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Questo testo fa subito venire in mente un altro testo simile, “Cronaca degli avvenimenti di Sicilia”. Lo stile e l'ossatura però sono distanti anni luce, qui si tratta di una sorta di diario personale di un antiborbonico sfegatato, nell'altro invece troviamo una ricostruzione degli avvenimenti tutta basata su documenti d'archivio. 

Due opere di parte (entrambe di autore anonimo, a dimostrazione dei limiti della libertà di stampa di marca sabauda!) che vanno lette parrallelamente. 

In questa che presentiamo qui, non mancano i buchi neri, ad esempio ci ha colpito molto il modo in cui il nostro sorvola il misterioso caso Ghio, affidandosi al telegramma del dittatore che comunica al mondo intero di aver fatto capitolare diecimila uomini senza colpo ferire! 

Cosa si erano detti Ghio e Garibaldi nella passeggiata che fecero insieme prima della capitolazione? Probabilmente non lo sapremo mai. Fatto sta 10 mila uomini bene armati che avrebbero potuto frenare se non fermare l'avanzata trionfale dei garibaldini, non mossero un dito. 

Vogliamo buttare lì alcune annotazioni per gli amici che ci seguono: 1) Ghio si era distinto qualche anno prima nel reprimere l'avventura del Pisacane; 2) Garibaldi saliva e scendeva da navi inglesi e americane come se fossero casa sua; 3) la rivolta precedeva Garibaldi e molte città del sud erano in mano a comitati di insorti (spesso diretti da alti ufficiali borbonici); 4) i garibaldini fecero un uso sapiente del telegrafo impossessandosene subito ovunque andassero, quindi si era stabilita una rete di comunicazioni che arrivava fino al comitato segreto di Napoli. 

Fra le tante cose interessanti di questo testo, edito nel 1861, segnaliamo il fatto che l'autore fosse in possesso alla data del 26 maggio degli elenchi dei garibaldini (cfr. pag. 148):

“Nulla v'ba di vero in tutta l'epopea officiale che precede. Garibaldi non aveva seco 800 volontari soltanto; ma 1065; ho ricevuto copia delle sue liste.” 

Più avanti nel testo (cfr. pag. 336) diventeranno 1092, ma il nostro autore non si preoccupa di chiarire la discrepanza numerica. Altro passaggio che vogliamo evidenziare riguarda il plebiscito, a Napoli (cfr. pag. 382): 

“Io poi ho voluto vedere le elezioni; dirimpetto al palazzo reale s'innalza il portico della Chiesa di S. Francesco di Paola; votavasi quivi. La guardia nazionale era schierata sulla piazza e sotto le colonne. Dava immagine di spettacolo antico quella folla che saliva i gradini di marmo bianco per andare a votare all'aria aperta sul limitare d'un tempio jonico. Sulla facciata della chiesa leggevasi ancora l'iscrizione latina colla quale il re Ferdinando consacra quel pio edilizio a San Francesco di Paola. Più sotto, tra le colonne, leggevansi queste parole italiane: Comizi del popolo. In faccia, il palazzo del re, che serba tuttora i suoi gigli; a manca, la Foresteria, palazzo attuale del prodittatore; su, in alto, il castello Sant'Elmo e i suoi cannoni; a destra, in fondo, il Vesuvio; il tempo era bello, il cielo allegro, il popolo ebbro. Sotto il portico però lo spettacolo era meno pittoresco. La libertà del voto promessa il dì innanzi era mantenuta; ma il modo della votazione non era troppo regolare. V'era un'urna tra due panieri, l'uno dei quali pieno di Si, l'altro pieno di No; l'elettore sceglieva la risposta alla presenza delle guardie nazionali e dinanzi alla folla.  La risposta negativa era difficile a darsi, e forse anche pericolosa. Nel quartiere di Monte Calvario un uomo, che diceva no, e ostentava il suo voto con jattanza ne fu punito con una stilettata. In un momento di agitazione in cui v'ha pericolo ad esprimere la propria opposizione, non si deve eludere in verun modo il segreto dello squittinio.” 

Così fu fatta l'Italia!  

Stanotte abbiamo ascoltato il “dottor sottile” intervistato da Minoli, sinceramente ci chiediamo come si possa pretendere nel 2010 di dar da bere ai meridionali simili scemenze trite e ritrite. Stanno sottovalutando il fatto che il controllo della informazione  con internet è saltato per sempre. Circolano testi che prima erano appannaggio di pochi eruditi che magari li tenevano segreti, in quanto si abbeveravano a certe mangiatoie, dove si elargivano incarichi e quattrini. 

Se pensano di risolvere il 150° come fecero col centenario con volumetti alla Talamo vuol dire che sono fuori dalla realtà e avranno una amara disillusione. 

Buona lettura. 

Zenone di Elea – 16 Luglio 2010   

GARIBALDI

O LA CONQUISTA

DELLE DUE SICILIE

RACCONTATA DA UN TESTIMONE OCULARE

LIVORNO

L' Editore Santi Sorraglini

1861


(01)

(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)


Garibaldi o la conquista delle due Sicilie - Parte 01

Garibaldi o la conquista delle due Sicilie - Parte 02

CAPITOLO I.

FERDINANDO II.

Ferdinando II ammalato - Un'occhiata al suo regno - Le cospirazioni - Sistema di corruzione - Clero - istruzione pubblica La Censura Rivoluzione del 184.8 La Costituzione Napoletana - I sospetti - Mene di corte - Situazione del duca di Calabria - Disposizioni dei partiti - Morte di Ferdinando II.

Napoli 1 Maggio 1859

In un paese nel quale il re è tutto, il pubblico non si occupa d'altro che del re, e quando il re è malato, gli annali di quel paese non sono più fuorché una serie di bullettini di sanità. Eccovi, dunque, per oggi, le nuove di Napoli.

Il 26 v'era perseveranza «nel miglioramento dei fenomeni dell'infermità del re nostro Signore - Il 27, il miglioramento continuava, non più dei fenomeni, ma della malattia, era cotesta la prima volta che i medici sottoscrittori di quei bullettini usavano quella tranquillante parola.

E tosto in tutta Caserta gridossi a una voce miracolo! e chi ringraziava San Gaetano. chi San Gennaro, molti anche la defunta regina Maria Cristina, che era apparsa a un mendicante per annunziargli che il re non morrebbe. Cotesto mendicante era stato accolto e festeggiato a Caserta. Se non che il malato continuava a starsene rinchiuso, a non farsi vedere; dicono che i bullettini erano dettati dalla regina, la quale diceva: «il re sta meglio» e i medici rispondevano: Amen!

II principe ereditario fe' chiamare a Caserta uno dei patriarchi dell'Accademia di medicina, il professore Luccarelli.. Lo fecero aspettare un' ora in palazzo, poi gli fecero dire che non vedrebbe il principe, ma che gli era permesso di conversare con uno dei chirurghi ordinarii di S. M. Cotesto chirurgo fu pertanto presentato al medico, al quale egli fece un discorso lunghissimo, e molto particolareggiato, in cui gli espose tutti i fenomeni della malattia, e, dietro cotesta esposizione verbale, lo richiese del suo parere.

Il Signor Luccareili rispose che non lo poteva dare senza vedere l'ammalato. Ma gli obiettarono che il principe non era visibile, e siccome egli persisteva nel niego di dichiararsi senza una osservazione personale, fu gentilmente pregato di ritirarsi.

Finalmente, l'ultimo bullettino officiale ha confessato nuove inquietudini. «Da ieri a questa mattina, diceva quel foglio, è sopraggiunto qualche lieve disordine di più nella malattia del re nostro Signore.»

Con queste alternative di timori e di speranze il governo rimane sospeso; ne nasce una incertezza peggiore della guerra, e un disordine peggiore della rivoluzione.

Fra gli avvenimenti dell'Italia settentrionale e quelli dell'Italia meridionale v'ha un contrasto singolare che colpisce tutte le menti. Lassù il Piemonte unito alla Francia, ed appoggiato anco più solidamente sulle eterne idee di patria e di libertà, muove al conquisto della Lombardia. Qui nel suo tristo palazzo di Caserta, abbandonato dal suo popolo e dall'Europa, re Ferdinando II, l'irreconciliabile nemico delle idee liberali, e delle idee italiane, si estingue miserabilmente nel silenzio, e nell'oblio.

Le simpatie manifestatesi nel mondo intiero per Vittorio Emanuele, e la indifferenza, che neppur bada al letto di morte di Ferdinando, mostrano già quale sarà il giudizio della Storia.

Non mi si addice di preannunziarlo in questi abbozzi; io voglio solamente, alla fine di questo tristo regno, fissare un ultimo sguardo sopra il re moribondo.

Cotesto re fu trattato in mille modi; celebrato a cielo, nel fango dagli uomini estremi dei partiti. 1 moderati, che sono ben sovente le menti le più false fra tutti, non hanno fatto altro che mitigarne, attenuarnee le tinte; essi ne cancellano i lineamenti,

Ingegnamoci di giudicarlo senza ira, ma senza debolezza, e, dicendo il bene e il male, comprenderlo, e spiegarlo.

Ferdinando II è, per noi, il re assoluto, fuor di luogo nel nostro secolo. Ai tempi di Luigi XIV, egli sarebbe stato logico, e forse anche grande. Dopo l'89, dopo il passaggio della Francia a Napoli, dopo il contraccolpo del 4850, egli non è stato altra che un anacronismo fatale,. un paradosso insensato.

Io non credo, checché ne abbiano detto gli scrittori sistemarci, ch'egli fosse nato feroce e perfido; io non credo ai mostri, e Io stesso Nerone non mi sembra vero fuorché nel Britannico, lo non ammetto quella eredità di vizi della quale è stata fatta una legge per condannare le dinastie, e per riversare sui figli l'iniquità dei padri, molto al di là della terza e della quarta generazione.

Sciaguratamente vi sono errori. fatali più tenaci dei difetti, i quali s'abbarbicano nelle famiglie reali. Questa fatalità di trasmissione, ch'io nego nei caratteri personali, io la riconosco in Certe idee dinastiche. E ciò non solo a Napoli, ma dappertutto, in Francia, in Inghilterra, in Russia, in Austria, anche in Piemonte, nella casa di Savoja, la quale, lino dalla sua esaltazione tende ad assorbire l'Italia, e giustifica questa ambizione con isforzi di coraggio e ili onore.

La tradizione dinastica dei Borboni di Napoli, da Carlo III forse, ma in ogni caso da Ferdinando , è il governo assoluto a qualunque costo, mantenuto con tutti i mezzi: contate le da te perfide e le date sanguinose: 1848, 1821, 1816, 1799, e ne lascio!

Questa tradizione di famiglia si è imposta fatalmente a tutti i suoi membri. D'una serie di uomini al tutto diversi essa ha fatto una successione di tiranni.

Già nel 1806, con un decreto del 50 marzo Napoleone I aveva innalzato il suo fratello Giuseppe al trono di Napoli, perché la dinastia dei Borboni «era incompatibile coll'onore della corona imperiale, e col riposo dell'Europa».

Ferdinando fu pertanto un cattivo re. Ciò non vuoi dire ch'ei fosse un uomo cattivo.

Dirò anche di più, credo ch'ei sarebbe stato un buon re - in un altro secolo. Il suo atto sovrano salendo al trono (1),

(1) Lo citeremo in fine.

conteneva magnifiche promesse, e i primi anni del suo regno fecero credere che le manterrebbe.

Così, l'11 novembre 1830, egli renunziava a favore dell'erario a 180 mila ducati annui del suo reale assegnamento, e aboliva le specie che costavano troppo denaro (egli aveva trovato le finanze in uno stato veramente miserabile).

L'8 di dicembre egli accordava grazie politiche e rendeva ai sospetti i loro diritti civili; il 4 gennajo 1831 faceva vigilare e riformare le opere di beneficenza. L'11 gennajo, egli abbandonava ancora 190 mila ducati del suo assegnamento. Il 30 maggio accordava altre grazie politiche e richiamava gli esiliati. L'11 di giugno faceva murare i Criminali di Castel Capuano, segrete orribili, sepolture di viventi. Nel 1832 visitava le provincia, vi fondava ospedali ed asili; gittava sul Garigliano il primo ponte di ferro che fosse costruito ira Italia, e - in occasione sue nozze - distribuiva abbondanti elemosine ai bisognosi.

Così durava per varii anni. Né vuoisi tacere come fosse mirabilmente coraggiosa la sua condotta ai giorni prime invasioni del colera nel regno. I suoi ultimi benefizi svelavano l'influsso d'una regina che si fece

Ma Maria Cristina di Savoja morì giovine. La piangono ancora, e sola lei piangono fra tutti quelli che hanno regnato dopo Carlo III.

Sul suo letto di morte la santa donna fe' giurare al suo reale consorte di non fare eseguire per cinque anni veruna sentenza di morte. Coteste fu il primo giuramento di Ferdinando, e il suo primo spergiuro.

5 Maggio

Ferdinando regnò solo, e volle regnar solo. Tutto il bene che aveva fatto, lo aveva voluto fare da sé. e fino dal primo giorno in cui egli occupò il trono. Così ei volle essere sempre il padrone, e il padrone assoluto.

Coteste re non esitò che un momento, e sotto l'influsso di alcuni lucidi e generosi intelletti, che, fino dal 1830, avevano presentito l'Italia. Il nome di quei consiglieri segreti è tuttavia un mistero. Il Signor Petruccelli della Gattina, il quale ha scritto un libro prezioso, e tuttora inedito, sui Borboni di Napoli, attribuisce questa chiaroveggenza all'antico ministro Intenti, capo della polizia di Francesco I. Ma io so come fu compilata una lunga memoria sulla quistione da Antonio Ranieri, uno dei migliori ingegni di Napoli.

Trattavasi, semplicemente, di consigliare a

Ferdinando l'assunto sognato venti anni dopo da Carlo Alberto, e compiuto oggi da Vittorio Emanuele.

Piacque l'idea a Ferdinando. Egli allora era giovane, bastantemente giovane per l'entusiasmo, troppo giovane forse per la risoluzione. Lo videro alcuni giorni pensoso e perplesso; il progetto lo invogliava e lointimoriva; pare che il timore la vinse. Non restituì la memoria, e non vi rispose mai. Da quel momento egli rinchiuse la sua ambizione nel suo regno, ma a condizione di governarlo da padrone assoluto. Una lettera di suo zio, re Luigi Filippo, lo incitava alle riforme e alle concessioni, Ferdinando rispose (e aveva poco più di venti anni):

«La libertà è fatale alla casa di Borbone ed io sono deciso di evitare a qualunque costo il fato di Luigi XVI e di Carlo X. Il mio popolo obbedisce alla forza e si piega, ma guai se risorge sotto gl'impulsi dei suoi sogni, che sono così belli nelle orazioni dei filosofi, e così impossibili nella pratica! Coll'ajuto di Dio, io darò al mio popolo la prosperità e l'onesta amministrazione alla quale esso ha diritto, ma io sarò re, re solo, e sempre.»

E più sotto questa frase sinistra:

«IL MIO POPOLO NON HA BISOGNO DI PENSARE»

Questa parola compendia tutto il pensiero del regno. Tostochè il popolo volle pensare, il re gli dichiarò la guerra. E fu guerra che ha durato trent'anni.

In quei trent'anni, il regno è rimasto in insurrezione; almeno in cospirazione permanente. Fino dal 1833 1834, abbiamo la insurrezione di Frate Angelo Peluso, in Calabria; poi quella dei fratelli Rossaroll; poi la cospirazione di Carlo Poerio, denunziata da Grazio Mazza, l'uno dei compiici, di cui fu quella una prime gesta. Egli divenne in seguito ministro della polizia ed inventò il sistema bastonature; poi una insurrezione in Sicilia dopo il colera; una insurrezione a Cosenza, nel 1838; sommosse ad Aquila. nel 1841 e negli anni seguenti; nel 1844 la insurrezione di Mosciari; poi l'eroico tentativo dei fratelli Bandiera, i moti promossi da Romeo, nelle Calabrie e in Sicilia; poi l'esplosione del 1848, che prolungossi per molto tempo nel regno; il terreno ne trema tuttora nel momento in che scrivo. La Sicilia non è peranche pacificata. Le provincie di tratto in tratto si agitano. Giorni fa avevamo l'attentato di Agesilao Milano;

Ancora se fossero cospiratori volgari potrebbesi scusare il potere ch'essi hanno continuamente minacciato. Ma quali uomini! Carlo Poerio; trenta anni di combattimenti per la libertà e per l'Italia, e sempre sfortunato, e sempre fedele. È richiamato dall'esilio per esser cacciato in prigione; esce dal carcere per salire al ministero; cade dal ministero per soffrire dieci anni in un bagno, e dal fondo del bagno corrisponde con Palmerston, con Manin, coi primi uomini del secolo, e conduce a suo senno la rivoluzione del suo paese. Eccolo, adesso, a Torino, nel suo secondo esilio, acclamato come un eroe, venerato come un..martire, intanto che re Ferdinando, che Io ha così sovente, e così crudelmente percosso, si estingue nel!' oblio sotto la riprovazione del mondo.

Oh che diremo degli altri, di Mosciari, per modo di esempio, su cui hanno scritto un poema il quale, senza aggiunger nulla alla storia, non è meno meraviglioso dei racconti spagnuoli del buon tempo antico? Cotesto ignoto eroe si batté un giorno, con suoi famigli, contro tutto un battaglione cui mise

E i fratelli Bandiera? Un pugno di uomini che scendono soli in Calabria, dove è sanno che gli aspetta [a morte. Ma è sanno egualmente che la loro morte commuoverà l'Italia, e però marciano. Appena sbarcati essi baciano la terra italiana, e prorompono in un grido di libertà che non è inteso. Ora potrebbero retrocedere, ma marciano. Eppure essi hanno dietro di loro una madre! Non monta, essi vanno al supplizio. Arrestati, legati, mutilati tengono alta la fronte. Fatto per la forma un processo li interrogano:

- Come vi chiamate?

- Emilio Bandiera.

- Siete voi Barone?

- Poco me ne cale.

- Di qual paese siete? "

- D'Italia.

- Ma di qual parte?. D'Italia.

- Dove siete nato?

- In Italia.

E muojono così, tranquilli, stoici, raccomandando ai soldati di mirare diritto. Napoli va famosa per belle morti.

Vi sov

E lo stesso Agesilao Milano, il parricida? egli diventa quasi un grand'uomo in faccia a quello ch'egli voleva percuotere. Io non intendo giustificare il suo delitto; L'assassinio ha sempre torto, anche quando è commesso sopra un mostro come Marat, imperocchè l'avvenire spetta a Dio - e cotesta coltellata poteva non salvare la Francia. Ma l'assoluzione ch'io non oso profferire, l'Italia intiera l'ha data: Agesilao, come Caciotta, è scritto dal popolo nel numero dei martiri.

In ogni caso il figlio della magna Grecia- che era poeta, e scriveva in greco versi d'amore - non. si vuoi confondere con quei notturni scellerati che scagliano delle bombe nella folla e poi si salvano nelle tenebre. Agesilao uscì solo dalle file, di pieno giorno, sul campo di Marte, e puntando la baionetta, assalì solo un re che era alla testa di trentamila uomini. - Nel consiglio di guerra, egli dichiarò che non aveva complici.-I tormenti non gli svelsero una sola parola; morì nobilmente.

Tali erano i nemici di Ferdinando.

Quanto ai suoi amici non mi si addice parlarne; commetterei il reato di diffamazione. La cronaca non ha i diritti della storia.

4 Maggio

Vedendo così contro di lui l'eletta della nazione il re si fissò in questo pensiero, serbare la sua corona. Da quel dì tutte le promesse del suo programma, tutte quelle ambizioni generose e sincere forse al momento della sua assunzione al trono, tutte quelle illusioni di progresso, d'incivilimento; di grandezza e di splendore ottenute dalla sua volontà sovrana; tutte quelle magnifiche intenzioni disparvero dinanzi al bisogno più imperioso di rimanere padrone, e di regnare solo.

Nulla fugli grave per conservare lo scettro assoluto. Egli allontanò da sé gli uomini di onore, di cui la virtù avrebbe potuto fargli ostacolo, per circondarsi di coscienze dubbie e di cuori guasti. Si creò un'armata contro il suo popolo, eccellente per malmenare le moltitudini inermi, ma incapace di stare a petto A' una legione di uomini agguerriti; un'armata invincibile il 15 maggio, quando gli Svizzeri ebbero scavalcate le barricate, ed altro non rimase che stuprare le donne e saccheggiare le case, - ma cacciata e rotta a Velletri da una mano di prodi. -Eppure quali uomini sarebber potuti divenire i Napoletani,

Ferdinando si fe' dunque un'armata di gendarmi, e un'armata di parata. Un Inglese, vedendo sfilare un giorno quei soldati nella festa militare e religiosa di Piedigrotta, disse al suo vicino, me presente: Thev march well - They run better (1) rispose i altro.

Ferdinando operò colle sue città come coi suoi soldati. Egli non le armò contro il nemico, ma contro il suo popolo. Una invasione entrerebbe senza ferir colpo in Palermo, in Messina, in Napoli, le cui fortezze bombarderebbero egregiamente - e hanno sì bene bombardato gli abitanti. Sempre la guerra contro, la nazione, l'oppressione minacciosa e formidabile.

E dovunque così. S'è molto ammirata l'organizzazione finanze a Napoli.

(1) Marciano bene - Corrono meglio. (L'Editore)

V'è stato molto buon volere. Che è mai un budget segreto? Non vi ha che la miseria che si nasconda. Ferdinando fece dei risparmi, non lo nego, ma a qual prezzo? Assottigliò gli stipendi dei suoi impiegati, e li costrinse a vivere a spese del popolo. Un quarto d'ora passato nei più umile ufficio di un ministero basta a svelare turpitudini, che altrove si punirebbero colla carcere.

Tutto qui si vende, i favori, le grazie, gli avanzamenti, ed anche i diritti i più sacri. La giustizia si vende. Voi non vincete una lite a Napoli, senza corrompere i giudici, almeno il cancelliere; ho vissuto lungo tempo in cotesta città e m' è accaduto una volta di ricorrere ai tribunali. Trattavasi di un. falsario. 11 delitto era provato, visibile, manifesto. Ma il mio avvocato mi venne a dire: «Fate a mio modo, ritirate la vostra querela. Avete ragione da venderne, ma il vostro avversario è l'inquilino del giudice direttore degli atti, e paga esattamente il suo fitto, il giudice sta per lui; è causa perduta. Corromperanno i periti, compreranno dei testimoni, avrete contraria tutta la città. Ritorceranno la calunnia contro di voi. Vincitore vinto, d'appello in appello, la quistione potrà prolungarsi un secolo, e costare un patrimonio. Vi conviene uscir da questo intrigo e subito.»

Dovetti ritirare la mia querela, e rifarò i danni al falsario.

Che volete? I giudici erano tanto dabbene uomini nei processi politici! Trovavano così facilmente un appicco da mandare per ventiquattro anni un onest'uomo al bagno, solo che avessero una semplice lettera scritta e denunziata da una spia! Bisognava pertanto chiuder gli occhi su qualche loro peccatuzzo; e li chiudevano, e voltavano la testa da un'altra parte, e li lasciavano rubare.

E però tutti rubavano, perché mal pagati dal re, che ammassava così considerevoli somme; un po' intaccate, è vero, nel 1848, ma pur sempre sonanti. Ora le mandano in Austria ove servono a supplire in parte ai bisogni della guerra; secondo le voci che corrono, hannovi ottanta milioni di ducati.

Tutti rubavano, ripeto; mai pagati dal re si rifacevano sul popolo. Nella dogana, per esempio, accadevano, e accadono sempre laidezze da fare stomaco. Il contrabbando non è un accidente clandestino, ma un'impresa organizzata. Scendendo in Napoli fate un cenno al che non apre i vostri bauli; pagate tre quattro cinque facchini, uno gendarmi, e se Mazzini entrasse nella vostra sacca da viaggio, come una camicia, lascerebbero passare anche Mazzini.

Ma questa è la frode minuta; v'ha poi la grande, quella che fassi in ampie proporzioni, in conto sociale con alti personaggi che non pagano diritti, e che ne profittano. Un negoziante manda la sua mercanzia al loro indirizzo; il guadagno naturalmente è vistoso; si dividono i profitti. E siccome gli alti personaggi sono poi buona gente, fanno insignire il mercante della croce di Francesco I.

Potrei citare venti casi di questo genere; ci sono appaltatori, come diremmo impresarii di contrabbandi che tengono uffici, e registri proprii pei conti correnti. Si ricorre ad essi per introdurre questo quel collo; ed essi se ne incaricano mercé i! pagamento della meta del dazio prescritto, e vi mandano a casa In vostra balletta. Posso accertare che nessun oggetto di minuteria d'oro altro entra in Napoli per la dogana.

Se poi diffidate di quegli accollatarii, potete rivolgervi direttamente agli stessi doganieri; nessuno sa resistere al suono degli scudi. Conosco uno di quegli impiegati che ha di paga sei ducati al mese, nulla più. Ma è in quel posto da venti anni. Gli domandai un giorno perché non cercava d'ottenere un avanzamento - A che pro? mi rispose. Coi miei sei ducati tengo carrozza. - e diceva il vero.

Un ultimo fatto accaduto l'anno scorso: cito la dogana, perché l'ho fra le mani; ma ne potrei dire altrettanto di tutte le amministrazioni del regno. Dunque l'anno scorso, le diligenze, che giungevano dalle provincie, portavano molte balle e colli, che nessuno naturalmente si dava pensiero di depositare nella dogana centrale, secondo la regola.

Si mettevano quelle merci in un magazzino dell'Albergo Poste, donde le cavavano a poco a poco dalla posta maggiore, non essendovi altre uscite di giorno, e la Locanda stando chiusa la notte.

V'immaginate il numero d'impiegati che dovevano dar mano a cotesta frode? od esserne conscii? Una denunzia fece scoprire il contrabbando senza arrecar molto danno ai contrabbandieri i quali riuscirono a fare sparire le loro mercanzie tra la denunzia e il sequestro. Ma il più curioso si fu, che l'amministrazione non poté neppure impadronirsi balle sequestrate, perché le trovò marcate e piombate dalla dogana. Dovremo pertanto dire che la dogana stessa era complico del fatto; - non aggiungo altro, perché dì più non potrei dire.

Cotesti sono i risultamenti ottenuti dai risparmi regi.

5 Maggio

Con questi risparmi si poterono diminuire le imposte - apparentemente almeno, poiché qui tutto è figura e, apparenza.

Uno dei più profondi economisti d'Italia e del nostro tempo, il Sig. Scialoia di Napoli, adesso proscritto a Torino, ha pubblicato sulla materia un'opera notabile. Egli prova che il sistema finanziario di quei regno, è una splendida decorazione, uno sceneggiamento ingegnoso, e nulla più.

Potrei dir molto su questo argomento, se dovessi fare un lavoro completo sul regno di Ferdinando. Accennerei tutte le contribuzioni indirette che pesano sulla popolazione, e particolarmente, dacchè sta in questo l'abuso, mille e una contribuzione che chiamerò consuetudinarie; per modo di esempio, il giuoco del lotto, cotesta rovina del povero, che usufruttuando illusioni del continuo rinascenti e sempre deluse, fa passare tutti i risparmi dei miseri nelle casse del re.

Ma ho per sistema di non ripetere ciò che puossi trovare nei libri. Mi limito dunque a ciò che vedo coi miei occhi, e sotto i miei occhi. Abito l'Albergo di Ginevra a Napoli, e considero attentamente ciò che qui accade.

