Eleaml - Nuovi Eleatici


Quest'opera, di parte borbonica - a differenza di quelli che nelle scuole ci hanno dispensato opere parziali come verità scientifiche noi siamo corretti, giochiamo a carte scoperte - ci mostra le ragioni della dinastia nelle vicende siciliane del 1848. Si parla, in particolare, dei fatti di Messina,  quelli che valsero a Ferdinando II l'epiteto di Re Bomba. Al bombardatore sabaudo di Genova, gli Inglesi non riservarono lo stesso trattamento.

UN RE
OPERA
DEL BARONE
LEONE D’HERVEY-SAINT-DENIS
E DI
D. CARLO MONTELIETO
PRIMA VERSIONE ITAL. CON NOTE
DI FRANCESCO GIUNTINI
SOCIO DI VARIE ACCADEMIE

Non è colpa della verità se talvolta
 ella a volte rassomiglia a un elogio.
PLUTARCO (Apoftegmi)

PRATO
TIPOGRAFIA D. PASSIGLI
A SPESE DELL'EDITORE
1851

Versione originale in francese
pubblicata a Parigi nel 1851 e da noi nel 2019

Leone_d_hervey_saint_denis_Ferdinando_II_Re_delle_due_Sicilie
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I II III IV V
VI VII VIII IX X

PREFAZIONE

Questo libro era quasi già in pronto allorché venimmo in cognizione che il visconte d’Arlincourt preparava una grande opera sulle rivoluzioni d’Italia.

Da prima risolvemmo di sospendere il nostro lavoro. La meritata fama dell'autore, il successo degli ultimi suoi scritti, il prestigio di una penna eloquente ed acuta dovevano rendere, per parte nostra, pericoloso qualunque confronto e impossibile ogni parallelo.

Tuttavia, dopo aver letto l’Italia Rossa, dopo avere studiato con quella attenzione che merita un’opera così ragguardevole, ci parve che il nostro libro potrebbe forse trovare il suo po$to accanto a quello del d’Arlincourt.

Il d’Arlincourt si è ispirato sul teatro stesso degli avvenimenti, dove attinse quell’inimitabile colorito che riveste le date della storia di tutto l’incanto e di tutto l’interesse del dramma. Còme lo dice egli medesimo, ei vide, ascoltò e scrisse;egli non fece che ascoltare dei testimoni e consultare dei giudici; pochi attori di quella grande tragedia per lui rimasero estranei.

Quanto a noi, che non abbiamo studiato il nostro soggetto che su documenti scritti, lontani dagli avvenimenti e dalle cose, non potendo dipingere gli uomini, ci siamo limitati a tracciare i fatti. Questi fatti, almeno lo crediamo, abbenché presentati nella loro verità senz’arte, ma appoggiati su documenti autentici, parlano pure alto abbastanza per contenere in loro stessi potenti ragguagli.

Il d’Arlincourt, abbracciando un grande insieme storico si è veduto costretto, dalla natura stessa del piano che si era tracciato, di toccare più leggermente possibile certe particolarità per non pregiudicare all’effetto generale del quadro.

Noi poi tenendoci in una più stretta periferia, abbiamo potuto sviluppar tutti quei fatti che le nostre ricerche ci facevano scoprire, e non abbiamo fatto altro che compendiare il racconto degli episodi sui quali l’autore dell’Italia Rossaaveva creduto doversi maggiormente fermare.

Sul terreno comune che abbiamo esplorato, seguendo strade così diverse, le nostre impressioni si trovarono perfettamente identiche, e ce ne congratuliamo oltre modo. Il nostro libro avrà per se stesso una parte di quella autorità che gode il nome d’Arlincourt, e noi ci stimeremo fortunati se avremo contribuito con esso a mettere in luce certe verità della storia contemporanea che i nostri avversari politici fanno di tutto per soffocare.


I

Dovunque, in ogni epoca, gli uomini si sono pagati di parole.

Nel secolo XVIII credevasi alla filosofia; il d’Alembert era un santo, e Voltaire un semiddio.

Il secolo XIX or va facendo progressi.

A’ dì nostri, si crede alla Sovranità del popolo,al progredire delle idee, alla rigenerazione sociale. I sogni dall’ordine speculativo passarono alla pratica.

Bisogna seguire le idee del tempo, dicono i pensatori; è possibile dirigere l'onda rivoluzionaria; ma il resisterle, sarebbe follia.

A ciò cosa risponde la storia? Lo sentiremo nelle pagine che succederanno in appresso.

L’ 8 novembre 1830, Ferdinando della casa Borbone ascendeva sul trono delle Due Sicilie.

La sua stirpe rispondeva della nobiltà del suo cuore. Egli era fratello di quella coraggiosa duchessa che, nei giorni di prospera fortuna, si fece adorare in Francia per la grazia squisita con cui ella sollevava i perseguitati dalla sorte, e che più tardi doveva vedersi fatta segno alle vili persecuzioni degli uomini del luglio (1).

Il primo atto del giovine principe fu di clemenza: previa un’ordinanza reale egli amnistiava tutti i condannati politici.

Nei venti anni che seguirono, Ferdinando non trascurò cosa alcuna di ciò che poteva contribuire alla felicità del suo popolo. Ridusse la sua lista civile (2), diminuì le imposte della somma enorme di otto milioni, e per mezzo di savie economie, ristabilì l'ordine nelle finanze.

Quanto alle riforme da introdursi nell’amministrazione civile e giudiciaria, Ferdinando I, gli aveva poco lasciato da fare. I codici francesi erano in vigore fin dal 1815 nel regno delle Due Sicilie.

Ma a Napoli come in tutta quanta l'Europa, la rivoluzione intonchiava sordamente. Di già alcune sommosse erano scoppiate in Calabria. Venne l’anno 1848, momento fissato per una conflagrazione universale. I minatori van concertando fra loro, mentre gl’incendiari attendono il convenuto segnale. La Sicilia è il teatro ove debbono cominciare le turbolenze.

Pria di entrare nella storia de’ fatti, ci siano permesse alcune parole sullo stato del paese....

Se si dovesse prestar fede ad alcuni libelli rivoluzionari, la Sicilia non sarebbe stata che una vassalla, suddita ossequiosa degli alti signori del continente, oppressa sotto il peso di arbitrarie imposizioni, taglieggiata e soggetta a servitù a seconda dei capricci del suo despota, senza diritti politici e senza esistenza nazionale. È questa una di quelle menzogne storiche, che i partiti riescono qualche volta ad accreditare, ma di cui ogni uomo coscienzioso deve far pronta e buona giustizia. Non esitiamo a dirlo, simili asserzioni appalesano, o una completa ignoranza o una strana mala fede. Il vero è, per chiunque conosce un poco la parte meridionale dell’Italia, che la Sicilia, ben lungi dall’esser soggetta alla terra ferma, al contrario, godeva privilegi più estesi e franchigie più illimitate; e che i suoi pretesi tiranni, lungi dal governare quel territorio come paese conquistato, erano all’ultimo grado gelosi delle sue prerogative.

La Sicilia era esente dalle coscrizioni (3) e dalle imposte le più onerose (4); quantunque la sua popolazione rispondesse circa a un terzo di quella del regno di Napoli, non pagava che la quarta parte degli aggravi.

Le funzioni civili, la magistratura, l’esercito, la diplomazia, fino alle cariche della corte, impiegavano più Siciliani che Napolitani.

La pubblica istruzione era pure l’oggetto particolare delle cure del governo. Non contatasi, sul continente, che una sola università reale; tre si aprivano agli studi della gioventù siciliana ed avevano la loro sede nelle tre città principali dell’isola. Un Istituto d’incoraggiamento, centro dei lavori della Società Economica, era chiamato a dare un salutare impulso all’agricoltura e all’industria. Avente una consultanazionale, esclusivamente composta di Siciliani, che doveva riferire su tutte le leggi nuove, venne di in cui la Sicilia credè doversi considerare come vittima oppressa.

Quel giorno, fu il 12 gennaio 1848.

Doglianze così legittime non potevan fare a meno di sollevare tutta quanta l’isola; trattavasi di riconoscere a colpi di fucile i benefizi della corona; in un istante tutta la Sicilia surse come un sol uomo.

Sarebbe stato facile comprimerne la sedizione colla forza; ma le sollecitazioni di lord Minto decisero il Re a richiamare le sue milizie. D’altronde potevasi contare sulla fedeltà del loro capo? quando anche la sua complicità coll’ammutinamento non fosse mai stata provata, fatto è che egli era affiliato alle società segrete.

Il 24 gennaio, il generale di Sauget evacuava Palermo e s’imbarcava il 29.

Strana coincidenza! Sedici mesi dopo, questa stessa città, d’onde era partita la prima scintilla dell’incendio, doveva sottomettersi senza condizioni, e domandare istantemente, come un favore, il ritorno delle truppe reali!

La fortezza di Castellamare resisteva ancora sotto il comando del colonnello Gross, malgrado la slealtà del commodoro Lushington, che trattava colla cittadella, nel medesimo tempo che somministrava agli abitanti insorti munizioni e razzi alla congreve. In mezzo al fuoco, il colonnello riceve l’ordine scritto di propria mano del Re d’imbarcarsi insieme colla guarnigione; egli obbedisce e si ritira, non da fuggitivo, ma con tutti gli onori della guerra, baldanzoso di riportare intatta a S. M. la bandiera della fortezza.

Il 5 febbraio, tutta la Sicilia era evacuata, ad eccezione de’ forti di Siracusa e di Messina. Quest’ultimo non fu mai abbandonato.

È impossibile il non riconoscerlo, questa simultanea ritirata di forze napolitane era almeno una grave imprudenza, se pur non vuolsi un irreparabile errore. Abbandonata a se stessa, senza tema di repressione di sorta alcuna, la rivolta non doveva tardare a prendere sviluppi considerevoli. Conservando i principali luoghi forti della costa e dell’interno, restando sulle difensive, si veniva a porre un ostacolo ai movimenti degl’insurgenti, arrestavansi i progressi della rivolta, fino a che l'arrivo di nuove soldatesche permettesse di energicamente comprimerla. Senz’armi, senza organizzazione militare, le bande siciliane non avrebbero opposto che un’insignificante resistenza. Ben lo prova il seguito degli avvenimenti. Ma il re Ferdinando non agiva da capitano, bensì da sovrano, e da sovrano geloso della felicità del suo popolo. Ingannato da suggestioni interessate ebbe fiducia nel buon senso de’ suoi sudditi. Egli, senza dubbio, fu dalla parte del torto.... Ma oserebbesi forse biasimarlo?

La Sicilia erasi sollevata alle grida di viva la costituzione!obliando che nessuna costituzione poteva darle più libertà di quella che aveva. Il 6 marzo per togliere ogni pretesto ai ribelli, il re accordò loro quest’ultimo favore che accompagnò di un’amnistia generale. Coloro che in queste moltiplicate concessioni vedessero una tacita confessione dell’impotenza del governo, e non soltanto l'ardente desiderio di evitare la guerra civile costoro gli rinvieremmo alle due spedizioni del settembre 1848 e del marzo 1849.

A questa grande notizia, gioia immensa fra le masse; inquietudini e rumori fra’ capi. A Palermo, a Messina, a Castellabate il popolo saluta de’ suoi evviva la tanto desiderata riconciliazione della Sicilia col suo sovrano, i membri del comitato rivoluzionario si affrettano a renderla impossibile. Agli applausi della moltitudine, essi rispondono colle recriminazioni ingiuriose contro il tiranno,alle concessioni del principe con nuove esigenze. Uomini di sangue e di disordine, ciò che soprattutto gli spaventa è una soluzione pacifica.

Essi avevano la costituzione, quella famosa costituzione del 1812, di cui si era fatto tanto strepito: esigerono che ella venisse modificata su larghe basi.

Domandarono:

— Che il re prendesse il titolo di Re delle Due Siciliein vece di quello di Re del regno delle Due Sicilie, riconosciuto dal trattato di Vienna e da tutti i sovrani dell’Europa (5).

— Che l’isola avesse la sua bandiera a parte. Costoro capivano bene che la bandiera bianca non poteva esser quella della ribellione.

— Che ella fosse rappresentata presso la lega commerciale e politica de’ popoli italiani da un delegato speciale, nominato dal potere esecutivo residente nell’isola.

— Che fosse aggiunto un vice-re, una specie di alter-ego, rivestito degli stessi poteri e soggetto al medesimo sindacato.

La sedizione si toglieva la maschera: ciò che ella voleva era, da un lato, la negazione di ogni autorità, la remozìone d’ogni barriera contro gli ammutinamenti; dall’altro, lo smembramento dei regno, l’adesione formale ai principii della Giovine Italia(6).

E tuttavia il Re non aveva dato di spalle davanti a nessun sacrifizio onde calmare gli animi. in una folla di questioni, segnatamente in quelle della stampa e della legge elettorale, egli se n’era stato alle conclusioni del governo provvisorio; là sua condiscendenza fu presa per debolezza.

Ferdinando aveva fissato il 25 marzo per l’apertura del parlamento siciliano; egli aveva pure delegato Ruggero Settimo per rappresentarlo in tale occasione: l’ammiraglio ottuagenario passò nelle file dei nemico; l'apologista di Niccola si fece il Nestore della rivolta.

Una imprevista catastrofe, dopo avere insanguinata Parigi (7) per tre giorni continui, veniva a dare un nuovo prestigio a tutti quei pretesi liberatori dell'umanità che speculavamo sulla credulità de’ popoli a profitto della loro vana gloria o della loro ambizione. Dovunque la rivolta alzava la cresta e facea risuonare il grido dì guerra. La Polonia si agitava; la fazione di Ledru-Rollin organizzavasi a Parigi di bande di malfattori cosmopoliti che, sotto il nome di Polacchi rifugiati dovevan portare al di là della Vistola le dottrine di alcune società segrete.

L’Ungheria lasciavasi adescare dalle declamazionì de’ suoi avvocati, ed armavasi per la difesa di una nazionalità che niuno pensava ad assalire. Altrove erano arringhe insensate per la gran chimera dell’unità germanica; più lungi e come contro-parte, i primi preparativi di una crociata contro il dominio alemanno, le prime scaramuccie di una guerra, impossibile fra l’ordine e il disordine, fra l'anarchia e la disciplina. Da per tutto l’insurrezione, quasi dovunque la guerra civile.

Abbenché lontana dal teatro degli avvenimenti, per la sua posizione geografica, la Sicilia ne aveva bensì risentito il contracolpo. Due grandi potenze, ciascuna per un fine diverso, sostenevano altamente ciò che esse chiamavano i loro diritti. L’Inghilterra, gelosa di accrescere la sua influenza, certa di raccogliere l'oro dovunque ella semina il disordine, incoraggiava la resistenza degli esaltati di Palermo e gli confermava nel loro sistema di esigenze. Nè nascondeva i suoi progetti: mirava al protettorato della Sicilia, della Sicilia indipendente e separata dalla parte continentale. Era una violazione flagrante de’ trattati del 1815. Ma che importavale dei trattati purché le sue compagnie si arrogassero il monopolio degli zolfi dell’isola, e che essa potesse smerciare i suoi fucili di paccottiglia? Il gabinetto di San Giacomo si è mai egli dato vanto di una lealtà cavalleresca, né di una delicatezza esagerata? La Francia, fedele alla parte che le si faceva sostenere, di favorire le più cattive cause, per organo de’ suoi giornali officiali applaudiva all’eroica costanza degli intrepidi Siciliani che avevano avanzato l’Europa nella carriera della libertà. Il Nazionale, la Riforma, la Voce del Popoloerano altrettanti Monitoriofficiali dell’insurrezione. La Francia demagogica facevasi siciliana di cuore e di pensiero, attendendo di farsi romana, ungherese o mussulmana alle prime variazioni della bussola rivoluzionaria.

Degna emula della Repubblica, sua alleata, la Sicilia gareggiava d’onore. Per solennizzare l’era della sua rigenerazione, ella non avrebbe dato di spalle davanti ad un ventun gennaio (8). Non sapendo che far di meglio, ella proclamò la decadenza del suo Monarca.

Tale è l’istoria di tutti i popoli, nessuno eccettuato. Dal momento che si discostano dalla via tracciata, dalla rotaia,come direbbero i nostri Voltaire in miniatura, — rotaiagloriosa in quanto che è quella della fedeltà, dell’onore e del dovere! — dal giorno che si fanno a romperla col passato, a scuotere le vecchie tradizioni, sembra che una specie di vertigine s’impadronisca del loro spirito. Allora aspettatevi ogni sorta di traviamento, di mostruosità, di turpezze; il buon senso, tacciato di condotta priva di amor patrio; la ragione, di delitto di Stato; l’ingratitudine, eretta in sistema politico; i misfatti, in mezzo di governo; i diritti meglio stabiliti, oltraggiati e disprezzati; i principi più santi, quelle guide e quelle faci delle nazioni incivilite, divenuti una torcia incendiaria nelle mani dei moderni Erostrati (9); le violenze, le esazioni, gli attentati giuridici, — non costituiscono il punto dove vengono a irrompere le rivoluzioni?

Il 13 aprile, in giornata, il ministro degli affari esteri ascese alla tribuna della Camera de’ deputati. Trattavasi di rappresentare officialmente la Sicilia presso la lega italiana, e di delegare a tal uopo un certo numero di commissari; perché questi potessero degnamenterappresentare il paese, importava che il governo fosse definitivamente costituito; diversamente, aggiungeva il ministro, non avrebbero nessuna forza per contrabilanciare gli intrighidegli agenti napoletani. Egli pregava dunque la Camera di tracciare al potere esecutivo il cammino da seguirsi; d’indicare il carattere onde dovrebbero essere rivestiti i deputati, e la forma di governo che la Camera voleva adottare.

Un membro, il cittadino Paternostro, gli succedette alla tribuna.

— «La Sicilia, — esclamò egli, — ha messo l’ultima mano alla sua rigenerazione; una gran rivoluzione è compiuta; è stabilito un governo provvisorio, ma quando verrà il momento che questi cederà il posto ad un governo stabile! La Sicilia ha un re che ella non deve aver più. La Sicilia nella sua magnanimità, lasciò che egli abbracciasse il partito degli oppressori del popolo: La Sicilia ha pazientemente atteso mentre che a Napoli si discutevano i di lei futuri destini. Ma una espettativa più lunga sarebbe un delitto verso il paese. Domando che la Camera decreti pria di tutto che: — Ferdinando di Borbone è decaduto dal trono di Sicilia, tanto egli che la sua dinastia.»

Strepitose acclamazioni nelle tribune.

Il cittadino La Farina,con tutti i segni di un’agitazione straordinaria:

— «La pubblica opinione ha già pronunziato sulla famiglia dei Borboni, dunque altro non resta che promulgare il decreto.

Nuovi applausi

«Gl’infami trattati del 1815 sono dovunque calpestati dalla rivoluzione vittoriosa. L’iniquo trattato di Vienna è rimasto distrutto davanti alla bandiera tricolore che sventola dall’Etna alla sommità delle Alpi. I due ducatini di Parma e di Modena, dove regnavano due Neroni in miniatura, hanno cacciato i loro oppressori; l’armi piemontesi sostengono a Milano la gloriosa insurrezione di Lombardia, e combattono per estirpare dal sacro suolo dell’Italia le orde barbare che lo profanano.

«Ho inteso pronunziare il nome di decadenza. Vi applaudisco con tutta l’anima mia, e non solamente applaudisco alla decadenza di un re, ma alla decadenza di tutta una dinastia! No, eUa non può più regnare su questa terrà da lei insanguinata e ruinata co’ suoi furori!

«La dinastia, de’ Borboni non può più rialzare il suo trono sulle tombe de’ suoi martiri!(10)»

Dopo una lunga adunanza, interrotta da altre declamazioni pur esse eloquenti patriottiche, non che dal tripudiar del pubblico delle tribune, il presidente si alzò, e lesse il progetto di decreto che segue, in mezzo ai più frenetici applausi.

Il parlamento generale dichiara:

I. Ferdinando di Borbone e la sua dinastia sono per sempre decaduti dal trono di Sicilia.


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II

La Sicilia adotta per suo governo la forma costituzionale, e chiamerà sul trono un principe italiano.

Il presidente non aveva terminata la sua lettura che il cittadino Emerico Amari,colto da un improvviso entusiasmo, lanciavasi sui gradini della tribuna.

Egli ha l'enfasi del trivio ed il gesto democratico.

— «Cittadini! un voto è ben poca cosa. Prestiamo piuttosto un giuramento solenne. Poniamo la mano sinistra sul cuore, alziamo la destra verso l'azzurra volta del cielo, e gridiamo tutti in faccia a Dio: Ferdinando e la sua dinastia sono decaduti per sempre dal trono di Sicilia!»

«Decaduto dal trono! È un dir ben poco, — esclama il Teraldi,balzando sulla sua sedia curule. — Domando che si dichiari pubblicamente che egli deve riparare col proprie sangue e con tutte le sue sostanze le enormi atrocità onde si è contaminato, e che fan fremere la natura(11).»

In questo mentre s’impegna una lotta fra i deputati. Ciascuno vuol essere il primo a sottoscrivere il decreto di decadenza.

Tuttavia malgrado le numerose soscrizioni che lo ricuopreno, non ha ancora forza di legge; per ciò occorre il voto della Camera de’ Pari; bisogna che la nobiltà siciliana venga a reclamare la sua parte delle sozzure rivoluzionarie e ad applaudire al suo proprio suicidio.

Ella farà l'uno e l'altro.

Appena dopo una mezz’ora, il pubblico che si era portato alla Camera alta, ricomparisce in folla. Si indovina che i Pari hanno dato la loro adesione.

Nel medesimo istante, sua Eccellenzail barone di S. Stefano si presenta alla barra.

Egli ha la parola.

«Signor presidente, la Camera de’ Pari non ha votato, ha acclamato il decreto della Camera de’ Comuni che dichiara la decadenza di Ferdinando II.»

Il pubblico applaudisce; le donne agitano i loro fazzoletti; grida in tutti i sensi, fra le quali distinguasi: Viva il parlamento! Vivano i pari!

L’adunanza è sciolta alle ore 9, in mezzo alla più viva allegrezza. Tuttavia i deputati, che non hanno per anche apposto la loro cifra, persistono a non ritirarsi.

«Restiamo qui, — esclama uno di essi; — qualcun di noi stanotte potrebbe morite, e spirerebbe col rammarico di non aver sanzionato col suo nome la caduta di Ferdinando.»

Ciò venne applaudito!

Frattanto a Napoli che si faceva? Un bel mattino — il 27 gennaio — alcune centinaia di vagabondi, di sfaccendati, di avvocati senza cause, di medici senza malati, di professori senza alunni, si mettono a girare in giù e in su per le strade. Si agitano delle bandiere tricolori, si grida: Viva Pio IX!ci si abbraccia l'un coll’altro, si versano lacrime di tenerezza.

Questo non è che un prologo Sopraggiungono le esigenze, le grida sediziose: Abbasso il confessore del Re! Abbasso il marchese del Carretto!Da questo tumulto si passa ad un ministero avanzato,a una guardia nazionale,meglio ancora ad una costituzione (12).

Qui comincia la tragedia.

La legge fondamentale fu promulgata il 10 febbraio, e come sempre accolta dalla gioia universale.

