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La repubblica napoletana del 1799 e i suoi epigoni
ovvero il resto di niente

di Zenone di Elea

RdS, 19 Novembre 2006

Benedetto Croce

Scriveva don Benedetto Croce a proposito dell'esperimento non riuscito di instaurare la repubblica a Napoli: "E quale tentativo fallito ebbe più feconde conseguenze della Repubblica napoletana del Novantanove? Essa servì a creare una tradizione rivoluzionaria e l'educazione dell'esempio nell'Italia meridionale... Così, per effetto del sacrificio e delle illusioni dei patrioti, la Repubblica del Novantanove, che per sé stessa non sarebbe stata altro che un aneddoto, assurse alla solenne dignità di avvenimento storico."

Niente altro che un aneddoto. Amplificato a dismisura, aggiungiamo noi, dalla propaganda antiborbonica dei fuoriusciti meridionali esuli a Torino nel decennio precedente l'unità d'Italia.

Questa amplificazione ha scavalcato i secoli, è stata scritta a caratteri cubitali nei libri di scuola su cui abbiamo studiato tutti noi e dai quali abbiamo tratto le coordinate culturali in base alle quali leggiamo la realtà che ci circonda e i fatti che accadono.

Così fan tutti, così ha fatto pure l’elzevirista del quotidiano “Liberazione”, Peppe De Cristofaro, nel suo intervento di ieri – 18 novembre 2006 – a pagina tre del giornale, nell’articolo “Napoli, Merola, giacobini e sanfedisti”.

La domanda – rivolta retoricamente a D’Avanzo che aveva stigmatizzato su Repubblica il sanfedismo napoletano riesploso durante i funerali di Merola – a cui tenta vanamente di dare una risposta il De Cristofaro è di quelle capitali:

“[...] vorrei dire a D'Avanzo che bisognerebbe cercare di mettere a tema come si possa sconfiggere questa subcultura reazionaria, evitando però la tentazione della critica elitaria, dell'isolamento, della separatezza tra classe dirigente ed intellettuale e popolo, che resta, a Napoli, il nodo più rilevante e complesso, almeno dal 1799 ad oggi. E' mai possibile che Napoli debba essere ancora divisa tra un sanfedismo volgare, amico dell’ oscurantismo e della reazione, e un giacobinismo progressista e portatore di idee, ma incapace di costruire una vera connessione sentimentale col popolo?”

Buona domanda. Peccato che l’estensore dell’articolo non sia in grado di dare una risposta – e in questi casi qualche volta ci chiediamo se sia dovuto solamente ad un problema di strumenti culturali inadattti o, semplicemente, al trovarsi su una barca sulla quale certi discorsi non sono ammessi pena il defenestramento dai propri incarichi.

La connessione sentimentale stenta ad arrivare e son passati ben 145 anni dal 17 marzo 1861 – anno di proclamazione del Regno d’Italia.

Arriverà? No. Non arriverà.

Non potrà mai arrivare con questi intellettuali che si riempiono la bocca con parole come “masse”e “popolo” e non sanno neppure dove stia di casa il popolo di cui sproloquiano. Per impararlo dovrebbero fare un corso di inquilinato alle “vele” o in qualche condominio di Scampia o di Secondigliano e contemporaneamente partecipare ad un corso di storia patria.

Un corso di storia al centro del quale ci sia non quell’intruglio di luoghi comuni politicamente corretti che ci propinano nelle scuole, ma la descrizione della Napoli in mano ai guappi tricolorati, dei provvedimenti presi nei convulsi mesi che seguirono la passeggiata di Garibaldi da Salerno alla capitale meridionale, delle migliaia di contadini fucilati senza processo dalle truppe italiane con l’avallo della guardia nazionale meridionale.

Forse alla fine di questo corso anche il buon Peppe riuscirebbe – finalmente – a formulare una risposta efficace alla sua domanda.

La connessione sentimentale fra i giacobini portatori dell’ideale di unità e il popolo si è rotta definitivamente durante la guerriglia contadina (1860-1870). L’opposizione armata dei contadini al nascente stato nazionale viene descritta sulla stampa nazionale e nelle stanze del potere ad usum delphini ovvero come opposizione alla modernità, reazione borbonica, sanfedismo appunto.

Dieci anni di scontri armati lasciano un segno indelebile.