La padrona della locanda non paga patente; almeno l'è costata poco, venti grana. Il sommo grado del liberalismo consiste nel

Un agente della polizia viene ogni mattina alla locanda per prendere i nomi dei viaggiatori che passano. - La locanda paga cotesto agente, oltre i mille altri impiegati ch'essa deve sedurre per ottenere giustizia almeno per avere la pace.

Il portinaio della casa, veterano svizzero, avendo avuto sete un mattino commise un sacrilegio. Egli inseguì un monello fino in una chiesa, nella quale entrò disavvedutamente, e; malmenò il ragazzo nel momento della elevazione, senza addarsi d'essere nella casa di Dio. Fu arrestato e condotto in prigione; e ben gli stava. Il caso era grave e poteva con

Tutto è venale in cotesto paese, ma specialmente la polizia. Il governo affeziona i suoi agenti alla causa dell'ordine, non già col denaro ch'esso da loro, ma con quello che lascia loro guadagnare.. Ond'è che i birri taglieggiano il popolo. Si fanno pagare il loro silenzio non solamente quando hanno qualche cosa, da dire, ma anche quando essi non hanno da denunziare il più piccolo peccatuzzo. Essi hanno il diritto di maldicenza e di calunnia; e non se ne astengono che a prezzo d'oro. Non invento nulla; ho fatti e prove.

Accade spesso che un gente segreto vada a dire al cittadino il più pacifico: Signore, bisogna darmi dieci scudi altrimenti vado ad accusarvi d'essere un demagogo, e un murattista.

Il re lascia fare, ed è naturale. Egli preferisce i furfanti che lo servono alle persone dabbene che lo vorrebbero abbattere. Nei tre quarti degli affari privati i capi di casa fanno

Ferdinando per quella sorta di peccati è sempre stato pieno d'indulgenza. Egli diffida un poco degli onesti. Ne ha avuti alcuni presso di se, e gli ha sempre rispettati dando loro dell'eccellenza. Ma agli altri egli da del tu, e li ricolma di favori.

Di favori, e di epigrammi. Ei si compiace di stare con quelli ch'egli disprezza, forse per avere il diritto di sbeffeggiarli. Antonio Ranieri, egregio scrittore, aveva fatto un romanzo nel quale scagliavasi contro i furti commessi nell'ospizio dei Trovatelli, a danno povere creature che lasciavano morir di fame.

Il ministro, che intingeva in quei depredamenti, si lagnò col re di coteste maldicenze: «Ranieri è un pazzo, disse l'accorto; bisogna rinchiuderlo nel manicomio.-Sì, disse il re, perché faccia un secondo libro su quell'ospizio amministrato anch'esso da vostra eccellenza.»

Un altro giorno vedendo entrare lo stesso ministro in non so qual festa dov'era molta gente, Ferdinando disse ad alta voce a chi gli era vicino: «badate alle vostre tasche!»

Ecco un fatto anche più curioso, dello stesso genere, accaduto ad Ischia l'anno scorso. Un infelice diresse una supplica al re, il quale l'accolse umanamente.

Ferdinando aveva in quel momento presso di sè un commissario ch'io non vuò nominare, e che era molto protetto dalla regina. Ei disse a , distributore consueto elemosine regie, desse cento ducati a quel disgraziato. Il commissario gliene dette dodici e gli proibì, con minacele terribili, di mai più presentarsi al re. Questo non è un fatto isolato; era il costume del commissario - che soleva prelevare su tutte le elemosine una provvisione del 90 per cento.

Se non che, quella volta, venne in capo al re d'infermarsi un bel giorno di quel povero uomo. «Ei non m' ha neppur ringraziato, disse Ferdinando; dove è egli? Voglio vederlo.» Lo vide, infatti, e intese il caso. Ne seguì una scena da commedia. Il re fece nascondere il supplicante dietro una cortina, e mandò pel commissario. E siccome questi affermava d'essere innocente, il re fece uscir l'altro dal suo nascondiglio. Il commissario turbossi e si tradì. Potete immaginarvi l'indignazione di Ferdinando, e il terribile gastigo sospeso sul capo di quello sciagurato.... il commissario fu bandito dalla corte,- ma fu nominato giudice in un tribunale.

6 Maggio

E però il paese è rimasto indietro, per molte cose, d'un mezzo secolo. Tutti i

(1) Così chiamavasi in Parigi il luogo ove si ricoveravano. la notte tutti gli accattoni, ciechi e storpii di mestiere, perché cessando quivi ogni finzione tornavano sani e iutieri, come prima. (L'Editore)

I viaggiatori hanno torto; il popolo è buono. -. Lo dicono guasto, infingardo, abbrutito ecc. Lo giudicano secondo i suoi vizj acquisiti, non secondo le sue qualità naturali. Niun popolo al mondo è più sobrio, più contento di poco, più nudrito e più penetrato di certi sentimenti, del popolo di Napoli.

Il culto della famiglia, la cieca sottomissione alla legge paterna, l'abbandono completo del denaro guadagnato all'avo, che rimane il capo di casa, la fedeltà nell'amore, il rispetto dei vecchi, l'adozione presso il povero dei figli del più povero; ecco quali sono le virtù esercitate semplicemente, universalmente dal popolo di Napoli, ed ignorate dallo straniero che non vede, nel passare, che vie sporche, mendicanti cenciosi, e ladri sfrontati.

Quando il Napoletano lavora, quando il lazzarone diventa operajo e incomincia a travedere gli agi della vita, tu lo vedi talmente accanito al suo compito da vincere ogni confronto. La state, tu vedi, in mezzo alla via, nei quartieri laboriosi, centinaja d'uomini al loro lavoro dalle sei ore del mattinò. fino a mezzanotte; né fan posa che tre ore, verso sera, per l'unico pasto che fanno, e per la siesta estiva.

Essi sono petulanti, verbosi, festevoli; pieni d'immaginativa e di poesia;

hanno il sentimento

Dicono anche che sono vili; ma sbagliano; quando si tratta di difendere i loro interessi e i loro affetti, essi sono invincibili. Quando sono commossi dallo spettacolo d'un gran pericolo di un gran disastro, fanno portenti per combatterli: s'è veduto recente munite nel salvamento dell'Hermann, brick-scuner tedesco, che da Venezia andava in Inghilterra; esso si arrenò nello angusto passo isole di Tremiti, nell'Adriatico, sulle coste del regno. I soccorsi prestati in quell'occasione dai marinari del porto di Tremiti, malgrado le correnti, i venti, e i marosi, sono superiori ad ogni elogio: la nave e l'equipaggio furono salvi.

Il capitano d'un bastimento napoletano riceveva testé dall'imperatore dei Francesi una medaglia d'oro per un servigio analogo, e il re l'autorizzava a portarla.

Queste prove di coraggio e di divozione si rinnuovano giornalmente sulle lunghe coste della penisola. I marinari di Torre dell'Annunziata vanno fino in Affrica a cercare del corallo sulle loro fragili barche pescareccie.

Non si dee dunque accusare il popolo miserie di Napoli; ma si il potere. Se vi hanno tanti preti, vuoisene dar colpa al governo che li protegge nell'interesse della sua politica, e forse anche della sua religione. Recenti decreti hanno aggiunto nuovi privilegi alle innumerevoli prerogative del clero, il quale trovasi presso a poco separato dallo stato, ed esercita la polizia nelle famiglie.

Potrei rivelare in proposito fatti orribili, e lo farei senza scrupolo, se vivessimo in altro tempo. Disgraziatamente, le accuse contro la falsità degli apostoli, rivolgonsi contro la religione di Cristo.

Un solo fatto ch'io riproduco, perché è stato già pubblicato, si è il decreto del vescovo di Taranto. Cotesto prelato, d'esemplare moralità, aveva ordinato., mesi fa, che tutti i fidanzati che non avevano avuto la pazienza d'aspettare il matrimonio, dovessero inginocchiarsi in chiesa, davanti all'altar maggiore, con un cero in mano, e coram populo, avanti le nozze. Un dispaccio segretissimo del giudice regio di Tarante, ha notificato questo abuso al ministro della giustizia. Il ministro non ha osato rimettere il dispaccio al re.

Uno di quei decreti (non voglio dirne altro) abolisce le pene inflitte ai preti che avessero consacrato

un matrimonio non legittimato dallo stato civile, e ciò per la ragione che un simile delitto non è possibile. Ora, esso è talmente possibile, che è stato commesso, accertato, inquisito anche, e parecchie volte, e recentissimamente. Si comprende agevolmente quanto una simile impunità debba accrescere. l'onnipotenza dei preti.

Non voglio parlare dell'istruzione pubblica, ciecamente sottoposta al clero; scuole militari dirette da capitani tonsurati; degli allievi della Politecnica in uniforme, che incontrate le vie, tutti i giovedì, passeggiando per e condoni dalle toghe,

Io non vi condurrò nelle case di educazione nelle quali i professori non possono insegnar nulla senza aver subito un esame, - e questo esame consiste nel recitare il catechismo. Anche il maestro di ballo deve sapere bene a mente la sua dottrina cristiana; notate poi che gli allievi protestanti non sono ammessi; la storia e la filosofia sono interdette. L'Università è sbandata. La gioventù provincie non può venire a studiare a Napoli. Gli studenti debbono essere muniti di certificati d'assiduita alla messa, alla confessione, alla comunione.

Cito fatti presi qua e là senza studio. Se volessi dir tutto, cento volumi non mi basterebbero.

Tralasciamo queste miserie; guardiamo altrove. Se l'industria non progredisce ne ha colpa il governo che non lo vuole. È proibito ai Napoletani il viaggiare. Negano i passaporti per uscire da Napoli; li negano soprattutto per rientrarvi. Conosco un piccolissimo numero di negozianti del paese cui soli è concesso il diritto, e che hanno il coraggio di andare in Europa. Perché possano ritornare bisogna propriamente che sieno bianchi come la neve. Riguardo ai letterati la severità è anche maggiore.

Ho conosciuto un disgraziato che se ne andò a Parigi per farvi rappresentare un dramma; quando egli ebbe rinunziato a questa utopia presentossi alla legazione di Napoli per farvi rinnuovare il suo passaporto; ma glielo negarono formalmente. Supplicò gli dessero almeno un visto pel Belgio. Ebbe un secondo niego. Vi figurate lo stato di quel disgraziato? Non solo bandito da Napoli, ma confinato a Parigi! - e tutto questo rigore perché? Per aver creduto un momento che i direttori dei teatri parigini rappresentano drammi scritti a Napoli.

Volete sapere fin dove giunge la protezione accordata all'industria da sua Maestà Siciliana? Nel 1855 fu proibito formalmente a tutti i fabbricanti del regno di mandare i

La stessa proibizione fu fatta agli artisti. Del resto le urti sono disprezzate dal re più che noi sono mai state da qualsivoglia altro re.

I pittori, impediti dal trattare soggetti storici, si applicano al paese (Smargiassi, Carelli, Palizzi cc.) ad oggetti religiosi. Questi sono ammessi qualche volta nelle chiese. La statuaria poi è impossibile. Vi è noto come si murano le Veneri nel musco Borbonico. Lo Stato non commette agli scultori che foglie di vite.

Non voglio parlare scienze; dovrei raccontare la lacrimosa storia di Melloni morto nelle sue fatiche tra gli strazi della persecuzione. lettere troppo sarebbe da dire. Il menomo articolo scritto sensatamente usciva dalla doppia censura della polizia e dei preti in uno stato veramente deplorabile; non vi rimaneva più un'idea, spesso neppure una parola.

Mi crederete se vi dico che la revisione cancellava la parola eziandio, perché finisce in Dio, desinenza empia?

Restava la musica, la più innocua di tutte le arti. Essa fioriva a Napoli, quando Ferdinando salì al trono. Il teatro S. Carlo era

Il re non ama l'opera...

E così tutto il resto. Quando si contano i trent'anni di quel regno fatale, spaventa il vederlo così vuoto. Qualche contrada ben disposta in Napoli, belle strade nei contorni per condurre alle residenze reali, qualche abbellimento qua e la, due tre castelli restaurati; ecco tutto. Ma le provincie mancano quasi affatto di strade; nessuna ve ne ha in Sicilia. Ma non hannovi né strade ferrate di qualche importanza, ne' fari sulle coste, né spedali ben mantenuti, né prigioni cristiane, nulla insomma di ciò che fa un gran popolo ed un gran paese.

Il telegrafo elettrico è presso a poco confiscato dal governo; i tre quarti dei dispacci privati sono precorsi dalla posta... E s'io volessi parlare dell'assistenza pubblica e se dicessi, per esempio, in quali mani sono caduti i soccorsi mandati recentemente alle vittime dei terremoti... E s'io non fessi 'costretto, per rimanere nel verosimile, di velare certe verità che farebbero orrore!...

Stringo in una parola il pensiero del governo:

Tutto pel re, nulla pel popolo.

7 Maggio

Dunque il popolo rimane prostrato, il re in piedi.

Un giorno però Ferdinando dovette retrocedere dinanzi alla rivoluzione vittoriosa, permanente in Italia fino da mezzo secolo, mantenuta dalle società segrete, irritata dalle violenze e dalle perfidie di tutti i poteri, riaccesa a Napoli ed in Piemonte fino dal 1820, nelle Romagne dopo il 1830, perpetuata a Firenze dai poeti, a Torino dagli storici e dai romanzieri, diffusa nel clero mercé l'ingegnosa utopia di Gioberti, che tentò di effettuarsi al Vaticano mediante un alto di clemenza; ricondotta a Napoli dal congresso degli scienziati che Ferdinando II aveva tollerato, secondato, eziandio, in un momento di errore di dimenticanza, la rivoluzione sorse finalmente nei primi giorni dei 1848, armata di tutto punto, tenendo la spada in una mano, la croce nell'altra, e trascinando nella sua causa un re Italiano, un papa liberale!

La Sicilia era insorta, le provincia frementi, Napoli finalmente sollevata: il papa aveva perdonato; Carlo Alberto si era levata la maschera. Ferdinando cedé l'ultimo; ma cedé tutto.

Egli concesse la costituzione la più liberale che fosse mai stata data in Italia. Solamente ei disse agli uomini del nuovo reggimento: adesso che l'avete, tocca a voi a conservarla!

Cotesta parola non fu intesa fuorché più tardi; era piena di minaccio. Il re cedeva a malincuore, e non voleva rimanere a capo del movimento. La costituzione è cosa vostra. Ora mano all'opera voi ed io! Ingegnatevi di mantenerla; io m'ingegnerò di riprenderla.

Questo fu il pensiero di Ferdinando. Non intendo adesso né di accusarlo, né di difenderlo. Mi provo solamente a spiegarlo. Il re credeva nel potere assoluto; lo considerava siccome suo diritto, come cosa sua. Esso era per lui un possesso inviolabile, non altrimenti che i suoi poderi ed i suoi milioni. Quella gente nuova, che veniva a dividere seco lui quel potere egli non l'aveva in conto di liberali, e neppure di repubblicani, ma sibbene di comunisti. Il paese li chiamava patriotti; egli li chiamava ladri.

Ora, contro la forza nessun temperamento è valido. L'usurpazione organizzata non costituisce un diritto. Le concessioni svelte a forza possono ritirarsi; i giuramenti coatti non salgono a Dio. E il monarca ragionava così: Io ho ricevuto dai miei antenati un ret

Ecco la spiegazione della condotta di Ferdinando nel 1848. Celò l'animo suo, e fu creduto di buonafede. Ascoltiamo Barbarisi, quel degno vecchio, il quale, al cospetto del re, osava esprimergli alcuni dubbi: «Ferdinando sollevando le braccia al cielo risposerai con voce piuttosto concitata: - Don Saverio, ho giurata la costituzione, e intendo di mantenerla. Se non avessi voluto concederla l'avrei negata. - Io gli risposi allora che m'affidava al mio re, come al mio Dio; e in verità ero rimasto tanto commosso del suo fervore per la costituzione che m'era impossibile scorgervi altro che sincerità e buone intenzioni.... Ebbi occasione di suggerire a Sua Maestà che la pena di morte doveva essere abolita, più particolarmente pei delitti politici. Sua Maestà ne convenne con me, ed io gli detti la mia benedizione. Sua Maestà mi parlava spesso di Carlo Poerio, siccome del migliore e del più virtuoso degli uomini, e del più devoto dei suoi sudditi; nel tempo stesso che egli si esprimeva con Poerio intorno a me

adesso è in carcero, ed io aspetto la mia condanna (1).»

Ferdinando spinse la simulazione fino a fare smentire dal pulpito i secondi fini che la diffidenza pubblica gli attribuiva. Il gesuita Liberatore in una sua predica profferì le seguenti parole (18 Aprile 1848):

«Il sovrano non si è mostrato né ostinatamente tenace, né precocemente pieghevole. Egli non ha negato, ha soltanto differito finché non gli è stato dimostrato come la domanda provvenisse dal desiderio universale del popolo e non più dalle sollecitazioni isolate d'un partito. Egli si è degnato acconsentire con animo lieto quando gli era tuttavia. agevole di resistere. Ciò pertanto dimostra apertamente com'egli non abbia fatto quel passo per violenza timore; ma per proprio libero e sapiente volere.»

Se non che, mentre moltiplicava coteste dichiarazioni, e le pubblicava in tutti i modi possibili, Ferdinando tratteneva, consegnava ai quartieri, isolava dal popolo la truppa e faceva segretamente ogni opera per infondere mali semi nella sua armata.

(1) Barbarisi, scritto pubblicato por la sua difesa e citato dal Sig. Carlo Paya nel suo libro pieno di fatti su Napoli (Napoli 1830-1857)

Provvedeva; riuniva le sue forze, armava i suoi fastelli.

Da un altro lato egli eccitava gli esaltati che hanno sviato da trenta anni e compromesso sovente le rivoluzioni italiane. Mandava emissarii nei club per eccitare disordini. Spingeva agli eccessi quel popolo ebro di libertà, che uscia tutto ad un tratto da una quaresima di trent'anni per entrare nel carnevale rivoluzionario. Lo faceva trapassare dal digiuno all'orgia, sapendo benissimo che tutti quegli spiriti estenuati dall'astinenza, non sopporterebbero quelle gozzoviglie e quella licenza che non ha nome.

Un circolo pagato dall'Austria spargeva intanto proclami incendiarii. Agenti di polizia, cui imi vansi anche molti preti (e varii l'hanno confessato pubblicamente) davano mano ad innalzare barricate....

Risultamento di tutte queste mene fu il colpo di stato del 15 Maggio.

lo non voglio rammentare cotesta lamentevole storia; essa è troppo nota. Non dirò né le astuzie adoprate per disarmare la nazione, né le comunicazioni pacifiche scambiate col parlamento, ne le proteste degli Svizzeri per rassicurare la città né il segnale dato da un colpo di fucile esploso non si sa dove e da chi; né le nefandezze commesse dopo

«Ho fatto anch'io la mia dimostrazione» disse ridendo il re - e la regina: «Questo è il più bel giorno della mia vita,».

La domane amnistia, costituzione mantenuta, parlamento tichiamato, malgrado lo stato d'assedio; fede serbata dopo la vittoria; tutte le sembianze della rettitudine, e dell'umanità, il resto vi è noto. Il parlamento richiamato discusse da un lato, mentre il re governava dall'altro. Poi, un bel giorno, fu chiusa la camera, furono arrestati uno dopo l'altro i deputati, i liberali, i sospetti; stettero anni ed anni in un carcere preventivo prima d'esser mandati in galera in esilio; furon soppressi i giornali, destituiti gli onesti, richiamati gli altri, disfatti i sedili dei deputati, rialzata la bandiera bianca dei Borboni - e per finirla. fu tolto il nome di Costituzionale al giornale del regno

Così senza colpo di stato apparente, senza proclamazione né decreto, lo statuto cadde un brano dopo l'altro. Furono fatte sottoscrivere petizioni agl'impiegati, supplicanti perché fosse abrogato. Chi non sottoscriveva perdeva l'impiego, quando non perdeva altro che l'impiego. La nazione non fe' motto, la diplomazia lasciò fare, e non se ne parlò più.

Allora incominciò il regno dei Longobardi, dei Peccheneda, degli Orazio Mazza, e degli altri; le bastonature, i tormenti, e tutto ciò che voi leggete nei giornali da dieci anni in qua. Rammentatevi le lettere di Gladstone. Vi si dice che a Napoli (è stata negata la cifra, ma non è stata rettificata; sicché l'è una mentita senza valore) il numero vittime politiche, tra proscritti, prigioni. e forzati, sommava, non è molto, a diciottomila. E il numero dei sospetti arriva a trecentomila. Cotesti infelici, vigilati dalla polizia, non posson dire una parola., fare un passo senza che sia notato.

Confinati nelle città nei villaggi, esclusi da' pubblici impieghi, ed anche dalle professioni liberali, non potendo ottenere né passaporti, né diplomi, ne gradi accademici, privi insomma di tutti i diritti civili; arrestati pel minimo dubbio, carcerati e liberati a piacere d'un sindaco, di un aguzzino; respinti, abbandonati dalla gente cui la loro compagnia potrebbe compromettere, essi vegetano miserabilmente, e non vivono. L'aria libera è per essi una prigione; la patria una terra d'esilio.

E cotesti trecentomila infelici sono i primarii, i migliori del regno.

8 Maggio

E tutto ciò per rimanere re assoluto! Ferdinando vi è riuscito; egli trionfa. Egli fa tutto nel suo regno, egli è tutto. Il suo ministero non ha altro ufficio che di eseguire i suoi ordini. Non esce veruna prescrizione di polizia che non sia promossa almeno accettata da lui. Egli regola tutto nella sua casa, in quelle dei suoi cortigiani, in tutto il suo regno. Egli ficca il suo assolutismo nei più riposti e bassi recessi dell'amministrazione. Egli fa la pioggia e il bel tempo; egli fa la giustizia. È desso che l'anno scorso diresse da Gaeta tutto il processo di Salerno, nel quale giudicavansi i complici di Pisacane, e l'equipaggio del Cagliari; e siccome i magistrati di Salerno, chiamati a corte, si meravigliavano della scienza e dell'abilità del re, e lo paragonavano a Giustiniano, a Numa Pompilio e a Mosé, il principe disse loro: «Non parvi che io sarei un buon procuratore legale?»

Ferdinando trionfa; egli è vincitore su tutta la linea. Ha rioccupata la Sicilia e le ha messo la camicia di forza. Ha represso tutti i tentativi d'insurrezione che hanno seguito i moti del 1848. Si è gloriato d'avere

(1) Ecco una proclamazione d'un generale, in proposito dogli insorti di Messina: «Essi potranno esser mandati impunemente a morte, non solo dalla forza pubblica; ma da qualunque siasi persona. I premii appresso descritti sono, por ordine superiore, concessi a quelli che gli avranno uccisi od arrestati, cioè: 300 ducati a chiunque ne avrà ucciso uno, 1000 ducali a chiunque avrà procurato il suo arresto.»

Io non scherzo: ripeto ciò che si dice a Napoli; e si dice il vero. Le campane reazionarie hanno rintoccato dappertutto, e Ferdinando ha dato le mosse, egli ha spaventato il suo popolo; ed ha il popolo dalla sua, intendo la maggioranza, la società immensa, anonima, pecorina, che costituisce il partito dell'ordine, ed ha per barometro la Borsa. Il cinque per cento salisce spesso a 15 gradi al di sopra del pArt.

Ferdinando ha ragione, e non soltanto contro il suo popolo. Le potenze estere, offese da quanto accade a Napoli, hanno consigliato al re riforme e concessioni. «Egli è il vostro interesse, gli hanno detto, ed il nostro. Governando come fate voi chiamate la rivoluzione e la perpetuate.»

Ferdinando ha risposto nel 1856 a Napoleone, come aveva risposto fino dal 1851 a Luigi Filippo: «Sarò re, re solo, e sempre!»

Ed infatti egli non poteva cedere. Emendandosi così tardi, egli avrebbe condannato tutto il suo regno, già vecchio d'un quarto li secolo. Egli non poteva giustificare le sue violenze fuorché mantenendo la integrità dei suoi diritti. Avrebbe commesso un grave fallo se si fosse inchinato dinanzi ai consigli dell'Europa. Rendendo la parola al suo popolo, egli si sarebbe dato un giudice; invocando

Contro il paese muto, egli aveva ragione; contro la nazione consultata, egli avrebbe avuto torto. Egli rispose pertanto costantemente., e con molto buon senso, ai diplomatici: «Una costituzione a Napoli, sarebbe una rivoluzione.»

La diplomazia volle insistere, Ferdinando stette saldo sul niego. Egli scriveva nei suoi giornali in Francia e dappertutto: «Il mio paese è tranquillo, il mio popolo è felice, i miei fondi alzano. Il mio regno è in uno stato di prosperità che mi darebbe il dirtto di consigliare gli altri. Io però me ne astengo; io non intervengo nella Cabilia né nell'Indie. Voglio rimanere il padrone in casa mia.»

Allora la diplomazia si ritirò corrucciata e lasciò Napoli. Ferdinando la lasciò partire senza turbarsi; era uomo di molto senno, e sentiva che dal lato potenze non v'era a temer guai. Elleno erano d'accordo contro di lui, ma non s'intendevano fra di loro. Divise da certe quistioni dinastiche, esse non potevano unirsi per abbatterlo. Del resto la civiltà moderna non s'impone a cannonate. Ferdinando s'addormentò pertanto senza un dubbio al mondo, e cotesto broncio diplomatico non valse neppure a promuovere in Napoli un simulacro di dimostrazione.

Così Ferdinando conservò la sua autorità, trionfando del suo popolo e dell'Europa.

9 Maggio

Sì, ma a qual prezzo? L'abbiamo già veduto crudelmente gastigato negli ultimi anni del suo regno. Non si rimane impunemente in guerra con una nazione. La vita del sovrano diviene allora un combattimento senza fine, un continuo spavento.

Fino dal 1848, pochi giorni di angoscia, avevano mutato il giovane re in un vecchio. I suoi capelli incanutirono a un tratto. Egli aveva trent'otto anni. Da quel momento non ha più dimorato a Napoli. Egli ha tolto al suo popolo le feste e le allegrie che una volta gli concedeva, perfino la musica militare che rallegrava il suo giardino reale tutte le domeniche. Egli tiene il broncio, perché sente che non è amato. Egli è, per così dire, meno libero dei suoi prigionieri politici, più esiliato dei suoi proscritti. Egli si aggira mestamente nei suoi palazzi di villa; si nasconde a Castellamare, a Caserta; l'inverno si rinchiude nella sua fortezza di Gaeta. Vive miserabilmente, privo. d'ogni felicità, d'ogni piacere.

Non veniva più in Napoli, che per certe feste religiose., e dovunque passava le vie erano selciate di sbirri e di soldati.