Dugento anni innanzi, risuonavano per le vie di Napoli le stesse acclamazioni. Il duca d’Arco vice-re per Sua Maestà Cattolica, aveva accordata una costituzione al fedelissimo popolo di quella città. L’ammutinamento applaudiva, gridava: Viva il re di Spagna! viva il duca d'Arco!

«Nel primo impeto dell’entusiasmo, il plebeo Desio propose spontaneamente di offrire a Sua Maestà una contribuzione volontaria di quindici carlini (13) per famiglia. L’assenso eraunanime, il fanatismo aveva del delirio, sicredette finita l’insurrezione (14).»

E tuttavia «il potere legittimo era lungi dall'avere ricuperato l'ascendente che speravasi restituirgli. La plebaglia armata continuava adobbedire ai capi della rivolta, e tenevasi pronta a rinnovare le stesse scene tumultuose, a beneplacito di coloro che governavano di fatto. In pochi giorni, l'esaltazione degli animi divenne aggressiva, da prima si scagliò contro un capo plebeo, per nome Milone, già malvisto da gran tempo come partigiano della pace. Le masse precipitaronsi sulla dimora di costui, giurando di ucciderlo e di massacrarlo e poi dare addosso al vice-re e a tutti gli Spagnuoli (15).»

Ciò avveniva nel 1647.

Nel 1848 come dovean procedere gli avvenimenti? Modificato più volte, il ministero Bozzelli non ne fu meno giudicato insufficiente. Lo si accusava di moderantismo, di tiepidezza, d’indifferenza per la causa italiana.

Alcune settimane dopo gli succedette una dittatura, sotto la ditta sociale Troya e Compagni.

Questa volta gli applausi de’ clubi furon sinceri; la rivoluzione era al potere.

Ed ecco la scelta che la pubblica opinione, sempre intelligente e illuminata, imponeva a Ferdinando II.

La condotta del ministero non tardò a risentire degli elementi che lo componevano.

Da prima se ne accagionò la sua incapacità; ma bentosto i fatti divennero talmente significativi che fu evidente per chiunque che i ministri cospiravano.

Il lettore si rammenterà bene che le milizie reali erano rimaste padrone dei forti di Messina. Uno dei primi atti del gabinetto fu di concludere un armistizio fra la cittadella e la città. Questa era una misura essenzialmente contraria agl’interessi del regno, propria eziandio ad accrescere l'effervescenza delle passioni ostili che fermentavano in Sicilia. Era passato il tempo in cui Sua Maestà, per una condiscendenza senza esempio, faceva ritirare le sue soldatesche per evitare la guerra civile. Le esigenze della rivoluzione, i suoi audaci reclami, la decadenza del sovrano proclamata da un parlamento ribelle, non lasciavano più la scelta fra la conciliazione e la forza delle armi. Era giustizia il sevire, mentre il negoziare sarta stata debolezza.

Un altro atto per ugual modo importante finì d’illuminare i meno chiaroveggenti.

Trattavasi di una missione in Sicilia affidata ad un certo signor Romeo, malgrado il volere espresso del Re che aveva creduto dover trasmettere al suo ministero alcune severe osservazioni rispetto a ciò. Cosa andava a fare il signor Romeo? quali erano le sue istruzioni? Di diritto come di fatto, era rotto ogni rapporto fra il governo e il parlamento palermitano; ed una missione di questo genere affidata ad un uomo così esaltato, doveva far nascere dei sospetti.

Documenti autentici provarono in seguito come e quanto fosser fondate queste apprensioni.

«Siamo al colmo della felicità, — gli si scriveva da Palermo, il 25 aprile,— per esser voi stato rivestito di una missione così delicata. Io, e gli amici che conoscono la purità dei vostri principii,abbiamo assicurato chiunque che il vostro arrivo non poteva avere altre conseguenze che di condurci al nostro scopo. Le nostre speranze furono confermate dalia notizia della prossima evacuazionedella cittadella, notizia che abbiamo ricevuta come un pegno della vostra amistà e della simpatia buonidel continente. Più ci intenderemo, più saremo forti.... li momento è propizio. Bisogna sbarazzarci di quest’infame e spergiura dinastia....Sollevate le Calabrie che sono pronte; proclamatevi la repubblica;e noi vi seguiremo. Abbiamo dalla nostra tutta l'Italia, e giungeremo al termine de’ nostri voti.»

Non vi ha alcun dubbio, il ministero era appena istallato che patteggiava segretamente cogl’insorgenti. Non trattavasi più soltanto di un armistizio fra Messina ed i forti, ma della prossima evacuazionedella cittadella. Parlavasi di già di una sollevazione in Calabria. Il tradimento, come fu sempre, preludiava alla repubblica.

Carlo Alberto aveva preso sul serio la gran chimera Mazziniana, il regno dell’Alta Italia.

Da un punto all’altro della Penisola non era che un grido di guerra; ogni nazionalità,ogni ceto, ogni opinione confondevansi in uno stesso entusiasmo; non più Toscani, Romani, Lombardi; dovunque degli Italiani; inaudite simpatie, manifestazioni senza fine, strane gioie, ovazioni pria del successo, trionfi prima della vittoria... Poiché la rivoluzione è là che veglia, la rivoluzione che sa falsar tutto, tutto corrompere.

L’Italia s’arma contro la dominazione straniera, la rivoluzione si prepara ad armarla contro se stessa; di una crociata ella fa una guerra civile.

Di già il più spaventevole disordine regna a Milano e lascia presentire i disastri di Novara.

A Parma, il duca Carlo II, perseguitato da una selvaggia plebaglia, abbandona la sua capitale. Egli è della casa Borbone, egli è un principe, e la sommossa l'onora de’ suoi oltraggi.

A Venezia, Manin e Tommaseo proclamano la repubblica; tutto ciò non è che vertigine e delirio.

Frattanto Carlo Alberto ha incominciato la campagna; le sue prime battaglie sono brillanti. Il 31 marzo, le milizie piemontesi occupano Lodi; gii Austriaci si ritirano su Verona. Tutta l’Italia si dà un appuntamento sulle rive del Mincio.

Il ministero Troya sa mettere a profitto queste bellicose disposizioni. Sotto il comodo pretesto di recar soccorsi alle armi di Carlo Alberto, sguarnisce il regno delle sue migliori truppe (16) ed assegna loro per capo un generale di ventura, incanutito nelle società segrete, il general Pepe. In questo mentre, egli attivamente occupavasi a organizzare l'insurrezione.

Sopraggiungono le elezioni, che si compiono in mezzo alle più colpevoli violenze. Dai collegi elettorali vengono portati alla Camera tanti perturbatori. Minacce, falsi avvisi, tutto è messo in opra per allontanare gli uomini pacifici. Passano i giorni, e gli avvenimenti si complicano. Si avvicina il momento in cui deve riunirsi la Camera.

Il ministero, che conosceva meglio di ogni altro lo scopo e le tendenze del suo programma, si occupa a prendere le misure di uso per l’apertura delle camere. Dovunque i suoi amici sono autorevoli, ed egli se lava intendendo con essi per trasformare in pubblica calamità una inoffensiva cerimonia.

Da alcuni giorni regnava in Napoli una sorda agitazione.

La sera del dì 12 maggio, erano arrivati dei Calabresi armati.

Il 14, un gran numero di pari e di deputati si riuniscono al Municipio (nel palazzo Monteoliveto), per ivi deliberare sulla forma del giuramento.

Colà, dichiarano che eletti sotto il ministero del 3 aprile, il cui programma autorizzava le camere di concerto col potere esecutivo a modificare (svolgere) la costituzione, non vogliono prestare un giuramento di osservanza puro e semplice, ma un giuramento che abbracci le riforme annunziate dal programma.

La nuova formula è sovversiva pel primo capo, poiché ella concentra in una sola mano tutti i poteri legislativi; ella è assurda, poiché un giuramento che si riferisce a delle modificazioni da farsi, è un giuramento sull’incognito, un giurare nel vuoto; poco importa; il ministero si fa l'organo delle pretenzioni della Camera, e ne trasmette al principe tutte le esigenze.

Il Re da prima resiste, ma si conosce il suo spirito di conciliazione. Gli amnistiati del 1845 e del 1847 che sono influenti al Municipio, ne han fatta più di una volta l'esperienza. È ancora possibile un accomodamento.... Bisogna dunque impedirlo ad ogni costo.

Come fare?

S’improvvisa una commedia, — la commedia avanti il dramma; l'ordine vuol così; — le comparse sono al loro posto, i battitori di mani in numero completo.

Ad un dato segnale, un officiale della guardia civica si precipita nella sala. Il suo nome è La Cecilia, ed è capo di divisione nel ministero dell'interno;gesticolando colla sciabola in mano, esclama:

— «Cittadini, le milizie marciano sul Palazzo del Comune (17); la rappresentanza nazionale è violata!»

— «Tradimento! Tradimento!» — gridarono i deputati.

— «Alle barricate!»— risponde La Cecilia.

Si corre alle armi: il tiro è fatto.

In un batter d’occhio si innalzano le barricate nelle vie di Toledo, Santa Brigida, Monteoliveto, del Gesù, ecc.

Si entra per forza nelle case, se ne cacciano gli abitanti a colpi di sciabola, ed alcuni Calabresi, travestiti da guardie nazionali, si affrettano ad occupare i balconi e le terrazze.

Dal loro canto i deputati si armano di pugnali e deliberano in tumulto.

Sulla metà della notte, sopraggiunge un giovine officiale della flotta francese. La sua missione non ha nulla che la caratterizzi d’officio; ma egli ha parlato al comandante del vascello ammiraglio, al figlio stesso dell'ammiraglio, e crede sapere da buona sorgente che, nel caso di una collisione, il Baudin farebbe sbarcare delle truppe per tutelare i diritti e la libertà del popolo napolitano(18).

Vera o falsa, questa notizia è salutata dalle più vive acclamazioni; non più patriottici ditirambi, non più frasi sonore sulle baionette straniere. La sommossa vuole scaricarle sul capo de’ suoi avversari politici; ma cosa sono per essa queste meschine considerazioni? I Francesi sono alle porte di Napoli; ella gli chiama; gli domanda; gl’invoca istantemente.

Frattanto che fa il ministero?

Il ministero prosegue l’opera sua; cospira. I suoi agenti si mescolano ne’ gruppi, provocano la resistenza, perorano sulle barricate. In mezzo ad essi è il cittadino Leyrault, vero provveditore di sommosse, ridicolosamente rivestito dai fratelli e dagli amici del titolo di ministro di Francia.

Bentosto un dispaccio telegrafico ordina alla guardia nazionale di Salerno, nota per la sua esaltazione, di marciare su Napoli, la dimane 15 maggio (19). Si fanno pervenire al Re i più menzogneri rapporti.

— «Le truppe reali fraternizzano colla sommossa.»

— «Tutta quanta Napoli è in potere degl’insorti.»

— «Le Calabrie marciano sulla capitale.»

— «Sire, l’ordine di fare ritirar le milizie, altrimenti la vostra corona è perduta!»

Il Re, cui questi rumori non impongono niente affatto, vuole però dare un’ultima prova delle sue intenzioni pacifiche.

Acconsente di fare rientrare gli Svizzeri e la guardia reale, ma alla condizione espressa che siano demolite le barricate.

Nuove negoziazioni.

Le milizie si ritirano; ma rimangono ritte le barricate.

Siamo al 15 maggio.

È questo il giorno fissato dai caporioni.

A Parigi, come a Napoli la parola d’ordine è già data; sono state già prese le ultime disposizioni.

Un momento ancora, e su due punti dell’Europa deve scoppiare la stessa tempesta.

Allo spuntar del giorno, il parlamento rientra in seduta. La notte ha dato consiglio. Il deputato Ricciardi domanda la soppressione immediata della Camera de’ Pari, la consegna delle fortezze alla guardia nazionale, e l’allontanamento delle milizie, onde la metà dovrà partire per l’alta Italia.

Vivi applausi accolgono questa mozione che non tarda a traspirare al di fuori.

Le riunioni di popolo divengono minaccianti; le barricate invece di scomparire si moltiplicano ad ogni passo.

La forza armata riprende allora le sue posizioni del giorno innanzi, e resta coll’arme in braccio davanti alla sommossa.

Ecco ora una contrafazione delle giornate del Febbraio, tanto famose nella rivoluzione della Francia.

Alle ore undici da una barricata di via Santa Brigida parte un colpo di fuoco e ferisce un soldato svizzero. Il provocatore è un certo Mollica, impiegato nel ministero dell'interno.

Nel medesimo istante, dalle finestre del palazzo Cirella,occupato dai redattori del Giornale ministeriale,si tira sulla guardia reale.

I capitani non sono più padroni dei loro uomini.

Le guardie reali e gli Svizzeri si lanciano a passo di carica contro di chi gli assale: quante sono le case, tanti sono gli assedi. L’attacco è intrepido; la resistenza si prolunga attesa la forte posizione degl’insurgenti.

Il combattimento diviene generale.

Tutto ad un tratto nella direzione di Santa Lucia, si fanno intendere immense grida; masse compatte di popolo sboccano in via Toledo.

È ella una vittoria della sommossa? è egli un soccorso pei ribelli?

No, poiché al disopra della folla che si precipita quale onda, sventola la bandiera reale; è il popolo fedele che viene ad unirsi alle milizie e far giustizia dei malfattori che usurpano il suo nome.

Nel palazzo Monteolìveto, l’agitazione è al suo colmo; al fragor del cannone si va decretando la formazione di un comitato di pubblica salute. È composto di quattro membri, Bellelli, Lanza, Giardino e Petruccelli (20).

Le follie chiamano i delitti. Una volta sul declive delle rivoluzioni, è impossibile l'arrestarsi.

Si domanda la decadenza; e la decadenza è pronunziata.

Il combattimento continua.

Da un lato, milizie, devozioni sublimi, gesta inaudite, lotte eroiche; dietro le barricate vociferazioni sinistre, fredde atrocità, mutilazioni oscene.

Tuttavolta gli Svizzeri e la guardia reale van sempre avanzandosi.

Le barricate son tolte ad una ad una: non più resistenza; la sommossa non ha coraggio che difesa dalle palle, e non si mostra audace che allorquando è in sicuro.

Tutto è finito, e la guardia reale marcia sul Palazzo del Comune.

Allora immensi terrori, scompigliamento ed un gridar generate; — Chi si può salvare si salvi! — Alle Calabrie! Alle Calabrie! —E ciascun pensa alla sua sicurezza. Alcuni, nuovi Caligola, vanno a cercare un oscuro rifugio nei più reconditi recessi(21); altri rivestono in tutta fretta un’uniforme di guardia di pubblica sicurezza(22); altri, più spaventati, o più agili, scalano le mura della caserma del treno, attigua al Palazzo del Municipio (23). Alcuni fanno anche meglio, gridano: Viva il Re!

Non avvi più parlamento.

Ed a Parigi cosa accadeva?

Le medesime scene, la medesima conclusione, lo stesso eroismo davanti al pericolo. Soltanto per un giusto rigore, le prigioni della repubblica si richiusero sui vinti: a Napoli, per un eccesso di clemenza, le carceri rimasero vuote (24).

Nella giornata del 15, in mezzo al combattimento, Ferdinando aveva cambiato il suo ministero.

Nel ministero formato di nuovo vi si trovava in maggioranza il partito monarchico. Era composto de’ principi Cariati, Ischitella, Torella, dei signori Gigli, Bozzelli e del generale Carascosa.

Dalle vigorose misure che furono adottate per la sicurezza del regno, è facile accorgersi che una mano ferma prese le redini dello Stato, e, in grazia di energiche disposizioni l’ordine si ristabilì insensibilmente nella città.

Il 16, previa un’ordinanza reale, la guardia nazionale è disciolta.

Il 27, comparisce una legge repressiva contro la stampa, i cui odiosi eccessi e gli attacchi affatto personali reclamavano un giusto gastigo.

Si richiamarono le milizie napolitane allontanate a bella posta dall’ultimo ministero. Docile strumento del comitato centrale, Pepe (25) vuol ritenere i suoi soldati.

— «Avanti! avanti! — grida il generale. — Viva l’Italia! morte all’Austriaco!»

— «Morte ai traditori!»— risponde l’esercito.

E l'esercito lo abbandona.

Gloriosa defezione! In mezzo al caos universale, alle apostasie, agli spergiuri, l’onore, come ai tempi del Terrore, erasi rifugiato nei campi.


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III

Sappiamo che, dopo la rivoluzione del 12 gennaio, le milizie reali, abbandonati tutti i punti fortificati dell’isola, non avevano conservato che la cittadella di Messina. La presenza di un’imponente guarnigione, comandata da capi agguerriti, incomodava oltre misura i movimenti dell’insurrezione. La Sicilia conosceva bene che fino a tanto che ella non fosse padrona della cittadella, non potrebbe considerarsi come libera e indipendente dal governo napolitano.

La fedeltà delle milizie rendeva inutile ogni tentativo di corruzione: un attacco di viva forza sembrava per ugual modo impossibile: infine non potevasi avere ricorso ad un blocco, poiché la cittadella conservava libere le sue comunicazioni dalla parte del mare, e la flotta reale l’aveva sempre abbondantemente provvista di viveri e di munizioni.

In tale stato di cose, i Siciliani pensarono di profittare degli sconvolgimenti politici che agitavano il regno e tutta l’Italia. Fomentarono abilmente lo spirito di sedizione delle province calabresi, sperando così occupare la costa dirimpetto al Faro e costruirvi delle batterie, onde i fuochi incrociandosi con quelli della costa siciliana, avrebbero reso impossibile che venisse di nuovo provvista di viveri la cittadella. Fin d’allora sarebbe stato facile incominciarne il blocco e ridurla colla fame.

I deplorabili avvenimenti del 15 maggio erano di natura da secondare i loro progetti.

Ricciardi, il de Riso, Mauro e molti altri deputati erano giunti nelle province meridionali per organizzare l’insurrezione e sollevare le popolazioni contro il governo del Re.

I Siciliani tosto se la intendono col sedicente comitato di Cosenza, ed organizzano un corpo di seicento uomini sotto il comando del Ribotti, coll’ordine di traversare lo stretto e di congiungersi alle bande calabresi.

Questa volta non trattavasi più soltanto di occupare la costa, ma di marciare sulla capitale (26). Napoli valeva quanto Messina.

Alcune parole sul gran guerriero che andava a porsi alla testa del corpo di spedizione.

Come il famoso Garibaldi, Ignazio Ribotti era nato a Nizza, t primi passi della sua carriera non furono felici; fino dall’età di venti anni egli era caduto sotto il colpo di una condanna capitale, come avendo preso parte attiva alla grande insurrezione di Lombardia. La sua pena fu commutata in un esilio perpetuo. Più tardi quando scoppiò la guerra civile in Portogallo il Carbonaro refugiato corse a porsi sotto un reale stendardo ed ottenne da Don Pedro il grado di capitano.

Nel 1843, giunge in Sicilia per maturarvi un piano generale d’insurrezione italiana. Disgraziatamente, il momento non era per anche venuto in cui egli doveva far valere a suo pro la fertile miniera delle rivoluzioni. I suoi progetti sono sventati; gli è d’uopo fuggire.

Qui comincia una serie di travaglidegni degli eroi della mitologia pagana. Da uomo che fa conto della propria testa, Ribotti si vale di tutti i travestimenti, mette in opera ogni astuzia; si nasconde nelle selve, vive qual bruto durante il giorno, cammina allora che è notte, e dopo lunghe peregrinazioni riesce a guadagnare la Francia. Colà, fedele alle sue antiche abitudini, cospira contro il governo che gli dava ospitalità, per cui don Ignazio si vide condannato a un anno di prigionia.

Nel 1845, s’introdusse furtivamente negli Stati Romani, nel momento in cui la rivoluzione di Rimini rianimava le speranze dei repubblicani. Poscia vedendo l'inutilità dei loro sforzi ei fassi a domandare un asilo alla Spagna, dove la polizia, poco sensibile alle di lui disgrazie, gl’ingiunge di sgombrare dal paese.

Rinunziando alla speranza di sollevare le province dell’alta Italia, Ribotti aveva scelto la Sicilia pel teatro delle sue gesta quando sopravvenne la rivoluzione del 12 gennaio. Da quest’epoca comincia l'era delle sue prosperità. In meno di quindici giorni fu nominato successivamente membro del comitato della guerra, ispettor generale dell’esercito nazionale e comandante in capo delle forze siciliane.

Il Signore don Ignazio non aveva perduto nulla coll’aspettare.

Ma il suo carattere ambizioso e turbolento gli procacciava ogni giorno molti nemici; tanti gradi ed onori sulla testa di un solo uomo ferivano d’altronde i santi principi dell’uguaglianza democratica. Di buona o mala voglia, l'antico capitano di don Pedro dovette offrire la sua dimissione. È in questo frattempo che il ministero Paterno gli affidò il comando della spedizione siculo-calabrese.

Tale era l'uomo che doveva mettere in insurrezione l'Italia meridionale, e fa d’uopo convenire che per un’impresa di questo genere, la scelta della Sicilia non poteva cader meglio.

La previdenza del governo rivoluzionario si estese fino alla composizione del corpo d’esercito che stava per esser posto sotto i suoi ordini. Per reclutarlo degnamente, si vuotarono le prigioni e le galere; si improvvisarono tre divisioni composte di falsari e di galeotti. I gradi furon dati ai più degni; il più infimo caporale aveva all’anima il suo latrocinio.

I giannizzeri rossi (27) sono sempre e dovunque gli stessi.

«I patriotti qui non sono che i galeotti» diceva Freron, nel 1793, a Tolone.

A Parigi, mille cinquecento compromessi colla giustizia figuravano fra’ prigionieri delle sanguinose giornate del giugno (28).

Era il fiore dell’insurrezione.

Pria di partire, il Ribotti ricevette delle istruzioni precise in cui il cittadino ministro della guerra entrava ne’ più circostanziati ragguagli sul modo ed il luogo di sbarco.

Non si può fare a meno di esser colpiti, in leggendo questo: documento, dalle precauzioni meticolose che sembrano avere presieduto alla sua redazione. È un continuo appello alla prudenza del generale; il ministro giunge fino a raccomandarsi di agire sempre per masse compatte e di non far frontealle milizie reali che quando siano in numero evidentemente inferiore; o altrimenti parlando, di voltar loro le spalle in ogni dubbiosa circostanza. Ciò dà un’idea del grado di fiducia che ispirava, al governo insurrezionale, il valore de’ suoi soldati.

Quanto allo scopo della spedizione, era esposto colla più perfetta lucidezza.

— «Lo scopo della spedizione, diceva il ministro, è di sollevare le provincie che voi traversate marciando su Napoli.»

Il comandante in capo era inoltre munito di istruzioni particolari, che portavan l'impronta della sua toccante mansuetudine e della sua lodevole moderazione.

«Portateci in una gabbia di ferro l’infame Nunziante, l’esecutore delle alte opere del barbaro Ferdinando,— gli scriveva l’abate Allegra, — o se cade morto in vostre mani, mandateci almeno la sua testa, un occhio, una gamba, qualche brano del suo cadavere.»

Lo Scaramuccia dalla gonnella, il Ventura (29) non avrebbe detto meglio.

I preparativi della spedizione non avevano potuto esser tenuti tanto segreti che non ne giungesse la notizia in Napoli. Il Re comprendendo essere urgente porre un argine nel suo straripa mento al torrente devastatore che minacciava la Calabria, prese tosto le necessarie misure onde prevenire lo sbarco. A tale effetto, il generale marchese Nunziante fu messo alla testa di una colonna di 2,000 uomini, composta del 3.reggimento di linea, del 6.° cacciatori e di un battaglione del 6.° di linea.

