclamato mercenario, saccheggiatore, e peggio, era composto nella maggior parte di giovani dalla più distinta aristocrazia francese e belga. Il generale Fanti quando lesse la nota de' prigionieri papalini di Castelfidardo esclamò: Sembra una nota d'invito di Luigi XIV a qualche festa di corte..!


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CAPITOLO XXX

Il generale Won Meckel, conosciuta la rotta della divisione garibaldina di Csadufy, corse con la sua brigata a Squilla per serrargli la via. Però quella divisione avea già passato il fiume a Solopaca. Meckel trovò Dugenta fortificata con barricate, e quattro compagnie di garibaldini che la difendevano. La truppa fu assalita fugandone i difensori che inseguiti da' dragoni e da' tiragliatori, ne uccisero molti, e trenta ne caddero prigionieri.

Meckel si spinse innanzi, e giunse sino al trivio tra Limatola S. Agata, e Maddaloni, senza che più incontrasse nemici; Bixio che trovavasi con la sua divisione in quest'ultima città, temendo di essere assalito chiese subito rinforzo a Caserta. Meckel però, compiuta quella ricognizione militare, tornò indietro, e si fermò in Campagnano.

Il giorno 24 settembre, i garibaldini fecero delle dimostrazioni ostili, e sembrava che volessero assalire i regï in diversi punti. Riunirono molta forza in Piedimonte ed Amoroso, facendo vista di prepararsi a passare il fiume; si sapea pure che Garibaldi era stato a Limatola, e che il 22 avea dormito nel Castello di quel paese. Dalla parte di S. Maria si notava ancora un movimento ostile. Il generale Ritucci dispose in modo la truppa da respingere qualunque aggressione; ma il nemico non si mosse. Garibaldi approfittando che Ritucci, disgraziatamente, restava sulla difensiva, restando a lui tutta la libertà d'azione, travagliava i regï.

Costoro erano sempre faticati con dimostrazioni di attacco, ma soffrivano qualunque fatica o disagio, anelando sempre l'ora della pugna.

In tutti i fatti d'armi del Volturno, dal 16 settembre sino al 24 dello stesso mese, i garibaldini ebbero sempre la peggio, e perdettero più di duemila uomini tra morti, feriti e prigionieri. Furono cacciati non solo dalla sponda destra dell'alto Volturno, ma eziandio allontanati anche dalla sinistra. Que' fatti di armi scoraggiarono i garibaldini abituati a vincere senza grandi pericoli e magicamente; quindi molti giovani siciliani e napoletani lasciavano il campo, ritornavano a Napoli, e domandavano invece impieghi civili.

I combattimenti sulle sponde del Volturno mostrarono, che Garibaldi ed i suoi capi di divisioni erano digiuni di ogni scienza militare. I capi garibaldini giornalisti

0scribacchini, erano incapaci di sostenere un fatto d'armi in aperta campagna, secondo le regole della guerra; distinguevansi invece nel combattere da dentro le case fortificate, dietro le barricate, e più di tutto con far celebrare da una stampa spudorata e bugiarda, in luogo di sconfitte, omeriche vittorie.

IIduce supremo Ritucci avrebbe dovuto valersi dell'entusiasmo della truppa dopo

1fatti di Caiazzo, e dello scompiglio e scoraggiamento de' garibaldini per lanciarsi incontanente alla riconquista di Napoli. Egli era un uomo istruito, onestissimo e prode, ma gli mancava slancio e genio militare. Maturava sempre il suo disegno di guerra, senza metterlo ad effetto, avea la debolezza di temere le reazioni, e non pensava ch'eravamo in piena rivoluzione.

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Istigato dal Ministero di Gaeta a lanciarsi all'offesa contro Garibaldi, scrisse al Re e propose di muovere sopra Napoli con tre colonne di truppe parallele. Ma aggiungeva: temere che i soldati si sbandassero, (mentre avea sperimentato il contrario): anche vincendo, aspettarsi la resistenza delle popolazioni, ed il rinnovamento della santafede del 1799! Or io dico: Se tutti i Generali alla testa degli eserciti avessero gli scrupoli di Ritucci, l'umanità sarebbe redenta dal più terribile flagello sociale, e forse ritornerebbe l'età dell'oro immaginata da' poeti; però gli altri Generali non la pensano come Ritucci quando è necessario di venire a battaglia, e fan poco conto della avverse eventualità, e risolutamente attaccano. Gli stessi redentori de' popoli, cioè i rivoluzionarii, dannosi alla cieca, e perisca l'umanità intera, purchè essi vincano, fosse con l'esterminio, l'incendio, e la devastazione.

In risposta al disegno di guerra del Ritucci, il Ministro della guerra gli scrisse che andasse avanti e distruggesse il nemico, e volgesse simultaneamente sopra Napoli.

Alcuni Capi di Corpo e Generali, e più di tutti il Generale Colonna, riferì a Ritucci, non potersi più rendere responsabile dell'osservanza della disciplina fra' soldati, se si seguitasse sulla difensiva, mentre crescevano le offese nemiche sul Monte S. Angelo da non rendere più sostenibile la posizione di Triflisco.

Il Re mandò il generale conte Cutrofiano a persuadere Ritucci di prendere l'offensiva, e poi si recò Egli medesimo a Capua. Ma quel Generale in Capo rispose al Re, che il meglio sarebbe raccogliere le forze, e tenerle pronte a qualunque eventualità. Propose anche l'abbandono di Caiazzo - che si era riconquistato con tanto sangue per non tenere l'esercito troppo diviso.

In Capua era un consiglio di uffiziali superiori, i quali approvavano gli espedienti di Ritucci, ma dominava quel consiglio il prode Colonnello Matteo Negri, che consigliava rimanere sulla difensiva. Alcuni dissero che Negri piegava a quel modo perché nelle file garibaldine eravi il proprio padre, ed un fratello. Ritucci ne' suoi comenti su de Sivo smentisce questa assertiva, assicurando non vera la presenza del padre di Negri nelle masse di Garibaldi. Negri però per quanto valoroso, pagò con la vita il palpito politico che animavalo.

Capua si armò con altri cannoni mandati da Gaeta, si raddoppiarono i posti avanzati, e si svelsero gli alberi all'estremità del Poligono, per così togliere al nemico il mezzo di fare delle sorprese fin sotto la fortezza.

Si eressero altre batterie che si estendevano fino a Triflisco e Formicola: e se ne prolungavano da Tavernola ad Amoroso.

In tutti que' lavori di fortificazioni si distinsero i soldati pionieri, specialmente quelli comandati dal 1° Tenente Giovanni Colucci, e diretti da' capitani Pinedo del genio, e Baratta dell'artiglieria. Que' soldati, assieme al Colucci, si esponevano a qualunque pericolo, faticando di notte e di giorno sotto una pioggia di palle e granate che lanciava l'artiglieria garibaldesca.

Quasi tutto l'esercito accampava nel Poligono alla destra del fiume, esposto a tutte le intemperie perché privo di tende; gli avamposti si estendevano sino a Formicola; Meckel con la sua brigata giungeva sino ad Amoroso. Sarebbe stato

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quello il momento di approfittare dello scompiglio e scoraggiamento de' garibaldini, e dello entusiasmo de' soldati, fattosi gigante dopo le vittorie riportate il 19 e 21 settembre. Ma era scritto nel libro della volontà di Dio, la caduta della patria nell'abbiezione e nella rovina.

Vi era un'altra suprema ragione che avrebbe dovuto muovere Ritucci ad attaccar subito Garibaldi; l'esercito sardo avea invaso le Marche e l'Umbria, ed i proclami de' Generali piemontesi non lasciavano dubbio che quell'esercito sarebbe un dì o l'altro piombato sul Regno di Napoli, attaccando alle spalle l'esercito che difendealo. Questo pericolo era preveduto da tutti; al Re però i mestatori o traditori facevano supporre che il Piemonte non avea motivi d'invadere il Regno, che l'Europa si sarebbe commossa; quindi tutto al più lasciato lo avrebbe alle prese con Garibaldi.

Francesco II, benchè giovanetto, non si facea più illudere, e fece di tutto per iscongiurare la catastrofe che lo minacciava.

Egli capi che co' Generali suoi nulla avrebbe potuto più fare, ed a malincuore, spinto dal supremo bisogno di salvare i suoi popoli, si decise ad invitare un Generale straniero, onde prendere il comando dell'esercito napolitano. All'uopo fece invitare Lamoricière, ma questi si negò. Il 24 Settembre Re Francesco spedì a Parigi il distinto Capitano di Stato Maggiore Luverà per invitare Changarnier o Bedeau. Quest'ultimo era ammalato. Changarnier, dopo che intese Luverà circa lo stato del Regno e dell'esercito, sembrava voler condiscendere all'invito di recarsi a Capua; ma poi si negò, forse per non inimicarsi di più Napoleone III, accettando un comando contro i protetti di costui. Fu allora che il Luverà chiese un disegno di guerra contro Garibaldi, e Changarnier rispose: «Il disegno di guerra si fa contro un Generale; contro un Garibaldi si va diritto a sconfiggerlo dove sta.»

Mentre si faceano queste pratiche, Garibaldi non restava inoperoso; facea dimostrazioni di voler valicare il Volturno, ed assalire i regï sulla destra sponda.

I soldati combatteano una guerra difficile, perché mancavano di tutto: lottavano nel proprio paese contro stranieri, i quali tutto aveano in abbondanza; le ricchezze di Napoli e del regno servivano contro i napoletani stessi. I soldati soffrivano tutte le privazioni e tutti i disagi, perché tutto si volle abbandonare al nemico. Nondimeno essi andavano incontro alacremente alle penurie ed alla morte, sottoponendosi a qualunque difficile prova per salvare l'onore militare e lo scettro glorioso di quel giovanetto re che tanto amavano; e badi il lettore, quando dico soldati, intendo pure la gran maggioranza degli uffiziali. Il soldato napoletano ben guidato, non è secondo ad alcuno, ed ha una principalissima qualità che ritrovo soltanto ne' soldati spagnuoli; cioè tollera in pace i disagi e la fame con pazienza ammirabile, battendosi da prode!

Tra le altre cose necessarie, nella campagna militare del Volturno, mancava il tabacco per fumare; e questa mancanza era esiziale per la maggior parte degli individui dell'esercito. Non pochi supplivano con farsi delle pipe di canna, e fumavano erbe e foglie secche; le quali in resultato cagionavano maggiori inconveniente a chi ne facesse uso.

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Quando i soldati afferravano qualche prigioniero garibaldino, pria di tutto gli domandavano se avesse tabacco da fumare!

Il 28 settembre, Garibaldi, da S. Iorio, fingeva, o realmente volea passare il fiume vicino Triflisco: il Maggiore Pianelli comandante il 15° cacciatori, domandò pochi battelli per passare sulla sponda sinistra, ed attaccarlo non solo, ma provavasi a sloggiarlo dalle sue posizioni fortificate. Ritucci giudicò inopportuno quell'attacco, e lo proibì espressamente!

Meckel venne a zuffa co' garibaldini a Ducenta, e tolse a costoro 23 carri di viveri. Altri fatti d'armi avvennero negli ultimi giorni di settembre; quello però di Triflisco merita di essere ricordato particolarmente.

Garibaldi, dopo che fortificò S. Iorio con cannoni lisci e rigati, la mattina del 30 settembre aprì un micidiale fuoco contro i regï che si trovavano in Triflisco. Nel medesimo tempo comparvero innumerevoli masse di garibaldini sulla sponda sinistra del fiume ov'era il ponte; le quali masse conduceano de' battelli per passare sulla destra sponda ed assalire la brigata del generale Barbalonga che guardava quella posizione. Quel Generale dispose in modo la sua brigata da respingere il nemico su tutta la linea. Fece collocare due mezze batterie di montagna, e quattro cannoni rigati, da battere il nemico di fronte. L'artiglieria napoletana anche in quel rincontro fece prodigii; la lotta durò sino a mezzo giorno; le batterie nemiche tacquero perché smontate. Il Maggiore Pianelli alla testa del battaglione che comandava, respinse da prode le masse garibaldine, le quali faceano di tutto per passare il fiume; e quel giorno il Pianelli meritò gli elogi del Generale in capo. Oh! se questo Maggiore fratello del ministro della guerra avesse perseverato nella via dell'onore, non sarebbe anch'egli ascritto tra il numero di coloro che tradirono la patria ed il Re: Son sicuro che oggi vorrebbe cancellare l'atto di turpe tradimento perpetrato agli avamposti di Gaeta, in novembre 1860, cercando adepto un suo amico e compagno d'armi innocente, come dirò in appresso.

Giustizia vuole che si dicesse, che nel bel fatto d'armi di Triflisco del 30 settembre, si distinsero pure sei compagnie del 4° Cacciatori, ed erano poste sull'altura della Casina Segardi e due compagnie del 14° stavano a Pontelatone. E vedete quanto vale nella pugna un buon esempio, anche di un soldato. Queste due Compagnie, distanti l'una dall'altra erano il bersaglio dell'artiglieria garibaldesca, e già cominciavano a non star ferme a' loro posti, quando si presenta un soldato di nome Ialone, ch'era stato ferito in sul principio della pugna, ed apparteneva alla 3° Compagnia del 14°. Ialone era tutto fasciato, impugna il fucile, e mal reggendosi in piedi, nondimeno si avanza contro i nemici. Il Capitano di quella 3° Compagnia, Sinibaldo Orlando, disse amorevolmente a quel soldato di ritirarsi, ed avesse riguardo alle sue ferite; no, rispose costui, finchè vedo voi ed i miei compagni nel cimento, voglio combattere sino all'ultimo fiato. Gli altri soldati risposero con grida di applausi, e con entusiasmo si slanciarono alla pugna, e sbaragliarono il nemico. Gloria al soldato Ialone...!

Si distinse in quel brillante fatto d'armi il capitano Ferdinando Ricci,

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Comandante la 4° Compagnia del 14°. Cacciatori. Quel Capitano, alla testa della sua Compagnia, si spinse sopra Pontelatone, ed esposto alla più micidiale mitraglia nemica, arrecò non pochi danni alle masse garibaldine per soccorrere la 3° Compagnia molto compromessa. Il Comandante di quelle Compagnie richiamò indietro il Capitano Ricci, perché giudicò troppo compromessiva la posizione presa da costui.

Nel fatto d'armi di Triflisco, 12 soldati furono gravemente feriti, altri 21 lo furono più lievemente; ma i garibaldini soffrirono non poco danno.

Il Re dolente pel rifiuto de' Generali francesi, e sentendo la necessità di muovere subito all'offensiva contro il nemico, il 27 settembre ordinò al Ritucci di dar battaglia presentandogli un disegno di guerra che il medesimo Ritucci e Meckel disapprovarono.

Si disse che quel disegno presentato dal Re sia stato fatto dal Generale francese Lamoricière. Ritucci si sentiva umiliato perché Francesco II richiesto avesse un Generale straniero per comandare il residuale esercito delle Due Sicilie, e perché non fu preferito il suo disegno di guerra accettando quello di Lamoricière.

Ritucci, ne' suoi Comenti confutatorii, se ne mostra indispettito tanto, che critica Lamoricière pel modo come si difese dai Piemontesi negli Stati della Chiesa.

Egli ingiustamente si corrucciava, una volta che si era mostrato indeciso di prendere l'offensiva preferendo trincerarsi in Capua e non andare innanzi; mentre era suprema necessità farla finita con Garibaldi a qualunque costo; dappoichè i Piemontesi già marciavano sul Regno di Napoli. Queste circostanze determinarono il Re, forse anche a malincuore cercare un Generale straniero come ultimo mezzo di tentare la sorte delle armi per salvare i suoi popoli. Per Ritucci sarebbe stato meglio dimettersi; ma volle rimanere a quel posto, come egli dice, perché la sua dimissione in que' momenti si sarebbe potuta qualificare di defezione. Ma che avrebbe egli voluto? che il Re avesse sacrificato un Regno alla sua ostinazione che dava la certezza di una prossima catastrofe? Avrebbe forse voluto che il Re avesse perduto il trono, il popolo l'autonomia ed il benessere per non offendere l'amor proprio e l'orgoglio di alcuno de' Generali napoletani, che in quell'ultima guerra si erano dimostrati soltanto inetti? Io rispetto la memoria dell'onesto, fedele e prode generale Ritucci, ma debbo pur dire che nel 1860, non si mostrò all'altezza de' tempi e delle circostanze!

Il disegno di battaglia presentato dal Re al Ritucci, era quello di assalire S. Angelo con una colonna, S. Maria con un'altra, e con un'altra colonna passare il fiume ad Amoroso, sboccare pei ponti della Valle, e piombar alle spalle dei garibaldini di Caserta. Questo disegno di battaglia fu criticato perché dividea la non numerosa truppa, spingendo una colonna ad Amoroso 20 miglia lontano da Capua, perché assaliva Garibaldi ove si era fortificato, e perché non avea lo scopo immediato di marciar sopra Napoli.

Il disegno di guerra di Ritucci era secondo me peggiore; perché sarebbe stato diametralmente opposto allo scopo di non insanguinare Napoli. Egli volea marciare sopra questa Città con più colonne parallele; accampare sopra Capodimonte, e da

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lì intimare a' rivoluzionari di mettere giù le armi. Quel Generale in capo si cullava in due falsi supposti, che non faceano onore alla sue perspicacia ed a' suoi talenti militari.

Egli supponea che i garibaldini sarebbero rimasti nelle loro posizioni della sinistra riva del Volturno, mentre l'esercito regio marciasse sopra Napoli per la via di Aversa, e che li avrebbe tagliati fuori della loro base di operazione. È certissimo che Garibaldi, in tale circostanza sarebbe piombato in Napoli come un fulmine seguito da' suoi più arditi dipendenti, avrebbe alzate delle barricate e fatta una resistenza ad oltranza. Quindi falsa l'altra supposizione del Ritucci che i garibaldini avrebbero messo giù le armi alla intimazione di rendersi. Si sa da tutti qual conto han fatto sempre i così detti liberali del sangue cittadino: non trattavasi di napolitani ma di stranieri, che avrebbero distrutta o fatta distruggere Napoli, anzi che cedere la ghermita preda. A Ritucci, accampato sopra Capodimonte, gli sarebbero rimaste due sole strade a prendere, o entrare in Città a viva forza, ed allora sarebbe andato incontro a quel male che si era voluto evitare; o retrocedere a Capua, e l'esercito sarebbe stato battuto alle spalle, e son sicurissimo, che in questo sol caso, si sarebbe sbandato. Al contrario, il disegno di guerra presentato dal Re a Ritucci, sebbene avesse pure i suoi inconvenienti, nonpertanto se vi fosse vinto dai regï, Napoli sarebbe stata preservata dagli orrori della guerra, e fu questa la ragione che determinò Francesco II a preferirlo a quello del Generale in capo. I garibaldini sloggiati e battuti nelle posizioni di S. Maria, S. Angelo, Caserta e Maddaloni, sarebbero stati inseguiti da' soldati, e si sarebbero sicuramente sbandati, perché senza disciplina e senza coesione. Pochissimi sarebbero retrocessi fuggitivi a Napoli, la maggior parte per salvarsi; quindi i regï sarebbero entrati senza far guerra dentro il recinto di questa Città; al più vi sarebbe stata qualche scaramuccia insignificante.

Questo disegno di battaglia messo in esecuzione il 1° ottobre fallì, come vedremo tra breve, perché fu eseguito a malincuore dal Generale in capo Ritucci; fallì pel testardo Meckel, per la inqualificabile e sempre trista condotta militare di Ruiz de Ballestreros (quello di Calabria!) e per la viltà della maggior parte de' tanto prediletti Reggimenti della guardia reale!

Il disegno di battaglia de' regï, era conosciuto con anticipazione non solo da Garibaldi, ma ne' caffè di Napoli se ne parlava con cognizione di causa. Ciò non dee far maraviglia, lo stesso Ritucci ne' suoi comenti confutatorii dice in una nota a pag. 147:

«Il nemico era sempre informato, dopo poche ore di ogni disposizione che da me si dava sotto qualsiasi riserva; ciò che può far sospettare, che fino nel mio Stato Maggiore abbiano potuto esservi sue spie.» Ed egli, io soggiungo, non potendo disfarsi di tutto il suo Stato Maggiore, ignorando chi fra esso fosse il vero Giuda, certo dovè trovarsi in un letto di Procuste! Infelice condizione dei tempi, e guai allorchè questo colosso delle ombre, il tradimento, spiega il funesto suo impero!

Garibaldi istruito dell'ora, del modo e del luogo degli assalimenti, provvide alla difesa: Rustow ce ne dà i dettagli. Il duce supremo della rivoluzione passò a rassegna tutte le divisioni di S. Maria,

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di S. Angelo, di Caserta e di Maddaloni, ed inculcò a Capi di tenersi pronti alla difesa. Avvertì poi i comandanti che guardavano S. Angelo, di tormentare i regï la vigilia della grande battaglia ed in effetti, il giorno 30 settembre fece eseguire quella dimostrazione guerresca di S. Iorio contro Triflisco, che abbiamo già accennata più sopra.

Garibaldi avea circa 40 mila uomini sotto le armi, e l'appoggio morale di estere Potenze: però egli sapea benissimo che la maggior parte de' suoi armati l'avrebbero abbandonato in qualche sinistro momento, quindi chiamò da Napoli tutti i garibaldini esteri, tutti i soldati piemontesi, e si ebbe dalla fregata inglese Renown seicento uomini che vi erano imbarcati. Richiamò Turr d'Ariano, il quale avea con sè molti altri individui esteri, ed Orsini che condusse batterie di cannoni, rette da uffiziali disertori dell'esercito napoletano. Da Napoli gli giunsero tutti i soccorsi necessarii; danaro, armi, vettovaglie, farmachi, infermieri ed anche infermiere, tra le quali le tre famose Miss White, appellata la Mario, Miss Flora Durant, e la Contessa della Torre, figlia di un Generale piemontese: tutte e tre queste eroine da teatro vestivano da uomo, con gli stivaloni, sproni e sciabola. Il Rustow dice che faceano più da Sirene che da infermiere, ed erano spesso alle prese co' chirurgi degli ospedali, i quali si annoiavano delle ciarle e delle moine di quelle tre battagliere.

Vi era pure una legione di preti, impropriamente detta sacra; que' reverendi eser citavano tutti gli ufficii buoni e cattivi!

Garibaldi per difendere le sue posizioni, divise in questo modo la sua gente. A Maddaloni stava Bixio con la 18a divisione, Eberhardt con una brigata della divisione Medici, e Fabrizi con un'altra divisione, ed otto cannoni: in tutto ottomila uomini.

Tra Caserta e Limatola vi era Bronzetti con poche centinaia di garibaldini, e quasi a sentinella. Presso Gradillo Sacchi con la sua brigata.

A S. Angelo stavano Medici ed Avezzana con la 17a divisione carabinieri genovesi, il reggimento Brocchi del genio, una brigata della 15a divisione comandata da Spangaro, e nove cannoni da campo, tra' quali quattro rigati.

All'ala sinistra, cioè a S. Maria, stava Milbitz con la I6a divisione, e parte della 15a, con la brigata Basilicata venuta d'Aversa comandata da Corte e quattro cannoni.

A Caserta, Quartier generale, Turr comandava le brigate Eber, Giorgis, Paterniti e Pace; avea tredici cannoni; in tutto erano in Caserta ottomila uomini.

La truppa regia venne divisa in questo modo: il Maresciallo Gaetano Afan de Rivera con 4500 uomini dovea assalire S. Angelo. Il generale Tabacchi con altri tanti uomini dovea investire S. Maria. Il Generale Meckel, con seimila uomini dovea passare il Volturno ad Amoroso, e pe' ponti della Valle volgersi sopra Maddaloni e Caserta. Un'altra divisione comandata dal Generale Colonna dovea guardare la diritta sponda del Volturno da Capua a Caiazzo. Quest'ultima divisione era condannata a non far nulla, mentre si avea bisogno di forza sul luogo del conflitto. Si inutilizzò una divisione perché si temea quello che non potea avvenire, cioè che i garibaldini,

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lasciassero le loro posizioni minacciate per attaccare i regï e prenderli alle spalle. Non sarebbe stata questa una manovra insensata se Garibaldi l'avesse tentata? Egli avrebbe divisa la sua forza per mandarne una parte ove sarebbe stata disfatta e massacrata sotto i piedi della cavalleria regia. Quindi fu un grande errore lasciare inoperosa una forte divisione, comandata dal Generale Colonna, soldato che sapea ben menare le mani; e nel momento del bisogno sarebbe stato il vero colpo di grazia.

CAPITOLO XXXI

La sera del 30 Settembre, Ritucci ordinò all'esercito che si disponesse per la mattina seguente, ad una grande ricognizione armata.

Intanto al Generalissimo Napoletano era riuscito difficile avere precise notizie sullo stato del nemico, e sulle fortificazioni fatte da costui. Mancavano le spie, mancavano tutte quelle risorse necessarie ad un Generale che s'impegni ad assalire il suo avversario in una campale battaglia.

Non si fecero che semplici ricognizioni del terreno sul quale doveasi dar battaglia. Il Ritucci non fece eseguire alcuna seria ricognizione, per certe ragioni che mi sembrano speciose, cioè per non isvegliare l'attenzione, e mettere in guardia il nemico, (mentre costui era già informato di tutto); per non provocare parziali combattimenti; e perché il terreno sul quale doveasi combattere era ben conosciuto anche dal semplice soldato. Parmi però, che in simili circostanze, le ricognizioni si debbano principalmente seguire per vedere se il nemico avesse preparato qualche tranello a coloro che debbono assalirlo; e maggiormente quando si abbia per l'avversario un uomo poco scrupoloso nell'eseguire quelle leggi che nelle guerre son necessarie.

La sera del 30 settembre, si diede a tutta la truppa il pane e la carne lessata da mangiarsela il giorno seguente, ma i soldati tutto divorarono immediatamente; di modo che, pel giorno della battaglia rimasero digiuni ed assetati, e non si pensò come ristorarli.

Narrando l'eccidio del 1° ottobre, l'unica azione di guerra del 1860 e 1861 che merita il nome di Battaglia, se non si volesse chiamar tale il grosso fatto d'armi di Milazzo, io non verrò in tutte quelle particolarità e circostanze che annoierebbero il lettore, dirò le cose più rilevanti e necessarie a conoscersi.

Io che fui testimone oculare, essendomi trovato tutto quel giorno memorabile sul campo di battaglia, confortato dal mio dovere, e spesso spinto, - debbo confessarlo? - da indomabile e talora censurabile curiosità; mi feci a correre in mezzo a quella lotta terribile ove assai cose vidi, ed ascoltai! il mio ministero obbligandomi a correre in diversi punti, ed ove più fervea la mischia tra' combattenti, posso meglio che altri militari narrare quello che avveniva, perché costoro parlar possono solamente del luogo ove combatteano. Di dove non fui presente, dirò quanto mi venne detto dagli altri testimoni oculari, che trovo confermato da' rapporti militari dei regï, quando de' garibaldini.

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La battaglia del 1° ottobre, non solo è interessante in sè stessa, ma fu l'ultima disgraziata prova che fece l'esercito napoletano con la quasi certezza di salvare la dinastia e il trono delle due Sicilie: ma indubitatamente fu quella la più solenne testimonianza dell'onore delle armi napoletane.

La mattina del 1° ottobre alle tre e mezzo uscivano le truppe da Capua per assalire il nemico. La divisione del maresciallo Gaetano Afan de Riviera, di cui faceva parte, ebbe l'ordine dal Capitano di Stato maggior Cav. de Torrenteros di investire la posizione di S. Angelo. La divisione del Generale Tabacchi dirigersi al centro verso S. Maria; e il Generale Segarsi con quattro squadroni di lancieri, e quattro cannoni, a destra contro S. Tammaro e Carditello. Furono lasciati tre battaglioni di riserva, comandati da Grenet; e il Comandante in Capo Ritucci quando in sul tardi di quell'azione inviò a richiederla nel momento del bisogno, non la trovò al posto assegnatole, e domandatone poi conto al Generale Tabacchi, questi che pur sapea chi usata l'avesse, volle presumere una responsabilità grave, e rispose: «ne ho disposto per quella libertà di azione che aver deve un Generale sul campo.» Badate che si andava ad investire le belle posizioni di S. Angelo, e S. Maria, che si erano abbandonate al nemico, il quale aveale ben munite e fortificate.

La brigata Polizzy, ov'io appartenea, fu la prima ad attaccar la pugna sotto S. Angelo, l'altra brigata Barbalonga dovea sostenerla. Il primo errore de' nostri Generali fu quello di far marciare i soldati in massa, invece dell'ordine aperto, sopra un terreno non esplorato.

Erano le cinque del mattino, il 10° cacciatori di vanguardia, comandato dal Tenente-colonnello Capecelatro, aprì il fuoco investendo il nemico sotto S. Angelo per la diritta della strada consolare, e fu quello il segnale della battaglia. Giunto quel battaglione vicino la Casina Longo, incalzando sempre i garibaldini de' posti avanzati, costoro scoversero una batteria di otto grossi cannoni co' quali sparsero la morte sopra quel Battaglione, che per sensibilissime perdite diede indietro. Si avanzò il 9° cacciatori, sostenuto dall'8°, ed alla corsa assaltò quella micidiale batteria. Il 1° Sergente Gennaro Ventimiglia del 9° cacciatori, con un drappello di soldati, fu il primo a slanciarsi sui pezzi. La lotta fu sanguinosa. Quando i soldati raggiunsero i cannoni, gli artiglieri garibaldini, che la maggior parte erano inglesi, non vollero cederli; quindi il contrasto divenne letteralmente corpo a corpo: ove a' sordi colpi di baionetta, ed a quelli sonori di fucile, faceano corona pugni, calci, morsi, e per fino utilizzavansi per ferire, le pietre....! Prevalse la bravura napoletana: i nemici parte fuggirono, parte furono uccisi, e qualcuno fu fatto prigioniero. I cannoni furono inchiodati. Si distinsero tra gli altri in quell'assalto, oltre del Ventimiglia, che si ebbe la medaglia d'oro di S. Giorgio, mentre avrebbe meritato di esser fatto uffiziale sul campo di battaglia, i soldati Lupo, e Giuzio anche del 9° cacciatori, e quest'ultimo fu fatto Sergente per ordine del Re. Tra i valorosi che vi lasciarono la vita fuvvi il giovane uffiziale La Faie, che spirò abbracciato ad un cannone, crivellato di ferite.


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Impresa l'azione, i garibaldini appostati uscirono delle loro trincee, e si avanzarono contro la brigata Polizzy: entrarono perciò in azione l'8° e il 7° cacciatori; quest'ultimo guidato dal Prode Tenentecolonnello Tedeschi, fece prodigii di valore, come anche l'altro comandato dal Tenentecolonnello Antonino Nunziante. Entrò pure in azione il 2° cacciatori, comandato dal Maggiore Castellani, e siccome costui cadde dal cavallo, quel Battaglione fu guidato nell'attacco dal benemerito e distinto Capitano di Stato Maggiore Michele Bellucci. I nemici furono respinti, e corsero a salvarsi dietro le trincee dalle quali erano usciti. Giacomo Longo nipote del Generale de Sauget, antico uffiziale di artiglieria napoletana, e disertore sin dal 1848, cercò opporsi a' regï, e colpito in fronte, non validamente, fu salvato dai suoi. Allora fecesi avanti Avezzana con due battaglioni versi l'ala diritta de' regï. Nel medesimo tempo, Medici con la sua divisione si oppone di fronte, e dispone una batteria sulla china del monte S. Angelo. Quella batteria cominciò a fulminare a mitraglia il 9° cacciatori che si era avanzato più degli altri. Fu in quel punto che la lotta divenne davvero micidiale: regï e garibaldini ora retrocedevano, ora avanzavano con varia fortuna.

Vicino la Cupa Lucarelli avvenne un massacro, ma più di garibaldini, ad onta che costoro si fossero fortificati, al solito, in due casamenti; vennero assaltati alla baionetta, e cadeano a centinaia.

Dunn fu ferito con parecchi suoi uffiziali, ed altri vi lasciarono miseramente la vita.

Dopo quel combattimento accanito, i regï presero i cannoni di Medici, le trincee, e scacciarono Avezzana, ed un tal comandante Simonetti della divisione Medici.

I regï pria di entrare in S. Angelo trovarono il battaglione degli Ungaresi, i quali si batterono da valorosi, ma furono costretti a cedere. I soldati entrarono in S. Angelo ed assaltarono gli accantonamenti, non trovarono garibaldini, ma trovarono la loro zuppa pronta, ed in gran quantità di pane, prosciutti, e formelle di cacio. Ciò che avvenne mi è difficile descrivere.

I soldati che erano digiuni, anzi affamati, diedero l'assalto a tutti que' viveri, infischiandosi di una batteria nemica che tirava dalla montagna sopra S. Angelo spesso fulminandoli. Quindi si videro molti tra essi soldati, trascinar prosciutti e far fuoco da bravi contro il nemico. Se ne vedeano altri carichi di pane e pezze di formaggio, correr dietro sulla scoscesa di S. Angelo a qualche altro pane o forma di cacio che rotolava giù; e in mezzo a quella confusione, senza lasciar di combattere, si rideva e si diceano frizzi arguti e sagaci. Que' soldati, poi, che non ebbero il tempo di prender qualche cosa, o mangiarsi la zuppa di riso, condussero sul luogo del combattimento le caldaie piene, e coloro che doveano avanzarsi contro il nemico, si provvedevano di quella zuppa, mettendola ne' fazzoletti, o nell'estremità del cappotto. I soldati s'impossessarono pure di quattro carri, due ambulanze, tre cannoni e tre casse piene d'armi.

Garibaldi, che avea cominciato la battaglia dalla parte di S. Maria contro la divisione Tabacchi,

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udendo che il rombo del cannone aumentava sempre dal suo fianco diritto, e vedendo fuggire i suoi da S. Angelo, corse in carrozza regia da quella parte, ma venne assalito da un drappello di soldati dell'11° cacciatori guidati dall'Alfiere Mariadangelo; costoro gli uccisero il cocchiere ed un cavallo, e stavano per far prigioniero lo stesso Dittatore! Costui si gittò dalla carrozza e fuggì; i soldati gli tirarono delle fucilate, ma nol colpirono. Garibaldi non fu riconosciuto da' regï, altrimenti non l'avrebbero fatto scappare a qualunque costo. Da questo fatto, e da un sontuoso feretro uscito il 2 ottobre dal palazzo d'Angri ebbe origine la diceria popolare, cioè che Garibaldi fosse stato ucciso in S. Angelo, e che lo sostituisse politicamente un altro che gli rassomigliava.

Un uffiziale ch'era in carrozza col Dittatore, fu preso da alcuni villani, e consegnato a' soldati. Garibaldi sfuggito a quel serio pericolo, per vie oblique riuscì ove si trovava Medici; e tra lo scompiglio de' suoi, raccomandò che tenessero fermo, mentre egli saliva la vetta di S. Jorio per guardare il campo di battaglia. Ivi trovò i garibaldini che erano stati messi a difendere S. Angelo, e vide i regï oramai padroni di quel punto strategico che mangiavano la zuppa preparata per la sua gente. Fu allora che diede ordine di tirare contro costoro con cannoni carichi a granate. Egli per animare i suoi dicea aver vittoria su tutta la linea; però la sua gente fuggiva sempre verso Caserta avendo prove in contrario ed evidentissime.

Garibaldi comprese il pericolo che avrebbe corso, se i regi di S. Angelo fossero andati a percuoterlo sulla diritta verso S. Maria, lasciò quelli che difeso aveano S. Angelo, i quali eransi riparati sulle creste de' monti, e corse verso S. Maria, dando ordine a Turr, che si avanzasse da Caserta con la riserva per soccorrere la divisione Milbitz, e di opporsi a' regi di S. Angelo, se costoro so fossero determinati a girare per la sua diritta.

I soldati padroni di S. Angelo e di tutte le posizioni che aveano occupate i garibaldini, non aveano più nemici da combattere sulla loro sinistra. Il capitano Ferdinando Campanino dell'11° Cacciatori, da prode, con la gente a' suoi ordini, s'impadronì alla cresta del monte, d'un fortino nemico, inchiodando due pezzi da campo, e menando seco altri due obici di trascino, armi, munizioni, e facendo anche de' prigionieri. Egli in questo brillante fatto di guerra fu coadiuvato dal 1° tenente del genio Catazeriti, dal Capitano Emmanuele Russo dell'8° Cacciatori, dal tenente de Merich dell'11°, dall'alfiere Giovanni Greco, anche dell'11°, e da altri cui sarebbe giustizia ricordare i nomi per patrio orgoglio se io tutti li sapessi.

Il Maresciallo Afan de Riviera, avrebbe dovuto profittare della vittoria e dell'entusiasmo de' soldati della sua divisione per slanciarsi sulla destra di Garibaldi, e prendere di fianco S. Maria, in quel tempo stesso che di fronte combattea l'altra divisione comandata dal generale Tabacchi. Ma egli non diede alcun ordine, anzi in tutto il tempo della battaglia non si lasciò punto vedere, e tutti ignoravano persino ove si trovasse il Comandante la divisione. Mancando così la direzione e la sorveglianza del capo di quella truppa, non pochi subalterni abbandonarono i soldati, coricandosi sotto i piccoli ponti, nelle cupe, e nelle case circonvicine.

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I capi Battaglioni fecero tutti il proprio dovere chi più chi meno, ma quello che più si distinse davvero fu il prode ed infaticabile Tenente Colonnello Tedeschi, comandante il 7° Cacciatori.

Il Comandante il 9° Cacciatori Tenente Colonnello Francesco Scappaticci conveniunt rebus nomina saepe suis - sin dal principio della battaglia abbandonò il Battaglione, e scappò per rifugiarsi sotto le batterie di Capua. E quando il tenente Baracaracciolo suo dipendente, (mi dispiace che non ricordo il nome di questo distinto uffiziale) lo cercò per dirgli che i soldati mancavano di cartucce, lo Scappaticci rispose: Eccomi qui, vado io stesso dentro Capua, e vi mando le cartucce. Avea tanta paura che neppure teneasi sicuro sotto le batterie di quella piazza! Scappaticci era stato messo a comandare il 9° Battaglione Cacciatori dal Ministro Pianelli, ad onta delle osservazioni in contrario fatte dal Generale Bosco che lo conoscea; ma a quella gemma di Ministro liberale conveniva affidare quel distinto Battaglione a tanto prode Comandante.

La divisione di Afan de Riviera, vincitrice in tutta la linea, rimase inoperosa nelle posizioni di S. Angelo, già tolte a' garibaldini: e ciò avveniva, mentre che le sorti della battaglia pendeano indecise in S. Maria. Io, il chirurgo del 9° cacciatori Dedominicis, il cappellano Vozza dell'8°, l'altro del 2° della stessa arma, Pardi, il chirurgo D. Pasquale Netti, che giravano il campo per soccorrere i feriti ed i moribondi; non ci davamo pace nel vedere tutta quella truppa vittoriosa, sbandata per que' campi e senza far nulla. Un chirurgo disse a parecchi gruppi di soldati: «è giusto che così vi fermiate inoperosi, mentre il resto dell'esercito combatte in S. Maria e poco lungi da qui? «E costoro risposero ad una voce: «Noi non desideriamo che soccorrere i nostri compagni, ma chi ci guida? ove sono i nostri superiori? «Fatale verità...!

Impresa l'azione verso S. Angelo, il generalissimo Ritucci mandò ordine al colonnello Raffaele Ferrara comandante il Battaglione Tiragliatori della guardia, onde le quattro compagnie da lui dipendenti (le altre quattro erano aggregate alla divisione Rivera, brigata Barbalonga, e comandate dal distinto Capitano Paolo Laus) si fossero avanzate in ordine aperto sul Campo Santo, di Santa Maria. Primo a spiegarsi e spingersi fu la compagnia comandata dal Capitano Pasquale Palladino, seguito da altre agli ordini de' capitani Raffaele Caracciolo e Ferdinando Frezza. Il Capitano Palladino si avanzò combattendo sempre fino alla compromissione. Soccorso in tempo da truppe che lo seguirono, potè coi suoi salvarsi tra le stragi e la morte. In quella lotta, fra gli uccisi fuvvi il distinto giovane Capitano de Mellot del 3° cacciatori della guardia.

Il Tenente-colonnello Giovanni de Cosiron, che comandava il terzo Battaglione del terzo Reggimento della guardia, essendo di sostegno alle quattro compagnie de' Tiragliatori, fece prodigii di valore; ed io lessi in una nota scritta di proprio pugno dal Generale in Capo Ritucci le seguenti parole che riguardano il de Cosiron: «Con zelo e coraggio spinse la truppa più volte sotto S. Maria, dando esempio di bravura. Di tal chè per lui la giornata non sarebbe mancata di essere la più brillante.

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I garibaldini già respinti, incalzati con le baionette a' reni fino alle prime case di S. Maria, ebbero a ventura sentir battere la ritirata de' regï, e de Cosiron con la sua gente stupì a quell'ordine, che a malincuore eseguì. Ripiegando vide avanzare la guardia reale dipendente dal Colonnello Giovanni d'Orgemont, tirando fucilate all'impazzate, e se i tiragliatori e i cacciatori della guardia non si fosse gettati ne' fossati, e sinuosità de' terreni laterali, sarebbero stati massacrati dagli stessi compagni d'armi. Sono fatti incredibili, ma disgraziatamente veri...!

Nell'assalto di S. Maria la divisione Tabacchi fu disposta in tre piccole colonne di attacco, una comandata dal distintissimo conte Colonnello Marulli comandante il 1° granatieri della guardia, muoveva verso l'Anfiteatro di S. Maria: un'altra comandata da d'Orgemont si avanzò verso il Convento de' Cappuccini, e la terza con due reggimenti ed una compagnia di tiragliatori rimasero di riserva col Tabacchi. Il Prode Colonnello Negri comandava l'artiglieria, e Segardi la Cavalleria. Costui volgeva a S. Tammaro, ove assalirà i garibaldini comandati da Fardella, i quali fuggirono. Segardi però rimase inoperoso, onde lo stesso Fardella potè riunirsi agli altri garibaldini comandati da un Melenchini, che si trovavano dalla parte della strada ferrata, ove i regi avrebbero dovuto dare il maggiore assalto.

Negri pose l'artiglieria ove la strada che da Capua mena a S. Maria fa gomito, ed ivi coperto da una casa, tirava a mitraglia sopra l'Anfiteatro, dietro il quale si erano riuniti i garibaldini condotti da Fardella e Melenchini.

Quando la pugna erasi generalizzata, la riserva comandata da Grenet, dovea attendere gli ordini di Ritucci, però si spinse, o fu fatta spingere pure ad attaccare il nemico.

I regï si avanzavano, e quando credeano di aver superati gli ostacoli e le barricate, altre ne trovavano insuperabili. Tutta la via era ingombra di difese, e gremita di gros si cannoni diretti da uffiziali napoletani disertori, con artiglieri piemontesi ed inglesi, i quali tiravano a scaglia contro i regï in quella strada lunga e diritta per la quale si avanzavano. L'uffiziale Giordano che si era troppo inoltrato con l'artiglieria, fu ucciso, e con esso altri uffiziali e soldati. Gli animali di tiro quali morti, quali feriti, resero impossibile il maneggio di quella sezione di artiglieria; che si dovette abbandonare, salvandosi in dietro i superstiti.

Alle otto del mattino la truppa che avea assalito l'Anfiteatro ripiegava, e di già cominciava a disordinarsi, quando giunsero sul campo i fratelli del Re, il Conte di Trani e quello di Caserta; costoro si gettarono in mezzo a' combattenti, e li fecero ritornare ad un assalto vigoroso. Marulli si slanciò contro il centro ov'era la maggiore resistenza; La Masa, dopo un'ostinata difesa, ripiegò. Allora Milbitz, appiattato dietro l'Anfiteatro, uscì per opporsi a' regï, e fu pure respinto.

II10° di linea, che si era più di tutti avanzato, alla corsa occupò le prime case di S. Maria, destando gran panico ne' garibaldini. La popolazione di quella città, di già mettea pannilini bianchi a' balconi, gridando Viva il Re, e chiedendo armi per dare addosso a' rivoluzionarii quali fuggenti, quali in disordine.

Il 10° di linea non fu seguito d'altri reggimenti, e da S. Maria domandava rinforzo per ispingersi avanti.

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I granatieri della guardia furono sordi all'incoraggiamento, che col proprio esempio lor davano i Principi reali, e lo intrepido Colonnello Marulli. Si perdette un tempo prezioso, ed il nemico seppe approfittarne. Fu allora che Garibaldi chiamò le sue riserve da Caserta e d'Aversa; giunsero all'infretta in S. Maria altre divisioni di garibaldini con artiglierie ed artiglieri sardi ed inglesi, ed attaccarono nuovamente i regï. Il 10° di linea, assalito da forze imponenti, fu costretto a ripiegare verso Capua, ma senza confusione, anzi facendo fuoco di ritirata, ed arrecando al nemico non poche perdite. Il resto della divisione Tabacchi retrocesse verso Capua senza opporre una grande resistenza. Quelli però che si fecero notare per vigliaccheria furono i granatieri della guardia: e facea vergogna vedere non pochi uffiziali di quei reggimenti, uscire dalle file, o per fuggire o per nascondersi! Però vi furono degli uffiziali che si distinsero, e li nominerò tra non guari. Que' reggimenti della guardia erano i meglio trattati in tutto, tanto in tempo di pace che in quello di guerra: essi per amor di casta disprezzavano, in guarnigione, gli altri corpi dell'esercito; e gli uffiziali si credeano i più distinti perché con ricco uniforme bella mostra faceano nelle parate!

De' reggimenti della guardia i soli Tiragliatori fecero il loro dovere, anzi combatterono da valorosi.

I granatieri della guardia si ritirarono solleciti in grande disordine. Lo stesso Re si buttò nella mischia de' combattenti, ed assieme allo zio Conte di Trapani che dal mattino erano sul Campo di battaglia, or di S. Angelo, ed or di S. Maria, fecero di tutto con la voce e co' loro esempio per animare i fuggiaschi, e spingerli contro il nemico; come dice il Ritucci ne' suoi comenti, i granatieri furono anche sordi alla voce del Re.

Fu allora che avvennero fatti troppo vergognosi, che per carità di patria dovrebbonsi tacere: ma lo storico deve dir tutto. Trascrivo qui un brano di un opuscolo su' fatti del 1° Ottobre del distinto generale Marchese Palmieri:

"....Ritucci continua a dire che la maggior parte della Guardia allora si rifiutava di prendere l'offensiva; il che è verissimo, tanto che a me alcuni soldati impegnarono i fucili, allorchè volea obbligarli a ritornare al posto, ed astretti dagli Ussari, che fingevano volerli caricare con un plotone, glieli scaricarono difatti. Quando io rimproverava un uffiziale superiore del 1° Granatieri che rimaneva seduto con più centinaia di soldati al ridosso di un casamento, mi rispondea: Oh! ho capito, neppure qui sto quieto; avanti figliuoli, andiamo altrove: credete sig. Generale che siamo di ferro? da ieri che siamo in moto e digiuni, e da nove ore che inutilmente stiamo combattendo contro le mura.

Sig. Generale Palmieri, voi non mi conoscete, ma io vi conosco, e vi rispetto perché siete stato sempre un ottimo gentiluomo ed un fedele soldato: spinto però dalla mia abituale franchezza debbo dirvi, che avete fatto male tacere il nome di quell'insubordinato uffiziale superiore del 1° Granatieri: era a voi porlo alla gogna: ma voi vi siete consigliato con la vostra carità, e non pensaste che ledevate la giustizia punitiva. Spiacciemi non poter io mettere alla gogna quell'uffiziale superiore, il farei senza tema,

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consigliato dalla mia stessa carità per rendere giustizia al valore, e al buon volere de' vinti. Colui che a quel modo vi rispose, ed altra men gentile risposta fece ad altro superiore dicesi essere uno de' beneficati dei Borboni...! Così gran parte di costoro retribuirono la troppa clemenza del Re.

Il Re, disilluso sul valore della Guardia Reale in quella prova solenne, spinse contro il nemico altri reggimenti di fanteria. Anche il tenente colonnello Pisacane per far mostra di sè uscì avanti con due squadroni del 2° Usseri. Milbitz che comandava i garibaldini, riparò, al solito, dietro le trincee, e con l'artiglieria giuntagli allora da Caserta, fece trarre contro a' regï. Pisacane ed i suoi cavalieri colti di fronte, voltaron faccia, e lungi di usare quella calma e lentezza tanto lodata nelle ritirate, sieno esse finte, necessarie ed obbligatorie, usarono non il troppo, non il galoppo, ma la corsa. Quell'esempio in pieno campo S. Lazzaro, passando sul corpo stesso de' feriti e degli affranti, gittò lo sgomento, sorpresa ed il panico. Disse un valoroso uffiziale in quella riprovevolissima congiuntura: «Sembra che Pisacane non si accorse essere giunto sotto le mura di Capua, che volesse arrivare salvo in Gaeta!»

Il Generale in capo, rivoltosi al suo Stato Maggiore, ordinò prendersi nota di quella fuga esizialissima, e l'indomani il Re dispose al Ritucci di destituire il Pisacane, mentre lo si volea sottoporre ad un consiglio di guerra; ma lo stesso Ritucci, ledendo la giustizia punitiva, calmò facilmente lo sdegno del clemente monarca. Le sopraggiunte dispiacevoli circostanze, non meno che le protezioni sorte per quell'uffiziale superiore, valsero a salvarlo. Costui è fratello germano al Pisacane di Sapri; e fin'oggi i Borboni gli danno pensione in Francia! vedi elemosina..!!

Il Re, conoscendo che non si potea vincere di fronte, ordinò che il Maresciallo Afan de Rivera con la sua divisione vincitrice in S. Angelo, e Sergardi con la cavalleria, dessero nel fianco diritto del nemico manovra che si sarebbe dovuta eseguire sin dopo la vittoria riportata in S. Angelo L'ordine si mandò al Capo divisione Afan de Rivera, e questi non si trovò; io già l'ho detto che neppure apparve quando i suoi dipendenti erano vittoriosi.

I capi brigata dipendenti da quell'introvabile Maresciallo, Barbalonga e Polizzy, prima dichiararono che i soldati vincitori di S. Angelo erano stanchi (quanta carità!) poi costretti dagli ordini sovrano impiegarono molto tempo per riunire i loro dipendenti, spingendoli senza direzione e senza guida; e con poca voglia li conduceano sul fianco diritto del nemico: era già troppo tardi! Garibaldi avea ricevuto grandi rinforzi d'armi e di armati giunti da Napoli, e si era circondato di cannoni; avendoli fatti collocare in tutti i punti ove i regï avrebbero potuto assalirlo.

Sergardi assaltò S. Tammaro con la cavalleria, ed entrò in quel paesetto, fugando i garibaldini, e molti ne fece prigionieri: fu accolto dalla popolazione col grido Viva il Re. Egli da S. Tammaro chiede un battaglione per investire il fianco di S. Maria, non potè averlo, rimase inoperoso, e si ritirò poi per ordine del Generale in capo.

La divisione di S. Angelo, dopo lungo indugiare venne di nuovo a battaglia dalla parte destra di S. Maria, ma senza ordine perché mancava l'unità di comando; affievolito era l'entusiasmo perché i soldati non aveano più fiducia ne' loro Generali,

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non vi era slancio perché erano tutti sofferenti più che per la fame, per la sete. Erano circa le cinque pomeridiane: sgominate le fila de' corpi della guardia, era tristo e nauseante spettacolo vedere soldati animosi seguire lo infaticato zelo dei singoli valorosi uffiziali, mentre gran parte ricoverati nelle sinuosità e fossati del terreno, giaceano indifferenti alle voci dell'onore, e persino ai lamenti de' feriti compagni.

L'intrepido Ritucci, dopo essere rimasto assai lungo tempo esposto col suo seguito ai colpi micidialissimi di una batteria nemica, percorse l'estrema linea de' combattimenti in avanti, ed accertatosi che più nulla gli restava a sperare, mancatagli la riserva e lo appoggio di molti Generali sul campo, inviò a prendere gli ordini del Re, nel campo stesso, il quale udite come andavano le cose, ordinò la ritirata di tutte le truppe nella vicina Capua. E notate, caso strano, il quale dimostra una volta di più quali fossero una parte de' Generali che comandavano la truppa il 1° Ottobre: mentre si battea la ritirata, i sempre distinti Tiragliatori della guardia, e pochi altri uffiziali e soldati di fanteria, entravano nella contrastata S. Maria, fugando da per ogni dove il nemico ne' suoi stessi trinceramenti.

All'udir la ritirata, né potendo fermarsi sulle vinte posizioni, in bell'ordine si ritrassero in Capua.

Da questo solo fatto si può ben arguire, che, come i garibaldini, anche i regï combattessero in quel giorno senz'ordine e senza regole militari.

Ma i duci rivoluzionarii sfidavano i pericoli e la morte, mentre i regï più cauti serbavansi più che alla gloria, a vivere!

La battaglia del 1° Ottobre militarmente parlando, se non si può dire assolutamente vinta da' regï, moralmente lo fu, perché l'esercito piemontese dovette soccorrere poi quello a metà disfatto de' garibaldini. L'aureola di Garibaldi fu annientata in Capua da que' fidi soldati, e da que' pochi uffiziali che seppero lavare nel sangue le patite vergogne di Sicilia e di Calabria. Spogliato l'esercito regio della maggior parte de' traditori, dimostrò che non a' mille di Garibaldi è dovuto il trionfo della rivoluzione ma a' compri duci napoletani.

Infine dopo un fiume di sangue versato in quella giornata del 1° Ottobre, l'esercito napoletano rientrava nelle antiche sue posizioni, lasciando quelle che avea acquistate a prezzo di crudelissimi massacri.

Pria di ragionare de' fatti di guerra, avvenuti a' Ponti della Valle ed a Caserta Vecchia, è necessario che faccia conoscere i nomi di coloro che si distinsero nella battaglia del 1° Ottobre.

Molte furono le cagioni per le quali i regï non conseguirono il premio della vittoria nella campale giornata del 1° Ottobre. Oltre il mancato aiuto di Meckel e Ruiz, come dirò tra non guari, il Generale in capo Ritucci ne enumera i casi ne' suoi comenti confutatorii; i principali sono: l'abbandono dal Maresciallo Afan de Rivera della sua divisione, avendola lasciata senza comando e senza guida. Quel Maresciallo, il 1° Ottobre, meritò lo sdegno ed i rimproveri del Generale in Capo e del Re: e dopo pochi giorni gli si diede il comando della guardia reale, che fu mandata indietro, in terza linea, segregata (come lebbrosa!) dal resto dell'esercito.

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Quel duce sembrò degno di comandare quella guardia! Ma fu questo un condegno castigo..?

Le altre cagioni enumerate della perdita della battaglia del 1° ottobre sono: l'errore d'Orgemont, che comandava una brigata, sin dal principio dell'azione guerresca sotto S. Maria; sebbene fosse stato in parte riparato dal Colonnello Marulli: il nessuno aiuto dato da Grenet lasciato in riserva con tre battaglioni sul Poligono di Capua, e la viltà di tutti i corpi della guardia, detti scelti, tanto di cavalieri che di fanti, ad eccezione de' Tiragliatori, che quel giorno fecero prodigii di valore.

Il Ritucci ne' suddetti commenti dice delle parole amare contro i corpi della guardia reale, e contro gli usseri, ecco come si esprime a pag. 77.

«Comincio dal Comandante la divisione generale Tabacchi, ove fu, che fece? più non lo vidi (ricercandolo e facendolo ricercare da ogni lato) che solo la sera dopo la eseguita ritirata dentro Capua.»

Il delli Franci, sotto capo dello Stato Maggiore di Ritucci, ecco quanto scrive nella sua Cronaca della Campagna d'autunno 1860 a pag. 68:

«L'abbattimento d'animo delle truppe della divisione della guardia, fu sopra ogni dire fatale, perché fu la sola cagione della non riportata vittoria. Il Re, che fin della prima ora del combattimento stava sul campo di battaglia, seguito dal conte di Trapani, e da quello di Trani e di Caserta per dare esempio di virtù guerriera, vedeva con dolore che questa parte di soldatesca bella di aspetto, era divenuta sorda ad ogni stimolo, ed era vana opera incitarla alla pugna.»

Dopo che ho ragionato in generale della viltà de' corpi della guardia reale, giustizia vuole che io nomini gli uffiziali, che sebbene facessero parte di que' corpi, non pertanto il 1° ottobre si distinsero con la bravura ed operosità.

Comincio dal sempre distinto Colonnello conte Marulli comandante una brigata della guardia reale. Ecco quanto dice il generale in Capo Ritucci in una nota de' suo commenti a pag. 76: «Massimamente designar devo lo zelo senza pari del Colonnello conte Marulli, il quale ferito gravemente nel braccio sinistro in Sicilia, e non ancora guarito, col braccio al petto, faceasi situare a cavallo per essere di ammirevole ed incoraggiante esempio al Reggimento di suo comando 1° granatieri, ed in tale stato assunse con fervore ed abnegazione il comando di una di quelle colonne di attacco, impiegando ogni mezzo a spingerla, comunque invano, alla gloria; e tenendosi costantemente unito all'ultima frazione di essa rimasta a fronteggiare il nemico fino alla ritirata, onde non vada confuso con quei graduati di condotta opposta.»

Oh! qual consolazione per me quando mi imbatto in simili rarissimi duci come il Marulli. Costui non mi conosce, ma io cominciai ad ammirarlo sin da quando Egli cominciò a battersi da valoroso in Palermo col suo Reggimento il 9° di linea, a Porta Macqueda, e che fece tanto onore alle armi napoletane nell'entrata di Garibaldi in Palermo. Oh! se gli altri duci avessero a metà imitato il Marulli..!! di costui potrà dirsi «era il prode de' prodi.» Oh! se si fosse trovato sotto S. Angelo a capo della divisione che comandava Afan de Rivera! Ah! mi ero dimenticato questi avea il titolo di Maresciallo....


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Il prode Colonnello Marulli al ritorno di Gaeta a Napoli, fu assassinato.... dico assassinato, perché i sicarii l'han creduto morto ed in pieno giorno lo lasciarono disteso a terra a vico Baglivo. Marulli vive per consolazione de' suoi amici, ed è un ricordo del valore dell'esercito delle due Sicilie.

Del 1° Reggimento Granatieri trovo segnati tra i distinti dallo stesso Generale in Capo il Tenentecolonnello Gioacchino de Litala i capitani Testa, Vincenzo Nini, Luciani, Mizzola, e Correale; il 1° Tenente Carlo Deidier e Piolen; il secondo tenente Chiarazzi, e l'Alfiere Neomburgo.

Del 2° Reggimento Granatieri, il Tenente Colonnello Nicola Cetrangolo, il Maggiore Onofrio Perez, i Capitani Giuseppe Cagnetti, Francesco Canzano, Gioacchino Gagliardi; i primi tenenti Gennaro Marzio, Giovanni Gagliardi, Achille Caracciolo e Raffaele Ruggiero; i secondi tenenti Federico Giordano, Luigi Giordano e Francesco d'Itri; e gli alfieri Campagna e del Grande.

Trovo nota speciale del Comandante in capo Ritucci pel Capitano Gaetano Cessari che salvò la bandiera del Reggimento del 3° della Guardia Cacciatori; i distinti furono il tenentecolonnello Giovan Battista Pescara, Giovanni de Cosiron, il Capitano Francesco Flores; i primi tenenti Salvatore Giardina, Gaetano Scalfaro, Nicola Laviano; i secondi tenenti Alfonso Alcalà, e Giuseppe Barrese.

A far rimarcare la specialità di valore, mi piace nominare il Capitano del 1° Reggimento Granatieri della guardia Odorisio de Sangro che trovo segnato da Ritucci. Quel capitano fu ammirevole nel suo zelo, ed operosità col riunire replicate volte i disordinati soldati, incoraggiandoli e spingendoli alla pugna.

Ne' documenti che ho sottocchi, leggo i nomi de' capitani Sarno, Prignano, Pescara e Gagliardi, e de' primi tenenti Cipriani e Vargas, distinti per coraggio ed operosità nella battaglia del 1° Ottobre, tra l'onte e le vergogne de' corpi privilegiati.

Del valoroso Battaglione de' Tiragliatori della Guardia tutti si distinsero, ma più d'ogni altro, oltre al suo Colonnello Raffaele Ferrara, e il già nominato Capitano Pasquale Palladino, i capitani Frezza, Laus, e Caracciolo; si distinsero pure i secondi tenenti Michele Ricciardi e Giuseppe Gaetani, non che l'alfiere Vito Ferrara. Grande operosità e valore mostrò il Chirurgo Raffaele Davino, che ferito anch'esso soccorrendo i feriti, fu lodevole e pietoso esempio di abnegazione.

Appena cominciai a scrivere questo mio viaggio, da persone che io appena conoscea, gentilmente mi furono consegnati alcuni documenti autentici che sono fonte ricchissima ed indubitata di notizie interessanti sulla disgraziata guerra del 1860 e 61. Si è per questa ragione che questo mio viaggio da Boccadifalco a Gaeta o memorie della rivoluzione del 1860 e 1861 han preso altre proporzioni che io non volea, e non potea darvi, avuto riguardo a' pochi documenti che dapprincipio io avea raccolti. E poichè la fonte ove io attingo i nomi onorati di coloro che si mostrarono non solo fedeli al proprio giuramento seguendo il Re al Volturno, ma generosi del loro sangue difendendo la patria bandiera a loro affidata, è di inappuntabile autenticità, non voglio defraudare i contemporanei ed i posteri di conoscere i nomi degli uffiziali distinti che faceano parte del prode e disgraziato esercito delle due Sicilie.

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Moltissime lettere mi sono giunte da chè pubblico questo mio qualunque siasi lavoro, non poche anonime; il credereste? alcune mi han pure del rivoluzionario! e non avendomi potuto attaccare di falsità, si lagnano perché ho trattati con severità i vili e i traditori. Mio Dio! voi lo sapete, io avrei voluto trovar tutti prodi ed innocenti, anche per l'onore di questa misera mia Patria; non son'io che li condanno, ma sono i fatti, ed io altro non ho fatto che esporli quali li vidi, e quali li trovo segnati in documenti inoppugnabili. Gli epiteti da me prodigati son dovuti alle persone delle quali ragiono, sian essi di lode o di biasimo; ed io non avrei potuto far diversamente. Difatti alcuni mi dicono «di quel tale avete detto troppo poco; altri, l'avete trattato con severità "; ma io ho scelta sempre la via di mezzo senza ledere la verità storica; e sorvolando sopra alcuni fatti vergognosi non necessari alla storia, ho creduto così usar carità verso i colpevoli.

Intanto, chi vuole la pelle, chi le ossa questo povero prete: (vi assicuro che costui è una preda troppo meschina.) Ma cari miei, siate ragionevoli una volta: giacchè mi vollero mettere la penna nelle dita per iscrivere i fatti del 1860 e 1861, ogni stato ha i suoi doveri, ed io non potea e non posso occultare quella verità che chiara e smagliante risulta da que' fatti, noti alla maggior parte, e confermati da documenti che non ammettono discussioni. Io ho pure nelle mie mani biglietti, lettere e rapporti originali di coloro che si dolgono di me perché non li tratto bene. Alcuni mi scrivono: voi siete inesorabile, voi sconoscete la virtù del perdono. Oh bella! come se io fossi l'offeso! Almeno, soggiungono, usate carità: e siamo sempre lì! La carità è una bellissima virtù, tanto encomiata da S. Paolo, ma si dovrà fare a proprie spese, e non già a spese del rispettabile pubblico, il quale deve sapere, essere sempre riprovevole colui che tradisce i proprii doveri verso un re ed un governo costituito: e che presto o tardi i vili ed i traditori saranno messi alla gogna.

La carità è una bella virtù tanto raccomandata dal Divin Redentore, ma non si dovrà ledere giammai la giustizia distributiva e punitiva. Unuicuique summ, ecco la mia divisa.

Ora però che m'imbatto in alcuni militari prodi ed onorati, quali rari nantes in gurgito vasto, con sommo mio compiacimento voglio segnalarli a' presenti ed a posteri. Solo per amore di brevità spigolerò que' nomi degli uffiziali che meritano lodi maggiori, e che per le solenni prove del loro valore dimostrato, sono superiori a qualsiasi elogio, e alle basse detrazioni degli invidiosi, dei vili e delle spade discreditate.

Il mio carattere di Sacerdote, la intemerata coscienza con la quale ho scritto e scrivo le tante mie impressioni di quel periodo di tempo sì nefasto alla patria nostra, mi pongono al coverto dell'invidia e dall'umile preferenze verso gli elogiati. Io dico ciò che sò, e che è giustificato incontrastabilmente da' fatti e documenti. Io non voglio punto ringraziamenti da coloro che meritamente elogio: li avrei biasimati se li avessi trovati colpevoli: io sono indifferente con tutti, quindi non merito né di essere ringraziato quando elogio, né di essere censurato per le vergogne che svelo. Accetto qualunque osservazione, emenderò anche i possibili errori; dapoichè un solo su questa terra è infallibile,

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cioè il Sommo Pontefice, il Vicario di Gesù Cristo e quando parla come dottore della Chiesa. Coloro che si crederanno maltrattati mel facciano sentire; non dovranno però esporre ciarle, ma documenti autentici che distruggano quelli che ho nelle miei mani. La calunnia e le ciarle han fatto il loro tempo, e dopo 15 anni sappiamo tutti come si vinse, e chi furono i vinti, quale condotta essi serbarono ne' giorni del pericolo, e quale contegno essi tennero dopo la subita catastrofe!

Comincio da' Generali.

Il Comandante in capo, Giosuè Ritucci, nella battaglia del 1° ottobre, si espose come il più bravo de' suoi soldati; ed il delli Franci encomia la sua bravura. Lo storico cavaliere de Sivo dice: «Ritucci reggeva impavido al fuoco nemico, e si mostrò prode soldato, ma pessimo Capitano «ed è questo anche il mio giudizio su quel Generale in capo. Il Re, nonptertanto, a rimunerare la fede e il valore gli conferì la Gran Croce dell'ordine militare di S. Giorgio la Riunione.

