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Ringraziamo il Direttore Goffredo Fofi e la Redazione de "Lo Straniero" per averci autortizzato a riprodurre i seguenti articoli:

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Buona lettura!


Fonte:
http://www.lostraniero.net/ - Numero 90/91 - dicembre 2007/gennaio 2008

C’era una volta la mafia        

di Marcello Benfante  

La cattura Salvatore Lo Piccolo e di suo figlio Sandro in un sordido covo nella borgata palermitana di Giardinello segna sicuramente un passaggio epocale. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha dichiarato, sebbene con prudenza e senza trionfalismi, che Cosa Nostra non ha più un vertice e che è ormai una “organizzazione destrutturata” con scarse possibilità di movimento e di iniziativa. Tuttavia, sono forse troppo ottimisti coloro i quali deducono da questa osservazione che l’intelaiatura gerarchica della mafia (la cui forza specifica risiede appunto nella collegialità) si stia sgretolando sotto i colpi di una crisi irreversibile, che la cupola sia crollata, sia ormai un rudere che difficilmente potrà essere puntellato e restaurato. Certo è, comunque, che mai come oggi la mafia appare sbandata e vulnerabile, sul punto di perdere una secolare partita.

C’era una volta la mafia

È dunque arrivata la sua fine tanto a lungo profetizzata e agognata? In fondo è solo questione di definizioni. Si tratta di stabilire quale fenomeno è giunto fatalmente al capolinea della storia. Né sarebbe la prima volta che, nel processo evolutivo della mafia, una fase più elementare (per esempio il banditismo) si estingua proprio per consentire il passaggio a un livello superiore.

Anche nel confuso panorama odierno, una certa mafia, senza dubbio, scompare perché ormai obsoleta e anacronistica. Non soltanto la mafia massacratrice e terroristica, la sanguinaria e selvaggia schiatta dei corleonesi e dei loro alleati, ma un intero tipo di organizzazione criminale etnicamente contrassegnato esce di scena, gradualmente ma inesorabilmente. I Lo Piccolo non saranno gli ultimi padrini né gli ultimi luogotenenti. Qualche capo zona intraprendente prenderà il loro posto. Vi saranno altre latitanze, altri arresti, probabilmente sempre meno eccellenti e altisonanti. Ma il copione è ormai scritto e prevede un illusorio lieto fine.

E già Salvatore Lo Piccolo, signorotto feudale dello Zen, detto “il Barone”, così diverso nel look e nello stile di vita dai boss tradizionali, così alla moda e dirozzato, aveva sommessamente avviato una transizione e una mutazione di cui il giovane Sandro, con la sua fisionomia ingentilita di bravo ragazzo, sarebbe stato erede e continuatore. Azzimati ragionieri con la pistola e il libro mastro, pedanti e burocratici ordinatori dei cerimoniali di una mafia terziarizzata, esattori fiscali di un impero decadente, padre & figlio esprimono un nuovo modello gestionale di basso profilo in cui il carisma conta poco perché il meccanismo si regge su una ordinaria amministrazione.

Preso un boss, quindi, se ne farà un altro, forse senza neppure bisogno di una guerra di cosche, non essendo più problematico sostituire il curatore testamentario. Ma la stirpe dei leader sanguinari, dei “segnati” da Dio, degli “scarface” e degli sciancati, degli antagonisti scespiriani ossessionati asceticamente dal potere,  sembra sul punto di estinguersi o addirittura appartiene già a un mondo di ieri definitivamente perduto.

Finita una lunga e cruenta fase di accumulazione originaria del capitale, la mafia adesso si è totalmente compenetrata nel sistema socioeconomico, ha raggiunto la sua piena maturità borghese, assumendo modi urbani, manageriali, moderni, cosmopoliti. Insomma, si è normalizzata. Il sorriso ironico con cui Salvatore Lo Piccolo si è rivolto a chi osservava la sua scarsa somiglianza con le foto segnaletiche diffuse durante i suoi quasi cinque lustri di latitanza la dice lunga sull’irriconoscibilità di una mafia che ha cambiato faccia, che si è trasfigurata, che come le star sul viale del tramonto ha fatto ricorso alla chirurgia estetica per nascondere una senescenza devastante. Il serpente mafioso, il drago messo in scena nel Festino di santa Rosalia, ha mutato infatti pelle, lasciando dietro sé le scorie di un primitivismo ormai inadeguato ai compiti del nuovo millennio, sulla cui ferocia aveva tuttavia costruito il proprio dominio.

Dopo avere a lungo riciclato il suo denaro sporco, la mafia  ha infine riciclato se stessa, per intero, come i vip che praticano il lavaggio totale del sangue per ringiovanire. Si è trattato di un processo biunivoco. Da un lato la mafia, nella sua lunga marcia (a tratti a cavallo dell’antimafia) dai feudi alle città, dalla provincia al cuore del sistema, dai casolari ai salotti, dalle coppole ai colletti bianchi, dalle Madonie alle Ande, ha dispiegato tutta la sua duttilità metamorfica, contaminando gli ambienti con cui stabiliva una contiguità di affari e incamerando “know how”. Dall’altro, questo suo camaleontismo ammorbante trovava una sinergica accoglienza in vari settori della società civile e legale, dando luogo a una veloce assimilazione e  cooptazione. Questo reciproco e rapace fagocitarsi ha prodotto nella nazione tutta, come scellerata sintesi, una classe dirigente caratterizzata da una cultura e da un esercizio del potere di tipo mafioso.