Queste milizie presero terra, senza incontrare ostacolo, al Pizzo (30) e di là andarono ad occupare lo stretto di Monteleone, dove il comandante in capo stabilì il suo quartier generale.

Sua prima cura fu d’invitare il governatore di Reggio a sorvegliare, di concerto colle forze navali, i movimenti della squadra siciliana; ma i suoi avvisi non furono ascoltati, e lo sbarco delle bande insurgenti si effettuò tranquillamente a Paola, non potendo il generale portarsi a circa 20 leghe a tramontana, senza compromettere il suo piano strategico.

Fedele alle intenzioni del Re che voleva ristabilire l’ordine evitando l’effusione del sangue, il marchese Nunziante risolse d’impiegare i mezzi pacifici prima di aprire le ostilità. Il 7 giugno, dà fuori un proclama, nel quale esorta le popolazioni al rispetto delle leggi, e all’obbedienza dovuta al legittimo sovrano. Invita le guardie nazionali delle Due Calabrie ulteriori, dove la ribellione non si era per anche apertamente manifestata, a riunirsi, per proteggere i cittadini pacifici contro gli odiosi tentativi di una minorità faziosa.

Sforzi inutili! i minatori vogliono la guerra; di buona voglia o no, le Calabrie dovranno subirla.

Il generale, vedendo che la conciliazione è impotente, ne riferisce al governo; domanda dei rinforzi per entrare in campagna, ed il 25 giugno, un battaglione di carabinieri, il 6° di linea ed il 3° cacciatori, reduci di Lombardia, venivano ad ingrossar la colonna.

Nel medesimo tempo un corpo di 2,000 uomini, sotto gli ordini del generale Busacca, dirigevasi su Castrovillari, dove operava la sua congiunzione col general Lanza.

Nel momento in cui tutto preparasi per una lotta decisiva, esaminiamo, da un’altra parte, la posizione degli insorti.

Salvo alcuni cospiratori di professione e quella gente vagabonda che sbuca fuori da per tutto nelle guerre civili, il paese non era niente affatto disposto alla resistenza (31); Ribotti, arrivando sul continente, fu il primo a riconoscerlo, e i suoi rapporti ne fan fede. Il comitato di Cosenza, l'aveva assicurato di un prossimo movimento nella provincia di Catanzaro, movimento che avrebbe potuto gravemente compromettere la posizione delle milizie reali; e la provincia non fiatava. Gli si erano promessi 10,000 uomini agguerriti, e ne trovava appena 2,000 male armati e senza entusiasmo. Nei villaggi che traversavano i Siciliani, non incontravano che freddezza pel momento e timori per l’avvenire; l'indifferenza o lo spavento da per tutto.

«Il comitato di Cosenza, — aggiungeva il rapporto del Ribotti, — manca d’influenza e di autorità; i distretti di Rossano e di Cotrone sono tranquilli. Monteleone e tutto il paese circoscrìtto nel Reggiano è nelle mani del nemico. Le milizie di Lombardia sono rientrate nel regno; il loro numero ogni giorno più va crescendo; i liberali tremano, e non possiamo aspettarci nessun soccorso dalla Sicilia.

«La ritirata è dunque impossibile; ma come effettuarla? Su Cosenza, non vi è neppur da pensarci; un movimento retrogrado da quella parte produrrebbe inevitabilmente la dissoluzione del comitato e getterebbe l’allarme in tutti gli animi. Di più la crociera napoletana «non ci permetterebbe prendere il mare. Ritirarci fino a Villa S. Giovanni per tentare di passare di là a Messina, è ugualmente impossibile, a motivo delle due province che le traversano, della lunghezza del cammino, e della posizione del nemico a Monteleone ed a Reggio.

«Non ci resta da prendere che un solo partito, quello d’imbarcarci come potremo sulla costa di Corigliano (32).»

Laonde non erano scorsi 15 giorni dall’arrivo de’ corpi franchi siciliani, che illuminati infine sulle proporzioni dell’insurrezione calabrese, si vedevan ridotti a prendere vergognosamente la fuga; e, senza aver veduto il nemico, senza aver cambiato un colpo di fucile, fors’anche senza averlo cercato, riconoscevano la loro impotenza davanti l’indifferentismo o l’ostilità delle masse. Ormai l’esercito reale non aveva più seri avversari, e malgrado gli sforzi di alcuni faziosi isolati, di già potevasi scorgere, in un prossimo avvenire, la completa sommissione del paese.

Il 26 giugno, il generale Nunziante, lasciando Monteleone, si porta rapidamente sugli avamposti degl’insurgenti che si estendevano lunghesso la riva d’Angitola. Sulla sera egli è in vista del nemico, che si riserba di attaccar la dimane, facendo in tanto bivaccar le sue truppe.

La dimane, allo spuntare del giorno, le milizie reali si dispongono in colonna d’assalto e cominciano il loro movimento offensivo. Alcuni colpi di cannone bastano per mettere in rotta le bande calabresi, che si gettano precipitosamente nella montagna.

Trattavasi di sboscarle, ma la natura del terreno rendeva pericolosa questa operazione. Dal ponte gettato sull’Angitola, la strada di Maida, la sola che possa seguirsi da soldatesche, costeggia dirupati scoscendimenti, tutti coperti di folti boschi. Bisognava che il corpo spedizionario si avventurasse in quel tortuoso cammino, avendo a sinistra un precipizio quasi tagliato a picco onde il mare bagnava le falde, ed a destra una costa boschiva che innalzavasi a grandissima altezza. Imboscato dietro ai macchioni, il nemico aveva il doppio vantaggio di tirare al coperto e di dominare la gola.

La colonna si insinua senza esitare in questo pericoloso passaggio, protetta sul suo fianco destro dai cacciatori del 3° reggimento. I piroscafi l’Archimedee l’Antelopeseguivano la costa.

In un luogo chiamato Apostoliti, in sulle prime, si trovò qualche resistenza; ma a Campolongo, presso Bevilacqua, le milizie napolitano ebbero a sormontare maggiori ostacoli. Il sentiero diveniva vie più difficile; ogni macchione nascondeva dei nemici invisibili che decimavano i soldati stanchi da una lunga marcia e dal caldo ardente di una giornata di estate.

Il combattimento s’impegna con furore; ma la posizione delle truppe le espone senza difesa al fuoco ben nudrito degl’insorti. Per un momento la fucilata diviene talmente micidiale, che il disordine e la confusione cominciano a introdursi nelle file; il generale scende da cavallo, e, seguito da alcuni ufficiali, si getta audacemente nel più folto del bosco. Questo esempio di energia rianima il coraggio dei soldati per modo che bentosto il nemico respinto su tutti i punti, abbandona il campo di battaglia, che lascia coperto de’ suoi morti e de’ suoi feriti.

Compressa l'insurrezione nella Calabria ulteriore, il marchese Nunziante pensò a riguadagnare il suo quartier generale. Nel timore che gl’insorti da lui dispersi non pervenissero a guadagnar Nicastro, e di là a raggiungere i rivoltosi della Calabria citeriore, come pure per accelerare la sua congiunzione coi generali Lanza e Busacca che occupavano quest’ultima provincia, risolvé d’imbarcare le sue truppe, di operare uno sbarco a Paola o sopra qualunque altro punto della costa settentrionale, e di menare un colpo decisivo che terminasse ad un tempo la guerra nelle tre province.

In questa intenzione, dirigevasi verso Pizzo, Ove doveva effettuarsi l'imbarco, quando il vicario del capitolo di Nicastro si presentò davanti alle sue milizie. Egli veniva, in nome del suo prelato, ad assicurare il generale delle buone disposizioni degli abitanti di Nicastro, a deporre a’ suoi piedi la loro sommissióne e a implorare la clemenza del Re per essi e pei Siciliani.

Queste ultime parole furon pel generale un lampo di luce. Comprese che i Siciliani, respinti certamente dai generali Lanza e Busacca, dovevan trovarsi col Ribotti per quelle vicinanze; e bentosto, malgrado la riserva dell’ecclesiastico, egli seppe che si trovavano presso Nicastro.

Questi inattesi ragguagli avevano tutt’ad un tratto modificato i suoi piani. La prossimità dei corpi franchi rendeva inutile la progettata spedizione, sicché il 6 luglio ei riprendeva colle sue genti la via di Maida, sì caramente contesa alcuni giorni innanzi. Questa volta non si mostrava neppure un nemico e la colonna potè giungere la sera a Maida.

La dimane, il generale ricevette per mezzo dello ecclesiastico, una lettera del Ribotti, che stabiliva le basi di una capitolazione. Ei gli fece rispondere che non toccava al vinto ma al vincitore il dettar condizioni: che le sue si riducevano a due: deporre le armi, e arrendersi a discretezza.

Soltanto a Maida il comandante in capo delle milizie reali aveva appreso il vero stato delle cose.

Dopo il loro sbarco, i 1600 Siciliani avevano preso posizione a Castrovillari, nella Calabria inferiore, d’onde pretendevano difendere il sedicente comitato di Cosenza. All’avvicinarsi della colonna del generale Lanza, l’intrepido Ribotti, giudicando che le forze napolitane uguagliassero pressappoco le sue, e volendo cominciare la campagna in modo luminoso, si ripiegò bravamente su Cosenza. Grande emozione nel popolo, e sopratutto fra’ membri del comitato. Tuttavia, passato il primo spavento, i più bravi si decidono a riunirsi; si delibera in tumulto, e si decreta di comune accordo che è necessario un proclama per rassicurare gli animi. Due ore dopo, gli abitanti intendono che il comitato rivoluzionario, per delle ragioni che è inutile esaminare, e nell’interesse della causa calabrese, si ritirava a Catanzaro nelle province del Mezzogiorno.

Il comitato gli aveva compromessi colle sue mene; ei gli abbandonava nell’ora del pericolo. — È il momento di mostrarci; nascondiamoci.

Ribotti ed i suoi reclutati da galera, gelosi di seguire l’esempio del governo insurrezionale, istrutti d’altronde della congiunzione delle colonne Lanza e Busacca e della loro marcia combinata su Cosenza, si affrettano a battere la ritirata. Retrocedono fino a Tiriolo, e colà si trincerano con quei pochi Calabresi che ponno rannodare.

In tale posizione appresero la seconda spedizione del generale Nunziante su Maida.

Abbiamo veduto il successo della capitolazione proposta dal Ribotti.

Non gli restava più altra risorsa che la fuga, e vi si risolse tanto più facilmente in quanto che aveva una lunga abitudine in questo genere di evoluzioni.

Il 6, la sua banda si presenta in disordine davanti Catanzaro; ma la città gli chiude le sue porte, ed è un gran che se l’esercito d’invasione può ottenere alcuni tozzi di pane dalla pietà degli abitanti.

Di là questi si dirige tumultuosamente verso la costa, dove s’imbarca come può, abbandonando la sua artiglieria, i suoi cariaggi e i suoi bagagli.

E il Ribotti undici giorniprima scriveva: — «Piuttosto che abbandonare la nostra artiglieria, siamo risoluti perire fino ad uno (33).»

O grandi uomini delle rivoluzioni!

Il generale, onde il Ribotti doveva riportare a Messina il cadavere mutilato, si mette tosto ad inseguire i fuggitivi. Strada facendo riceve numerose deputazioni che vengono ad implorar la clemenza del sovrano. Tiriolo, Gagliano e parecchi altri luoghi si affrettano a portargli la loro sommissione; ad alcune miglia da Catanzaro, tutta là popolazione si fa spontaneamente incontro alla colonna con rami d'olivo in mano ed alle grida ripetute di «Viva il re.»

Le truppe entrano alla rinfusa cogli abitanti, che si offrono di portare i loro bagagli e le loro armi, ed appalesano la propria gioia agitando bianche bandiere. Per ordine del generale, la guardia nazionale e diversi dicasteri dell’amministrazione sono immediatamente riorganizzati. Egli si mette in comunicazione col generale Lanza; venendo quindi a sapere il tentativo d’imbarco de’ fuggitivi, lancia ad inseguirli lo Stromboli, che dà loro la caccia e gli cattura poche ore appresso.

La Calabria era decisamente pacificata, e ciò secondo il voto più caro del re Ferdinando, senza effusione di sangue, senza le calamità inseparabili di una guerra civile. L’esercito reale non aveva soggiogato la Calabria, l'aveva liberata dalla tirannia di un pugno di faziosi. Non aveva dominato un’insurrezione, ma vinto una banda di malfattori di cui aveva purgato il paese. I rapporti del Ribotti, l’indifferenza delle masse, la precipitosa ritirata del comitato rivoluzionario, la vergognosa fuga de’ banditi siciliani, l’accoglienza fatta alle truppe reali dalle popolazioni, sono altrettante prove evidenti che la sommossa non aveva nulla di nazionale. Là come altrove una minorità turbolenta aveva voluto imporre alla maggioranza il giogo vergognoso del suo dispotismo e del suo furore; là, più prontamente che altrove, era stata fatta giustizia dell’oppressione del piccol numero.


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IV

È facile concepire la generale emozione che le notizie di Calabria produssero in tutta la Sicilia.

Le provincie cominciavano ad agitarsi. Molti e molti luoghi domandavano di rientrare sotto il governo legittimo. I patriotti si velavan la faccia.

Nel consiglio de’ minatori l’inquietezza e gli allarmi erano estremi. Benché la cattura de’ Siciliani non fosse ancora conosciuta a Palermo, colà si presentivano dei disastri. Le Calabrie essendo in potere delle milizie, la Sicilia aveva tutto a temere. Ruggero Settimo cominciava ad avere a noia le sue spallette di vice~ammiraglio; Mariano Stabile, a riflettere sulla instabilità delle rivoluzioni.

Frattanto era urgente calmare gli animi o almeno di distrarli. Il 10 luglio, i membri del Parlamento furono convocati per la sera. Trattasi d’improvvisare un Re.

La seduta durò tutta la notte, al chiaror vacillante delle lucerne. Per diciotto ore, altrettante maestà in espettativa furono ballottate e sottoposte a tutti i capricci dello squittinio. Si videro allora le mozioni più strane, le candidature le più inattese, la corona cittadina, qual altra spada di Damocle, sospesa sul capo di tutti i principi in disponibilità, ed anche su quello di alcuni particolari di buona voglia (34). Dopo molte prove, contro-prove, indecisioni, tempestosi dibattimenti, i deputati fermarono la loro scelta sul duca di Genova, secondo figlio di Carlo Alberto.

La Sicilia aveva dunque un Re, almeno se lo credeva.

Restava a dotare il nuovo monarca.

In questa circostanza, i deputati fecero sfarzo di generosità. Decretarono per esso per acclamazione (35) una lista civile di 240,000 ducati, quasi circa 1,500,000 franchi, e come appannaggio, i palazzi di Palermo e di Messina, senza pregiudizio delle due splendide ville della Favoritae della Ficuzza, proprietà particolari del re di Napoli.

La contraffazione era completa.

Il luglio 1848 non aveva nulla a invidiare al suo fratel maggiore del 1830.

Posti fra lo scontento delle popolazioni e gl’interessi della loro propria autorità, i deputati avevano avuto ricorso ad un compromesso, eleggendo un fantasma di Re, che si fosse abbandonato alla discrezione della Camera e delle guardie nazionali, e speravano calmare gli animi, conservando però la supremazia negli affari. Non obliavano che una cosa, cioè che la Sicilia, divenuta esausta per la sua rivoluzione, rovinata dall’incuria o dalle prevaricazioni di quello cui ella dava il nome di suo governo, non aveva nulla che potesse sedurre un’ambizione principesca. Se offrivano una corona al duca di Genova, gli offrivano al tempo stesso una guerra fatale a sostenere. Unita di sentimento e di volontà, la Sicilia non avrebbe potuto, senza grandi sforzi, entrare in lizza colle forze napolitane. Divisa come lo era, la lotta diveniva impossibile. Intere province, e delle più popolose, protestavano contro la decisione del Parlamento, decisione illegale in ogni maniera, poiché non ve lo autorizzava nessun mandato, e dichiaravano che esse non prenderebbero le armi.

Il duca di Genova non poteva dunque accettare la corona di Sicilia, e sappiamo ch’ei non l’accettò.

Ma gli avvenimenti che avevano luogo dall’altro lato del distretto erano improntati di un carattere di troppo alta gravità per non attirare tutta l'attenzione di Ferdinando II.

La Sicilia non aveva soltanto disprezzato l’autorità del suo sovrano; ella aveva vergognosamente calpestato la giustizia, e il diritto delle genti: i suoi soldati, — se puossi dar questo nome a dei banditi scappati dalle galere, — i suoi soldati avevano invaso con armi e bagagli il territorio napolitano; avevano acceso l’insurrezione nelle provincie calabresi, compromessa la pace del regno ed alimentato la guerra civile. Tanti delitti, tante violenze, un così audace disprezzo delle leggi umane reclamavano, pel parer di chiunque, una pronta ed energica repressione. A fronte di simili circostanze, ogni titubanza sarebbe stata colpevole.

Restava da prendere un solo partito: il partito della guerra, della guerra immediata, perseverante.

D’altronde, lo stato deplorabile della Sicilia rendeva urgente l'intervento attivo del governo napolitano. Imposizioni straordinarie (36), imprestiti forzati, le pene più gravi contro i morosi, arresti illegali con ordine di fucilare sul. luogo chiunque opponesse qualche resistenza (37), le casse dello Stato dilapidate, le chiese spogliate dei loro ornamenti, dovunque la miseria e il terrore; ecco a che era ridotto quel disgraziato paese, ecco cosa ne aveva fatto la rivoluzione! Fa duopo leggere le lettere che giungevano da Palermo, da Messina e dagli altri punti dell’isola per farsi un’idea del grado di avvilimento e di prostrazione in cui era caduta la Sicilia, una volta così ricca e così florida.

Fra mille ne citeremo due che caratterizzano, con spaventevole verità, la disperazione in che erano gli animi.

«Tutti gli occhi sono rivolti verso la costa italiana, d’onde finalmente speriamo veder venire i nostri liberatori. Ogni vela che scorgiamo nelle acque del distretto, ci restituisce la speranza; e questa speranza, questa espettativa, procuriamo di tenerla sepolta dentro di noi, poiché se si giungesse a penetrarla, la nostra morte sarebbe certa.»

«L’isola, non ha che un desiderio, quello di rientrare sotto il dominio del Re, afflitta com’è dalla propria miseria che va aumentando ogni giorno. Non starò a enumerarvi le pompose promesse da cui fu accompagnata l'eiezione del duca di Genova; dicevasi che le flotte riunite di Francia e Inghilterra, avevano ottenuto la capitolazione della cittadella. Ma una crudele diffidenza ci ha appreso a non fidarci di simili promesse, e l’unica speranza di salvezza che troviamo nell’elezione del preteso Monarca, è che il governo napoletano vedendo rotto ogni legame fra l’isola e il continente, si decida a riconquistare la Sicilia.»

«La scontentezza e la agitazione continua (38), scrivevasi da Palermo il 27 agosto; qui fra noi, la disperazione è giunta a tale che, malgrado le minaccie di morte, le violazioni di domicilio, gli arresti e gli assassini deploriamo apertamente lo stato d’incertezza e di miseria nel quale siamo immersi. Palermo una volta sì superba, sì gelosa di Napoli, Palermo curva adesso la fronte. Non abbiamo più che un desiderio, quello di ritornare sotto lo scettro che abbiamo disgraziatamente rigettato.»

Al punto in cui erano giunte le cose. Una spedizione in Sicilia non era dunque solamente legiU lima, era necessaria. Pel governo era più che un diritto, eraun dovere. Se 1 delitti del parlamento esigevano una repressione severa le angustie de’ pacifici cittadini meritavano d’altronde tutta la sollecitudine del sovrano. Nell’interesse del regno quanto in quello della Sicilia importava espellere gli agitatori che la trattavano da paese conquistato, e di renderle così al tempo stesso l’esistenza politica, commerciale e industriale che ella aveva perduta.

Separata dal continente da un braccio di mare che si traversa in meno di un’ora, la Sicilia fa ipropriamente parlando, corpo col regno di Napoli; non forma uno stato distinto, ma una provincia limitrofa. La sua prosperità la sua ricchezza, la sua nazionalità eziandio, dipendono dalla sua unione colla terra ferma.

Supponete, infatti, una scissura definitiva fra la Sicilia ed il regno di Napoli; ella diviene, e per questo solo fatto, oggetto di cupidigia di tutti i gabinetti. Posta, come una fortezza naturale, fra l’Europa da una parte, l’Africa e l’Asia minore dall’altra, essa è la chiave del Mediterraneo, conseguentemente dell’Adriatico e del Mar Nero. Tutte le potenze che, da cinquecento anni, si sono disputate l'Italia, avevano ben compreso l’importanza di quest’isola come posizione geografica. La casa di Svezia, il duca d’Angiò, gli Spagnuoli, non cessarono di combattere per rattaccarla al continente. E più tardi quando Murat si assise sul trono di Napoli, prima cura dell’Inghilterra fu di occupare Palermo e Messina per mantenere le sue comunicazioni col resto dell’Italia, e comandare il Mediterraneo.

La Sicilia non può dunque separarsi dal continente senza compromettere la sua indipendenza senza esporsi inevitabilmente a delle invasioni di qualche potenza di primo ordine. Allora cosa accaderebbe? Un vasto contrabbando organizzerebbesi sulle sue coste e porterebbe gli effetti di una disastrosa concorrenza sino nel cuor dell'Italia. Adesso, il Portogallo e la Spagna lottano inutilmente contro il contrabbando che viene da Gibilterra, inonda le loro province e rovina la loro industria (39).

Nessun dubbio che non fosse lo stesso della Sicilia, e che ella non avesse bentosto a subire le funeste conseguenze del mercantismo britannico, se una mano stabile e vigorosa, liberandola da un governo rivoluzionario, non rannodava prontamente i legami che la tenevano congiunta alla terra ferma.

D’altronde — le lettere per noi citate ne fan fede — tutti i buoni cittadini desideravano ardentemente che l’isola ricadesse in potere del suo legittimo possessore.

La reazione operavasi in diversi punti del territorio.

A Palermo, vennero affissi pubblicamente, e a più riprese, dei manifesti co’ quali domandar vasi che Ferdinando fosse di nuovo proclamato Re delle Due Sicilie. Uomini armati, sentinelle volontarie, restavano a guardia di quelli che rimanevano cosi esposti per due giorni senza che alcuno osasse strapparli.

Il Re che aveva ponderato tutte queste considerazioni, e che aveva a cuore di finirla presto colla rivolta, si mise in istato di entrare in campagna subito dopo la pacificazione delle Calabrie. Ma gl’intrighi degli agenti francesi ed inglesi, che volevano ritardare le ostilità, per lasciare tempo agl’insorgenti di prepararsi alla resistenza, l’atteggiamento dell’estrema sinistra (40 le cui declamazioni trascinavano l’agitazione nel paese, tutte queste cause riunite insieme arrecarono alcuni ritardi all’esecuzione de’ progetti della corona.

Finalmente, nei primi giorni di settembre, la flotta su cui era il corpo spedizionario sotto il comando del luogotenente generale Filangieri, principe di Satriano, salpava per la Sicilia. Tre fregate a vele, tredici bastimenti a vapore, un gran numero di scialuppe cannoniere componevano la squadra.