Salzano e de Corné erano nella Piazza di Capua; i Marescialli Rivera e Tabacchi avrebbero fatto meglio se avessero declinato l'onore di comandar truppe in quella giornata principalmente. Il Maresciallo Colonna, che tanto lodevolmente avea guardata la diritta riva del Volturno da Triflisco a Pontelatone, avrebbe aggiunto gloria al suo bel nome, se sotto Gaeta non avesse chiesto la dimissione, con l'altro generale Barbalonga, ricusandosi entrambi eseguire un diversivo militare, che in tutti i modi li avrebbe distinti tra la gente di onore, e seriamente devota al proprio dovere. Il brigadiere Ruggiero, di cavalleria, fu fedele, ma per età mancogli l'energia, e quantunque il genio del comandante in capo non seppe impiegare l'opera della cavalleria, pure Ruggiero trovasi segnato come una sventura militare, allorchè una parte dell'esercito di Capua toccò lo Stato Pontificio, cedendo le armi ai francesi, mentre avrebbe potuto gittarsi negli Abruzzi, e non sarebbe stato insultato codardamente assieme a' suoi dipendenti dal Savoiardo de Sonnaz. I brigadieri Giuseppe Palmieri ed Antonio Ecanitz, anche di cavalleria, stettero lodevolmente al loro posto, ma non trovo specialità a ricordare, meno di una devozione al Re degna di lode.

Il brigadiere Won Meckel per quanto valoroso e fido, altrettanto fu testardo: a Lui, e più che a lui al suo dipendente Ruiz deesi l'incompleta vittoria del 1° ottobre, come ho promesso dire tra non guari. Il brigadiere Vincenzo Polizzy fu quegli che non contribuì a far perdere la gloria delle truppe sotto S. Angelo, ma si mostrò fiacco ed indeciso. Il brigadiere Tommaso Bertolini capo dello Stato Maggiore è una splendida figura militare; di lui si hanno i migliori ricordi di valore, ingegno ed operosità. Avea emuli ed invidiosi, e non ebbe sempre la soddisfazione di essere consultato.

Pel Colonnello Matteo Negri dello Stato Maggiore, per l'affare del 1° ottobre mi servo delle parole stesse di Ritucci: «Sempre a fianco del Comandante in capo, e pronto a qualunque ordine, e sempre lesto ed impavido a rianimare e ben dirigere le artiglierie ne' combattimenti, dando prova più che mai d'incomparabile abnegazione in tutta la linea degli attacchi,

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e più marcatamente nel dirigere le batteria di posizioni innanzi S. Maria, ove il Comandante in capo stesso si tratteneva, con la quale fece tacere più volte le batterie nemiche, sotto il più scoverto pericolo.»

Pel Maggiore Giovanni delli Franci sotto capo dello Stato Maggiore, dice il Ritucci che: «Fu impassibile ad ogni pericolo, e negli adempimenti degli ordini ricevuti, ed eseguiti con singolare valore, gli venne ferito il cavallo.»

Identica nota fa il Ritucci del capitano di Stato maggiore Giovanni de Torrenteros, cui come al delli Franci, e più validamente veniagli ferito il cavallo su cui era montato; e fu promosso maggiore sul campo di battaglia, invertita tale promozione con la croce dell'insigne Ordine di S. Ferdinando: ricevendo poi, in Gaeta, il brevetto di quel grado. Trovo negli autentici documenti altri lodevoli appunti che sono di gloria vera al suo nome e di orgoglio agli amici, ai quali mi onoro di appartenere; onde non mi dilungo su altri particolari, perché egli prode quanto modesto potrebbe dispiacer la mia lode. Ma siccome il de Torrenteros ha cuore di vero amico, mi piace rammentare la seguente circostanza che gli riguarda. Mentre egli recavasi a' posti avanzati e comunicava taluni ordini al valoroso capitano del 10° Reggimento di linea, Antonio Cioffi, che trovavasi vicino all'Anfiteatro di S. Maria, costui cadde ferito: era un carissimo amico del de Torrenteros! Questi lo prende tra le sue braccia, lo soccorre, lo abbraccia, lo bacia; fa di tutto per metterlo in salvo, inviandolo all'ambulanza e prendendo il momentaneo comando di quella compagnia già condannata dall'amico, lo vendica da bravo, spingendosi sino a S. Maria; e fu appunto quando il 10° di linea entrò in quella città.

Il capitano Giovanni de Giorgio pure dello Stato maggiore, così è raccomandato dal Ritucci: «Sempre esatto e valoroso. Il 1° ottobre per animare i Granatieri della Guardia, ed assaltare S. Maria, prese una bandiera della Guardia stessa, e con essa si slanciava coraggiosamente innanzi, esortando tutti a seguirlo, in questo fatto riportava gloriosa ferita.»

Del ripetuto Stato maggiore il capitano Emmanuele Occhionero è segnato pure tra i più distinti; di questo uffiziale trovo una nota molto onorevole: «Giunto da Gaeta, la sera del 30 settembre, senza cavallo, il Generale in capo volea dispensarlo a prender parte alla pugna, ma egli si procurò un cavallo, e volle dividere i pericoli e le glorie del 1° ottobre con i suoi compagni d'armi, e da prode ed intelligente adempì i suoi doveri.»

Gli altri capitani Francesco Saverio del Re, Giovanni Giobbe, Luigi Bianchi, lo svizzero Docoumoins, sono registrati tra i distinti, come gli aggiunti Valcarcel, d'Andrea, Dusmet, Scerti, Speranza, Pandolfi, Loriol, e Fiore.

Dello Stato Maggiore presso le Divisioni e le brigate, molto lodati sono i nomi del capitano Pietro Sarria, del 1° tenente Velasco, ed Alfiere Forte. Pel Capitano Mariano Purman, trovo scritto: «Da Capo dello Stato Maggiore della 4a divisione mostrossi sempre pronto e facile in tutte le commissioni, guidando la colonna della 2a brigata, giunse sino al fosso di cinta, e fattolo colmare ad un punto sotto la mitraglia nemica, distrusse una barricata, e portò innanzi una batteria, mostrando esemplare coraggio e fermezza militare.»

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Trovo molto encomiati i due Capitani Michel Bellucci e Luigi Dusmet; quest'ultimo ferito al braccio sotto S. Angelo; per i primi tenenti Francesco Salmieri, che si era pure ben distinto in Milazzo e Francesco Dragonetti, leggo anche nobili encomii. Come pure trovo elogiato il 1° Tenente Vincenzo Bruzzese, Aiutante di campo del Generale in capo, offeso al braccio per caduta da cavallo.

Della dotta e valorosa artiglieria trovo segnati tra i più distinti un Colonnello, Gabriele Ussani, un Pasquale Antonelli, un Carlo Corsi, un Paolo Pacca, un Ludovico Quandel, un Giuseppe Jovane, un Lorenzo de Leonardis, un Aniello Solofra, un Eduardo Sanvisente, un Michele de Rada, un de Laus, un Enrico Fevôt, un Tenente de Blasi. Tutti costoro sono stati la più splendida e gloriosa memoria della giornata del 1° Ottobre.

Duolmi che per amore di brevità, tacer debbo de' sottuffiziali e truppa delle batterie che da essi dipendevano, e per non essere di noia alla generalità de' lettori.

Tra i distinti della fanteria di linea mi piace ripetere il nome del Colonnello Girolamo De Liguori comandante il valoroso 9° Reggimento di linea, del capitano Pistorio, de' primi tenenti Pasquale Bilancia ed Odoardo Calascibetta, quest'ultimo ferito gravemente. Del 10° di linea il capitano Diego Campanile, i primi tenenti Sciarrone e La Rocca.

Del 2° Battaglione Cacciatori il tenentecolonnello Comandante Angelo Castellano, e tenente Ferdinando Punzo, che fece buona preda di armi e vettovaglie nel villaggio di S. Angelo. Del 7° Cacciatori il distintissimo tenentecolonnello Vincenzo Tedeschi, il capitano Alessandro Ignesti, e il 1° tenente Luigi Valenzuela. Dell'8 Cacciatori i due aiutanti Maggiori Salem e Fondacaro, i capitani Emmanuele Russo, Carlo Antonini e Michele del Palma. Del 9° Cacciatori, il bravo Aiutante Maggiore Raffaele del Giudice, gli Alfieri del Bono e Barracaracciolo.

Sono rimasto maravigliato nel trovar segnati solo tre uffiziali tra' distinti del 9° Battaglione cacciatori, mentre consta a me che altri uffiziali fecero prodigi di valore, e tra gli altri i capitani Carrubba, Mazzarella e Romeo; questi due ultimi si erano ben distinti anche ne' fatti d'armi di Sicilia. Però cessa la maraviglia quando si riflette che quel valoroso Battaglione fu abbandonato dal suo comandante Scappaticci, ed Iddio s chi abbia fatto lo stato de' distinti.

Del 10° cacciatori il tenentecolonnello comandante Luigi Capecelatro, gravemente ferito, il capitano Placido Carito. Dell'1 1° il Tenentecolonnello Comandante Federico de Lozza, il capitano Ferdinando Campanino, Francesco Paolo Roma, il 1° tenente Giovanni de Merich, gli alfieri Angelomaria, Giovanni Greco, e l'altro alfiere Beniamino Bilotta che fu ferito.

Del 14° cacciatori il colonnello Raffaele Vecchione comandante, il capitano Sinibaldo Orlando; i primi tenenti Giuseppe Giosuè, e l'aiutante di battaglione Giacomo Malinconico, e l'alfiere Ferdinando Moxedano.

Del 15° cacciatori il Tenentecolonnello Errico Pianelli; gli Aiutanti Maggiori Celio e de Curtis, i capitani Pellegrino, Enea ed Arpaia, il 1° tenente Antonio d'Agostino

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(al seguito di S.A.R. il Conte di Trani) e l'alfiere Luigi Bellini.

Del 1° Reggimento Usseri il 1° tenente Marino Centola, al seguito di S.A.R. il conte di Trani.

Del 2° Usseri il Porta Stendardo Vincenzo Ciaburri.

Del 1° Lancieri il colonnello Raffaele Pironti, il Tenentecolonnello Francesco d'Arone, il Maggiore Michele Pollio, il Capitano Nicola Navas, il 2° tenente Luigi Girone, e gli alfieri Genovese, Cavaliere, de Gaetano, Vanetti, e Sergardi.

De' cacciatori a cavallo, il Colonnello comandante Vincenzo Sanchez de Luna, il Maggiore Nicolò d'Arone, il Capitano Colombo, e il tenente La Fratta.

De' Carabinieri a cavallo, il Colonnello comandante Michele Puzio, il Tenentecolonnello Ferdinando Termini, il Maggiore Achille Cosenza, il Capitano Francesco Romano, il 2° tenente Vincenzo d'Ambrosio, e il porta stendardo Salvatore Valerio.

Del 2° Reggimento Dragoni il Colonnello comandante Antonio Russo, il Capitano Gaetano Lanza, il tenente Raffaele Coco, e l'alfiere Nicola de Falco.

Tutti i soprannominati uffiziali, come ho già detto, li trovo segnati tra i distinti per bravura, operosità ed intelligenza dimostrata nella battaglia del 1° ottobre, in que' documenti inoppugnabili!

E prima che io chiuda questa onorata menzione di coloro che fecero onore al disgraziato esercito napoletano, mi pregio di scrivere i nomi che trovo tanto encomiati, cioè de' colonnelli di artiglieria Campanella e Ferrante, il primo Direttore dell'Opificio e l'altro della sala d'armi in Capua. Essi con l'opera loro furono un potente aiuto a quella parte di esercito che scarseggiava d'armi e munizioni, e non poche volte coraggiosamente divisero i pericoli di quella giornata. Un ricordo ancora a' due Commissarii di Guerra Layezza e Simonetti, come a' chirurgi Calabria, Netti e De Dominicis, non che al farmacista Domenico Arpaia, ed a' cappellani militari Pardi del 2° cacciatori, Vozza dell'8°, Libroia del 15° e La Rosa de' Tiragliatori.

Questi ultimi, informati dal vero spirito evangelico, su' campi di battaglia, sfidando tutti i pericoli, non solo esercitarono lodevolmente, e con carità cristiana il sublime ministero del sacerdote cattolico, ma da veri figli di S. Vincenzo de Paoli faceano da infermieri...! Era bello vedere que' ministri di carità, abbracciarsi e caricarsi sulle spalle i feriti nemici, condurli alle ambulanze o agli ospedali provvisorii: spesso stracciare le proprie vesti per fasciare le ferite di coloro che oggi odiano e perseguitano i Preti!

Che importa! Caritas.... omnia suffert.... non quaerit quae sua sunt, non irritatur, non cogitat malum.

CAPITOLO XXXII

Meckel che dovea assalire Maddaloni e Caserta, e prendere di rovescio i garibaldini di S. Maria e di S. Angelo, senza avvertire il comandante in capo, cambiò il suo disegno di guerra.

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Invece di procedere con la colonna intiera di seimila uomini, la divise. Tremila li diede a Ruiz quello di Calabria! ed egli fiducioso nel valore dei suoi, rimase co' tre battaglioni esteri che formavano una brigata, con artiglieria e cavalleria corrispondente. Ordinò a Ruiz che lo precedesse dirigendolo a Caserta vecchia per la via di Morrone, e designandogli l'ora che dovea assalire quella posizione, e trovarsi in Caserta nuova, ch'è più giù, contemporaneamente ch'egli avesse assaliti i garibaldini sopra Maddaloni, e propriamente a' Ponti detti della Valle. Ruiz partì prima di Meckel, e passò il Volturno ad Amoroso: invece di affrettare la marcia per giungere sopra Caserta vecchia, fece un doloso alto per due ore a Ducenta! Meckel lo raggiunse, e si contentò solamente di sgridarlo per la lentezza della sua marcia, mentre avrebbe dovuto levargli il comando, perché in momenti supremi un ritardo simile, equivale non a colpa gravissima, ma a defezione.

Bixio già aspettava la colonna Meckel ed avea fortificato il sito strategico de' Ponti della Valle con cannoni, e con uno de' migliori suoi battaglioni, la maggior parte soldati piemontesi in congedo temporaneo. La brigata Eberardt la collocò sul monte Lugano a diritta, l'altra di Spinazzi al centro, a sinistra sul monte Caro piazzò quella di Drezza, ed in riserva lasciò Fabrizi con la sua brigata, situandola all'Eremo del Salvatore ch'è sulla via che mena a Maddaloni.

Meckel giunse alle sei del mattino a' Ponti della Valle, e divise la sua gente in tre colonne, delle quali una per combattere sul monte Caro, un'altra contro Eberardt sul monte Lugano, ed egli per investire i Ponti della Valle.

La brigata Meckel era composta di soldati esteri. Erano costoro boemi, tirolesi ed alemanni; formavano tre battaglioni volgarmente detti svizzeri, e vi erano varii ascritti a sêtte rivoluzionarie, e mandati a bella posta nelle file borboniche, come altri se ne mandarono nelle file dell'esercito pontificio, perché fossero pronti nel momento del bisogno. In vero, non pochi di quelli stranieri settarii furono fedeli a chi l'aveva mandati.

Prima che cominciasse il fuoco, que' soldati settarii si buttarono a terra, e non valsero le preghiere e le minacce degli uffiziali e sott'uffiziali svizzeri degli antichi e fedeli reggimenti. Meckel adunò quegli uomini che potè, e marciò contro il suo nemico.

Eberardt, con la sua brigata, si difese strenuamente, però i suoi cadeano a centinaia fulminati dalla nostra artiglieria comandata dall'intrepido capitano Fevôt: e su quel monte Lugano cadde l'uffiziale Meckel figlio del Generale, colpito in fronte da una palla nemica, mentre era ito con la sua compagnia a soccorrere un plotone di cacciatori condotti dal tenente Sauter, il quale si era audacemente cacciato tra' nemici.

Il padre quando vide il cadavere del figlio versò una lagrima, ma non gli venne meno il cuore, rivolse altrove i suoi sguardi, si tolse il kepì, guardò il cielo, e gridò: Vive le roi! Esempio eroico che mette in seconda linea tutti quelli di simil genere! Meckel non avea altri figli..! Questo Generale prese i Ponti della Valle, fugò i garibaldini e tolse loro due cannoni.

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Sul monte Caro, a sinistra della linea garibaldina, accadevano fatti sanguinosi; i garibaldini fuggivano in disordine, ma erano decimati dall'artiglieria regia. Bixio fu costretto a riparare a Villa Gualtieri lasciando la sua artiglieria.

Maddaloni restava aperta alla truppa regia; però Meckel non seppe profittare della vittoria. Rustow racconta nelle sue rimembranze d'Italia che, i garibaldini siciliani e napoletani gettavano le armi e fuggivano verso Napoli!

Bixio, vedendo che i regï non si avanzavano, riunì i suoi e riprese il combattimento, ma fu sempre respinto con gravi perdite: lo stesso avvenne ad Eberardt e Drezza. Meckel in certi momenti oltre di essere testardo, spesso facea il suo comodo non tenendo conto degli ordini di Ritucci. Egli non si avanzò perché attendea i risultati dell'altra colonna di Ruiz spedita sopra Caserta, e mancando di sue notizie, mandò il suo Capo di Stato Maggiore per averne. Bixio quindi ebbe tutto il tempo di riunire la sua gente, e chiamare anche la riserva per attaccare con impeto Meckel in tutti i suoi punti. Costui da principio si difese valorosamente, indi verso le 3 p.m. del 1° ottobre, cominciò a piegare perché mancavagli l'altra brigata Ruiz, e quel diversivo a nulla valse pel piano generale di quella battaglia tanto sanguinosa nei terreni vicino Capua.

Bixio si diede ad inseguire i regï, ma bastarono cento soldati del 3° Battaglione esteri, che voltaron faccia per respingerlo. La ritirata fu sostenuta dall'artiglieria, la quale fece gran danno a' nemici.

I regï nulla lasciarono sul campo di battaglia, trasportato avendo anche con loro i feriti. Solamente rimase a' garibaldini uno de' due cannoni diretti dal capitano Tabacchi, perché uccisi e feriti gli animali che lo strascinavano.

Ne' diversi fatti d'armi avvenuti a' ponti della Valle, tra uffiziali, sottuffiziali e soldati ne morirono quarantadue, ottantasei furono feriti, e novantasei si vollero dare prigionieri. I garibaldini soffersero perdite di gran lunga maggiori, come appresso dirò.

Ruiz in cambio di affrettare il passo dopo i rimproveri di Meckel, marciava sempre con lentezza. Pria che giungesse a Limatola, vi mandò il 6° Reggimento di Linea, comandato dal Maggiore Nicoletti ad impadronirsene, il quale marciava per la via di Morrone sopra Caserta Vecchia; mentre egli col resto della brigata s'avviò per l'Annunziata, onde poi congiungersi allo stesso 6° Reggimento. Questo corpo unito ad altre frazioni di Reggimenti con valore fugò i garibaldini da Limatola, e si avanzò verso Morrone, ove incontrò assai forza nemica, la quale trascuratamente attaccata una parte di essa ebbe il tempo di chiudersi in un eremitaggio sulla vetta del monte. Ad onta delle difficoltà del luogo, i regï se ne impadronirono, salendo carponi, mentre erano fulminati dalla fucileria nemica. De' garibaldini tre furono uccisi, cinque feriti, e duecentoventi rimasero prigionieri che furono consegnati al 14° di linea andato a bella posta da Caiazzo. Tutta questa gente era comandata da un tale Bronzetti; e costui avea fatto saccheggiare chiese, stoccheggiar Santi, depredare la casa di un farmacista in odore di borbonicismo, e disperdere persino i farmachi del negozio di costui.

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In quel fatto d'armi tanto onorevole pe' napoletani, si distinsero principalmente il Maggiore Giovanbattista Anguissola che dirigeva l'assalto, il Capitano Leopoldo Monteleone, comandante una compagnia di soldati, ed il 1° Tenente Giovanni Mevi, della 2° cacciatori del 4° di linea, comandante un altro plotone della stessa Compagnia; quest'ultimo fu particolarmente elogiato dallo stesso Anguissola, per essersi dimostrato in quell'assalto prode ed intelligente. Si distinse l'alfiere Giuseppe Letizia della frazione del 12° di linea.

Si distinse pure il capitano Borrelli alla testa di un plotone di Carabinieri a piedi. Della bassa forza molti si distinsero in quel fatto d'armi, ma più di tutti il Caporale Sabino Caggiano, faciente parte il Plotone comandato da Mevi. Quel fedele e prode caporale fu di esempio a' suoi compagni d'armi, spingendosi il primo carponi, verso l'eremitaggio trasformato in fortezza. Il Caggiano si era sempre distinto; e poi, in una sortita da Capua, eseguita il 31 Ottobre contro la truppa piemontese, riportò una onorevole ferita, cioè ebbe sfracellata la bocca con un proiettile nemico.

Dopo il fatto d'armi di Morrone, quella truppa proseguì la marcia verso Caserta, secondo gli ordini ricevuti da Ruiz. Nelle vicinanze di S. Leucio sbaragliò pure i garibaldini che vi erano appostati, e si fermò a Caserta Vecchia per attendere il resto della brigata.

Ruiz, senza alcuna fretta proseguì la sua marcia: marciando la sua gente scambiò qualche fucilata con l'avanguardia della brigata Sacchia. Egli non tenne alcun conto dell'alto interesse che riponevasi nella sua marcia, né si curò di porsi in comunicazione con Meckel, e dargli conoscenza esatta ove e come impiegata avesse la sua brigata. Ruiz la sera del 1° ottobre ignorava persino i risultati della battaglia di quel giorno. Questo inqualificabile duce giunto a Caserta Vecchia, neppure pensò che i soldati erano stanchi e digiuni, ma ebbe gran cura di assicurarsi egli un comodo alloggio, e più non fecesi vedere dalla sua gente.

Meckel, la notte del 1° al 2 ottobre fece sapere a Ruiz, le vicende seguite nella giornata campale, e propriamente i risultati del suo attacco a' Ponti della Valle, e che si ritirava ad Amoroso. Ruiz chiamò a Consiglio i Capi della truppa che avea vicino a sè, e tutti deliberarono di ritirarsi a Caiazzo. Questo specialissimo duce, trattandosi di ritirata, fece subito suonare a raccolta. Sacchi però, che alla testa della sua Brigata, non ignorava i movimenti de' regï, appena intese il segno della ritirata attaccò zuffa col sesto ed ottavo Reggimento di linea, non che con la frazione del 4°, e con quella del Reggimento Carabinieri. Siccome queste truppe si trovavano sperperate in avamposti sopra Caserta, ed impegnate nel combattimento, non intesero il segno della ritirata; da principio si difesero, indi presero l'offensiva, e sbaragliarono gli assalitori. Intanto il sesto di linea non vedendosi soccorso da Ruiz retrocesse verso Limatola invece di andare verso Morrone; l'ottavo retrocesse pure. Il Maggiore Musso con una frazione del 4° di linea, e con pochi carabinieri condotti dal capitano Borrelli; ignorando che il resto della truppa si ritirava, combattendo si spinse sino alle prime case di Caserta. Fu allora che accorse Garibaldi da S. Maria con un Battaglione di calabresi e con cannoni; Bixio accorse da Maddaloni, e Sacchi


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si avanzò da S. Leucio: i regï furono circondati. Il sesto di linea che si ritirava fu costretto rendersi quasi tutto intiero, cioè circa mille uomini: dell'ottavo se ne resero 638, il rimanente raggiunsero Ruiz. Musso ignorando la sorte di que' due Reggimenti, proseguiva a combattere contro i garibaldini; ma circondato da costoro, e conosciuto che i suoi compagni erano stati fatti prigionieri, capitolò con la gente di Bixio, tra lo stradone di Centorano e Caserta, restando prigioniero assieme a circa cinquecento soldati.

Ruiz pregati dagli uffiziali e soldati a soccorrere i compagni che aveano lasciati addietro si negò risolutamente, e continuò più celere la ritirata.

Giunto Ruiz vicino Limatola, comandò al Maggiore Coda comandante l'8° di linea di occupare col resto della sua gente una posizione; questo prode ed intelligente uffiziale superiore non volle ubbidire, e fu applaudito da' soldati che già guardavano in cagnesco il duce Ruiz, perché non ignoravano la sorte toccata al 6° ed 8° di linea. Ruiz che correva alla testa della sua brigata senza che avesse veduto il nemico, fu per ben tre volte sul punto di essere trucidato dalla sua gente. Per la qual cosa, temendo di far la fine del suo collega di Calabria, generale Briganti, passò il fiume a guazzo, e giunse il primo a Caiazzo, ove lo raggiunse parte della soldatesca da lui comandata. né tenendosi più sicuro, scrisse al Generale in capo, e gli chiese di essere messo al comando d'altri soldati. Ritucci gli tolse il comando e lo mandò a Gaeta: troppo poco, e troppo tardi...!

Il chiarissimo storico cav. Giacinto de Sivo, chiama Ruiz il Crouchy del 1° Ottobre. Ecco quello che dice di Ruiz il delli Franci nella nota 50 della sua Cronaca. «Il Colonnello Ruiz era proprio quegli, che come abbiamo detto nella prima parte della cronaca, contribuì grandemente ai disastri delle milizie di Melendez che stavano sul Piale nelle Calabrie.» Ed io soggiungo dopo sì chiare riprovevolissime prove date dal Ruiz, porlo a capo di una brigata di tremila uomini per eseguire una operazione importante, certo fu grande errore! Ma Ruiz si avea un fratello germano segretario del Re, ed era prudenza tollerarlo. Difatti il Ritucci neì suoi comenti dice a pag. 98: «Se v'erano antecedenti che davano motivo a sospettare di Ruiz, perché darmelo al comando di una Brigata di frazioni già demoralizzate, che prendere dovea tanta parte in una giornata decisiva?»

Sul contenersi di Ruiz ne' fatti guerreschi del 1° e 2 ottobre, ci fu comunicata una lettera da Caserta, nella quale si accennano alcuni fatti, designando luoghi e persone viventi. Noi benchè reputiamo onestissimo chi ci comunicò quella lettera, nonpertanto trattandosi che questa non è un documento incontrastabile, ad onta che lo scrivente ci guarentisca i fatti accennati, ci asteniamo di pubblicarne il contenuto. Eppure, bisogna dirlo, Ruiz si era distinto veramente in Catania stando sotto gli ordini di Clary: quale contradizione dippoi egli ci offre!

Di tutto quello che operò il generale Meckel a' Ponti della Valle non diede notizia al Generale in capo, e ad onta che costui avesse spedito due uffiziali di stato maggiore, cioè il capitano Salem in Caiazzo, e l'alfiere Belisario presso quel generale, non ebbe il rapporto che il 5 ottobre con la data del 13; così i nostri generali faceano la guerra!

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Poteano vincere? Nella giornata del 1° ottobre i regï ebbero mille uomini tra morti e feriti, e molti prigionieri, la maggior parte fatti in Caserta dalla brigata Ruiz.

Rustow dice, che nella sola giornata del 1° ottobre, l'esercito garibaldino ebbe cinquecento sei morti, e millecentottantotto feriti. Sembra però che Rustow non fosse molto esatto in queste cifre, dapoichè il rapporto del comandante l'ospedale di S. Sebastiano in Napoli, novera, egli solo, mille e cinquecento feriti, giunti colà il 1° ottobre; e tutti i paesi sulla linea da S. Maria a Napoli furono pieni di feriti garibaldini, i quali riempivano le case comunali, le chiese, ed anche alloggi di privati. In quanto poi a' dispersi dovettero essere in grandissimo numero; i fuggiaschi garibaldini giungeano a Napoli a stormi, non contando quelli che si diressero verso i Principati ed altri luoghi.

Gli scrittori garibaldini, quelli che tenevano corrispondenza con tutti i giornali rivoluzionarii d'Europa, descrissero lotte, battaglie e vittorie omeriche, spacciando sconfitte e distruzioni di regï, che in verità non avvennero. Niente poi dico degli episodii che scrissero alla Ariosto, facendo risaltar sempre il valore garibaldesco, e la viltà de' napoletani; non riflettendo quegli scribacchini che si trovavano in contradizione; conciosiachè il valore militare risulta dalla lotta sostenuta con un nemico che si batte davvero: atterrare un vile avversario non è valore, ma piuttosto poca generosità, che spesso confina con la stessa viltà.

Io che ho dovuto leggere non pochi giornali italiani e francesi, che si pubblicava no in que' tempi, sono rimasto maravigliato delle strepitose sconfitte de' regï, strombazzate da que' fogli, organi della rivoluzione mondale. Se si volessero com putare tutti i morti, feriti e prigionieri dell'esercito napoletano da Boccadifalco a Gaeta, secondo le relazioni garibaldesche, ammonterebbero per lo meno a trecen tomila uomini, mentre quell'esercito non ne contava in tutti che centomila. Queste esagerazioni, nelle guerre civili, sono il pascolo prediletto degli sciocchi e l'arte di scaldare l'umana fantasia. Chi rivolgesse l'attenzione per un poco alle notizie che da tre anni ci giungono dalla Spagna; e volesse computare tutti i morti, feriti e prigio nieri carlisti, resterebbe maravigliato, e dovrebbe convenire, che la maggior parte della gioventù spagnuola più non dovesse esistere.

Il risultato del 1° ottobre fu questo, che i regï rimasero nelle proprie posizioni; l'oste garibaldina scemò d'uomini e di ardire, e Garibaldi perdè il suo prestigio, tanto che dovette sollecitare la marcia nel Regno dell'esercito sardo, capitanato da' generali Fanti e Cialdini, e venne poi il giorno che costui glielo rinfacciò pubblica mente.

Intanto prima che io chiuda questo capitolo non voglio defraudare i miei lettori dei nomi di coloro della 2a brigata della 2a divisione comandata dal generale Won Meckel ch'ebbero luogo a distinguersi nella azioni del 1° ottobre 1860. Dirò de' soli uffiziali, duolmi di non poter fare altrettanto per la la brigata Ruiz, composta del 6° ed 8° di linea, ed altre frazioni di Corpi che si erano lodevolmente condotti, ed ove servivano uffiziali superiori e subalterni d'incontrastato merito.

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Ritucci paragona Meckel a Crouchy pel ritardo; intanto, come ho detto di sopra, de Sivo dice che il vero Crouchy fu Ruiz; io senza contradire né Ritucci, né de Sivo, dico, che Waterloo ebbe un Crouchy, Capua n'ebbe due!

È da notarsi che Ritucci dimostra molta antipatia verso Meckel, cui nientemeno vorrebbe addossare tutti gli errori che si commisero il 1° ottobre, ed esclama a pag. 96 dei suoi Comenti: «Questo generale (Meckel) non privo d'intelligenza militare, e col peculiare merito in questo Regno di essere forestiero, troppo abituato era ad ottenere tutto che desiderasse, per supporre d'esser egli l'eletto a divenire il nostro Valdstein; da ciò la sua arguzia ad evadere dalle superiori ingiunzioni che lo infastidivano. Non tampoco inteso giustificare il colonnello Ruiz, senza la clemenza del Sovrano, avrebbe meritato con Meckel di essere sottoposto al giudizio di un Consiglio di guerra.

Ma ecco i valorosi ch'è giustizia rammentare.

Dello Stato maggiore il capitano Luigi delli Franci che tra' doveri brillantemente eseguiti, volle assumersi anche il pericoloso incarico di ricercare la smarrita brigata Ruiz. Trovo che anche il 1° tenente Giuseppe Ferrara adempì lealmente il suo dovere, come gli aggregati primitenenti Alfonso Plyffer, Won Altishofen, ed Alfiere Urbano Won Charette.

Dell'artiglieria, batteria di montagna n° 10 si distinsero il capitano Francesco Tabacchi, e l'Alfiere Vincenzo Dusmet, e fà proprio piacere trovar sempre tutti gl'individui della famiglia Dusmet, al posto di onore, ed encomiati! Batteria da campo n.15: il capitano Errico Fevôt, e l'altro in secondo Roberto de Sury, ed i tenenti Brunner e Rodrigo Eugenio Bertholet. Del 1° Battaglione Carabinieri leggieri, i capitani Eduardo Rosacher, Arnaldo Zelger, Bernardo Jenner, Federico Meier, Carlo Maria Gloggner e Alfonso Arnold.

Del 2° Battaglione Carabinieri leggieri: il maggiore Francesco de Werra, i capitani Bartolomeo Candia, Pietro Grosselique, Giuseppe de Stokalper, e Tomaso Schnüringer. Dei primi tenenti Francesco Robert, Ernesto Lauderset, Guglielmo Dulholz, Francesco Folletete, e Amato de Cocatrix: degli Alfieri Vittore Migy, Maurizio de Stockalper, Giovanni Connay, Adolfo Waber, Ferdinando Charrette. Trovo pure tra' distinti i cognomi del 1° tenente Flugy, il 1° chirurgo Kaufmann e l'aiutante Beck.

Del 2° Battaglione Carabinieri leggieri, il maggiore Eugenio Gächter, l'aiutante maggiore capitano Errico de Wieland, i capitani Saverio Reding, Eduardo Marrenard; i primi tenenti Carlo Sauter, Andrea Lendy, Alberto de Meckel, Agostino Staiger, Augusto Bosshardt; gli alfieri Pietro Zaru, Antonio Ienninger, Carlo Rieger, e Errico Göseh; il 1° chirurgo Giuseppe Pirone e l'aiutante Rebstein.

Delle ambulanze, trovo segnati tra i distinti per l'abnegazione di salvare e curare i feriti, i primi chirurgi Nicola Velardi, Vincenzo Sarno; i terzi chirurgi Antonio Scibilia, Errico Velardi, Vincenzo Musco; i farmacisti Luigi Solimene, Nicola Fabricatore, e il commesso Costantino Ceri.

Leggo in fine nota speciale pel Maggiore Wittenbach, pel capitano Schnuringer,

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e Cappellani Portmunn e Won Kalbeisen. Infine pe' due napoletani capitano Sprotti del 1° Usseri, e 2° tenente Calnori de' cacciatori a cavallo.

Il comandante del 1° Battaglione carabinieri leggieri Aloiso Migy non vi figura perché stante la poca benevola corrispondenza che tra esso lui passava e il generale Meckel. Più tardi in Gaeta riparleremo di Migy, e diremo qual fu la sua gloriosa morte.

Il tonare incessante del cannone nella giornata del 1° ottobre, lo sbandamento della maggior parte de' garibaldini, e la gran quantità de' feriti che giungevano a Napoli, e nei paesi circonvicini, fece nascere un panico generale. I trepidanti cittadini già vedeano i regï vittoriosi, e molti giudicavano l'arrivo della cavalleria borbonica dalla sgombra via di Aversa. Ed in appoggio di quanto io scrivo, basta sapere come già predominava in tutti la paura, che il Colonnello Santarosa, comandante un Reggimento sardo, lo imbarcò in fretta, ed aspettava l'entrata de' regï in Napoli per salpare dal porto.

I prigionieri fatti in Caserta, furono menati a Napoli, e vilmente insultati, quasi a covrire le sconfitte di S. Maria e di S. Angelo. I rivoluzionarii faceano di tutto per consolarsi ed ingannare la popolazione, con le solite notizie false ed esagerate; ma quando furono certi della inazione de' regï, si abbandonarono alle solite grida, ed a far baldoria; ordinando porre lumi ad ogni balcone e finestra, con la consueta minaccia di rompere i vetri, non eseguendosi gli ordini loro. Si spararono bombe di carta e fucilate innocue, sembrando la notte di Natale!

La sera del 1° ottobre, il re ordinò che la truppa restasse fuori Capua nel campo di S. Lazzaro per assalire i garibaldini la mattina seguente; udito però il parere in contrario del generale in capo Ritucci, lasciò Capua e partì per Gaeta. Quel giovine sovrano umile e pio, non volea imporre la sua volontà ad un vecchio generale che si era distinto altre volte, e che impavido avea, se non altro, cercato la morta.

La maggior parte de' Generali furono del parere di Ritucci, cioè che attendere era sapienza militare, senza ben riflettere che già l'esercito sardo rumoreggiava sulla frontiera del Regno; onde quella sapienza ci fece trovare poi in mezzo a due fuochi, e diede a Cavour lo specioso pretesto d'impossessarsi del Reame delle Due Sicilie.

Francesco II, giunto a Gaeta, e forse consigliato dal ministero, ordinò al Ritucci per telegrafo, che, con tutte le forze, ad eccezione della guardia reale! investisse S. Angelo e S. Maria; ma Ritucci rispose con le sue solite titubanze e ragioni, ed ottenne di rimanere ancora sulla difensiva.

Che Ritucci s'ingannasse, senza che io dicessi il mio parere, voglio qui trascrivere quello che han pubblicato per le stampe due distinti uffiziali. Il maggiore delli Franci sottocapo dello Stato maggiore del generale in capo. Ecco che cosa scrive nella sua pregevole cronaca d'autunno a pag. 78: «Se questo comando del Sovrano (cioè di appiccar la pugna la mattina del 2 ottobre) fosse stato a capello adempito, l'oste di Garibaldi sarebbe stata senza dubbio rotta e debellata; avvegnachè essa era sgominata, e tali perdite avea patito nella guerra combattuta il giorno innanzi, che di leggieri sarebbe stata sbaragliata.

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Il capitano dello Stato Maggiore Tommaso Cava, scrive nella sua Difesa Nazionale napoletana a pag. 56: «Pria di passare oltre, rendo notorio un discorso che ebbi il 6 novembre 1860 col colonnello piemontese Santarosa, allora comandante la Piazza di Napoli. Il detto Colonnello (oggi Generale forse) mi domandò perché la sera del 1° ottobre la truppa napoletana non marciò sopra Napoli. Non avreste trovata alcuna opposizione, ei soggiungea, poichè l'Esercito di Garibaldi fu interamente sperperato, a causa delle grandi perdite che avea sofferto, le quali finirono collo scuotere il coraggio dei superstiti; ed io avea già principiato lo imbarco del mio Reggimento, arrivato a Napoli per la via di mare, per ultimarlo appena avrei saputo lo approssimarsi della truppa napoletana. Nessuno sperava il regalo che ci avete fatto col restare inoperosi al di là del Volturno, dopo l'azione del giorno.Il 5 Ottobre avvenne un tumulto sodelatesco dentro Capua, e finì con la fucilazione del sergente Bruno del 13° Cacciatori. Questo avvenimento è stato raccontato da qualche scrittore con circostanze aggravanti pel Bruno. Io che mi trovai proprio sul luogo assieme ad un mio amico, tutti e due abbiamo intese le prime parole di sedizione dette da Bruno al generale Salzano, ed oggi stesso, io ho voluto consultare quell'amico per accertarmi se mi fosse sfuggita qualche circostanza di quel fatto. Ecco come andò quella trista faccenda. Gli artiglieri che trovavansi sulle batterie che guardano il sud, appena vedeano comparire a tiro i garibaldini, tiravano cannonate contro costoro, e li faceano fuggire. Il Salzano rimproverò gli artiglieri perché sciupassero le munizioni: il Bruno, che per sua sventura si trovava presente, disse: «signor Generale, munizioni ne abbiamo assai, ed in tempo di guerra come questa non bisogna farne risparmio per lasciarle poi, chi sa, a Garibaldi! «A questo discorso del sergente Bruno, giovine ardito e svelto, gli artiglieri fecero plauso, e cominciarono a dir parole insubordinate contro il generale Salzano. Avuta la prima spinta dagli artiglieri, altri soldati, già sospettosi della fede de' Generali in genere, (Salzano era fido e fermo), si sfrenarono e fecero baccano con grida sediziose, ed il tumulto si stese sino dentro Capua. Salzano cercò imporre de' tumultanti, ma finì col ritirarsi, ed io vidi, che avea il viso come un cadavere! Gli uffiziali dispersero il sergente Bruno come capo di quella sedizione ed un gendarme che gli era dappresso. Costui venne prosciolto dal consiglio di guerra, ed il Bruno fucilato il 16 Ottobre. E così, mentre si erano assolti i Generali di Sicilia, ridato il comando ad un Ruiz delle Calabria, promossi alcuni generali o traditori o vili, e molti uffiziali superiori che aveano commesse delle viltà in pieno campo di battaglia, si lasciò fucilare un povero sergente, il quale quando si sciolse il 13° Cacciatori, corse a Capua a raggiungere l'esercito, e che si era distinto in tutti i fatti d'armi, essendo fedele al suo Sovrano! e ciò, per aver fatta una semplice osservazione, senza però avere avuta l'intenzione di suscitare quel tumulto. È vero che a tener salda la disciplina è necessario il rigor militare, maggiormente quando vi è un nemico di fronte a combattere; ma l'eterna parola che la legge esser deve uguale per tutti, mi fa credere che Bruno, l'infelice Bruno, non avrebbe incontrata una morte ignominiosa, se prima di quell'ora avess'egli veduto, o inteso, fucilato qualche comandante militare che avea sacrificato la gloria,

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l'onore de' suoi dipendenti, con errori, onte, e vergogne, che da Aprile ad Ottobre 1860 in quello sventurato esercito delle due Sicilie, non ne fecero difetto. Io fui uno de' due Cappellani militari che prepararono l'infelice Bruno al gran passo. E debbo dirlo? le parole di pace e di perdono non ispontanee scorreano dalle mie labbra: io avea il cuore affranto!

CAPITOLO XXXIII

Il 2 Ottobre corse a S. Maria il Ministro della guerra Cosenz; prese il comando di tutta l'oste garibaldina, ed ordinò fortificazioni da e per ogni dove. Dall'arsenale di Napoli si cavò tutto il bisognevole, per fortificare S. Maria, S. Angelo e S. Tammaro, con fossati, barricate, feritoie, munendole con cannoni, e sbarrando ogni via d'onde potevano venire i regï. I duci napoletani invece d'impedire quelle opere, si baloccavano riunendosi a discutere se doveano o no continuare le ostilità. Garibaldi intanto con un'altra proclamazione promettea danari, - i Banchi erano a sua disposizione, - ed onori a' soldati ed uffiziali regï che disertassero dalle bandiere del Re. Quella proclamazione non ebbe alcuno effetto, e fu respinta come le altre, dappoichè neppure un soldato abbandonò le proprie bandiere.

Frattanto che i duci regi discutevano, ed i garibaldini si fortificavano, gli Abruzzi, la Campania e le Puglie erano in perfetta anarchia, e molti paesi reagivano contro i rivoluzionarii. Un de Lucia, speziale fatto governatore di Campobasso, e con poteri illimitati, corse ad Isernia con una masnada di rigeneratori e la saccheggiò, danneggiando specialmente il palazzo arcivescovile, perché quella piccola Città avea reagito contro l'esorbitanze liberalesche, e perché il proprio Vescovo Monsignor Saladino pativa e gl'insulti e la cattività dei liberali.

Appena però de Luca intese che si avvicinava il Maggiore de Liguori con 360 gendarmi appoggiati da un battaglione della guardia reale, da due cannoni, e da un plotone di Cacciatori a cavallo, fuggì assieme agli altri caporioni portandosi il repulisti che avea fatto; non avvertendo della sua fuga il resto delle bande da lui guidate. All'arrivo della truppa in Isernia, i garibaldini vollero dar resistenza, ne morirono circa 100 e 55 furono fatti prigionieri. La popolazione diede loro addosso senza dar loro quartiere, e non pochi furono salvati da' soldati contro il furore popolare. I liberali d'Isernia all'arrivo del governatore de Luca, saccheggiarono le case de' borbonici, e costoro al giungere di de Liguori, saccheggiarono le case de' liberali. Di modo che, la disgraziata Isernia, in 24 ore fu saccheggiata ed insanguinata due volte!

Un certo Jadopi, liberale, che nella reazione d'Isernia avea avuto ucciso il figlio, corse a Napoli ed ottenne che si mandasse Nullo per combattere i regï e castigare esemplarmente la sua patria. Nullo partì da Campobasso con tre battaglioni detti l'Etna, la Maiella e il Gransasso. Si afforzò per la via di una masnada di vagabondi buoni solamente a rubacchiare. Dovea seguirlo de Marco da Maddaloni con altri garibaldini,

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e Pateras dagli Abruzzi, per istringere Isernia da tutti i lati. De Liguori non avea che mille uomini gli altri aveali inviati a Teano: avea però con sè tutte quelle popolazioni favorevoli, e molti villani armati di fucili e di arnesi rusticani.

La fama strombazzava Nullo il prode dei prodi, uno de' mille, e si raccontavano sul suo conto prodezze come un novello Achille. Però arrivato vicino Isernia, ed appena assalito dai soldati, fuggì..! e più non si vide..! I garibaldini condotti da Nullo che veramente diede prove di nullità rimasero senza capo e senza guida, e combatteano in disordine: furono stretti da ogni parte dalla popolazione, che ne fece un macello. Una gran quantità di que' malcapitati fuggì sopra un colle, ed incalzata anche colà, scese al piano, ove fu la maggior parte uccisa anche dalle donne accorse armate di scuri, di spiedi e di pietre. Di que' garibaldini ne sopravvissero soli 372 perché caddero nelle mani de' soldati.

Pochi fuggirono per Castelpetroso lasciando bandiere, cavalli e salmerie. De' regï fu ucciso un gendarme e pochi soldati feriti.

Tutto il distretto d'Isernia si sollevò contro i rivoluzionarii, e sebben que' popolani non avessero buone armi, nondimeno affrontarono de Marco accorrente da Maddaloni, il quale a sua volta fuggì a fiacca-collo, perdendo molti de' suoi, perché inseguiti dai villani a colpi di pietre. Tutti questi conduttori di masse disordinate, dimostrarono che erano solamente buoni a taglieggiare e saccheggiare le popolazioni, ed inveire contro i vescovi ed i preti pacifici.

Il sig. Lisck de la Grange, scrittore di cose tattiche e veterano valoroso, che avea un figlio nell'esercito napoletano, volle il permesso dal re per formare una brigata di volontari, e ne ottenne il decreto il 16 settembre. Organizzò quattro battaglioni, ed egli che servito avea nell'esercito del Papa, fu fatto Colonnello. La brigata la Grange operava negli Abruzzi, e soccorrea quelle popolazioni, quando erano taglieggiate e tiranneggiate dalle bande rivoluzionarie.

In Sora ove si era proclamato il governo provvisorio, accorse la Grange, ed i ribelli fuggirono assieme al Sottintendente Colucci, il quale dirigendosi a Napoli, fu arrestato in Isernia, e non fu ucciso da' reazionari; perché si svelò Sottintendente regio; ma avea già ricevuto un colpo di scure sulle spalle!....

Tutto il distretto di Sora alzava le armi borboniche; tutti i governi provvisori erano stati distrutti, ed i garibaldini perseguitati. Costoro si riunirono nella Valle di Roveto, sul passo degli Abruzzi. Vi accorse la Grange con seicento uomini, e molte migliaia di villani, assalirono quelle bande rivoluzionarie presso Civitella Roveto, ne uccisero 40, e fecero un centinaio di prigionieri che mandarono a Sora.

Tagliacozzo si era ribellato per opera di un certo Vacca e di un Mastroddi; reagì il 1° Ottobre, abbassò le insegne garibaldine, ed alzò quelle borboniche. Il famoso Pateras e Finelli d'Isernia con un migliaio di vagabondi, corsero a Tagliacozzo, saccheggiarono le case più ricche, e molte ne abbruciarono: avendo inteso che si avvicinava la Grange, fuggirono col bottino a Pescara.

Avezzana senza soccorso di truppa reagì l'11 ottobre, lo stesso fece Cicolano il 20. I faziosi si erano raccolti a Petrella, d'onde, armati, con tamburi e trombe, si accostarono a Tagliacozzo.

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I villani si armarono di scuri e di qualche fucile, e lor dettero addosso: quelle masse furono sperperate ed inseguite da' popolani sino allo Stato Pontificio da quella parte occupata dall'esercito piemontese.

Andrei per le lunghe se volessi raccontare tutti i fatti delle reazioni che accaddero nel mese di settembre ed ottobre del 1860 sotto il governo della dittatura nelle province del Regno, e specialmente negli Abruzzi e nelle Puglie. In queste ultime province si levarono a tumulto contro i rivoluzionarii Montesantangelo, Mattinata, Peschici, Vico, Accadia, Montefalcone, S. Bartolomeo, Apricena, S. Giovanni Rotondo, e tanti altri paesi tanto delle Puglie che dalla Capitanata.

Il fortino di Baia, poco distante da Napoli capitolò il 14 ottobre. Quel piccolo forte era difeso da 88 invalidi e 57 artiglieri, tutti comandati dal distinto maggiore Giacomo Livrea. Vi erano pochi cannoni, e mancava di ogni provvisione: avea solamente molta polvere mal custodita, e attesi i nuovi mezzi di guerra per offendere le fortezze, potea essere fatale a' difensori, in caso di un regolare assedio. Il 17 settembre si presentò al comandante Livrea il Sottintendente di Pozzuoli, e quasi ordinò cedere il forte a' rivoluzionari; il comandante si negò recisamente; e quello diede ordine che non si facessero più entrare viveri in quel forte. Il 26 una sortita di quella guarnigione d'invalidi fugò i garibaldini che si erano accostati a quella fortezza.

Livrea mandò a Gaeta, per mare tutta la polvere che avea superflua, e domandò i viveri per la guarnigione. Però ingrossando il nemico intorno al forte, e perché mancavano i viveri, quel comandante dovè capitolare. Il primo ad entrare in quel forte fu Marino Caracciolo, disertore della marina militare borbonica, e vi trovò centosessantamila cartucce, ed altra munizione d'artiglieria. Il 5 arrivò da Gaeta una Tartana carica di viveri, e colui che la comandava vedendo la piazza in potere del nemico rifece la via e ritornò a Gaeta. I difensori di Baia per patto della capitolazione vollero tutti andare dal Re a Gaeta.

Il maresciallo Gaetano Afan de Rivera comandava nuovamente la divisione leggiera dei cacciatori, e trovavasi sulla linea destra del Volturno tra Triflisco e Pontelatone. Scrisse al generale in capo una lettera nella quale gli dicea, essere difficile mantenere quelle posizioni, perché il nemico ingrossava sulla sponda sinistra, che avrebbe potuto passare sulla destra sponda, e che la ritirata de' regï non si sarebbe potuta effettuare. Conchiudeva quella lettera con dire: non avere animo guerreggiare in quel luogo, e chiedo di essere disgravato dal comando. Ecco che cosa era quel Generale messo al comando di una delle migliori divisioni dell'esercito!

Ritucci corse a Triflisco, ove Afan de Rivera non avea animo di guerreggiare, impavido si espose al vivo fuoco delle batterie a Triflisco e l'altra sulla china del Monte Gerusalemme, comandate dal tenente colonnello Gabriele Ussani, per ribattere le batterie de' garibaldini costruite sulla via di S. Iorio e Gradillo, le quali erano desti nate a proteggere la costruzione di un Ponte. Le batterie regie smontarono quelle garibaldine, le fecero tacere, e si abbandonò il lavoro del ponte. E così il maresciallo Afan de Rivera si tranquillizzò! Intanto il generale in capo gli lasciò ancora il comando di quella divisione!

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Con decreto dell'8 ottobre, il Re promosse a Tenentegenerale il maresciallo Giosuè Ritucci, a brigadieri i colonnelli Giovanni de Liguori, Gennaro Marulli, Carlo Grenet, Vincenzo Polizzy, Girolamo de Liguori, Tommaso Bertolini, Matteo Negri. Dello Stato maggiore, furono promossi a tenenti-colonnelli i maggiori Giovanni delli Franci e Giovanni Giobbe.

In que' giorni della prima quindicina di ottobre, il maggiore Guglielmo Beneventano del Bosco, il capitano Camillo Rossi, ed il tenente Enrico Sayz, abbandonarono i loro posti e l'esercito, lasciando solamente la domanda di essere sciolti da' vincoli militari. Gli uffiziali di onore e di cuore non presentano in quel modo la dimissione, ed in tempo di guerra principalmente, ciò significa disertare al nemico.Il dì 8 ottobre, mentre in Capua si trovavano i fratelli del Re, il Conte di Trani e quello di Caserta, Garibaldi fece avanzare i suoi contro gli avamposti regï, e questi ripiegarono sotto le batterie della fortezza. Appena l'oste garibaldesca fu a tiro de' cannoni, si cominciò a lanciar granate e quella fu costretta a fuggire in pieno disordine. Il generale de Liguori raccolse un buon numero di soldati di diversi corpi, inseguì i nemici, inchiodò alcuni cannoni, e giunse a S. Angelo, ove i regï si mangiarono la zuppa preparata pei garibaldini, e portarono a Capua prosciutti e formaggi che trovarono negli accampamenti del nemico. Sul tardi di quel giorno, Garibaldi assalì di nuovo i regï, e fu respinto di nuovo con altre perdite.

In quei fatti d'armi dell'8 ottobre morirono due soldati, e diciassette furono feriti. I garibaldini ebbero grandi perdite a causa della granate slanciate dalla batteria Speroni; il suolo era seminato di morti tra' quali due uffiziali superiori. Il Dittatore chiese al comandante la Piazza di Capua 24 ore di tregua per raccogliere gli estinti e seppellirli, gli fu accordato senza il permesso di Ritucci, che allora trovavasi in Triflisco tanto minacciato dal nemico.

Ne' giorni che seguirono l'8 ottobre si pugnò con accanimento tra i regï che occupavano le posizioni di Triflisco ed i garibaldini che occupavano quelle di S. Iorio: avvennero diversi fatti d'armi, ma senza alcun risultato ed interesse; quindi non giudico necessario raccontare piccole scaramucce che potrebbero stancare la pazienza de' miei lettori, e senza interesse alcuno per la storia. Que' combattimenti per lo più consistevano in un terribile duello tra l'artiglieria borbonica e la garibaldina, ove si distinsero il Tenente Colonnello Ussani, il capitano Fevôt, e molti uffiziali di artiglieria dipendenti da costoro.

Il 14 Ottobre, il Re chiamò a sè in Calvi il Generale in Capo Ritucci, e gli partecipò la notizia che l'esercito piemontese minacciava di invadere il Regno, e che in Napoli si preparavano a fare il Plebiscito. E quindi era suprema necessità tentare la sorte delle armi spingendosi all'offese contro Garibaldi per ricondurre a Napoli l'esercito vittorioso, pria che si facesse quel Plebiscito, che supponea non essere la vera volontà del suo popolo; ma un risultato di violenze e di brogli, de' quali i suoi nemici se ne avvarrebbero, per acquistare un titolo specioso e falso.

Ritucci sempre ragionando a suo modo fece osservare al Sovrano, che sarebbe stato fatale all'esercito ed alla dinastia rischiare un colpo decisivo contro i garibaldini senza la certezza di vincere;


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dappoichè, dicea, che una disfatta toccata a' regï sarebbe perduta per l'avvenire ogni speranza di salvare l'indipendenza della Patria.

Il colloquio tra Francesco II e Ritucci durò circa tre ore; il Re dicea le sue ragioni politiche e militari che l'obbligavano immediatamente a prendere vitali risoluzioni contro gl'invasori ed i ribelli; e il Generale in capo opponendosi sempre, senza riflettere che era giunto il tempo di operare risolutamente. Se costui avesse conosciuto (come sarebbe stato suo dovere) lo stato in cui si trovava l'esercito garibaldino, al certo, smesse quelle sue incertezze, e gli scrupoli, che ormai cominciavano ad essere colpevoli, avrebbe secondate le mire del Re. Costui aveagli detto che l'esercito piemontese si preparava ad invadere il Regno di Napoli, perché Garibaldi non avrebbe potuto sostenere un altro serio attacco come quello del 1° ottobre. Il provvedimentissimo Iddio che tutto regge e governa, per i suoi imperscrutabili fini, permise un fedele e prode soldato, qual'era Giosuè Ritucci, senza volerlo, col suo temporeggiare fosse stato causa non ultima della caduta dell'augusto trono delle due Sicilie!

Il Re, giovanetto umile e pio, non volle imporre le sue idee ad un vecchio generale, ma prima di lasciarlo, gli disse, che ritornasse in Capua, e discutesse co' generali Won Meckel e Polizzy le ragioni da lui dette che l'obbligavano ad un colpo decisivo contro il nemico, non restando più tempo da perdere.

Ritucci, ritornato a Capua, discusse co' due suddetti generali quanto il Re aveagli detto in Calvi, e tutti e tre furono di avviso, che per allora l'esercito dovesse stare sulla difensiva!

Che questi tre generali si fossero ingannati, e che il Re avesse ben giudicato di attaccar subito il nemico, lo prova il risultato, cioè che dopo pochi giorni ci trovammo in mezzo a due fuochi: i garibaldini di fronte e l'esercito sardo alle spalle. E se tutto questo dovea succedere, atteso quanto Francesco II avea detto a Ritucci, non fu un grandissimo errore lasciar l'esercito alla sola difesa del Volturno, senza tentare un'ultima prova? Se si fosse attaccato il nemico, come il primo ottobre, e costui ci avesse respinti e sbaragliati non sarebbe accaduto di peggio di quello che avvenne, cioè di ritirarci sulla seconda linea di difesa al Garigliano. Questo mio divisamento è quello di tanti illustri uomini di guerra; ed io respingo risolutamente il solito specioso detto di taluni, i quali dicono: altro è giudicare in simili casi in una comoda cameretta, assiso avanti un tavolino, che su' campi di battaglia; io rispondo a costoro che il mio giudizio è identico a quello che trovo notato nel mio itinerario scritto quando mi trovavo avvolto in que' tristissimi avvenimenti di guerra: del resto mi appello agli uomini di buonsenso.

Ad onta che Ritucci avesse tutto disposto con segretezza, Garibaldi fu avvisato da' traditori che erano dentro Capua, che il dì 15 i regï doveano fare una sortita per distruggere alcuni casini d'onde erano molestati fin dentro la Piazza; né essendo egli forte abbastanza per opporsi, chiamò in fretta Bixio da Maddaloni, ed ottenne da Napoli due mila soldati piemontesi, cioè la brigata re, ed una compagnia di bersaglieri. Tutta questa gente, coadiuvata da' garibaldini di S. Maria doveano operare contro i regï.

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Però la notte stando in sospetto di essere assalita trasse qualche fucilata; ciò fu sufficiente perché i napolitani si accorgessero dell'agguato che lor si tendea. Nonpertanto alle cinque del mattino del 15 ottobre uscì da Capua il Colonnello Vecchione alla testa di due battaglioni Cacciatori il 6° ed il 14°, con due drappelli di artiglieri comandati dal capitano Salasia, ed altri soldati del genio condotti dal capitano Catanzarini; il Vecchione era coadiuvato dal capitano del Re dello stato maggiore.

Di avanguardia marciò il 14° Cacciatori, e propriamente la 3° Compagnia comandata dal distinto capitano Sinibaldo Orlando, la quale si diresse verso due casini dal lato della Cappella de' Cappuccini, ove i garibaldini erano fortificati; il resto della colonna si avanzò lungo la consolare che mena a S. Angelo. Il capitano Orlando assalì con vero slancio ammirevole i posti avanzati, fugò il nemico snidandolo da quelle case rurali, e s'impadronì delle loro salmerie, facendo qualche prigioniero. Ma dopo poco tempo trovandosi compromesso, perché il nemico ritornò con forze maggiori, chiamò soccorso, ed ebbe un sol drappello di soldati guidati dal 2° sergente Cheli, il quale fu ucciso in quel conflitto. Il resto della colonna già avea assaltato altri casini e case rurali fortificate: ed in quel giorno tanto il 6°, che il 14° dei Cacciatori fecero prodigi di valore perché dovettero lottare contro forze quattro volte superiori, e che da un momento all'altro accrescevansi; dapoichè Garibaldi, oltre di tutte quelle forze che avea di fronte a' regï, ne chiamò altre da S. Maria e da Caserta. Quella sortita capitanata dal Colonnello Vecchione ebbe il suo pieno effetto, perché i regï si accertarono che il nemico non avea fatto lavori di approccio contro Capua, e se tutti i ricoveri de' garibaldini non furono distrutti, la maggior parte però furono adeguati al suolo, mercè l'opera de' due drappelli di artiglieri e soldati del genio.

Vecchione, ottenuto lo scopo della sua sortita, ordinò la ritirata, la quale si effettuò in modo lodevolissimo. I garibaldini, dopo che i soldati si erano ritirati pel cammino coperto della piazza, si cacciarono nel Campo di S. Lazzaro, ed al solito, furono orribilmente mitragliati lasciando morti e feriti, il resto fuggendo disordinatamente.

Questo fatto d'armi durò quattro ore; dei regï fu ucciso l'Alfiere Odorisio del 14° Cacciatori, il suddetto 2° sergente Cheli, che con tanto slancio era accorso a rinforzare il capitano Orlando compromesso in mezzo ad uno sciame di nemici. Morirono due soldati, e quaranta furono feriti. I piemontesi, ossia la truppa sarda, ebbe due uffiziali morti e sessanta soldati feriti.

Sin dal 15 ottobre Cavour cominciò a levarsi la maschera; difatti la truppa piemontese in quel giorno si mostrò sul campo di battaglia con l'uniforme sardo, e ne' sacchi di costoro presi da' Napoletani si trovarono le librette che ogni soldato regolare porta con sè.

Il 15 ottobre arrivò a Napoli la legione inglese reclutata la maggior parte ne' bassi fondi sociali di Londra. Quella legione era comandata dal colonnello Peard, chiamato il Garibaldi inglese. Si diceano mirabilia di quella massa di così detti soldati,

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e fu ricevuta dai liberali napoletani con manifestazioni servili ed abbiette da stomacare anche i veri patrioti.

La legione inglese era così vantata che non servì a nulla, ed era costata mezzo milione di lire, di cui centomila furono raccolta in Inghilterra, il resto lo pagò la redenta Napoli.

CAPITOLO XXXIV

Le lotte tra Cavour e Garibaldi erano assai inasprite prima della battaglia del 1° ottobre. Costui che avea preso gran gusto a fare il re, consigliato da Bertani, respingeva tutti le proposte di Cavour, il quale volea che si facesse subito l'annessione incondizionata del Regno di Napoli al Piemonte. Quel ministro piemontese era un uomo scaltro e politico, quindi conoscea che Garibaldi non l'avrebbe tirata a lungo; prevedeva che lo avrebbe scacciato la reazione, e che Francesco II, anche senza esercito, sarebbe stato condotto a Napoli sulle braccia de' popoli, già disgustati del contenersi de' garibaldini, maggiormente nelle province, ed oppressi dall'anarchia sempre crescente.

Tutti questi nuovi pagnottisti, temendo che il re legittimo vincesse, stavano in sospetto di perdere quello che malamente aveano acquistato, e quindi non vedeano altra àncora di salvezza che la pronta annessione al Piemonte, e il subito accorrere della truppa sarda nel Regno. Cavour avea un forte partito, che sebbene non si svelasse apertamente, purtuttavia lavorava per la pronta ed incondizionata annessione.

Garibaldi irritato che lo voleano ridurre un Cèsar déclassé, credendosi davvero sovrano, scrisse al Re di Piemonte che destituisse Cavour e Farini, annunziandogli che dovea andar prima a Roma e Venezia, e poi far l'annessione. Consigliato da Mazzini, il 29 settembre proclamò: «Non possiamo volere l'Italia con annessioni parziali e successive, in modo che si avviluppata a poco a poco nel municipalismo del Piemonte. Che il Piemonte diventi italiano, e non già che l'Italia diventi piemontese. Uguaglianza è che tutte le parti si uniscono in una, affinchè si concorra a creare il codice nazionale.»

Garibaldi, ad intervalli, dicea qualche verità, ma non era questa stessa farina del suo sacco. Bertani, prevedendo che il suo posto di segretario della Dittatura non sarebbe stato di lunga durata, volea dalle finanze due milioni per far la rivoluzione repubblicana in Genova! A questa pretensione si oppose il Ministro delle finanze Scialoia; ed egli dopo questa opposizione fece tanti chiassi con lo stesso Garibaldi, e costui non osò difenderlo. Bertani sentendo il vento cambiato, se ne partì da Napoli, e fu surrogato da Crispi nel segretariato della Dittatura.

Garibaldi sin dal 19 settembre, avea cominciato un poco a sospettare che sotto Capua erano finiti i suoi facili trionfi, che sebbene in quella Piazza avesse qualche relazione, non avea però, né ministri come D. Liborio e Pianelli, né generali simili a Lanza, Clary ec. ec. Tuttavia si lusingava ancora che avesse potuto far da sè, e

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quindi resisteva a' consigli ed alle pretensioni del ministro sardo Cavour. Però, dopo il 1° ottobre si convinse che non era osso per i suoi denti masticare (frase cavourriana) il residuale esercito delle due Sicilie, anzi che questo avrebbe potuto sbaragliarlo da un momento all'altro, ad onta degli aiuti del Piemonte: quindi Garibaldi abbassò le ali e la cresta, divenne manieroso con i messi di Cavour, ed in seguito smise la boria ed ubbidì a costui!

Cavour mandò a Napoli Giorgio Pallavicini Trivulzio, antico repubblicano, già prigioniero dello Spielberg in Austria e compagno di Silvio Pellico in quel duro car cere. Pallavicini si presentò a Garibaldi in Caserta, e gli consegnò una lettera di Re V. Emmanuele. Il povero Dittatore, che avea già smessa la boria e le spacconate, fece virtù della necessità. Il 5 ottobre, col pretesto che il Prodittatore di Napoli, l'expre te generale Sirtori fosse necessario agli affari della guerra, lo tolse da quel posto, ed invece nominò Pallavicini: fu questa una mezza abdicazione alla sua sovranità! «Ahi dura terra perché non ti apristi?!

Il primo atto di protesta dell'antico repubblicano Pallavicini, appena fatto Prodittatore, fu quello di cacciare Mazzini da Napoli. Facea dispetto e vergogna veder poi tanti vecchi mazziniani rinnegare il loro duce e maestro; ma direbbe un Giurì: bisogna aver riguardo agli attenuanti; era questione di pagnotta! e con la pagnotta non si scherza! Il solo Crispi difese Mazzini, e costui protetto da quello non ubbidì agli ordini del Proditttatore Pallavicini. Garibaldi scrisse al suo vecchio amico Mazzini una lettera, che non gli mandò, ma che pubblicò nel giornale X Opinione: avete capito nell' Opinione di Torino venduta anima e corpo a Cavour? Mazzini, il 6 ottobre, con un'altra lettera pubblicata da' giornali rossi, protestò contro lo sfratto che gli si dava. Dicea in quella lettera: «Italiano in terra italiana, chiamata a libera vita, sostengo nella mia persona il diritto d'ogni cittadino a vivere in patria.» È da notarsi che Mazzini non rispettò questo diritto in tanti cittadini romani nel 1849, quando ghermì il potere in Roma.

Il Pallavicini, non facea conto degli amici del Dittatore, faceasi chiamare Prodittatore di Garibaldi, ma in realtà lo era di Cavour. Infatti con un decreto sciolse il comitato di azione, quello che avea sostenuta la Dittatura di Garibaldi, e lasciò quello dell'ordine che l'avea avversata, perché cavourriano.