Mesi sono, parve un momento destarsi, e fu nell'occasione del matrimonio di suo figlio, il principe ereditario, con una giovane e graziosa duchessa di Baviera. Egli accordò alcune grazie e fece un viaggio in provincia; promise farsi vedere in Napoli al suo ritorno. Ma le provincie non hanno strade e l'inverno era rigido. Il re dovette camminare un pezzo a piedi nella neve. Vi prese una pleuritide che si cambiò in pneumonite. Non poté assistere agli sponsali di suo figlio. Lo dovettero finalmente ricondurre moribondo nella sua lugubre villa di Caserta. Egli. soffre quivi tutti i tormenti d'una lenta agonia. La sua schifosa malattia ha tutte le apparenze del morbo pediculare; egli passa da convulsioni terribili ad una prostrazione più orribile della morte. La regina veglia al suo capezzale e non lascia entrare nessuno. Il conte di Siracusa, or fan pochi

14 Maggio

Ohimè! fassi anche peggio, si cospira intorno n quell'uomo che muore. Si pensa a sostituire al duca di Calabria, erede legittimo della corona, e figlio di Maria Cristina, il conte di Trani. suo fratello cadetto, figlio di Maria Teresa, e pieno di sangue austriaco. A pochi forsennati hanno sventolato bandiere bianche acclamando il figlio secondogenito e sua madre. È provato che essi erano stati instigati da impiegati del governo. È del pari positivo che quella sommossa doveva scoppiare nel tempo stesso a Lecce, a Bari, a Avellino, a Campobasso.

È pressoché certo che quei moti erano preparati di lunga mano, fino dal viaggio della corte nelle provincie. E' probabile che gl'intendenti, avessero avuto qualche sentore della cospirazione, e nulla fecero per pre

È indubitato che la polizia s'ingegna adesso di soffocare l'affar,e e che nessuno finora è stato arrestato dei sediziosi ei loro capi conosciuti. Si sono limitati a chiamare qui gli intendenti per chieder loro contezza del fatto; l'uno di essi è venuto frettolosamente, e sì è giustificato in parole, denunciando alcuni subalterni. I giornali del paese non ne han fatto motto.

Intanto la cospirazione va innanzi; circolano petizioni in favore del figlio della regina. Le autorità dì provincia cercano di sedurre gli attendibili, , promettendo loro un:a costituzione quando venga sollevato al trono il ramo cadetto. E alcuni di quei semplicioni hanno la buona fede dì crederci. Girano agenti segreti per guadagnare i popolani dando loro tre carlini al giorno; il perché non occorre dirlo. Voci ingiuriose spargonsi a carico del duca di Calabria. E disgraziatamente non tutte qquelle voci sono calunnie. Ne riparleremo in breve.

Una sciagurata eredità lascia il re, morendo, a suo figlio. Ecco la guerra nell'Italia settentrionale; essa può prolungarsi in rivoluzione nell'Italia del mezzodì.

17 Maggio

Cotesta rivoluzione, necessaria per costituire!a confederazione, per dir meglio la nazionalità italiana, ha un solo mezzo di prevenirla; incominciarla, cioè, e dirigerla. Vi vorrebbe sul trono di Napoli un uomo così, coraggioso, così liberale, e segnatamente così franco e schietto come Io è Vittorio Emanuele. Sarà poi tale il prossimo re?

Io non oso sperarlo. Il principe ereditario è tuttavia un enimma. Egli visse finora nella più profonda oscurità, ignorante ed ignorato. Detestato dalla regina trascurato da re, poco e male ammaestrato da militari, ed accuratamente reso inerte da una educazione clericale, egli non conosce nessuno e non sa nulla. Egli è stato fino dalla sua infanzia condotto, d'esilio in esilio, lungi da Napoli dalla diffidenza e dalla inquietudine arcigna di Ferdinando.. Egli non conosce né il suo paese, né la nazione. che sarà il suo popolo. Non ha nessuna idea della politica italiana; nulla sa della quistione che si agita sulle sponde

del Po e del Ticino.

Allontanalo violentemente dalla vita monacale per esser gittato dapprima nel matrimonio, e poi a due passi dal trono, egli si smarrisce nell'improvviso laberinto d'idee e di fatti, d'interessi e di mene in cui trovossi tutt'ad un tratto, cogli occhi spalancati. È vero che uomini d'ogni sorta gli si accostano e gli porgono la mano: ma ciascuno per prima parola gli dice: guardatevi!

- Guardatevi dalla regina, e dal vostro fratello; vogliono carpirvi il trono.

- Guardatevi dalla Francia; essa combatte sul Mincio, per condurvi Murat.

- Guardatevi dall'Inghilterra; essa agogna la Sicilia.

- Guardatevi dal Piemonte; esso vuole assorbire l'Italia.

- Guardatevi dal Conte di Siracusa; egli medita un 1830 ed un ramo cadetto.

- Guardatevi dall'Austria; essa vi trascina «ell' abisso.

- Guardatevi dalla vostra ombra; essa vi tradirà.

Che cosa può mai risultare da ciò? una estrema confusione e una estrema diffidenza. Tutti quelli che lo praticano, dicono che è inquieto, solitario, chiuso in se stesso, ed estremamente infelice.

La qualità dominante del suo carattere e l'affetto filiale; egli mostra per suo padre una specie di venerazione. Egli teme la regina; e la giovane principessa ereditaria, in aperta lotta con Maria Teresa, a cagione della compressione morale che cotesta donna esercita in corte, s ingegna di cambiare in avversione lo spavento del principe. Ma il disegno non le riesce intiero, perché non può convertirlo a suo modo, facendogli amare il piacere.

La duchessa di Calabria adora la caccia, il cavalcare, e si fa lecito, per quanto affermasi, anche il sigaro. - Il re futuro ha piena la sua camera di amuleti e di abitini; s'interrompe qualche volta a mezza conversazione per mettersi in ginocchioni, perché quella è l'ora delle sue divozioni. Figuratevi il contrasto! Aggiungete adesso dei vecchi arcigni, dei soldati zotici, delle legioni di preti, la regina di sinistro aspetto, il re moribondo, e avrete così una idea della corte.

Quale promessa appettate voi da quel funebre consorzio? Vi sono poi altri consiglieri, ma tutti si contraddicono, e la camarilla rimane con tutti i suoi componenti, falange serrata che perderebbe tutto se retrocedesse d'un passo!

Dicono che il generale Filangieri gode il solito favore; ma cotesto personaggio, molestato dalla stampa straniera, e troppo apertamente designato siccome il capo del ministero futuro, ha creduto dover dissimulare il suo credito recandosi a Sorrento. Vuoisi però che nella sua villeggiatura le sue comunicazioni colla corte non sieno interrotte, e ch'egli abbia già ricevuto dal re istruzioni segrete, una specie di testamento politico conosciuto da lui solo.

Se il principe ereditario da ascolto al conte di Siracusa egli si collegherà francamente col Piemonte. Se segue il parere del conte d'Aquila egli rimarrà neutrale. Se sta all'opinione del resto della corte egli aspetterà gli eventi e si deciderà per la politica dei vincitori, condiscendenza fatale, e tarda che gli ha perduto più volte la causa liberale a Napoli, dopo aver condotto a un pelo della sua rovina, la dinastia e la monarchia. Molti sperano e credono in questo re futuro, segnatamente all'estero, ed anche nelle file degli esuli napoletani. Il duca di San Donato gli scrive da Torino, il 16 Aprile, una lettera patetica, nella quale lo supplica d'essere italiano. Ma questa lettera, che ho qui sotto gli occhi, non perverrà al suo suo indirizzo, e corriamo pericolo di rimanere a Napoli un pezzo ancora sotto questo governo di preti, difeso da mercenari svizzeri,

che umilia la dignità nazionale, e disanima le rette menti non meno che i cuori generosi.

18 Maggio

Ho parlato a lungo dei governanti; diciamo adesso qualche cosa del popolo. Non vuoisi credere che i Napoletani sieno indifferenti alla grande avventura italiana; molta gioventù è già partita pel Piemonte, affrontando più pericoli, usando maggiore accortezza ed audacia, deludendo la più assidua vigilanza per fuggire dal loro paese, che se si fosse trattato di evadersi da un bagno di galeotti. Anche l'armata sembra animata da buoni sentimenti, e se non abbastanza risoluta per tentare come nel 1820, una insurrezione militare, gran parte di essa ha almeno, un vivissimo desiderio di combattere, un antico rancore contro l'Austria, un sentimento italiano che già svegliasi e freme; gli ufficiali, specialmente i giovani, vorrebbero partire per la Lombardia..

Oltre a ciò mi vien detto, che tra gli Svizzeri v'ha un resto di valentia e d'onore che si ridesta; - essi si vergognano- un po' tardi, è vero - di non avere esercitato il loro coraggio che per servire le vendette e il diritto del più forte.

Vorrebbero, per quanto si dice, riabilitare le loro armi e difendere una causa più degna in combattimenti meno disuguali. Ma, malgrado queste agitazioni, Napoli può dirsi ora la più tranquilla città dell'Italia.

Questo stato vuoi essere spiegato, e forse anche giustificato; mi sia concesso farlo in poche parole. E innanzi tutto, una. insurrezione in questo momento è impossibile; non già perché i Napoletani difettino dell'audacia necessaria per un ammutinamento, dacché furono essi che incominciarono il fuoco nel 1820 e nel 1848; ed è noto il titolo un po' sempliciotto di quel libro spagnuolo, che narra la Storia delle trenta sei rivoluzioni della fedelissima città di Napoli. Ma in questo momento il partito dominante qui non è il rivoluzionario; gli italianissimi taciono o diventano murattiani; e ciò che chiamano Italia il quarantottesimo non esiste più.

L'opposizione non ha capi come gli aveva in addietro; non ha che dei direttori: spiriti saggi, moderati, pazienti, della scuola di Poerio e di Manin, che la vogliono legale perché resti legittima, e la frenano per conservarla e salvarla.

Ora, questi Mentori hanno. adoprato., in questi ultimi tempi tutto il loro, influsso per impedire a Napoli un movimento. Essi sanno che questo movimento sarebbe tosto represso dalla forza, poiché i malcontenti, composti della minoranza intelligente della Nazione, armati soltanto d'idee generose e di patriottiche ambizioni, non riunirebbero a lungo contro le baionette le palle da cannone. Oltre a ciò starebbe, loro contro quegli innumerevoli conservatori, quella società anonima che si chiamava una volta il partito dell'ordine, che teme non solo i torbidi, le guerre civili e gli Svizzeri, ma più degli Svizzeri la plebaglia dei quartieri poveri, i sanfedisti che entrano nelle case dietro i soldati, centuplicando la strage e il saccheggio. Questi fatti miserabili sono ancora troppo recenti per essere dimenticati.

Questa è una ragione ma ve n'ha un'altra, più delicata. Il re è sempre ammalato, e il miglioramento del quale si erano rallegrati troppo presto e troppo apertamente non ha durato. Gli ultimi bullettini sanitarii parlano di nuovi disordini che si fanno sempre più gravi. Siamo dunque alla vigilia d'un nuovo regno, che non ba ancora annunziato il suo programma, e che Io pre

al piede d'un trono vuoto, al capezzale d'un re moribondo. Questo nuovo regno può inaugurarsi colle riforme, colle leghe nazionali, colle concessioni spontanee all'Italia ed alla civiltà. Cotesta sarebbe la soluzione la più facile, la più naturale, la più legittima, e la meno complicata della questione napoletana.

Alla vigilia di questa soluzione possibile, e senza motivo serio per disperare del nuovo principe, non sarebbe un'imprudenza lo scoraggiarlo, e spaventarlo con sollevazioni, ed anche con dimostrazioni intempestive? Se il moto ha buon fine, è una vittoria della nazione contro il principe; le concessioni in questo caso sono coatte, e quindi porgono un pretesto plausibile per ritirarle in seguito. Se il moto fallisce, è una vittoria del principe contro la nazione, ed un pretesto eccellente per non accordar nulla e persistere in un sistema di rigore e di vendetta.

Tal è il parere dei savi, e non solo di quelli che sono in Napoli, e che non vogliono essere né carcerati né esiliati, ma anche di quelli che sono in carcere ed in esilio, e che non hanno altro da temere. Fra questi ultimi posso citare il Sig. Scialoja, uno dei più illustri esuli di Napoli. antico professore antico ministro, economista eminente.

Egli

(1) Ecco alcuni brani della lettera di Scialoja. In essa vedrete la sapienza e la moderazione dei liberali italiani, rappresentali, non più tardi di ieri, come demagoghi:

Il mio silenzio non potrebbe giustificarsi che con. ragioni che si danno soltanto a voce. Non mi condannate pertanto leggete.

«La quistione, che si agita oggi, è una, quella dell'indipendenza italiana. Si tralascino dunque tutte le altre, e, dirò anche di più, si sacrifichino se occorre!

Finora, questo grande dibattimento, che deve, per suo risultamento, incominciare a farci esser noi, ciò che siamo, l'Italia, questo grande dibattimento è mal basato. Esso è nazionale, una una sola parte della nazione se ne commuove; cotesto è un difetto, che tende a sparire. Il torrente di volontarii, che gittasi nel Piemonte, incomincia a cancellarlo; a coteste indizio, e ad altri non meno serii, l'Europa finalmente si accorge che l'Italia esiste, e ch'essa chiede, coll'intervento del Piemonte, la sua indipendenza. Ma, come il Farinata di Dante, essa non mostrasi che dalla cintola in su, il resto del suo corpo è percosso da una vergognosa paralisi. E ormai tempo che questo stato cambiai, se non si vuole che Napoli segua nel sepolcro il suo oppressore moribondo.

«L'ora attuale è suprema. se non fosse prossimo un nuovo regno, non vi sarebbe speranza d'ottener alcun bene con mezzi normali. Ma questa eventualità si appressa, ed io, cessando da ogni rancore personale, e dimenticando ogni prevenzione, dico che so fosso possibile fare comprendere al nuovo re il suo vero interesso, e indurlo a dichiararsi contro l'Austria, egli salverebbe a un colpo la sua dinastia, e renderebbe uà segnalato servigio alla causa italiana.

Queste considerazioni erano necessaire per spiegare la calma apparente di Napoli.

Non aggiungo notizie; ve ne sono poche; salvo questa, che non recherà stupore a nessuno: partono giornalmente grosse somme di denaro per l'Austria; le manda la regina, - il re, nel nome della regina...

Così s'intende qui la neutralità.

21 Maggio

Leggesi nell'ultimo giornale officiale:

«Il re, nostro Signore, dopo un poco di calma provata ieri, verso Icore otto e mezzo di sera fu assalito dai suoi soliti dolori nel lato sinistro del petto, ma acerbi, e diffusi

- Se l'intento fallisse, bisognerebbe riconoscere che Dio ha condannato la dinastia a perire dopo avere arrecato al regno e all'Italia ogni sorta di mali. Allora bisognerebbe fare tutti gli sforzi possibili per ottenere, almeno, a guerra aperta, che l'armata desse segno di vita

«Importa principalmente insistere sulle differenze capitali tra il moto del 1818 e quello attuale. Quello era la rivoluzione, questo invece è l'unico rimedio per evitarla; in quello i principi pareano trascinati; in questo i principi sarebbero i moderatori, e vedrebbersi seguiti dai popoli. Nel 1848 i principi sarebbero stati gli operai della grande nazionalità.. nel 1859 essi ne saranno gli architetti. Maturate queste idee, che sono forse le vostre, e scrivetemi se credete che possano concorrere all'intento comune.»

L'amico assente

«Caserta un'ora pom. 20 maggio 1859».

Seguono le firme dei medici e le esclamazioni officiali.

S'aspetta dunque da un momento all'altro l'annunzio supremo. Le nostre nuove vanno fino alle ore cinque della mattina: il re non era ancora morto. È possibile, ed anche probabile, che questo 21 maggio sia il suo ultimo giorno. È tutto disposto in modo che la nuova non agiti le moltitudini. Già, ieri sera, il prefetto di polizia, in persona, passeggiava, seguito dal suo segretario generale, per la via Toledo, affollata di birri e di agenti. I capannelli si scostavano si scioglievano al suo comparire. Egli poi affacciavasi, segnatamente sul limitare farmacie sospette. (Le farmacie in Napoli sono per mò di dire, uffici per le novità politiche; vi si preparano e spacciano altrettante notizie quanti medicamenti).

Il signor Governa mostravasi dunque alla porta farmacie crollando il capo con un' aria di minaccia. Lo guardavano, sorridevano, e cambiavano argomento. I teatri erano chiusi, e i passeggianti innumerevoli.

22 Maggio

Ho chiacchierato poco fa con uno dei medici chiamati a consulto presso il reale malato. Il re non passerà la giornata; il nuovo regno incomincerà fino da oggi. Cotesto medico mi ha detto che la morte del re è un suicidio: Egli ha voluto governare la sua malattia, come governava il suo popolo. Coteste strano dispotismo era già stato osservato nei giorni estremi della sua sorella, la principessa Amelia, moglie dell'infante Don Sebastiano. Allora, come oggi, come sempre, egli non volle ascoltare nessuno. Trattò la facoltà medica come trattò già il suo parlamento.

Il re si è ucciso fisicamente, per mostrare ch'era il padrone. Invece di seguire una cura regolare, s'è abbandonato ai ciarlatani; è ricorso ai semplici, al latte nutrici; oppure si è dato ai preti, ed ha creduto guari

Nelle sue crisi violenti egli stringevasi al cuore le reliquie di San Gennaro. Adesso egli si sente morire e la sua coscienza freme.

La notte scorsa, vedendo entrare i suoi medici, chiamati improvvisamente, egli sollevò le braccia al cielo gridando: Hanno vinto la causa! Parlava del suo popolo.

Comprendete voi coteste grido d'angoscia? Dunque ci sentiva che la sua morte era la liberazione del suo paese. - Jeri diceva a suo figlio, presente tutta la corte: «Non governare troppo rigorosamente: questo tempo non lo permette.» Così egli condannava tutto il suo regno. Ma supplicava il principe di ascoltare e d'onorare Maria Teresa; lo che significava rispettare ed ascoltare l'Austria. Ecco l'ultimo voto di Ferdinando.

2 ore

Ferdinando H è morto; Francesco II è re

II.

FRANCESCO II.

Esaltazione di Francesco II - Amnistia - Sedizione dei Reggimenti Svizzeri - Circolare del Sig. Filangieri.-Gli Attendibili- Dispaccio del Sig. Elliot a Lord John Russell - Sig. Ajossa: Aneddoti - Ladri, e Briganti. - Prigioni di S. Maria Apparente - Nuovi provvedimenti di rigore - Lavori Pubblici - Sempre la Corruzione- La Camarilla - Processo Compagna - Altri dispacci del Sig. Elliot - Lettera di ribaldi.

25 Maggio

Primo disinganno. Ecco l'Atto Sovrano del nuovo re, affisso stamane per tutte le strade di Napoli:

«Francesco II. ecc. ecc.

«Per l'infausto evento della morte del nostro Augusto e Amatissimo padre Ferdinando II, Dio ci chiama ad occupare il trono dei nostri Augusti Antenati.

Adorando proci affidiamo con saldo animo alla sua misericordia, implorandola perché ci accordi un ajuto speciale, una costante assistenza onde adempire i nuovi doveri ch'egli c'impone, molto più gravi e difficili perché succediamo a un grande e pio monarca, del quale non si celebreranno mai abbastanza le eroiche virtù, e i meriti sublimi.

«Aiutato dalla protezione dell'Onnipotente noi potremo star saldo, e pronunziare il rispetto dovuto alla nostra religione, l'osservanza leggi, la retta ed imparziale amministrazione della giustizia, la prosperità dello stato; perché così, secondo gli ordini della Provvidenza, il bene dei nostri felici sudditi è assicurato.

«E volendo che l'andamento dei pubblici affari non soffra indugi,

«Abbiamo risoluto di decretare che tutte le autorità del regno rimangano nelle loro funzioni.

«Caserta 22 Maggio 1859

«Firmato Francesco II»

Giova assai confrontare questo atto con quello del defunto re, dato il dì del suo avvenimento al trono, l'8 Novembre 1830.

«Ferdinando II, per la Grazia di Dio ecc. ecc..

«Dio avendoci chiamato ad occupare il trono dei nostri Augusti Antenati, in conseguenza della morte del nostro amatissimo padre, di gloriosa memoria,-mentre il cuor nostro è profondamente addoloralo per questa perdita irreparabile, sentiamo l'enorme carico che il supremo dispensatore dei regni ha voluto imporci. Siamo persuaso che nell'investirci della sua Autorità Dio non ha voluto, ch'essa rimanesse inutile nelle nostre mani, né che noi ne facessimo mal uso. Egli vuole che il nostro regno sia regno di giustiziagli vigilanza e di sapienza, e che noi adempiamo i doveri che la Previdenza c'impone.

«Intimamente convinto dei disegni di Dio su noi, faremo tutti i nostri sforzi per cicatrizzare le piaghe, che, da qualche anno affliggono questo regno.

«E primieramente, essendo convinto che la nostra santa religione cattolica è la sorgente principale della felicità dei regni e dej popoli, prima e principal cura nostra sarà la protezione e il mantenimento della medesima nei nostri Stati, adoprando tutti i mezzi che sono in nostra mano per fare osservare i suoi divini precetti. Noi fidiamo nei vescovi, perché secondino col loro zelo le nostre giuste prevenzioni.

«In secondo luogo, noi volgeremo la nostra ardemte sollecitudine verso una amministrazione imparziale della giustizia. Vogliamo che i nostri tribunali sieno altrettanti santuarii non mai profanati da mene, da protezioni ingiuste, né da riguardo od interesse umano.

«Finalmente anche la finanza reclama la nostra particolare attenzione. Noi non ignoriamo come in cotesta parte sienvi mali profondi che voglionsi guarire e che il nostro popolo aspetta da noi qualche sollievo ai carichi che cagionarono i torbidi passati. Noi speriamo, e coll'assistenza di Dio, satisfare a questi oggetti tanto preziosi pel nostro cuore paterno, e siamo pronti a qualunque sacrifizio onde raggiungere cotesto intento.

«Quanto alla nostra armata, che è da molti anni precipuo oggetto nostre cure, riconosciamo ch'essa si è resa degna della nostra stima, e speriamo che come essa ci darò, in tutte le occasioni, le consuete prove della sua fedeltà inviolabile, così non lascerà mai che si oscuri lo splendore sue bandiere.»

Intanto, gli ottimisti fanno questo raziocinio: poiché Ferdinando, che aveva promesso tanto, poi così poco mantenne, Francesco,

17 Giugno

Francesco II non ha ancora fatto nulla Sottomesso ciecamente agli ultimi consigli del re moribondo, e non avendo mostrato finora che un sentimento profondo, vogliam dire, l'amore filiale, Francesco s'è piegato sotto l'autorità della regina vedova, Maria Teresa e del Sig. Troya, ultimo ministro di Ferdinando. Il Sig. Troya è uomo pieno di fede nella divina Provvidenza. Per lui, in politica Inasta pregare.

Disgraziatamente, l'opinione in Napoli si commuove. Alla nuova della vittoria di Magenta, in una dimostrazione fatta da oltre duemila Napoletani, si è acclamato alla Francia e all'Italia, sotto i balconi illuminati dei Sigg. Soulange - Bodin console Francese e Fasciotti console di Sardegna. Questa dimostrazione fu dispersa a colpi di bajonetta; ma fè gran paura al re; e però, mandato il Sig. Troya a pregare altrove, nominò Filangieri primo ministro.

Intanto che aspettiamo le innumerevoli riforme e concessioni, che ci promette il nuovo

Vi sono tre decreti. Il primo non concerne che i delitti comuni; il secondo rende i diritti civili ai sospetti; ma si guarda bene dal lacerare le liste in cui erano inscritti; quegli infelici rimangon pertanto sotto la vigilanza della polizia.

Ecco finalmente il principale decreto concernente i delitti politici. Riferisco i! testo medesimo, e vi prego considerare questo articolo officiale.

«Sono graziati della pena che resta loro a subire i condannati ai ferri, alla reclusione, alla relegazione, ed alla prigionia pel delitti politici commessi nel 1848 e 1849, condannati non compresi ne' decreti del 27 Decembre 1858, e 18 marzo 1859, secondo le liste esistenti al ministero di grazia e giustizia.»

Ecco il decreto citato parola per parola. Ecco ora quello che significa.

Esso esclude primieramente tutti quelli che si sono occupati di politica dopo il 1829. Quindi è che le vittime dell'affare di Mignogna, di Pisacane e di Milano (di questi non è neppure stato fatto ancora il processo) rimangono nelle isole e nelle carceri.

Il decreto non parla dei detenuti per semplice provvedimento di polizia.

Così, i quaranta infelici che sono a Santa Maria Apparente (alcuni da tre, cinque e sette anni); i quaranta altri che aspettano il loro processo alla Vicaria, ed allo Spedale di San Francesco; le centinaja e forse le migliaja d'altri che sono sostenuti, senza giudizio, nelle provincie nelle isole, non sono compresi in questa amnistia, e fa d'uopo d'un altro ordine del re perché sieno liberati, almeno giudicati.

Il decreto non fa grazia che ai condannati per la loro condotta politica nel 1848-49. Ora il maggior numero di quei condannati sono da dieci anni in fuga, in esilio. Di questi non fa parola il decreto che limita le sue grazie ad un certo ordine di pene (ferri, carcere, relegazione, reclusione). I fuggiti, condannati in generale come contumaci (ed alcuni a morte) sono egualmente esclusi dall'amnistia; deriva da ciò che la migrazione napolitana, composta dei migliori cittadini del regno, nulla guadagnerà nell'esaltazione del nuovo re. il generale Ulloa, Scialoja, Mancini, d'Avala, Imhriani, Tommasi, Pisanelli, Conforti, Leopardi, Spaventa, Amari, Giudici, Petruccelli, La Farina., Saliceti, Ferrara,, Cosenz, de Meis, Dragonetti (cito a caso e non incontro che nomi illustri onorevoli), continueranno a soffrire sulla terra d'esilio.

Né questo è tutto, il decreto esclude ancora dall'amnistia coloro che erano stati designati nelle grazie del defunto re. Vi sovviene di quelle grazie, e come esse commutavano illegalmente in deportazione (pena che non esiste nei codici napoletani) i gastighi inflitti a Poerio, a Settembrini, ed ai loro centoventi compagni di sventura. Esse li traevano dai bagni per mandarli a morir in America. Sessanta di quegli infelici, già partiti, hanno legalizzato la loro situazione e commutato da loro stessi, sbarcando in Irlanda, la loro deportazione illegale in esilio eterno. Il decreto non arreca alcun mutamento alla loro sorte. Gli altri sessanta, che non sono ancora partiti, forse partiranno: ma la loro grazia, se puossi veramente chiamarla così, è già decretata da sei mesi, e non saranno debitori del loro esilio, doloroso favore, alla generosità del nuovo principe.

Così i condannati recenti, i proscritti, i fuggiaschi, i carcerati già graziati dal re Ferdinando, i detenuti per provvedimento di polizia ecc. sono esclusi dalle grazie contenute nel decreto di ieri. Ora gli altri condannati (alla carcere. alla relegazione, alla reclusione ecc.) essendo già stati liberati, hanno fatto atto di sottomissione, , dopo dieci anni, le loro pene debbono essere spirate,

deriva manifestamente da tutto questo (e non so se se ne debba ridere, piangere) che nessuno dei condannati politici è compreso in quest'amnistia (1).

Oggi ho da raccontarvi una orribile storia: la sedizione dei soldati svizzeri. Ve la dico in parole.

V'è noto come la libera Elvezia, adontandosi della parte strana che facevano i suoi cittadini presso gli stranieri, segnatamente a Roma ed a Napoli, avesse dichiarato che quei mercenarii sarebbero quindi innanzi volontari arruolati di proprio moto, e non più un tributo d'uomini pagato annualmente in virtù di vergognose capitolazioni. L'ultima di queste capitolazioni, già rotta di fatto, spirava legalmente il 15 giugno il 15 Luglio, ed il governo annunziava avere provveduto affinché il nome di truppe svizzere, le insegne del cantoni, e la croce federale si ritirassero ai mercenarii che rimanevano a Napoli.