Il meridionale assurge a paradigma negativo per eccellenza: è “l'altro”, “l'incomprensibile”, “il brigante”, non vuole e non capisce la modernità. La creazione del luogo comune è il prezzo da pagare alla propaganda per sconfiggere un nemico temibile che si era organizzato in centinaia di bande armate composte da contadini e da ex-soldati sbandati e rischiava di far saltare per aria la nuova compagine statale.

Da allora il Sud sarà il “Mezzogiorno”. Una entità ingovernabile, ribellista, sempre pronta alla jacquerie, impermeabile al cambiamento. Nessuno si sogna dire che il cambiamento c’è stato eccome!

Con la guerra civile si è bloccato il processo di sviluppo in atto nel territorio meridionale e la società meridionale si è scissa per sempre in due: da una parte gli “italiani” e i loro sostenitori – funzionari e intellettuali meridionali legati al nuovo ordine di cose – dall’altra i “non italiani”, gli oppositori al regime, accomunati tutti – senza distinzione – nello sprezzante giudizio di “borbonici” e “sanfedisti”.

Il paradigma è stato assunto come categoria interpretativa da tutti i movimenti politici di destra, di centro e di sinistra, dagli intellettuali, dagli scrittori, dai giornalisti, dai professori universitari, dagli autori dei manuali scolastici.

Serviva e serve a descrivere un Sud incapace di aprirsi al cambiamento e quindi a fare da alibi ad una classe politica che da sempre lo ha tenuto ai margini perché questo faceva comodo a chi deteneva il potere reale, quello di comandare lavoro per dirla con terminologia alla Zitara.

Si è costruito così un paese in cui si è formato un intreccio perverso fra nord e sud. Un paese dove una parte – quella ricca e sviluppata – produceva e l’altra – quella povera e sottosviluppata – fungeva da mercato per le merci e da serbatoio di manodopera a basso costo.

In un paese del genere si poteva anche permettere ai meridionali di accedere alle più alte cariche di uno stato in cui il potere economico – quello che contava - stava dalla parte nord.

Di tanto in tanto l’emergenza mezzogiorno assurgeva agli onori della cronaca o per cause sociali e per la criminalità. A seconda della bisogna, si usava il bastone (repressione) o la carota (finanziamenti), così facendo siamo arrivati ad oggi. Ai funerali da guapperia di Merola, funerali avvenuti nel bel mezzo di un battage mediatico che ha messo Napoli nel mirino, descrivendola come uno dei luoghi più invivibili del pianeta.

Emblematica, l’affermazione in uno dei tanti blog sul web dove nelle ultime settimane migliaia sono stati i post su Napoli e sulla camorra. Vi leggiamo: “Lo stato li ha ricoperti di aiuti a pioggia che sono serviti a poco e niente. in compenso hanno contribuito ad instaurare il convincimento: " è lo Stato che ci deve pensare".”

L’ignoranza e il luogo comune sui meridionali e su Napoli da un secolo e mezzo dilagano sovrani. Tutto è da rifare in questo paese. Della rivoluzione napoletana del 1799 – per parafrasare il titolo di un romanzo di Enzo Striano da cui è stato tratto un omonimo film a carattere pedagogico incentrato su “donna Eleonora” – noi vediamo solo il “resto di niente”. 

Altro non poteva restare di un aneddoto.

Cari amici di sinistra (ci rivolgiamo ai meridionali ovviamente) fatevi un bel ripasso di storia, ma non sui libri che avete riposto in soffitta, bensì sulle ultime acquisizioni storiografiche e ce ne sono di diverse.

Consigli per il ripasso:


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Fonte:
Liberazione – pag 3 – 18 novembre 2006

Napoli, Merola, giacobini e sanfedisti

l'elzeviro
di Peppe De Cristofaro

Ha ragione Giuseppe D'Avanzo, sulle colonne di Repubblica di qualche giorno fa, a denunciare la subcultura plebea e reazionaria che ha fatto da sfondo alle esequie di Mario Merola. E ha ragione, se possibile ancora di più, a stigmatizzare le dichiarazioni di quelle istituzioni locali, certamente oggi in difficoltà, che ne hanno salutato la scomparsa in maniera retorica e finanche patetica. 

Quella stessa classe politica capace, fino a qualche anno fa, di opporre agli aspetti più deteriori della napoletanità, una inedita ed importante ricerca, innovativa ed avanzata (e, forse, talvolta, persino eccessiva), che per esempio ha reso Napoli una capitale dell' arte contemporanèa, sembra adesso subire il ritorno di quella egemonia culturale che la città sembrava essersi messa alle spalle: la solita rappresentazione fatta di luoghi comuni e stereotipi, della sceneggiata e della guapparia, che rappresentano, certamente, l'immagine meno significativa e più deteriore della tradizione. 