Nel medesimo tempo, compariva un’ordinanza reale che prorogava le Camere: atto vigoroso e prudente che doveva avere un’influenza decisiva sul successo della spedizione.

Il generale chiamalo dall’alto favore del re Ferdinando al comando supremo dell’armata napolitana, giustificava, mercé lunghi servigi militari ed illustri azioni, la fiducia del sud sovrano. Era un officiale della scuola dell’impero. Sotto-luogotenente nella 33.( a mezza brigata d’infanteria di linea nel 1801, luogotenente nel medesimo corpo nel 1804, egli aveva in quest’ultima qualità., fatto parte del grande esercito. A Mariazel, in Stiria, si rendeva padrone di una bandiera nemica, e riceveva in questa circostanza due colpi di baionetta. Nella battaglia di Austerlitz impadronivasi, alla testa di alcuni plotoni di granatieri, di due trincere all’ingresso del villaggio di Telnitz, come pure di quattro pezzi di cannone. In questa fazione restò ferito nel capo: rientrato a servizio a Napoli nel 1806, in qualità di capitano di stato maggiore, era stato successivamente promosso ai gradi di capitano della guardia reale, di capo squadrone di stato maggiore, di colonnello dell’8.° reggimento d’infanteria di linea, e finalmente di capitano di campo. Nel 1814, era nominato luogotenente generale sul campo di battaglia, è rintegrato in quest’ultimo grado nel 1831, dopo la riorganizzazione dell’esercito. D’altronde, il principe Filangeri non era soltanto un buon soldato; ai talenti del generale univa le qualità del diplomatico, ed il suo carattere fermo e conciliante insieme lo rendeva eminentemente proprio a cicatrizzare le piaghe della Sicilia. È questo un omaggio che spontaneamente gli resero i suoi nemici in tante e tante circostanze, e su cui avremo occasione di ritornare (41).

Frattanto l’insurrezione, minacciata ne’ suoi trinceramenti, moltiplicava i suoi mezzi di difesa, e imponeva da per tutto delle contribuzioni di guerra.

A Palermo si impadroniva degli ornamenti delle chiese, de’ monasteri e delle comunità religiose.

Il governo sospendeva i pagamenti della Banca, e decretava un’emissione di carta monetata fino alla concorrenza di 15,000 once (42) ipotecate sugli effetti nazionali.

Dieci mila contadini che spingevano il disinteresse fino a servire la patria al prezzo di due franchi il giorno (quattro tari), accorrevano per rinforzare la guarnigione e bivaccavano nelle strade.

A Messina, sotto pretesto di vegliare alla sicurezza della città, le autorità rivoluzionarie ogni dì prendevano le più violenti misure. Si deportavano in massa tutti i cittadini convinti di tiepidezza per la rivolta, tutti coloro che avevano qualche cosa da conservare o che volevano impedire la mina della loro terra natia. Venivan questi rimpiazzati da bande di patriotareclutati fra la feccia della popolazione, a Palermo ed a Trapani. Quando incominciaron le operazioni dell’assedio, Messina contava 20,000 difensori. — Dovremmo dire 20,000 tiranni armati. — Ella era cinta di un largo fossato; barricate imponenti, munite di artiglierie, erano erette alle sboccature delle strade. Le case merlate e bastionate erano altrettante fortezze in apparenza inespugnabili. Numerose mine erano state praticate su parecchi punti importanti, e segnatamente intorno alla cittadella. Aggiungansi a ciò considerevoli provviste in munizioni da guerra, in materiale di ogni gènere, batterie formidabili che guardavano tutti gli sbocchi, ed averassi un’idea degli ostacoli che aveva da sormontare il corpo spedizionario il quale non contava che 6,900 uomini, e non disponeva che di alcuni pezzi da montagna.

La domenica 3, allo spuntar del giorno, tre fregate napolitane gettano l’ancora nel porto di Messina, e si mettono in comunicazione colla cittadella. Impazienti di cominciare le ostilità i Messinesi aprono il fuoco sui forti (43). Per ben com

f

-(72)prendere le conseguenze che doveva avere questa prima aggressione, fa d’uopo rendersi conto delle principali posizioni in cui si erano fortificati gl’insorti.

Il lettore non ha obliato che le milizie reali erano restate costantemente padrone della cittadella; che tutti gli sforzi degli insurgenti non avevano potuto sloggiarle; infine, che la spedizione del Ribotti non aveva avuto da prima altro scopo, nello spirito de’ capi, che l'occupazione e l'armamento della costa calabrese che avrebbe reso possibile l’assalto della fortezza. Respinti con perdita in quest’ultimo tentativo, i Siciliani dovettero ristringere il loro. piano d’attacco; si contentarono di stabilire sulle alture circonvicine otto batterie, parecchie delle quali armate di mortai di fabbrica inglese. Or, fra queste batterie ed i forti, si estendevano i più belli e i più ricchi quartieri di Messina (44). Le milizie reali c he, nell'interesse della conservazione della città, non avevano opposto nessuna resistenza al compimento dei lavori del nemico, vedendosi fatte segno ad un micidiale cannoneggiamento, dovettero forzatamente rispondervi. Dalla mattina del 3 fino al cadere del giorno 5, il bombardamento continuò così da una parte e dall’altra senza rallentare un minuto. Durante questa lunga lotta, che la notte sola potè interrompere, Messina, posta fra due fuochi, ricevé tutti i proiettili che deviavano dal punto di loro mira ed il numero n’è grande. Fin dal primo giorno, l’inesperienza de’ cannonieri siciliani è causa di gravi guasti. Bentosto dalla caduta delle bombe sono cagionati incendi parziali. Il fuoco, cui l’incredibile incuria degl’insurgenti (45) non pensa a opporre nessuno ostacolo, e che d’altronde un vento de’ più gagliardi alimentava, prende bentosto considerevoli sviluppi, e giunge a tal punto da impedire la circolazione per le strade.

Laonde una provocazione insensata costava alla disgraziata Messina i suoi più bei monumenti ed i suoi più popolati quartieri. Non solamente gl’insorti incominciando l’attacco, avevano messo la cittadella nella necessità di risponderli, ma i loro fuochi incrociandosi con quelli de’ forti, seminavano a’ loro piedi la ruina è l’incendio. D’altronde che importavano, ad essi, marame delle barricate e dell’insurrezione, gente vagabonda e senza patria (46), le disgrazie di una città, di cui avevano cacciato gli abitanti?

In un rapporto del Ribotti, in data del 2 marzo, si legge:

— Per lunedì, ci disponiamo a lanciare 1200 bombe nella cittadella. La citta’ probabilmente sara’ vittima di uno spaventevole bombardamento ; ma il popolo è disposto a soffrir tutto. Così, pei Rostoptchine (47) della insurrezione, Messina era da gran tempo sacrificata.


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V

Due strade principali si estendono nella parte meridionale di Messina; via Austria, che corre da levante a ponente, e via Giudeccache le è press’appoco perpendicolare.

Quest’ultima conduce ad una delle porte della città, Porta Nuova.

Più oltre dirigendosi sempre alla volta di mezzogiorno, e dopo avere oltrepassato il vasto monastero de’ Padri Benedettini della Maddalena, incontrasi il sobborgo di Zaiera, da cui si esce per una seconda porta, di solida abbenché antica costruzione.

Quindi si traversano i villaggi di San Cosimo, di Gazzi e di Contessa.

La strada Consolare, che segue la costa alla distanza di un tiro di fucile, congiunge fra loro questi differenti villaggi.

A Contessa, a circa due miglia ad austro dalla città, ebbe luogo lo sbarco delle milizie.

In mattinata, tutto il piccolo esercito era a terra, e formandosi in tre divisioni sboccava sull’argine.

Fin lì non gli si era per anche opposto che una insignificante resistenza; ma tutto ad un tratto fu accolto da un fuoco micidiale di moschetteria. Tutte le case di Contessa formavano altrettante fortezze d’onde il nemico, armato di spingarde, decimava impunemente le file delle milizie. Non fu che dopo un accanito combattimento, dopo aver fatto l’assedio delle case, ad una ad una, che circondavano la strada, che la colonna potè passar oltre e giungere fino a Gazzi.

Colà l’attendevano nuovi pericoli e nuove difficoltà.

Gli insurgenti si erano ritrincerati nella chiesa, la cui estrema solidità ne faceva una posizione quasi inespugnabile.

Fu d’uopo prenderla d’assalto e sboscarne il nemico, malgrado la grandine delle palle che piovevano da tutte le parti.

Sormontato questo ostacolo, le milizie proseguirono a marciare in avanti, ma lentamente e senza cessar di combattere con furore. Bisognava conquistare il terreno palmo palmo e trionfare di una disperata difesa. Finalmente dopo eroici sforzi, e siccome sopraggiungeva la notte, l’esercito potè bivaccare a qualche distanza da San Cosimo.

La dimane, ai primi albori, il generale comandante in capo, prese tutte le disposizioni necessarie per dirigere un attacco decisivo sulla barricata costrutta dai siciliani davanti la porta del sobborgo.

Era questo un trinceramento formidabile, costrutto secondo tutte le regole dell’arte, munito di quattro cannoni di grosso calibro, che spazzavano l'argine. A dritta ergevansi i due forti di Noviziato: a sinistra, la batteria di S. Cecilia. Infine il formidabile fortino della Maddalena, situato verso il mare, divideva la strada in due.

Il principe di Satriano comprendendo che sarebbe impossibile un attacco di fronte, dette ordine di impadronirsi delle barricate a destra e a mancina per potere girar quindi su porta Zaiera.

Nel medesimo tempo, collo scopo di supplire all’artiglieria di cui le milizie reali erano quasi completamente sfornite, la fortezza apre il suo fuoco, ma soltanto sui punti ove l’insurrezione erasi più solidamente trincerata, in particolar modo su Porta Nuova e sulle strade Austria e Giudeca.

In questo frattempo, e siccome il combattimento impegnavasi su tutti i punti, il comandante in capo riceveva per l’intermezzo del generale Pronio un messaggio de’ capitani di vascello Nonay e Robb, comandanti delle stazioni francese ed inglese davanti Messina. Lo supplicavano ad accordare una tregua agl’insurgenti per stabilire le basi di una capitolazione, le quali sarebbero discusse a bordo del vascello francesel'Ercole, dai plenipotenziari delle due parti belligeranti(48).

Il generale non giudicando conveniente rispondere in scritto ad una domanda cosi singolare invia il colonnello Picenna a bordo dell’Ercole. Se gl’insorti desistono immediatamente dalle ostilità, il comandante in capo acconsente a sospenderle dal canto suo, per dare tempo agli abitanti di far la loro completa sommissione; ma avverte il capitano Nonay 6d il commodoro Robb, che egli non cesserà di combattere che quando non avrà più dubbi sull’intera sommissione de’ Messinesi.

Il comandante francese aveva al suo bordo i membri fuggitivi del potere esecutivo. Ei notificò tosto loro l'unica condizione cui il generale acconsentiva ad un armistizio.

Lo si crederebbe? Dopo una spiegazione così categorica, mal grado la precipitosa ritirata a bordo degli stazionari stranieri, ritirata che implicitamente attestava la loro disfatta, e non lasciava ad essi ricorso che alla clemenza del vincitore, non temerono di rimettere al colonnello un plico contenente le basi di una pretesa capitolazione, dove si esprimevano ne’ termini seguenti:

«Le truppe reali sono di fatto, padrone della città. Il Parlamento è chiamato a decidere la questione del governo;

«Che siano rispettati in tutto punto, e senza alcuna eccezione, V onore, la libertà individuale, le sostanze de’ cittadini;

«Che il governo rimanga fra le mani delle autorità attuali.

«Scambio reciproco de’ prigionieri (49).»

Questa strana comunicazione, ove l’imprudenza la disputava all’accecamento, venne rimessa fra le mani del principe di Satriano.

Siccome i comandanti francese ed inglese lo pregavano istantemente a dar loro una risposta in scritto, egli fece fare due copie del testo della capitolazione che inviò ad essi, aggiungendovi di suo pugno queste linee:

«Signor comandante,

«La surriferita è la copia delle pretese basi della capitolazione che il mio capo di stato maggiore mi rimette per parte vostra. Il mio dovere e l'onore militare mi proibiscono di accettarle, cosa che voi pure fareste al pari di me.

«Profitto di questa occasione per ringraziarvi, unitamente al vostro collega, della vostra mediazione amichevole, quantunque disgraziatamente infruttuosa.»

Durante il corso di questi negoziati, le milizie reali proseguivano aspramente l'attacco.

Il terribile fortino della Maddalena, dove gl’insurgenti avevano concentrato tutti i loro mezzi di resistenza, veniva preso senza artiglieria, a passo di carica ed alla baionetta.

Spaventati da un assalto così impetuoso, i Siciliani avevano vilmente abbandonato pure la batteria di S. Cecilia. Nel medesimo istante la bandiera napoletana spiegavasi sul forte Gonzaga, di cui si erano impadroniti soltanto venticinque cacciatori.

Fino d’allora il fortino di porta Zaiera, scoperto sulla sinistra e sulla destra, non era più un serio ostacolo. Venne preso senza tante difficoltà.

Il monastero della Maddalena doveva ancora, opporre alle truppe una viva ma ultima resistenza. Trincerati nel convento e nella chiesa attigua, i Siciliani, riuscirono a trattenere per qualche tempo lo sforzo delle milizie. Come sugli altri punti, si combatté palmo palmo, disputandosi ciascun pilastro, ciascun pezzo di muro, con incredibile accanimento. Finalmente il fuoco del nemico divenne meno vivo, e l'esercito vittorioso potè fare il suo ingresso nella città per porta Giudeca.

Dopo due giorni di pugna, Messina era ricaduta in potere del suo legittimo sovrano. Senza dubbio la lotta era stata lunga; si avevano a deplorare molte disgrazie, e Messina doveva rammentarsi per molto tempo dei benefizi dell’insurrezione; ma da questo agli orribili quadri onde la stampa rivoluzionaria credè dovere ornare il racconto degli avvenimenti; alle pretese scene di devastamento, che ella riprodusse con una specie di selvaggia compiacenza, e di cui ella tentò fare ricadere l'obbrobrio sur un capo coronato, avvi un gran tratto perché non sia un dovere ristabilire i fatti nella loro rigorosa esattezza.

Ornai abbiam visto a che riducevasi, in ultima analisi, questo famoso bombardamento di Messina. Prima di tutto non fu che uno scambio di ostilità fra la cittadella e le batterie nemiche, ostilità di cui la città trovossi disgraziatamente la vittima, ma la vittima accidentale, e la cui responsabilità non poteva gravare sulla guarnigione la quale non faceva che difendersi.

D'altronde, se abbisognasse una prova della moderazione delle milizie reali, la si troverebbe in questo solo fatto, cioè in non aver esse opposto nessuna resistenza alla costruzione degl’importanti lavori del nemico, per paura di danneggiare i quartieri inferiori della città. Il comandante della fortezza aveva eziandio ricevuto ordini precisi che gli raccomandavano di evitare tutto ciò che potesse provocare il fuoco degli insurgenti.

È ugualmente notorio, che prima di vedersi battuta in breccia, da un’artiglieria formidabile, la cittadella crasi limitata a cannoneggiare una batteria lontana, la batteria delle Moselle,situata fuori di Messina, in una direzione ove i proiettili non potevano offendere gli abitanti.

Più tardi, dopo lo sbarco, quando il generale Filangeri si fu avanzato fino a porta Zaiera, il fuoco dei forti ricominciò, ma sur un punto limitatissimo, ove i Siciliani si erano fortemente trincerati, e di cui avevano fatto una piazza quasi imprendibile. Non bombardavasi Messina, si assalivano i trinceramenti del nemico, e se alcuni edilìzi ebbero a soffrire dello scoppio delle bombe, non bisogna attribuirlo che alla resistenza ostinata dell’insurrezione.

Né questo è tutto.

Altri fatti furono stranamente snaturati, a maggior gloria della causa democratica.

Libellisti d’infima condizione, gente che scrivono con fiele e fango, si assunsero l'incarico di contaminare l’onore delle milizie reali, rimprocciandole di orribili violenze. Certamente, quand’anche queste violenze avessero avuto luogo, il calore della battaglia, l'accanimento de’ Siciliani, il disordine inseparabile in un assalto, ampiamente basterebbero per servir foro di scusa. Ma adesso vedremo che se furon commesse delle crudeltà, lo furon tutt’altro che per parte delle milizie napolitane.

In mezzo all’azione, dugento soldati svizzeri; trascinati da un ardore imprudente, sono accerchiati dai Siciliani. Condottili trionfalmente a Messina, si fanno subir loro le più oscene mutilazioni; poscia dopo essersi a lungo pasciuta dello spettacolo delle loro torture, una selvaggia plebaglia gli scanna fino ad uno (50). I corpi sono fatti a pezzi; le teste piantate in cima alle baionette. — Alcuni si disputano i lembi sanguinosi delle vesti per ornarsene le bottoniere e gli spallacci; altri rincarando la partita su queste mostruosità senza esempio, fanno cuocere in pubblica via alcuni cadaveri, e gli vendono gridando:

«Un soldo la libbra la carne napolitana!» — Altri, infine, e ricuseremmo a crederlo se questi fatti non fossero guarentiti da un’imponente autorità (51), altri più barbari ancora, giungono sino a cercare in pasti da cannibali, la sodisfazione di infami appetiti.... Orrori sui quali l’animo ripugna di fermarvisi, e che passeremmo sotto silenzio, se a fronte di simili scene, l’indignazione non prevalesse sul disgusto.

Rammentiamoci adesso dell’ultima clausola della capitolazione proposta dagli insorgenti, che stipulava lo scambio de’ prigionieri , e poi si dica se non era un unire alla più odiosa ferocia la più vile delle ironie!....

Perché nulla mancasse a queste scene degne delle Pelli Rosse (52), bisognava che il sacrilegio mettesse il suggello a tante atrocità.

Alcuni giorni innanzi l’attacco di Messina, era stata condotta a processione per le strade l’effigie della madonna della Lettera,oggetto di un culto particolare per parte degli abitanti. Mandati a gambe levate dalle milizie napolitane, scacciati da tutte le loro posizioni, i banditi, pria di evacuare la città, vogliono adempiere un ultimo dovere: si portano in folla davanti l’imagine venerata, la crivellano di palle, e la trascinano ignominiosamente nel fango sanguinoso!

Empietà, rivoluzione, due parole che mutuamente si implicano.

«Non più Re! non più Papa!» —dicevano i costituenti di Roma.

Viva la sociale! Abbasso il buon Dio!» — urlava la sommossa a Lione.

Esaminiamo da altro lato la condotta del vincitore, e quindi ne giudicheremo.

Dopo un assalto micidiale che costava loro 1,000 uomini e 38 ufficiali uccisi o feriti (un 6.° del corpo di spedizione) infiammate dal calore della battaglia, le milizie reali entrano in Messina. Prima cura del generale è di prendere le necessarie misure per arrestare i progressi dell’incendioe vi perviene dopo un giorno intero di lavori perseveranti. Cinquanta Siciliani erano stati abbandonati nell’ospizio militare; non solo si rispettano, ma lor si prodigano le stesse cure che ai feriti napolitani.

In pochi giorni l'ordine si ristabilisce in tutta la città, e gli abitanti che avevano trovato un asilo nella cittadella(53), o che si erano rifugiati nelle circostanti campagne, si affrettano a riguadagnare i loro focolari.

È rinnovata l'amministrazione; diverse imposizioni sono momentaneamente sospese.

Messina è dichiarata porto-franco.

Il 10 settembre nuovi favori.

Il Borbone, il Bombardatore,accorda a’ suoi sudditi Siciliani un’amnistia generale, da cui egli non eccettua che i capi dell’insurrezione.

Dopo tutte queste cose, i tumultuanti non avevan essi ragione di esclamare in maniera di Te Deum (54): — «Messina non è piu’ !.... Nuova Missolungi, Messina ha soccombuto, ma tutta la Sicilia si prepara ad una luminosa vendetta!


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VI

Era stato portato un colpo decisivo alla ribellione.

Messina co’ suoi formidabili armamenti, colle sue immense provvisioni da guerra, Messina era caduta davanti un pugno di uomini senza artiglieria. E ciò perché l’energia -de’ governi dà coraggio agli eserciti, e perché una politica savia e ferma al tempo stesso, trova sempre intelligenti interpreti e intrepidi difensori.

Liberato da. un ministero indegno della sua fiducia, il Re Ferdinando poteva finalmente seguire con passo sicuro la linea che ei si era tracciata. Compresso l’ammutinamento nella sua capitale, egli l'avea soffocato nelle Calabrie: un’ardita spedizione lo aveva vinto sur un punto importante della Sicilia. Per compierò la pacificazione dell’isola, ormai bastava procedere innanzi. Colla fama divulgatasi di questo primo successo, la campagna non sarebbe più stata che una passeggiata militare, e tutto prometteva che in pochi mesi il regno goderebbe infine di completa tranquillità.

Disgraziatamente, se tale era lo scopo di tutti gli sforzi della corona, ciò era appunto quel che in special modo temevano la Francia e l’Inghilterra.

Fin dal principio della rivoluzione di Sicilia, queste due potenze, ciascuna con fine diverso, non avevan cessato di far causa comune colla rivolta. Soccorsi d’armi e in denaro, consigli officiosi, tutto era stato prodigato per alimentar le speranze de’ ribelli. Ciascun si rammenta della condotta tutta britannica del commodoro Lushington, che trattava col comandante del forte e delle frappe reali di Castellamare, nel tempo stesso che somministrava alla popolazione insorta polvere, proiettili e razzi alla congreve. Alla elezione del duca di Genova, era un bastimento francese che ne aveva portata la nuova al principe sardo; un bastimento francese che aveva prese a suo bordo i deputati incaricati di rimettere ad esso quella improvvisata corona. Se Messina aveva fatto una difesa cosi energica lo doveva agli incoraggiamenti dell’Inghilterra e della Francia, alle istigazioni dei loro agenti; più che ad ogni altra cosa, alle numerose munizioni da guerra che il commercio di Londra, autorizzato dal gabinetto di San Giacomo, non aveva cessato di gettare nella città. Durante il combattimento che precedette l’ingresso delle milizie reali, i comandanti Robb e Nonay si erano mostrati premurosi di offrire un asilo ai ministri del governo rivoluzionario, e non avevan temuto di far rimettere al prìncipe di Satriano un progetto di capitolazione insensato quanto criminoso. Finalmente, ritornata nel dovere Messina, invece di trasportare a Malta i refugiati che ingombravano i loro navili, gli sbarcavano segretamente a Catania, dove la loro presenza poteva rianimare l'incendio.

Altri fatti di minore importanza ma non meno significanti, testificavano ugualmente la mala fede delle potenze alleate.

È perciò che una goletta palermitana, armata di quattro cannoni e di cinquanta uomini di equipaggio, imbarcava, a Livorno, fucili e munizioni, e ritornava scortata da un piroscafo inglese.

Compre analoghe si facevano a Marsiglia, e si davano in pagamento oggetti preziosi rubati ai realisti di Palermo. Tutto il materiale era quindi imbarcato sul Bosforo,che lo trasportava in Sicilia.