Se non che la situazione di cotesti mercenarii era equivoca. Quando la Svizzera, nel 1849, eseguendo le nuove leggi federali

(1) Il fatto ha confermato le mie deduzioni; cotesta famosa amnistia non ha liberato, di fatto, che un piccolissimo numero di detenuti oscuri, e già prossimi, al termine della loro pena. Erano popolani dimenticali da dieci anni nei bagni e carceri lontane: li credevano morti.

avea cessati i suoi impegni col re Ferdinando, quel monarca aveva risposto ch'egli manterrebbe i suoi, e che, malgrado la Confederazione, egli continuerebbe a tenere ed arruolare Svizzeri al suo servizio. Infatti, gli arruolamenti continuarono nei cantoni ai confini; anzi invece di diminuire, crebbero giornalmente, essendochè il governo di Napoli andasse a cercare i suoi Svizzeri in Austria quando l'Elvezia non gliene dava quanti ne voleva.

Cotesti sciagurati s'ingaggiavano pertanto, malgrado la legge del loro paese, sulla fede di trattati aboliti di fatto ed alle condizioni guarentite da quei trattati che non esistevano più: una di quelle condizioni era appunto il nome e le insegne di truppe svizzere che la Confederazione testé ritirò loro. Cosa incredibile! venendo a Napoli essi si mettevano in insurrezione contro la loro patria, la compromettevamo nell'opinione; eppure le erano divoti. Non ricusavano di prestar la mano alle violenza del potere, per soffocare la libertà della nazione, ma a patto però di farlo. sotto la bandiera del loro paese libero.

Epperò, quando, l'altro giorno, tolsero loro le loro insegne, e la loro bandiera per imporre loro quella di Napoli, essi insorsero in massa e risposero a fucilate.

La ribellione incominciò mercoledì nelle caserme. I soldati del quarto Reggimento non vollero salutare la nuova bandiera. La sera e la domane fuvvi qualche fucilata scambiata fra gli Svizzeri. Perché, convien dirlo, dalla guerra in poi, la divisione s'era messa nelle loro file. L'ingresso in quel reggimento d'un numero piuttosto grosso di Tirolesi aveva aumentato ancora la confusione, tanto che ieri l'altro, a sera, a proposito di Francia e d'Austria, di Barbari e di Tedeschi, e pel fatto bandiere tolte, sciabolate e fucilate insanguinavano già le caserme e le vie.

Giunta finalmente al colmo l'irritazione un certo numero di soldati svizzeri, usciti con armi e bagaglio dal castello del Carmine, corsero ai quartieri dei SS. Apostoli. e di Santo Potito, ove, non senza qualche fucilata, essi reclutarono qualche rinforzo. Dopo ciò si recarono davanti ai cancelli del palazzo di Capodimonte urlando: Viva il re! Viva la Svizzera! Il re mandò a chiedere quel che volessero. E quelli tutti a una voce gridarono: «Ci si rendano le nostre bandiere, ci lascino partire.»

Il re ordinò loro d'andare a passare la notte al Campo di Marte, e promise che la domane avrebbe risposto.

I soldati andarono

La domane, al mattino, uno dei loro antichi colonnelli (oggi generale) andò a impor loro deponessero le armi; e siccome negarono, scoprironsi cannoni che nella notte erano stati posti in batteria, e il Campo di Marte si cuoprì di truppe appostate in tutte le strade vicine; e, cosa orribile a vedersi, quei soldati erano svizzeri: il terzo battaglione dei cacciatori, ed una parte del quarto reggimento. Uno Svizzero comandò il fuoco; cannoni svizzeri scagliarono bordate di metraglia; baionette svizzere finirono sottomisero gli scampati alla strage. Cotesto fu un mostruoso fratricidio.

I rapporti i più moderati accusano una sessantina di feriti e venticinque morti. Un numero di rivoltosi sfuggiti alla strage hanno preso la via di Noma: ma verranno probabilmente arrestati nella loro fuga, dacché le truppe gl'inseguono dappertutto. Un centinaio di prigionieri aspettano d'esser fucilati. Tali sono le prime notizie di quella sommossa; singolare cosa vedere a Napoli gli Svizzeri essere i primi a incominciare l'attacco.

Ma la faccenda non è finita: gli uccisi 0 i prigionieri sono una frazione soltanto dei malcontenti. Gli Svizzeri in questo momento son tutti rinchiusi e guardati; dicono che la rabbia gli ha resi pazzi. Il re ha avuto paura ed ha lasciato Capodimonte, perché i ribelli avrebbero potuto impadronirsi di lui se l'avessero voluto. Si dice che ieri sera partì per andare a rinchiudersi in Gaeta - ma se ne dicon tante!...

9 Luglio, un ora

dall'aspetto sempre più minaccioso cose, il re ha testò ordinato che sieno rimandati a casa loro tutti quegli Svizzeri che non vorranno giurar fedeltà alla bandiera napoletana. Essi partono in folla gridando che ritorneranno fra qualche mese con (1): Iddio lo voglia!

(1) Gli Svizzeri partivano pertanto a brigatelle; non ne sono rimasti nel paese che qualche centinaio, incorporati più tardi nei nuovi battaglioni di carabinieri leggieri. Quelli che trovavansi nelle carceri non sono stati liberati senza qualche difficoltà. Ve n'erano con tuttociò degli innocenti: quattro, fra gli altri, rei soltanto di schiettezza e di lealtà. È si erano presentati senz'armi ai loro capi, per dichiarare ch'essi non volevano unirsi agl'insorti, ma chiedevano licenza di tornarsene in Svizzera. L'oratore fu mandato in galera per otto anni e i suoi compagni per quattro: nel tempo che gl'insorti del Campo di Marte erano già partiti.

Se mi sono alquanto esteso su questo fatto, non ve ne meravigliate. Oltre la gravita e la singolarità del loro stato a Napoli, v'ha una quistione seria, internazionale, che ferveva intorno ad essi. Fuvvi un tempo in cui la libera Elvezia si stimava onorata quando pagava ai sovrani un tributo d'uomini, e il leone di Tordwalsen, che rammentava l'eroismo dei montanari contro la rivoluzione, e per la monarchia francese, non era meno glorioso per la Svizzera dell'ossario di Stanz, della cappella di Guglielmo Tell.

Ora poi. le razze hanno progredito; le guerre sono considerate come flagelli anche da coloro stessi che le promuovono; ora vi hanno quistioni di moralità nazionale reputate di maggior momento virtù militari dalla coscienza del secolo in cui viviamo. Ciò che stima vasi un tempo siccome un onore, oggi si sprezza come una vergogna.

Ecco il numero officiale vidimo del Campo di Marte: vi raccolsero 70 uomini, dei quali 33 erano già morti. Degli altri 37, ne sopravvissero solamente 21.

Fortunatamente cotesto sangue sparso non è stato inutile. Non solamente i corpi svizzeri sono stati licenziati, ma hanno ottenuto gli onori della guerra, vale a dire gratificazioni, pensioni di ritiro. Essi hanno dovuto questo favore, direm meglio questa giustizia. alla condotta coraggiosa dell'inviato della Confederazione il Signor Maggiore Latour.

Noi assistiamo all'ultima rottura di quei mercati disonorevoli che si stipulavano una volta senza veruno scrupolo. Noma e Napoli, le città le più retrograde dell'Europa, sono le sole ove sussistono ancora quei pretoriani somministrati da un paese libero; ne va privo d'interesse storico il seguire, nei suoi dolorosi particolari, l'abolizione definitiva d'un abuso così a lungo tollerato.

E il fatto è reso anche più singolare dalle conseguenze terribili che ne devono derivare. La dissoluzione degli Svizzeri trascinerà presto tardi la dissoluzione della monarchia. Predizione immatura forse; - notiamola ciò non pertanto e lasciamo venire gli eventi.

30 Luglio

Vittoria! Un decreto è testé comparso, piuttosto una circolare: la prima comunicataci dal Sig. Filangeri dopo la sua installazione. Ve Io aveva pur detto che quel ministro preparava qualche cosa nel silenzio del gabinetto, e che quando meno ce l'aspettassimo si vedrebbe venire alla luce qualche innovazione coraggiosamente promulgata. Finalmente per grazia di Dio, e forse anche

Di che si tratta? di costituzione senza dubbio? non ancora; non precipitiamo niente. I Napoletani non vogliono costituzione; lo leggerete in tutti i fogli sanfedisti: a dir molto, essi sperano lo statuto di Bajona, promesso in altri tempi da Giuseppe Bonaparte, e consigliato, dicono, da Ferdinando in punto di morte: un parlamento composto di cento membri, venti militari, venti ecclesiastici, venti legali, venti notabili, venti deputati eletti da elettori eletti essi pure, ma dal governo, tutti con voce consultiva, non deliberativa. Ecco tutto quello che i Napoletani sperano; ma sono essi abbastanza maturi per coteste franchigie? Il potere non lo crede; e però ha promosso nelle provincie petizioni contro la Confederazione italiana, e contro Io statuto che non si vuol concedere. In che dunque consistono le riforme? Nel congedo forse degli Svizzeri, che è oggimai risoluto?

No, certo, poiché ne arruolano sempre, ed a Torre Annunciata

La circolare si riferisce dunque ai detenuti politici? Neppure; essa ordina veramente di rendere più salubri le carceri; ma non parla di vuotarle. Santa Maria Apparente ha testò rilasciato la metà dei suoi detenuti; il fatto è vero; ma quegl'infelici, che erano costì, alcuni da sette anni, per semplice provvedimento di polizia, e che aspettavano s'iniziasse il loro processo, sono stati relegati senza giudizio nell'isola di Capri; il che equivale ad una deportazione preventiva, e indeterminata.

Dunque coteste riforme hanno in mira l'amministrazione, la polizia? Non ancora; il sig. Filangeri non ha tanta fretta. Non ha ancora acquistata tanta autorità da potere destituire l'intendente, suo nemico personale.

Del resto, per appurare l'amministrazione, bisognerebbe gittare a un colpo nella miseria più di centomila persone; trent'anni di regno

Quali sono dunque le riforme decretate dal sig. Filangieri nel primo atto pubblico e riconosciuto come proprio, ch'egli abbia disteso da se, e firmato solo? Ora ve lo dirò in Ire parole; non invento nulla,.e non rido; lo rilevo dal Giornale officiale di ieri l'altro.

Avranno luogo visite di magistrati e di pubblici impiegati nelle provincie; si erigeranno dei fari sul litorale. Le carceri saranno imbiancate di nuovo, e provvedute di cappelle. Non si stenderà più la biancheria lungo Mergellina nelle ore del passeggio.

Finalmente (e questo è firmato del presidente dei ministri e probabilmente deciso in pieno consiglio di stato; traduco letteralmente per non essere accusato di stolte facezie):

«I direttori dei reali ministeri dell'interno e della polizia generale debbono intendersi onde provvedere efficacemente alla nettezza di questa città, evitando particolarmente fra le numerose sconcezze, quella inondazione serotina, in prossimità del real teatro San Carlo, collocando in luoghi opportuni vasche, che dovranno nettarsi ogni mattina, e, se occorre, anche varie volte al giorno.»

6 Agosto

Ecco ora un passo d'un atto ufficiale, ch'io. raccomando alla vostra attenzione, quivi vedrete come sono interpetrate ed eseguite le leggi nuove in questo felice paese. Ho spesso parlato degli attendibili (sospetti), sorta di lebbrosi confinati nei loro villaggi, e nelle loro case, spiati da tutti i bracchi della polizia, privi del diritto di chiedere verun. diploma, e pertanto d'esercitare veruna professione liberale, - e arrestati, carcerati, liberati senza motivo, per un semplice sospetto, per provvedimento di pubblica sicurezza.

Vi ho poi detto come vi fossero nel regno circa trecentomila sospetti.

Ora il giovane re, in un momento di tenerezza, ha reso i loro diritti civili a cotesti attendibili. I giornali hanno magnificato cotesto atto di clemenza, e migliaia di liberali, nelle provincie, hanno voluto approfittare del buon volere del re. Disgraziatamente, trasmettendo agl'intendenti l'atto reale, il ministero ha stimato prudente consiglio farvi la giunta d'una circolare segretissima, della quale ho testé avuto copia, e ch'io sottopongo alle vostre considerazioni.

«Signore, se la clemenza sovrana, con un decreto reale del 16 corrente, ha voluto sopprimere l'ingombro liste troppo numerose d'attendibili, ed estendere. la sua benefica mano sopra un gran numero dei suoi sudditi, ciò non fa sì che non si debba vigilar sempre onde prevenire le mene dei malvagi. Egli è dunque necessario tener sempre d'occhio gli uomini pericolosi, sieno pure stati no descritti nelle liste degli attendibili. E voi sotto la vostra più stretta responsabilità siete in obbligo d'avvertire immediatamente l'intendenza carte di via date, a cotesti uomini, sì per Napoli, sì per le altre provincie del regno, precisando ilrientreranno nel loro paese,

bisognerà farne egualmente rapporto immediato. Ogni prescrizione di vigilanza relativamente agli individui che non sono da confondersi coi compromessi nelle liste politiche degli attendibili pei fatti del 1848 e 1849, rimangono pienamente in vigore. Comprenderete con quale sagacità e delicatezza e con quanta segretezza dovrete condurvi in tali circostanze; e vivo sicuro che risponderete alla fiducia onde ha voluto onorarvi la munificenza del vostro Augusto Sovrano. Vi rammento che la vostra responsabilità è grave per questo importantissimo ramo del servizio; compiacetevi d'accusare la presente.»

1 Settembre

Un'altra circolare segretissima sugli attendibili fu diretta agl'intendenti, nella quale si prescriveva l'osservanza più minute cautele e la vigilanza la più instancabile, sempre relativamente ai sospetti in politica, che chiedessero trasferirsi da. un luogo ad un altro, chiedessero licenze e certificati per l'esercizio di qualche professione, di pubblici

Avvertite che il Casella, ministro di polizia, è un uomo onesto, e ch'egli non distese cotesta circolare. Gliela presentarono bell'e fatta e gliela fecero firmare per forza.

Sig. Elliot a Lord John Russell.

Napoli 2 Ottobre 1859

Ho profittato dell'udienza che mi è stata accordata dal re per insistere seriamente presso Sua Maestà, sui pericoli risultanti dal modo ond'è attualmente amministrato il paese.

«Ho fletto, che siccome, io era convinto della grande difficoltà d'accertarsi del vero stato cose, specialmente pei re, ai quali si tème dire francamente verità dispiacevoli, così mi sentiva il coraggio di fare conoscere a Sua Maestà i pericoli che potevano nascere dal sistema nel quale il governo sembrava deciso di rimanere. Gli ho detto che i recenti arresti a Napoli hanno prodotto un

e quantunque Sua Maestà dicesse non parergli che lo stato interno del paese fosse così pericoloso come il pubblico lo giudicava, le ho fatto osservare come fosse naturale pel pubblico il credere che null'altro fuorché il sentimento d'un pericolo imminente potesse avere consigliato, e potesse giustificare i numerosi arresti fatti in Napoli, a Palermo ed a Messina.

«Ho detto aver io saputo che alcuni dei suoi ministri continuavano a sostenere che non esisteva malcontento generale nel paese, e che la inquietudine era mantenuta dalla agitazione d'uno scarso numero di spirrti turbolenti. Ho però pregato il re di non lasciarsi illudere da assicurazioni di tal fatta, perché m'era impossibile dubitare, consultando i rapporti che io aveva ricevuto da ogni parte, che il malcontento non fosse così universale e profondo che provvedimenti di conciliazione, di repressione non fossero divenuti necessArt.

«Io gli ho rappresentato che i primi provvedimenti potevano essere tuttavia efficaci,' e che le concessioni fatte alle domande moderate del paese potrebbero ricondurre la tranquillità nell'interno e la simpatia degli stranieri; mentre che se essa era risoluta a comprimere i sentimenti dominanti

con atti di rigore e di violenza, Sua Maestà dovrebbe calcolare la forza di cui essa disponeva, e ponderare pacatamente il rischio cui si esponeva, prima d'adottare una politica, che, so fallisse, condurrebbe: certamente risultamenti dei quali era impossibile prevedere la importanza, e potrebbe privarla d'ogni speranza di ajuto di simpatia dal lato degli stranieri. «Ho anche detto che se quelli che erano stati arrestati (1), potessero venir convinti di trama contro il trono di Sua Maestà, l'irritazione che esisteva adesso contro il suo governo cesserebbe tosto, e che, pertanto, la sola politica che pareva adesso potersi seguire con frutto era il sottoporli subito a un giudizio. Ho aggiunto che se si potesse provare la loro reità, la loro condanna sarebbe accolta come una giustificazione del loro arresto; che se fossero assoluti verrebbero tosto liberati, e che nell'un caso, nell'altro, si stimerebbe sempre che il governo avesse agito nella convinzione della loro reità;

(1) La polizia di Napoli aveva fatto arrestare tutto ad un tratto, senza alcuna ragione, pretesto palese, la prima nobiltà di Napoli: il principe Torcila, il marchese Bella, il marchese d'Afflitto, i baroni Genovese, Giordano ecc. senza dire gli uomini eminenti noi foro, nelle lettere: il signor Ferrigno, de Filippi, Perez, Capecelatro ecc.

ma che, da un altro lato, se coteste persone non si sottoponessero a un giudizio, Sua Maestà non dovrebbe meravigliarsi se il pubblico considerasse gli arresti, che hanno avuto luogo, siccome atti puramente arbitrarii, diretti non già contro dei cospiratori, ma contro opinioni.

«Ho pur detto che il significato estremo annesso alla parola rivoluzionano, da alcuni ministri di Sua Maestà, aveva suscitato inquietudini nell'animo mio, ed ho lasciato a Sua Maestà il pensiero di giudicare se fosse giusto ed equo di considerare come cospiratori uomini che pensavano avere il diritti) di ricercare fra loro i mezzi più atti a ricondurre la costituzione, che era loro stata solennemente guarentita, che non era stata mai formalmente revocata, e che, a rigore, poteva ancora considerarsi siccome la legge del paese.

Ho finito pregando Sua Maestà di credere che mi doleva assai di trattare quistioni che la dovevano affliggere, e che non,mi ci sarei indotto se non fosse stata la convinzione dell'interesse che prendeva la regina e il suo governo nel ben essere del regno e nella prosperità di Sua Maestà Napoletana e della sua dinastia. Ho dichiarato che, vedendo Sua Maestà sul pendio di un abisso, secondo il

non voleva dovermi rimproverare d'avere trascurato di avvertirla sui pericoli verso i quali la spingevano i suggerimenti di ciechi consiglieri.

«Sua Maestà non si mostrò offesa mie parole, e si dichiarò pienamente soddisfatta della benevolenza del governo di Sua Maestà la regina.

«Spero che vossignoria mi approverà d'essermi espresso tanto liberamente col re; ma sebbene Sua Maestà sia continuamente circondata da consiglieri di poca mente e ipocriti, che la conducono in rovina, ed io non possa confidarmi d'avere fatto molta impressione coi miei consigli, credo, ciò non pertanto, aver ben servito i desiderii della regina adoprandomi a tutto potere per impedire che il re perseveri in un sistema, che, probabilissimamente, farà nascere complicazioni di cui nessuno può prevedere lo scioglimento.»

6 Decembre

Gli arresti rammentati dal Sig. Elliot nella sua lettera a Lord Russell sono l'opera di Ajossa, l'uno degli uomini più violenti, tirati, ed aspri del regno.

Di statura egli supera

Fu già intendente di Salerno e si distinse molto nell'epoca del famoso processo intorno all'affare del CagliArt. E siccome egli mostravasi brutale e pesante, ma giusto, fu chiamato da Francesco II alla direzione dei lavori pubblici. Ma siccome cotesto ufficio, che, in questo paese, è più nominale che effettivo, non gli bastava, agognò la polizia, e per ottenerla inventò quella famosa cospirazione, e provocò quei famosi arresti onde tanto commossesi la diplomazia. Il Sig. Casella, ministro della polizia e galantuomo, non volle cooperare in coteste violenze, e fu pertanto allontanato improvvisamente dal gabinetto; l'Ajossa allora prese il suo posto. Ma poiché le violenze erano spiaciute alla diplomazia, ne riversarono la colpa sul Sig. Governa, direttore della polizia, il quale invece aveale sconsigliate.

Ecco frattanto, sulla amministrazione dell'Ajossa, un bel numero di aneddoti:

È stato arrestato un librajo perché aveva nel suo negozio un libro di Gioberti: un trattato d'estetica! Uno studente è stato arrestato perché leggeva

la Scienza della legislazione del famoso Filangieri padre del

- Il secondo fatto, che ho promesso di raccontarvi, è la morte di Trevisani che era stato il capo,

per lo meno il savio dell'opposizione moderata. Allievo, ed amico dello storico Carlo Troya, e difensore di quel guelfismo pieno di illusioni, che, prima del 1848, aveva sognato la risurrezione dell'Italia per opera del papa, il Sig. Trevisani, si era mostrato, quest'anno, affatto ostile alle idee antidinastiche dei partiti francese e piemontese, e si era limitato, mentre ferveva la guerra, che favoriva le speranze le più avventate, a esprimere dei voti più timidi in favore d'una monarchia costituzionale sotto lo scettro dei Borboni. A Napoli la moderazione è punita più severamente della violenza, e forse perché è più pericolosa. Dopo la pace il Sig. Trevisani fu arrestato e relegato a Avellino, malgrado le sue preghiere, dacché sapesse come l'aria di quella città gli fosse fatale. Infatti, egli vi prese le febbri, e testé ne moriva. Costui era un liberale alla foggia inglese e un galantuomo.

- Il terzo fatto è l'arresto d'Antonio Ranieri, l'autore di Ginevra e d'una Storia d'Italia, romanziere elegante, filantropo coraggioso, storico convinto, prosatore sommo. Deluso in tutte le sue speranze, il Sig. Ranieri viveva da oltre venti anni estraneo alla politica; non aveva neppur preso parte al moto del 1848. Quest'anno ancora, perdurante la guerra, egli si era tenuto in disparte, credendosi al sicuro dalle persecuzioni nel suo ritiro studioso. Ei s'ingannava. Una medaglia era stata dev'esser coniata in Firenze in onore del Sig. Vieusseux, uno dei più meritevoli tra gli amici dell'Italia. Cotesta medaglia non era un omaggio politico; ma sì un ringraziamento esclusivamente letterario. al fondatore dell'Archivio Storico, riviste storiche ed archeologiche. Il Sig. Ranieri scrisse il suo nome sulla lista dei sottoscrittori e degli ammiratori del Sig. Vieusseux, suo amico da trent'anni. Una lettera di ringraziamento giunta da Firenze, fu intercetta alla posta di Napoli, e diè motivo all'arresto d'Antonio Ranieri. L'egregio scrittore venne in breve rilasciato la mercé di potenti protezioni; ma il fatto sta come ve Iodico.

- Quarto fatto: Hanno fatto chiudere la stamperia del Sig. Bruto Fabbricatore perché il fratello di questo, il Sig. Aristide Fabbricatore, è sospettato d'avere dato mano alla

- Quinto fatto: narro la sventura d'un mio amico che incontrai ieri in via Toledo. Era molto tempo che non l'avevo veduto; gliene chiesi il perché. L'avevano arrestato e tenuto

tre mesi in carcere. Poi l'avevano chiamato, e gli avevano detto: al re vi fa grazia - Di qual pena? chiede l'infelice. - Di quella che voi meritate - Per qual delitto? - Voi lo dovete sapere.

Dopo una breve discussione, l'uomo graziato capì che la sua detenzione era la conseguenza di uno sbaglio. L'avevano arrestato nella vece d'un tale che si chiamava come lui.

- Sesto fatto: il re passava, giorni sono. in una via un po' remota, un uomo s'appressò alla carrozza del principe e gittovvi un plico non sigillato. Vuoisi dire, a lode del giovane re, che se egli non governa, egli accorda, almeno, di proprio moto, molte grazie e favori, purché questi non abbiano relazione colla politica. Ora, Francesco II, credendo ricevere qualche nuova petizione, s'affrettò d'aprire l'involto: esso conteneva una graziosa collezione di nastri tricolori.

Tornato al palazzo, il re chiamò immantinenti l'Ajossa, e gli ordinò d'arrestare il colpevole. Il direttore mise tosto mano all'opera, e fece arrestare a caso quattro individui che parvero rassomigliare alla descrizione fattane dal re. Solamente, siccome non conveniva confrontare quegli' infelici col loro augusto accusatore, l'Ajossa ebbe l'ingegnosa idea di farne fare le fotografie per sottoporli, in effigie, all'investigazione del principe. Se non che questi, dopo l'esame, ebbe a dichiarare che nessuna di quelle immagini rassomigliava al demagogo che aveva gittato l'involto. L'Ajossa uscì atterrito dall'udienza, e si affrettò, di lasciare i quattro uomini in carcere. Essi vi sono ancora.

Mi fermo qui, non per mancanza di fatti, ma per non andar troppo per la lunga.

31 Decembre

Adesso è accertato che l'uccisione fallita del Sig. Maniscalco, direttore di polizia a Palermo, non è in verun modo un delitto politico. Il Sig. Maniscalco, l'Ajossa siciliano, aveva molti nemici personali. Sono dieci anni

V'hanno, inoltre, nelle carceri di Santa Maria Apparente undici uomini rinchiusi senza processo, senza giudizio, da tre anni e più, siccome complici d'Agesilao Milano. Il più colpevole tra costoro si chiama Dramis, ed è un gendarme

- Il suo reato consiste unicamente nell'aver conosciuto il regicida, ed aver detto di lui, in pieno consiglio di guerra: «Egli è un uomo d'onore. Per questa coraggiosa parola Dramis non è stato solamente rinchiuso in una segreta, ma cotesta segreta è stata murata all'intorno onde renderla più angusta e più orribile, lo non invento nulla; l'h

veduto coi miei proprii occhi.

Oltre cotesti pretesi complici del regicida le carceri di Santa Maria Apparente hanno ricevuto in questi giorni nuovi ospiti mandati

Tra i nuovi ospiti di Santa Maria Apparente si noverano alcuni giovani che erano andati a Ischia per imbarcarsi su d'un brigantino, e cosi uscir dal regno. dinunziati, gli arrestarono; gli hanno accusati di volersi arruolare nell'armata della lega dell'Italia centrale.

Gennaio 1860

Nessuno è stato liberato graziato.

14 Gennaio

Accadono adesso in Napoli, i fatti i più contraddittorii e i più singolArt. Da un lato, rigori strani, l'arresto del console Sardo, il Sig. Fasciotti, aggredito e frugato, per isbaglio in mezzo di strada da gendarmi, e liberato poi con mille scuse dal Sig. Ajossa; L'arresto del sig. Pandola messo in segreta, e impedito dal veder sua madre; l'arresto del sig. Compagna, sospettato d'avere in casa carte, che non vi si rinvennero, e detenuto per questo fatto con un degno ecclesiastico,

che conviveva secolui - ed anche col suo portinajo, un povero dabben uomo. Le provincie sono anche peggio governate; violenze, arresti persecuzioni dovunque.