Allorché, dopo la cattura di Riina e a ancora di più dopo quella di Provenzano, la mafia si era eclissata, facendosi più accorta e mimetica, agendo in sordina e nell’ombra, qualche osservatore aveva teorizzato una sua lungimirante strategia di immersione. Sotto acque il più possibile chete e torbide, essa, a parere di molti esperti, continuava a gestire i suoi giri senza entrare in urto con lo Stato né suscitare l’attenzione dei mass-media. Non che questa rotta subacquea fosse una congettura poco plausibile. Senz’altro allontanarsi dai riflettori, sottrarsi alla pressione delle forze dell’ordine e a quella dell’opinione pubblica era un accorgimento necessario per riorganizzarsi e ristabilire un rapporto fisiologico con l’habitat siciliano e nazionale dopo le aberrazioni stragiste. Ma in realtà la prospettiva storica era opposta: da lungo tempo l’alta marea mafiosa aveva sommerso tutto come un’incontenibile alluvione.

Dopo aver nuotato come un pesce(cane) in queste acque ricche di prede e tesori, oggi la mafia è divenuta tutt’uno con le acque stesse: il Mare nostrum di Cosa nostra. Secondo stime minimaliste, le organizzazioni criminali di stampo mafioso costituiscono la prima azienda italiana.

In realtà, se non ci limitiamo alle intraprese criminali in senso stretto (usura, abusivismo, racket, contraffazione  e pirateria, furti e rapine, truffe, appalti truccati, scommesse e gioco d’azzardo, contrabbando eccetera) ma esaminiamo il controllo e l’intervento mafioso sull’economia tout court, ci troviamo di fronte a un macro-sistema perfettamente integrato. Ovvero a una mafia metabolizzata, che ormai è divenuta corredo dei panni sporchi della famiglia nazionale, da lavare quindi con discrezione, al sicuro dagli scandali e dalle malelingue.

Siamo infatti un paese che in buona sostanza vive di mafia. Che fa affari con la mafia senza più pudori e per il quale la mafia è una grande chance di investimenti e prosperità (si sa, pecunia non olet).

Nello spettacolo innanzitutto. La mafia alimenta incessantemente l’immaginario seriale, la fiction, perfino la pubblicità. In termini non solo di mercato e di consumo, ma anche come fattore mitopoietico, la mafia si rivela assolutamente funzionale se non addirittura indispensabile all’industria culturale. Last but not least, “Il capo dei capi”, lo sceneggiato mandato in onda da Canale 5, diretto da Enzo Monteleone e Alexis Sweet, scritto da Claudio Fava con Stefano Bises e Domenico Starnone, e tratto dall’omonimo libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo,  celebra la fine di un’era con un’operazione epica di presa di distanza diacronica. In questa telenovela rassicurante (proprio in virtù di un’ottica pacificata dal tempo e dal tono di ballata) in cui si intrecciano il mélo e il western, in questa corleoneide rusticana in ultima analisi apologetica e a tratti quasi agiografica, Riina è presentato come l’ultimo dei  Mohicani, il disparente, cui (ancora vivo e teleutente) si può già guardare da una prospettiva storica e dunque perfino con una patina di nostalgia e – perché no – di umana indulgenza.

C’era una volta la mafia, sembra suggerire il tono leggendario e didascalico, ancorché fotoromanzato, della narrazione, al punto che se ne può fare ormai una mitologia ad usum Delphini. Re Mida che trasforma in oro tutto ciò che tocca con i suoi mille tentacoli, la mafia alimenta incessantemente tutto un rutilante circo mediatico (di cui a sua volta si pasce essa stessa, emulandone le pose, i vezzi e i capricci). Un vero pozzo di san Patrizio a cui attingono televisione, cinema, giornalismo, saggistica, letteratura, perfino teatro e fumetto. Nella vulgata dello show-business, dopo essere stata cronaca, ancorché travisata, ora la mafia assurge a favola. Lupus in fabula. Diventa saga camilleriana. Folclore dei pizzini e della cicoria. Opera dei pupi.

E viene archiviata, rimossa, museificata. Non a caso, nella gran messe di documenti compromettenti sottratti ai boss arrestati, si avverte come la volontà della mafia di conservare memoria di se stessa, di tramandare il proprio modello agli stessi storici che ne hanno per tanto tempo narrato le gesta e interpretato la fenomenologia.

Se in passato la mafia era stata un protagonista economico, ancorché di un sottosviluppo distorto e maligno, oggi, nell’attuale situazione di crisi e di stallo, appare piuttosto come un elemento parassitario che frena ogni intrapresa con la zavorra dei suoi oneri senza più garantire il sistema di compartecipazione intrallazzista. Lo sperpero delle risorse ai cui  mille rivoli si abbeverava (e tuttora si abbevera in misura minore) una folla di profittatori  e di operatori della malapolitica e del malaffare è oggi incompatibile con le esigenze di un nuovo capitalismo mafioso adeguato agli imperativi della globalizzazione. Ciò spiega perché la Confindustria siciliana abbia finalmente deciso la messa al bando di tutti gli imprenditori che pagano il pizzo, mentre il commercio, strozzato, dà segni sempre più aperti di insofferenza.

La nuova mafia, che già opera in perfetta sintonia con l’establishment, deve superare certi arcaismi, liberarsi di questi atavici balzelli.

L’epopea della vecchia mafia si chiude prosaicamente (salvo qualche non improbabile strascico) con le ultime sbiadite controfigure in cui tutto lo squallore dell’ancien régime viene alla luce prima di polverizzarsi, come certe mummie dissepolte senza le opportune precauzioni. Si apre così una nuova fase meno pittoresca, meno telegenica, che non si presta a brillare sotto le luci della ribalta e con cui sarà ancora più difficile fare i conti.














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