Il partito garibaldino fu sopraffatto, perché Cavour era più scaltro, ed avea più forza nelle sue mani. Costui fece come il leone della favola; sebbene la preda fosse spolpata, finse dividerla; se ne prese tre parti, per l'altra dichiarò: «Si quis quartam tetigerit male affligetur!Il Prodittatore pubblicò parecchi decreti, alcuni in principio buoni, ma eseguiti male. Diede 450 mila lire alla Compagnia Rubattino a ristorarla del vapore che condusse nel 1858 gl'invasori del Regno a Sapri, condotti dal Pisacane; non tenendo conto che quel vapore era stato restituito da Re Ferdinando II. E così diede 750 mila lire pei due vapori che condussero i mille a Marsala, sotto colore di rifare i danni che aveano sofferto: e tutto pagò il popolo napoletano redento e sovrano.

Pallavicini volendo secondare i disegno di Cavour, si affrettò a far giungere deputazioni a Cialdini e Fanti,

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che campeggiavano nello Stato Pontificio, per affrettare la invasione del Regno, e al Re del Piemonte perché annettesse alle province sarde queste napoletane.

Il Generale de Benedictis, già disertore dell'esercito borbonico, trovandosi a Sulmona, eccitò i capi rivoluzionarii a recarsi presso Fanti e Cialdini a sollecitarne l'entrata nel Regno. Quel Generale per atterrire i rivoltosi, e quindi tirarli all'intento suo, spacciava che Garibaldi si trovasse in cattive condizioni, battuto da' regï, e che costoro si spingessero contro gli Abruzzi per esterminare tutti i liberali. Questo spauracchio ebbe l'effetto desiderato. Si riunirono i caporioni rivoluzionarii degli Abruzzi, si costituirono in deputazione, e si recarono a Villafavorita, ov'erano Fanti e Cialdini. Questa deputazione, tra le altre cose, disse vituperii contro Garibaldi, ed invocò il potere regio piemontese per abbattere le forze di Francesco II, e l'anarchia de' garibaldini. I due Generali sardi invitarono la deputazione abruzzese a recarsi a Torino, ed esporre tutto a quel governo.

Il de Cesaris, governatore di Chieti, tutto garibadino, si oppose a mandare deputazioni a' piemontesi, poi avendo inteso i fatti del 1° ottobre, egli medesimo rimandò la deputazione a pregare il Re, V. Emmanuele che venisse subito nel Regno.

Si riunirono molte deputazioni abruzzesi, e si recarono ad Ancona. Il Farini ministro del Re V. Emmanuele, scrisse indirizzi d'invito al suo Sovrano, e li fece firmare da' deputati. In cotesti indirizzi si accusava Garibaldi che volesse la repubblica, d'onde la necessità del potere regio piemontese per tutelare i popoli ed il principio monarchico!

Fin dopo il 1° ottobre, in Napoli si cominciò a faticare allo scopo di mandare una deputazione al re di Piemonte, che s'impadronisse del Regno di Napoli. Questa deputazione napoletana si riunì, e partì da Napoli il 4 ottobre, arrivò a Livorno, e di là ad Ancona ov'era il Re.

I componenti la deputazione napoletana, la maggior parte erano individui beneficati dai Borboni, e venuti su in cariche e lucrosi stipendii sotto Garibaldi. È da notarsi che facea parte di quella deputazione il sempre distinto D. Liborio Romano già ministro liberale di Francesco II.

Un'altra deputazione partì da Palermo a nome di tutta l'Isola per invitare lo stesso Re di Piemonte ad abbattere immediatamente il residuale esercito del legittimo Sovrano, e togliere a Garibaldi redentore quel resto di male esercitata potestà che aveagli lasciata Pallavicini. Dopo gli Osanna i Crucifige...!

Tutta questa folla e fretta per invitare il Re di Piemonte ad entrare nel reame di Napoli, non andava a sangue a Garibaldi, il quale era sempre accerchiato da que' mazziniani rimasti fedeli al proprio duce e maestro: quindi il Dittatore, sentendo prossima la fine del suo regno, sbuffava fuoco, e minacciava di pubblicare documenti provanti la complicità del Piemonte della sua invasione del Regno di Napoli. Baie....! sarebbe stato troppo tardi. Ma egli tutto calcolato, si contentò masticare amaro negli ultimi giorni della sua regia potestà. Ingrati! gli avessero meno indorata la pillola... Intanto vedendosi debole di forze, ubbidiva palesemente, e ricalcitrava in segreto tra' più fidi amici.

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Cavour che avea protestato in faccia all'Europa contro la spedizione de' mille, che avea chiamato filibustiere Garibaldi, mentre lo proteggeva occultamente e gli mandava aiuti di armi e di danaro, vedendo il frutto maturo, si affrettò a raccoglierlo. Il 6 ottobre si tolse la maschera e parlò chiaro nel Parlamento sardo, presente Winspeare ministro di Francesco II, accreditato presso il Re di Piemonte. Cavour disse alla Camera: «Gli avvenimenti napoletani aveano già determinato il Governo a mandarvi vascelli con soldati di sbarco per tutela de' piemontesi. (Vascelli! quanti ne avea? neppure uno!) Poi le cose peggiorarono. Francesco II ha abbandonato la città capitale (dovea pure dire per opera de' miei tranelli), ed ha quasi di fatto abdicato al trono, (mentre quel Re combattea valorosamente sul Volturno). La guerra civile che v'infierisce (per opera mia), e l'assenza di un governo regolare (questa è pel redentore), mettonvi in pericolo l'ordine sociale; (quanta tenerezza!) perlocchè la città ed i corpi costituiti di Napoli (e vedete contradizione: mentre vi era l'assenza di un governo regolare!) han mandato petizioni per soccorso a Re Vittorio, cui la Provvidenza ha dato la missione di pacificare e ricostituire l'Italia. Pe' doveri di tal missione imposti, Ei manda a Napoli soldati, il che salverà l'Italia ed Europa, porrà fine all'anarchia, al disordine e al versamento di sangue italiano.» Per isbugiardare le impudenti menzogne che dicea quel primo ministro sardo in pubblico Parlamento, oh! quanto sarebbe stato a proposito mettergli sotto gli occhiali due brani di lettere da lui scritte all'ammiraglio sardo Persano, la prima del 3 agosto 1860, ove dice: «Prudenza ed audacia, ammiraglio: siamo alla crisi! faccia quanto può per far scoppiare un moto in Napoli prima dell'arrivo del generale Garibaldi non solamente per ispianargli la via, ma anche per salvarci dalla diplomazie. Diario di Persano parte II pag. 19, edizione di Torino 1870. E nella medesima parte II pag. 82: «Al punto in cui son giunte le cose, non occorre più rischiare una rivoluzione in Napoli per far partire il Re, se ne anderà coll'avvicinarsi di Garibaldi, col quale bisogna andare pienamente e francamente di accordo. S'impossessi però sempre dei forti e della flotta, potrà farlo senza aspettare il suo arrivo.» Sarebbe stata pure a proposito l'altra lettera che trascrissi altrove del 9 agosto ove dicea a Persano: «Appunto perché Napoli è un osso duro, sta a lei che ha buoni denti per masticarlo. Saprò tuttavia tener conto delle immense difficoltà ch'ella deve superare; e se non riesce dirò che il riuscire era impossibile. Il problema che dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far sì che al cospetto d'Europa appaia come atto spontaneo.

La dimane del discorso di Cavour, Winspeare rispose a costui e disse: «L'occupazione sarda è contraria ad ogni diritto: i fatti precedenti, la parentela, e l'amicizia fra i due re la rendono straordinaria e nuova nella storia moderna. Le proteste di Re Francesco, gli sforzi guerreschi sotto Capua, rispondono allo strano argomento della supposta abdicazione.» Indi Winspeare lasciò Torino! Cavour, intanto avea domandato alla Camera sarda l'approvazione di annettere al Piemonte le Marche, l'Umbria, e il Regno di Napoli, sempre per le ragioni del mal governo, per evitare l'anarchia, chiudere l'êra delle

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rivoluzioni, e riunire tutta l'Italia sotto lo scettro di Casa Savoia. Quella Camera era siffattamente ligia a Cavour che pochi deputati si opposero. Il deputato Cabella chiese di vedere i documenti su cui si fondavano i disegni ministeriali. Cavour si negò dicendo, che ciò avrebbe potuto nuocere. Il deputato Giuseppe Ferrari si oppose alle annessioni, e dimostrò le leggi sarde inferiori a quelle napoletane, queste essere paragonate alle migliori d'Europa. Gli annessionisti di Napoli essere gente da nulla. Difese il concetto garibaldesco, e disapprovò quello cavourriano, perché opposto alla guerra contro Venezia e Roma: e conchiuse: «Come mai, sig. Cavour, dite di chiudere l'êra delle rivoluzioni, voi che aspettate rivoluzioni a Roma ed a Venezia? "

Altri deputati dissero che i mali del Regno di Napoli erano conseguenza delle ree pratiche del governo sardo, ed enumerarono i mali del reame, e principalmente segnalarono il comunismo di Sicilia. Un deputato gridò: «Non isveliamo le nostre vergogne allo straniero! "

L' 11 ottobre la Camera sarda votò l'annessione delle Marche, delle Umbrie, e del Reame di Napoli con soli sei voti contrarii.

Il 16 si discusse in Senato la legge delle annessioni. Il senatore Brignole-Sale alzò la voce e disse: «Quel Reame (di Napoli) è di un Principe indipendente, che, cinto di un resto di soldati fedeli, resiste all'orde rivoluzionarie. Noi non eravamo con esso in pace? un nostro ministro non era presso di lui? il Governo del nostro Re non ha pubblicamente e sovente disapprovata la rivoluzione siciliana? Perché ora fargli guerra e soccorrere la rivoluzione che disapprovammo? che ragioni di sì rea condotta daremo? Protesto alto a prò de' grandi principii su cui l'ordine riposa.» Meno male! pure è dolce conforto sentir voci oneste in mezzo a quegli osceni tripudii di tanti onorevoli. Cavour e Cassinis risposero e dissero quasi la stessa cosa, cioè che BrignoleSale avea idee antiche sul diritto, e che la giustizia non è merce di tutti i tempi. Cavour conchiuse: «Forse i mezzi non furono tutti regolari, ma lo scopo santo giustifica in gran parte la irregolarità de' mezzi usati.» La legge passò con dodici voti favorevoli alle annessioni. Queste commedie parlamentari avvenivano quando già l'esercito sardo era entrato nel Regno di Napoli!

Mentre in Torino si decretavano le annessioni e l'entrata dell'esercito sardo nel Regno delle due Sicilie, in Palermo erano le solite baruffe tra annessionisti puri e condizionati, tra repubblicani ed annessionisti di qualunque gradazione. I repubblicani voleano una Costituente per proclamare la repubblica e far l'unione italica, lasciando a' diversi Stati la propria autonomia.

Il Prodittatore di Sicilia, Mordini, in conformità del decreto dittatoriale del 19 giugno, il dì 5 ottobre decretò la convocazione del Collegi elettorali, perché si eleggessero i deputati ad una assemblea in Palermo. I piemontisti di Palermo, all'udire quel decreto, strepitarono contro il Prodittatore, perché diceano, che volesse avversare le annessioni, e favorire le proclamazioni di una Costituente.

Il decreto del Prodittatore di Sicilia non dispiacque a' repubblicani di Napoli: Mazzini, Crispi e Ricciardi proposero a Garibaldi di convocare i Collegi elettorali e formare una Costituente anche in Napoli per esaminare le condizioni dell'annessione che si dovea fare al Piemonte.

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Crispi e Ricciardi avrebbero voluta la condizione espressa della conquista di Roma e Venezia, e inoltre che Sicilia e Napoli avessero la propria autonomia amministrativa. Il 7 ottobre, Crispi propose al ministero napoletano un decreto simile a quello del Prodittatore di Sicilia: i pareri de' ministri si divisero, perché i componenti quel ministero erano di diversi colori politici, sebbene la maggior parte, chi per paura, chi per inclinazione, optassero per Cavour.

Però, il vecchio repubblicano Pallavicini montò sulle furie, e minacciò il suo sdegno, anche con la sua dimissione...!Il ministro del governo piemontese, l'8 ottobre corse a Caserta ed indusse Garibaldi a firmare il decreto della convocazione de' Comizi popolari con questa formola: «Il popolo (povero popolo!) vuole l'Italia una e indivisibile con V. Emmanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti?»

In conseguenza di questo decreto si modificò il Ministero. I direttori furono tutti cambiati, e Tupputi fu creato generale di tutta la guardia nazionale del Regno.

Il decreto dell'8 ottobre distrusse l'ultimo vestigio di potestà che ancora aveano i repubblicani e gli annessionisti condizionati, e fece trionfare su tutta la linea i piemontisti puri.

Il Prodittatore di Sicilia mandò a Garibaldi il ministro Parisi per insistere sull'attuazione del suo decreto del 5 ottobre, col quale convocava i collegi elettorali pel 21 dello stesso mese.

Garibaldi che dava ragione a chi parlasse l'ultimo, aderì alla domanda di Mordini, e volea che si facesse lo stesso in Napoli ad onta del decreto che aveagli fatto firmare il ministro Villamarina l'8 ottobre.

Tra Parisi e Pallavicini corsero parole risentite, Garibaldi infuriava contro tutti, e dava ragione a tutti. Villamarina fece uso del gran colpo di grazia per togliere al Dittatore qualunque titubanza: cioè gli minacciò i fulmini di Torino, e gli disse che l'esercito sardo stava per passare la frontiera del Regno, e che in Napoli erano giunti altri battaglioni sardi per mare. Garibaldi si ammorbidì a quelle minacce; ed i camorristi, già divenuti piemontisti ed annessionisti puri, si unirono col partito cavourriano, riunirono della plebaglia, e la fecere gridare per Toledo: viva l'annessione, morte a Crispi, morte a Mazzini. Allora si videro in Napoli molte persone col SI al cappello, o altro arnese che usavano in capo, senza sapere cosa importasse e significasse quel SI.

Crispi tentò ancora di lottare contro gli annessionisti puri, ma Garibaldi cha avea bisogno dell'esercito sardo, non potendo più far fronte a quello napoletano che lo minacciava seriamente da Capua, il 15 firmò un decreto dichiarante, Italia una e indivisibile con Vittorio Emmanuele; e ch'egli deporrebbe nelle mani di Lui la dittatura conferitagli dal popolo.In questo decreto suppone Garibaldi ciò che non avvenne mai, cioè che la Nazione o il Popolo, come suol dirsi gli avesse conferita la dittatura.

Egli si proclamò Dittatore il 14 giugno in Salemi, un giorno prima del fatto d'armi di Calatafimi; né assemblee di deputati, né comizi popolari confermarono mai quella dittatura. Come mai asserisce in quel decreto la dittatura conferitagli dal Popolo?
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È questa una delle solite millanterie e menzogne con le quali i rivoluzionarii vogliono giustificare il potere che ghermiscono co' tranelli o con la violenza.

Crispi, vedendo vincitori i piemontisti puri su tutta la linea, il 16 ottobre si dimise dal ministero degli esteri.

Il Prodittatore di Sicilia, Mordini, rimase al suo posto, e fu costretto a far la volontà dei cavourriani; in effetto, il 17 di quel mese, con un decreto promulgò il Plebiscito pel 21 ottobre, come per lo stesso giorno si era promulgato in Napoli e per tutte le province del Regno.

Mordini, proclamando il Plebiscito per la Sicilia, disse: «Preparassero il grande atto, il cui merito è dovuto al nuovo Washington, Garibaldi.» Atteso quanto di sopra si è detto, questo elogio sembra un epigramma.

In tutte queste poco onorevoli lotte tra repubblicani, annessionisti condizionati ed incondizionati, si vedeva chiaro che il movente era l'ambizione, il potere ed i vantaggi personali. In quest'affare, simile a quello della favola di Esopo, vinse il leone, perché era più forte. Di tutti que' personaggi lottanti, io faccio una eccezione per Crispi, il quale si mostrò fermo nel suo principio, ed operò in conseguenza. Sebbene un abisso separa i principii miei da quelli di Mazzini, pure ammiro costui, anzi sono inclinato a supporre che agisse in buona fede, nel credere che la repubblica sarebbe stata la forma di governo pel popolo italiano. Senza partigianismo debbo ammirare Mazzini, che, ad onta che sagrificasse tante vittime alla sua idea, pure non cambiò bandiera e non fece di cappello ad alcun potente.

Dopo che uscì Crispi dal Ministero, rimasero Ministri e direttori tutti cavourriani. Questo Ministero schiccherò decreti a sazietà. Già si era abolito il Ministero di Sicilia in Napoli, si erano tolte le rappresentanze all'estero, e si pregava il Re di Piemonte di incaricare i suoi agenti per la protezione del commercio di Napoli e Sicilia. E tutto questo avveniva prima del plebiscito. Io trovo meno impudenti e più logici i conquistatori del MedioEvo, almeno costoro dicevano quel che volevano e non corbellavano il povero popolo col chiamarlo sovrano.

Dal 16 ottobre in poi si promulgarono molti decreti e regolamenti: dirò i principali. Con un regolamento del 16 si dichiararono abrogate le frontiere col resto dell'Italia, e ciò è da lodarsi, sebbene le Dogane proseguissero a vessare i viaggiatori. Con un decreto si tolse la polizia a' Giudici di Circondario, che poi chiamarono Pretori, e si diede a' Sindaci de' paesi, ciò che fu e sarà causa d'infiniti inconvenienti. Il 19 si dichiararono abrogati i privilegi e le immunità ecclesiastiche nel penale e nel civile; era una conseguenza necessaria della rivoluzione, la quale altra mira non ha che abbattere la Chiesa, e renderla schiava del potere civile, il resto viene da sè. Si abolì l'antica prammatica de monialibus, e tutte le leggi riguardanti servitù a case private in prò de' luoghi pii: e si annullarono tutti i decreti e rescritti modificatori dei consigli degli ospizii.

Furono destituiti moltissimi antichi impiegati, e surrogati dagli adepti della setta.

Si diedero pensioni a tutti i compromessi del 1820, 1830 e 1848, mentre costoro dal Re Ferdinando II, erano stati rimessi negli impieghi e trattati a preferenza.


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Chi facea più rumore e chiassi di que' compromessi, avea più pingue pensione; e non vivendo più i Martiri, la pensione si dava agli eredi. E qui è necessario ridire che i rivoluzionarii, in quanto a soccorrere i loro adepti sono più conseguenti e più giusti de' sovrani. Oggi gli uffiziali più onorati che non hanno potuto o voluto dare l'adesione al governo riparatore, gemono nella più desolante miseria e tristo abbandono!

Il 23 ottobre uscì un decreto che fece molto rumore; quel decreto ordinava che si togliessero da' beni di Casa reale sei milioni di ducati, da dividersi tra coloro che aveano sofferto persecuzioni da' Borboni. Figuratevi che festa fecero i liberali, i patrioti! tutti erano stati esiliati, carcerati, saccheggiati da' Borboni, e se volete, anche fucilati...! E volete sapere come si divise quella somma di sei milioni?

10vel dirò, ma come cronista senza assumere alcuna responsabilità, ad onta che Filippo de Boni nel giornale il Popolo d'Italia di quei tempi avesse rivelato nomi e somme divise tra' martiri.

A' militari destituiti nel 1849, si pagarono tutti gli averi in una volta, cioè per 11 anni, tenendo conto delle promozioni che avessero potuto anche avere in quello spazio di tempo. Fu stampato e pubblicato, che Conforti (quello che chiamava ladri i Borboni), essendo stato ministro liberale poche settimane nel 1848, avesse ricevuto settantamila ducati, per soldo di ministro, cioè dal 1848 al 1860! ed invero è ben difficile che un ministro costituzionale la duri per dodici anni al potere! Si stampò inoltre, e si pubblicò in que' tempi (saranno calunnie....) che Scialoia si pigliasse settantacinquemila ducati, e suo padre diciottomila. Il Romanziere Dumas francese (etiam tu?), il de Cesare e Ferrigni ebbero quattrocentomila ducati, il primo per istudiare la storia il secondo l'economia ed il terzo la scienza ed il culto. Che Massari, Ciccone ed altri avessero ricevuto cinquantamila ducati, per istudii economici, e così altri. Peccato che non si diedero altre somme per istudiare la scienza culinaria, oggi tanto necessaria per solennizzare le feste ministeriali. Di tutto questo che vi ho raccontato, voi lo sapete, trattandosi di danari, io al solito me ne lavo le mani, perché credo tutti onesti, e bisogna aver riguardo che nel mondo si trovano invidiosi e calunniatori ad ogni piè sospinto, maggiormente quando costoro restino a denti asciutti. Di fatti molti de' sopra nominati e calunniati dal giornalista Filippo de Boni, intentarono un processo di diffamazione a costui. Fu destinato il Magistrato La Francesca ad esaminare quella calunnia, ma questi fu traslocato, forse per isbaglio, mentre istruiva il processo! E il De Boni, da vero predicatore ostinato, ebbe il coraggio di ripetere le accuse contro i suddetti calunniati, nel giornale il Popolo d'Italia del 12 aprile 1864, e forse per generosità de' diffamati non fu molestato...

11Ministero, a fruire della fuggente potestà, pubblicò un decreto del 25 settem bre, col quale concedea le strade di ferro del Regno alla Società Adami e Lemmi di Livorno: negozio rovinosissimo per l'Italia. Fra gli altri patti vi era quello che il paese si vincolasse per lunghi anni, sottoponendosi al carico di seicentocinquanta milioni di lire, ch'era la spesa presuntiva, ed assicurava alla società l'utile del sette per cento, senza ch'essa sborsasse un centesimo. Quella malalingua di La Farina stampò nel

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giornale il Cittadino di Palermo che un Ministro ed un Segretario avessero fatto un carrozzino moderno liberale, e stampò pure in quel giornale un documento stipulato presso Notar Zezza confermante quel carrozzino. Però il Governo del Piemonte annullò poi quel contratto, chi sa per qual ragione! Con decreto del 19 ottobre si chiuse il collegio del Salvatore per un anno.

Lo stesso giorno 29 ottobre si firmò un decreto degno di chi lo propose e degnissimo di chi lo firmò. I Borboni, tiranni e nemici dell'intelligenza, aveano istituito un fondo di soccorsi pe' letterati poveri! E bene, i riparatori dell'ordine morale, i redentori abolirono quel fondo di soccorsi, e fecero repulisti; ossia, diedero invece pensioni e soccorsi alle frine e alle megere. Diedero ducati dodici mensili alla Sangiovannara ostessa a Camorristessa; altrittanti ne diedero ad Antonia Pace, a Carmela Faucitano, a Costanza Leiprecher, Pascarella Proto, e ad altre. Il decreto dicea: «Perché esempii inimitabili di coraggio nel propugnare la libertà.

Il noto letterato Micheletti era soccorso dai Borboni, al 1860 votò per l'Italia una, e morì povero maledicendo la libertà settaria!

Lo stesso giorno 29 ottobre, il Dittatore, il quale esiliava Vescovi, Arcivescovi e Cardinali, fece grazia a tutti i condannati alla galera e all'ergastolo per delitti comuni. Garibaldi sbarazzava le carceri di que' malfattori per mettervi uffiziali, magistrati, aristocratici, preti, e Vescovi e così si facea l'Italia!

CAPITOLO XXXV

Il 21 ottobre di quell'anno 1860 fu giorno memorando per questo Regno delle Due Sicilie: si fece il Plebiscito! Di questo grande avvenimento dirò tutto quello ch'è necessario a sapersi come semplice cronista.

Quando si fece il Plebiscito, l'esercito e il Re di Piemonte erano già entrati nel Regno; nel porto di Napoli dimorava la flotta sarda, e vi erano in Napoli soldati piemontesi di guarnigione e quarantamila garibaldini.

Giorni prima che si facesse il Plebiscito, si affissero in Napoli de' cartelli dichiaranti nemico della Patria chi si astenesse o desse il voto contrario all'annessione.

In ogni luogo del Comizio si posero due urne palesi acciò si vedesse chi dava il voto negativo e chi affermativo.

Il primo a votare fu il Dittatore, in seguito i garibaldini duci d'ogni nazione: Sirtori, Bixio, Turr, Eber, Eberardt, Rustow, Peard, Megiorodes, Teleki, Dunn, Milbitz, Csufady, ed altri simili nomi che straziano gli orecchi italiani, votarono per far l'Italia una!

Non si confrontarono le tessere con le liste, né con le persone. Il garibaldino Rustow nel vol. 2° pag. 114 delle sue rimembranze d'Italia, dice che a Caserta lo Stato Maggiore della sua divisione era di cinquantuno uffiziali (scusate se son pochi), né tutti presenti, si trovò di aver dato centosessantasette voti!

Nel resto del Regno si fece il Plebiscito al pari di quello di Napoli: a' villici si dicea

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che mettere il SI nell'urna volesse dire che tornasse Francesco II.

L'Arcivescovo di Rossano, il 14 ottobre, scrisse al suo clero acciò considerasse se il Plebiscito portasse nocumento alla religione, e si desse il SI o il NO senza rispetto umano, valendosi della promessa libertà. Sembra che i così detti liberali avrebbero dovuto lodare questo consiglio di quell'Arcivescovo: nondimeno fu costui insultato e messo in carcere.

In que' paesi ove non era forza armata, ad onta degli sforzi de' liberali non si fece Plebiscito, anche alla Barra ch'è alle porte di Napoli. Alcuni paesi invece di votare, si rivoltarono contro coloro che consigliavano il Plebiscito.

Il Governatore di Capitanata, il 24 ottobre, scriveva al Ministero di Garibaldi:

Il giorno del Plebiscito è stato per questo provincia giorno di ribellione; i comizi in più comuni non si sono raccolti, e si fanno sforzi estraordinari perché il movimento non sia generale. Qui sono reazioni universali: mandate soldati ed armi.Si era decretato che pel 6 novembre doveasi pubblicare il risultato del Plebiscito del Regno al di qua del Faro, e siccome era entrato nel reame il Re V. Emmanuele, si anticipò di tre giorni. Quindi il 3 novembre dopo mezzogiorno si schierarono 24 compagnie di Guardia nazionale avanti il Palazzo Reale, e Niutta, Presidente della Suprema Corte di giustizia proclamò il risultato del Plebiscito; e concionando annunziò la decadenza de' Borboni dal Trono delle due Sicilie. Disse essere stati un milione, trecentoduemila e sessantaquattro SI per l'annessione al Piemonte, e diecimila trecento dodici NO. A questo annunzio seguirono salve di cannonate da' castelli e da' legni di guerra. Vi furono la sera commiste luminarie ed allegrezza, sbalordimenti e tristezza!

In Sicilia però l'affare del Plebiscito non passò senza che si venisse a vie di fatto. Tra quelli che voleano la Costituente e gli altri che voleano l'annessione incondizionata, furono rumori e lotte, ma messa in opera la Cuffia del silenzio, immaginata prima dall'ostetrico Raffaele per calunniare i Borboni, regnò l'ordine come in Polonia, e si fece il Plebiscito quasi unanime per l'annessione incondizionata al Piemonte. In Palermo furono trentaseimila duecento trentadue SI, e soli seicentosessantasei NO!Fece maraviglia come si trovassero que' pochi NO, tanto in Napoli, che in Sicilia, dappoichè nessun borbonico andò a votare: fu affare fatto in famiglia!

Cavour ringraziò Pallavicini (neppure Garibaldi!) sul risultato del Plebiscito perché a lui in gran parte dovuto.Il pretendente francese, Luciano Murat, con una sua lettera stampata sopra i giornali, disse la gran menzogna, che: «Le urne de' voti stavano tra la corruzione e la violenza.

Elliot Ministro inglese a Napoli, benchè fabbro di rivoluzione del Regno di Napoli, ed amico de' rivoluzionarii, scrivendo al suo Governo il 16 ottobre, non si peritò dirgli: «Moltissimi vogliono l'autonomia, ma sono sforzati a votare per l'annessione; ed infatti la formola del voto, e il modo di raccoglierlo sono sì disposti che assicurano la gran maggioranza possibile per l'annessione, ma non costatano il desidero del paese.»
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Il 10 novembre, dopo che furono pubblicati i risultati della votazione di Napoli e Sicilia, lo stesso Elliot scriveva al Governo inglese. «I risultati delle votazioni in Napoli e Sicilia rappresentano appena i diciannove fra cento votanti designati, e ciò ad onta di tutti gli artifizii e violenze usate.»Il Ministro inglese Russell più inconcludente di Elliot, nel dispaccio che diresse a Torino il 31 gennaio 1861 dicea: «I voti nel suffragio universale in que' regni non hanno alcun valore, sono mere formalità dopo una rivoltura, ed una ben riuscita invasione; né implicano in sè lo esercizio indipendente della volontà della nazione, nel cui nome si son dati.» Etiam tu Russell? tu fabbricatore ed istigatore di rivoluzione, osi affermare simili corbellerie, e ti fai scrupolo di sì poca materia? Gatta ci cova...!Russell non contento di cadere in contradizione a furia di ciarle o, come direbbero i dialettici, cade nel circolo vizioso: in quel dispaccio del 31 gennaio 1861 diretto al Governo di Tornio soggiunge: «I rappresentanti della nazione (di Napoli e Sicilia) riuniti in Torino potranno tuttavia deliberare sull'annessione.» Ma se questi rappresentanti della nazione son fatti col voto popolare simile a quello del Plebiscito del 21 ottobre, come voi signor Ministro britannico chiamate questo voto mere formalità, che non implichino in se lo esercizio della volontà della nazione, e che non abbiano alcun valore, se volete poi che i rappresentanti abbiano il valore e il mandato basato su quel voto popolare per deliberare sull'annessione? Signor Russell l'avete detta troppo grossa, e sono sicuro maliziosamente; Cavour più furbo di voi quando lesse il vostro dispaccio, certo ne rise saporitamente.

Francesco II, l'8 novembre pel suo Ministro degli esteri protestava contro l'invasione piemontese nel Regno, e contro la validità del Plebiscito.

Lo stesso giorno che si fece il Plebiscito in Palermo, il Prodittatore Mordini pubblicava il seguente decreto: «Considerando il nome di Giuseppe Garibaldi esser destinato a crescere di celebrità ne' secoli, e che le future generazioni avrebbero la religiosa memoria di ricercare i luoghi stati segreti testimoni de' pensieri e delle intime risoluzioni dell'eroe del secolo XIX; udito l'unanime consiglio di Stato, fra le acclamazioni del popolo, decretiamo che la stanza ove l'eroe ha dormito a Palermo, nel Padiglione contiguo al Palazzo reale sulla porta nuova, sia serbata in eterno, con mobile come sta.»

Scrofani Ministro di Polizia fece il processo verbale di venticinque arnesi della stanza, compresi gl'ignobili, e posevi un guardiano con quindici ducati al mese! E poi i liberi pensatori ed i rivoluzionarii si ridono dei cattolici, perché costoro si recano a qualche santuario, e venerano i luoghi e le reliquie di qualche santo miracoloso! Sempre due pesi e due misure e sempre contraddizioni! Il giornale di Palermo, il Precursore, fra le altre adulazioni prodigate all'eroe Garibaldi, pubblicò che costui discendea da' re di Corsica. Ma sapea quel giornale che cosa furono la maggior parte de' re di Corsica?

In ultimo si ordinò una medaglia di argento per Garibaldi. I democratici rivoluzionarii che deridono gli usi cattolici e le decorazioni che largiscono i Sovrani,

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quando poi ghermiscono essi il potere scimiotano gli uni e gli altri.

Mentre si faceva il Plebiscito in Napoli e in altri luoghi, parecchie province del Reame erano in completa anarchia e reazione. Il de Virgilii governatore di Teramo spargeva proclami alla turca contro i reazionarii: in uno di questo proclami conchiudeva: «I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionarii e puniti con rito sommario (cioè fucilati) ". E finiva con questa bella frase liberalesca: Colpite i reazionarii senza pietà. E poi si fanno scrupolo degli ordini di Peccheneda e di Maniscalco, ed osano ancora chiamare tirannici quegli ordini!

Nel Chietino fu rumoroso il fatto di Camerino, paese di sei mila anime. Facendosi il Plebiscito, un villano volendo l'urna anche per Francesco II, ebbe uno schiaffo da un Dedominicis, cima di liberale annessionista. L'insulto fatto al villano fu la scintilla che destò grande incendio: tutti si armarono di armi rusticane. I soldati piemontesi tiravano schioppettate; la popolazione colpì di scuri e pietrate. I villici afforzati da quelli di S. Eufemio, paesello vicino, diedero addosso ai liberali, li disarmarono, uccisero il Dedominicis, e cantarono il Tedeum per Francesco II. Però il dì seguente accorsero i piemontesi, garibaldini, e nazionali in maggior numero, e non avendo trovato gli autori della reazione, inveirono contro chi supponessero reo, fucilarono senza giudizio: saccheggiarono Cammerino, poi S. Eufemio, portando il bottino a Chieti, ove lo venderono pubblicamente.

Nell'Aquilano quasi non si fece il Plebiscito; i popolani davano addosso a chi si avvicinasse all'urna. Quando s'intese che la truppa piemontese era entrata nel regno, invece di accomodarsi alla circostanza, gridarono, Viva Francesco II. I villani si posero la storica coccarda rossa al cappello, e si armarono di arnesi rurali per inveire contro i Piemontesi. Il celebre generale Pinelli, piemontese, credè sprezzarli, ma esso ancora non sapea come i Napoletani maneggiano le pietre. Uscì d'Aquila con alquanti soldati e cavalieri, e volse a Pizzoli; ma attorniato da quei villici, e perduto qualche soldato, voltò faccia, ed egli stesso ebbe un colpo di pietra sulle spalle!

A Marano, Casaprobbe, Campotosto, ed altri paesi i cittadini si levarono contro gli annessionisti, li cacciarono in fuga, e si posero il NO al cappello.

Intanto Pinelli, questo redivivo Schedoni, esce un'altra volta d'Aquila, e sapendo per prova quanto valevan i colpi di pietre, condusse seco un battaglione e due cannoni. Invase Pizzoli, fucila a capriccio, e mette taglie alla Musulmana. Alloggia in casa d'Alessandro Cicchitelli, e dopo di aver mangiato alla tavola di costui, sul mattino lo fa fucilare nel giardino della casa, presente la moglie!

Il 3 novembre molti garibaldini, che si titolavano Cacciatori del Velino, mossero contro Avezzano capo distretto, ed avvisarono il Sindaco a farsi loro incontro co' principali del paese, altrimenti avrebbero fatto scempio di tutti. Il Sindaco tremante tentò ubbidire, ma la popolazione suonò le campane a stormo, e mosse contro i così detti Cacciatori del Velino, dando loro addosso, a colpi di zappe, e tra gli uccisi, fuvvi un tale de Cesare.

Il Generale Pinelli, il 3 novembre dichiarò lo stato di assedio, ed alzò Corte marziale con tre articoli di una sua proclamazione da fare invidia ai maggiori tiranni.

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Eccoli: «Articolo 1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie (anche le pietre?) sarà fucilato immediatamente; Art. 2. Ugual pena a chiunque spingesse con parole i villani a sollevarsi; Art. 3. ugual pena a chi insultasse il ritratto del Re, o lo stemma di Savoia, o la bandiera nazionale.»

Pinelli con questa proclamazione rese un brutto servizio alla causa che intendeva di propugnare.

Il re eletto con Plebiscito unanime non era più sicuro in effigie, secondo Pinelli! Se dovea minacciare fucilazione per indurre i cittadini al rispetto!! Lo stesso Ministro piemontese Farini rivocò quel manifesto, ma lasciò il Pinelli negli Abruzzi, ove costui continuò a fucilare quei cittadini che non gli andavano a sangue.

Mentre l'esercito sardo si avanzava nel Regno, in tutto il Gargano non si fece Plebiscito, anzi molti paesi si sollevarono contro i liberali annessionisti, tra' quelli si distinsero S. Marco in Lamis, paese di 16 mila abitanti, S. Giovanni Rotondo, Rignano, ed Ascoli. In S. Marco in Lamis entrarono i soldati napoletani sbandati gridando viva Francesco II, ed ebbero seguito immenso. Un farmacista osò tirare una fucilata contro i reazionarii, e costoro si avventano contro coloro che voleano fare il Plebiscito, ne presero 27 e li menarono in carcere. Gaetano del Giudice governatore di Foggia, raccolse quanti potè liberali, e con 250 garibaldini mosse contro S. Marco in Lamis. La popolazione di questo paese vedendosi assalita, corse alle carceri, ed uccise i 27 prigionieri, andando dippoi ad incontrare del Giudice, questi ai primi colpi fu obbligato fuggire a Manfredonia, dapoichè la sua gente fu vinta e sbaragliata. Però a Manfredonia raccolse 1500 tra garibaldini e liberali, e con due cannoni muove nuovamente contro S. Marco in Lamis per la via di Rignano. Ma si trovò in mezzo a due fuochi. Il del Giudice che avea ottenuti poteri illimitati per esterminare le popolazioni reazionarie, ed avea pubblicati manifesti minacciando ruine e distruzioni a' paesi sollevati, fu costretto cercare protezione da' preti e da' borbonici per ammansire i furori di quelle popolazioni. Difatti i preti a non far versar sangue, ingannati dalle promesse del governatore del Giudice, predicarono pace e perdono a' nemici, e giunsero ad ammansire i più accaniti popolani, facendo occupare S. Marco in Lamis da' garibaldini. Il del Giudice entrò umilmente in quel paese, promettendo moderazione e fratellanza, ma appena fortificato, impose una taglia di guerra di sei mila ducati, tre mila a' preti, e tre mila al resto della popolazione, cioè a quelli che l'aveano salvato del furore de' reazionarii, e l'aveano ivi installato!

Del Giudice fucilò dieci reazionarii, e fece pagare un'altra tassa di guerra di dieci mila ducati a S. Giovanni Rotondo, metà, già d'intende ai preti suoi salvatori; e quattro mila ducati estorse al piccolo paese di Cagnano.

Vi furono carcerazioni e fucilazioni ad Ascoli e Roseto, e sempre senza giudizio neppure sommario. I reazionarii lasciati i grossi paesi salirono sopra i Monti del Gargano, ed ivi si rifugiarono tutti coloro che erano perseguitati a morte dal nuovo Giuliano governatore di Foggia del Giudice. Que' luoghi adunque divennero teatro di guerra selvaggia.

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A Carbonara il 22 ottobre si gridò viva Francesco II, e voleasi fare il Plebiscito in suo favore; allora il Capitano di quei Nazionali raduna la propria gente e minaccia la popolazione; questa assale i liberali e li mette in fuga. In seguito prende i componenti il Municipio, li strascina in piazza; e siccome eransi giorni prima bruciati i ritratti dei Borboni, obbligò i novelli padri della patria a bruciare i ritratti di Garibaldi e compagni. Quella popolazione cantò in seguito il Tedeum, e fece processioni di trionfo co' ritratti di Francesco II e Maria Sofia! Arrivata la processione sul ciglione di una profonda vallata, si diede ad un tratto addosso, con le scuri, al Ricevitore del registro, e poi al Giudice Conciliatore, ma costui fu miracolosamente salvo, perché una voce gridò ch'era stato eletto da Francesco II.

Per amore del vero aggiunger debbo che alcuni di que' reazionarii, deturparono la causa che difendevano, sia per questi massacri, sia con saccheggiare di notte le case degli uccisi.

I fuggiaschi di Carbonara rapportarono ad Avellino che causa della reazione erano stati il Giudice e l'Arciprete, e le Autorità di Avellino ritennero costoro come rei, per la grande ragione che erano stati risparmiati dall'essere assassinati. Si spedì mandato di cattura contro i Giudice e contro l'arciprete: il primo fidando nella sua innocenza, ebbe il coraggio di rimanere al suo posto, onde fu arrestato, e poco mancò di essere fucilato. L'Arciprete preso da paura fuggì assieme al suo coadiutore; ma furono anche arrestati.

Dopo un anno di dibattimenti, tutti e tre vennero dichiarati innocenti, ma l'arciprete ed il suo coadiutore morirono dippoi pe' disagi che avean sofferti.

Nella provincia di Reggio di Calabria i borbonici insorsero pure nel tempo del Plebiscito. Aveano delle pratiche con la Cittadella di Messina, e speravano aiuti; ma il Ministero di Gaeta non volle o non potè animare le speranze di que' sudditi fedeli; costoro cercarono di unir molti adepti ne' paesi, e farli insorgere tutti in un giorno solo contro i liberali. Inopportunamente si mosse in Cinquefronde un Vincenzo Aiossa, che assalì e disperse le guardie nazionali. Un certo Carone di Pedali, unì molta gente di più Comuni; ma accorsero il Sottintendente Poerio, l'Intendente o governatore Plutino con garibaldini e guardie nazionali, e ne nasceva un conflitto; il sangue fu versato in diversi paesi, ed altri Comuni; né mancarono devastazioni, incendii, rapine, taglie di guerra, e fucilazioni sommarie!

Sin dal 21 ottobre 1860 s'iniziò nelle province napoletane quella terribile reazione che fece scorrere tante lagrime e tanto sangue, e che abbandonata a sè stessa, degenerò in certi punti in brigantaggio. I rivoluzionarii al potere, erano protetti dal Piemonte, e disponendo di tutti i vantaggi che ha un governo costituito, poterono lottare facilmente la reazione, la quale com'era priva di reazione, di mezzi, coesione ed appoggi, fu domata a furia di terrore e di vandalici espedienti.

Rivolgiamo ora un rapido sguardo sopra l'infelice Napoli, pria di passare al racconto di altri avvenimenti. Napoli dopo il Plebiscito rimase nello stato di quasi anarchia, ed era questo il desiderio di Cavour perché era un altro pretesto per legittimare la preparata invasione piemontese nel Regno amico.


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Dopo il Plebiscito, le violenze de' camorristi e dei garibaldini non ebbero più limiti: la gente onesta e pacifica non era più sicura né delle sue sostanze, né della vita, né dell'onore.... I camorristi padroni d'ogni cosa, viaggiavano gratis sulle ferrovie, allora dello Stato, recando la corruzione e lo spavento ne' paesi circonvicini: comandavano feste con bandiere e luminarie: menavano in carcere la gente onesta, schiaffeggiavano a libito le persone più rispettabili, ferivano, uccidevano impunemente; e tutto questo accompagnandolo col solito canto: Si schiudon le tombe ecc. dell'inno di Garibaldi che si cantava a squarcia gola con musica in cadenza piacevolissima divenuta noiosa, perché ripetuta ne' saloni per affettazione, e nelle vie il giorno e la notte dai monelli e manigoldi, spesso foriera di giunterie e violenze.

Ho ripetuto più volte che tra i garibaldini v'erano de' giovani distinti per nascita, per patrimonio e per educazione; costoro agivano sempre da cavalieri; ma erano pochi; il resto di quell'oste era un'accozzaglia di gente capace di perpetrare qualunque nefandezza; quindi costoro si resero padroni de' conventi e di molte case private, pigliavano roba, mogli, figlie che menavano via con pochi scrupoli. Ciò facendo, e di ogni cosa sacra sparlando, dicevan effetto di libertà e rigenerazione de' popoli!

Il 25 ottobre si ammutinarono gli artefici dell'arsenale, e ferirono i due ispettori. Il 27 si ammutinarono gli altri artefici di Pietrarsa, e quelli della fonderia d'Heardy. I garzoni sarti fecero sciopero con lo scopo di conseguire aumento alla loro mercede. A tutti questi scontenti davan causa alcuni giornalacci sansculottes ed atei che alla Marat predicavano l'anarchia. Il 29 ottobre il Prefetto di Polizia, per ordine del ministro Conforti, minacciò punizioni esemplari a' perturbatori; ma quella minaccia rimase lettera morta.

Lo stesso Conforti il 13 novembre mostrò grande zelo per distruggere il giornale la Torre di Babele, ed impedire che arrivassero a Napoli alcuni giornali francesi, sol perché metteano in celia persone inviolabili, cioè metteano in celia esso Conforti e compagnia. Intanto quel ministro, cima di liberale, in tempo diverso avea fatto tanto scalpore insieme ad altri della stessa sua risma, perché Ferdinando II avea proibita l'entrata nel suo Regno ad alcuni giornali piemontesi ed esteri, i quali consigliavano rivoluzione ed esterminio.

I reverendi padri Gavazzi, Pantaleo, e Giuseppe da Forio sbizzarrivano con le loro concioni da protestanti e liberi pensatori, convertendo chiese in teatri, e teatri in chiese. Gavazzi il più impudente ed avventato, corse più volte il pericolo di essere ucciso da' popolani, perché bestemmiava la Madonna SS.a; quel rinnegato fu costretto a fuggire, togliersi la barba, e la camicia rossa, dichiarando con avvisi a stampa essere egli liberale, ma non protestante...!

Pria di finire quest'epoca memoranda dei garibaldini successe un fatto che sembra incredibile, ed io se l'avessi trovato scritto in qualche autore borbonico o cavourriano avrei gridato alla calunnia; ma è Rustow duce e scrittore garibaldino che ce lo racconta nelle sue Rimembranze d'Italia, vol.2pag. 103, edizione di Lipsia 1861. Io non farò che tradurlo letteralmente dal francese da quello scrittore garibaldino, il quale naturalmente è prodigo di elogii verso i suoi, e specialmente verso Garibaldi.

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Ecco di che si tratta: «Trovando Garibaldi nella regia di Caserta assieme ad un solo uffiziale in una camera, costui gli puntò la pistola e gridò: alla fine ti colgo, ho aspettato tre mesi, muori, e gli tirò il colpo alla vita, ma l'arme fallì. A' gridi accorse Missori dalla camera vicina, e Garibaldi esclamò: arrestate quest'uomo, che ho amato. Pochi giorni dopo, il 28 ottobre, trovandosi Garibaldi sulle alture di S. Angelo in mezzo a molti garibaldini, sopraggiunse un uffiziale, e gli disse: ora il... è stato precipitato da una roccia; e si è rotto il collo. Garibaldi rispose freddamente: Va bene...! e siccome scriveva, seguitò a scrivere.»

In questo fatto, se pure è vero quanto dice Rustow, Garibaldi si svela l'uomo il più scellerato: egli che avea decretato l'apoteosi di Agesilao Milano, feritore in pubblico di Re Ferdinando II, e che questo Sovrano fu costretto a dare un esempio salutare all'esercito, non si fa poi alcuno scrupolo di fare assassinare un uomo che dicea aver amato, e facendolo precipitare da un precipizio...! Nel delitto di Agesilao Milano vi sono tante aggravanti, che non si trovano punto nel tentato assassinio di Garibaldi: nondimeno Ferdinando II, dopo un suo regolare giudizio, volea far grazia a quel regicida; e fu costui mandato al patibolo perché così vollero i sedicenti fedeli che poi tradirono, ed oggi mertamente son disprezzati: costoro fecero i terroristi, e poi i liberali di commedia.

La risoluzione di Garibaldi di far morire senza un regolare giudizio, ed in quel modo colui che avea amato è mostruosa; io stento a crederla ad onta che l'asserisce Rustow, il quale elogia a sazietà in altri luoghi delle sue Rimembranza il suo duce supremo Garibaldi.

Le ultime avvisaglie contro i garibaldini sul Volturno accaddero il 19 ottobre. Supponendo i regï, che i nemici facessero opere di offesa contro la piazza, il Generale in capo ordinò delle ricognizioni militari, tagliando gli alberi all'estremità del Poligono, ossia Campo di S. Lazzaro. La sera del 18 i garibaldini tentarono impedire il taglio degli alberi, e ne seguirono scaramucce a' posti avanzati. La mattina del 19 i Reggimenti piemontesi, e quello inglese attaccarono i regï, e fu un avanzare e retrocedere a vicenda. Gl'inglesi però sempre ubbriachi, e non conoscendo la posizione della piazza, si cacciarono fin sotto le batterie, e furono decimati dalla metraglia; tra gli altri venne ucciso il loro capitano Dixon.

Il tenente-colonnello Ussani, visti fanti e cavalieri vicino la Casina Ragni, li cacciò a furia di granate: spazzò poi la strada che mena a S. Maria, e costrinse il nemico a smettere i cominciati lavori contro Capua.

Intanto l'artiglieria che era a piè del monte Gerusalemme, tirando contro le fortificazioni de' garibaldini vi cagionò gran danni, ed incendiò la Casina Lucarelli.

Garibaldi avea fatto alzare altre batterie sulla cima del Monte S. Iorio, ove non poteano giungere i colpi lanciati da' regï a causa della troppo elevazione in cui si trovano i pezzi: purtuttavia il Capitano di artiglieria de Rada, mercè alcuni cannoni rigati da 4, diresse tanto bene i colpi contro i nemici fortificati sull'alta montagna di S. Jorio, che ne fu ucciso un uffiziale, costringendo alla fuga gli altri garibaldini.

Lo stesso giorno 19 nel campo de' regï giunse il Direttore della guerra generale


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Antonio Ulloa, il quale comunicò al generalissimo Ritucci una deliberazione del Consiglio di Stato, con la quale si consigliava costui di spingersi alle offese contro il nemico, concedendogli tutte le facoltà e libertà di azioni per operare a suo modo.

In quella deliberazione, tra le altre cose si dicea, che le condizioni del Regno erano tali, che si richiedeva il pronto annientamento della rivoluzione; essere questo il desiderio della diplomazia per togliere al Piemonte qualunque pretesto d'invadere col suo esercito il Reame di Napoli.

Ritucci, al solito, oppose le sue difficoltà, e disse pure al Direttore Ulloa, che quella deliberazione era del giorno 15, cioè quattro giorni innanzi, ed in quello spazio di tempo, già i Piemontesi si erano molto avanzati; quindi non era più a tempo di guerreggiare i garibaldini, ma che invece sarebbe necessario garentirsi le spalle dell'esercito sardo.

Ulloa, in qualità di Direttore della guerra, scrisse una lettera a Ritucci in nome del ministero della guerra, ove spiegava le ragioni di quella deliberazione; e soggiungea a voce, che il Re aveagli ordinato che si rimanesse in Capua finchè fosse cominciata la pugna contro Garibaldi.

Ritucci restio sempre a prendere l'offensiva, dopo essersi consigliato col suo Stato maggiore, e specialmente co' generali Bertolini, e con Matteo Negri, si decise rimanere sulla difensiva per la ragione che i Piemontesi campeggiavano negli Abruzzi. Mandò a Gaeta il tenente-colonnello Giobbe, per far sentire al Re le ragioni, per le quali si fosse deciso a non attaccare i garibaldini. Dicea pure che avrebbe assalito il nemico, se il Re glielo avesse espressamente ordinato, ma senza farsi mallevadore di un felice risultato. Francesco II, forse annoiato dell'ostinazione di Ritucci, ordinò col telegrafo a costui, che il Direttore Ulloa ritornasse a Gaeta, e che circa la guerra facesse a modo suo, dovendo poi rendere ragione al Consiglio di Stato.

Non è qui necessario far lunghi commenti sopra quest'altra ostinazione di Ritucci, dirò solamente, che questi prima aspettava che i garibaldini si piegassero sotto la propria obesità; poi aspettava il commovimento dell'Europa a favore del Re di Napoli; infine quando accadde quello che dovea accadere preveduto da tutti, cioè la invasione piemontese nel Regno, questo stesso avvenimento gli servì di ragione per giustificare la sua troppo colpevole inazione. Basta leggere il dotto e circostanziato memorandum del 20 ottobre 1860 scritto pel Re dal Direttore della guerra Ulloa, per formarsi un'idea poco vantaggiosa di Ritucci e del suo Stato maggiore.

Conosciuta l'entrata dell'esercito piemontese nel Regno, si pensò a mettere Capua in istato di sostenere un lungo assedio, e all'infretta si cominciarono i lavori necessarii.

Qui finisce l'Epoca de' Garibaldini. Quest'epoca è memoranda, i posteri resteranno dubbiosi, se veramente si siano perpetrate tante viltà, tradimenti e nefandezze per abbattere una delle prime dinastie del mondo, un Regno splendido e secolare, e da quelli stessi che furono messi su dalla stessa dinastia, e beneficati da' Borboni.

Le figure più salienti di questa seconda epoca sono cinque, cioè i generali Lanza, Clary, Nunziante, Pianelli, e l'avvocatuccio D. Liborio Romano: questi cinque uomini,

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chi più chi meno tutti erano stati beneficati dai Borboni, e si disobbligarono col tradimento il più inqualificabile. Questi cinque uomini sono quelli stessi che nel corso di questo Viaggio ho chiamati fatali alla dinastia e al Regno, che fecero di tutto, come se non avessero avuto una patria, per farla cadere inonorata, anzi farla rotolare nel fango. È da notarsi però, che Nunziante fece più male quando facea l'assolutista e il terrorista, anzi che quando si coprì con la maschera di liberale. A questi cinque uomini fatali fecero codazzo due altezze reali, Leopoldo di Borbone Conte di Siracusa, e Luigi di Borbone Conte d'Aquila, tutti e due fratelli di Ferdinando II. Il Conte d'Aquila meriterebbe il posto tra i primi cinque, perché in qualità di Ammiraglio ridusse la flotta napoletana (ad eccezione di pochi uffiziali e delle ciurme) ad una congrega di settarii; e la defezione della flotta fu una potente leva per rovesciare dinastia e trono.

Si distinsero nell'epoca garibaldina per viltà e tradimenti i generali Landi in Calatafimi, Lanza in Palermo, Clary in Messina, Gallotti in Reggio, Ruiz e Briganti nel Reggiano, Caldarelli in Cosenza, Ghio in Soveria-Mannelli, Lo Cascio in Siracusa, Torson la Tour in Augusta, Flores in Bovino, de Benedictis negli Abruzzi. Vi sono altri Generali che veramente non tradirono, ma si distinsero o per viltà o perché mancarono al loro dovere come soldati, come sudditi, e come gentiluomini. A tutti questi duci gallonati fecero seguito molti ufficiali superiori e subalterni, che sarebbe lungo e noioso nominarli tutti, ma che ho accennati nel corso di queste Memorie.

Circa la invasione del Regno di Napoli si dissero e si stamparono cose iperboliche sul merito militare di Garibaldi, ed hanno innalzato costui al di sopra di Turenna, di Federico II, di Napoleone I. Senza spirito partigiano vediamo quali furono le battaglie vinte dal duce rivoluzionario, e qual merito militare dimostrò da Marsala al Volturno. Per maggior comodo de' miei benevoli lettori compendierò in poche pagine la Iliade garibaldesca ricavandola da' fatti autentici, e che oggi sarebbe impudenza mettere in dubbio.

Garibaldi partì dal continente confortato dagli aiuti morali e materiali del governo sardo. Egli sbarcò a Marsala quando già sapea che la guarnigione era stata mandata a Girgenti per ordine del comando generale di Palermo: quella guarnigione a piedi comandata dal colonnello Francesco Donati sembrò pericolosa allo sbarco garibaldesco e due giorni prima fu mandata altrove. Due legni inglesi fecero la spia contro i regï, e protessero lo sbarco di Garibaldi. Tre piroscafi di guerra napoletani che si trovavano in crociera nelle acque di Marsala, presero il largo fino che non si fosse effettuito quello sbarco. Uno di quei piroscafi, il Capri, era comandato da Marino Caracciolo, che poi, come rilevasi dalla Difesa Nazionale di Tommaso Cava, a pag. 101, volle tenuto al fonte battesimale un figlio da Garibaldi, e costui memore de' servizii ricevuti da quello in Marsala, accettò con piacere di farsi compare col primo che tradì Francesco II. Marino Caracciolo è quello stesso che poi entrò il primo nel forte di Baia e prese possesso a nome del compare. Un altro legno era comandato da Guglielmo Acton, poi ministro del Regno d'Italia!

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Nello stesso sbarco di Marsala, tanto celebrato da' rivoluzionarii, nulla trovo di straordinario, neppure potrebbe dirsi audace.

Garibaldi a Calatafimi fu sbaragliato coi suoi mille da solo quattro compagnie dell'8° cacciatori comandate dal maggiore Sforza. Ma Landi, come sapete, avea accomodati gli affari suoi, quando vide il compare Garibaldi a mal partito per la disobbedienza di Sforza, volendo riparare il mal fatto di costui, fuggì verso Palermo col resto della grossa brigata di 3000 uomini, lasciando le quattro compagnie senza munizioni, e senza avvertirle della sua fuga. Sin'oggi i garibaldini strombazzano che vinsero a Calatafimi, mentre furono battuti da sole quattro compagnie che non oltrepassavano cinquecento uomini, e costoro s'impossessarono pure della loro tanto celebrata bandiera di Montevideo.

Garibaldi appena assalito al Parco fuggì in disordine assieme a' suoi; e vedendosi abbandonato dalla squadre siciliane, volea gettarsi su' monti per aspettare il tempo e l'occasione d'imbarcarsi sul continente. I suoi ammiratori dicono che quella fu una gran manovra militare per ingannare i regï, ma si sà, e lo pubblicarono gli stessi garibaldini, che il loro duce era scoraggiato, ed avea abbandonato il progetto di entrare in Palermo. Crispi e il Turr cominciarono a persuaderlo della necessità di entrare audacemente in Palermo: e il comitato rivoluzionario di quella città finì di convincerlo, con fargli conoscere che avea delle pratiche con qualche duce regio, e che costui gli avrebbe lasciate libere le Porte di S. Antonino, e di Termini per entrare in Città comodamente. Difatti la sera precedente ad onta che il generale Lanza sapesse che Garibaldi dovea entrare la mattina seguente in Palermo da quelle porte, non solo richiamò attorno a sè al palazzo reale la brigata Colonna che campeggiava fuori le porte di Termini, e S. Antonino, ma sguarnì di truppa quelle due porte; alla prima lasciò 59 soldati del 9° di linea, alla seconda 260 reclute del 2° cacciatori, che ancora non sapeano maneggiare il fucile. Non trovo nulla di estraordinario che Garibaldi confortato dalle buone disposizioni di Lanza a suo riguardo, sia entrato da quelle due porte con quattromila uomini tra garibaldini e squadre siciliane.

Il generalissimo Lanza invece di combattere validamente l'invasore, avendo a sua disposizione ventiduemila uomini, prima lo lasciò fortificare con ripari e barricate, poi mandò drappelli di soldati per combatterlo, e quando costoro arrecavano danni agli invasori era solerte a richiamarli indietro. Lanza per rendere un maggior servizio alla rivoluzione, bombardò Palermo senza necessità e senza scopo militare, indi pregò Garibaldi per un armistizio, che finì poi con l'abbandono di Palermo e dell'Isola.

Il 30 maggio la sola brigata Meckel sbaragliò tutti i rivoluzionarii fortificati in Palermo. Garibaldi era perduto, gridava: tradimento! sono stato tradito! Ricorse al generale Lanza per salvarsi da' soldati di Meckel, e quel Generale trattenne il braccio di costui che stava già per stritolare Garibaldi e tutti i suoi. Dopo questi fatti, Lanza senza far bruciare una cartuccia da' ventiseimila soldati che avea sotto i suoi ordini, e che fremeano di battersi, abbandonò Palermo e la Sicilia a Garibaldi!

L'entrata di Garibaldi in Palermo si celebra da' rivoluzionarii come una gran vittoria militare,
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è un'impudenza mentire con tanta sfacciataggine: lo credono i gonzi, e coloro che non sanno o non vogliono sapere i fatti di quella tragicomedia.

Il Dittatore della Sicilia vinse a Milazzo, cioè con ottomila uomini tra garibaldini e truppa piemontese in camicia rossa, oltre delle squadre siciliane, dopo otto ore di combattimento fece ritirare nel castello mille soldati napoletani. Che Garibaldi avea in Milazzo ottomila uomini tra garibaldini e truppa piemontese, lo disse egli medesimo al comandante del vapore francese il Protis; che Bosco oppose soli mille uomini, si rileva dal documento che riportai a pag.109. È da osservarsi poi che Garibaldi oltre della superiorità del numero avea una flottiglia che bersagliava i regï in Milazzo, ed avea l'appoggio morale in Messina da Clary, ed in Napoli da' ministri liberali, D. Liborio e Pianelli. E da osservarsi ancora che il merito del fatto d'ami di Milazzo è tutto dovuto a Medici e Cosenz; sin dal principio della pugna Garibaldi lasciò il campo di battaglia e se ne andò sul Veloce.Nulla dunque si rileva di estraordinario per parte di Garibaldi circa il fatto d'armi di Milazzo, ma trovo estraordinario solamente che mille soldati napoletani lottarono 8 ore contro tutta la rivoluzione cosmopolita, e dopo di avere uccisi ottocento garibaldini, in bell'ordine si ritirarono nel castello di Milazzo, ed era ciò secondo le istruzioni di Clary date a Bosco. Garibaldi assalendo i regï in Milazzo era certo del fatto suo, dappoichè se da Messina o da Napoli fossero arrivati altri tre o quattro Battaglioni, la rivoluzione sarebbe stata distrutta anzichè acquistar forza morale e materiale. Sino a Milazzo non trovo dunque alcun fatto che dimostra essere Garibaldi un generale di qualche merito.

In Calabria, il Dittatore non sostenne alcun fatto d'armi importante; il suo passaggio sul continente calabro fu agevolato e protetto dalla squadra sarda, e da quella napoletana, e lo dimostra la 2a parte del Diario di Persano. Il fatto d'armi di Reggio o sia scaramuccia, fa poco onore a Garibaldi: costui fece assalire tre compagnie mentre dormivano sicure di non essere molestate, ignorando il tradimento del proprio generale Gallotti; e perché il prode colonnello Dusmet si oppose all'irrompente piena de' nemici che si riversavano nella piazza del duomo per opprimere i suoi soldati dormienti, è assassinato assieme al figlio...!

Dopo la scaramuccia della piazza del Duomo, i garibaldini ne sostennero un'altra finta contro il Castello di Reggio: sicuri che il comandante generale Gallotti avrebbe ceduto quando essi l'avessero desiderato, avendogli lasciata in ostaggio la sua famiglia.

Sul lido reggiamo e sopra que' vicini monti, Garibaldi sostenne insignificanti scaramucce, avendosi comprato il generale Briganti comandante una brigata, ed avendo anche a fronte il colonnello Ruiz con un'altra brigata, il quale dimostrava una inqualificabile condotta con far di tutto che i suoi soldati non combattessero, anzi, che si sbandassero. Quando Garibaldi, mercè i tradimenti di Briganti ed il contenersi equivoco di Ruiz, ebbe libero il passo, corse con tutte le sue forze ad opprimere la piccola brigata Melendez sul Piale. Melendez sicuro che Briganti e Ruiz avrebbero combattuto Garibaldi, si credea sicuro sul Piale, e giudicava opportuna la sua

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posizione ed accorrere al bisogno per appoggiare l'altre due brigate. Quando meno lo pensava si vede circondato da numerosi nemici, i quali gl'intimano di rendersi, facendogli conoscere, che le brigate di Briganti e Ruiz già si erano sbandate, e che Vial non potea soccorrerlo. Melendez dopo di aver tentato tutti i mezzi di salvare la sua brigata, fu costretto rendersi pel tradimento de' suoi colleghi, e per l'inazione del comandante in capo Vial.

Fin qui non trovo nessuna azione militare di Garibaldi che lo dimostri un mediocre Generale, esso disarmava e sottometteva tre brigate non con le armi e col valore, ma coi mezzi morali...

Garibaldi, nella Provincia di Reggio non trovando più soldati, non già da combattere, ma da farli vendere e tradire da' propri Generali, marcia alla volta di Napoli. Sul suo cammino raggiunge un corpo di esercito comandato dal generale Ghio, il quale avrebbe potuto batterlo e sbaragliarlo, invece, senza colpo ferire, gli consegna quel corpo di esercito di 12 in 14 mila uomini, e si mette agli ordini del Dittatore...! Caldarelli, in Cosenza senza neppure vedere i garibaldini, fa con un messo una capitolazione e marcia con la sua brigata di conserva col nemico.

Il campo di Salerno fu tolto per le male arti de' nemici del Re, e per la dabbenaggine degli amici; e così Garibaldi giunse a Napoli, senza aver bisogno delle sue masse!

In tutta questa campagna militare del Dittatore non trovo né scienza militare qualunque, né coraggio guerriero, ma soli mezzi morali, cioè viltà, infamie e tradimenti.

Trovo però che Garibaldi, ad onta che fosse in possesso del ricco Reame delle Due Sicilie, avendo acquistata forza morale e materiale; ad onta dell'ostinazione di Ritucci a non volerlo molestare, fece cattivissima prova militare nella guerra del Volturno. In effetti quando il 1° ottobre fu attaccato in campale battaglia mal diretta, e peggio eseguita, salvo il valore di speciali individui, egli si ridusse a domandar soccorso all'esercito Piemontese; non giudicando sufficienti i battaglioni sardi che avea a sua disposizione: tutto questo glielo rinfacciò poi pubblicamente il generale Cialdini. Son questi fatti inappuntabili, e volerli negare o travisare sarebbe impudenza.

Conchiudo con ripetere quello che dissi ragionando de' fatti di Calabria, cioè che Garibaldi sarà un grand'uomo, che supera in istrategia e coraggio i più rinomati Generali d'Europa; il fatto si è che nell'invasione del Reame di Napoli nulla operò di estraordinario militarmente; e tutto quello che egli fece l'avrebbe fatto un uomo qualunque dotato di talenti non estraordinarii se avesse avuto i suoi mezzi.

So che questo mio giudizio non andrà a sangue agli ammiratori ciechi di Garibaldi; ma dopo 15 anni gli uomini di senno non giudicano più sulle notizie a sensation del 1860, al contrario valutano gli uomini di quel tempo con la realtà de' fatti compiuti. Valga per tutto vedere oggi Garibaldi Deputato di Parlamento italiano.

TERZA EPOCA L'INVASIONE

PIEMONTESE

Da Capua a Mola di Gaeta

CAPITOLO XXXVI


Prima che le Camere sarde avessero decretata l'annessione del Reame di Napoli al Piemonte, prima che si facesse il Plebiscito, il ministro Farini, che trovavasi ad Ancona presso il Re Vittorio Emmanuele, lanciò un manifesto in data del 9 ottobre firmato dal suo Sovrano e da lui. Si dovea annettere il Regno delle Due Sicilie al Piemonte, si dovea far la guerra ad un re amico, e siccome mancavano i pretesti, il ministro Farini credette trovarli nel seguente proclama, che essendo assai lungo annoierebbe i lettori se volessi qui tutto trascriverlo, quindi mi limiterò a compendiarlo ove tratta delle cose d'Italia in generale, e riporterò la parte che riguarda tassativamente il Reame di Napoli.

In quel proclama o manifesto, il Farini comincia a far dire dal Re di Piemonte a popoli delle Due Sicilie, che costoro avendo mutato in suo nome lo stato, ed avendogli mandati degli oratori per annettere il Regno al Piemonte, spiega le ragioni che lo guidano ad accettare l'annessione. Poi fa la storia politica del Piemonte, cominciando da Carlo Alberto sin da quando questo sovrano diede la costituzione: e dimostra che il benessere ed il buon governo di quel Regno attirarono gli altri Stati d'Italia ad unirsi. Dice che mandò soldati in Crimea per fare entrare il dritto d'Italia nella realtà de' fatti, e negli interessi europei. Che nel Congresso di Parigi parlò la prima volta a nome di tutta Italia, palesando i dolori degli Italiani: e che il suo magnanimo alleato Napoleone III sentì che la causa italiana era degna della grande nazione francese.