Accanto poi a questi fatti ch'io attenuo per non essere tacciato d'inverisimiglianza, v' ha una estrema esitazione nel governo, ed un terrore manifesto. L'armata ai confini è rinforzata; gli arruolamenti all'estero si proseguono con uno zelo quasi febbrile; il governo si sfiata a chiamare uomini. Si completa il 13.battaglione di cacciatori, scemato licenziamento degli svizzeri; si formano battaglioni di carabinieri componendolo di Austriaci e di Bavaresi ai quali fossi un ponte d'oro. Si promette ai colonnelli stranieri il soldo detenenti generali del regno, e il soldo di generali di brigata ai tenenti colonnelli. Gli uomini che s'ingaggiano ricevono cinquanta ducati per ciascheduno; hanno il viaggio pagato da Feldkirch e Bregenz, la promessa di tutti i vantaggi offerti già agli Svizzeri, e il pan bianco negato alla truppa del paese. Si stimolano le leve nel regno, quasi fosse minacciato di nuove conquiste, volesse farne per conto proprio, pensasse a rincacciare da se solo quella Italia nuova che scende di giorno in giorno, e minaccia d invaderlo.

Intanto voghe promesse di riforme, di amnistie, di miglioramenti, rinnuovate di quando ili quando, e diffuse col telegrafo perché l'Europa non s'impazienti. Gli stranieri sono ben trattati, accarezzati anche; la diplomazia inebriata d'incenso; la corte si diverte, il re si fa vedere, e sembra di buon umore.

Tutto è pronto pel congresso, sebbene non ci si creda. Il Sig. Canofari, che sta per tornare a Torino fino alla convocazione dei plenipotenziarii, diceva, l'altro giorno, che credeva non dover andar mai a Parigi. Il ministero, disoccupato, vive alla giornata, e lo Stato deriva senza che alcuno al mondo, in questo abbandono universale, possa presentire dove si va. Intanto i fondi calano, il commercio languisce, l'industria si ferma, le strade ferrate aspettano, i fari non si accendono, i porti non si scavano, le prigioni indugiano ad aprirsi, gli esiliati restano in esilio; il tempo è duro, e il popolo soffre.

24 Gennajo

Agitazione in Sicilia; moti a Trani, inquietudini in Basilicata e in Calabria, mali umori

Tutti questi sintomi di sfacelo si aggravano. Napoli sente già come non possa difendersi sola, e chiede ajuti all'Austria, la quale interviene fraudolentemente nei suoi affari, siccome Io prova il seguente documento che vi do siccome officiale:

«Ordinanza a tutti i capi autorità del circolo e preture del Tirolo e del Vorarlberg, all'I. e R. direttore di polizia ed ai potestà d'Innsbruck, Bolzano, Trento, Roveredo concernente il reclutamento di sudditi austriaci per l'armata reale di Napoli.

«In seguito della domanda della legazione napoletana tendente ad ottenere la permissione di recintare, negli stati imperiali dell'Austria, dei volontarii per l'armata napoletana, gli II. e RR. ministri degli a ffari esteri, dell'interno e della polizia, e l'I. e R. comandante superiore dell'armata, hanno risoluto d'accordo, conformemente a un dispaccio dell'I, e R. ministero dell'interno, in data 31 Decèmbre, N. 3,173, di soddisfare a questa domanda sotto le seguenti condizioni:

«È accordato al governo napoletano il diritto di reclutare negli Stati austriaci, come volontarii, gl'individui.

« a Che hanno già soddisfatto personalmente al servizio militare.

« b Che sono stati liberati dal servizio mercé la tassa d'esenzione.

« c Che hanno oltrepassato l'età richiesta pel servizio militare, e che non sono designati per presentarsi ulteriormente:

« d Quelli finalmente che sono stati dichiarati per sempre inabili, se per caso ve ne hanno alcuni capaci in questa categoria.

«II. L'uffizio principale di reclutamento verrà stabilito a Vienna e nelle altre città capitali, segnatamente a Buda, Praga, Lintz, Gratz, Salzburgo. Innsbruck; si potranno creare anche agenzie. Il deposito principale per l'imbarco recinte è a Trieste.

«III. Il reclutamento si farà copertamente, e si eviterà l'ingombro reclute nelle agenzie. Le reclute verranno internate nei luoghi di reclutamento fino alla loro partenza, e mandate a Trieste a drappelletti, e il loro imbarco avrà luogo una volta la settimana; il più presto che sia possibile.

«IV. È proibito agli ufficiali e sotto ufficiali di reclutamento il portare distinzioni militari; vestiranno pertanto alla borghese. Se sono estranei essi saranno trattati come tutti gli stranieri, che, essendo muniti loro carte, soggiornano in Austria.

«I loro nomi e quelli degli agenti di reclutamento, e così qualunque mutazione

«V. Agli individui ingaggiati saranno dati passaporti all'estero validi per la durata dell'ingaggio (4 anni)

«VI. Pel mantenimento dell'ordine nei luoghi di reclutamento, e nel tempo del viaggio, i comandanti del reclutamento, ed i commessi al viaggio potranno richiedere la cooperazione degli agenti della pubblica sicurezza, eccetto però l'inseguimento, e l'arresto dei disertori.

«Vuoisi rammentare che l'esecuzione di questo provvedimento deve aver luogo con la più severa discrezione, e che è inutile domandare ulteriori avvertenze.

«Innsbruck, 11 gennajo 1860

Per Sua Altezza Imperiale

«Barone Francesco di Spiegelfelde

I. e R. Consigliere aulico

18 Febbrajo

Vi scrivo al suono trombe e dei padiglioni chinesi, che precedono la truppa al Campo di Marte. l'ha oggi grande parata militare con esercizj a fuoco: sempre uni

formi e manovre.

Credono formare così dei difensori dell'altare e del trono; ma formano invece una soldatesca annojata che non si batterà.

Anche la marina preoccupa il governo. Annunciano un formidabile equipaggiamento di scialuppe cannoniere, e non trovano legname per incominciarne la costruzione. Quel povero Borbone, andato testé fra i più, sembra avere diboscato tutto il regno. Intanto la leva continua e prosegue rigorosissimamente. Accadde ieri l'altro un fatto che merita d'esser notato, perché mostra i costumi del paese e il fatale influsso dell'ultimo regno. Il defunto re era indulgentissimo per gli uomini corrotti; non aveva sinceramente in uggia che le convinzioni liberali. Se un dei suoi commetteva un furto troppo violento o scandaloso egli qualche volta lo cacciava, ma, invece di mandarlo in galera, Io poneva nella consulta di Stato. Il bagno era serbato a Poerio, a Settembrini, alle probità, ai coraggi inflessibili.

Da cotesto sistema è risultato, che le furfanterie, le fraudi, e le concussioni non hanno mai cessato d'essere in voga. Tutto si paga a Napoli; perché tutto ha un prezzo, i favori non solo, ma anche i diritti.

I medici addetti al consiglio di revisione pel servizio militare son tutti, o quasi tutti, prezzolati dalle famiglie delle reclute. Invece di comprare un cambio, si compra un medico. Egli esamina il giovane e gli rilascia un certificato di malattia incurabile.

Il governo si è accorto di coteste mene e nulla ha fatto per punirle; non mette a conto. Ma ha fatto a farsela coi corruttori e coi salariati. Jeri l'altro, all'improvviso, ed alla chetichella, nel momento in cui il consiglio di revisione era adunato, esso cacciava via tutti i medici e ne faceva venire dei nuovi. Questo provvedimento ha dato luogo a relazioni soddisfacentissime sullo stato sanitario della città. I giovani di questa leva sono molto più sani di quelli delle leve precedenti da circa trentanni a questa parte.

21 Febbraio

Siamo al martedì grasso; non ho mai veduto Napoli così trista. Neppure una maschera nelle strade; neppure una donna ai balconi, anche il cielo, fosco e coperto, sembra partecipare della comune mestizia; par d'essere a Londra.

Una volta in questo giorno, tu vedevi infiniti carri in cento foggio adorni o svariati correre per via Toledo e scambiare fra loro, o coi balconi aperti e gremiti di gente, una grandine di confetti, ed una pioggia di fiori. Ora una diuturna quaresima incupisce la città. La polizia, sebbene indirettamente e in termini ambigui, ba proibito il carnevale. Noi continuiamo a portare il bruno del defunto re, il quale, già da dodici anni, era morto pel suo popolo. Pareva, nel principiar dell'inverno, che il nuovo sovrano non fosse alieno dalla allegria. Lo incontravano per le, vie, l'applaudivano, affermavano ancora che permetterebbe ballassero a corte. Facevano assegnamento sulla nuova regina per l'ingiovanire quella stirpe corrucciosa. Credevasi la corte di Ferdinando soggettata per sempre dall'influsso della gioventù e della bellezza. Queste illusioni durarono quanto dura un sogno.

Importa poi sapere che cos'è la camarilla o quella società segreta e terribile, la quale composta com'è di uomini perduti, di vecchi affranti, di cervelli ottusi, d'opinioni ridicole ed impossibili, ha, ciò non pertanto, una pazienza, una tenacità, una forza d'inerzia, che, da quaranta anni, resiste all'Europa ed opprime il paese. Alla Francia, all'Inghilterra, all'Italia, al voto nazionale, cotesta società, non oppone altro che se stessa, e trionfa, nella sua decrepitezza, di tutti i conati giovani e generosi. Le stan contro, in Napoli, parte della corte, la giovine regina, gli zii del re, tutti gli uomini di Stato di qualche valore, tutta la diplomazia straniera (eccetto il nunzio del papa ed il ministro d'Austria) tutte le classi dotte, tutti gli uomini d'ingegno, e gli uomini d'onore, - e, sola così contro tutti, essa allontana gli uni, percuote gli altri, seduce e corrompe i deboli, esilia ed accuse i forti, e dura e regna! Essa ha inviluppato il re nelle sue tele di ragno; essa lo sbalordisce e lo spaventa con quella fantasmagoria di Bruti armati e di spettri rossi ch'essa fa circolare continuamente intorno a lui. E il re non va più al teatro, non da più feste, ma si arma e prega «Se Vostra Maestà varca i confini, essa perde la sua dinastia» gli diceva l'altro giorno uno dei suoi congiunti. E il re rispondeva: «Meglio perdere il trono che l'anima.»

Suscitano contro quel giovane re falsi regicidi che aumentano i suoi terrori. Un d'essi, non ha molto, s'era attaccato colle due mani alla carrozza reale. Più recentemente la polizia faceva arrestare un individuo che diceva volere attentare alla vita del re; ma poi si rinvenne che costui apparteneva alle bande dei più fedeli al trono ed all'altare, ed era conosciuto da varii ministri.

Tal è l'influsso della camarilla. Essa governa tutto, non esclusa la magistratura. Udite in proposito un fatto scandaloso. V'ho già parlato dell'arresto del barone Pietro Compagna, giovane dei più stimati tra la nobiltà napoletana, e cognato del marchese del Carretto. Quell'alta protezione gli ha fatto ottenere, se non la grazia, almeno un processo. E badate che già considerasi come un gran favore l'esser giudicato. Venerdì passato l'accusa è stata promossa in camera di consiglio, e sostenuta dal primo procurator regio, Sig. Nicoletti, uno degli uomini i più accaniti della reazione. Or bene il prevenuto era così manifestamente innocente di qualunque peccato politico, anche il più piccolo; le denunzie contro di lui erano così mal fondate e insussistenti, che lo stesso Sig. Nicoletti, disarmato dalla evidenza, conchiudeva colla liberazione immediata del Sig. Compagna.

Vi figurate probabilmente che i giudici adottarono cotesta conclusione? Tutt'altro; l'atto d'accusa era un verdetto di non colpabilità; ma la camarilla non si acquieta a cotesti solenni giudicati. Il presidente della corte riceve in tempo una lettera ministeriale dell'Ajossa direttore della polizia;

questa lettera avvertiva la corte che il Sig. Compagna era scritto fino dal 1850 sulla lista degli attendibili, ed ei reclamava contro di lui tutti i rigori della giustizia. Qui voglionsi notare cose; in primo luogo che il Sig. Compagna, essendo ora giovanissimo, era pertanto bambino nell'epoca indicata dal Sig. Ajossa; secondariamente, che il re Francesco II, nel salire al trono, aveva accordato piena assoluzione a tutti i sospetti del suo regno. Ma queste ragioni non bastano per trattener lo zelo della camarilla. I giudici intimoriti non osaron più adottare le conclusioni del procuratore generale. Non osarono neppure inquisire colui che dal suo accusatore stesso era dichiarato innocente. Essi ordinarono pertanto la sua liberazione; ma con malleveria e con residenza forzata in posto fermo, nel caso di elementi futuri di reità.

Il Sig. Compagna pagò dunque la cauzione, che è di 200 ducati. Ora voi credete che dopo che egli ebbe sborsato il denaro lo lasciaron libero? Oibò! una seconda lettera del direttore della polizia vietava teste la sua scarcerazione; il che significa violare la giustizia. I governi assoluti hanno sempre leggi contro le leggi.

Ecco un altro fatto ancora più deplorabile. Avvertite che non ripeto altro che quel che

L'infelice s'è querelato; più volte è ricorso a diverse autorità per ottenere giustizia; lo stesso regio procurator generale ha respinto le sue istanze; solamente al tredicesimo ricorso hanno ordinato l'arresto dei tre birri.

II 2 Marzo il Sig. Elliot scriveva a Lord Russell per avvisarlo dei provvedimenti rigorosi cui trascorreva il governo Napoletano; gli arresti arbitrarii persone sospette di qualunque condizione esse fossero, i bandi dei molti fra i più nobili del regno; e terminava la sua lettera con queste parole:

evidente al governo, questa evidenza non è però dimostrata all'universale. Ma si da ascolto, si da fede alle spie, e gli accusati, senza difesa, senza processo, ricevon l'ordine di partir per l'esilio.»

Il 3 Marzo l'EIliot spediva un'altra lettera a Lord Russell che diceva:

«Ho colto la prima occasione che mi si è presentata di vedere il Signor Carafa, per udire da lui la cagione degli arresti dei quali io vi parlava nella precedente mia lettera. Gli ho domandato se il paese era veramente in tale pericoloso stato da giustificare simili provvedimenti diretti contro uomini che non potevano seriamente accusarsi di mene rivoluzionarie e di tradimento.

«Il Sig. Carafa m'ha risposto, siccome già l'aveva fatto in altra occasione, che il governo era affatto tranquillo, ma che aveva prove indubitate, che i partigiani dell'annessione alla Sardegna avevano l'intenzione di fare una dimostrazione che il governo avrebbe dovuto dissipare colla forza, e che i provvedimenti ai quali io alludeva erano pertanto intesi ad impedire l'effusione del sangue. Sua Eccellenza allegò poi, e mostrandone anche compiacenza, la tranquillità che regna da ieri in qua, siccome una prova della superiorità del sistema seguito dal governo.

«Io gli risposi che se il governo napoletano aveva la prova di una trama contro la legge nessuno lo poteva biasimare d'aver fatto arrestare dei cospiratori; ma ch'io era però convinto che non esisteva alcuna prova contro le persone, che erano state trasportate, esiliate senza esame e senza giudizio.

«Il Sig. Carafa replicommi allora che il governo era deciso a procedere di modo; imperocché, sebbene la reità persone arrestate fossegli bastantemente provata, pure non v'era tale evidenza da sostenere la prova dinanzi a un tribunale....

«Quanto al principe Torella il Sig. Carafa mi disse che il di lui arresto era accaduto per uno sbaglio, e che v'era stato riparato tostochè era stato possibile. Chiesi allora se il principe Camporeale, che, in quel momento, stavasene nascosto, era stimato un uomo pericoloso. Sua Eccellenza mi rispose ch'io poteva dire al principe, che rientrasse pure nella sua abitazione e non temesse di esservi molestato. Narrai allora come il marchese Bella fosse stato avvertito, che se tornasse da se in città, gli darebbero i suoi passaporti, perché potesse varcare il confine, ma ch'egli non osava mettersi nelle mani della polizia, perché la innocenza non è un protettore valevole in un paese in cui non si permette ad un accusato di difendersi.

«Allora il Sig. Carafa m'autorizzò a recare al marchese Bella la promessa che gli sarebbe permesso di uscire dal regno. Dopo aver messo in campo ogni migliore argomento per indurre nel governo la convinzione che esso percorre una via fatale, che con quel sistema la perdita del re e della dinastia era inevitabile, pregai il Sig. Carafa di chiedere per me una udienza al re, affinché se avviene la catastrofe, io non possa rimproverarmi di non aver fatto tutto quello che da me dipendeva onde salvare un sovrano privo d'esperienza da una imminente rovina.

«Il Sig. Carafa promise di porgere al re la mia domanda, ma non ho ancora avuto veruna risposta. Gli ambasciatori inglese e francese hanno parlato Io stesso mio linguaggio.... Ho l'onore d'essere.!., firmato Enrico Elliot»

Anche il Sig. Barone Brenier, ministro di Francia, è stato dal re onde presentargli le sue umili rimostranze. Giorni fa, domenica, egli aspettò un pezzo, e inutilmente, udienza in un salotto del palazzo. Dopo mille ambagi e mille scuse per guadagnar tempo, finalmente dissero al diplomatico che il re non si trovava.

- Sembra dunque che il re è perduto, disse sorridendo il Sig. Brenier.

- Rassicuratevi. replicò spiritosamente il generale Sabatelli lì presente, Sua Maestà non è che smarrita.

Le parole sono autentiche; le ho sapute da un testimone ascoltante.

19 Marzo

Adesso abbiamo un nuovo ministero; il principe di Cassero è fatto presidente del gabinetto; ma il Sig. Ajossa rimane alla polizia. Filangieri si ritira decisamente dopo una prova disastrosa nella quale egli ha perduto la sua reputazione. Chiamato al potere dalla diplomazia, illusa dalle sue belle promesse, egli si è sbracciato per riuscire a non le mantenere; e si è distinto nel ministero per l'ostinazione della sua resistenza ad ogni idea di progresso e di nazionalità. Pazienza, se così egli fosse giunto a consolidare il trono del suo padrone! - Ma, tutto al contrario, egli non ha fatto altro che crollarlo, ed avvilirlo. La Sicilia si agita, e son convinto che il Piemonte la mena. Il terrore di del quale ci burlavamo poco fa, non era né

28 Marzo

Molto si è parlato dell'intervento di Francesco II nelle Romagne; reminiscenza di Roberto Guiscardo; ma oggi sono voci svanite sebbene non vuolsi credere le fossero prette immaginazioni. Sappiamo adesso come fossevi in corte un partito potente per cotesta avventura e che il sovrano inclinava ad ascoltarlo. Vedendo il Piemonte, audace nella sua iniziativa, persistente nei suoi sforzi, estendere giornalmente la sua azione, e assorbire finalmente la Toscana e l'Emilia in un regno ingrandito, quei cortigiani di Francesco, che consigliavano a quel principe di persistere in quella politica d'isolamento e di resistenza hanno capito che avevano suggerito una stoltezza, e che avevan perduto la loro causa. Essi hanno fatto allora come i cattivi giuocatori, hanno cercato d'imbrogliare le carte, d'entrare

E furon tosto ordinate le cose a quel fine che vi ho accennato; il che fece credere, non senza motivo, alla imminenza dell'intervento.

Per buona sorte della dinastia l'Austria ha migliori consiglieri di quelli del re di Napoli. Essa ha capito che se il potere entrava in lizza esso era perduto. L'armata non ama molto il capo dello Stato, ed ama ancora meno la guerra, specialmente una guerra contro il Piemonte, che ha, in tutti questi eventi, il solo re simpatico ed il solo re felice. Quanto al paese esso è abbastanza malcontento per insorgere quando non avrà più timore dell'armata. Tutto ciò era facile a vedersi, oltre il pericolo d'una provocazione, che avrebbe fatto tornare in campo l'eroe da leggenda., quel che già conosce le vie di E però l'Austria ha ordinato non si faccia quell'intervento, ed esso non ha avuto luogo.

Del resto, incominciano a venir di Sicilia certe voci molto inquietanti, che mi fan credere che fra poco il re di Napoli dovrà pensare alla sua difesa, prima che a quella d'altrui. Intanto trascriviamo una lettera, tut

Sire

«Sono gratissimo alla Maestà Vostra dell'alto onore della mia nomina al grado di tenente generale; ma mi permetta Vostra Maestà di farle osservare, che cotesta nomina mi toglie la mia libertà d'azione, colla quale io poteva essere utile ancora nell'Italia centrale e altrove. Si compiaccia Vostra Maestà ponderare la convenienza mie ragioni e sospendere, almeno per ora, la nomina suddetta.

Mi protesto con affettuoso ossequio.:

Di Vostra Maestà

Devotissimo

GIUSEPPE

Altrove! - In Sicilia forse?

III.

IN SICILIA

Insurrezione di Palermo - Promulgazione dello stato d'assedio- Sacco dì Carini - in Sicilia continua.- Sbarco di a Marsala -Nota del Sig. Carafa - a Monreale - Presa di Palermo -II Fulminante - Dittatura di

Le nuove di Sicilia sono gravi. Se gli estremi rigori del potere sono prove di serii timori e di pericoli reali, vuolsi dire che il governo del re è fortemente minacciato nei suoi possessi al di là del Faro.

Il principe Comitini, chiamato recentemente, senza portafoglio, nel consiglio dei Ministri, s'era appunto coricato., ieri l'altro, quando riceveva l'ordine di recarsi presso il re; era mezzanotte. Cotesta improvvisa convocazione, seguita da una lunga udienza, ha grandemente stimolato la pubblica curiosità.

E noto che il principe Comitini è un Siciliano tenerissimo dell'autonomia del suo paese.

7 Aprile

Le nostre previsioni si sono avverate. La rivoluzione è scoppiata il 4 in Sicilia. Non è che una sommossa a Palermo, tosto repressa, dicono i rapporti officiali, ma non ancora soffocata. Ecco quello che ne raccontano alcuni viaggiatori che hanno veduto tutto coi proprii occhi.

Trattavasi di una insurrezione sul serio, che doveva incominciare in varii luoghi nell'istesso tempo. I frati del convento della Gancia, in Palermo, dovevano darne il segnale, sonando la campana a stormo, reminiscenza dei Vespri. Ed essi l'hanno fatto coraggiosamente; pare che si sono battuti con furore; lo prova la. durata stessa del combattimento.

Le truppe hanno dovuto prender d'assalto il convento; assalendone i difensori alla bajonetta, e fucilando i presi in vita,. Quelli che si sono potuti salvare dalla citi a hanno raggiunto altri insorti armati nelle campagne e sulle alture. Il combattimento si è riacceso

La popolazione di Palermo, per dire il vero, non si è commossa. Ha chiuso le sue porte, le sue botteghe, le imposte sue finestre. Uccidevano chi trovavasi per le vie; sparavano contro le finestre. La serva di una famiglia belga, che fuggiva da Palermo, è giunta qui ferita da una palla mentre affacciatasi ad un balcone.

Quello che fa credere all'importanza di quel moto si è l'importanza dei provvedimenti fatti dal governo, la partenza immediata del governatore, principe di Castelcicala, e l'ingresso del principe Comitini nel ministero degli affari Siciliani, l'armamento immediato di tutta la marina reale, compresivi i vapori del servizio particolare del re e quelli già lasciati da parte per farvi i necessarii restauri. né questo è tutto: il governo ha messo le mani anche sul Vesuvio e sull'Amalfi, pacchetti mercantili dell'amministrazione napoletana. Tutti questi navigli parton per la Sicilia carichi di soldati, d'armi, e di munizioni. Già s'imbarcarono per Palermo

Napoli è tranquilla. In questi giorni santi, le campane debbon tacere, e le carrozze non possono circolare nelle vie zeppe di pedoni vestiti a festa; tanto che ieri sera la via Toledo era piena di gente che passeggiava tranquillamente. I mercanti di telegrammi hanno preso quel concorso per una dimostrazione (1).

Si è sentito qua e là qualche grido isolato di viva la Sicilia; ma nulla più. Gli sbirri si son dati alla fuga precipitosamente, ma sono ritornati con dei rinforzi e bajonette; se non che questa agitazione è stata sì debole che all'altra estremità della via ove io mi trovava, non si è avuto vermi sentore del fatto.

Questa notte hanno arrestato nelle locande preso nelle case, ove essi erano discesi, varii Siciliani arrivati ieri che fuggivano la insurrezione la polizia. Si cita fra gli arrestati una persona importante, il principe di Niscemi. Gli animi sono molto agitati, ma la città sembra in calma e celebra la pasqua.

(1) Infatti i giornali hanno stampato che quella sera eravi stata a Napoli una dimostrazione di ottantamila persone.

10 Aprile

Il giornale officiale afferma che la Sicilia è pacificato, e rientrata nell'ordine. Eppure si legge in tutte le vie di Palermo l'avviso che qui trascrivo:

«Il generale comandante le forze nella provincia e real piazza di Palermo ecc. dispone quanto appresso:

«Art. 1. La città di Palermo e il suo distretto sono dichiarati, fino da questo momento, in istato d'assedio.

«Art. 2. I ribelli presi colle armi alla mano, e tutti quelli che presteranno il loro concorso alla insurrezione, saranno giudicati da un consiglio di guerra che rimane fin d'ora in permanenza in virtù del real decreto del 27 decembre 1858.

«Art. 3. Tutti coloro che, in fatto, sono detentori d'armi di qualunque siasi natura, dovranno, nelle ventiquattr'ore successive alla presente pubblicazione, consegnarle al comando militare residente sulla piazza Bologni, quand'anche fosse stata loro rilasciata dalla polizia l'autorizzazione legale di tenerle, la quale autorizzazione, a datare da oggi, rimane annullata.

«Art. 4. Di giorno gli abitanti dovranno camminare nelle me isolatamente. La notte, dopo l'un'ora di notte, essi dovranno andar muniti di una lanterna, di un lampione.

«Art. 5. È vietato ai.,privati di ricevere in casa propria qualunque persona, che non sia loro congiunto! e qualora volessero dare alloggio a qualcuno ne richiederanno l'opportuna permissione dalla autorità civile.

«Art. 6. È proibito suonar le campane di giorno come di notte; e così d'affiggere qualunque scritto proclama sedizioso. I contravventori saranno giudicati da un consiglio di guerra.

«Nel tempo dello stato d'assedio, le tipografie rimarranno chiuse.

«Il consiglio di guerra di presidio è costituito fin d'ora in consiglio improvvisato e permanente di guerra. Il consiglio risederà nel palazzo comunale di questa città.

Ecco il proclama che fu affisso come vi ho detto, in Palermo, e firmato da Giovanni Salzano generale.

Cotesto proclama smentiva crudelmente le nuove tranquillanti del Giornale officiale; dacché non era possibile credere che quei cittadini ai quali era vietalo ricevere i loro umici, e imposto di camminar soli nelle vie, fossero animati da sentimenti molto favorevoli verso il governo.

Intanto ieri l'altro, 8 Aprile, giorno di Pasqua, usciva un supplimento del Giornale officiale colle nuove recate dalla Saetta, vapore della marina regia. Secondo quei rapporti le bande insorte erano distrutte, almeno disperse. I dispacci telegrafici affermavano che Palermo e Cefalù, più quiete che mai, non pensavano che a celebrare le feste di Pasqua. Giornale officiale parlava con ammirazione dei Palermitani, ricompensati dallo stato d'assedio del loro egregio contegno perdurante l'insurrezione.