Il governo napolitano non poteva dunque illudersi sulle vere intenzioni de’ plenipotenziari stranieri, e quando gli ammiragli Baudin e Parker rinnuovarono le loro istanze per ottenere dal generale Filangeri una sospensione di ostilità, fu duopo di tutta la moderazione, di tutta la longanimità del Re per momentaneamente accedere ai loro voti.

Il governo napolitano aveva ottenuto da lord Palmerston in una conferenza tenuta a Londra l'11 agosto 1848, la formale assicurazione che il ministro britannico non opporrebbe nessuna specie d’ostacolo alla spedizione di Sicilia. Con quale diritto, ed a che titolo gli ammiragli venivano dunque a interporsi fra il re ed i suoi sudditi rivoltosi?

In nome della nazionalità siciliana?

Ma questa nazionalità non era in verun modo minacciata, e già avemmo occasione di provare che la pronta riunione della Sicilia alla terra ferma era l’unica garanzia della sua indipendenza. D’altronde i carnefici dell’Irlanda avevano cattiva grazia nel fare i Don Chisciotte delle nazionalità.

Per evitare i mali della guerra civile? Strana maniera di evitare l’effusione del sangue, col dare all’insurrezione, arrestando la marcia vittoriosa delle milizie napolitane, il tempo di concentrare le sue forze, di riorganizzare le sue bande devastatrici, e di prepararsi ad una nuova resistenza.

Il solo mezzo per finirla, senza avere a deplorare grandi disgrazie, era di profittare di un primo successo per condurre prontamente a termine, e quasi senza sparar colpo, la completa pacificazione delle insorte province. L’effetto morale prodotto dalla presa di Messina, la stanchezza ai tutti, la reazione che da per tutto si faceva sentire, erano altrettante garanzie della prossima sommissione del paese; ma i sentimenti di cui facevano pomposa mostra i negoziatori, le loro filantropiche teorìe sui diritti delle nazioni non erano che un comodo velo per nascondere i progetti più egoistici e i disegni meno pacifici che imaginarsi potessero.

Essi facevano appello alla clemenza del monarca, meno per compassione cristiana pei loro fratellidi Sicilia, che per stancarlo a forza di esigenze.

Imponevano il loro arbitrio alle parti belligeranti; ma quest’arbitrio non aveva altro scopo che di ritardare una soluzione divenuta imminente, a profitto dell’ambizione degli uni, della propaganda degli altri, dell’odio e della gelosia di tutti.

Fra le diverse potenze europee nessuna più dell’Inghilterra era interessata a tener la Sicilia sotto la sua immediata dipendenza. Signora di quest’isola importante, rannodava i suoi possessi di Malta e di Gibilterra; signoreggiava la via delle Indie, aumentava il commercio italiano, sorvegliava l’Africa francese, di cui, ad un momento dato, avrebbe potuto impedire le provvisioni. Pigliando alla rovescia una parola celebre, ella faceva del Mediterraneo un lago inglese(55), d’onde espiava tutte le insurrezioni, pronta a portare i suoi interessati soccorsi ed a proseguire l'odioso sistema di disorganizzazione che, da gran tempo, per l’onore della diplomazia. britannica, è divenuto la base e il punto di partenza della sua politica!

— «La Francia è abbastanza ricca per pagar la sua gloria»— aveva detto il Guizot.

All’epoca cui siamo giunti ella trovatasi abbastanza ricca ed abbastanza potente per soccorrere delle sue flotte e de’ suoi marini alcuni movimenti rivoluzionari di cui avrebbe subito il contraccolpo se fossero riusciti.

Sovente fu notato che ogni qualvolta la Francia si è attivamente impacciata degli affari dell’Europa, ella prese partito contro i suoi propri interessi. Gli affari della Grecia, la battaglia di Navarrino, ne sono un esempio fra mille. Ma allora ell’era guidata da un pensiero cavalleresco, obbediva ad un fomite nobile e generoso. Quella era una crociata da intraprendersi; trattasi di liberare dei cristiani dal giogo degl’infedeli, e la Francia della Restaurazione, come la Francia del medioevo, si sacrificò per la causa della cristianità. Ben diversa da se stessa, la Francia del 1848 ponendo in non cale i suoi più immediati interessi, porgeva la mano alle minaccianti invasioni della Gran Bretagna, e ciò per chi? per un popolo ribelle, per un popolo ingrato, che si era contaminato, al dire de’ suoi propri panegiristi, delle più odiose atrocità. Non è cosi facile scuoter la lebbra rivoluzionaria, e la nuova repubblica trovavasi ancora sotto l'influenza del febbraio. L’Inghilterra procurava d’introdurre il disordine a pro del suo ingrandimento e della sua potenza. Meno abile e vedendoci meno chiaro, la sua fedele alleata, tentava lo scompiglio per istinto, per abitudine, quasi dicemmo per massima. Se ella interveniva in Sicilia, si è perché la Sicilia erasi sollevata contro il suo Monarca, e perché, fedele in ciò alle sue tradizioni di famiglia, il general Cavaignac non amava i regnanti (56).

Quanto alle grandi questioni commerciali che preoccupavano il gabinetto di San Giacomo, elleno lasciavano il gabinetto francese in una completa indifferenza. Ciò che questi aveva sopratutto a cuore era meno di far prevalere la sua influenza politica che la sua influenza morale; non occupavasi della diplomazia, ma bensì della propaganda.

Tale era la respettiva posizione delle due potenze mediatrici, tali erano le loro speranze, i motivi segreti o palesi della loro politica.

Ciascun può vedere se le loro pretensioni minacciavano o no l’integrità del regno di Napoli.

Non staremo minutamente a parlare dei negoziati che tennero dietro alla presa di Messina, e la cui conclusione fu a lungo ritardata dalle esigenze sempre crescenti de’ ministri di Francia e d’Inghilterra. Temporeggiare, tirare in lungo gli affari, ecco in che consisteva la sostanza delle istruzioni dei plenipotenziari.

Frattanto la Sicilia si armava; il ministro della guerra La Farina, che l’ammiraglio Baudin, alquanto pieghevole per un repubblicano, trattava officialmente di eccellenza,come pure tutti i suoi colleghi, portava a 15,000 uomini la cifra delle bande rivoluzionarie, e dava loro l'organizzazione e l’istruzione militare ond’eran mancanti. Mobilizavansi le guardie nazionali. Reclutavansi in Francia ed in Algeria, soldati che avevan finito tempo del loro servizio, co’ quali formavansi i quadri di una legione straniera. Venivano successivamente comprati a Londra, a Parigi ed a Malta, 133 pezzi di artiglieria, tra cannoni e mortai, una batteria da campagna, una d’obusierì da montagna, e 19,458 fucili. Oltre le importanti commissioni fatte all’estero, commissioni che ascendevano ad una cifra considerevole, erano di già in magazzino 67,850 chilogrammi di polvere (57).

Spettava al Re lo sventare, a forza di longanimità, di paterna indulgenza, i progetti anarchici de’ difensori officiosi dell’insurrezione.

Il 28 febbraio 1849 il principe di Satriano, dietro ordine del Re, comunicava al signore di Rayneval, inviato straordinario della Repubblica francese, il tenore delle concessioni seguenti che Sua Maestà Siciliana degnava fare a’ suoi sudditi di là dal Faro. Era questo un ultimo tentativo di conciliazione al tempo stesso che un ultimatum(58) il cui rigetto sarebbe il segnale dell’immediata ripresa delle ostilità.

Ecco un compendio di questo documento, pubblicato sotto forma di proclama, che non contiene meno di 56 articoli. In sostanza, non è altro che la costituzione del 1812, modificata su larghe basi.

1.° — «Unione delle due corone. La Sicilia continuerà a far parte integrante del regno delle Due Sicilie, come pel passato.

2.° — «Istituzioni politiche a parte. Parlamento nazionale. In assenza del Re, nomina di un vice-re, che sarà un principe reale o un Siciliano.

3.° — «Amministrazione separata. Tutte le funzioni dell’ordine civile esclusivamente disimpegnate da dei Siciliani, nominati dal Re.

4.° — «Le imposizioni delle Due Sicilie saranno repartite fra i due regni nella proporzione numerica de’ loro abitanti.

5. ° — «Amnistia piena ed intera, senza eccezione. Gli individui compresi negli ultimi affari sono soltanto invitati, per l’organo degli ammiragli francese ed inglese, ad allontanarsi momentaneamente, fino al completo ristabilimento della tranquillità.

6.° — «Consegna alle milizie reali de’ forti di Siracusa, Trapani e di Catania.

— «Palermo è affidata alla guardia nazionale, a condizione però, per parte del sovrano, di stabilirvi una guarnigione, nel caso in cui i cittadini armati non bastassero per mantenervi l’ordine, a proteggere le persone e le sostanze, a fare rispettare l’autorità e le leggi: nel qual caso la guardia nazionale verrà disciolta.

7.° — «Queste concessioni non sono né rimangono valevoli che Ano a tanto che la Sicilia rientrerà immediatamente. sotto l'autorità del legittimo sovrano. Se ella differisse la sua sottomissione, le truppe napolitano occuperebbero militarmente la parte insorta de’ reali dominj. La Sicilia allora esporrebbesi ai mali della guerra, e perderebbe tutti i vantaggi che le accorda il presente ultimatum. A fronte di concessioni così franche, così estese, le potenze mediatrici non potevano più rinculare senza svelare apertamente i loro progetti. Le condizioni dettate dal re Ferdinando superavano ogni speranza, e, di buona o mala voglia, la stampa contemporanea, senza distinzione di colore e di partito, dovette rendere una luminosa giustizia alla moderazione del principe napolitano.

— «Il grande affare è terminato»— diceva un giornale francese ben conosciuto per le sue tendenze liberali e la sua notoria ostilità ai veri principi monarchici — «i due ammiragli Baudine Parker si rendono questa stessa sera a Paterno, latori del proclama del Re Ferdinando al suo popolo di Sicilia.

«Esaminiamo un po’ le basi fondamentali dell’ultimatum. L’unione delle due corone era cosa da non si discuter neppure. Chiunque lo conosce, e noi non abbiamo cessato di ripeterlo, che tanto per l’interesse di Napoli che per quello della Sicilia non bisogna accordare all’isola un’indipendenza precaria senza limite, ma senza forza, che la condurrebbe diritta diritta ad un protettorato straniero.

«L’occupazione de’ punti principali militari per mezzo dei Napolitani, finalmente è stata decisa. Tanto per una parte che per l’altra,questo era un punto sensibile e delicato, se si considera che l’esercito siciliano è di un’organizzazione difettosa, che in parte si è recintato di avventurieri d ogni nazione; che buon numero fra questi soldati pericolosi hanno oscuri antecedenti, per non dire di peggio, e simpatie vivissime per gli agitatori del Settentrione; che hanno infine tutto a temere al ristabilimento dell’ordine e della tranquillità. Porre la dominazione del Re in Sicilia sotto la garanzia della buona fede e dell’amor del suo popolo, sarebbe stata cosa illusoria; è chiaro che bisognavagli di che fare rispettare la sua autorità, se, una volta restaurata, venisse posta in non cale. Palermo resta inoccupata, fino a che le circostanze esigano che ella riceva guarnigione. Questa è una gran concessione per parte del Re ed alla quale può soltanto deciderlo il suo sincero desiderio di accomodamento.

«L’amnistia che si era detta limitata, è illimitata e fa d’uopo eziandio congratularsi col governo napolitano. Il re non ha voluto pensare agl'inconvenienti di un'amnistia completa. La clausola fu dunque concessa in tutta la sua larghezza. A questo proposito, fa mestieri riconoscerlo,se i due ministri e i due ammiragli hanno, nei negoziati, gareggiato nel far mostra di preziose qualità, il Re ha facilitato il loro assunto mercé il suo spirito di conciliazione, il suo linguaggio moderato, la sua ferma volontà di venire ad un accomodamento. Il Borbone NON È COSÌ TERRIBILE CO ME DICONO I GIORNALI ROSSI (59).

Era impossibile rendere più luminosa giustizia alla condiscendenza di Ferdinando II. Gli antecedenti del Giornale dei Dibattimentilo difendono da ogni sospetto di parzialità, e, perché tenesse un simile linguaggio, bisognava che i fatti parlassero ben alto.

Ma lasciamo un momento la questione siciliana, per occuparci de’ gravi avvenimenti che si erano succeduti, da altra parte, duranti le negoziazioni.


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VII

Il 25 novembre 1848, sulla sera, una carrozza di posta fermavasi davanti un umile albergo di Gaeta. Ne usciva un uomo che al vestito lo si saria preso per un semplice ecclesiastico, ma i cui lineamenti improntati di non so quale maestosa gravità lasciavano indovinare un augusto carattere, una grande sventura.

Questo uomo, questo fuggitivo, questo prete, dall’esteriore sì semplice, che veniva di notte a bussare alla porta di una povera locanda, era il successore di san Pietro, il rappresentante di Gesù Cristo sulla terra, colui davanti al quale 8’ inchinano i Regnanti, e del quale implorano la benedizione come un favore.

Colui che l’Italia aveva per molto tempo chiamato suo benefattore e suo padre (60) e che ella ricompensava come ricompensano i popoli liberi9 abbeverandolo di oltraggi e di ignominie.

Colui che nella sua sollecitudine affatto paterna, non aveva temuto dividere co’ suoi sudditi il fardello del potere, e che non aveva ricolmato di favori che degli ingrati; che aveva voluto fare uomini, e che non aveva fatto che degli assassini.

Questi era Pio IX!

Ossesso da pretensioni sempre crescenti di una moltitudine ribelle, assediato nel suo proprio palazzo, difeso soltanto da un pugno di Svizzeri, il Santo Padre dovette pensare ad abbandonare quella città colpevole, che disprezzava quanto avvi di più sacro al mondo, la doppia autorità della religione e delle leggi.

Nella serata del 24 novembre, secondo le convenzioni anteriormente stabilite, il duca d’Harcourt, ministro di Francia presso la Santa Sede, entrava nel Quirinale come per ottenere un’udienza dal Sommo Pontefice.

Il Santo Padre, lasciando allora il signore dHarcourt ne’ suoi appartamenti, scese segretamente, in abito da città, la scala del corridoio degli Svizzeri. A piè di quella lo attendeva con un’altra carrozza il conte di Spaur, ministro di Baviera.

L’augusto fuggitivo ed il diplomatico alemanno riuscirono a passare, senz’essere riconosciuti, la gran porta del Quirinale, e si diressero a briglia sciolta verso San Giovanni in Laterano, d’onde guadagnaron la vallata della Riccia.

Là trovarono una vettura colla contessa di Spaur e la sua famiglia, che gli attendeva. In quella vettura il Santo Padre passando per un abate del seguito del ministro bavarese, condusse a termine il suo tristo e pericoloso viaggio.

La dimane, a ore nove del mattino, egli giungeva a Mola di Gaeta, dove l’avevano preceduto come lui, cioè sotto il più stretto incognito, il cardinale Antonelli e il cavaliere Arnao, segretario dell’ambasciata di Spagna.

Il rappresentante di S. M. Cattolica doveva trovarsi uno dei primi sulla strada del Pontefice esiliato.

Poco stante il Santo Padre ed il suo seguito partivano per Gaeta, ove smontarono alla Locanda del Giardinetto.

Frattanto il conte di Spaur dirigevasi alla volta di Napoli. Era latore di una lettera autografa, colla quale il Santo Padre faceva sapere al. Re il di lui arrivo ne’ suoi Stati, e gli domandava ospitalità pel capo del mondo cattolico.

Ferdinando per anche non sapeva nulla. Questa notizia lo commosse profondamente.

Malgrado l’ora avanzata della notte, vengono dati degli ordini per imbarcare immediatamente sul Robertoe sul Tancrediun battaglione del 1.° reggimento di granatieri della guardia ed un battaglione del 9.° di linea destinati al servizio del Sommo Pontefice.

Alle ore sei del mattino, Sua Maestà, in persona, accompagnata dalla Regina e dalle Loro Altezze Reali il conte d’Aquila, il conte di Trapani, l'infante don Sebastiano e loro seguito, si rende a bordo del Tancredi,che salpa tosto.

Alcune ore dopo, i due navigli gettano l’ancora nel porto di Gaeta.

Per anche in città nulla era traspirato dell’arrivo del Papa. Soltanto il governatore, general Gross, sospettava che il Santo Padre si trovasse a bordo di un bastimento francese che aveva condotto il duca d’Harcourt e il suo collega di Portogallo.

Dopo lo sbarco del re, il cardinale Antonelli, il ministro di Francia ed il segretario dell’ambasceria di Spagna, si fecero ad incontrarlo, e gli dissero il luogo ove trovavasi alloggiato il Santo Padre.

Tosto furono prese delle misure per far passare segretamente l’augusto fuggitivo nel palazzo del governatore.

Un palazzodi un solo piano e cinque finestre sulla facciata.

Colà, in quella cattiva dimora, senza fasto, senza apparato, quasi senza testimoni, ebbe luogo il primo abboccamento del re delle Due Sicilie e del vicario di Gesù Cristo.

E, tuttavia, non vi fu mai solennità, non vi fu pompa della Chiesa che meglio provasse la potenza del principio religioso.

Ci si figuri il Re prosternato ai piedi del Santo Padre, rendendo grazie al Cielo dell’alto onore che ridondava sulla sua dinastia, ed il Pontefice, sovrano fin nell’esilio, proscritto e onnipossente che invocava la celeste benedizione sulla famiglia reale e sul regno tutto quanto.

Lo scetticismo ha un bel fare, in questo mondo avvi qualche altra cosa fuori della brutalità del fatto e il diritto del più forte; il papato è indipendente dagli avvenimenti e dalle cose. Ed è perciò che le rivoluzioni le quali, talvolta, rovesciano gl’imperi, rimangono impotenti contro il capo della Chiesa.

«Se i Romani, già caduti nell’anarchia, venissero a cadere nell’infedeltà, il Successore di san Pietro, divenuto vescovo di Roma in partibus infidelium,sarebbe sempre il capo della Chiesa universale. Potrebbe traversare i mari, e col Vangelo da una mano, e gli statuti della Chiesa dall’altra, trasportare i suoi sacri penati in una città o in un deserto del Nuovo Mondo. La Chiesa viaggerebbe, prenderebbe terra, si stabilirebbe con lui, e noi grideremmo sempre con sant’Ambrogio: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Qual sole immobile nel firmamento quest’uomo potrebbe parere di cambiar posto sulla terra; ma immobile sulla suabase divina, reggerebbe sempre su tutto quanto il mondo. Da tutti i punti della terra il mondo morale avrebbe sempre gli occhi rivolti verso di lui; e potrebbe dire col più imperituro diritto:

«Roma non è più in Roma, è tutta ove son io.»(61

La Francia lo aveva ben compreso, come lo spiegano le tendenze contraddittorie della sua politica in Italia. Mentre che i suoi agenti incoraggiavano la rivolta in Sicilia e vi fomentavano la guerra civile, a Roma si dichiaravano apertamente contro l'insurrezione, facilitavano la fuga del Santo Padre, e si facevan fino ad offrire un asilo al misero Pontefice. La repubblica faceva buon mercato del principio monarchico, ma non osava prendersela contro il principio religioso. Senza dubbio, come tutto quaggiù si complica d’interessi e di passioni umane, in questa sollecitudine del governo francese pel Santo Padre, eravi qualche cosa che rassomigliava ad un richiamo elettorale (62); tuttavolta, l'importanza stessa che sembrava annettere alla presenza del Papa sul territorio francese, le speranze che fondava sul successo de’ negoziati intrapresi rispetto a ciò, provava fino a qual punto avessero ancora valore fra le masse le vecchie tradizioni e le inveterate credenze.

Come capo della Chiesa, come rappresentante del principio di autorità, il Papa poteva egli accedere alla proposta del capo del potere esecutivo? No, egli noi poteva.

Questa volta come sempre, non era venuta da Parigi la scintilla che doveva incendiare l’Europa, e che forzava lui medesimo ad allontanarsi dall’eterna città? Accettare le offerte del Cavaignac non era soltanto un favorire dei calcoli affatto personali, era un riconoscere la rivoluzione.

Il generale non andava egli superbo di suo padre?

A Roma, alcuni Francesi, di quelli che non hanno altra patria che la sommossa, peroravano nei circoli, e preludiavano coll’assalto del Quirinale, alle giornate del febbraio, tristamente famose per la Francia.

E poi rendendosi sul suolo francese quali lugubri rimembranze avrebbero assalito lo sventurato Pio IX! Quali triste riflessioni passando davanti la tomba di Pio VI (63) ed il carcere dell’eroico Chiaramonti! (64

Tutto, al contrario, lo riteneva a Gaeta: la prossimità di Roma, la penuria delle finanze, e più d’ogni altra cosa, le istanti preghiere di un Re sinceramente cattolico, di un Re che da un anno energicamente lottava pel ristabilimento dell’ordine e del principio di autorità.

Qual onore per ugual modo invidiato da tutti gli Stati dell’Europa, era quello di possedere, nel limite delle loro frontiere, il capo della Chiesa universale!

Dando la preferenza al Re delle Due Sicilie, il Santo Padre volle rendere un solenne omaggio all’alta pietà, al nobile carattere di Ferdinando II, al tempo stesso che allo spirito di moderazione, alla politica ferma e conciliatrice che aveva dettato ogni e qualunque atto dei governo napolitano.

Non ci voleva altro che questa fermezza, questa infatigabile perseveranza, per trionfare delle nuove difficoltà che facevansi ad inceppare l'azione del ministero.

Ristabilitasi alquanto la calma dopo i funesti avvenimenti del 15 maggio, avvenimenti che necessitarono la dissoluzione della prima camera, erasi proceduto a nuove elezioni.

Recentemente vinti nelle strade di Napoli, ma pronti sempre ad afferrare le occasioni per turbare la pubblica pace, i faziosi non trascurarono cosa alcuna per alterare l’espressione della volontà nazionale. Le liste erano già incomplete a causa della deplorabile indifferenza de’ buoni cittadini. Ma per quanto fosse piccolo il numero degli elettori inscritti, appariva anche troppo grande agli occhi dei faziosi.

In tutta l'estensione del regno, la riunione de’ collegi elettorali fu il segnale delle mene le più attive; menzogne, minacce, intimorimento, tutto fu messo in opra per impedire alla gente onesta di adempiere al suo politico mandato; a Napoli su 9,384 elettori inscritti, 1,491 soltanto avevano preso parte al voto; ad Aversa, su 2,822 elettori, non si contavano che 483 votanti; a Lagonegro, su 3,448, 652 solamente; a Catanzaro, su 5,853, 1,140; a Nicastro, su 3,623,932; a Foggia, su 4,608, 1,300; a Bovino, su 2,608, 421; a Lecce, su 3,568, 508; a Bari, su 9,652, 2,175; a Altamura, su 2,801, 478. Rìscontravasi la stessa proporzione negli altri collegi elettorali. Parecchi ancora non si riunirono neppure, ovvero, facendosi giudici delle più alte prerogative della corona, dichiararono illegale lo scioglimento delle camere, e confermarono i loro antichi deputati (65).

Un’assemblea così falsata nel suo principio, non poteva essere considerata come rappresentante il voto della nazione; ed i suoi atti provarono bentosto a qual punto ella fosse indegna del mandato che le si affidava. Fin dalle prime adunanze, la verificazione de’ poteri diede luogo a’ più strani abusi. Grazie a una scandalosa parzialità, che non s’incontra che in tempo di rivoluzioni, alcuni individui ben conosciuti mancanti di ciò che richiedevasi per essere eletti, furono mantenuti sulla lista de’ deputati.