Accenna a' consigli schietti e risoluti dati in diverse epoche a coloro che vollero essergli nemici, cioè a' Principi italiani e al Papa, scongiurandoli ad incontrare il pericolo che il loro accecamento avrebbe fatto correre a' troni. Dice che fece offerta di assumete il Vicariato delle Marche e dell'Umbria, ed in cambio il Papa creò un esercito di mercenarii. Dà le ragioni per cui accettò le annessioni de' ducati, e perché invase le province della Chiesa, cioè per distruggere l'anarchia e restaurare l'ordine morale.

Che al Re Francesco II offerse alleanza per la guerra dell'indipendenza, ma trovò

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gli animi chiusi ad ogni affetto italiano, e gl'intelletti abbuiati dalle passioni.

Encomia i volontarii italiani che corsero sotto la sabauda bandiera, e gli diedero il diritto di parlare a nome degli Italiani, già acconci a governarsi da sè. Quel lunghissimo manifesto conchiude: «Era naturale che i fatti succeduti nel centro e nel settentrione della penisola sollevassero più e più gli animi nelle parti meridionali. In Sicilia fu aperta rivolta; là si combattea per la libertà, quando un prode guerriero devoto all'Italia ed a me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto.

Erano italiani e non poteva, non dovea trattenerli.

La caduta del governo di Napoli raffermò quello ch'io sapevo, cioè quanto sia necessario al re l'amore, a'governi la stima de'popoli. Ma alla politica rappresentata in mio nome, e tutta Italia ha temuto che all'ombra di una gloriosa popolarità si rannodasse una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale alla chimera del fanatismo ambizioso. Tutti gl'italiani si son volti a me, perché scongiurassi questo pericolo. Era mio debito il farlo; che ora non moderazione, non senno sarebbe, ma fiacchezza ed imprudenza, il non pigliare con ferma mano la direzione del moto nazionale, del quale sono responsabile avanti l'Europa. Mandai soldati nelle Marche e nell'Umbria a sperdere quell'accozzaglia di gente d'ogni paese, e d'ogni lingua che vi s'era accolta; nuova foggia d'intervento straniero e la peggiore. Proclamai l'Italia degli italiani, e non permetterò che diventi nido di sette cosmopolite per tramar disegni di reazione e demagogia.

Popoli dell'Italia meridionale! le mie truppe s'avanzano tra voi per raffermare l'ordine. Non vengo a imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra, voi potete liberamente manifestarla. La Provvidenza che protegge il giusto ispirerà il voto che deporrete nell'urne. Qualunque sia la gravità degli eventi, attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile, e quello della Storia, perocchè ho coscienza di compiere doveri di re e d'Italiano. In Europa la mia politica non sarà inutile a riconciliare il progresso de' popoli con la stabilità delle monarchie.

In Italia so che chiudo l'êra delle rivoluzioni.»Vittorio Emmanuele Farini

Questo manifesto, sebbene firmato dal Re, è un atto governativo ed anteriore al Plebiscito; quindi potrei fare que' comenti che meriterebbe, ma dovrei entrare in tanti fatti della storia contemporanea che scottano assai, quindi è meglio tacermi. Il lettore giudicherà.

In questa terza epoca in cui ragionerò dell'invasione piemontese nel Regno di Napoli, comincia un altro genere di guerra, cioè con le truppe sarde, le quali erano buone e disciplinate, ed in nulla somigliavano a' loro duci pieni di burbanza e ferocia, segnatamente Cialdini, Pinelli, Gabriera, La rocca e de Sonnaz. Son palese al mondo civile le inumanità e barbarie che i due primi duci commisero impunemente nel disgraziato Reame di Napoli. Noi credevamo di far la guerra più regolarmente, e con più cortesia che non l'avevamo fatta con Garibaldi: c'ingannammo. Garibaldi è un vero eroe a fronte di Cialdini e Pinelli: quel condottiero di rivoluzionarii, sia per calcolo, sia per generosità d'animo tante volte usò delle cortesie coi suoi nemici.

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Per l'opposto que' due Generali, Attila novelli, aveano in corpo la fucilomania, e la pazza idea di distinguersi con atti della più ributtante scortesia e barbarie.

Essi abusavano perché sicuri che l'esercito napoletano non potea lor rendere la pariglia, essendo condannato a soccombere per una trista politica, affranto di fatighe, a metà disorganizzato, senza capi risoluti che davvero volessero far la guerra; quindi il coraggio che mostravano taluni Generali piemontesi era quello de' bravi codardi quando han mezzi di opprimere il debole e lo sventurato!

Il 12 ottobre Cialdini entrò nel Regno di Napoli con ottomila uomini, cioè un giorno dopo la decisione della camera torinese, e prima del voto del Senato. Altri dieci mila Piemontesi entrarono per la via di Pescara e poi altri ancora.

Re V. Emmanuele vide a Grottammare i 25 Napoletani che lo pregarono volesse rimettere l'ordine nel Regno. Era il 15 ottobre sul mezzodì, ed Egli entrò in questo Reame, e fu ricevuto sul ponte del Tronto dal governatore de' Virgili, messo a quel posto da D. Liborio Romano quando costui era un Ministro di Francesco II, e dal disertore ed ingrato generale de Benedictis. Il 17 giunse a Chieti, la dimane a Teramo, il 19 a Popoli, indi si congiunse con Cialdini.

Il generale in capo Ritucci pensò a ritirarsi con tutto l'esercito a Teano, ed indi passare sull'altra naturale linea di difesa, il Garigliano; e all'uopo diede le disposizioni perché si disarmassero tutte le batterie alzate sul Volturno; disponendo che tutta la truppa marciasse alla volta di Teano, ov'era il brigadiere Echanizt con una divisione.

Ritucci mandò a Calvi il colonnello d'Orgemont con una brigata; ordinò a Meckel che lasciasse Caiazzo, e si trasferisse anche a Teano, o per la via di Triflisco, o per quella Piedimonte d'Alife. Ordinò al generale Colonna che con la sua divisione si scaglionasse presso Spartimento. A capi di corpi, colonnelli Andrea Marra e de Lozza (il generale di costoro era ammalato in Capua), diede ordine che marciassero per Teano; e la divisione di cavalleria che si scaglionasse presso Spartimento. In ultimo che la brigata Polizzy marciasse alla retroguardia di tutto l'esercito.

Dopo che Ritucci dispose ogni cosa, scrisse al Governatore di Capua, Salzano, di difendere quella Piazza con le truppe che la presidiavano; ve n'erano molte, circa novemila uomini, e tra gli altri reggimenti il 9° di linea e il 10°, che tutti e due si erano distinti in tutta la guerra per fedeltà e bravura.

Trovavasi in S. Germano il generale Scotti, con alta missione politica e finanziaria: egli si avvicinò ad Isernia. Avea sotto il suo comando poca gente, cioè 240 volontarii e pochi gendarmi capitanati dal tenentecolonnello de Liguori; questa poca forza gli era stata data per proteggere le popolazioni dalle intemperanze e soprusi de' rivoluzionarii contro que' paesi. Scotti non volle credere agli avvisi di de Liguori, il quale aveagli fatto conoscere che alla Vandra era giunto un corpo di esercito piemontese. A questo avviso avrebbe dovuto correre per occupare la forte posizione del Macerone, dove con poca gente si potea tenere a segno un forte nemico, e darne conoscenza al generale in capo Ritucci. Scotti poco curandosi di tutte le notizie che riceveva conformi a quanto aveagli detto de Liguori, rimase inoperoso,

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supponendo che erano false quelle notizie, e che avea da fare con masse armate solamente. Nondimeno prese una determinazione ch'è inesplicabile, cioè a dire si recò a Venafro ov'era altra truppa per condurla ad Isernia. Si trovava in quel paese un plotone di cacciatori a cavallo comandato dal 1° tenente Paolo Vincenzo Santacroce, due cannoni guidati dall'aiutante de Felice, e dieci compagnie del 1° di linea (l'altre due erano ad Itri), comandate dal tenente colonnello Gioacchino Auriemma, uffiziale che si era ben distinto nel 1849 sotto Satriano alla riconquista della Sicilia. Auriemma ligio alla disciplina militare non volea marciare per Isernia senza l'ordine del Generale in capo; ma Scotti l'obbligò facendo uso di quella facoltà che avea di commissario estraordinario con l'alter-ego.

Scotti, la mattina del 20 ottobre, diede ordine a tutta la sua gente di salire sulla montagna del Macerone ed attaccar zuffa co' supposti rivoluzionarii. In quella sopraggiunsero tre villici tutti affannosi, e dissero al tenente Santacroce che sul Macerone era accampata molta truppa estera. Lo Scotti avvisato, non volle crederlo, anzi sgridò molto il Santacroce e gli diede del ciarlone; costui era andato alla scoperta, ed assicurava che sul Macerone vi fossero soldati piemontesi. Quel generale avea proprio la smania della incredulità, e di condurre i suoi soldati al macello: fece arrestare i tre villici come spargitori di notizie allarmanti, ed ordinò a tutti i suoi dipendenti di assalire i supposti rivoluzionarii sul Macerone: egli però rimase aspettando sulla via consolare! Quella poca truppa fu divisa in tre piccole colonne e marciò all'assalto del nemico, il quale trovavasi sopra una posizione inespugnabile.

Sul Macerone realmente era giunta parte dell'esercito piemontese; era ottomila uomini con artiglieria e cavalleria, e procedevano a grosse colonne. Comandava l'avanguardia il generale Grifini con due battaglioni di bersaglieri e due cannoni rigati. Costui appena vide la poca truppa napoletana che si avanzava, mandò incontro una squadra di rivoluzionarii per insultarla, ma costoro furono ben picchiati ed inseguiti dai soldati borbonici. Giunti i napoletani a tiro furono assaliti da tutta l'oste sarda. Il Cialdini con la brigata Regina dalla via maestra corse alla carica, e prolungava le ale del suo esercito per avviluppare i borbonici. Costoro si difesero da valorosi, ed in quello scontro ove combatteano uno contro dieci, con lo svantaggio della posizione e della sorpresa: si distinse più di tutti per bravura ed accorgimento il tenente colonnello Auriemma, che dirigeva quell'assalto; si distinsero pure i due maggiori del 1° di linea Ciccarelli e Pellegrino, il capo plotone dei cacciatori a cavallo Santacroce, l'aiutante di artiglieria de Felice, non che il tenentecolonnello de Liguori che comandava i gendarmi. Però essendo pochi di numero, ed avendo ricevuti molti danni, ripiegarono in fretta, inseguiti da' lancieri di Novara comandati dal capitano Coccolito-Mondio. Furono feriti in quell'incontro i tenenti Antignano e Giordano. Rimasero prigionieri 400 soldati del 1° di linea, ed il comandante Auriemma. I lancieri di Novara caricando i Napoletani che erano sulla via consolare fecero prigioniero il generale Scotti; mentre gli altri presero la via di Venafro. Con lo Scotti furono fatti prigionieri il colonnello Gagliardi dello Stato maggiore, il tenente-colonnello de Liguori, tre uffiziali di gendarmeria, 125 gendarmi,


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ed i due cappellani del 1° di linea Mirone e D. Oronzo Lagatta, tutti e due feriti, uno al braccio l'altro alla testa da un lanciere di Novara. De' cacciatori a cavallo rimase prigioniero il 1° tenente capo plotone Santacroce. Mentre i cavalieri piemontesi caricavano i soldati napoletani gridavano a costoro: vili, ladri, vandali: che ve ne sembra? que' lancieri, come suol dirsi, vendevano la propria merce! Strapparono di mano al tenente Santacroce uno stendardo napoletano che costui avea trovato a terra, e quello stendardo fu portato da' Piemontesi in trionfo come un gran trofeo; poi ebbero decorazioni coloro che lo aveano così conquistato!

Il resto de' soldati napoletani si ritirò per i monti di Venafro, e raggiunse il grosso dell'esercito in Teano.

Il generale Cialdini sgridò il Colonnello dello Stato Maggiore Gagliardi, perché pochi Napoletani avevano avuto l'audacia di assalire un corpo di esercito piemontese: Gagliardi avrebbe potuto dare una bella risposta a quel borioso Generale, ma taluni la presenza di spirito non la trovano sempre a proposito.

Cialdini mandò a Solmona il generale Scotti, e scrisse a suo mondo in un suo dispaccio che questo Generale con piacere acconsentiva restar suo prigioniero. Scotti scrisse poi a Cavour di aver combattuto per Francesco II, e vantavasi di averlo fatto sempre da onesto e fedele soldato.

È da osservarsi, che il valore ed il contegno militare fanno a ressa pure ad un Generale come Cialdini; e che il versatile, il cortegiano è sempre trattato secondo merita! Il generale Scotti, fu mandato prigioniero in Piemonte, e propriamente in Torino. Il tenente-colonnello Gioacchino Auriemma che si era battuto da prode, e fatto prigioniero fu mandato a Napoli sulla sua semplice parola di onore!

Cialdini scrisse al Governatore di Campobasso tutto lieto e trionfante, come se avesse vinta una grande battaglia, e conchiudeva con dirgli: «Faccia pubblicare che fucilo tutti i paesani armati: ora ho cominciato....»

Signor Generale Cialdini! con qual diritto, anche moderno, fucilavate i cittadini di questo Reame perché difendevano il patrio suolo? Il Plebiscito che si è messo a base del diritto nuovo non era ancora fatto: e voi siete stato il primo che avete trasgredita e disprezzata la parola del vostro Re, il quale avea detto undici giorni prima nel suo manifesto di Ancona che «non veniva per imporre la sua volontà a' popoli delle due Sicilie, ma per farla rispettare.» Oh! voi avete fatto lo spavaldo co' poveri paesani del Napoletano armati con arnesi rurali, e poi nel 1866, quando vi trovavate sul Po a Borgoforte, appena sentiste il rumore delle bastonate di Custoza, prudentemente ed in fretta vi ritiraste a Bologna! ed il vostro Collega La Marmora Capo del Comando generale ve ne fece un carico che destò molto scandalo. Iddio non paga il sabato! Ma paga puntualissimamente. Noi sig. Generale lo preghiamo che vi liberi d'altri simili insuccessi; dapoichè un altro insuccesso uguale a quello del 1866, di cui voi siete stato non ultima causa, come disse La Marmora, saremmo belli e spacciati. E ricordatevi che non abbiamo più il nostro magnanimo vantaggio: quel Magnanimo, dopo che fu déclassé dalla grande nazione, oggi si trova nell'altro mondo a far penitenza.

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Cialdini, mentre fucilava i paesani perché difendevano il patrio suolo, fece sentire a Ritucci per mezzo del giudice di Venafro che, se si fosse torto un capello a' prigionieri garibaldini avrebbe fatto fucilare i soldati napoletani. A buoni conti la fucilomania dovea essere privativa assoluta del sig. Cialdini...! A questa inqualificabile pretensione rispose il ministro degli esteri Casella con una nota al Corpo diplomatico residente in Gaeta dicendo: «I garibaldini, che secondo le leggi d'ogni paese, meritavano la morte, son già per regia generosità trattati umanamente, nutriti e vestiti meglio che gli stessi fedeli soldati; mentre i regï prigionieri, contro ogni diritto sono sforzati a servire il nemico. Il fucilare i paesani merita il più severo giudizio dell'Europa; la sola esistenza di tali schiere di volontarii, confessata dal nemico, mostra quanta sia la pretesa unanimità del Plebiscito. Oltre ciò il Piemonte, con questo nuovo diritto di guerra pretende creare a sè il privilegio esclusivo di adoperare il nuovo elemento di forza militare da esso inventato, cioè i volontarii. Mentre Re Francesco lascia la vita a' volontarii stranieri ed a' suoi ribelli diventati garibaldini, i Generali sardi mettono a morte i sudditi fedeli del legittimo Sovrano combattenti per la patria, e così calpestano le militari leggi che sublimano la vita del soldato.

Il borioso Cialdini, dopo di aver cominciato a fucilare i paesani, si avanzò sino a Venafro, ove rimase la notte, e fucilò tre poveri venditori ambulanti di olio, presenti le mogli di quegl'infelici, e presente pure il cappellano Lagatta. Udito però che i napoletani ingrossavano a Caianello, frettoloso ritornò ad Isernia, ed aspettò il secondo e terzo corpo di esercito condotti dal Re V. Emmanuele, il quale giunse ad Isernia il 25 ottobre. Appena riuniti i tre corpi di esercito, in tutto trentaseimila uomini, si avanzarono a Venafro, e giunsero la stessa sera del 25. Il Re alloggiò in casa di Cimorelli.

Francesco II, il 24 ottobre mandò un manifesto a' Sovrani d'Europa per mezzo del suo ministro degli esteri, nel quale svelava tutti i tranelli usati dal governo sardo per annettere a sè il Regno di Napoli, e gli sforzi da lui fatti politicamente e militarmente per salvare l'autonomia e il benessere del Reame.

Dice, che avea accettata l'alleanza col Piemonte, ma questo l'avea offerto per meglio ingannarlo; difatti gli mandò contro Garibaldi e tutta la rivoluzione cosmopolita; e che poi cambiò la sua alleanza con quella della rivoluzione, sostenuta da legioni francesi, inglesi, ungaresi, e di tutta la demagogia europea. Egli sapea che questa era una avanguardia del Piemonte, ma si fidava nella parola del Re V. Emmanuele. Quel manifesto conchiude: «Cionondimeno era fiducioso di piena vittoria, ma ecco arriva il Re di Sardegna a capo del suo esercito che passa la frontiera del Regno, percorre e sottomette le popolazioni fedeli, e manda per mare artiglierie e battaglioni. Era bastante contro la rivoluzione, e le settarie mondiali bande: ma nol potea dopo tanti compri tradimenti, privo di moneta, senza la Città capitale, e senza tanta parte del Regno; nol potea, perché vivendo come ogni altro Sovrano, fidato nella parola del Re di Piemonte, non dovea aspettarsi che gli sarebbe venuto addosso senza ragione, senza pretesto, ed in piena pace. Per sì turpi atti forse i regï soldati saranno schiacciati, e soccomberò l'indipendenza e l'antica

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Monarchia di questo paese, ma soccomberanno pure tutti i diritti, iprincipii, e le leggi su cui la sicurtà delle nazioni riposa. Le Sicilie cadute saranno prova al mondo ch'è lecito calpestare la lealtà e la giustizia, e portar prima la rivoluzione in uno Stato amico, e poi tra i legami di amistà correre a raccorre l'ereditaggio, calpestando diritti, trattati, spregiando le umane leggi, e sfidando l'opinione dell'Europa civile.»

Re Francesco avea speranza di meritare le simpatie dell'Europa civile, principalmente della Francia dopo i seguiti consigli dell'Imperatore Napoleone III. Alcuni fatti sembravano confermare le speranze del Re. Il 16 ottobre arrivò da Napoli a Gaeta il Viceammiraglio francese Barbier de Tinan con tre vascelli e l'Avviso la Muette, e partecipò al Re che avea ordine dell'Imperatore d'impedire qualunque blocco da Sperlogna al Garigliano. Dippiù, in Roma era giunta un'altra Divisione francese per essere disposta sulla frontiera del Regno, quasi a minaccia di volere operare contro i rivoluzionarii del Reame.

Il mattino del 27 ottobre comparvero presso Mondragone sei legni da guerra sardi, ed erano comandati dal Conte Albini. Barbier spiccò la Redoutable e fece tornare addietro que' sei legni; Persano avea mandata quella squadra per far dimostrazione contro Gaeta, e dichiararla in istato di blocco; ebbe però ordine da Cavour e da Farini di astenersi da qualunque ostilità, perché il padrone di Parigi così allora volea.

Anche l'Ammiraglio inglese Mundy mandò a Gaeta il Vascello Renow (quello stesso che avea dato 600 marinari cannonieri a Garibaldi per porgere a nome del suo Governo amichevoli offerte a Francesco II).

Fu troppo disonorante pe' governi di Francia e Inghilterra insultare con effimera e sleale protezione una debole vittima, un grande e nobile infortunio, usando la maschera dell'amicizia; maschera che dopo pochi giorni doveano buttar via, e mostrarsi quali in realtà erano, cioè medici assassini! Però la grande nazione francese ha pagato a carissimo prezzo la politica subdola e rivoluzionaria del suo Imperatore, ed i rivoluzionarii italiani si sdebitarono poi con essa in modo mostruoso, allora quando fu visitata dalla sventura. Chi sa, se la superba Albione verrà giorno, che dovrà pure rammentare l'iniqua sua politica!

Non mancarono proteste di verace affetto di altri Sovrani europei a favore del Re Francesco II. Il governo spagnuolo per mezzo del suo legato Coello residente in Torino, protestava a favore del Re di Napoli.

Protestava la Russia il 10 ottobre e dicea: «Il governo piemontese ha messo il colmo a tutte le violazioni del dritto delle genti.» La Prussia (allora le conveniva far da codina) protestava il 18 dello stesso mese contro il Piemonte. La Baviera dichiarava nella Gazzetta Ufficiale: «I precedenti sardi insultare il dritto, i trattati e la morale.

Cavour si rideva delle proteste de' potentati dell'Europa, perché avea con sè Napoleone III e l'Inghilterra, e sapea che gli altri Sovrani erano cinti da consiglieri settarii. L'impunità dava a Cavour l'audacia ed il coraggio de' tristi e de' vili. Egli però temea una sola potenza, l'Austria, ad onta della protezione napoleonica.

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Difatti spiava con ansia tutti i movimenti di quell'esercito, e gli atti politici del suo Imperatore; nel medesimo tempo dava ordini a Persano di tenersi pronto con la squadra per trasportare subito l'esercito sardo che trovavasi nel Regno di Napoli ne' porti dell'alta Italia. L'Imperatore d'Austria faceva allora concessioni all'Ungheria, e ciò impensieriva Cavour; maggiormente che avea mandato in Italia al comando del l'esercito l'Arciduca Alberto, e capo dello Stato Maggiore il Generale Benedeck. Il contenersi dell'Austria in que' tempi, avvelenava a Cavour la gioia de' facili trionfi riportati da' rivoluzionarii del Reame di Napoli. Quel Ministro sardo scriveva a Persano: «L'Austria ingrossa al confine: senza che si possa dire con certezza che essa mediti un'invasione, è evidente che essa si prepara, e che a Varsavia farà il possibile per congiurare ai danni dell'Italia. Quindi la necessità di far presto: di procurare che il voto dell'annessione sia il più che si può solenne ed unanime "

Nella stessa lettera raccomandava a Persano di essere prudente col Viceammiraglio francese Barbier de Tinan e con le autorità francesi.

A questa lettera ne soggiunse un'altra in data del 22 ottobre, nella quale dicea:

Ella tenga la squadra pronta a partire per l'Adriatico; faccia una leva forzata di marinai in cotesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tale effetto, ed ove ce ne sieno, li faccia fucilare. IL TEMPO DELLE GRANDI MISURE È ARRIVATO. Dica al generale Garibaldi da parte mia, che se noi siamo assaliti, io l'invito, in nome dell'Italia, ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni, per venire a combattere sul Mincio. Ad ogni modo mi mandi Turrper influire sugli Ungaresi.Cavour era un grande scellerato, ed i rivoluzionarii che si atteggiano ad umanitarii han celebrato ed encomiato quell'uomo subdolo e feroce! I disertori della squadra napoletana erano più che eroi fino a che fecero gl'interessi di Cavour, quando poi costui dovea impiegarli per servire la sua causa, ordinava di crearsi una legge speciale per fucilare coloro che non avessero voluto servirlo! E poi, con qual diritto, comando, ordinava al suo Ammiraglio di fare una leva forzata, e fucilare i renitenti, se ancora il Plebiscito non era pubblicato? Noi ci spaventiamo nel leggere i fatti di barbarie perpetrati da' conquistatori del MedioEvo, ma quelli erano conseguenti al principio di conquista, e non aveano l'impudenza di dire che assassinavano i popoli perché costoro il volessero. Ma pe' rigeneratori?...

Per far conoscere quale opinione avesse il ministro Cavour, cioè il governo sardo, degli uffiziali traditori della flotta napoletana, è necessario che qui io trascriva alcuni brani di una lettera di quel ministro, ed un telegramma diretto a Persano. Nella lettera del 26 ottobre 2860, (Diario parte 4a pag.77), così Cavour scrive a Persano: «Mi duole di aver dovuto manifestarle, per mezzo del telegrafo, la mia disapprovazione relativa alle nomine che si son fatte nella marina napoletana, e per la scelta del sig. Sandri ad Aiutante generale....

Nominando degli Ammiragli, de' capitani di vascello, degli uffiziali superiori napoletani, si disordina la nostra marina, si provoca il ritiro de' nostri migliori uffiziali. Io certo non vi consentirò giammai. Quindi le dichiaro, che consiglierò il Re

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di non riconoscere in modo assoluto le promozioni fatte dal generale Garibaldi, ma di sottoporle ad una Commissione di squittinio. Ove questo consiglio non venisse accolto, mi ritirerei immediatamente. Ma non sarà detto che, sotto la mia amministrazione, i bravi nostri uffiziali, che navigano da tanti anni, e si sono battuti, (con chi? forse a Genova ed Ancona? meglio non rammentarlo!) sieno posposti a chi non si è battuto mai ed ha navigato poco.Piola ha fatto bene a dare la sua dimissione; gli manifesti la mia piena soddisfazione.»

Indi dice delle parole poco onorevoli pel sig. Sandri. Avete inteso, signori felloni, che tradiste il vostro Re e la vostra Patria, come vi giudicò Cavour? è il dovuto guiderdone a' traditori. Sentite ora come vi giudicava circa la vostra istruzione e bravura. In un telegramma dello stesso 26 ottobre diretto a Persano dicea: «Le manderò il piano di Gaeta, intanto si valga delle nozioni su quella piazza che devono saperle dare gli ufficiali di cotesta marina napoletana, non essendo possibile che tra tanti uffiziali superiori creati dal generale Garibaldi, non se ne trovi qualcheduno che conosca Gaeta. Ordini loro di seguirla, e faccia sentire l'odore della polvere a molti di que' signori che spassandosi per via Toledo vorrebbero prendere il passo sui nostri uffiziali.Bravo Cavour....! almeno ha reso giustizia una volta col dire, che il tradimento se piace a' pari suoi, i traditori son sempre disprezzati e derisi.

Francesco II, udito che Cialdini si trovasse a Venafro, il 22 ordinò a Ritucci di assalirlo, ma Cialdini benchè avesse ottomila uomini, conoscendo non potersi sostenere in quella posizione, come già ho detto, retrocesse ad Isernia perché in forte posizione. La vera causa della lentezza e de' pretesti di alcuni duci napoletani a far la guerra al Piemonte, era la paura di compromettersi per l'avvenire. L'esercito napoletano, anche nello stato in cui era ridotto, avrebbe potuto cogliere tante opportunità per combattere con vantaggio l'esercito sardo. I soldati però che non aveano nulla da perdere, si voleano battere risolutamente contro un nemico poco generoso e giusto. Militarmente parlando, non fu una risoluzione onorevole perdere un Regno senza venire a campale battaglia; quando non altro, si avrebbe potuto contrastare il passo al nemico tra Isernia e Venafro. I risultati della guerra son sempre impreveduti, e noi ne abbiamo migliaia di esempii nelle storie antiche e moderne. Se i Piemontesi avessero ricevuta una piccola rotta, non so che sarebbe loro accaduto in mezzo a quelle popolazioni ostili ed adirate.

Questo mio giudizio è conforme a quello del Direttore della guerra, generale Antonio Ulloa, il quale in un memorandum diretto al Re, dopo di avere esaminate le condizioni de' due eserciti belligeranti, censura il generale in capo Salzano, perché costui abbandonò Teano al nemico. Era una disgrazia! col cambiare di duci, non si cambiava di sistema. La gran tattica militare di quasi tutti i Generali napoletani era, o la difensiva, o la ritirata, e questa era preferita a quella.

I soldati, vedendo correre a Teano le popolazioni di que' paesi ove passava la truppa sarda, e chiedere protezioni dell'esercito nazionale, osservando che i nostri duci non davano alcuna disposizione di guerra, cominciarono a mormorare, e principalmente contro il generale Ritucci.

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Fu allora, che il Re, sia per queste voci, sia per altre ragioni, chiamò a sè Ritucci in S. Agata, parlogli amorevolmente, manifestandogli la sua stima pel valore e la fedeltà dimostrata in quella disgraziata guerra,

ma gli disse che era necessario toglierlo dal comando in capo. In effetto fu messo a capo dell'esercito il generale Salzano. Non era costui un Generale di mente elevata, ma avea il solo merito che in Palermo si era mostrato attivo e fedele. Salzano riunì in consiglio i duci suoi dipendenti, e quasi all'unanimità decisero di ritirare l'esercito tra Cascano e Sessa, dappoichè, diceano, Teano non era una posizione vantaggiosa, potendo essere assalita da due punti, cioè da Bellona e da Venafro. Quando si trattava di retrocedere verso il non plus ultra, cioè verso Gaeta, si trovavano subito le ragioni, e la maggior parte de' duci erano di accordo nel dare ragione all'inazione di Ritucci. Il Re approvò la decisione de' Generali di abbandonare Teano.

Cialdini avea delle pratiche con alcuni duci napolitani, ed aveali tentati a capitolare; però avendo inteso che al Ritucci fu surrogato Salzano nel comando in capo, il 24 scrisse a costui e l'invitò ad un abboccamento. Salzano mandò al Re quella lettera, e domandò se avesse potuto conferire col nemico; la risposta fu affermativa.

I due duci si riunirono il 25 tra la congiunzione delle strade di S. Germano e Venafro. Salzano era accompagnato dal tenentecolonnello delli Franci dello Stato Maggiore, dal suo Aiutante di Campo, e da un plotone di cacciatori a cavallo, quali cacciatori li lasciò addietro appena incontrò la cavalleria garibaldina, avvertendo il comandante di questa che que' cacciatori erano la sua scorta.

I due Generali si riunirono verso il tramontar del Sole al luogo designato; e dopo le cortesie d'uso, Cialdini con un preambolo magnificò a Salzano il coraggio e il valore delle sue truppe, gli parlò dell'Italia una e del Plebiscito; gli disse il gran benessere, le ricchezze e la potenza a cui erano chiamati gl'Italiani col nuovo ordine di cose. Gli parlò dell'inutilità di fargli la guerra; Francesco II, essere a mal partito, ed in forza del Plebiscito non essere più Re. (Ancora non si conosceano i risultati del Plebiscito, ma esso sapea....) Conchiuse che i Napoletani deponessero le armi, che il Re V. Emmanuele assicurerebbe soldi e gradi a tutti gli uffiziali. Salzano rispose essere maravigliato di vedere il Reame invaso senza intimazione di guerra, senza plausibili ragioni, anzi violando il diritto delle genti, e tutto ciò venire da una potenza amica. Maravigliarsi poi che un soldato di re a soldato d'altro re consigliasse diserzioni e tradimenti; egli ed i suoi dipendenti, fidi al giuramento e al diritto, farebbero il debito loro, ancora che dovessero soccombere, essendo all'infamia preferibile sempre la virtù sventurata. Cialdini, cui forse tali sensi di onesto condottiero erano ignoti, si mostrò corrucciato, e i due Generali si divisero da nemici.

Intanto, Salzano nel ritorno, non trovò la sua scorta. I garibaldini aveano invitato a bere del vino a' cacciatori a cavallo, e in quella gli rubarono gli animali; e perché i cacciatori se ne dolsero, li menarono prigionieri alle Fratte! Salzano altamente si lamentò con i Piemontesi, e scrisse a Cialdini di rendergli quel plotone di cacciatori, dappoichè l'essersi impossessato fraudolentemente de' cavalli e l'aver menati in prigione i cavalieri, era un mancare bassamente alla fede fra parlamentarii: sprecò il fiato!

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Quel furto di cavalli fu ritenuto come un fatto compiuto, faciente parte della grande annessione....! Si restituirono poi i soli cacciatori e disarmati. Sembrano fatti incredibili, ma son veri. Intanto i Piemontesi erano i civilizzatori, i Napoletani i retrogradi!

CAPITOLO XXXVII

Rimasto libero il Volturno a' garibaldini, costoro rifecero il ponte di Formicola e lo passarono il 25 ottobre.

Il primo a traversarlo fu Medici con la sua divisione, poi quella di Bixio, ed in seguito le altre di Eber, Rustow, e la legione inglese; e siccome il ponte fu malamente ricostruito non vi poterono passare i carri e l'artiglieria. I garibaldini che passarono sulla diritta sponda del Volturno non oltrepassavano i cinquemila con cento cavalieri; ed era quella la migliore gente che avea Garibaldi composta tutta di stranieri!

Quelle Divisioni passarono le strette vie di Bellona e Vitolaccio, ed ivi fecero prigionieri un centinaio di soldati ammalati e qualche soldato svizzero rimasto volontariamente indietro.

Bixio, vicino Bellona, cadde dal cavallo in una pozzanghera, e si ruppe una gamba: fu condotto a Napoli nel Palazzo del Principe d'Angri; gli altri la sera accamparono a Caianello, ma i cento cavalieri spinti avanti, fecero quella bravura co' cacciatori a cavallo!....

Cavour avea scritto a Persano che consigliasse Garibaldi a farsi incontro al Re Vittorio Emmanuele per rendergli omaggio; ed anche il Ministro Farini spiccò un telegramma al Dittatore e davagli lo stesso consiglio; perciò costui si mosse co' suoi fidi alla volta di Venafro donde veniva il Re.

Garibaldi, la mattina del 26, incontrò Cialdini presso Vairano, e da Missore che avea mandato avanti, seppe che il Re era poco discosto; allora lasciò la sua gente, ed avanzatosi sulla via consolare che mena da Vairano a Marzenello incontrò V. Emmanuele; al quale disse: Saluto il Re d'Italia; e il Re gli rispose un secco: grazie!Il Re volle essere accompagnato a Teano dallo stesso Garibaldi, e da una scorta di garibaldini. I soldati piemontesi al vedere le camicie rosse cominciarono a mormorare; il Dittatore accorgendosene diede ordine alla sua scorta di retrocedere a Calvi.

Garibaldi rivide e guardò in cagnesco i suoi vecchi amici, cioè Cialdini e Farini, e capì che costoro venivano a detronizzarlo. La stessa sera volle ritornare a Calvi, ed è da supporsi col cuore affranto, prevedendo la sua non lontana esautorazione.

Quella sera il Re dormì a Teano.

Rustow racconta che in quella spedizione garibaldesca, furono accompagnati da due famose Frini, una inglese, l'altra italiana, le quali cordialmente si odiavano, a causa che la straniera era più accetta a Garibaldi; epperò l'altra avea titolo di

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Contessa ed intendeva ottener preferenza. Al ritorno di quella spedizione, il poco previdente Dittatore permise che quelle due donne fossero messe insieme in una stessa carrozza, nella quale avvennero scene buffe. Le due donne, dalle parole passarono alle vie di fatto: si tirarono i capelli, si diedero pugni, calci, e pure qualche morso; bisognò dividerle, dando agli stessi garibaldini argomento da ridere sgangheratamente. Per ordine del Dittatore una fu lasciata nella carrozza, e l'altra messa accanto al cocchiere. Indovinate chi andò in serpa? la Contessa, l'italiana! Oh Garibaldi! anche in queste inezie preferisti gli stranieri!

V. Emmanuele dopo il fatto d'armi di S. Maria la Piana e S. Giuliano, che appresso racconterò, si era avanzato sino a Sessa, e mentre ivi riordinavasi l'esercito, egli retrocesse verso Capua, ov'era il resto de' soldati piemontesi. Tra Sparanisi e Calvi trovavasi la legione inglese, tutta composta di gente voracissima e di beoni, che saccheggiavano polli, pecore, porci, ed andavan pure a caccia di gatti per ucciderli e mangiarseli! né il loro comandante Peard potea frenarli, dicendo, scioccamente, che lo vietavano le leggi inglesi. Il 27 passando il re presso Calvi con seguito di soldati piemontesi, gli Inglesi presero questi per truppa borbonica, e lor fecero addosso una scarica di fucilate, le quali, per fortuna, perché tratte sbadatamente e da gente ubbriaca, andarono fallite. Garibaldi si vergognò del disordine de' suoi, egli che ne volea fare bella mostra innanzi al re: incollerì, tanto che fece condannare a morte due Inglesi, ad onta che Peard citasse a sproposito le leggi del suo paese.

Il Dittatore alla fine si placò (se si fosse trattato della sua pelle, chi sa, li avrebbe fatto gettare da qualche precipizio per far loro rompere il collo), fece grazia a que' due condannati a morte.

Il re passò il fiume sulla via di S. Angelo, giunse sino al quadrivio, ove vide la sua gente schierata, e la medesima sera ritornò a Sessa. Ivi firmò il decreto col quale nominò Garibaldi generale di armata, e gli diede la gran croce dell'Annunziata. Garibaldi ricusò tutto; i suoi amici lodarono tanta modestia: alcuni però dissero che fu superbia, perché avrebbe voluto fare da Dittatore perpetuo, per impartire onori e gradi, sdegnando riceverli da' Sovrani.

Capua fu cinta di assedio; il generale La Rocca, sin dal 22 ottobre avea preso il comando dell'esercito assediante, e il generale Menabrea il comando degli uomini pei lavori del genio. Erano in quella Piazza forte più di novemila uomini di guarnigione, tre squadroni di carabinieri, quattro pezzi di campo, cinquecento artiglieri, ed alcune compagnie di zappatori. In batteria vi erano 210 cannoni, ma roba da Medio-evo; un pezzo da 80, due da 60, e molti cannoni da 24. Mancando il danaro fu necessità imporre agli abitanti un semestre di fondiaria anticipato. Le vettovaglie erano bastanti per 50 giorni; vi era poca polvere e mal custodita, perché senza casematte. Dopo che Salzano fu chiamato a comandare l'esercito sulla linea del Garigliano, il brigadiere de Corné fu destinato a Governatore di Capua.

Il 25 ottobre, La Rocca ebbe da Napoli tutto quello che abbisognasse per l'assedio, cannoni, ordegni di guerra, una colonna comandata da Pernot, e la Divisione de' volontarii calabresi condotta dall'Avezzana, venuta da Maddaloni che occupò S. Angelo.

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Il 28 La Rocca intimò la resa di Capua al generale de Corné e l'avvertiva che, ove mai l'artiglieria sarda facesse male all'innocua popolazione, il de Corné ne sarebbe stato responsabile, come s'egli stesso la bombardasse, e che non gli concederebbe condizione alcuna al tempo della resa della piazza.

Tanta impudenza di un Generale straniero, entrato nel Regno senza dichiarazione di guerra, al certo i nostri posteri non crederanno. La Rocca venuto a braveggiare impunemente nel Reame di Napoli, chiamava responsabile de' danni ch'egli stesso avrebbe fatto ad una innocua popolazione, il Generale che difendeva una Piazza che eragli stata affidata dal proprio legittimo Re! Egli bombardava una città italiana, ed i soldati napoletani bombardati erano chiamati bombardatori! Logica nuova

di liberali annessionisti Io non desidero male ad alcuno, dico solamente il

comune adagio: Iddio non paga il sabato, ma paga. I Generali francesi commisero in Europa tante prepotenze, ma giunse il giorno in cui un'altra Potenza tanto maltrattata sotto il primo impero napoleonico, fece provar loro tutte le umiliazioni e le pene che s'infliggono a' vinti! Pare che questo modo di far la guerra era comune a' Generali sardi nel 1860. Anche Cialdini chiamava responsabile il generale Fergola comandante la Cittadella di Messina, quando gli scriveva: «che se avesse fatto danno a' nemici nel difendere quella Piazza, egli lo avrebbe consegnato poi al furore popolare qual vile assassino.

né si potrebbe qui ammettere la ragione che i Generali napoletani non avessero alcuna speranza di vincere difendendo le piazze a loro affidate, attese le condizioni in cui trovavasi il Reame. Conciosiachè è massima di guerra che un Generale assediato in una Piazza, altro non deve sapere e vedere che la portata de' suoi cannoni. Pietro Colletta nella sua storia elogia il generale napoletano Begani, comandante la fortezza di Gaeta nel 1815, il quale combattea per Murat, malgrado che costui avesse abbandonato il Regno e fosse ritornato in Francia. Begani cedette Gaeta dopo la battaglia di Vaterloo, quando in tutta Europa i tre colori erano stati abbassati; e vedete, caso strano, sventolavano solamente sopra i nudi sassi di Torre Orlando in Gaeta! Il Colletta soggiunge, che Begani fu punito da Ferdinando I per quella inutile resistenza, ma che fu premiato dalla fama. Quello che si loda in un Generale, così detto liberale, sebbene Murat non fu Re liberale, è poi un delitto in un altro al servizio di un re legittimo. Però lo storico Colletta, il girella politico, mentisce sfacciatamente quando afferma che Ferdinando I avesse punito il murattiano generale Begani. Si sa che quel sovrano diede al Begani una pensione, e quando costui morì, onorò la vedova, e diede a' suoi figli cinquanta ducati mensili. Si sà pure che Colletta si fece scrivere la storia-libello da Pietro Giordano per calunniare i Borboni, in compenso di averlo perdonato per ben tre volte, dandogli gradi e potere, malgrado ch'egli si fosse ribellato al proprio Sovrano nella repubblica partenopea del 1798, sotto il primo impero al 1806, e finalmente nella rivoluzione militare del 1820! Pietro Colletta, tanto celebrato da' rivoluzionarii, fu lo schiavo de' francesi, e con costoro combattea contro i napoletani suoi compatriotti! I rivoluzionari che hanno per decoro e per patria il proprio tornaconto, alzarono una statua a quello storico prestanome.


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Leggete quello che scrisse il Principe di Canosa sul conto di Pietro Colletta, ma Canosa era borbonico, e quindi ignorante e bugiardo, secondo i liberali.

Dopo le minacce del La Rocca, de Corné tenne consiglio, e sulle nobili, sagaci, e ferme riflessioni del generale, Gaetano d'Ambrosio, si decise di difendere Capua. Si ordinarono tre sortite dalla Piazza; il 28, 29 e 30 ottobre vi furono diverse scaramucce, massimamente dalla parte di S. Angelo.

In quelle sortite, dirette dal capitano Tommaso Cava dello Stato Maggiore, molti uffiziali e soldati si distinsero per bravura ed intelligenza, e più di tutti il suddetto Capitano Cava, e il 1° tenente Giuseppe Taleschi comandante tre plotoni di Carabinieri a cavallo; questo prode e fedele uffiziale, che si era sempre distinto, diede una brillante carica al nemico, ed appoggiò la fanteria dei foraggiatori. Si distinsero pure l'alfiere Spetrini anche de' carabinieri, ed ebbe il cavallo ferito; il tenente Acerbo dello Stato Maggiore, ed il tenente Mevi della frazione del 4° di linea. I sopra nominati uffiziali li trovo molto lodati in un documento scritto dal Governatore di Capua generale de Corné, e con la determinazione di darne conoscenza al Re.

Il sergente del 2° squadrone de' carabinieri a cavallo, Angelo Sabia, il 1° novembre ritornava da Piedimonte ove era andato con 25 cavalieri per iscortare due carri d'armi: al ritorno, nel Poligono di Capua, fu assalito e caricato dalla cavalleria piemontese; ma quel sergente, da prode tenne fermo contro nemici di gran lunga superiori in numero; si aprì il passo con la forza, ed entrò in Capua assieme a' suoi dipendenti!

I rivoluzionarii che erano dentro Capua, udendo che de Corné si era deciso alla resistenza contro gli assedianti, cominciarono a sobillare i soldati, mettendoli in sospetto contro gli uffiziali acciò ne avvenisse una rivolta militare; ma i soldati e gli uffiziali sprezzarono quelle male arti degne di satanici liberatori; dappoichè una rivolta militare dentro Capua sarebbe stata anche fatale ai rivoluzionarii.

Il Sindaco di quella Città protestò che non avea farina per isfamare la popolazione, quantunque vi fosse molto grano. De Corné ordinò al colonnello di artiglieria campanella, che trovasse il modo di molire il grano, e costui lo trovò a dispetto dello zelo importuno di quel Sindaco modello.

Il generale La Rocca fece costruire sei batterie alla distanza di tremila metri, con terrapieni e spalleggiamenti, e dagli stessi uffiziali napoletani disertori. Quelle batterie erano divise sulle due sponde del fiume. Quando tutto fu pronto si diede il segnale del bombardamento, issando la bandiera rossa. Garibaldi non volle trovarsi presente al bombardamento di Capua, così dissero i suoi ammiratori, per non vedere lo scempio di una città italiana.

Quell'attacco era ineguale alla difesa, perché i borbonici non aveano cannoni rigati, e tiravano a colpi divergenti, i sardi a colpi convergenti. Nonpertanto i napoletani miravano meglio al segno; tanto che il Re Vittorio Emmanuele sgridò i suoi di mostrarsi inferiori al nemico nell'arte della guerra; e quindi giudicando difficile e lungo l'accostarsi alla città, ordinò si bombardasse da lontano.

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In Capua le bombe cadeano a centinaia, quella città era avvolta in un turbine di fumo e di fuoco; i palazzi, le chiese, i monasteri e gli ospedali soffrivano molto, e con essi gli innocui cittadini; al contrario i difensori che si trovavano sopra le batterie soffrivano pochissimi danni.

In quella città bombardata erano molte famiglie di uffiziali disertori, che dirigevano il bombardamento; quelle famiglie furono soccorse e salvate dagli stessi soldati bombardati. Di tanto eroismo de' soldati napoletani neppure se ne disse una parola dai giornali di que' tempi. L'uffiziale disertore Iovine che dirigeva una batteria contro Capua, avea ivi giovane moglie e due fanciulletti, che furono tutti e tre soccorsi e messi in salvo da' soldati; intanto quegli uffiziali disertori, secondo i giornali rivoluzionarii di que' tempi erano celebrati come tanti eroi, e difensori di Capua proclamati infami, cannibali e peggio!

Molti cittadini e donne si recarono dall'Arcivescovo Cardinale Cosenza, buon vecchio affievolito di spirito come lo era di corpo. Costui scrisse al Governatore de Corné, e dopo avergli fatto un quadro desolante de' danni che arrecava il bombardamento alla città, alle chiese, a' monasteri, agli uomini, alle donne ed a' fanciulli, conchiudeva: «Io come padre comune del gregge a me affidato da Dio, vengo a supplicarla di provvedere sollecitamente a questi urgenti bisogni, con liberarci sotto qualunque condizione dall'imminente pericolo, rendendomi io responsabile innanzi a Dio, innanzi al sovrano, ed innanzi a qualunque autorità. Capua 2 novembre 1860.

Parecchie autorità militari si riunirono e si recarono da de Corné, e gli dissero le solite ragioni che si sogliono addurre in simili circostanze volendosi cedere una Piazza al nemico; quelle autorità militari formavano il consiglio di difesa! Però il Governatore de Corné, e tra gli altri i generali d'Ambrosio e de Liguori pensavano diversamente e da militari di onore e di cuore. Essi diceano: l'onor militare non essere ancora salvo, perché i bastioni erano intatti, i soldati animosi, i viveri e le munizioni sarebbero bastati per prolungare la resistenza; e che il non cedere subito Capua arrecherebbe gran vantaggio all'esercito pugnante sul Garigliano. Prevalse però la pietà che destava la popolazione e le insistenze del Cardinal Cosenza. I soldati abborrivano di arrendersi, era arduo far loro intendere ragione, ma si fece di tutto per persuaderli a cedere all'imperiosa necessità.

La stessa mattina del 2 novembre, il de Corné fece alzare bandiera bianca, e mandò il maggiore Negri a S. Maria presso il general La Rocca. Il Negri disse a costui che gli desse il tempo di avvertire Francesco II prima di cedere Capua: ma quel Generale non volle accordarglielo, anzi minacciò bombardare con più furia ed accanimento. Dettoglisi che non uccideva soldati, ma innocui cittadini, donne, e fanciulli e che noterebbe la storia tanta inumanità e ferocia, La Rocca rispose: non importargli della storia e d'innocenti, e che distruggerebbe Capua se non si fosse arresa subito: ed in effetti proseguì a bombardare con più vigore.

Per evitare ulteriori mali alla popolazione, quel giorno stesso si convenne la resa di Capua, ed eccone le condizioni. La piazza con tutte le armi, munizioni, vettovaglie ed arnesi di guerra da consegnarsi a' Piemontesi tra ventiquattro ore; le porte e

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i bastioni da consegnarsi immediatamente; la guarnigione con armi e bagagli dovere uscire dalla piazza a due mila per volta, ad eccezione degli uffiziali, depositasse le armi a più dello spalto; andrebbe a Napoli per essere mandata prigioniera ne' porti del Piemonte.

Gli uffiziali napoletani disertori vollero godere dell'infortunio de' proprii connazionali e compagni d'armi, sfilanti inermi in mezzo a' Piemontesi, e si gloriavano della loro posizione! Gli uffiziali più noti che assistevano con piacere a quel trionfo piemontese erano: de Benedictis, Adraga, Zaini, Jovine, Ferrarelli, Lo Cascio, Cosentino, ed altri, tutti beneficati, o mantenuti gratis da' Borboni nei collegi militari.

Capua essendo un vasto deposito di attrezzi, carriaggi, e giuochi d'armi, i Piemontesi trovarono moltissimi affusti, macchine, carri, e munizioni. Nella sala d'armi era 23093 armi da fuoco e da taglio. Trovarono 325 tra cannoni di ferro e di bronzo, ed un sol pezzo rigato.

Assieme alla truppa piemontese, entravano in Capua non pochi garibaldini impossessandosi di tutto quello che apparteneva alla Piazza, non escluse le valigie degli uffiziali pugnanti sul Garigliano, e tra le altre la mia, con quella roba che avea comprata a Castellammare e a Napoli, e così rimasi per la terza volta co' panni che avea addosso. Alcuni uffiziali, scioccamente, aveano lasciato danaro e fedi di credito in quelle valigie, credendole sicure ne' magazzini militari. Dopo la capitolazione di Gaeta alcuni uffiziali ebbero restituite le valigie, ma scassinate, guaste e vuote. A chi dare la colpa? al progresso delle annessioni!

La sera del 2 novembre, saputasi in Napoli la resa di Capua, ebbero luogo i soliti lumi e le consuete grida: i camorristi con la solita minaccia di rompere i vetri fecero illuminare molti balconi, la maggior parte di borbonici perché più vessati. Si spararono bombe di carta che servivano di maggior cordoglio all'onesta cittadinanza.

I soldati capitolati di Capua entrarono in Napoli il 4 novembre, e furono vilipesi ed insultati dai camorristi; poi furono mandati a Genova, ove si ammutinarono, perché non vollero far parte de' Reggimenti sardi, e furono sedati con la baionetta da coloro co' quali doveano divenire compagni d'armi!

Gli uffiziali di Capua ebbero assegnati due lire al giorno, ed era una pena vedere quei poveri, ma onorati e prodi uffiziali, smunti dalle fatiche e mal vestiti, aspettare innanzi la Piazza d'armi quel modico soccorso; mentre gli antichi compagni disertori lor passeggiavano dappresso ben vestiti e meglio nudriti, inargentati con nuovi ed improvvisati gradi militari, sprezzanti la miseria e l'ingiusta umiliazione di que' fedeli uffiziali! Ma chi de' miei benevoli lettori preferirebbe la virtù disgraziata al disonore in apparenza trionfante?

CAPITOLO XXXVIII

Dopo l'abboccamento di Salzano con Cialdini, i duci napoletani non pensarono a dar battaglia, né a Caianello né a Teano; essi aveano la mia di ritirarsi sempre; ed al cimento immediato e necessario preferirono attendere, indietreggiando.

Il 25, Re Francesco, con ordine del giorno, infervorò i soldati a difendere la patria bandiera sulle rive del Garigliano. In effetto i soldati fremeano di misurarsi con l'esercito sardo; i duci però faceano di tutto per ismorzare l'entusiasmo de' loro dipendenti, e raccomandavano prudenza e moderazione verso i nemici.

Cialdini, sicuro di non essere assalito, avea manifestato il disegno di girare per Roccamorfina e Montecroce, tagliar la ritirata ai Borbonici, ricacciandoli sopra Capua, e metterli così tra il suo esercito e quello del La Rocca coadiuvato da' garibaldini. Cialdini non pose ad effetto quel suo disegno strategico, giudicandolo ineseguibile per le cattive strade; ma la vera ragione sarà stata che invece di girare i Borbonici, costoro avrebbero potuto girarlo ed asserragliarlo in que' monti ed in quelle valli impraticabili. Nondimeno si può francamente affermare che il Generale piemontese fu troppo prudente: co' Generali napoletani tutto si potea osare, non avendo costoro altro scopo dimostrato che ritirarsi, e finire la guerra al più presto possibile.

Cialdini, abbandonato il progetto di prendere alle spalle l'esercito napoletano, cominciò a molestarlo alla retroguardia, mentre questo si ritirava da Teano verso il Garigliano.

Il 26 ottobre si era cominciata la ritirata de' Borbonici con poco ordine. I Battaglioni marciavano mischiati con la cavalleria ed artiglieria, e si traversavano strade anguste e cattive; tutto accennava disordine e confusione. Meckel con la sua brigata era di retroguardia, ed avea mandato il tenente Loriol dello Stato Maggiore con un plotone di cacciatori a cavallo per riconoscere il nemico.

Loriol ritornato sino a Teano, si avvide che questo paese era occupato da' Piemontesi; nonpertanto, ardito com'era, entrò per impadronirsi del pane preparato per la truppa sarda. Appena scoperto fu assalito dalla cavalleria nemica, quindi bisognò voltar briglia, ed avvenne una scaramuccia tra cavalieri sardi e napoletani. Di quest'ultimi ne furono uccisi cinque, e sei fatti prigionieri, perché oppressi dal numero, ma si batteano con bravura. Il resto del plotone napoletano si ritirava; Loriol vedendosi inseguito, voltò faccia, e solo, ebbe l'audacia di far fronte alla testa, cadde, e fu creduto morto, quindi lasciato in mezzo la strada.

Ma Loriol non era morto, appena riavutosi, carponi si trascinò sotto un ponte, e quando i nemici si allontanarono, si condusse dalla parte di Casale, ov'era l'esercito borbonico, e fu salvato e soccorso dal tenente Conte Suarez che comandava una pattuglia napoletana.

Circa le due pomeridiane di quel giorno 26, i Piemontesi assalirono la sinistra de' Napoletani al villaggio S. Giuliano. Corse Negri con l'artiglieria a proteggere la divisione Echanitz, e la brigata d'Orgemont che si trovava alle prese col nemici a S. Maria la Piana.

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I Piemontesi si avanzarono in gran numero, allora vi si oppose la brigata Polizzy, e quella estera condotta di Mortillet; quello attaccò di fronte, questi di fianco con una marcia rapida e ben calcolata. I Sardi erano più di diecimila, oltre della cavalleria ed otto cannoni rigati. Da principio assalirono con impeto, trovando però una valida resistenza, retrocessero, perché ricevuti a colpi di mitraglia, e caricati alla baionetta si scompigliarono, soffrendo danni non lievi. I duci napoletani però invece di approfittare della vittoria, che non avrebbe potuto fallire, preferiron di ritirarsi senza essere inseguiti. Gli stessi uffiziali sardi dissero, che i Generali napoletani non vollero essere vittoriosi nello scontro di S. Giuliano e S. Maria la Piana.

Nel fatto d'armi del 26 ottobre si distinsero molti uffiziali superiori e subalterni, cioè il generale Polizzy, il Colonnello Mortillet, il tenente-colonnello Tedeschi, il Maggiore Presti del genio, il tenente colonnello delli Franci, i Capitani de Torrenteros, delli Franci, e Ferrara dello Stato Maggiore.

Tra gli uffiziali di artiglieria si distinsero, il Generale Matteo Negri, i Capitani Fevôt, Tabacchi e Sary, ed i tenenti Brunner, Pfyffer, Charret e de Sayve che erano uffiziali di ordinanza di Meckel. Degli altri uffiziali costa a me, come testimone oculare, che si distinsero l'aiutante maggiore Simonetti, i Capitani Carrubba e Romeo, tutti e tre del 9° cacciatori, i quali fecero caricare alla baionetta da' loro dipendenti i nemici, e l'inseguirono tanto che fu necessità obbligarli a farli ritornare indietro, per non cadere in fallo o in qualche agguato.

Quel giorno, il tenente-colonnello Scappaticci comandante del 9° Cacciatori, ed il Maggiore Musitani comandante interino del 5° della stessa arma, appena cominciò l'azione guerresca di S. Giuliano e S. Maria la Piana, voltarono briglia ed abbandonarono i loro Battaglioni senza comando immediato; e tutti e due di gran trotto corsero a mettersi in salvo dietro il Garigliano! Alla metà della via incontrarono il generale in Capo Salzano, e non trovarono né modo né pretesti per giustificare la loro viltà. Il 28 ottobre il 5° e il 9° cacciatori ebbero la umiliazione che in tutto il campo del Garigliano, si lesse un ordine del giorno vergognosissimo a carico de' propri Comandanti, i quali furono mandati nel Castello di Gaeta. Scappaticci fu espulso poi dalla Piazza, e fu surrogato nel comando del 9° Cacciatori dal bravo ed onesto Maggiore Francesco Gottcher.

È qui necessario correggere un errore involontario del tenentecolonnello delli Franci. Questo distinto uffiziale di Stato Maggiore nella sua pregevole cronaca di autunno del 1860 a pag. 145 dice: «Nondimeno egli potea esser vinto (Polizzy) se Won Meckel, prevedendo che potesse al Polizzy abbisognare altra soldatesca non glie l'avesse mandata: che, il nono cacciatori di riserva presso Polizzy, disobbedendo agli ordini ricevuti, invece di andare a Cascano ricoverò in Sessa.Il 9° Cacciatori trovandosi in un paesetto giù verso Cascano, all'infretta fu chiamato sul campo di battaglia, avendo lasciata la zuppa, dopo una corsa di due miglia di strada montuosa giunse su' monti di S. Giuliano, e sebbene abbandonato dal suo comandante fu diretto nella pugna da' due valorosi aiutanti maggiori Simonetti e del Giudice.

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Il 9° Cacciatori non era di riserva, ma attaccò il nemico in prima linea, e consta a me che si battè valorosamente, avendo avuto morti e feriti nel fatto d'armi del 26 ottobre. È poi assolutamente falso che il 9° Cacciatori disobbedisse a Polizzy, e che invece di andare a Cascano ricoverasse a Sessa, ma seguì la ritirata della truppa un poco avanti la retroguardia di Mortillet. Io non so come il signor delli Franci sia stato tratto in errore; per disingannarsi gli sarebbe stato sufficiente l'ordine del giorno del 28 del Generale in Capo, il quale dice tra le altre cose: «...Ma eziandio la falsa nuova che eransi perdute due compagnie del 9° cacciatori (forse erano quelle de' Capitani Carrubba e Romeo che inseguirono troppo il nemico?) e disciolto il resto della brigata, (Polizzy) mentre la sera si ritirò in piena regola, unitamente alla brigata estera.

Il signor delli Franci non fece riflessione che, se il 9° Cacciatori si fosse ricoverato in Sessa la sera del 26 ottobre, sarebbe stato tagliato fuori e fatto prigioniero da' Piemontesi.

Si avverta che taluni chiamano scontro di Cascano il fatto d'armi di S. Maria la Piana e S. Giuliano: in Cascano la sola artiglieria fece fuoco di ritirata. Nel fatto d'armi di S. Giuliano e S. Maria la Piana, i Napoletani soffrirono poco danno, cioè si ebbero venti morti e diciotto feriti. I Piemontesi ebbero maggiori danni arrecati dall'artiglieria napoletana.

L'esercito borbonico, la sera del 26 passò il Garigliano sul bel ponte di ferro; all'estrema retroguardia stavano i valorosi cacciatori a cavallo. Tutti accampammo sulla diritta sponda del Garigliano, e ci estendevamo dalle foci del fiume sino sotto Traetto.

Dopo il narrato scontro, l'esercito sardo rimase due giorni a riordinarsi, e preparasi a sforzare la posizione de' Borbonici sul Garigliano.

Il 29 ottobre Cialdini si avanzò alla testa di tre colonne di truppa, e con materiali di ponti per passare il fiume. I duci napoletani avevano deciso di tagliare il ponte di ferro, e siccome non bastò il tempo, si tolsero le tavole di mezzo, ovvero i dormienti, lasciando due strisce laterali ove potea passarci una sola persona. Vicino al ponte erano 32 cannoni in batteria, 24 da campo ed 8 da montagna. Vi erano parecchi battaglioni, cioè il 3° e il 4° e sei compagnie del 3° di linea, oltre del 14° di linea che stava di riserva, ed era comandato dal prode colonnello Zattera che si era tanto distinto in Reggio. Di posto avanzato stava il 2° cacciatori, tre squadroni di lancieri ed un altro del 1° degli usseri. Questa truppa era comandata dal maresciallo Colonna.

Alle 9 del mattino si vide avanzare il nemico; il generale Matteo Negri, comandante l'artiglieria, accompagnato dal colonnello Salazar e dal capitano Giovanni Afan de Rivera, andò incontro per ben riconoscere la disposizione delle forze nemiche. Veduti i Sardi numerosi con serrate colonne e con cinque squadroni di cavalleria, ritornò e dispose la difesa, lasciando il carico al 2° cacciatori di far fronte a tutta l'oste sarda per quanto più avesse potuto.

S'imprese l'azione con migliaia di fucilate. Il 2° cacciatori valorosamente sostenne

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più di un'ora l'assalto di tutti i nemici, indi si ritirò, in bell'ordine dietro il ponte, passando ad uno ad uno in fila sulle due strisce laterali di tavole che vi erano rimaste. I Sardi si avanzarono numerosi: ma la batteria n.°3, comandata dal distinto e valoroso capitano Carlo Corsi, accorso in fretta sul campo di battaglia, li accolse con tale grandine di scaglie da covrire di cadaveri quei campi, disordinando il resto de' combattenti. Allora si gridò da soldati napoletani onde la numerosa cavalleria intatta per le antecedenti pugne, caricato avesse i fuggiaschi. Accorse il 3° reggimento dragoni che si trovava più vicino; ma giunto alla testa del ponte dovette fermarsi perché, come ho detto da quel ponte erano state tolte le tavole: e fu questo uno degli errori de' Generali napoletani allo scopo di difendersi soltanto, e mai assalire! E così si perdette la più bella occasione che mai avesse avuto in quella campagna l'esercito napoletano, d'impiegare utilmente la bella e quasi oziosa cavalleria, ove figuravano tra gli eleganti da parata, uffiziali di cuore ed anco di provata intelligenza.

I Piemontesi non assaliti, mentre erano in grande disordine, si riordinarono; ed eccitati da' proprii duci, un gran numero di loro ripresero fronte, si spinsero alla corsa, ed afferrarono la Torre guardiana delle coste e la testa del ponte; e quivi tra sassi, gore e sinuosità di terreno tiravano non visti. Però quelli che rimasero scoperti diedero indietro frettolosamente; e più volte risospinti da' loro duci assalirono, ma furono sempre decimati: conciosiachè il generale Barbalonga fece collocare più a sinistra la batteria n° 13 coadiuvata dal 14° cacciatori, onde li percosse di fianco e di rovescio. Finalmente tutti voltarono le spalle e fuggirono in disordine; fu allora che il 2° cacciatori ripassò il ponte ed inseguì i Piemontesi facendone quaranta prigionieri, tutti bersaglieri.

Nel furor della zuffa fu ferito al piede il giovine e prode generale Matteo Negri; pregato, non volle ritirarsi, rimase esposto a' colpi del nemico; poco dopo altra ferita toccogli all'addome, e cadde dicendo: difendete questo passo e vinceremo. Prode soldato! accogli le benedizioni di tutti coloro che amano l'onor militare, e quello della patria derelitta; tu fosti sempre generoso del tuo sangue ed avaro di quello de' tuoi dipendenti.

Il generale Negri fu condotto sulle braccia de' soldati ad una casa a Scauri, ove tempo dieci ore spirò tra le braccia di un suo fratello, e circondato da molti ammiratori ed amici. La sua salma fu trasportata e seppellita in Gaeta con grandi onori; e per ordine del Re ebbesi un monumento per rammentare a' posteri il valore e le virtù militari di quel giovine Generale. Ecco sul proposito una lettera di Francesco II, diretta al generale in capo Salzano: «Eccellenza! Con dolore inesplicabile ho inteso il funesto annunzio della perdita che tutti abbiamo fatta del prode generale Negri, avvenuta dopo la gloriosa ferita da lui riportata nel combattimento di que sto giorno. Le sue rare virtù lo rendono degno di essere ricordato alla posterità; però dopo che avrà ricevuto in questa piazza gli onori funebri, che troppo gli sono dovu ti, saranno le spoglie racchiuse in un sepolcrale monumento che sarà eretto in que sto Duomo. Gaeta 29 ottobre 1860. Firmato FRANCESCO.»

Nel complesso delle azioni sostenute sul Garigliano oltre i gloriosi ed i prodi che vi lasciarono la vita,

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e che m'è dispiacevole non poterli qui tutti nominare, tra coloro che vi versarono il proprio sangue, molti furono i fortunati che superarono, sfidando i maggiori pericoli. Ne' rapporti ufficiali leggo nomi distintissimi che è giustizia ripetere.

I marescialli Colonna e Barbalonga fecero bravamente il loro dovere, quello nel respingere l'attacco di fronte, l'altro allorquando bersagliò validamente il nemico con fuochi micidiali di fianco, e parte dell'onore di quella giornata si attribuisce al Barbalonga.

Il capo dello Stato Maggiore generale Bertolini, il tenente colonnello delli Franci, il capitano de Torrenteros e Bianchi ed il tenente Fiore riscossero dal Generalissimo Salzano ogni elogio, e si ebbero lusinghieri rapporti pe' servizii in quell'occorrenza prestati.

Il tenentecolonnello Gabriele Ussani di artiglieria meritò essere promosso Colonnello sul campo di battaglia; trovo elogiati il tenente colonnello Salazar ed il capitano Giovanni Afan de Rivera dell'istessa reale artiglieria. Il capitano Carlo Corsi (batteria n.3) fu oggetto di particolare ammirazione per avere potentemente contribuito alla gloria di quella giornata, respingendo da prode il nemico. Un encomio è pure segnato per le batterie numero 10 e 15.