Queste frasi piene di soddisfazione furono nuovamente smentite da fatti positivi che si divulgarono in breve per tutta la città. Si seppe che la Saetta non recava solamente le buone nuove, e i proclami di stato d'assedio, ma molte famiglie ancora, che fuggivano spaventate dalla sollevazione. E, tra queste famiglie, quella del Sig. Maniscalco, il famoso capo della polizia in Sicilia; quegli stesso che' aveva ricevuto recentemente, in una chiesa, una stilettata da mano ignota, e mal ferma.

ieri, lunedì, giunse da Palermo una fregata a vapore, Tancredi. La ciurma ebbe l'ordine di non scendere in terra,

Se non che un ufficiale di marina che ha intelligenze a bordo del Tancredi mi affermava ieri sera che le cose eran sempre nello stato medesimo. Gli insorti circondano Palermo, e stanno quieti finché dura il giorno; ma quando annota, assaltano, essi i primi, le truppe, e la moschetteria non cessa finché duran le tenebre. L'armata sta sulle difese. Ora, notate bene questo, vi sono 13 mila soldati a Palermo.

Gl'insorti occupano la pianura di Guadagno, che è a Campo di Marte di Palermo. Essi bloccano la città, cui già mancano i viveri, e glieli mandano di qua. Dappertutto sono rotti i fili del telegrafo, e molti semafori abbattuti.

Pare certo che la insurrezione Siciliana aveva i suoi primarii instigatori nella nobiltà. Mi assicurano che sono stati sorpresi in Palermo i capi congregati segretamente, e che n'era l'anima il principe Monteleone. Molti Siciliani primarie famiglie sono fuggiti a Napoli, e si tengono per ora nascosti. Tra i più compromessi citansi i nipoti di figlio del principe di Cassero presidente del consiglio dei ministri. La mercé della protezione del loro avo, cotesti rivoluzionarii titolati hanno ricevuto dei passaporti, e s'imbarcheranno

17 Aprile

Aspettiamo tutti, e cerio con grandissima ansietà, le nuove di Sicilia; ma si sa ben poco di cotesta insurrezione, che sembra farsi ogni dì più grave. Le corrispondenze sono, come è naturale, riservatissime, e le nuove che ci giungono non vengono dal campo degli insorti. La rivoluzione è nell'interno dell'isola, e l'isola è separata dal continente. 1 vapori della marina regia non comunicano che col governo. L'unico vapore mercantile, che abbia condotto dei viaggiatori dopo l'ultima mia corrispondenza, era ingombro di Siciliani, i quali avvertiti dall'esempio recente del principe Niscemi (proscritto per avere ragguagliato i suoi conoscenti) sì guardan bene dal lasciarsi interrogare dal più intimo dei loro amici. Essi dicono che tutto è terminato, e che l'isola è quieta. Ma dunque perché si salvano a Napoli, e di che hanno essi una sì fiera paura?

Lo sfaccio è proprio universale. Tutta la Sicilia officiale, e devota al governo è qui.

Le locande sono piene zeppe d'isolani spaventati; e gl'impiegati, che, con loro estremo rammarico, non hanno potuto abbandonare il loro posto, hanno mandato qui le loro famiglie. Aggiungete che il Giornale officiale, il quale crasi affrettato di darci le prime notizie del moto, tace da domenica.

Una moltitudine di soldati attraversa Napoli, e va ad imbarcarsi nel porto militare sotto gli occhi del re. Partono fino tre vapori al giorno; v'ha chi afferma che ne partono cinque; e non dubiterei, di crederlo se fosse possibile. Tutti i vapori mercantili che portano bandiera Napoletana hanno sospeso il loro servizio ordinario, e trasportano soldati; né bastando questi il re ha noleggiato alcuni vapori francesi. Oltre gli uomini, imbarcano cavalli, e cannoni, ed immense provviste di vettovaglie. Tutto va in Sicilia, anche in Calabria - E tutto sarebbe terminato?

24 Aprile

Ieri vi è stata una grande rassegna al Campo di Marte; ho veduto sfilare parecchi battaglioni di cacciatori della guardia e dell'infanteria di marina.

Hanno fatto brindisi fragorosissimi nel banchetto dato dal re agli ufficiali. Anche quel poco d'artiglieria mobile che rimane in Napoli si è schierata, colle truppe, nel Campo di Marte. È manifesto che cotesta dimostrazione era fatta per contenere la popolazione. Ma io m'ostino a dichiarare ch'essa non ha d'uopo d'esser contenuta. Il governo usa quei provvedimenti di rigore per far credere così alla imminenza d'un pericolo, che non esiste. Mi pare d'avervi raccontato che gli studenti sono stati invitati dalla polizia a prende il caffè nelle loro abitazioni, e a non uscir di casa dopo il tramonto. I negozianti provincie, i quali, al rinnovarsi della stagione, vengono in Napoli pel loro acquisti, sono stati chiamati anch'essi e interrogati intorno alle loro intenzioni. Hanno voluto sapere quanto tempo occorresse loro per quei loro acquisti, e siccome hanno chiesto una quindicina di giorni il governo ne ha accordati cinque.

I Siciliani particolarmente (ora non abbiamo qui, siccome è facile immaginarselo, fuorché quelli che fuggono l'insurrezione) sono sottoposti alla più rigorosa vigilanza. Quasi non passa notte senza che la polizia invada le locande ove sono alloggiati. Quegli infelici

24 Aprile

Sembra positivo che gl'insorti Siciliani si erano trincerati e rafforzati a Carini, piccola città di novemila abitanti, a 17 chilometri N. Or da Palermo..La protegge un castello. Essi avevano scavato dei fossi e asserragliato le strade. Vuolsi che assaliti da forze superiori, non retrocessero che all'ultimo momento, e dopo un accanito combattimento. Essi non hanno voluto ripararsi nella città per risparmiare agli abitanti le crudeli rappresaglie di San Lorenzo. È noto, come i regi, respinti da quest'ultimo luogo, si erano vendicati, ritirandosi appiccando il fuoco alle case e lasciando dietro di loro l'incendio - Non parlo del saccheggio; cotesta è una sciagura inevitabile in quel paese, nelle guerre civili; i soldati non si batterebbero se fosse loro proibito.

Dunque gl'insorti si rifugiarono nelle montagne. Ma cotesto riguardo cavalleresco a nulla giovò. Carini arsa e devastata siccome una

Non cessano d'arrestare la notte in Palermo i sospetti, strappandoli dai loro letti per menarli in carcere. L'aspetto della città è sinistro.

Torniamo a Napoli; una circolare del Sig. Ajossa ordina nelle provincie l'arresto immediato di tutti quelli che parlano cose di Sicilia. Qui poi si occupano molto d'una lettera del Conte di Siracusa, diretta all'augusto suo nipote, per consigliargli un cambiamento di politica. Cotesta lettera è comparsa nei

Il principe la rinnega sorridendo. Non posso dirvi altro. Jeri mattina parlavasi dell'esilio di S. A. R. e dell'arresto del Sig. Fiorelli suo segretario intimo ed archeologo erudito. Ma sulla sera il principe ed il segretario hanno passeggiato insieme in carrozza.

28 Aprile

Ho sotto gli occhi una prova della inesattezza del governo nelle comunicazioni officiali ch'esso pubblica sugli affari di Sicilia. Ecco un bullettino esso ricevé, or fanno dieci giorni, e che un caso fortunate ha fatto cadere nelle mie mani. Posso guarentirne l'autenticità:

«Eccomi pronto a ragguagliarvi su tutto ciò che ho appreso questa notte intorno alle operazioni della colonna mobile, composta della sezione della quattordicesima B........... di quattro del quarto reggimento di linea, e compagnie del secondo battaglione di Cacciatori. Questa colonna partì da Quattroventi il 17, verso

La direzione che l'era stata data era quella di Carini, perché si era saputo che i capi dei rivoltosi s'erano adunati quivi con quelli che essi avevano sedotti. Fu spedito per mare, e nottetempo, un battaglione del sesto di linea per farlo sbarcare anch'esso sulla costa di Carini. Nel tempo stesso si era inoltre disposto che la colonna comandata dal generale Cataldo, che già trovavasi a Partenico, occuperebbe le alture che dominano il paese.

Jeri mattina (il 18), per tempissimo, la prima colonna giunse dinanzi Carini, in tanto che il sesto battaglione del sesto di linea operava il suo sbarbo.. La prima colonna, dopo avere esaminato la posizione, assaltò sola Carini, impresa difficilissima., stante la situazione della piazza, e il modo onde sono costruite le abitazioni.

«Sulle prime l'artiglieria trasse, e la resistenza fu vigorosissima; ma l'infanteria dopo un fuoco vivo assai di moschetteria, si precipitò alla bajonetta, e ne nacque una strage considerabilissima. Carini fu data alle fiamme, e i rivoltosi scampati fuggirono nelle montagne.

«L'artiglieria ha fatto il suo dovere, ed il primo sergente Emilio Basilie si è distinto.

Queste notizie sono state ricevute dal capo di stato maggiore, che è venuto nella notte a portare il suo rapporto a S. E. il generale in capo. L'artiglieria non ha perduto nessuno. Tre soli soldati sono stati feriti nel sesto di linea, ed uno solo di essi gravemente alla testa.»

Farò osservare, così di volo, che una resistenza che non ha ferito che tre soldati non può essere stata molto vigorosa, né giustificare l'incendio d'una città di circa a diecimila anime; ma non voglio insistere sulla esagerazione di questo rapporto; ho da rammentare falsità ben più gravi. giorni dopo quella spedizione formidabile., il governo cui era giunto, senza dubbio, quel bullettino pubblicava nel suo giornale officiale:

«Dal 13 di questo mese, giorno in cui parlammo della Sicilia, lino ad oggi, ci sono giunte le notizie le più soddisfacenti sulla quiete dell'isola in ogni sua parte, e non ne abbiamo fatto menzione per non ripeter sempre le stesse parole. Oggi ci è grato confermare quanto abbiamo già detto, vale a dire che in quei reali dominii, dalle più grandi città ai più piccoli comuni, tutto è calma e ordine perfetto....» e così via.

Dopo quella dichiarazione il Giornale officiale è rientrato nel silenzio, ed io ho do

Nelle vicinanze di Palermo, a Porrazzi, dov'è il manicomio, i regi hanno preso a cannonate varie case in cui trovavansi dei ribelli. La famiglia d'un impiegato del consolato francese. è stata brutalmente trucidata.

Le comunicazioni sono da capo interrotte coll'interno dell'isola. cinture militari circondano la città, né si varcano senza una permissione speciale. Legge marziale, picchetti a tutte le cantonate, pattuglie dappertutto, visite domiciliarie ecc. Ciò non pertanto, ad ogni momento, suona il grido di: Viva l'Italia. Non si voleva dar licenza di scendere in terra agli ufficiali fregate piemontesi per non

ed essi sono scesi alla punta del molo, e con vesti cittadinesche. Hanvi inoltre nel porto una nave americana, ed un vascello russo.

Ho già narrato di tredici fucilati; oltre a ciò le carceri sono piene, e di nobili specialmente, e dei più cospicui. I primi giorni gli avevan messi in camera serrata, vale a dire in segrete, e nutriti di fave. Un ordine del re gli ha fatti trasferire alla Vicaria di Palermo, è sono anche meglio trattati. Questi carcerati, come hanno scorto le navi francese e piemontese, hanno tentato una dimostrazione: vedete che audacia! Ma l'hanno repressa puntando contr'essi i cannoni; ignoro se hanno anche sparato.

Il giorno della partenza dell'Elettrico, che è giunto qui, le 'botteghe e fondachi erano sempre chiusi in Palermo. Mi hanno raccontato, che nel tempo dello stato d'assedio, i soldati s'erano raccolti davanti la casa d'una più opulenti famiglie di quella città, dicendo: costì preparano acqua e olio bollenti per gittarceli addosso. Fatto questo giudizio si disposero ad assalire quella ricca abitazione. Ruscì ad un ufficiale di trattenerli: li pregò di lasciarlo entrar solo nella casa, e v'entrò solo. Gli apparve una famiglia inginocchiata intorno a un altare, e in atto

Egli tornando allora a dire ai soldati quello che aveva veduto, comandò loro di rimettersi in marcia. Volete sapere che risposta s'ebbe? Una palla nella spalla. - Ora è in Napoli; ieri l'altro era moribondo.

In generale, gli ufficiali si sono condotti valorosamente in Sicilia; hanno fatto quanto hanno potuto per indurre i soldati a battersi e per impedire che rubassero, perché, come è pare, i soldati vogliono saccheggiare, ma non vogliono combattere. Le violenze commesse a Carini sono pienamente confermate da tutte le corrispondenze. I soldati fermavano la gente per le strade, e esigevano, con minaccia d'uccidere chi negasse, dinunziassero loro le famiglie ricche del paese, perché appena denunziate le spogliavano d'ogni loro avere, è se resistevano le trucidavano. Sono casi atroci, ma storici; un capitano che volle opporsi al saccheggio fu ucciso dai suoi stessi soldati.

Dopo avere devastata, e in parte arsa la infelice città, i regi non hanno osato rimanervi, temendo un attacco. Essi sono accampati a Capace. Non ho detto nulla dell'insurrezione di Messina, della quale i giornali hanno parlato tanto, per la ragione semplicissima che quella insurrezione non ha mai esistito.

Prigioni aperte dagli sbirri per eccitare tumulti e provocare una sommossa; qualche fischio e qualche fucilata nella serata dell'8, e sussegueutemente a quei disordini ai quali la popolazione era rimasta estranea; un formidabil proclama di stato d'assedio; una minaccia di bombardamento ritirata tosto in seguito alle proteste dei consoli stranieri; spari per le vie e contro le case deserte; uno spaventevole consumo di polvere, di palle d'archibusi e da cannoni per atterrire gli abitanti che non si muovevano, ecco la commedia rappresentata. Dopo ciò gli sbirri hanno gridato Vittoria! Essi avevano schiacciata la rivoluzione!

8 Maggio

Il Giornale officiale, a Napoli, ed i giornali del governo napoletano, a Parigi, continuano a dichiarare che tutto è finito in Sicilia. Essi dicono che manca loro il tempo, l'inchiostro e la «carta per confutare le favole che corrono per la città - Tutto ciò che si dice contro quanto affermiamo, non è che menzogna» esclama il foglio officiale - «e non merita che disprezzo per chi l'inventa, ed

Tutte queste nuove sono perfettamente esatte. Ecco adesso i commenti più accreditati, ma ch'io non oso però guarentire. - La voce pubblica, e le lettere particolari di Sicilia, annunziano uno sbarco; v'ha chi dice tre ecc. E certo che ha lasciato Genova; si crede che si è imbarcato sopra un vapore con cinquecento uomini, e che è andato a Malta; altri affermano che è sbarcato già sulle coste dell'isola. Ma son voci, e però nulla si sa di certo. La Sicilia è circondata da vapori napoletani, cui non riuscirà forse d'isolarla dall'Italia settentrionale, ma che potranno benissimo isolarla dal regno di Napoli. La insurrezione non scrive. Le lettere che ci giungono sono di Messina e di Palermo; e Messina e Palermo circondate dalle truppe regie non sanno nulla. Qui sappiamo lo stato di Palermo e nulla più. Le truppe sono uscite dalla città, e si sono accampate fuori mura. Le botteghe sono chiuse, eccetto alcune di commestibili che

La polizia, per indurre nel pubblico la sicurezza, vuole costringere i mercanti ad aprire le loro porte, e questi obbediscono, finché la forza è presente, appena passata si rinchiudono un'altra volta, perché temono il saccheggio. Le dimostrazioni si rinnuovano e si moltiplicano di giorno in giorno. I soldati non sono più lì per reprimerle. La polizia non è abbastanza forte per dissiparle. Essa guarda, ascolta, e prende nota di tutto. Se la vittoria resta al potere, guaj ai vinti!

Frattanto è quieta: ma se è vero che v'ha messo le mani, finirò per credere che anch'essa alzerà il capo. Il prestigio del famoso è grande in questo paese. Il ritratto di riprodotto dalla fotografia, si distribuisce dappertutto nella polizia e nell'armata, per ordine del governo. La fiducia dell'opposizione è pari al terrore dell'autorità. Una dichiarazione di guerra del Piemonte, un'armata segnalata ai confini non ecciterebbe tanta agitazione quanto cotesta misteriosa avventura del capo di partitanti. Non v'ha che un fatto certo, ed è che s'ignora dov'ei si trova; e questo fatto basta per i sconvolgere tutto il paese. Qui tutti sperano tremano.

12 Maggio

La Saetta, vapore regio, ci ha recato ieri le nuove di Sicilia: Palermo è sempre più agitata. Alle dimostrazioni parziali che attraversavano le vie, è succeduta, mercoledì 9 maggio, una dimostrazione generale, che ha traversata la città. Sulle prime hanno gridato: Fuori la polizia poi Viva Vittorio Emanuele! La polizia non bastando hanno chiamato le truppe accampate fuori di Palermo. Il popolo ha fatto resistenza. Una lettera che ho sotto gli occhi parla di tre morti, otto feriti, e dieci arrestati. La lettera è d'un generale che è investito in Sicilia d'un comando importantissimo. Essa Unisce con queste parole: «Temo che la rivoluzione Siciliana non s'abbia a risolvere in modo molto più tragico che non l'ho creduto finora.»

lo non leggo più il Giornale officiale; esso dice probabilmente che tutto è finito e che l'isola è pertutto quieta. Sono ormai quaranta giorni ch'esso lo dice; ma vi sono quarantamila soldati in Sicilia! E nell'interno dell'isola i combattimenti non sono cessati. I soldati sono stanchi di cotesti continui all'ar

15 Maggio

è sceso a Marsala con mille uomini. Ecco il rapporto del Giornale officiale.

«Napoli 13 maggio - Jeri l'altro, 11 del mese, a un'ora e mezzo, vapori mercantili genovesi chiamati il Piemonte e il Lombardo approdavano a Marsala, e quivi incominciavano a sbarcare una truppa di poche centinaja di filibustieri: I regi piroscafi Capri, e Stromboli, che incrociavano su quelle coste, non indugiarono ad assalire coi loro tiri quelle navi che commettevano l'atto il più manifesto di pirateria; ne seguì la morte di un gran numero di filibustieri, la calata a fondo del Lombardo, il più grande dei vapori genovesi, e la presa del Piemonte.

«Le truppe regie acquartierate in quella provincia sono già mosse per avviluppare quelle genti e farle prigioniere.

«Le notizie telegrafiche d'oggi non recano nulla di nuovo di Palermo e altre provincie della Sicilia.»

Ecco la nuova officiale. Così il governo stesso confessa che lo sbarco si è effettuato. La perdita dei vapori era una disgrazia probabile e preveduta; la difficoltà consisteva nel raggiunger le coste sopra navi segnalate dappertutto, e a traverso il navilio regio, il quale, rinforzato dalle navi mercantili armate in guerra, stava in crociera intorno all'isola vigilandola da vicino. Quindi è che fin qui la vittoria sta per filibustieri, come li chiama piacevolmente il foglio officiale.

Ora sentite i particolari, di cui vi guarentisco l'esattezza, dello sbarco dei volontari italiani. Coperti dall'isola di Favignana, i vapori non sono stati in vista che in prossimità di Marsala. Il Capri e lo Stromboli hanno affrettato il cammino; ma i volontari li precedevano d'assai e hanno potuto entrare nel porto prima d'esser raggiunti. Lì, vapori da guerra inglesi, l'Argo, e l'Impetuoso hanno protetto Io sbarco dei patriotti.

I Na

Quanto s'irritassero i Napoletani per cotesto fatto è facile comprendere. Dunque, dicevano, gl'Inglesi proteggono la pirateria! - Se non che v'hanno testimoni che affermano che se il navilio regio avesse voluto realmente combattere sarebbe arrivato in tempo per impedire ogni cosa. Si sono sfogati a cannoneggiare valorosamente il Lombardo, lasciato andare a picco dai patriotti per agevolare le loro operazioni. Il Piemonte, abbandonato dai patriotti e preso dalla marineria regia, è stato teste condotto a Napoli; vanto e allegrezza dei trionfatori

Le lettere dell'11 di Palermo annunziano una estrema agitazione. Nella manifestazione del 9 erano intervenute più di 15,000 persone. Presso la posta uno sbirro si accostò ad un uomo, e colla pistola alla mano gl'intimò di gridare: Viva il re!

L'uomo gridò:

A Napoli il Sig. Carafa ha diretto una nota fierissima alla diplomazia. Una memoria era unita alla protesta; dicono che è un rapporto sull'imbarco, scritto dal console di Napoli a Genova. Non trascrivo questo foglio perché non si crede esatto. Ma vi do la nota del ' Sig. Carafa.

«Napoli 12 Maggio 1860. Un fatto della più selvaggia pirateria è stato commesso da un'orda di briganti pubblicamente arruolati, organizzati ed armati in uno Stato non nemico, sotto gli occhi del governo di quello Stato, e malgrado la promessa, da esso fattaci, di volerlo impedire.

«Il governo del re, avvisato dei preparamenti che si facevano colla più sfrenata impudenza, a Genova, a Torino, a Milano, a Livorno e a Siena, d'una spedizione destinata contro gli Stati di S..M. non fu tardo a reclamare su cotesto attentato al diritto genti ed agli obblighi internazionali, l'attenzione del governo piemontese, le di cui risposte, dapprima evasive, poi le promesse d'impedire la spedizione, avevano dovuto autorizzare il

«Ciò non pertanto il governo del re non ha cessato dal tener d'occhio alle manifestazioni dei faziosi che si raccoglieano a Genova e a Livorno, con un fine ben noto, e ne ha seguito gli andamenti che son descritti nell'unita memoria.

«Esso sperava dunque vedere impedire la partenza di quei pirati. Se non che, dopo il loro imbarco a Genovae a Livorno su tre navi mercantili, cioè piemontesi, e una inglese, le prime di quelle navi, partite da Livorno, si sono dirette verso il porto di Marsala ove, giunte ieri senza veruna bandiera, incominciarono lo sbarco bande ch'esse avevano a bordo; nel tempo stesso le navi regie della vicina crociera aprirono contro gli aggressori il fuoco della loro artiglieria. Quel fuoco però si dovette sospendere per dare il tempo a vapori inglesi, giunti là poche ore innanzi, di prendere a bordo i loro ufficiali, che si trovavano a terra. Dopo averli imbarcati quei vapori ripresero il mare, e allora solamente il fuoco poté ricominciare

però, il loro sbarco a Marsala, città della provincia di Trapani. Con questa semplice indicazione dello scandaloso attentato, del quale la brevità del tempo non permette prevedere i risultamenti, nella parte insulare dei regi Stati in cui l'insurrezione era stata da poco repressa, il sottoscritto, incaricato del portafoglio del ministero dogli affari esteri, ba l'onore di render nota a... la storia degli eventi, perché si compiaccia informarne il un governo, e perdio, quali che esser possano le conseguenze d'un allentato, commesso contro ogni specie di diritto, violando le leggi internazionali, e pel quale l'Italia può trovarsi immersa nella più sanguinosa anarchia, compromettendo pure l'intiera Europa, la responsabilità non debba ricaderne, che sugli autori, fautori e complici della barbara invasione commessa.

Il sottoscritto ha l'onore ecc.

CARAFA

lascia protestare, e segue il suo cammino. Il prologo è finito; ora incomincia il dramma.

18 Maggio, mezzanotte

Il Giornale officiale è uscito testé con un articolo che il redattore Anselmi è andato a scrivere a Portici sotto gli occhi del re. Ecco l'articolo:

«Mentre il governo del re, cogli sforzi i più generosi e i più perseveranti, e colla minore effusione di sangue possibile, era riuscito a sedare la rivolta in Sicilia, consumavasi, l'11 di questo mese un atto di pirateria manifesta, collo sbarco di genti armate alla marina di Marsala, siccome fu da noi annunziato nel supplemento al N. 106 di questo giornale, dietro i primi dispacci giunti col telegrafo.

«Rapporti posteriori hanno dichiarato che la banda sbarcata era di circa 800 uomini e comandata da Garibaldi: tostoché quei filibustieri ebbero preso terra, evitarono accuratamente l'incontro delle truppe regie, e si avviarono, secondo quanto ne vien riferito, verso Castelvetrano, minacciando i pacifici abitanti, non risparmiando né rapine, né incendii, né devastazioni d'ogni sorta a comuni che attraversavano.

«Essendosi ingrossati, nei quattro primi giorni delle loro scorrerie, di gente armata da essi, e pagata largamente, si spinsero fino a Calatafimi.

«Udite queste cose ad Alcamo, il generale di brigata Landi, la sera stessa di quel giorno, benché disponesse di forzo molto inferiori si mosse per affrontare quelle orde, le quali nell'affronto vivo e ostinato, soffrirono gravi perdite tra morti e feriti. Sconfitte al grido di Viva il re!. furono quindi inseguite fino nei monti, ove esse si ripararono, e il brigadiere Laudi fermò il suo quartier generale a Calatafimi.

«Siccome poi egli ebbe avviso che gli uomini fugati 'da lui non ignoravano che la città d'Alcamo, appena uscitine i regi, aveva innalzato la bandiera della rivolta, e che gl'indegni abitanti di Partenico avevano fatto altrettanto, recessi tosto in quelle parti, e malmenò con un immenso valore e una furia irresistibile le orde, che occupavano quei comuni. A Partenico, segnatamente, gli uomini di Garibaldi, assaliti colla bajonetta e con una furia straordinaria da una parte dell'8 cacciatori e dei carabinieri a piedi, subirono perdite gravissime. Là un uffiziale superiore, che un prigioniero crede essere o il colonnello Bixio, o lo stesso figlio di Garibaldi,

fu trafitto da un colpo di bajonetta mentre sventolava una bandiera ed incoraggiava i suoi uomini. Il feritore, giovane soldato dell'8 cacciatori, fu promosso di botto al grado di secondo sergente. Quella bandiera ed il cavallo dell'ucciso rimasero in potere dei vincitori. Dopo due giorni di gloriosi combattimenti, la colonna del generale Laudi rientrava in Palermo, colla convinzione d'aver fatto ciascuno valorosamente il proprio dovere.»

In breve si saprà quanto havvi di vero in tutta cotesta epopea.

26 Maggio

Nulla v'ba di vero in tutta l'epopea officiale che precede. Garibaldi non aveva seco 800 volontari soltanto; ma 1065; ho ricevuto copia delle sue liste. I patriotti non hanno minacciato nessuno, molto meno devastato e saccheggiato. Fino dal loro sbarco sono stati circondati da Siciliani che si affollavano intorno ad essi, pronti a seguirli. E così dovunque i patriotti sono passati. Garibaldi ha detto ai Siciliani: «Se mi fossi immaginato questo sarei venuto solo a mettermi alla vostra testa.»

La fazione di Calatafimi è pel re più che uno smacco, è una rotta. Una lettera dal general Landi scritta sul campo di battaglia, e intercetta, incomincia con queste parole: Ajuto e pronto ajuto! - Ell'è un lungo grido d'angoscia.

La strada che mena a Palermo era coperta di zaini, di quaschi, ed anche di scarpe che i soldati gittavano per essere più spediti alla fuga. Ed ecco come sono essi rientrati colla convinzione d'aver fatto loro dovere.

Bixio non è stato ucciso, e neppure il figlio di Garibaldi - La bandiera presa non era nemmeno una bandiera di battaglione, ma una delle mille banderuole capricciose che i volontarii avevano recate seco, e che un imprudente, chiamato Schiavini, era andato ad agitare fino al di là della colonna nemica. Là due palle lo stesero morto. Landi, nella sua lettera, confessa la perdita d'un cannone, e dice che questa perdita gli ha trafitto il cuore. I patriotti dicono ch'egli ne ha perduti quattro.