Il governo credette a un errore. Ne prevenne la camera: la camera persisté.

Come la moglie di Cesare (66) una camera democratica non doveva essere neppure sospettata.

Il regno era ancora in preda ad una viva agi tazione; l'insurrezione erigevasi in governo nelle province del Mezzogiorno; i capi della sommossa erano antichi deputati; nei loro proclami osavano chiamare a sé la nuova camera e convocarla a Cosenza, di cui avevan fatto la sede del loro comitato di pubblica sicurezza. Tutta la gente da bene aspettavasi di vedere il parlamento protestare energicamente contro queste ree usurpazioni, ed assicurare il suo corso al potere esecutivo.

Non fu così.

Nessuna parola di biasimo per parte di coloro che compromettevano follemente le istituzioni del regno; interpellanze sugli avvenimenti di Calabria, più proprie a incoraggiare la sommossa che i soldati che combattevano per la causa dell’ordine e dell’autorità; audaci attacchi contro il governo costituito: ecco come la camera rispondeva alle speranze del paese.

La spedizione di Sicilia aveva prodotto, come abbiamo veduto, una prima proroga delle camere; gli avvenimenti di Roma ne necessitarono una seconda.

L’esercito era esasperato dell’audacia dei rivoluzionari; una sola parola imprudente poteva dar luogo ad un conflitto, ed il governo doveva prendere tutte le necessarie misure onde evitare una collisione.

Il Parlamento venne dunque prorogato fino al 1.° febbraio.

All’epoca fissata, la camera de’ deputati si riunì.

Comprenderà ella finalmente la gravità della situazione, la necessità di un fermo contegno davanti al disordine?

No.

Suo primo pensiero è di dar pubblica lettura ad un progetto d’indirizzo al Re, o per meglio dire di un formale atto d’accusa contro il ministero napoletano.

Ella ricapitola in questo lungo manifesto tutti i bassi attacchi onde il gabinetto già da gran tempo era segno per parte della stampa democratica; ella si fa l'eco delle più vili calunnie; ella getta il guanto al governo.

Nelle circostanze in cui allor si trovava l’Italia, l’iniziativa presa dal Parlamento, non era soltanto incostituzionale, era di natura da produrre gravi complicazioni e da rianimare le speranze della rivoluzione.

Né lo nascondevano i deputati.

Per essi il discorso d’indirizzo non era che un mezzo; lo scopoera assai più oltre.

— «Non vi sono che tre mezzi per giungere al nostro scopo,il diceva d’Ayossa (67). L’indirizzo alla corona, l’accusa del ministero, o il rifiuto delle imposte.»

Di questi tre espedienti, il parlamento aveva scelto il primo che offriva il doppio vantaggio d’implicare il secondo e di far presentire il terzo al governo.

Che il ministero non riscuotesse la fiducia della Camera, è cosa facile a capirsi. Era composto di uomini energici e devoti, alla testa de’ quali trovavasi il principe Cariati. Aveva mantenuto l’ordine, conquistato Messina, ristabilito l’unità del regno, rigettato ogni solidarietà coi costituenti di Roma e di Firenze. Si capisce bene che, per una Camera che minacciava di seguire le tradizioni della sua sorella maggiore, simili atti erano come delitti di Stato.

Ma ciò che non si capisce, è come mai una assemblea, che si attribuiva il monopolio del patriottismo, un’assemblea che si diceva calma e moderata, appena riunita, appena appena costituita, osasse formulare con una così strana impudenza l’espressione della sua disapprovazione e del suo antagonismo. Il ben conosciuto accordo del Re e del suo ministero, la solidarietà che egli rivendicava in tutti i suoi atti, faceva del manifesto della Camera, un atto diretto contro il sovrano. I deputati lo sapevano bene, e le loro proteste di fedeltà e di devozione non erano che speciali apparenze che non ingannavano alcuno.

Le cose erano a tale, quando nella adunanza del 28 febbraio, la commissione incaricata della redazione definitiva dell’indirizzo alla corona, comunicò al Parlamento il resultato de’ suoi lavori. Era una seconda edizione del progetto di cui abbiam tenuto parola edizione rivista e considerevolmente accresciuta.

Dopo incidentali diatribe contro il ministero, ecco come si esprimeva la Camera:

«La Camera potrebbe porre sotto gli occhi di V. M. un quadro doloroso di sofferenze e di angosce indicibili:le carceri rigurgitanti di sospetti per opinioni politiche; innumerevoli famiglie vedove dei loro membri più cari condannati ai tormenti dell’esilio; infine il pubblico dolore aumentato dalla condotta del ministero che non lascia neppure a Vostra Maestà la gloria e la gioia del perdono.»

Ecco certamente un quadro ben toccante, e che faceva sopratutto il più grande onore all'immaginazione dei signori del Parlamento. Senza dubbio puossi molto accordare ai gonfi concetti dell’eloquenza italiana; ma ogni cosa ha i suoi limiti, anche la metafora e l’iperbole. Il lettore ne giudicherà. L’indirizzo alla corona non mette in campo che recriminazioni in aria; noi poi risponderemo con fatti positivi.

In conseguenza della terribile collisione del mese di maggio, seicento individui, la maggior parte coperti del sangue delle milizie reali, erano presi colle armi alla mano; due giorni dopo, il Re, dietro il parere del consiglio de’ ministri, ordinava che costoro venissero rimessi in libertà.

Fra gl’insorti di Calabria catturati dalla corvetta a vapore lo Stromboli,si trovavano due officiali dell’esercito napolitano, posti sotto la doppia reità di avere disertato e di aver rivolte le armi contro le milizie reali. Erano i luogotenenti Longo e Franci. Nella loro qualità di militari, dovevano essere giudicati da un consiglio di guerra, che si riunì a Napoli, il 20 di luglio. I fatti non venivano smentiti; gli accusati erano presi in flagrante delitto. Il consiglio pronunziò una sentenza che gli dichiarava colpevoli di diserzione e gli condannava ad esser passati per le armi.

Ebbene! malgrado la parte attiva che avevano preso alla sommossa, il Re fé’ loro grazia della vita, e, il 25 luglio, il di Maricourt, console di Francia a Messina, ne dava immediatamente comunicazione al governo insurrezionale (68).

Più tardi dopo la presa di Messina, dopo i ributtanti orrori che l’avevano insanguinata e che sembravano autorizzare i giusti rigori del governo, ciascuno si rammenterà come Ferdinando II, d’accordo col suo gabinetto, accordasse agl’insorti un’amnistia dalla quale non escludeva che i capi.

Finalmente, il giorno stesso della lettura dell’indirizzo, il Re, nell’ultimatumdi cui ci siamo occupati, annullava quest’altra riserva, e dava all’amnistia la sua più estesa e larga interpetrazione.

Ecco dei fatti, fatti irrefragabili. Accanto a ciò, cosa divengono le triviali declamazioni del Parlamento? Che significa quel lugubre quadro di catene, di carceri, di prigioni ingombre, di famiglie che ridomandano al cielo i loro figli proscritti e fuggitivi? Non è egli duopo di una strana impudenza per ardire di rimprocciare al ministero di non lasciare neppure a Sua Maestà né la gloria né la gioia del perdono?

«Sire, continuava il discorso d’indirizzo, la Camera non può sperare che un ministero, tante volte e sempre censurato, acconsenta a ritirarsi; e da altro lato, ella stima che non conviene alla propria dignità sua, e agl’interessi della nazione, consumare il suo tempo in una sterile lotta. A fronte delle colpe del ministero ella sa di avere dei diritti severi da esercitare; ma la sua moderazione le fa un dovere di prima rivolgersi verso il suo sovrano.»

Il Parlamento aveva ragione; non conveniva agl’interessi della nazione di consumare un tempo prezioso in sterili lotte, ed il Re dovette prendere delle misure onde far cessar questo scandalo.

Il discorso d’indirizzo non limitavasi a delle rimostranze, minacciava; era un lungo libello che dava addosso al principe nella persona dei suoi ministri.

Al punto in cui erano le cose, bisognava che la Camera cedesse, o che il gabinetto offrisse al Re la sua dimissione in massa.

Ferdinando non abbandonò i suoi consiglieri in questo momento difficile; e, siccome la Camera non sembrava disposta a cedere, egli l’annullò.

Questa misura era perfettamente legale e perfettamente costituzionale; più che altro, ella era necessaria.

Una mattina, il ministro dell’agricoltura si fece nel luogo ove si tenevano le adunanze, significò alla Camera il di lei scioglimento, e così fu finita.

In mezzo a queste gravi preoccupazioni, ad ostilità sistematiche di un parlamento sedizioso, il Re non aveva trascurato i doveri impostigli dalla presenza del Santo Padre ne’ suoi Stati.

Pieno di rispetto pel suo ospite sì giustamente venerato, egli si era costantemente assunto di alleggerirgli, a forza di gentilezza, di attenzioni di ogni genere e continue, i dolori di un esilio momentaneo?

Previa una serie di decreti che attestavano, per parte sua, il desiderio di onorare il Santo Padre nella città da lui scelta per asilo, quanto di far sentire agli abitanti il luminoso privilegio che avevano nel possedere nelle loro mura il capo della Chiesa, i giudici di prima classe del compartimento di Gaeta erano stati innalzati ai gradi e alle prerogative di giudici del tribunale civile di Napoli. Alcuni giorni dopo, la dogana fu nominata dogana di prima classe, e fondavasi una scuola speciale pei figli dei sottouffiziali e soldati della guarnigione.

Finché durò il soggiorno del Santo Padre a Gaeta, il Re vi tenne costantemente la sua residenza, e fece di quella nuova Roma la sede abituale del suo governo.

Sarebbe un disconoscere stranamente il cuore ed i sentimenti dello sventurato Pio IX, supponendo che tanti contrassegni di premura e di venerazione lo trovassero insensibile. Nell’effusione della sua riconoscenza non cessava di benedire il cielo degli alleviamenti insperati che una mano ad un tempo rispettosa e benefattrice gli prodigava nel suo esilio. Non lasciavasi mai fuggire occasione per celebrare la generosa ospitalità del Re delle Due Sicilie, al tempo stesso di render giustizia all’energia e alla saviezza del suo governo.

«Signori miei, diceva egli ai membri del consiglio di Stato ammessi al bacio del piede, non so esprimervi qual sia la mia gratitudine nel ricevere le testimonianze di affettuosa devozione del Consiglio di Stato del solo regno d’Italia che dia ancora l’esempio dell’ordine e della legalità,cose che sono per così dire sorelle e che camminano di pari passo. E prego Dio,che in mezzo all’effervescenza delle passioni,voi conserviate questi due principi, senza i quali è vana ogni speme. Benediciamo dal fondo del nostro cuore, com’ essi ce ne pregano, i membri del Consiglio di Stato. Possano egli no costantemente assistere della loro energia e del loro coraggio un Re buono e pietoso, che si è mostrato così pieno di zelo pel bene del paese. Abbiamoqui ricevuto l’ospitalità, e abbiamoqui visto prevenuto ogni nostro voto,allorché era sì lungi dal pensier nostro d’aver bisogno d’un asilo!»

Agli officiali della guarnigione di Gaeta ammessi ugualmente alla sua presenza diceva:

«Voi fate parte, Signori, di un esercito che è un modello di disciplina e di fedeltà; che, a costo del suo sangue, ha sostenuto l'impero delle leggi e liberato il regno dal flagello dell'anarchia.»

Ai soldati di marina:

«Figli miei, voi siete fedeli al vostro sovrano, restategli pure fedeli fino alla morte. Alcuni giorni ancora, e questa fedeltà aveva una nuova occasione di segnalarsi. »


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VIII

Gli armamenti considerevoli intrapresi con grandi dispendi sotto il ministero di Sua Eccellenzail cittadino La Farina, le cure minutissime poste alla riorganizzazione dell’esercito rivoluzionario, i numerosi reclutamenti fatti all’estero, non erano di natura da attestare bene altamente intenzioni pacifiche al governo siciliano. Se le condizioni formulate dal Re erano quanto mai larghe e conciliatrici, in Sicilia, le passioni erano altrettanto cieche ed il buon senso raro come nel settentrione dell’Italia. Gli esaltati di Palermo, Romani, Livornesi, Polacchi, Genovesi, Francesi, ec., lasciavano essi che i loro capi prestassero orecchio alle clausole dell’ultimatum che gli ammiragli si facevano a proporre? Le potenze, deluse nella loro espettativa, intromettevansi con tutta la buona fede desiderabile, e non davan elleno alla rivolta nessun incoraggiamento segreto? Ecco ciò di che era permesso dubitare.

Il 7 marzo, il vice-ammiraglio Baudin aveva comunicato al ministro degli affari esteri di Sicilia due copie del proclama del Re: questa notificazione era accompagnata da una lettera in forma d’invio, con quest’indirizzo. A Sua Eccellenza il ministro degli affari esteri di Sicilia, a Palermo.

Fra gli altri vi si notava il passò seguente:

«Ecco or ora sei mesi da che i vice-ammiragli comandanti in capo le forze navali di Francia e d’Inghilterra nel Mediterraneo, mossi da un sentimento di compassione cristiana perle calamità di ogni genere che desolavano la città di Messinae che minacciavano di estendersi rapidamente su tutta la Sicilia, presero sotto la loro responsabilità personaledi opporsi che venissero continuate le ostilità cominciate dall’esercito napolitano.»

Più oltre, l’ammiraglio, non tanto a suo nome che a quello del suo collega, parlava ancora della «loro comune benevolenza per la Sicilia». Terminava facendo votoperché ormai ella accettasse le condizioni stabilite nell’ultimatum; condizioni che egli d’altronde riconosceva, ed in ciò ei non faceva che arrendersi all’evidenza, come perfettamente ragionevoli e perfettamente onorevoli.

In grazia, nelle circostanze politiche in cui si trovava la Sicilia, dopo l’invasione a mano armata del territorio napolitano, queste parole non erano elleno ad un tempo imprudenti e colpevoli? Non era questa una specie di giustificazione degli atti arbitrari del preteso governo al tempo stesso di un tacito incoraggimento alla resistenza? E non dobbiam noi dolerci di vedere un marino francese, condannato, certamente, dal tenore stesso delle sue istruzioni, ad associarsi ai calcoli della politica inglese?

No, l'ammiraglio non doveva limitarsi a far dei voti per la pacificazione del paese. Doveva far sentire a Sua Eccellenza degli affari esteri, che le concessioni del Re oltrepassavano ogni speranza, e che il rigettarle sarebbe follia; che la Francia, — ed ecco ciò ch'ei ben si guardava dal dire, — che la Francia, per sola carità, sia pure, era intervenuta momentaneamente fra il principe ed i suoi sudditi, ma che non intendeva autorizzare più a lungo delle esigenze ognora rinascenti.

Forse il signor Carlo Baudin temeva egli che un linguaggio troppo esplicito non compromettesse la sua responsabilità?

Fatto è che i tempi erano molto cambiati dal giorno in cui egli prendeva sotto la sua responsabilità personaledi arrestare la marcia delle milizie reali.

Tutte le città che per la loro posizione geografica, trovavansi lontane dalla capitale, e conseguentemente fuori dell’azione del governo di Palermo, accolsero colla più viva gioia la notizia delle concessioni della Corona. Catania, Messina e molti altri punti dell’isola erano tutti disposti alla conciliazione, e reclamavano a grandi grida la presenza delle guarnigioni napolitane. Ma l'anarchia ed il terrore regnavano a Palermo: sede delle autorità rivoluzionarie, colà si doveva decidere la questione. Come chiunque poteva aspettarsi, fu risoluta negativamente dalla Camera de" deputati, e l'armistizio denunziato pel 29 di marzo (69). Un ultimo tentativo fu fatto dai ministri Tempie e il signore di Rayneval (70) presso il disertore Ruggero Settimo; questo colloquio non produsse nessun resultato, è da ambe le parti si fecero nuovi preparativi per riprendere energicamente le ostilità.

Lo scopo ed il limite di quest’opera non ci permettono entrare nei circostanziati ragguagli delle operazioni della campagna.

Ci limiteremo al racconto succinto degli avvenimenti.

Il 31 marzo, la colonna spedizionaria, posta sotto gli ordini del generale Filangeri, che noi vedemmo sostenere una parte così brillante nella prima spedizione, si mise in marcia, per brigate, seguendo la via di Catania.

Fino a Taormina, le milizie non incontrarono seria resistenza. Parecchi comuni, e fra gli altri quello di S. Alessio, si affrettarono di far conoscere al generale la loro piena ed intera sommissione.

Ma a misura che la colonna si avvicinava a Taormina, gli ostacoli di ogni natura moltiplicavansi sotto i suoi passi. La strada era solcata di profonde trincee, d’imponenti barricate d’onde il nemico tirava al coperto.

Queste difficoltà non poterono arrestare lo slancio delle reali soldatesche, e dopo avere per così dire spazzato l'argine, si fecero a passo di carica contro la principale posizione. Ella era formata da un formidabile dirupo che gl’insorti avevano fortificato secondo tutte le regole dell’arte.

Lo difendevano quattro mila uomini ed una numerosa artiglieria.

Malgrado la mitraglia che decimava le loro file, due battaglioni di cacciatori si lanciano valorosamente all’assalto; si precipitano nei profondi burroni che gli separano dal nemico, e si accingono a valicare l’opposto declive. Il pendio è rapido, l'ascensione difficile, micidiale il fuoco della moschetteria; ma questi ostacoli non fanno che accrescere l'ardore de’ soldati. Dopo alcuni istanti, i battaglioni coronano l’altura, che i Siciliani, spaventati da un attacco così impetuoso, abbandonano precipitosamente.

Dopo questo primo successo la colonna prosegue la marcia.

Giardini, Giarre, Aci-Reale si affrettano a deporre ai piedi del generale la loro completa sottomissione.

In quest’ultima località sopratutto, l'esercito reale ricevette per parte della popolazione l'accoglienza la più simpatica e la più calorosa; una deputazione composta de’ primari possidenti e de’ notabili della città fecesi ad incontrarlo, accompagnata dagli abitanti, in numero di 12,000, che agitavano bandiere bianche e rami d’olivo. Quelle dimostrazioni erano sincere; là non vi era più la rivoluzione ad organizzare l'entusiasmo e frenar la pubblica esultanza.

Ad Aci-S. Antonio, Aci-Catena, San Giovanni, Punta, Belvedere, S. -Gregorio, l'accoglienza fu la stessa. Tutte queste località ricevettero le truppe reali come si accolgono dei liberatori.

Il corpo spedizionario usciva appena da quest’ultimo villaggio, quando si vide arrestato 9 a circa sei miglia da Catania, da una posizione abilmente fortificata, guernita di artiglieria, e fiancheggiata da lunghe mura forate di batterie. La sinistra e la destra erano coperte da numerosi cordoni di bersaglieri, che sostenevano forti masse d’infanteria. Là erano concentrata tutte le forze militari della Sicilia, ingrossate da cinque o sei mila guardie nazionali.

Queste ultime si erano prudentemente disposte in scaglioni dietro i parapetti, dove la facevano in tutta sicurezza da eroi. Vecchia tattica dell'insurrezione.

Malgrado queste savie disposizioni e il numero degl’insorti, questo primo punto fu prontamente preso dai Napoletani, che sloggiarono il nemico dai suoi posti.

Ma il combattimento non era che cominciato.

I Siciliani, stimolati dall’esempio dei Francesi della legione straniera, si ritiravano lentamente in buon ordine, profittando di tutte le accidentalità del terreno per riordinarsi. Ad ogni istante ci erano da prendere nuovi baluardi, nuove barricate, ci erano da superare nuove trincero. La strada era ruinata ed ingombra di massi vulcanici rotolativi a forza di braccia.

A misura che la colonna avanzava, il nemico ripiegatasi su Catania, nella direzione della porta d’Aci. L’avanguardia, comandata dal general Pronio, lo riduceva vivamente alle strette; alla fine, in conseguenza di un’ultima zuffa, insorti e Napolitani entrarono nella città alla rinfusa.

Questa gloriosa imprudenza poteva costar cara all’esercito reale. Nelle strade come sull'argine ergevansi da tutte le parti, barricate munite di cannoni; una grandine di palle pioveva dalle finestre e dalle terrazze, mentre i cacciatori reali andavan sempre avanzandosi.

Il suolo era coperto di cadaveri.

Nel bollore dell’azione, un giovane aiutante di campo del generale Filangeri (71) perviene a raggiungere la colonna di attacco. Il generale ordinava di sospendere il movimento, per lasciar tempo ad un altro corpo di dare addosso agl’insorti. Ma è tale l'ardore delle truppe che non vogliono ascoltar cosa alcuna. Gli officiali sono obbligati a gettarsi davanti a’ loro uomini, colla spada alla mano.

Sostenuto bentosto dalla brigata di riserva e dal 4.° svizzero, il general Pronio riprende l’offensiva. Le barricate sono prese ad una ad una, le case frugate in tutti i sensi, e la colonna opera la sua congiunzione col rimanente dell’esercito sulla piazza della cattedrale.

Dopo quattordici ore di combattimento, Catania era in potere delle forze reali; mille morti rimasti sui campo di battaglia, un gran numero di prigionieri, dodici bandiere, l’occupazione de’ baluardi della Sicilia, tali erano i resultati di questa memoranda giornata.

La presa di Catania fu il segnale di una generale sollevazione, questa volta, non più contro l'autorità del Re, ma contro que’ pigmei rivoluzionari che non si erano fatti grandi che montando su delle ruine. Le popolazioni venivamo a sottomettersi in folla. Lo spirito pubblico manifestavasi colle adesioni le più calorose. A Caltanisetta, il Filangeri si vide quasi strappato da cavallo e portato in trionfo fino alla cattedrale. Sedici mila persone, di ogni classe, di ogni ceto, di ogni età ingombravano le vie. Da per tutto cantavasi l’inno de’ Borboni;gridavasi da per tutto:

«— Viva il nostro re Ferdinando li!

«— Viva Filangeri!

«— Vivano le truppe!

«— Morte agli assassini rivoluzionari!

«— Morte a Ruggero Settimo!

«— Armi, armi, e marceremo su Palermo! (72

È facìl comprendere l’emozione che queste gravi notizie dovettero produrre in questa città.

I primi successi delle milizie napolitane vi gettarono la costernazione. Un momento si sparse voce che Catania era stata ripresa dai Siciliani, e ciò, pel partito esaltato, fu occasione del più indecente manifestarsi. Ma questa pazza gioia svanì bentosto davanti la opprimente realtà. Allora non più ridicole sbravazzate, non più folli esultanze. Nel campo de’ perturbatori, l’agitazione, lo scoraggiamento e lo spavento; fra la gente onesta, la speme, per tanto tempo delusa, di un pronto riscatto. Quelli stessi uomini, che alcuni giorni innanzi giuravano ancóra di vivere o di morire, si affrettano a pensare alla propria personale salvezza e vanno a ingombrare i navigli stranieri, per cercarvi un rifugio contro i rigori da essi tante volte e sì ingiustamente provocati. Alle grida di guerra succedono i più timidi consigli: si pronunzia la parola sommissione, appello alla clemenza del sovrano; i partigiani della resistenza non sanno come sottrarsi al pubblico furore.