Il 2°, 4° e 14° Battaglioni cacciatori, ed il 3° Reggimento di linea si dimostrarono truppe agguerrite, valorose e disciplinate. I rispettivi comandanti, in quell'occorrenza potettero anco andar superbi de' loro dipendenti. Tra gli altri distinti trovo speciali appunti a pro del tenentecolonnello Cortada, del maggiore Antonio Barbera comandante il 4° cacciatori, e per i capitani Michele Giuliani ed Angellotti, quest'ultimo del 2° cacciatori.

I Piemontesi assalitori ebbero danni maggiori degli assaliti Napoletani, perché decimati dalla mitraglia di costoro.

I Generali sardi non osarono più di tentare la prova di assalire il ponte del Garigliano, avendo sperimentato quanto valessero i Napoletani quando aveano duci come un Matteo Negri, ed uffiziali superiori simili a quelli che si distinsero il 29 ottobre 1860.

Intanto era necessario che i Piemontesi sforzassero subito quella posizione del Garigliano, e cacciassero verso Gaeta quel resto di esercito fedele; dappoichè il prolungamento della guerra avrebbe loro arrecato danni imprevisti, maggiormente che in quel tempo l'Austria riuniva armi ed armati sul Mincio, e Cavour stava sopra un letto di Procuste, come si rileva dalle sue lettere scritte a Persano.

Era poi opinione del bravo ed istruito capo dello Stato Maggiore Bertolini, non che di tanti uffiziali di merito, che i Piemontesi avrebbero potuto girare la posizione dell'esercito napoletano per la via di S. Germano e Pontecorvo, non solo intercettare la comunicazione con Gaeta, ma toglier loro la ritirata sopra quella Piazza. Ed infatti il tenentecolonnello Armenio fu avvertito da un villico, che i Piemontesi si disponevano a girare il fianco sinistro del campo del Garigliano dalla parte di Fratta e Castelforte. Il generale in capo Salzano, considerando che sarebbe stato un colpo fatale,

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se i Sardi avessero girata la posizione, dispose che si guernissero di truppa e di artiglieria que' luoghi ove si supponeva che il nemico avesse potuto spingersi per effettuare il suo disegno di guerra, e toglierli facilità di passaggio; onde al capitano Andruzzi ed all'altro Rosehneim del genio fu dato incarico di far saltare il ponte sul Liri in Pontecorvo, facendosi coadiuvare dal Maggiore Pagano, comandante il Battaglione del Reggimento Marina, che si era formato dopo che il suddetto reggimento si disciolse in Napoli per opera de' felloni. Così al Maggiore Ferrara anche del genio, si commise l'incarico di far saltare l'altro ponte a Spigno. Operazioni che vennero eseguite prontamente e brillantemente.

Al Capitano Giacomo Mellini del 5° Cacciatori fu commesso distruggere tutte le scafe ed i passaggi che da S. Giorgio al Garigliano poteano rinvenirsi. Il Mellini noto e distinto uffiziale pe' suoi servizii resi nel 1848 in Sicilia ed in Calabria nel 1860, trovandosi accantonato in S. Maria Infante con più compagnie del Battaglione di cui facea parte, eseguì la difficile e pericolosa commissione con lode del Generale in Capo Salzano, il quale volle controllare e verificare le operazioni del Mellini, ed inviò con un drappello di cavalleria in diverse direzioni i capi di Stato Maggiore Satriano e de Torrenteros, i quali con rapporti constatarono che il Mellini avea con caldo zelo adempito lo incarico affidatogli, e talora sotto gli attacchi di avvisaglie nemiche.

I Piemontesi però, dopo che furono ben picchiati da' Napoletani, smisero la burbanza di misurarsi altra volta con pari condizioni, avendone sperimentato il valore; quindi pensarono ad altri mezzi di guerra per isloggiarli senza pericolo dalle posizione che occupavano. I Generali sardi avendo tutti i mezzi di cui mancava il tradito esercito nazionale, determinarono assalirlo dal fianco destro dalla parte del mare: ed a questo scopo fecero venire da Napoli l'Ammiraglio Persano con tutta la flotta per bombardare i Napoletani accampati alle foci del Garigliano. Quel crimine coronato di Napoleone III, per le ragioni che dirò tra non guari, avea dato ordine al suo Viceammiraglio Barbier di guardare la spiaggia di Sperlonga sino a Mondragone, con la ingiunzione di respingere le navi sarde da guerra che si avvicinassero ostilmente.

Appena comparve la flotta sarda, già coadiuvata da quella napoletana, il Viceammiraglio francese, credendo sicura la protezione del suo Sovrano, andò incontro a Persano ed ORDINÒ a costui di ritornare al di là di Mondragone: Persano ubbidì! E così i Napoletani per pochi giorni furono lasciati tranquilli dalla parte del mare.

Dopo il 29 ottobre avvennero molte scaramucce tra Piemontesi e Napoletani, ma quelli non si avventuravano più a spingersi risolutamente in avanti; faceano come que' cani, che vi perseguitano latrando se fuggite, ma fuggono essi quando lor mostrare il viso ed il bastone.

Re Francesco venne più volte sul Garigliano per dirigere le difese delle scelte posizioni, e per animare i soldati con la sua presenza e col suo esempio.

Egli era infaticabile, pensava a tutto, e dava tutti quegli ordini che richiedevano


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le difficili circostanze in cui trovavasi il suo disgraziato e fedele esercito.

Era la sera del 31 ottobre, e nessuna novità interessante giungeva che avesse cambiato le nostre condizioni sul Garigliano. Molti uffiziali e soldati mostrarono desiderio di udire la S. Messa il giorno seguente festa di Ognissanti. Io per contentare il pio desiderio de' miei filiani, feci venire dal vicino paese di Traetto tutti gli arredi sacri ed il bisognevole, e s'improvvisò un altarino sul versante della montagna di quel paese che guarda a sud. Era più che sicuro del fatto mio, e perciò mi disposi a dir la Messa, sebbene tuonasse il cannone; dapoichè i nemici erano ben tenuti a segno sulla sinistra riva del fiume. Scena commoventissima era quella di vedere tanti prodi militari col viso abbronzito dal Sole e dalle fatiche, in ginocchio, col capo abbassato sino a terra, e l'arme in pugno assistere all'incruento sacrifizio...

Molti di que' prodi, già preparati sin dal giorno precedente, vollero cibarsi del pane eucaristico. All'elevazione dell'Ostia consacrata e alla Comunione s'intonarono le solite canzoncine; quelle valli e que' monti intesero pure le laudi del Dio di pace e di amore nel canto di que' guerrieri impavidi ed insanguinati..!

Quella Messa durò più dell'ordinario; io era commosso sino alle lagrime; avea in animo recitare un sermoncino d'occasione, ma avea tremula la voce, e l'animo sensibilmente affranto non me 'l permise.

Il luogo, le circostanze, l'atteggiamento di que' fedeli che mi stavano attorno, formavano una scena attraente e commoventissima. Oh, santissima religione di un Dio umanato! bella immortal, benefica, religione de' padri nostri, quanto sei sublime..! i tuoi augusti misteri, il tuo splendido rito, là su' campi di battaglia specialmente conquidono i più perversi cuori... Oh, se io amava il soldato cattolico con tutte le potenze dell'anima mia, soltanto una immeritata sventura nazionale potè staccarmi da lui....!

Intanto, giovava a' Piemontesi avanzarsi verso Gaeta; la perdita del tempo potea esser loro fatale, ed essi altro mezzo non aveano per farsi avanti che forzare il campo borbonico del Garigliano. A' Piemontesi non conveniva rimanere inoperosi sulla sinistra riva del fiume; la politica europea guardava ogni loro mossa, quindi diveniva suprema necessità forzare le posizioni occupate da' Napoletani. Questo mezzo l'aveano tentato e furono battuti; tentarono l'altro più comodo di fare operare la flotta, e il Viceammiraglio francese si oppose. Fu allora che Re V. Emmanuele si rivolse col telegrafo a Parigi e a Londra, e fece appello al non intervento, accusando d' intervento l'ostilità del Viceammiraglio Barbier.

Napoleone III, proteggeva Francesco II, come avea protetto il Papa, cioè con disegno di far cadere l'uno e l'altro insensibilmente, ordendo tranelli e bassi tradimenti, degni non di un monarca ma di un galeotto settario. Egli avea fatto in apparenza il generoso con far guardare la spiaggia, credendo forse che i Napoletani fossero stati facilmente battuti e disfatti dalla parte di terra; ma inteso che erano saldi e vincitori sul Garigliano, non potendo por giù la maschera di protettore, procurò farsi sollecitare con più dispacci dal Gabinetto di Londra a rispettare il non intervento; onde il 1° novembre telegrafò a Barbier che guardasse solamente Gaeta.

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Francesco II, fidando sulla protezione napoleonica, si trovò a mal partito, cioè con l'esercito esposto a doppie offese dalla parte di terra e di mare; e quello che più importava si era, che l'artiglieria da campo per ritirarsi a Gaeta dovea battere l'unica strada che costeggia prossimamente il mare.

Era circa mezza notte del 1° novembre, facea un tempo torbido e piovoso; noi eravamo coricati à la belle étoile sulla sponda diritta del Garigliano, e come ho detto, vicinissimi al mare. Persano silenzioso accostossi con tutta la flotta al campo napoletano, e cominciò a bombardare i dormienti soldati, i quali, credendosi sicuri da quella parte, non sapeano spiegarsi quel repentino assalto: nondimeno rimasero fermi a' loro posti, e soffrirono pochi danni relativamente, ad onta che il prode Persano - l'eroe di Ancona! - facesse percuoterli con bombe e granate da pezzi rigati da 80, malamente diretti.

Il Re fece sentire a Barbier, che sarebbe suo desiderio impedirsi per poche ore le ostilità della flotta sarda, finchè l'esercito napoletano levasse il campo dal Garigliano trasportandolo altrove. Ma Barbier a malincuore si negò, perché gli ordini di Napoleone III erano precisi, e non ammetteano alcuna interpretazione...!

Nelle prime ore mattutine del 2 novembre giunse l'ordine della ritirata; quell'ordine fu portato dal distinto capitano dello Stato Maggiore Emmanuele Fazio, il quale traversando in carrozza la strada di Scauri fu accompagnato a cannonate dalla flotta sarda, e fu un vero miracolo se giunse al Garigliano. L'esercito borbonico retrocesse, e fu destinato in diversi luoghi, battendo la via de' monti; la maggior parte però fu diretta a Mola di Gaeta, ove dovea accamparsi per fronteggiare il nemico. A guardia del ponte del Garigliano rimase poca truppa; vi erano due compagnie del 6° cacciatori comandate dal capitano Bozzelli, ed erano queste le più vicine al Ponte: quelle truppa fu lasciata allo scopo di guarentire la ritirata del resto dell'esercito. La brigata Polizzy, alla quale io apparteneva fu pure destinata a Mola. Noi cominciammo dunque, ma ben tardi, la ritirata, battendo la via de' monti di Traetto per discendere poi a Mola.

I Piemontesi, che campeggiavano sulla sinistra del fiume, non ardirono assalirci, invece aspettarono che il campo, fulminato dalla flotta, fosse sgombro intieramente; quando videro decampare l'ultima brigata sotto gli ordini del generale Won Meckel, si accinsero sospettosi a passare sulla destra riva. Ma temendo che il ponte fosse minato, ne gettarono un altro provvisorio alle foci del Garigliano. La prima a passare il fiume fu l'intiera divisione comandata da de Sonnaz, che assalì le due compagnie del 6° cacciatori; le quali, sebbene avessero ricevuto l'ordine di ritirarsi nel momento che già aveano cominciato la pugna col nemico, vollero rimanere a quel posto per darci un esempio d'incredibile bravura. Tutti quelli che ci trovavamo sopra i monti di Traetto, fummo spettatori di una lotta non mai vista. Due compagnie di cacciatori, che allora non erano più di duecento uomini, comandate dal prode capitano Bozzelli, novello Leonida alle Termopili, bersagliate di fianco dalla flotta, e da fronte da imponenti forze, esse sole contrastarono maravigliosamente la marcia della divisione de Sonnaz, seguita da altre divisioni..!!

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Quelle due compagnie contrastarono lungo tempo il passaggio del fiume, ed arrecarono non pochi danni a' nemici. Ma circondate e decimate, anzi che darsi prigioniere, vollero resistere sino all'ultimo, votandosi a sicura morte che gloriosissima si ebbero col lor prode Capitano Bozzelli!! Oh quanto mi duole non poter nominare tutti que' prodi soldati!

La brigata delle quale io faceva parte, battendo strade obblique, rampicandosi sopra i monti, percorrendo valli e burroni, giunse sul tardi a Mola, stanca, affranta ed affamata, ma disposta sempre a combattere!

Mola di Gaeta, che oggi ha ripreso l'antico suo nome di Formia, trovasi sul corso della via Appia nella regione Ausonia ed Aurunca; essa è famosa per la morte tragica di Cicerone.

Molti ruderi ricordano ancora la sua antica grandezza cantata da' poeti latini. Ha circa ottomila abitanti, compreso Castellone. Appartiene alla Provincia di Terra di Lavoro, e dista da Gaeta poco meno di tre miglia. Mola è fabbricata sulla sponda del mare, addossata ad una alta e scoscesa montagna: la sua forma è lunga e stretta; ha due strade principali, una interna che taglia diritta dall'est all'ovest, e l'altra della stessa lunghezza e posizione costeggia il mare.

IGenerali napoletani speravano che Napoleone III non avesse fatto bombardare Mola dalla flotta sarda, quindi non aveano fatto eseguire fortificazione alcuna per guarentirla dalla parte del mare; e quando si giunse in quella città, disposero sola mente le truppe per respingere il nemico che si avanzasse dalla parte del Garigliano per la via di Scauri. Avendo però avuta la prima solenne prova della punica fede napoleonica, e vedendo che la flotta nemica si disponeva ad assalirci e bombardar ci anche in Mola, all'infretta fecero mettere in batteria un cannone da 12 dietro un angolo di casa, guidandone poi i colpi il valoroso colonnello Gabriele Ussani. Si costruirono sulla strada, donde dovea sboccare il nemico, due traverse con fossi, si posero quattro pezzi rigati da 4, i quali servivano pure a rispondere alle offese della flotta.

La sera del 2 novembre, si riunirono sette Generali, cioè Salzano, Ruggiero, Colonna, Sanchez de Luna, Polizzy, Bertolini e Barbalonga, e dissero che, ove mai la squadra sarda assalisse Mola, questa città non si sarebbe potuta difendere; dissero pure che non converrebbe stendersi nelle province, perché senza vettovaglie e senza danari; peggio poi passar la frontiera. Conchiusero dunque ridurre l'esercito sotto Gaeta, cioè quello che desideravano da un pezzo la maggior parte fra essi!

IIRe e il Ministero opinavano diversamente, e diceano, il ristretto spazio avanti Gaeta non essere bastevole a contenere il residuale esercito, e quella parte che vi sareb be accampata non avere ritirata alcuna, tosto o tardi doversi rifugiare nella Piazza, ulti mo baluardo della monarchia! E la Piazza sarebbe stata costretta arrendersi dopo non molto tempo dovendo alimentare tanta gente. Proponevano che l'esercito voltasse verso gli Abruzzi, ed operasse nella valle di S. Germano, ove aiutato e soccorso in tutto dalle popolazioni, che mal soffrivano i Piemontesi, molestasse costoro alle spalle, e li travagliasse, nel caso previsto che essi avessero messo in assedio Gaeta.

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Il Generale Ministro Casella corse a Mola a persuadere i Generali di mettere in esecuzione il disegno di guerra del Re e del Ministero. Però que' Generali stanchi, e qualcheduno anche avvilito, voleano finirla subito senza più compromettersi in modo alcuno; quindi opponevano la stanchezza del soldato, la mancanza de' mezzi di guerra e del danaro, e molte altre ragioni sciorinavano quali vere, quali false, e futili.

È da osservarsi però, che proponea di andare in Abruzzo chi rimaner dovea in Gaeta, ed abborriva chi andarvi dovea! E pure l'esercito era ancora numeroso, si potea ancora tentar la sorte delle armi. I soldati erano stanchi, ma non avviliti; anzi avendo provato essere più bravi de' Piemontesi, voleano battersi ad oltranza, e difendere l'ultimissimo lembo della propria bandiera. Caso strano nelle guerre, ove i soldati si voleano battere, ed i Generali ritirarsi e finir la guerra con un nemico che avea per programma, distruggere la loro bandiera, l'esercito, l'autonomia e il Regno!

Se si fosse trovato un Generale di mente e di cuore, che avesse preso risolutamente il comando di que' soldati, facendo una rapida diversione negli Abruzzi, l'esercito nemico si sarebbe trovato compromesso nelle sue posizioni; forse non avrebbe potuto assediar Gaeta; e non sappiamo quali sarebbero state l'eventualità, trovandosi con una terribile fortezza di fronte, e con un esercito nazionale alle spalle, il quale aiutato da popolazioni amiche, forse sarebbesi invertite le sorti del combattimento. La storia, ch'è la maestra della vita, ci apprende che non di rado i più piccoli incidenti di guerra han rovinato intieri eserciti ben guidati e meglio muniti, sperdendo in un giorno i calcoli e le speranza di tanti anni.

Io non iscrivo adesso queste mie riflessioni seduto comodamente e tranquillamente avanti la mia scrivania, ma le scrissi sul luogo delle catastrofi, quando pativa tutte le privazioni e le fatiche del soldato, e correa gli stessi suoi pericoli. Ciò servirà di risposta a tutti coloro i quali non avendo ragioni da addurre in contrario, ricorrono alla melensa sentenza, dicendo: dopo i fatti compiuti è facile schiccherar sentenze. A costoro si potrebbe anche rispondere: voi non avevate né onor nazionale, né mente, né cuore. Il vero soldato dovrebbe morire con l'arme in pugno, e dovrebbe consegnarla al nemico nel solo caso che gli restasse alcun mezzo per difendere il suo principio, e quando il farsi uccidere sarebbe un inutile e dannoso sacrifizio.

Il chiarissimo storico, cav. Michele Farnerari, asserisce con ragioni inappuntabili nella sua pregevole Storia della Monarchia di Napoli e delle sue fortune, che la catastrofe della dinastia e del Regno dovea necessariamente avvenire, perché la maggior parte de' capi dell'esercito e degli uomini che componeano i grandi corpi dello Stato erano vili e corrotti.

Noi, non istavamo sotto le bandiere del Regno delle Due Sicilie per prenderci il soldo, o per fare gli azzimati pavoneggiandoci con gli abiti militari gallonati ed indorati. I Generali, non occupavano quelli alti posti per prendersi i bei soldi, e fare i burbanzosi ed i terroristi in tempo di pace; ma tutti stavamo lì per farci ammazzare all'occorrenza, onde difendere la santissima nostra religione, l'onor militare, il Re, la Patria. Casi estremi richieggiono risoluzioni energetiche ed audaci audaces fortuna juvat timidosque repellit.
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Mentre i Generali napoletani, e il ministero di Gaeta questionavano sul destino dell'esercito, l'artiglieria, dal Garigliano si ritirava a Mola per la via di Scauri battendo la strada che costeggiava da vicino il mare.

L'Ammiraglio Persano mandò ne' paraggi attigui tre navi da guerra, cioè il Tripoli, il Governolo e il Carlo Alberto sotto gli ordini di Mantica per mitragliare quell'artiglieria lungo lo stradale.

In effetti verso le 2 pomeridiane del 2 novembre, i legni sardi aprirono un fuoco nutrito e micidiale a mitraglia e a palla piena contro quell'arma ed armati.

Il borioso Persano dice nel suo Diario parte 4a pag. 103, che le cannonate «sulle truppe nemiche le pongono in pieno scompiglio, e l'obbligano a riparare di corsa dentro Mola stessa.» Impudenza di un italianissimo Ammiraglio dopo sei anni déclassé! Consta a migliaia e migliaia di persone, che appena i nostri artiglieri furono assaliti nella loro ritirata, puntarono i cannoni sulle navi sarde, e le obbligarono a prendere il largo, tirando da lungi con cannoni rigati da 80. I Napoletani soffrirono poco danno a causa del mare agitato, e più di tutto perché i Sardi aggiustavano male i loro tiri. L'artiglieria si ritirò in Mola in perfetto ordine, e facendo sempre fuoco sulla flottiglia nemica. Aggiungo che il nome del colonnello Ussani, anche in quella lotta fu pe' Borbonici una vera gloria.

Verso le 4 di quello stesso giorno le navi nemiche si accostarono sotto Mola, e cominciarono a menar granate a danno di quella piccola Città: ma il solo cannone da 12, opportunamente collocato sull'aperta spiaggia, e l'artiglieria da campo rigata le fecero subito prendere il largo.

Dopo tante questioni tra Ministri e Generali, finalmente si prese una mezza misura, che era secondo il desiderio di costoro; cioè che alquanti Battaglioni accrescessero il presidio di Gaeta, e il resto muovesse per Itri verso la frontiera romana, per aspettare ivi gli avvenimenti.

I Piemontesi che aveano provato il valore de' soldati napoletani, non voleano arrischiare a Mola un dubbio assalimento dalla parte di terra; essi voleano far la guerra comodamente, cioè guardarsi bene la loro pelle e distruggere con qualsiasi mezzo il nemico. Il loro disegno di guerra era facilissimo, cioè bombardare e mandare a soqquadro Mola, e quando i soldati borbonici ed i cittadini fossero stati sepolti a metà sotto le ruine, assalirli da terra! Oh la morale de' rigeneratori..!

La mattina del 4 novembre, Persano si presentò sotto Mola con tutta la flotta che avea disponibile, fra cui molte navi napoletane, in tutto avea 14 legni tra grandi e piccoli, e con trecento bocche da fuoco, la maggior parte cannoni rigati da 36, da 60 e da 80. I Napoletani altro non aveano da opporre che quattro cannoni antichi, due da 60 e due da 80, mandati da Gaeta, e all'infretta, collocati sulla spiaggia dal ripetuto distinto Colonnello Gabriele Ussani.

Persano cominciò a buttare sulla disgraziata città una miriade di proiettili, bombe, granate e scharaphenel. Questo micidiale proiettile è di forma conica, si carica ne' cannoni rigati, è tutto pieno di polvere e pezzi di ferro, ed all'esterno è anche pieno

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di capsule fulminanti, di modo che, ove giunge, appena urta, scoppia, e fa l'ufficio della palla e della bomba, né vi dà tempo di mettervi in salvo pria che scoppiasse, e spesso è causa d'incendio.

Mentre Persano bombardava le case, le Chiese e gli Ospedali, ov'erano due mila feriti, che andavano a soqquadro; i cittadini di Mola fuggivano, nascondendosi alcuni nelle grotte e nelle cantine, ove sentivansi gridi disperati e strazianti di donne e di fanciulli!

Ussani che dirigeva i quattro cannoni mandati da Gaeta, quantunque senza parapetti e fossati, facea trarre a furia contro la flotta, ed imberciava tanto bene che il prode Persano, co' suoi 14 legni, ebbe la prudenza di prendere il largo, e tirare sulla Città coi suoi cannoni rigati di lunga portata; i quali faceano un danno inestimabile alle fabbriche di Mola. E così tenendosi fuori tiro de' cannoni della spiaggia, bombardava e distruggeva senza pericolo, per farsene poi un vanto vandalico nel suo Diario.

De' cannoni, che erano sulla spiaggia, tre furono smontati con danni di molti artiglieri. Ciò prova il valore de' Napoletani in quella disuguale lotta, ove combatteano con quattro cannoni contro trecento!

La truppa reggeva impavida sotto quella pioggia di proiettili che ci regalavano i nostri futuri fratelli. I soldati sebbene avessero sofferti non lievi danni, perché orribilmente bersagliati dall'artiglieria della flotta, rimasero fermi a' posti avanzati, pronti a respingere l'assalto della truppa piemontese dalla parte di Scauri, che si attendea da un momento all'altro.

In quel terribile bombardamento, io mi trovavo col 9° Battaglione cacciatori, all'entrata di Mola dalla parte di quella strada che mena al Garigliano. Quel Battaglione era in seconda linea di avamposti, e si trovava in mezzo ad un magnifico oliveto. Le bombe, le granate, e le sharaphenel che ci regalavano dal Mare, non offesero che pochi soldati, ma rovinarono quell'oliveto e molte casipole. I proiettili nemici passavano sulle nostre teste perché mal dirette. Le granate e le bombe venivano più di rado, erano queste riserbate per le case di Mola, e quando ce ne regalavano qualcheduna, la potevamo scansare con facilità, o perché scoppiava in aria, o cadendo a terra, ci dava il tempo di ripararci dietro i grossi tronchi degli alberi di olivo. Le bombe e le granate che ci largiva la flotta sarda, non erano secondo la giusta valutazione del tempo e dello spazio che doveano percorrere, o scoppiavano in aria, o cadendo a terra ci davano il tempo di metterci in salvo. Vi fu qualche soldato che ebbe la temerarità di avventurarsi sulla bomba appena caduta a terra per toglierne (credendolo possibile) la miccia accesa...! e ciò per impedirne lo scoppio: ma più di una volta si deplorò qualche caso tragico!

Il Viceammiraglio francese Barbier de Tinan, vedendo da Gaeta quell'opera indegna di popoli civili, mandò il Vascello l'Alexandre per consegnare a Persano una lettera, nella quale diceva a costui, che avea oltrepassati i limiti del tiro de' legni francesi; quell'infrazione egli l'avea avvertita con una cannonata a palla, giusta la prevenzione fattagli; e soggiungeva infine, che non glielo avrebbe più permesso.

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Persano rispose con una bravata, non già diretta a' Francesi, ma alla truppa napoletana: e tra le altre sfacciate menzogne, osò scrivere a quel Viceammiraglio, che il fuoco erasi cominciato da' Borbonici, ed egli credevasi nel diritto di ribattere i colpi nemici.

Epperò sospese il bombardamento, e verso le tre pomeridiane segnalò all'esercito piemontese di avanzarsi sopra Mola. L'avanguardia era comandata da de Sonnaz e fu respinta da' Napoletani.

Fu allora che Persano si avvicinò proprio alla spiaggia, essendo stati smontati i quattro cannoni mandati da Gaeta, e con tutta la flotta cominciò a vomitar fuoco e ferro sopra Mola, e sopra la truppa napoletana, e con una energia degna di un selvaggio pirata!

Quello che avvenne in Mola dopo le quattro pomeridiane del 4 novembre, è indescrivibile; ed in quel grande scompiglio, quasi ad accrescerlo, giunge dal Generale in capo l'ordine della ritirata. Si confusero e si scompigliarono tutti i Battaglioni, e non vi fu più né ordine, né modo d'intendersi anche due sole persone. La truppa sarda avvertita della nostra marcia retrograda, si avanzò ma senza slancio, e sospettosa sempre. I Battaglioni esteri, che aveano inteso il segno delle ritirata, appena furono attaccati, fecero poca resistenza, e alla scompigliata retrocessero sul resto della truppa arrecando maggiore confusione. I soldati borbonici non aveano lo spazio di muoversi, né dentro Mola, né per l'angusta via che mena ad Itri e Gaeta. In quella via erano carri, ambulanze, artiglieria, cavalli da tiro e da sella, ed altre carrozze e carri di que' cittadini che fuggivano; i quali portavansi quanto aveano di meglio, e tutto a pigiarsi, urtarsi, confondersi! In mezzo a quel disordine, chi gridava, chi piangeva, chi bestemmiava... Per accrescere sempre più la confusione e il pericolo, Persano profittandone, si avvicina sotto le case di Mola, a solo scopo di distruggere le sostanze e la vita de' privati, o di quei che più non poteano molestarlo, e ci stordiva col solo rombo de' suoi numerosi cannoni e con lo scoppio di innumerevoli granate e bombe.

Questo bugiardo Ammiraglio ecco quanto scrisse a Cavour: «Quest'oggi, 4 novembre 1860, poco dopo le 2 pomeridiane, la squadra ha avuto l'onore di concorrere a far libero il paese alle nostre truppe, che col solito impero e valore davano l'assalto alla città di Mola, difesa da numerosa soldatesca che, riparata dietro barricate (ci avea presi per garibaldini!) muniti di cannoni, tirando da caseggiamenti, opponeva valida e micidiale resistenza.» Sfacciato, e mille volte bugiardo. E son queste quelle che si dicono notizie ufficiali!Intanto l'esercito sardo ci bersagliava alle spalle, mentre noi asserragliati dentro Mola facevamo serii sforzi per avanzarci tutti alla parte opposta di Castellone. La truppa piemontese avrebbe potuto massacrarci tutti o prenderci prigionieri, se fosse stata meglio guidata, e non si fosse avanzata senza slancio e sospettosa, a causa che trovò di fronte la batteria di campo n.15 quella svizzera, e il 10° battaglione Cacciatori; non ebbe il coraggio di affrontarli, si tenne a rispettosa distanza, e soffrì non pochi danni. Intanto quel Battaglione, e quella batteria, sempre fulminati dalla flotta, furono anche costretti a ritirarsi.

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Cadde ferito tra gli altri l'aiutante maggiore del 10° cacciatori. Della batteria svizzera fu ferito il tenente Brunner, e il prode e brillante capitano Fevôt che la comandava; costui fu pure stritolato sotto l'ugne de' cavalli, e sotto le ruote di quell'artiglieria che con tanto valore avea diretta e comandata!

Causa di quella disastrosa ritirata fu il generale Salzano, che in quelle eccezionali circostanze, ed attesi i luoghi, non dovea ordinare in quel modo la ritirata: ma la maggior parte dei Generali napoletani erano buoni solamente a commettere simili errori madornali. Io non so ancora spiegarmi come non rimanessimo tutti vittima di quella barbara guerra, e come traversammo quella stretta via che taglia a mezzo Mola, ov'erano agglomerate due brigate, quella di Polizzy, e l'altra di Mortillet, oltre di tutti que' carri, cavalli, artiglieria ec. L'altra strada di Mola, quella della marina, era orribilmente battuta da' proiettili della flotta; e chi osò avventurarsi per traversarla, o fu ferito, o ucciso, o si annegò in mare, mentre ben pochi salvaronsi.

Giunti a Castellone, ch'è in continuazione di Mola, i Battaglioni si riordinarono immediatamente. Avvenne però un'altra confusione: un poco ci faceano marciar diritto verso Itri, un altro poco ci diceano di poggiar sulla sinistra verso il Borgo di Gaeta, e così di seguito: finchè si avanzò la truppa piemontese e ci prese di fianco. Però, siccome questa in quel sito non potea essere protetta dalla flotta, fu combattuta, onde fu costretta parte a retrocedere, parte a sospendere la marcia; conciosiachè i soldati napoletani voltarono faccia ed assalirono i nemici con lo slancio della disperazione.

Pria che la truppa si riordinasse fuori Castellone io vidi scene affliggentissime ed indescrivibili a qualunque umana favella. Si vedeano in quelle strade, in que' viottoli, in que' burroni, casse, scatole, ed altre masserizie alla rinfusa. Uomini, donne, fanciulli appena vestiti, fuggire a sciame e spaventati sulle rocce e su' monti. Era un quadro desolantissimo! Quella strada rotabile e quelle viuzze erano ingombre di carri, carretti e carrozze che trasportavano gente e quanto questa avea di meglio. Si vedeano vecchi cadenti ed ammalati bruscamente tolti da' loro letti, e condotti dalla pietà de' parenti, trascinandosi in mezzo a quell'orribile confusione, investiti or da' soldati, or dalla cavalleria, or dall'artiglieria. Ed in mezzo a quelle armi ed armati, in mezzo a quegli animali inferociti dall'odor della polvere e dal rombo del cannone, si sentivano donne, fanciulli, e fanciulle gridare, chiedere pietà, affollarsi ed urtarsi atterriti come dementi. Il figlio cercava i vecchi genitori, la madre desolata chiedeva della figlia, o del fanciulletto perduto. Là una madre che strascinava tre piccoli figli, chiedendo aiuto con istrazianti grida per trovare un altro figlio perduto. Fanciulli e garzoncelli piangendo chiedere e cercare i proprii genitori e parenti. Intanto ognuno a sè badando poco curava i pianti e la disperazione altrui.

Tutto era confusione e scompiglio: uomini, donne, fanciulli, soldati, carri, cannoni, cavalli, si urtavano e si distruggevano: chi piangeva, chi gridava, chi bestemmiava...! Dio! Dio! quale orrendo spettacolo! Oh! se i reggitori delle nazioni calcolassero le conseguenze funeste della guerra; se avessero veduto quello che io vidi il


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4 novembre 1860, ah!, fossero pure tigri in forma umana, risparmierebbero sì cruenti spettacoli, risparmierebbero il più terribile de' flagelli sociali, la guerra!


Da Mola al Borgo di Gaeta
CAPITOLO XXXIX

Dopo tanti ordini e contrordini de' duci napoletani, che erano più micidiali de' cannoni di Persano, meno qualche Battaglione, gli altri fecero quella via che meglio lor convenisse: di modo che delle due brigate di Mola, buon numero marciò per Itri, il resto pel Borgo di Gaeta, e quando si giunse a Montesecco, ch'è un piano al di là del Borgo, proprio sotto la Piazza, cessarono le offese della flotta sarda. Persano divenne prudente e prese il largo. La flotta francese impediva il blocco di Gaeta.

Re Francesco volea ripigliar Mola con doppio assalto, cioè dalla parte del Borgo e d'Itri, però considerando che dopo la vittoria non avrebbe potuto sostenersi in quella posizione per mancanza di flotta, pensò mandare il resto dell'esercito ad Itri.

Nelle vicinanze di Gaeta erano dieci battaglioni ed i cacciatori a cavallo, due batterie, e la brigata estera di Mortillet. Tutta quella gente era ruinosa per la difesa della Piazza; tante bocche oltre di quelle della guarnigione della fortezza, avrebbero accelerata una capitolazione.

I generali facevano in apparenza disegni di guerra, ma in realtà non aveano volontà di battersi; e quindi si accordavano facilmente quando si ragionava di finirla. Il Re risolvette mandare ad Itri quanti soldati si potessero per la via di Sperlonga che costeggia il mare. Mortillet con la sua brigata fu il primo ad andarvi, e giunse al luogo destinato senza ostacoli. Doveano seguirlo altri Battaglioni, ed anche gli animali della batteria di campo ritratta sotto Gaeta: ma i capi non vollero far più nulla; partirono e si ritirarono immediatamente, dicendo che le vie erano impraticabili, mentre quelle strade aveale percorse Mortillet ore prima.

La truppa che si ritirò ad Itri, e quella che ivi si trovava pria del bombardamento di Mola, era di 16686 soldati, 641 uffiziali, e 3551 animali da tiro e da sella. Per ragione di anzianità il comando di que' soldati se l'ebbe il brigadiere Marchese Ruggiero, uomo devotissimo al Re, ma senza energia e talenti militari quanti se ne richiedevano in quelle difficili circostanze. Egli trovavasi al ritiro, ed è gran lode per lui che alle prime minacce di guerra si offerse servire il Re e la patria. Il Re aveagli spedito ad Itri il seguente ordine: «Se sarete assalito dal nemico, resistete, se no 7potete, ripiegate per Fondi sopra Terracina.Ruggiero era uno di que' generali che si negò marciare per gli Abruzzi, onde dar di rovescio a' piemontesi in Mola; ed invece, avuto la notte del 4 novembre un ordine del ministro della guerra scritto con la matita, col quale gli si ingiungeva marciare con la truppa a' suoi ordini per Terracina, l'indomani per la via di Fondi eseguì

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l'ordine ministeriale, senza che ancora avesse veduto il nemico in que' luoghi.

Bisogna dire che Ruggiero si cooperò a restaurare la disciplina de' suoi dipendenti, per quanto le circostanze glielo permettessero. La brigata che era ad Isoletta inchiodò i cannoni del castello, gittò le munizioni nel fiume, ed entrò in Ceprano nello Stato Pontificio.

La Grange a S. Germano comandava una brigata, e si preparava a combatterne un'altra piemontese che si avanzava da Mignano. Per ordine di Ruggiero fu costretto a retrocedere, e passare anch'egli ed i suoi volontarii nello Stato del Papa il 6 novembre. La Grange scrisse al Re una lettera dolendosi della mala condotta militare de' Generali napoletani, che aveano rovinato l'esercito senza che avessero saputo tentare l'ultima prova: era questa la convinzione di tutti coloro che avessero mente e cuore.

Francesco II, quando seppe la ritirata intempestiva di Ruggiero negli Stati Pontificii, fece delle pratiche presso il Papa e presso Goyon generale in capo colà de' soldati francesi, per ottenere che la truppa napoletana rimanesse in Terracina di guarnigione sino a che si decidesse quello che fosse necessario e conveniente. né il Papa né Goyon trovarono ostacoli a quella domanda! Ma Goyon non potea risolversi senza permesso di Napoleone III, ed avendolo interpellato, quel sovrano, che si era atteggiato a protettore di Francesco II, rispose subito, ed ordinò a Goyon: «Di non permettere che l'esercito napoletano entrasse nello Stato Pontificio, e, se vi fosse entrato, fargli depositare le armi, e non pensar mai più a restituirle.»

La mattina del 6 novembre comparvero sotto Terracina sette legni da guerra sardi con truppa da sbarco. La fregata Borbone (detta poi Garibaldi), postasi col fianco verso quella città, stava con le altre navi pronta a fulminare i soldati napoletani, ed i cittadini, ove quelli non depositassero le armi e si dessero prigionieri. Gli abitanti di Terracina pregarono i soldati e i duci napoletani che andassero via, e ripassassero la vicina frontiera del Regno.

Già si sapea che dodici mila piemontesi comandati da de Sonnaz erano per giungere, e quindi lo stato de' Napoletani essere molto compromesso; ciò nulla meno varii distinti uffiziali e quasi tutti i soldati erano determinati combattere una lotta disperata contro i Piemontesi, o per lo meno gittarsi ne' vicini Abruzzi. In quella giunge a Ruggiero una manifestazione del console di Terracina che si trovava a Roma, con la quale gli dicea che i soldati napoletani avrebbero messo in grande imbarazzo il Governo del Papa se rimanessero ancora armati negli Stati Pontificii. Quel console fece pure noto a Ruggiero, che ove mai non si depositassero le armi sino a quattro ore dopo mezzodì del sei, i Francesi marcerebbero contro i Napoletani. Poveri Napoletani, messi tra Erode e Pilato per causa de' futuri fratelli!

Goyon desiderava che la armi napoletane si depositassero nelle mani dei Francesi, ed a tale scopo mandò un suo capitano di Stato Maggiore, il quale tra le altre cose disse a Ruggiero che i Francesi rappresentavano il Governo Pontificio, e che a tempo opportuno avrebbero potuto restituire quelle armi: ed ove mai i Napoletani avessero voluto

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consegnarle a' Piemontesi era necessario venire ad una capitolazione.

Ruggiero mandò a bordo della flotta sarda, comandata dal conte Albini, due parlamentarii, cioè il tenentecolonnello Armenio e il capitano Rosenheim per conchiudere la capitolazione sulle seguenti basi: «Armistizio di poche ore affinchè un uffiziale si recasse a Gaeta e prendesse gli ordini del Re. Cessione a' Piemontesi di tutto il materiale di guerra ed armi, eccetto quelle degli uffiziali. Facoltà ai soldati di ritornar liberi alle loro case, dando loro due mesi di paga. Gli uffiziali liberi di manifestare in due mesi se volessero servire sotto la bandiera sabauda, o ritirarsi con la pensione a loro dovuta secondo le leggi del Regno.»

Il comandante la squadra, Albini, inclinava a quella capitolazione, e disse che andava a prendere gli ordini del generale in capo Cialdini. Nel frattempo però giunse il borioso e poco cortese de Sonnaz col suo aiutante di campo, ed avendo osservato che Ruggiero era disposto a capitolare, rigettò superbamente l'eque pretensioni degli sventurati Napoletani.

Fu allora che successero fatti che avrebbero potuto degenerare in massacri. De Sonnaz trovavasi in una locanda di Terracina, circondato da molti uffiziali napoletani. Fatto chiamare a terra il Conte Albini comandante la flotta sarda, cominciò a parlare di bombe e di esterminio contro i Napolitani, additando la flotta che era vicinissima alla spiaggia. De Sonnaz è savoiardo, e mentre si pavoneggiava da italianissimo non sapea parlare l'italiano! ma invece parlava una lingua bastarda che facea ridere gli astanti. Dopo che minacciò e vituperò i duci e gli uffiziali napoletani, conchiuse: avete a consegnar le armi ad ogni modo, o a' francesi o a noi; e credo che nessuno italiano vorrà cederle piuttosto allo straniero che a' fratelli.

Quel savoiardo chiamava fratelli coloro che già avea vituperati...! De Sonnaz pretendea pure che la brigata esterna di Mortillet restasse prigioniera. Il generale di cavalleria de Liguori fece di tutto per fargli sentire la convenienza e la necessità di capitolare sulle basi presentate ad Albini; ma de Sonnaz sbizzarriva ed insultava superbamente. Fu allora che il capitano dello Stato Maggiore Cesare Salerni risposegli: i Napoletani cedono le armi ad una grande nazione qual'è la Francia, dal

Piemonte non abbiamo avuto che inganni e bombe Queste parole accesero di più l'ira di de Sonnaz, il quale sapendosi inviolabile per dritto delle genti, dimenticandosi di essere italianissimo, cominciò a minacciare ed insultare veri italiani in lingua francese, e tra gli altri insulti osò dire: «Lâches! vous n'étes pas italiens: je vous cracherais sur la figure!.. ." (vili! voi non siete italiani: io vi sputerò sul viso!) Non proseguì, perché un grido di minaccia terribile si alzò in tutta quella sala, e Salerno sfidollo, ma la sua voce andò confusa tra le imprecazioni di rabbia e di minacce di coloro che avrebbero voluto buttarlo da una finestra. Il generale de Liguori lo salvò traendolo in una stanza ove si chiuse pure col comandante Albini. Dopo alcune spiegazioni, de Sonnaz uscì dalla camera calmo abbastanza per annunziare che gli uffiziali avrebbero gradi uguali e paga maggiore nell'esercito italiano se avessero voluto capitolare; ma tutti risposero che non voleano cosa alcuna da chi li avea sì bassamente insultati. In un attimo furono tutti in mezzo a' soldati, fecero suonare le trombe,

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e tutti chi a piedi chi a cavallo presero la via di Roma. Il de Sonnaz, com'è sempre costui,e di simile gente, vedendo che i Napoletani non erano abbat tuti dall'immeritata loro sventura, cercò con modeste e melate parole trattenerne qualcuno. Il tenente degli usseri Raffaele Echanizt gli rispose parole dignitose ed amare, che valsero una eloquente profezia

Quella scena poco prudente e decorosa, alla presenza del capitano francese Mammony, che avea intesi gl'insulti di de Sonnaz, si sarebbe potuta evitare, se i duci napoletani non avessero avuta sempre la manìa di capitolare. Invece di mandar parlamentari, avrebbero dovuto fare quello che poi fecero ad unanimità; cioè non avendo voluto marciare verso i vicini Abruzzi, secondo il desiderio del Re, poteano determinarsi sin da principio a prendere la via di Roma, e consegnare le armi colà a' francesi, come dipoi avvenne. I duci napoletani, avendo conosciuto qual'uomo era il de Sonnaz, per averne avute altre prove, doveano aspettarsi da costui ogni ingenerosa azione.

Intanto il de Sonnaz, a causa della sua burbanza e scortesia, fece perdere all'esercito piemontese tutto il materiale da guerra dell'esercito napoletano, le armi e gli animali, che tra muli e cavalli erano 3551!

I Napoletani che marciarono verso Velletri erano tutti affamati e stanchi per le patite fatiche e gravi sventure; lontani dalla patria, con l'animo affranto s'inoltravano in paese amico sì, ma dominato da Napoleone III, vile e traditore, causa principale di tutti que' rovesci ed immeritate umiliazioni.

Essi andavano a depositare le armi nelle mani del principale nemico del Re e del Regno di Napoli, né sapeano qual sarebbe stata la propria sorte, quella delle loro famiglie, del Re e della patria!

Giunti a Velletri, ebbero buona accoglienza dal generale francese Riduel: i Francesi perché prodi sono sempre sensibili al valore disgraziato. I Napoletani si ebbero vitto per satollarsi e fuoco per riscaldarsi; essi modello di fedeltà, di coraggio, e di abnegazione, depositarono le armi l'8 novembre, e furono divisi in diversi paesi dello Stato Romano. I duci francesi lasciarono a que' soldati dodici fucili per ciascun corpo, affinchè custodissero quella bandiera che da prodi aveano tanto bene difesa. Eppure que' valorosi disarmati, umiliati da' vili settarii, stettero fermi ai loro posti, e si contennero più moderati e più ubbidienti a' loro superiori. Quantunque senz'armi, faceano regolarmente la guardia, rispondendo puntualmente all'appello, alla rassegna, e non mancarono mai alla Messa festiva, come in tempo di regolare guarnigione.

Però, dopo tanti strapazzi e sventure, non pochi di que' soldati furono assaliti da febbri micidiali, e sarebbero tutti morti, se la carità del S. Padre e di tanti privati non l'avesse soccorsi. Di tanti fatti di simili genere mi è caro rammentare un solo. Quella truppa che trovavasi in Albano era la più vessata dalle febbri, ed era stata bene accolta ed ospitata da que' buoni Albanesi.

Trovavasi allora in Albano il Principe Scotti, Milanese, con la moglie, era costei nipote al generale Giulay; essi trovavansi colà a causa delle persecuzioni rivoluzionarie scatenate contro quella illustre coppia.

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Il Principe, cattolico fervente, e quindi buono e caritatevole, volle soccorrere in tutti i modi i soldati ammalati. E non contento di dar biancheria, danaro, e duecento zuppe al giorno, fondò un ospedaletto con sessanta letti, mettendovi direttore il chirurgo Achille Corcione del 13° Cacciatori. Ogni mattina quell'ottimo Principe milanese assisteva alla visita degli ammalati.

Che dir poi della Principessa Scotti? Ben disse l'Astigiano: «E tu non sai che in cor di donna la pietà si desta? «E quando questa pietà è sorretta ed informata dalla religione cattolica, tocca il sublime! La Principessa Scotti era il vero tipo di quelle donne cattoliche tanto maravigliosamente descritte dall'illustre Siciliano, Padre Gioacchino Ventura, Teatino.

Quell'ammirabile signora, oltre ai soccorsi in danaro che somministrava del suo particolare peculio agli ammalati, serviva costoro da vera sorella di carità, sprezzando il contagio, e sottoponendosi ad ogni umile servizio, fosse anco di nausea e di disgusto! Non volea essere supplita; e quando le si facea osservare che non convenivano certi servizii ad una gran dama, essa umilmente rispondea:

Il danaro che spendo per questi miei fratelli infelici in nulla m'incomoda, e niente mi costa; si è per ciò che voglio sottomettermi a questi servizii, pe' quali spero misericordia dal sommo Iddio, e qualche merito per l'altra vita.

Siccome il principe e la consorte aveano data tutta la loro biancheria agli ammalati, era commovente, ed insieme ridevole, vedere soldati ammalati con camicie di tela battista e da donna!

Illustre coppia prediletta dal Signore, anche voi soffriste allora l'esilio! Gli uomini, pur volendolo, non potrebbero ricompensare la vostra carità e le vostre non comuni virtù: ma vi è Colui lassù, che tutto compensa! A voi il supremo giudice, nel giorno del tremendo universale giudizio non farà certo il terribile rimprovero: Era nudo e non mi deste un abito per coprire la mia nudità - Era affamato e non mi deste da mangiare - Era ammalato e non mi soccorreste ecc.- Oh siate benedetti in eterno!

La carità dei coniugi Scotti è un amaro rimprovero per parecchie famiglie napoletane allora emigrate in Roma; e certune, benchè ricche, non soccorsero i connazionali soldati: esse invece pensavano i a divertirsi per togliersi alla noia dell'esilio: e solo perché dimoranti in Roma han creduto e credono ancora, che abbiano acquistati grandi meriti verso il Re, ed anche verso Dio!

Il Re fece vendere tutti gli animali che servivano all'artiglieria e alla cavalleria di quella disgraziata truppa che passò nello Stato pontificio; della somma ricavata fece ultimo dono a que' fedeli e prodi soldati; e il 26 dicembre li congedò definitivamente. Essi rientrarono nel Regno fiduciosi, ma li aspettavano altre sventure!

Il colonnello Zattera conservò la bandiera del 14° di linea, e la consegnò poi al Re in Roma.

Molti uffiziali di artiglieria che faceano parte della truppa che passò nello Stato romano, vollero recarsi in Gaeta per partecipare ai pericoli e alle glorie di quel memorando assedio.

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Ecco i nomi di que' valorosi che in tutta la campagna si distinsero, sfidando tutti i pericoli di una guerra estraordinaria, e che poi in Gaeta furono di potente aiuto alla difesa di quella Piazza. Capitani Carlo Corsi, Enrico Afan de Rivera, Giovanni Trombetta, Luigi Palumbo, Enrico Guida, Teofilo Galluppi, Lodovico Quandel, Francesco Lamorgese. Primitenenti Francesco Giardina, Alfonso Timpano, Antonio Lastrucci, Francesco Tedesco, Donato Bruno, Luigi Zara, Pasquale Massarelli, Francesco Paolo Corsi, Luigi Candilea, e l'alfiere Raffaele Alessandro; ed altri uffiziali di diversi corpi vollero pure recarsi a Gaeta.

Molti altri uffiziali, de' quali non pochi bene accetti in Corte, rimasero in Roma a far bella vita; mentre i loro compagni d'armi e il proprio sovrano combatteano gloriosamente le ultime battaglie della patria agonizzante. Oggi quegli uffiziali, che nulla fecero in tutta la campagna, si atteggiano a fedelissimi, ed a gradassi, volendo far credere che di ognuno di essi possa ripetersi: molto egli oprò col senno e colla mano.I piemontesi, inorgogliti della protezione e delle compiacenza napoleoniche, il 14 novembre invasero Velletri. Però non trattandosi più di un Borbone, ma del Papa, il Sire di Francia, che temea qualche commozione tra' cattolici, e perché non credea ancora opportuno il tempo, fu sollecito ordinare a' suoi protetti che uscissero da Velletri; e costoro tanto burbanzosi con gli sventurati Napoletani, ubbidirono immediatamente, restituendo pure settecento scudi presi nelle pubbliche casse di quel comune.

Cavour interpellò umilmente Napoleone III per sapere quali confini si doveano rispettare riguardo agli Stati del Papa, e il Sire francese li segnò da vero padrone, cioè al Sud Velletri, al nord Civitavecchia, ed all'est Castellammare. E così Napoleone III moveva i Piemontesi come marionette, mentre costoro si atteggiavano ad affrancar l'Italia dallo straniero!

CAPITOLO XL

La notte del 4 novembre, Persano molestò i borbonici accampati sotto Gaeta: profittando del buio della notte si mettea sotto Castellone, a tremila e cinquecento metri di distanza, e facea trar cannonate, che recavano lievi danni.

Dal mattino del 5 novembre, il generale Cialdini cominciò a mandar messi per indurre i Borbonici a capitolare e cedergli Gaeta. Sulle prime ebbe negativa assoluta, ma come dirò tra non guari, si discusse se fosse stato utile di far capitolare soltanto le truppe accampate in Montesecco.

Il tenentegenerale Casella, ministro della guerra, era allarmato per tanti soldati fuori Gaeta, i quali viveano con le provviste della Piazza; e quindi venne nella determinazione di dare il congedo a tutti coloro che avessero voluto ritornare alle loro famiglie. I soldati furono all'uopo interrogati, e pochissimi furono quelli che dichiararono voler lasciare il servizio del Re. Questa misura però scosse la morale disciplina,

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perché il soldato si convinse che il battersi non sarebbe stato più utile alla causa che difendeva.

Varii influenti e distinti uffiziali si adoperarono a risollevare lo spirito della truppa e vi riuscirono.

Il Cialdini si negò recisamente di far passare i soldati per ritornare alle loro famiglie.

Intanto il solerte generale Bertolini, capo dello Stato Maggiore, si avvalse del capitano de' Torrenteros pel collocamento di più battaglioni in avamposti. Al Torrenteros si unirono il 1° tenente Rammacca e l'alfiere Fiore dello stesso Stato Maggiore.

Lo stesso giorno 5, il Re chiamò dentro Gaeta tutti i capi di corpo; ed appena costoro si erano riuniti in una sala del Palazzo reale, corse voce che i Piemontesi si avanzassero contro Gaeta. Tutti si affrettarono a raggiungere i loro soldati; e il generale in capo Salzano corse pure col suo Stato Maggiore per dare gli ordini opportuni.

I piemontesi però non si erano mossi da Mola. Dallo stesso Salzano fu incontra to un parlamentare piemontese, il quale gli domandò, a nome di Cialdini, se fosse vero che i Borbonici volessero capitolare; nel caso affermativo, dicea, avrebbero con dizioni vantaggiose, invece se fossero stati costretti a rendersi, Cialdini non avrebbe accettato alcun patto. Salzano si mostrò sorpreso a questa domanda che si accompagnava con una minaccia; purtuttavia scrisse a Cialdini, e gli disse che gli abbisognavano 24 ore di tempo per valutare le sue forze ed i suoi mezzi, ma che non avea alcun potere sopra Gaeta.

Siccome il ministro della guerra insisteva sempre di liberare la Piazza da tante bocche, le quali consumavano le provviste bisognevoli pel futuro assedio, si pensò di far capitolare le sole truppe che si trovavano fuori Gaeta.

II6 novembre, un altro messo arrecò un'altra lettera del generale Fanti, il quale scriveva in qualità di capo dello Stato Maggiore del Re, V. Emmanuele. Quella lettera era diretta a Salzano, e lo avvertiva che il generale de Sonnaz si sarebbe recato a Montesecco per trattare la capitolazione secondo le basi dichiarate dal generale Cialdini. I generali belligeranti si riunirono conducendo secoloro alcuni individui del rispettivo Stato Maggiore, ma nulla conchiusero.

I Piemontesi pretendeano una capitolazione generale inclusa Gaeta; i Napoletani voleano capitolare, come ho detto, per que' soldati solamente che si trovassero in Montesecco. Fa maraviglia come i Piemontesi avesse potuto mandare de Sonnaz per trattare della capitolazione, dopo tutte quelle imprudenze che avea commesse in Terracina!

Ad onta del desiderio del ministro Casella e delle sue giuste osservazioni, i battaglioni fuori la Piazza rimasero al servizio del Re: Salzano fece conoscere a quel ministro la convenienza di ordinare che tutti i soldati entrassero in Gaeta. La proposta di Salzano non ebbe momentaneo effetto.

Casella persisteva a voler dare i congedi a' soldati, ad onta che fosse a di lui conoscenza che i Piemontesi non avrebbero fatto passare alcun congedato, perché era nel loro interesse affamare Gaeta.

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Divenuta necessità che la truppa di Montesecco dovesse rimanere al servizio del Re, fu divisa provvisoriamente nel seguente modo. Al Borgo fu destinato il 15° cacciatori comandato dal colonnello Pianelli; a' Cappuccini e sul colle Lombone il 14° e il 3°; quattro compagnie leggiere svizzere, comandate dal capitano Hess, giunte la notte precedente passate quasi in mezzo a' nemici, essendo state tagliate fuori, furono destinate a Torre Viola. Il 4° fu destinato al Camposanto all'altura di colle Atratina. Il 2°, 7°, 8°, 9° e 10°, erano accampati sul piano di Montesecco. I cacciatori a cavallo erano divisi in diversi luoghi, e la maggior parte sperperati nel Borgo. Comandava queste truppe il brigadiere di cavalleria Sanchez de Luna. Le batterie n°11, e 13 entrarono in Gaeta: nel campo rimasero quattro cannoni della batteria n°10, collocandoli due sul colle de' Cappuccini e due nel Borgo.

Tutti i capi di corpo fecero sentire al Generale in capo, che non poteano guarentire se i soldati si fossero battuti come per lo innanzi, perché, in ragione del promesso e poi negato congedo, perduta essi aveano la fiducia della possibile vittoria.

I Piemontesi, con un cannone di grosso calibro rigato, dalla cappella Conca, trae vano colpi contro la truppa accampata in Montesecco. La Piazza non rispose, perchè i proiettili de' suoi cannoni non giungeano sino alla batteria nemica.

Spesso la notte, qualche nave sarda senza fanali si avvicinava al nostro campo per trarre de' colpi contro i soldati, e poi fuggiva a tutta macchina. Più di una volta la truppa fu obbligata a riparare su gli spalti della Piazza, e non pochi soldati sotto il cammino coperto. Però tutta quella inutile pompa di cannonate per parte del nemico, altro danno non arrecava che qualche soldato morto e pochi feriti. Un soldato fu ucciso perché ebbe l'ardire gittarsi su di una granata pronta a scoppiare per ismorzarne la miccia accesa.

Era stato destinato al comando del 14° cacciatori il maggiore Celio; costui trovandosi ammalato, avealo surrogato il capitano aiutante maggiore Antonini, il quale difendeva la posizione interessante di colle Lombone. Nelle ore vespertine dell'11 novembre, molti battaglioni sardi assalirono i Napoletani, e fecero tutti gli sforzi possibili per impadronirsi delle posizioni occupate da costoro; furono però respinti con perdite sensibilissime.

Verso sera il 14° cacciatori ebbe l'ordine di abbandonare la posizione di colle Lombone e scendere a Montesecco. L'aiutante maggiore Antonini benchè facesse delle osservazioni, come militare ubbidì senza aspettare che andasse altro Battaglione a surrogarlo. Rimasta abbandonata quella interessante posizione, che dominava le altre occupate da' Napoletani, i Piemontesi corsero ad impossessarsene.

Ne seguì un combattimento che ebbe tregua per l'ora già tarda, e fu differito per la dimani onde riprendere quella importante posizione.

Il Re, sempre tradito nelle informazioni, quando seppe la perdita di colle Lombone, destituì Antonini e il Capo dello Stato Maggiore Bertolini; informato meglio della condotta di costoro, clementemente annullò le destituzioni.

Quello stesso giorno 11, il generale in capo Salzano, scrisse al ministro della guerra e si dichiarò ammalato;

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dichiarò pure che i generali Meckel, Barbalonga e Polizzy erano ugualmente infermi. Il Comando in capo di tutte le forze fuori Gaeta fu dato al brigadiere Sanchez de Luna, creando capo dello Stato Maggiore il maggiore Migy: tutti gli altri uffiziali di Stato Maggiore e di grado superiore erano stati chiamati dentro Gaeta.

Igenerali Colonna e Barbalonga erano corrucciati perché il ministro della guerra non volle farli entrare nella Piazza co' loro dipendenti, mentre la guardia reale, mal grado la condotta serbata il 1° ottobre, diceano essi, godea tanto favore.

Il ministro della guerra era anche corrucciato contro que' due generali, Colonna e Barbalonga, perché costoro si negarono ad eseguire il progettato diversivo negli Abruzzi, e che contro la volontà del ministero aveano condotte le loro brigate sotto Gaeta. Si asserisce che Colonna e Barbalonga, non avendo ottenuto di entrare nella Piazza, prorompessero in poco misurate parole presenti i soldati. Il certo si è che que' due Generali, che in tutta la campagna si erano ben condotti, vollero essere sciolti da' vincoli militari, ed avendolo ottenuto, abbandonarono il campo e ritornarono alle loro case.

Il Re, dolente della perdita dell'interessante posizione di colle Lombone, la sera dell'11 fece chiamare dentro Gaeta il distinto Capitano, sig. Sinibaldo Orlando, comandante la 3a compagnia del 14° Battaglione Cacciatori, e gli diede l'incarico di riprendere quel Colle. Nello stesso tempo chiamò anche il de Torrenteros, che situati avea gli avamposti, onde spiegato avesse i punti più interessanti e dimostrato i più lontani. Il Re lasciato avea in Napoli ogni cosa, e non avea seco una carta geografica di Gaeta ed adiacenza; avea però una copia in fotografia. Osservò con accorgimento ogni particolarità, e nell'imporre al de Torrenteros quell'attacco, gli ordinò specialmente recarsi a Torre Viola, estrema sinistra verso Terracina, ov'era il Capitano Hess comandante le quattro compagnie svizzere, e nel bisogno, disporre che ripiegassero sotto la protezione della Piazza. In breve dirò della bravura e della fine di quelle quattro compagnie e della morte del loro comandante.

Il Capitano Sinibaldo Orlando dopo di aver tutto disposto per riprendere la posizione lasciata dall'aiutante maggiore Antonini, pregò costui di far parte dell'attacco onde nominarlo tra i distinti, e così farlo reintegrare dal Re nel grado perduto. Antonini giudicando arrischiata e difficile la ripresa di colle Lombone volle andarsene sotto la Piazza in Montesecco.

Il Capitano Orlando alla testa della metà del 14° cacciatori, assalì con uno slancio ammirevole i Piemontesi sul colle Lombone, e dopo un sanguinoso combattimento, la mattina del 12, s'impossessò nuovamente di quella importante posizione, mettendo in fuga i nemici, e facendo 15 prigionieri piemontesi.

Quel Capitano in premio di tanto valore fu ringraziato dal Re e fatto Maggiore.

Si distinsero più di tutti in quell'attacco il Capitano Maresca che assalì i nemici senza esitare, ed i cacciatori Pitocco, Fagnano e Brandolino. Furono decorati 8 uffiziali e 600 soldati.

È troppo tristo rammentare che le reliquie di un prode e tradito esercito, nel giorno


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che questo dovea per l'ultima volta difendersi in pieno campo e combattere a solo scopo di salvar l'onor della bandiera, e cogliere gli ultimi allori contro un nemico potente e fortunato, non si trovassero più duci, ma pochi giovani uffiziali; mente in quell'avanzo di prodi, l'Europa potè ammirare parecchi generosi che provarono mille volte il valor loro, e l'invalutabile loro attaccamento al giovin Re!

Ed osservate la solita contradizione de' rivoluzionarii. Costoro dissero tanto male contro que' valorosi che furono prodighi del loro sangue per difendere l'onore della armi napoletane, appellandoli co' più volgari ed odiosi nomi; quando però fece capolino il municipalismo tra gli stessi rivoluzionarii napoletani e piemontesi, quelli per abbassare la burbanza di questi, ricorsero a mettere innanzi i nomi de' loro compatriotti che gloriosamente aveano combattuto contro i Piemontesi, e che essi l'aveano dichiarati satelliti della tirannide e nemici della patria.

In effetti nel giornale Roma del 3 giugno 1868 leggo le seguenti parole nell'Appendice col titolo Italina, memorie postume di una giovanetta: «Restarono di gloria al vecchio esercito oltre i fatti interni di Gaeta: 1° lo spontaneo movimento pel quale i soldati, mal guidati dai generali, si raggranellarono dietro il Volturno, laceri ed affamati, ma pur chiedendo armi per combattere; 2°, il 26 ottobre, quanto l'avanguardia piemontese fu sopra la retroguardia dei napoletani, e questi la respinsero con gagliardia. Il 29 ottobre quando l'oste sabauda tentò il passaggio del Garigliano, e fu costretta con gravi perdite a ritirarsi; il 12 novembre, quando la stessa oste tentò prendere gli avamposti innanzi Gaeta, dal maggiore Sinibaldo Orlando fu ricacciata indietro valorosamente.»Intanto il governo riparatore, neppure volle riconoscere il grado di maggiore ad Orlando, ed altri gradi ad altri che acquistato aveano gloriosamente!

Il colonnello Enrico Pianelli, fratello del generale ministro della guerra, di avamposto all'estremità del Borgo, dopo di essersi recato nel campo piemontese col permesso dei suoi superiori per ottenere un passaggio, vi si era poi recato di nascosto; e la mattina del 12 novembre trovavasi in un caffè del suddetto Borgo assieme ad alcuni uffiziali piemontesi. Quel giorno dovea esservi tregua, perché si facea lo scambio de' prigionieri. L'oste sarda alle 9 del mattino assalì proditoriamente le posizioni occupate da' napoletani, facendo impeto contro il centro e contro la sinistra. Il Sanchez, che, come ho detto, comandava la truppa fuori Gaeta, corse con le forze che avea in Montesecco. Già il 4° cacciatori era alle mani col nemico, e soccorso dal 2° della stessa arma, gagliardamente lottava contro i nemici di gran lunga superiori in numero.

Pianelli, profittando della circostanza, ordinò che il 15° cacciatori, da lui comandato, scendesse dalle alture; lo schierò in battaglia col fronte al mare e col fianco sinistro al nemico, sicchè costui potè accerchiarlo. Pianelli, dopo di aver confabulato con un duce piemontese, dichiarò a' suoi dipendenti che deponessero le armi per compagnia, essendo già prigionieri di guerra. Soli otto uffiziali e 78 soldati, che si trovavano alla diritta, si salvarono dal tradimento del proprio comandante, fuggendo verso Gaeta.

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Il tradimento del colonnello Enrico Pianelli arrecò maraviglia e tristezza; costui si era ben distinto in tutta la campagna militare del Volturno, e gli furono prodigati più volte meritati elogi de' superiori: volle suggellare la sua vita militare con la più turpe perfidia, e col più vile tradimento alla propria bandiera. Egli però nulla ottenne da' novelli padroni! Di lui potrebbe dirsi: un mal finir la vita disonora!Dopo il turpe tradimento di Pianelli, il campo napoletano rimase scoperto dalla parte occupata dal 15° cacciatori; quindi i Piemontesi facilmente assalirono il 3° Battaglione cacciatori sul colle de' Cappuccini; e questo non potendo far fronte a forze di gran lunga maggiori, ripiegò combattendo verso Montesecco. Sanchez ordinò di riprendersi la posizione del colle de' Cappuccini, e quel Battaglione ubbidì riprendendola con grandi sacrifizii, ove si mantenne fermo fino che non fu nuovamente oppresso dalla gran piena de' nemici; e sebbene accerchiato da per ogni dove, si aprì un varco con la forza, e si ritirò sotto la protezione della Piazza. Solamente tre compagnie, comandate dal maggiore Santacroce, retrocessero e vollero darsi prigioniere!

A Torre Viola, gli svizzeri combattevano con un accanimento eroico contro tre Battaglioni Piemontesi, ed arrecavano a costoro serii danni: ma erano decimati dalla fucileria nemica e dalla mitraglia. La mancanza dell'artiglieria borbonica, che il generale Rodrigo Afan de Rivera non volle mandare al Capitano Hess, contribuì ad un eccidio veramente crudele. Era una disgrazia! Non pochi de' Generali napoletani doveano sempre contribuire ad agevolare i nemici, ed i loro ordini essere sempre fatali a' Borbonici.