A Palermo il general Lanza ha surrogato il principe di Castelcicala, come alter ego del re e governatore dell'isola. È giunto piene le saccoccie di promesse, e i cassoni di palle.

Ho detto come fosse venuto. per istudinre i bisogni del paese; al che i Siciliani hanno risposta: i bisogni si studiano dopo l'evacuazione. E il generale ha ripristinato lo stato d'assedio, e il suo corredo: proibizione di circolare in due per le vie, corti marziali; lanterne obbligatorie al cader del giorno, stamperie chiuse ecc. Dopo ciò il Lanza è uscito dalla città lasciandosi dietro le porte asserragliate o murate e menando seco 20, o 22 mila uomini ch'egli comanda personalmente. Ei si è accampato davanti Palermo tra il Palazzo Reale (Porta Nuova), la rocca di Castellamare e Quattroventi. Bosco comanda i cacciatori. Quest'armata doveva muovere ieri contra Garibaldi, che è a Monreale. Tali sono le notizie certe. Ora s'ignora l'esito del combattimento. È pur dubbio s'esso ha avuto luogo. Il governo intorno a ciò ne sa quanto noi: perché il telegrafo è rotto. Ecco qualche altro fatto accertato. V'ha un comitato che dirige la rivoluzione in Sicilia; esso ha testé indirizzato ai consoli una circolare, per dichiarar loro che il moto è annessionista, e che subito dopo lo sgombramento delle truppe si farebbero votare le popolazioni, le quali riconoscerebbero immancabilmente Vittorio Emanuele.

Ora avvertite la scarsità dei vantaggi ottenuti in pressoché due mesi dall'armata regia; lo sbarco operatosi malgrado i ventun vapori che vigilavano nella crociera per prevenirlo; lo smarrimento d'ogni norma d'ordine, di disciplina nell'armata, sette od otto generali caduti di stima a cagione del moto Siciliano, incominciando dal principe di Castelcicala che era luogotenente del re nell'isola, cui è stato surrogato il general Lanza; il generale Salzano comandante le forze di Palermo richiamato a Napoli, il generale Jauch, che comandava a Trapani, sottoposto a un consiglio di guerra, il generai Landi, malcontento e in sospetto, rassegnante le sue dimissioni; finalmente, i generali Surv, e Wyttembach (già Svizzeri), Primerano e Fioranza, non solo richiamati, ma posti in quarta classe. Convenite che cotesti son fatti che danno a pensare, anche ai meno proclivi alle congetture.

A Bari, hanno cantato un Te Deum con accompagnatura d'illuminazione, di fuochi artificiali, e di pubbliche esultanze per celebrare la vittoria di Calatafimi e la morte di. baldi. Ho letto venti lettere di Bari che l'affermano.

Finalmente abbiamo avuto l'altro giorno a Napoli un servizio funebre in onore di Ferdinando II. È un anno ch'esso è morto; la

28 Maggio

Dopo averci parlato d'uno scontro a Parco, al quale esso dava l'importanza d'una grande vittoria, il Giornale officiale di ieri sera ci favoriva dell'articolo seguente:

«Napoli, 27 maggio - Col regio piroscafo, la Saetta, abbiamo ricevuto altri rapporti, i quali, confermando ciò che noi abbiamo indicato ieri sugli splendidi fatti d'arme avvenuti a Parco il 24 Maggio; non meno che la sconfitta delle bande insorte, e di quelle di aggiungono che le truppe regie comandate dal generale Colonna, e dal colonnello Von Mechel (Svizzero) con un impeto straordinario hanno scacciato da quella importante posizione i ribelli. Questi allora ne occuparono un'altra a cavaliere della piazza, anticipata mente trincerata, e difesa da cinque pezzi di cannone.

«Il 25 le nostre truppe assalirono cotesta seconda posizione, con impeto non meno irresistibile, e tolsero ai ribelli uno dei lorovivo e formidabile che tutti i ribelli, uniti alle truppe di e questi alla loro testa, fuggirono in disordine fino al piano dei Greci. Là stretti da vicino, e urtati nuovamente dalla colonna di Mechel, e dal valoroso novesimo battaglione di Cacciatori comandati dal maggiore del Bosco, essi si dettero di nuovo a precipitosa e disordinata fuga, traversando il distretto di Corleone, e cercando piuttosto La loro salvezza che nuove posizioni.

«Le suddette bande, inseguite senza tregua dalle truppe regie,.continuano a fuggire, in preda alla sfiducia, che è il doppio effetto del disinganno in che son cadute appena scese in Sicilia, e perdite gravi che in tutti gli scontri esse hanno subite e ne hanno scemate le forze, e le speranze.

«Quanto ai Siciliani, fattisi loro compagni per forza d'oro e di blandizie, il disordine e Io sparpagliamento non è stato meno pronto e generale, ed ora se ne vanno rientrando nei loro comuni rispettivi, egualmente scorati e afflitti o essersi lasciati ingannare dagl'invasori stranieri, venuti per eccitare la ribellione in quelle contrade.

«Lo spirito pubblico, egualmente ingannato ritorna giornalmente al sentimento dell'ordine legale, e si affida al valore truppe regie, quali non si potrà mai lodare abbastanza la perseveranza, e la disciplina. Uno, in tutti, è l'entusiasmo per la causa legittima, che esse sostengono; uno il grido del combattimento e della vittoria: Viva il re!»

Stamani è giunta la nuova che si è impadronito di Palermo.

29 Maggio

Prima di raccontare la presa di Palermo sulla quale mi giungono a balle le notizie, che io voglio e debbo verificare, trascrivo qui un racconto rapido e vivace di tutta la spedizione Garibaldina. È il giornale di un soldato che narra ogni cosa in tre parole:

«8 Maggio. Arrivo e partenza da Talamone per munizioni e carbone.

«9. Arrivo e partenza da S. Stefano per carbone.

«11. Arrivo a Marsala e sbarco di tutti e di tutto, munizioni e quattro pezzi d'artiglieria.

«12. Fermata e campo a Gran Pancardo presso Salemi.

«13 e 14. Fermata a Salemi e concentramento forze dell'insurrezione; circa un quattromila uomini.

«15. Marcia e combattimento, fuori di Calatafimi, al monte del Pianto dei Romani, contro 3,500 Napoletani condotti dal Laudi. Dal lato nostro feriti 128, morti 48; presa di un pezzo da montagna; i regi cacciati da cinque posizioni ben difese, terribili.

«16, Laudi abbandona Calatafimi, che è da noi occupato. Landi nella sua ritirata soffre grossi danni a Partenico e a Borghetto nei suoi scontri cogli insorti.

«17. Partenza per Alcamo.

«18. Partenza p«r Partenico. Lo stesso giorno continuazione della marcia per recarsi in vista di Palermo.

«19. Pioggia continua. Accampamento.

«20. Marcia su Poppio per attirare le forze regie da Monreale, e mosse intese a indurre le forze di Palermo a uscire dalla città. Il disegno riesce in parte al fine desiderato. Nella notte i volontari marciano su Perreo, scavalcando le artiglierie e portandole a spalla, sotto la pioggia e per orribili sentieri.

«21. Nella mattinata arrivo a Parco; ritorno a Monreale. Disposizioni per marciare su Palermo.

«22. e 25. Il nemico raccoglie molte forze. Il generale vuole ancora allontanare altre forze da Palermo.

«24. Più di diecimila nomini minacciano d'assalire; disposizioni dì resistenza per attirarli; principio d'assalimento. Ritirata dal lato nostro per adirare i nemici a Corleone, e metterli in faccia dell'artiglieria, intanto che noi gireremo per altre vie, onde presentarci dinanzi Palermo.

«25. Arrivo a Marnico (c'è riuscito il di. segno di tirare i regi in faccia dell'artiglieria nella direzione di. Corleone). La sera marcia per Misilmeri. Arrivo a mezzanotte. Accampamento.

«25 e 26. Grande Giornata! - I feriti vanno benissimo - Misilmeri, 26.

30 Maggio

Eccovi in poche parole la storia della presa di Palermo.

Dirò primieramente che il Giornale officiale non mentiva che per metà, quando ci narrava le sue vittorie. I cacciatori di Bosco ed i Croati di Von Mechel avevano veramente respinto

i patriotti fino a Corleone, e tolto loro cannoni. Solamente questa ritirata d'Orsini, che comandava il movimento, non era che uno stratagemma di guerra, Intanto che le migliori truppe del re si allontanavano dalla città per inseguire i fuggenti, e il generalissimo teneva gli occhi fissi da q parte, gittavasi repentinamente altrove, e, scendendo dai monti, per sentieri che avrebbero fatto ribrezzo ai camosci, prendeva Palermo.

I militari, seguendo adesso la sua marcia sopra le carte dei luoghi, che non segnano neppure le vie, gridano al portento. E in fatti, cotesto fu un portento, ma un portento di genio, d'audacia, un colpo d'occhio, e un di mano.

partì da Misilmeri la sera del 26 coi suoi prodi. Traeva dietro di se numerose bande di picciotti, che cosi chiamasi la gioventù del paese. Cotesta armata d'uomini che scendevano la montagna, cheti cheti, per sentieri orribili, uno dopo l'altro, in fila sterminata, in mezzo al bujo della notte, doveva fare un effetto fantastico. I picciotti, prodi d'animo, ma inesperti di guerra, gente perduta, ma terribile, s'impaurivano ad ogni rumore; un cavallo che s'impennò li mise tutti in fuga.

Giunti al piano, invece di starsene cheti, proruppero in acclamazioni e scaricarono i loro fucili. Questo fragore risvegliò i Napoletani che difendevano un ponte pel quale gl'insorti dovevano passare. Quivi accadde una fiera zuffa di vanguardia. I regi respinti fuggirono verso la città, e i garibaldini dietro di loro arrivarono alla porta Sant'Antonio difesa malamente da una mano di soldati..

Cotesto era il sito vulnerabile, e col suo sguardo d'aquila aveva veduto che di là entrerebbe in città. Disgraziatamente l'allarme era dato; i soldati avevano dell'artiglieria; quei. pezzi spazzavano la via. 1 picciotti non vollero più andare innanzi spaventati dalla mitraglia. V'immaginate cotesta angoscia suprema nel momento estremo, dinanzi la città destatasi? retrocedere voleva dire perire - Un carabiniere genovese prese allora quattro sedie, le collocò sulla strada in faccia del cannone, vi piantò una bandiera tricolore, vi sedè accanto, vi rimase qualche momento sotto il fuoco, colle gambe incrociate, poi gridò ai picciotti: Mirate; le palle non arrivano! Allora i picciotti si avventarono sulla strada.

Il 27 maggio, giorno della Pentecoste, ribaldi entrava in Palermo; erano le ore 5 del mattino.

Com'ei fu entrato la città si

«La scena è veramente orribile, scrive il contrammiraglio Mundv, testimone del disastro. Tutta una contrada lunga mille yarde e larga cento è ridotta in ceneri. Varie famiglie sono state arse vive con le loro case; le atrocità commesse dalle truppe regie sono inaudite. In altri quartieri le bombe hanno schiacciato conventi, chiese, edilìzi isolati; mille e cento bombe furono lanciate dalla cittadella e altre duecento dalle navi da guerra., senza contare gli obici e le palle.

«La condotta del generale scrive

Continuò così; combattimento, malgrado le bombe, tutta la giornata 27 e la mattinata del 28. Finalmente, alla partenza del vapore austriaco, che ci ha recate queste notizie, i soldati non occupavano più che il Palazzo Reale, castello fortificato all'estremità orientale della città, il forte di Castellammare all'estremità opposta.? tre posti nell'interno... Magnifica Vittoria!

1. Giugno

È giunto testé la Monette da Palermo. Ecco le nuove che ci reca, le accenno di volo. Il 29 sbarco dei rinforzi (Svizzeri, Croati) condotti dal Capri e dall'Amalfi, e discesi nel forte di Castellammare, ritorno, in città truppe che avevano inseguito fino a Corleone i Garibaldini, Esse riprendono traditorescamente alcune barricate, perdurante un armistizio dì 24 ore chiesto dal general Lanza ed ottenuto per intercessione dell'ammiraglio inglese. Abboccamento sull'Annibale, vascello inglese, di non col Lanza in persona, come dice in Napoli ma col generale Letizia, parlamentario regio.

In cotesto abboccamento, accordo completo sopra cose secondarie (i Siciliani, padroni del porto, permetteranno ai soldati di rinnuovare le loro provviste di viveri, e renderanno i feriti che sono nelle loro mani, e che sono stati curati con una carità al tutto fraterna) - ma discordanza manifesta sui punti capitali, capitolazione negata, eccettochè le truppe cedano le armi. Qui quadra egregiamente un fatto che trovo in due dispacci. Il generale Lanza ha proposto a Garibaldi di fare indirizzare al re, dal senato di Palermo un'umile supplica nella quale s'implorassero delle concessioni, ed egli credeva potersi impegnare di farla accogliere di buon grado. Anche dicono rispondesse Garibaldi: Il Senato sono io. Altri scrivono che Garibaldi aveva chiesto riccamente la cacciata dei Borboni. Ma dacchè le facoltà di Letizia, ed anche quelle del Lanza non erano late a quel segno, i negoziati sono stati interrotti.

Nel tempo di quelle trattative, le fortezze hanno continuate a trarre: i Croati hanno assalito delle barricate. Il colonnello Carini, uno dei più ardenti Siciliani che abbiano seguito Garibaldi, è corso incontro ai Croati per significar loro l'armistizio. Lo hanno vilmente percosso con una palla.

Quindi è che alla partenza della Monette, il palazzo reale ed il forte di Castellamare erano in mano dei Napoletani; ai Siciliani il rimanente della città, e particolarmente tutta la marina di Castellamare, fino alla Porta dei Greci, per modo che le truppe non potevano né comunicare fra loro, né vettovagliarsi dal mare. L'armistizio spirava ieri a mezzogiorno; non so se le ostilità hanno ricominciato. Farebbe credere non siensi rinnovate l'arrivo stamane del vapore regio, la Saetta, il quale conduceva a Napoli il negoziatore di due giorni fa, il generale Letizia, incaricato forse di qualche proposta pacifica. Se non che, la polizia ha sparso oggi la voce che Garibaldi è stato preso. Pensate l'universale esplosione di risa, che ha accolto questa portentosa invenzione. Le menzogne officiali hanno fatto tale impressione presso i più creduli, che una simile notizia, fosse anche vera, non sarebbe creduta, e non impedirebbe più il trionfo dell'insurrezione.

2 Giugno

«Frattanto Garibaldi (dice il Giornale officiale di questa sera) con parte delle genti di Parco, traversando i paesi di Marineo, Gibilrossa,

e Misilmeri, ove raccolse tutte le bande che poté trovarvi, tentò un colpo disperato su Palermo, e vi penetrò dalla porta orientale. I drappelletti di truppe destinate a guardare le porte di Termini e di Sant'Antonino, troppo minori di forze, dovettero ritirarsi sul Palazzo Reale e Castellamare, e così fu fatta abilità a Garibaldi e alle sue bande di penetrare in Palermo e di occuparne una parte.

«La colonna di Corleone, avendo saputo il fatto, accorse immantinente a Palermo: superata ogni resistenza alla porta di Termini, una di quelle dalle quali era entrato il general Garibaldi, forzolla e riconquistolla; così essa poté introdursi in città ed occupare una parte delle posizioni, di cui s'erano impadronite, due giorni innanzi, le genti di Garibaldi, entrate dalla stessa porta.

«Gravissime sono le perdite sofferte dalle truppe regie., all'immenso valore delle quali lo stesso nemico ba reso uno splendido omaggio; ma, contuttociò, le perdite degli insorti superano d'assai le nostre. Una sospensione d'armi fu convenuta per assistere i feriti e i malati, e per seppellire i morti.»

5 Giugno

Questa sospensione d'armi, che dovevo cessare domenica, a mezzodì, è di nuovo prolungata, ed ora indefinitamente. La notizia è sicura. Come e perché, noi lo ignoriamo. Il generale Letizia giunto a Napoli, il primo giugno, come negoziatore è ripartito la stessa sera, con un plico sigillato.. Che posa conteneva quella misteriosa missiva? La guerra secondo gli uni; la pace secondo gli altri. Lo sgombramento di Palermo, o il bombardamento. Niente di tutto questo, pensavano i savj. Il potere negozia; vuole acquistar tempo, mitigare le condizioni imposte dal vincitore; forse capitolare cogli onori della guerra. Il generale Letizia tornò ieri mattina; ignoro se è ripartito. Qui si freme d'impazienza e si trova Garibaldi soverchiamente generoso. Non si accettano quegli armistizi prolungati, quelle lentezze che inquietano. Ognuno dice quello che farebbe se fosse nei piedi del generale; ma v'assicuro che pochi vorrebbero esserci.

Ciò non vuoi dire che le cose di Garibaldi vanno male; al contrario, fin qui la spedizione ha avuto esito felicissimo; è stata condotta con una audacia

ed una sapienza straordinarie; essa ha sconcertato a vicenda la strategia dei generali del re coll'abilità dei suoi stratagemmi, e la istantaneità delle sue audacie. La presa di Palermo nel tempo della ritirata di Corleone, è fatto di tale splendore che pare tuttavia inverosimile. I Garibaldini per effettuarla hanno dovuto fare sui monti una marcia da camosci anziché da uomini. Dopo il loro ingresso in città essi si sono fortificati in modo da impedire qualunque sbarco. Hanno ricevuto rinforzi di volontarii e un carico di fucili e di munizioni; dicono che il vapore che ha recato questi ajuti è vapore inglese.

I regi, bloccati alla Flora, ammucchiati al Palazzo Reale, e trincerati nel forte di Castellamare sono separati gli uni dagli altri, mancanti di vettovaglie, e senza comunicazione col mare. Ogni dì le diserzioni ne scemano il numero. Tutta la popolazione è per Garibaldi non escluso il clero, il quale ha benedetto le barricate. A Garibaldi è state chiesto l'armistizio del 29, poi la nuova sospensione d'armi che doveva spirare il 30, e la sospensione illimitata che tuttavia dura. E desso che detta le condizioni di queste tregue, la prima volta occupando il palazzo della Banca,

ed esigendo che quattro milioni di ducati, presi nel denaro trasportato a Castellamare, fossero restituiti alla cassa pubblica, della quale gli è stato affidato il deposito. Malgrado l'odioso bombardamento che l'ha devastata, Palermo ha assunto le sembianze del trionfo. Ogni sera s'illumina ribaldi è padrone della città e del popolo.

Se non che, se le ostilità ricominciano la lotta sarà terribile.....

Mi fermo in tempo. Le triste congetture ch'io stava per comunicarvi sono smentite dai fatti che mi vengono notificati come positivi. La capitolazione di Palermo è decisa le truppe usciranno dal forte di Castellamare cogli onori della guerra; quelle del Palazzo Reale si arrendono a discrezione. Sono notizie recate, per quanto si dice, da un vapore inglese. Un fatto certo conferma questa voce; i provvisionieri cui era stato ordinato ieri mattina di preparare enormi quantità di viveri, hanno avuto contrordine a un'ora di notte.

A Napoli si continua a parlare di concessioni e di riforme. Mi è stato affermato che il governo prepara un progetto di statuto, e che la diplomazia vi ha messe le mani. Si dice anche di più; si vuole che la polizia organizzi una dimostrazione popolare che tra

Intanto il potere è ridotto agli estremi, e incomincia a trovarsi alla strette colla finanza. Diciassettemila ducati sono ancora stati pagati ieri l'altro per mille nuove reclute che sono a Trieste. Le casse di sconto hanno ricevuto l'ordine di non far più anticipazioni sui cuponi di rendita dello Stato. La superstizione popolare crede più che mai invulnerabile soldati feriti raccontano pubblicamente che il capo di partitanti è stato vaccinato con una particola e che questa inoculazione sacra lo salva da qualunque pericolo. licenziandoli, ha detto loro: A rivederci, a Napoli! - Ed essi lo aspettano.

3 Ore. Lo sgombramente di Palermo non è ancora che una voce di popolo, molto diffusa, ma non ancora ficialmente accertati, in compenso si hanno notizie orribili dalle altre città. A Catania, dopo il trionfo dell'insurrezione, le truppe regie sono rientrate nella città, e l'hanno saccheggiata. Sono stato commesse nefandezze inaudito, e con un fu

Dopo coteste violenze le truppe sono state di nuovo costrette ad abbandonare Catania.

Messina è sempre una città morta; preparano la cittadella e il lazzaretto per riceverci le truppe che evacueranno Palermo. Come ce l'aspettavamo il governo vuole trincerarsi, rinchiudersi in quella piazza, e resister così fino agli estremi. Sempre la storia del 1848.

Il 3 battaglione di cacciatori svizzeri e otto compagnie, comandate dal maggiore Bosco, sono accampate fuori della porta di Termini a Palermo; hanno cannoni, e sono pronti a correre alle barricate. Il re ha ancora diciottomila uomini a Palermo. Contuttociò ribaldi, i suoi volontari e il suo popolo fanno legge, i disertori ingrossano le loro file. ribaldi si fa amare da tutti. Nel tempo della prima tregua egli mandò spontaneo duemila razioni ai soldati del Palazzo Reale. Una lettera che ho ricevuta vanta molto la condotta del Sig. Hirzel, console Svizzero a Palermo, il quale ha avuto il coraggio di raccontare agli Svizzeri di Von Mechel le atrocità commesse dalle truppe regie; per eccitare il loro orgoglio militare contro coteste codarde azioni: e notate che nel fare cotesto posso il console esponeva la vita.

Messina si aspetta

9 Giugno

E oggi m a i certo che le fortezze di Palermo debbono consegnarsi a . Il presidio capitola con armi e bagagli. Comechè splendida, questa fine del primo atto non ha soddisfatto i novellieri. Siccome essi avevano affermato che il presidio doveva capitolare senz'armi (e gli Svizzeri senza uniforme) così hanno inventato adesso una storiella per conciliare i fatti colle loro previsioni. Dicono pertanto che gli onori militari accordati a' regi nella capitolazione sono una pura generosità del dittatore, per ricompensare quelle truppe. del loro valori:; e che egli ha concesso si tenessero le loro armi per non umiliare soverchiamente il coraggio infelice. Epperò dicevasi che le imbarcandosi avevano gridato viva lo che non ci sembra impossibile.

Del resto l'evacuazione di 'Palermo, se vogliamo esser giusti con tutti, accusa meno la timidezza

truppe, che Io stato miserabile in che le aveva ridotte l'audacia, l'abilità del vincitore. So positivamente che i cacciatori bloccati nella Flora, nel tempo dell'armistizio, si cibavano di fravole e di biscotti. I soldati del Palazzo reale erano anche più infelici; essi non avevano fravole. Vi narro cose vere; e dietro questo giudicate del resto. Per esempio, alcune colonne nel tempo ostilità hanno dovuto fare spedizioni di varii giorni senza altro cibo che biscotto.'Ecco una economia che ha costato forse la Sicilia al padrone, ma, che ha fruttato di belle somme a più d'un fedele servitore. Qui lo scoramento è grande nel campo dei regi. La soluzione v'era da gran tempo preveduta... Giorni fa, in un salotto officiale discutevasi sulla migliore posizione da prendersi e mantenersi 'in Palermo. Il duca di M... disse che la migliore posizione era la sponda del mare.... per stivarsi. E si grida più che mai contro il filibustiere - «ma perché non fate altrettanto» chiedeva ieri un Francese ad uno degli esclamatori i più patetici «perché non mandate ottocento uomini a Genova od alla Spezia per impadronirvi del Piemonte?» Il Napoletano rispose seriamente, senza addarsi della sua semplicità: «Perché le son cose che noi non facciamo.»

Dicono che Garibaldi è sicuro del suo. trionfo, e affermano. anche ch'egli ha profferito una parola un pò avventata: secondo queste voci Garibaldi avrebbe detto a Palermo, è alla bella libera: «lo ho combattuto in Sicilia un'armata senza generali; vada a combattere a Roma un generale senza armata.».

E Napoli?

17 Giugno

Ecco un fatto che potrebbe generare gravi conseguenze. Or fanno pochi giorni la Fulminante, fregata regia comandata dal Roberti, parti da Gaeta con una missione segreta. A quindici miglia dal capo Corso quel vapore da guerra incontrava il vapore sardo l'Utile, capitano Mulesca, e il clipper Americano Charles Jane di Baltimora. Questo portava ottocento volontari, l'altro un centinaio. Era notte. Il capitano napoletano chiamava quelle navi e chiedeva loro in francese la loro destinazione. Credendo trattare con dei Francesi, i passeggeri hanno risposto a una voce: A Palermo! viva l'Italia! Allora il Napoletano, assumendo la parte di gendarme marittimo, ha intimato a' due navigli di seguirlo,

minacciandoli, se resistessero, di mandarli a picco. I volontari non avevano cannoni, e l'Utile essendo semplicemente un rimorchio, non poteva gareggiare di velocità colla Fulminante. Aggiungi che siccome la cattura era illegale, così il male residuavasi alla lentezza d'un processo. Ecco il perché il vapore ed il clipper si sono lasciati rimorchiare a Gaeta.

Là i volontari si sono opposti a qualunque inspezsone e all'esame delle loro carte. Non hanno voluto né scendere a terra, né permettere che alcuno salisse a bordo. E si sono contentati di protestare presso il vice console Sardo a Gaeta. Questi, sebbene suddito napoletano, s'è condotto con molto zelo: ha negato al generale Roberti di fargli da intermediario presso i sudditi sardi. Ha immediatamente indirizzato un dispaccio al suo ministro a Napoli, il Marchese Villamarina, sebbene questo dispaccio ritardato per l'ingombro calcolato del telegrafo, non ha potuto partire che varii giorni dopo il fatto. Un rapporto messo alla posta è stato trattenuto un giorno a Gaeta, ed il Sig. Villamarina non è stato offiìcialmente informato che il 15 di cotesta illegalità già pubblicata da tutti i trombettieri dell'autorità. La diplomazia s'è mossa pertanto solamente allora,

e così ha avuto luogo la scena violenta della quale parlasi da per tutto, tra il Sig. Villamarina e il Sig. Carafa, ministro degli esteri. Voglion che questi abbia detto al rappresentante piemontese: «Dunque, voi volete la guerra?» - E gli sia stato risposto: «Siete voi che la dichiarate.»

Il ministro americano, Sig. Chandler, doveva mandare il suo figliuolo a Gaeta per esaminare i fatti, e gli aveva raccomandato la massima moderazione, e la più diplomatica imparzialità. Ma, ieri, l'Archimede, della marina regia, giungeva a Napoli, conducendovi i due capitani dei navigli arrestati. Dicono si sia adunato un consiglio di guerra, al quale hanno assistito l'ammiraglio francese, Barbier de Tinan, il ministro americano ed il ministro sardo. Si dice pure che dopo questa conferenza i capitani sono partiti.

Sento affermare che il governo, conosciuta l'illegalità della preda, ha offerto di restituire le navi, ma che il Sig. Chandler vi si è opposto, perché pareagli insultala la bandiera americana e voleva aspettare gli ordini del suo governo, relativamente alla riparazione dovuta dal governo regio. Aggiungono che il capitano americano chiede mille ducati per ogni giorno di detenzione a titolo di refezione di danni.

Vedremo come la faccenda finirà..