Liberazione – pag 3 – 18 novembre 2006

Eppure, vorrei dire a D'Avanzo' che bisognerebbe cercare di mettere a tema come si possa sconfiggere questa subcultura reazionaria, evitando però la tentazione della critica elitaria, dell'isolamento, della separatezza tra classe dirigente ed intellettuale e popolo, che resta, a Napoli, il nodo più rilevante e complesso, almeno dal 1799 ad oggi. E' mai possibile che Napoli debba essere ancora divisa tra un sanfedismo volgare, amico dell' oscurantismo e della reazione, e un giacobinismo progressista e portatore di idee, ma incapace di costruire una vera connessione sentimentale col popolo?

L’impressione è che questa frattura non sia ancora sanata, forse anche per come si è determinato, dall'unità d'Italia e poi per tutto il Novecento, lo sviluppo economico e sociale della città. La stessa presenza di un proletariato industriale propriamente , detto, a Napoli, ma in realtà nell'intero Mezzogiorno, ha avuto un carattere di breve termine, e concentrato in alcune aree determinate, che non a caso facevano parlare di "cattedrali nel deserto" e non di "modello di sviluppo".

La borghesia poi, la stessa che in altre parti d'Europa ha contribuito a formare l'idea stessa dello Stato moderno, ha fatto tutto fuorché esercitare un ruolo dirigente e trainante, abbandonata com' era (e com' è) nella ricerca del piccolo privilegio, e, talvolta, nel ladrocinio. Sanare questa frattura dovrebbe essere il primo obiettivo. E dovrebbe esserlo ancora di più oggi, alla luce dei mutamenti in atto. 

Quel gigantesco passaggio di ciclo che abbiamo chiamato globalizzazione, ha reso il Mezzogiorno, e Napoli in esso, un laboratorio avanzato di una perversa modernità, un luogo di sperimentazione di politiche aggressive e destrutturanti, che hanno reso ancora più fertile il terreno per la semina delle camorre e della criminalità.

Torna urgente il tema della costruzione dei rapporti sociali di massa e la necessità di immaginare, di fronte a problemi strutturali, interventi che sfuggano alla tentazione di dare risposte episodiche, di provvedimenti tampone incapaci, peraltro, di fronteggiare l'emergenza. 

Le risposte presentate finora per il sud, dopo i cinque anni di abbandono delle politiche del precedente governo, sono una prima inversione di tendenza, ancora largamente insufficienti. 

Non appaiono ancora come una idea complessiva per rilanciare un modello di sviluppo per quei territori in cui i fatturati delle bande criminali rappresentano un terzo del prodotto interno lordo. Forse questa è la risposta alla domanda iniziale. La frattura si sana ricostruendo quel tessuto democratico lacerato da troppi anni di politiche incapaci di far diventare il sud una questione nazionale. Si sana cercando di prosciugare quel mare sporco in cui la camorra nuota e cresce.

Ma la frattura si sana anche sporcandosi le mani. Come provò a fare Elenora Fonseca, la più illuminata del gruppo dirigente giacobino, in quel, nemmeno troppo lontano, 1799. Eleonora non condivise, nei primi mesi della Repubblica partenopea, la presenza delle truppe francesi a Napoli, comprese che la democrazia non si esporta sulla punta delle baionette, cercò, in tutti i modi, di costruire quella stessa connessione col popolo di cui avrebbe parlato; oltre cento anni dopo, Antonio Gramsci. Comprese che anche le idee più progressiste e rivoluzionarie servono a poco se non sono accompagnate da un processo di partecipazione collettiva. 

Se sono imposte e non determinate dal basso. Certo, anche lei finì impiccata a piazza Mercato, la stessa che ha salutato Merola tra fuochi d'artificio e lacrime napoletane, da quello stesso popolo a cui aveva dedicato l'esistenza, ma certamente la sua lezione è ancora una tra le più interessanti chiavi di lettura per comprendere Napoli e l'intero Mezzogiorno. 

Allora, se tutto questo è vero, le critiche giuste di D'Avanzo andrebbero rivolte, oltre che alla plebe dei lazzari, dei vicoli e della violenza, anche e soprattutto a quella stessa borghesia incapace di svolgere il ruolo che avrebbe dovuto avere.

 

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