In quel massacro fu ucciso tra gli altri il prode Capitano Hess comandante di quelle quattro compagnie svizzere: soltanto 130 soldati ed un uffiziale si sottrassero alla morte ed alla prigionia. E quando la sera stessa di quell'azione guerresca, il Re chiese conto al de Torrenteros che diretto avea la difesa di Torre Viola delle quattro compagnie svizzere, costui additando i 130 individui di truppa e l'uffiziale, già in riga al largo Conca di Gaeta, ecco, gli disse, o Sire, me compreso, gli avanzi di quelle massacrate compagnie....!Il 4° e il 14° cacciatori, aiutati dal 10° e da quattro compagnie del 2° tennero fermo contro il nemico, ad onta dell'inferiorità del numero. Il 7° 8° e 9° Cacciatori combatteano dalla parte del Camposanto.

Quel giorno i Napoletani fecero sublimi sacrifizi di vero patriottismo e di bravura: ma rimasero sepolti nell'obblio, dapoichè combatteano una guerra infelice, e lottavano a solo scopo di salvar l'onor militare e quello della bandiera napoletana. Molti e molti che erano nati sotto il bel cielo delle due Sicilie, da veri Caini, deridevano e maledicevano que' generosi ed onorati figli della patria comune!

Il combattimento del 12 novembre durò circa 9 ore, i soldati napoletani erano stanchi e digiuni, e non aveano rinforzi, né attendeano alcun soccorso; mentre il nemico si presentava sempre fresco a battagliare su quel suolo difficile, e ripigliava la lotta con più vigore. Il generale Sanchez, avendo calcolato le circostanze de' suoi dipendenti e quelle de' nemici, prese gli ordini del Sovrano, e fece battere la ritirata di tutti i battaglioni che si trovavano alle mani col nemico.

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I Piemontesi rimasero ne' loro posti, e non inseguirono i Napoletani che si ritiravano in bell'ordine.

Nella giornata del 12 novembre, i Borboni soffrirono molte perdite. Morirono tre uffiziali e settantuno soldati; de' primi ne furono feriti sette, de' secondi trentasei. I traditi o prigionieri furono 1020, cioè 34 uffiziali e 986 soldati.

La sera il re ordinò che i Battaglioni che si trovavano fuori Gaeta, entrassero tutti nella Piazza; e tutta quella guarnigione sommò a 19700 soldati, 1770 uffiziali, e 1080 tra muli e cavalli dell'esercito. Il giorno 13 novembre cominciò l'assedio di Gaeta.

La sera del 12 novembre, una pattuglia Napoletana arrestò nel Borgo un aiutante del 15° Cacciatori assieme ad un soldato piemontese che l'accompagnava. Sulla persona dell'aiutante fu trovata una lettera del colonnello Enrico Pianelli diretta al tenente-colonnello Antonino Nunziante, comandante l'8° Cacciatori. Il Pianelli consigliava Nunziante a disertare al nemico col Battaglione che comandava. Di questa lettera, in altri tempi ed in altre circostanze, forse non se ne sarebbe tenuto conto; conciosiachè chi può impedire ad un disertore e traditore di scrivere dal campo nemico simili lettere? L'infamia deve cader sempre sull'autore di lettere siffatte, e non già su colui al quale sono dirette. Nonpertanto, ad onta che il tenente-colonnello Antonino Nunziante si era mostrato fedele e prode in tutta la campagna, essendo fratello del famigerato Alessandro, fu sottoposto ad un consiglio di guerra, dal quale naturalmente risultò innocente. Non occorrerebbe difendere più oltre la conosciuta lealtà del tenente-colonnello Antonino Nunziante; ma mi piace accennare un fatto che nessuno scrittore ha fin'ora menzionato, per dimostrare che ove possa far meglio rilucere la verità a difesa di un innocente lo faccio volentieri e con sommo piacere. Il Nunziante perché ammalato, con regolare permesso, avea lasciato il Battaglione di suo comando all'aiutante maggiore più antico, e sin dal mattino del giorno 12 era entrato in Gaeta per curare la sua salute, e si trovava in casa del suo amico Tanchi. Se altre mancassero, questa sola ragione sarebbe stata bastante per far conoscere ch'egli non aspettava quella lettera, e che nessuno accordo vi fosse tra lui e Pianelli. Erano quelli tempi eccezionali, ed un soverchio zelo dava sovente l'opportunità a sviste e disposizioni censurabili.

Nunziante uscì dalla Piazza perché non gli si volle ridonare il comando dell'8° Cacciatori, essendo di massima che tutti coloro i quali subivano consigli di guerra, anche assoluti, non più aveano comandi di corpi.

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Gaeta!
CAPITOLO XLI

La via che abbiamo percorsa è stata lunga e faticosa; l'abbiamo lasciata dietro di noi seminata di cadaveri, di viltà e di tradimenti. In questo cruento di disastroso Viaggio da Boccadifalco a Gaeta sono accaduti de' fatti che non hanno riscontro alcuno nelle storie delle umane malvagità: era riservato a' Generali ed a' ministri liberali napoletani compiere l'impossibile. Costoro si sono resi celebri per colpe ed errori, ed i loro nomi passeranno a' tardi nostri nepoti per essere maledetti ed esecrati!

Iddio ha voluto assistermi e proteggermi tanto da farmi giungere sin qui salvo da tanti svariati pericoli; e posso dire di essere passato per ignem et aquam.Già siamo alla meta del nostro faticoso Viaggio; già siamo in Gaeta, ove si consumerà il gran regicidio politico, ove sarà abbattuta una autonomia secolare, ed un ramo di gloriosa dinastia che regnò per 126 anni! Non so chi possa accusarla; ma come negare ch'ella trovò il Regno sotto il dominio dello straniero, governato da una Luogotenenza ingorda e rapace, ed alzò splendido trono, rendendo questo Regno il più indipendente, il più ricco, il migliore amministrato degli altri Stati d'Italia?

Gaeta, città di circa 5000 anime, ebbe nomeÆta, e fu anteriore agli argonauti. Si vuole fondata dai Lestrigoni; secondo Strabone da' Greci venuti da Samo; e secondo Virgilio ricevette il nome di Caieta dalla nutrice di Enea che portava questo nome morta e seppellita in Gaeta. Essa è una penisola, alta 166 metri sul mare, e si abbassa verso l'istmo che forma il piano di Montesecco, che è largo 700 metri, lungo 600. La forma della penisola è somigliante ad un elmo, ed ha circa 5000 metri di giro. In cima alla penisola è Torre Orlando, un tempo sepolcro di L. Minuzio Plauto, fondatore di Lione.

La città è fabbricata a proscenio e guarda il mare dalla parte nordest; le strade sono strette; Ferdinando II l'avea resa deliziosa co' bei passeggi che vi avea costruiti dalla parte dell'ovest.

Gaeta è luogo fortificato più dall'arte che dalla natura, e si riteneva inespugnabile come Cronstadt dalla parte di mare. Le sue fortificazioni rimontano all'ottavo secolo, quando i Saraceni distrussero la vicina Formia, i cui fuggiaschi si fortificarono in Gaeta, e vi si sostennero. Federico II vi alzò le mura, Alfonso I ne aggiunse altre; e sotto il Regno di Carlo V acquistò molta importanza militare. I Borboni la migliorarono, e Ferdinando II vi spese molte cure e molti milioni; ma co' nuovi mezzi di guerra nel 1860 quella fortezza non avea più la sua antica importanza. Non vi sono forti ripari per le artiglierie, non angoli sull'istmo, non batterie coperte, né buone polveriere, né veicoli di passaggio, né ospedali a prova di bomba.

Gaeta ha diverse batterie, dette di fronte di terra e di fronte di mare, scoperte e con poche casematte per alloggiamenti.

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Gaeta ha sostenuto tredici assedii che cominciano dall'840, e finiscono con quello del 1861. I Borboni la conquistarono nel 1734 e la perdettero nel 1799; la ripresero lo stesso anno, e la tennero sino al 1806; riperduta la riconquistarono nel 1815, per cederla nel 1861. Oh, le umane vicende! E chi potrebbe contare su di esse?

Gaeta ha una bellissima Cattedrale restaurata ed abbellita da Ferdinando II, e poi assai guasta dalle bombe piemontesi. La fondazione di quella Cattedrale si attribuisce a Barbarossa, ed ivi è un bel quadro di Paolo veronese, e lo stendardo che Pio V diede a D. Giovanni d'Austria, generalissimo dell'armata cattolica nella gran giornata di Lepanto, ove trionfò col Cattolicismo la civiltà. Gaeta è patria di Papa Gelasio II, e del celebre teologo Cardinale Tommaso de Vio domenicano, comunemente chiamato il Cardinal Gaetani, comentatore esimio della Somma teologica di S. Tommaso d'Aquino.

Il 12 novembre, come ho già detto, il residuale esercito napoletano era entrato in Gaeta per difendere fino agli estremi il suo amato sovrano. Si dispose la difesa: lo Stato Maggiore e gli uffiziali di artiglieria e genio si ebbero destinazioni e comandi. Si rifecero bastioni, blinde, affusti, ma difettavansi di legname. Il ministro liberale Pianelli, che sapea quello che gli passava in mente, avea sguernita quella Piazza forte, avendo anche tolto 1200 cantaia di polvere per provvedere i forti in Calabria e negli Abruzzi, che servir dovea poi a' nemici contro i Napoletani. Mancava la moneta, ed il ministro della guerra Casella diminuì sino a metà i soldi, promettendo tuttavia il compenso dopo fatta la pace. Molti uffiziali fecero un indirizzo al Re ricusando gli averi.

Il S. Padre, Pio IX, donò vettovaglie ed arnesi di guerra ch'erano stati preparati per Ancona.

Il 16 novembre si mandò a Marsiglia il brigadiere Antonio Ulloa direttore del ministero della guerra per comprare viveri e munizioni, e tentare l'acquisto di cannoni rigati.

Il Re, prevedendo che l'assedio sarebbe stato lungo e terribile, volle allontanare da Gaeta le sorelle, i fratelli piccoli, e la Regina vedova Maria Teresa, e tutti partirono per Civitavecchia il 18 novembre, imbarcandosi sul piroscafo spagnuolo il generale Alava. La real famiglia giunta a Roma fu regalmente ospitata e visitata dal S. Padre al palazzo del Quirinale. In Gaeta rimasero il conte di Trapani, zio del Re, i conti di Trani e di Caserta, il Re e la giovanetta Regina Maria Sofia, la quale ad onta delle preghiere di Francesco II, e degli altri parenti, non volle lasciare l'augusto suo sposo per dividere con lui i pericoli e le glorie di quel memorando assedio! Il Conte di Trapani, Zio del Re, il 7 dicembre, si recò a Roma per tenere più facile corrispondenza con le Corti europee, e per congedare la truppa passata nello Stato romano.

In quel tempo si riunirono a Varsavia le tre potenze del nord, cioè Russia, Prussia ed Austria, e la rivoluzione se ne mostrò atterrita. Napoleone III, che allora viaggiava fastosamente con la moglie in Algeria, all'annunzio de' tre sovrani nordici in Varsavia, allibì; e siccome avea molti peccati che pesavangli sulla coscienza,

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troncò le feste e il regal viaggio e corse in fretta a Parigi. Fece chiedere dal suo ministro a Pietroburgo spiegazioni a Gortchahoff su quella riunione di sovrani a Varsavia, e gli fu risposto non esservi cosa alcuna contro la Francia. Napoleone niente rassicurato di questa spiegazione, mandò a Pietroburgo un memorandum, col quale ripudiava la solidarietà con le invasioni del Piemonte, e dichiarava, che ove questo assalisse l'Austria, egli lo abbandonerebbe materialmente e moralmente.Però i ministri massoni di que' tre sovrani suscitarono antichi rancori e stolte gelosie, e fecero sciogliere quel congresso senza nulla conchiudere. E così, le Corti d'Europa rimasero in attonita contemplazione dello scempio che si perpetrava sullo scoglio di Gaeta, ove un giovine e prode sovrano difendeva ne' suoi dritti quelli di tutti i Sovrani. Per me porto opinione che la rivoluzione del 1860 non fu opera delle sêtte, ma volere di alcuni sovrani, gli altri poi non opposero ostacoli alla corrente rivoluzionaria. Oggi alcuni di quei Sovrani sono spariti, perché abbattuti e detronizzati dalla stessa rivoluzione che tanto protessero; altri corrono pericolo prossimo di scomparire; e tutti si trovano sopra un terribile vulcano che presto o tardi minaccia inghiottirli. Che il male cadesse sopra di loro solamente, o perché l'han voluto scansare, non sarebbe più un gran danno alla civile società: ma poichè la caduta de' troni schiaccia anche i popoli innocenti, ecco il vero danno che deesi temere e deplorare.

Mentre in Gaeta si prepara l'ultima disuguale lotta contro un nemico che disponeva di tutte le risorse d'Italia, facciamo tregua anche noi per poco, e rivolgiamo il pensiero ad altri fatti importanti che succedevansi rapidissimamente nell'invaso Reame delle Due Sicilie.

Re, V. Emmanuele, dopo i fatti d'ami del Garigliano e di Mola, si disponeva a fare la sua entrata trionfale in Napoli. Il municipio liberale di questa città preparava grandi feste per l'entrata del nuovo Re, e facea spese considerevoli.

Si alzarono dodici archi trionfali, piramidi, ed un Monumento al Sire di Francia Napoleone III, quattro statue a Cavour, un tempio a Garibaldi; ritratti di Fanti, Cialdini, Turr, Medici e Cosenz. Peccato che dimenticassero Pinelli! Toledo era pieno di statue di gesso in parte nude; si diceva che quelle statue rappresentassero le cento Città italiane: e veramente que' simboli furono profezie...! Rustow dice delle cose e fa delle allusioni, che io non posso e non debbo fare riguardo a quelle statue.

Tutti que' preparativi di festa che erano costati, dicono, ducentomila ducati, alla Città di Napoli, li distrusse in una notte la pioggia ed il vento, reazionarii! La mattina si vedeva tutto a soqquadro; le cento Città, ossia le statue distrutte, gli archi, le piramidi, i tempii, i ritratti non esistevano più; altro non si vedeva, che travi, funi, chiodi e forche...!La mattina del 7 novembre, sotto una fitta pioggia, e tra tanto squallore, entrò in Napoli Re V. Emmanuele. Era Egli in carrozza, stavagliallato Garibaldi, di fronte Pallavicini, Prodittatore di Napoli, e Mordini Prodittatore di Palermo. Seguivano la reale carrozza i Carabinieri, lo Stato Maggiore, ed un drappello di Guide.

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Vi era poca gente, forse a causa del cattivo tempo; quindi pochi plausi e pochi fiori. Il Re salutava col guanto dove vedeva qualche balcone pieno di gente.

Giunto il Re al Palazzo reale gli fu presentato il risultato del Plebiscito da Garibaldi; indi quello di Sicilia da Mordini. Poi si presentarono tutti i Ministri ed il Municipio. Parlò Conforti e disse, che il popolo ad immensa maggioranza avealo proclamato Re. Ed il Re rispose brevi parole, e si fece il rogato dell'atto del Comizio. Garibaldi (ahi!) depose la dittatura, ed i Ministri si dimisero.

Il Clero Napoletano non volle cantare il Te Deum; però si raggranellarono in fretta molti preti tra' quali non pochi appartenuti alla Cappella Palatina. A S. Lorenzo cantò il Te Deum il Vescovo Caputo!

La sera non vi fu illuminazione festiva, incolpandone il cattivo tempo. Quando venne il sereno, il Sindaco pregò i cittadini ad illuminare per lo meno i palazzi di Toledo, e qualche altra strada: e di vero non vi fu che una sparutissima illuminazione, che sarebbe stata meglio non farla, per ragione del cattivo effetto che moralmente produsse in tutti.

Garibaldi, dopo di avere deposta la dittatura, si mostrava mesto e quasi abbattuto, e se ne andò in locanda co' suoi pochi fedeli amici. Gli altri garibaldini voltarono la faccia al Sole nascente per non perdere i gradi militari che aveano acquistati; per essi il Redentore non era più nulla, Cavour era tutto.

Dopo l'entrata del Re V. Emmanuele, i garibaldini furono sciolti dal servizio militare, e molti ritornarono alle loro case; rimase però un esercito di uffiziali garibaldini, e per costoro si riunì una giunta per notare i gradi secondo le classi; e siccome mancavano i brevetti, questi si allestirono in fretta e con favoritismo. Quella giunta, secondo dice Rustow, non tenne conto della morale cittadina di que' graduati, ma premiò quelli che aveano resi maggiori servizii. Turr, Medici e Cosenz furono nominati tenentigenerali. A Garibaldi oltre della Gran Croce dell'Annunziata e il grado di generale di armata, si promisero de' castelli, la dote alla figlia, e un alto grado militare al figlio.

L'exdittatore ricusò tutto, ed insistè la seconda volta a domandare la Luogotenenza delle Due Sicilie, con pieni poteri; ma gli fu negata, perché Cavour avea già destinato il medico Farini a quell'alta magistratura. Garibaldi sentì male la esaltazione di Farini suo nemico politico, e vistosi abbandonato da tanti, si decise di partire. Prima però che partisse firmò due decreti con l'antidata; con uno dava la casina reale del Chiatamonte per un anno al francese romanziere Dumas, e con l'altro datato da Caserta, il 5 novembre, faceva cappellano maggiore della Sicilia il celebre Padre Pantaleo. Il 9 novembre, dopo aver dato l'addio a' compagni d'armi, e visitato a bordo l'Ammiraglio inglese Mundy, dal quale ebbe saluto di artiglierie, ultima illusione, s'imbarcò sopra un piroscafo inglese e si diresse alla sua sterile Caprera, portandosi una cassa di patate! Sic transit gloria mundi!L'accompagnarono il figlio, un Bassi, un Gusmarolo, un Forsecanti, e il servo Manuele. Lo stesso giorno partirono Turr e Pallavicini.

Sirtori rimase capo de' garibaldini, i quali, aizzati da' mazziniani la sera del 12

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novembre, fecero una dimostrazione sotto il palazzo reale e in diversi punti della città; tra le altre cose domandavano il richiamo di Garibaldi. Re V. Emmanuele, che capì cosa volessero que' dimostranti, diede fuori un prudente ordine dichiarante lo esercito de' volontarii aver ben meritato dalla patria e da Lui; e comandava che si organizzasse deffinitivamente secondo i regolamenti.

A Mazzini, che ancora trovavasi in Napoli, si spedì il mandato d'arresto, ma nessuno l'arrestò, ond'ei si partì con tutto il suo comodo e fece la via di terra sino a Genova, senza essere molestato.

Farini medico e storico sommo per la grande ragione che scrisse contro i Papi, e che proclamò Ferdinando II il peggiore de' tiranni; fatto Luogotenente schiccherò un proclama al popolo napoletano in cui promettea libertà, sicurezza pubblica e ricchezze non mai viste; ed egli si predicò degno interprete del Re, simbolo di concordia italiana.

Per dimostrare co' fatti com'egli intendesse la libertà, per primo atto della sua Luogotenenza fece un decreto col quale creava un reggimento di carabinieri! In seguito schiccherò alcuni decreti tendenti a perseguitare i vescovi del Regno. Farini iniziò la demolizione di tutto quello ch'era bello e buono nel Reame di Napoli; tutto camuffò alla subalpina; pubblicò regolamenti strani, incompresi, e con termini barbari. Dettava leggi che i re costituzionali non possono fare, e ne dettò tante ch'era impossibile tenerne conto ed eseguirle. Sotto la Luogotenenza di Farini cominciò il regno dei consorti, i quali nella maggior parte aveano congiurato, ed altro non sapeano fare; ve ne erano ignorantissimi, pochi erano dottrinarii, e davano, con dottrinarii principi e parole, colpi alla cieca e bestiali.

Nondimeno Farini era detto un'eccelsa capacità, forse perché s'intascava undicimila ducati al mese di lista civile, ad onta che avesse dichiarato di voler morir povero!

Sin dal principio dell'occupazione piemontese nel Reame, cominciarono i partiti ad alzar la testa: chi volea Francesco II, chi Murat, ed i garibaldini voleano Garibaldi e la repubblica. Avendo il Governo tolti i soldi agli uffiziali garibaldini, costoro tumultuarono e fecero delle pazzie, tanto che più di una volta fu necessario far accorrere i bersaglieri per scioglierli, ed a' renitenti dare de' colpi di baionetta, come avvenne il 25 novembre, quando gridarono: abbasso i Consiglieri, abbasso Farini.Sirtori, Cosenz, Medici e Bixio faceano di tutto per contentare e proteggere i garibaldini. Scialoia però, consigliere di finanza, dichiarò nel Giornale Ufficiale che si erano pagati troppi soldi a' garibaldini, e che non vi erano impieghi da dispensare. Dopo tante insistenza e rumori fatti da' garibaldini, il Governo condiscese a determinare i gradi militari di que' volontarii, a patto che si tenesse conto della vita passata de' medesimi; e siccome tra que' volontarii, erano degli omicidi, de' furfanti e de' ladri, si capì che con questo mezzo se ne voleano escludere molti; quindi nuove ire ed altri chiassi. Sirtori con una proclamazione pregò i garibaldini che non tumultuassero, ed il Governo, il 26 novembre, ne prese due mila, e per amore o per forza imbarcolli per Livorno. Purtuttavia condiscese a dare a que' volontarii graduati sei mesi di soldo anticipato: quel momentaneo sollievo l'illuse, l'accettarono e furono licenziati definitivamente.

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Quel licenziamento costò alle finanze di Napoli sedici milioni di ducati! I licenziati medesimi domandarono poi degli impieghi civili; al solo Luogotenente, si disse e si stampò, che furono presentati quarantacinquemila memoriali! erano tutti di garibaldini, camorristi e gente di cattiva condotta, e tutti vantavano i loro grandi servizii prestati alla causa del nuovo Governo. Questi supplicanti di civili impieghi si resero tanto importuni ed audaci, che più volte fu necessario ricorrere ai bersaglieri per iscacciarli a furia di baionettate.

Il 26 novembre, Re V. Emmanuele accolse solennemente i commissarii Pepoli e Valerio, i quali gli presentarono il Plebiscito delle Umbrie e delle Marche. Lo stes so giorno ricevè la deputazione del Parlamento sardo, la quale lo ringraziava e lo felicitava per le nuove province annesse al Piemonte. Si pubblicarono due decreti, in data del 17 novembre, con uno s'incorporavano nella marina sarda gli uffiziali della marina napoletana, però co' gradi che aveano acquistati sino al 7 settembre; in modo che quegli uffiziali perdettero i gradi che aveano arruffato sotto la dittatura, e furono costretti a smettere i galloni ed i ricami de' quali si erano pomposamente fregiati. Con l'altro decreto si nominava a luogotenente generale Alessandro Nunziante (tradens sanguinem iustum); a causa di questo premio dato al Nunziante, tanti uffiziali reclamarono, e dissero male parole contro il premiato, ma costui scris se e stampò una sua difesa nella Gazzetta Ufficiale di Torino. Capite! Una difesa!

Intanto i garibaldini non si quietavano; ogni giorno succedeano risse, dimostrazioni, bastonate e cattive parole, e tutto condito col canto dell'inno di Garibaldi. Quell'inno si rese celebre in tutta l'Italia, e principalmente per la musica molto piacevole; scritto da Mercantini con musica di Olivieri capobanda della brigata Savoia. I garibaldini lo cantavano nelle strade, ne' caffè, ne' teatri, ed era sempre foriero di dimostrazioni e di baruffe. La sera del 1° dicembre si chiuse il Teatro nuovo, i garibaldini l'aprirono con la forza, e sul palcoscenico cantarono l'inno di Garibaldi, che fu applaudito; poi suonarono la marcia reale e fu fischiata. Per la qual cosa fu proibito suonarsi e cantarsi quell'inno, già esoso a' Borbonici, divenuto poi antigovernativo. I garibaldini imbestialirono a quella proibizione, nonostante che Sirtori facesse proclami ed inculcasse quiete, essi non finivano di tumultuare. Credendosi ancora persone d'importanza, fecero un indirizzo al Re che cacciasse Farini e Nunziante, richiamasse Garibaldi, e conquistasse Roma e Venezia. Farini, credendo di far paura ai garibaldini, fece comandante della Piazza il generale Ricotti, ma quelli proseguirono nella stessa via di opposizione e di schiamazzi.

Anche i preti garibaldini fecero la loro brava dimostrazione con isperanza di essere compensati dal nuovo Governo. Si riunirono la sera del 29 novembre col pretesto di volere per cappellano maggiore il Caputo, e si recarono sotto la casa del ministro del Culto, Ferrigni, ed ivi gridarono abbasso e morte: le Guardie nazionali ne arrestarono dieci di que' reverendi.

Mentre il Governo di Farini era avversato da' garibaldini, nelle province crescea la reazione, e specialmente nelle Calabrie e negli Abruzzi. La ferocia che esercitava in queste ultime province il generale Pinelli, in cambio di estinguere la reazione la facea crescere ed ingigantire.


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In quel tempo comparve il celebre Chiavone, e le sue gesta reazionarie e poi brigantesche, davano a pensare a' nuovi padroni.

Da Palermo giungevano a Re V. Emmanuele indirizzi co' quali si domandava ch'ei lasciasse Mordini a capo di quell'Isola. Costui, prevedendo prossima la sua caduta, facea in fretta decreti per compensare i Martiri. Il 26 novembre dal balcone parlò al popolo glorificando Garibaldi ed annunziando la venuta del Re.

V. Emmanuele, il 1° dicembre, accompagnato dal ministro della giustizia, Cassinis, sbarcò a Palermo, ove trovò organizzata una magna dimostrazione. Egli si diresse al Duomo, ove fu ricevuto dall'Arcivescovo Naselli, quello stesso che avea dato le incensate a Garibaldi!....

Il Re fece Luogotenente il marchese Montezemolo, il quale era arrivato allora a Palermo assieme a Cordova e La Farina.

Cassinis fece un proclama a' siciliani, e tra le altre cose dicea, che la dittatura di Garibaldi avea leso ogni principio di moralità. Meno male che confessava questa grande verità. Intanto quel ministro raccoglieva una eredità sorta ed accumulata da quella dittatura che avea leso ogni principio di moralità!

Il ministro Cassinis, quello stesso giorno, diede fuori un bando promettendo a' Siciliani tutto il ben di Dio, e ricordava che un avolo del Re V. Emmanuele fu Re di Sicilia, e il fratello del Re eletto nel 1848. L'avolo, ricordato da Cassinis a' Siciliani, è Vittorio Amedeo II duca di Savoia.

Insegniamo un poco di storia sicula a quel ministro.

La pace di Utrecht restaurò la monarchia indipendente di Sicilia, distrutta da' re aragonesi, e concedette quell'Isola a Vittorio Amedeo II, il quale fu il primo di casa Savoia, ebbe il titolo di re, titolo che gli diede la Sicilia, e ch'egli poi trasmise a' suoi successori al trono del Piemonte.

I Siciliani, contentissimi della restaurata Monarchia indipendente, essendo quell'isolani autonomi per principii e per natura, con splendidissime pompe e dimostrazioni di gioia accolsero il 10 ottobre 1713 in Palermo il novello Re Vittorio Amedeo II, e il 24 dicembre dello stesso anno lo coronarono re di Sicilia, con feste straordinarie. Vittorio Amedeo fece a' Siciliani tante belle promesse, ma dopo meno di undici mesi, abbandonò la Sicilia e si ritirò in Piemonte, lasciando Vicerè il conte Maffei veronese. Però quel sovrano prima di partire suscitò una terribile controversia tra lo Stato e la Chiesa, che rese la Sicilia un vero campo di battaglia, ove i partiti si combatteano a morte. Egli stabilì una giunta la quale condannava alla deportazione, alla galera e al patibolo tutto coloro che inclinassero per la causa della Chiesa. Angustiate erano le coscienze per gli interdetti e le scomuniche del Sommo Pontefice Clemente XI; spaventati erano gli animi pe' severi ordini di Vittorio Amedeo, e per le punizioni terribili. A provare che quel Re fu un pessimo sovrano di Sicilia, non voglio qui riportare i giudizii degli storici siciliani de Gregorio, Mongitore, Caruso, de Blasi, e Lanza-Scordia, ma riporterò solamente un brevissimo brano della Storia d'Italia del piemontese Carlo Botta, continuata da quella del Guicciardini: al libro XXXVI cosiffattamente si esprime il Botta: «Appena con

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parole si potrebbe descrivere le calamità che per questa cagione degli anni 1716, 1716, 1717 e 1718 afflissero la sventurata Isola, e se le altre parti d'Italia erano esenti del raccontato dolore non erano della compassione. Gli esiliati, sì in questa parte che in quella, andavano vagando, o formandosi, secondo che o la fortuna o la speranza li aggirava.»

Quel Re, per colmo di perfidia, vendè la Sicilia all'Imperatore Tedesco Carlo VI, e distrusse la Monarchia siciliana, soggettando l'Isola allo straniero che la governò come provincia. E fu appunto un avolo di Francesco II, Carlo III di Borbone, che dopo 16 anni, cacciò i tedeschi dalla Sicilia e da Napoli, e restaurò la Monarchia fondata da Ruggiero il Normanno.

Come i Siciliani amassero il Regno di Vittorio Amedeo II, lo prova la disastrosa ritirata da Palermo a Siracusa fatta dal conte Maffei con tutta la truppa savoiarda, la quale fu battuta e sconfitta in tutta la Sicilia e massimamente in Caltanissetta. I Siciliani inseguivano con accanimento i Savoiardi, e gridavano loro dietro: morte agli scomunicati!In quanto poi al Re eletto nel 1848, rammentato dal Ministro Cassinis, non furono i Siciliani che elessero Re di Sicilia il Duca di Genova, ma fu l'Inghilterra che lo fece eleggere da un Parlamento, il quale non rappresentava la volontà popolare; dappoichè nel 1848 i Siciliani quali erano borbonici, quali repubblicani e non sapeano se pure esistesse un Duca di Genova. Perché Ferdinando II non facea di cappello all'Inghilterra, perché agevolava gli opificii nazionali, e perché non volle riconoscere il matrimonio di Penelope Smith, nipote di Lord Palmerston, con suo fratello Carlo; quel nobile Lord credette vendicarsi facendo eleggere Re di Sicilia il Duca di Genova, mercè gli intrighi di Lord Minto. Quella elezione fu causa che i Siciliani non fruirono della Costituzione del 1812, che avea loro concessa Ferdinando II; e se si fosse attuata quella Costituzione, né la Sicilia, né l'Italia gioirebbe oggi delle attuali delizie governative italiane.

Si è perciò che il Ministro Cassinis commise una grandissima imprudenza col rammentare due epoche della storia siciliana abborrite da quelli isolani. Quel Ministro ha creduto falsare la Storia, o ha creduto ignoranti i Siciliani? nell'uno o nell'altro caso si regolò da vero Ministro liberale.

Il Sindaco annunziò alla Città che il Re sarebbe uscito a piedi come cittadino, in mezzo ai cittadini, e quindi non l'importunassero con troppi onori e plausi; ma il Re uscì in carrozza accompagnato da' Carabinieri con le sciabole in pugno.

Si fece il nuovo Ministero della Luogotenenza: La Farina fu eletto Ministro dell'interno, Cordova delle finanze, Scalia de' lavori pubblici, Pisani dell'istruzione pubblica

Il Re, con una lettera a Montezemolo, lamentò sulla poca istruzione de' Siciliani! Indi fece Commendatori de' Santi Maurizio e Lazzaro gli Arcivescovi di Palermo, Naselli, e di Monreale, d'Acquisto; il Torrearsa e Spedalotto furono fatti cavalieri di que' due Santi.

Il re dopo sette giorni incompiuti di soggiorno in Palermo, partì, e corse a Mola

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di Gaeta per vedere i lavori del bombardamento che si preparavano contro Gaeta, indi ritornò a Napoli.

Il 13 dicembre comparvero in Palermo cartelli repubblicani, ed il 27 dello stesso mese gli studenti gridarono abbasso i Ministri, perché si erano accresciuti i diritti pecuniarii della laurea: i tempi erano cambiati, e quelli studenti furono acquietati con la indispensabile baionetta de' bersaglieri.

I garibaldini di Palermo faceano opposizione al governo, peggio di quelli di Napoli, e l'arrivo di Crispi in quella città rialzò gli animi degli oppositori. La Farina ministro dell'interno, essendosi ricordato come Crispi l'avesse altra volta arrestato, pensò rendergli la pariglia e mandò i suoi sgherri ad arrestarlo. Ma Crispi che trovavasi in casa con l'avvocato Ferro, appena intese picchiare alla porta, sapendo di che si trattasse, gridò al ladro. Corsero i Nazionali, si fece un poco di chiasso, e il Crispi ebbe tempo di fuggire. In cambio andarono ad arrestare l'ex-ministro garibaldino, l'ostetrico Giovanni Raffaele, il famoso inventore della Cuffia del silenzio e delle torture borboniche; lo legarono fraternamente, e liberamente da veri rigeneratori, l'imbarcarono di notte tempo, e lo bandirono dalla Sicilia sua terra natale.

In Palermo, in Messina, in Catania, ed in altre grosse città e paesi si faceano dimostrazioni con grida di abbasso i governanti. La sicurezza pubblica andava di male in peggio; si perpetravano furti, arsioni, omicidii alla luce del giorno come se fossero affari in regola, e secondo la morale cittadina.

I ministri, ossia consiglieri della Luogotenenza, non potendosi sostenere contro tanta opposizione e violenza si dimisero; e ilTorrearsa ebbe l'incarico di formare un nuovo ministero, o sia consiglio di Luogotenenza che lo formò di Siciliani. Egli scelse le finanze, Amari fu destinato all'interno, Orlando alla giustizia, Santelia a' lavori pubblici, e Turrisi al commercio. Da Torino si provvedeva agli altri rami ministeriali, anche per Napoli. Il sempre disgraziato La Farina, lasciò Palermo per la seconda volta, e si ritirò in Messina sua patria.

CAPITOLO XLII

Mentre il Regno era in preda a tutti i mali derivanti da una rivoluzione ed invasione, in Gaeta ed in Mola, i due avversari si preparavano all'ultima lotta. Il tenente generale Pietro Vial fu eletto a governatore; alla sua immediazione furono destinati i due noti capitani di Stato Maggiore, sig. Michele Bellucci e sig. Giovanni de Torrenteros fatto poi maggiore. Sotto governatore fu eletto il generale conte Marulli già sperimentato bravo e solertissimo. Cialdini comandava gli assedianti piemontesi, coadiuvato da Menabrea pei lavori del genio, col concorso dell'ingratissimo disertore Guarinelli; costui già uffiziale dello stesso corpo del genio, fatto ricco pe' lavoro eseguiti in Gaeta, e assai protetto da Re Ferdinando II, che erasi fabbricato il migliore ^ ¦r Ajxlic> che vi è in quella Piazza. A Guarinelli erano uniti altri uffiziali dell'esercito borbonico, che pure erano disertori della patria bandiera.

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Il bombardamento, da parte de' Piemontesi, cominciò ad essere serio verso la metà di novembre: dico bombardamento e non assedio, perché opere di un vero assedio per parte de' Piemontesi non se ne fecero; essi alzavano batterie sopra tutto il fronte di terra della Piazza, non con lo scopo di aprire la breccia ed assalire Gaeta, ma col fine di distruggerla, e far capitolare i superstiti afffranti dalle fatiche. La Piazza non avea cannoni rigati, solamente pochi da campo: Cialdini se ne ebbe 166 rigati, ed alcuni traenti sino a 4700 metri.

Mentre i Piemontesi alzavano batterie nel Borgo di Gaeta, la Piazza li molestava. Il 18 novembre, Cialdini chiese un armistizio al Governatore Vial, sotto pretesto di fare sgomberare i cittadini dal Borgo e gli fu concesso. Il Vial poi alla sua volta domandò che si rispettassero le case di Gaeta, si tirasse solamente contro le batterie, e si guardassero con più cura gli ospedali ov'erano i feriti. Cialdini rispose che dovea tirare contro Gaeta senza distinzione alcuna, solamente si limitava a non molestare i tre ospedali, ed il luogo ove abitasse la Regina Maria Sofia. Costei non accettò per sè quest'atto cavalleresco del Generale piemontese, ed in cambio fece alzare la bandiera nera sopra il bel tempio di S. Francesco, come si era alzata sopra i tre ospedali; que' luoghi doveano essere rispettati da' colpi del nemico. Il cavalleresco Cialdini non mantenne la parola, appena si alzarono le quattro bandiere sopra i luoghi indicati, egli le fece prendere di mira, e sovr'esse scagliavansi bombe, granate e palle piene. Fu necessario di abbassare quelle bandiere, conciosiachè molti de' poveri feriti furono uccisi; gli ospedali e la Chiesa di S. Francesco già stavano per andare in ruina. Vial scrisse a Cialdini, e lo rimproverò, non solo che non adempisse gli usi di guerra tra nazioni civili, ma neppure la sua parola. Quel Generale sardo rispose da quell'uomo ch'egli è: le bombe non hanno occhi. Questa risposta forse l'avea appresa nella guerra ch'egli dice di aver fatta per sette anni in Ispagna? Oh quante maschere sono cadute nel 1860 61 e 66! La dimane, Vial gli scrisse di nuovo, e gli dicea che vi erano in Gaeta 600 cavalli e 560 muli: gliene avrebbe dato la metà purchè facesse passare l'altra metà nello Stato pontificio, diversamente li ucciderebbe. Cialdini rispose che, li uccidesse pure. Ma nessuno ebbe cuore di uccidere quegli animali.

Il 25 novembre, una tempesta obbligò quattro navi mercantili sarde a salvarsi nel porto di Gaeta, era una regolare e giusta preda di guerra; però Re Francesco, sempre clemente, non volle punire que' mercanti innocenti e liberi li rimandò con le navi.

In Gaeta erano i Ministri esteri accreditati presso il Re, ad eccezioni di quelli d'Inghilterra, Francia e Sardegna. Francesco II, per non esporli a privazioni e pericoli di un lungo assedio, l'invitò a partirsene per Roma, e come onoranza diede loro delle decorazioni di diversi Ordini.

I Piemontesi non mancavano di amici nella Piazza, e non contenti di costoro, spesso con la condiscendenza di qualche comandante de' legni francesi, vestivano l'uniforme francese, scendeano in Gaeta, e fingendo curiosare, osservavano tutto e prendeano ad occhio il disegno de' luoghi attaccabili.

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Il 19 novembre giunse a Gaeta il generale Bosco, il quale dopo di essere stato invitato dal Governo piemontese a servirlo si rifiutò: militare onorato e valoroso scelse chiudersi col suo Re nell'ultimo baluardo della tradita Monarchia. La presenza di Bosco in Gaeta rialzò gli animi de' soldati, e già si parlava fare delle sortite dalla Piazza, vociferandosi che si sarebbe anche presa l'offensiva. Veramente qualunque fosse stato lo spirito militare della guarnigione, non era più tempo di sperare di vincere, dapoichè il nemico era tre volte superiore di forze e si era ben fortificato. Neppure poteansi fare valide sortite dalla Piazza per guastare le fortificazioni, perché troppo lontane, e nell'andarvi eravi probabilità di essere tagliati fuori Gaeta.

Siccome si aveano forti indizii che i Piemontesi alzassero batterie nella valle Atratina e sul vicino colle de' Cappuccini, Bosco progettò di fare una ricognizione per assalire que' due punti che si stavano fortificando e guastare le fortificazioni cominciate. Egli scelse 400 cacciatori dell'8°, 9°, e 16°, alcuni soldati esteri, e il tenente-colonnello Migy. Invitò i Chirurgi ed i Cappellani se volessero accompagnare i proprii soldati, solamente si presentarono il Chirurgo de Dominicis del 9° Cacciatori e il Cappellano dello stesso corpo. Il Maggiore Gotscher comandava altre frazioni del 7°, 8° e 9° in riserva.

Nella notte del 28 novembre, nella quale facea gran freddo, ci condussero alla gran sortita, che corrispondeva sotto la batteria di Philipstadt di fronte a Montesecco. Di tanto vino e tanti liquori che erano in Gaeta, a' soldati neppure se ne diede una goccia per riscaldarli e porli in brio. All'alba del 29, Migy con 400 soldati scelti si avanzò sul colle de' Cappuccini, lo seguirono pure il Chirurgo e il Cappellano.

Bosco rimase nel piano di Montesecco con la riserva per osservare e dirigere quella sortita. Era quel punto assai pericoloso, stantechè il nemico se non vedeva noi che salivamo il Colle, vedea benissimo la truppa di riserva in mezzo al piano di Montesecco.

Giunti alla valle Atratina, sorpresa la sentinella piemontese, il resto della guardia fuggì e diede il grido di allarme. Quella mattina, Cialdini avea ordinato una rassegna militare, e tutta la sua gente si trovava sotto le armi, quindi gli riuscì facile spiccare parecchi battaglioni contro di noi appena intese quel grido di guerra. Tosto seguì furioso combattimento, ma i Napoletani trovaronsi uno contro dieci; nonpertanto si avanzarono sino a' Cappuccini, e poterono osservare che non vi erano fortificazioni, e che solamente erano iniziate nella valle di Colegno. Bosco, vedendo sopraffatto Migy chiamò a raccolta, e corse con la riserva comandata da Gotscher; e così i 400 soldati si poterono ritirare sempre facendo fuoco. Il nemico appena giunse a tiro dell'artiglieria della Piazza, fu arrestato nella sua marcia.

Quella ricognizione riuscì a metà, cioè non si guastarono fortificazioni perché non ve n'erano; però si venne a conoscenza che il nemico non avea fatto opere di offesa, ma che le avea iniziate nella valle di Colegno, ed ivi la Piazza diresse i suoi colpi.

La ricognizione del 29 novembre costò la vita al prode tenentecolonnello Migy, ferito di palla di moschetto; la sera morì all'ospedale di Gaeta.

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Vi furono altri quattro uffiziali feriti, cioè Napoli, della Noce, Rieger, Zelger, e trenta soldati tra morti e feriti. Il generale Bosco ebbe ucciso al suo fianco il caporale trombetta di cognome Sergente, il quale stava vicino ad esso per ricevere gli ordini e trasmetterli con la tromba; un proiettile altresì forò il calzone del Generale sul collo del piede.

Intanto qualche uffiziale che godea la pace e le delizie di Roma, malignando sempre, di là vide che Bosco in quella ricognizione si occultò sotto la gran sortita; sono delle calunnie inqualificabili...!

Migy ebbe onorevoli funerali per quanto il luogo e le circostanze lo permisero, ed il sig. de Torrenteros lesse nel rincontro un commovente elogio, rammentando le virtù e le prodezze dell'estinto; quel discorso fu pubblicato nel foglio uffiziale di Gaeta.

I Piemontesi mascherandosi con le case del Borgo vicinissime alla Piazza, lavoravano ad alzar batterie.

Bosco propose un'altra sortita per diroccare quelle case, e cacciare da quel luogo il nemico. La notte del 4 dicembre, uscì dalla Piazza con 120 soldati scelti tra il 7°, 8° e 9° cacciatori, con tre uffiziali, cioè l'aiutante maggiore Simonetti, il capitano Carrubba, il tenente Corrado, il Chirurgo e il Cappellano del 9° cacciatori.

Vi erano otto artiglieri che portavano un gran barile pieno di polvere. Mentre i Cacciatori assalivano e metteano in fuga i Piemontesi, gli artiglieri, guidati dal distinto tenente Corrado, piantarono il barile in mezzo a quelle case, ove il nemico faticava per alzare una batteria. Appiccata la miccia al barile, fu dato fuoco, e tutti ci ritirammo. Dopo pochi minuti saltarono in aria parecchie case; e così si potette impedire al nemico di alzarci una batteria sotto i baffi.

I Sardi, messi dietro le batterie che aveano alzate, percuotevano Gaeta con grossi cannoni rigati collocati sui colli Montecristo, S. Agata, e Casa Arzano, senza essere molestati; dapoichè la Piaza non avea cannoni eguali a controbatterli. I più micidiali proiettili che scoppiavano dentro Gaeta erano granate sistema Charaphenel; ho detto altrove in qual modo è formato questo terribile proiettile, il quale fa l'ufficio della palla e della granata, scoppiando appena urta, perché la superficie è tutta piena di capsule fulminanti.

Ne' primi giorni di dicembre il bombardamento di Gaeta potea dirsi mite a paragone di quello che poi seguì; in que' giorni cadeano nella Piazza da 300 a 400 proiettili.

II2 dicembre il Governatore di Gaeta tenente-generale Pietro Vial, perché vecchio e malaticcio, cedè il suo posto, e fu surrogato interinamente dall'infaticabile briga diere Conte Marulli.

Ho detto che io ero rimasto cogli abiti che avea addosso, e siccome erano troppo leggieri, il freddo mi costrinse ad indossare un pantalone di soldato e un giacchettino, sopra il cappotto mezzo militare; covrendomi la testa del tricorno, che spesso abbassava le falde per lungo uso, e per le continue piogge, e ciò ad onta delle mie non poche cure per farle tener diritte. Era una vera caricatura!

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Ero entrato in Gaeta in quel costume, e non avea potuto procurarmene un altro più conveniente. Un giorno trovandomi sulla batteria dell'Annunziata, vidi il Re accompagnato da Bosco; per non farmi vedere in quella ridevole toletta, cercai nascondermi; ma Bosco che mi avea veduto, mi chiamò a sè, e fu necessità avvicinarmi al Re, chiedendogli scusa se mi fossi presentato in quell'abbigliamento; dicendogli che non avea potuto trovare altri abiti per vestirmi convenevolmente. Il giovine Sovrano, ch'è la bontà e l'amabilità personificata, mi disse tante care e clementi parole, che io non dimenticherò giammai.

Indi rivolgendomi a Bosco gli disse: «Scrivi un ordine in mio nome, a ciò il Commissario di guerra dia al nostro cappellano tanto castoro per quanto ne ha di bisogno per vestirsi convenevolmente.» Io lo ringraziai, ed Egli non dandosi per inteso de' miei ringraziamenti, mi domandò piacevolmente, se avessi voluto assistere ad un'altra sortita dalla Piazza. Io risposi, non una, ma per mille volte, ordinandolo Vostra Maestà.Il generale Bosco diede l'ordine per farmi dare il castoro dal Commissario di guerra, e costui fece tante difficoltà che fui sul punto di rinunziarvi. Egli il serbava, puol' essere, a' piemontesi? Ma no, che se lo vendette poi a vilissimo prezzo!

Dopo molte insistenze ebbi il castoro, ma della più cattiva qualità; lo diedi ad un sarto per farmi un vestito ed un cappotto, di cui avea tanto bisogno. Cadde una bomba nel magazzino del sarto, e mandò tutto a soqquadro, incendiando ogni cosa, non escluso il mio castoro. Era una disgrazia! E così rimasi in quella toletta che già sapete. Fortunatamente fui in seguito provveduto da un canonico di Gaeta, il quale fu poi sventuratamente ucciso da una bomba mentre si trovava nella Curia.

Re Francesco l'8 dicembre dirigeva a' suoi popoli la seguente proclamazione.

«Da questa piazza, dove difendo più che la mia corona, l'indipendenza della patria nostra, s'alza la voce del vostro Sovrano, per consolarvi nelle miserie, e per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo insieme nelle nostre sventure; chè mai non durò a lungo l'opera dell'iniquità, né sono eterne le usurpazioni. Ho lasciato cadere nel disprezzo le calunnie, ho guardato con disdegno i tradimenti; e sinchè tradimenti e calunnie assalivano me solo, ho combattuto non per me, ma per l'onore del nome che portiamo. Ma quando vedo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a' mali dell'anarchia, e della dominazione straniera; quando vedo i popoli conquistati, portati il sangue e le sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di estraneo padrone, il mio cuore napoletano mi batte indignato nel petto, solo consolato dalla lealtà di questo prode esercito e delle forti e nobili voci, che da tutto il Reame si innalzano contro il trionfo della violenza e dell'astuzia. Io sono napoletano nato tra voi; non ho respirato altr'aria, non veduto altri paesi, non conosco altro suolo che il natio. Tutti gli affetti miei sono entro il regno, i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra favella è la mia favella, le vostre nobili brame sono le mie brame. Erede di antica dinastia che ha lunghi anni regnato in queste belle contrade, ricostituendo la indipendenza e l'autonomia, non vengo già dopo spogliati gli orfani

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del loro patrimonio e de' suoi beni la chiesa, ad impadronirmi con estranee forze della più deliziosa parte d'Italia. Sono principe vostro, che ho sagrificato ogni cosa al desio di serbar tra voi la pace, la concordia, la prosperità. Il mondo l'ha veduto; per non versare vostro sangue, ho preferito rischiare la corona mia. I traditori pagati dallo straniero nemico sedevano accanto a' fedeli nel mio consiglio; ma nella sincerità del mio cuore non potevo credere ai tradimenti.

Troppo mi costava il punire; mi doleva aprire dopo tante sventure, un'êra di persecuzione; e così la slealtà di pochi e la mia clemenza hanno aiutato la invasione piemontese, pria con avventurieri rivoluzionarii, e poi con esercito regolare, resero inattiva la fedeltà de' miei popoli ed il valore de' miei soldati.

Fra continue cospirazioni, non ho fatto versare una goccia di sangue, e mi hanno accusato di debolezza. Se l'amor tenero pei sudditi miei, se la naturale fiducia della giovinezza nell'altrui onestà, se l'orrore istintivo del sangue meritano tal nome, certo debole fui. Quando sicura era la ruina de' miei nemici, ho fermato il braccio de' miei generali per non consumare la distruzione di Palermo; ho preferito lasciar Napoli, la mia casa, la mia diletta città capitale, per non esporla agli orrori del bombardamento, come quei che testè Capua ed Ancona patirono. Ho creduto in buona fede che il re di Piemonte, dicentesi mio fratello, mio amico, che protestava contro Garibaldi, che negoziava meco un'alleanza pei veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutti i patti, e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivo, senza dichiarazione di guerra. Se questi sono i miei falli, preferisco le mie sventure a' trionfi de' miei avversarii.

Avevo data l'amnistia, avevo aperta la patria agli esuli, conceduta la Costituzione; né certo ho mancato alle promesse. Ero per guarentire alla Sicilia istituzioni libere, che tutelassero con separato Parlamento la sua economica ed amministrativa indipendenza, e togliessero ogni ragione di sfiducia e scontento.

Avevo chiamato ne' miei consigli uomini creduti più accetti all'opinione pubblica in quelle circostanze; e per quanto me n'han permesso le aggressioni incessanti di cui sono vittima, ho lavorato ardentemente alle riforme, a' progressi, a' vantaggi del paese.

Non sono i miei sudditi che han contro di me combattuto; né discordie intestine mi strapparono il regno; mi vince la ingiustissima invasione dello straniero. Le Due Sicilie, salvo Gaeta e Messina, ultimi asili della loro indipendenza, sono nelle mani de' piemontesi. E che ha dato questa rivoluzione a' miei popoli di Napoli e Sicilia? le finanze, già floride tanto, sono ruinate, l'amministrazione è un caos, la personale sicurezza è spenta; le prigioni sono piene di sospetti cittadini; invece di libertà, stati d'assedio nelle province; e un generale straniero detta leggi marziali, e decreta fucilazioni subitanee a quanti dei miei sudditi non s'inchinano alla sabauda bandiera.

L'assassinio ha premio, il regicidio ha l'apoteosi, il rispetto al culto de' padri nostri dicesi fanatismo; i promotori della guerra civile, i traditori del natìo paese hanno pensioni, cui paga il pacifico contribuente. Tutto è anarchia; tutto han rimestato

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stranieri avventurieri per saziare la loro avidità. Uomini che mai non videro questa parte d'Italia, o che per lunga assenza ne dimenticarono i bisogni, fanno ora il vostro governo. Invece delle libere istituzioni che io v'ho dato, aveste sfrenatissima dittatura; invece della Costituzione, la legge marziale. Sparisce sotto i colpi de' vostri dominatori l'antica monarchia di Ruggiero e di Carlo III; e le Due Sicilie son dichiarate province di regno lontano. Napoli e Palermo sono rette da prefetti di Torino.

V'è rimedio a tai mali, e alle calamità più grandi che prevedo: la concordia, la risoluzione, la fede nell'avvenire. Unitevi attorno al trono de' vostri padri; copra l'obblio gli errori tutti; e il passato non sia pretesto a vendette, ma salutare lezione. Io fido nella Provvidenza, e quale si sia la mia sorte, resterò fedele a' miei popoli e alle istituzioni che ho concedute. Indipendenza amministrativa ed economica per le Due Sicilie, con parlamenti separati; amnistia piena per tutti i fatti politici; questo è il mio programma; fuor di tali basi non vi sarà pel mio paese che dispotismo o anarchia.

Difensore della sua indipendenza, io resto qui, e combatto per non abbandonare sì santo deposito e caro. Se la potestà torna in me, sarà per tutelare tutti i dritti, rispettare tutte le proprietà, guarentire persone e sostanze contro ogni sorta di oppressioni e saccheggi. E se la Provvidenza ne' suoi alti disegni permette che cada l'ultimo baluardo della Monarchia, mi ritirerò con integra costanza, con incrollabile fede, con immutabile risoluzione, aspettando la inevitabile ora della giustizia; farò voti fervidissimi per la prosperità della mia patria, per la felicità di questi popoli, che sono la più grande e diletta parte della mia famiglia.

FRANCESCO»

Da persona cui dobbiamo credere, siamo stati assicurati che questo proclama, come le profetiche lettere a Napoleone III, e il commovente addio a' difensori di Gaeta, sono parto della mente di quel giovinetto Monarca tanto calunniato dalla rivoluzione.

Questa proclamazione commosse le anime sensibili d'Europa: è pietosa e piena di dignità. Però nel Regno non a tutti fece buona impressione, conciossiachè si rifletteva che per causa della Costituzione il Reame era a soqquadro, e l'avvenire si prevedeva tristo: a sentir promettere quella stessa Costituzione dalle ruine di Gaeta, molti amici e devoti al re furono sorpresi ed amareggiati. Francesco II, in quella proclamazione, dicevano, feriva il suo avvenire, togliendo a sè stesso la libertà di azione. Non tutti i Ministri furono di accordo a pubblicare quell'atto sovrano: si disse che Bermudez, ministro spagnuolo accreditato presso il re, l'avesse a ciò consigliato; perché quel Ministro, da giornalista e fattore di barricate in Madrid, era giunto a quel posto mercè la Costituzione, e più di tutto con la protezione di Napoleone III.

In quanto a Re Francesco è da lodarsene l'animo generoso e leale, dapoichè riconfirmando Egli con quel proclama la Costituzione, che allora si riguardava come il


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prototipo di tutte le felicità del vivere civile, credette far cosa grata e giovevole a suoi carissimi sudditi,

L'8 dicembre giunse a Mola Re V. Emmanuele per rivedere i lavori del bombardamento. Cialdini annunziò al Comandante la Piazza di Gaeta che per quel giorno si sospenderebbero le ostilità; e gli si rispose che Gaeta volentieri farebbe tregua, essendo quello un giorno consacrato a Maria SS. Immacolata. Però si avvertiva Cialdini che per quel giorno non si eseguissero lavori contro la Piazza; costui promise, e al solito, non adempì.

Gaeta era sopraccarica di soldati, si pensò quindi a lasciar quelli che erano necessarii a sostenere la difesa. Il Re si risolvette a sciogliere i tre Reggimenti della Guardia, i quali, ad eccezione di pochi uffiziali, abbiamo veduto qual trista prova fecero sotto S. Maria di Capua il 1° ottobre! Il Re sciogliendo que' tre Reggimenti, e ritenendo nella Piazza i battaglioni cacciatori, rese giustizia al merito e al valore di questi ultimi che ben servito aveano da Boccadifalco a Gaeta, essendosi battuti da valorosi, mentre non erano stati trattati in tempo di pace con gli stessi soldi e riguardi della Guardia reale, ma a percorrere 160 passi al minuto!...

Molti uffiziali della Guardia non voleano partire da Gaeta; essi voleano partecipare all'avversa fortuna del loro amato Sovrano: e non pochi, benchè non avessero più soldati sotto i loro ordini, per grazia speciale del Re, ottennero l'onore di rimanere nella Piazza. I tre Reggimenti disciolti furono imbarcati sopra i legni mercantili francesi a servizio del Re e mandati nel Regno.

Nella Piazza di Gaeta rimasero 12219 soldati, 994 uffiziali, e 1148 tra muli e cavalli, questi ultimi non erano più utili a cosa alcuna.

Il maresciallo La Tour en Voivre, partito da Gaeta trovavasi a Marsiglia per fare acquisto di farina e gallette. Il 23 dicembre riuscì a far giungere a Gaeta due bastimenti carichi di vettovaglie. Al contrario i Piemontesi assedianti difettavano di viveri, e furono costretti farli venire dalla Sardegna.

Molte barche di Castellammare, di Napoli, d'Ischia, e di altri paesi marittimi, rischiavano spesso passando in mezzo la crociera piemontese per portare a Gaeta viveri d'ogni specie. Que' mercanti non facevano ciò allo scopo del solo guadagno, perché que' viveri avrebbero potuto portarli a Mola a' Piemontesi, che ne difettavano, ed in Gaeta li vendevano a prezzi regolarissimi; essi si esponevano a tanti pericoli per amore del Re, che voleano vedere appena arrivati, e per soccorrer i proprii connazionali; avendo in quella Piazza chi il figlio, chi il fratello, chi l'amico.

Dopo la seconda quindicina di dicembre il bombardamento divenne più frequente e micidiale; fu necessario stabilirsi gli ospedaletti provvisorii sulle batterie di fronte di terra, ove i feriti ricevevano immediatamente i soccorsi più necessarii; indi erano condotti all'ospedale centrale di Torrionfrancese. Io fui destinato a questo ospedale; eravamo due cappellani, l'altro era Libroia della disciolta Guardia reale, e facevamo a vicenda il servizio, 24 ore all'ospedale, e 24 ore allo spalleggiamento fuori la Piazza; in modo che non ci restava una sola notte libera per dormire.

Lo spalleggiamento era il servizio più faticoso e più pericoloso. Un Chirurgo ed

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un Cappellano doveano accompagnare un Battaglione fuori la Piazza, che restava accampato per vigilare e dar l'allarme se il nemico si avvicinasse. Quella guardia si cambiava al tramonto del Sole.

Uscivamo dalla così detta Poterna, e dietro di noi si alzava il ponte! Si dovea star lì 24 ore, esposti all'aria aperta, al freddo, in mezzo al fango; non ci potevamo né coricare né sedere. L'acqua, la grandine, e la neve cadevano sulle nostre spalle; e col freddo di dicembre e gennaio non si poteva accendere fuoco, maggiormente la notte, perché il nemico ci avrebbe meglio presi di mira. Stavamo in mezzo a due fuochi, senza parapetti e senza ripari. I proiettili della Piazza ci passavano sulle nostre teste; ed avvenne talvolta danno; dapoichè le granate scoppiavano appena uscite da' cannoni. I proiettili poi lanciati dal nemico, o scoppiavano pria di giungere nella Piazza e cadevano sopra di noi, o urtavano ne' bastioni e rimbalzavano in mezzo allo spalleggiamento, o infine non giungevano sino alla Piazza, e tante volte sopra di noi cadevano!

La notte potevamo scansare le bombe e le granate nemiche, perché si vedeano venire con la miccia accesa, e dalla direzione che aveano si giudicava se avessero potuto offenderci, ed avevamo appena qualche minuto secondo a scansarle. Ma guai a quelli che si fossero abbandonati al sonno! Le Charaphenel erano le più micidiali, non si vedevano venire; appena si sentiva l'orribile fischio, già erano arrivate, e scoppiavano immediatamente. In quello spalleggiamento era un morire ogni momento; si passavano 24 ore nella più desolante agonia. Qualche volta vinto dalla stanchezza e dal sonno mi gittai nel fango, ed ebbi la fortuna di dormire saporitamente, senza essere offeso, e senza neppure procacciarmi un catarro! Il ministero del cappellano si potea sempre esercitare al buio, l'opera del chirurgo si rendea difficile ed inutile la notte.

Fra tanti episodii avvenuti allo spalleggiamento, ne voglio ricordare un solo. Era una notte freddissima e tempestosa; un soldato guastatore volendo disertare al nemico, osò carponi sorpassare la palizzata, e spingersi fino ad essere scoperto dalle sentinelle nemiche; le quali gli fecero fuoco addosso, ma non l'uccisero; invece ferirono due soldati dello spalleggiamento; costoro cominciarono a far fuoco all'impazzata supponendo un assalto del nemico; le batterie di fronte di terra fecero lo stesso e succedette un combattimento accanito tra le due parti belligeranti.

Il Re, volendo sapere la causa di quel fragoroso combattimento, mandò un uffiziale di Stato maggiore ed ordinò pure a costui di recare della munizione a' soldati fuori la Piazza. Quell'uffiziale si avanzò sino al bastione di Porta di terra, trovò i soldati che combattevano, ma il comandante e molti uffiziali di quel Battaglione si erano eclissati; invece erano diretti dall'intrepido e distinto 1° chirurgo D. Francesco de Leo, il quale ricevette gli ordini e la munizione dall'uffiziale dello Stato maggiore. Il sig. de Leo, l'indomani si ebbe dal Re un lusinghiero encomio.

Non appena usciti dallo spalleggiamento, i chirurgi e i cappellani doveano recarsi agli ospedali, ove lor toccava di assistere a scene desolanti. Ritornavamo stanchi e digiuni, e la nostra razione consisteva in mezzo pane da soldato, non più di seicento grammi,

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pochi legumi crudi (rarissime volte ci davano pochi maccheroni), un pezzetto di lardo per condirli e il sale; non avevamo né gli utensili, né il luogo, né il tempo di prepararli; quindi dovevamo spesso contentarci del solo pane, il resto lo davamo al primo che ce lo avesse domandato.

Dopo che ci sfamavamo un poco col solo pane (in Gaeta nulla si vendeva, sin dal principio di dicembre), dovevamo assistere alle amputazioni di gambe e di braccia dei feriti; il cappellano dovea trovarsi presente, perché molti morivano sotto l'operazione. Io, lo confesso, non era sempre buono a quel ministero, fortuna per me che dopo il 15 gennaio fui caritatevolmente coadiuvato da Monsignor Silvestri segretario del Nunzio, da Monsignor Agnozzi Uditore, e dallo stesso Nunzio Apostolico, l'arcivescovo Monsignor Giannelli, oggi meritamente cardinale della Santa Chiesa romana; il quale dopo che ritornò da Roma, alloggiava al secondo piano di Torrionfrancese assieme agli altri ministri esteri; al primo piano era l'ospedale centrale ove si conduceano tutti i feriti. Io, sul campo di battaglia avea veduto mucchi di morti e di feriti mutilati orribilmente, e non mi era mai venuta meno la presenza di spirito e il coraggio di soccorrere quegli infelici: ma vedere a sangue freddo tagliare una gamba o un braccio, o sentir gridare spesso i pazienti, era una scena che non potea sostenere; mi assaliva una specie di convulsione da inutilizzare le mie forze fisiche e le facoltà intellettuali. Sieno rese grazie a que' tre caritatevoli Prelati romani, i quali non solamente si prestarono in simili circostanze, ma assistevano i moribondi ed alleviavano le mie fatiche e quelle del mio collega.

I disagi, le pene, i pericoli che ci circondavano in Gaeta, noi li affrontavamo con intrepidezza e coraggio, perché avevamo sotto i nostri occhi esempii maravigliosi di coraggio e di sublime carità evangelica. Non credo necessario ragionare de' pericoli a' quali si esponeva ogni momento il Re e con esso i conti di Trani e di Caserta; quest'ultimo principalmente dirigeva il fuoco di talune batterie sotto una miriade di proiettili che lanciavano i nemici. Il Conte di Caserta, quello di Trani, e l'augusto Sovrano esponevano le loro persone come il più bravo de' soldati, e con un sangue freddo ammirevole.

Intendo qui ragionare dell'eroina di Gaeta, dell'augusta Regina Maria Sofia di Baviera. Quella eroica giovanetta, di giorno e di notte, si recava all'ospedale centrale di Torrionfrancese a visitare ad uno ad uno i feriti, che animava, confortava, consolava, con quelle sue parole, non di Regina, ma di sorella e di madre; prestando quegli aiuti e servizii come ogni altra sorella di carità. Io l'ho veduta continuamente portare delle frutta e de' dolci, che divideva con le sue mani a' feriti che poteano mangiarli. Io intesi parecchi soldati, che commossi, invidiavano i feriti, perché costoro aveano la sorte di essere visitati e serviti dalla Regina.

I soldati, avendo fatta una lunga e disastrosa campagna, senza mai svestirsi, non pochi aveano addosso degli insetti. Un giorno io rabbrividii nel vedere l'abito di velluto nero della Regina sul quale brulicavano quegli insetti.... Supponeva il suo naturale disgusto a quella vista, ma niente affatto: quando fu da me con ogni riguardo avvertita, disse solamente sorridendo: il mio abito si è popolato!
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Non volle permettere ch'io col mio fazzoletto spazzassi quella trista popolazione, invece chiamò un infermiere, e costui disimpegnò la sua missione.

Era poi una maraviglia vedere quella bellissima e maestosa giovanetta diciassettenne, sotto il più micidiale bombardamento, montare sopra un focoso cavallo, visitare tutti gli ospedali provvisorii delle batterie, ove si combattea ed arrecare consolazioni e soccorsi. Essa appariva in mezzo al fumo delle bombe nemiche, come il genio del bene, come l'Angelo consolatore. Oh! donna veramente ammirabile, quante volte io ti vidi avvolta in un turbine di micidiali proiettili; e mentre tremava per Te, Tu uscivi dalle fiamme e dalle ruine balda e sorridente! Tu eri la maraviglia del tuo sesso; Tu l'onore e l'orgoglio de' pari tuoi. Se la tristizia di pochi malvagi giunse a strapparti la corona, Gaeta te ne pose un'altra sul tuo nobile capo smagliante di luce imperitura, che abbagliò e prostrò i tuoi stessi nemici, e fece sorridere di compiacenza e di orgoglio i tuoi fedelissimi sudditi.

E mentre queste coraggiose e caritatevoli azioni si compivano in Gatea, lo spirito di abisso incarnato in Napoleone III, fingendo magnanimità, adoperava tradimenti per distruggere quell'ultimo rifugio di quella coppia reale, che riempiva il mondo con le sue nobili e strepitose gesta. Mentre tutti i cuori sensibili palpitavano di ammirazione e simpatia per tanta costanza, quel settario coronato facea la parte di Satana, insidiando quelli augusti sposi rifugiati, non già nel paradiso delle delizie, ma sopra un vulcano spaventevole che minacciava ogni momento ruine e distruzioni. Egli vile, invidiava e temeva quei generosi, e facea di tutto per disfarsene; conciosiachè la non comune rinomanza di Francesco e Sofia era per lui una minaccia, un amaro rimprovero, un'aspide velenoso che gli rodeva il suo cuore perverso e codardo. Ma Francesco e Sofia caddero da valorosi; il loro tramonto fu bene una splendida aurora di un fulgidissimo giorno, che gettando uno sprazzo di luce sopra i troni d'Europa fece alzar orgogliose le fronti coronate. La Storia registrerà a lettere incancellabili quei giorni memorandi tanto onorevoli a' Borboni di Napoli. E tu come cadesti, crimine coronato? Sedan! le sventure e le umiliazioni della nobile Francia, il grido di esecrazione che «Scoppiò da Scilla al Tanai - dall'uno all'altro mar» ti dissero che cadesti da vile ed abbietto!