Passato il primo spavento, da tutte le parti si organizzano politiche riunioni. Deputati, membri del corpo municipale, una folla di guardie nazionali, minacciano di usar della forza se il Parlamento non decreta l’urgenza della pacificazione. Da per tutto si parla di rovesciare il governo, e di conferire i poteri a un ministero deciso alla pace.

Le Camere sono immediatamente convocate. La sommissione pura e semplice,unico scampo di salvezza per la sommossa, è votata ad unanimità dai Pari. Malgrado gli ultimi sforzi degli agitatori, questa misura ottiene un’imminente maggiorità ai Comuni. Il ministero appena conosciuto questo voto dà la sua dimissione; è surrogato da uomini nuovi notoriamente ostili ai rivoluzionari.

Tutti i pubblici dicasteri successivamente si purgano degli esaltati che ne cuoprono gl’impieghi principali; lo stato maggiore della guardia nazionale è riformato su nuove basi. Si procede a numerosi arresti. Ottantasei individui de’ più compromessi partono per Malta; una deputazione si rende a Gaeta affine d’implorare la clemenza del sovrano.

Palermo aveva rotto il vitello d’oro (73). Era quella la contro-partita del 12 gennaio. Dopo un anno di pazzi tentativi, di pericolose esperienze, di libertà senza freno, vale a dire di schiavitù, d’oppressione e di miseria, alle grida di 'Viva il Re!Palermo abbatteva l’idolo da essa innalzato alle grida di Morte ai tiranni!Palermo, l’orgogliosa Palermo, strane vicende del mondo! sottomettevasi senza condizioni!


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IX

Vi sono degli atti di clemenza i quali, perché soltanto han rapporto con un tale o tal altro personaggio dell’antichità, o altrimenti parlando, perché contano alcune migliaia di anni, godono del singolare privilegio di servire agli ammaestramenti di tutte le generazioni, di perpetuarsi nella memoria di tutti i popoli.

Ve ne sono altri che fan parte della storia contemporanea, che sono accaduti sotto i nostri occhi e di cui tuttavia ninno ne parla. Questi ogni scrittore coscienzioso deve rilevare, metterli in piena luce, anche a costo di dispiacere ai rettori di collegio e ai classici dell’Università.

Palermo rientrata nel dovere, dispersi i ribelli a Catania, potevasi considerare l’isola intera come affatto pacificata. Ma gli animi ivi erano in preda alla più dolorosa agitazione e alle più crudeli inquietezze. Chiunque si rammentava di quale ingratitudine la Sicilia aveva pagato i benefizi della corona. Gli eccessi della rivoluzione del 12 gennaio, le prime concessioni del principe accolte a colpi di fucile, la sua decadenza proclamata dal Parlamento ribelle, i suoi beni alienati, l’elezione di un principe straniero, l’invasione a mano armata del territorio napolitano, l'insensato rigetto di tre successive amnistie, tanti atti di colpevole follia, involontariamente affacciavansi alla mente de’ più ciechi e toglievano ai più fiduciosi ogni speranza di perdono.

Per tredici lunghi mesi, la Sicilia, colta da non so quale spirito di vertigine, aveva seguito alla cieca i suoi Bruti da trivio ed i suoi Gracchi di fabbrica inglese. Le cadde dagli occhi la benda. Illuminata troppo tardi sulla sua vera situazione, non sapeva a chi stendere la mano, a chi domandare aiuto, assistenza.

A’ suoi tribuni?

Essi erano ornai ben lungi, portando seco loro il frutto delle proprie rapine; spartivansi chi a Londra e chi a Marsiglia, col denaro sottratto alle casse del tesoro; un poco più, vendevano all’incanto i bastimenti dello Stato che gli avevano trasportati (74).

Alle potenze straniere?

La Sicilia sapeva quali erano i veri motivi della loro mediazione. Comprendeva finalmente essere ella stata giuoco delle loro ambizioni, vittima beffata d’ogni egoismo.

Al suo sovrano? Con quale diritto e con qual titolo?

— È troppo tardi ! aveva risposto la rivoluzione a tutti i tentativi di avvicinamento.

Il principe non era egli in diritto di rispondere a sua volta: — È troppo tardi?

Certamente, in simili circostanze più di un sovrano si sarebbe mostrato severo, e niuno saria stato in diritto di biasimarlo.

Il Re bomba,il Re mitragliatoredoveva perdonare.

Ferdinando volle tirare un velo sul passato e cicatrizzare delle ferite tuttora sanguinanti.

Fino dai primi giorni di maggio, il generale comandante in capo l'esercito di occupazione annunziava alla Sicilia che il re le accordava un’amnistia, dalla quale non escludeva che quarantatré persone (75).

Era la quarta in quindici mesi.

Ecco alcuni passi di quel proclama:

«Siciliani,

«Sua Maestà il Re Nostro Signore, geloso di compiere la pacificazione di questa parte de’ suoi dominj e di applicare un balsamo salutare sulle piaghe che l'hanno sì a lungo e sì crudelmente afflitta, si è degnato prendere la determinazione magnanima e spontanea di amnistiare tutti i reati e delitti di qualunque natura, essi siano, commessi in Sicilia fino a questo giorno.

«Quest’atto di sovrana clemenza non può mancare di toccare i cuori i più induriti, e di ricondurre nel sentiero dell’onere tutti coloro che se ne sono discostati.

«Quest’atto, che la storia registrerà nel nu mero de’ più nobili e de’ più magnanimi riunirà attorno al trono del migliore da’ principi i suoi sudditi riconoscenti, dei quali egli non desidera che la felicità e la prosperità, fondate non su chimere, ma sui bisogni reali della società e sulle leggi di Dio.»

…………………………………………………………………………………………………………………………………………………… ...

Invitiamo i cavalieri del Vasistas (76), gli Achille delle famose giornate di febbraio di cui tanto si gloria la Francia, i campioni de’ due giornali francesi il Nazionalee la Repubblicaa meditare seriamente il testo di questo documento? Quindi francamente ridicano, in buona fede,— forse è un domandar troppo -— se queste poche linee non sono la risposta la più vittoriosa agli sboccati libelli redatti da penne mercenarie contro. un principe di cui non si potrebbe accusare che la eccessiva bontà. Ci dicano se questo non è il primo esempio di un’amnistia larga quanto esplicita. Quindi riandino su loro stessi, mettano à confronto certe proscrizioni, certe depredazioni, certe spoliazioni ancor più recenti, e giudichino poscia!

Frattanto il principe di Satriano, allora al suo quartiere generale di Misilmeri, spediva il luogotenente colonnello Nunziante latore al municipio di Palermo, della notizia dell’amnistia e del prossimo arrivo delle milizie. Era ornai tempo. L’insurrezione repressa dal movimento spontaneo della gente da bene, già pensava alla sua rivalsa. Gli avanzi delle bande siciliane, reclutate come abbiamo visto, si erano concentrate su quest’ultimo punto, e cominciavano a spaventare la guardia nazionale. Parlavano di saccheggiare la città ed esterminarne gli abitanti, se tosto non rinunziavasi ad ogni progetto di sommissione. In pochi istanti il tumulto fu al suo colmo. Di già i più timidi pensavano a cercare un rifugio a bordo de’ legni stazionari; i. risoluti correvano alle armi ed un sanguinoso combattimento s’impegnava sulle pubbliche strade. il cannone tuonò da ambe le parti.

Il 7 maggio, il colonnello Nunziante giunge a Palermo; ma per un deplorabile concorso di circostanze i banditi, vincitori nella città, uscivano per un’altra porta per assalire gli avamposti napolitani al disopra di Misilmeri.

Per due giorni rinnovava attacchi sopra attacchi.

Sotto pena di morte tutte le guardie nazionali de’ dintorni sono obbligate a congiungersi ai rivoltosi; e per prevenire una defezione inevitabile, le pongono fra le loro baionette ed il fuoco delle milizie reali.

Malgrado il loro accanimento ed il loro numero, i ribelli sono respinti con perdita su tutti i punti, vengono forzati ad abbandonare le rupi di Mezzagno e d'Abatte. Ritirandosi, incendiano questi due villaggi, e si disperdono nella direzione della capitale.

Due cannoni ed una bandiera restano in mano de’ Napolitani.

La completa disfatta de’ banditi, l'amnistia, onde il colonnello era latore fecero che Palermo prorompesse in una gioia e in acclamazioni universali. La calma rinasce come per incanto; la circolazione si ristabilisce nelle vie. Una deputazione, composta de’ principali abitanti, si rende a Misilmeri, per supplicare il general in capo di deporre ai piedi di Sua Maestà l’ardente espressione. della riconoscenza di tutti i Palermitani. Finalmente si preparano i quartieri destinati alle milizie reali, che, il 15 maggio, fanno il loro ingresso nella città.

Glorioso anniversario!

La Sicilia era addirittura pacificata.

L’ energia del Re Ferdinando II aveva vinto l’insurrezione; la sua clemenza la disarmava. Crediatelo! mai tante difficoltà, tanti ostacoli di ogni natura avevano inceppato l’azione di un governo e l’esercizio dei diritti i più legittimi,. Un esercito numeroso e bene equipaggiato, un materiale formidabile, lo stato maggiore dell’Europa rivoluzionaria, le mine, le trincee, le barricate, la selvaggia strategia della sommossa, l’intervento ostile di due grandi potenze, le note, i negoziati, i protocolli, i temporeggiamenti, le lentezze, là strategia di una politica meticolosa... il Re aveva tatto sormontato. L’ordine regnava a Palermo, a Messina, e Siracusa; non quell'ordine che si appoggia sulle baionette, l’ordine colla miccia alla mano, ma l’ordine che tiene dietro ad una crise lunga e dolorosa, che si appoggia sulle benedizioni di un intero popolo.

Nell’opera di riorganizzamento che egli aveva si brillantemente inaugurata, si felicemente condotta a termine, il principe aveva saputo circondarsi di nobili ed abili interpetri.

Qui torni m acconcio rendere un luminoso omaggio al generale in capo dell’esercito reale, omaggio altrettanto meno sospetto, in quanto che i suoi stessi avversari ne presero da gran tempo l’iniziativa.

Se la Sicilia trovavasi cosi prontamente liberata da’ suoi oppressori, dal diritto della sommossa e da’ suoi tiranni in grazia dell’insurrezione, lo doveva in gran parte al principe di Satriano.

È uno spettacolo inaudito nella storia che una controrivoluzioni si compisse senza violenze e senza scosse, rispettando fino al punto d’onore e fino atte suscettibilità dei vinti.

Apparteneva al generale Filangieri il darne l'esempio.

Egli come militare e come negoziatore, realizzò costantemente, nella sua più larga et nella sua più nobile interpetrazione, questo bella massima di suo padre:

— «Fare, in guerra, il meno male; in pace, il maggior bene possibile.»

Ecco l’indirizzo che la legione straniera, al servizio del governo rivoluzionario, gli fece pervenire prima di lasciare la Sicilia:

«A sua eccellenza il luogotenente-generale comandante in capo l’esercito napolitano, principe di Satriano.

«Generale,

«La legione straniera sta bentosto per lasciare il suolo della Sicilia. Noi tutti, officiali, sottoufficiali e soldati, apprezzando la nobiltà del vostro procedere a nostro riguardo, vogliamo attestarvi la riconoscenza onde siamo penetrati.

«Accarezzando la suscettibilità di prodi soldati, dei quali voi conoscevate il valore, conservaste loro, fino al momento in cui non potevano più esser loro utili, le armi onde si erano degnamente serviti.

«Dopo il successo avete voluto provvedere atutti i loro bisogni. Credete, Generale, conserveremo la memoria di una così nobile condotta e rientrati nelle nostre terre sapremo farla conoscere al popolo francese, giusto apprezzatore di ciò che è grande e generoso.

«Questa testimonianza, che vi sarà portata dai nostri capi, i soli che noi riconoscevamo perché sono i soli che nei giorni di pene e disventura, non ci abbiano abbandonati, sia per voi la giusta ricompensa della vostra degna e leale condotta.»


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X

Gettiamo uno sguardo in addietro e riepiloghiamo.

In un anno quanti avvenimenti si erano succeduti!

— La sommossa compressa nella capitale.

— Le Calabrie pacificate.

— La presa di Messina.

— L’intervento anglo-francese.

— La seconda campagna di Sicilia, seguita bentosto dalla sommissione di Palermo.

Nel resto della Penisola.

— La ritirata del granduca di Toscana ed il suo trionfante ritorno.

— A Parma, a Modena, a Venezia, rivoluzioni e contro-rivoluzioni.

— E la spedizione di Roma, che si preparava.

La rivolta era o stava per esser doma su tutti i punti.

L’Italia, della quale erasi troppo a lungo speculato da un pugno di miserabili, finalmente risvegliavasi per far giustizia di loro ambizioni, di loro menzogne, di loro delitti.

Ma l’iniziativa della resistenza apparteneva al Re delle Due Sicilie. Egli aveva, pel primo, indovinato le tendenze della rivoluzione; egli pel primo le avea strappato la maschera. Solo, in mezzo al crollo universale, con forze in apparenza insufficienti, senza gli stranieri, malgrado anche gli stranieri, aveva saputo misurare il pericolo nel suo giusto valore, e mettere la propria corona sotto la salvaguardia della sua spada. Altri chinano il capo reale davanti le gramaglie della sommossa; abili politici si mettono alla testa del movimento sotto pretesto di dirigerlo: Ferdinando II, non conosce né queste transazioni, né queste bassezze. Procede diritto verso il fantasma, ed il fantasma sparisce.

Due grandi potenze patteggiavano co’ ribelli; ei gli disarma a forza di clemenza e di moderazione.

Combatte e perdona.

'Le sue vittorie non sono che il preludio della sua misericordia, e mentre che alcuni principi abbandonano la loro capitale, rimasto signore nella sua, offre ad essi una magnifica e gloriosa ospitalità.

Egli pure fece delle concessioni, immense concessioni ai pretesi bisogni del suo popolo; ma le fece spontaneamente senza esitare, e quando un parlamento rivoluzionario tentò rivolgerle contro di lui, contro le prerogative della corona, allora ei comprese che il Cielo gl’imponeva grandi doveri e gli compié. Si mostrò fermo quando l'esitazione e la paura erano in bocca di tanti consiglieri; fiducioso nel suo buon diritto, quando il diritto era dovunque conculcato.

Pochi sollevamenti avevano preso in si poco tempo proporzioni così considerevoli. A Napoli, le barricate ed i circoli; la Calabria e la Sicilia in potere degli insorti; la guerra per tutto il distretto. Perché dunque tanta impotenza con tante forze, una disfatta si pronta con un sì formidabile apparecchio? Perché la demagogia si mostra da per tutto la stessa: eroica davanti la debolezza, pronta ad umiliarsi davanti all’energia; perché contando ella sur un complice o sur una vittima, le fu dato d’incontrarsi in UN RE.

FINE.


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1 Maria Antonietta d'Austria, figlia dell'imperatrice Maria Teresa e dell’imperatore Francesco 1, fu moglie di Luigi XVI re di Francia, del quale divise la sventura. Ella averia formato la felicità dei Francesi, se questi si fossero lasciati meno raggirar dai faziosi. I miseri ebbero sempre in Lei un validissimo appoggio; ma tanti suoi benefizi non furon contraccambiati che d'ingratitudine. Se si fossero ascoltati i consigli di questa savia regina, la giornata del 14 luglio colle sue triste conseguenze non avrebbe messo a lutto la Francia, che per colmo d'ogni orrore vide poi sul patibolo la famiglia regnante. — Nota del tradutt.).

2 In alcune monarchie chiamasi così la somma assegnata ogni anno al re, per la spesa della sua casa.

Nota del tradutt.).

3 Cioè dall’obbligo che hanno indistintamente tutti i cittadini di darsi in nota pel servizio militare, giunti che sono all’età competente. — (Nota del tradutt.).

4 Segnatamente quelle sul tabacco, sul sale e sulla carta bollata.

5 I partiti non esitano mai a snaturare i fatti nell’interesse delle loro dottrine e delle loro passioni.

È perciò che a Palermo pretendevasi di autorizzarsi di documenti storici per atterrare le basi della monarchia. Dicevasi cioè che la Sicilia, era stata in ogni tempo separata dal continente, e che in ogni tempo i suoi ' principi avevan risieduto nella capitale dell'isola. Queste non sono che altrettante asserzioni erronee.

Il titolo più importante sul quale si appoggiavano i Siciliani è la carta del 1296. Federigo III impegnava la sua parola, sì per se che pei suoi eredi, di non allontanarsi dal regno. »Nos et heredes nostros in perpetuum obligamus regnum Siciliae et præcipue insulam ipsam Siciliae protegere.... et quod... a nullo unquam tempore, nulla ratione vel causa ab ipsis fidelibus nostris Siciliae divertemus.»

Or a quell'epoca, il regno di Sicilia non era solamente composto dell'isola di questo nome, ma ancora di parecchie provincie del continente. Questa distinzione ritrovasi nel documento per noi citato: regnum Siciliae et præcipue insulam ipsam. Federigo, promettendo di non lasciare il suo regno, prometteva di non allontanarsi dalle provincie che lo componevano; promettendo di soggiornarvi, impegnavasi di soggiornare a Reggio, a Squillaci, a Catanzaro, come pure a Messina o a Palermo.

Del resto, questa clausula cessò bentosto di essere osservata in avvenire, sotto Alfonso d’Aragona, come sotto i principi della casa di Borbone la Sicilia fu sempre considerata come parte integrante del regno, ed i re di Napoli non vi risiederono mai. Il titolo di re del regno delle Due Sicilie, che Kart. 04 del trattato di Vienna riconosceva in Ferdinando 111, non aveva dunque nulla che potesse ledere i diritti della Sicilia.

6 Cosi s’intitola quella società segreta, e meglio sediziosa fazione di cui è capo e centro Giuseppe Mazzini. — Nota del tradutt.).

7 Cioè l’ultima famosa rivoluzione del febbraio, che cacciando dal trono Luigi Filippo, partorì la repubblica. — (Nota del tradutt.).

8 Veggasi in appresso la mozione del cittadino Teraldi.

9 Erostrato, uomo oscuro di Efeso, volendo render celebre il suo nome nella posterità, bruciò il tempio di Diana, una delle sette meraviglie del mondo, l’anno 568 av. G. C. — Nota del tradutt.).

10 Del resto non ci si imagioi che la pubblica opinione si associasse alle scandalose pasquinate della Camera de’ deputali. Parecchi giornali di Palermo si scagliavano energicamente, e sovente nel modo il più comico, contro le scene carnevalesche di cui ella dava l’esempio. Un certo barone Giuseppe Zapulla, uomo di molta vena e spirito, quantunque assai mediocre scrittore, si fece sopratutto distinguere per le sue audaci scappate e le sue satire burlesche contro il parlamento che egli chiamava l'erede consuntivo del suo fratello primogenito del 1812.

Ecco in quali termini egli parlava dei capi dell’insurrezione.

«Il presta-nome della rivolta fu una testa ottuagenaria, una testa al modo di Serapide, onde gli oracoli erano resi in Egitto per mezzo di un grosso topo nascosto nel vuoto cranio dell’idolo. La sua celebrità che egli ad altro non la deve che alle lubriche reminiscenze del 1812 e alle funeste tradizioni del 1820, non mette in soggezione alcuno.»

«Un uomo fosforico ha preso in appalto la rivolta, e in questa speculazione ci riesce. Egli rappresentaassai bene il Diplomatico senza saperlodello Scribe. In politica egli è il Gentiluomo borghesedel Molière. Venga la fine di questa tragicommedia e allora egli sarà l’Aio nell’imbarazzo.»

Altrove, si ride alla smascellata a spese della repubblica Sillipuziana (sic) (*,altrove si trovano riflessioni più serie, che sotto una leggerezza apparente nascondono un vero amor della patria, ed una viva indignazione contro gli ambiziosi che cercano specularne.

«Nessuna fiducia nel conversare, per paura d’Indirizzarsi a qualche partigiano accanito, pedante, e testardo di una convenzione alla francese. Minacce di morte a chi osa scostarsi anche col pensiero, dalla linea seguita dal governo. È un sistema, una setta, una cospirazione, una menzogna, un latrocinio, un monopolio! È una tempesta infernale che non può durare! E noi siamo liberi? — Ma strappare il potere di mano al sovrano legittimo per conferirlo ad alcuni cospiratori, obbedire ad essi tremando, no, questo «non vuol dire esser liberi! Diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem.»

È inutile dire che in nome di questa libertà si bene intesa e della libertà della stampa in particolare, si sequestrava, si condannava, si sopprimeva il giornale che osava fare intendere la voce della verità. Di questo se ne impacciarono i dubbi o circoli, e fu quasi per essi un affare di stato.

*) È quanto dire una repubblica di pigmei. — Nota del traduttore).

11 Fa d’uopo render giustizia al parlamento siciliano: questa ingegnosa proposizione, che faceva il più grande onore al senso pratico del cittadino Teraldi, ricevé alcuni mesi dopo un’esecuzione parziale. I beni della famiglia reale in Sicilia furono successivamente alienali, e consacrali, per la maggior parte, all’appannaggio offerto al duca di Genova.

12 Questa costituzione alla francese era stata suggerita da Luigi Filippo.

13 Piccola moneta d'argento in corso nel regno di Napoli e di Sicilia. Vale circa ti soldi torinesi. —Noia del tradirti.).

14 Insurrezione di Napoli nel 1647, del duca di Rivas, traduzione dallo spagnuolo in francese (Parigi 1830) t. 1 pag. 316.

15 Insurrezione di Napoli nel 1647 del duca di Hivas, versione dallo spagnuolo in francese (Parigi 1830) tom. II pag. 7.

16 È appena da credersi tanto tradimento e tanta slealtà. Tuttavia nulla di più positivo. Se ne potrà giudicare dalla lettera seguente firmata da Pietro Mileti, uno degl'insorgenti di Calabria, stretto in particolare intrinsechezza con Petruccelli, La Cecilia, tutti amici o funzionari di ministri. È datata da Spezzano Albanese, il 22 giugno 1848.

«Ti assicuro, mio caro Carducci, che sono avido di sangue reale, e che non vedo il momento di venire alle mani. Spero che non avrai obliato di far raccomandare al comitato centraledi Napoli, di addurre a pretesto sempre la guerra di Lombardia, per impedire il ritorno delle milizie. Bisogna agire in questo scopo, tanto presso il vil ministero (il gabinetto che succedette al ministero Troya, dopo gli avvenimenti del maggio) che presso del general Pepe e di D. Girolamo Ulloa, scrivendo ad essi di ritenere i loro uomini, e di non obbedire agli ordini che potrebbero ricevere. Se le soldatesche ritornano, siamo perduti, ed il nostro piano si riduce a zero. Addio, il tuo affezionato

«Pietro Mileti.»

Carducci aveva pensato a tutto. Vedrassi più tardi che il general Pepe, che era di complicità co' ministri, credè dell'onor suo seguire con una puntualità affatto militare le patriottiche istruzioni del comitato centrale.

17 È inutile dire che non era vero niente; era semplicemente un'astuzia democratica. Il solo movimento di milizie che si operò nei dintorni del Palazzo del Comune, prima dell’apertura delle ostilità, fu motivato dalla ritirata di un battaglione svizzero posto sulla piazza del castello (Largo del Castello), e che, nella notte del 14 al 15, rientrò pacificamente ne' suoi quartieri.