Il Sig. Ajossa è propriamente licenziato, Egli perde, non solo la direzione della polizia, ma anche quella dei lavori pubblici. Rigore ingiusto, per dire il vero, dacché fosse, costui un istrumento cieco. Strana soddisfazione data alla diplomazia ed all'opinione - I generali, tornando da Palermo accusati di tradimento sono stati trattenuti a Castellammare, e confinati a Ischia. Saranno sottoposti ad un consiglio di guerra.

19 Giugno

A Palermo, l'evacuazione continua lentamente, tanto che le barricate soro mantenute, e i patriotti stanno guardinghi. Del resto ogni giorno illuminazione e frenetico entusiasmo. I picciotti consumano tutta la loro polvere sparando in aria per allegrezza. È un baccano che non finisce mai. I primi. giorni quello sparare innocuo ha fatto bene anziché non perpetuando il timor panico dei soldati - Palermo ha il suo diario officiale, blasonato della croce di Savoja, per diffondere i decreti di Garibaldi dittatore di Sicilia in nome di Vittorio Emanuele.

Col decreto del 14 maggio Garibaldi si crea dettatore. Un proclama del 28 maggio si congratula col popolo del suo contegno e della sua probità perdurante il combattimento, e per evitare qualunque disordine dichiara come ogni delitto di saccheggio e di omicidio Sarà punito di morte. Un decreto del 2 giugno accorcia a chiunque:ha combattuto per la patria una parte nella divisione delle terre comunali, alla quale saranno egualmente diritto i capi di famiglia poveri. Dove mancheranno i beni comunali supplirà lo Stato.-Il decreto del 6 giugno annunzia che i Pigli di coloro che son morti per la patria vengono adottati dalla patria stessa, sovvenute le loro vedove, dotate le loro figlie; s'intende come in questi favori vengon comprese le famiglie dei 13 Palermitani fucilati il 14 Aprile.- Un decreto del 12 Giugno toglie all'arcivescovo di Monreale la cattedra d'etica e di diritto naturale nell'università di Palermo e nomina nella di lui vece il professore Michelangiolo Ralbaudi. - Un decreto del 13 abolisce per tutti il titolo d'eccellenza, e vieta il bacio della mano tra uomo ed uomo - Un'ordine della piazza di Palermo proibisce di comprare oggetti derubati. Già v'è noto, che, in compenso, il bottino risultante dai saccheggi di Palermo, Catania, Carini, ecc. si vende

ostensibilmente qui, a Castellamare, a Caserta. Finalmente, una circolare conferma ciò che si diceva da qualche tempo sul malcontento eccitato nell'isola, e segnatamente a Catania, dal modo di arruolamento inaugurato sotto Il sistema napoletano. è stabilito in Sicilia, e il surrogamelo è vietato, almeno il cambio persone. In compenso si possono permutare i numeri estratti a sorte, il che tollera le sostituzioni, ma fra i soggetti alla stessa leva.

Non rammento per brevità i numerosi indi rizj, manifesti, proclami, che riempiono le colonne del giornale officiale, né le innumerevoli nomine cagionate dal nuovo reggimento. però meritano d'esser notate, quella del conte Michele Amari all'ufficio d'incaricato d'affari del governo provvisorio presso il re Vittorio Emanuele, e quella del principe di Belmonte, mandato collo stesso titolo alla corte della regina Vittoria.

Il comune di Partenico ha votato all'unanimità la erezione di una stadia marmorea di sulla piazza del Carmine. Si leggerà iscrizione sul piedestallo: A Giuseppe liberatore della Sicilia, Partenico (1).

(1) a ricusato quest'onore in una lettera ammirabile. Egli non vuole altro che polvere e palle.

Si organizza un corpo di cacciatori dell'Etna che gareggieranno di coraggio coi cacciatori Alpi. Un ufficiale inglese, Sir Dunne, che si segnalò in Crimea, e venuto ad offrire la sua spada alla insurrezione Siciliana. Ho poi letto orribili particolarità di Catania, la quale, giorni intieri, i! 31 maggio, e il 1.° giugno, è stata abbandonata ai soldati e ferocemente devastata. Si ardevano case, a caso, senza ragione; si uccide vano donne innocenti. 11 2 giugno poi un proclama del generale Clary proibiva il saccheggio.

Le lettere di Messina giunte in questi giorni annunziano che la città è sempre disperata e vuota, come un deserto. Gli stranieri, i negozianti, le merci sono nell'interno, sul mare; quello che non si è potuto imbarcare è stato sotterrato murato nelle case; tutte le carrozze, tutti i cavalli mandansi nell'interno dell'isola, e posesi sotto la protezione dei pirati ciò che non si può salvare dalla rapacità dei soldati.

Vi assicuro che non burlo. Tutte le parti sono cambiate, e i timorosi, gli allarmisti, i buoni borghesi, i nemici rivoluzioni aspettano ansiosissimamente, perché egli solo può salvare i loro scrigni.-A Girgenti, in chiesa, il ritratto di Vittorio Emanuele

Niente di nuovo a Napoli. Le navi catturate non sono state ancora rese; i generali confinati a Ischia non sono ancora stati rilasciati, - e si seguita a processare varii ufficiali di marina, chi per non avere impeditolo sbarco, chi per aver bombardato fiaccamente Palermo. Sembra, infatti, che i projettili navi hanno fatto poco male alla città. Il merito dei maggiori guasti spetta alle bombe della fortezza.

Le voci le più contraddittorie continuano a circolare, e la irrisoluzione del potere, in questo momento, in cui bisognerebbe appigliarsi a un partito, autorizza tutte. le supposizioni dei novellisti. Il Sig. de Martino è tornato da Parigi ove era andato a promettere riforme, e ad invocare la protezione dell'imperatore. È opinione generale che egli non ha raggiunto l'intento; se non che questa opinione è basata sopra raziocinii ingegnosi, e non a testimonianze innegabili.

Chi annunzia una costituzione, chi un vicariato e una specie d'interrégno parlamentare, che ricomincerebbe la tragicommedia del 1820; altri, dimostrazioni sanfedistiche; taluni anche affermano una resistenza ad ogni costo. Intanto i Napoletani hanno paura, è si salvano in campagna, e gli stranieri depositano i loro inventarii presso i loro consoli; ma Napoli è perfettamente quieta.

23 Giugno

Un'ultima parola sul Sig. de Martino. Mentre egli tornava da Marsiglia sopra una fregata del re, la Saetta, se non erro, coteste naviglio vide apparire un battello mercantile, con bandiera tricolore, che veniva alla sua volta. La Saetta cambiò prudentemente direzione; così fece il vapore né più né meno che se gli avesse dato caccia. Allora la fregata andò a ripararsi nelle isole Hieres, sotto la protezione di una squadra di un forte. Cotesto vapore non poteva essere che un pirata garibaldino, voglioso di catturare una fregata di Francesco II. Verificato il fatto, fu accertato come quel piroscafo fosse semplicemente

Sembra che, sotto la impressione dei consigli dell'imperatore Napoleone, il Sig. de Martino stimoli a dare la costituzione. Voglion che l'imperatore, senza prender alcun impegno, dicesse: «Cedete più presto che potete, e il più che potete.» Il conte d'Aquila e il barone Brenier non lasciano un momento il re: essi gl'impongono quasi d'essere italiano. La costituzione sarà proclamata stasera, come si dice, od al più tardi dimani. Ecco ancora una pagina da voltare; penso che sarà l'ultima.

IV.

LA COSTITUZIONE

Francesco II promulga una Costituzione. Crisi ministeriale - Fisonomia di Napoli- Barone Brénier percosso nella sua carrozza - Stato d'assedio a Napoli - Veloce. - Cospirazione reazionaria - Eccessi delle soldatesche - Battaglia di Melazzo. Garibaldi a Messina - Torbidi nelle Calabrie.

26 Giugno

Sono le ore sei di mattina; mi hanno destato per dirmi che la costituzione è pubblicata. Esco per accertarmene. La nuova circola già; ma timida ancora e clandestina; si teme una sorpresa, o un tranello, una prova, una provocazione. Se fosse un'insidia della polizia per scoprir terreno! - oppure un' audacia dell'opposizione, che proclama di proprio arbitrio uno statuto fallace! La gente si guarda, e passa; si fa vista di non saper nulla. Eppure, laggiù, nella via Toledo, sul canto d'una casa, il decreto affisso, tuttora solitario, pare che inviti gli sguardi. Nessuno osa mettervi gli occhi, eppure non v'hanno sbirri a guardia di quell'affisso. M'appresso, e lo copio nel mio taccuino. Intanto l'appressa gente; prima uno, poi due, poi altri; ma taciti; non un grido ancora; non una acclamazione; sempre un po' di diffidenza. Sia vero'?.è possibile? Tal è il pensiero che si affaccia a tutte le menti. Finita la copia, esco dalla folla per tornarmene a casa. Ora trascrivo il seguente

«Atto sovrano»

«Desiderando dare ai nostri diletti sudditi un attestato della nostra sovrana a benevolenza, ci siamo risoluti di concedere gli ordini costituzionale, e rappresentativo del regno, in armonia coi principii italiani e nazionali, in modo da guarentire la sicurezza e la prosperità nell'avvenire, e stringere sempre più i vincoli che ci uniscono ai popoli che la Provvidenza ci ha chiamati a governare.

«Siamo pertanto venuti nelle determinazioni seguenti:

«1.o Accordiamo amnistia generale per tutti i delitti politici fino a questo giorno.

«2.° Abbiamo incaricato il commendatore Don Antonio Spinelli della formazione d'un nuovo ministero, il quale compilerà, nel minor tempo possibile, gli articoli dello Statuto sulla base delle istituzioni italiane e nazionali.

«3.o Verrà stabilito con S. M. il re di Sardegna un accordo per gl'interessi comuni delle due corone in Italia.

«4.° La nostra bandiera sarà d'ora innanzi fregiata dei colori nazionali italiani in tre strisce verticali, conservando sempre io mezzo lo stemma della nostra dinastia.

«5.o Quanto alla Sicilia, accorderemo delle istituzioni analoghe, che possano soddisfare i bisogni dell'isola, ed uno dei principi della nostra real casa ne sarà il viceré.

Francesco»

«Portici 25 Giugno 1860

Ora mi sieno concessi alcuni brevi commenti in proposito. Sul preambolo dirò soltanto che la benevolenza reale è un po' forzata, ed è difficile stringere legami già rotti. Ma questa obiezione cadrà se la resipiscenza reale è sincera.

L'articolo due incarica il sig. Spinelli della formazione d'un nuovo ministero. Il Sig. Spinelli persona onorevole. Chiamato al potere nel 1847 da Ferdinando II, epoca delle prime riforme promosse dall'iniziativa di Pio IX, il Sig. Spinelli fu un momento ministro, ma, travolto in breve dal liberalismo prevalente, egli si dovette ritirare quando la costituzione fu promessa. Egli non ricomparve più nel ministero, ma fu nominato soprintendente degli archivi del regno, e poi soprintendente dei teatri.

Ora, m'è noto (avendo avuto già qualche sentore della costituzione) che il Sig. Spinelli incontra gravissime difficoltà a formare un nuovo ministero. Dopo la spedizione di Garibaldi i liberali anche i più moderati sono divenuti esigenti e difficili. Vi vogliono liberali, e liberali ben conosciuti, per rianimare la pubblica fiducia. Hanno proposto l'agricoltura ed il commercio al Sig. Ventimiglia, ma si è scusato; lo stesso ha fatto il poeta Saverio Baldacchini, cui proponevano l'istruzione pubblica. Hanno proposto la guerra al de Sauget il quale ha chiesto invece la pace. In compenso mi affermano che un galantuomo, il Sig. Ferrigno, ha accettato il ministero di giustizia, malgrado l'opposizione della sua famiglia, ed anche

suo malgrado, e facendo al suo paese il sacrifizio della sua considerazione. Nel tempo stesso un bell'ingegno,

il Sig. Manna, sembra avere accettato il portafoglio della finanza, e il Sig. de Martino, il perno di questa rotazione (dacché questa non è rivoluzione) quello degli affari esteri. Riesce difficile riempile gli altri posti, perché quasi tutti i patriotti sono spatriati.

L'articolo 3 promette una alleanza col Piemonte, per gl'interessi comuni delle due corone. Ma questa alleanza è lungi dall'esser conchìusa, e credo che il Piemonte non è stato ancora consultato. Se sono bene informato il dispaccio che il Sig. di Cavour ha ricevuto, o riceverà oggi, dal marchese di Villamarina, incomincia con queste parole: «Passo da una sorpresa in un'altra!»

Finalmente l'articolo 5 è il più scabroso; esso promette alla Sicilia un'apparenza d'autonomia, cioè una mezza separazione dopo consumato il divorzio. Questo favore somiglia molto ad una minaccia; dacché il giovane monarca non può assestare così la Sicilia senza riprenderla, né darle un viceré, senza esserne ili re. È possibile imporre ai Napoletani una costituzione, ch'essi non chiedono, poiché non hanno fatto nulla per avere il diritto di ricusarla; ma temo ci abbiano a volere molte cannonate per farla accettare alla Sicilia.

Ieri la Mouette, avviso della marina imperiale di Francia, è partita per andare ad annunziare al di là dello stretto la nuova strepitosa; ma dubito sia ben accolta da' Siciliani e da

Rimangon dunque, il quarto articolo, che, promette i tre colori, ed il primo che accorda una amnistia. In questo non ho che dire. Ecco migliaia di proscritti richiamati, migliaja di carcerati liberati, migliaja di case ripopolate. Applaudisco con ambe le mani, e con tutto il cuore.

Esco per iscandagliare l'opinione pubblica.

Mezzogiorno. - La città è fredda, indifferente, affaccendata. Le vie son piene di monelli che vanno su e giù per vendere l'atto sovrano; lo danno per grana; ma pochi lo comprano; e pochi si fermano a leggerlo affisso sulle cantonate. Jeri i paurosi sparge van la voce (poi confermata) che trasportavano carrettate di bombe su in S. Elmo.

Il governo paventava forse qualche eccesso di entusiasmo; ora dev'essere tranquillo. La bandiera tricolore non sventola ancora in verun luogo. I liberali diffidano: i popolani non capiscono. I timorosi dicon sotto voce che cotesto è il principio del disordine. Il conte di Siracusa ha detto ad uno dei miei amici:

- Non hanno voluto cedere quando

invece di cadere dal primo piano nobile

In conclusione, ecco concessioni che dovrebbero andare a genio a tutti, al popolo cui emancipano, ed al potere cui mantengono; eppure tutti le respingono e se ne dolgono; il potere, perché esse emancipano il popolo, e il popolo, perché mantengono il potere. Ecco qual è il vero stato degli animi. Freddezza generale e diffidenza scambievoli. Solamente, a senno mio, coteste infauste disposizioni spariranno presto se il giovane monarca impugna sinceramente e lealmente la bandiera italiana.

28 Giugno

Ho descritto la diffidenza, la indifferenza, la dignità nazionale, al primo annunzio del grande mutamento politico. La quiete dei giorni trascorsi non ha durato. partiti dividono Napoli, quello dell'alta città, che è già liberale; quello dei quartieri inferiori che è tuttavia sanfedista, volgo abietto, caparte guasta del clero.

Cotesti sciagurati si erano raccolti nei loro quartieri, poi sparsi nella città.

A cotesta provocazione gli altri risposero, vogliam dire i baracchisti, siccome li chiamano, perché si danno la posta sulla piazza Baracche. Questi, assembrati, fino dalla prima sera, nella via Toledo, hanno incominciato col fischiare la polizia. La seconda sera essi l'hanno minacciata coi loro formidabili randelli. La polizia ha voluto toglier loro quei batocchi; ed essi gli hanno rotti sulle spalle dei birri; allora questi retrocedendo di alquanti passi hanno sparato l'arme. Un popolano è caduto, ferito mortalmente da una palla; l'ho veduto coi miei proprii occhi. Quasi nello stesso momento e nello stesso luogo, assalivano il ministro francese. Il barone Brenier recavasi, verso le ore nove, in carrozza, dal marchese di Villamarina, ministro di Sardegna. La strada è lunga da una legazione all'altra; cioè da un capo all'altro della via Toledo. Giunto verso la metà della strada, nel luogo stesso ove fischiavano e furiosamente i popolani dei partiti, il Sig. Brenier fu assalito da alcuni uomini, la carrozza fermata., i servi percossi, ed egli stesso ferito

Uno dei servitori gridò a quei forsennati ch'essi insultavano il ministro di Francia. Tosto quella marmaglia respinta si disperse.

Intanto la borghesia e la nobiltà si tenevano in disparte, abbandonando la strada ai popolani. E il ministero non si poteva costituire. Il conte d'Aquila, e la sua corte, s'aggiravano dappertutto per trovare una mano d'uomini di buona volontà, che si adattassero a essere ministri. Ma gli uomini di buona volontà non comparivano; dico male, alcuni si erano piegati: Spinelli, Torcila, Morelli, Garofoli. Fra gli accettanti v'erano buoni ingegni: il Sig. de Martino,.noto per la sua recente missione a Parigi, e il Sig. Manna, l'economista. Mancava il ministro dell'interno principal motore di un gabinetto in un mutamento costituzionale. Ond'è che ieri l'altro a sera i candidati che ho testé nominati furono rimandati gentilmente a casa loro, e i ministri dimissionarii furon pregati di rimanere finché non si fossero trovati idonei sostituti.

Le cose erano in questo stato ieri, a mezzogiorno, e si aspettava di veder morire nell'uovo cotesta costituzione, perché nessuno la voleva covare, - quando, tutto ad un tratto, alle ore sei di sera, s'udì rombare il can

primo atto di cotesto ministero è stata la pubblicazione della legge marziale in Napoli. Ecco il perché:.

Malgrado le fucilate degli sbirri sparate in aria, come ho già accennato., ma però non troppo in alto, poiché le palle avevano forato le mostre dei fondachi e botteghe del late opposto, i baracchiti s'eran considerati come vincitori. Avevamo fotto amicizia colla truppa, malmenato la polizia,

maltrattato gl'ispettori, arrestato ancora alcuni feroci (denominazione popolare degli sbirri) dandoli nelle mani dei soldati. Tanto che, stamane, quei trionfatori non conoscevano più ostacoli. Essi hanno assalito i commissariati dei dodici quartieri della città, e gittato dalle finestre i mobili e le carte, bruciando ogni cosa nelle strade. Ho inteso anche il grido di Viva fra urli, minaccie e fischi spaventevoli diretti alla sbirraglia. Una sete di vendetta spingeva seco molta parte della plebe, sì a lungo repressa, a rappresaglie che avrebbero potuto divenir terribili. Ho veduto un uomo del popolo avvolgere una fune al collo d'uno sbirro; lo avrebbe strangolato, se non fossero intervenuti i soldati. Un generale uscì per calmare quei forsennati dando loro buone parole. Lo acclamarono, vollero anche abbracciarlo, e gridavano «siamo tutti fratelli.» Il generale dovette adattarsi a coteste carezze; poi rientrò in casa, per cambiarsi le vesti. Queste le sono cose che ho vedute coi miei proprii occhi. Altri parlano di scene dello stesso genere e di grida di Viva ribaldi! sotto i palazzi sospetti ed anche attorno al conte d'Aquila mentre passava in carrozza; aggiungono fatti di vendette esercitate contro spie conosciute e riconosciute; ferimenti di agenti dell'Ajossa.

Tra le gesta popolari di questa mattina v'ha un caso che merita d'esser raccontato. Un lazzarone aveva portato via un saccone da un commissariato, e stava per gittarlo nel fuoco col rimanente. Passava in quel momento una povera donna, la quale accortasi della intenzione del lazzerone disse a questo «Non lo bruciare; ma dalla a me, che ne ho gran bisogno.» II lazzerone si sente commosso e sta per cedere, quando sopravviene un suo compagno che lo rattiene, dicendo: «No, bisogna ardere ogni cosa stata imbrattata dalla polizia.» Detto ciò prende il saccone., e lo porta via; e siccome la povera donna si lamentava. Pendi, costui le diceva a comprartene un altro e le da piastre.

Quegli stessi uomini hanno portalo religiosamente i crocifissi dei commissariati nelle chiese, i fucili degli sbirri ai corpi di guardia, ed hanno rispettato i ritratti del re. Eppure, mi piace ripeterlo, coteste scene violenti potevano divenire pericolose. Il comitato segreto, governo occulto del paese, aveva veramente diffuso a profusione l'ordine seguente:

«Napoletani:

«Il vostro contegno in questi ultimi giorni vi ha mostrati degni d'essere liberi. In nome

Siccome l'avete veduto, il popolo non ha seguito che la meta di quel programma. E però l'era costituzionale incomincia a Napoli collo stato d'assedio. Se non che, non si dee tacere che la promulgazione della legge marziale si è fatta senza violenza, e con buone parole. Il nuovo prefetto di polizia, il Sig. Liborio Romano, liberale di antica data, e spesso perseguitato, ha saputo calmare e rassicurare gli animi esortando tutti alla fiducia ed alla pazienza. Dichiarando lo stato d'assedio, il ministro dell'interno ha detto che lo faceva per agevolare l'applicazione della costruzione, ino alla formazione di una guardia cittadina, a comporre la quale il sindaco e gli eletti compilavano già le liste in tutti i quartieri. Le leggi marziali sono abbastanza miti: gli assembramenti di dieci persone possono esser dispersi dalla forza armata dopo ; sono vietate nelle strade le armi, i bastoni grossi, e le

Questi provvedimenti hanno piuttosto rassicurato che spaventato la città. Quasi tutti i fondachi e negozi son chiusi; ma la popolazione non ha temuto di passeggiare dopo pranzo davanti i battaglioni di cacciatori seduti sui loro zaini (benché armati in guerra) intorno alla piazza, tra le pattuglie a piedi e a cavallo che percorrono pacificamente la città, e davanti ai cannoni postati sul largo del Castello.

Stamani contuttociò v'è stato un malinteso sinistro. Avanti la proclamazione dello stato d'assedio, i Calabresi, antichi compagni di Milano, liberati dall'amnistia, uscivano dalla loro carcere e scendevano quietamente nella città, insieme, felici, quando un drappello d'infanteria di marina chiuse loro a un tratto il passo. Intimati di disperdersi, ma ignorando il decreto dello stato d'assedio, essi titubarono. Allora la truppa sparò l'arme contro di quelli, e poi li caricò alla baionetta. Un d'essi, certo Mosciarò, fu ferito e gravemente. Trista uscita di carcere dopo cinque anni di catene!

È mezzanotte., la città è quieta.

3 Luglio

Assistiamo a una scena curiosa di commedia politica. Il potere e la nazione tengono il broncio; il potere però vorrebbe far pace, sebbene a malincuore, e fa i primi passi; la nazione poi già accetta, ma con viso brusco; tra questi sdegni s'intromettono la diplomazia e il prefetto di polizia per riconciliare tutti gli animi. La diplomazia dice al potere, che la nazione è soddisfatta, e alla nazione, che il potere è sincero. verità d'egual valore. In questa il prefetto di polizia, antico liberale, e vero galantuomo, fa sforzi incredibili per frenare i malcontenti e per eccitare i tepidi. Intorno al re, il conte d'Aquila, i ministri,!a legazione di Francia, il prefetto, guerreggiano a oltranza contro la camarilla, già battuta, ma non ancora abbattuta. Essa non resiste più apertamente, ma cospira; e disperando del re, il quale sembra inclinare verso l'Italia, essa pensa a sostituirgli il suo giovane fratello, il figlio primogenito di Maria Teresa, conte di Trani. Aggiungete a tutto ciò la truppa umiliata, il i sanfedisti, il comitato segreto, ed avrete tutti i personaggi discordanti della commedia che si rappresenta.

Procuriamo di mettere un po' d'ordine in tutto questo imbroglio. Il ministero era incaricato di preparare un progetto di Costituzione; ma non sapeva che fare. Dopo matura deliberazione s'appigliò al solo partito ragionevole; quello di ristabilire la costituzione del 1848. La proposizione dei ministri fu accettata domenica, e si commise agli ufficiali del ministero la cura di copiare puramente e semplicemente la costituzione del quarantotto, e mandarla alla stamperia reale, affinché la città la trovasse affissa la domane quando si svegliava. Gli ufficiali obbedirono tanto puntualmente a cotesto comando, che nel momento di affiggere la proclamazione regia, s'accorsero che era intestata a nome del re Ferdinando II, perché i capi d'ufficio e di divisione non si eran creduti autorizzati a sostituirvi quello di Francesco II.

Finalmente tutto è accettato, firmato, promulgato, e vuolsene ringraziare i ministri che hanno operato con zelo e buon volere. Oltre i ministri, v'ha il successore del Sig. Ajossa (questi si è stivato vergognosamente sopra una nave francese, l'Eylau, offrendo la mancia alla legazione francese che aveva protetto la sua fuga! cito il fatto come saggio di costumi) - V'ha, dico, il Sig. Liborio

Napoli, 14 Luglio

Abbiamo notizie gravissime. Il Veloce, fregata regia venduta dagli Inglesi nel 1848 al governo provvisorio di Sicilia, si è dato a esso nascendosi adesso nelle isole Lipari, e n'esce a quando a quando per predare i bastimenti napoletani che passano. Sì dice che ne abbia già presi Il generale Clary, comandante di Messina, ha chiesto, mediante il telegrafo tutta la flotta per riprendere la fregata fuggiasca e i vapori predati. Questa flotta doveva partire ieri sera, ma pare che i più dei capitani non hanno voluto accettare quell'incarico, e i pochi che avevano accettato hanno dovuto rinunziare all'impresa, pel malvolere degli equipaggi. Così narrasi, ma non sto garante se sia tutto vero.

Qui si continua a destituire gli antichi commissari di polizia; e la giustizia popolare precorre ai provvedimenti del potere.

L'altro dì l'ispettore Cimmino è stato ucciso in istrada da un uomo uscito da poco dalle carceri; è stata una vendetta privata. Jeri sera una moltitudine di gente, tutta del volgo, ha trascinato sulla piazza un altro ispettore chiamato Gioberti: un gran nome però! L'agitazione dura ancora.

Si vendono a migliaia per le vie il ritratto di e varii giornaletti. Quelli che sanno leggere adunano gente in istrada e leggono ad alta voce. Ho veduto una bambina di sei anni che compitava un giornale in mezzo a una folla di lazzaroni. Nelle ultime classi del popolo s'incomincia a comprendere che vuoi dire annessione, e Vittorio Emanuele diventa tanto popolare quanto L'Italia mostrasi finalmente da questa parte, malgrado il numero piuttosto grande dei moderati che accetterebbero tutto, inelusive la reazione, perché hanno paura palle.

Ecco l'ultima pubblicazione del comitato segreto napoletano:

«Parlata del generale ai soldati napoletani.

«Tra gli artifizj inveterati del dispotismo sempre trovaronsi l'ipocrisia, la menzogna e la calunnia. I nemici dell'Italia, gli uomini che vorrebbero vederci i piedi e lo mani

«Signori!

«Noi dobbiamo creare un'armata di dugentomila uomini.

«lo apprezzo e stimo molto i volontarii, ciò non di meno nomino più volentieri colonnello un capitano, che conosca bene il suo mestiere, che un avvocato.

Faccio più volentieri capitano un sergente, che un medico.

«Se voi siete realista, io lo sono co me voi.

«Ma re per re, preferisco Vittorio Emanuele, il quale, un giorno, ci condurrà

«Signori, spetta a voi la scelta.

«Noi vinceremo senza di voi; ma preferirei vincere con voi.

«GIUSEPPE






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