Napoleone III tenea la flotta a Gaeta fingendo di proteggere Francesco II: la vera ragione era quella di evitare che altra Potenza lo proteggesse e che guastasse i suoi tristi disegni. Egli con quella apparente protezione addormentò tutti i potentati; e mentre avea designata la sua vittima, avea stabilito freddamente il modo e il tempo di sacrificarla, senza rumore e con sicurezza. Ove non potea farne a meno di agevolare la rivoluzione, si facea condurre da questa, come avvenne pel bombardamento del Garigliano e di Mola, mentre avea inibito alla flotta sarda di oltrepassare i limiti di Mondragone e Sperlonga. Egli sperava che Francesco II, avvilito da tante catastrofi, tradimenti e sventure abbandonasse Gaeta; quando però vide che il sangue di S. Luigi e di Enrico IV circolava nelle vene del Re di Napoli, cominciò a levarsi la maschera dal viso, e fece sentire alla sua vittima un linguaggio sibillino per la via del suo Viceammiraglio Barbier deTinan. Costui l'1 1 dicembre mandò al Re Francesco

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una lettera del suo padrone nella quale gli dicea: «Essere stata ingiusta l'aggressione sarda, ed aver lui impedito il blocco per dargli prova di simpatia, ed evitare una lotta estrema, dove la giustizia stava dalla parte di chi dovea soccombere. Ma non potervi egli intervenire; credere appartenere agli interessi del Re ritirarsi con gli onori di guerra, prima di esservi inevitabilmente sforzato. Lodarsi la costanza sino a che si può sperare di vincere; ma quando inutile sangue si sparge, il dovere del Re come uomo e come Sovrano obbligarlo ad arrestare lo spargimento del sangue, ed Italia ed Europa lo ammirerebbero per avere evitato al popolo nuove sventure. Valutasse da una parte il disinteresse di lui, e dall'altra il dispiacere d'avere forse a ritrarre la flotta.

In questa lettera era un parlar doppio, uno spergiurare ed ingannare: cose degne di un Napoleone III! Si conoscea sacro il dritto del Re di Napoli, e si scatenava contro di lui la rivoluzione, abbandonandolo in preda alla medesima, quando con una parola si potea salvare quel dritto e quella giustizia che tanto si riconosceva e lodava.

Francesco II, sorpreso da quest'altra slealtà napoleonica, scrisse a Barbier de Tinan che Egli non era soltanto Re, ma duce de' suoi soldati, e quindi che dovea guardar l'onore de' medesimi. Facea tre domande a Barbier, cioè: se la flotta si trattenesse altre tre settimane come avea promesso l'Imperatore; se lasciasse qualche legno per impedire il blocco; e se le navi mercantili francesi al soldo napoletano potessero liberamente partire da Gaeta e ritornarvi.

Barbier avea animo nobile, e non era educato alle doppiezze e slealtà napoleoniche; avea però presso di lui un uffiziale di Stato Maggiore che sapea le intenzioni di Napoleone, e quindi fece rispondere a Francesco II che s'illudesse, che sarebbe abbandonato; che la guarnigione vedendo venire meno l'aiuto francese, sentirebbe un vuoto difficile a colmare, e che resterebbe abbattuta moralmente. Che nessun legno potrebbe rimanere nelle acque di Gaeta per impedire il blocco; né le navi mercantili, benchè francesi, oserebbero navigare in que' paraggi.

Il Re scrisse a Napoleone una nobilissima e dignitosa lettera, dicendogli che lo ringraziava di quanto avea fatto per Lui. Si lagnava del tradimento di alcuni suoi Generali, e dell'ingiustizia del Piemonte unito con la rivoluzione. Che non potea cedere Gaeta, perché in quella Piazza in principio era re, in fatto capitano, cui incombea obbligo di salvar l'onor militare. «Sire, gli dicea, di raro un re torna sul trono se un raggio di gloria non indora la sua caduta. Quello almeno è certo, combattendo pel mio dritto, soccombo con onore, sarò degno del nome che porto, e lascerò un esempio ai principi futuri - Morire posso o restar prigioniero, ma i principi debbono saper morire a tempo. Francesco I fu prigioniero, non difendeva come me il suo Regno e la Storia il lodò.

Profetiche parole che dovrebbero essere incise sul sepolcro di Napoleone III.

La sera dell'11 dicembre, mi fu consegnato allo Spedale di Torrionfrancese un biglietto del generale Bosco, col quale m'invitava a nome del Re a recarmi vicino la batteria di S. Ferdinando, ov'era l'alloggio della famiglia reale, per assistere al moribondo generale duca di S. Vito attaccato di tifo.

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Quel biglietto invece di farmi inorgoglire, mi arrecò dispiacere; conciosiachè io dovea lasciare tanti feriti moribondi per andare ad assistere una distintissima persona, la quale potea essere assistita da qualche altro prete o Monsignore che abitava allato a quell'illustre moribondo. Si trattava di malattia contagiosa, cioè del tifo, quindi vi erano quelli che si guardavano bene la propria pelle non solo dalle bombe ma pure dal contagio. Io ubbidii: e mentre si bombardava Gaeta, traversai una strada la più esposta e pericolosa. Trovai l'ottimo Duca di S. Vito agli estremi; lo assistetti da prete e da infermiere. La mattina del 12, quel nobile duca, uno de' veri signori che accompagnarono il Re e la Regina a Gaeta, rendeva l'anima a Dio da ottimo cattolico, e da prode e fedele soldato: ed io ritornai all'Ospedale salvo d'ogni pericolo. Appena giunto mi convenne correre all'altro Ospedale ov'erano raccolti tutti i soldati attaccati di tifo, de' quali ne morivano molti tutti i giorni.

In Gaeta eravamo pochi cappellani militari, quattro in cinque facevamo tutto il servizio: gli altri erano ammalati e stavano sotto le casematte; vollero rimanere nella Piazza, mentre avrebbero potuto recarsi alle loro famiglie per curarsi la propria salute.

Il 20 dicembre tutti gli uffiziali, chirurgi e cappellani della guarnigione di Gaeta fecero al Re il seguente indirizzo: «Tra' disgraziati avvenimenti, di cui la tristizia de' tempi ci fa spettatori, noi in una volontà rinnoviamo l'omaggio della nostra fede al trono della Maestà Vostra, reso più onorato e splendido dalla sventura. Cingendo le spade giurammo che la bandiera a noi affidata sarebbe difesa col nostro sangue; ed ora quali si siano le sofferenze, le privazioni e i pericoli, cui il cenno de' duci ci appella, gioiosi sacrificheremo le nostre vite ed ogni altro bene pel trionfo della causa comune. Custodi dell'onor militare, che solo distingue il soldato dal bandito, vogliamo mostrare all'Europa, che, se molti de' nostri col tradimento e con la viltà macchiarono il nome napoletano, molti più furono che lo trasmisero senza macchia alla posterità. Sia che presto si compia il nostro destino, o che sovrastino lunghe sofferenze e lotte, baldi e rassegnati affronteremo la sorte, e incontreremo le gioie del trionfo, o la morte de' prodi con calma dignitosa; e da soldati ripeteremo il nostro grido: Viva il Re!»Francesco II fece ringraziare tutti que' prodi militari, e fu per lui una grande consolazione il sentire quelle nobili proteste de' suoi fedeli uffiziali.

I Piemontesi, come ho già detto, non faceano un regolare assedio alla Piazza di Gaeta; essi volevano farla cadere a furia di bombe, incendii e ruine. Essi non dirigevano i loro proiettili alle opere di difesa, ma sopra la innocua Città. Voleano far presto per iscansare qualche imprevisto accidente, che avrebbe potuto guastare i loro disegni, e togliere loro di mano una preda sicura. Cialdini avea collocati cannoni sulle nuove batterie costruite su tutto il fronte di terra della Piazza. Ma quelle batterie non erano ancora sufficienti a distruggere le case di Gaeta. Nei suoi lavori guerreschi, il duce piemontese era molto ritardato e vessato dalle batterie della Piazza, e principalmente da quella costruita in Torre Orlando dal distinto 1° tenente di artiglieria Raffaele Mormile, il quale avea collocati ivi quattro cannoni rigati da campo.

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Quella batteria molestava molto i lavoratori di Cialdini, e guastava i divisamenti di costui. Quel duce assediante, per offendere gli assediati e presto vincerli, ricorse a quello stesso Napoleone, il quale fingeva di riconoscere che la giustizia stava dalla parte di Francesco II, e dichiaravasi protettore di costui. Il 27 dicembre, il Sire di Francia, per mezzo del suo Viceammiraglio Barbier de Tinan, fece al Re doppia proposta: cioè o che fosse armistizio per 15 giorni, dopo dei quali la Piazza cederebbe, o che durante l'armistizio, nessuna delle parti belligeranti lavorasse ad opere di offesa o di difesa. Il Re rispose che quella proposta era un agguato a lui teso, perché si pretendea la cessione di Gaeta, o che si desse al nemico il tempo e il comodo di lavorare impunemente contro la Piazza.

Rigettata la proposta del potente alleato de' Piemontesi, Cialdini si affrettò a far pompa di forza, credendo così di mettere paura agli assediati. Egli fece costruire 15 batterie con 59 cannoni di grosso calibro, 52 dei quali rigati, e 7 ad anima liscia; oltre di 18 mortai che lanciavano bombe scoppianti. Una bomba da 13 è tanto pesante che devesi maneggiare da due artiglieri.

Cialdini abitava in Castellone, ed ivi avea fatto costruire una batteria di cannoni detta Cavalli, che colpivano alla distanza di 4700 metri! co' quali lanciava nella Piazza delle Charaphenel di un calibro enorme; un uomo di forza regolare con istento può rimuovere da terra questo proiettile di forma conica. Questi micidiali complimenti ci largivano i nostri liberatori!

Cialdini si affrettò a dare all'Europa lo spettacolo delle sue bravate; egli, che se ne stava in Castellone, fuori tiro da' cannoni della Piazza, sorseggiando un bicchiere di Champagne, ordinava: fuoco...! Che bel modo di far la guerra e vincere, senza contrasto e senza tema di offesa!

All'alba dell'8 gennaio, i Piemontesi smascherarono tutte le loro batterie, e soltanto quel giorno lanciarono dentro Gaeta ottomila proiettili tra granate, bombe e Charaphenel. Le batterie della Piazza furono pochissimo danneggiate, ma la città fu a metà distrutta. L'8 gennaio fu uno de' tre terribili giorni dell'assedio di Gaeta. Noi assediati per intenderci dovevamo parlarci al alta voce ed all'orecchio; tanto era il rombo de' nostri cannoni, e lo scoppio de' proiettili nemici. Non vi era punto risparmiato nella città, che non presentasse l'impronta delle ruine e della devastazione. Ogni scoppio di proiettile metteva tutto a soqquadro, distruggeva le abitazioni e le incendiava, che tale è la prerogativa de' proiettili vuoti. Noi eravamo nelle viscere di un vulcano ardente, ed il più spaventevole; molti perivano sotto le ruine delle case, o in mezzo all'incendio di queste. Que' medesimi che riparati si erano sotto le casematte soffersero uccisioni e ferite specialmente dalle Charaphenel, perché, spesso questi proiettili, deviando dalla direzione lor data, descrivono curve regolari e talvolta divergenti, introducendosi dalla aperture delle casematte.

In quel giorno stavano sotto le casematte i soli soldati che erano di servizio, gli altri erano tutti per le vie della Città, o sopra le batterie. Il Re, la Regina, i Principi reali si moltiplicavano infaticati, e si vedevano nei siti più minacciati, incoraggiando con l'esempio, dando consigli ed arrecando soccorsi. La Regina poi, facea raccogliere i feriti, li soccorrea,

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e faceali trasportare all'ospedale. Era una maraviglia vederla calma e sorridente in mezzo a quel turbine di fumo e di proiettili!

La Piazza di Gaeta, quel giorno 8 gennaio, lanciò contro il nemico duemila trecento ventisette proiettili, e fece ammutire le batterie avverse, cioè quelle ove giunger poteano i suoi colpi.

I Piemontesi bombardavano senza riguardo e senza tener conto delle leggi di guerra tra nazioni civili. Vedendo però che la piazza lor recava gravi danni, e la eroica resistenza degli assediati, sul mezzodì in pieno bombardamento, un Generale sardo si recò dal Viceammiraglio Barbier, acciò costui domandasse al Re una sospensione d'armi. Oh! se con sì poco danno chiedevano tregua, cosa avrebbero fatto, se si fos sero trovati sotto una pioggia di ottomila proiettili lanciati in poche ore, in un luogo ristrettissimo come Gaeta, ed ove non si trovava né rifugio, né via per mettersi in salvo?! Intanto a sentire i giornali di quei tempi, i Piemontesi erano i bravi, i Borbonici i codardi. Barbier, sempre a nome di Napoleone III, mandò un uffiziale al Re, pregandolo che sospendesse il fuoco per conchiudere un armistizio sino al 19 gennaio: le ostilità si sospesero.

La mattina del 9, il Viceammiraglio si recò dal Re, e promise guarentire egli i patti dell'armistizio. Si stabilì che Cialdini e il Governatore di Gaeta s'impegnerebbero di non fare opera alcuna di offesa o difesa in tutto il tempo della sospensione d'armi: e gli uffiziali francesi doveano sorvegliare le due parti belligeranti per lo adempimento di quanto si era stabilito.

Cialdini non volea sottomettersi al controllo delle visite francesi, volea solamente impegnarsi, dando la sua parola d'onore, che non lavorerebbe contro la Piazza. Però al cenno del Viceammiraglio francese, quel gradasso abbassò il capo e si sottomise a tutto.

Quel giorno stesso Re Francesco elesse Governatore titolare il tenente-generale Ritucci, il quale sospese i lavori cominciati per le batterie di Malpasso e Torre Orlando. Cialdini che avea impegnata la sua parola d'onore, appena fu libero de' proiettili della Piazza, cominciò a far lavorare con più alacrità, ed ebbe l'impudenza di non farne un mistero. Da tutti si vedeano i lavoratori sardi che alzavano novelle batterie contro Gaeta. Il governatore Ritucci fece vedere al Viceammiraglio francese i novelli lavori e i lavoranti. Costui richiese a Cialdini l'adempimento de' patti, e il duce piemontese negò i patti, proseguì a lavorare, e piantare cannoni sulle novelle batterie. Egli era sicuro del fatto suo, operava secondo i consigli di Napoleone III. Nella Piazza sollevossi un grido d'indignazione contro quest'altra soperchieria e malafede cialdiniana; e si dicea che si sarebbero riprese le ostilità immediatamente. Però il consiglio di difesa di Gaeta, temendo che la flotta francese se ne partisse in que' momenti che se ne avea bisogno per aver libero il mare dal blocco nemico, aspettandosi da Marsiglia de' bastimenti carichi di provvigione, dichiarò essere suprema necessità sopportarsi in pace quel sopruso di un nemico sleale, e di un falso protettore qual'era il Sire francese.

Il 15 gennaio, il Re scrisse un'altra lettera a quel traditore di Napoleone III, nella


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quale gli dicea, che non potea cedere Gaeta, perché avrebbe offuscato l'onor militare dei suoi soldati; e per una vana prudenza avrebbe Egli rinunciato alle speranze dell'avvenire, mentre i suoi popoli, e tutta l'Europa lo incoraggiavano a difendere la sua causa che era quella di tutti i Sovrani.

Dicea pure ch'era rassegnato di seppellirsi sotto le fumanti ruine di Gaeta; gli sarebbe stato però doloroso, se nella sua persona, in caso di prigionia, fosse oltraggiata la dignità regia. Ma se l'Europa avesse acconsentito a tanto oltraggio, Egli si sarebbe rassegnato alla sua avversa fortuna. Quella lettera conchiudeva: «Ho fatto ogni sforzo per persuadere la Regina a separarsi da me; le sue tenere preghiere e generose risoluzioni m'hanno vinto; dividerà meco la fortuna si consacrerò alla cura de' feriti; sarà una suora di carità.

Il 15 gennaio ritornarono a Gaeta i ministri esteri per presentare gli omaggi al Re pel suo giorno natalizio.

Francesco II volle far vedere a que' personaggi che rappresentavano i proprii Sovrani, qual conto tenesse il Piemonte de' patti dell'armistizio, facendo loro osservare i lavori che facea Cialdini contro Gaeta. Indi invitò que' ministri a rimanersi con lui in Gaeta per assistere ufficialmente al bombardamento contro un Re ed una Regina, che altra colpa non aveano in faccia al Governo sardo se non quella di essere Sovrani della più ricca e più bella parte d'Italia. Alcuni di que' ministri, che per paura, chi per politica si negarono a rimanere in Gaeta; rimasero però l'Arcivescovo Monsignor Giannelli, Nunzio Pontificio, Bermudez de Castro, ministro di Spagna, Conte Szèchenyi, d'Austria, Veger di Baviera, Kleist Looss di Sassonia, Frescobaldi di Toscana. Il ministro d'Austria, dopo il 22 gennaio, volea uscirsene da Gaeta, ma fu necessità rimanervi, perché il blocco era già dichiarato.

Il 16 gennaio, giorno natalizio del Re, i cannoni di Gaeta lo salutarono per l'ultima volta..! Risposero i legni francesi e spagnuoli che si trovavano nel porto. Alla Cattedrale si cantò il Te Deum; e vi fu baciamano in Corte; nel pomeriggio la parata militare.

Il ministro degli esteri, Casella, il 18 gennaio, mandò una nota a tutti i gabinetti d'Europa, con la quale annunziava l'armistizio domandato da' Piemontesi, e che era solamente utile a costoro. Che il Re lo concedette per non disgustare Napoleone III che l'avea voluto. Che Francesco II difendeva in Gaeta il dritto di tutt'i Sovrani, e non potrebbe supporre che l'Europa sopportasse in pace il bombardamento e il blocco di una città, ove si trovasse un Re ed una Regina: anzi sperava che i Sovrani con nota collettiva intimassero al Piemonte di guarentire la libertà di Lui e della Regina, qualora avessero salva la vita nel disperato furore dell'assedio.

Il Re riunì la Commissione di difesa, e volle interrogarla sulla possibile durata della Piazza a fronte de' mezzi che usava il nemico. Il generale Pelosi, il maggiore de Sangro e il capitano Andruzzi furono di avviso che la Piazza dopo 15 giorni sarebbe costretta a rendersi, perché non si aveano cannoni simili a quelli del nemico, né materiali e strumenti per rifare le distrutte fortificazioni, e non esservi riserve per le polveri, le quali erano esposte a tutti i pericolosi accidenti. I generali Traversa e Polizzy,

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i colonnelli Ussani e Rivera furono di avviso, che, attesi i pochi guasti delle batterie fatti dal nemico sino allora, e stante lo spirito guerriero della guarnigione, la Piazza avrebbe potuto reggersi per altri due mesi.

Il Re, come ho già detto, avea mandato in Francia il maresciallo la Tour per comprare cannoni rigati di grosso calibro; Napoleone III non volle che se ne vendessero per difendere il suo protetto Francesco II! e proibì pure che quelli comprati nel Belgio non potessero transitare per la Francia. Il tempo intanto stringeva, Gaeta ed i suoi difensori rimanevano eroica vittima di quel galeotto coronato!

CAPITOLO XLIII

Mentre in Gaeta abbiamo l'armistizio concesso a Cialdini per opera di Napoleone, affinchè con migliore comodità si preparassero le offese, noi volgeremo un ultimo sguardo al Reame delle Due Sicilie.

Pria di tutto è necessario ragionar brevemente della Cittadella di Messina, la quale avea in quel tempo 4155 soldati, 199 uffiziali, 28 artefici, 38 spedalieri e 26 galeotti; oltre delle famiglie che eransi rifugiate in quella Piazza.

La truppa occupava i forti S. Salvatore, Lanterna e Lazzaretto. Nulla avea di casermaggio; Clary pria di lasciare Messina avea dato tutto all'appaltatore. I soldati che aveano compiuto il tempo del servizio, rifiutarono il congedo; ed avendo il generale Fergola sospeso le paghe, il 26 novembre dichiarò che erano giunti i giorni di vera prova; tutti i soldati risposero col solito grido di viva il Re! e si sottomisero a tutte le privazioni. Mancava il tabacco, e Fergola lo comprò col suo danaro. Gli uffiziali della Cittadella pegnorarono gli ornamenti preziosi delle loro mogli, per comprare grano ed altre provvisioni necessarie.

Ogni sera i soldati si recavano in chiesa, e compivano tutti i doveri di buoni cattolici, e dando ne' rincontri attestati d'irrefragabile bravura.

Il 27 novembre, arrivava a Messina il generale sardo Chiabrera con due Reggimenti; e il 13 dicembre arrivava Negri sulla fregata Borbone, detta poi Garibaldi: Negri interrogò Fergola, se, caduta Gaeta, e' cederebbe: questi rispose risolutamente, NO. Il mio dovere, disse, è prescritto dalle Ordinanze, né questa Piazza dipende da Gaeta, ma dal Re nostro Signore.

Il 13 dicembre, il Re mandò a Fergola diecimila ducati, gliene mandò altri ventimila il 16 dello stesso mese per mezzo del benemerito e distinto Capitano Michele Bellucci, oltre una quantità di panni e vettovaglie.

La piccola fortezza di Civitella del Tronto negli estremi Abruzzi, comandata dal Capitano di gendarmeria Giovine, resisteva eroicamente all'assedio e bombardamento. Il feroce generale Pinelli, il fucilatore de' poveri villani, in novembre avea circondato quella fortezza con posti avanzati sino a mille metri distanti; però percosse le sentinelle piemontesi, da' soldati borbonici, diedero indietro. Il 25 e 29 di quel mese, gli assediati fecero due sortite, e fugarono gli assedianti.

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Pinelli bombardò il paese per due giorni, cioè il 10 e 11 dicembre, e cagionò danni solamente alle case de' cittadini, nessuno ne arrecò alla fortezza.

Il 20 dicembre, i soldati borbonici uscirono fuori Civitella per far provvisioni di legna; essendosi incontrati co' Sardi, appiccarono zuffa e l'inseguirono; assaltarono la Gran guardia, saccheggiarono i posti militari, e trovando una Chiesa insozzata di tutte le abbominazioni, presero le statue de' Santi e le condussero dentro il paese collocandolo nella Chiesa Madre.

Pinelli, umiliato ed adirato, si vendicò con abbruciare tutte le case attorno Civitella; ed avendo ricevuto rinforzi con macchine di guerra e scale per salir le mura della fortezza; fu di nuovo respinto, lasciando macchine e scale in potere de' Borbonici. Allora chiede un armistizio di otto giorni, e gli accordato. Le ostilità si cominciarono il 17 gennaio. Il Capitano Giovine, per mezzo di Filippo Enea ardito paesano, diede al Re Francesco contezza di tutti i fatti d'armi di Civitella. Il Re lo ringraziò, lo promosse a Colonnello, e gli diede facoltà di promuovere i suoi dipendenti e rilasciar brevetti sino al grado di Capitano!

L'eccelso Farini, che pure avea preso gusto a far da Sovrano e far saccheggiare i reali palazzi, come avea fatto in Modena, saccheggiandone l'argenteria, il guardaroba e le cantine del duca regnante, pensò far lo stesso in Napoli. Già i mobili di Casa reale erano spariti, e la Città di Napoli fu costretta ammobigliare a proprie spese i Palazzi per gli alloggi del Luogotenente, e per ricevere convenevolmente il novello Sovrano. Era però sfuggito al saccheggio il mobilio di S.A.R. il Conte di Trapani per vendita fattane a tempo dell'onesto amministratore, comm. Giacinto Manera. Il Farini servendosi di un certo Vio Veneziano e Maggiore garibaldino, si fece presentare da costui una denunzia, nella quale si dicea, che Manera avea involato e venduto il mobilio del Conte di Trapani. Farini, avuto questo gran documento nelle sue mani, scatenò i poliziotti, e senza mandato di alcun giudice, o forme legali, fece invadere gli appartamenti del Conte di Trapani e quelli di Manera, sequestrando e suggellando tutto il bellissimo mobilio.

Manera protestò con le stampe, e reclamò presso i tribunali; conciosiachè dal decreto dittatoriale del 12 settembre 1860, chiaro appariva che i beni di acquisto privato, allodiali o patrimoniali, e specialmente quelli de' Principi reali secondogeniti, non erano inclusi nel suddetto decreto di spoliazione regia. Manera fu contradetto e vessato, specialmente da Talamo presidente del tribunale civile, e da Savelli procuratore generale, tutti e due che poco prima si mostravano sfegatati borbonici.

Manera però non si perdè d'animo, ad onta pure del chiasso che fecero i rivoluzionari, dichiarando ladri i Borboni ed i borbonici; egli intrepido difese i diritti del Principe reale a lui affidati. Quella lite si protrasse sino al 29 aprile 1861: Manera ottenne giustizia per quanto i tempi lo permettessero, e la Città di Napoli fu obbligata pagare tutti i danni, spese ed interessi a causa della prepotenza ed ingordigia di Farini. Ecco una delle ragioni per cui i municipii son ridotti alle ossa da 15 anni a questa parte!

Il debito pubblico napoletano era una spina negli occhi di Cavour; quel debito

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era salito al 120; dopo che Francesco II lasciò Napoli scese al 114, e più tardi all'80; mentre quello del Piemonte era al 76! Cosa strana ed ammirevole, il vinto spogliato avea più credito del vincitore fatto già ricco con le spoglie del vinto! Era questo uno scandalo come tutti gli altri e Cavour ne sentiva tutta l'onta, e ne prevedeva le brutte conseguenze finanziarie: quindi pensò uguagliare le miserie del Piemonte con le ricchezze del Regno di Napoli, il credito di quello col credito di questo.

Per raggiungere questo scopo, Cavour, aiutato da Farini, usò tutte le male arti, ricorse pure a vendere a basso prezzo la rendita sequestrata alla famiglia reale di Napoli; e non essendo riuscito neanche questo mezzo, ordinò a Farini di creare un nuovo debito, e costui decretò un prestito di venticinque milioni, e vendette seicentocinquantamila ducati di RENDITA napoletana, che comprò Rothschild al 74. E così a forza di astuzie, e far debiti, ch'è il gran forte finanziario dei rivoluzionarii, si uguagliarono le miserie del Piemonte con le ricchezze del Regno delle Due Sicilie. Il popolo redento e sovrano ne faceva le spese!

Sotto la Luogotenenza di Farini tutto andò a soqquadro, principalmente le finanze e la sicurezza pubblica. Quel Luogotenente, tra le altre manìe avea quella di snocciolare leggi piemontesi, non comprese e non accette nel Reame di Napoli.

I partiti si dilaniavano con furore spaventevole; ogni giorno si faceano dimostrazioni contro Farini e contro i consiglieri della Luogotenenza; si presentavano petizioni con migliaia di firme per essere Napoli liberata dall'eccelso e da' suoi consiglieri.

Trai garibaldini ed uffiziali piemontesi, in quel tempo furono duelli, zuffe e lotte. A 30 dicembre fu ferito di pugnale il liberalissimo duca S. Donato; e dopo pochi giorni si attentò alla vita del consigliere Scialoia.

Lo stato di Napoli raccomandava poco in Europa il nuovo ordine di cose. Il potente e magnanimo alleato, Napoleone III, che avea consigliato moderazione e clemenza a Francesco II verso i rivoluzionarii, consigliava poi all'amico Cavour rigore a qualunque costo. Costui senza farsi troppo spingere, avendo dichiarato a Persano, che il tempo delle grandi misure era giunto, mandò ordini all'eccelso Farini, di mettere in esecuzione delle leggi simili a quelle della Convenzione francese del 1792.

Farini conoscea che i rei erano tutti liberali, ma avea paura d'incrudelire contro gli antichi consettarii, e volendo far rumore e paura, incrudeliva illegalmente contro i soli Borbonici. Senza prove e senza mandato di autorità giudiziarie, in breve tempo riempì le carceri di sospetti di Borbonismo; tra gli altri più noti furono arrestati i Generali Barbalonga, de Liguori, Palmieri, d'Ambrosio, e i due fratelli Marra, tutti uomini d'onore e prodi militari. Altri uffiziali capitolati di Capua arrestò e gettò ne' castelli; ed arrestò pure i Gendarmi borbonici, ancorchè costoro avessero aderito alla rivoluzione, e si fossero fregiati della croce sabauda, servendo il nuovo Governo. Con tutti questi pretesi Catilina imprigionati, il Reame rimase nel medesimo stato in cui si trovava.

Farini per ultimo atto della sua eccelsa Luogotenenza, avendo fame di danaro,

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sequestrò le rendite de' Vescovi assenti dalle Diocesi, perché erano assenti senza motivo canonico. Il motivo canonico dell'assenza de' Vescovi dalle proprie Diocesi era lo stesso Farini, il quale non dava loro riposo perseguitandoli in tutti i modi, e scatenando contro di loro la canaglia settaria. L'eccelso col suo motivo canonico, a proposito immaginato, fece un grosso boccone delle rendite vescovili; conciosiacchè in quel tempo si trovavano trentotto Vescovi fuggiti dalle proprie Diocesi.

Re V. Emmanuele poco contento del governo di Farini, il 26 dicembre partì da Napoli, e giunse il 29 a Torino: il 30 in consiglio di Ministri destituì Xeccelso Farini dalla Luogotenenza di Napoli, e vi sostituì il Principe di Carignano.

Farini, che era venuto a Napoli per restaurare l'ordine morale, depravò l'amministrazione e il popolo; e, simile a tutte le celebrità rivoluzionarie, cadde come corpo morto cade.

Farini, persecutore de' Vescovi del Regno, era lo storico-libellista, il saccheggiatore del Palazzo del Duca di Modena, l'amico e il protettore del rapitor di fanciulle, del ladro, del sicario Curletti! Era quello che avea ordinato a costui l'assassinio del colonnello Anviti di Parma. Farini dicea di voler morir povero, morì ricco di sostanze, e povero di ragione: divenuto pazzo giunse a cibarsi del proprio sterco, come l'ateo Voltaire! I cattolici, a cui fece tanto male, non lo maledirono, anzi pregheranno il Dio delle misericordie, che abbrevii le sue pene, se si trovi in luogo di purgazione. Però lo storico, qualunque siasi, è nell'obbligo di far conoscere qual fu la vita e la fine de' calunniatori e persecutori della Chiesa, perché ciò serva di salutare esempio a' presenti ed a' posteri.

Il principe di Carignano Luogotenente di Napoli, fu investito di poteri regi sino all'apertura del Parlamento italiano. Un decreto del 7 gennaio gli assegnò 20 milioni di lire annuali a peso dell'erario napoletano! Gli si diede a latere per segretario generale, superiore a tutti i consiglieri di Luogotenenza, Costantino Nigra, bellimbusto e paraninfo tra gl'intrighi napoleonici e cavourriani.

Giunto a Napoli il principe di Carignano fu ricevuto da Farini, e costui gli fece un discorso come un re che cede la corona ad un altro re.

Nigra sparse delle proclamazioni, promettendo, al solito, tutto il ben di Dio; e si augurava che i Napoletani avrebbero difeso in avvenire su' campi di battaglia il nuovo ordine di cose. A quelle proclamazioni fece eco, lo stesso giorno, l'infelice Vescovo Caputo, pubblicando una lettera sul Giornale Ufficiale, nella quale vomitava insulti e calunnie contro i Principi spodestati non escluso il Papa!

Il 17 gennaio, il nuovo Luogotenente costituì un novello consiglio di Luogotenenza: Spaventa fu creato consigliere di polizia, Mancini del culto, La Terza delle finanze, Oberty de' lavori pubblici, Imbriani dell'istruzione pubblica, Avossa della giustizia; e, il risuscitato da Nigra, D. Liborio Romano fu creato consigliere dell'interno! Costui, in meno di sei mesi, avea servito tre padroni che tra loro faceano a calci!

Questi consiglieri non piacquero ad alcun partito, e si fecero indirizzi al Luogotenente per cacciarli via. Anche la Guardia nazionale fece le sue lagnanze a Nigra contro que' consiglieri.

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Nigra andava dicendo mirabilia contro l'amministrazione dell'eccelso Farini, e per provarlo co' fatti, un decreto del Luogotenente ordinò che si prestassero venti milioni di lire dall'erario di Torino; mentre Farini, il 9 dicembre, avea fatto un prestito di venticinque milioni di lire, ed avea venduto seicentocinquantamila ducati di rendita napoletana. Vicende della rivoluzione, Torino prestava danaro a Napoli!

Un decreto del 3 gennaio stabiliva l'elezioni al Parlamento italiano pel 27 dello stesso mese, poichè le Camere doveano riunirsi il 18 febbraio.

I cattolici del Piemonte e della Lombardia sin da allora emisero il celebre motto: né eletti né elettori. Que' cattolici dissero tre principali ragioni per legittimare il loro astenersi dalle urne elettorali, cioè: 1° perché mancava la libertà del voto, e se risultassero buoni deputati sarebbero cassati come accadde nel 1858 nel Parlamento subalpino; 2° eleggendo un Parlamento per tutta l'Italia, si sarebbe riconosciuta implicitamente la rivoluzione e la spoliazione del Papa; 3° perché i cattolici sarebbero sopraffatti dall'audacia e dagli intrighi degli stessi rivoluzionarii. L'astensione de' cattolici spiacque a Cavour, conciosiachè egli, conoscendo la loro moderazione, prometteasi di farsene egida contro i repubblicani. In Napoli si fece di tutto per far risultare deputati cavourriani, e non si premurarono i cattolici ad accorrere alle urne perché credeansi borbonici; anzi si scatenarono i camorristi, si fecero mettere a soqquadro le direzioni e le tipografie di tre giornali cattolici, e fu proibita la pubblicazione di que' giornali che aveano per titolo: La Croce rossa, L'Aurora e l'Equatore.Cavour in Napoli avea il celebre D. Liborio Romano; costui intrigava in tutti i modi per far eleggere deputati cavourriani; egli si fece nominare in otto collegi, ad onta che Dumas nel giornale l'Indipendente avesse rivelate tutte le vergogne di quel traditore.

Siccome alle urne elettorali accorsero molti camorristi e gente plebea, avvennero soprusi, ed in molti luoghi si versò sangue; questi fatti giustificano pure l'astenersi dei cattolici.

Tutto lo sforzo rivoluzionario in quel primo entusiasmo non potè riunire in tutta Italia più di centomila elettori, sebbene ne facessero comparire duecentoquarantaduemilacinquecento ottantuno. Basta dire che il redentore Garibaldi, nella popolosa Napoli, appena raggranellò trecento settantasei voti, e con questo scarso numero di votanti fu eletto deputato al Parlamento italiano. Nel Parmense uscì eletto un deputato con trentanove voti!

In Sicilia l'anarchia facea sempre progressi, e il decreto del 3 gennaio, che convocava i collegi elettorali, inasprì di più i partiti; chi volea la monarchia, chi la repubblica, chi il comunismo, ed erano questi ultimi i nullatenenti. I così detti comunisti in Mascalucia invasero le proprietà de' ricchi, dichiarandosi essi proprietarii pel diritto della ottenuta libertà ed indipendenza: fu necessario l'intervento di due battaglioni di bersaglieri per far ritornare alla ragione que' nuovi annessionisti.

I Consiglieri di Luogotenenza davansi al giuoco dello sgambetto, ed a guisa d'istrioni entravano ed uscivano dalla scena. Primo Torrearsa, poi Turrisi ed Amari

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si dimisero da' loro dicasteri, indi i consiglieri Marchesi ed Orlando. Il 26 febbraio il Consiglio rifecesi in questo modo: Amari all'interno e finanze, Santocanale alla giustizia culto ed istruzione pubblica, Carini alla sicurezza pubblica.

In que' tempi in cui ogni libero cittadino dovea eleggere il deputato al Parlamento italiano, furono mandati in Sicilia altri quindicimila soldati piemontesi; quell'Isola era in vero stato di assedio.

Gli Abruzzi erano in piena reazione, e supplicavano il Re Francesco in Gaeta a mandar soldati, perché si unissero a' paesani ed attaccassero alle spalle i Piemontesi in Mola. Il Re ridotto in Gaeta non potè soddisfare i desiderii degli Abruzzesi per assoluta mancanza di mezzi. I reazionarii si rivolsero a Roma ov'erano molti uffiziali e soldati napoletani, i quali si riunirono sotto il comando del noto legittimista Conte de Christen francese, e marciarono per gli Abruzzi, ove si riunirono a parecchie soldati sbandati. Il primo paese che assalirono fu Tagliacozzo; ivi si trovavano 400 Piemontesi, li fugarono, e ne fecero molti prigionieri. Un Giacomo Giorgi luogotenente di de Christen, con poca forza volle avanzarsi sino a Scurgola. Era egli guidato da un certo Piccione stato garibaldino, il quale diede avviso a' Piemontesi di tutto quello che i Borbonici aveano divisato di fare. Giorgi fugò i Piemontesi che trovavansi in Scurgola, bivaccò nel paese, e pose i feriti nella Caserma della Guardia nazionale, facendoli assistere dal Chirurgo Mauro, e dal Cappellano D. Gennaro Orsi. Nella notte sopraggiunse la cavalleria sarda e molti battaglioni; vi fu un vero massacro di Borbonici. Giorgi fuggì a stento, e parecchi soldati napoletani si salvarono sopra i monti. I Piemontesi entrarono nella Caserma della Guardia nazionale, e trucidarono que' miseri feriti! Indi presero il Chirurgo e il Cappellano, il primo lo fucilarono, il secondo, dopo avergli fatto soffrire tormenti da barbari, lo legarono ad un albero e lo finirono a colpi di baionetta! Fu così orribile e selvaggio il massacro di Scurgola che dovette giungere ordine dal Comando di Avezzano di tosto sospendersi. Intanto i prigionieri piemontesi fatti a Tagliacozzo furono trattati con cortesia, e mandati a' Francesi nello Stato pontificio.

Nel tempo che Gaeta era assediata, in tutti gli Abruzzi i paesani combatteano da disperati contro i Piemontesi, e costoro fucilavano, ardeano case e paesi. Tagliacozzo, perché occupato da' Borbonici, venne saccheggiato da' Sardi: lo stesso avvenne alla Badìa di Casamari, ove i monaci furono parte maltrattati e parte dovettero salvarsi con la fuga. Il bottino fatto aTagliacozzo e Casamari fu venduto a Sora, Castelluccio ed Isoletta.

De Christen che si era salvato dalle stragi di Scurgola, avea riparato a Bauco, paesetto in cima ad un Monte; egli avea raccolti tutti i soldati sfuggiti al massacro di Scurgola, ed altri ne avea raccolti che accorrevano da diversi paesi. Il Generale de Sonnaz, quello che avea insultato i Napoletani a Terracina, si partì da Sora con duemila soldati e due cannoni per isnidare de Christen da Bauco. Più volte assalì quel paesello, e sempre fu respinto con perdite. I soldati napoletani non avendo più munizioni, rotolavano grosse pietre sopra i Piemontesi, i quali aveano già perduti 180 uomini tra morti e feriti. De Sonnaz ignorando che i Borbonici non aveano più munizioni, offerse patti.

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Fu convenuto che de Sonnaz si ritirasse il primo e poi de Christen. E quel Generale, che abbiamo veduto tanto superbo in Terracina, fu costretto ritirarsi di fronte a quelli ch'egli chiamava briganti, lasciando i proprii feriti a Casamari. Però costoro morirono quasi tutti, perché come ho detto, quella Badia era stata saccheggiata ed incendiata dagli stessi Piemontesi, ed i feriti non trovarono più né farmaci, né viveri, né utensili, né monaci per assisterli...

De Christen raccolse sotto Bauco 147 fucili, e parecchi soldati piemontesi semivivi, che soccorse e fece condurre a Veroli.

Il celebre generale Pinelli, memore sempre del colpo di pietra che avea ricevuto alle reni da' paesani di Pizzoli, si vendicava e si divertiva nell'Abruzzo superiore a fucilare tutte quelle persone che sospettava fossero reazionarie. I montanari di que' paesi usavano rappresaglie sopra tutti i soldati piemontesi che cadeano in poter loro. Ne teneano una compagnia assediata da più giorni ad Acquasanta: il Pinelli, il 28 gennaio, vi accorse, con quasi un esercito, e liberolla. Quel sanguinario Generale seguitò ad imbestialire contro i paesani; e sapendoli cattolici, per far loro dispetto lasciava saccheggiare ed abbruciare Cappelle e Chiese, facendo vestire i soldati degli arredi sacri, e li facea vedere a' paesani! Pinelli, non so se più feroce o pazzo, avendo perpetrate nell'Abruzzo azioni ridicole e nefande, il 3 febbraio diede il seguente ordine del giorno: «Un branco di quella progenie di ladroni ancor s'annidia su' monti; snidateli, siate inesorabile come il destino. Contro nemici tali la pietà è un delitto; sono prezzolati scherani del Vicario non di Cristo ma di Satana. Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotal vampiro, che con le sue sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra. Purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infeste dall'immonda sua bava, da quelle ceneri sorgerà più rigogliosa la libertà.»

Sull'empietà di quest'ordine del giorno io mi taccio. Dirò solamente ch'è degno di un Pinelli che lo scrisse, uomo senza coltura, e con anima di fango. E pure fu lodato dal giornale Il Popolo d'Italia dichiarandolo un generoso proclama! Oh se l'avesse scritto un Generale borbonico...! Ma fu biasimato da tutta la stampa liberale estera, la quale dichiarò Pinelli uomo feroce e da trivio. Il Governo sardo fu costretto a decretare il ritiro di Pinelli (ed era il secondo finto ritiro!). Fu sostituito da un disertore dell'esercito napoletano, Luigi Mezzacapo, il quale senza pubblicare gli ordini del giorno del suo predecessore, ne seguì l'esempio. Nonpertanto Pinelli stette altri giorni al comando, poi si ritirò; ed a mezzo aprile, fu mandato di nuovo a far peggio. Egli parodiava Tito Augusto ma nel male; spesso alzandosi di desco mezzo ubbriaco esclamava: oggi, giornata perduta, non ho fucilato nessuno!Pinelli era nato da onesta famiglia, i suoi parenti furono tutti gente onorevolissima: suo fratello Pier Dionigi fu ministro in Piemonte, un suo nipote Procuratore sostituto alla Procura Regia di Napoli. Prima della guerra di Crimea, La Marmora, riformando l'esercito sardo, mandò via il Pinelli; ed interpellato in Parlamento disse tutte le vergogne che avea commesse costui. Bisogna leggere il liberalissimo giornale la Democrazia di Napoli del 1861 per conoscere quale uomo empio, scostumato e triviale era il Pinelli.

CAPITOLO XLIV

Il nostro lavoro già si avvicina alla fine, altro non ci resta che raccontare gli ultimi avvenimenti di Gaeta che sono i più pietosi, i più sconfortanti, i più terribili, e ne' quali si denuda da una parte l'umana nequizia, dall'altra parte la fede, il coraggio, l'abnegazione e la carità più sublime.

Napoleone III, che oggi l'Europa chiama il crimine coronato, il codardo vinto a Sedan, già si toglie la maschera di protettore di Re Francesco II, e fa vedere la sua laida faccia di settario e traditore. Egli, abusando di quella potenza che gli dava la nobile Francia, scese alla viltà d'ingannare e tradire il debole, la virtù sventurata! Ma vi è un Dio: e se l'insipiente disse nel suo cuore non esservi, fu perché avea il cuore corrotto, però la mente l'obbliga a riconoscerlo nelle sue stesse opere, dappoichè i cieli narrano la sua gloria. Napoleone III che si rideva della virtù e di Dio li riconobbe in sè nella sua terribile punizione; quando vilmente dovette depositare la spada e la corona, bruttate da delitti e da sangue, a piè del Re di Prussia: ed è da supporsi ch'egli abbia in quel momento esclamato con Giuliano apostata: hai vinto Galileo... !

Napoleone, che simulava la parte di protettore, avea isolato Francesco II da' suoi naturali amici ed alleati; e così, vedendolo privo d'ogni umano soccorso, gl'impose l'armistizio da durare appunto quanto occorresse a montar nuove batterie ostili, abbandonandolo quindi per farlo seppellire sotto le fumanti ruine di Gaeta!

La mattina del 19 gennaio, vennero a Gaeta per mare, il generale Menabrea, e il colonnello Piola ad intimare la resa della Piazza, promettendo uscita libera al Re e alla Regina, offerendo onori di guerra alla guarnigione, soldo e riconoscimento di gradi a tutti gli uffiziali: ebbero negativa; insistettero, ed ebbero un secondo rifiuto.

La sera di quello stesso giorno 19 gennaio, la flotta francese abbandonò Gaeta. Il Re, sempre clemente e pietoso, lasciò libero agli uffiziali e soldati di andarsene alle loro case: tutti rimasero, solamente partirono tre uffiziali e centotrenta soldati, i quali, per l'affranta salute, piangendo lasciarono Gaeta.

Gaeta era già chiusa da terra e da mare: eravamo sopra un nudo scoglio separati dal consorzio degli altri uomini; abbandonati alla ferocia di un nemico che ci rinfacciava l'onor militare, l'abnegazione, la bravura; e di più ci minacciava castighi esemplari!

I giornali, così detti liberali del Regno, pubblicavano in que' tempi contumelie contro i difensori di Gaeta, e contro il Re, dichiarandolo reo di lesa umanità, ed anche stolto lo proclamarono. E voi che cosa eravate e siete, scribacchini da un soldo?! voi che chiamavate stolto un giovine e valoroso Sovrano che salva l'onore di quella patria che avete venduta e rinnegata? Andate, con voi è tempo perduto il ragionare: voi scambiando il senso alle parole, chiamate virtù il vizio e vizio la virtù; voi siete i veri dannati di Dante, quelli che hanno perduto il ben dell'intelletto.Poco prima che la flotta francese partisse, molti Sovrani aveano dichiarato che


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non avrebbero riconosciuto il blocco di Gaeta; ma Napoleone III, con la sua temuta influenza, soffogava tutte le buone risoluzioni a favore di Francesco II. Persano, detto allora l'eroe di Ancona, oggi il vinto di Lissa, il padrone delle acque, sapendo che Napoleone era tutto pel Piemonte, il 20 dichiarò il blocco e l'annunziò al Governatore di Gaeta. Questo risposegli che il blocco non era legale, perché non vi era stata dichiarazione di guerra: del resto, soggiungeva, poichè avete aggredito il Reame con tanti mezzi d'iniquità, poco importa una illegalità in più.

Napoleone, il 17 gennaio, avea fatta pubblicare nel Moniteur, che la flotta lasciava Gaeta per ragione del non intervento, e per evitare la effusione del sangue. Cioè per farla meglio bombardare anche da mare!

Ma, qui gladio ferit glaudio perit: il non intervento, ch'egli proclamava sì alto nel 1860, dopo 10 anni servì contro di lui a farlo rotolare dal più possente trono del mondo nella più degradante abbiettezza. Ed egli ancor vivente vide i suoi protetti e le sue creature rendere a' suoi carceriere, agli stessi nemici della Francia!

Partita la flotta francese, finito l'armistizio, si aspettava da un momento all'altro il principio della gran lotta, nella quale tante umane creature doveano essere mutilate e distrutte!

Quella tregua si protrasse fino alla mattina del 22. Sulle ore otto antimeridiane di quel giorno, la batteria Regina trasse il primo colpo, e tutte le altre batterie di fronte di terra seguirono l'esempio, tirando su quelle avverse del colle de' Cappuccini, e colle Lombone; e siccome quelle batterie erano le più vicine alla Piazza, questa le ridusse al silenzio per più ore. Invece quelle del colle Tartano traevano alla sicura, perché i nostri proiettili non giungevano fino a quel Colle.

Tutti i proiettili che lanciavano i Piemontesi cadeano dentro Gaeta, ad eccezione di quelli che scoppiavano in aria, ed arrecavano più o meno danni; al contrario, quelli che lanciavano le nostre batterie, soltanto una quarta parte giungevano al segno, ed anche giungendo non arrecavano a' nemici che poco danno perché privi di velocità e di forza.

Alle 11 antimeridiane, tutte le batterie del nemico traevano colpi disperati contro Gaeta, e gli assediati rispondevano energicamente. Gaeta era avvolta in un turbine di fumo e di fiamme, non si vedeva, non si sentiva più cosa alcuna, se non lo scoppio de'proiettili nemici, e il rombo de' nostri cannoni, che formavano un frastuono continuo, lugubre e terribile. Le case riunivano ed ardevano, le strade erano impraticabili per le macerie e per lo scoppio de' proiettili nemici.

Il Re, il conte di Trani e quello di Caserta dirigevano il fuoco sopra le batterie. La Regina Maria Sofia, montata a cavallo, accompagnata dal generale conte di Ruffano ed altri, correva ovunque in cerca di feriti e di sofferenti, e a tutti arrecava soccorsi e consolazioni.

Mentre eravamo in questo stato tristissimo ed indescrivibile, ecco Persano che si accosta alla Piazza con undici legni tra fregate e cannoniere, la maggior parte napoletane, per darci uno spettacolo terribile in apparenza, innocuo in realtà. L'eroe di Ancona, con tutte quelle navi da guerra, si fermò fuori tiro e cominciò a scagliare

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delle cannonate alla direzione della batterie Guastaferri e S. Maria; ma nessun proiettile vi giungeva, tutti cadevano nel mare da 100 a 150 metri lontani. Allora i marinari cannonieri napoletani saliti sopra i parapetti fischiarono que' della flotta Sarda. Parecchi di que' marinari affettavano posizioni indecenti e grottesche.

Dopo circa tre ore che Persano cannoneggiava inutilmente, dapoichè tutti i proiettili che intendea regalarci cadeano nel mare, e molti scoppiavano anche sott'acqua, una nave Sarda, la Conferenza, osò accostarsi a tiro, forse per castigare gl'insulti che faceano alla flotta i cannonieri napoletani, ma subito percossa dalla batteria Guastaferri, era per affondare, onde soccorsa d'altre navi, queste vennero a tiro de' nostri cannoni.

Quelle navi, presente il Re e la Regina, ebbero tali danni che furono costrette a voltare non più verso Mola, ma dalla parte dell'isola di Ponza per iscansare i colpi delle altre batterie. Quelle bravate dell'eroe di Ancona misero il buonumore e l'allegria ne' difensori della Piazza, che fu accresciuta dalla vista di moltissimi grossi pesci, che stavano a galla morti sotto le batterie. I soldati scesero immediatamente al mare e ne raccolsero una gran quantità. Que' pesci, com'è da supporsi, erano stati uccisi da' proiettili scoppiati sottacqua. E così il grande Ammiraglio Persano, invece di far la guerra a' fratelli meridionali, la fece a' muti abitatori delle onde. Tal circostanza ci fornì di un ottimo cibo desiderato in quei tempi di tante privazioni.

Il ripetuto eroe di Ancona, che avea detto: Gaeta cadrà come Gerico al rombo dei miei cannoni, per iscusare i soliti insuccessi piemontesi, disse poi che quella Piazza, dalla parte di mare, era meglio fortificata di Cronstadt. E volete una prova che Persano sia rimasto umiliato sotto Gaeta? egli tanto loquace e bugiardo nel raccontare nel suo Diario le bravate di Ancona, del Garigliano e di Mola, neppure fa cenno de' suoi insuccessi del 22 gennaio e degli altri giorni dell'assedio e del blocco di Gaeta!

Però ben altro avveniva al fronte di terra. Le sedici batterie nemiche vomitavano ferro e fuoco sopra Gaeta; le nostre rispondevano con uguale energia, ma con cannoni antichi, i di cui proiettili giungevano solamente a percuotere tre in quattro batterie del nemico: i soli pochi cannoni rigati rispondeano alle altre batterie e non a tutte. In effetti quella batteria che dirigeva Cialdini in Castellone montata di cannoni detti cavalli, restava immune da' colpi della Piazza perché lontana 4700 metri!

Una granata partita dalla Cortina S. Andrea ruppe sulle batterie de' Cappuccini, e diede fuoco alle munizioni del nemico arrecandogli non lievi danni.

Quel giorno 22 gennaio, che fu uno de' tre più terribili giorni di bombardamento che sostenne Gaeta, non avvennero scoppii di polveriere. Quel giorno la Piazza scagliò 10679 proiettili, il nemico ne scagliò circa la metà di più, e non caddero in Gaeta che quelli solamente che scoppiarono in aria. Le batterie soffersero poco, la città moltissimo. Le strade erano ingombre di macerie, ed in molte non poteasi transitare in alcun modo. Le fortificazioni del fronte di mare, grazie a Persano, rimasero incolumi.

Degli assediati morirono dieci soldati, e il maggiore Solimene che spirò

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all'Ospedale di Torrionfrancese mentre gli si amputava un braccio. Furono feriti centododici soldati, e tre uffiziali, cioè Taragioli, de Filippis e Bonocuore.

La fregata a vela Partenope, ancorata nel porto ebbe qualche danno da' proiettili lanciati dalle batterie di Castellone. Il piroscafo Etna si affondò a metà, ed altri piccoli legnii della Dogana. La notte quando il nemico proseguiva a bombardare con la stessa furia del giorno, i soldati posero un poco a galla Y Etna e gli altri legni doganali.

La mattina del 23, le batterie nemiche, che aveano sofferto, sospesero il fuoco per riparare i danni; si tirava contro la Piazza da Castellone, d'onde ci mandavano quelle Charaphenel di un calibro straordinariamente grande.

La notte era meno fatale agli assediati, potendosi in parte scansare i proiettili, perché si vedevano venire con le micce accese: ma le Charaphenel, come ho detto, non si vedevano venire, si sentiva l'orribile fischio e scoppiavano immediatamente.

A tanti mali che ci circondavano, si aggiunse il tifo; dopo il 22 gennaio vi fu qualche giorno che perirono cento e più soldati di quel morbo. Il Re e la Regina, sprezzando il contagio, come sprezzavano le bombe, esponendosi a tutti i pericoli, visitavano gl'infermi degli ospedali.

Dopochè i Sardi, ripararono i danni alle batteria vicine la Piazza, cominciarono a far fuoco contro di noi senza interruzione, il giorno e la notte: essi sentivano rumoreggiare la reazione dietro le loro spalle, raddoppiavano gli sforzi per far capitolare Gaeta, sperando che il Regno si acquietasse, e la gente venisse ad ubbidienza dopo la partenza di Francesco II.

Dal 22 gennaio sino al 13 febbraio (meno due giorni) Gaeta fu bombardata continuamente. Io ora mi maraviglio come avessimo potuto mangiare, dormire e vivere in quelle 23 giornate e nottate d'inferno! Nelle città sopra le batterie, ed in tutta la penisola di Gaeta, si camminava sopra le schegge di bombe, granate e Charaphenel.

Cosa incredibile, ma vera; eravamo in carnevale, ad onta di tanti danni ed infiniti pericoli, i soldati non vollero tralasciare di sollazzarsi, e molti si vestirono in maschera. Era cosa veramente che facea ridere, vedere parecchi marinari cannonieri vestiti con acconciature strane ed allusive, stare sulle batterie e far fuoco contro il nemico. Spesso lasciavano i cannoni e passeggiavano sopra i parapetti per meglio farsi vedere da' Piemontesi, ai quali faceano tante smorfie; e quando qualche proiettile scoppiava in aria o cadeva fuori la Piazza, cominciavano a fischiare da non finirla più. Si giuocava con la morte! I superiori e il Re tolleravano quelle buffonate per mantenere il buonumore della Piazza, e perché raddoppiavano l'energia de' soldati. Io vidi de' feriti vestiti in maschera condotti all'ospedale d'altri vestiti dallo stesso modo, che facevano ridere anche un Democrito.

Veniva di tratta in tratto in Gaeta un piroscafo spagnuolo con dispacci diretti al Ministro di Spagna. Persano non lo fece più passare a causa del blocco. Al contrario un altro piroscafo francese mercantile lo Sphynx, col favor delle tenebre, eludendo i guardiani del blocco, entrò pel porto di Gaeta, e sbarcò vettovaglie.

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Simili soccorsi recavano alcune barche che venivano da Napoli, da Castellammare e da Ischia. Quelle barche ci portavano de' viveri freschi, esponendosi a mille pericoli; rifacendo poi la via a dispetto della sorveglianza dell'eroe Persano.

Il 27 gennaio giunse un legno francese. Fu fatto passare perché portava una lettera dal Ministro della Marina francese, con la quale annunziava al Governatore di Gaeta, che il Viceammiraglio Barbier teneva in Napoli il piroscafo la Muette per imbarcare il Re Francesco II, ove Costui con telegrafo il richiedesse; non però quel legno verrebbe da Napoli a Gaeta se non quando la bandiera fosse alzata per capitolare. Era questo un indiretto consiglio di cedere la Piazza; era una nuova pressione, sotto forma cortese, che si facea allo sventurato Sovrano! Napoleone, mentre impediva gli altri Sovrani di soccorrere il Re di Napoli, gridando non intervento, si era tolto a sè il monopolio di soccorrerlo solamente quando lo avesse condotto a que' termini che avea designato.

Il Re rispose che avea risoluto di sostenersi sino all'estremo, e dove avesse a capitolare avrebbe avvisato il Viceammiraglio Barbier col telegrafo.

Le navi della flotta sarda, che la maggior parte erano legni napoletani, la notte col favor delle tenebre si accostavano alla Piazza e lanciavano bombe, ma non fecero mai alcun danno, riportandone sempre la peggio.

Il 4 febbraio, a causa dello scoppio delle bombe nemiche, si accese molta paglia sotto la batteria Transilvania, era imminente il pericolo che le fiamme entrassero nella riserva delle munizioni. Un artigliere di nome Chiapparella, si fece legare con una fune, scese a metà del muro, e mentre smorzava l'incendio fu veduto da' Piemontesi del colle de' Cappuccini, che gli fecero un vivo fuoco addosso con palle piene e granata. Il Chiapparella, sprezzando quei colpi, smorzò l'incendio e fu tirato sano e salvo sopra la batteria.

La stessa sera una granata nemica sfondò la riserva della munizione della batteria Cappelletti, e diede fuoco a due cantaia di polvere. Lo scoppio rovesciò il muro, facendo una breccia di sei metri ed un cannone saltò in aria.

Lo scoppio più terribile avvenne il 5 febbraio alle quattro e mezzo pomeridiane alla Cortina S. Antonio. Quella Cortina è vicinissima alla porta di terra che dà su Montesecco, ed era la migliore costruita. Nella riserva erano quaranta cantaia di polvere, e quarantamila cartucce: tutto prese fuoco...! Lo scoppio fu tale che sembrò a tutti il totale esterminio della Piazza. Io in quel momento mi trovava a Torrionfrancese, e parlava col Comandante di quell'ospedale: ci urtammo corpo a corpo!

Lo sbalordimento fu per tutti orribile; conciosiachè ignoravamo la cagione di quel fragoroso scoppio. Un nembo fitto di fumo e di polvere coprì Gaeta, non più ci vedevamo; Torrionfrancese dista circa duecento metri dalla Cortina S. Antonio. Mentre eravamo tutti ansiosi di sapere qual disastro ci minacciava, giunse un ordi ne di accorrere sul luogo della catastrofe. Dio! quale spettacoloTutte le case del

quartiere di porta di terra erano distrutte, erano un mucchio di ruine; non si sapea ove si fosse, ove si andasse in quella più che notte buia, rischiarata solamente ed

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orribilmente da' lampi dello scoppio delle bombe nemiche. Nondimeno ci avan zammo in quelle macerie ed in quelle tenebre, che bastava la sola polvere per soffo carci; e mentre andavamo a soccorrere gli altri, spesso dovevamo chiamare aiuto per essere soccorsi noi medesimi, o perché feriti dalle schegge dei proiettili nemici, o perché caduti in qualche profondità di quelle ruine. Finalmente giungemmo sul luogo del principale disastro. Qui la penna mi cade di mano a rammentare quella scena di desolazione impossibile a descriversi. Mezza Cortina S. Antonio disfatta, la vicina batteria della Cittadella già isolata, screpolata e vacillante minacciava cadere: le casematte cadute, e sotto queste schiacciate molte compagnie di soldati; e da quel mucchio di ruine, anzi sepolcri, uscivano pianti, lamenti, strida pietose e dispera teSotto quelle casematte ruinate si trovavano più di quattrocento soldati sepol ti, la maggior parte vivi, e sotto le case cadute più di cento innocui ed innocenti cit tadini, donne e fanciulli.

I principi reali, il Re e la Regina accorsero immediatamene sul luogo del disastro, e, dando essi i primi l'esempio; tutti cominciammo la non facile opera di dissotterrare le vittime. E mentre ci mettevamo a scavare e salvare da certissima morte quegl'infelici sotterrati, ecco il barbaro nemico convergere il fuoco di tutte le sue batterie sopra il luogo del disastro: e non contento di questo si avvicina anche la flotta e vomita su di noi ferro e fuoco. Un grido orribile d'indegnazione e maledizione rimbombò in quelle ruine, animando il nostro coraggio che era quello della disperazione. Gli artiglieri furibondi corsero alle batterie e con energia suprema rispondono a' colpi del nemico. Dio! che giorno! La flotta, sempre prudente, prese il largo. L'Ettore Fieramosca e il Fulminante percossi già legni napoletani furono lì lì per affondare.

Intanto le batterie di terra erano controbattute dalle nostre, ma non si poteano far tacere quelle fuori tiro, e fu necessario salvare parte degl'infelici sotterrati sotto una pioggia micidiale di proiettili. E mentre si salvava qualche soldato o cittadino sepolto sotto quelle ruine, cadeano spenti que' generosi accorsi per salvarli! Io vidi atti sublimi di coraggio e di abnegazione, che mi fecero dimenticare la ferocia del nemico, ed esclamai: l'uomo è veramente l'immagine del suo creatore!Quanti episodii teneri e dolorosi non accaddero in quel giorno di terribile rinomanza! Io vidi una giovane madre, la quale era uscita di casa pria che scoppiasse la polveriera; avea lasciati due fanciulletti, al ritorno non trovò più la casa, e neppure sapeaci designare il luogo ove si trovasse. Essa ruggiva come un'orsa ferita; frugava in quelle macerie, spiegando una forza erculea, una volontà inalterabile per trovare i suoi nati. Quella vista ci commosse, e l'aiutammo nelle sue ricerche. Si trovarono i due fanciulletti in un angolo di una cameretta, e sebbene il tetto fosse rovesciato, avea però lasciato libero quel luogo ove si erano rifugiati que' due angioletti. La madre quando vide i figli salvi, si slanciò su di essi con ansia estrema; li toccava, li frugava, rideva, piangeva, imprecava, benediceva! Lo stato della madre atterrì i figli, e noi fummo obbligati di strapparli a forza dalle sue braccia. Tutti credevamo che quella povera donna avesse perduto per sempre la ragione: ma no, dopo poche ore diede in un dirotto pianto, e ritornò quasi al suo stato normale. Quella furia del

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nemico durò per tutta la notte lanciando sempre proiettili sul luogo del disastro. La flotta non osò avvicinarsi. La notte di quel giorno si adoperò a dissotterrare cadaveri e feriti ad onta della ferocia di Cialdini.

Lo scoppio della Cortina di S. Antonio uccise 300 soldati, due uffiziali, i tenenti Guarriello e Troiano. Di quest'ultimo si trovò il torace attaccato ad un brandello del soprabito con dentro l'orologio.

L'infaticabile e valoroso vecchio Tenentegenerale Traversa, che avea sostenuto altri assedii in Gaeta, anch'egli restò sepolto sotto quelle macerie. La gloriosa e disgraziata fine di quel prode, è un ricordo di onore pe' difensori di Gaeta. Morirono inoltre presso a cento cittadini. Il tenentecolonnello Paolo de Sangro fu sbalzato in un luogo inaccessibile, e si disse che morì senza soccorso. Ma io sono stato assicurato in contrario dal Cappellano del 16° cacciatori, D. Domenico Gelormini, il quale assistette negli ultimi momenti quel militare prode e religiosissimo. Il Gelormini così si esprime in una sua lettera: «Basta dirvi che il de Sangro, nelle ultime ore della sua vita, si mostrò un vero martire cristiano: mi edificò quella sua ultima e scrupolosissima confessione. La sua tranquillità d'animo senza un minimo lamento, quel suo viso angelico, quelle sue parole di pace e di perdono che dicea agli astanti, da' quali era ammirato e compianto, saranno per me un salutare ricordo della mia vita.» Ecco, io soggiungo, come muore il soldato cattolico, con l'arma in pugno, senza odio e senza risentimento contro i nemici; e dopo di averli combattuti da valoroso, spira col perdono sulle labbra...!

Da quel terribile scoppio furono sbalzati nel mare sei cannoni e molti artiglieri: si aperse una lunga breccia anche sul mare, e non molto lungi dal Piano di Montesecco.

Il tenente di artiglieria Francesco Corsi si trovava sopra la batteria che andò per aria; un momento prima dello scoppio fu chiamato abbasso dall'uffiziale dello Stato Maggiore, Davide Winspeare per comunicargli un ordine; e mentre tutti e due parlavano sotto un archetto, avvenne la catastrofe, e per combinazione rimasero illesi. Quando il Re chiese conto al tenente Corsi degli uffiziali e soldati della distrutta batteria, costui, vergognandosi di essere rimasto in vita, mesto rispose: Sire, salvo.... io solo...! Il tenente Francesco Corsi è un ufficiale di sperimentato coraggio.

È tuttavia un mistero, per quelli che sono addentro alle segrete cose, la cagione vera dell'incendio della riserva di polvere e di cartucce. Si sospettò che quello scoppio non fosse stato accidentale, dappoichè si trovò tra' rottami un ordigno di corda a cilindro con polvere dentro. Il custode della polveriera, che dovea trovarsi sempre colà vicino al suo ufficio, nel momento dello scoppio stava lontano dal luogo del disastro. Taluno in Roma profetò il giorno dello scoppio della polveriera di Gaeta; e si vuole che per cause simili cadde la fortezza di Ancona. Il certo si è che l'Europa ritenne come un altro tradimento l'incendio della polveriera della Cortina S. Antonio; il ministro Casella, e lo stesso Re lo pubblicarono come tale.

Il 5 febbraio fu uno de' tre giorni di più accanito bombardamento, gli altri giorni furono l'8 gennaio e il 22 dello stesso mese; quel giorno però fu il più terribile.