18 Non guarentiamo quest'ultimo fatto. Lo riproduciamo tal quale lo si può leggere nella Relazione degli avvenimenti di Napoli pubblicata a Messina, il 29 maggio, dai deputati fuggitivi Costabile, Carducci, F. Petruccelli, S. Romeo, Domenico Mauro e Casimirro de Lieto.

19 Quantunque il testo di questo dispaccio sia stato pubblicato nel Foglio officiale, il di 18 maggio, il ministero poi pretese di non aver mai dato l'ordine di fare avanzare le guardie nazionali.

Quest'asserzione è formalmente smentita dai documenti officiali.

Ecco prima di tutto la risposta all’ordine spedito da Napoli.

«Il comandante della guardia nazionale di Salernoal comandante della guardia nazionale di Napoli:

«In giornata avrete un soccorso di 10 mila uomini.»

Trasmesso dal telegrafo di Salerno, il di 16 maggio.

Lo stesso giorno il comandante militare della provincia di Salerno faceva il seguente rapporto, ugualmente Per via telegrafica.

«La guardia nazionale di Salerno e de' dintorni marcerà colle altre milizie cittadine del Vallo. Il comitato di salute pubblica si riunì ieri, ed è in permanenza.

Corrispondenza centrale de' telegrafi, n.° 834.).

Il movimento ordinato dal ministero non limitavasi alla sola provincia di Salerno. Ciascuno potrà convincersene per un altro avviso telegrafico che giungeva a Monteleone il 16 maggio, all’ora 20.

«La guardia nazionale di Salerno alla guardia nazionale delle Calabrie.

«Al ricevimento di questo avviso, tosto in marcia. La patria è in pericolo, e la rappresentanza nazionale minacciata.

«Salerno 16 maggio, ore 14.»

20 Al signor comandante la piazza di Napoli, il generale Lubrano.

Napoli 18 maggio.

Generale,

La camera de’ deputati, che sola rappresenta la nazione,si è dichiarata in permanenza, ed ha nominato un comitato di pubblica salute; ne diede comunicazione al ministero.Il comitato esige che cessi ogni conflitto fra le milizie e i cittadini, ed insiste perché sia immediatamente sospesa ogni violenza.

Il presidente Tupputi.

21 Petruccelli.

22 Antica guardia nazionale di Napoli.

23 Ricciardi. Questi rifugiatosi a bordo della squadra francese supplicò l’ammiraglio a bombardare la città.

24 Tutti i deputati che giustificarono le loro qualità furono rilasciati liberi. Seicento uomini erano stati presi coll’armi alla mano; s'aspettavano di esser fucilati. Il Re diede ordine di porli in libertà.

25 Pepe era stato ricolmo di benefizi dal Re. Dopo venti anni d'esilio, ei ritornò a Napoli, non solamente amnistiato dal Suo sovrano, ma con dei distintivi di cui egli si compiace farsi minutamente la descrizione nelle sue Memorie. Veggasi quale fu la misura della sua riconoscenza.

26 Veggansi in seguilo le istruzioni del Ribotti.

27 Per ironia, poiché cosi chiamavasi la guardia del gran signore dei Turchi, che fu soppressa o piuttosto distrutta dal sultano Mahmut, nel 1826. — Nota del t raduti.).

28 Cioè quell’orribile attentato dei socialisti contro la repubblica francese nel giugno del 1849: attentato che costò alla Francia 14mila vittime. — Nota del tradutt.).

29 Qui alludesi al famoso predicatore padre Ventura, paragonandolo al ridicolo personaggio comico di una commedia italiana, intitolata. Scaramuccia. — (Nota del tradutt.).

30 Trentatré anni innanzi, nei primi giorni dell’ottobre 1815, una spedizione di un'altra natura sbarcava al Pizzo. Murat alla testa di alcuni uomini, veniva a rivendicare, colle armi alla mano, il regno di cui egli pretendeva essere stato tolto di possesso. Ma la di lui presenza non potè riuscire a produrre una sollevazione. Fu arrestato. Alcuni giorni dopo, il complice del ratto del virtuoso Pio VII, era condannato da una commissione militare ai termini delle leggi da lui stesso promulgate contro i pretendenti!

31 Ecco alcune linee di un proclama emanato dallo stato maggiore siciliano, che prova, per la stessa violenza delle sue invettive, come e quanto gli animi fossero ostili alla sommossa.

«Razza d'iloti!aspettate voi che gli altri popolidell’Italia, vi portino la libertà, come vostro malgrado?Volete voi dunque sentirvi gridare da tutte le parti: Vili! vili! infami schiavi di un Borbone più infame ancora! Ma farete fremere tutta la gente dabene; farete arrossire Dio di avervi dato un'anima umana, farete pentire il Cristo di avere riscattato col suo sangue ciò eh ei credeva essere una limpida stella e che non era che una molecola di fango sic). Non capite voi che resterete soli, soli in mezzo a’ popoli da voi insultati colla vostra apatia, colla vo99stra fedeltà,colla vostra paura; che vi perderete coll’empio, che non troverete più asilo per rifugiare il vostro maledetto capo, non una mano pietosa per seppellire le vostre carogne sgozzale, non una zolla per sottrarvi alla rabbia de' cani che lacereranno le vostre membra come lacerarono quelle dell'empia Jezabella?»

Da ciò si giudichi delle disposizioni della Calabria, e delle sorti che correva l’insurrezione su questo punto dell’Italia!

32 Rapporto sulla posizione delle nostre truppe in Calabria. — Quartiere generale di Cassano, addi 28 giugno 1848.

33 Rapporto già citato, in data del 25 giugno.

34 Si parlò di Luciano Murat.

35 Il 17 luglio.

36 Ci limiteremo a citare un solodecreto del par lamento di Palermo,, che stabilisce ad un tempo un’imposizione sulle porte e sulle finestre, sui cavalli, sulle badie, sulle commende, sulle mense episcopali; ordina che sia ritenuta una certa somma sugli stipendi de' pubblici funzionari e degl’impiegati, e, in un 24.° ed ultimo articolo, osa ancora fare appello alla generosità dei cittadini.

Signor comandante, Al ricevimento di questa lettera, spedite io casa dei luogotenenti Clemente Conte e Giovanni Pracania trent’uomini armati, con ordine di arrestare i due sommentovati individui e di fucilarli sul luogo alla minima resistenza.

Il vostro affezionatissimo colonnello comandante Precaria.

La coincidenza del nome dello scrivente e di quello di uno dei luogotenenti, è un fatto che merita di esser notato.

38 I patrioti! medesimi il cui cinismo incontestabile non escludeva tuttavia ogni considerazione d’interesse, non si ascrivevano a delitto il reclamare contro la tirannia del governo. Esiste un curioso indirizzo del colonnello e dei maggiori della guardia nazionale di Messina al Parlamento generale, residente a Palermo.

Ne diamo alcuni estratti:

...«Veniamo in cognizione di un decreto del ministro delle finanze che ordina ai ricevitori, di mettere tutto in opra, sequestri, espropriazioni, onde ottenere il pagamento delle contribuzioni arretrate.

«La guardia nazionale domanda un voto di censura contro il ministro. autore di queste misure dispotiche.

«La guardia nazionale chiamata a difendere la costituzione e tutte le leggi secondarie che ne derivano, si crede in dovere, allor che ella presente che una di esse può condurre a delle dimostrazioni pubbliche ed ostili, di prevenire, con una petizione rispettosa, questi tristi resultamenti. I sottoscritti dimandano istantemente, come capi di corpi e come proprietari, l’esenzione invocata di sopra.»(L’esenzione dalle contribuzioni arretrate.

39 Una statistica non fa ascendere a meno di cento milioni il valore delle mercanzie inglesi introdotte così annualmente in Spagna e in Portogallo.

40 Cioè, degli ultra-repubblicani, o dei così detti rossi. — Nota del tradutt.).

41 È figlio del celebre Gaetano Filangeri uno degli nomini più dotti dell'Italia e dei più celebri pubblicisti del secolo XV11I. Nola del tradutt.).

42 Moneta d’oro in corso in Napoli ed in Sicilia, del valore di circa 14 franchi. — Nota del (tradutt.).

43 Certi giornali appartenenti alla stampa democratica, hanno preteso e ripetuto che l’iniziativa dell'attacco non era stata presa dai Siciliani; che Messina non aveva fatto nessun preparativo di difesa; che il 2 settembre gl'insorti non dubitavano neppure che lo sbarco dovesse operarsi sulla costa L'Epoca, giornale di Roma); che in conseguenza erano stati sorpresi all’improvvista, e che gliarmamenli della città erano altrettante menzogne e imposture. — Rispetto a ciò, noi qui citeremo alcuni passi di due rapporti officiali emanati, uno dal direttore dell’artiglieria siciliana, r altro da un preteso commissario del potere esecutivo:

«Nel mio rapporto del 16 corrente, n. 55, ometteva io l’avviso che sarebbe utile di cominciare l'attacco. Adesso lo riguardo come indispensabile.» Rapporto di Vincenzo Giordani Orsini, in data del 18 agosto 1848).

..... «Allora (il 3 settembre) le nostre batterie cominciaronoa dirigere un fuoco vivissimo e micidialissimo contro la cittadella, la piazza di Terranova ed il bastione del Salvatore. I forti non guardarono il silenzio, e ci risposerocon una cannonata vivissima (Rapporto officiale sugli avvenimenti di Messina, del commissario generale del potere insurrezionale).

Quanto alla mancanza di ogni preparativo per parte de’ Siciliani, ed alla sorpresa delle soldatesche reali, se ne potrà giudicare dai seguenti estratti:

… «Nel caso in cui avesse luogo uno sbarco sul li Morale, tulio è esaminato, tutto è previsto». Rapporto del colonnello Orsini, in data del 18 agosto, diciotto giorni prima dello sbarco).

«Sul littorale fra Messina e la Scaletta (lo sbarco fu operato da questa parte)...non si sono potute stabilire batterie di costa, perché, scoperte sulla estrema destra, sarebbero facilmente girate, distratte e prese le une dopo le altre. Si è dunque seguito in ciò l’esempio degt’Inglesi, che non servironsi di batterie di coMa, ed innalzarono grandi Irincere difese dall’infanteria e dall'artiglieria leggera. (Idem).

44 «Basta vedere com’erano situate le batterie dei ribelli per convincersi che il loro fuoco, non meno che quello della cittadella, doveva inevitabilmente produrre i disastri che oggi deplora Messina. Ma di chi è la colpa? Degli insurgenti. Se gli ufficiali che dirigevano i lavori, non avessero avuto per scopo di impadronirsi della fortezza senza ruinare la città, avrebbero aperto la trincera nella campagna alla volta di mezzogiorno, quindi, appressandosi prima al bastione D. Blasco, traversando poscia la pianura di Terranuova, sarebbero arrivali a coronare gli spalti. Stabilite su questo punto, le loro batterie da breccia gli avrebbero allora resi padroni delle operazioni esterne, ed in fine del centro della piazza. (Discorso pronunzialo davanti la camera de' Pari, nell'adunanza dell'8 febbraio 1849, dal luogotenente generale Filangeri, principe di Satriano, comandante in capo della spedizione di Sicilia).

Veggasi, inoltre la corrispondenza del Times, che nella sua qualità di giornale inglese non potrebbe essere sospetto. Ne' suoi numeri de’ 21 e 22 febbraio, dichiara della più rigorosa esattezza tutte le asserzioni del generale Filangeri.

45 Frattanto gli eroici difensori di Messina affatto a? intenti alla difesa delle sue fortificazioni, poco e punto occupavansi dei tristi effetti dell'incendio.»Rapporto già citalo del commissario generale dei potere insurrezionale a Messina.

46 Dopo la presa di Messina, gli ufficiali siciliani, rifugiati a bordo di alcuni bastimenti francesi e inglesi, dicevano altamente che la spedizione di Calabria era costata le loro migliori milizie, ed attribuivano i loro rovesci alla callura delle tre divisioni comandate dal Ribotti. Or si sa che erano quasi esclusivamente composte di galeotti.

47 Il conte Fedoro Vassilievilch Rostoptchine, governatore generale di Mosca nel!812, vuolsi l'autore del grande incendio di quella seconda capitale dell'impero russo. — Nota del tradutt.).

48 A bordo del vascello l’Ercole davanti Messina questo di 7 settembre 848, a ore 4 del mattino.

Al signor generale in capa dell'esercito dei re di Napoli davanti Messina.

Generale,

I navili da guerra inglesi e francesi non possono più ricevere le famiglie messinesi che fuggono il saccheggio e la carneficina onde si credono minacciale.

Dunque in nome del Dio della misericordia, i sottoscritti, comandanti le forze navali di Francia e d’Inghilterra, vengono a fare appello ai sentimenti di umanità del rappresentante del re di Napoli; si fanno a supplicarlo di accordare una tregua per arrestare l'effusione del sangue già scorso anche troppo, e per stabilire le clausole di una capitolazione, le quali saranno discusse a bordo del vascello francese l'Ercole dai plenipotenziari delle due parli belligeranti.

I sottoscritti offrono i loro rispetti e l'assicurazione dell'alta stima che professano pel generale in capo.

Il capitano di vascello comandante il Gladiatore

Robb

Il capitano di vascello comandante I’ Ercole

Nonay.

Questa lettera era scritta in francese.

49 In seguito si vedrà quanto odiosamente avesse del derisorio quest’ultima clausola.

50 Comando del 13.° battaglione di linea nazionale.

Messina, 3 settembre 1848.

Signore,

Ho saputo che sono stati fatti prigionieri circa 200 Svizzeri. Vi prego a farmi pervenire uno di questi borbonici. Se non vi sono Svizzeri, mi contenterò di un Napoletano per caricarlo di ferri e metterlo in gogna.

Del resto sono desolato di non aver potuto assistere a questa cattura, ma sapete bene che senz'ordini non posso lasciare il mio posto.

Certo dell'invio che mi farete del prigioniero, ve ne anticipo i miei fraterniringraziamenti.

Il colonnello comandante — A. Miloro.

Al signor comandante della Maddalena, a Messina.

Ecco la risposta scritta in margine della lettera:

Tutti i prigionieri furono massacrati.

A. Savoia.

51Discorso di Satriano pronunziato alla Camera dei Pari. — Corrispondenza del Times, 21 e 22 febbraio.

52 Popoli selvaggi dell'America settentrionale. — (Nota del (radutt.).

53 Rapporto già citalo del commissario generale del governo insurrezionale di Messina.

54 Notizie di Sicilia, officialmente pubblicate dal governo di Palermo.

55 Napoleone per ambizione solea dire che avrebbe fatto del Mediterraneo un lago francese. — (Nota del tradutt.).

56 Il padre di Cavaignac fu deputalo alla Convenzione nazionale dove diede volo per la morte di Luigi XVI. — Nota del tradutt.).

57 Rapporto del colonnello La Farina, ministro della guerra e della marina in Sicilia, datato da Palermo, il febbraio 1849.

58 Voce presa dal latino, colla quale in diplomazia vengono intese le ultime ed irrevocabili condizioni messe ad un trattato. — (Nota del (tradutt.).

59 Giornale dei Dibattimenti. — n. del giovedì 13 marzo 1849.

60 Intorno a ciò chiunque può consultare la bellissima opera di Alfonso Balleydier, intitolata: Roma e Pio IX, prima versione italiana di Francesco Giuntini. (Firenze, 847, in 6.° gr. per Simone Birindelli), (Nota del tradutt.).

61 Monsignore F. Dupanloup, vescovo Orleans. Della sovranità temporale del papa.

62 Cioè quell’opposizione che fa la Camera all’elezione di qualche deputato di fede sospetta. Nota del tradutt.).

63 Questo pontefice deportato in Francia nel 1799, il 14 luglio fece il suo ingresso in Valenza, dove mori il 29 di agosto. Le sue spoglie rimasero per qualche tempo in un sotterraneo della fortezza di quella città, d'onde poi vennero trasportate a Roma. Nota del tradutt.

64 Papa Pio VII Chiaramonti arrestato nella notte del 4 luglio 800 per ordine di Napoleone dal generale Miollis fu condotto prigioniero nella Certosa di Firenze, quindi ad Alessandria, a Grenoble, a Savona e finalmente a Fontainebleau, dove riebbe la libertà il 23 gennaio 1814. — Nota del tradutt.).

65 Fra questi ultimi, trovavasi uno degli uomini del 15 maggio, Ferdinando Petruccelli. Passato in Sicilia dopo gli avvenimenti di Napoli era stato uno de' più ardenti promotori della spedizione di Calabria, dove aveva sostenuto una parte importante come capitano di stato maggiore. Il 15 giugno, Petruccelli fu rieletto, quantunque sotto il peso di una doppia accusa capitale, vale a dire privo di ogni e qualunque condizione di eligibilità.

Il proclama seguente, che egli indirizzava ai Calabresi pochi giorni prima della sua elezione, darà un’idea della sua eloquenza e del suo perfetto buon gusto, e al tempo stesso della fiducia che doveva ispirare alla corona una scelta cosi intelligente.

«Cittadini!

«Ferdinando II, pel fatto de' massacri del 15 maggio, scrisse l’ultima frase del suo regno(firmò la sua decadenza, probabilmente), e mise una pietra sepolcrale sulla dinastia de' Borboni... Non sentite le maledizioni di tutta l'Italia! Non sentite il grido di vendetta, che si distende su questo paese qual coltre funebre!Non capile che le ore di quel mostro sono contate? che Dio ha steso la sua mano su lui! Coraggio! coraggio! cittadini; vi è ancor tempo; potete ancora sollevarvi come un sol uomo, e gridare in faccia al Borbone: Morte a le, infame! morte a te, ache hai bevutoil sangue de' popoli che Dio ti dette in custodia; morte a te, vile assassino! che dietro mura di bronzo, osi solo fare assalire donnee fanciulli;morte a te! odioso strumento, complice vile del ladro austriaco; morie a te, che ti facesti il compagno di un Nunziante, di un Pronio, di un Filangeri, di un Bozzelli, a te che stendesti la mano a de' lazzaroni e a delle prostitute!.... Dio lo ha abbandonato, e lo ha abbandonato pure l'Italia. Che tutti lo condannino a errare solitario e proscritto come Caino, a soffrire i tormenti di Prometeo. Alle armi 1alle armi! i deputati alla camera, i cittadini sul campo di battaglia.»

Riproducemmo letteralmente, senza aggiungere né togliere cosa alcuna. Il grido di vendetta che si distende qual coltre; Ferdinando che scrive l’ultima frase del suo regno,e tant'altri fiori di eloquenza sono di tutta proprietà del signor Petruccelli.

E’ questa una testimonianza che siamo premurosi di rendergli.

66 Calpurnia, moglie di Giulio Cesare, figlia di Pisone, sognò, dicesi, che suo marito era in braccio a lei assassinato, un giorno prima della morte di quel grand'uomo. Né colle lacrime, né colle preghiere ella non potè da Cesare ottenere che ei lasciasse la reggia nel giorno degli idi di marzo; ma invece quell'eroe cedendo alle istanze di Bruto che gli disse essere cosa vergognosa di prender norma da' sogni di una donna, andò in senato dove fu stilettato a piè della statua di Pompeo, il marzo dell'a. 43 av. G. C. Nota del tradutt.)

67 Parlamento nazionale. — Tornata del 3 marzo. — Presidenza del sig. Capitelli.

68 Consolato della Repubblica francese a Messina.

Messina, 25 luglio 848.

Signore,

Il signor di Bois-le-Comte. ministro plenipotenziario della Repubblica francese a Napoli, mi fa sapere che i passi da lui fatti nell’interesse de’ miseri prigionieri Sicilianifurono coronati di felice successo.... Egli ottenne perfino la grazia dei luogotenenti Longo e Franci, condannati a morte il 21 di questo mese da un consiglio di guerra come disertori. MI affretto a comunicarvi queste particolarità, pregandovi di renderle di pubblico diritto, onde tranquillizzare le popolazioni e fare adesso conoscere la simpatiache ispirano al nostro governo tutte le questioni che collegansi cogl'interessi dell'umanità, come pure l’appoggio moraleche la nostra politica disinteressata ha prestato ai Siciliani nelle diverse circostanze che ho l'onore di farvi conoscere.

Aggradite, Signor Commissario, ec.

De Maricourt.

Al signor Piraino, a Messina.

69 I giornali siciliani non cessano di lodare le scene di entusiasmo che tennero dietro alla denunzia dell’armistizio.

Eccone un curioso esempio:

«Nel momento decisivo buon numero d'intrepidi patriotti, di quelli che gridavano più forte, avevano giudicalo prudente di trasportarsia bordo de' legni stazionari esteri. Alcune centinaia infra costoro ingombravano l’Ercole. Tutto ad un tratto si fanno intendere immensi clamori; grida di Vivail Re!scoppiano con frenesia ne' gruppi de' fuggitivi. Gli ufficiali francesi non potevano prestar fede alle loro orecchie. Or, qual era la causa di queste strane acclamazioni? — La comparsa di una flottiglia napolitana che passava al Largo nel modo più pacificamente possibile.» La Sicilia nel marzo e dopo il marza 1849. — Napoli, 1849).

È quello l’entusiasmo di cui parlavano i giornali rossi?

70 È questa una giustizia che siamo fortunati di rendere al signore di Rayneval che nel corso di questi difficili negoziati, seppe costantemente correggere colla più lodevole moderazione ed una delicatezza affatto francese, quanto le sue istruzioni avevano di arbitrario e di assoluto.

71 Aymon de Gingins, officiale svizzero del più gran merito. Erasi particolarmente distinto il 15 maggio.

72 La Sicilia nel marzo e dopo il marzo 1849. — Napoli 1849.

73 Cioè, si era ravveduta del suo errore. Nota del tradutt.).

74 Storico.

751) Ecco la lista de' nomi eccettuati dall'amnistia:

1. Ruggero Settimo, l'antico ammiraglio napolitano, ricolmo una volta de' favori della corte, e che abbiam veduto porsi alla testa del movimento in Sicilia;

2. Il duca di Serradifalco, presidente della camera de' Pari;

3. Il marchese Spedalotto;

4. Il principe di Scarditi;

5. Duchino della Verdura;

6. Giovanni Ondes;

7. Giuseppe La Masa;

8. Pasquale Calvi;

9. Il marchese Milo;

10. Il conte Aceto;

il. L'abate Ragona;

12. La Farina, l'antico ministro della guerra, l'autore della proposizione di decadenza;

13. Mariano Stabile;

14. Filo Be Urani;

15. Il marchese di Torrearsa;

16. Pasquale Mi loro;

17. Giovanni S. Onofrio;

18. Andrea Mangeruva;

19. Luigi Gallo;

20. Aliata;

21. Gabriele Camozza;

22. LI principe di S, Giuseppe;

23. Anatolio Miloro;

24. Anatolio Sgobel;

25. Stefano Seidita;

26. Emmanuele Sesso;

27. Filippo Cordova;

28. Giovanni Interdonato;

29. Piraino (di Melazzo);

30. Arancio;

31. Salvadore Chiurlemi;

32. Il barone Poncati;

33-34-55. I fratelli Navarra;

36-37. Francisco e Carmelo Cammarata;

38-39. Mariano e Francesco Giojeni;

40. Gerlando Bianchini;

41. Giovanni Gramitto;

42. Francisco de Luca;

43. Raffaele Lonza.

76 Cioè gli smargiassoni. — Note del tradutt.).




Nicola mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui si parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le d�veloppement in�gal et la question nationale (Samir Amin)












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