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La sera ritornata all'ospedale trovai un altro biglietto del generale Bosco, col quale m'invitava a nome del Re a recarmi sotto la casamatta regia per assistere il tenene-generale duca Riccardo de Sangro aiutante generale del Re, perché era attaccato dal tifo e moribondo. Per questo secondo invito lasciai senza dispiacere i feriti dell'Ospedale di Torrionfrancese, stantechè mi supplivano a maraviglia il Segretario Monsignor Silvestri, l'Uditore Monsignor Agnozzi, e il Nunzio Apostolico Monsignor Arcivescovo Giannelli.

Giunto alla casamatta regia trovai il buonissimo e nobile duca de Sangro in uno stato sconfortante. Nella cameretta ove giacea il moribondo vi era il servo di costui, e il capo chirurgo Gaeta; questi mi disse: l'opera mia è oramai inutile, lo lascio nelle vostre mani, e se ne andò.

La cameretta ove giacea il Duca era una casamatta divisa a piccole stanze con intavolature: la finestra, o sia troniera guardava Mola, il letto del moribondo avea la testa verso il sud, i piedi al nord; e quel letto occupava quasi la metà della stanza, nella quale vi erano tre sedie, una poltrona ed un piccolo tavolino.

Il duca comprendeva poco; io lo preparai alla meglio e gli somministrati la Estrema unzione. Un Monsignore si fece vedere nel corridoio senza entrare nella cameretta del moribondo; si trattava di tifo! fece di fuori l'ufficio del chierico, rispondendo amen ec. indi sparì. Anche il servo sparì pria della mezzanotte. Umane vicende! Al duca de Sangro, tanto amato da' figli, l'uomo che avea prodigato tanto bene, il signore tanto ricco di virtù e di averi, che mai rimanevagli delle umane affezioni e grandezze? un povero prete....! digiuno, affranto di fatiche, lacero, imbrattato di fango e di sangue, che ritornava allora dal dissotterrar feriti e cadaveri! Ma quel prete avea un cuore sensibile, e, sebbene indegno, avea però nell'anima sua il carattere indelebile ed il potere di metterlo sotto le grandi ali del perdono di Dio! E che potrebbe di più desiderare il cattolico moribondo? Oh! quante ascetiche e morali riflessioni io feci in quella notte.... Io servii il moribondo con affetto di figlio, e con quella poca ma verace carità sacerdotale che trovasi nel mio cuore.

Nelle prime ore della sera, il Re, accompagnato da Bosco, venne a visitare il duca de Sangro; ma se ne andò subito, perché un uffiziale di Stato maggiore gli comunicò una notizia.

Alle 3 del mattino, intesi stridere la porta della stanza, mi voltai e vidi il Re solo dietro le mie spalle! mi disse: come va? Maestà, agonizza, risposi. Egli si assise sul letto e guardava fitto il moribondo con uno sguardo di suprema angoscia. Indi si alzò e gli toccò la fronte, quegli aprì gli occhi, e suppongo che abbia conosciuto il suo amato Sovrano. Non rispose alle parole del Re, rischiuse gli occhi un'altra volta! Francesco II rimase in piedi avanti quel letto di morte, sempre guardando il suo fedele Generale, il suo affettuoso amico. Strane vicende della mia povera vita! Il caso, le circostanze, mi riunivano sotto una casamatta, in una città assediata e quasi distrutta, con due soli uomini: con un primo gentiluomo del Regno moribondo, e con un giovine Sovrano discendente di tanti monarchi, che stava per lasciare il più bel trono d'Italia. Oh! dissi allora tra me stesso, il mio posto è qui, il posto del sacerdote cattolico, in mezzo a' moribondi ed a' tribolati!

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Il Re si trattenne per circa dieci minuti. Pria di partire mi disse: siete rimasto solo? Maestà, risposi, non occorrono altre persone; è vero! soggiunse; diede l'ultimo indescrivibile sguardo di affetto al moribondo e partì. Intesi che si allontanava frettoloso. In quella notte fatale, quel giovine Sovrano era presente in tutti i luoghi più tristi e pericolosi.

Il duca de Sangro agonizzò per tutta la notte; spesso apriva gli occhi e li girava attorno a quella casamatta come se l'avesse veduta per la prima volta; forse sperava rivedere il suo amato Sovrano, o le persone a lui care. Spesso, non potendo parlare, mi stringeva la mano, mostrandomi segni non dubbii del desiderio che avea ch'io gli parlassi della vita futura e di Dio. Sul rompere dell'alba quel fido soldato spirò!

Fatto giorno venne il servo, e gli dissi di prendersi in custodia gli oggetti che erano nella cameretta. Diedi l'ultimo pietoso sguardo a quel cadavere che sembrava dormire il sonno del giusto, e partì.

Giunto nel piano dell'Ospedale, dopo di aver scansato una pioggia di proiettili, scoppiò vicino a me una Charaphenel che mi coprì di terra, però l'aria di una grossa scheggia mi portò via il cappello senza toccarlo; quella scheggia invece andò a ferire il giardiniere del Re, che trovavasi in mezzo la porta piccola dell'Ospedale, strappandogli mezza faccia. Quell'uomo, pel dolore, cominciò a ruggire in un modo che mettea spavento; accorsero quattro soldati, ma non poteano trattenerlo perché si dibatteva come un ossesso: dopo poche ore morì ne' più atroci tormenti. Quello stesso giorno morì anche di tifo sotto la casamatta del Re, il confessore della Regina, l'abate Eicholler.

All'Ospedale trovai due ordini, che mi riguardavano, uno che mi recassi subito allo Spalleggiamento fuori la Piazza, l'altro di recarmi anche subito all'Ospedale de' soldati attaccati di tifo. Dissi al Comandante, che mi comunicava quegli ordini, che io non ero S. Vincenzo Ferreri o altro Taumaturgo che avesse il dono della bilocazione. Fui scelto per lo Spalleggiamento. Traversai il fronte di terra sotto il più terribile bombardamento; appena giunsi al luogo che mi si era designato, mi buttai nel fango, ed affranto di fatica e di sonno, dormii soporitamente. Grazia di Dio!

Lo stato di Gaeta era spaventevole, altro non si vedea che ruine, muli e cavalli morti e feriti, uomini moribondi e cadaveri orridamente sfracellati. Gli animali stessi faceano pietà: si vedevano muli e cavalli ridotti scheletri prossimi a morir di fame. Quelle povere bestie, non trovando più da mangiare sulla montagna di Gaeta, perché solcata e ricoperta di schegge, se ne scesero in Città, ed andavano pietose di porta in porta come se domandassero la elemosina. I soldati, qualche volta lor davano un pezzetto di pane, allora accorrevano tutte, come i polli appresso la massaia che li governa, seguendo colui che dato avea quel poco di pane. Quei muli e que' cavalli rosicchiavano le cortecce degli alberi, le porte, i rastrelli, e non trovando altro da mangiare, si mangiavano l'un l'altro le code e le criniere!

Intanto il bombardamento proseguiva con la medesima atrocità che il giorno precedente.

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I Piemontesi miravano costantemente alle polveriere ed agli ospedali. Si erano estratti molti cadaveri e feriti di sotto le ruine della Cortina S. Antonio; ma si sentivano lamenti nelle profondità; perlochè il governatore Ritucci scrisse a Cialdini e chiese due giorni di sospensione d'armi per disotterrare quegl'infelici sepolti vivi; l'ottenne, a patto però che ne' due giorni non si lavorasse a rifare la Cortina. Già la sera precedente si erano messe delle botti piene di terra per parapetto sulla breccia fatta dallo scoppio della polveriera, e per non darsi motivo di lagnanze al nemico furono tolte, ed in cambio vi andò di guardia il 6° Cacciatori, comandato dal bravo maggiore Raffaele del Giudice, al quale il Re affidò quel posto di onore, e sì pericoloso in una Piazza assediata.

Cialdini accordò quella tregua perché avea bisogno di riparare i danni fatti alle sue batterie; in effetti non tenendo conto de' patti dell'armistizio, in que' due giorni le riparò senza alcuna molestia.

Quella tregua però valse a salvare la vita a tanti soldati e cittadini già sepolti vivi, i quali nel rivedere la luce la prima cosa che domandarono fu l'acqua!

Il tifo infieriva, e gli ospedali riboccavano d'infermi. Si chiese a Cialdini di mandare quattrocento soldati infermi aTerracina, e quel duce rispose che li avrebbe ricevuti a Mola; difatti ne ricevette duecento e si negò poi pei restanti. A richiesta del Governatore, Cialdini mandò un poco di neve tanto necessaria a' feriti.

L'8 febbraio, prima che finisse la tregua, il Re riunì la Commissione di difesa per decidere se la Piazza fosse in istato di resistere ancora; tutti risposero affermativamente; e che, se il nemico avesse osato salir la breccia, si sarebbe respinto con le baionette.

Il 9 infuriò di nuovo il bombardamento. Arse una blinda innanzi un magazzino di munizioni, e sulle ruine della Cortina S. Antonio si accesero tutti que' legni che colà si trovavano; ma l'operosità e il coraggio dei soldati scongiurò nuovi danni; si estinsero le fiamme in mezzo a gravi pericoli.

In Gaeta tutto rovinava. Le mura e i tetti erano scossi e vacillanti, appena urtati dal più piccolo proiettile andavano in ruina. Il camminare nella città si rese difficile e pericolosissimo.

La sera del 10, si avvicinò una barchetta con parlamentari, e consegnò una lettera dell'Imperatrice di Francia diretta alla Regina Maria Sofia, nella quale diceva in riassunto: che la difesa di Gaeta era durata abbastanza, non avere più scopo lo scempio di tanti uomini; non sperasse soccorso dall'Europa.Quel dettato mosse gli animi sensibili del Re e della Regina; però essi non voleano imporre altri sacrifizii all'abnegazione di tanti fidi soldati, i quali valorosamente s'immolavano all'onore, al dovere, all'amore del proprio Sovrano. Il cuore paterno del Re si volse a considerare i danni di Gaeta, le sue rovine, e come i magazzini di polvere fossero esposti a' colpi del nemico, la morte che mieteva vite umane col fuoco, col ferro e col tifo, fece deciderlo a dar fine a quell'assedio. Fece chiamare Ritucci, onde costui avesse domandato al nemico una sospensione d'armi per trattare la resa della Piazza. Cialdini rispose, non cesserebbe dalle offese se non firmati i patti,


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tale essere stato sempre il suo costume, e raddoppiò il bombardamento.

La dimani, Ritucci mandò a Mola i due generali Antonelli e Pasca, e il tenentecolonnello delli Franci con lettera pel Cialdini, nella quale gli dicea: essere una inaudita novità di guerra il proseguire le offese capitolando, e protestava a' contemporanei e alla Storia la necessità che spingeva la Piazza a rispondere con offese alle offese, versando sangue inutilmente.

Cialdini proseguì a bombardare con più barbara ferocia, ed inebbriato dalla prospera fortuna, volle discendere sino ad insultare la sventura di chi dichiaravasi vinto! Egli scrisse al Governatore Ritucci la seguente lettera: «Dovevate parlare di umanità il 19 gennaio, quando vi proposi buoni patti, allora rifiutaste; ora perduta la speranza parlate di risparmiare il sangue; ma io non temo né i contemporanei né la Storia.»Quando altri argomenti mancassero basterebbe questo brano di lettera per qualificare il generale Cialdini. Egli o non capì, o finse di non capire che Ritucci non volea versar sangue inutilmente trattandosi già della resa della Piazza. Il vincitore che proditoriamente vince, rinfaccia al caduto la sua eroica resistenza. Logica nuova di un duce piemontese, il quale impone che si scambi la gloria con l'ignominia, il coraggio con la viltà, l'onore con l'onta e la vergogna.

Cialdini non teme né i contemporanei né la Storia? Certo la Storia non dà bastonate, né mena bombe materialmente, quindi non fa maraviglia se taluni non la temano. Ma cancelli, se 'l può, il sig. Cialdini con tutti i suoi cannoni rigati e cavalli quella pagina d'inesorabile Storia che parla di lui qual Generale assediante in Gaeta e in Messina nel 1860 e 1861, e di duce in ritirata in Bologna nel 1866! Un po' più di luce del libro del generale La Marmora, mi auguro che abbia illuminato il sig. Cialdini.

Quella lettera diretta a Ritucci finiva col rinfacciargli di aver mandato a Gaeta neve e mignatte. E qui vi è anche la parte triviale che ripugna ad ogni anima nobile e generosa. Son questi gli uomini che celebrò la rivoluzione. Bisogna pur dirlo: Garibaldi non discese mai a simili ricordi....!

Il Re risoluto ad arrestare l'effusione del sangue fece dimettere da Governatore Ritucci, affinchè il personale dissidio tra costui e Cialdini non nuocesse a' patti della capitolazione; ed invece o sostituì l'antico Governatore, il vegliardo ed onorato tenentegenerale Milon.

Erano già stipulate le condizioni della resa di Gaeta, solo mancava la trascrizione del lungo testo. Nonpertanto la mattina del 13 febbraio il nemico smascherò nuove batterie, le quali unite alle altre bersagliarono orribilmente la Piazza. Gaeta per onorare la difesa rispondea con uguale furore, e spesso facea tacere quelle batterie vicine. Milon fece sentire più volte a Cialdini di darsi fine a quella lotta crudele ed insensata; ma costui sordo proseguì a bombardare con più furore.

Quando già i patti della Capitolazione erano firmati da ambe le parti, sulle ore tre pomeridiane, un proiettile nemico diede fuoco alla polveriera della batteria Transilvania, e mandò per aria muraglie, cannoni e quanti si trovavano colà. Un denso fumo coprì tutta la Piazza, e si vedeano cadere sopra Gaeta e nel mare a grandi distanza,

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pietre, legna, ferro frammisti a membra umane....! Un grido di gioia echeggiò su' vicini colli di Gaeta, erano i Piemontesi che godeano di quello esterminio...! Oh! il mio cuore si strazia a quella rimembranza, ed è una delle più funeste che mi abbia lasciato il Viaggio da Boccadifalco a Gaeta. Perché tanto feroce odio contro i soldati napoletani? Costoro nessun male aveano fatto a' Piemontesi, solamente aggrediti in casa propria, si difendevano da valorosi; e quando furono sciolti, e poi chiamati a servire l'Italia riunita, invece di accorrere, si unirono a' reazionarii del Regno, perché memori di quell'odio che la truppa sarda avea loro dimostrato. Fu questa una delle ragioni per cui il Reame di Napoli fu per più anni insanguinato dalla guerra civile e dal brigantaggio. Appena scoppiò la polveriera della batteria Transilvania, il nemico converse tutti i suoi tiri sul luogo del disastro per togliere qualunque soccorso agl'infelici sepolti sotto quelle ruine. Però i soldati napoletani fatti maggiori dalle sventure e dall'ingiustizia di un feroce avversario, sprezzando tutti i pericoli corrono a salvare i proprii compagni ed i morenti cittadini: e per provare che il valore napoletano non era fiaccato dall'avversità della fortuna, l'artiglieria della Piazza rispondeva con più sorprendente energia.

I soldati, tra un nembo di proiettili nemici, si slanciano al soccorso de' sotterrati; si compiono incredibili azioni generose con disperato valore e con sublime abnegazione. Si salva un artigliere gettato sopra uno scoglio sporgente nel mare; e si salva no molti soldati e cittadini che richiedevano un pronto soccorso. E mentre si salva no i sotterrati vivi, cadono molti generosi accorsi in loro aiuto...!

In quest'ultimo atto di barbarie voluto dal nemico senza alcuno scopo militare, perirono quattro cittadini ed una intiera famiglia! Perirono due uffiziali, Pannuti e Giordano, quindici soldati ed altri venticinque furono feriti. Fra gli altri fu ferito un giovanetto della Nunziatella e venuto a Gaeta per servire il suo amato Sovrano. Quel prode giovanetto è Ferdinando Lanza della più distinta aristocrazia siciliana, il quale ebbe rotto un piede; soffrì coraggiosamente l'amputazione, ed oggi vive in Napoli fiero della sua gloriosa sorte toccatagli in Gaeta.

La Capitolazione di Gaeta contiene 23 articoli. Accordava a' Napoletani gli onori militari; prescriveva che essi doveano depositare le armi sull'istmo di Montesecco; che sarebbero prigionieri di guerra sino alla caduta della Cittadella di Messina e di Civitella del Tronto. Agli uffiziali si rilasciavano le armi e i proprii cavalli, si accordavano due mesi di paga, e due mesi di tempo per deliberare se avessero voluto servire l'Italia, o ritirarsi con la pensione, oppure dimettersi.

Come il Piemonte adempisse que' patti è da tutti conosciuto, io e tanti altri uffiziali capitolati di Gaeta ne siamo un esempio vivente: ci tolsero quello che per dritto doveano darci, anche la pensione di giustizia, adducendo quelle ragioni che suole addurre il forte al debole: sic volo, sic jubeo...! E così, il nuovo governo italiano, che compendia l'egoismo e la spoliazione, condannò tanti onestissimi e prodi uffiziali alla miseria; ed oggi li vediamo stendere la mano per ricevere la elemosina!

IIRe Francesco divise il danaro che avea alle vedove e agli orfani de' militari. Agli uffiziali diede da trenta ducati sino a cento, secondo i gradi: era tutto quello che restava a quel cuore gratissimo e generoso!

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Il maggiore Francesco Gottscher comandante il 9° Battaglione Cacciatori avea una buona somma di danaro, frutto dell'economia sulle spese di amministrazione di quel Battaglione, che nessuno sapea; da gentiluomo, quale sempre si dimostrò, la divise a tutti gli uffiziali suoi dipendenti.

Quest'ultimo assedio di Gaeta durò meno de' precedenti, ma li superò per importanza d'armi, offese ed isolamento. E lo rende singolare, perché si trovarono assediati il Re, la Regina, due Principi reali ed i ministri delle potenze straniere.

La guarnigione servì con amore; non iscarsezza di vitto, di paga o di vestimento la fecero mormorare. Le straordinarie fatiche, gli incendii delle polveriere, le ferite e le morti atroci e strane, non abbatterono mai il coraggio e la costanza di que' soldati. Costoro avrebbero voluto protrarre la difesa, ma il Re, vedendosi abbandonato dall'Europa, non volle versare più sangue inutilmente.

L'espugnazione di Gaeta non fu un vero assedio, ma un bombardamento continuato e blocco. Questo modo di espugnare le Piazze, in altri tempi, era reputato barbaro, perché reca poco danno a' bastioni, e molto ne fa alle sostanze ed alla vita de' soldati e de' cittadini. Il Piemonte l'usò in pieno secolo XIX, ed ebbe fama di civilizzatore e progressista! Esso, fornito di grossi cannoni rigati, allora inventati in Inghilterra ed in Francia, potè collocarli sino a 4700 metri lontani dalla Piazza, ed i più vicini ad 850 metri, cioè ove gli altri precedenti assedii eransi cominciati. Gli assedianti non fecero parallele, non lavoro di approcci, e neppure pensarono agli assalti; usarono il solo bombardamento, mezzo comodissimo per distruggere sicuramente.

L'assedio durò dal 13 novembre al 13 febbraio, cioè tre mesi, tra' quelli 25 di blocco. In 51 giorni, i Piemontesi gittarono dentro Gaeta sessantamila proiettili di diverso calibro, ruinando case, Chiese, ospedali, ed arrecando poco danno alle fortificazioni. La flotta sarda nulla fece di rilevante, ad eccezione del blocco; mentre avrebbe potuto far molto, se Persano avesse voluto esporsi a' proiettili degli assediati; le fortificazioni di fronte di mare rimasero incolumi.

Gaeta trasse contro il nemico trentacinquemila duecento cinquanta proiettili, i quali arrecarono poco danno o perché non giungevano, o perché non colpivano sempre al segno. Al contrario i proiettili del nemico, eccettuati quelli che caddero nel mare, o scoppiarono in aria, colpivano sempre, se non gli uomini, i fabbricati.

Dalla Piazza si fecero poche sortite per la configurazione del terreno, e per la ragione più essenziale che oggi gli assediati debbono cercare il nemico a quattro chilometri lontano, e ciò riesce difficile e pericoloso.

Morirono nell'assedio di Gaeta diciassette uffiziali, tre Cappellani militari, cioè Chiarca, Egitto e Palmieri. Morirono ottocentonove soldati e circa duecento cittadini. Sopravvissero alle ferite ventisei uffiziali e cinquecentoquantatre soldati.

Il Re pria di partire diede la seguente proclamazione di addio alla guarnigione:

Generali, uffiziali e soldati da Gaeta! La sorte della guerra ne separa. Abbiamo combattuto insieme cinque mesi per la indipendenza della patria, sfidando e sofferendo gli stessi pericoli e disagi;

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debbo in questo momento metter fine a' vostri eroici sacrifizii. La resistenza era divenuta impossibile. Se il desio di soldato spingeami a difendere con voi l'ultimo baluardo della Monarchia, sino a caderne sotto le mura crollanti, il dovere di Re e l'amore di padre oggi mi comandano di risparmiare tanto generoso sangue, la cui effusione or non sarebbe che l'ultima manifestazione d'inutile eroismo.

Per voi, miei fidi compagni, pel vostro avvenire, per premiare la vostra lealtà, costanza e bravura, per voi rinunzio al bellico vanto di respingere gli ultimi assalti d'un nemico, che questa piazza difesa da voi non avrebbe presa senza seminare di cadaveri il suo cammino.

Voi da dieci mesi combattete con impareggiabile coraggio. Il tradimento interno, l'assalto di rivoluzionarii stranieri, l'aggressione d'uno Stato che dicevasi amico, niente v'ha domato, né stancato. Tra sofferenze d'ogni sorta, passando per campi di battaglia, affrontando tradimenti più terribili del ferro e del piombo, siete venuti a Capua e a Gaeta, segnando d'eroismo le rive del Volturno e le sponde del Garigliano, sfidando per tre mesi in queste mura gli sforzi di un nemico padrone di tutta la potenza d'Italia. Per voi è salvo l'onore dell'esercito delle Due Sicilie; per voi il vostro sovrano può tenere alto il capo, e nella terra dell'esilio, dove aspetterò la giustizia di Dio, il ricordo della vostra eroica lealtà gli sarà dolcissima consolazione nelle sventure.

Sarà distribuita una medaglia speciale che ricordi lo assedio; e quando i miei cari soldati torneranno in seno alle loro famiglie, gli uomini di onore s'inchineranno al loro passaggio, e le madri mostreranno a' figliuoli come esempio i prodi difensori di Gaeta.

Generali, uffiziali e soldati, io vi ringrazio; a tutti stringo le mani con affetto e riconoscenza; non vi dico addio, ma a rivederci. Serbatemi intatta la vostra lealtà, come eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro Re Francesco.»

La medaglia che promise il re in questo addio fu coniata in Roma; è quasi della grandezza di una piastra di cinque lire; da un lato vi è Gaeta in rilievo, dall'altro l'effigie del Re e della Regina. Di quella medaglia onorevolissima furono fregiati solamente coloro che si trovarono in Gaeta presenti alla rivista del 1° febbraio 1861.

La mattina del 14 febbraio alle ore sette antimeridiane, il Re, la Regina, i Principi reali, i ministri esteri, e tutto il seguito della Corte lasciarono le casematte, e passarono tra doppie file di soldati che stavano schierati dalla casamatta regia sino a porta di mare, ove il Re andava ad imbarcarsi e prendere la via dell'esilio...! Fu quella una scena commoventissima che io non potrò dimenticare giammai. Il Re e la Regina erano calmi e sorridenti, ma appena videro i soldati e gli uffiziali che piangevano come fanciulli, le loro fronti si annuvolarono, e le lagrime comparvero negli occhi di quella augusta coppia. Tra' soldati altro non si sentivano che voci disperate, repressi singhiozzi. Que' valorosi commossi gridavano: Viva il nostro Re, viva la nostra Regina! Molti lasciavano le fila e si gittavano a' piedi degli augusti ed amati Sovrani per baciarli. La Regina era assai commossa, si tergeva le lagrime!

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Il Re sforzavasi a sorridere, ma avea gli occhi pregni di lagrime; a tutti stringeva la mano indistintamente ed amorevolmente.

Quel giorno memorando confermò che Francesco II era amato, e che la sua regia potestà non era eclissata; Egli imperava su' cuori, il più bello dominio a cui possa aspirare un Sovrano. Quel valoroso giovine Re, mi sembrò più grande, più glorio so quando lo vidi in mezzo alle reliquie del suo fedele esercito, anzichè il giorno che lo vidi cingere la più bella e ricca Corona d'Italia tra gli splendori di un augusto trono, e circondato da' grandi del suo Regno. Oh! quante verità ci rivela la sventura, e come la virtù si eleva in mezzo alle colpe altrui, tra le viltà e i tradimenti, tra l'egoismo e la iniquità politica dei potenti della terra

Re Francesco, con tutti il suo seguito, s'imbarcò sopra la Muette, avviso francese venuto a bella posta da Napoli. La batteria S. Maria fece la salva reale di addio, salutandolo con 21 colpi di cannone. Quando il legno che conduceva il Re nell'esilio trascorse il promontorio di Torre Orlando, si abbassò la bandiera delle Due Sicilie.... e si alzò quella del Piemonte.... Va, prode Monarca, io dissi, va pure nella terra dell'esilio! Sei giovine, sentirai altre catastrofi. Sii certo, che ti accompagneranno le nostre preghiere e le benedizioni de' tuoi buoni sudditi.

Un sepolcrale silenzio regnò in Gaeta dopo la partenza del Re. Noi eravamo in certo modo simili a Caio Mario; costui profugo sulle ruine di Cartagine, noi vinti

su quelle di una città che avevamo difesa ad oltranza; la mente delirava il cuore

sanguinava Ma, la speranza la religione ci raddolcirono con quel balsamo

salutare ignorato dagli scettici e dagli atei.

I Piemontesi trovarono in Gaeta 701 bocche a fuoco, di cui 298 di bronzo, 2612 cantaia di polvere, 10858 armi bianche, 58212 da fuoco, 209859 proiettili, 200000 cartucce. Provvisioni di bocca ne trovarono poche, perché i soldati pria di lasciar Gaeta scassinarono i magazzini di viveri e parte ne gittarono nel mare e parte ne dissiparono.

La mattina del 15 febbraio, presente il Principe di Carignano, una brigata Sarda si schierò sull'istmo di Montesecco, e la guarnigione di Gaeta con armi, bandiere spiegate e musica in testa uscì dalla Piazza e depose le armi per turno. Per quella operazione ci tennero a disagio per tutta la giornata; a sera tarda venne l'ordine per essere condotti prigionieri nelle isole vicine.

Il comando generale piemontese comunicò che i Generali, Chirurgi e Cappellani napoletani fossero liberi di andare a Napoli. Io scelsi di accompagnare nella prigionia il 9° Battaglione Cacciatori col quale era stato in tempo di pace, ed avea fatto poi tutta la campagna militare da Boccadifalco a Gaeta. Quel Battaglione fu trasportato all'Isola d'Ischia assieme ad altri due battaglioni, il 6° e il 7°, ed ivi ebbi occasioni di rendermi utile a' colpiti di tifo, dappoichè quel micidiale morbo ci accompagnò sino ad Ischia!

Però i naturali di quell'Isola si mostrarono con noi amabili e caritatevoli. Molti borghesi e donne del popolo portavano biancheria negli ospedali, ed assistevano i soldati in modo edificante. Sia gloria a que' filantropi e caritatevoli isolani che benevolmente

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mitigarono le nostre sventure; ed oggi con piacere pubblico tutto in queste pagine.

Dopo la capitolazione della Cittadella di Messina e Civitella del Tronto ci misero in libertà; ed io ebbi la consolazione di accompagnare il Battaglione al quale apparteneva sino nella Darsena di Napoli ove fu sciolto.

Appena i capitolati di Gaeta ritornarono alle loro case, furono sorvegliati da una polizia sospettosa e crudele; tutte le loro azioni erano qualificate di reazionarie. Si giunse a perseguitare anche coloro che portavano al dito un anello di ferro o di zingo, che era innocente e cavalleresco ricordo di Gaeta. L'origine di quell'anello è il seguente: Nel mese di novembre, trovandosi la Regina Maria Sofia al balcone, nel sottoposto piano scoppiò una Charaphanel; una scheggia ruppe i vetri, e questi la ferirono leggermente in una gota. Si raccolsero i pezzi di quella Charaphenel e si fecero degli anelli, ov'era inciso: Gaeta 1860 e 61.In seguito si fusero molti altri anelli d'altre Charaphenel.

Taluni poi portavano quell'anello per devozione alla Madonna per averli liberati dai pericoli dell'assedio.

Molti capitolati di Gaeta per non essere messi in carcere fuggirono all'estero, e ritornarono quando furono dichiarati innocenti da' tribunali. Intanto il Governo rigeneratore non volle liquidare la pensione di giustizia a non pochi di quelli che si erano salvati in estranei paesi, adducendo per ragione, ch'erano stati più di 15 giorni fuori del Regno senza regolare permesso: ed io appartengo a questa categoria!


CONCLUSIONE

I fatti che ho narrati in questo disastroso Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, li ho attinti dal mio itinerario scritto sul luogo degli avvenimenti, da testimonianze concordi di altri scrittori e da documenti originali inappuntabili, e senza porvi di coscienza, aggravandoli o travisandoli. Replicate volte ho pubblicato, che avrei con lealtà modificati i giudizii miei, ove avessi avuto a legger chiaro negli stessi miei errori che, per isbaglio, avessi potuto commettere; a tale scopo chiesi de' documenti a tutti coloro che poteano essere interessati in questa mia narrazione. E per darne una prova solenne, prima che io narri altri avvenimenti per compimento di quelli già narrati, sento il dovere di esporre, che tutti quello che ho scritto circa la condotta militare del colonnello Ruiz de Balestreros, non essendomi trovato né in Calabria, né in Caserta vecchia, io lo attinsi dagli storici contemporanei de Sivo, Morisani, delli Franci (sottocapo dello Stato maggiore dell'Esercito sul Volturno), e da' Comenti dello stesso Generale in capo tenentegenerale Ritucci. Ebbene, or sono pochi giorni, mi furono presentati molti documenti originali, che giustificano il suddetto sig. colonnello Ruiz. Fra que' documenti trovo un ufficio del generale in capo Salzano, che surrogò Ritucci al Garigliano, in questi termini:

Comando in Capo del Corpo di Esercito d'operazione Personale n.758. Castellone 3 novembre 1860.

Signor Colonnello Da S.E. il Ministro Segretario di Stato della Guerra, in data del 1° corrente mese, 1° Carico, n.767, è stato partecipato quanto segue:

Il sig. Colonnello Ruiz de Balestreros, avendo COMPLETAMENTE giustificata la sua militare condotta, mi reco a dovere parteciparlo all'E. V. affinchè si compiaccia renderne avvisato lo interessato ed i Corpi di sua dipendenza.Ed io adempiendo agli ordini della lodata Eccellenza Sua, mi affretto con piacere parteciparglielo per opportuna sua conoscenza - Salzano.

Al sig. Colonnello D. Giuseppe Ruiz de Balestreros, in Gaeta.

Mi si è detto, e forse mi si dirà che questa dichiarazione del Ministero della guerra è un possibile risultato di potenti riguardi, ove tra la farragine delle circostanze abbia contribuito pure un tantino lo intrigo; ed io con animo sereno e franco rispondo, che il Ministro Casella non era uomo, che nell'esercizio di ogni suo dovere lasciassesi imporre da chicchessia o rendersi strumento del più semplice intrigo. Ruiz dovette ben dimostrare come l'ombra de' suoi creduti torti, fosse giudicata con severità crudele;

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onde ottenne quella autorevole giustifica, e fu promosso a Generale. In quanto a me, a fronte di un documento tanto chiaro, e trattandosi di una giustifica, non ho esitato un momento a pormi in pace colla mia coscienza.

Sarei stato felice se avessi potuto elogiar sempre, modificare spesso i miei giudizii a vantaggio di qualche duce, e non iscovrire piaghe che travolsero nel nulla la società della nostra diletta patria. Io non ho avuto altra pretensione che dir la verità senza amore e senza odio; dappoichè molti che ho lodato o flagellato neppure li conosco di vista.

Questa mia resipiscenza servirà a porre in guardia tutti coloro che scriveranno sul conto della vita militare del colonnello Ruiz de Balestreros. Servirà pure di risposta agli altri che lagnasi di essere stati da me maltrattati; se essi invece di scrivermi lettere impertinenti e villane, anonime e minacce, avessero esibiti DOCUMENTI giustificativi, io non avrei esitato a pubblicare gli stessi miei falsati giudizii, come il fo pel Colonnello Ruiz de Balestreros, e l'avrei anche fatto in favore di un D. Liborio Romano. Ma fino che ciarle, non altro che ciarle, oppongonsi alle infingardaggini, alle nullità, alle codardie, ai grandi errori e tradimenti, l'inesorabile giustizia vuole che sia pubblico il biasimo, e vadano esecrati e maledetti i loro nomi alla più tarda posterità; e senza riguardi alle onorate canizie.Troppo si sofferse e si soffre per dar luogo ad una esiziale pietà che falserebbe la storia, e non sarebbe di salutare esempio ai presenti ed a' posteri.

Taluni che hanno il titolo di gentiluomini, dopo di avere mendicato un elogio o una frase meno severa, osano pubblicare libercoli per difendere i proprii e gli altrui errori, e più svelano quelle colpe e codardie che avrebbero dovuto occultare. Essi giungono a dare del calunniatore all'egregio storico, cav. Giacinto de Sivo, e quasi del diffamatore al distinto tenentecolonnello Giovanni delli Franci, sottocapo dello Stato maggiore dell'Esercito napoletano, perché costui disse nella sua Cronaca d'Autunno, che un duce in capo avea la sola divisa di Generale, ma non la mente; che l'Appendicista della Discussione si è lasciato ingannare, ed avvalendosi di falsi rapporti, è salito in cattedra per elogiare e flagellare a suo piacere.

Per convincere di falso il de Sivo, il delli Franci e l'Appendicista, quali documenti han pubblicati gli autori di quei libercoli? Una lettera di un distinto uffiziale, ben conosciuto per la sua squisita gentilezza, e che non è capace negare un favore a chicchessia, fosse pure un suo nemico. In fine si riproduce un decreto col quale si fa esattore di tributi un generale (il più odioso incarico, maggiormente quando si esercita in tempo di guerra), ed avvalendosi di questa gran carica, si cerca scagionargli un torto chiaro e solenne. Si sa, che con la rete non si asconde il Sole!Per provare che l'Appendicista non si è fatto ingannare, e che non è salito in cattedra per elogiare e flagellare a suo piacere; tra non guari pubblicherà un altro umile lavoro corredato da documenti inappuntabili, col titolo: Il 1860 - Perché cadde il Trono di Napoli - Amori e sdegni di tre diplomatici.E tempo di dar fine a questo lavoro, altro non mi resta che narrare gli ultimi fatti che avvennero immediatamente dopo la capitolazione di Gaeta.

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Il Re, la Regina, i conti di Trani e di Caserta si recarono a Roma, ove furono regalmente ospitati dal S. Padre Pio IX al Palazzo apostolico del Quirinale. Il Santo Pontefice, da vero padre e Sovrano, accolse nella sventura la real famiglia di Napoli, sdebitandosi di quanto avea fatto per Lui Ferdinando II nel 1849.

Giunta a Roma la real coppia, i settarii fecero una dimostrazione allusiva alla caduta di Gaeta. La polizia francese non si oppose. Però il fior della cittadinanza e della aristocrazia romana mostrò indignazione e disprezzo contro quella settaria dimostrazione.

Parecchie deputazioni estere si recarono a Roma per presentare omaggi al Re e alla Regina; e fu notata particolarmente quella degl'inglesi residenti colà.

Le dame di Baviera aveano già presentato alla Regina Maria Sofia un glorioso indirizzo, e furono imitate da altre dame francesi, inglesi, spagnuole e tedesche; e tutte mandarono indirizzi e doni degni di chi li dava e di chi li riceveva.

L'Imperatore d'Austria diede a Francesco II ed a' suoi fratelli conti di Trani e di Caserta l'ordine di Maria Teresa, che si concede solamente per insigni fatti di guerra.

Il Re di Baviera scacciò da Monaco il Doria, legato sardo, e ritirò da Torino il suo Ambasciatore. La Russia volle compensare l'ingrato abbandono del figlio di Ferdinando II tanto amico di quell'Imperatore, con un elogio nel Giornale Ufficiale, il quale dicea: «Giammai nessun Sovrano cadde più nobilmente; tal condotta lascia al vinto maggior prestigio e simpatia. Ei porterà seco il rispetto del mondo, che la posterità non ai soli vincitori serba le glorie sue; e quando Iddio colpisce i re non è sempre per castigarli.» Avrebbe potuto soggiungere: che solo per punirne il ciel sovente - uno scettro ne manda, una corona.Con questi belli elogi, quell'Imperatore credea forse sdebitarsi degli obblighi che avea contratti con Ferdinando II? La caduta di un trono legittimo, per opera della rivoluzione, che lo stesso Napoleone III riconoscea che la giustizia stava pel vinto, non impose che sole parole all'autocrate di tutte le Russie....!

Napoleone III, con la solita cicalata alle camere francesi, credette giustificare il richiamo della sua flotta da Gaeta, cacciando fuori quel famoso motto copritore di cupidigie e di assassinii, il non intervento.Intanto egli si avea già preso il prezzo dei suoi settarii tradimenti orditi a danno di Francesco II. Non contento dell'annessione di due province italiane, Nizza e Savoia, con un trattato del 2 febbraio di quell'anno, acquistò due città italiane Mentone e Roccabruna nel Principato di Monaco. Quelle due città se l'avea prese il Piemonte sin dal 1848. Il Principe di Monaco, della famiglia di Mantignon, che vantava i suoi diritti sopra quelle due Città, le vendette a Napoleone per quattro milioni di lire; e costui mentre ci annoiava e ci stordiva proclamando che la sola volontà popolare era fondamento d'ogni diritto, comprava come pecora sei mila cittadini italiani, annettendoli alla Francia, e Cavour approvava!

Per completare questo racconto, è necessario rivolgere uno sguardo sopra gli ultimi fatti guerreschi della Cittadella di Messina, e di Civitella del Tronto, ove ancora sventolava orgogliosa la bandiera delle Due Sicilie. Il sacrifizio della Patria era consumato;


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e quelle due bandiere nazionali che sventolavano solitarie a' due opposti confini del Regno, sembrava che protestassero contro quanto era fino allora avvenuto.

Il 14 febbraio il generale piemontese Chiabrera notificò al generale Fergola comandante la Cittadella di Messina la capitolazione di Gaeta, ed intimogli la resa a nome di S.M. V. Emmanuele, Re di tutta l'Italia, e conchiudeva dicendo: «Se la resistenza fin'ora fu tollerata, oggi è delitto.» Fergola rispose che si difenderebbe. Dopo tre giorni Chiabrera gli mandò una lettera di Cialdini, il quale, gonfio de' facili trionfi di Gaeta, minacciava bombardamenti, distruzioni e morte; e non darebbe quartiere ad alcuno se la guarnigione non si fosse subito resa. Fergola rispose che si renderebbe agli estremi, ed a seconda prescrivevano le Ordinanze di Piazza. I soldati accolsero questa risposta del loro Generale col solito grido di viva il Re. Due colonnelli, Ferrara e Mileti, uniti ad altri uffiziali fecero tumulto per isforzare Fergola a cedere la Cittadella, costui li cacciò via dalla fortezza; e cacciò pure il 1° Chirurgo Pietro Conte, e i due Cappellani Enrico Vigliena e Giuseppe de Simone, perché scoraggiavano i soldati. Altri uffiziali per codardia disertarono; tra i più noti i colonnelli Gabriele Vallo e Ferdinando Guillamat (ben diverso dal fratello Patrizio Guillamat), gli Alfieri Pasquale Cosentino e Salvatore Randazzi, il maggiore Papa, il capitano Gaetano Valestra Comandante il fortino, D. Blasco, e il maggiore di artiglieria Achille de Michele. Quest'ultimo sciagurato si offerse al Cialdini per dirigere una batteria contro la Cittadella, ma fu disprezzato e deriso.

Il 19 febbraio arrivò a Messina sulla Messaggeria francese il distinto e benemerito tenente di Stato maggiore, Luigi Gaeta, reduce da Roma, ove avea parlato col Re appena giunto da Gaeta. Fu ricevuto in trionfo dalla guarnigione della Cittadella, e l'entusiasmo de' soldati si accrebbe quando intesero che portava l'ordine di difendere quella piazza. Il Re avea affidato al Gaeta trentamila ducati in oro per portarli a Fergola.

La setta che circonda i Sovrani anche nell'esilio, sapea già tutto, e con una lettera misteriosa invitò il Gaeta o ad approfittarsi di quella somma, o ad incontrare il pugnale dell'assassino. Ma Gaeta, onesto ed animoso qual'è, sprezzò tutto e portò il danaro al suo generale Fergola.

La Cittadella di Messina resisteva pel solo onor militare, cosa potea sperare essendo esule il Re? Le condizioni di quella piazza erano pessime; era isolata da terra e da mare, con bastioni non più adatti a' nuovi mezzi di guerra; senza cannoni rigati, e con un ingombro di più di mille persone tra donne e ragazzi. Per maggior disgrazia si era accumulata in quella fortezza tutta la polvere portata da Palermo, Trapani, Girgenti e Catania, e le polveriere erano mal condizionate. I lavori del genio eransi trascurati, perché Ferdinando Guillamat e Vallo ordivano tradimenti.

L'ottimo tenentecolonnello Patrizio Guillamat, capo dello Stato Maggiore, e gli uffiziali Cavalieri, Lauria, Gaeta, Lamonica ed altri lavoravano giorno e notte per mettere la Cittadella in istato da poter prolungare l'assedio.

Il 27 febbraio, Cialdini arrivò a Messina carico di cannoni rigati, mortai, granate, bombe e Charaphenel;

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e conducendo seco tutta la flotta. Appena sbarcato cominciò ad alzare batterie contro la Cittadella sulla spiaggia Contessa. Il Fergola gli scrisse che ciò ostava alla convenzione fatta tra Clary e Medici. Cialdini, facendo uso di que' poteri che non hanno esempio nella Storia civile dei popoli, sconobbe quella convenzione e rispose a Fergola con la seguente lettera: «Debbo dirle, 1°: che sendo Vittorio Emmanuele proclamato Re d'Italia dal Parlamento, la condotta di lei sarà considerata ribellione; 2° Per conseguenza non darò né a lei né alla guarnigione nessuna capitolazione, e mi si renderanno a discrezione; 3° Se farà fuoco sulla Città, io farò fucilare (sempre fucilare!...) tanti uffiziali e soldati quanti saranno i morti in Messina; 4° I beni di lei e degli uffiziali saranno confiscati per rifare i danni de' cittadini; In ultimo consegnerò lei ed i suoi al popolo di Messina. HO COSTUME DI TENERE PAROLA. Fra poco sarete nelle mie mani; ora faccia come crede: io non riconoscerò nella S. V. un militare, ma un vile assassino e per tale lo terrà l'Europa intiera.Questa lettera non si può leggere senza fremere di orrore; tant'è, il secolo de' lumi e del progresso ha letta questa lettera scritta da un Generale ad un altro, il quale senza alcuna speranza di personali vantaggi, difendeva la patria bandiera per uniformarsi alle Ordinanze di Piazza e agl'inveterati usi di guerra. Cialdini, mentre si preparava a fulminare i Napoletani con le sue artiglierie collocate anche in Città, negava a costoro il dritto di difendersi. Egli minacciava confische e fucilazioni, se i proiettili della Cittadella avessero ucciso qualche cittadino; egli che avea detto in Gaeta, che le bombe non hanno occhi. Egli dice che è suo costume tener la parola, ma non la tenne quando nel 1866 strombazzò che sarebbe andato a Vienna, anzi fu il primo a salvarsi in Bologna. Abbiamo letto le proteste del La Marmora che l'accusava come causa dell'insuccesso di Custoza. È facile mantener parola ne' facili trionfi, ed incrudelire contro i vinti disgraziati e traditi. Ma tener parola col tedesco è un altro affare, si tratta di pelle! Il riconoscere poi in un gentiluomo, come Fergola, un vile assassino, e consegnarlo al furore de' bunachi Messinesi perché si difendeva, non fa certo il proprio elogio! L'intiera Europa civile non ritenne Fergola qual vile assassino, ma giudicò diversamente.

Il Generale Fergola mandò a' Consoli esteri quella lettera di Cialdini; e costui, che non temette né i contemporanei, né la Storia, stampò quella lettera, e per mezzo de' traditori fece spargerla nella guarnigione della Cittadella.

Si fece di tutto per fare uccidere il Maresciallo Fergola, il Tenente-colonnello Patrizio Guillamat e il tenente Gaeta; i congiurati furono arrestati, erano i Capitani Milano e Messina; ed è questo un altro mezzo morale de' rigeneratori. Ma non si riuscì, perché quel Generale e quegli uffiziali erano sinceramente amati da tutti i loro dipendenti. Fergola scrisse a' suddetti Consoli avvisandoli di porsi in salvo, dappoichè egli era costretto rispondere alle offese del nemico, e pregavali di abbandonare la Città in 24 ore.

I Consoli vollero una dilazione; Fergola rispose loro che condiscenderebbe volentieri, purché il nemico non facesse fuoco contro la Cittadella; Cialdini si negò.

Il tenente-colonnello Guillamat, il più attivo ed operoso tra tutti i fedeli uffiziali della Cittadella,

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per supplire al lungo tiro de' cannoni rigati che non avea, prese quattro colobrine da 24, le collocò in batteria dando loro una elevazione di 42 gradi; ed usò le spolette tolte alle bombe, che inumidite, duravano per 45 secondi: e così i proiettili oltrepassavano più della metà il tiro ordinario.

Cialdini dal canto suo facea costruire batterie dentro Messina, e pretendea che Fergola si astenesse di controbatterle! Tra Fergola e Cialdini vi fu uno scambio di lettere. Costui alle ragioni di quello rispose con un poco di pacatezza, e di gentilezza. Ergeva pure altre batterie al Noviziato ed a Montesanto. La Cittadella aperse il fuoco alle 2 pomeridiane dell'otto marzo al suono dell'inno borbonico. Ma visto che non tutti i proiettili giungevano al segno, si proseguì a far fuoco co' cannoni di più lunga portata. Montesanto e il Noviziato soffersero gravi danni e quest'ultimo prese fuoco. A sera i colpi della Cittadella si rallentarono, perché i vecchi affusti si erano già danneggiati, e senza speranza di potersi rifare. Le casematte delle opere esterne già crepolavano, onde fu necessità non usare più i mortai. Contro Messina non si fece fuoco, essendo vano molestare gl'innocenti, maggiormente che la Cittadella lottava per esaltare soltanto l'onor militare.

Il 12 marzo, Cialdini smascherò tutte le sue batterie: avea, oltre i mortai, circa cento cannoni rigati di grosso calibro, cui non si potea controbattere perché fuori tiro. A quell'attacco fu prodigio che le polveri della Cittadella non iscoppiassero tutte, e riversando in parte il fabbricato di questa sopra Messina! Diverse piccole polveriere presero fuoco e già minacciava saltare in aria anche la gran riserva della polvere. I soldati smorzavano gl'incendii, e non bastando le pompe, recavano l'acqua a mano. Il forte D. Blasco fu abbandonato perché era mezzo distrutto. Tutta la Cittadella era avvolta di fumo e di fiamme, in poche ore eranvi state lanciate migliaia di proiettili.

Circa le ore 6 pomeridiane di quel giorno 12, gli assediati issarono bandiera bianca, e dopo mezz'ora il fuoco nemico rallentò. Chiesta tregua per ismorzare gli incendii, ed estrarre i soldati interrati sotto le macerie, Cialdini rispose al generale de Martino: «No, rendetevi a discrezione o seguito. Il fuoco distruttore v'investe; non potete altro, rendetevi a discrezione.»

Radunatosi il consiglio di difesa, e considerando che l'onor militare era salvo, e che sarebbe ormai dannosa ed inutile ogni ulteriore difesa, consigliò quindi cedere e cedette.

Cialdini dettò la capitolazione, la quale nell'ultimo articolo dicea: «La roba e le persone saranno rispettate sotto la guardia della bandiera di Vittorio Emmanuele.» Intanto tollerò che si depredassero e saccheggiassero diversi alloggi delle famiglie de' militari.

Il Generale Fergola diede alla guarnigione della Città il seguente ordine del giorno: «Soldati! Addio, la sventura ci divide; fede e lealtà fu la nostra divisa, resti eterna, scolpiamola ne' cuori; essa ne unisce indissolubilmente al nostro infelice ed eroico Sovrano.

Il mattino seguente, Cialdini si recò in mezzo a' vinti, per meglio godere del suo trionfo,

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e, inconseguente a sè stesso, non tenendo conto dell'ultimo articolo della Capitolazione da lui dettata, volle che si recasse a sè innanzi il capo dello Stato maggiore tenente-colonnello Patrizio Guillamat, appena vedutolo, a modo poliziesco gl'intimò l'arresto. Costui volea consegnargli la spada, Cialdini la respinse dicendo: la sua spada non merita l'onore che io la tocchi. Dovea dire l'onore ecc.

Cialdini, cinto di un esercito, insultava il fedele e prode uffiziale, e dichiarava disonorata la spada di costui, perché fedele al suo sovrano, e che da prode ed intelligente avea diretta la difesa! Ma son cose che non hanno riscontro alcuno nella storia de' popoli civili: era riservato ad un Generale piemontese invertire il senso materiale e morale d'ogni nobile guerresca usanza.

Cialdini ordinò l'arresto di altri quattro uffiziali, cioè di Brath, Gaeta, Cavaliere e Gulli, perché più distinti per intelligenza e decisa bravura. Tutti furono messi in secreta, e lasciati digiuni: ed è anche questo un uso de' governanti piemontesi: disgraziatamente, io lo provai...!

Gulli era stato arrestato per isbaglio, fu messo in libertà, ed in sua vece fu messo in secreta Falduti.

Si accusavano que' cinque uffiziali, e principalmente Guillamat e Gaeta, aiutante di campo di Fergola, di avere coartata la volontà di costui a non cedere. Gli accusati fecero intendere, non essere nel consiglio di difesa, ma se vi fossero stati, avrebbero consigliato sempre di cedere secondo le Ordinanze di Piazza, cioè agli estremi, essendo questo l'obbligo di un militare onorato. Gli uffiziali detenuti furono vilmente insultati dalla canaglia accorsa da Messina, e da alcuni vili uffiziali napoletani disertori. Più di tutti si distinse l'uffiziale Salvatore Grasso del 5° di linea; dicendo pure parole triviali contro Francesco II; e così credeva ingraziarsi i novelli padroni.

I cinque detenuti furono gentilmente visitati da parecchi uffiziali piemontesi, e tra gli altri dal maggiore Bianchi e dal generale Chiabrera; intanto essi si aspettavano da un momento all'altro di esser fucilati, e tranquilli attendevano la loro sorte.

Si riunì il Consiglio di guerra per giudicare i cinque uffiziali, e il 21 marzo fu deciso non esservi luogo a giudizio. Meno male! Se avessero condannato quegli onorati e valorosi militari, fucilandoli, si sarebbe detto che quello era un atto di giustizia de' rigeneratori dell'ordine morale!Mentre la guarnigione della Cittadella s'imbarcava per Napoli, il 15 marzo arrivava una nave francese, con un uffiziale generale di Francesco II, che recava l'ordine di cedere la Cittadella. Quel Sovrano in esilio pensava all'avvenire de' suoi fedeli. Esso, in Roma, per mezzo dell'Ambasciatore francese, avea ottenuto che i patti della Capitolazione di Gaeta valessero pure pe' difensori della Cittadella di Messina. Intanto Cialdini tenne captivi, e sotto giudizio sino al 21 i cinque uffiziali, e forse li avrebbe sommariamente fucilati, se il Re Francesco non avessi ottenuti que' patti, i quali valsero a porre in salvo anche gl'impiegati civili rifugiati nella Cittadella.

Resisteva ancora Civitella del Tronto, ove sventolava la bandiera delle Due Sicilie. Quella Piazza potea sostenersi a lungo, come si sostenne con pochi veterani a' tempi

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dell'ultima invasione francese, comandandovi il maggiore Wade; ma erano avvenuti altri cambiamenti. Il colonnello Giovene, comandante di Civitella, che si era condotto tanto bene, intesa la capitolazione di Gaeta, conchiuse patti onorevoli col nemico: patti che il presidio di truppa interrogato sotto le armi, unanime accolse. Però la notte del 15 al 16 Febbraio fra Leonardo da Campotosto, ebbe la cattiva idea di credere non esser vera la resa di Gaeta e subillò quindi prolungare la resistenza.

Giovene ebbe scienza che, presa una volta la fortezza, sarebbe fucilato, ed intanto la sua famiglia a Napoli resterebbe in ostaggio. Essendo uomo di onore pensò presentarsi al nemico, con parte della guarnigione e dar conto dell'impegno contratto. Dal campo degli assedianti scrisse al tenentecolonnello Ascione, che restava nella Piazza, avvertendolo, che la guarnigione di Civitella sarebbe stata dal nemico considerata fuori legge, e lo consigliava quindi a cedere. Questa lettera era accompagnata da un'altra del generala Pinelli, il quale, al solito, minacciava devastazioni, ruine e fucilazioni se la guarnigione non si fosse resa a discrezione. Ascione e Salines aderirono per la resa, ma gli altri uffiziali si opponevano, e principalmente Santomarino che avea preso il comando di Civitella. Anche i soldati, e i paesani reazionarii abborrivano di arrendersi, e sospettosi dormivano sopra le batterie.

Quella Piazza respinse parecchi altri assalti con grave perdita degli assedianti.

Re Francesco, da Roma, per mezzo del generale Giovambattista della Rocca accompagnato da uno uffiziale francese, mandò l'ordine di cedere Civitella del Tronto avendo ottenuto che i patti della Capitolazione di Gaeta valessero pure per la guarnigione di quella Piazza. Sorsero allora diversi pareri; alcuni attaccavano come falso l'ordine sovrano, e i paesani si opposero alla resa. Intanto, la sera del 20 marzo, mentre i soldati stavano divisi per la case, Ascione, che temea di essere ucciso, occultamente scalò le mura, fece aprire porta di Napoli ed introdusse nella Piazza i Piemontesi comandati dal generale Mezzacapo uffiziale disertore dell'esercito napoletano sin dal 1848 e successore di Pinelli. Mezzacapo appena entrato cominciò a fucilare senza neppure le forme de' giudizii sommari. Prese trentadue militari e li arrestò, e molti paesani che aveano consigliata e sostenuta la difesa della fortezza. I primi ad essere fucilati furono Massinelli e Supino perché denunziati da Ascione.

Fu arrestato Santomarino che avea funzionato da comandante della Piazza, e ricevette insulti e trapazzi indicibili; si arrivò persino a strappare le vesti e gli orecchini alle sue figliuolette. Fu condannato a morte assieme ad altri militari, e per intercessione dell'uffiziale francese, non fu immediatamente fucilato, ma invece ebbe commutata la pena in 24 anni di ferri. Condotto a Savona, ove cercò di fuggire, fu trucidato; e lasciò giovine moglie e cinque infelici orfanelli!

I Piemontesi non si davano pace perché non trovavano nella Piazza frate Leonardo Zilli da Campotosto, il subillatore, de' minori Osservanti; avendo però promessa la vita ad alcuni artiglieri costoro designarono un forno ov'era ascoso il povero frate; preso, già s'intende, fu fucilato immediatamente!

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Mezzacapo telegrafò che Civitella si era arresa dopo quattro giorni di combattimento, indi disse che l'avea avuta per dedizione: doppia spudorata menzogna!

Il colonnello Giovene, che si era fatto onore con la sua condotta militare, fu accusato ingiustamente di reazionario, quindi arrestato e mandato a Torino a piedi e co' polsini di ferro come l'ultimo de' malfattori, e tenuto in carcere fino al 17 gennaio 1862. Le patite sciagure sono pertanto una gloria per esso, e né si obblia la bella condotta militare da lui serbata.

Ecco qual conto facevano i piemontesi delle capitolazioni, e come trattavano gli onorati e valorosi militari napoletani: e quanti di questi li vediamo anche oggi stendere la mano e chiedere la elemosina! Qualche lettore un poco liberale, dirà: ma furono però ben trattati i militari patrioti che aiutarono la causa nazionale, e quelli che cooperarono in tutti i modi alla caduta de' Borboni, insomma, per chiamarli col loro nome, tutti i disertori e i traditori: niente affatto. In effetti tutti gli uffiziali traditori tenendosi poco compensati dal Ministero italiano, in marzo 1861 ricorsero al Parlamento, e in un Memorandum svelarono tutti i tradimenti e le iniquità che aveano perpetrate a danno del Re e del trono di Napoli. Il Ministero, tra le altre accuse che lanciò contro gli uffiziali disertori e traditori, disse: «Che non essendovi esercito in Napoli, il Piemonte non volea unire il suo col residuo di quello, ma ingrandirlo, che però chi vuole entrarvi deve accettare le condizioni. Che avendosi a scegliere credonsi migliori gli uffiziali di Capua e Gaeta, che quelli rimasti in Napoli, i quali MANCANDO AL GIURAMENTO, si erano col mantello della patria tenuti al sicuro, lontani dalla guerra.Il Ministero italiano rese giustizia agli uffiziali di Capua e di Gaeta con questa dichiarazione, ma lo fece per umiliare e sconfessare i vili e i traditori, in risultato poi li lasciò nell'abbandono, mostrandosi al disotto d'ogni tiranno, perché ha condannato alla miseria ed alla fame tanti onorati e valorosi militari.

A causa del Memorandum degli uffiziali disertori e traditori, in dicembre 1861, nel Parlamento avvenne scandalo. Il deputato Nicotera attestò che avea avuta promessa dal Comitato di Potenza che gli uffiziali patrioti avrebbero avuto maggiore stipendio. Al contrario il Generale Gugia osservò che gli uffiziali disertori e traditori eransi promossi da sè sino a tre gradi di più di quello che aveano. Il deputato relatore provò che i reclamanti si erano tenuti lontani da' rischi della guerra. I deputati indegnati ed inorriditi dell'impudenza de' traditori, e della cinica ingratitudine di chi dovea difenderli e retribuirli, invece di deliberare, lasciarono i seggi ed andarono via. E quei Giuda invano chiesero i trenta danari, e buona parte restarono svergognati e miserabili. L'Europa però conobbe come fu detronizzato Francesco II.

Il Reame di Napoli non cadde per armi garibaldine o piemontesi, ma per arti settarie aiutate dalla fredda vendetta del nefasto Napoleone III. I Borboni di Napoli caddero non per quello che ad essi s'incolpa, cioè il mal governo e la tirannide; ma caddero perché non punirono i traditori, e non seppero premiare, e secondare gli sforzi degli uomini devoti e fedeli alla dinastia. I settarii vendettero Ferdinando IV di Borbone a Bonaparte, perdonati e carezzati nel 1815, prepararono la rivoluzione

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militare del 1820. I disertori e traditori riuniti a Monteforte dettarono la legge al Sovrano. Al 1821 invece di essere puniti per tutto quello che aveano fatto l'anno precedente, furono perdonati: e Ferdinando II al 1830 li chiamò all'esercito ed al potere. Parte di essi prepararono la rivoluzione del 1848, non riuscita, furono perdonati. Proseguirono a congiurare per preparare l'altra rivoluzione del 1860, che loro riuscì maravigliosamente, perché aiutati da governi esteri, e principalmente dal crimine coronato.

Qual bene ci han recato le rivoluzioni dal 1789 sin'oggi? Leggendo gli avvenimenti di questo terribile periodo storico che abbraccia 86 anni, la mente resta sbalordita ed atterrita dal sangue sparso a fiumi, da tradimenti inauditi, da città saccheggiate ed arse, da regni debellati, ammiseriti, e ridotti nel più degradante servaggio, da carneficine degne di cannibali, da tributi imposti che assorbono tutta la ricchezza del suolo e la fatica del popolo, e finalmente dalla miseria sempre crescente, causa della depravazione popolare, e da uno stato precario che, arrestando il commercio, lascia in forse la pace, e minaccia ogni momento lo scoppio di una guerra europea!

Si dice da alcuni che le rivoluzioni han recato del bene; ciò è assolutamente falso. Tutto quello che i popoli hanno acquistato dal 1789 in poi, non è una conseguenza delle rivoluzioni, o de' governi detti liberali, ma la conseguenza del naturale progresso dei tempi. Leggete il primo libro della storia d'Italia dal 1789 al 1814 del liberalissimo Carlo Botta, e troverete che tutti i Principi d'Italia, sin dal cominciare del secolo passato, si erano messi sulla via del vero progresso, e su quella delle necessarie riforme che i tempi richiedeano; ed a capo di tutti Carlo III di Borbone sin dal 1734.

Io non son partigiano di alcuna forma di governo, ma solamente del vero benessere de' popoli, e dell'illimitato rispetto alla religione de' padri nostri, cioè alla Cattolica apostolica romana. Giovanetto mi aveano fatto credere che la rivoluzione contro la monarchia era il sana totum delle piaghe sociali: e siccome non mancano mai i sovvertitori della morale e de' buoni principii della gioventù, costoro mi fecero leggere gli storici italiani e francesi, specialmente Botta, Colletta e Thiers; e per esaltarmi la fantasia, mi posero fra le mani Y assedio di Firenze del Guerrazzi. Quegli autori alla prima lettura m'infiammarono di ardore liberalesco; ma avendoli riletti con più attenzione e riflessione, cominciai a scoprire la parte debole e velenosa.

Non trovavo in quelle storie alcun bene reale arrecato a' popoli dalle lodate rivoluzioni; al contrario ad ogni pagina m'imbattevo in fatti atrocissimi perpetrati da' rivoluzionarii, nel tempo stesso che si proclamavano progressisti ed umanitarii. Costoro predicavano libertà e la voleano per essi solamente; pel popolo, che diceano redento e sovrano, decretavano stati di assedio, giudizii sommari e carneficine. Predicavano eguaglianza, e formavano della caste in apparenza democratiche, in realtà peggio di quelle del Medio-Evo, già distrutte dagli stessi Monarchi. Proclamavano indipendenza e s'inchinavano allo straniero, dandogli dominio di spogliare la patria delle sue ricchezze, de' suoi capolavori d'arte, e manomettere la religione e il Sommo Pontefice ch'è la vera gloria d'Italia.

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Infine predicavano il benessere e la felicità de' popoli, e li riducevano in uno stato di continua angoscia e desolante miseria. Quegli autori citati di sopra, mentre innalzavano alle stelle il principio rivoluzionario, sono costretti a raccontare tutti gl'infiniti e terribili mali che da esso principio conseguitano: neanche resta risparmiata la libertà del pensiero! I governi rivoluzionarii ci scaraventano da progressisti la istruzione obbligatoria, imponendo alla gioventù di apprendere ciò che emana da massime inique e perverse, che le indurisce il cuore a nobili ed umani sentimenti; e dagli scandali e da' vizii, passa alle colpe, al suicidio! Sotto il potere rivoluzionario non esiste più famiglia, il governo assorbe tutto. I genitori dopo che han cresciuto con tanto amore e tante cure i figli, appena costoro possono essere di qualche sollievo, debbono inesorabilmente divenir soldati. La stessa Chiesa è privata de' suoi Leviti! Il proprietario non è più padrone delle sue sostanze, ma diviene un fittaiuolo del governo. Il negoziante oltre di essere tassato in tutte le sue operazioni commerciali, è vessato da una molesta ed illogica burocrazia. Col trovato della ricchezza mobile, si tassa pure l'artigiano, la intelligenza e le fatiche dello scienziato e dell'uomo di lettere. A tutti questi mali aggiungasi che non vi è sicurezza pubblica, ma continui affanni di un avvenire peggiore, lotte ed anarchia...! Per la qual cosa conchiudo con ripetere le celebre sentenza del liberale Montesquieu: cioè

Che fece a Roma più danno una notte di repubblica degenerata in anarchia, che tre secoli d'impero degenerato in tirannide.

Il gran fatto è compiuto; il Carnevale d'Italia è già finito; la pioggia di cenere caduta sul nostro capo è stata molta e scottante; tutto ha consumato anche il dolore! Invano ci han lasciato gli occhi, la sorgente delle lagrime è oramai esausta. Ohime! chi l'avrebbe mai detto tre lustri addietro che ci avrebbero anche tolto il conforto degl'infelici?

Che ci resta a temere? Nulla. Che resta a sperare? Tutto. Oh! la speranza.... non è dessa la cortigiana della vita, né i popoli possono morire con la morte degl'individui, come fantasticò uno scettico moderno ne' suoi delirii rivoluzionarii. Oh! la speranza.... è dessa la prima che al fonte battesimale sorride a' genitori pel figlio; è dessa che ci dà l'estremo amplesso sul letto di morte per attenderci al di là della tomba. Non temete: la vita de' popoli è immortale. Quel Dio che atterra e suscita - che affanna e che consola; quel Dio che rivolse uno sguardo di compassione super flumina Babylonis; Colui che fingeva dormire nella mistica navicella quando infuriava la tempesta, che rimproverò a' pusillanimi e agli uomini di poca fede il temuto naufragio, o è svegliato o tosto si sveglierà, e dirà anche a voi: modica fidei quare dubitasti? Rivolgetevi ad occidente, ibi veniet redentio vestraAddio lettori...! io mi distacco da voi non senza pena. Perdonatemi, ve ne supplico, se vi avessi annoiato o scandalezzato in qualche cosa: credetemi, non era questo il mio scopo. Debbo però dirvi, che i principii miei non li sottometto ad alcuna potenza umana; ma riverente mi prostro nella polvere, e mi sottometto in tutto all'infallibile giudizio della Chiesa cattolica apostolica romana, fuori la quale non vi è salvezza. Una preghiera vi porgo pria di lasciarvi, e son sicuro che sarà bene accolta:

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colui che ve la dirige ha già canuti i suoi capelli, non dagli anni ma dalle sofferte sventure. Io vi supplico, dunque, miei cari lettori, di conservare e trasfondere nei vostri figli o dipendenti le buone tradizioni delle vostre famiglie. Soccorrete, difendete, amate la Cattedra del Sommo Piero, l'unico bene che ci resta in tanti mali: vi assicuro che di ciò non vi pentirete giammai, anzi sarà di gran conforto nelle vostre ore estreme. In quanto a me nulla chiedo dagli uomini, ma spero dal misericordiosissimo Iddio, che mi faccia vedere pria di morire felice la nostra cara patria, e l'immancabile trionfo della Chiesa Cattolica.

FINE













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